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CORSO DI FORMAZIONE

SU
ETICA E DEONTOLOGIA
PROFESSIONALE

Roma 23 marzo 2016


Etimologia del termine Deontologia

Deriva dal greco δέοντος, δέον (deon ,


genitivo deontos = ciò che è richiesto accurate o
dovuto, dovere, obbligo), participio presente neutro
(voce attiva), del verbo δέω (mi manca di, mi sono
privato di) e λογία (logia = studio, trattato); vale a
dire: «trattato di dovere».
Il termine «deontologia» è un neologismo
introdotto all'inizio del XIX secolo dal filosofo
inglese Jeremy Bentham autore del libro "Etica. La
scienza della moralità", pubblicato a Parigi nel
1832 ed a Londra nel 1834.
MODIFICHE NORMATIVE
DEGLI ULTIMI ANNI
RELATIVE ALLA PROFESSIONE
DI INGEGNERE
A partire dalla riforma delle Professioni, su iniziativa del
Governo Berlusconi, con l’art. 3 del D.L. 138/2011, poi
diventato Legge 148/2011, e con tutte le disposizioni di
legge che sono seguite, sono stati fissati nuovi principi per
la professione di Ingegnere.

Le norme sono:
- la Legge di Stabilità 183/2011 (art.10);
- il DL 201/2011 c.d. “Decreto salva Italia” (art. 33);
- il D.L. 1/2012, poi diventato L. 27/2012, recante
disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle
infrastrutture e la competitività (artt. 5 e 9);
- il DPR 137/2012, c.d. “riforma degli ordinamenti
professionali”;
- il D.M. Giustizia 8 febbraio 2013, n. 34, c.d. regolamento
di attuazione delle Società tra professionisti.
Nelle disposizioni di legge sopraindicate:
-sono state individuate nuove regole per la pubblicità
informativa,
-è stato introdotto l’obbligo di assicurazione,
-è stato introdotto l’obbligo formativo,
-la funzione disciplinare è stata attribuita ai Consigli di
Disciplina, organismi creati appositamente ed i cui
componenti sono individuati dall’Ordine,
-è divenuto possibile istituire Società tra professionisti,
-le tariffe professionali sono state sostituite con un contratto
scritto con il cliente, ove individuare i compensi
professionali.

Appare quindi imprescindibile esaminare il testo di tali


disposizioni per comprenderne l’impatto e le conseguenze.
ART. 3 D.L. 13 AGOSTO 2011, N. 138

Con il D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito nella L. 14


settembre 2011, n. 148, all'art. 3 sono stati individuati criteri
rivoluzionari per le professioni.

Vengono difatti stabiliti dei principi per gli ordinamenti


professionali, ovvero che:
- devono garantire che l'esercizio dell'attivita' risponda
senza eccezioni ai principi di libera concorrenza,
- alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio,
- alla differenziazione e pluralita' di offerta che garantisca
l'effettiva possibilita' di scelta degli utenti ,
- alla piu' ampia informazione relativamente ai servizi
offerti.
E' stata quindi prevista la necessità di una riforma degli
ordinamenti professionali (effettuata con il DPR 137/2012,
che vedremo di seguto ), stabilendo:
- che l'accesso alla professione e' libero e il suo esercizio e'
fondato e ordinato sull'autonomia e sull'indipendenza di
giudizio,intellettuale e tecnica, del professionista
- la previsione dell'obbligo per il professionista di seguire
percorsi di formazione continua permanente predisposti
sulla base di appositi regolamenti emanati dai consigli
nazionali, stabilendo che la violazione dell'obbligo di
formazione continua determina un illecito disciplinare;
- la disciplina del tirocinio per l'accesso alla professione
deve conformarsi a criteri che garantiscano l'effettivo
svolgimento dell'attivita' formativa e il suo adeguamento
costante all'esigenza di assicurare il miglior esercizio della
professione;
- che a tutela del cliente, il professionista e' tenuto a
stipulare idonea assicurazione per i rischi derivanti
dall'esercizio dell'attivita' professionale, precisando che il
professionista deve rendere noti al cliente, al momento
dell'assunzione dell'incarico, gli estremi della polizza
stipulata per la responsabilita' professionale e il relativo
massimale;
- che gli ordinamenti professionali dovranno prevedere
l'istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli
aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente
affidate l'istruzione e la decisione delle questioni
disciplinari;
- che la pubblicita' informativa, con ogni mezzo, avente ad
oggetto l'attivita' professionale, le specializzazioni ed i titoli
professionali posseduti, la struttura dello studio ed i
compensi delle prestazioni, e' libera, e che le informazioni
devono essere trasparenti, veritiere, corrette e non devono
essere equivoche, ingannevoli, denigratorie.
ART. 10 DELLA L. 183/2011

L'art. 10 della L. 183/2011, come modificata da ultimo dalla


L. 27/2012 ha delineato i criteri per le società tra
professionisti
In base a tale legge, è consentita la costituzione di società
per l'esercizio di attività professionali regolamentate nel
sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai
titoli V e VI del libro V del codice civile.

Le forme possono quindi essere quelle della società di


persone (società semplice, società in nome collettivo,
società in accomandita semplice), società di capitali
(società a responsabilità limitata, società per azioni, società
in accomandita per azioni) e società cooperativa,
quest’ultima costituita da un numero di soci non inferiore a
tre.
Viene esclusa la modalità di costituzione
societaria mediante l’associazione in
partecipazione, presente nel titolo VII del
libro V del codice civile.
I principi che devono essere
obbligatoriamente presenti in tutte le società
tra professionisti sono, oltre all’indicazione
espressa di tale denominazione sociale,
l’indicazione nell’atto costitutivo de:
a) l'esercizio in via esclusiva dell'attivita'
professionale da parte dei soci;
…segue
b) l'ammissione in qualità di soci dei soli professionisti
iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni,
nonchè dei cittadini degli Stati membri dell'Unione europea,
purchè in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero
soggetti non professionisti soltanto per prestazioni
tecniche, o per finalità di investimento.
In ogni caso il numero dei soci professionisti e la
partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve
essere tale da determinare la maggioranza di due terzi
nelle deliberazioni o decisioni dei soci; il venir meno di tale
condizione costituisce causa di scioglimento della società e
il consiglio dell'ordine o collegio professionale presso il
quale è iscritta la società procede alla cancellazione della
stessa dall'albo, salvo che la società non abbia provveduto
a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine
perentorio di sei mesi;
…segue
c) criteri e modalità affinchè l'esecuzione dell'incarico
professionale conferito alla società sia eseguito solo dai
soci in possesso dei requisiti per l'esercizio della
prestazione professionale richiesta; la designazione del
socio professionista sia compiuta dall'utente e, in
mancanza di tale designazione, il nominativo debba essere
previamente comunicato per iscritto all'utente;

d) la stipula di polizza di assicurazione per la copertura dei


rischi derivanti dalla responsabilità civile per i danni causati
ai clienti dai singoli soci professionisti nell'esercizio
dell'attivita' professionale;

e) le modalità di esclusione dalla società del socio che sia


stato cancellato dal rispettivo albo con provvedimento
definitivo.
L'art. 10 della L. 183/2011 prevede inoltre che:
- la partecipazione ad una società è incompatibile
con la partecipazione ad altra società tra
professionisti;
- i professionisti soci sono tenuti all'osservanza del
codice deontologico del proprio Ordine, così come
la società è soggetta al regime disciplinare
dell'ordine al quale risulti iscritta;
- il socio professionista può opporre agli altri soci il
segreto concernente le attivita' professionali a lui
affidate;
- la società tra professionisti puo' essere costituita
anche per l'esercizio di piu' attività professionali.
L'art. 10 della L. 183/2011, prevede poi una
regolamentazione delle S.T.P. con un
Decreto Ministeriale per l’iscrizione a una
sezione speciale dell’Albo e la
sottoposizione alle Norme Deontologiche, di
recente emanazione (Decreto del Ministero
della Giustizia 8 febbraio 2013, n. 34 ) e che
vedremo di seguito.
ART 33 DECRETO-LEGGE 6 DICEMBRE 2011, N. 201

Il DL 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni


dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214 è una norma c.d.
“tecnica”, che ha apportato modifiche al citato art. 10 della
L. 183/2011 ed al DL 138/2011.
All'art. 33 è stato previsto, per le disposizioni sulle
professioni, che le norme vigenti sugli ordinamenti
professionali in contrasto con i principi del Decreto Legge
138/2011 sono abrogate in ogni caso, dalla data del 13
agosto 2012.
Tale disposizione ha reso inevitabile, come vedremo,
l'approvazione del DPR 137/2012, nel mese di agosto e in
prossimità di tale scadenza.
Viene altresì previsto che le disposizioni sulle professioni
non abrogate, dovranno essere raccolte in un testo unico,
che ad oggi tarda ad essere pubblicato.
ART. 9 DEL D.L. 24 GENNAIO 2012, N. 1, CONVERTITO
CON MODIFICAZIONI DALLA L. 24 MARZO 2012, N. 27.
Le tariffe professionali vengono abrogate (art. 9 commi 1 e
5).
Viene stabilito che il compenso per le prestazioni
professionali deve pattuirsi per iscritto con il cliente al
momento del conferimento dell'incarico professionale.
Ognuno può liberamente riferirsi ad un sistema di calcolo
che ritiene congruo, sia esso tradizionale o personale,
purché il cliente ne sia consapevole, rendendo noto il grado
di complessità dell'incarico e gli oneri ipotizzabili.
Un nuovo sistema di calcolo viene individuato nel D.M. 20
luglio 2012 n. 140, identificando la determinazione dei
parametri per la liquidazione da parte di un organo
giurisdizionale dei compensi per le professioni; agli artt.
33-39 e nelle tabelle allegate sono individuati i nuovi criteri.
Possono essere utilizzati, quindi, quale parametro di
raffronto.
Per gli appalti pubblici di servizi di architettura e
ingegneria, in base all’art.5 del D.L. n°83/2012,
convertito in legge n°134/2012, le stazioni
appaltanti, per stimare i corrispettivi da porre a
base d’asta, applicheranno i parametri che
saranno individuati con apposito Decreto.
Fino all’emanazione di tale Decreto, è stato
specificato che le stazioni appaltanti dovranno fare
riferimento alle “tariffe professionali e alle
classificazioni delle prestazioni vigenti prima della
data di entrata in vigore del predetto decreto-legge
n. 1 del 2012” e pertanto al D.M. 4/4/2001
Il DM è stato recentemente pubblicato sulla GURI
del 20.12.2013, ed è il DM 31 ottobre 2013 n. 143
Problemi applicativi

I Consigli dell’ Ordine rimangono depositari del potere di


esprimersi sulla congruità dei compensi dei propri iscritti,
risultando tuttora vigente l’art. 5, punto 3), legge 24
giugno 1923 n.1395, che sancisce la potestà dell’Ordine
di rendere, su richiesta, pareri relativi alle controversie
professionali ed alla “liquidazione di onorari e spese”.
L'art, 9 del DL 1/2012, convertito nella L. 27/2012, si
limita ad abrogare, all'art. 9 commi 1 e 5, le tariffe
professionali e quelle disposizioni che, per la
determinazione del compenso del professionista,
rinviano alle tariffe, lasciando quindi salvi gli artt. 2233
del Codice civile e 636 cod. proc. civ. (ove si prevede
che la domanda deve essere accompagnata dalla
parcella delle spese e prestazioni, corredata dal parere
della competente associazione professionale).
La valutazione che l'Ordine, d’ora in avanti, dovrà
riguardare la verifica del compenso che il
professionista, sulla base di parametri espliciti, ha
concordato col committente verificando il rispetto
delle statuizioni contrattuali e, in base ad esse, la
congruità di quanto richiesto.

La forma ed il contenuto dei pronunciamenti


dell’Ordine, infine, non dovrebbero discostarsi
dalle modalità finora utilizzate pur limitandosi a
valutare quanto sancito contrattualmente tra le
parti e, se non previsto, in base ai due DM.
DPR 7 AGOSTO 2012 , N. 137, ENTRATO IN VIGORE IL
15 AGOSTO 2012 E PUBBLICATO IN GURI N. 189 DEL
14 AGOSTO 2012.
La riforma degli ordinamenti professionali, e della
professione di ingegnere, come esaminato, trova quindi
l’iniziale fondamento nell'articolo 3, comma 5, del D.L. 13
agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla L.
14 settembre 2011, n. 148, norma con la quale sono stati
fissati principi per tutte le professioni regolamentate,
recepite nel DPR in esame.
La Riforma ha avuto un processo legislativo lungo e
complicato; il risultato finale ha alcune imperfezioni, ma
nell’insieme è ragionevole e coerente con le necessità
quotidiane e le direttive comunitarie, equilibrato nel
mantenere le peculiari caratteristiche delle professioni
intellettuali.
L’art. 1 individua la definizione di “professione
regolamentata”, descritta come:
- l'attività, o l'insieme delle attività, riservate o
meno;
- il cui esercizio è consentito a seguito di iscrizione
in ordini o collegi;
- la necessità di subordinarne I'iscrizione al
possesso di qualifiche professionali o
all'accertamento di specifiche professionalità.
Viene poi individuata, nella definizione di
“professionista” ogni esercente di una
professione regolamentata.
L'art. 2, in tema di accesso ed esercizio
dell'attività professionale, premettendo che resta
ferma la disciplina dell'esame di Stato, così come
prevista all'articolo 33 della Costituzione, specifica:
- la libertà di accesso alle professioni
regolamentate;
- il divieto di limitazione alla iscrizione agli albi
professionali se non in forza di previsioni inerenti il
possesso o il riconoscimento dei titoli previsti per
l'esercizio della professione;
- la possibilità di consentire limitazioni dalla
presenza di condanne penali o disciplinari
irrevocabili.
Viene poi affermato il principio della Iibertà
dell'esercizio delle professione, fondato su
autonomia di giudizio intellettuale e tecnico, e
viene chiarito che è ammessa solo su previsione
espressa di legge la formazione di albi speciali,
legittimanti specifici esercizi dell'attività
professionale, fondati su specializzazioni ovvero
titoli o esami ulteriori.
Viene infine ribadito iI divieto di limitazioni
discriminatorie all'accesso e all'esercizio della
professione, fondate sulla nazionalità del
professionista o sulla sede legale della società tra
professionisti.
L'art. 3 afferma il principio della pubblicità degli
albi professionali territoriali.
Viene specificato che:
- gli albi sono tenuti dai rispettivi Consigli
dell'Ordine;
- sono pubblici;
- recano l'anagrafe di tutti gli iscritti;
- negli albi deve essere prevista l'annotazione dei
provvedimenti disciplinari adottati nei confronti
degli iscritti;
- gli ordini devono fornire senza indugio per via
telematica al Consiglio Nazionale tutte le
informazioni rilevanti ai fini dell'aggiornamento
dell'albo unico nazionale.
Viene prevista la formazione dell'albo unico
nazionale degli iscritti, composto
dall’insieme degli albi territoriali, tenuto dal
Consiglio Nazionale.

