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TUBO DI CROOKES E RAGGI CATODICI

L’esistenza degli elettroni fu dimostrata mediante lo studio degli


effetti dell’elettricità sui gas rarefatti.
Se si applica una ddp (dell’ordine di 10.000 V) tra due elettrodi di
un tubo chiuso contenente gas a bassa pressione (tubo di
Crookes), si osserva una scarica luminosa.
Il potenziale elettrico applicato strappa gli elettroni dagli atomi del
gas e fa sì che gli elettroni migrino verso l’anodo (polo
positivo) mentre gli ioni positivi risultanti dalla perdita di elettroni
degli atomi neutri del gas migrano verso il catodo (polo
negativo).
Gli elettroni in movimento verso l’anodo (raggi catodici)
possono essere rivelati osservando i lampi di luce su uno schermo
di solfuro di zinco posto nel tubo.
TUBO DI CROOKES E RAGGI CATODICI
Uno schermo a solfuro di zinco è un esempio di contatore a
scintillazione. Questo è basato sull’emissione di luce da parte di
opportuni materiali attraversati da particelle ionizzanti.
Gli impulsi di luce rappresentano la radiazione di fluorescenza
emessa dagli atomi del materiale nel tornare al loro stato
energetico fondamentale dopo essere stati ionizzati/eccitati dalle
particelle cariche che li attraversano.
MISURA DEL RAPPORTO e/m e MODELLO ATOMICO DI
THOMSON

Se si pone una piastra metallica con una fenditura sottile di fronte


al catodo, si ottiene un fascio collimato di raggi catodici.

J. J. Thomson dimostrò che questo fascio è deviato da campi


elettrici e magnetici in modo tale da indicare che il fascio
medesimo è costituito da particelle aventi carica negativa.

Inoltre, mentre la natura delle particelle positive (raggi anodici)


dipende dal gas usato, i raggi catodici sono gli stessi per
qualunque gas.
MISURA DEL RAPPORTO e/m E MODELLO ATOMICO DI
THOMSON
J. J. Thomson suggerì che i raggi catodici fossero costituiti da
ELETTRONI e nel 1897, misurando la deflessione subita da un
fascio di raggi catodici in presenza di campi elettrici e magnetici,
determinò il rapporto carica/massa (e/m) delle particelle
costituenti i raggi catodici:
e
 1.76  10 8 coulombg-1
m
L’interpretazione in termini corpuscolari dei raggi catodici costituì
la premessa all’elaborazione di un modello meccanico
dell’atomo, che fu proposto da J. J. Thomson nel 1904.
MISURA DEL RAPPORTO e/m E MODELLO ATOMICO DI
THOMSON
MISURA DEL RAPPORTO e/m E MODELLO ATOMICO DI
THOMSON

Secondo il modello di Thomson “gli atomi degli elementi


consistono di un numero di corpuscoli negativamente
elettrizzati racchiusi in una sfera con elettrificazione positiva
uniforme”.

Era questo il famoso modello senza nucleo a cui si riferirono,


nei primi anni del ventesimo secolo, le ricerche teoriche e
sperimentali che miravano ad un chiarimento della struttura
atomica.
LO SPETTROMETRO DI MASSA
Lo spettrometro di massa può essere considerato l’evoluzione
moderna dell’apparecchio con cui J. J. Thomson determinò il
rapporto e/m dell’elettrone.
In uno spettrometro di massa, gli elettroni emessi da
un’opportuna sorgente (un filamento percorso da corrente
elettrica) bombardano il campione gassoso strappandogli
elettroni e producendo quindi ioni positivi. Questi vengono
accelerati da un campo elettrico e fatti passare attraverso
fenditure in modo da formare un fascio di ioni collimato. Questo
fascio di ioni viene prima deviato da un campo elettrico, così da
imprimere traiettorie diverse a ioni dotati di velocità diverse, quindi
inviato a un analizzatore magnetico in cui gli ioni subiscono una
deviazione tanto maggiore quanto minore è la loro massa.
LO SPETTROMETRO DI MASSA

