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Filosofia-con-Scienza

Docente: Giovanni Battista Rimentano


Una domanda provocatoria iniziale

L’inizio della scienza moderna segna la fine della filosofia?


La filosofia è morta, non ci resta che la fisica
«Come possiamo comprendere il mondo in cui ci troviamo?
Come si comporta l'universo? Qual è la natura della realtà? Che
origine ha tutto ciò? L'universo ha avuto bisogno di un
creatore? La maggior parte di noi non dedica troppo tempo a
preoccuparsi di simili questioni, ma quasi tutti di tanto in tanto
ci pensiamo. Per secoli questi interrogativi sono stati di
pertinenza della filosofia, ma la filosofia è morta, non avendo
tenuto il passo degli sviluppi più recenti della scienza, e in
particolare della fisica. Così sono stati gli scienziati a
raccogliere la fiaccola nella nostra ricerca della conoscenza»
(S. Hawking, L.Mlodinov, Il grande disegno, Prefazione, 2010)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/04/06/la-filosofia-morta-non-ci-resta-che.html
Chi critica la filosofia fa filosofia

«Ebbene, le risposte fondamentali che questo libro [Hawking,


Mlodinov, Il grande disegno] propone sono squisitamente filosofiche
e se non ci fossero queste risposte filosofiche neppure il fisico
potrebbe dire perché conosce e che cosa conosce. […] Come si vede
non si tratta di scoperte fisiche bensì di assunzioni filosofiche, che
stanno a sostenere e a legittimare la ricerca del fisico - il quale,
quando è un bravo fisico, non può che porsi il problema dei
fondamenti filosofici dei propri metodi»
(U.Eco, «La filosofia non è Star Trek» in L’Espresso, 15 aprile 2011)

https://blog.uaar.it/2011/04/18/filosofia-morta-eco-replica-hawking/
Vedi anche
http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2011/04/15/news/la-filosofia-non-e-star-trek-1.30484
Scienza e filosofia sono utili l’una all’altra
«Coloro che criticano l’utilità della filosofia per le scienze — nota Aristotele —
non stanno facendo scienza: stanno facendo filosofia. Quando Hawking e
Weinberg scrivono che la filosofia è inutile alla scienza, non stanno risolvendo
un problema di fisica: stanno riflettendo su cosa sia utile, quale metodologia e
struttura concettuale siano opportune, per fare scienza. Riflettere su questo è ciò
che fa la filosofia. Lo stesso atteggiamento spavaldamente pragmatico e «anti-
filosofico» di Hawking e Weinberg ha origine proprio nella filosofia. […] No,
la filosofia non è inutile per la scienza. Ne è fonte vivissima di ispirazione,
critica e idee […]. Una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce
per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico
del suo tempo è ottusa e sterile. Tradisce la sua stessa radice profonda, quella
della sua etimologia: l’amore per il sapere»
(C. Rovelli, «Aristotele contro Hawking» in Il Corriere, 30 agosto 2016)
http://www.corriere.it/la-lettura/orizzonti/16_agosto_30/carlo-rovelli-aristotele-contro-hawking-weinberg-2697750e-6e9f-11e6-adac-6265fc60f93f.shtml
Vedi anche
http://www.lescienze.it/news/2015/05/16/news/discussione_fisici_filosofi_filosofia_morta_viva-2611425/
Per criticare la scienza bisogna conoscere la scienza
«[…] per parafrasare Kant, «senza la filosofia la scienza è cieca». […] «senza
la scienza la filosofia è vuota». […] una filosofia che pretenda di «chiarire il
senso» di cose dette in una lingua che neppure capisce, rischia di cessare di
essere, un «amore per il sapere», per diventare invece un «sapere amatoriale».
Non era così, naturalmente, per i filosofi del passato […] Cartesio era un fior
di matematico, Kant ha tratto le sue categorie dalla meccanica newtoniana, e
persino Nietzsche ha studiato la teoria ergodica per diversi anni, per poter
elaborare una dimostrazione fisico-matematica (perfettamente corretta, sotto le
sue ipotesi) della teoria dell'Eterno Ritorno. E non è così neppure per molti
filosofi del presente, da Saul Kripke a Hilary Putnam, che hanno dato profondi
contributi alla logica matematica, oltre che alla filosofia.[…] Gli scienziati non
sono certo contrari alla filosofia, ma sono contrari a certa filosofia: quella che
non conosce che se stessa»
(P. Odifreddi, «Una replica a E. Severino» in Repubblica, 23 aprile 2005)
http://www.fisicamente.net/SCI_FIL/index-719.htm
Vedi anche
I fondamenti del metodo scientifico (Severino)
http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_04/emanuele-severino-contraddirsi-meglio-di-no-715d60f0-e225-11e5-b31b-034bb632a08d.shtml

Carlo Rovelli e Severino


http://filosofia.uniurb.it/carlo-rovelli-ed-emanuele-severino/
La provocazione della nostra domanda iniziale si potrebbe riformulare dunque così:

Quale filosofia è possibile nell’era della tecnica e della scienza moderna?


Già Kant si era reso conto della crisi della filosofia metafisica
«[…] la ragione procede sempre più in alto, verso condizioni sempre
più remote. Ma quando si accorge che per questa via il suo procedere è
costretto a restar sempre incompiuto, perché i problemi non cessano di
risorgere, si vede costretta a far ricorso a princìpi che oltrepassano ogni
possibile uso d’esperienza […], perché i princìpi di cui si serve,
ponendosi al di là di ogni esperienza, negano all’esperienza ogni
possibilità di valere come pietra di paragone. Orbene, il campo su cui si
combattono queste lotte senza conclusione si chiama metafisica.
Vi fu un tempo in cui essa era considerata la regina di tutte le scienze e,
se si prepongono le intenzioni ai fatti, meritava senza dubbio questo
nome onorifico per l’importanza preminente del suo oggetto. Ora la
moda del tempo è incline a disprezzarla»
(E. Kant, Critica della ragion pura, Prefazione 1781)
Rapporto tra filosofia e scienza.
Quello che cercheremo di mostrare è che

La scienza oggi apre prospettive inedite alla filosofia…

…ma, nel corso della storia,


anche la filosofia spesso
ha anticipato e aperto nuove prospettive alla ricerca
scientifica
La filosofia, fisica e matematica sono strettamente congiunte
tra loro alle origini del pensiero occidentale
• Il senso greco della «physis» attraversa tutta la filosofia
presocratica. Tutta una serie di racconti cosmogonici narrano e
provano a spiegare l’origine dell’universo e il posto che
all’interno di esso occupa l’uomo
• Il senso della totalità dell’Essere (Vedi, per es., la TOE di S.
Hawking), l’esperienza dell’indivisibilità e dell’interconnessione di
tutte le cose, l’energia (il fuoco) che anima e vibra in tutte le cose
(il divenire) sono al centro della ricerca dell’arché
• La ricerca dei fondamentali elementi costitutivi di tutte le cose
rinvia ad esperienze archetipe, che coinvolgono insieme sia la
psiche che il cosmo
• La matematica del pitagorismo è scienza sia dell’anima che del
numero
Il proemio della favola sull’origine del cosmo nel Timeo di Platone

«[…] è assolutamente necessario che questo cosmo sia immagine di


qualche cosa» (Platone, Timeo, 29b).

«Dunque, o Socrate, se dopo molte cose dette da molti intorno agli


dèi e all’origine dell’universo, non riusciamo a presentare dei
ragionamenti in tutto e per tutto concordi con se medesimi e precisi,
non ti meravigliare. Ma se presenteremo racconti verosimili non meno
di alcun altro, allora dobbiamo accontentarci, ricordandoci che io che
parlo e voi che giudicate abbiamo una natura umana: cosicché,
accettando intorno a queste cose la narrazione probabile, conviene
che non cerchiamo più in là» (Platone, Timeo, 29c-d)
La teoria dell’universo olografico
• L'universo è un'ologramma e il cervello (mente) dell'uomo funge da lettore.
• Che l'universo sia un ologramma significa che esso è un insieme di informazioni inscritte su una superficie bidimensionale che
si proietta generando un effetto tridimensionale.
• Alla base dell'immagine-ologramma vi è la proprietà per la quale ogni frammento dell'immagine contiene scritte in sé (-
gramma) tutte (o quasi) le informazioni dell'intero (olo-) cui appartiene.
• Nella formulazione del fisico D.Bohm e del neuroscienziato K. Pribram l'universo tridimensionale è l'esplicazione di un
ordine implicito (Bohm) la cui cifra segreta si annoda e trova il suo punto di conversione nel cervello umano (Pribram)

Sitografia sull’universo olografico


«L’informazione in un universo olografico» in Le scienze, 2003 (http://www.lescienze.it/news/2003/09/01/news/l_informazione_in_un_universo_olografico-587691/ )
http://www.repubblica.it/scienze/2017/01/30/news/_l_universo_e_un_gigantesco_ologramma_-157210350/#gallery-slider=157215163

http://www.xmx.it/universoillusione.htm
Video:
• https://www.youtube.com/watch?v=wBUhLSMOfjM (4 minuti)
• https://www.youtube.com/watch?v=0OtAc58Wfdw(10 min)
• https://www.youtube.com/watch?v=au66uF_JPMo
• https://www.youtube.com/watch?v=ErJFZxAawPQ (30 min)
Indagine e forme del discorso scientifico in Aristotele
Nella tradizione filosofica dall’antichità fino all’avvento
del metodo sperimentale galilieano, il termine “scienza”
viene inteso nel senso generale di “conoscenza
autentica”, senza distinguere in modo netto tra ciò che
oggi intendiamo con “scienza” e ciò che oggi intendiamo
con “filosofia”

