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CONCETTI DI BASE IN IMMUNOLOGIA

IMMUNITA INNATA E ACQUISITA

Limmunit innata costituisce una prima barriera agli agenti patogeni e si basa soprattutto sulla capacit di cellule fagocitarie di rimuovere lagente senza che vi sia stata alcuna esposizione precedente allo antigene. GRANULOCITI E MACROFAGI
Limmunit acquisita o adattativa viene generata nel corso della vita, quando lindividuo viene a contatto con un determinato agente infettivo LINFOCITI

LE COMPONENTI DEL SISTEMA IMMUNITARIO

Le cellule del sistema immunitario originano nel midollo osseo, dove la maggior parte vi maturano anche. Quindi migrano per controllare i tessuti, circolando nel sangue e in un sistema specializzato di vasi chiamato sistema linfatico.

CELLULE DELLA LINEA MIELOIDE Le cellule della linea mieloide partecipano sia allimmunit innata che a quella acquisita. I granulociti comprendono i neutrofili, i basofili e gli eosinofili: sono cellule circolanti che rimangono allinterno del sangue fino a che non vengono richiamate nel sito di infezione e infiammazione, dove si comportano da cellule effettrici. I macrofagi ed i mastociti completano la loro maturazione nei tessuti dove agiscono come cellule effettrici. I macrofagi fagocitano batteri e richiamano i neutrofili circolanti. I mastociti sono coinvolti nella difesa contro i parassiti e nelle reazioni allegiche: richiamano eosinofili e basofili. Le cellule dendritiche entrano nei tessuti come fagociti immaturi dove si specializzano per catturare lantigene e poi migrano nei tessuti linfoidi.

LINFOCITI

I linfociti naive sono cellule di piccole dimensioni, con pochi organelli citoplasmatici e molta cromatina nucleare inattiva.
I linfociti sono potenzialmente in grado di scatenare una risposta immunitaria specifica contro qualsiasi agente estraneo a causa della espressione sulla loro superficie di recettori antigenici con una singola specificit Il recettore dellantigene delle cellule B o BCR (B cell receptor) un anticorpo legato alla membrana che verr secreto dopo lattivazione e la differenziazione in plasmacellule. Il recettore dellantigene delle cellule T o TCR (T cell receptor) riconosce gli antigeni derivati dalle proteine estranee o dai patogeni che sono stati processati allinterno della cellula. Le cellule natural killer o cellule NK non hanno recettori antigenespecifci (sistema immunitario innato): difesa contro cellule tumorali, infettate da virus e da patogeni intracellulari.

MATURAZIONE DEI LINFOCITI Gli organi linfoidi sono tessuti organizzati che contengono un elevato numero di linfociti che interagiscono con cellule non linfoidi. Queste interazioni sono importanti sia per il loro sviluppo, che per il loro sostentamento e per linizio della risposta immunitaria acquisita. I linfociti B e T originano nel midollo osseo, ma mentre i linfociti B vi maturano, i linfociti T lo fanno nel timo. Midollo osseo e timo sono chiamati organi linfoidi centrali o primari. Una volta maturati, entrambi i tipi di linfociti entrano nel circolo sanguigno per raggiungere gli organi linfatici periferici, dove ha inizio la risposta immunitaria acquisita. Gli organi linfatici secondari sono i linfonodi, la milza ed i tessuti linfoidi associati alle mucose.

ORGANI LINFOIDI PERIFERICI In questi organi avviene lincontro tra linfociti e gli antigeni trasportati da cellule dendritiche. I linfonodi catturano lantigene proveniente dai tessuti periferici e trasportato da macrofagi e cellule dendritiche. I linfociti arrivano ai linfonodi dal sangue e vi entrano attraverso venule capillari specializzate. Le cellule dendritiche arrivano attraverso i vasi linfatici afferenti. La milza cattura gli antigeni del sangue. I linfociti e le cellule dendritiche si incontrano nella capsula linfoide periarteriolare. I tessuti linfoidi associati alle mucose (GALT, BALT, MALT) hanno una struttura simile a quella degli altri organi e sequestrtano gli antigeni presenti sulle superfici epiteliali.

CIRCOLAZIONE DEI LINFOCITI

I linfociti naive circolano continuamente tra il sangue e i tessuti linfodi periferici. I linfociti vengono poi riportati nel sangue o attraverso i vasi linfatici o nella milza entrano direttamente in circolo. Se non avviene lincontro con lantigene, i linfociti comunque ricevono segnali di sopravvivenza. Se avviene lincontro si fermano nel tessuto linfoide dove proliferano e maturano in cellule effettrici capaci di combattere linfezione. Una volta proliferati e differenziati, i linfociti lasciano i linfonodi attraverso i vasi linfatici efferenti o la milza attraverso le vene trabecolari.

PRINCIPI DI IMMUNITA INNATA ED ADATTATIVA

Le cellule del sistema immunitario innato (macrofagi e neutrofili) svolgono un ruolo essenziale nellinnescare la risposta contro linfezione e nellindirizzare il controllo dellinfezione verso la risposta immunitaria acquisita.
Il periodo di tempo che passa tra linfezione e linizio della risposta immunitaria acquisita di 4-7 giorni.

RISPOSTA IMMUNITARIA INNATA ED INFIAMMAZIONE

Molti agenti infettivi inducono una risposta infiammatoria attivando limmunit innata. I macrofagi riconoscono i batteri, penetrati nei tessuti attraverso le superfici epiteliali, mediante recettori capaci di riconoscere i costituenti batterici comuni. Dopo la fagocitosi i macrofagi attivati secernono le citochine e le chemochine (per neutrofili e monociti). Linfiammazione locale e la fagocitosi dei batteri possono venire anche indotti dallattivazione del complemento legato sulla superficie batterica.

RISPOSTA IMMUNITARIA INNATA ED INFIAMMAZIONE

La risposta immunitaria innata e linfiammazione contribuiscono in maniera cruciale allattivazione dellimmunit acquisita. La risposta infiammatoria caratterizzata da un incremento della permeabilit vascolare e da fuoriuscita di liquidi nellinterstizio, con conseguente aumento del flusso di linfa che contiene lantigene e le cellule dendritiche allinterno dei tessuti linfoidi. I componenti del complemento legati sulla superficie del patogeno e i cambiamenti indotti nelle cellule che hanno fagocitato i microrganismi danno segnali di attivazione per i linfociti i cui recettori legano specifici antigeni microbici.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE SPECIALIZZATE NEL PRESENTARE LANTIGENE Le cellule dendritiche sono le cellule specializzate nel presentare lantigene ai linfociti. Migrano dal midollo osseo ai loro siti tessutali periferici e sono immature finch non incontrano i patogeni. Dopo la fagocitosi migrano attraverso la linfa nei linfonodi regionali. Se le cellule dendritiche non si attivano, inducono tolleranza verso lantigene che hanno catturato. Le cellule dendritiche hanno recettori specifici per i componenti comuni di alcuni patogeni (es. proteoglicani). Inoltre sono capaci di catturare materiale extra-cellulare mediante un processo recettoreindipendente chiamato macropinocitosi, come succede con alcune particelle virali o batteriche.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE SPECIALIZZATE NEL PRESENTARE LANTIGENE Le cellule dendritiche attivate migrano nei linfonodi e maturano in cellule che presentano lantigene o APC e subiscono dei cambiamenti che le rendono capaci di attivare i linfociti patogenispecifici che incontrano nei linfonodi.

Le cellule dendritiche attivate secernono citochine che inducono sia la risposta immunitaria innata che quella acquisita.

LIMITI DELLIMMUNITA INNATA

Il sistema dellimmunit innata pu far conto su recettori codificati durante la linea germinale che riconoscono molecole comuni a molti patogeni. Tale sistema per non conferisce protezione verso: nuovi tipi di patogeni o molecole modificate nel corso dellevoluzione batteri con capsula protettiva virus che non espongono antigeni sulla superficie I batteri rivestiti da capsula e i virus possono per essere fagocitati da cellule dendritiche, le loro molecole processate e i peptidi antigenici presentati ai linfociti.

SPECIFICITA DEI LINFOCITI

I linfociti posseggono recettori specifici per un solo antigene. La specificit di questi recettori generata da un unico meccanismo genetico che opera nel midollo osseo e nel timo durante lo sviluppo linfocitario e genera migliaia di differenti varianti geniche che codificano per il recettore. Questa diversit permette che milioni di linfociti circolanti espongano milioni di recettori differenti specifici per ogni tipo di antigene: -> repertorio recettoriale dei linfociti.

Durante la vita questi linfociti vanno incontro a un processo di selezione naturale per cui solo quei linfociti che incontrano lantigene specifico per il recettore sono in grado di proliferare e di differenziarsi in cellule effettrici.

SELEZIONE CLONALE DEI LINFOCITI

Per spiegare perch un individuo produceva solo gli anticorpi, che potevano essere indotti virtualmente verso qualsiasi antigene, specifici per lantigene a cui era stato esposto, Macfarlane Burnet propose lipotesi della selezione clonale.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI Gli anticorpi sono la forma secreta del recettore delle cellule B o BCR. In generale, sono formati da una regione costante, in grado di acquisire soltanto una della cinque forme biochimiche identificate, ed una regione variabile che, al contrario, pu assumere uninfinita variet di forme differenti.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI

La regione variabile determina la specificit dellanticorpo verso lantigene, mentre la regione costante determina il modo in cui lanticorpo reagisce nei confronti del patogeno a cui si legato. Ogni anticorpo possiede due assi di simmetria ed composto da due catene pesanti identiche e due catene leggere identiche. Sia le catene pesanti che leggere contengono regioni costanti e regioni variabili; le regioni variabili di ciascuna catena si combinano per formare il sito che lega lantigene in maniera specifica.

GENERAZIONE DELLA SPECIFICITA DEGLI ANTICORPI

Come pu un numero finito di geni codificare per un numero quasi infinito di recettori antigenici? I geni della regione variabile delle immunoglobuline vengono ereditati come segmenti genici, ognuno dei quali codifica per una parte della regione variabile di una delle catene polipeptidiche che formano gli anticorpi. Durante lo sviluppo delle cellule B nel midollo osseo questi segmenti sono rimescolati tramite ricombinazione del DNA per formare un tratto genico che codifica per una intera regione variabile. I segmenti genici vengono uniti in maniera diversa in cellule diverse -> ogni cellula genera un unico gene per le regioni variabili.

GENERAZIONE DELLA SPECIFICITA DEGLI ANTICORPI

Lo stesso schema generale usato nella generazione dei recettori per lantigene dei linfociti T. DIFFERENZE TRA BCR E TCR Immunoglobuline di superficie dei linfociti B hanno due siti di riconoscimento dellantigene e vengono secrete. I recettori delle cellule T hanno un solo sito di riconoscimento e rimangono sempre sulla superficie della cellula.

DIVERSITA DEI RECETTORI LINFOCITARI La diversit dei recettori linfocitari quindi determinata da:

poche centinaia di segmenti genici differenti si possono combinare in modi variabili, generando milioni di recettori diversi.
diversit di ricongiuzione: aggiungendo o sottraendo alcuni nucleotidi nel processo di unione dei segmenti. ogni recettore generato dallaccoppiamento di due differenti catene variabili ognuna codificata da due differenti segmenti genici. -> un migliaio di differenti catene variabili di ogni tipo generano 106 recettori antigenici ed esistono 108 linfociti con differente specificit antigenica su cui agisce la selezione clonale

SVILUPPO E MANTENIMENTO DEL REPERTORIO LINFOCITARIO

La maturazione e la sopravvivenza dei linfociti regolata da segnali che ricevono attraverso i loro recettori antigenici.
I segnali che riceve un linfocita immaturo pu portarlo a morte oppure indurre ulteriori riarrangiamenti recettoriali: questo il meccanismo della delezione clonale per cui i recettori specifici per proteine self vengono esclusi dal repertorio linfocitario.

SVILUPPO E MANTENIMENTO DEL REPERTORIO LINFOCITARIO I segnali di sopravvivenza derivano da altre cellule presenti negli organi linfoidi ed almeno in parte dagli antigeni self. Per i linfociti B: durante lo sviluppo nel midollo osseo dalle cellule stromali quando sono maturi e circolanti dai follicoli di cellule B del tessuto linfoide periferico Per i linfociti T: durante lo sviluppo nel timo dalle molecole self presenti sulle cellule epiteliali specializzate e dalle stesse molecole espresse dalle cellule dendritiche dei tessuti linfatici periferici. I segnali di sopravvivenza ricevuti attraverso il recettore antigenico agiscono inibendo lapoptosi.

ATTIVAZIONE E PROLIFERAZIONE DEI LINFOCITI NEL TESSUTO LINFOIDE PERIFERICO Un numero cos grande di recettori linfocitari ha il significato che solo una frazione di linfociti pu legare e riconoscere un antigene. Lespansione clonale permette di ottenere un numero sufficiente di linfociti in grado di combattere uninfezione: il linfocita deve proliferare e la sua progenie maturare in cellule effettrici. -Attivazione: una volta riconosciuto lantigene il linfocita si arresta nellorgano linfoide e in qualche ora si trasforma in linfoblasto. -Proliferazione: le mitosi avvengono tra le due le quattro volte al giorno per 3-5 giorni -Differenziazione in cellule effettrici: cellule B in plasmacellule cellule T in cellule in grado di distruggere cellule infettate o di attivare altre cellule del sistema immunitario

MEMORIA IMMUNOLOGICA

Le cellule effettrici hanno una aspettativa di vita limitata: una volta rimosso lantigene queste cellule vanno incontro ad apoptosi. Qualcuna comunque rimane anche dopo leliminazione dellantigene. Sono le cellule della memoria che assicurano una risposta pi rapida ed efficace nel caso di un secondo incontro con lo stesso agente patogeno e conferisce una protezione immunitaria di lunga durata. La memoria immunologica consta in una risposta anticorpale secondaria che si sviluppa dopo un periodo di latenza pi corto, raggiunge un livello anticorpale pi alto e produce anticorpi con un affinit, o forza di legame, pi elevata.

ATTIVAZIONE LINFOCITARIA NEI TESSUTI LINFOIDI PERIFERICI

Le risposte linfocitarie verso un antigene richiedono non solo il segnale generato dal legame del recettore per lantigene, ma anche un secondo segnale generato da unaltra cellula. Le cellule T naive sono in genere attivate da cellule dendritiche, mentre le cellule B sono attivate da un linfocita T effettore.