Tale aggregazione degli albi territoriali


stabilita dalla norma si presta, pertanto, una
migliore organizzazione e gestione delle
informazioni contenute negli albi tenuti dai
singoli Ordini
•Modifiche concrete rispetto a prima
- la gestione dell’albo rimane di competenza
esclusiva del Consiglio dell'Ordine
-nell’albo deve essere prevista l'annotazione
dei provvedimenti disciplinari adottati nei
confronti degli iscritti
- un Albo nazionale on line che raccoglie le
informazioni degli Albi Provinciali.
Dati dell'Albo che possono essere pubblicati
dagli Ordini territoriali
•L'art. 3 del R.D. 23 ottobre 1925 n. 2537 prevede
che vanno inseriti nell'Albo, accanto al numero di
iscrizione, il cognome, il nome, la residenza,
nonché "saranno annotate la data e la natura del
titolo che abilita all'esercizio della professione, con
eventuale indicazione dell'autorità da cui il titolo
stesso fu rilasciato, nonché la data dell'iscrizione".
•La L. 21 dicembre 1999 n. 526, all’art. 16,
prevede inoltre l’obbligo di indicare sull’albo, in
alternativa alla residenza, il domicilio professionale
qualora l’iscrizione all’ordine sia stata richiesta in
forza di tale requisito.
•Informazioni quali il numero di telefono o di
cellulare – non essendo invece previsti tra i
dati obbligatori per legge – possono essere
riportate sull’albo soltanto a seguito di
richiesta scritta dell’interessato.
•Ai sensi dell'art. 61, terzo comma, del
D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, l'Ordine
professionale può integrare i dati presenti
nell'Albo con ulteriori dati pertinenti e non
eccedenti in relazione all'attività
professionale, a condizione che l’interessato
formuli un’esplicita richiesta in tal senso.
•L'art. 4 disciplina la pubblicità informativa
dell'attività professionale.
Viene ammessa con ogni mezzo e può
avere ad oggetto:
-l'attivita' delle professioni regolamentate;
- le specializzazioni;
- i titoli posseduti attinenti alla professione;
-la struttura dello studio professionale;
- i compensi richiesti per le prestazioni.
Non a caso la pubblicità per i professionisti viene
definita “informativa”.
Viene difatti previsto che la pubblicità deve
necessariamente essere:
-funzionale all'oggetto;
- veritiera e corretta;
- non deve violare l'obbligo del segreto
professionale;
- non dev'essere equivoca, ingannevole o
denigratoria.
La violazione di tali indicazioni costituisce illecito
disciplinare, oltre a integrare una violazione delle
disposizioni del Codice del Consumo (D.Lgs. 6
settembre 2005, n. 206) e sulla pubblicità
ingannevole (D.Lgs. 2 agosto 2007, n. 145).
In tal modo appare possibile regolare la
pubblicità informativa del professionista che,
ad esempio, reclamizzi prezzi estremamente
bassi, inferiori ai costi di produzione, che
potrebbero indurre ogni consumatore a
ritenere che prestazioni professionali
complesse possano essere svolte con costi
sensibilmente ed oggettivamente inferiori a
quelli di loro produzione.
L'art. 5 DPR 137/2012 definisce i confini
dell'obbligo, per il professionista, di stipulare
idonea assicurazione per i rischi derivanti
dall'esercizio dell'attività.
Viene precisato che il professionista deve
rendere noti al cliente, al momento
dell'assunzione dell'incarico:
- gli estremi della polizza professionale;
- il massimale della polizza;
- ogni variazione successiva della polizza.
Tale obbligo è operativo dal 15 agosto 2013.
In tal modo è stata cambiata la normativa
relativamente all’obbligo di copertura assicurativa,
in precedenza fissato nel D.L. 138/2011 al 13
agosto 2012 e successivamente anticipato nel D.L.
1/2012 al 24 gennaio 2012,
Ora è stata prevista una data esplicita di entrata in
vigore, non chiarita nei precedenti D.L.
La violazione di tali disposizioni costituirà illecito
disciplinare.
E’ prevista la possibilità di stipulare polizza
assicurativa anche per il tramite di convenzioni
collettive negoziate dai consigli nazionali e dagli
enti previdenziali dei professionisti.
L'art. 6 disciplina la materia del tirocinio per l'accesso
alla professione.
Viene prevista, preliminarmente, la previsione della
obbligatorietà del tirocinio per i soli ordinamenti
professionali che lo prevedano, sulla scorta delle
indicazioni del parere fornito dal Consiglio di Stato.
Per la professione degli ingegneri la normativa vigente non
prevede, difatti, l’obbligatorietà del tirocinio ai fini
dell’accesso della professione. Nel D.P.R. 5 giugno 2001 n.
328, che disciplina l’esame di Stato, non è stabilito che il
certificato di compiuta pratica è titolo necessario per
accedere a tale esame.
Allo stato, pertanto, la disposizione sul tirocinio non potrà
applicarsi a tali professionisti, ed occorrerà al riguardo una
apposita ed autonoma disposizione legislativa.
L'art. 7 regola la formazione continua
permanente.
•La finalità della formazione è quella di garantire la
qualità ed efficienza della prestazione
professionale, nel migliore interesse dell'utente e
della collettività, e per conseguire l'obiettivo dello
sviluppo professionale.
•Viene di conseguenza previsto l’obbligo per ogni
professionista di curare il continuo e costante
aggiornamento della propria competenza
professionale, stabilendo che la violazione di tale
obbligo costituisce illecito disciplinare.
•In base a tale articolo, è stato previsto che il
Consiglio Nazionale deve disciplinare con
regolamento, e previo parere del Ministero:
- le modalità e le condizioni per l'assolvimento
dell'obbligo di aggiornamento da parte degli iscritti
e per la gestione e l'organizzazione dell'attività di
aggiornamento,
- requisiti minimi, uniformi su tutto il territorio
nazionale, dei corsi di aggiornamento,
- valore del credito formativo professionale quale
unità di misura della formazione continua.
La formazione continua è quindi applicazione
diretta di tale disposizione di legge, e del
conseguente regolamento sulla formazione del
CNI, che verrà di seguito esposto.
Gli ordini, anche in cooperazione o convenzione
con altri soggetti, e le associazioni di iscritti su
autorizzazione del Consiglio Nazionale, potranno
organizzare corsi di formazione, previa
trasmissione di motivata proposta di delibera al
ministro vigilante al fine di acquisire parere
vincolante.
Con apposite convenzioni stipulate tra i consigli
nazionali e le università potranno essere stabilite
regole comuni di riconoscimento reciproco dei
crediti formativi professionali e universitari.
Le Regioni, infine, potranno disciplinare
l'attribuzione di fondi per l'organizzazione di
scuole, corsi ed eventi di formazione
professionale.
L'art. 8 è dedicato alla riforma del sistema
disciplinare.
La natura riservata in via assoluta alla legge delle
norme relative ad ogni magistratura, secondo
l'articolo 108 della Costituzione, non ha abilitato il
Governo a regolamentare, mediante un DPR,
anche le funzioni giurisdizionali dei consigli
nazionali, essendo necessaria al riguardo una
legge ordinaria.
Tali limitazioni sono insite nella formulazione
dell'articolo 3, comma 5, lettera f), del D.L. 13
agosto 2011, n. 138 e nella citata Carta
Costituzionale.
•In attuazione di tali disposizioni, vengono quindi
istituiti consigli di disciplina territoriali presso i
consigli dell'ordine o collegio territoriale, al fine di
mantenere ferma e far coincidere la competenza
territoriale (sugli iscritti) dei due organi,
amministrativo e disciplinare, sdoppiati per effetto
della riforma.
•I consigli di disciplina sono costituiti da un numero
di consiglieri pari a quello oggi previsto dai singoli
ordinamenti professionali per lo svolgimento delle
medesime funzioni.
•Nei consigli di disciplina territoriali con più di tre
componenti si formano, per I'istruttoria e Ia
decisione, collegi composti da tre membri, di cui
quello con maggiore anzianità d'iscrizione all'albo
svolge la funzione di presidente.
•Rimane comunque ferma l'incompatibilita' tra la carica di
consigliere dell'ordine territoriale e la carica di consigliere
del corrispondente consiglio di disciplina territoriale, in base
alle indicazioni già previste all'articolo 3, comma 5, lettera
f), del D.L. 13 agosto 2011, n. 138.
•La composizione dei consigli di disciplina territoriali è
effettuata mediante nomina del presidente del tribunale nel
cui circondario hanno sede i medesimi consigli, attingendo
da una rosa di nominativi predisposta e proposta dal locale
consiglio dell'ordine. L'elenco predetto è composto da un
numero di nominabili pari al doppio del numero di
consiglieri che devono essere nominati.
•Tali elenchi serviranno anche, ove compatibili, per
l'immediata sostituzione dei componenti che siano venuti
meno a causa di decesso, dimissioni o altra ragione.
•E’ stato previsto che con regolamento del CNI,
previo parere vincolante del ministro vigilante,
devono essere individuati i criteri in base ai quali i
Consigli dell’Ordine avanzano la proposta ed il
presidente del tribunale effettua la scelta.
•Sono state comunque stabilite regole minime di
funzionamento dei consigli di disciplina, ove il
presidente di detto organo è individuato nel
componente con maggiore anzianità di iscrizione
all'albo, mentre iI più giovane è chiamato a
svolgere le funzioni di segretario; la durata dei
consigli di disciplina è la stessa dei Consigli
delI‘Ordine.
In base agli artt. 12 e 14, il DPR 137/2012 si
applica dal giorno successivo alla data di
sua entrata in vigore nella GURI, ovvero il
15 agosto 2012, e abroga tutte le
disposizioni regolamentari e legislative con
esso incompatibili, fermo quanto previsto
dall'articolo 3, comma 5-bis, del decreto-
legge 13 agosto 2011 n. 138, convertito
dalla legge 14 settembre 2011 n. 148, e
successive modificazioni
DM 8 FEBBRAIO 2013, N. 34

Il 6 aprile, con il Decreto del Ministero della


Giustizia 8 febbraio 2013, n. 34, recante il
“Regolamento in materia di società per
l'esercizio di attività professionali
regolamentate nel sistema ordinistico”
hanno visto luce le disposizioni attuative per
la costituzione di società tra professionisti.
Tale DM è la regolamentazione attuativa
dell'art. 10 della L. 183/2011, ed è entrata in
vigore il 21 aprile 2013.
Con il DM 34/2013 vengono regolamentati, per le
società che verranno costituite, i seguenti principi:
- obblighi di informazione al cliente per garantire
che tutte le prestazioni siano eseguite dai soci in
possesso dei requisiti richiesti per l'esercizio della
professione svolta in forma societaria,
individuando, se richiesto dal cliente, uno specifico
professionista per l’esecuzione dell’incarico, e
specificando i casi di conflitto di interesse (artt. 3 e
4);
- possibilità del professionista, nell'esecuzione
dell'incarico, di avvalersi, sotto la propria direzione
e responsabilità, della collaborazione di ausiliari e
sostituti, da comunicare per iscritto al cliente (art.
5);
- ipotesi di incompatibilità, anche per le
società multidisciplinari e per i soci con
finalità di investimento, stabilendo per
quesiti ultimi il possesso dei requisiti di
onorabilità previsti per l'iscrizione all'albo
professionale cui la società è iscritta,
l’assenza di condanne definitive per una
pena pari o superiore a due anni di
reclusione e l’assenza di cancellazione da
un albo professionale per motivi disciplinari
(art. 6);
- modalità di iscrizione della società presso il
registro delle imprese, nella sezione
speciale istituita ai sensi dell’articolo 16 del
d.lgs. n. 96/2001 (art. 7);
- obbligo di iscrizione della STP in una
sezione speciale dell’albo , presso l'ordine di
appartenenza dei soci professionisti, o
presso l’Ordine individuato come prevalente
nello statuto per la società multidisciplinare
(art. 8);
-modalità procedurali relative alla domanda
di iscrizione (art. 9), così specificate:

a) la domanda di iscrizione rivolta all'Ordine


nella cui circoscrizione è posta la sede
legale della STP dovrà essere corredata da
1) atto costitutivo e statuto della società in
copia autentica,
2) certificato di iscrizione nel registro delle
imprese,
segue