La metafisica è la regina delle scienze, perché nel


contesto plurale di diverse ricerche razionali sulla natura
(perlopiù condotte mediante procedimenti induttivi, che
cercano di giungere a principi generali partendo
dall’osservazione di numerosi casi particolari), la
metafisica si pone come sguardo sintetico per cercare di
abbracciarle e dominarle tutte nel quadro più generale di
strutture necessarie e universali dell’Essere in quanto
essere e delle cause e principi primi
• La scienza non riguarda il campo del contingente, ma il dominio
del necessario e dell’universale (immutabilità dell’oggetto di
Aristotele e la scienza scienza)
• Gli oggetti della scienza sono entità meta-sensibili che
«D’altra parte, ciò che dipende dal caso non è presentano il carattere della stabilità (eternità dell’oggetto di
oggetto di scienza dimostrativa, in realtà, ciò che scienza)
dipende dal caso non si presenta né come • Aristotele ammette il carattere ipotetico delle premesse di una
qualcosa di necessario, né come qualcosa che spiegazione scientifica prima che si possa risalire ai principi, ai
accade per lo più, ma è piuttosto ciò che si fondamenti primi (causa prima)
verifica a prescindere da questi due aspetti. La
dimostrazione si rivolge tuttavia all’uno o • Aristotele ammette sia il procedimento di indagine per
all’altro di questi due. In effetti, ogni sillogismo si induzione (dal particolare all’universale) che quello per
sviluppa o attraverso premesse necessarie, o deduzione (dall’universale al particolare)
attraverso premesse esprimenti qualcosa che • Tuttavia Aristotele riconosce uno spazio limitato alle procedure
avviene per lo più. Inoltre, se le premesse sono empiriche induttive (è quanto gli verrà contestato dai critici
necessarie, anche la conclusione risulta moderni come per es. Bacone)
necessaria; se, invece, le premesse esprimono
ciò che avviene per lo più, anche la conclusione • Aristotele codifica le forme del discorso scientifico. Esso è
esprimerà qualcosa di simile. Di conseguenza, se un’esposizione ragionata deduttiva basata sul sillogismo. Vi ne
ciò che dipende dal caso, non si presenta né sono di due tipi: sillogismo scientifico (a partire da premesse
come qualcosa che avviene per lo più, né come assolutamente vere)/sillogismo dialettico (a partire da
qualcosa di necessario, senza dubbio esso non premesse ipotetiche)
sarà oggetto di dimostrazione» • Vi sono dei principi dai quali il sillogismo procede, ma che non
Aristotele, Secondi Analitici, I, cap. 30, 87 a18-27 possono essere provati col sillogismo; tali principi sono
l’oggetto della scienza per eccellenza o filosofia prima (quella
che nei secoli prenderà il nome di metafisica)
La scienza moderna di Galilei nasce dalla rottura di alcuni assunti della fisica aristotelica
• Dal geocentrismo all’eliocentrismo
• Approccio alla questione (dal «perché» al «come» descritto mediante
modelli matematici e osservato attraverso strumenti di misura)
• Relatività della questione: moto/quiete (critica della teoria del moto,
critica della teoria dell’impetus)
• Fine dei luoghi naturali, del finalismo e dell’antropocentrismo
• Unificazione della fisica celeste/terrestre (per ciò che concerne il
movimento dei corpi)
• Il metodo. “Sensate esperienze” e “necessarie dimostrazioni”. Quale
rapporto tra le due?
• Non l’esperienza, ma l’esperimento (la misurazione e il ricorso a
modelli matematici e strumenti).
• Esperimenti mentali. L’esperienza non è qualcosa di già dato
(l’osservazione potrebbe essere scorretta: pensa alla caduta dei gravi).
L’esperienza si costruisce, va fatta, per cui si tratta di un’esperienza
che non è priva di una teoria, che la orienta anche se in maniera
ipotetica (non è la nuda e passiva osservazione).
• Qualità primarie/secondarie (la tradizione dell’atomismo filosofico)
Cartesio. La distinzione-separazione di mente e cosmo
nella scienza moderna
• Res cogitans/res extensa. Conseguenze epistemologiche.
• Psiche e cosmo separati e distinti tra loro. Distinzione
netta tra osservatore e la realtà osservata (canone
dell’obiettività scientifica)
• Conciliabilità tra scienza e religione nei loro domini
separabili
• Perché la realtà fisica risponde ai modelli matematici? La
matematizzazione della materia come ipotizzato da
Galilei diventa ideologica a partire da Cartesio
La scienza moderna e la visione meccanicistica dell’universo
«Un’intelligenza che, a un dato istante, conoscesse
tutte le forze da cui è animata la natura e la
Tutto ciò che esiste è riconducibile a
situazione rispettiva degli esseri che la corpi in movimento (riduzione della
compongono, se per di più, fosse abbastanza materia a quantità misurabili,
profonda per sottomettere questi dati all’analisi, descrivibili matematicamente)
abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei
più grandi corpi dell’universo e dell’atomo più
leggero: nulla sarebbe incerto per essa e l’avvenire,
come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi» Nella concezione meccanicistica della
(P. S. Laplace) natura il cosmo è visto come una
macchina completamente causale e
determinata (l’universo orologio e
Dio architetto). Stando a questo
determinismo rigoroso tutto ciò che accade ha
una causa definita e un effetto determinato.
La filosofia moderna e la scienza esatta in età
moderna
• La conoscenza per eccellenza è quella del metodo sperimentale della
nuova scienza.
• Scienza (esatta): sapere necessario (validità in ogni tempo e luogo),
universale (valido per tutti gli uomini), cumulabile (progresso
scientifico)
• Compito della filosofia è giustificare i fondamenti del metodi e delle
procedure conoscitive della scienza moderna
• Una filosofia al passo con i tempi deve tener conto della descrizione
meccanicistica della scienza moderna (tra coloro che fanno eccezione,
Leibniz, fisico matematico e filosofo che contesta la visione
meccanicistica)
Bacone, la critica al procedimento induttivo di Aristotele e il Novum
Organum

Nel Novum Organum (1620), Bacone costruisce il primo trattato di logica


induttiva dove vengono esaminati i metodi da utilizzare nelle induzioni
teoriche. Critica l’induttivismo aristotelico, che, partendo da pochi dati,
pretende di arrivare a conclusioni universali. Piuttosto occorre una raccolta
dei dati più serrata e sistematica, che mediante la catalogazione,
l’interpretazione e l’analisi procede infine ai controlli utili a verificare la
correttezza delle previsioni. Conoscere è prevedere e costruire, «sapere è
potere» (nesso tra scienza e tecnologia)
Hume e la critica al concetto di causalità.
L’induttivismo del metodo scientifico è infondato

Hume mette in dubbio lo stesso processo d’induzione (vi è dunque l’idea


implicita della scienza basata su procedimenti induttivi): non è possibile
trovare alcuna connessione necessaria tra causa ed effetto, ed il loro legame
non è razionale, ma puramente psicologico. La supposizione che si basa
sull’assunto “necessariamente il futuro deriva dal passato”, non ha alcuna
argomentazione dimostrativa, ma deriva solo dall’abitudine
Kant e la costruzione sintetica a priori dell’immagine del
mondo dell’esperienza
La conoscenza scientifica si basa su giudizi sintetici a priori. Detto
altrimenti, i nostri modelli mentali orientano sin dall’inizio la
nostra esperienza sensibile (secondo K., tali modelli sono eterni e
universali, e corrispondono a capacità operative mentali innate
nelle menti di tutti gli individui)
• Critica del realismo ingenuo (carattere fenomenico
dell’esperienza sensibile). I dati dell’esperienza sensibile ci
appaiono in un certo modo perché sono le strutture mentali
a priori della mente umana ad organizzarli così
• Il modello di scienza di Kant è quello della scienza esatta
Kant critica la metafisica come forma di conoscenza, ma rivaluta la
sua funzione come sprone per la conoscenza umana («uso
regolativo delle Idee di ragione»)
Il positivismo ottocentesco
• Il positivismo ottocentesco stabilisce uno stretto rapporto tra scienza e filosofia.
• La filosofia (positivista) svolge la funzione di commento, di narrazione storica dello
sviluppo delle scienze o di grande racconto capace di inserire la vicenda umana nel
contesto più generale del cosmo, alla ricerca dell’unità del sapere in chiave
umanistico-scientifica (vi è un tentativo di andare oltre la dicotomia res cogitans/res
extensa, anche se spesso si tende a ridurre la prima alla seconda)
• La filosofia positivista elabora concetti trasversali e generali alla ricerca di punti di
intersezione interdisciplinari tra tutte le scienze e persino tra diversi saperi (per es.
il concetto di «evoluzione» in Spencer, o di «statica/dinamica» nella sociologia di
Comte).
• Uno dei compiti del positivismo, specialmente quello di A. Comte, consisterà nella
compilazione di un sapere scientifico enciclopedico unificato al di là delle
specializzazioni, cercando di trasporre i metodi di approccio scientifico a campi del
sapere un tempo ritenuti di esclusiva competenza della cultura umanistica (nascita
della scienze umane: la psicologia, la sociologia)
La critica di A.Comte alla metafisica come atteggiamento psicologico
Enunciando la legge dei tre stadi come legge di sviluppo della storia (stadio
teologico. metafisico, positivo), il filosofo positivista A. Comte considera la
metafisica come un vero e proprio atteggiamento psicologico dell’individuo e
dell’umanità più in generale, che riguarda il modo di relazionarsi e conoscere
il mondo giungendo ad elaborare una certa nozione di «realtà».

L’atteggiamento metafisico corrisponde alla psicologia dell’adolescenziale (e


alla fase storica delle rivoluzioni). La razionalità metafisica abbandona
l’infantile mentalità immaginifico-animistico-antropomorfica, che spiega e
descrive la realtà ricorrendo a presenze e forze soprannaturali, ricorrendo a
concetti razionali (cause, fini, essenze, principi).

