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Minori, Punizioni corporali e

violenza assistita

Elisabetta Pezzi
Law Clinic in “Diritto dei minori”
Università Roma Tre, 8 maggio 2014
Cosa s’intende per punizioni corporali?

Le punizioni corporali sono “qualsiasi punizione per la quale viene


utilizzata la forza fisica, allo scopo di infliggere un certo livello di dolore o
di afflizione, non importa quanto lieve. Nella maggior parte dei casi
consiste nel colpire (“picchiare”, “schiaffeggiare”, “sculacciare”) i bambini,
utilizzando la mano o un utensile – frusta, bastone, cintura, scarpa,
cucchiaio di legno, ecc. Può però anche consistere, per esempio, nel dare
calci, scossoni, spintoni al bambino oppure graffiarlo, pizzicarlo, morderlo,
tirargli i capelli o le orecchie, obbligarlo a stare in posizioni scomode,
provocargli bruciature, ustioni o costringerlo con la forza ad ingerire
qualcosa (per esempio, sciacquargli la bocca con il sapone o fargli
inghiottire spezie piccanti). Il Comitato è del parere che la punizione
corporale sia in ogni caso degradante”.
(Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, General Comment n.8, 2006, par.
11)
Normativa internazionale

 L’ art. 19 della Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e Adolescenza


tutela il minore contro ogni forma di violenza fisica o mentale;

 “la normativa è priva di ambiguità: l’espressione tutte le forme di violenza


fisica o mentale non lascia spazio per nessun tipo di violenza legalizzata
nei confronti dei minori. Le punizioni fisiche o qualunque altra forma di
punizione crudele o degradante rappresentano delle forme di violenza”
Commento Generale N.8 del 2006 del Comitato Onu
La posizione delle istituzioni europee e dell’ONU

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha condannato le punizioni


corporali e ne ha proposto il divieto in una serie di raccomandazioni fin dal
1985.
Nel 2006, Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani nel
Consiglio d’Europa, ha pubblicato un documento sulle punizioni corporali
“Il diritto all’integrità fisica è anche un diritto del bambino”.
Il Comitato europeo dei diritti sociali fa obbligo a tutti gli Stati europei di
vietare le punizioni corporali e qualsiasi altro trattamento o punizione
umiliante per i bambini, richiamando in particolare l’art. 17 della Carta
sociale europea.
Uno Studio del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza nei
confronti dei bambini mirava ad ottenere l’abolizione universale di ogni
violenza, comprese le punizioni corporali, entro il 2009.
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Nel mondo

Solo 34 paesi in tutto il mondo, 22 dei quali europei, hanno


completamente vietato il ricorso alle punizioni fisiche in qualsiasi
contesto, compreso quello familiare
In Europa

il divieto di punizioni corporali è previsto in 22 Paesi:

Austria (1986), Bulgaria (2000), Croazia (1998), Cipro


(1994), Danimarca (1997), Finlandia (1983),
Germania (2000), Grecia (2006), Ungheria (2004),
Islanda (2003), Lettonia (1998), Liechtenstein (2008),
Lussemburgo (2008), Olanda (2007), Norvegia
(2010), Polonia (2007), Portogallo (2007), Repubblica
della Moldova (2008), Romania (2004), Spagna
(2007), Svezia (1979), Ucraina (2003).
In Europa

 Svezia, nel 1979 è stato il primo paese al mondo a legiferare in materia,


sancendo il divieto di punizioni corporali nel Codice sulla genitorialità e la
tutela legale al Capitolo 6:
“ I minori hanno diritto di ricevere cure, sicurezza ed una educazione positiva.
I minori devono essere trattati con rispetto per la loro persona ed
individualità e non possono essere soggetti a punizioni corporali o altre
forme di trattamento umiliante”.

 Germania nel 2000 ha inserito il divieto all’art.1631codice civile: “I minori


hano il diritto ad una educazione non violenta. Sono proibite le punizioni
corporali, i maltrattamenti psicologici e altri trattamenti umilianti”.
In Europa

 Spagna nel 2007 ha introdotto il divieto di punizioni corporali in ambito


domestico con un emendamento al Codice Civile:
Art. 154: “I genitori e i tutori legali devono esercitare la loro autorità nel
rispetto dell’integrità fisica e psicologica del minore”.

 Portogallo con legge 49/2007 ha introdotto nel codice penale il divieto


espresso di punizioni corporali:
“Chiunque ripetutamente, o meno, infligge maltrattamento fisico o
psicologico, comprese le punizioni corporali, la privazione della libertà e di
reati sessuali, è punito con la pena da 1 a 5 anni di reclusione”.