MECCANISMI EFFETTORI DELLIMMUNITA ACQUISITA

I meccanismi effettori della risposta immune sono diversi in quanto diverse sono le caratteristiche dei vari agenti patogeni. I linfociti B riconoscono lantigene presente su cellule estranee al corpo umano (es. i batteri); le cellule T invece riconoscono gli antigeni generati allinterno delle cellule infettate, prodotti, ad es., dai virus. I meccanismi effettori della risposta immunitaria acquisita sono essenzialmente identici a quelli dellimmunit innata.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO PATOGENI EXTRACELLULARI E LORO TOSSINE Gli anticorpi dipendono nelle loro funzioni effettrici quasi interamente dalle cellule e dalle molecole del sistema immunitario innato. Gli anticorpi si trovano nel plasma e nei fluidi extracellulari -> immunit umorale. Ciascun anticorpo appartiene a una delle cinque classi, o isotipi. Una volta avvenuto il riconoscimento, ognuna di queste classi sviluppa una serie di meccanismi effettori per eliminare lantigene. NEUTRALIZZAZIONE Il meccanismo pi semplice e diretto consiste nel legame tra lanticorpo e lagente patogeno (es. tossina, alcuni virus), bloccandone laccesso in cellule che potrebbero essere infettate o distrutte.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO PATOGENI EXTRACELLULARI E LORO TOSSINE OPSONIZZAZIONE Alcuni batteri non sono riconosciuti direttamente dai fagociti. Gli anticorpi possono rivestire i patogeni e i fagociti riconoscono la regione costante dellanticorpo legato al batterio.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO Gli anticorpi possono attivare il sistema del complemento il quale pu: distruggere i batteri direttamente (ma importante in poche infezioni batteriche). legare il batterio favorendone la sua cattura e la sua distruzione da parte dei fagociti.
Il complemento, quindi, marca i patogeni ed in questa funzione complementa gli anticorpi.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO PATOGENI INTRACELLULARI I patogeni sono accessibili agli anticorpi solo nel sangue e negli spazi extracellulari. Alcuni batteri, tutti i virus e alcuni parassiti si replicano allinterno della cellula dove gli anticorpi non li possono eliminare. La distruzione di tali agenti patogeni compito dei linfociti T -> immunit cellulo-mediata. Le reazioni cellulo-mediate dipendono dalle interazioni dirette tra i linfociti T e le cellule che presentano lantigene.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO PATOGENI INTRACELLULARI LINFOCITI T CITOTOSSICI Queste cellule, che esprimono la molecola CD8 sulla loro superficie, riconoscono le cellule infettate dai virus. Gli antigeni derivati dal virus in replicazione vengono esposti sulla superficie delle cellule infettate, dove vengono riconosciuti dalle cellule T. Queste ultime possono controllare linfezione uccidendo le cellule infettate prima che venga completata la replicazione virale. Il meccanismo citotossico prevede lattivazione delle caspasi nelle cellule infettate ed il taglio del DNA sia virale che dellospite.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO ALTRI PATOGENI INTRACELLULARI ED EXTRACELLULARI LINFOCITI T HELPER Queste cellule, che esprimono la molecola CD4 sulla loro superficie, possono essere suddivisi in due sottogruppi. Il primo importante per il controllo delle infezioni batteriche intra cellulari (Mycobacterium tubercolosis e M. leprae). Questi batteri crescono nelle vescicole dei fagociti, le quali non si fondono con i lisosomi. Le cellule TH1 attivano i macrofagi e inducono fusione dei lisosomi con le vescicole fagosomiche. Inoltre attivano altri meccanismi antibatterici dei fagociti e secernono citochine che attirano altri macrofagi nel sito dellinfezione.

MECCANISMI EFFETTORI CONTRO ALTRI PATOGENI INTRACELLULARI ED EXTRACELLULARI

LINFOCITI T HELPER Il secondo sottogruppo rappresentato dalle cellule TH2, le quali sono coinvolte nella distruzione dei patogeni extracellulari attivando le cellule B. Storicamente, sono le prime descritte come T helper.
Sono pochi gli antigeni con particolari propriet che possono attivare da soli i linfociti B. La maggior parte degli antigeni richiede un segnale complementare dalle cellule T helper.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T Tutti gli effetti dei linfociti T dipendono dalle interazioni con le cellule che espongono proteine estranee. Nel caso delle cellule T CD8 e le cellule TH1, le proteine estranee devono essere prodotte dai patogeni infettanti la cellula bersaglio oppure devono venire ingerite dalla cellula bersaglio stessa. Le cellule T helper riconoscono ed interagiscono con le cellule B che hanno legato e internalizzato lantigene estraneo tramite le immunoglobuline di membrana. In ogni caso, le cellule T riconoscono lantigene quando legato a speciali molecole, glicoproteine di membrana che fanno parte del complesso maggiore di istocompatibilit (MHC).

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T Le molecole MHC di classe I e di classe II hanno come caratteristica comune quella di avere due domini extracellulari che formano una tasca nella quale un singolo peptide viene intrappolato durante la sintesi e lassemblaggio delle molecole MHC allinterno delle cellule.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T La differenza tra le due classi risiede nel tipo e nellorigine del peptide che trasportano alla superficie. Le proteine MHC di classe I legano peptidi derivati da proteine sintetizzate nel compartimento citoplasmatico e sono quindi capaci di esporre sulla superficie cellulare frammenti di proteine virali.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T Le proteine MHC di classe II legano peptidi derivati da proteine contenute nelle vescicole intracellulari e quindi espongono peptidi derivati da patogeni presenti nelle vescicole macrofagiche o internalizzati da macrofagi o cellule B.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T Le molecole MHC di classe I che legano peptidi virali sono riconosociute da cellule T citotossiche, che uccidono direttamente le cellule infettate. Le molecole MHC di classe II vengono riconosciute dalle cellule TH1 e TH2.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T

Lattivazione mediata dallantigene delle cellule T effettrici aiutata da co-recettori:


CD8 nei linfociti citotossici che lega le molecole MHC I CD4 nei linfociti TH1 e TH2 che lega le molecole MHC II

ALTERAZIONI DELLA RISPOSTA IMMUNITARIA Le immunodeficienze sono difetti o deficienze di alcune risposte del sistema immunitario. Quando limmunit acquisita completamente assente, si pu anche avere morte durante linfanzia per linsorgenza di gravi infezioni. Se limmunodeficienza selettiva, la conseguenza sono infezioni ricorrenti. Il virus dellimmunodeficienza umana o HIV causa lAIDS non solo sfuggendo ma anche sovvertendo i meccanismi protettivi della risposta immunitaria acquisita. LHIV distrugge le cellule T che attivano i macrofagi, causando infezioni di batteri intracellulari.

ALTERAZIONI DELLA RISPOSTA IMMUNITARIA

Le allergie. le malattie autoimmuni e il rigetto dei trapianti sono associate ad una normale risposta immunitaria diretta contro un antigene inappropriato. Nelle allergie lantigene una innocua sostanza estranea, nelle malattie autoimmuni un antigene self, nel rigetto dei trapianti, lantigene deriva da una cellula estranea.

IMMUNITA INNATA

I meccanismi dellimmunit innata riescono a riconoscere e distruggere i microrganismi nel giro di poche ore o giorni in quanto essi non portano allespansione clonale di linfociti antigene-specifici.

Le malattie infettive si verificano quando un microrganismo riesce ad evadere o sconfiggere le difese innate dellospite, per stabilire un focolaio dinfezione e replicazione, che ne permette la sua ulteriore diffusione,

La diffusione dei patogeni spesso contrastata da una risposta infiammatoria che recluta molte molecole effettrici e cellule del sistema immunitario innato dai vasi sanguigni locali, mentre induce un blocco pi a valle, cos che i patogeni non possono diffondere attraverso il sangue,

GLI EPITELI RAPPRESENTANO LA PRIMA BARRIERA CONTRO LE INFEZIONI Le superfici epiteliali rappresentano una barriera fisica, grazie anche alla presenza delle giunzioni strette tra cellule adiacenti. In caso di rotture della barriera epiteliale (ferite, bruciature) laccesso dei patogeni allinterno facilitato. In assenza di soluzioni di continuit, due sono i modi di invasione dei patogeni: 1) legandosi a molecole della superficie epiteliale interna; 2) aderendo e colonizzando la superficie epiteliale.

In questultimo caso la rimozione da parte di flussi daria o di fluidi viene impedita.


Ruolo del muco: i patogeni rivestiti da mucine non possono aderire e vengono espulsi grazie al movimento delle ciglia epiteliali.

RUOLO DEI FAGOCITI

Dopo aver attraversato la barriera epiteliale, il patogeno riconosciuto dai fagocit mononucleati, o macrofagi, che si trovano nei tessuti. Essi si trovano nel tessuto connettivo di: tratto gastrointestinale polmoni (sia negli interstizi che negli alveoli) fegato (cellule di Kupffer) milza La seconda grande famiglia di fagociti rappresentata dai neutrofili, cellula vita breve, abbondanti nel sangue, ma non presenti normalmente nei tessuti. Queste cellule riconoscono e distruggono i patogeni senza laiuto della immunit immune acquisita.

RUOLO DEI FAGOCITI

I fagociti riconoscono i patogeni attraverso recettori di superficie cellulare, che possono distinguere tra molecole di superficie esposte dai patogeni e quelle proprie dellospite: recettore per il mannosio (solo sui macrofagi e non sui monociti e neutrofili) recettori spazzini CD14, recettore per lipopolisaccaridi batterici (prevalentemente sui monociti e macrofagi) recettore per il complemento

RUOLO DEI FAGOCITI

Al legame fa seguito fa seguito la fagocitosi: formazione del fagosoma -> fusione coi lisosomi -> formazione del fagolisosoma. Durante la fagocitosi, macrofagi e neutrofili producono una grande variet di prodotti tossici che aiutano ad uccidere il patogeno fagocitato.

RUOLO DEI FAGOCITI Il secondo importante effetto dellinterazione tra i patogeni e i macrofagi lattivazione di questi a rilasciare citochine e altri mediatori, che determinano uno stato dinfiammazione nel tessuto e richiamano neutrofili e proteine plasmatiche nel sito dinfezione. I recettori che legano i patogeni inducono la secrezione di citochine. Le citochine danno un importante contributo sia alla infiammazione locale che a reazioni indotte, ma non adattative, che si verificano nei primi giorni dellinfezione.

I recettori che segnalano la presenza di patogeni inducono anche lespressione di molecole, dette co-stimolatorie, sia sui macrofagi che sulle cellule dendritiche, permettendo a queste di iniziare una risposta immune adattativa.

RUOLO DELLINFIAMMAZIONE

Il ruolo dellinfiamazione nel controllare le infezioni triplice: far arrivare molecole e cellule effettrici nel sito dinfezione fornire una barriera fisica per impedirne linfezione promuovere la riparazione dei tessuti danneggiati A livello dei vasi sanguigni: aumento del diametro vascolare con riduzione della velocit del flusso ematico nei piccoli vasi aumento delladesivit dellendotelio nei confronti dei leucociti circolanti aumento della permeabilit vascolare

RUOLO DELLINFIAMMAZIONE Questi cambiamenti sono indotti da una grande variet di mediatori infiammatori: prostaglandine, leucotrieni e PAF.

Le loro azioni sono seguite da quella delle citochine e chemochine.


Anche il complemento contribuisce alla risposta infiammatoria. Il C5a aumenta la permeabilit vascolare, induce lespressione di alcune molecole di adesione, agise come un forte chemoattraente per neutrofili e monociti, e attiva fagociti e mastcellule locali, stimolate a rilasciare granuli contenenti istamina e TNF-a.

Se vi sono ferite, il danno ai vasi stimola altre due cascate di enzimi protettivi: il sistema delle chinine e il sistema della coagulazione.

IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO Il sistema del complemento parte integrante del sistema immune innato, bench possa essere unarma effettrice della risposta anticorpale. Comunque, esso pu essere attivato precocemente dalle infezioni, in assenza di anticorpi. Il sistema del complemento costituito da un gran numero di proteine plasmatiche. Un certo numero di queste proteine sono proteasi, attivate da tagli proteolitici. Tali enzimi sono sotto forma inattiva (zimogeni). Nella cascata del complemento, avviene una amplificazione della risposta.

Ci sono tre diverse vie attraverso le quali il complemento pu essere attivato sulla superficie dei patogeni. Queste tre vie nelle fasi inziali dipendono da molecole diverse che poi convergono nel generare lo stesso gruppo di molecole effetrici.

IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO

Le tre vie del complemento sono: la via classica, che pu essere attivata dal legame di C1q, la prima proteina della cascata del complemento, direttamente sulla superficie del patogeno. C1q si pu legare ai complessi antigeneanticorpo. la via della lectina legante il mannosio (MB-lectin pathway) attivata in seguito al legame della lectina legante il mannosio, una proteina sierica, al mannosio dei polisaccaridi sulla superficie di alcuni batteri, o di virus. la via alternativa, la quale viene attivata quando il componente C3 del complemento si attiva spontaneamente e lega la superficie dei patogeni.

IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO

Tutte e queste tre vie portano alla produzione di una proteasi, la C3 convertasi. Questi eventi precoci consistono di cascate enzimatiche, nelle quali zimogeni inattivi sono tagliati per produrre due frammenti, il pi grande dei quali (denominato b) una serin proteasi, mentre laltro pi piccolo (denominato a) rilasciato dal sito di reazione e pu agire come mediatore solubile. Il frammento b viene trattenuto sulla superficie del patogeno e ci assicura che il precursore successivo inattivo sia tagliato e attivato sulla superficie del patogeno.

IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO

La C3 convertasi legata covalentemente alla superficie del patogeno, dove taglia il C3 per produrre grandi quantit di C3b, la molecole effettrice principale del sistema del complemento. C3b agisce come opsonina: legano in modo covalente il patogeno, che diventa perci un bersaglio per la distruzione da parte dei fagociti, che hanno recettori per C3b. C3b lega inoltre la C3 convertasi per formare la C5 convertasi, che forma sia C5a (mediatore dellinfiammazione) che C5b, che inizia gli eventi tardivi dellattivazione del complemento. Ci comporta una serie di reazioni di polimerizzazione in cui gli ultimi componenti del complemento interagiscono per formare un complesso di attacco alla membrana, che crea pori nella membrana dei patogeni.

IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO

Il sistema del complemento regolato a due livelli: 1) i componenti chiave attivati sono rapidamente inattivati, finch non legano la superficie del patogeno dove era avvenuta la loro attivazione; 2) proteine regolatorie agiscono sui componenti del complemento per prevenire limprovvisa attivazione del complemento sulla superficie delle cellule ospiti.

