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Fulvio Frati

PERIZIE E CONSULENZE
IN PSICOLOGIA FORENSE:
ASPETTI DEONTOLOGICIE METODOLOGICI
L’attività dello psicologo in ambito giuridico
si esplica in almeno
tre settori fondamentali di intervento:
quello PENALE, quello CIVILE e quello
MINORILE.
Inoltre, essa può essere richiesta in particolari
circostanze anche nell’ambito della giustizia
AMMINISTRATIVA ed in quella ECCLESIASTICA:
in tutti questi settori, pertanto, essa deve
prestare particolare attenzione non solo agli
aspetti TECNICI attraverso i quali si esprime, ma
anche a quelli DEONTOLOGICI e METODOLOGICI
che ne sono alla base.
Sia nell’ambito della giustizia PENALE
che di quella CIVILE e di quella MINORILE,
sia nell’ambito della giustizia AMMINISTRATIVA
che di quella ECCLESIASTICA,
il ruolo professionale dello Psicologo
che viene chiamato ad operarvi professionalmente si configura,
essenzialmente, come quello di un

“ESPERTO”.
Poiché, inoltre, i ruoli ricoperti dall’esperto Psicologo in ambito
giudiziario possono essere diversi (“Operatore dei Servizi Sociali”,
“Giudice onorario”, “Consulente”, “Perito” ecc.), nel
presente
lavoro verranno presi in particolare in considerazione i
ruoli più frequentemente rivestiti nello specifico ambito
forense, vale a dire quelli del “Consulente” e del “Perito”.
Le vigenti normative che regolano l’attività professionale
dell’esperto Psicologo in ambito giuridico si differenziano
infatti notevolmente, innanzi tutto, sulla base del fatto che
si tratti di attività esperita in sede PENALE o nell'ambito
CIVILE.
A quest’ultimo ambito vanno inoltre essenzialmente riferite, pur
con alcune differenziazioni specifiche, le normative riguardanti
l’attività dell’esperto Psicologo in sede di Giustizia
AMMINISTRATIVA e di Giustizia ECCLESIASTICA, mentre
particolarità assolutamente originali e complesse,
soprattutto dai punti di vista metodologico e
deontologico, assume l’attività professionale dell’esperto
Psicologo nell’ambito della Giustizia MINORILE.
La DEONTOLOGIA che si applica all'esperto

che opera per la RICERCA DELLA VERITA’ E


DELLA GIUSTIZIA non varia, nei suoi principi di
fondo, sulla base del fatto che si tratti di un’indagine

esperita nell'ambito PENALE o in sede CIVILE.


Variano invece, anche sensibilmente, le norme che

regolano l'indagine stessa, dalla nomina

dell'esperto, al compimento delle attività, fino al


deposito della relazione scritta.
La correttezza delle procedure e la coerenza
metodologica e deontologica sono, peraltro, requisiti che
fanno parte dell’accertamento della verità in qualunque
ambito di ricerca. Inoltre, proprio per essere più garantiti
nel percorso verso l’accertamento della verità, è necessario
sapere bene che cosa si vuole accertare.

In altre parole, occorre sempre in primo luogo, da parte del


tecnico esperto, definire con la maggiore esattezza
possibile il campo della propria realtà peritale, in
particolare ponendo particolare attenzione alla
necessità dell’individuazione di una precisa
risposta allo specifico quesito postogli dal
Giudice così come quest’ultimo glie l’ha
testualmente formulato.
In Psicologia, occorre comunque tenerlo sempre ben
presente, il termine “Verità” ha un significato radicalmente
diverso
da quello che usualmente presenta nel contesto giudiziario,
in cui in genere esso è riferito unicamente,
o comunque primariamente, alla Verità dei fatti oggettivi.

Il lavoro dello Psicologo in ambito forense


non può invece non tener conto, inevitabilmente,
anche delle cosiddette “Verità soggettive”,
e si rivolge pertanto maggiormente verso la ricerca,
peraltro spesso assai complessa,
di un eventuale possibile equilibrio tra le une e le altre.
Le differenziazioni tra ambito
 penale
ed ambito
 civile

non devono quindi assolutamente interferire


con l'aspetto tecnico e scientifico
dell'attività dell'esperto,
ma in taluni casi ne possono sicuramente
favorire oppure ostacolare il compito.
E’ infatti importante che lo Psicologo che opera in ambito forense
possieda le “conoscenze” indispensabili per essere un buon tecnico.
Ma non meno importanti sono le “condizioni obiettive” necessarie
affinché il suo mandato possa essere espletato nel migliore dei modi:
egli deve perciò saperle riconoscere, valutare
ed eventualmente, se necessario, modificare.

E’ infatti diritto del cittadino ottenere una giusta sentenza


che, per essere tale, può aver bisogno dell’apporto
di una perizia o di una consulenza
che deve perciò risultare il più possibile inattaccabile
sia sotto il profilo della correttezza del suo contenuto
(aspetti tecnici e formali)
sia sotto quello, concretamente non meno importante,
della correttezza della sua modalità di esecuzione
(aspetti metodologici e deontologici).
Va innanzitutto ricordato al riguardo che
 particolarmente vasto è l’elenco degli
articoli di legge che regolano la materia
della Perizia e della Consulenza Tecnica,
e che
 l’esperto dovrebbe esserne a
conoscenza in quanto essi costituiscono
parte integrante del proprio lavoro.
Innanzitutto bisogna quindi distinguere
se l’attività dell’Esperto si svolge in ambito
 penale
oppure
 civile;

occorre poi evidenziare se ad affidare il mandato


al Consulente è
 un Giudice, oppure
 un altro Magistrato, oppure ancora un
 privato cittadino.
Nell'ambito penale,
l'esperto incaricato dal Giudice
è indicato come