3) certificato di iscrizione all'albo, elenco o


registro dei soci professionisti non iscritti
presso l'ordine cui è rivolta la domanda;
in caso di società semplice, al posto dell’atto
costitutivo e statuto della società, sarà
sufficiente una dichiarazione autenticata del
socio professionista cui spetti
l'amministrazione della società.
b) L’Ordine dovrà iscrivere ogni STP nella sezione
speciale dell’albo, su richiesta di chi ha la
rappresentanza della societa con l’indicazione:
1) della ragione o denominazione sociale;
2) dell'oggetto professionale unico o prevalente,
3) della sede legale,
4) del nominativo del legale rappresentante,
5) dei nomi dei soci iscritti,
6)degli eventuali soci iscritti presso albi o elenchi
di altre professioni.
c) L’Ordine dovrà annotare nella sezione
speciale dell’albo ogni variazione delle
indicazioni di cui al punto b), le deliberazioni
che importano modificazioni dell'atto
costitutivo o dello statuto e le modifiche del
contratto sociale, che importino variazioni
della composizione sociale, a seguito di
comunicazione all’Ordine da parte dei
soggetti interessati.
-possibilità di diniego d'iscrizione (art. 10) così
regolamentata:

a) l’Ordine dovrà effettuare comunicazione


tempestiva al legale rappresentante della STP sui
motivi che ostano all'accoglimento della domanda,
prima della formale adozione di un provvedimento
negativo d'iscrizione o di annotazione per
mancanza dei requisiti previsti dagli artt. 8 e 9 del
DM 34/2013;
b) entro dieci giorni dal ricevimento della
comunicazione, la societa' istante ha diritto di
presentare per iscritto le sue osservazioni,
eventualmente corredate da documenti; in caso di
mancato accoglimento delle osservazioni della
società, l’Ordine dovrà darne ragione nella lettera
di diniego;

c) l’Ordine dovrà comunicare la lettera di diniego al


legale rappresentante della società, che sarà
impugnabile secondo le disposizioni vigenti
dell’ordinamento professionale; è comunque fatta
salva la possibilità,prevista dalle leggi vigenti, di
ricorrere all'autorità giudiziaria.
- possibilità di cancellazione dall'albo per
difetto sopravvenuto di un requisito (art.
11), nel rispetto del principio del
contraddittorio da parte dell’Ordine,
qualora, venuto meno uno dei requisiti
previsti dall’art. 10 della L. 183/2011 o dal
DM 34/2013, la società non abbia
provveduto alla regolarizzazione nel
termine perentorio di 3 mesi, decorrente
dal momento in cui si è verificata la
situazione di irregolarità, fermo restando il
diverso termine di sei mesi ex art. 10,
comma 4, lettera b), della legge n.
183/2011.
Fine prima parte
FORMAZIONE OBBLIGATORIA
Finalità (art. 7 comma 1 DPR 137/2012):
-garantire la qualita' ed efficienza della prestazione
professionale, nel migliore interesse
dell'utente e della collettivita‘
- conseguire l'obiettivo dello sviluppo
professionale.
Obbligo di curare il continuo e costante
aggiornamento della propria competenza
professionale.
La violazione dell'obbligo costituisce illecito
disciplinare
Regolamento del CNI per l’aggiornamento della
competenza professionale (pubblicato nel Bollettino
Ufficiale del Ministero della Giustizia n. 13 del 15/07/2013)

Il regolamento fa una distinzione tra


“Apprendimento formale”: apprendimento delle
conoscenze ed abilità scientifico-culturali dell’ingegneria
nel sistema di istruzione e formazione delle università e
che si conclude con il conseguimento di un titolo di studio;
“Apprendimento non formale”: apprendimento
caratterizzato da una scelta intenzionale del professionista,
ottenuto accedendo a didattica frontale o a distanza offerta
da ogni soggetto che persegua finalità di formazione
professionale;
“Apprendimento informale”: apprendimento che, anche a
prescindere da una scelta intenzionale, si realizza
nell’esercizio della professione di Ingegnere nelle situazioni
ed interazioni del lavoro quotidiano;
Gli iscritti possono conseguire CFP in ogni
area formativa ed indipendentemente dal
settore di iscrizione.
Fanno eccezione i 5 CFP di cui all’art. 3,
comma 9 del Regolamento, relativi a “etica
e deontologia professionale”, che devono
essere conseguiti dagli iscritti entro il 31
dicembre dell’anno solare successivo a
quello di iscrizione.
I corsi abilitanti per legge o di aggiornamento
delle abilitazioni (quali, ad es., quelli in materia di
tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di
lavoro ex D.Lgs. n. 81 del 9 aprile 2008 e di
prevenzioni incendi ex D.P.R. n. 151 del 1 agosto
2011) consentono il conseguimento dei relativi
CFP, se organizzati dagli Ordini territoriali o da
associazioni di iscritti agli Albi e altri soggetti
autorizzati dal CNI ai sensi dell’art. 7 del
Regolamento.

Il criterio di attribuzione dei corrispondenti CFP è


quello di ora= 1 CFP.
Ai fini dell’ottenimento dei 15 CFP/anno
relativi all’aggiornamento informale legato
all’attività professionale dimostrabile, gli
iscritti, entro il 30 novembre di ogni anno,
dovranno inviare all’Anagrafe Nazionale del
CNI, tramite apposito modulo predisposto
dal CNI, un’autocertificazione, nella quale si
attesti l’aggiornamento professionale
concernente la propria attività.
Le caratteristiche di attività formative quali
convegni e conferenze costituite anche da parti di
natura istituzionale, rientrano nella attività
formativa. I corrispondenti CFP saranno, infatti,
attribuiti unicamente per tali parti con il criterio di1
ora = 1 CFP, per un massimo di 3 CFP/evento e 9
CFP/anno.

E’ considerata attività formativa le visite tecniche


qualificate a siti di interesse, organizzate da
soggetti formatori autorizzati, con il criterio di
attribuzione di 1 ora = 1 CFP, per un massimo di 3
CFP/evento e di 9 CFP/anno.
Agli iscritti, che siano contestualmente
soggetti obbligati all’adempimento
dell’aggiornamento della competenza
professionale e docenti nell’ambito di attività
di formazione professionale continua per
l’apprendimento non formale, riconosciute
dal Regolamento, saranno attribuiti CFP
secondo il criterio 1 ora di docenza non
ripetitiva = 1 CFP, per un massimo di 15
CFP/anno.
L’attività di docenza, per essere considerata
non ripetitiva, deve avere ad oggetto
argomenti diversi rispetto a quelli affrontati
nel corso del medesimo anno solare.
Il riconoscimento di CFP per le attività di
formazione erogate agli iscritti che svolgono
attività di lavoro dipendente, sia nel settore
pubblico che in quello privato, dall’ente o azienda
di appartenenza avviene nel caso in cui l’ente o
l’azienda in questione operi (ai sensi dell’art. 7
comma 5 del Regolamento, come correttamente
interpretato alla luce dell’art. 7, comma 5 del
D.P.R. n. 137 del 7 agosto 2012) in cooperazione
o convenzione con gli Ordini territoriali di
competenza o con associazioni di iscritti agli Albi e
altri soggetti autorizzati dal CNI ai sensi dell’art. 7
del Regolamento.
Le attività formative di un ente o un’azienda,
erogate ai rispettivi dipendenti in assenza di
cooperazione o convenzione con gli Ordini
territoriali di competenza o con associazioni di
iscritti agli Albi e altri soggetti autorizzati dal CNI ai
sensi dell’art. 7 del Regolamento, saranno
riconoscibili esclusivamente ai fini dell’ottenimento
dei 15 CFP/anno previsti per l’aggiornamento
informale legato all’attività professionale
dimostrabile.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 del
Regolamento, l’obbligo di aggiornamento
della competenza professionale decorre a
partire dal 1° gennaio 2014.

Alla data del 1° gennaio 2014 a ciascun


iscritto all’Albo degli ingegneri verranno
accreditati 60 CFP, mentre agli iscritti dal 1°
gennaio 2014 in poi verrà accreditato il
numero iniziale di CFP previsto dall’art. 3,
comma 8 del Regolamento, ove vengono
elencate le modalità.
CONSIGLI DI DISCIPLINA E FUNZIONE DISCIPLINARE

Ai sensi dell’art.8, comma 3, del DPR 7 agosto 2012, n.


137, sono istituiti presso i Consigli dell’Ordine i Consigli
territoriali di disciplina, che sono titolari esclusivi del potere
disciplinare.
Normativa applicabile:
R.D. 2357/1925 e D.M. 1/10/1948,
ove compatibili nelle denominazioni relative al Consiglio di
Disciplina.

Riferimento: art. 8 comma 11 DPR 137/2012, ove si


prevede che restano ferme le altre disposizioni in materia
di procedimento disciplinare, e i riferimenti ai consigli
dell'ordine o collegio si intendono riferiti, in quanto
applicabili, ai Consigli di disciplina.
In base all'art. 8 comma 2 del DPR 137/2012 i
Consigli di disciplina territoriali:
- sono composti da un numero di consiglieri pari a
quello dei consiglieri dell'Ordine;
-nei consigli di disciplina territoriali con più di tre
componenti, sono comunque composti da tre
consiglieri e sono presieduti dal componente con
maggiore anzianità d'iscrizione all'albo o, quando
vi siano componenti non iscritti all'albo, dal
componente con maggiore anzianità anagrafica.
Dal testo del DPR non è specificato quali funzioni
eserciti il Consiglio di disciplina territoriale, dal
momento in cui vengono individuati anche collegi
di disciplina che devono essere comunque
composti da tre consiglieri.
Il Consiglio nazionale Architetti ha posto al
riguardo specifico quesito al Ministero della
Giustizia.
Con chiarimento prot.
m_dg_SMN.15/10/2012.0010960.U del 15 ottobre
2012, il Ministro ha precisato che “i collegi di
disciplina sono articolazioni dei consigli di
disciplina con più di tre componenti, deputati a
istruire e decidere i procedimenti loro
assegnati, per evitare che l'intero consiglio di
disciplina territoriale sia coinvolto nella
istruzione e decisione di ogni singolo
procedimento disciplinare.
segue
L'ordine interessato è quindi tenuto a
prevedere un sistema di assegnazione degli
affari all'interno del consiglio ed ai diversi
collegi eventualmente formati”.
Il principio adoperato è, quindi, quello analogo ai
TAR (Sezione composta da un numero di Giudici
e, all’interno della sezione, Collegi da 3
componenti giudicanti).
Oltre alla figura del Presidente e del Segretario del
Consiglio di Disciplina (art. 8 comma 4 DPR
137/2012), per ogni Collegio sarà quindi presente
la figura di un Presidente e, all'evidenza, di un
Segretario, in base al citato art. 8 comma 2 del
DPR 137/2012.
Il Consiglio di Disciplina è composto da un numero
di consiglieri pari a quello dei consiglieri
dell’Ordine (art. 8 comma 2 DPR 137/2012)
L’elenco di nominativi di candidati proposti
dall‘Ordine deve essere pari al doppio del numero
dei consiglieri che il Presidente del Tribunale
e'chiamato a designare (art. 8 comma 3 DPR
137/2012).

Possono presentare la candidatura soggetti iscritti


all’Albo e soggetti non iscritti all’Albo, con le
procedure e modalità del regolamento del CNI
Con la nomina del Presidente del Tribunale vengono
identificati dei veri e propri “giudici disciplinari”.
In base a tale nomina, non ci sono più le precedenti
distinzioni sui giudicanti della Sezione A e della Sezione B
dell’Albo.
Il principio è enucleabile dalla relazione illustrativa al DPR
137/2012, ove si prevede che “La lettera f) dell'articolo 3,
comma 5, del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138,
muovendo dal presupposto di rimuovere un ostacolo ad un
adeguato accesso alle professioni, stabilisce l'istituzione di
organi locali e nazionali "diversi da quelli aventi funzioni
amministrative", ai quali affidare "l'istruzione e la decisione"
delle questioni disciplinari", e prevede una ragione di
incompatibilità tra la carica di consigliere dell'ordine e
quella di membro dei costituendi consigli di disciplina”.
Sempre secondo il Legislatore, “ciò consente di far
coincidere la competenza territoriale (sugli iscritti)
dei due organi, amministrativo e disciplinare,
sdoppiati per effetto della riforma”.

La nomina viene quindi effettuata in base ad un


“profilo della terzietà (riflesso della incompatibilità
di funzioni e di cariche voluto dalla norma)”,…
“garantito a livello di designazione dei componenti
del collegio di disciplina, attingendo da una rosa di
candidati proposta dal Consiglio dell‘Ordine al
Presidente del Tribunale”
SOCIETA’ TRA PROFESSIONISTI

Come esaminato, l'art. 10 della L. 183/2011, come


modificata da ultimo dalla L. 27/2012 ha delineato i
criteri per le società tra professionisti