VIA CLASSICA DEL COMPLEMENTO

La via classica svolge un ruolo importante sia nellimmunit innata che acquisita. C1q unisce il sistema del complemento alla risposta umorale acquisita, legando anticorpi complessati con antigeni, ma pu legare direttamente la superficie dei patogeni in assenza dei patogeni. C1q fa parte del complesso C1, che comprende una molecola C1q a due molecole ciscuna degli zimogeni C1r e C1s. C1q una lectina, appartenente alla famiglia delle collectine, proteine che legano zuccheri, in maniera calcio-dipendente, caratterizzate da domini collagene-simili.

VIA CLASSICA DEL COMPLEMENTO Il legame di pi di una delle teste di C1q al patogeno determina un cambiamento conformazionale nel complesso (C1r:C1s)2 portando allattivazione di C1r. La forma attiva di C1r taglia C1s, per generare una serin proteasi attiva. C1s agisce sui due successivi componenti della via classica, C4 e C2, indrolizzandoli e generando C4b e C2b, che insieme costituiscono la C3 convertasi della via classica. Nel primo passagio, C1s taglia C4 per genarare C4b, il quale lega covelentemente la superficie del patogeno. C4b lega quindi C2, rendndolo sensibile al taglio di C1s. C1s taglia C2 producendo C2b, una serin proteasi. C4b-C2b rimane sulla superficie del patogeno e la sua principale attivit di tagliare il maggior numero di C3 per produrre C3b, che riveste la superficie del patogeno.

VIA DELLA LECTINA LEGANTE IL MANNOSIO La lectina legante il mannosio molto simile a C1q. E una collectina che lega mannosio e altri zuccheri che si trovano sulla superficie dei patogeni (sulle cellule dei vertebrati sono presenti altri gruppi di zuccheri, specialmente lacido sialico). La MBL presenta sei teste e lega due zimogeni, MASP-1 e MASP-2 (serin proteasi associate alla lectina che lega il mannosio). Quando il complesso MBL lega la superficie del patogeno, MASP-1 e MASP-2 sono attivate e tagliano C4 e C2. Limportanza della MBL indicata dal fatto che una sua deficienza pu comportare un aumento di infezioni durante la prima infanzia, cio prima che le risposte immunitarie acquisite siano completamente mature e dopo che gli anticorpi materni, trasferiti attraverso la placenta e il colostro siano stati perduti.

LATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO E CONFINATA SULLA SUPERFICIE DEL PATOGENO

Il taglio di C4b da parte di C1s o delle MASP espone un legame tioestere altamente reattivo, che le permette di legare covalentemente proteine o carboidrati nelle immediate vicinanze del suo sito di attivazione. Se C4b non forma rapidamente questo legame, il legame tioestere idrolizzato da una reazione con lacqua e tale reazione didrolisi inattiva irreversibilmente C4b. Questo previene la diffusione di C4b dal sito di attivazione sulla superficie microbica e il suo legame con la cellula ospite.

LATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO E CONFINATA SULLA SUPERFICIE DEL PATOGENO

C2 diventa suscettibile al taglio da parte di C1s solo quando legato a C4b, quindi anche la proteasi C2b rimane confinata sulla superficie del patogeno. Anche C3b si lega alla stessa maniera sul patogeno. C3b rapidamente inattivato mediante lo stesso meccanismo di C4b, a meno che non si leghi covalentemente sul patogeno.

VIA ALTERNATIVA DEL COMPLEMENTO La via alternativa del complemento innescata dallidrolisi spontanea di C3 ed un elevato numero di meccanismi assicura che lattivazione si svolga sulla superficie del aptogeno. C3 abbondante nel plasma e C3b prodotto ad una velocit elevata in seguito alla idrolisi spontanea del legame tioesterico per formare C3(H20), che presenta unalterata conformazione e permette il legame del fattore B. Il legame di B permette il legame di unaltra proteasi plasmatica, il fattore D, e di tagliare il fattore B a Ba e Bb, dei quali lultimo rimane associato a C3(H20) per formare il complesso C3 (H20)Bb. Questo complesso una C3 convertasi in fase fluida e pu tagliare molte molecole di C3 a C3a e C3b. La maggior parte di C3b inattavata rapidamente da idrolisi, ma una parte lega in maniera covalente la superficie delle cellule ospiti o del patogeno attraverso il suo gruppo tioesterico.

VIA ALTERNATIVA DEL COMPLEMENTO C3b, legato in questo modo, in grado di legare il fattore B, permettendo al fattore D di tagliarlo e di ottenere il frammento Bb che lega C3b e forma la convertasi della via alternativa, C3b,Bb, legato sulla superficie cellulare. Se C3 ha legato le cellule dellospite esiste una serie di meccanismi che limitano o inibiscono il proseguimento dellattivazione del complemento. CR1 e la proteina di membrana conosciuta come DAF (decay accelerating factor) o CD55 competono con il fattore B per il legame a C3 e possono allontanare Bb da una convertasi che si gi formata. Una proteina plasmatica, il fattore I, in associazione a proteine leganti C3b, che agiscono da cofattori, come CR1 e MCP (membrane cofactor of proteolysis) o CD46, taglia C3b nel suo derivato inattivo iC3b.

VIA ALTERNATIVA DEL COMPLEMENTO Una proteina plasmatica, il fattore H, in grado di competere con il fattore B e allontanare Bb dalla convertasi, inoltre agisce come cofattore del fattore I. Il fattore H lega prevalentemente C3b legato alle cellule di vertebrati, poich presenta unelevata affinit per i residui di acido sialico. Al contrario, le superfici dei patogeni non posseggono queste molecole regolatorie e acido sialico, per cui la convertasi si pu formare e persistere. Questo processo pu essere favorito dal fattore P o properdina, che lega le superfici microbiche e stabilizza la convertasi.

VIA ALTERNATIVA DEL COMPLEMENTO

Dopo essersi formata, la convertasi C3b, Bb taglia ancora C3 a C3b, che pu legare il patogeno e agire come opsonina oppure iniziare nuovamente la via per formare altra conevrtasi. Questo meccanismo di amplificazione permette alla via alternativa di contribuire allattivazione del complemento, inizialmente scatenata attraverso la via classica o la via lectinica.

CONFRONTO TRA LE TRE VIE Le convertasi che si formano in seguito allattivazione della via classica e lectinica (C4b,2b) e dalla via alternativa (C3b,Bb) sono apparentemente distinte, ma presentano delle analogie. Gli zimogeni delle due vie, C2 e il fattore B, sono proteine strettamente correlate, codificate da geni omologhi posizionati in tandem nel complesso maggiore di istocompatibilit sul cromosoma 6. I loro rispettivi partner di legame, C4 e C3, contengono legami tioesterici che rappresentano il mezzo per legare covalentemente la C3 convertasi alla superficie del patogeno. Lunico componente della via alternativa non correlato ad alcun componente della via classica e lectinica il fattore D, il quale circola come enzima attivo. E comunque sicuro in quanto il fattore D non ha altri substrati, se non il fattore B legato a C3b.

ATTIVAZIONE DELLA C5 CONVERTASI

Nella via classica e lectinica la C5 convertasi formata dal legame di C3b a C4b,2b per produrre C4b,2b,3b. Allo stesso modo, la C5 convertasi della via alternativa formata dal legame di C3b a C3b,Bb per formare C3b2,Bb.

C5 catturato da questi complessi C5 convertasi, attraverso il legame a un sito accettore su C3b e cos reso suscettibile allattivit di taglio della serin proteasi C2b o Bb. Questa reazione molto pi limitata del taglio di C3, in quanto C5 pu essere solo tagliato quando si lega a C3b.

FAGOCITOSI E RECETTORI PER IL COMPLEMENTO

Lazione pi importante del complemento di facilitare la captazione e la distruzione dei patogeni da parte di cellule fagocitarie. Questo si verifica in seguito al riconoscimento specifico di componenti del complemento legati da recettori del complemento o CRs sui fagociti. -> opsonizzazione dei patogeni la funzione principale di C3b e dei suoi derivati proteolitici. Anche C4b pu funzionare da opsonina, ma in minor grado poich prodotto in quantit minore di C3b.

FAGOCITOSI E RECETTORI PER IL COMPLEMENTO

Il pi rappresentato il recettore per C3b, CR1 o CD35, espresso sia sui macrofagi che sui leucociti polimorfonucleati. Il legame di C3b a CR1 non stimola di per s la fagocitosi, ma pu portare alla fagocitosi in presenza di altri mediatori immunitari, che attivano i macrofagi. Ad es., C5a pu attivare i macrofagi ad ingerire batteri legati a CR1. C5a si lega ad un altro recettore che ha sette domini transmembrana. Tali recettori sono accoppiati a proteine intracellulari leganti nucleotidi guanilici, chiamate proteine G. Proteine della matrice extracellulare, come la fibronectina, possono contribuire allattivazione dei macrofagi, quando questi sono reclutati nel tessuto connettivo.

FAGOCITOSI E RECETTORI PER IL COMPLEMENTO

Altri tre recettori del complemento, CR2 (CD21), CR3 (CD11b:CD18), e CR3 (CD11c:CD18) legano forme inattive di C3b, che rimangono attaccate alla superficie del patogeno. Uno di questi derivati iC3b. A differenza di quando C3b o iC3b lega CR1, il legame di iC3b a CR3 sufficiente a stimolare la fagocitosi. Un secondo prodotto di rottura di C3b C3dg, il quale lega solo CR2. CR2 si trova sulle cellule B come parte del complesso co-recettoriale che pu aumentare il segnale ricevuto attraverso il recettore immunoglobulinico. -> una cellula B in cui il recettore per uno specifico patogeno legato a questo, ricever un segnale fortemente aumentatoin seguito al legame di questo rivestito da C3dg.

FAGOCITOSI E RECETTORI PER IL COMPLEMENTO

In questo caso una risposta umorale innata pu contribuire alla attivazione dellimmunit umorale acquisita. In parallelo, vedremo come la risposta cellulare innata dei macrofagi e delle cellule dendritiche pu contribuire allattivazione della risposta mediata dalle cellule T. Lopsonizzazione da parte di C3b e dei suoi frammenti inattivi gioca un ruolo fondamentale nella distruzione dei patogeni extracellulari. -> mentre deficienze di un qualsiasi componente tardivo del complemento non hanno effetti negativi, individui deficienti di C3 o di molecole che catalizzano la formazione di C3b mostrano una aumentata suscettibilit alle infezioni determinate da unampia gamma di batteri extracellulari.

PICCOLI FRAMMENTI DEL COMPLEMENTO E RUOLO NELLINFIAMMAZIONE I piccoli frammenti del complemento C3a, C4a e C5a legano specifici recettori per indurre risposte infiammatorie locali. Se sono prodotti in grandi quantit o iniettati sistematicamente inducono uno stato di shock, detto anafilattico -> questi piccoli frammenti sono indicati come anafilotossine. Attivit biologica: C5a > C3a > C4a Inducono contrazione del muscolo liscio e aumentata permeabilit vascolare, ma C5a e C3a agiscono anche sulle 1) cellule endoteliali, attivando ladesione cellulare e sulle 2) mastcellule, che inducono a rilasciare istamina e TNF-a. I cambiamenti indotti da C5a e C3a reclutano anticorpi, complemento e cellule fagocitarie nel sito dinfezione.

PICCOLI FRAMMENTI DEL COMPLEMENTO E RUOLO NELLINFIAMMAZIONE C5a aumenta ladesione dei neutrofili e monociti alla parete vascolare, la loro migrazione verso il sito dinfezione e la loro capacit di fagocitare, cos come aumenta lespressione di CR1 e CR3 sulla loro superficie. -> C5a e C3a sinergizzano con altri componenti del complemento per velocizzare la distruzione dei patogeni da parte dei fagociti.

I COMPONENTI TERMINALI DEL COMPLEMENTO

Un importante effetto dellattivazione del complemento lassemblaggio dei componenti terminali del complemento per formare il complesso di attacco alla membrana. Il risultato la formazione di un poro nel bilayer lipidico della membrana che distrugge il patogeno in seguito allalterazione del gradiente protonico attraverso la membrana.

I COMPONENTI TERMINALI DEL COMPLEMENTO

Il primo passaggio nella formazione del complesso di attacco alla membrana il taglio di C5 da parte di una C5 convertasi per il rilascio di C5b. Una molecola di C5b lega una molecola di C6, e il complesso C5b,6 lega una molecola di C7. Questo legame determina un cambiamento conformazionale nelle molecole con esposizione di un sito idrofobico in C7, che si inserisce nel bilayer lipidico. Siti idrofobici simili sono esposti sui componenti C8 e C9. La proteina C8b lega C5b, e questo legame permette al domicio idrofico di C8a-g di inserirsi nella membrana. Infine, C8a-g induce la polimerizzazione da 10 a 16 molecol di C9 in una struttura formante un poro, il complesso di attacco alla membrana, alterando lintegrit del bilayer lipidico. -> perdita dellomeostasi cellulare, la distruzione del gradiente protonico e la penetrazione di enzimi, come il lisozima.

I COMPONENTI TERMINALI DEL COMPLEMENTO Limportanza del complesso di attacco alla membrana sembra limitato.