 “perito”

e l'attività da questi svolta,


racchiusa nelle pagine di una relazione,
è indicata come

 “perizia”.
Nell'ambito civile,
l'esperto incaricato dal Giudice è indicato come
 “C.T.U.”,
acronimo di
 “Consulente Tecnico d‘Ufficio”,
e l'opera da questi svolta,
che, alla fine, si concretizza con la sua relazione,
è indicata come
 “C.T.U.”,
acronimo questa volta di
 “Consulenza Tecnica d‘Ufficio”.
Il ricorso alla consulenza tecnica è reso necessario dalla
"insufficienza del Giudice". La giurisprudenza, che qualifica la
consulenza tecnica come mezzo istruttorio (Cass. 4 aprile
1989 n. 1620) e come strumento di valutazione di fatti già
acquisiti altrimenti (Cass. 8 agosto 1989 n. 3647) – afferma
inoltre che la consulenza può assurgere a fonte oggettiva
di prova come strumento di accertamento e descrizione
dei fatti oltre che della loro valutazione - (così ad es. la
Cass. 10 aprile 1986 n. 2497, Cass. 24 marzo 1987 n. 2849).

L'articolo 220 C. P. P. prevede espressamente che la


consulenza tecnica è ammessa quando occorre svolgere
indagini o acquisire dati o valutazioni.
Il Giudice, in ambito penale, nomina il Perito, con
un’ordinanza che viene notificata. Successivamente
alla notifica il perito nominato viene convocato in
tribunale alla presenza degli avvocati di parte e viene
informato relativamente all’intervento che gli è
richiesto, rispetto al quale dovrà presentare la perizia
entro un termine prestabilito che non può essere
superiore ai 90 giorni.
Le parti hanno, a loro volta, la possibilità di nominare
propri consulenti. Il consulente tecnico nominato dal
Pubblico Ministero, in ambito penale, è definito
Consulente Tecnico del Pubblico Ministero
(C.T./P.M.).
Analogamente, in ambito civile, Il Giudice
nomina il C.T.U. con un’ordinanza che viene
notificata attraverso un ufficiale Giudiziario.
Successivamente alla notifica il C.T.U. nominato
viene convocato in tribunale alla presenza degli
avvocati di parte e viene informato relativamente
all’intervento che gli è richiesto, rispetto al quale
dovrà presentare la perizia entro un termine
prestabilito che varia dai 60 ai 90 giorni.
Gli avvocati di parte hanno anche in questo
caso, a loro volta, la possibilità di nominare
ciascuno un Consulente Tecnico di Parte
(C.T.P.).
Ove l'esperto sia stato incaricato dai legali direttamente
nominati da una delle parti (nell'ambito civile, dal
procuratore delle parti, attore o convenuto; nell'ambito
penale, dal difensore dell'imputato o da altra parte), egli
sarà quindi sempre indicato, sia in ambito civile che
penale, come “C.T.P.”, (ossia “Consulente Tecnico di
Parte”), e “Consulenza” sarà a sua volta definita l'attività
che egli avrà svolto e successivamente racchiuso nella
sua relazione finale.
“Perizia” è invece un vocabolo specificatamente riferito
alla relazione finale prodotta dall’esperto nominato, in
ambito esclusivamente penale, dal Giudice: è quindi a tale
figura di esperto che, propriamente, va riservata in
ambito forense la definizione di “Perito”.
Nell'ambito civile, se una delle parti intende valersi dell’opera
di un esperto, deve chiedere al Giudice di attivare tale
opportunità. Può anche essere il Giudice stesso a decidere
autonomamente di avvalersi dell’opera di un esperto, sulla
base di varie norme sia del codice di procedura civile sia delle
sua disposizioni di attuazione. Il Giudice, se valuta di avvalersi
di tale ausilio, dispone l'incarico e procede alla nomina del
C.T.U. (art.191 C.P.C., affine all'articolo 221 C.P.P. che
riguarda la nomina di un perito nell'ambito del processo
penale).

Nell'ambito penale, a quest’ultimo riguardo , si fa invece


riferimento a varie norme del Codice di Procedura Penale
(artt. 133, 220-233, 392 lett.f, 468, 508 e 511) e delle
disposizioni di attuazione del C.P.P. (artt. 70, 76, 114, 145).
È indubbio che il perito d'ufficio o il C.T.U.,
sia nell’ambito penale che in quello civile, abbiano
maggiori strumenti, per l'espletamento dell'incarico,
che non i Consulenti Tecnici di Parte. Ad esempio, in
ambito penale, il perito può non solo visionare, ma
addirittura ritirare documenti che costituiscono corpo di
reato, mentre il C.T.P. non può disporre di tali documenti se
non alla presenza di un organo di controllo. Ciò in quanto
il C.T.U. ed il Perito sono a tutti gli effetti “pubblici
ufficiali”, con tutto quanto ne consegue dal punto di
vista degli obblighi e dei poteri ad essi riferiti, mentre
il ruolo ricoperto dal Consulente Tecnico di Parte non
si uniforma invece a tale fattispecie. Da tale fatto,
tuttavia, non conseguono per l’esperto Psicologo
differenze sostanziali dal punto di vista deontologico,
anche se rilevanti sono invece le differenze che si
determinano dal punto di vista legale.
La consulenza tecnica e la perizia,
in sintesi, rappresentano
alcune delle possibili fonti
di convincimento del Giudice.

Sia nell'ambito civile che in quello penale


il Giudice può quindi richiedere
l'intervento di un esperto che, attraverso
le sue specifiche competenze tecniche,
scientifiche o artistiche, consenta al Giudice
medesimo di acquisire elementi idonei al
raggiungimento della verità.
Il Giudice, proprio per il ruolo che ricopre, è per
antonomasia il “peritus peritorum”. Poiché però,
a volte, le sue competenze tecniche non gli
consentono di portare avanti una specifica
indagine sul quesito da egli stesso formulato, è
tenuto a nominare, per tale compito, un esperto.
A volte si può giungere ad una corretta sentenza
solo grazie ad una corretta consulenza tecnica, e
pertanto il ruolo di esperto ausiliario del Giudice è
molto importante: in molti casi la Consulenza
Tecnica è determinante ai fini di una
decisione. Il Consulente quindi, al pari del
Giudice, deve possedere alcune caratteristiche
personali come l’imparzialità, l’indipendenza e
l’integrità.
Il legislatore ha inteso riconoscere all’istituto della perizia
una rilevante funzione nell'ambito del momento formativo
della prova, tant'è che a tale istituto è stato completamente
dedicato il Capo IV del Titolo II (“Mezzi di prova”) del
Libro Terzo (“Prove”) del Codice di Procedura Penale.

