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TECNICHE PROIETTIVE

E
TEST PROIETTIVI

Test di personalità
a.a. 2009/2010
Prof. Daniela Cantone
TECNICHE PROIETTIVE
VS
TEST PROIETTIVI
Per tecniche proiettive si intendono quegli
strumenti i cui stimoli sono simili a quelli dei test
proiettivi, ma che non producono “misure”, non
hanno caratteristica di replicabilità né hanno
subito verifiche di attendibilità e validità.
Nella presentazione che segue, il termine “test
proiettivi” viene usato semplicemente come
contrapposti a “test oggettivi”.
 I test proiettivi sono caratterizzati, sotto l’aspetto
formale, dall’uso di stimoli diversi dalle domande
dirette: mostrano macchie, figure, disegni da
completare;
 si riferiscono alla personalità “globale”, offrendo
risultati che uniscono dati su eventuali disturbi a
informazioni su fattori di rischio e fattori protettivi,
in genere utili soprattutto sotto l’aspetto qualitativo;
 sono gli strumenti più complessi e contraddittori
disponibili per la valutazione psicologica.
LE CONTRADDIZIONI SONO TANTE…
 La denominazione “proiettivi” fa pensare a una
prevalente sensibilità di questi strumenti al meccanismo
di difesa descritto da Freud come proiezione, ma
sappiamo che le risposte ai test proiettivi possono
essere rivelative di qualsiasi meccanismo di difesa, non
solo della proiezione, e che alcuni importanti test
proiettivi non si occupano affatto di valutare la presenza
di proiezioni né di altre dinamiche, focalizzandosi
invece su strutture della personalità (per esempio il
Rorschach): proiezione viene usato come sinonimo di
esternalizzazione o di trasposizione nel mondo esterno
di caratteristiche appartenenti al soggetto;
 La denominazione “proiettivi” fa inoltre pensare che
questi strumenti si riferiscano a una qualche teoria
psicoanalitica, mentre i più importanti test proiettivi
sono nati in riferimento ad altre teorie: Rorschach
afferma che il suo test “non può essere considerato
un mezzo per scavare nell’inconscio… il test non
induce un libero sgorgare dall’inconscio ma richiede
adattamento agli stimoli esterni, partecipazione alla
funzione di realtà” (Rorschach, 1921; trad. it. 1981)
ed evidentemente si ispira alla psicologia della
Gestalt; Murray ha ideato il TAT in riferimento alla
propria teoria psicodinamica sì, ma non
psicoanalitica;
 L’arcaicità dell’impianto psicometrico originario (il
Rorschach è stato pubblicato nel 1921, il TAT nel
1935, il Wartegg nel 1939) può far pensare che
siano strumenti irrimediabilmente legati alla
soggettività dell’operatore, anche se si è visto che
trattandoli come “test oggettivi”, cioè facendo
pazienti verifiche sulla validità del costrutto di
singoli indicatori (per esempio Rorschach con il
metodo di Exner, Object Relations Technique di
Phillipson e Lis, Storie da inventare di Boncori) si
possono ottenere risultati accettabili anche sotto
l’aspetto psicometrico;
 Quando le caratteristiche da valutare vengono
definite fin dall’inizio, per esempio rispetto ad un
modello psicoanalitico (Blacky Pictures, Patte noire,
ecc.), si dà per scontato che le risposte ipotizzate
come indicative della presenza di una caratteristica
siano veramente tali, senza cercarne verifiche nei
fatti: in base a esperienze analitiche (su pochissimi
casi clinici) si suppone che evidenziare gli occhi in
un disegno sia connesso con la sospettosità e si
assume come norma che una maggiore evidenza
data agli occhi sia, stabilmente, un segno di
sospettosità, rimanendo indifferenti all’accumularsi
di prove contrarie;
 Nei test proiettivi “le dimensioni si intersecano e
non sono indipendenti tra loro” (Lis et al., 2002),
giustapponendo il metodo nomotetico (centrato
sul confronto tra persone, una caratteristica per
volta) e il metodo idiografico (centrato sullo studio
dell’insieme delle caratteristiche di una singola
persona), mentre i test psicometrici superano la
contrapposizione nomotetico-idiografico cercando
di ottenere valutazioni ben distinte le une dalle
altre, ricomposte in insiemi significativi mediante
modelli statistici o il ricorso a classificazioni di
contenuto;
 È stata criticata da decenni la scarsa attendibilità
dei test proiettivi (Ziskin e Faust, 1988), sia sotto
gli aspetti riguardanti gli strumenti in sé sia sotto
gli aspetti connessi con il ruolo che hanno gli
operatori nella produzione dei risultati e delle
risposte stesse, eppure i test proiettivi sono
largamente usati non solo nella ricerca - dove non
si danno risultati individuali e si suppone che gli
“errori casuali” si compensino reciprocamente –
ma in applicazioni individuali delicatissime, come
la psicodiagnostica clinica e le perizie forensi,
senza prendere le appropriate precauzioni;
 I test proiettivi, nati prima degli studi sulle
distorsioni da desiderabilità sociale o altre
distorsioni consce o inconsce delle risposte,
mancano di scale di controllo, pur essendo
noto che le risposte ai test proiettivi - anche
quando gli stimoli non sembrano direttamente
connessi con le caratteristiche da valutare -
sono manipolabili, per esempio in funzione
della situazione, quanto quelle di qualsiasi
altro test.
 La maggior parte dei test proiettivi (contrapposti ai test
oggettivi) sono rimasti al livello di “tecniche”: offrono
cioè un insieme di stimoli utili per indurre il soggetto a
manifestare i suoi problemi, a fornire informazioni che
altrimenti non sarebbero state ottenute, ma non
garantiscono attendibilità e validità alle valutazioni che
se ne traggono. Basti dire che uno dei problemi di
validità più comuni riguarda fondati dubbi sulla
corrispondenza tra dinamiche espresse e analoghe
caratteristiche nella condotta: per esempio, non è detto
che le persone che in risposta a una tecnica proiettiva
manifestano più segni di ansia o di aggressività siano
poi nella vita reale più ansiosi o più aggressivi di altri.
In sintesi, i test proiettivi possono
dare solo un apporto specifico che
è quello di complemento di test più
affidabili.
I VANTAGGI NELL’UTILIZZARLI PURE…
 I risultati dei test proiettivi sono poco riconducibili a diagnosi
psicopatologiche formali in termini di DSM-IV o ICD-10, ma
possono dare un apporto qualitativo sia nella fase
dell’individuazione del disturbo (per esempio se un soggetto
riceve punteggio elevato nella scala Schizofrenia al MMPI-2 e
con il Rorschach si trova che il suo modo di pensare è
patologico, si ha una conferma al risultato del questionario) sia
nella ricerca dei fattori di rischio (per esempio la scarsa
tolleranza allo stress individuata dall’indice D del Rorschach,
secondo Exner, prevalenza di meccanismi di difesa elementari
individuata con l’ORT o con lo SDI) e di protezione (per esempio
basso Indice di egocentricità nel Rorschach secondo Exner,
relazioni interpersonali di diversa tipologia nell’ORT).
 Possono offrire un contributo
fondamentale alla valutazione:

vediamo alcuni esempi…


1) Uno dei problemi maturativi più importanti, di cui si
deve tener conto nella valutazione del cliente/utente è
il livello delle rappresentazioni e delle relazioni
oggettuali raggiunte dall’individuo. Ci riferiamo, in
particolare, alla differenza tra rappresentazioni di
oggetti parziali e totali, come alla differenza tra
relazioni bi e tri-personali (gli altri possono avere
relazioni tra loro dalle quali sono escluso). Nelle
tecniche o test proiettivi, le rappresentazioni di oggetti
parziali si riflettono nel numero di figure parziali,
animali o umane, viste nelle tavole del test di
Rorschach (contrapposte a esseri umani o animali
interi) e nell’unidimensionalità delle figure umane delle
storie del TAT.
2) Gli schemi difensivi sono un’altra area del funzionamento
psicologico molto importante da valutare. Già nel 1954,
Schafer aveva dedicato la parte fondamentale del suo
testo L’interpretazione psicoanalitica del Rorschach:
teoria e applicazione all’interpretazione dei meccanismi di
difesa nelle risposte alle tavole. Le tavole stimolano
impulsi e angosce e le risposte dei soggetti riflettono le
difese contro di essi. Analizzando la sequenza delle
risposte è possibile ottenere una mappa del
funzionamento difensivo del paziente. Il punto di forza di
questa fonte di informazioni (il test) è che il clinico non
deve rispondere al paziente (cliente/utente) e perciò può
osservare la sequenza nella sua evoluzione.
3) Altri aspetti della struttura di personalità che
possiamo ricavare dalle tecniche proiettive,
e che contribuiranno in maniera utile alla
valutazione della persona, sono: la natura
delle identificazioni del soggetto; gli schemi
relazionali (pattern relazionali interiorizzati
che influenzano le aspettative e le relazioni
interpersonali dei pazienti); gli affetti;
l’autostima ed in particolare il concetto di
identità; le credenze patogene (soprattutto
inconsce).
Il test proiettivo può essere considerato come una
situazione privilegiata nella quale si alternano e
coesistono i processi percettivi e i processi dinamici
(Rausch de Traubenberg, 1970). Il processo di risposta
al test è, in questa prospettiva, il risultato
dell’oscillazione tra aspetti percettivi e proiettivi,
espressione di movimenti progressivi e regressivi e del
ricorso a differenti meccanismi difensivi e adattivi
(Rapaport et al., 1968; Schafer, 1954). Le diverse
determinanti utilizzate dal soggetto nelle risposte
riflettono tanto la capacità di adattarsi agli stimoli e alle
loro caratteristiche percettive, quanto la tendenza a
liberarsene e ad attingere alle proprie esperienze, che
possono permettere, non permettere o ritardare
l’adeguamento allo stimolo.
A PATTO CHE…

si condivida l’idea che


non è possibile fare un assessment
ateoretico

(come indicato nella prima lezione e


presentazione ppt).
Ad esempio, Catherine Chabert inquadra le tecniche proiettive
all’interno del processo diagnostico e considera la produzione ai
test (Rorschach e TAT) come risultato di un complesso lavoro
psichico che l’analisi dei protocolli, condotta facendo riferimento
agli apporti della meta psicologia freudiana e postfreudiana e
della psicopatologia psicoanalitica, consente di cogliere nelle
sue molteplici articolazioni. Il far riferimento a un quadro teorico
unico, il modello concettuale psicoanalitico, per comprendere gli
elementi raccolti durante tutto il processo diagnostico, consente
di considerare le tecniche proiettive come un metodo in stretta
connessione con altri metodi di investigazione clinica e di
integrare gli elementi emersi durante i colloqui con quelli emersi
dai protocolli. In quest’ottica i test proiettivi assumono lo “stesso
valore di colloqui preliminari particolarmente approfonditi”, e
l’analisi dei protocolli fornisce indicazioni preziose sul
funzionamento mentale di un individuo e sulle sue potenzialità
evolutive (Chabert, 1993).