Le spiegazioni metafisiche, per quanto razionali, risultano tuttavia astratte in


quanto non sempre verificate e circoscritte nell’ambito dell’esperienza. La
razionalità metafisica aspira a volere conoscere tutto e subito (come gli
adolescenti e la mentalità rivoluzionaria che cercano di rifare il mondo da
capo ad immagine e somiglianza di modelli ideali)
La spiegazione funzionale della scienza
«[...] Così, per citare l’esempio più ammirevole, noi diciamo che i fenomeni generali dell’universo sono
spiegati, per quanto è possibile, dalla legge newtoniana della gravitazione, perché, da un lato, questa bella
teoria ci mostra tutta l’immensa varietà dei fatti astronomici come fossero un solo e medesimo fatto,
considerato sotto diversi punti di vista, ci mostra la tendenza costante di tutte le molecole, le une verso le
altre, in ragione diretta delle loro masse ed in ragione inversa dei quadrati delle loro distanze; mentre,
d’altra parte, questo fatto generale è presentato come la semplice estensione di un fenomeno che ci è
estremamente familiare e che, per ciò soltanto, noi consideriamo perfettamente conosciuto: la pesantezza
dei corpi e la superficie della terra. Il determinare che cosa siano in se stesse attrazione e pesantezza, quali
ne siano le cause, sono questi i problemi, a cui guardiamo come insolubili, che non appartengono al
dominio della filosofia positiva e che noi abbandoniamo con ragione all’immaginazione dei teologi o alle
sottigliezze dei metafisici. La prova manifesta della impossibilità di raggiungere soluzioni di questo genere
è che tutte le volte che si è cercato di dire a questo riguardo qualcosa di veramente razionale i maggiori
spiriti non hanno potuto far altro che definire questi due principi l’uno per mezzo dell’altro dicendo, per
quanto riguarda l’attrazione, che essa altro non è che un peso universale e poi, per il peso, che esso
consiste semplicemente nell’attrazione terrestre. Spiegazioni di questo genere, che fanno sorridere
quando si pretende di conoscere la natura intima delle cose ed il modo in cui vengono generati i fenomeni,
sono tuttavia tutto ciò che noi possiamo ottenere di più soddisfacente, in quanto ci mostrano come
identici due ordini di fenomeni che sono stati così a lungo considerati come non aventi alcun rapporto tra
loro. Nessuno spirito sano cerca oggi di andare più a fondo».
(A. Comte, Corso di filosofia positiva)
Filosofia e scienza nel XX secolo
Crisi del meccanicismo e della fisica classica

Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, entrano in crisi alcuni concetti basilari
della fisica classica e del modello meccanicistica.
Meccanica quantistica e teoria della relatività mettono in crisi la visione
meccanicistica che per due secoli circa aveva orientato in diversi ambiti i
modelli di spiegazione della ricerca scientifica.
La fisica classica La nuova fisica
La materia è costituita da particelle elementari solide, I costituenti ultimi della materia non solo localizzabili in
permanenti, tridimensionali, di cui è possibile individuare ad maniera puntiforme nello spazio. Più che essere, le cose
ogni istante posizione e velocità «tendono ad esistere» e sono impermanenti. Non è possibile
individuare con precisione traiettorie, né definire nel contempo
posizione e velocità (principio di indeterminazione di
Heisenberg) (vedi link)
Spazio e tempo sono lo scenario inerte, assoluto e immutabile Esiste un’unica tessitura spaziotemporale che si modifica in
in cui avvengono tutti i fenomeni osservabili in natura. In funzione della massa-energia (teoria geometrica del campo
quanto tali, spazio e tempo risultano essere parametri gravitazionale di Einstein).
indipendenti dall’osservatore Due fenomeni simultanei per un osservatore possono non
esserlo per un altro (le misurazioni di spazio e tempo
dipendono dall’osservatore)
Materia ed energia sono ben distinte tra loro Equivalenza tra materia e energia (E = mc2)
Le interazioni fisiche hanno un carattere esclusivamente locale Nella meccanica quantistica vi sono interazioni a distanza che
mostrano l’universo come un tutto interconnesso (fenomeni di
entanglement)
Le relazioni causali tra i fenomeni naturali sono deterministiche Le leggi fisiche presentano un carattere probabilistico (principio
di indeterminazione)

La scienza rende possibile una descrizione oggettiva della L’osservatore rientra nella descrizione fisica, anche quella
natura, in cui la realtà è indipendente dal soggetto che la rigorosamente scientifica. Quanto osserviamo in natura è
osserva e descrive sempre la coppia osservatore-osservato (principio di
indeterminazione): «Dobbiamo ricordare che ciò che
osserviamo non è la natura stessa, ma la natura esposta al
nostro metodo di indagine» (W.Heisenberg )
Con la crisi della visione meccanicistica la realtà fisica pare aver perso la sua solidità
Alla luce delle scoperte della meccanica quantistica, il modello meccanicista che riconduceva tutto
all’immagine della particella solida in movimento non vale più a livello subatomico. Il movimento inteso
come traccia puntuale lasciata da un corpo (grande o piccolo) in uno spazio vuoto non funziona più.

«[…] la concezione meccanicistica dell’universo proposta dalla fisica newtoniana si fonda sull’idea che
la realtà comporta due cose fondamentali: degli oggetti solidi e uno spazio vuoto. Nella vita quotidiana
questa concezione sembra funzioni ancora. [...] Tutto cambia, però, se abbandoniamo l’universo della
nostra esperienza per tuffarci nell’infinitamente piccolo, alla ricerca dei nostri costituenti ultimi. Soltanto
in questo secolo si sarebbe capita la vera natura degli atomi: non sono piccole sfere di materia [...] Le
ricerche dei fisici hanno dimostrato che gli elementi costitutivi degli atomi non rivelano nessuna delle
proprietà associate ad oggetti fisici. Le nostre particelle elementari non si comportano assolutamente
come particelle “solide”, ma piuttosto come entità astratte»
(J. Guitton, Dio e la scienza)
La filosofia della scienza come filosofia del linguaggio
Linguaggio e realtà
• Nella fisica del XX secolo, sempre più spesso si tende a partire da una serie di
assunti teorici per poi dedurre la previsione di fatti sperimentali probatori
(deduttivismo), anziché partire dai dati sperimentali per derivare da essi i principi
teorici (induzione).
• Il primato del momento teorico mostra il livello di astrazione raggiunto dal
linguaggio scientifico nel XX secolo, ponendo quindi la questione del rapporto tra
linguaggio e realtà.
• Da qui, una serie di domande.
• In che modo e in che senso, i concetti astratti e le complesse formulazioni
matematiche della fisica descrivono la realtà?
• Quale differenza esiste tra il linguaggio teorico della fisica e le linguaggio
metafisico della filosofia?
• Esiste ancora una definizione univoca di scienza e di metodo scientifico,
alla luce delle rivoluzioni scientifiche del XX secolo, che hanno rotto con gli
schemi concettuali della fisica classica?
Due libri influenti nell’analisi logica del linguaggio scientifico dei neopositivisti

(Prefazione al Tractatus di L. Wittegenstein)

La matematica è una disciplina che, anche a partire dall'aspetto più semplice, può essere sviluppata in
due direzioni opposte. La direzione più familiare è quella costruttiva che si sviluppa con una
complessità gradualmente crescente; dai numeri interi alle frazioni, ai numeri reali, ai numeri
complessi; dall'addizione e dalla moltiplicazione alla differenziazione ed alla integrazione, fino alla
matematica superiore. L'altra direzione, che è meno comune, procede, per analisi, ad una nascente
astrazione e semplicità logica; invece di ricercare quel che può essere definito e dedotto dalle
asserzioni iniziali, cerca i concetti ed i princìpi più generali, nei cui termini quello che era il punto di
partenza può essere definito o dedotto. È proprio il fatto di percorrere questa opposta direzione che
distingue la filosofia matematica dalla matematica ordinaria.
La critica neopositivista della metafisica
«Il Metodo corretto della filosofia sarebbe questo: •
I neopositivisti ritengono che i problemi
sollevati dalla metafisica non siano veri
nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque problemi, ma non-sensi linguistici, che
proposizioni della scienza naturale; dunque qualcosanascono in quanto il linguaggio nel quale
vengono formulati non esprime alcun
contenuto empirico.
che nulla ha a che fare con la filosofia, e poi, ogni
volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, •
Secondo i neopositivisti, un problema ben
posto consiste in una domanda che ammette
mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni,
una risposta.
egli non ha dato significato alcuno. […].» •
I problemi classici delle filosofie metafisiche
non hanno soluzione, perché il linguaggio in
(L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, cui vengono formulati esprimono concetti
6.53) che hanno perso ogni aggancio con la realtà.
• I problemi metafisici pongono delle
questioni, in cui non disponiamo in alcun
«[…] i metafisici non sono che dei musicisti senza modo della possibilità di valutare la
correttezza e la verificabilità delle nostre
capacità musicale» affermazioni attraverso l’esperienza
empirica, confrontando linguaggio e realtà.
(R.Carnap, Il superamento della metafisica)
Principio di verificazione di M. Schlick
Dottrina centrale del neopositivismo è la teoria verificazionista del
significato. La questione che si pone è quella dell’ancoraggio del
linguaggio alla realtà

«Stabilire il significato di un enunciato equivale a stabilire le regole


secondo cui l’enunciato va usato, e questo, a sua volta, è lo stesso che
stabilire la maniera in cui esso può essere verificato (o falsificato). Il
significato di una proposizione è il metodo della sua verifica»
(M. Schlick, Significato e verificazione)
Linguaggio e realtà
Tuttavia, si osservi come a differenza dell’empirismo (XVI-XVII) o del positivismo (XIX)
classico, il neoempirismo logico del XX secolo ritiene, che, nella pratica scientifica, sia
ingenuo parlare di un confronto diretto tra pensiero e realtà esterna o tra teoria e dati
sensibili, in quanto:

1) il dato percettivo è problematico, poiché la sua formazione è più complessa di quel che
appare al pensiero ingenuo;

2) ogni contenuto di esperienza è sempre già strutturato logicamente e linguisticamente;

per cui:

3) i procedimenti di controllo e di verifica fattuale non consistono in un confronto diretto con


i dati sensibili, ma in un confronto tra linguaggio teorico e linguaggio osservativo di cui ci
serviamo per descrivere la realtà fisica e sul quale vige un vasto accordo intersoggettivo
Intervista sul neopositivismo (Hempel) 6 minuti
http://www.filosofia.rai.it/articoli/il-circolo-di-vienna-superamento-della-metafisica-ed-empirismo-
logico/4305/default.aspx
Nel filmato, tratto dall’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, l`epistemologo Carl Gustav Hempel,
professore emerito di filosofia presso l`Università di Princeton, in un’intervista del 1989, illustra la nascita
dell`empirismo logico. Ne descrive le radici storiche e teoriche, all’interno del Circolo di Vienna che raccoglieva
persone, non originariamente studiose di filosofia, e il cui organizzatore, il filosofo Moritz Schlick, era anch’egli di
formazione scientifica. Partendo da una comune insoddisfazione nei confronti della filosofia, che non era riuscita a
compiere progressi nella soluzione dei problemi metafisici, si fa un confronto col lavoro scientifico, in cui il
progresso è visibile con tutta evidenza. Il problema fondamentale della filosofia sta nel modo in cui vengono
formulate le domande. Le dottrine metafisiche sono prive di contenuto empirico e quindi considerate come dei
“non sensi letterari”, oppure espresse con un uso non descrittivo del linguaggio. I problemi metafisici, quindi, non
essendo scientifici, non possono essere risolti, caso mai disciolti attraverso quello che, Rudolf Carnap chiama il
superamento della metafisica attraverso l’analisi logica del linguaggio.
Fase di transizione: dalla verificazione alla confermabilità (Carnap)
• Critica al principio di verificazione. Come verificarlo empiricamente?
• Se il principio di verificazione fosse il criterio per distinguere le
proposizioni di carattere scientifico da quelle che non lo sono, allora
nessuna proposizione universale della scienza avrebbe significato,
implicando un infinità di casi da verificare.
• Tuttavia deducendo casi particolari e aumentando i casi positivi di
conferma, aumenta anche la nostra fiducia nella legge.
• Anziché di verificazione bisogna parlare di conferme gradualmente
crescenti di una legge scientifica.
• R. Carnap sostituirà al criterio di verificabilità assoluta quale criterio di
significanza delle proposizioni di contenuto empirico, i criteri più deboli
di controllabilità e confermabilità (cfr. Meaning and Testability, 1936).
K.Popper e il falsificazionismo
(demarcazione e ruolo della metafisica nel contesto della scoperta di una teoria scientifica)