Occorre tuttavia precisare che, come indicazione generale,


al perito non è richiesta la ricerca della prova, ma solo
la sua valutazione. Perciò anche al perito psicologo
non deve essere richiesta, né lui deve cercare, la “prova
oggettiva dei fatti”, perché il fine della perizia (come
quello della C.T.U.) non è la ricerca della prova. Questo
è il fine del processo penale e le perizie, semplicemente,
concorrono a tale fine.
Nell'ambito forense, in sintesi, la perizia e la C.T.U.
hanno una maggior valenza rispetto alla C.T.P.,
sia che quest’ultima si esplichi in ambito civile
oppure penale:
poiché in entrambi questi ultimi casi si tratta
sempre di relazioni prodotte da esperti di parte
che sono quindi assoggettati
a limiti che non vincolano, invece,
l'operato del perito incaricato da parte del Giudice.
La nomina e l'attività procedurale
del perito Psicologo
segue le medesime regole di qualsiasi altro esperto,
in altri campi, del quale si avvale l'Autorità Giudiziaria
per l'amministrazione della Giustizia.

Nell’ambito penale, è l'articolo 221 c.p.p.


che regola la nomina del perito d'ufficio,
il quale è prescelto fra gli iscritti in appositi albi
o fra persone che abbiano una particolare
competenza nella disciplina per la quale è richiesta
la prestazione.
Il professionista incaricato di prestare l'ufficio di perito
ha l‘ obbligo di accettare l'incarico,
salvo il caso che ravvisi uno dei motivi di
giustificata astensione.

Tali motivi, in ambito penale, sono elencati nell’art. 36 C.P.P.,


richiamato dal 3° c. art. 221 C.P.P. Inoltre, l’art. 222 C.P.P.
prevede i casi di incapacità e incompatibilità (che, quindi,
precludono ab origine non solo l’eventuale nomina, bensì la
capacità stessa di un soggetto a prestare l’ufficio di perito).
In ambito civile, invero, il Codice si limita ad una previsione
più generica (cfr.: artt. 63 e 192 C.C.), ma, in ogni caso,
eventuali situazioni particolari dovranno essere sottoposte al
vaglio del Giudice e, per tal motivo, adeguatamente
documentate (cfr.: art 192 C.C.).
La scelta dell'esperto è comunque
autonomamente compiuta dal Giudice,
sicché, di fatto, l'esperto di sua fiducia
può essere egualmente nominato
anche se non iscritto all’albo, sia pure dovendo
preferire gli appartenenti a ruoli tecnici dello
Stato o enti pubblici (ad esempio, appartenenti
alla Polizia Scientifica). Tale scelta è preferibile,
ma non vincolante per il Giudice, che può
nominare chiunque sia in grado
di riscuotere la sua fiducia.
L’esperto prescelto dovrebbe quindi essere iscritto, come
norma generale, all'albo appartenente al distretto
dell’ufficio competente; tuttavia, purché la nomina venga
motivata, il Magistrato può scegliere un perito iscritto in
altro albo, anche estero, oppure non iscritto in alcun albo.
Egli, se la delicatezza o la complessità del caso lo
richiede, può anche affidare l'incarico a più esperti,
che formeranno così un un “collegio di periti” (o “
collegio peritale”).
Il collegio peritale ha le medesime funzioni del perito
incaricato singolarmente e, salvo il caso in cui vi sia
disaccordo fra i suoi membri, verrà depositato un unico
elaborato contenente le risposte ai quesiti rivolti dal
giudice, risposte che saranno espresse unanimemente da
tutti gli esperti costituenti il collegio medesimo.
Solo al Giudice, quindi, compete di scegliere il
proprio consulente ed alla coscienza di
quest’ultimo di accettare incarichi compatibili con
le proprie capacità.

Se non interviene istanza di ricusazione, ex


articolo 223 c.p.p., 3° comma o ex art. 192 c.p.c., il
provvedimento di nomina dell’esperto non è
impugnabile. A questo proposito si segnala che
non possono essere incaricati esperti che
abbiano già svolto il proprio ufficio in
procedimenti collegati o in altre fasi del processo.
Il perito Psicologo, come d'altra parte qualsiasi
esperto in altre discipline, all'atto del conferimento
dell'incarico deve rappresentare al Giudice
qualsiasi particolare esigenza in ordine all'attività
che si appresta a svolgere. Nel caso si renda
necessario un accertamento parallelo di un altro
esperto, il perito segnalerà tale esigenza al Giudice
che nominerà un perito nella disciplina richiesta e
che risponderà autonomamente all'incarico
affidatogli. Nei casi in cui il perito non esegua in
modo corretto questa procedura potrebbe essere
ritenuto negligente, al pari di chi non procede
regolarmente al suo ufficio, ed essere quindi
sollevato dall'incarico e soggetto a sanzione.
Oggi si assiste infatti ad una “espansione
delle complessità” e, conseguentemente,
delle conoscenze necessarie, che
costringono il tecnico ad ampliare il
proprio apprendimento per far
fronte ad una realtà più articolata
e mutevole alla quale non sempre egli
riesce a far fronte con le sue competenze
personali di base.
Va pertanto ribadito e sottolineato, a questo punto,
anche il carattere interdisciplinare delle
competenze dell’esperto Psicologo, che deve
sempre saper cogliere in primo luogo l’intrinseca
difficoltà di delimitare il campo in cui si esplica la
sua indagine.
Ogni fase della propria ricerca, anche quella che non
è direttamente connessa alle proprie conoscenze
psicologiche, è infatti costitutiva del processo di
accertamento della verità, e in ogni momento è
possibile l’errore che può portare fuori del giusto
cammino.
Fondamentale è quindi il dovere dell’esperto di
esprimersi solo ed esclusivamente quando sia in
possesso effettivamente delle capacità necessarie
per l’espletamento dell’incarico affidatogli, in
quell’indissolubile binomio di “scienza e
coscienza” che deve sempre caratterizzare
l’opera da egli svolta.
Egli dovrà attingere a tutto il suo patrimonio del
sapere e non dovrà trascurare di chiedere al
Giudice l’apporto di altri
specialisti, laddove ne dovesse
ravvisare la necessità.
L’eventuale messa in campo di una
molteplicità di approcci riguarda
quindi anche l’esperto, oltre che il
Giudice;
al Giudice, e questo aspetto della
realtà peritale è molto importante,
spettano in primo luogo la chiarezza,
la precisione, la delimitazione
dell’oggetto di indagine.
Il lavoro svolto dal perito o dal C.T.U.
dovrà infatti presentarsi di norma come
completo ed inattaccabile sotto il
profilo tecnico-scientifico.
Il compito dell’esperto nominato dal
Giudice, cioè quello di produrre gli
elementi necessari al Giudice per
formulare il giudizio, è quindi
nettamente definito, e non dovrà mai
essere valicato.
L’attività peritale si presenta quindi come
strumento per ricercare la verità, utilizzato non
direttamente dal Giudice, ma attraverso l’opera di
una terza persona, la quale deve essere fornita
di particolari cognizioni tecniche e scientifiche.