Le forme possono quindi essere quelle della


società di persone (società semplice, società in
nome collettivo, società in accomandita semplice),
società di capitali (società a responsabilità limitata,
società per azioni, società in accomandita per
azioni) e società cooperativa, quest’ultima
costituita da un numero di soci non inferiore a tre.
I Professionisti soci sono tenuti all’osservanza
del codice deontologico, così come la società
tra professionisti, istituita ex Art. 10 L. 12
novembre 2011, n° 183 e DM 8 febbraio
2013, n° 34, è soggetta al regime disciplinare.
Ne deriva che, in base alla espressa
previsione ad hoc all’interno del Codice
deontologico degli Ingegneri, la Stp è
soggetta, in base all’art. 12 del DM, al regime
disciplinare con le seguenti modalità:
-il professionista socio rimane vincolato al proprio
codice deontologico e in base ad esso risponde
disciplinarmente;
-la società è responsabile, come tale, secondo le
regole deontologiche dell’ordine nel cui albo è
iscritta;
- la responsabilità disciplinare della società
concorre con quella del socio professionista
(anche se iscritto ad altro albo rispetto a quello
della società e, quindi, nell’ipotesi della STP
multidisciplinare) nel solo caso di violazione
deontologica ricollegabile a direttive impartite
dalla società.
SENZA LE TARIFFE, INCARICO IN FORMA SCRITTA
Con il D.L. 1/2012, le tariffe professionali sono state
eliminate dall’ordinamento giuridico. Viene inserita
l’obbligatorietà del contratto scritto.
Ne deriva che :
-l’incarico professionale si configura come contratto di
prestazione d’opera intellettuale, ai sensi dell’Art. 2222 e
seguenti del Codice Civile;
- qualunque sia la forma contrattuale che lo regola, è
ordinato sulla fiducia e deve conformarsi al principio di
professionalità specifica;
-l’incarico dovrà essere redatto in forma scritta, completo di
preventivo del costo delle opere e degli oneri professionali
da sottoscrivere dalle parti.
Il compenso professionale è determinato per iscritto
nel contratto, secondo criteri ivi specificati nel
contratto, nel rispetto dell’Art. 2233 Codice civile, e di
ogni altra norma necessaria per lo svolgimento delle
predette prestazioni professionali.
Nel contratto dovranno esservi:
-i criteri di calcolo per il compenso per la propria
prestazione,
- indicazioni sul grado di complessità dell'incarico,
-tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal
momento del conferimento alla conclusione
dell'incarico,
-i dati della polizza assicurativa per eventuali danni
provocati nell'esercizio dell'attività professionale.
Ciò significa che:
- Dev’essere redatto in forma scritta un
contratto, anche semplice, che descriva l’incarico
professionale e ne stabilisca il compenso,
riservandosi di rimodularlo in caso di eventuali
salvo varianti successive o di maggiori oneri che
dovessero insorgere per cause esterne impreviste
ed imprevedibili all’atto dell’affidamento o di forza
maggiore; anche questi successivi eventuali nuovi
oneri dovranno essere esplicitati in forma scritta.
- L’importo è stabilito sulla base di parametri
espliciti che il professionista concorda con il cliente
e, sulla base delle ultime modifiche, non ci sono
limiti nella scelta dei parametri.
A titolo esemplificativo, le parti possono indicare
nel contratto quanto segue:
- costo orario relativo alle prestazioni di rilievo;
- costo orario relativo alla produzione grafica
necessaria allo svolgimento della prestazione
- costo orario relativo alla definizione e stesura
della progettazione nelle sue varie fasi;
- costo orario relativo allo svolgimento della
direzione e contabilizzazione dei lavori (desumibile
dal tempo assegnato all’impresa per l’esecuzione
dei lavori);
- costo a forfait da integrarsi con l’utile, in maniera
dettagliata ed analitica con, ovvia, aggiunta delle
spese (a forfait o a piè di lista).
Non è escluso che per la determinazione del
quantum il professionista possa attingere alla può
essere la ex tariffa professionale per i lavori privati
o pubblici, da utilizzare, ovviamente, solo come
termine di valutazione senza necessariamente
utilizzarne tutte le voci od i valori indicati, una
quantificazione su un costo orario o sulla base del
numero di disegni prodotti, un parametro calcolato
sul costo dello Studio integrato con l’utile.
Può essere a forfait come analitico, con le spese
integrate o separate o a piè di lista. Appare del
tutto ragionevole che possano essere utilizzati,
quindi, quei parametri usualmente utilizzati fino ad
oggi, così come nuovi parametri liberamente scelti
purchè resi chiari al cliente.
OBBLIGHI E DOVERI DEL LIBERO
PROFESSIONISTA
LE COMPETENZE PROFESSIONALI
L'appartenenza ad un Ordine professionale,
comporta l'osservanza di regole, di rango, a
seconda dei casi,legislativo, regolamentare o
contrattuale, la cui violazione origina reazioni
punitive.
L’Ordine professionale è dunque deputato ad
attuare,esercitando il peculiare "autogoverno" della
categoria, la normativa pubblicistica che
garantisce l'interesse pubblico al corretto esercizio
della professione, non solo attraverso una rigorosa
selezione per l'accesso all'albo, ma anche
mediante strumenti repressivi di condotte
scorrette,lesive dell'ordine stesso oltre che della
clientela e della collettività in generale.
Quella delle competenze professionali è una
questione che, praticamente da sempre, ha
impegnato la categoria in confronti, anche accesi,
con le altre professioni tecniche, spesso tendenti
ad invadere ambiti di competenza esclusiva o,
viceversa, a restringere competenze comunque
attribuite dalla legge agli ingegneri.

Con l’entrata in vigore del D.P.R. 328/01, il tema


delle competenze non solo è tornato in primo
piano ma ha assunto nuova ed imprevista valenza
in quanto la presenza di ben diverse figure
professionali nello stesso Albo, con relative e
diverse attribuzioni, ha veicolato per la prima volta
il problema all’interno dell’Ordine.
Il D.P.R. n. 328 del 2001 si innesta,
preservandone gli effetti, su di un sistema di
riparto normativo delle competenze già definito e
che abbraccia buona parte delle competenze
professionali degli ingegneri ed in particolare,
quelle che afferiscono al settore della “ingegneria
civile ed ambientale”.
In tale settore si intersecano le competenze di
ingegneri (con laurea quinquennale e triennale),
architetti, geometri e periti edili le quali sono
individuate da norme a carattere generale e
speciale; soffermandoci sulle prime, esse possono
rispettivamente essere individuate:
a) negli art. 51 - 54 Regio Decreto 23.10.1925, n.
2537 per le professioni di ingegnere ed architetto;
b) nell’art. 16 Regio Decreto 11.02.1929, n. 274,
per la professione di geometra;
c) nell’art. 16 del Regio Decreto 1.02.1929, n. 275
per la professione di perito industriale.
Vi sono poi le norme che potremmo definire
“speciali” quali, ad esempio,quella sulla
progettazione di strutture in conglomerato
cementizio armato (L. 5.11.1971, n. 1086); tra di
esse rientrano anche quelle di cui al D.P.R. n.
328/2001 relative rispettivamente, gli ingegneri ed
agli ingegneri iunior.
L’art. 46 del D.P.R. n. 328/2001 individua le
attività professionali di pertinenza degli
ingegneri (specialistici e iunior) per ciascun
settore di intervento, adducendo
sostanzialmente un duplice criterio: l’uno per
così dire “sostanziale” che inquadra le
tipologie delle attività professionali
esercitabili, l’altro, per così dire “applicativo”
diretto invece a definire l’ambito oggettivo
alle quali le prime devono applicarsi (ad
esempio strutture, infrastrutture, opere per la
difesa del suolo, opere geotecniche etc.).
Le “coordinate” per l’inquadramento delle competenze
degli ingegneri iscritti alla sezione A dell’Albo sono:
1) la pianificazione;
2) la progettazione;
3) lo sviluppo;
4) la direzione dei lavori, la stima ed il collaudo;
5) la gestione;
6) la valutazione di impatto ambientale.

Si tratta attività comuni a tutti i settori dell’ingegneria (civile


e ambientale, industriale e dell’informazione) eccezion fatta
per la valutazione di impatto ambientale che, per sua
stessa natura, non si applica al settore dell’ingegneria
dell’informazione.
Relativamente invece agli aspetti applicativi, il
D.P.R. n. 328/2001 elenca, per ciascun settore,
una serie di ambiti di operatività:
- per il settore “ingegneria civile e ambientale”:
1) opere edili e strutture, infrastrutture territoriali e
di trasporto;
2) opere per la difesa del suolo e per il
disinquinamento e la depurazione;
3) opere geotecniche;
4) sistemi e impianti civili e per l’ambiente e il
territorio;
- per il settore “ingegneria industriale”:
1) macchine;
2) impianti industriali;
3) impianti per la produzione, trasformazione e la
distribuzione dell’energia;
4) sistemi e processi industriali e tecnologici;
5) apparati e strumentazioni per la diagnostica e
per la terapia medico chirurgica;
- per il settore “ingegneria dell’informazione”:
1) impianti e sistemi elettronici, di automazione e
di generazione, trasmissione ed elaborazione dei
dati.
Il 2° comma, dell’art. 46 del D.P.R. 328/2001 prevede un
ulteriore criterio residuale di individuazione delle
competenze precisando che:
“…formano in particolare oggetto dell’attività professionale
degli iscritti alla Sezione A……le attività…..che implicano
l’uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali
nella progettazione, direzione lavori, stima e collaudo di
strutture, sistemi e processi complessi o innovativi”.
Si tratta di un criterio residuale ed integrativo di quanto già
elencato dal primo comma del predetto art. 46; con tale
criterio generale il legislatore, consapevole della
insufficienza dell’elencazione puntuale e descrittiva operata
con il primo comma dell’art. 46, ha inteso coprire l’intero
ambito di operatività delle prestazioni degli ingegneri,
ancorandolo ad un parametro qualitativo quale quello della
“innovazione” delle metodologie adottate nel loro
espletamento.
Sono inoltre di spettanza degli ingegneri
iscritti alla sezione A dell’albo anche le
competenze attribuite agli ingegneri iunior,
sì come individuate nell’art. 46, 3° comma,
del D.P.R. n. 328/2001.
Tale attribuzione emerge espressamente
dallo stesso dettato di cui al 2° comma,
dell’art. 46 del D.P.R. citato che, nell’ambito
delle competenze degli ingegneri individua
espressamente anche quelle di cui al
successivo 3° comma.
L’ambito delle competenze professionali degli
ingegneri della sezione A così definito integra,
specificandolo, quanto disposto dagli artt. 51 e 52
del Regio Decreto 23.10.1925, n. 2537 ed in
particolare del primo dei due articoli citati il quale
testualmente prevede che: “Sono di spettanza
della professione d’ingegnere, il progetto, la
condotta e la stima dei lavori per estrarre,
trasformare ed utilizzare i materiali direttamente od
indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le
industrie, dei lavori relativi alle vie ed ai mezzi di
trasporto, di deflusso e di comunicazione, alle
costruzioni di ogni specie, alle macchine ed agli
impianti industriali, nonché in generale alle
applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le
operazioni di estimo”.
Il comma 2 dell’art. 46 del D.P.R. 328/2001 infatti
ribadisce quanto già affermato dal comma 2
dell’art. 1 dello stesso D.P.R. 328/2001 ed ossia
che sono fatte salve “le attività attribuite o
riservate, in via esclusiva o meno, a ciascuna
professione” previste dalla normativa vigente.

In buona sostanza l’ambito delle competenze


professionali degli ingegneri iscritti alla sezione A
dell’albo è individuato dal D.P.R. n. 328/2001
dall’intersecarsi di quattro criteri distinti:
1) un primo criterio a carattere descrittivo volto ad
indicare dettagliatamente le specifiche attività
professionali, distinte per settori (art. 46, comma 1,
lettere a, b, c, D.P.R. 328/2001);
2) un secondo criterio, integrativo del primo ma a
carattere generale residuale, che demanda
all’ingegnere specialistico tutte le attività per le
quali sia richiesto l’impiego di metodologie
innovative e/o sperimentali;
3) un terzo criterio, che assegna agli ingegneri
della sezione A tutte le competenze attribuite agli
ingegneri iunior, come individuate nell’art. 46, 3°
comma, del D.P.R. n. 328/2001;
4) un quarto criterio, volto a colmare le inevitabili
lacune degli altri criteri, che fa salve le
competenze fissate dalle vigenti disposizioni di
legge (preesistenti al D.P.R. 328/2001) in favore
degli ingegneri.
Uno dei criteri fondamentali al quale fare
riferimento nell’interpretazione del quadro
normativo relativo al riparto delle competenze degli
ingegneri, è quello della concordanza fra il
percorso formativo compiuto dal professionista e la
particolare complessità e/o specialità della
prestazione attribuita; deve sussistere cioè una
diretta proporzionalità fra la “complessità”
dell’attività riservata ed il patrimonio di conoscenze
e competenze del professionista chiamato ad
espletarla.
La “complessità” della prestazione deve essere
valutata sul piano concreto facendo riferimento agli
apporti complessivamente richiesti per la sua
erogazione.
Per quanto attiene l’aspetto soggettivo della prestazione, la
complessità” è stata inquadrata come “complessità tecnica”
sussistente ogni qual volta si debba provvedere alla
realizzazione di quelle opere “che implicano conoscenze
peculiari degli studi di ingegneria” in quanto capaci di
escludere l’intervento alla realizzazione di altri
professionisti privi di tale specifica preparazione.
Argomentando a contrario, la prestazione potrà essere
ritenuta di particolare complessità per un professionista le
cui conoscenze non siano in grado di soddisfare tutte le
caratteristiche necessarie alla sua pronta ed efficace
erogazione.
È stata così ritenuta di esclusiva competenza degli
ingegneri (specialistici) la progettazione di opere quali vie
di grande comunicazione, acquedotti e mezzi di trasporto.
Si pensi, ad esempio, alla realizzazione di un
complesso edilizio formato da una pluralità di
“costruzioni civili semplici”; è chiaro che, pur
essendo la singola costruzione del complesso
inquadrabile nell’ambito del le competenze
dell’ingegnere iunior, la realizzazione dell’intera
struttura comporta una serie di interventi che in
termini quantitativi conducono configurare una
complessità della prestazione e dunque una
competenza per l’ingegnere civile e ambientale.
Per quanto attiene invece l’aspetto oggettivo la
“complessità” della prestazione può attenere sia il
profilo quantitativo che quello qualitativo della
stessa.
L’operatività del principio della complessità della
prestazione, quale criterio discretivo delle competenze
professionali afferenti alla realizzazione di una determinata
opera, richiede dunque una disamina dettagliata di tutti gli
interventi afferenti la realizzazione di quest’ultima ed una
verifica, circa la compatibilità e la concordanza tra le
caratteristiche della prestazione ed il patrimonio di
conoscenze maturato dal professionista incaricato durante
il suo curriculum di studi.
È evidente come siffatta indagine, per quanto attiene gli
ingegneri iunior, non possa che essere condotta
confrontando il contenuto formativo della specifica classe di
laurea seguita con la tipologia delle prestazioni richieste nei
diversi ambiti di intervento.
Le difficoltà connesse al riparto delle competenze
professionali tra ingegneri e geometri incentrate sul criterio
“quantitativo” (l’opera di “modesta entità” che definisce il
limite della competenza dei geometri) ha spinto la
giurisprudenza all’elaborazione di un principio residuale
che può essere configurato come “preferenza per il tecnico
laureato”.
È circostanza nota che ai geometri è attribuito
l’espletamento della attività di progettazione di edifici civili
nei limiti in cui essa afferisca a strutture di “modesta entità”.
Tale nozione è stata nel tempo specificata dalla
giurisprudenza che vi ha dato contenuto variegato,
apponendo limiti all’altezza, al numero dei piani ed alla
volumetria dei manufatti da realizzare; l’applicazione di tali
limiti di ordine quantitativo ha presentato non pochi risvolti
problematici nei casi in cui la differenza fra il “consentito”
ed il “non consentito” si è rivelata di minima consistenza.
Per fronteggiare tali difficoltà la giurisprudenza ha
affermato che:
“in caso di dubbio sulla competenza alla progettazione di
un’opera vige un favor per la competenza esclusiva dei
tecnici laureati - giustificato da evidenti ragioni di tutela
della pubblica incolumità -…”; in tali casi quindi
l’Amministrazione concedente deve specificare nel
provvedimento (il permesso di costruire, l’affidamento
dell’incarico etc.) i motivi per cui ritiene sufficiente
l’eventuale redazione dei progetti da parte di un
professionista con un curriculum di studi inferiore a quello
del tecnico laureato: L’obbligo di esplicitare le suddette
ragioni vige, secondo la giurisprudenza, “almeno nei casi in
cui le caratteristiche del progetto siano oggettivamente tali
da far sorgere dubbi sui limiti delle competenze
professionali del progettista”.
La ratio giustificatrice del principio di preferenza in
favore del professionista laureato (o nel caso degli
ingegneri, dell’ingegnere specialista) è da
ricercarsi nelle maggiori garanzie che quest’ultimo
è in grado di fornire nell’espletamento della propria
attività di progettazione al fine della tutela della
pubblica incolumità.
Nulla toglie, pertanto, che esso possa trovare
applicazione in tutti quei casi, anche ultronei
rispetto a quello della progettazione di edifici civili,
nei quali si ponga l’esigenza di tutelare la pubblica
incolumità e nei quali ricorra l’incertezza circa la
delimitazione dei confini dei rispettivi ambiti
professionali.
OBBLIGHI E DOVERI DEL
PROFESSIONISTA
E RISVOLTI PENALI
Vi sono numerosi doveri, in confronto a
pochi poteri e diritti che competono al
professionista intellettuale, come, tale e
come cittadino, che hanno oltre che un
significato giuridico anche uno etico e
schiettamente professionale.
Vi è, in particolare, tutto il complesso di
doveri che viene chiamato deontologia
professionale, la cui mancata osservanza
può concretare a volte una responsabilità
giuridica, ed in ogni caso una responsabilità
morale
I « doveri » o « obblighi » del professionista
possono essere