Le deficienze dei componenti C5-C9 sono state associate con suscettibilit verso i batteri appartenenti alla specie Neisseria.
-> le azioni opsonizzanti ed infiammatorie dei componenti iniziali della cascata del complemento sono chiaramente pi importanti nelle difese dellorganismo contro le infezioni.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO Due caratteristiche dellattivazione del complemento salvaguardano contro lattivazione incontrollata della cascata del complemento: lattivazione degli zimogeni avviene sulla superficie del patogeno i frammenti del complemento attivati legano la superficie microbica sono rapidamente inattivati per idrolisi. Ci nonostante, tutti i componenti del complemento sono attivati spontaneamente a bassa velocit nel plasma e alcuni di essi si possono legare a proteine presenti su cellule dellospite. -> proteine di controllo che agiscono a vari livelli, le quali permettono di distinguere il self dal non self.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO VIA CLASSICA Lattivazione di C1 controllata da un inibitore plasmatico delle serin proteasi o serpina, linibitore di C1 (C1INH). C1INH lega lenzima attivo C1r:C1s e provoca la sua dissociazione da C1q, che invece rimane legato al patogeno. -> C1INH limita il tempo durante cui C1s attivo in grado di tagliare C4 e C2. Deficienza di C1INH: edema angioneuritico ereditario in cui la attivazione cronica del complemento porta alla produzione in eccesso di frammenti di C4 e C2. C2a ulteriormente tagliato in un peptide, la chinina C2, che causa gonfiori estesi (ingrossamento della glottide -> soffocamento). A questa patologia contribuisce la bradichina, prodotta dalla callicreina, la quale viene inibita dal C1INH.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO VIA CLASSICA E ALTERNATIVA Controllo della C3 convertasi: 1) taglio di qualsiasi C4b e C3b, che legano la cellula ospite come prodotti inattivi. La proteina responsabile la serin proteasi plasmatica fattore I: essa circola attiva ma pu tagliare C4b e C3b quando questi sono legati ad un cofattore. In queste circostanze il fattore I taglia C3b, prima in iC3b e poi ulteriormente in C3dg e lo inattiva permanentemente. Il C4 pure inattivato a C4c e C4d. Le due proteine di membrana che possono legare C4b e C3b e hanno attivit di cofattore per il fattore I sono CR1 e MCP. Le superfici batteriche, a differenza di quelle dei vertebrati, non hanno queste proteine e non possono promuovere il taglio di C3b e C4b. Deficienza di fattore I: attivazione incontrollata del complemento con riduzione dei livelli delle proteine del complemento -> infezioni batteriche ricorrenti.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO VIA CLASSICA E ALTERNATIVA Controllo della C3 convertasi (prevenzione di formazione della C3 convertasi): 2) ci sono anche proteine plasmatiche con attivit cofattoriale per il fattore I. C4b viene legato dalla proteina legante C4b o C4BP, che funge principalmente da regolatore della via classica in fase fluida. C3b viene legato sia in fase fluida che a livello di membrane cellulari da un cofattore chiamato fattore H. Il fattore H ha forte affinit per i residue di acido sialico delle glicoproteine delle cellule ospiti e ci aumenta il legame del fattore H a qualsiasi C3b depositato sulla cellula ospite. A livello di parete cellulare di molti batteri, il fattore H ha affinit molto ridotta per C3b, a cui si lega preferenzialmente il fattore B.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO VIA CLASSICA E ALTERNATIVA Controllo della C3 convertasi: 3) numerose proteine competono con il legame di C2b al C4b legato alle cellule e di B a C3b legato alle cellule, inibendo cos la formazione della convertasi. Queste proteine legano C3b e C4b sulla superficie delle cellule ed inoltre aumentano la dissociazione delle convertasi C4b,2b e C3b,Bb che si sono gi formate. Le molecole di membrana che agiscono attraverso entrambi questi meccanismi includono DAF e CR1.

PROTEINE DI CONTROLLO DEL COMPLEMENTO VIA CLASSICA E ALTERNATIVA Controllo del complesso di attacco alla membrana Il complesso polimerizza su molecole C5b rilasciate dalla C5 convertasi e si inserisce vicino al sito di attivazione del complemento sulla superficie del patogeno. Per evitare che alcuni complessi diffondano e inserirsi in membrane di cellule ospiti adiacenti, vi sono proteine plasmatiche che legano C5b,6,7 sia in fase fluida che sulla superficie cellulare. Le membrane delle cellule ospiti contengono la protettina o CD59, che inibisce il legame di C9 ai complessi C5b,6,7,8. CD59 e DAF sono legati alla superficie cellulare mediante unancora glicolipidica di fosfoinositidi (PIG). Un enzima coinvolto nella sintesi di code PIG codificato dal cromosoma X ed deficitario in un clone di cellule ematopoietiche -> emoglobinuria parossistica notturna.

RISPOSTE INNATE INDOTTE DALLE INFEZIONI Dipendono dalle citochine e chemochine che sono prodotte in risposta al riconosimento dei patogeni. Le citochine prodotte dai macrofagi promuovono la risposta fagocitaria attraverso il reclutamento e la produzione di nuovi fagociti e molecole opsonizzanti. Gli interferoni sono citochine indotte da infezioni virali e dalle cellule NK, attivate a loro volta da interferoni, e che contribuiscono alle difese innate dellospite contro i virus e patogeni intracellulari.

RISPOSTE INNATE INDOTTE DALLE INFEZIONI Limmunit adattativa utilizza molti meccanismi dellimmunit innata, ma in grado di indirizzarli con maggiore precisione. Cellule T-antigene specifiche attivano le propriet microbicide e di secrezione di citochine dei macrofagi che legano i patogeni. Gli anticorpi attivano il complemento, agiscono come opsonine dirette per i fagociti, e stimolano le cellule NK ad uccidere le cellule infettate. Infine, la risposta adattativa utilizza citochine e chemochine, in modo simile alla immunit innata, per stimolare risposte infiammatorie, che promuovono linflusso di anticorpi e linfociti effettori nel sito dinfezione.

RUOLO DEGLI INTERFERONI NELLIMMUNITA INNATA Linfezione delle cellule da parte dei virus induce la produzione di proteine chiamate interferoni, in quanto interferiscono con la replicazione virale in cellule in coltura e in vivo, in cellule non infettate precedentemente. IFN-a: famiglia di proteine strettamente correlate IFN-b: prodotto di un singolo gene IFN-g: prodotto da cellule T e NK La sintesi di interferoni stimolata da RNA a doppia elica, il quale costituisce il genoma di alcuni virus e pu essere prodotto durante il ciclo infettivo di tutti i virus.

RUOLO DEGLI INTERFERONI NELLIMMUNITA INNATA Gli interferoni a e b inducono uno stato di resistenza alla replicazione virale in tutte le cellule. Vengono secreti dalle cellule infette e si legano ad un recettore comune di superficie sia sulle cellule infette sia su quelle vicine. Il recettore degli interferoni accoppiato ad una tirosin-chinasi della famiglia Janus. Essa fosforila direttamente attivatori della trascrizione che traducono il segnale (STATs), che traslocano nel nucleo e attivano la trascrizione genica. I geni che vengono trascritti sono coinvolti nellinibizione della replicazione virale: 1) oligoadenilato sintetasi, che attiva una endoribonucleasi che degrada lRNA virale; 2) P1 chinasi, una serin-treonin chinasi che fosforila una proteina eucariotica, il fattore di iniziazione della sintesi proteica eIF-2, inibendo la traduzione del messaggero virale.

RUOLO DEGLI INTERFERONI NELLIMMUNITA INNATA

Gli interferoni proteggono lospite dai virus anche stimolando la risposta immunitaria cellulare verso questi patogeni. Gli interferoni inducono un aumento dellespressione di molecole MHC di classe I, che presentano in maniera efficace i peptidi antigenici alle cellule T CD8. Gli interferoni attivano le cellule NK, le quali uccidono le cellule infettate e rilasciano citochine.

INTERFERONI E CELLULE NK Sebbene di origine linfoide, le cellule NK non hanno recettori antigenespecifici e fanno perci parte del sistema immunitario innato. Possiedono sia recettori attivatori che recettori inibitori. Gli ultimi inibiscono luccisione di una cellula target quando sono legati a molecole MHC di classe I -> pi elevata lespressione di MHC di classe I sulla superficie di una cellula, pi questa protetta dalla distruzione da parte di cellule NK. Gli interferoni proteggono le cellule ospiti non infettate dalle cellule NK stimolando maggiormente lespressione di molecole MHC di classe I, mentre attivano le cellule NK a uccidere le cellule infettate.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA Anche se il meccanismo di uccisione delle cellule bersaglio da parte delle cellule NK uguale a quello utilizzato dalle cellule T citotossiche generate in una risposta immunitaria adattativa, luccisione da parte delle cellule NK stimolata da recettori invarianti. La loro azione interviene nelle fasi precoci delle infezioni con diversi patogeni intracellulari: herpes virus, il protozoo Leishmania, e il batterio Listeria monocytogenes. Le cellule NK sono attivate da interferoni (a e b) e citochine derivate dai macrofagi (IL-12). La risposta precoce delle cellule NK limita le infezioni virali fintanto che la risposta immunitaria adattativa genera cellule T-antigene specifiche che possono eliminare linfezione.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA LIL-12, insieme al TNF-a, pu anche stimolare la produzione di IFN-g da parte delle cellule NK, e lIFN- g secreto fondamentale nel controllo di alcune infezioni, prima del controllo operato dalle cellule T. Una di queste infezioni quella da Listeria monocytogenes. Topi che mancano di linfociti B e T sono resistenti a questo patogeno, ma la deplezione di cellule NK, mediata da anticorpi, o la neutralizzazione di TNF- a o IFN- g o dei loro recettori, aumenta la mortalit a distanza di pochi giorni dallinfezione, prima che la risposta adattativa possa essere indotta.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA Dato che le cellule NK mediano le difese dellospite contro virus e altri patogeni intracellulari, devono possedere un qualche meccanismo per distinguere le cellule infette da quelle sane. Si pensa che ci avvenga mediante il riconoscimento del self alterato. I recettori attivanti stimolano luccisione da parte delle cellule NK. Tra questi vi sono le lectine leganti il calcio di tipo C, che riconoscono una grande variet di ligandi carboidratici, presenti su molte cellule. I recettori inibenti inibiscono lattivazione e impediscono alle cellule NK di uccidere cellule normali dellorganismo. Questi recettori sono specifici per molecole MHC di classe I -> le cellule NK uccidono selettivamente cellule bersaglio che espongono bassi livelli di MHC di classe I.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA Unalterata espressione di MHC di classe I pu essere una caratteristica delle cellule infettate da patogeni intracellulari, dato che molti di essi hanno sviluppato strategie per interferire con la capacit delle molecole MHC di catturare ed esporre peptidi alle cellule T. Quindi un modo attraverso cui le cellule NK riconoscono le cellule infettae da quelle sane mediante il riconoscimento delle alterazioni nellespressione di MHC di classe I. Inoltre, riconoscono cambiamenti nelle glicoproteine di superficie cellulare indotti da infezioni virali.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA Nel topo i recettori inibitori sulle cellule NK sono codificati da una famiglia multigenica di lectine di tipo C, chiamate Ly49. Nelluomo sono membri della superfamiglia delle immunoglobuline: sono chiamati p58 e p70 o recettori inibitori killer (KIRs). Cellule NK umane possono esprimere un eterodimero costituito da due lectine di tipo C, chiamate CD94 e NKG2. Linvio di segnali mediante i recettori KIR sopprime la capacit di uccidere le cellule genticamente identiche, con una normal espressione di molecole MHC di classe I. Inoltre, le cellule sane possono rispondere agli interferoni aumentando lespressione delle loro MHC di classe I.

RUOLO DELLE CELLULE NK NELLIMMUNITA INNATA Le cellule infettate da virus possono diventare suscettibili allazione delle cellule NK attraverso vari meccanismi: 1) alcuni virus inibiscono la sintesi di tutte le proteine nelle loro cellule ospiti, inclusa quella delle molecole MHC di classe I. 2) alcuni virus possono selettivamente prevenire lesportazione di molecole MHC di classe I 3) le cellule NK possono riconoscere i cambiamenti nelle molecole MHC di classe I che si verificano quando si complessano a peptidi derivati da proteine prodotte in seguito allinfezione. 4) alcuni virus alterano la glicosilazione delle proteine cellulari, probabilmente permettendo il riconoscimento da parte dei recettori attivanti o rimuovendo il normale ligando del recettore inibitorio. In questultimo caso vi sar riconoscimento anche quando i livelli di MC di classe I non sono stati alterati.

ALTRI EFFETTORI DELLIMMUNITA INNATA Alcune sottopopolazioni linfocitarie esprimono solo una variet limitata di recettori, codificati da pochi riarrangiamenti comuni. Questi linfociti non vanno incontro a espansione clonale prima di rispondere allantigene e perci si comportano da intermedari tra immunit innata e adattativa. Una popolazione di questo tipo rappresentato dai linfociti Tg:d intraepiteliali. Presentano recettori immunoglobulino-simili codificati da geni riarrrangiati e ne esistono due gruppi. Un gruppo si trova nel tessuto linfatico di tutti i vertebrati e, come le cellule B e le cellule T a:b , esprimono recettori estremamente differenti. Il secondo gruppo costituito da cellule intraepiteliali Tg:d , che sono differenti nei diversi vertebrati ed espongono recettori omogenei.

ALTRI EFFETTORI DELLIMMUNITA INNATA Si pensa che le cellule intraepiteliali possano riconoscere ligandi che derivano dallepitelio in cui esse risiedono, ma che sono espressi solo quando una cellula viene infettata. Ligandi possibili sono le proteine heat-shock, le molecole MHC di classe IB, e nucleotidi e fosfolipidi non ortodossi. A differenza delle cellule T a:b , quelle g:d non riconoscono antigeni presentati da molecole MHC, invece sembrano che lo facciano direttamente su molti tipi cellulari. Recenti studi indicano che le cellule Tg:d siano impicate nella regolazione della risposta immune, il che in accordo con la loro capacit di secernere citochine regolatorie.

ALTRI EFFETTORI DELLIMMUNITA INNATA Un altro gruppo di linfociti che esprimono recettori non molto diversi il gruppo di linfociti B-1, le quali sono distinguibili per la proteina di superficie CD5. Sono simili per molti aspetti alle Tg:d, compaiono presto nellontogenesi, utilizzano un gruppo distintivo e ristretto di riarrangiamenti genici per formare i loro recettori, si auto-ricostituiscono in periferia e sono i linfociti principali della cavit peritoneale.

Le cellule B-1sembrano attuare risposte anticorpali principalmente verso antigeni polisaccaridici e possono pordurre anticorpi della classe IgM senza laiuto di cellule T. Questa risposta compare entro 48 ore dalla esposizione allantigene, perch probabilmente c unalta frequenza di precursori linfocitari che si espandono. In assenza dellaiuto di cellule T antigene-specifche, sono formate IgM e queste risposte agiscono attraverso lattivazione del complemento. La mancanza di una interazione antigenespecifica spiega perch non si generi memoria immunologica.

ALTRI EFFETTORI DELLIMMUNITA INNATA Non ancora chiaro il ruolo fisiologico delle cellule B-1. Nei topi la deficienza di cellule B-1 determina una maggiore sensibilit alle infezioni determinate da Streptococcus pneumoniae, per mancanza di anticorpi contro il fosfolipide fosforilcolina, protettivo contro questo microrganismo. In termini di evoluzione, interessante notare come le cellule Tg:d sembrano difendere le superfici dellorganismo, mentre le cellule B-1 difendono le cavit corporee. Entrambi i tipi cellulari hanno specificit limitata e limitata efficienza nelle loro risposte.