In tal modo, la consulenza tecnica si pone al di


fuori delle parti ed assume così una funzione di
garanzia.
Il perito d’ufficio, in ragione di quanto da egli stesso
accertato, può determinare azioni giudiziarie che
andranno a ripercuotersi nella sfera dei diritti patrimoniali
e, soprattutto, personali di determinati soggetti, sotto i
profili civile e penale.

Il perito d’ufficio, quindi, deve rispondere ai limiti che gli


provengono sia da quanto sancito dalla legge, sia da forti
esigenze etico-morali, che si manifestano principalmente
nell’adesione a un “codice” deontologico inciso nella
coscienza non solo di ciascun professionista, ma anche di
ciascun uomo.
Inoltre, occorre considerare la realtà peritale nel
contesto in cui si svolge: il processo, sia civile,
che penale.

Come scrive Tullio De Rose, comunque, sia la


perizia che la C.T.U. si possono definire come “un
insieme di operazioni tecniche compiute da
persone particolarmente esperte che
intervengono nella dinamica processuale con le
modalità, le sfaccettature e gli effetti probatori
previsti dai codici e dalle connesse disposizioni
normative”, nell’interesse superiore e generale di
contribuire a “far giustizia”.
La vastità del campo che costituisce l’oggetto della
realtà peritale, dunque, è un’ulteriore difficoltà che si
aggiunge al problema; nello stesso tempo, è anche una
ragione in più per cercare quel rigore metodologico e
quella consapevolezza epistemologica che sono il
fondamento della serietà professionale del
consulente Psicologo.

Si può, più precisamente, parlare di "rigore


epistemologico" proprio in relazione ad alcuni requisiti,
uno dei quali è la definizione e delineazione
dell’oggetto sul quale verte l’indagine peritale,
che avviene con la formulazione del quesito da parte
del Giudice.
In sede di incarico, le parti potranno nominare propri
Consulenti che avranno il compito di assistere a tutte le
attività peritali che verranno svolte dal perito d'ufficio. Il
perito d'ufficio ha l'obbligo di indicare il luogo e la data
di inizio delle attività peritali e, in esito a ciascuna di
esse, di comunicare la successiva data e il luogo nel
quale le operazioni stesse dovranno proseguire.

L'attività di stesura della relazione scritta, ovviamente,


non è considerata attività peritale alla quale abbiano
diritto di partecipare i consulenti di parte. Il consulente
di parte ex articolo 230 c.p.p. o ex art. 201 c.p.c., oltre ad
avere la facoltà di assistere al conferimento dell'incarico
ed a partecipare alle attività peritali, potrà anche
avanzare richieste, proporre, motivandole, specifiche
indagini e formulando osservazioni e riserve.
Il perito d'ufficio, secondo il tipo di richiesta, potrà
a sua volta rivolgere domanda al Giudice
sull'opportunità o meno di aderire all'esigenza del
consulente di parte, che comunque può sempre
chiedere copia dei documenti oggetto di indagine
tecnica. Anche ad operazioni peritali concluse, il
consulente di parte può presentare istanza di
esaminare quanto già fatto oggetto dalla perizia,
fermo restando che, come sancito dal 4° comma
dell'articolo 230 c.p.p., la nomina e l'attività del
consulente di parte non possono rallentare la
perizia e le altre attività processuali.
Fatta eccezione per l'incarico affidato nel corso
del dibattimento, nel qual caso la risposta del
perito può essere fornita oralmente, l'esperto
incaricato dal Giudice depositerà, in esito alle
operazioni svolte, una relazione scritta. Tale
relazione dovrà ritenersi vincolata alla risposta
da dare al quesito posto dal Giudice. Allorché il
consulente di parte esprima giudizi che siano
diversi da quelli del perito d'ufficio, il Giudice
potrà ovviamente anche disattenderli, purché
ne dia motivazione nella sentenza.
L’elaborato scritto - diretto non tanto a Colleghi
Psicologi, ma soprattutto al Giudice - dovrà
utilizzare un linguaggio facilmente
comprensibile anche a coloro che non
dispongono delle conoscenze tecniche di cui
mediamente dispone lo Psicologo
professionista; in tal modo il Giudice, al quale
non sono per legge richieste particolari
conoscenze psicologiche, potrà correttamente
valutarlo e quindi utilizzarlo al fine
dell’elaborazione della propria sentenza.
L'indagine peritale incontra di norma due importanti
limiti: il primo attinente l'oggetto della stessa, il
secondo la libertà e la discrezionalità del Giudice nel
decidere.