a) « obblighi legali penali » la cui


violazione fa nascere reati comuni, e che
fanno nascere quei reati a carattere
specificatamente professionale, nonché tutti
quei reati che danno vita alle
contravvenzioni penali
b) « obblighi o doveri legali civili »,
che si riferiscono all'esercizio professionale previa
abilitazione e iscrizione all'Albo, e al
risarcimento dei danni arrecati ad altri dal
proprio fatto illecito.

c) « obblighi o doveri legali disciplinari »,


che impongono il rispetto di tutti i regolamenti e
disposizioni degli Enti, Amministrazioni e Ordini
professionali dai quali il professionista dipende.
I RISVOLTI PENALI
L'operato di qualsiasi figura professionale è
suscettibile di essere valutato dall'autorità giudiziaria
sotto il profilo della responsabilità, ivi compresa quella
penale.
Non si sottrae a questo principio, la figura
dell'ingegnere, sia esso un libero professionista o un
dipendente (privato o pubblico), nei vari ruoli che esso
può ricoprire: progettista, direttore dei lavori,
collaudatore, responsabile di uffici tecnici di pubbliche
amministrazioni, destinatario di deleghe o incarichi in
materia di sicurezza sul luogo di lavoro, responsabile
dei lavori, coordinatore per la progettazione,
coordinatore per l'esecuzione dei lavori, soggetto
abilitato al rilascio di certificazioni, ecc..
CERTIFICAZIONI TECNICHE
Da anni è in corso una tendenza legislativa volta a
ridurre e talvolta ad eliminare l'intervento pubblico
di verifica e controllo della pratica edilizia.
A questa tendenza si è accompagnata una
continua responsabilizzazione dei tecnici, i quali si
sostituiscono all'organo pubblico nelle varie attività
da questo antecedentemente svolte, fattore che ha
comportato la maggiore esposizione del
professionista a rischi di implicazioni penali
direttamente collegate al contenuto delle
asseverazioni rilasciate.
La qualifica giuridica attribuibile a colui che,
debitamente abilitato, rilasci un determinato
certificato è quella di persona privata esercente un
servizio di pubblica necessità, ai sensi dell'art. 359
Cp.
In materia edilizia, affinché non vi fossero dubbi in
ordine al Vostro livello di responsabilità, l'art. 29
c.3 del DPR 380/01 specifica che il progettista
assume la qualità di persona esercente un servizio
di pubblica necessità ai sensi degli artt. 359 e 481
Cp, sicché, se emette un certificato non
rispondente al vero, può essere punito con la pena
della reclusione sino ad un anno.
Vi sono moltissime certificazioni che un ingegnere
nell'esercizio delle sue funzioni può essere chiamato a
compiere.
In genere la responsabilità del tecnico può venire in rilievo
tutte le volte in cui l'organo pubblico si limita ad attestare il
'deposito' della dichiarazione, attestazione, asseverazione,
certificazione, ecc., lasciando al tecnico di esprimersi sul
merito dei contenuti.
Con il ricorso a dichiarazioni come la DIA (Dichiarazione di
Inizio Attività) o la più recente SCIA (Segnalazione
Certificata di Inizio Attività) ai sensi del DPR n. 380/2001 è
stato possibile ridurre sensibilmente i tempi di attesa che
intercorrono tra il protocollo della pratica edilizia e l’inizio
dei lavori per alcune tipologie di interventi edilizi minori che
non prevedono incremento di volumetria e/o superficie
coperta o da realizzare in zone non vincolate.
L'asseverazione di conformità, unitamente alle
planimetrie, hanno valore di certificato.
Il tecnico, pertanto, di questa asseverazione che
rilascia in ordine alla conformità, ne risponde.
Per quanto riguarda le opere in conglomerato
cementizio, all'inizio dei lavori viene presentata
allo sportello da parte del costruttore una denuncia
di inizio dei lavori (art. 65 c. 1, 2 e 3, DPR
380/2001), la quale contiene in allegato opere
intellettuali del progettista tra cui il progetto, i
calcoli statici, le caratteristiche dei materiali, ecc.,
che hanno natura di certificato.
Entro 60 giorni dalla fine dei lavori, il
direttore dei lavori presenta allo sportello
unico la relazione di fine lavori (art. 65 c.6,
DPR 380/2001), in cui attesta e, pertanto,
certifica, che i lavori sono avvenuti
conformemente al progetto e che i materiali
utilizzati sono conformi a quanto dichiarato
inizialmente in tema di calcoli e materiali.
La stessa natura di certificato ha il collaudo.
Il collaudatore deve essere un professionista che non sia
intervenuto in nessun modo nella progettazione, direzione
ed esecuzione dell'opera, è chiamato ad attestare oppure
no la conformità dell'opera al progetto iniziale.
Il collaudatore può rifare i calcoli contenuti nel progetto se
lo ritiene necessario, nonostante non vi sia un obbligo
legale di ricalcolo.
É una valutazione molto delicata e non è un caso che la
legge richieda almeno dieci anni di iscrizione all'albo degli
ingegneri per poter esercitare un collaudo, infatti la
giurisprudenza è particolarmente severa circa la
responsabilità di queste figure, escludendo quanto più è
possibile l'esenzione di responsabilità in caso di progetto
presentante calcoli sbagliati.
Esistono poi tutte le certificazioni che
vengono effettuate a lavori ultimati o
addirittura a distanza di anni dal
completamento dei lavori.

Tra queste, a scopo esemplificativo si


possono annoverare
la certificazione energetica e
la certificazione acustica.
Tutti questi documenti hanno natura di
certificato.
In materia di falso, la relazione
d'asseverazione del progettista allegata alla
denuncia d'inizio d'attività edilizia (d.i.a.) ha
natura di "certificato", sicché risponde del
delitto previsto dall'art.481 c.p. il
professionista che redige la suddetta
relazione di corredo, attestando,
contrariamente al vero, la conformità agli
strumenti urbanistici.
La stessa cosa talvolta si ritiene per
l'allegazione di planimetrie false.
Pertanto commette il reato di falsità
ideologica in certificati, colui che
nell'esercizio di questa funzione di pubblica
necessità, attesti dolosamente
caratteristiche non corrispondenti al vero.
Con l'apposita aggravante se il certificato è
stato emesso a scopo di lucro (art. 481,
comma 2).
Tutti i reati sopra descritti hanno natura
dolosa.
In questo caso è sufficiente che si configuri il
dolo generico, che consiste nella
rappresentazione da parte dell'agente di tutti
gli elementi del fatto tipico, senza necessità
di ulteriori finalità collaterali.
Ciò che rileva è quindi che il soggetto che
firma la falsa attestazione sia cosciente che i
dati da essa riportati siano in tutto o in parte
falsi e, nonostante questo, ne attesti la
veridicità.
Questi reati non sono punibili a titolo di mera
colpa.
Potrebbe risultare semplicemente poco
credibile un errore commesso da un
professionista, dotato di tutta la
strumentazione idonea, nel compiere la
certificazione.
Pertanto, il sol fatto di essere un esperto del
settore, potrebbe essere non già la prova
del dolo, ma quanto meno un elemento
alquanto sintomatico della sua sussistenza.
REATI CONCERNENTI ABUSI URBANISTICO-
EDILIZI:
Art.44 DPR 380/01 (Testo Unico per l’Edilizia)
All'art.44 sono previsti sia reati comuni,
commissibili da chiunque e, a maggior ragione,
dalle figure previste dall'art.29, come il direttore dei
lavori o il progettista che, pertanto, possono
riguardare anche un ingegnere.

Essi sono addebitabili ad un soggetto, purché


risulti un suo contributo soggettivo all'edificazione
oggettivamente abusiva.
Reati previsti
a) l'ammenda fino a 10.329 euro per
l'inosservanza delle norme, prescrizioni e
modalità esecutive previste dal presente
titolo, in quanto applicabili, nonché dai
regolamenti edilizi, dagli strumenti
urbanistici e dal permesso di costruire;
b) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da
5.164 a 51.645 euro nei casi di esecuzione
dei lavori in totale difformità o assenza del
permesso o di prosecuzione degli stessi
nonostante l'ordine di sospensione;
c) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da
15.493 a 51.645 euro nel caso di
lottizzazione abusiva di terreni a scopo
edilizio, come previsto dal primo comma
dell'articolo 30. La stessa pena si applica
anche nel caso di interventi edilizi nelle zone
sottoposte a vincolo storico, artistico,
archeologico, paesistico, ambientale, in
variazione essenziale, in totale difformità o
in assenza del permesso.
La sentenza definitiva del giudice penale che
accerta che vi è stata lottizzazione abusiva,
dispone la confisca dei terreni, abusivamente
lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Per
effetto della confisca i terreni sono acquisiti di
diritto e gratuitamente al patrimonio del comune
nel cui territorio è avvenuta la lottizzazione. La
sentenza definitiva è titolo per la immediata
trascrizione nei registri immobiliari.
Le disposizioni di tale articolo si applicano anche
agli interventi edilizi suscettibili di realizzazione
mediante denuncia di inizio attività ai sensi
dell'articolo 22, comma 3, eseguiti in assenza o in
totale difformità dalla stessa.
I reati descritti alle lettere a), b) e c) sopra
indicate, sono contravvenzioni, quindi, reati
meno gravi dei delitti.
Tuttavia, mentre la fattispecie di cui alla
lettera a) è estinguibile mediante il
pagamento di una semplice oblazioni, lo
stesso non vale per le contravvenzioni
descritte nelle lettere b) e c), in quanto, in
astratto, la pena pecuniaria prevista dalla
norma, è congiunta (e non alternativa) a
quella detentiva, nonostante quest'ultima sia
a propria volta ancora suscettibile di essere
convertita in pena pecuniaria.
REATI PAESAGGISTICO-AMBIENTALI
Sempre nella qualità di progettisti, esistono
anche sanzioni di tipo penale in materia di
opere d'arte per violazione del Codice dei
beni culturali e del paesaggio (D.lgs.
42/2004).
Bisogna fare attenzione non tanto a quei
beni il cui valore artistico è evidente (art.10),
quanto a quei beni dichiarati di interesse
artistico, storico, archeologico o etnico, dal
Ministero dei beni culturali (art.12-14).
Devono essere beni 1) realizzati da oltre 50
anni; 2) il cui autore non deve più essere
vivente; 3) devono essere stati dichiarati di
interesse culturale dal Ministero.
Per effettuare interventi su questi beni
occorrono delle autorizzazioni specifiche da
parte del Ministero o della Soprintendenza
(art.21).
Per la violazione di disposizioni in materia di
beni culturali si rischia di incorrere nelle
contravvenzioni di cui all'art.169 d.lgs.
42/2004.
Ci sono poi degli immobili, complessi di immobili,
aree, ville, giardini, parchi o punti di veduta
panoramici (art.136) che, in virtù di una
“dichiarazione di notevole interesse pubblico” della
Regione, possono essere assoggettati alla tutela
paesaggistica.
Per effettuare interventi su questi beni occorrono
delle autorizzazioni che rilascia la Regione su
parere della Soprintendenza (art.146).
Queste autorizzazione costituiscono il presupposto
per ottenere il permesso di costruire, la DIA e
quant'altro, ma non si sostituiscono ad esse.
Per la violazione di disposizioni in materia di
beni culturali si rischia di incorrere nei reati
di cui all'art. 181 d.lgs.42/2004.