ALTRI EFFETTORI DELLIMMUNITA INNATA Esiste infine un gruppo di anticorpi conosciuti come anticorpi naturali. Queste IgM naturali sono codificate da geni anticorpali riarrangiati che non hanno subto mutazioni somatiche. Costituiscono una parte consistente delle IgM circolanti e non sembrano derivare da una risposta adattativa antigene-specifica alle infezioni. Hanno una bassa affinit per molti microrganismi patogeni e sono altamente cross-reattivi.

Non se ne sa ancora esattamente il ruolo, ma sembra che si leghino ai microrganismi nei primi momenti dellinfezione eliminandoli prima che diventino dannosi.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI B

IMMUNOGLOBULINE Regione variabile o regione V: lega lantigene


Regione costante o regione C: innesca le attivit funzionali del linfocita B, che quella di reclutare altre cellule e molecole per distruggere il patogeno. Presenta cinque possibili conformazioni, specializzate per lattivazione di diversi meccanismi effettori.

Il recettore del linfocita B, che legato alla membrana, non presenta tali funzioni effettrici, perch la regione C inserita nella membrana. Funziona come un recettore, riconosce e lega lantigene mediante la regione V e trasmette un segnale che causa lattivazione del linfocita B.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T RECETTORI DEI LINFOCITI T (TCR) Sono esclusivamente proteine legate alla membrana e la loro funzione di attivare il linfocita T. Sono simili alle immunoglobuline tanto per la struttura proteica (possiedono le regioni C e V) quanto per il meccanismo genetico che genera la loro grande variabilit. Il TCR differisce dal recettore dei linfociti B perch non riconosce direttamente lantigene, ma riconosce piccoli frammenti peptidici di proteine del patogeno, legati alle molecole MHC sulla superficie di altre cellule.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T MOLECOLE MHC Le molecole MHC sono caratterizzate da una tasca che corre lungo la superficie esterna, alla quale possono legarsi una grande variet di peptidi.

Le molecole MHC mostrano una grande variabilit genetica nella popolazione e ciascun individuo possiede fino a 12 possibili varianti, il che aumenta la gamma dei peptidi che possono essere riconosciuti. I TCR riconoscono sia le caratteristiche del peptide antigenico che della molecola MHC a cui esso legato -> restrizione MCH: ogni recettore non specifico per un peptide estraneo, ma per una combinazione unica di peptide e molecola MHC.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI Delle cinque classi di immunoglobuline -IgM, IgD, IgG, IgA, IgEuseremo le IgG come esempio per descrivere le caratteristiche generali della struttura delle Ig. Le IgG sono grandi molecole di peso molecolare di circa 150 kDa, composte da due tipi diversi di catene polipeptidiche. Una di circa 50 kDa detta catena pesante o catena H; laltra, di 25 kDa, detta catena leggera o catena L. Le due catene pesanti sono legate tra loro da legami disolfuro, e un ulteriore ponte disolfuro lega ciascuna catena pesante ad una catena leggera. Esistono due tipi di catene leggere, chiamate lambda (l) e kappa (k), e una data Ig possiede catene k oppure l, ma non entrambe. Non sono state trovate differenze funzionali tra i due tipi di catene.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI La classe dellanticorpo, e quindi la sua funzionalit, sono definite dalla catena pesante. Esistono cinque principali classi di catene pesanti o isotipi (alcuni dei quali con sottotipi): m, d, g, a, e. Le IgG sono di gran lunga le pi abbondanti e hanno diverse sottoclassi (IgG 1, 2, 3 e 4 nelluomo). Le peculiari propriet delle catene pesanti sono conferite dalla regione carbossi-terminale, che non si associa alla catena leggera.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI La determinazione della sequenza aminoacidica delle Ig ha permesso di comprendere due importanti caratteristiche degli anticorpi: 1) ogni catena consiste di una serie di sequenze simili, anche se non identiche, ciascuna lunga circa 110 aminoacidi. Ognuna di queste ripetizioni corrisponde ad una regione discreta della proteina, nota come dominio proteico. La catena leggera formata da due soli domini, mentre la catena pesante ne contiene quattro.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI 2) elevata variabilit della parte amino-terminale delle catene pesanti e leggere. La sequenza variabile limitata ai primi 110 aminoacidi, corrispondente al primo dominio, mentre gli altri domini sono costanti tra catene immunoglobuliniche dello stesso isotipo. Le sequenze amino-terminali variabili o domini V delle catene pesanti e leggere (VH e VL, rispettivamente) formano insieme la regione V dellanticorpo, mentre i domini costanti (domini C) delle catene pesanti e leggere (CH e CL, rispettivamente) formano la regione C.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI Con luso di enzimi proteolitici che tagliano le sequenze polipeptidiche stato possibile scomporre la struttura dellanticorpo. Una digestione limitata, ad opera della papaina, divide lanticorpo in tre frammenti. Due di essi sono identici e contengono lattivit di legame con lantigene. Sono detti frammenti Fab (Fragment antigen binding), e corrispondono alle due braccia identiche dellanticorpo e contengono le due catene leggere appaiate ai domini VH e CH delle catene pesanti. Laltro frammento non contiene alcuna attivit di legame con lantigene ma fu osservato che cristallizza con facilit e per questo fu denominato Fc, frammento cristallizzabile. Esso corrisponde ai domini CH2 e CH3 appaiati ed la parte dellanticorpo che interagisce con cellule e molecole effettrici.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI Unaltra proteasi, la pepsina, taglia lanticorpo nella stessa zona della papaina ma sul lato carbossi-terminale dei legami disolfuro. Questo produce il frammento F(ab)2 in cui i due bracci che legano lantigene restano legati. La parte rimanente delle catene pesanti viene tagliata in frammenti pi piccoli. Il frammento F(ab)2 non chiamato F(ab)2 perch non uguale al frammento Fab, ma contiene qualche aminoacido in pi comprese le cisteine che formano il ponte disolfuro.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI La regione cerniera che lega le prozioni Fc e Fab dellanticorpo non una connessione rigida ma piuttosto una catena flessibile che permette movimenti indipendenti dei due frammenti Fab. Una certa flessibilit presente anche alla giunzione tra i domini V e C e permette al dominio V di piegarsi e di ruotare rispetto al dominio C. La flessibilit presente sia a livello della cerniera che della giunzione V-C consente ad entrambe le braccia dellanticorpo di legare antigeni che si trovano a diverse distanze luno dallaltro come sulla parete cellulare polisaccaridica di un batterio.

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI I diversi domini di una immunoglobulina hanno strutture simili.

Le catene pesanti e leggere delle Ig sono composte da una serie di domini proteici discreti. Questi domini hanno strutture ripiegate in modo simile, ma esistono anche delle differenze. Ciasun dominio composto da due foglietti beta (b-sheets), che sono costituiti da filamenti della catena polipeptidica impacchettati tra loro (filamenti beta o b-strand). I foglietti sono legati tra loro da un legame disolfuro e formano una struttura dalla forma a barile nota come barile beta (b barrel).

STRUTTURA DEGLI ANTICORPI La differenza principale tra i domini V e C che il dominio V pi grande ed ha unansa in pi poich ha due filamenti C e C in pi rispetto al dominio C. Le anse flessibili dei domini V formano il sito di legame con lantigene. Altre proteine con una sequenza simile a quella delle Ig formano domini con strutture simili, e questi domini sono denominati immunoglobulin-like domains. Sono presenti in molte proteine del sistema immunitario e in proteine coinvolte nel riconoscimento cellula-cellula nel sistema nervoso e in altri tessuti. Insieme alle immunoglobuline e ai recettori dei linfociti T, queste proteine costituiscono la superfamiglia delle immunoglobuline.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE Le regioni V di un dato anticorpo sono uniche rispetto a quelle degli altri. La variabilit della sequenza non distribuita uniformemente lungo la regione V ma concentrata solo in alcuni tratti. Confrontando le sequenze aminoacidiche di molte regioni V, sono stati identificati tre segmenti di particolare variabilit nei domini VH e VL, denominati regioni ipervariabili: HV1, HV2 e HV3. I tratti compresi tra una regione ipervariabile e laltra mostrano una variabilit minore e sono denominati regioni cornice (framework regions): FR1, FR2, FR3 e FR4.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE

Le regioni cornice sono formate dai foglietti b che forniscono lintelaiatura strutturale del dominio, mentre le sequenze ipervariabili corrispondono a tre anse sul bordo esterno del barile b. Quando i domini VH e VL sono appaiati sulla molecola dellanticorpo, le anse ipervariabili dei due domini si trovano vicine, creando un singolo sito ipervariabile sulla sommit di ciascun braccio dellanticorpo.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE

Le tre anse ipervariabili formano una superficie complementare allo antigene e sono dette regioni che determinano la complementarit (CDR1, CDR2, e CDR3). Poich le regioni CDR di entrambi i domini VH e VL contribuiscono a formare il sito per lantigene, la combinazione di catene pesanti e leggere a determinare la specificit per lantigene. Uno dei modi del sistema immunitario di generare anticorpi con diverse specifict attraverso combinazioni differenti di regioni V di catene leggere e pesanti. Si parla in generale di diversit combinatoria.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE Il legame dellanticorpo con lantigene dipende dalla sequenza aminoacidica delle CDR, ma anche dalla forma e dalle dimensioni dello antigene. Apteni (piccole molecole di varia natura, delle dimensioni della catena laterale di una tirosina) o corti peptidi legano una cavit o una tasca compresa tra i domini V della catena leggera e pesante. Nel caso di proteine, queste possono non trovare posto in una tasca o cavit; linterfaccia tra anticorpo e antigene allora una superficie estesa che coinvolge tutte le CDR e, a volte, parte delle regioni cornice.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE Un anticorpo riconosce generalmente solo un tratto limitato sulla superficie di una grande molecola come un polisaccaride o una proteina. La struttura riconosciuta da un anticorpo detta determinante antigenico epitopo. Nel caso delle proteine (ad es. del capside virale), le strutture riconosciute sono sulla superficie di queste molecole. Inoltre, tali strutture sono in genere formate da aminoacidi provenienti da zone diverse della catena polipeptidica, avvicinati dal ripiegamento della proteina: epitopi conformazionali o discontinui. Gli epitopi composti da una singola sequenza sono detti epitopi lineari o continui.

La maggior parte degli anticorpi riconosce epitopi conformazionali.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE Il legame anticorpo-antigene reversibile e non covalente.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE Le interazioni elettrostatiche si attuano tra le catene laterali degli aminoacidi, nei legami idrogeno e possono coinvolgere le forze a corto raggio di van der Waals. In alcuni casi, molecole di acqua possono essere intrappolate tra antigene e anticorpo e permettere al legame tra residui polari. Le interazioni anticorpo-antigene avvengono principalmente attraverso interazioni idrofobiche e forze di van der Waals, a causa della presenza di molti aminoacidi aromatici nella molecola dellanticorpo. Le interazioni elettrostatiche tra catene laterali cariche e i legami idrogeno combinano gruppi chimici specifici rinforzando il legame complessivo. Sono queste interazioni a determinare laffinit di legame.

INTERAZIONE TRA ANTICORPO E ANTIGENE RIASSUNTO La specificit del legame antigene-anticorpo determinata dalle anse ipervariabili e cio dalle regioni che determinano la complementarit. A livello chimico, tale complementarit mediata da legami idrofobici e forze a corto raggio di van der Waals. Laffinit di legame invece mediata da interazioni elettrostatiche e legami idrogeno.

RICONOSCIMENTO DELLANTIGENE DA PARTE DEI LINFOCITI T I linfociti T interagiscono con gli antigeni solo se questi si trovano sulla superficie di cellule specializzate. Tali antigeni possono derivare da: virus batteri intracellulari che si replicano allinterno delle cellule oppure da patogeni e loro derivati presenti nei fluidi extracellulari e internalizzati dalle cellule per endocitosi

RECETTORE DELLANTIGENE DEI LINFOCITI T

Il recettore per lantigene dei linfociti T presenta delle caratteristiche simili al frammento Fab delle immunoglobuline. E formato da una catena a e da una catena b (TCRa e TCRb) legate da un ponte disolfuro. Tali recettori comunque differiscono dalla Ig di membrana che costituisce il recettore dei linfociti B: essi hanno un solo sito di legame per lantigene e inoltre non vengono mai secreti.

RECETTORE DELLANTIGENE DEI LINFOCITI T

Dal cDNA clonato del TCR si potuti risalire alla sequenza aminoacidica, che ha rivelato che entrambe le catene hanno una regione variabile (V), omologa al dominio V delle Ig, una regione costante (C), omologa al dominio C delle Ig, e una regione cerniera contenente un residuo di cisteina che forma un ponte disolfuro intercatenario. Le catene attraversano il doppio strato lipidico con un dominio idrofobico e terminano con una breve coda citoplasmatica.

RECETTORE DELLANTIGENE DEI LINFOCITI T

I TCR riconoscono lantigene in maniera differente dagli anticorpi. Mentre le Ig riconoscono aminoacidi che non sono contigui nella sequenza primaria, i TCR riconoscono brevi sequenze di aminoacidi contigui. Poich tali molecole si trovano allinterno della struttura nativa della proteina, si rende necessaria una qualche denaturazione della proteina, successivamente processata fino alla riduzione in frammenti peptidici. La natura dellantigene riconosciuto dai linfociti T divenne chiara quando si cap che i peptidi stimolanti vengono riconosciuti solo se sono legati a molecole MHC.

CO-RECETTORI DEL TCR CD8 e CD4 sono espressi da due classi linfocitarie, i linfociti T citotossici e i linfociti T helper rispettivamente. Queste due classi di linfociti riconoscono due classi diverse di MHC, MHC di classe I e di classe II, rispettivamente. CD8 e CD4 non sono solo dei marcatori di classi linfocitarie, ma svolgono un ruolo importante nel riconoscimento diretto delle MHC. CD8 lega molecole MHC di classe I, mentre CD4 lega le MHC di classe II. Durante il riconoscimento dellantigene, CD4 o CD8 si associano al TCR e legano i siti costanti della porzione MHC del complesso peptide:MHC. Questo legame necessario perch la cellula produca una risposta funzionale: per questo motivo CD4 e CD8 sono chiamati corecettori.

CO-RECETTORI DEL TCR

CD4 una molecola a catena singola composta da quattro domini simili a quelli immunoglobulinici, chiamati D1-D4. I primi due (D1 e D2) formano una bacchetta rigida e sono uniti da una cerniera flessibile al terzo e al quarto dominio (D3 e D4). CD4 lega le molecole MHC di classe II grazie ad una regione collocata in una zona laterale del primo dominio.