Per maggiori informazioni sul divieto di punizioni corporali nel mondo


http://www.endcorporalpunishment.org/pages/frame.html
La giurisprudenza della CEDU

La Corte, nelle sue sentenze in proposito, si riferisce sempre più spesso


alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (in
particolare artt. 3 e 19).

• Commissione europea dei diritti dell’uomo: decisione sulla ricevibilità,


Sette individui c. Svezia, 1982, ricorso n. 1881/79: nega che la legge
svedese che vieta le punizioni corporali costituisca un’indebita
“interferenza nella vita privata e familiare” e violi la libertà di religione.

• Corte europea dei diritti dell’uomo, A c. Regno Unito, 1998. La Corte ha


ritenuto responsabile il Governo britannico poiché la sua legge
consentendo di infliggere un “giusto castigo” non garantiva adeguata
protezione ai bambini, né “misure dissuasive efficaci”.
Alcuni dati statistici relativi all’Italia

In Italia l’utilizzo delle punizioni corporali come metodo educativo per la


crescita dei propri figli è culturalmente tollerato ed accettato.
Secondo una ricerca del 2012 condotta da Ipsos per conto di STC:
• il 27% dei genitori ricorre più o meno di frequente allo schiaffo
• Il 25% dei genitori ritiene sia un metodo efficace
• Il 5% dei genitori utilizza lo schiaffo tutti i giorni
• Il 22% lo fa qualche volta al mese
• Il 49% lo utilizza solo in via eccezionale
• Per il 57% dei genitori uno schiaffo ogni tanto non provoca conseguenze
negative sullo sviluppo dei propri figli
• Per il 26% può avere un effetto benefico.
Alcuni dati statistici relativi all’Italia

In base ad una ricerca sviluppata nel 2012 in collaborazione con la Società


Italiana di Pediatria:

- Il 51,1% dei pediatri intervistati ritiene che il fenomeno delle punizioni


corporali sia tuttora largamente diffuso e tra questo il 77,2% ritiene che le
punizioni fisiche siano inflitte soprattutto ai bambini più piccoli
- Il 48,7% dei pediatri che sono anche genitori ha dichiarato di essere
ricorso alle punizioni fisiche almeno una volta nei confronti dei bambini
Le punizioni corporali verso i minori all’interno del nostro
ordinamento

• R.D. n. 1297/1928 Regolamento generale sui servizi


dell’istruzione elementare (art. 412)
Cass., Sez. I ord. 2876/1971 “gli ordinamenti scolastici
escludono in maniera assoluta le punizioni consistenti in atti di
violenza fisica”

• Legge 354/1975 – Norme sull’ordinamento penitenziario “non


è consentito l’impiego della forza fisica nei confronti dei
detenuti ” (art. 41)
La violenza nei confronti dei bambini all’interno del nostro
ordinamento

Art. 571 c.p. “Abuso dei mezzi di correzione o disciplina”


“Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una
persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di
educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di
una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva pericolo di una
malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi”

Art. 572 c.p. “Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli”


“Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una
persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona
sottoposta all’autorità, o a lui affidata per ragione di educazione,
istruzione, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di
un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni”
La nostra giurisprudenza
Corte di Cass., VI sez. pen., sent. 4904/1996 (c.d. sent. Cambria)
“non può più ritenersi lecito l’uso della violenza finalizzato a scopi educativi. ….
l’eccesso di mezzi di coercizione violenti non rientra nella fattispecie dell’art.
571, giacché in tanto è ipotizzabile un abuso (punibile in maniera attenuata) in
quanto sia lecito l’uso. Non è perciò configurabile tale reato qualora vengano
usati mezzi di per sé illeciti sia per la loro natura che per la potenzialità del
danno”. Nel caso di specie riconosce sussistente il reato di maltrattamenti ex
art. 572 c.p.

Corte di Cass.pen., sez. VI n. 16491/2005 “Sussiste il pericolo di malattia nella


mente ogni qualvolta ricorre il concreto rischio di rilevanti conseguenze sulla
salute psichica del soggetto passivo. Ed è opinione comune nella letteratura
scientifico-psicologica che metodi di educazione rigidi ed autoritari, che
utilizzino comportamenti punitivi violenti o costrittivi … siano non soltanto
pericolosi, ma anche dannosi per la salute psichica” confermando la condanna
per il delitto di cui all’art. 571 c.p.
La nostra giurisprudenza

Corte di Cass. pen, sez. V n. 2100/2009 per cui la “reiterazione è


condizione sufficiente ma non indispensabile per la integrazione del reato il
quale può sussistere anche in assenza della detta reiterazione ma in
presenza di un unico atto espressivo dell’abuso” con riferimento all’art. 571
c.p.