Variando opportunamente il campo elettrico e/o quello


magnetico, è possibile far via via convergere nel rivelatore tutti e
soli gli ioni aventi un ben determinato rapporto e m .
Lo spettrometro di massa consente la misura diretta e assai
precisa delle masse atomiche nonché l’identificazione e la
separazione di isotopi.
Risulta pure di grande utilità in chimica organica in quanto
consente di ricavare informazioni sulla struttura molecolare delle
sostanze dall’analisi delle masse dei frammenti in cui le sostanze
medesime possono essere spezzate dal bombardamento
elettronico che si verifica nello spettrometro.
LO SPETTROMETRO DI MASSA
Schema di spettrometro di massa
LO SPETTROMETRO DI MASSA
LA MISURA DELLA CARICA DELL’ELETTRONE

Nel 1911 Robert Millikan, con un semplice e geniale esperimento,


riuscì a determinare la carica dell’elettrone.
L’esperimento di Millikan consiteva nell’irraggiare con raggi X delle
piccolissime goccioline d’olio spruzzate tra le piastre di un
condensatore.
I raggi X sono in grado di ionizzare l’aria, di strappare cioè elettroni
ai gas costituenti l’aria. Gli elettroni così generati vengono catturati
dalle goccioline d’olio, che acquistano in questo modo una o più
cariche negative.
Millikan misurò dapprima la velocità di caduta della gocciolina
carica in assenza di campo elettrico tra le piastre del
condensatore.
LA MISURA DELLA CARICA DELL’ELETTRONE

Imponendo un’opportuna d.d.p. alle piastre del condensatore era


possibile osservare la gocciolina muoversi verso l’alto, mentre
eliminando il campo elettrico la gocciolina cadeva nuovamente
verso il basso. Tuttavia, mentre la velocità di caduta (in assenza
di campo elettrico applicato) era invariante, la velocità di salita
variava. Ciò era coerente con l’ipotesi secondo cui la gocciolina
catturava alcune delle cariche presenti nell’aria ionizzata.
Dalla misura della d.d.p. necessaria per mantenere la
gocciolina sospesa tra le piastre, Millikan giunse alla
conclusione che la carica su qualunque goccia era un multiplo
intero di 1.602  10 19 Coulomb e concluse che questa doveva
essere la carica di un singolo elettrone.
LA MISURA DELLA CARICA DELL’ELETTRONE
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD
il modello atomico di J. J. Thomson era un modello senza
nucleo: la massa e la carica positiva erano distribuite
uniformemente in tutto l’atomo e gli elettroni erano dispersi
uniformemente in questo continuum in modo da risultare
quanto più possibile lontani gli uni dagli altri (repulsione
elettrostatica).
Nel 1910 Ernest Rutherford dimostrò che il modello atomico di
J. J. Thomson era errato.
In precedenza Rutherford aveva trovato che alcuni elementi
radioattivi (elementi dal nucleo instabile come, per es., l’uranio) si
decomponevano emettendo particelle cariche positivamente
(particelle ) e radiazioni elettromagnetiche (raggi ).
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD
Successivamente dimostrò che le particelle  erano nuclei di
elio, cioè atomi di elio che avevano perduto gli elettroni.
Emesse da nuclei instabili, esse hanno velocità molto elevate
(dell’ordine di 107 ms-1) e possono percorrere distanze
dell’ordine dei millesimi di millimetro nei solidi prima di
essere fermate in seguito alle collisioni con gli atomi costituenti il
solido.
Rutherford e i suoi collaboratori si proponevano di ottenere
informazioni sulla struttura atomica analizzando le deviazioni
subite dalle particelle  nell’attraversare sottilissime lamine
metalliche (spessore dell’ordine del millesimo di millimetro)
interposte sul loro cammino.
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD
Rutherford si aspettava, sulla base del modello atomico di
Thomson, che le particelle  avrebbero subito una deflessione
molto piccola nell’attraversare la lamina.
Avendo carica positiva, le particelle  avrebbero dovuto essere
attratte dagli elettroni e respinte dalla massa atomica a
distribuzione omogenea di carica positiva.
Gli elettroni, a causa della loro piccola massa, non avrebbero
dovuto esercitare nessuna apprezzabile influenza sulle traiettorie
delle particelle , dotate di massa e velocità elevate, ma
avrebbero dovuto essi stessi essere spinti via dalla traiettoria delle
particelle. La materia a distribuzione uniforme di carica positiva
avrebbe dovuto provocare solo piccole deviazioni a causa della
modesta densità della carica positiva.
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD

I risultati sperimentali furono molto diversi e completamente


inattesi: la maggior parte delle particelle  attraversava la
lamina subendo deviazioni piccole o nulle. Tuttavia, un
numero consistente di particelle subiva grandi deviazioni ed
alcune addirittura rimbalzavano verso la sorgente.

Il modello atomico consistente con questi dati di diffrazione è


quello di un nucleo piccolo, carico positivamente, e
contenente la quasi totalità della massa atomica, circondato
da cariche negative (gli elettroni) che occupano uno spazio
pari a circa 105 volte quello del nucleo.
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD

Le traiettorie della particelle  che attraversano la lamina


metallica rimanendo lontane dai nuclei (la gran parte, viste le
dimensioni assai modeste, su scala atomica, dei nuclei medesimi)
risultano inalterate o assai modestamente deviate
dall’interazione con gli elettroni della lamina.
Le particelle che transitano vicino a un nucleo (grande massa e
grande densità di carica) risultano sensibilmente deviate.
Quelle che urtano un nucleo, rimbalzano nella direzione di
provenienza.

Il problema principale del modello atomico di Rutherford è


che secondo la fisica classica esso è impossibile.
IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE
Il problema dell’atomo impossibile non era il solo con cui, in
quel periodo, si scontrava la fisica. Un altro serio problema era
costituito dalla natura e dal comportamento della luce.
Filosofi e scienziati hanno speculato a lungo sulla natura della
luce, sul problema cioè se la luce fosse costituita da onde o da
particelle. Isaac Newton (1642 – 1727) sosteneva la teoria
corpuscolare della luce. Altri scienziati prima e dopo di lui
ritenevano che la luce fosse un fenomeno ondulatorio.
La lunga disputa sulla natura della luce sembrò risolta da J. C.
Maxwell (1831 – 1879) che mostrò come tutte le proprietà della
luce sino ad allora note potevano essere spiegate sulla base
di un insieme di equazioni fondate sull’ipotesi che la luce
fosse un’onda elettromagnetica.
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE
Un’onda elettromagnetica consiste di campi elettrici e magnetici
che vibrano in direzioni perpendicolari tra loro e
perpendicolari alla direzione di propagazione dell’onda.
Tutte le radiazioni elettromagnetiche, dalle onde radio ai raggi ,
viaggiano – nel vuoto– alla stessa velocità c  2.9979  10 10 cms-1.
Tutte le onde possono essere descritte mediante la loro velocità,
frequenza, lunghezza d’onda e ampiezza.


Grande lunghezza d’onda
Bassa frequenza

A
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

La lunghezza d’onda è più


piccola; la frequenza è più
grande

La frequenza,abitualmente indicata con , rappresenta il numero


di picchi che passano in un dato punto in un secondo. La
frequenza ha le dimensioni di tempo-1 e si misura in hertz (Hz):
1Hz  1s 1
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE
La lunghezza d’onda, indicata con , rappresenta la distanza tra
due punti successivi in fase (per esempio tra due picchi
successivi). La lunghezza d’onda ha evidentemente le dimensioni
di una lunghezza e si misura in metri (o in altre unità di lunghezza).
La velocità dell’onda, identica nel vuoto per tutte le radiazioni
elettromagnetiche, è data dal prodotto della lunghezza d’onda
per la frequenza:
c    (10.1)
Poiché c è costante, segue che frequenza e lunghezza d’onda
sono inversamente proporzionali: ad alti valori di frequenza
corrispondono bassi valori di lunghezza d’onda e viceversa.
Nella figura che segue sono riportate le lunghezze d’onda delle
diverse radiazioni che compongono lo spettro visibile.
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