CD4 lega le molecole MHC ben lontano dal sito di legame del TCR: -> le due molecole possono legarsi allo stesso complesso peptide:MCH.

CO-RECETTORI DEL TCR

CD4 interagisce con una tirosin-chinasi citoplasmatica, chiamata Lck, e permette il suo avvicinamento alle strutture deputate alla trasmissione del segnale, nel complesso del recettore. Questo determina un incremento del segnale generato dal legame tra recettore e antigene. Quando il CD4 e il recettore si legano simultaneamente allo stesso complesso peptide:MHC, sono necessarie quantit di antigene 100 volte inferiore per attivare il linfocita T.

CO-RECETTORI DEL TCR

CD8 un eterodimero costituito da una catena a ed una b legate da un ponte disolfuro.

Ciascuna catena presenta un singolo dominio simile a quello immunoglobulinico legato alla membrana plasmatica da una lunga catena polipeptidica. Questultimo segmento estesamente glicosilato, il che serve a mantenere il polipeptide in configurazione allungata e a preservarlo da tagli proteolitici.

CO-RECETTORI DEL TCR

CD8 lega debolmente un sito costante delle MHC di classe I e, analogamente al legame di CD4 alle MHC di classe II, lascia la superficie superiore di MHC libera di interagire nello stesso momento con il TCR.

Anche CD8 lega Lck per mezzo della coda citoplasmatica della catena a e attiva la chinasi in prossimit del recettore. La presenza di CD8 fa aumentare di circa 100 volte la sensibilit dei linfociti T per lantigene presentato da MHC di classe I.

MOLECOLE MHC Le molecole MHC di classe I e II hanno una diversa distribuzione tra le cellule e i tessuti.

MOLECOLE MHC Le molecole MHC di classe I presentano peptidi derivati da patogeni, in genere virus, ai linfociti T CD8 citotossici. Poich i virus possono infettare qualunque cellule nucleata, quasi tutte esprimono le molecole MHC di classe I anche se il livello di espressione varia da un tipo cellulare allaltro. Le cellule non nucleate, come gli eritrociti, presentano livelli molto bassi, e quindi al loro interno si pu sviluppare uninfezione senza che sia rilevata da linfociti T. Dato che i virus non possono replicarsi allinterno delgi eritrociti, questo non ha conseguenze in caso di infezione virale. Al contrario, permetter al Plasmodium, lagente della malaria, di sopravvivere allinterno dei globuli rossi.

MOLECOLE MHC

La funzione dei linfociti T CD4 che riconoscono le MHC di classe II quella di attivare altre cellule del sistema immunitario -> le molecole MHC di classe II si trovano normalmente su linfociti B, macrofagi e cellule dendritiche. Si trovano anche molto espresse su cellule specializzate nella presentazione dellantigene, presenti nei tessuti linfoidi dove i linfociti T naive o vergini incontrano lantigene e vengono attivati per la prima volta.

MOLECOLE MHC

Lespressione di entrambe le classi di MHC regolata dalle citochine, in particolare dagli interferoni. LIFN-g pu indurre lespressione delle MHC di classe II su alcuni tipi cellulari che normalmente non le esprimono. Gli interferoni stimolano anche la presentazione dellantigene da parte delle MHC di classe I inducendo lespressione di elementi chiave del meccanismo intracellulare usato per installare i peptidi sulle molecole MHC.

MOLECOLE MHC

Le due classi MHC sono formate da subunit diverse ma nella struttura dinsieme appaiono correlate. In entrambe le classi, i due domini in prossimit della membrana sono simili al dominio immunoglobulinico, mentre i due domini distali si ripiegano uno sullaltro formando una tasca, il sito a cui si lega il peptide.

MOLECOLE MHC DI CLASSE I

Consistono di due catene polipeptidiche, una catena a maggiore, codificata nel locus genetico MHC, e una catena b minore, la b2 microglobulina, legata in modo non covalente, che non polimorfica e non viene codificata dal locus MHC. La molecola consta di quattro domini, tre formati dalla catena a ed uno costituito dalla b2 microglobulina. Il dominio a3 e la b2 microglobulina sono simili al dominio C delle Ig.

Le catene a1 e a2 formano una tasca sulla superficie della molecola, il sito di legame del peptide. Sono anche i siti polimorfici che determinano il riconoscimento da parte dei linfociti T.

MOLECOLE MHC DI CLASSE II

Sono formate dal complesso non covalente di due catene a e b, che attraversano la membrana.

Entrambe le catene sono codificate dal locus MHC.


Lanalisi cristallografica mostra che la struttura delle molecole MHC di classe II molto simile a quella delle MHC di classe I. Anche nel caso delle MHC di classe II i siti polimorfici sono collocati nella tasca, formata dai domini a1 e b1.

MOLECOLE MHC

Sia nelle MHC di classe I che di classe II i peptidi sono contenuti tra le due a eliche della molecola. Lunica differenza che le estremit della tasca delle MHC di classe II sono pi aperte: come conseguenza, le estremit di un peptide legato alle MHC di classe I sono interne alla molecola, mentre nella classe II sono esposte allesterno. Il recettore dei linfociti T interagisce con il suo ligando prendendo contatto sia con la molecola MHC che con il frammento peptidico dellantigene.

MOLECOLE MHC

Al fine di attivare i linfociti T in presenza di tutte le infezioni possibili, le molecole MHC devono essere in grado di legare molti tipi diversi di peptidi. La struttura cristallografica ha permesso di capire come faccia un singolo sito a legare con alta affinit una grande variet di peptidi diversi. I peptidi stabilizzano la struttura molecolare che li lega, permettendo alle molecole MHC di essere indicatori affidabili della presenza di antigeni specifici.

INTERAZIONE TRA PEPTIDI E MOLECOLE MHC DI CLASSE I Il legame del peptide nella tasca di una molecola MHC di classe I stabilizzato su entrambe le estremit attraverso contatti tra le terminazioni aminica e carbossilica del peptide e alcuni siti costanti della molecola MHC, presenti ad entrambi i capi della tasca. I peptidi sono lunghi solitamente 8-10 aminoacidi, quando presentano lunghezze maggiori trovano posto ugualmente ripiegando lo scheletro peptidico.

INTERAZIONE TRA PEPTIDI E MOLECOLE MHC DI CLASSE I Le molecole MHC di classe I sono molto polimorfiche. Esistono centinaia di versioni diverse, o alleli, dei geni MHC di classe I nella popolazione, e ogni individuo ne porta una piccola frazione. Le differenze principali tra le varianti alleliche si trovano in determinati siti aminoacidici allinterno della tasca di legame con il peptide. Ne consegue che le diverse varianti MHC hanno delle preferenze di legame per peptidi diversi. I peptidi che si legano a una certa variante di molecole MHC hanno gli stessi, o molto simili, aminoacidi in due o tre particolari posizioni. Gli aminoacidi che corrispondono a queste posizioni e che interagiscono con i residui polimorfici delle MHC sono chiamati residui di ancoraggio.

INTERAZIONE TRA PEPTIDI E MOLECOLE MHC DI CLASSE I Anche se sia la posizione che lidentit dei residui di ancoraggio possono variare a seconda della variante allelica della MHC di classe I, quasi tutti i peptidi possiedono un residuo idrofobico (a volte basico) alla loro estremit carbossiterminale. Di solito il legame non influenzato dagli aminoacidi presenti nelle altre posizioni. Queste qualit di legame permettono ad una singola molecola MHC di classe I di legare unampia gamma di peptidi diversi e a diverse varianti alleliche di legare diversi gruppi di peptidi.

INTERAZIONE TRA PEPTIDI E MOLECOLE MHC DI CLASSE II I peptidi che legano le molecole MHC di classe II sono lunghi almeno 13 aminoacidi e possono esserlo molto di pi. Nella tasca delle MHC di classe II, le estremit del peptide non sono legate. Il peptide interagisce con residui polimorfici presenti lungo tutta la tasca. Esistono anche delle interazioni tra lo scheletro del peptide e le catene laterali di aminoacidi conservati lungo il solco.

INTERAZIONE TRA PEPTIDI E MOLECOLE MHC DI CLASSE II Le tasche di legame delle molecole MHC di classe II sono pi permissive, perch consentono di alloggiare catene laterali diverse. Nonostante questo e la diversa lunghezza dei peptidi che possono essere alloggiati, si riusciti a definire un pattern di aminoacidi permissivi per ciascun allele della MHC di classe II.

INTERAZIONE TRA TCR E COMPLESSO PEPTIDE:MHC Lanalisi cristallografica a raggi X ha permesso di comprendere come il TCR interagisca con il complesso peptide:MHC. La catena a del recettore posta tra il dominio a2 di MHC e la estremit aminoterminale del peptide legato. La catena b del recettore posta tra il dominio a1 e lestremit carbossiterminale del peptide. Le anse CDR3 delle catene a e b sono poste in corrispondenza della regione centrale della tasca.

INTERAZIONE TRA TCR E COMPLESSO PEPTIDE:MHC Nel legame del TCR al complesso peptide:MHC sono importanti sia residui presenti sul peptide che sulla molecola MHC -> la specificit del riconoscimento del linfocita T coinvolge sia il peptide che la MHC che lo presenta. Questa doppia specificit alla base del fenomeno della restrizione MHC.

TCR g:d

Una minoranza della popolazione di linfociti T presenta un tipo diverso di recettore costituito da un dimero g:d anzich a:b. I recettori g:d potrebbero essere coinvolti nel riconoscimento di diversi tipi di ligando, come per esempio le proteine heat shock o ligandi non peptidici, come gli antigeni lipidici dei micobatteri. I recettori g:d non sembrano essere ristretti dalle classiche molecole MHC di classe I o II. Possono quindi legare lantigene libero, come fanno le Ig, e/o peptidi o altri antigeni presentati da molecole MHC nonclassiche, le quali assomigliano alle MHC di classe I ma sono relativamente non polimorfiche.

LA FORMAZIONE SUI LINFOCITI DEI RECETTORI PER GLI ANTIGENI

Ciascuna diversa catena recettoriale non pu essere presente come singola unit codificante nel genoma, perch questo richiederebbe un numero di geni maggiore di quanto ce ne siano in realt.
Un meccanismo genetico alla base della variabilit dei recettori per lantigene: riarrangiamento genico.

I domini V dei recettori sono costituiti da pi frammenti, i quali sono codificati da segmenti genici, i quali, a causa della ricombinazione somatica del DNA che avviene durante la maturazione linfocitaria, vengono riuniti per formare una sequenza completa.
Ciascun tipo di segmento presente in pi copie nel genoma e la selezione di un segmento genico avviene casualmente.

I SEGMENTI GENICI DELLE IMMUNOGLOBULINE

Il dominio V della catena leggera codificato da due segmenti genici separati di DNA. Il primo codifica i primi 95-101 aminoacidi ed chiamato segmento genico V e corrisponde alla maggior parte del dominio V. La parte rimanente (fino a 13 aminoacidi) codificata dal secondo segmento, detto segmento genico J (dallinglese Joining). Durante la ricombinazione, i segmenti V e J vengono uniti per formare un esone V. Il dominio C della catena leggera codificato da un esone separato e questo viene unito allesone V durante la maturazione dellmRNA.

I SEGMENTI GENICI DELLE IMMUNOGLOBULINE

Il dominio V della catena pesante codificato da tre segmenti genici. Oltre i segmenti V e J, esiste un terzo segmento detto segmento genico D (diversity) localizzato tra i segmenti V e J. Vi sono molti esoni diversi che possono codificare la regione C della catena pesante. In entrambi i casi, lo spicing dellRNA porter alla riunione della regione V con la vicina regione C.

I SEGMENTI GENICI DELLE IMMUNOGLOBULINE In effetti esistono molte copie di ciascuno dei segmenti genici.

I SEGMENTI GENICI DELLE IMMUNOGLOBULINE I segmenti genici delle immunoglobuline sono organizzati in tre cluster o loci genici: k, l. e il locus per le catene pesanti. Locus delle catene leggere l: cromosoma 22. Il gruppo costituito dai segmenti genici Vl seguito da una serie di quattro segmenti genici Jl ciascuno seguito da un singolo gene Cl. Locus delle catene leggere k: cromosoma 2. Linsieme dei geni Vk seguito da un gruppo di geni Jk e infine da un solo gene Ck. Locus della catene pesanti: cromosoma 14. Assomiglia al locus della catene k, con gruppi separati di di geni per VH, DH, e JH e infine i geni CH. Inoltre, esso contiene non una sola catena C, ma una serie di sequenze C allineate una dopo laltra.

RICOMBINAZIONE V D J La ricombinazione somatica V(D)J determinata da enzimi:

1) il processo di rombinazione del DNA operata da enzimi specifici per la linea linfoide: RAG-1 e RAG-2 (recombinase -activating genes)

2) la riparazione del DNA operata da enzimi ubiquitari che modificano il DNA e da un enzima che aggiunge nucleotidi, la TdT (deossinucleotidil transferasi terminale), un altro enzima specifico della linea linfoide.

MECCANISMI DELLA DIVERSITA ANTICORPALE La diversit anticorpale determinata in quattro modi.

Il riarrangiamento genico, grazie al quale due o tre segmenti genici si combinano per formare un esone completo della regione V, genera diversit in due modi. 1) i riarrangiamenti possono utilizzare combinazioni diverse dei vari frammenti genici -> diversit combinatoria
2) nel punto di giunzione dei diversi segmenti genici si origina la diversit giunzionale, dovuta al fatto che durante la ricombinazione possono essere aggiunti o sottratti nucleotidi.

MECCANISMI DELLA DIVERSITA ANTICORPALE La terza causa ancora una forma di diversit combinatoria. Deriva dal fatto che le regioni V delle actene leggere e pesanti possono combinarsi in vari modi quando queste si appaiano per formare il sito di legame per lantigene. Questi tre meccanismi avvengono durante lo sviluppo delle cellule B immature. Quindi avremo sulle cellule B naive un repertorio di 1011 differenti molecole anticorpali. Il quarto meccanismo rappresentato dalle mutazioni che avvengono nelle cellule B mature ed attivate, e solo sulle regioni V: ipermutazione somatica.

MECCANISMI DELLA DIVERSITA ANTICORPALE Per le catene leggere k: 40 geni Vk e 5 segmenti Jk = 200 diverse regioni Vk. Per le catene leggere l: 30 geni Vl e 4 geni Jl = 120 diverse regioni Vl.