Un punto di partenza breve anche per Popper e il falsificazionismo https://www.youtube.com/watch?v=EyNc2gh47g4

Giorello spiega la teoria della conoscenza di Popper e le sue implicazioni etico-politiche (1 h circa;
estrapolare la teoria della falsificabilità delle teorie scientifiche)
http://www.filosofia.rai.it/articoli-programma/zettel-presenta-giulio-giorello-popper-e-la-filosofia-della-
scienza/32082/default.aspx
Karl Raimund Popper nasce a Vienna nel 1902. Laureatosi in Filosofia nel 1928, entra in contatto con alcuni
esponenti del “Circolo di Vienna”, importante gruppo di filosofi che influì fortemente sulla nascita e lo sviluppo
del neopositivismo. Pur non trovandosi d’accordo con l’impostazione filosofica del Circolo, Popper ne condivide
l’intento volto alla costruzione di una concezione scientifica del mondo. La riflessione di Popper rientra infatti
nella filosofia della scienza, ambito che nella prima metà del Novecento vive una stagione particolarmente
prolifica. Si sviluppano infatti una serie di indagini che mirano a stabilire le possibilità più proprie della scienza,
a individuare il metodo che essa deve perseguire e a definire un criterio per differenziare la vera scienza da ciò
che non può aspirare a tale titolo. In questa cornice, prende corpo la filosofia di Karl Popper, che nel 1934
pubblica la Logica della scoperta scientifica. Il testo segna profondamente le ricerche dell’epoca e si
contrappone in maniera netta allo schieramento neopositivista. Fondate sull’originale concetto di
“falsificabilità”, le analisi di Popper sviluppano una teoria della prova e dell’errore, che riconosce la dimensione
condivisa, corale e dialogica della ricerca scientifica. Gli stessi principi condurranno Popper ad assumere una
posizione più netta sul piano etico-politico. Esito di questo interesse è il testo del 1945, La società aperta e i
suoi nemici, in cui Popper colloca più specificamente il ruolo della scienza in relazione alla società; affronta
temi tradizionali della filosofia e si interroga sugli esiti filosofico-politici del marxismo.
Fisica e metafisica secondo Popper
• La teoria falsificazionista offre altresì un criterio di demarcazione tra scienza e
metafisica. Se la falsificabilità esprime il contenuto empirico-conoscitivo di una teoria
scientifica, la metafisica non è scienza, in quanto le sue proposizioni non sono
falsificabili in linea di principio.
• La metafisica va comunque rivalutata, in quanto le sue concezioni possono ispirare
teorie scientifiche.
• Viene criticata l’immagine induttivista del metodo scientifico, tipica dell’Empirismo
logico classico.
• La scienza procede per congetture e confutazioni, risolvendo problemi mediante
l’invenzione di ipotesi. Ciò significa sostenere il carattere ipotetico-deduttivo del
metodo scientifico e il primato della teoria come guida all’esperienza
• Il compito di una filosofia della scienza analizzare la logica della scoperta scientifica,
distinguendo tra il contesto della scoperta (fattori culturali, psicologici ecc., che
possono influire nella formulazione di una teoria) e il contesto della giustificazione
(analisi logica di una teoria compiutamente formulata)
Osserva:
neopositivismo (principio di verificazione) e Popper
(principio di falsificazione) ripropongono il dilemma se
il metodo scientifico sia di tipo induttivo-sperimentale
(Hume) o di tipo ipotetico-deduttivo-sperimentale
(Kant)
T. Kuhn e i paradigmi della ricerca scientifica
(sociologia e storia della scienza entrano nelle considerazioni di cosa concretamente
debba considerarsi “scienza”. I conflitti tra teoria e osservazione)
La ricerca scientifica si orienta all’interno del contesto storico-
sociale-culturale, un vasto quadro di riferimento teorico che Kuhn
chiama “paradigma”.

Il paradigma decide dei metodi ritenuti lecitamente “scientifici” e di


quelli dichiarati pseudoscientifici.

Il paradigma gode dell’approvazione della comunità scientifica.


Quindi la “verità” della scienza si fonda sul consenso sociale, La struttura delle
scientifiche secondo T. Kuhn
rivoluzioni

soprattutto sul ruolo che la società attribuisce ad un gruppo di https://www.youtube.com/watch?v=DywZ


“esperti” (gli scienziati). 9kugmco

Con Kuhn considerazioni sociologiche entrano a far parte della


storia della scienza. Persino le procedure scientifiche, il successo
delle sue spiegazioni, il grado di fiducia attribuito alla scienza è un
fenomeno sociologico, fondato sul consenso sociale stabilito dalla
comunità scientifica, il cui potere, all’interno delle società moderne,
viene da tutti riconosciuto.
Scienza normale e rotture epistemologiche
Nella storia della scienza si alternano periodi in cui un certo paradigma di ricerca risulta
stabilmente condiviso (periodi di scienza normale) e periodi in cui lo stesso entra in crisi
(rottura epistemologica, rivoluzione scientifica)

La storia della scienza non è processo lineare di progressi che accrescono sempre più la
conoscenza, ma è segnata da rotture paradigmatiche (concezione strutturalista)

Cosa succede se cambia il paradigma scientifico di riferimento e tentiamo di confrontare


tra loro due teorie scientifiche, che appartengono a paradigmi diversi? (per es. cosa
succede se confrontiamo tra loro la fisica classica di Galilei-Newton e la fisica
contemporanea di Einstein-Planck? )

Le due teorie risulteranno diverse a tal punto da essere inconfrontabili


(incommensurabilità di due teorie appartenenti a paradigmi diversi). Infatti, per Kuhn,
anche lo stesso termine scientifico (per es. il concetto fisico di “massa”) assume significati
diversi in contesti paradigmatici differenti (slittamento semantico).
L’anarchismo metodologico di Feyerabend
(esiste un metodo scientifico?)
P.K. Feyerabend (1924-1994). Scienziato e
filosofo americano di origine austriaca.

Allievo dissidente di Popper, aperto al confronto


Feyerabend contro l’univocità del metodo scientifico (anarchismo metodologico)
con Làkatos e Kuhn, sostiene una sorta di
https://www.youtube.com/watch?v=QqlbmfvS4oU&t=364s (45 minuti) anarchismo metodologico.
http://www.filosofia.rai.it/articoli/feyerabend-il-metodo-scientifico-univoco/5035/default.aspx
(5 minuti)
L’unità propone un’intervista a Paul Feyerabend (Vienna, 1924 – Ginevra, 1994),
l’epistemologo noto per la sua critica radicale ai fondamenti della moderna scienza occidentale,
alla sua pretesa di disporre di un metodo unico e di incarnare un modello superiore di Nell’opera: Contro il metodo (1975), Feyerabend
razionalità. Nell’intervista, lo studioso austriaco ribadisce alcuni dei tratti salienti del suo
“anarchismo epistemologico”: una quantità di variabili spurie (psicologiche, culturali,
prende le distanze da tutta la filosofia della
ideologiche, ecc.) compromette l’esistenza di un’aprioristica logica della ricerca scientifica, nel scienza degli inizi del Novecento, sostenendo
cui ambito non ha senso parlare di verità. La verità in campo scientifico non ha un valore
intrinseco ma meramente pratico, perché indica il luogo in cui devono affluire i finanziamenti e che non esiste un modello “unico” di scienza e
concentrarsi gli sforzi dei ricercatori, le cui finalità concrete rispondono a precisi bisogni sociali
come l’emergenza ecologica. In realtà, a partire dal celeberrimo saggio Contro il metodo (1975),
di metodologia di ricerca scientifica.
il bersaglio polemico di Feyerabend è soprattutto la filosofia della scienza, che “pretende di
rendere semplice quanto di complesso affermano gli scienziati”. Alla visione monolitica che la
tradizione filosofica tende a offrire della scienza egli contrappone una concezione pluralistica
che riconosce l’esistenza di una miriade eterogenea di discipline scientifiche e, al contempo,
svuota di senso il supposto antagonismo tra episteme e mito. A molte scienze – conclude
l’epistemologo – “non farebbe male un pizzico di poesia”
Scienza è libertà. Non esiste un metodo unico
Esistono molteplici regole-standard, all’interno di una storia caotica, inventiva, fatta di errori
e persino di vicende anomale e divertenti, che fanno della storia della scienza un’avventura
del pensiero.

Le regole di un metodo, di qualsivoglia metodo, dinanzi al momento inventivo della scienza,


devono talvolta essere abbandonate e violate.

Il progresso stesso nella storia della scienza, spesso avviene grazie alla rottura delle regole
e senza un ordine razionale precostituito.
Una teoria può essere solo più efficace, non più vera delle altre.

Per il progresso della conoscenza qualsiasi cosa possa “funzionare”, anche con gli esiti più
imprevedibili, “va bene” (anything goes).

Famoso è lo slogan: «Tutto fa brodo» con cui Feyerabend intende riconoscere una
conoscenza che attinge alle infinite possibilità e modalità plurime del conoscere stesso:
«“Tutto fa brodo” vuol dire solo “non ponete limiti alla vostra immaginazione” perché
un’idea molto balzana può portare a un risultato sorprendente».
Dissolvimento della filosofia della scienza dal neopositivismo a Popper

• Perché la scienza sia possibile bisogna quindi lasciarla


assolutamente libera di essere ciò che di volta in volta vuole
essere.
• La libertà non va teorizzata, quanto piuttosto vanno effettuate
azioni, che determinino condizioni reali di libertà (pratica di
libertà).
• Emerge una radicale critica agli atteggiamenti scientisti di quella
filosofia della scienza che segue un solo metodo e propone una
concezione della realtà unica e valida in quanto “oggettiva”.
• Non esiste una scienza con la “S” maiuscola e di conseguenza
neanche una filosofia della scienza unica o una verità definitiva.
• Il sapere scientifico non è privilegiato, né separato dalle altre
forme di sapere, con le quali è interrelato.
Feyerabend e Kuhn
Il principio della tenacia — di cui parlano Kuhn e Làkatos — viene sostenuto
anche da Feyerabend, a scapito del falsificazionismo di Popper: nessuna teoria
scientifica è in grado di spiegare tutti i fatti che si propone di spiegare e non
viene abbandonata alla prima difficoltà.