Corte di Cass. pen., sez. VI n. 18289/2010 sancisce che il reato di cui


all’art. 571 c.p. non ha natura necessariamente abituale, tuttavia non può
escludersi che la condotta penalmente rilevante sia integrata da una serie
di comportamenti che è nel loro insieme sinergico che realizzano l’evento
della fattispecie criminosa.
La nostra giurisprudenza

Corte di Cass., VI sez. pen. n. 11251/2010 per cui integra la fattispecie di


cui all’art. 571 c.p. “l'uso in funzione educativa del mezzo astrattamente
lecito, sia esso di natura fisica, psicologica o morale, che trasmodi
nell'abuso sia in ragione dell'arbitrarietà o intempestività della sua
applicazione sia in ragione dell'eccesso nella misura.”
La violenza assistita in ambito domestico
L’ambito in cui si è sviluppata l’attenzione sul disagio infantile connesso
alla violenza assistita è stato, a partire dagli anni ’90, quello di alcuni
centri antiviolenza, oltre che di alcuni servizi pubblici.

Il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso


all’infanzia (CISMAI), che nel 2003 ha dato questa definizione:
“Per violenza assistita da minori in ambito familiare si intende il fare esperienza da
parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso
atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di
riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori. Si
includono le violenze messe in atto da minori su altri minori e/o su altri membri
della famiglia, gli abbandoni e i maltrattamenti ai danni degli animali domestici. Il
bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando avvengono nel suo
campo percettivo) o indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza), e/o
percependone gli effetti.”
La sottovalutazione istituzionale del fenomeno

Fino al principio degli anni 2000 la violenza assistita è segnalata tra le


forme di maltrattamento sottovalutate in Italia.
Il Piano Nazionale Infanzia 2002-2004 è il primo documento in cui la
problematica viene considerata a livello nazionale.

Le Linee Guida dell’Osservatorio del 2002 su “La tutela e la cura del


soggetto in età evolutiva” sottolineano:
• la presa d’atto del problema e la necessità di attivare forme di raccolta
dati;
• la raccomandazione di utilizzare l’istituto previsto dalla legge 154/2001
(ordine di protezione e allontanamento del maltrattante) nei casi di
violenza assistita intrafamiliare.
Quadro normativo sulla violenza assitita

L’11 maggio 2011 il Consiglio d’Europa ha approvato la c.d. Convenzione


di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti
delle donne e la violenza domestica, ratificata dall’Italia con la legge 27
giugno 2013 n. 77, il cui art. 46 inserisce tra le circostanze aggravanti il
fatto che “il reato sia commesso su un bambino o in presenza di un
bambino” e all’art 56 (Misure di protezione) stabilisce che un bambino
vittima e testimone di violenza contro le donne e di violenza domestica
deve, se necessario, usufruire di misure di protezione specifiche, che
prendano in considerazione il suo superiore interesse.
La giurisprudenza della Cassazione

In questo senso Corte di Cass. , V sez. pen. n. 41142/2010 “ai fini della
configurabilità del delitto di cui all'art. 572 c.p., lo stato di sofferenza e di
umiliazione delle vittime non deve necessariamente collegarsi a specifici
comportamenti vessatori posti in essere nei confronti di un determinato
soggetto passivo, ma può derivare anche da un clima generalmente
instaurato all'interno di una comunità in conseguenza di atti di
sopraffazione indistintamente e variamente commessi a carico delle
persone sottoposte al potere dei soggetti attivi, i quali ne siano tutti
consapevoli, a prescindere dall'entità numerica degli atti vessatori e dalla
loro riferibilità ad uno qualsiasi dei soggetti passivi”
Quadro normativo sulla violenza assistita

• Art. 572 c.p. così come interpretato dalla Cass. pen. (sent. 41142/2010)

• L. 77/2013 di ratifica della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la


lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica
(artt. 46 e 56)

• Art. 612 bis c.p. “Atti persecutori” (c.d. reato di stalking)

• Art. 282 bis c.p.p. “Allontanamento dalla casa familiare”.

• Artt. 342bis c.c. “Ordine di protezione contro gli abusi familiari” e


342ter c.c. “Contenuto degli ordini di protezione”