Questo reato, per quanto concerne le


sanzioni, in parte rinvia alle sanzioni di cui
all'art.44, lett.c) del DPR 380/01 (che sono
contravvenzioni) mentre, in altra parte,
prevede delle autonome sanzioni (da 1 a 4
anni), per fattispecie che vengono qualificate
come delitti.
ABUSI RELATIVI AD OPERE IN
CONGLOMERATO CEMENTIZIO E A
STRUTTURA METALLICA
Il DPR 380/01, oltre alla prima parte dedicata
all'attività edilizia in generale, di cui abbiamo
appena visto alcuni reati, prevede una seconda
parte intitolata “normativa tecnica per l'edilizia”.
L'art.53 definisce praticamente tutte le opere di
conglomerato cementizio armato: normale,
precompresso, a struttura metallica, ed all'art. 64,
vengono esplicitate e previste la responsabilità per
progettazione, direzione ed esecuzione.
Tale articolo prevede quanto segue
- La realizzazione delle opere di
conglomerato cementizio armato, normale e
precompresso ed a struttura metallica, deve
avvenire in modo tale da assicurare la
perfetta stabilità e sicurezza delle strutture e
da evitare qualsiasi pericolo per la pubblica
incolumità.
- La costruzione delle opere di cui all'articolo
53, comma 1, deve avvenire in base ad un
progetto esecutivo redatto da un tecnico
abilitato, iscritto nel relativo albo, nei limiti
delle proprie competenze stabilite dalle leggi
sugli ordini e collegi professionali.
- L'esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la
direzione di un tecnico abilitato, iscritto nel relativo
albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite
dalle leggi sugli ordini e collegi professionali.
- Il progettista ha la responsabilità diretta della
progettazione di tutte le strutture dell'opera
comunque realizzate.
- Il direttore dei lavori e il costruttore, ciascuno per
la parte di sua competenza, hanno la
responsabilità della rispondenza dell'opera al
progetto, dell'osservanza delle prescrizioni di
esecuzione del progetto, della qualità dei materiali
impiegati, nonché, per quanto riguarda gli elementi
prefabbricati, della posa in opera.
Secondo l’art. 3 della l.1086/71, “Norme per la
disciplina delle opere di conglomerato cementizio
armato, normale e precompresso ed a struttura
metallica” si prevede poi che:
Il progettista ha la responsabilità diretta della
progettazione di tutte le strutture dell'opera
comunque realizzate.
Il direttore dei lavori e il costruttore, ciascuno per la
parte di sua competenza, hanno la responsabilità
della rispondenza dell'opera al progetto,
dell'osservanza delle prescrizioni di esecuzione
del progetto, della qualità dei materiali impiegati,
nonché, per quanto riguarda gli elementi
prefabbricati, della posa in opera.
Nel caso si violino le disposizioni dei citati
articoli si rischia di incorrere nelle sanzioni
penali previste dall'art. 71 DPR 380/01
Questi reati costituiscono figure del tutto
autonome ed indipendenti da quelli relativi ai
vari tipi di intervento legati al permesso di
costruire, DIA, ecc.
Quindi possono essere consumati tutte le
volte che si effettuano costruzioni in
cemento armato o in metallo, anche in
presenza delle autorizzazioni edilizie.
ABUSI EDILIZI IN ZONE SISMICHE

Il rispetto delle norme tecniche per l'edilizia,


previste agli artt.52 ss, non basta più
qualora le costruzioni vengano realizzate in
zone dichiarate sismiche.
In questo caso bisogna ottemperare anche
agli adempimenti di cui agli artt.83 ss del
DPR 380/01 ed ai Decreti Ministeriali
pertinenti in materia.
In sostanza, gli edifici devono essere
progettati e costruiti affinché resistano alle
sollecitazioni orizzontali e verticali dei
terremoti.
Anche le sopraelevazioni e le riparazioni
devono rispettare questi criteri.
Quanto alle sanzioni penali, esse sono
previste dall'art. 95 del DPR 380/2001
SICUREZZA ED IGIENE SUL LAVORO:
D.LGS.81/2008
Il d.lgs.9 aprile 2008, n.81 pone una
disciplina unitaria e sistematica in tema degli
tutela della salute e della sicurezza
nell'ambiente di lavoro, con rispettivi obblighi
e responsabilità.
La figura professionale dell'ingegnere potrà
essere incaricato dal datore di svolgere il
ruolo di responsabile del servizio di
protezione e di prevenzione [RSPP (art.
31)].
Con riferimento ai ruoli che l'ingegnere può
ricoprire in virtù delle proprie competenze, viene in
rilievo preliminarmente la figura del progettista.
L'art.22 espressamente dispone che i progettisti
dei luoghi e dei posti di lavoro e degli impianti
siano chiamati a rispettare i principi generali di
prevenzione in materia di salute e sicurezza sul
lavoro al momento delle scelte progettuali e
tecniche scegliendo attrezzature, componenti e
dispositivi di protezione che siano rispondenti alle
disposizioni legislative e regolamentari in materia.
La violazione di questa norma è punita con una
contravvenzione prevista dall'art. 57.
A fare luogo dal titolo II in avanti, esistono una
serie di obblighi a carico di datore di lavoro e
dirigenti, che possono riguardare anche la figura
dell'ingegnere, qualora questi sia destinatario di
deleghe in materia di sicurezza sul lavoro, oltre ad
alcune responsabilità per le figure specifiche
previste nel titolo IV in materia di cantieri.
Il Titolo II del d.lgs.81/2008 è dedicato luoghi di
lavoro (artt. 62 ss).
Qui esiste un reato previsti dall'art.68, sempre di
natura contravvenzionale, per il dirigente, specie
delegato in materia di sicurezza, per avere
consentito lavori in luoghi insalubri, inquinati, non
areati, ecc.
Il Titolo III del d.lgs 81/2008 è dedicato all'uso
delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di
protezione individuale.
Anche qui, il TU prevede in via alternativa le
sanzioni dell'arresto e dell'ammenda per il datore
di lavoro o il dirigente che abbiano messo a
disposizione attrezzature non conformi ai requisiti
di sicurezza dettati da specifiche disposizioni
legislative ed ai requisiti di protezione a tutela di
tali rischi (art.87 TU).
Le stesse sanzioni sono irrogate in caso di
mancata salvaguardia di rischi di natura elettrica.
Di notevole interesse, per l'ingegneria civile, è il
Titolo IV del Testo Unico in materia di sicurezza,
relativo alla sicurezza nei cantieri mobili o
temporanei.
Qui, stando al dato legislativo, la figura
dell'ingegnere può ricoprire diversi incarichi, tutti
costituenti posizioni di garanzia e precisamente:
Responsabile dei Lavori (art. 90):
Coordinatore per la progettazione (art. 91)
Coordinatore per l'esecuzione dei lavori (art. 92)
Gli obblighi spettanti a tali soggetti, oltre a quelli
generali, sono rispettivamente indicati, in modo
dettagliato, agli artt. 90, 91, 92 del TU.
La violazione degli obblighi indicati con
riferimento a ciascuna figura sopra descritta
comporta le sanzioni previste agli artt.157
(per i responsabili dei lavori) e 158 (per i
coordinatori).
In particolare si tratta di contravvenzioni
punite con l'arresto o l'ammenda a seconda
della gravità delle violazioni poste in essere.
Sempre nell'ambito della disciplina dei cantieri vi
sono inoltre specifiche prescrizioni per
l'esecuzione dei lavori in quota, per la viabilità nei
cantieri, per i lavori di scavi e fondazioni, per la
realizzazione di ponteggi in legname, di ponteggi
fissi e mobili, nonché per le costruzioni edilizie e
demolizioni.
Per la violazione di queste disposizioni contenute
nel titolo IV, sono previste le contravvenzione di
cui agli artt.157, 158 e 159, che contemplano pene
consistenti nell'arresto o nell'ammenda e, pertanto,
oblabili.
CENNI SU REATI IN MATERIA AMBIENTALE
Il d.lgs.152/2006 in materia di gestione dei rifiuti e
bonifica dei siti inquinati, prevede alcuni reati agli
artt.da 255 a 258.
Una delle contestazioni più frequenti è l'attività di
gestione di rifiuti non autorizzata descritta
dall'art.256.
La norma punisce la raccolta, il trasporto, il
recupero, lo smaltimento, il commercio e
l'intermediazione di rifiuti in mancanza delle
prescritte autorizzazioni.
Soggetto attivo del reato è il titolare dell'impresa o
il responsabile di enti.
Il reato è ascrivibile anche sotto il profilo della omessa
vigilanza di dipendenti che scarichino rifiuti violando la
norma.
Se si tratta di rifiuti non pericolosi, la sanzione consiste
in una contravvenzione, suscettibile di essere oblata.
Se si tratta di rifiuti pericolosi non è possibile
estinguere il reato mediante il pagamento di una
semplice sanzione pecuniaria.
Uno dei casi più frequenti è quello dell'abbandono non
autorizzato di rifiuti d'impresa edile, provenienti da
demolizione e ristrutturazione, anche se occasionale o
limitato.
Parimenti l'abbandono di pneumatici, batterie,
accumulatori e altri beni destinati allo smaltimento o
alla rottamazione.
Integra il reato di discarica abusiva l'accumulo
ripetuto di rifiuti (anche temporaneo) effettuato non
per ricevere una destinazione prevista dalla legge,
purché comporti il degrado dell'area interessata.
Occorrono quindi due elementi: l'accumulo
sistematico ed il degrado dell'area.
L'art. 257 punisce l'inquinamento del suolo, del
sottosuolo delle acque con il superamento di
determinate soglie.
Si tratta di una contravvenzione punita con pena
alternativa e pertanto oblabile.
Tuttavia se le sostanze sono pericolose, la
contravvenzione diventa a pena congiunta e non è
più oblabile.
CONNESSIONI CON ALTRI REATI DI
MAGGIORE GRAVITA'
E' importante ricordare che a fronte di
qualunque violazione concernente
qualsivoglia intervento edilizio, anche in
ambito di viabilità, ovvero violazioni in
materia di sicurezza, vi sono altri reati
comuni, ben più gravi, che possono
dipendere, anche solo in parte, dalle
violazioni viste prima oppure essere ad esse
connesse, onde anche l'ingegnere potrebbe
essere chiamato a risponderne.
I reati sono quelli di
-omicidio colposo (art.589 Cp),
-lesioni colpose (art.590 cp),
-disastro colposo (art.449 Cp).
Tali reati sono, all’evidenza, connessi con la
tipologia dell’attività svolta dal
professionista,e possono essere anche
conseguenti dei reati penali sopra indicati ed
individuati da disposizioni specifiche.
IL CODICE DEONTOLOGICO
IL CODICE DEONTOLOGICO
VIGENTE
01/12/2006 - Codice Deontologico approvato dal CNI

20/12/2007 - Codice Deontologico e norme di attuazione


adottate dall’Ordine degli Ing. della Provincia di Roma

09/04/2014 - Nuovo Codice Deontologico


deliberato dal CNI che ha adeguato il
precedente a seguito dell'entrata in vigore
della nuova normativa sulle professioni
PREMESSE
Gli iscritti all’Albo hanno coscienza che:
1.L’attività dell’ingegnere è una risorsa che deve
essere tutelata e che implica doveri e responsabilità
nei confronti:
• della collettività e
• dell’ambiente
ed è decisiva per il raggiungimento dello sviluppo
sostenibile e per la sicurezza, il benessere delle
persone, il corretto utilizzo delle risorse e la
qualità della vita.
Gli iscritti all’Albo sono consapevoli che:
2.Gli ingegneri sono tenuti costantemente a:
• migliorare le proprie capacità e conoscenze ed a
• garantire il corretto esercizio della professione

secondo i principi di:


• autonomia intellettuale,
• trasparenza,
• lealtà e
• qualità della prestazione,

indipendentemente dalla loro posizione e dal ruolo


ricoperto nell’attività lavorativa e nell’ambito
professionale.
Gli iscritti all’Albo sono altresì consapevoli che:
3.Gli ingegneri hanno i doveri(*) di:
• svolgere la professione in aderenza ai principi
costituzionali ed alla Legge
• sottrarsi ad ogni forma di condizionamento diretto
od indiretto che possa alterare il corretto esercizio
dell’attività professionale e,
• in caso di calamità, rendere disponibili le proprie
competenze coordinandosi con le strutture
preposte alla gestione delle emergenze presenti
nel territorio.

(*) doveri deontologici primari dell’ingegnere


Gli iscritti all’Albo osservano in particolare i seguenti
articoli della Costituzione:
•art. 4, comma 2: “ogni cittadino ha il dovere di
svolgere secondo le proprie possibilità e la propria
scelta un’attività o una funzione che concorra al
progresso materiale o spirituale della società”

•art. 9: “la Repubblica promuove lo sviluppo della


cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della
Nazione”

•art. 41, commi 1 e 2: “l’iniziativa economica privata è


libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità
sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla
libertà e alla dignità umana”
CAPO I - PARTE GENERALE
1 - Principi generali
1.1 La professione di ingegnere deve essere
esercitata nel rispetto delle leggi e regolamenti
emanati dallo Stato e/o dai suoi organi, dei principi
costituzionali e dell'ordinamento comunitario.
1.2 Le prestazioni professionali dell’ingegnere devono
essere svolte tenendo conto della tutela della vita e
della salute dell’uomo.
2 - Finalità e ambito di applicazione
2.1 Le presenti norme si applicano agli iscritti ad
ogni settore e in ogni sezione dell’albo, in
qualunque forma gli stessi svolgano l’attività di
ingegnere e sono finalizzate alla tutela dei valori e
interessi generali connessi all’esercizio
professionale e del decoro della professione.
2.2 Chiunque eserciti la professione di ingegnere in
Italia è impegnato a rispettare e far rispettare il
presente Codice Deontologico, anche se cittadino di
altro Stato ed anche nel caso di prestazioni
transfrontaliere occasionali temporanee.
2.3 Il rispetto delle presenti norme è dovuto anche per
prestazioni rese all’estero, unitamente al rispetto
delle norme etico-deontologiche vigenti nel paese in
cui viene svolta la prestazione professionale.
CAPO II - DOVERI GENERALI
3 - Doveri dell’ingegnere
3.1 L’ingegnere sostiene e difende il decoro e la
reputazione della propria professione.
3.2 L’ingegnere accetta le responsabilità connesse ai
propri compiti e dà garanzia di poter rispondere
degli atti professionali svolti.
3.3 L’ingegnere deve adempiere agli impegni assunti
con diligenza, perizia e prudenza e deve informare
la propria attività professionale ai principi di
integrità, lealtà, chiarezza, correttezza e qualità
della prestazione
3.4 L’ingegnere ha il dovere di conservare la propria
autonomia tecnica e intellettuale, rispetto a
qualsiasi forma di pressione e condizionamento
esterno di qualunque natura.
3.5 Costituisce infrazione disciplinare l’evasione
fiscale e/o previdenziale definitivamente accertata.