L’anarchismo metodologico implica l’incommensurabilità delle teorie tra loro


(cfr. Kuhn), la varianza continua del significato dei concetti scientifici (per es., il
concetto di “massa” assume significati differenti a seconda si parli della teoria
newtoniana o di quella einsteiniana), la libera proliferazione di teorie
alternative, dove l’unico criterio di scelta è di tipo pragmatico.
Caratteri generali dell’epistemologia post-neopositivistica

Tra i fautori: Kuhn, Làkatos, Feyerabend ecc.


Posizioni critiche nei cfr. del neopositivismo logico e talvolta anche nei cfr. di Popper (si parla anche di
epistemologia post-popperiana), riassumibili per punti come segue:
• Esperienza e teoria sono inestricabilmente intrecciati tra loro, poiché i “fatti” sono dati solo entro una cornice di
riferimento teorico (anti-fattualismo o anti-empirismo). Non solo si abbandonano le teorie, ma talvolta vengono
abbandonate anche le osservazioni, quando non trovano spazio entro un quadro concettuale o teorico di
riferimento. Il vero confronto non è tra teorie e osservazioni, ma tra teorie in competizione che cercano di
descrivere la realtà (Lakatos).
• Nella comprensione in concreto della scienza, maggior importanza viene data alla conoscenza del suo sviluppo
storico. Viene criticato l’approccio puramente formale volto a scoprire una presunta “logica della scienza”
(Lakatos: «la filosofia della scienza senza la storia della scienza è vuota»).
• In particolare, nella storia della scienza, andranno sottolineati i momenti di rottura epistemologica, ossia
l’alternanza tra momenti di “scienza normale” e crisi, rivoluzioni, in cui si assiste a veri e propri cambiamenti di
“paradigma” (Kuhn).
• La considerazione che la storia della scienza non è un percorso lineare e continuo, ma procede anche per rotture
e salti bruschi, porta dall’idea di progresso scientifico (inteso come un incremento continuo delle conoscenze) a
quella dell’incommensurabilità delle teorie (Kuhn, Feyerabend).
• Occorre considerare non solo la “storia interna” della scienza, ma anche il condizionamento dei fattori
extrascientifici (sociali, pratici, metafisici, culturali ecc.) sull’attività scientifica.
• Si tende sempre più a valutare la scienza non tanto per la sua “verità”, ma per la sua “efficacia”
(relativismo-pragmatico). Ciò comporta anche l’idea della pluralità dei saperi e delle scienze.
Tramonta la pretesa del riduzionismo (vedi il fisicalismo di Neurath), che pensava di ridurre la
pluralità dei linguaggi delle scienze al linguaggio unico della fisica.
• Tramonta il mito della Ragione e del primato della scienza come forma privilegiata di conoscenza.
• Si assiste al dissolvimento delle domande dell’epistemologia classica (cos’è la scienza? cos’è il
metodo? esistono criteri per valutarne il progresso? ecc.) con la conseguente crisi di un concetto
univoco di scienza e di metodo. Contro questi esiti relativistici, insorge il realismo popperiano, che
ritiene che la scienza progredisca se non altro per il fatto di produrre descrizioni sempre più
verosimili, ossia vicine alla verità, intesa come ideale di conoscenza esaustiva.
• Si attenua la polemica antimetafisica del neopositivismo logico. Viene riconosciuta la funzione
positiva delle metafisiche nella scienza (ideali regolativi della ragione scientifica per Popper). In ogni
paradigma scientifico vi sono elementi metafisici o quasi metafisici (Kuhn). Lo sfondo metafisico
influenza la scienza di un’epoca (Koyré), offrendo alla ricerca scientifica «modelli di attesa
fondamentali» (Toulmin).
• Occorre considerare anche il ruolo dell’immaginazione nel contesto della scoperta scientifica
(Bachelard).
Ancora sulla questione del realismo nella conoscenza
scientifica
Il rapporto tra fatti e teorie emersi nell’epistemologia post-positivista

Il primato della teoria sulle osservazioni, mostra come i “fatti” con


cui la scienza si confronta siano intrisi di teoria più di quanto non si
voglia ammettere (i fatti si direbbero quasi prodotti dalla teoria). Per
cui, la conoscenza scientifica è “condizionata”, è tutt’altro che
“invariante” e “oggettiva” rispetto all’intero contesto extrascientifico
su cui insiste.

L’idea ha implicazioni anche nella vita civile, in quanto la scienza è


una forma di sapere calata nella realtà sociale. Il suo contributo alla
ricerca di una pretesa verità “oggettiva” va valutato nei termini del
contributo che tale ricerca può dare allo sviluppo etico e sociale
dell’umanità.
Il realismo interno di H. Putnam (1)
A partire dalla metà degli anni Settanta
– in particolare dall’ultima parte di
Meaning and the Moral Sciences
(1978), e ancor più da Models and
Reality (1977) e Reason, Truth and
History (1981) – Putnam gradualmente
abbandona il realismo scientifico (si
veda Alai 1989a, cap. I), che, come
dicevamo, ora chiama “metafisico”, e
abbraccia una posizione più pragmatica
che lui stesso definisce realismo interno
(successivamente chiamato anche
realismo pragmatico, o dal volto
umano)
Il realismo interno di H. Putnam (2)
• Il mondo, la sua descrizione, non esiste più indipendentemente dalla mente, ma “esiste” solo
attraverso gli strumenti che usiamo per conoscerlo, quindi il punto di vista non è più “esterno”, ma è
“interno” alle nostre teorie.
• Ogni domanda sul mondo (quale, ad esempio: “Di quali oggetti esso consiste?”), ha senso all’interno e
dal punto di vista di un certo apparato concettuale teorico. L’ontologia, l’insieme degli oggetti che noi
riconosciamo come esistenti, viene ad essere determinata in base a una teoria che noi assumiamo
sulla costituzione del mondo (per es. , l’elettrone non esiste più necessariamente “in sé” ma in quanto
è contemplato da una teoria fisica che ci permette anche solo di parlarne).
• L’idea di un mondo “in sé” composto da determinati oggetti viene meno poiché siamo noi uomini a
dividerlo in oggetti, relazioni, proprietà, ecc., in base ai nostri scopi e valori. Il mondo, anche se può
essere causalmente indipendente dalla mente umana, non lo è ontologicamente, in quanto la sua
struttura (la sua divisione in generi, individui, categorie) viene a essere funzione degli schemi
concettuali umani. È un po’ l’idea kantiana della dipendenza della conoscenza del mondo dalle nostre
categorie del pensiero.
• Tale realismo rinuncia a qualsiasi impegno nei confronti di oggetti indipendenti dalla mente e
“relativizza l’ontologia a schemi concettuali”, quindi concetti quali verità, riferimento, sono interni al
quadro teorico (cioè alla “versione” che assumiamo del mondo, come Putnam la chiama in The Many
Faces of Realism) che noi di volta in volta usiamo per servire le nostre finalità contingenti. Non vi è più,
quindi, una verità che, come nel realismo metafisico, è indipendente dalle facoltà conoscitive umane.
Esistono sempre diverse descrizioni della stessa realtà
Di una medesima stanza, un fisico e un arredatore daranno descrizioni differenti
ma entrambe saranno descrizioni di come essa è realmente, sebbene viste da
prospettive differenti e dettate da interessi e pratiche differenti.
Per esempio, possiamo dire che è costituito da mattoni e cemento, oppure da
campi e particelle, ma tali descrizioni non sono riducibili l’una all’altra, e nessuna
di esse, anche se appartenesse alla teoria scientifica più avanzata, è la
descrizione del mondo. Piuttosto, entrambe le descrizioni parlano delle stesse
cose.
Da ciò ne consegue un realismo è indebolito, ma un importante elemento di
oggettività rimane, ossia dove si postula che le nostre interpretazioni poggiano
su un sostrato di fatti indipendenti: «Noi possiamo e dobbiamo insistere nel dire
che ci sono alcuni fatti, non costituiti da noi, da scoprire” (H. Putnam, Mente,
linguaggio e realtà, 1987).
Quindi non basta la coerenza interna alle nostre teorie: esse devono anche
“rispondere” all’esperienza. Nel contempo, però, si devono anche ammettere più
descrizioni vere del mondo, nel senso che non solo tali descrizioni sono
formulazioni linguistiche differenti, ma anche nel senso che gli oggetti che esse
descrivono sono diversi poiché sono proprio tali formulazioni a specificare i
“fatti” di cui si sta parlando. Insomma, possiamo dire che ci sono fatti da scoprire
«solo dopo aver adottato un modo di parlare, un linguaggio, uno ‘schema
concettuale’. Parlare di ‘fatti’ senza aver specificato in quale linguaggio stiamo
parlando è parlare di nulla» (ibid.).
Realismo interno non significa relativismo irresponsabile
• Il risvolto fondamentale del realismo interno è il relativismo concettuale, il che vuol dire che c’è sì un mondo là fuori (e
quindi c’è compatibilità col realismo), ma tale mondo non è “bell’e pronto”: è invece un mondo dell’uomo, il cui
accostamento al concetto di verità non è appunto più metafisico (non c’è più la ricerca di una “teoria vera”), ma
gnoseologico, senza comunque cadere nell’empirismo. C’è il mondo, ma è solo l’uomo che può rappresentarlo.

• Ma anche se nessuna delle nostre descrizioni può essere scientificamente dimostrata come l’unica e vera descrizione del
mondo, questo non fa sfociare in un radicale “relativismo irresponsabile”, in quanto non tutte le descrizioni sono corrette,
e quelle corrette non sono determinate soggettivamente: “Ciò che diciamo del mondo riflette le nostre scelte concettuali
e i nostri interessi, ma la sua verità o falsità non è determinata semplicemente dalle nostre scelte concettuali e dai nostri
interessi” (Putnam Il pragmatismo: una questione aperta, 1992) (vedi appendice)

Relativismo concettuale sostenuto da Putnam Relativismo irresponsabile


Che senso ha la conoscenza scientifica?
Husserl e la crisi (di senso) delle scienze contemporanee
Nella Crisi delle scienze europee (1936), E. Husserl sostiene che la crisi e la perdita
di senso dell’intera civiltà occidentale inizia nel momento in cui essa perde di vista
il «mondo della vita» (Lebenswelt), sostituendone il senso e la sostanza con i vuoti
formalismi delle astrazioni matematiche e le oggettivanti descrizioni della realtà
attraverso le procedure e gli schemi concettuali del metodo scientifico
(«sostruzione»).