In totale possono essere utilizzate 320 catene leggere diverse.


Per le catene pesanti: 65 geni VH, 27 geni DH e 6 geni JH= 11.000 differenti regioni VH.

MECCANISMI DELLA DIVERSITA ANTICORPALE Durante la maturazione delle cellule B, al riarrangiamento del locus delle catene pesanti, fanno seguito molti cicli di divisione cellulare prima che avvenga il riarrangiamento delle catene leggere. La particolare combinazione dei segmenti genici usati per produrre una catena pesante non sembra condizionare la scelta dei segmenti ricombinati per ottenere la regione variabile della catena leggera. 320 x 11.000 = 3,5 x 106 Considerando anche la meccanismo di giunzione , si ritiene che il repertorio ammonti a 1011.

DIVERSITA GIUNZIONALE Due delle tre anse presenti nella regione ipervariabile delle Ig sono codificate dal segmento genico V. La terza (HV3 o CDR3) localizzata nel punto di giunzione tra il segmento V e il segmento J, nelle catene pesanti in parte codificata dal segmento D. Sia nelle catene pesanti che leggere la diversit tra le varie regioni CDR3 incrementata notevolmente dallaggiunta o dalla delezione di nucleotidi nella regione di giunzione tra i vari segmenti.

IPERMUTAZIONE SOMATICA Il quarto meccanismo di generazione della diversit anticorpale agisce nelle cellule B a livello degli organi linfatici periferici dopo che sono stati assemblati i geni funzionali delle Ig. Esso introduce un numero considerevole di mutazioni puntiformi nelle regioni V dei geni riarrangiati delle catene pesanti e leggere, dando cos origine a recettori mutati sulla superficie delle cellule B. Alcune delle Ig mutate legano lantigene meglio del recettore originale e le cellule B che le esprimono vengono scelte per diventare cellule mature secernenti gli anticorpi: maturazione per affinit.

IPERMUTAZIONE SOMATICA Lipermutazione somatica ha luogo quando la risposta delle cellule B allantigene si avvale dei segnali delle cellule T attivate. Coinvolge solo la regione V e non la regione C delle Ig, e nessun altro dei geni espressi dalle cellule B. Le mutazioni che alterano le sequenze aminoacidiche nelle parti conservate modificheranno la struttura di base e quindi verranno selezionate negativamente. Invece le mutazioni che saranno selezionate positivamente perch risultano in una maggiore affinit per lantigene, sono quelle che alterano le sequenze aminoacidiche delle regioni CDR.

IL RIARRANGIAMENTO DEI GENI PER I RECETTORI DELLE CELLULE T

I loci per il recettore delle cellule T sono formati da gruppi di segmenti, cos come i loci per le catene pesanti e leggere delle Ig. Il locus TCRa sul cromosoma 14, allo stesso modo dei loci per le catene leggere, contiene segmenti genici V e J. Il locus TCRb sul cromosoma 7, come quello per le catene pesanti, contiene i segmenti genici D in aggiunta ai segmenti genici V e J.

IL RIARRANGIAMENTO DEI GENI PER I RECETTORI DELLE CELLULE T Una delle differenze pi importanti fra i geni delle Ig e quelli del TCR risiede nel numero di geni che codificano la regione C. Le regioni C nei loci TCR sono molto pi semplici di quelle nel locus per le catene pesanti delle Ig. C un solo gene Ca e, sebbene, vi siano due geni Cb, essi sono largamente omologhi e non vi nessuna differenza funzionale tra i loro prodotti. I geni per la regione C del recettore T codificano solo polipeptidi transmembrana. Le funzioni effettrici delle cellule T dipendono dal contatto cellula-cellula. Al contrario, le funzioni effettrici delle cellule B dipendono dagli anticorpi secreti che devono le loro propriet ai differenti isotipi della regione C della catena pesante.

IL RIARRANGIAMENTO DEI GENI PER I RECETTORI DELLE CELLULE T Unaltra differenza tra i TCR e le Ig risiede nella diversa natura dei loro ligandi. I siti di legame per lantigene delle Ig devono adattarsi alla superficie di un numero quasi illimitato di antigeni. Al contrario, il ligando di un recettore T sempre un peptide legato ad una molecola MHC. Da ci lipotesi che i siti di riconoscimento dellantigene sui TCR dovrebbero possedere meno varianti strutturali, con gran parte della variabilit focalizzata sul peptide antigenico. Sia in un anticorpo che in un recettore T, la parte centrale del sito di legame per lantigene costituita dai CDR3. Nel TCR codificata dai segmenti genici D e J. Il sito fiancheggiato dalle anse CDR1 e CDR2, codificate da segmenti genici V.

IL RIARRANGIAMENTO DEI GENI PER I RECETTORI DELLE CELLULE T I loci per il recettore delle cellule T hanno circa lo stesso numero di segmenti genici V che hanno i loci per le Ig, ma solo le cellule B diversificano i geni riarrangiati per ipermutazione somatica. Quindi la variabilit delle anse CDR1 e CDR2 sar molto maggiore fra le molecole anticorpali che non fra i recettori delle cellule T. Questo concorda con il fatto che le anse CDR1 e CDR2 del recettore T prendono contatto con la molecola MHC che relativamente meno variabile rispetto al peptide.

IL RIARRANGIAMENTO DEI GENI PER I RECETTORI DELLE CELLULE T La variabilit della struttura dei recettori T soprattutto imputabile alla diversit combinatoria e giunzionale. Il locus TCRa contiene molti pi segmenti genici J dei loci delle catene leggere delle Ig. Nelle Ig e nel recettore T questa regione codifica per lansa CDR3. Quindi la parte centrale del recettore sar altamente variabile, mentre la periferia sar soggetta ad una minore diversit. Nelle cellule T, i nucleotidi vengono aggiunti a tutte le giunzioni V e J dei geni TCRa riarrangiati, mentre solo la met delle giunzioni V-J dei geni per le catene leggere sono modificate dallaggiunta di nucleotidi.

I LOCI PER LE CATENE d E g

Lorganizzazione dei loci TCRd e TCRg assomiglia a quella dei loci a e b, ma con differenze importanti. Linsieme dei segmenti genici che codificano per la catena d contenuto allinterno del locus a, tra i segmenti genici V e J. Il riarrangiamento dei geni V nel locus a porter alla delelzione del locus d. I loci TCRd e TCRg hanno meno segmenti genici sia dei loci a e b, che di qualunque locus delle Ig. La diversit delle catene g e d risiede nella regione di giunzione, che compensa il piccolo numero di segmenti genici V.

IPERMUTAZIONE SOMATICA E TCR

Nella generazione della variabilit degli anticorpi, lipermutazione somatica aumenta la variabilit di tutte tre le CDR di entrambe le catene delle Ig. Nei geni dei recettori T non si ha ipermutazione somatica, quindi la variabilit delle regioni CDR1 e CDR2 limitata a quella dei segmenti genici V nella conformazione germinale. Tutta la diversit tra i recettori T si genera durante il riarrangiamento e di conseguenza dovuta alle regioni CDR3.

IPERMUTAZIONE SOMATICA E TCR

Il ruolo principale delle cellule T di stimolare entrambe le risposte immunitarie, umorale e cellulare, ed quindi fondamentale che le cellule T non reagiscono contro proteine proprie. Non solo durante lo sviluppo intratimico le cellule T autoreattive vengono eliminate, ma la mancanza di ipermutazione somatica permette di evitare che nel corso della vita compaiono dei mutanti somatici che riconoscano il self.

Qualora dovesse generarsi un clone di cellule B in grado di reagire contro il self, in circostanze normali non sarebbe in grado di produrre anticorpi specifici, in quanto mancherebbero le cellule T autoreattive capaci di cooperare per la risposta.

VARIAZIONI STRUTTURALI DELLE REGIONI COSTANTI DELLE IMMUNOGLOBULINE Le regioni CH che determinano la classe o isotipo dellanticorpo, e quindi le sue funzioni effettrici, sono codificate da geni separati a valle dei geni V nel locus delle catene pesanti. Inizialmente viene espresso, in associazione col gene V, solo il primo di questi geni, il gene Cm. Durante la risposta anticorpale, le cellule B possono per esprimere un diverso gene CH, grazie a un processo di ricombinazione noto come cambio dellisotipo.

Lo splicing alternativo permette, per ciascun isotipo, la produzione della forma legata alla membrana o di quella secreta, e anche la contemporanea produzione di IgM e IgD di superficie nei linfociti B maturi ma che non hanno ancora incontrato lantigene (B naive).

VARIAZIONI STRUTTURALI DELLE REGIONI COSTANTI DELLE IMMUNOGLOBULINE Questi meccanismi generano una variabilit strutturale delle Ig, mentre questo non avviene per i geni del recettore delle cellule T. Le Ig funzionano sotto forma di molecole solubili che devono sia legare lantigene sia reclutare una serie di cellule effettrici e di molecole con cui interagire in modo appropriato. Il recettore delle cellule T funziona solo da recettore legato alla membrana che deve attivare la giusta risposta cellulare.

VARIAZIONI STRUTTURALI DELLE REGIONI COSTANTI DELLE IMMUNOGLOBULINE La variazione tra i vari isotipi dipendono da differenze nelle catene pesanti: numero e posizione dei legami disolfuro, il numero di catene oligosaccaridiche, il numero dei domini C e la lunghezza della regione cardine.

CAMBIO DELLISOTIPO

La ricombinazione somatica V(D)J avviene una sola volta durante la maturazione dei linfociti B, quindi tutta la progenie di una determinata cellula B esprimer lo stesso gene V. Al contrario, durante la risposta immunitaria, nella stessa progenie possono essere espressi geni diversi per la regione C. Ogni cellula B inizia ad esprimere le IgM come recettori. In seguito la stessa regione V pu essere espressa negli anticorpi IgG, IgA o IgE.

Il cambio dellisotipo stimolato da segnali esterni, come le citochine rilasciate dalle cellule T o da segnali che stimolano la mitosi portati da patogeni.

CAMBIO DELLISOTIPO

I geni CH formano un grosso cluster posizionato a valle dei segmenti genici JH. Il gene che codifica la regione Cm il pi vicino ai geni JH e quindi, dopo il riarrangiamento, sar il pi vicino alla regione V. Qualunque segmento genico JH rimasto tra il gene V e il gene Cm viene rimosso durante il processo di maturazione dellRNA. -> il primo isotipo ad essere prodotto durante la maturazione dei linfociti B lIgM.

CAMBIO DELLISOTIPO

In 3, vicino al gene m, si trova il gene d, che codifica per la regione C della catena pesante delle IgD. Sulla superficie dei linfociti B maturi, le IgD sono coespresse con le IgM. Le cellule B che esprimono le IgM e le IgD non sono ancora andate incontro al cambio di isotipo che comporta un cambiamento irreversibile nel DNA. Invece producono un lungo trascritto che viene tagliato e riunito in modo diverso per formare due diverse molecole di mRNA. Lesone VDJ o legato a Cm per sintetizzare una catena pesante m oppure a Cd in modo da codificare una catena pesante d.

Le cellule B immature fanno soprattutto trascritti m mentre quando maturano formano principalmente la forma d e pochi trascritti m.

CAMBIO DELLISOTIPO

Il passaggio ad altri isotipi avviene solo dopo lincontro con lantigene.

Questo avviene grazie ad un meccanismo di ricombinazione guidato da sequenze ripetute di DNA conosciute come regioni di scambio.
Le regioni di scambio si trovano in un introne compreso tra i geni JH e il gene Cm e in siti equivalenti, a monte dei geni delle catene pesanti di tutti gli altri isotipi, ad eccezione del gene d.

CAMBIO DELLISOTIPO

Gli enzimi responsabili di questo tipo di ricombinazione non sono stati ancora identificati. Tuttavia sappiamo che sono coinvolti gli enzimi che riparano il DNA, utilizzati anche nella ricombinazione V(D)J. Lenzima Citidina Deaminasi Indotto dallAttivazione, coinvolto anche nella ipermutazione somatica, agisce nel processo di editing dellRNA. potrebbe essere coinvolto nel cambio dellisotipo, in quanto nelluomo la mancanza di questo enzima associata ad una forma di immunodeficienza chiamata sindrome da Iper IgM di tipo 2, ed caratterizzata unicamente dalla presenza di IgM. La sindrome da Iper IgM di tipo 1 dovuta invece allincapacit da parte dei linfociti T di attivare il cambio dellisotipo.

FORME SECRETE E DI MEMBRANA DELLE IG

Inizialmente tutte le cellule B esprimono sulla membrana le IgM. Dopo la stimolazione antigenica, verranno prodotte sia cellule che diventeranno plasmacellule secernenti IgM sia cellule che andranno incontro al cambio di isotipo. Queste ultime poi passeranno a produrre la forma secreta del nuovo isotipo anticorpale.

La sintesi delle due fome delle Ig ottenuta attraverso la maturazione di due forme alternative di mRNA.

FORME SECRETE E DI MEMBRANA DELLE IG

Cellule B immature: IgM di membrana

Cellue B mature naive: coespressione di IgM e IgD di membrana


Cellue B attivate: cambio di isotipo e secrezione delle Ig

Una cellula B attivata smette di coesprimere IgM e IgD sia perch le sequenze m e d sono state rimosse per il cambio dellisotipo oppure, in caso di plasmacellule IgM secernenti, la trascrizione sotto il controllo del promotore VH non prosegue oltre lesone Cm.

LA REGIONE C DELL IG E LA LORO SPECIALIZZAZIONE FUNZIONALE Le regioni C delle Ig hanno tre funzioni principali.

1) Le porzioni Fc dei diversi isotipi sono riconosciute da recettori specifici posti sulle cellule immunitarie effettrici. Le porzioni Fc delle IgG1 e IgG3 sono riconosciute da recettori per lFc presenti su macrofagi e neutrofili. LFc delle IgE si lega ad alta affinit con il recettore Fc presente sui mastociti, basofili ed eosinofili attivati.
2) Le porzioni Fc dei complessi antigene:anticorpo possono legare il complemento.

LA REGIONE C DELL IG E LA LORO SPECIALIZZAZIONE FUNZIONALE 3) LFc pu localizzare gli anticorpi in siti in cui non potrebbero arrivare senza un meccanismo di trasporto attivo. Si tratta, nel caos delle IgA, delle secrezioni mucose, delle lacrime e del latte; nel caso del IgG del sangue fetale per trasferimento dalla madre. Questo trasferimento si attua mediante il legame a recettori.