Spesso, per caratterizzare un’onda si usa il numero d’onda, indicato


con  e definito come:
1
  10.2

Il numero d’onda viene abitualmente misurato in cm-1.
LE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

Lo spettro visibile
costituisce solo una
piccola parte dello intero
spettro elettromagnetico
che viene riportato, in
scala logaritmica, nella
figura accanto.
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO
È ben noto che i solidi, quando vengono riscaldati, emettono
radiazioni. La velocità di produzione dell’energia radiante da parte
di una superficie calda dipende, oltre che dalla temperatura e
dall’area, anche dalla natura della superficie.
La superficie che, a parità di temperatura, irradia (e assorbe)
più energia per unità di tempo è la superficie perfettamente
nera. In altri termini, l’emettitore (e l’assorbitore) perfetto di
radiazione è costituito da un corpo perfettamente nero. Questo
è il motivo per cui, anche se tutti i solidi – opportunamente
riscaldati – emettono radiazioni, lo studio quantitativo della
dipendenza dell’energia radiante dalla temperatura deve
riguardare la radiazione del corpo nero.
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO
Naturalmente è impossibile costruire una superficie perfettamente
nera. Tuttavia, radiazioni praticamente identiche a quelle che si
otterrebbero da una tale superficie possono essere ottenute
praticando un piccolo foro su una delle pareti di un forno
mantenuto a temperatura costante.
La radiazione emessa da una sorgente di questo tipo può essere
dispersa e quindi rivelata (si può usare, come rivelatore, una
termocoppia). In questo modo è possibile analizzare la
ripartizione dell’energia tra le diverse lunghezze d’onda.
Se si riporta in grafico l’energia irradiata per unità di lunghezza
d’onda, per unità di area e per unità di tempo (E) vs. la lunghezza
d’onda , si ottiene una dipendenza del tipo mostrato in figura.
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO
Radiazione del corpo nero

E


Curva sperimentale
Previsione secondo la fisica classica
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO

Come si può osservare, la curva sperimentale passa per un


massimo e solo una piccola parte dell’energia totale è
emessa a lunghezze d’onda molto piccole o molto grandi.
Ryleigh e Jeans tentarono di spiegare l’andamento osservato
basandosi sulle leggi della fisica classica.
Analizzando i diversi modi di vibrazione delle onde
elettromagnetiche in uno spazio chiuso e ipotizzando che
l’energia totale fosse equamente distribuita tra questi modi, essi
giunsero alla seguente espressione:
C1 T
E   d    d (10.3)
C2 4
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO

Nella (10.3):
E   d rappresenta l’energia irradiata tra le lunghezze d’onda
 e   d;
C1 e C2 sono costanti;
T è la temperatura assoluta.

È evidente dalla (10.3) che Ed aumenta al diminuire di .


In altri termini, la (S2-2) non prevede che il grafico dell’energia
radiante in funzione della lunghezza d’onda passi per un
massimo.
LA RADIAZIONE DEL CORPO NERO