All'origine di tutto ciò vi sarebbe la matematizzazione della natura operata da


Galileo, ossia l'utilizzo, l'applicazione delle matematiche allo studio della natura:
«dalla celebre dottrina galileiana della mera soggettività delle qualità
specificatamente sensibili» deriva «la dottrina della soggettività di tutti i fenomeni
concreti della natura».
La natura viene analizzata solo sotto il profilo matematico - e quindi solo come
realtà quantitativa, mentre le qualità sensibili tendono sempre più a perdere di
valore. Ciò condanna alla dimenticanza i problemi del senso o del non senso
dell'esistenza umana nel suo complesso, da sempre affrontati nella metafisica, e il
mondo si spacca in due: natura e mondo psichico, ove però, quest'ultimo, finisce
per dipendere dal primo. Anceh Cartesio prese le mosse da qui con la sua celebre
distinzione res cogitans/res extensa.
Wittgenstein. Il problem solving della scienza non risponde a
tutte le domande dell’esistenza
La crisi delle scienze occidentali non indica una perdita della loro
efficacia; anzi il potere predittivo e manipolatorio della
tecnoscienza aumenta sempre più. Si tratta piuttosto di crisi di
senso. In altre parole, la scienza non risponde ai problemi di
senso dell’esistenza umana.

«Noi sentiamo che anche una volta che tutte le possibili


domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi
vitali non sono ancora neppure toccati. Certo allora non resta
più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta»
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus 6.52)
La conoscenza della conoscenza.
Considerazioni filosofiche sulla scienza e sulla conoscenza più in generale

• Cosa gli scienziati pensano della scienza (e della filosofia della


scienza). Einstein filosofo e scienziato
• E. Morin e il paradigma della complessità
• G. Bachelard (oltre la «filosofia dei filosofi»)
• M. Serres (pensare è inventare)
Einstein e i limiti della filosofia della scienza
«Non appena l’epistemologo, nella sua ricerca di un sistema chiaro, riesce ad aprirsi
la via verso di esso, è portato a interpretare il contenuto di pensiero della scienza
secondo il suo sistema, e a rifiutare tutto ciò che al suo sistema non si adatta. Lo
scienziato, però, non può spingere fino a questo punto la sua esigenza di una
sistematica epistemologica; ma le condizioni esterne, che per lui sono date dai fatti
dell’esperienza, non gli permettono di accettare condizioni troppo restrittive, nella
costruzione del suo mondo concettuale, in base all’autorità di un sistema
epistemologico. È inevitabile, quindi, che appaia all’epistemologo sistematico come
una specie di opportunista senza scrupoli: che egli appaia come realista, poiché
cerca di descrivere il mondo indipendentemente dagli atti della percezione; come
un idealista, poiché considera i concetti e le teorie come libere invenzioni dello
spirito umano (non deducibili logicamente dal dato empirico); come un positivista,
poiché ritiene che i suoi concetti e le sue teorie siano giustificati soltanto nella
misura in cui forniscono una rappresentazione logica delle relazioni tra esperienze
sensoriali. Può addirittura sembrargli un platonico o un pitagorico, in quanto
considera il criterio di semplicità logica come strumento indispensabile ed efficace
della sua ricerca»

(A. Einstein, “Replica alle osservazioni di vari autori”, in P.A. Schlipp (ed.), Albert
Einstein scienziato-filosofo (1949), Bollati Boringhieri, Torino 1958, pp. 609-35, p.
630.
Einstein e Hadamard. Il processo creativo nella scoperta scientifica
«Non mi sembra che le parole o il linguaggio, scritto o
parlato, abbiano alcun ruolo nel meccanismo del mio
pensiero. Le entità psichiche che sembrano servire da
elementi del pensiero sono piuttosto alcuni segni e
immagini più o meno chiare che possono essere riprodotti e
combinati “volontariamente”. Ovviamente, sussiste una
A. Einstein relazione di un qualche tipo tra questi elementi e i concetti
logici pertinenti. È anche chiaro come alla base del gioco
piuttosto vago di tali elementi si trovi il desiderio di arrivare
infine a concetti logicamente connessi tra di loro. Ma da un
punto di vista psicologico, questo gioco combinatorio
sembra essere il tratto caratteristico del pensiero produttivo
J.S. Hadamard
— prima che ci sia alcuna connessione con la costruzione
«Sarebbe utile per la ricerca logica in parole o in altri segni che si possano comunicare
ad altri. Gli elementi sopra menzionati sono, nel mio caso,
psicologica sapere di quali immagini di tipo visivo, e a volte muscolare. Bisogna cercare
interne o mentali, di quale genere di laboriosamente le parole convenzionali e gli altri segni solo
parole interne, facciano uso i in uno stadio secondario, dopo che il già citato gioco di
associazioni si sia stabilizzato a sufficienza e possa essere
matematici e se queste siano motorie, riprodotto a volontà. In accordo con quanto detto, il gioco
auditive, visive, miste, a seconda con questi elementi è indirizzato al fine di essere analogo a
dell’argomento studiato» certe connessioni logiche che si stanno ricercando.[…].
Nello stadio in cui intervengono le parole esse sono, nel mio
caso, puramente auditive, ma interferiscono solo in uno
stadio secondario, come già detto»
Conoscere la conoscenza. Il paradigma della complessità
del reale
Piuttosto che dare una definizione di complessità del reale, E. Morin (1990)
preferisce indicare una serie di percorsi che conducono ad essa come nuovo
paradigma per conoscere la conoscenza:
-irriducibilità del caso o del disordine
-inclusione di singolarità, località e temporalità
-relazioni di interdipendenza tra parti del sistema
-complementarità tra ordine, disordine e organizzazione
-inclusione dell’osservatore nell’osservazione.
Morin mette in evidenza una serie di principi, indicati come strumenti per un
approccio epistemologico adeguato, una volta che si sia riconosciuta la complessità
del reale. I tre principi sono:
il principio dialogico, il principio ricorsivo e il principio ologrammatico.
Principio dialogico, ricorsivo e ologrammatico
Il principio dialogico è in qualche misura affine a quello che viene comunemente
inteso come dialettico, in quanto momento di sintesi tra opposti.

Il principio ricorsivo è quello che troviamo operante nei sistemi che con circolarità
causale determinano i processi della propria stessa produzione.

Il principio ologrammatico è quello che troviamo laddove l’insieme è composto di


parti le quali a loro volta contengono informazione relativa all’insieme nella sua
interezza. Propriamente, un ologramma è la registrazione di un’immagine
tridimensionale basata sulla luce laser; la caratteristica che conduce Morin ad
utilizzarlo in chiave analogica è quella per la quale l’informazione relativa
all’immagine è diffusa su tutta la lastra olografica, facendo sì che anche partendo
da un pezzo della lastra stessa sia possibile ottenere (con perdita di risoluzione)
l’immagine di partenza.
Ogni teoria della complessità deve includere il teorizzatore
nella teoria stessa
«[…] qualunque sia la teoria, e di qualunque cosa tratti, essa deve rendere conto di
ciò che rende possibile la produzione della teoria stessa. Se in ogni modo non è in
grado di rendere conto di ciò, deve pur sapere che il problema rimane posto» (E.
Morin, Le vie della complessità)

Anche in cosmologia assistiamo al «principio antropico» per il quale la teoria della


formazione dell’universo deve render conto della coscienza umana e dell’emergere
della vita stessa.

È chiaro che le indicazioni epistemologiche di Morin vanno intese come guida alla
costruzione di un punto di vista adeguato alla complessità del reale, un punto di
vista che superi il tradizionale riduzionismo e la linearità dei rapporti causa-effetto,
in favore di una visione olistica di tipo circolare.
G. Bachelard. L’ostacolo epistemologico: la filosofia e la scienza
«Quando si ricercano le condizioni psicologiche del progresso scientifico, si giunge ben
presto alla convinzione che dobbiamo porre il problema della conoscenza scientifica in
termini di ostacoli. […]
E’ qui che mostreremo cause di stagnazione e persino di regressione della scienza, è qui che
scopriremo quelle cause d’inerzia che chiameremo ostacoli epistemologici. La conoscenza
del reale è una luce che proietta sempre da qualche parte delle ombre. Essa non è mai
immediata e piena. Le rivelazioni del reale sono sempre ricorrenti. Il reale non è mai “ciò
che si potrebbe credere” ma è ciò che si sarebbe dovuto pensare. […] Di fronte al reale, ciò
che si crede di sapere chiaramente offusca ciò che si dovrebbe sapere. Quando si presenta
alla cultura scientifica, lo spirito non è mai giovane. E’ anzi molto vecchio, perché ha l’età
dei suoi pregiudizi. Accedere alla scienza vuol dire, spiritualmente, ringiovanire, vuol dire
accettare una brusca mutazione che deve contraddire il passato.
[…] Un ostacolo epistemologico s’incrosta sulla conoscenza non problematizzata. Abitudini
intellettuali che furono utili e sane possono, alla lunga, ostacolare la ricerca.
[…] Un epistemologo irriverente diceva [...] che i grandi uomini sono utili alla scienza nella
prima metà della loro vita, nocivi nella seconda metà. [...] Viene un momento in cui lo spirito
ama più ciò che conferma il proprio sapere a ciò che lo contraddice, più le risposte che le
domande. Allora l’istinto conservativo domina e la crescita spirituale si ferma»
(G. Bachelard, La formation de l’esprit scientifique, 1938)
«La scienza non ha la filosofia che si merita» (G. Bachelard)