4 - Correttezza
4.1 L’ingegnere rifiuta di accettare incarichi e di
svolgere attività professionali nei casi in cui ritenga
di non avere adeguata preparazione e
competenza e/o quelli per i quali ritenga di non
avere adeguati mezzi ed organizzazione per
l’adempimento degli impegni assunti.
4.2 L’ingegnere sottoscrive solo le prestazioni
professionali che abbia svolto e/o diretto; non
sottoscrive le prestazioni professionali in forma
paritaria unitamente a persone che per norme
vigenti non le possono svolgere.
4.3 Costituisce altresì illecito disciplinare il
comportamento dell’ingegnere che agevoli, o, in
qualsiasi altro modo diretto o indiretto, renda
possibile a soggetti non abilitati o sospesi
l’esercizio abusivo dell’attività di ingegnere o
consenta che tali soggetti ne possano ricavare
benefici economici, anche se limitatamente al
periodo di eventuale sospensione dall’esercizio.
4.4 Qualsiasi dichiarazione, attestazione o
asseverazione resa dall’ingegnere deve essere
preceduta da verifiche, al fine di renderle coerenti
con la realtà dei fatti e dei luoghi.
4.5 L’ingegnere non può accettare da terzi compensi
diretti o indiretti, oltre a quelli dovutigli dal
committente, senza comunicare a questi natura,
motivo ed entità ed aver avuto per iscritto
autorizzazione alla riscossione.
4.6 L’ingegnere non cede ad indebite pressioni e non
accetta di rendere la prestazione in caso di offerte o
proposte di remunerazioni, compensi o utilità di
qualsiasi genere che possano pregiudicare la sua
indipendenza di giudizio.
4.7 L’ingegnere verifica preliminarmente la
correttezza e la legittimità dell’attività
professionale e rifiuta di formulare offerte, accettare
incarichi o di prestare la propria attività quando
possa fondatamente desumere da elementi
conosciuti che la sua attività concorra a operazioni
illecite o illegittime e palesemente incompatibili con i
principi di liceità, moralità, efficienza e qualità.
5 - Legalità
5.1 Costituisce illecito disciplinare lo svolgimento di
attività professionale in mancanza di titolo in settori
o sezioni diversi da quelli di competenza o in
periodo di sospensione.
5.2 Il comportamento dell’ingegnere che certifica,
dichiara o attesta la falsa esistenza di requisiti e/o
presupposti per la legittimità dei conseguenti atti e
provvedimenti amministrativi costituisce violazione
disciplinare.
5.3 Costituisce grave violazione deontologica, lesiva
della categoria professionale, ogni forma di
partecipazione o contiguità in affari illeciti a
qualunque titolo collegati o riconducibili alla
criminalità organizzata o comunque a soggetti dediti
al malaffare.
6 - Riservatezza
6.1 L’ingegnere deve mantenere il segreto
professionale sulle informazioni assunte
nell’esecuzione dell’incarico professionale.
6.2 L’ingegnere è tenuto a garantire le condizioni per il
rispetto del dovere di riservatezza a coloro che
hanno collaborato alla prestazione professionale.

7 - Formazione e aggiornamento
7.1 L’ingegnere deve costantemente migliorare le
proprie conoscenze per mantenere le proprie
capacità professionali ad un livello adeguato allo
sviluppo della tecnologia, della legislazione, e dello
stato dell’arte della cultura professionale.
7.2 L’ingegnere deve costantemente aggiornare le
proprie competenze professionali seguendo i
percorsi di formazione professionale continua
così come previsto dalla legge.

8 - Assicurazione professionale
8.1 Nei casi previsti dalla legge l’ingegnere, a tutela
del committente, è tenuto a stipulare idonea
assicurazione per i rischi derivanti dall’esercizio
dell’attività professionale.
8.2 L’ingegnere, al momento dell’assunzione
dell’incarico, è tenuto a rendere noti al committente
gli estremi della polizza stipulata per la
responsabilità professionale ed il relativo
massimale.
9 - Pubblicità informativa
9.1 La pubblicità deve rispettare la dignità ed il
decoro della professione, deve essere finalizzata
alla informazione relativamente ai servizi offerti dal
professionista e può riguardare l’attività
professionale, le specializzazioni ed i titoli posseduti,
la struttura dello studio ed i compensi richiesti per le
varie prestazioni.
9.2 Le informazioni devono essere trasparenti,
veritiere, corrette e non devono essere equivoche,
ingannevoli o denigratorie.
10 - Rapporti con il committente
10.1 L’ingegnere deve sempre operare nel legittimo
interesse del committente, e informare la propria
attività ai principi di integrità, lealtà, riservatezza
nonché fedeltà al mandato ricevuto.

11 - Incarichi e compensi
11.1 L’ingegnere al momento dell’affidamento
dell’incarico deve definire con chiarezza i termini
dell’incarico conferito e deve pattuire il compenso
con il committente, rendendo noto il grado di
complessità della prestazione e fornendo tutte le
informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili correlati o
correlabili all’incarico stesso.
11.2 L’ingegnere è tenuto a comunicare al
committente eventuali situazioni o circostanze che
possano modificare il compenso inizialmente
pattuito, indicando l’entità della variazione.

11.3 La misura del compenso è correlata


all’importanza dell’opera e al decoro della
professione ai sensi dell’art. 2233 del codice civile e
deve essere resa nota al committente, comprese
spese, oneri e contributi.

11.4 L’ingegnere può fornire prestazioni


professionali a titolo gratuito solo in casi
particolari quando sussistano valide motivazioni
ideali ed umanitarie.
11.5 Possono considerarsi prestazioni professionali
non soggette a remunerazione tutti quegli
interventi di aiuto rivolti a colleghi ingegneri che, o
per limitate esperienze dovute alla loro giovane età
o per situazioni professionale gravose, si vengono a
trovare in difficoltà

12 - Svolgimento delle prestazioni


12.1 L’incarico professionale deve essere svolto
compiutamente, con espletamento di tutte le
prestazioni pattuite, tenendo conto degli interessi
del committente.
12.2 L’ingegnere deve informare il committente di
ogni potenziale conflitto di interesse che potrebbe
sorgere durante lo svolgimento della prestazione.
12.3 L’ingegnere deve avvertire tempestivamente il
committente in caso di interruzione o di rinuncia
all’incarico, in modo da non provocare pregiudizio
allo stesso.
12.4 L’ingegnere è inoltre tenuto ad informare il
committente, nel caso abbia rapporti di interesse
su materiali o procedimenti costruttivi proposti per
lavori attinenti il suo incarico professionale, quando
la natura e la presenza di tali rapporti possano
ingenerare sospetto di parzialità professionale o
violazione di norme di etica.
12.5 L’ingegnere è tenuto a consegnare al
committente i documenti dallo stesso ricevuti o
necessari all’espletamento dell’incarico nei termini
pattuiti, quando quest’ultimo ne faccia richiesta.
CAPO III - RAPPORTI INTERNI
13 - Rapporti con colleghi e altri
professionisti
13.1 L’ingegnere deve improntare i rapporti
professionali con i colleghi alla massima lealtà e
correttezza, allo scopo di affermare una comune
cultura ed identità professionale pur nei differenti
settori in cui si articola la professione.
13.2 Costituisce infrazione alla regola deontologica
l’utilizzo di espressioni sconvenienti od offensive
negli scritti e nell’attività professionale in genere, sia
nei confronti dei colleghi che nei confronti delle
controparti e dei terzi.
13.3 L’ingegnere deve astenersi dal porre in essere
azioni che possano ledere, con critiche denigratorie
o in qualsiasi altro modo, la reputazione di colleghi
o di altri professionisti.
13.4 L’ingegnere non deve mettere in atto
comportamenti scorretti finalizzati a sostituire in
un incarico un altro ingegnere o altro tecnico, già
incaricato per una specifica prestazione.
13.5 L’ingegnere che sia chiamato a subentrare in un
incarico già affidato ad altri potrà accettarlo solo
dopo che il committente abbia comunicato ai primi
incaricati la revoca dell’incarico per iscritto; dovrà
inoltre informare per iscritto i professionisti a cui
subentra e il Consiglio dell’Ordine.
13.6 In caso di subentro ad altri professionisti in un
incarico l’ingegnere subentrante deve fare in modo
di non arrecare danni alla committenza ed al collega
a cui subentra.
13.7 L’ingegnere sostituito deve adoperarsi affinché la
successione del mandato avvenga senza danni
per il committente, fornendo al nuovo professionista
tutti gli elementi per permettergli la prosecuzione
dell’incarico.
13.8 L’ingegnere sottoscrive prestazioni professionali
con incarico affidato congiuntamente a più
professionisti, in forma collegiale o in gruppo, solo
quando siano rispettati e specificati i limiti di
competenza professionale, i campi di attività e i limiti
di responsabilità dei singoli membri del collegio o del
gruppo. Tali limiti dovranno essere dichiarati sin
dall’inizio della collaborazione.
13.9 L’ingegnere collabora con i colleghi e li
supporta, ove richiesto, nel caso subiscano
pressioni lesive della loro dignità personale e della
categoria.
14 - Rapporti con collaboratori
14.1 L’ingegnere può ricorrere sotto la propria
direzione e responsabilità a collaboratori e, più in
generale, all’utilizzazione di una organizzazione
stabile.

14.2 I rapporti fra ingegneri e collaboratori sono


improntati alla massima correttezza.

14.3 L’ingegnere assume la piena responsabilità


della organizzazione della struttura che utilizza per
eseguire l’incarico affidatogli, nonché del prodotto
della organizzazione stessa; l’ingegnere si assume
la responsabilità dei collaboratori per i quali deve
definire, seguire e controllare il lavoro svolto e da
svolgere.
14.4 L’ingegnere nell’espletare l’incarico assunto si
impegna ad evitare ogni forma di collaborazione che
possa identificarsi con un subappalto non
autorizzato del lavoro intellettuale o che porti allo
sfruttamento di esso; deve inoltre rifiutarsi di
legittimare il lavoro abusivo.

14.5 L’ingegnere deve improntare il rapporto con


collaboratori e tirocinanti alla massima chiarezza
e trasparenza.

14.6 Nei rapporti con i collaboratori e i dipendenti,


l’ingegnere è tenuto ad assicurare ad essi
condizioni di lavoro e compensi adeguati.
14.7 Nei rapporti con i tirocinanti, l’ingegnere è
tenuto a prestare il proprio insegnamento
professionale e a compiere quanto necessario per
assicurare ad essi il sostanziale adempimento della
pratica professionale, sia dal punto di vista
tecnico/scientifico, sia dal punto di vista delle regole
deontologiche.

14.8 Parimenti l’ingegnere tirocinante deve


improntare il rapporto con il professionista, presso il
quale svolge il tirocinio, alla massima correttezza,
astenendosi dal porre in essere qualsiasi atto o
condotta diretti ad acquisire in proprio i clienti dello
studio presso il quale ha svolto il tirocinio.
15 - Concorrenza
15.1 La concorrenza è libera e deve svolgersi nel
rispetto delle norme deontologiche secondo i
principi fissati dalla normativa a dall’ordinamento
comunitario.

15.2 L’ingegnere si deve astenere dal ricorrere a


mezzi incompatibili con la propria dignità per
ottenere incarichi professionali, come l’esaltazione
delle proprie qualità a denigrazione delle altrui o
fornendo vantaggi o assicurazioni esterne al
rapporto professionale.
15.3 E’ sanzionabile disciplinarmente la pattuizione di
compensi manifestamente inadeguati alla
prestazione da svolgere. In caso di accettazione di
incarichi con corrispettivo che si presuma
anormalmente basso, l’ingegnere potrà essere
chiamato a dimostrare il rispetto dei principi di
efficienza e qualità della prestazione.

15.4 L’illecita concorrenza può manifestarsi in


diverse forme:
1. critiche denigratorie sul comportamento
professionale di un collega;
2. attribuzione a sé della paternità di un lavoro
eseguito in collaborazione senza che sia chiarito
l’effettivo apporto dei collaboratori;
3. attribuzione a se stessi del risultato della
prestazione professionale di altro professionista;
4. utilizzazione della propria posizione o delle
proprie conoscenze presso Amministrazioni od
Enti Pubblici per acquisire incarichi professionali
direttamente o per interposta persona;
5. partecipazione come consulente presso enti
banditori o come membro di commissioni
giudicatrici di concorsi che non abbiano avuto
esito conclusivo per accettare incarichi inerenti
alla progettazione che è stata oggetto del
concorso;
6. abuso di mezzi pubblicitari della propria attività
professionale e che possano ledere in vario
modo la dignità della professione.
16 - Attività in forma associativa o
societaria
16.1 Nel caso in cui l’attività professionale, anche di
tipo interdisciplinare, sia svolta in forma associativa
o societaria nei modi e nei termini di cui alle norme
vigenti, le prestazioni professionali devono essere
rese sotto la direzione e responsabilità di uno o
più soci/associati, il cui nome deve essere
preventivamente comunicato al committente.
16.2 Gli ingegneri che intendono esercitare l’attività in
forma associata, esclusiva o non esclusiva, devono
stabilire per iscritto i termini dei reciproci
impegni e la durata del rapporto professionale e,
nel caso di incarichi congiunti, devono rispettare i
campi e i limiti di responsabilità dei singoli membri
del collegio o del gruppo ed a dichiarare tali limiti sin
dall’inizio della collaborazione.
16.3 Nel caso di associazione professionale è
disciplinarmente responsabile soltanto
l’ingegnere o gli ingegneri a cui si riferiscano i
fatti specifici commessi.