Sulla base della (10.3) si deve prevedere che la maggior parte


dell’energia radiante debba essere emessa a basse lunghezze
d’onda: ciò comporta che tutti gli oggetti riscaldati dovrebbero
apparire blu.
Questo è contrario all’esperienza: un corpo riscaldato a
temperature non troppo elevate appare rosso perché la maggior
parte dell’energia radiante è emessa nelle regioni del rosso (e
dell’infrarosso). Tuttavia, all’aumentare di T il massimo dello
spettro di emissione si sposta verso frequenze più alte e il corpo
passa dal rosso all’arancione e al giallo. Infine, quando T è
tanto alta da far sì che vengano irradiate quantità sufficienti di
energia nell’intero spettro visibile, il corpo appare bianco.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK
Il problema dello stridente disaccordo tra previsioni teoriche e
osservazioni sperimentali relative all’energia irradiata dai corpi
caldi fu risolto nel 1900 da Max Planck.
La teoria dei quanti da lui proposta può essere considerata la
base della chimica e della fisica moderne.
Lo straordinario merito di Planck sta nell’aver concepito una teoria
assolutamente rivoluzionaria, che ripudiava il fondamento
stesso della scienza dell’epoca, quello cioè secondo cui LA
NATURA NON COMPIE SALTI.
Planck dimostrò che la natura compie salti e che quindi era
errato l’assunto, da tutta la scienza accettato, secondo cui le
variabili in natura variano in modo continuo.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK
Secondo la fisica classica veniva emessa luce di una certa
frequenza perché oggetti carichi (atomi o gruppi di atomi)
oscillano in un solido con quella frequenza.
Poiché tutte le frequenze di oscillazione erano considerate
possibili, l’energia associata ad una particolare frequenza doveva
dipendere solo dal numero degli oscillatori che stavano vibrando
con quella frequenza. In altri termini, SECONDO LA TEORIA CLASSICA,
GLI OSCILLATORI ELETTRICI ASSOCIATI ALLA RADIAZIONE
ELETTROMAGNETICA POTEVANO AVERE VALORI DI ENERGIA VARIABILI
CON CONTINUITÀ DA ZERO A INFINITO.

Planck ipotizzò che l’energia degli oscillatori elettrici non potesse


variare in modo continuo ma solo per valori discreti detti “quanti”.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK

Secondo Planck, l’energia degli oscillatori elettrici può avere


solo valori ben determinati detti quanti. L’energia di un quanto è
proporzionale alla frequenza della radiazione corrispondente:
E  h  (10.4)
Gli oscillatori elettrici possono quindi avere energia 0, h, 2 h,
…. n h dove  è la frequenza della radiazione emessa
dall’oscillatore, h = 6.62610-27 ergs è una costante universale
(nota con il nome di costante di Planck) e n è un intero. Segue
che qualunque variazione di energia del sistema oscillante
può avvenire solo per valori discreti, cioè secondo uno o più
quanti.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK

Secondo la teoria di Planck, un gruppo di atomi oscillanti non può


emettere una piccola quantità di energia radiante ad elevata
frequenza. Frequenze elevate possono essere emesse solo da
oscillatori dotati di alta energia, in accordo con la legge E = h.
Se l’energia degli oscillatori è bassa, anche la frequenza delle
radiazioni emesse è bassa.

La teoria di Panck spiega la dipendenza osservata dell’energia


radiante dalla lunghezza d’onda e quindi perché un solido
riscaldato diventa prima rosso e quindi, al crescere della
temperatura, bianco.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK
La luce rossa è quella che ha la frequenza più bassa tra le
radiazioni visibili. Poiché la frequenza della radiazione emessa
è proporzionale all’energia dell’oscillatore che la emette, la
radiazione rossa è associata alla più bassa “energia visibile”
degli oscillatori.
Questo è il motivo per cui la radiazione emessa da un solido
riscaldato solo fino al punto da emettere radiazioni visibili è
rossa.
Quando il solido è riscaldato a temperature più elevate, l’energia
media degli oscillatori aumenta. Tuttavia, la probabilità di
trovare oscillatori con energie molto grandi è piccola e la curva
dello spettro di emissione passa per un massimo per poi
decrescere all’ulteriore aumentare della frequenza.
LA TEORIA QUANTISTICA DI PLANCK
Anche a temperature elevate esistono oscillatori dotati di energia
piccola, che quindi continuano ad emettere radiazione rossa.
Tuttavia, al crescere della temperatura aumenta
considerevolmente l’intensità delle radiazioni emesse
nell’intero spettro visibile, con il risultato che il solido
riscaldato appare bianco.
La teoria di Planck secondo cui un corpo riscaldato può
emettere energia radiante solo in pacchetti discreti, fu
considerata all’inizio poco più che una curiosità.
Una dimostrazione indiretta e assai importante della sua
validità fu fornita, nel 1905, da Albert Einstein che, sulla base
della teoria di Planck riuscì a spiegare l’effetto fotoelettrico.