• Contro la filosofia dei filosofi e per un


nuovo dialogo tra filosofia e scienza
• La filosofia del non
• L’ostacolo epistemologico e le rotture
epistemologiche
• Il nuovo spirito scientifico e il ruolo
dell’immaginazione
M. Serres. Pensare è inventare.
La filosofia apre con il suo domandare eccedente lo spazio della
scienza e di ogni pratica conoscitiva
«La filosofia è un’anticipazione dei pensieri e delle pratiche
future. Altrimenti, si riduce al commento, cioè ad una sotto-
sezione della storia, e neanche della migliore. Oppure ad una
sotto-sezione della linguistica e della logica, e neanche delle
migliori. Non solamente essa deve inventare, ma inventa il
suolo comune alle invenzioni future. Ha la funzione d’inventare
le condizioni dell’invenzione»
(M. Serres)
Michel Serres: "Cari filosofi, fermate i danni dell'ipertrofia
tecnologica"
http://www.repubblica.it/cultura/2015/04/18/news/michel_serres_car
i_filosofi_fermate_i_danni_dell_ipertrofia_tecnologica_-112269911/ «È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è
Pensare è anticipare! La filosofia di Michel Serres un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle
(Alfabeta2)
https://www.alfabeta2.it/2017/10/07/speciale-pensare-
cose per mezzo di una persona che sogna»
anticipare-la-filosofia-michel-serres/
(G. Bachelard)
Doppio zero. Sei domande a Michel Serres
http://www.doppiozero.com/materiali/sei-domande-
michel-serres
Sitografia consigliata
(excursus generali di filosofia della scienza)
Breve introduzione alla filosofia della scienza (R. Festa)
https://www.dropbox.com/s/40aq5ajmx467673/Festa%20-%20Breve%20intro%20alla%20FdS%202016-17.pdf?dl=0

Corso di filosofia della scienza (M. Pelillo)


http://www.dsi.unive.it/~pelillo/Didattica/Storia%20e%20filosofia%20della%20scienza/Slide/10%20-
%20La%20filosofia%20della%20scienza%20nel%20XX%20secolo.pdf

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Appendice
Pagine scelte
Heisenberg e Putnam sul problema del realismo e del rapporto tra teorie e fatti

E. Severino, Dalla Filosofia antica alla scienza moderna. La volontà di dominio

M. Heidegger, La questione della tecnica


Evoluzione delle idee filosofiche dopo Descartes in riferimento alla nuova
situazione determinatasi in seguito alla teoria dei quanta

di W. Heisenberg (tratto da Filosofia e scienza, 1958)


Sulla teoria della verità come
corrispondenza

di H. Putnam (tratto da Ragione, verità e storia, 1981


E. Severino, Dalla filosofia antica alla scienza moderna. La volontà di dominio
Emanuele Severino mette in evidenza che la scienza moderna nasce dalla volontà di dominio sulla natura, accompagnata a proponimenti di tipo morale o
religio.

«La scienza moderna è una critica radicale della filosofia tradizionale, soprattutto di quella aristotelica. Ma non nel senso che la scienza moderna rifiuta in
blocco l'esperienza filosofica del passato, bensí nel senso che opera una critica radicale della fisica del passato, e soprattutto di quella aristotelica, che
all'inizio dell'età moderna si presenta come il culmine della filosofia della natura. È la critica perentoria rivolta dalla nuova scienza alla fisica aristotelica -
ritenuta un cardine fondamentale dell'intero edificio filosofico - a ingenerare la convinzione che tale edificio sia pericolante e vada pertanto costruito da
capo.
Bacone chiama appunto instauratio magna (“grande rinnovamento”) questa ricostruzione [...]. E Galileo vuole solo “accordare qualche canna di questo
grande organo discordato” che è la filosofia, vuole cioè accordare la canna della filosofia della natura, lasciando ad altri il compito di accordare l'intero
organo. E in contrapposizione al vecchio Organon aristotelico (il termine greco órganon significa innanzitutto “strumento”, e órganon venne chiamata la
logica aristotelica: strumento che aiuta a conoscere la verità). Bacone scrive appunto il Novum Organum, di cui però anch'egli tenta di accordare solo
qualche canna, anche se la sua critica al passato ha dimensioni molto piú ampie di quella galileiana e piú dettagliata è la sua ispezione del vecchio,
pericolante edificio della conoscenza.
Bacone afferma che la scienza è potenza, capacità di dominio sulla natura. Il valore della scienza è la capacità di instaurare il regnum hominis nel mondo.
La Terra, afferma Galilei, “noi cerchiamo di nobilitarla e perfezionarla”: anche per lui la scienza non è semplice contemplazione, ma dominio, potenza.
(Che poi la scienza “nobiliti” e “perfezioni” la terra è un proponimento e un giudizio morale o religioso, non è un giudizio scientifico). L'esperimento,
riproducendo realmente le condizioni di isolamento di un certo fenomeno, è già una forma di dominio della natura e, scoprendo la legge secondo cui il
fenomeno si realizza (la legge che lo unisce a un altro fenomeno), mette l'uomo in grado di dominare metodicamente la natura.
Ma la scienza, proponendosi il dominio metodico della realtà naturale, continua a intendere in modo realistico il rapporto fra tale realtà e la conoscenza
scientifica: la realtà vera e propria esiste indipendentemente dalla conoscenza umana, è esterna alla mente dell'uomo ed è per altro conoscibile dall'uomo -
anche se, per Galilei e per poi tutta la scienza moderna, è solo la conoscenza matematica in grado di cogliere quella struttura quantitativa che costituisce
la realtà vera e propria».
Vedi anche
I fondamenti del sapere scientifico e le sue contraddizioni
(E. Severino, La filosofia moderna, Rizzoli, Milano, 1984, pagg. 31-33) http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_04/emanuele-severino-contraddirsi-
meglio-di-no-715d60f0-e225-11e5-b31b-034bb632a08d.shtml

Dialogo intorno alle scienze del XXI secolo (Severino, Rovelli, Salvati, Provasi)
Video Durata 2,30h
https://www.youtube.com/watch?v=-D2f3KXaTiQ
M. Heidegger, La questione della tecnica (1953)

Sitografia consigliata

http://www.culturedigitali.org/heidegger-gestell-questione-tecnica/
https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=1268
https://costruttiva-mente.blogspot.it/2015/01/sulla-questione-della-tecnica-in-m.html
http://www.discorsivo.it/magazine/2012/09/17/heidegger-e-la-tecnica-come-svelamento/
http://digilander.libero.it/moses/heidegger11.html
https://www.nuovadidattica.net/archivio/attivita/creazioni/lorienteoccidente/capitolo2/heidegger%20-%20parziale1.htm
«Tutti conoscono le due risposte che si danno alla nostra domanda. La prima dice: la tecnica è un mezzo in vista dei fini. L'altra dice: la tecnica è un'attività dell'uomo. Queste due definizioni della
tecnica sono connesse. Proporsi degli scopi e apprestare e usare i mezzi in vista di essi, infatti, è un'attività dell'uomo. All'essenza della tecnica appartiene l'apprestare e usare mezzi, apparecchi e
macchine, e vi appartengono anche questi apparati e strumenti stessi, come pure i bisogni e i fini a cui essi servono. La totalità di questi dispositivi è la tecnica. Essa stessa è un dispositivo, o in
latino, un instrumentum.

La rappresentazione comune della tecnica, per cui essa è un mezzo e un'attività dell'uomo, può perciò denominarsi la definizione strumentale e antropologica della tecnica.

Chi vorrà negare che sia esatta? Essa si conforma chiaramente a ciò che si ha davanti gli occhi quando si parla di tecnica. La definizione strumentale di tecnica è così straordinariamente esatta che
vale anche per la tecnica moderna, la quale peraltro viene generalmente considerata, e con una certa ragione, qualcosa di completamente diverso dalla tecnica artigianale del passato. Anche una
centrale elettrica, con le sue turbine ed i suoi generatori, è un mezzo apprestato dall'uomo per uno scopo posto dall'uomo. […]

Ma nell'ipotesi che la tecnica non sia un puro mezzo che ne sarà della volontà di dominarla? […] Fino a che non ci dedicheremo a questi problemi, la causalità, e con essa la strumentalità, e insieme
con questa la definizione corrente della tecnica, resteranno qualcosa di oscuro e non-fondato.

[Le cause. ] L'argento è ciò di cui il calice è fatto. In quanto materia di esso, è corresponsabile del calice. Questo deve all'argento ciò in cui consiste. Ma l'oggetto sacrificale non rimane debitore solo
dell'argento. In quanto calice, ciò che è debitore dell'argento appare nell'aspetto di calice e non di fibbia o di anello. L'oggetto sacrificale è quindi anche debitore dell'aspetto di calice. L'argento, in
cui l'aspetto di calice è fatto entrare, e l'aspetto in cui l'argento appare, sono entrambi corresponsabili dell'oggetto sacrificale.

Responsabile di esso rimane però, anzitutto un terzo. Questo è ciò che preliminarmente racchiude il calice nel dominio della consacrazione dell'offerta. Da questo esso è circoscritto come oggetto
sacrificale. Ciò che circoscrive de-finisce la cosa. Ma con tale fine la cosa non cessa, anzi a partire da essa comincia ad essere ciò che sarà dopo la produzione. Ciò che de-finisce e compie, in questo
senso, si chiama in greco telos, termine che troppo spesso si traduce con "fine" o "scopo" travisandone il senso. Il telos risponde di ciò che, come materia e come aspetto, è corresponsabile
dell'oggetto sacrificale.

C'è infine un quarto corresponsabile della presenza e dell'esser disponibile dell'oggetto sacrificale compiuto: è l'orafo, ma non in quanto egli operando, causi il calice compiuto come effetto di un
fare, cioè non in quanto causa efficiens.

La dottrina di Aristotele non conosce né la causa che si indica con un tal nome, né usa un termine greco corrispondente.

L'orafo considera e raccoglie i tre modi menzionati dell'esser-responsabile. Riflettere, considerare, in greco si dice legein, lògos. Questo si fonda sull'hypokeìmenon, il far apparire. L'orafo è
corresponsabile come ciò da cui la produzione e il sussistere del calice sacrificale ricevono la loro prima emergenza e la conservano. I tre modi dell'esser-responsabile menzionati prima devono alla
considerazione dell'orafo il fatto ed il modo del loro apparire ed entrare in gioco nella produzione del calice sacrificale.

Nell'oggetto sacrificale presente e disponibile si dispiegano quindi quattro modi dell'esser responsabile. Sono distinti fra loro e tuttavia connessi. Che cos'è che li tiene preliminarmente uniti? A che
livello si costituisce la connessione dei quattro modi dell'essere responsabile? Donde proviene l'unità delle quattro cause? Che cosa significa, insomma, pensato in modo greco, questo esser
responsabile?