Va infatti precisato che, sotto il primo profilo,


è il 2° comma dell'articolo 220 c. p. p. a stabilire che
non sono ammesse perizie per stabilire l'abitualità o
la professionalità nel reato, la tendenza a
delinquere, il carattere e la personalità dell'imputato
e in genere le qualità psichiche indipendenti da
cause patologiche. In poche parole, in ambito penale
vige di norma il divieto della consulenza tecnica
psicologica (a meno che non si tratti di soggetti
minori, nel qual caso essa è invece ammessa).
Guglielmo Gulotta, Psicologo ed Avvocato di particolare
fama nell’ambito della Psicologia Forense, parla
dell’attività peritale come di una comunicazione nel corso
della quale bisogna far comprendere ai non esperti "in
modo coerentemente razionale, logico e dimostrativo, il
perché di quel giudizio".

Risulta dunque chiaro l’obiettivo sia della Perizia che


della Consulenza Tecnica psicologica: ciò che in esse
è affermato deve possedere una chiara valenza
dimostrativa, sostenuta dal rispetto di criteri
epistemologici e metodologici tali da poter essere
esplicitati. Va esclusa, in altri termini, ogni improvvisazione
o casualità, e l’esperto dovrà sottoporre il proprio lavoro ad
un rigore metodologico che giustifichi sempre le
risultanze della propria indagine.
Nel nostro Paese, un utilissimo strumento a disposizione degli
Psicologi che esercitano la loro attività nell’ambito della Psicologia
Giuridica è costituito dalle cosiddette “LINEE GUIDA
DEONTOLOGICHE PER LO PSICOLOGO FORENSE”, approvate
dal Consiglio Direttivo dell’Associazione Italiana di Psicologia
Giuridica a Roma il 17 gennaio 1999 e dall’Assemblea
dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica a Torino il 15
ottobre 1999.

Tali disposizioni non sono sostitutive del Codice Deontologico


degli Psicologi Italiani, in quanto ogni Psicologo è tenuto ad
osservare le norme in questo contenute indipendentemente da
quale che sia la propria specializzazione professionale. Esse
consistono invece in “linee guida” cui attenersi
specificatamente nell’esercizio dell’attività psicologica in
ambito forense, e contengono importanti indicazioni relative
all’attività dello Psicologo in ogni ambito giuridico, sia esso
relativo alla Giustizia Penale sia a quelle Civile, Amministrativa,
Ecclesiastica e Minorile. Vediamole pertanto ad una ad una.
LINEE GUIDA DEONTOLOGICHE
PER LO PSICOLOGO FORENSE

Sono indicati i riferimenti al "Codice Deontologico degli Psicologi"


(C.D.) , ed alla "Carta di Noto" (C.N.)
ARTICOLO 1
Lo psicologo forense è consapevole
della responsabilità che deriva dal
fatto che nell’esercizio della sua
professione può incidere
significativamente – attraverso i
propri giudizi espressi agli operatori
forensi ed alla magistratura – sulla
salute, sul patrimonio e sulla libertà
degli altri. Pertanto, presta
particolare attenzione alle peculiarità
normative, organizzative sociali e
personali del contesto giudiziario ed
inibisce l’uso non appropriato delle
proprie opinioni e della propria
attività.
ARTICOLO 2
Lo psicologo forense non abusa
della fiducia e della dipendenza degli
utenti destinatari e delle sue
prestazioni che a causa del
processo sono particolarmente
vulnerabili alla propria attività. Per
questo, lo psicologo si rende
responsabile dei propri atti
professionali e delle loro prevedibili
dirette conseguenze (cfr. art. 3 C.D.).
ARTICOLO 3