16.4 La forma dell’esercizio professionale non muta le


responsabilità professionali derivanti dall’operato
dell’ingegnere nei confronti della committenza e
della collettività. Del comportamento dell’ingegnere
nell’ambito dell’attività della società di cui è socio,
risponde deontologicamente anche la società iscritta
all’Albo.
CAPO IV - RAPPORTI ESTERNI
17 - Rapporti con le istituzioni
17.1 L’ingegnere deve astenersi dall’avvalersi, in
qualunque forma, per lo svolgimento degli incarichi
professionali della collaborazione retribuita dei
dipendenti delle Istituzioni se non espressamente
a tal fine autorizzati.
17.2 L’ingegnere che sia in rapporti di parentela,
familiarità o frequentazione con coloro che
rivestono incarichi od operano nelle Istituzioni
deve astenersi dal vantare tale rapporto al fine di
trarre utilità di qualsiasi natura nella sua attività
professionale.
17.3 L’ingegnere che assume cariche istituzionali,
o sia nominato in una commissione o giuria,
deve svolgere il proprio mandato evitando qualsiasi
abuso, diretto o per interposta persona, dei poteri
inerenti la carica ricoperta per trarre comunque
vantaggi per sé o per altri; non deve, inoltre, vantare
tale incarico al fine di trarne utilità nella propria
attività professionale. Nello stesso modo, ove sia in
rapporti di qualsiasi natura con componenti di
commissioni aggiudicatici, non deve vantare tali
rapporti per trarre vantaggi di qualsiasi natura per sé
o per altri derivanti da tale circostanza.
18 - Rapporti con la collettività
18.1 L’ingegnere è personalmente responsabile della
propria opera nei confronti della committenza e la
sua attività professionale deve essere svolta
tenendo conto preminentemente della tutela della
collettività.
19 - Rapporti con il territorio
19.1 L’ingegnere nell’esercizio della propria attività
cerca soluzioni ai problemi a lui posti, che siano
compatibili con il principio dello sviluppo
sostenibile, mirando alla massima valorizzazione
delle risorse naturali, al minimo consumo del
territorio e al minimo spreco delle fonti energetiche.
19.2 Nella propria attività l’ingegnere è tenuto, nei limiti
delle sue funzioni, ad evitare che vengano arrecate
all’ambiente nel quale opera alterazioni che
possano influire negativamente sull’equilibrio
ecologico e sulla conservazione dei beni culturali,
artistici, storici e del paesaggio.
19.3 L’ingegnere non può progettare o dirigere opere
abusive o difformi alle norme e regolamenti
vigenti.
CAPO V - RAPPORTI CON
L’ORDINE
20 - Rapporti con l’Ordine e con gli
organismi di autogoverno
20.1 L’appartenenza dell’ingegnere all’Ordine
professionale comporta il dovere di collaborare
con il Consiglio dell’Ordine. Ogni ingegnere ha
pertanto l’obbligo, se convocato dal Consiglio
dell’Ordine o dal suo Presidente, di presentarsi e di
fornire tutti i chiarimenti richiesti.

20.2 L’ingegnere deve provvedere regolarmente e


tempestivamente agli adempimenti economici
dovuti nei confronti dell’Ordine.
20.3 L’ingegnere si adegua alle deliberazioni del
Consiglio dell’Ordine, se assunte nell’esercizio
delle relative competenze istituzionali.

20.4 L’ingegnere che abbia ricevuto una nomina a


seguito di una segnalazione da parte dell’Ordine,
della Consulta/Federazione o del CNI, deve:
a) comunicare tempestivamente al Consiglio le
nomine ricevute in rappresentanza su
segnalazione dello stesso o di altri organismi;
b) svolgere il mandato limitatamente alla durata
prevista di esso;
c) accettare la riconferma consecutiva dello stesso
incarico solo nei casi ammessi dal Consiglio o
da altro organismo nominante;
d) prestare la propria opera in forma continuativa
per l’intera durata del mandato, seguendo
assiduamente e diligentemente i lavori che il suo
svolgimento comporta, segnalando al Consiglio
dell’Ordine con sollecitudine la violazione di
norme deontologiche, delle quali sia venuto a
conoscenza nell’adempimento dell’incarico
comunque ricevuto;
e) presentare tempestivamente le proprie
dimissioni nel caso di impossibilità a mantenere
l’impegno assunto;
f) controllare la perfetta osservanza delle norme
che regolano i lavori a cui si partecipa.
CAPO VI - INCOMPATIBILITÀ
21 - Incompatibilità
21.1 L’ingegnere non svolge prestazioni professionali
in condizioni di incompatibilità con il proprio stato
giuridico, né quando il proprio interesse o quello del
committente o datore di lavoro siano in contrasto con i
suoi doveri professionali.
21.2 Si manifesta incompatibilità anche nel contrasto con i
propri doveri professionali nel caso di partecipazioni a
concorsi le cui condizioni del bando siano state
giudicate dal Consiglio Nazionale Ingegneri o dagli
Ordini (per i soli concorsi provinciali), pregiudizievoli ai
diritti o al decoro dell’ingegnere, sempre che sia stata
emessa formale diffida e che questa sia stata
comunicata agli iscritti tempestivamente.
21.3 Fermo restando quanto disposto dalla normativa
vigente, l’ingegnere che rediga o abbia redatto un
Piano di Governo del Territorio, un piano di
fabbricazione, o altri strumenti urbanistici
d’iniziativa pubblica nonché il programma
pluriennale d’attuazione deve astenersi, dal
momento dell’incarico fino all’approvazione,
dall’accettare da committenti privati incarichi
professionali inerenti l’area oggetto dello
strumento urbanistico. Il periodo di tempo di
incompatibilità deve intendersi quello limitato sino
alla prima adozione dello strumento da parte
dell’amministrazione committente. Tale norma è
estesa anche a quei professionisti che con il
redattore del piano abbiano rapporti di
collaborazione professionale continuativa in atto.
21.4 L’ingegnere non può accettare la nomina ad
arbitro o ausiliario del giudice e comunque non può
assumere in qualsivoglia veste la figura si soggetto
giudicante se una delle parti del procedimento sia
assistita, o sia stata assistita negli ultimi due anni,
da altro professionista di lui socio o con lui
associato, ovvero che eserciti negli stessi locali.

21.5 L’ingegnere che abbia partecipato alla


programmazione e definizione di atti e/o fasi delle
procedure di evidenza pubblica aventi ad oggetto
servizi tecnici è tenuto ad astenersi dal concorrere
alle medesime.
21.6 L’ingegnere si deve astenere dall’assumere
incarichi nei seguenti casi:
a) posizione di giudice in un concorso a cui partecipa
come concorrente (o viceversa) un altro
professionista che con il primo abbia rapporti di
parentela o di collaborazione professionale
continuativa, o tali comunque da poter
compromettere l’obiettività del giudizio;
b) esercizio della professione in contrasto con norme
specifiche che lo vietino e senza autorizzazione
delle competenti autorità (nel caso di ingegneri
dipendenti, amministratori, ecc.);
c) collaborazione sotto qualsiasi forma alla
progettazione, costruzione, installazione, modifiche,
riparazione e manutenzione di impianti, macchine,
apparecchi, attrezzature, costruzioni e strutture per i
quali riceva l’incarico di omologazione o collaudo.
22 - Sanzioni
22.1 La violazione delle norme di comportamento di
cui ai precedenti articoli del presente Codice
Disciplinare è sanzionata, a giudizio del
Consiglio di disciplina territoriale.
CAPO VII - DISPOSIZIONI
FINALI
23 - Disposizioni finali
23.1 Il presente Codice, con il relativo Regolamento di
Attuazione:
a) è depositato presso il Ministero della Giustizia, il
Consiglio Nazionale degli Ingegneri, gli Ordini
Provinciali, gli Uffici Giudiziari e Amministrativi
interessati;
b) è pubblicato sul sito ufficiale del Consiglio
Nazionale e, nella versione recepita e approvata
da ogni singolo Consiglio dell’Ordine, sul sito di
ciascun Ordine territoriale degli Ingegneri.
AZIONE DISCIPLINARE

COME HA ORIGINE
•su iniziativa delle parti che vi abbiano interesse
•su richiesta del Pubblico Ministero
•d’ufficio in seguito a notizie di abusi e mancanze, avute
anche in via occasionale.
CHI LA ESERCITA
•il Presidente del Consiglio di Disciplina di propria iniziativa
•su indicazioni del Presidente dell'Ordine
•su decisione del Consiglio di disciplina
Il Presidente del Consiglio di Disciplina ha quindi la facoltà
di accesso presso uffici pubblici per acquisizione di atti e
per la conoscenza di fatti (presso Comune o Procura, ecc.)
FASE PRELIMINARE
A seguito dell'assegnazione della questione disciplinare
(conformemente al chiarimento del Ministro della Giustizia
prot. m_dg_SMN.15/10/2012.0010960.U del 15 ottobre
2012), il Presidente del Collegio di disciplina è il titolare del
potere esercitato nella fase preliminare dell’istruttoria.
Per l’esercizio di tale funzione istruttoria può essere
coadiuvato da un Consigliere del Collegio con espressa
decisione del Consiglio di disciplina.
L'azione del Presidente del Collegio deve tendere
all’accertamento dei fatti e delle circostanze che
costituiscono violazione alle norme deontologiche. Verificati
i fatti, archivia il caso, o convoca il Collegio di disciplina e
l’indagato affinché sia udito.
PROCEDIMENTO DISCIPLINARE
Nel caso in cui il Collegio di disciplina deliberi che vi sia
motivo per il rinvio a giudizio disciplinare, il Presidente del
Collegio apre formalmente il procedimento nominando il
Relatore, componente del Collegio, al quale trasmette gli
atti relativi alla fase preliminare con assegnazione di un
termine entro cui produrre la relazione scritta al Collegio di
disciplina.

Il Presidente del Collegio provvede, con decreto di


citazione, a citare l’incolpato, a mezzo di ufficiale giudiziario
a comparire al giorno ed ora fissati avanti al Collegio di
disciplina dell’Ordine, in un termine non inferiore a 15
giorni, per essere sentito e per presentare eventuali
documenti a sua discolpa
Nel giorno stabilito e indicato nel decreto di citazione si
svolge la discussione in ordine ai fatti oggetto del
procedimento, con verbalizzazione della seduta, e con
l’intervento del relatore e dell’incolpato (oppure un suo
legale di fiducia).

Terminata la discussione, il Collegio di disciplina


adotta la decisione sul merito, subito oppure in un
secondo tempo, eventualmente anche per l’esigenza
sopravvenuta di nuovi accertamenti, previa nuova
convocazione dell’architetto per essere nuovamente
sentito dal Collegio di disciplina.
SANZIONI
Il Collegio può pronunciare contro gli iscritti all’albo,
tenuto conto della gravità del fatto, una delle seguenti
sanzioni adeguata e proporzionata alla violazione delle
norme deontologiche:

a) avvertimento;
b) censura;
c) sospensione dall’esercizio della professione
per un tempo non maggiore di mesi sei;
d) cancellazione dall’albo.
AVVERTIMENTO
La sanzione dell’avvertimento consiste in un richiamo
scritto comunicato all’interessato sull’osservanza dei
suoi doveri ed in un invito a non ripetere quanto
commesso. Viene inflitta nei casi di abusi o mancanze
di lieve entità che non hanno comportato riflessi
negativi sul decoro e sulla dignità della professione.
CENSURA
La sanzione della censura consiste in una formale
dichiarazione di biasimo, notificata al colpevole a
mezzo di ufficiale giudiziario. E’ inflitta nei casi di abusi
o di mancanze lesivi del decoro e della dignità della
professione e nel caso di morosità nel pagamento del
contributo annuo dovuto che perduri oltre 60 giorni dal
termine stabilito dal Consiglio.
SOSPENSIONE
La sospensione consiste nell’inibizione all’esercizio
della professione e consegue di diritto nel caso
previsto e regolato dagli articoli 19 e 35 del Codice
Penale per tutto il tempo stabilito nel provvedimento
del giudice che l’ha comminata.
La sanzione della sospensione dall’esercizio della
professione è, invece, inflitta fino al massimo di sei
mesi:
a) per violazioni del codice deontologico, che possano
arrecare grave nocumento ad utenti/clienti o ad altro iscritto
all’albo, oppure generare una più estesa risonanza
negativa per il decoro e la dignità della professione a causa
della maggiore pubblicità del fatto;
b) per morosità superiore ad una annualità nel pagamento
dei contributi dovuti.
CANCELLAZIONE
La cancellazione dall’albo consegue di diritto nel caso
di interdizione dalla professione previsto e regolato
dagli artt. 19 comma 1. n. 2, 30 e 31 del Codice
Penale per l’intera durata dell’interdizione stabilita nel
provvedimento del giudice che l’ha comminata.
La sanzione della cancellazione dall’albo viene, altresì,
inflitta nei casi di violazione del codice deontologico
e/o di comportamento non conforme al decoro ed alla
dignità della professione, di gravità tali da rendere
incompatibile la permanenza nell’albo.
In caso di cancellazione rimane fermo l’obbligo per
l’incolpato di corrispondere i contributi dovuti per il
periodo in cui è stato iscritto all’albo.
CONTRIBUTO ANNUO
Il contributo annuo dovuto dagli iscritti all’albo è
determinato dal Consiglio ai sensi degli artt. 18 e 37 del R.
D. 2537/1925.
È considerato comportamento non conforme al decoro
e alla dignità della professione il mancato versamento
dei contributi all’Ordine di appartenenza.
Scaduto il termine per il versamento del contributo, il
Presidente dell’Ordine, rilevata la morosità, provvede, a
mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, a diffidare
l’iscritto ad effettuare il versamento del contributo entro e
non oltre 60 gg.
Dal ricevimento della diffida, con le maggiorazioni dovute
per legge e con l’espressa indicazione che, in caso
contrario, si procederà all’apertura nei suoi confronti del
procedimento disciplinare.
Scaduto senza esito il termine di 60 gg. il Presidente
dell’Ordine attiva d’ufficio, mediante il Consiglio di
Disciplina, l’apertura del procedimento disciplinare,
inviandone comunicazione all’iscritto.
Il soggetto “moroso”, può incorrere nelle sanzioni della
censura, della sospensione e della cancellazione dall’albo.
In caso di cancellazione, ove l’interessato richieda nuova
iscrizione, oltre ad avere sanato la morosità per il periodo
che ha dato luogo alla cancellazione, deve anche
dimostrare il possesso di tutti i requisiti previsti dalla
normativa vigente al momento della richiesta.
I contributi non versati, le relative penalità e gli eventuali
costi aggiuntivi costituiscono crediti dell’Ordine esigibili
nelle forme di legge anche in caso di trasferimento
dell’interessato ad altro Ordine, di sospensione, di
cancellazione.