Noi moderni siamo troppo facilmente inclini a intendere l'esser responsabile in senso morale, come una mancanza, oppure a interpretarlo come un operare. In entrambi i casi ci precludiamo la via
a capire il senso originario di ciò che più tardi è stato chiamato causalità. Finché questa via non è aperta, neppure potremo scorgere che cosa sia propriamente la strumentalità che si fonda sulla
causalità.
Per difenderci da tali fraintendimenti dell'esser-responsabile, cerchiamo di chiarire i suoi quattro modi a partire da ciò di cui essi rispondono. Nel nostro esempio, essi rispondono
dell'esser dinanzi a noi e disponibile del calice d'argento come oggetto sacrificale. L'esser dinnanzi a noi e l'esser disponibile caratterizzano la presenza di una cosa-presente. I quattro
modi dell'esser-responsabile portano qualcosa all'apparire. Fanno sì che questo qualcosa si avanzi nella presenza. Essi lo liberano per questo suo avanzare, cioè per il suo compiuto
avvento. L'esser responsabile ha il carattere fondamentale di questo lasciar-avanzare nell'avvento. Nel senso di questo lasciar avanzare l'esser-responsabile è il far avvenire. Sulla base
del senso che i greci annettevano all'esser-responsabile, alla aitia, noi diamo ora all'espressione far-avvenire un significato più ampio, in modo che esso indichi l'essenza della causalità
nel senso greco. Il significato comune e ristretto del termine "cagionare" esprime invece solo qualcosa come una spinta od un impulso iniziale, e indica una specie secondaria di causa
nell'insieme di causalità.
In che ambito si dispiega la connessione dei quattro modi del far-avvenire? Essi fanno avvenire nella presenza ciò che non è ancora presente. Essi sono dunque tutti egualmente
dominati da un portare, quello che porta ciò che è presente all'apparire. Che cosa sia questo portare, ce lo dice Platone in un passo del Simposio: "Ogni far-avvenire di ciò che -
qualunque cosa sia - dalla non presenza passa e si avanza nella presenza è pro-duzione.
[Disvelatezza.] Pro-duzione si da solo in quanto un nascosto viene nella disvelatezza […] Ma dove siamo andati a perderci? Il nostro problema è quello della tecnica, e ora siamo arrivati
all' aletheia, al disvelamento. Che ha da fare l'essenza della tecnica con il disvelamento? Rispondiamo: tutto […] Se poniamo con ordine il problema di che cosa sia veramente la tecnica
concepita come mezzo, arriviamo passo a passo al disvelamento. In esso si fonda la possibilità di ogni azione producente.
La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento Se facciamo attenzione a questo fatto, ci si apre davanti un ambito completamente diverso
per l’essenza della tecnica. E’ l’ambito del disvelamento, cioè la verità. […]
Che cos'è la tecnica moderna? Anch'essa è disvelamento. Solo quando fermiamo il nostro sguardo su questo tratto fondamentale ci si manifesta quel che vi è di nuovo nella tecnica
moderna.
Il disvelamento che governa la tecnica moderna, tuttavia, non si dispiega in un pro-durre nel senso della poiesis. Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione la
quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata. Ma questo non vale anche per l’antico mulino a vento? No. Le sue ali girano sì
spinte dal vento, e rimangono dipendenti da suo soffio. Ma il mulino a vento non ci mette a disposizione le energie delle sue correnti aree perché le accumuliamo. […]

All’opposto, una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali.
In modo diverso appare il terreno che un contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare. […] L’agricoltura è diventata industria meccanizzata
dell’alimentazione.
La centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra. Qui è il fiume, invece, che è incorporato nella costruzione della
centrale. Esso è ciò che ora, come fiume, è, cioè produttore di forza idrica, in base all’essere della centrale. […]
Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del ‘richiedere’ nel senso della pro-vocazione. […La provocazione è un ] promuove in quanto apre e mette
fuori. Questo promuovere, tuttavia, rimane fin da principio orientato a promuovere, cioè a spingere avanti, qualcosa d'altro verso la massima utilizzazione ed il minimo costo. Il carbone
estratto nel bacino carbonifero non è richiesto solo affinché sia in generale e da qualche parte disponibile. Esso è immagazzinato, cioè "messo a posto" in vista dell'impiego del calore
solare in esso accumulato. Quest'ultimo viene provocato a riscaldare, e il riscaldamento prodotto è impiegato per fornire vapore la cui pressione muove il meccanismo mediante il quale
una fabbrica resta in attività.
[Il fondo.] La parola "fondo" prende qui il significato di un termine-chiave. Esso caratterizza nientemeno che il modo in cui è presente tutto ciò che ha rapporto al disvelamento pro-
vocante. Ciò che sta nel senso del "fondo", non ci sta più di fronte come oggetto.
[…]
Eppure un aereo da trasporto che sta sulla sua pista di decollo è ben un oggetto. Sicuro. Possiamo rappresentarci la macchina in questi termini. Ma in tal caso essa si nasconde nel che
cosa e nel come del suo essere. Si disvela, sulla sua pista, solo in quanto "fondo", nella misura in cui è impiegata per assicurare la possibilità del trasporto. In vista di ciò bisogna che essa,
in tutta la sua struttura, in ognuna delle sue parti costitutive, sia pronta all'impiego, cioè pronta a partire. (Qui sarebbe il luogo di discutere la definizione hegeliana della macchina come
strumento indipendente.) Confrontata con lo strumento del lavoro artigianale, questa caratterizzazione è giusta. Solo che, appunto, la macchina viene in tal modo pensata in base
all'essenza della tecnica, alla quale invece appartiene. Vista dal punto di vista del "fondo", la macchina è il puro e semplice contrario dell'indipendenza; essa ha infatti la sua posizione
solo in base all'impiego dell'impiegabile.
Il fatto che, in questo nostro sforzo di mostrare la tecnica moderna come disvelamento pro-vocante, si facciano avanti termini come "richiedere", "impiegare", "fondo", e si accumulino
in un modo scarno, uniforme e perciò anche noioso - tutto questo ha la sua ragion d'essere in ciò che qui viene in questione.
Chi compie il richiedere provocante mediante il quale ciò che si chiama il reale viene disvelato come "fondo"? Evidentemente l'uomo. In che misura egli è capace di un tale
disvelamento? L'uomo può bensì rappresentarsi questa o quella cosa in un modo o in un altro, e così pure in vari modi foggiarla e operare con essa. Ma nella disvelatezza entro la quale
di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l'uomo non ha alcun potere. Il fatto che a partire da Platone il reale si mostri alla luce di idee non è qualcosa che sia stato prodotto da
Platone. Il pensatore ha solo risposto a ciò che gli ha parlato.
Solo nella misura in cui l'uomo è già, da parte sua, pro-vocato a mettere allo scoperto le energie della natura, questo disvelamento impiegante può verificarsi. Se però l'uomo è in tal
modo pro-vocato e impiegato, non farà parte anche lui, in modo ancora più originario che la natura, del "fondo"? Il parlare comune di "materiale umano", di "contingente di malati" di
una clinica, lo fa pensare. La guardia forestale che nel bosco misura il legname degli alberi abbattuti e che apparentemente segue nello stesso modo di suo nonno gli stessi sentieri è oggi
impiegata dall'industria del legname, che lo sappia o no. […]
[L’uomo] non diventa mai puro ‘fondo.’ […]
Nell'imposizione accade la disvelatezza conformemente alla quale il lavoro della tecnica moderna disvela il reale come "fondo". Essa non è dunque soltanto un'attività dell'uomo, né un
puro e semplice mezzo all'interno di tale attività. La concezione puramente strumentale, puramente antropologica, della tecnica, diventa caduca nel suo principio; né si può completarla
mediante la semplice aggiunta di una spiegazione religiosa o metafisica.
Resta vero, comunque che l'uomo dell'età della tecnica è pro-vocato al disvelamento in un modo particolarmente rilevante. Tale disvelamento concerne anzitutto la natura come
principale deposito di riserve di energia. […]
Il destino del disvelamento è in sé stesso non un pericolo qualunque, ma il pericolo. […] L'uomo cammina sull’orlo estremo del precipizio, cioè là dove egli stesso può essere preso solo
più come un 'fondo'. E tuttavia proprio quando è sotto questa minaccia l'uomo si veste orgogliosamente della figura di signore della terra. Così si viene diffondendo l'apparenza che tutto
ciò che si incontra sussista solo in quanto è un prodotto dell'uomo. Questa apparenza fa maturare un'ultima ingannevole illusione. E' l'illusione per la quale sembra che l'uomo,
dovunque, non incontri più altri che sé stesso. […]
Ma dove c’è il pericolo, cresce
Anche ciò che salva (Hölderlin)
[…] Così - contrariamente a ogni nostra aspettativa - ciò che costituisce l'essere della tecnica alberga in sé il possibile sorgere di ciò che salva.
Per questo, ciò che importa è che noi meditiamo su questo sorgere e lo custodiamo rimemorandolo. In che modo? Anzitutto, bisogna che cogliamo nella tecnica ciò che ne costituisce
l'essere, invece di restare affascinati semplicemente dalle cose tecniche. Fino a che pensiamo la tecnica come strumento, restiamo anche legati alla volontà di dominarla. E in tal caso,
passiamo semplicemente accanto all'essenza della tecnica.
Se però ci domandiamo come ciò che è strumentale dispiega il suo essere in quanto specie particolare della causalità, allora potremo cogliere questo essere come il destino di un
disvelamento.
Se infine consideriamo che ciò che costituisce l'essere dell'essenza accade in ciò che concede, il quale adopera e salvaguarda l'uomo per farlo partecipare al disvelamento, vediamo che:
L'essenza della tecnica è in alto grado ambigua. Tale ambiguità richiama all'arcano di ogni disvelamento, cioè della verità.
Da un lato, l'imposizione pro-voca a impegnarsi nel furioso movimento dell'impiegare, che impedisce ogni visione dell'evento del disvelare e in tal modo minaccia nel suo fondamento
stesso il rapporto con l'essenza della verità.
D'altro lato, l'im-posizione accade da parte sua in quel concedere il quale fa sì che l'uomo - finora senza rendersene conto, ma forse in modo più consapevole in futuro - duri nel suo
essere l'adoperato-salvaguardato per la custodia dell'essenza della verità. Così appare l'aurora di ciò che salva. […]
[L’arte.] Poiché l'essenza della tecnica non è nulla di tecnico, bisogna che la meditazione essenziale sulla tecnica e il confronto decisivo con essa avvenga in un ambito che da un lato è
affine all'essenza della tecnica e, dall'altro, né è tuttavia fondamentalmente distinto.
Tale ambito è l'arte. S'intende solo quando la meditazione dell'artista, dal canto suo, non si chiude davanti alla costellazione della verità riguardo alla quale noi poniamo la
nostra domanda».

M. Heidegger - La questione della tecnica in Saggi e discorsi - Mursia