Lo psicologo forense, vista la


particolare autorità del giudicato cui
contribuisce con la propria
prestazione, mantiene un livello di
preparazione professionale adeguato,
aggiornandosi continuamente negli
ambiti in cui opera, in particolare per
quanto riguarda contenuti della
psicologia giuridica, segnatamente
quella giudiziaria, e delle norme
giuridiche rilevanti. Non accetta di
offrire prestazioni su argomenti in
materia in cui non sia preparato e si
adopera affinché i quesiti gli siano
formulati in modo che egli possa
correttamente rispondere.
ARTICOLO 4
Lo psicologo forense nei rapporti con i magistrati,
gli avvocati e le parti mantiene la propria autonomia
scientifica e professionale. Sia pure tenendo conto
che norme giuridiche regolano il mandato ricevuto
dalla magistratura, dalle parti o dai loro legali non
consente di essere ostacolato nella scelta di metodi,
tecniche, strumenti psicologici, nonché nella loro
utilizzazione (art. 6 C.D.).
Nel rispondere al quesito peritale tiene presente che
il suo scopo è quello di fornire chiarificazioni al
giudice senza assumersi responsabilità decisionali
né tendere alla conferma di opinioni preconcette.
Egli non può e non deve considerarsi o essere
considerato sostituto del giudice. Nelle sue relazioni
orali e scritte evita di utilizzare un linguaggio
eccessivamente o inutilmente specialistico. In esse
mantiene distinti i fatti che ha accertato dai giudizi
professionali che ne ha ricavato.
ARTICOLO 5
Lo psicologo forense presenta
all’avente diritto i risultati del suo
lavoro, rendendo esplicito il quadro
teorico di riferimento e le tecniche
utilizzate (art. 1 C.N.), così da
permettere un’effettiva valutazione e
critica relativamente
all’interpretazione dei risultati. Egli,
se è richiesto, discute con il giudice i
suggerimenti indicati e le possibili
modalità attuative.
ARTICOLO 6
Nell’espletamento delle sue funzioni
lo psicologo forense utilizza
metodologie scientificamente
affidabili (art. 5 C.D.; art. 1 C.N.). Nei
processi per la custodia dei figli la
tecnica peritale è improntata quanto
più possibile al rilevamento di
elementi provenienti sia dai soggetti
stessi sia dall’osservazione
dell’interazione dei soggetti tra di
loro.
ARTICOLO 7
Lo psicologo forense valuta attentamente il grado
di validità e di attendibilità di informazioni, dati e
fonti su cui basa le conclusioni raggiunte (art. 7
C.D.; art. 1 C.N.). Rende espliciti i modelli teorici
di riferimento utilizzati (art. 1 C.N.) e,
all’occorrenza, vaglia ed espone ipotesi
interpretative alternative (art. 5 C.N.) esplicitando
i limiti dei propri risultati (art. 7 C.D.). Evita altresì
di esprimere opinioni personali non suffragate da
valutazioni scientifiche. Nei casi di abuso
intrafamiliare, qualora non possa valutare
psicologicamente tutti i membri del contesto
familiare (compreso il presunto abusante), deve
denunciarne i limiti della propria indagine dando
atto dei motivi di tale incompletezza (art. 3 C.N.).
ARTICOLO 8
Lo psicologo forense esprime
valutazioni e giudizi professionali
solo se fondati sulla conoscenza
professionale diretta, ovvero su
documentazione adeguata e
attendibile. Nei procedimenti che
coinvolgono un minore è da
considerare deontologicamente
scorretto esprimere un parere sul
bambino senza averlo esaminato
(art. 3/3 C.N.) (artt. 3/1, 3/2 C.N.).
ARTICOLO 9
Operando nell’ambito della giustizia
penale e civile altri professionisti
delle scienze sociali e del
comportamento (quali criminologi,
psichiatri, sociologi, assistenti sociali,
pedagogisti e laureati in
giurisprudenza) lo psicologo si
adopera per scoraggiare l’esercizio
abusivo di attività strettamente
psicologiche svolte da chiunque non
rispetti i limiti delle proprie
competenze anche segnalandolo al
consiglio dell’Ordine (art. 8 C.D.).
ARTICOLO 10
Lo psicologo forense agisce sulla base del consenso informato da
parte del cliente/utente. In caso di intervento individuale o di
gruppo, è tenuto ad informare nella fase iniziale circa le regole che
governano tale intervento (art. 14 C.D.).
Qualora il mandato gli sia stato conferito da persona diversa dal
soggetto esaminato o trattato, per esempio da un magistrato, lo
psicologo chiarisce al soggetto le caratteristiche del proprio
operato. Lo psicologo forense è tenuto al segreto professionale
(art. 11 C.D.) ma è altresì tenuto a comunicare al soggetto valutato
o trattato i limiti della segretezza qualora il mandante sia un
magistrato o egli adempia ad un dovere (per es. trattamento
psicoterapeutico in carcere) (art. 24 C.D.).
ARTICOLO 11
Stante il contesto in cui opera, lo
psicologo forense ha particolare cura
nel redigere e conservare appunti,
note, scritti o registrazioni di
qualsiasi genere sotto qualsiasi
forma che riguardino il rapporto col
soggetto (art. 17 C.D.).
Egli ricorre, ove possibile, alla
videoregistrazione o, quantomeno,
alla audioregistrazione delle attività
svolte consistenti nell’acquisizione
delle dichiarazioni o delle
manifestazioni di comportamenti.
Tale materiale deve essere posto a
disposizione delle parti e del
magistrato (art. 4 C.N.).
ARTICOLO 12
Lo psicologo che opera nel processo, proprio per la natura
conflittuale delle parti in esso, è particolarmente tenuto ad ispirare la
propria condotta al principio del rispetto e della lealtà (art. 33 C.D.).
Nei rapporti con i colleghi, durante le operazioni peritali o comunque
collegiali, lo psicologo è tenuto a comportamento leale, mantenendo
la propria autonomia scientifica, culturale e professionale (art. 6/1
C.D.) pur prendendo in considerazione interpretazioni diverse dei
dati (art. 7 C.D.; art. 5 C.N.) anche per il confronto con i consulenti di
parte. Ove previsto dalla legge, concerta insieme ai colleghi tempi e
metodi per il lavoro comune, manifesta con lealtà il proprio dissenso,
critica, ove lo ritenga necessario, i giudizi elaborati degli altri colleghi,
nel rispetto della loro dignità e fondandosi soltanto su
argomentazioni di carattere scientifico e professionale evitando
critiche rivolte alla persona (art. 36 C.D.).
ARTICOLO 13
I consulenti di parte mantengono la
propria autonomia concettuale,
emotiva e comportamentale rispetto
al loro cliente. Il loro operato
consiste nell’adoperarsi affinché i
consulenti di ufficio e il consulente
dell’altra parte rispettino metodologie
corrette ed esprimano giudizi fondati
scientificamente.
ARTICOLO 14

Lo psicologo forense rende espliciti al


minore gli scopi del colloquio curando che
ciò non influenzi le risposte, tenendo conto
della sua età e della sua capacità di
comprensione, evitando per quanto possibile
che egli si attribuisca la responsabilità per
ciò che riguarda il procedimento e gli
eventuali sviluppi (art. 8. C.N.). Garantisce
nella comunicazione col minore che
l’incontro avvenga in tempi, modi e luoghi tali
da assicurare la serenità del minore e la
spontaneità della comunicazione; evitando,
in particolare, il ricorso a domande
suggestive o implicative che diano per
scontata la sussistenza del fatto reato
oggetto delle indagini (art. 6 C.N.).
ARTICOLO 15
I colloqui col minore tengono conto
che egli è già sottoposto allo stress
che ha causato la vertenza
giudiziaria. Nel caso di pluralità di
esperti, è opportuno favorire la
concentrazione dei colloqui con il
minore in modo da minimizzare lo
stress che la ripetizione dei colloqui
può causare al bambino (art. 7
C.N.).
ARTICOLO 16
I ruoli dell’esperto nel procedimento penale e dello psicoterapeuta sono
incompatibili (art. 26 C.D.; art. 10 C.N.).
L’alleanza terapeutica, che è la caratteristica relazionale che domina la realtà
psicoterapeutica, è incompatibile col distacco che il perito e il consulente
tecnico devono mantenere nel processo. Per questo, chi ha o abbia avuto in
psicoterapia una delle parti del processo o un bambino di cui si tratta nel
processo o un suo parente, o abbia altre implicazioni che potrebbero
comprometterne l’obiettività (art. 26/2, art. 28/1 C.D.) si astiene dall’assumere
ruoli di carattere formale. Lo psicologo che esercita un ruolo peritale non
svolge nel contempo nei confronti delle persone diagnosticate attività diverse
come, per esempio, quelle di mediazione o di psicoterapia. Egli, con il
consenso dell’avente diritto, potrà semmai, in quanto testimone, offrire il suo
contributo agli accertamenti processuali (art. 12 C.D.). Durante il corso della
valutazione processuale, lo psicologo forense non può accettare di incontrare
come cliente per una terapia nessuno di coloro che sono coinvolti nel processo
di diagnosi giudiziaria (art. 10 C.N.).
ARTICOLO 17

Nelle valutazioni riguardanti la custodia dei figli, lo


psicologo forense valuta non solo il bambino, i genitori e
i contributi che questi psicologicamente possono offrire
ai figli, ma anche il gruppo sociale e l’ambiente in cui
eventualmente si troverebbe a vivere.
Nel vagliare le preferenze del figlio, tenuto conto del suo
livello di maturazione, particolare attenzione dovrebbe
porsi circa le sincerità delle affermazioni e l’influenza
esercitata soprattutto dal genitore che lo ha in custodia.
Una particolare attenzione, come si nota,
deve sempre essere posta alle perizie ed alle
consulenze che hanno come oggetto persone
minorenni o comunque non in grado di
decidere in modo autonomo: e questo sin dal
primo momento del loro avvio, vale a dire
quello dell’accettazione dell’incarico da parte
dello Psicologo consulente.
Al riguardo, va tenuto presente in modo particolare
l’Articolo 31 del vigente Codice Deontologico degli
Psicologi Italiani, che in proposito testualmente recita:
“Le prestazioni professionali a persone minorenni o
interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di
chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la
tutela.
Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al
precedente comma, giudichi necessario l’intervento
professionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso,
è tenuto ad informare l’Autorità Tutoria dell’instaurarsi della
relazione professionale.
Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su
ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture
legislativamente preposte”.
L’ articolo 31 del Codice Deontologico, tuttavia, non
appare completamente esaustivo rispetto ai quesiti
riguardanti la presa a carico delle persone minorenni o
comunque non in grado di decidere in modo autonomo.
Ad esempio, restano aperte alcune domande come le
seguenti:
1. Per effettuare una consulenza psicologica per valutare le
condizioni psicologiche di un minore affidato ad un genitore
(affido disgiunto esclusivo) è necessaria l'autorizzazione
dell'altro genitore non affidatario?
2. Nel caso di richiesta di uno dei due genitori di un affido
congiunto occorre l'autorizzazione di entrambi i genitori?
3. Nel caso in cui la consulenza venisse richiesta da uno dei due
genitori prima della sentenza del Giudice per stabilire l'affido
come bisogna comportarsi? Si può fare la consulenza senza
l'autorizzazione dell'altro genitore?
4. Nel caso in cui un genitore affidatario non sia d'accordo
rispetto alla consulenza, la si può fare comunque?

Eccetera eccetera eccetera……


COME REGOLA GENERALE,
PRIMA DI SOTTOPORRE AD UNA
CONSULENZA UN MINORE DA PARTE
DI UNO
PSICOLOGO/PSICOTERAPEUTA,
occorre avere il consenso di TUTTI E
DUE gli esercenti la potestà genitoriale,
anche nel caso di un "affido disgiunto
esclusivo" e CON LA SOLA
ECCEZIONE di una perizia o una
C.T.U. per la quale l’Esperto Psicologo è
stato nominato dal Giudice.
Una consulenza psicologica non è infatti da
considerarsi in alcun modo come un’attività
routinaria o priva di particolari implicazioni, ma è
un atto professionale estremamente complesso e
di particolare importanza e significatività per la
vita interiore di chi ne è oggetto. Pertanto ESSA
NECESSITA DI REGOLA DEL PREVENTIVO
CONSENSO DI ENTRAMBI GLI ESERCENTI
LA POTESTÀ GENITORIALE, anche nel caso
di un affido disgiunto esclusivo ad uno solo
di essi: soltanto la decisione di un Giudice
può costituire un'accettabile eccezione a tale
norma.
Tra l'altro, tale necessità di un accordo COMPLETO DI
TUTTI E DUE I GENITORI non nasce solo da esigenze
LEGALI o DEONTOLOGICHE, ma anche da esigenze
squisitamente TECNICHE: NON APPARE INFATTI
POSSIBILE FARSI UN'IDEA PRECISA DELLA REALTA'
PSICHICA DI UN MINORE SE NON LO SI INQUADRA
NEL SUO CONTESTO AFFETTIVO COMPLESSIVO, e se
non vi è il consenso di entrambi i genitori non è poi di
conseguenza possibile capire come stanno veramente le
cose per quanto riguarda ambedue le singole situazioni dei
due genitori. E' già di norma difficile capirlo adeguatamente
quando entrambi i genitori forniscono al riguardo la
massima disponibilità, se invece essa non c'è diventa
praticamente impossibile capire come realmente stanno le
cose.
Nel caso di una C.T.P., infine, ognuno dei due genitori
è ovviamente libero di scegliersi il proprio Consulente
Psicologo, ma ognuno di questi Consulenti di Parte non
può periziare direttamente il bambino: IL MINORE
LO INCONTRA SOLO IL C.T.U., e non i C.T.P., altrimenti tre
esperti in una volta possono costituire PER IL BAMBINO UNA
SITUAZIONE STRESSANTE, per non dire a volte
anche TRAUMATICA.

Ovviamente i C.T.P. ed il C.T.U. si mettono poi d'accordo sugli


aspetti specifici, caso per caso, nell'ambito di una reciproca
relazione professionale deontologicamente corretta: ma
l'interesse del minore è, in questo caso, un "bene superiore"
che va tutelato esponendo il bambino al numero minore di
situazioni stressanti possibili.
Analoghe considerazioni, infine, possono essere svolte
relativamente al tema della “presa a carico” di un minore
da parte di uno psicologo o di uno psicoterapeuta in
situazioni nelle quali non vi è accordo tra i due genitori, o
quando addirittura vi è una separazione in corso o già
avvenuta. Infatti, in base al comma 2 dell'art. 316 del
Codice Civile, "la potestà è esercitata di comune
accordo da entrambi i genitori"; il comma 3 prevede
poi che " In caso di contrasto.... ciascuno dei
genitori può ricorrere senza formalità al Giudice" .

Tuttavia, in caso di separazione trova


applicazione l'art. 155 comma 3 c.c., in base al quale
"il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa
disposizione del Giudice, ha l'esercizio esclusivo
della potestà su di essi".
La medesima norma prosegue inoltre prevedendo che:
1. “le decisioni di maggiore interesse per il figlio sono
adottate da entrambi i coniugi”;

e che:

2. “il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto-


dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e
può ricorrere al Giudice quando ritenga che siano state
assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse”.
Pertanto, il genitore unico affidatario del minore
non può a mio avviso, anche nell’esercizio esclusivo
della potestà genitoriale che la legge gli attribuisce
espressamente (salvo diversa disposizione del
Giudice), decidere autonomamente di far sottoporre
ad una "presa a carico psicologica o
psicoterapeutica" il proprio figlio minore,
trattandosi appunto di una “decisione di maggior
interesse” per il minore stesso. L’altro genitore,
nell’esercizio del diritto (dovere) di vigilanza, potrà
quindi in tal caso rivolgersi al Giudice contestando la
legittimità della decisione stessa.
Anche nel caso in cui il Giudice abbia stabilito l’affido congiunto - e
quindi il congiunto esercizio della potestà – occorrerà pertanto il
consenso di entrambi i genitori, salva ancora una volta la possibilità,
nel caso di disaccordo, di rivolgersi all’autorità giudiziaria.

La medesima soluzione varrà, a maggior ragione, nel caso in cui


manchi ancora una decisione del Tribunale circa l’affidamento
della prole (e quindi circa l’attribuzione della potestà): in tale
ipotesi si applicherà infatti la norma precedentemente citata, ossia l’art.
316 c.c., che appunto prevede che “la potestà è esercitata di
comune accordo da entrambi i genitori" e che "in caso di
contrasto.... ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al
Giudice".
Queste ultime considerazioni qui sopra
espresse riflettono, sostanzialmente, l’aspetto
strettamente legale della risposta al quesito
riguardante la possibilità di presa a carico
psicologica di un minore i cui genitori sono
separati od in fase di separazione: ma anche
in questo caso occorre tenere al riguardo
presenti esigenze tecniche legate alla specifica
professionalità degli Psicologi, per le quali non
appare realisticamente possibile gestire
correttamente il processo di presa a carico
terapeutica di un minore se non lo si
inquadra in modo compiuto nel suo
contesto affettivo complessivo e,
soprattutto, se ci si trova in presenza di
forti ostacoli posti al riguardo dall'
"ambiente" affettivo-relazionale in cui il
minore stesso è inserito.
Per tale ragione, prima di procedere ad
una presa a carico di un minore da
parte di uno psicologo/psicoterapeuta,
sarebbe sicuramente preferibile avere
il consenso di TUTTI E DUE gli
esercenti la potestà genitoriale,
anche nel caso di un "affido disgiunto
esclusivo" e CON LA SOLA
EVENTUALE ECCEZIONE di una
prestazione per la quale lo
psicologo o lo psicoterapeuta è
stato direttamente richiesto dal
Giudice.
La presa a carico psicologica di un soggetto minore è,
infatti, uno degli atti professionali maggiormente
complessi e significativi di tutta la gamma delle attività
che può svolgere uno Psicologo : e, come tale, essa
necessita - dal punto di vista del nostro Codice
Deontologico ed al di là di quanto esplicitamente previsto
dal Codice Civile - del preventivo consenso di entrambi
gli esercenti la potestà genitoriale, anche nel caso di un
affido disgiunto esclusivo ad uno solo di essi.

Pertanto, solo la decisione di un Giudice può costituire, dal


punto di vista deontologico, un'accettabile eccezione a tale
norma: ma anch’essa non costituisce probabilmente, per
quanto concerne gli aspetti più squisitamente metodologici
e tecnici di tale questione, una risposta definitiva ai
molteplici quesiti che essa pone.
Anche in presenza della decisione di un Giudice
che affidi un minore al lavoro di tutela e di
sostegno di uno Psicologo, infatti, se non vi è il
consenso di entrambi i genitori non è possibile
capire come stiano veramente le cose per
quanto riguarda le singole situazioni dei due
genitori e del rapporto del minore con ciascuno
di essi, né, soprattutto, gestire la situazione
adeguatamente e per un sufficiente periodo di
tempo. E' già infatti difficile farlo adeguatamente
quando entrambi i genitori forniscono al riguardo la
massima disponibilità: se invece essa viene a
mancare diventa ovviamente molto difficile
svolgere in modo adeguato il processo di presa
a carico e di cura.
Primario compito di uno Psicologo che si trovi a gestire una
situazione di questo tipo, pertanto, dovrà essere quello di
affiancare al diretto lavoro con il minore , ogni volta che ciò
sia possibile e con tutti i limiti che ogni singola situazione può
eventualmente presentare al riguardo, anche un’opera di
coinvolgimento e di sensibilizzazione di ciascuno dei due
genitori , sulla base del comune obiettivo di operare
congiuntamente al fine di garantire al minore stesso
le maggiori opportunità possibili di un
completo ed armonico sviluppo della propria
personalità individuale.
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