IgM E IgA POSSONO FORMARE DEI POLIMERI

Le regioni C delle IgM e delle IgA possiedono una coda di 18 aminoacidi che contiene una cisteina indispensabile per la polimerizzazione. Una catena polipetidica indipendente, chiamata catena J, catalizza la polimerizzazione legandosi alla cisteina della coda.

IgM E IgA POSSONO FORMARE DEI POLIMERI La polimerizzazione delle IgA a dimeri necessaria per il loro trasporto attraverso gli epiteli. Le IgA del plasma sono monomeriche.3

Le IgM si ritrovano sotto forma di pentameri, e a volte di esameri (senza catena J) nel plasma; questi ultimi sono pi attivi nellattivare il complemento.
La polimerizzazione delle molecole immunoglobuliniche importante per il legame dellanticorpo a epitopi ripetuti. Di solito le IgM riconoscono epitopi ripetuti polisaccaridici dei batteri. Laffinit di legame di ogni singolo sito sar bassa in quanto le IgM vengono prodotte durante la risposta primaria, prima che avvenga la ipermutazione somatica e maturi laffinit. A questo rimediano i molti (10) siti di legame con i quali si ottiene una forza di legame, o avidit, molto alta.

ISOTIPI, ALLOTIPI E IDIOTIPI Gli isotipi immunoglobulinici sono definiti dalle regioni C delle catene pesanti.

Gli allotipi sono determinati dalla presenza di diversi alleli nella popolazione dello stesso gene C.
Gli idiotipi sono determinati dalle particolari associazioni VH e VL.

PRESENTAZIONE DELLANTIGENE AI LINFOCITI T

La protezione dipendente dai linfociti T dipende dalla loro capacit di riconoscere le cellule che trasportano patogeni o che hanno internalizzato i patogeni o i loro prodotti. La generazione del peptide dallantigene intatto implica modificazioni della proteina originaria che prendono il nome di processamento dellantigene. Lesposizione del peptide sulla superficie cellulare tramite le molecole MHC viene chiamato presentazione dellantigene. Entrambe le molecole MHC di classe I e II devono legarsi al peptide prima di essere stabilmente espresse sulla superficie cellulare.

PROCESSAMENTO DELLANTIGENE Gli agenti infettivi si possono replicare in due distinti compartimenti cellulari. I virus e alcuni batteri si replicano nel citoplasma, mentre molti batteri patogeni e qualche parassita eucariota si replicano negli endosomi e nei lisosomi del sistema vescicolare. Le cellule infettate dai virus e dai batteri citosolici vengono eliminate dai linfociti T citotossici CD8. I patogeni ed i loro prodotti che si trovano nel sistema vescicolare vengono riconosciuti dai linfociti T CD4: TH1 e TH2. Il riconoscimento di material estraneo proveniente dal citosol o dai compartimenti vescicolari avviene attraverso luso di molecole MHC di classe I e di classe II rispettivamente.

TRASPORTO DEI PEPTIDI DI CLASSE I Le molecole MHC, come tutte le proteine destinate alla superficie cellulare, vengono trasportate nel reticolo endoplasmico (RE) durante la loro sintesi. La parte della molecola MHC che lega il peptide viene ripiegata correttamente nel lume del reticolo e non viene mai esposta nel citosol. Il trasporto dei peptidi virali dal citosol nel lume del RE avviene mediante due proteine ATP-dipendenti della famiglia ABC (ATP-binding cassette): TAP1 e TAP2 (Transporter associated with Antigen Porcessing). Le due proteine TAP formano un eterodimero espresso sulla membrana del RE. I geni TAP1 e TAP2 sono presenti allinterno del gene MHC e vengono indotti dagli interferoni.

RUOLO DEL PROTEASOMA NELLA GENERAZIONE DEI PEPTIDI DI CLASSE I La degradazione di molte proteine citosoliche effettuata da un complesso enzimatico multicatalitico chiamato proteasoma. Esso un grande complesso cilindrico formato da 28 subunit assemblate in 4 anelli, 7 subunit per anello. Due subunit del proteasoma, LMP2 e LMP7, sono codificate nella regione MHC vicino ai geni TAP1 e TAP2. Insieme alle molecole MHC I e TAP, sono indotte dagli interferoni. Una terza subunit, MECL-1, non codificata nella regione MHC ed anchessa indotta dagli interferoni. Questre tre subunit inducibili sostituiscono altre tre subunit costitutive e questo porta ad un cambio della specificit del proteasoma: il clivaggio a valle dei residui idrofobici e basici, piuttosto che di quelli acidi.

TRASPORTO DELLE MHC I SULLA SUPERFICIE CELLULARE Il ripiegamento e lassemblaggio delle molecole MHC I nel RE dipende dallassociazione della catena a prima con la catena b2-microglobulina ed in seguito col peptide,e questo processo coinvolge numerose proteine accessorie con funzioni simili alle chaperonine. Solo in seguito al legame con il peptide la molecola MHC I viene rilasciata e pu raggiungere la superficie cellulare, altrimenti rimane in forma parzialmente ripiegata. Se questo stato persiste, le molecole MHC I sono instabili e vengono ritrasportate nel citosol dove vengono degradate.

TRASPORTO DELLE MHC I SULLA SUPERFICIE CELLULARE Alcuni virus hanno sviluppato strategie per impedire la loro esposizione interferendo con la comparsa del complesso peptide:MHC I sulla superficie cellulare. Il virus herpes simplex previene il trasporto dei peptidi virali allinterno del RE producendo una proteina che lega e inibisce TAP. Gli adenovirus codificano per una proteina che lega le molecole MHC I e le trattiene allinterno del RE.

I cytomegalovirus accelerano il trasporto retrogado delle MHC I nel citoplasma dove vengono degradate.

PROCESSAMENTO DEI PEPTIDI DI CLASSE II I patogeni che risiedono nelle vescicole non sono accessibili al proteasoma del citosol. In seguito allattivazione dei macrofagi, le proteine allinterno delle vescicole vengono degradate da proteasi contenute nelle vescicole stesse. Lendocitosi, la fagocitosi e la macropinocitosi utilizzano gli endosomi e quindi i lisosomi per la processazione dellantigene. Gli endosomi ed i lisosomi contengono proteasi che vengono attivate da un pH acido e sono quindi conosciute come proteasi acide. Le proteasi acide appartengono alla famiglia delle catepsine (B, D, S ed L).

TRASPORTO DELLE MOLECOLE MHC II ALLE VESCICOLE ACIDE Le molecole MHC II vengono traslocate nel RE durante la loro sintesi, ma poich devono interagire coi peptidi formatisi nelle vescicole acide, il loro legame con polipeptidi appena sintetizzati o con peptidi appena trasportati nel lume del RE deve essere prevenuto. Le molecole MHC II neo-sintetizzate vengono legate da una proteina nota come catena costante associata alle molecole MHC II (Ii). La catena costante forma trimeri e ogni subunit lega in maniera non covalente un eterodimero a:b nella tasca per il peptide.

Le catene pesanti hanno anche la funzione di indirizzare le molecole MHC II verso le vescicole acide dove pu avvenire il legame con il peptide. Prima per la catena pesante deve essere degradata e lasciare il sito di legame libero.

TRASPORTO DELLE MOLECOLE MHC II ALLE VESCICOLE ACIDE Le molecole MHC II vengono rilasciate in vescicole che originano dal complesso di Golgi, le quali, ad un certo punto, si fondono con gli endosomi. Esistono evidenze che i complessi MHC II:Ii vengano trasportati prima alla superficie e poi internalizzati come endosomi.

La microscopia elettronica ha permesso di localizzare le molecole MHC II in un compartimento subcellulare specializzato dove avviene il taglio di Ii e il caricamento del peptide (compartimento MIIC).

LEGAME DELLE MOLECOLE MHC II CON IL PEPTIDE

Nel compartimento MIIC il caricamento del peptide facilitato da una molecola simile alle MHC II, chiamata HLA-DM. I geni HLA-DM si trovano vicino ai geni TAP e LMP nella regione MHC II. La HLA-DM non viene espressa sulla superficie cellulare, ma si trova principalmente nel compartimento MIIC. La HLA-DM catalizza il rilascio di CLIP dal complesso MHC II:CLIP e il legame degli altri peptidi alle molecole MHC II vuote.

LEGAME DELLE MOLECOLE MHC II CON IL PEPTIDE

Il ruolo di HLA-DM nel facilitare il legame del peptide alle molecole MHC II rispecchia quello delle molecole TAP nel legame di peptidi alle molecole MHC I. Alcuni patogeni hanno evoluto strategie in grado di inibire il legame del peptide con le molecole MHC II.

LEGAME DELLE MOLECOLE MHC CON IL PEPTIDE Il legame del peptide alle molecole MHC sulla superficie cellulare deve essere stabile per ottenere unefficiente presentazione dellantigene ed evitare che altre cellule non infette vengano eliminate. Se il complesso si dissocia troppo rapidamente il patogeno pu evadere la sorveglianza delle cellule T. Le molecole MHC presenti sulle cellule non infettate potrebbero legare peptidi rilasciati da MHC presenti su cellule infettate ed erroneamente segnalare ai linfociti T che cellule sane siano state infettate, decretando la propria morte. Le molecole MHC vuote, sia di classe I e II, vengono rapidamente perse dalla superficie per un processo di reinternalizzazione e di degradazione -> il legame delle molecole MHC con peptidi presenti nei fluidi extracellulari viene prevenuto efficacemente.

IL SISTEMA MAGGIORE DI ISTOCOMPATIBILITA Il ruolo delle molecole MHC quello di legare frammenti peptidici derivati dai patogeni ed esposti sulla superficie delle cellule in modo che vengano riconosciuti dagli appropriati linfociti T. Le conseguenze sono quasi sempre deleterie per le cellule infettate da virus o patogeni, in quanto queste cellule vengono uccise. Esiste quindi una forte pressione selettiva in favore di ogni patogeno mutato in modo da sfuggire alla presentazione da parte delle MHC.

Due caratteristiche delle molecole MHC rendoono questa via di fuga difficile per i patogeni. Il sistema MHC polgenico: il locus MHC contiene diversi geni MHC I e II. Il sistema MHC polimorfo: vi sono molteplici varianti dello stesso gene.

ORGANIZZAZIONE DEL LOCUS MHC Il locus MHC localizzato sul cromosoma 6 nelluomo e contiene circa 200 geni.

I geni che codificano per la catena a delle molecole MHC I e per le catene a e b delle MHC II sono comprese allinterno di questo complesso; i geni per la b2-microglobulina e per la catena costante Ii sono su cromosomi differenti. Nelluomo questi geni sono anche chiamati HLA (Human Leukocyte Antigen), essendo stati inizialmente scoperti attraverso differenze antigeniche nei globuli bianchi di individui diversi.

ORGANIZZAZIONE DEL LOCUS MHC

Vi sono 3 geni della catena a (MHC I), chiamati HLA-A, -B e -C.

Vi sono 3 paia di geni per le catene a e b (MHC II), chiamati HLA-DR, -DP e -DQ. Il cluster HLA-DR contiene un gene extra b, che pu accoppiarsi con la catena DRa. Quindi tre set di geni possono dare luogo a 4 tipi di molecole MHC II.
I due geni TAP si trovano nella regione MHC II in stretta associazione con i geni LMP del proteasoma. Sempre nella regione II, si trova il gene TAPBP per la tapasina, che si lega sia alle TAP che alle molecole MHC I vuote.

ORGANIZZAZIONE DEL LOCUS MHC

Le cellule stimolate da interferoni mostrano un forte aumento della trascrizione della catena a dellMHC I e del gene b2-micorglobulina, dei geni del proteasoma, della tapasina e della TAP. Questa induzione aumenta labilit delle cellule di processare proteine virali e di presentare i peptidi derivati dalla processazione sulla superficie cellulare. La regolazione coordinata dei geni che codificano per questi componenti viene facilitata dal legame genetico di molti di questi geni allinterno del locus MHC.

ORGANIZZAZIONE DEL LOCUS MHC

I geni per lHLA-DM, che codificano le MHC-DM, la cui funzione quella di catalizzare il legame del peptide alle molecole MHC II, sono correlati ai geni MHC II. I geni MHC II classici, insieme ai geni DMa e b e alla catena costante Ii, sono regolati in modo coordinato. La loro trascrizione viene stimolata dallIFN-g, prodotto dai linfociti TH1 attivati dalle cellule NK e dalle cellule CD8 attivate, permettendo ai linfociti di rispondere alle infezioni batteriche inducendo unaumentata espressione di quelle molecole coinvolte nella processazione e nella presentazione di antigeni intravescicolari.

POLIGENIA E POLIMORFISMO MHC

Ogni individuo pu esprimere almeno tre differenti molecole MHC I e tre (o quattro) molecole MHC II sulla superficie delle proprie cellule. Di fatto il numero di MHC espresse molto pi grande a causa dei polimorfismi delle molecole MHC e lespressione co-dominante dei geni MHC.

Le varianti alleliche di alcuni geni MHC I e II sono pi di 200, ed ogni allele presente con una frequenza relativamente alta nella popolazione.
Vi quindi una ridotta possibilit che il locus MHC corrispondente su entrambi i cromosomi di un individuo abbia lo stesso allele. La maggior parte degli individui eterozigote nel locus MHC. La particolare combinazione di alleli MHC che sitrova su di un singolo cromosoma conosciuta come aplotipo MHC.

POLIGENIA E POLIMORFISMO MHC Lespressione degli alleli MHC co-dominante, e quindi entrambi i prodotti degli alleli verranno espressi sulla superficie cellulare ed entrambi sono in grado di presentare gli antigeni alle cellule T.

POLIGENIA E POLIMORFISMO MHC I polimorfismi ad ogni locus possono raddoppiare il numero di molecole MHC espresse in un individuo ed incrementare la diversit gi determinata dalla poligenia.

POLIMORFISMO MHC E RICONOSCIMENTO ANTIGENICO DA PARTE DEI LINFOCITI T Il prodotto degli alleli MHC pu differire da uno allaltro fino a 20 aminoacidi. La maggior parte delle differenze sono localizzate nel dominio esterno della molecola, in particolare nella tasca dove si lega il peptide.

I residui polimorfi che costituiscono il sito di legame del peptide determinano le propriet del sito di legame delle molecole MHC.

RICONOSCIMENTO DELLE MHC NON-SELF

Il fenomeno della restrizione MHC ha permesso di spiegare il fenomeno del riconoscimento delle molecole MHC non-self nel rigetto dei trapianti di organi e tessuti tra individui della stessa specie. Il rigetto avviene anche se le molecole MHC differiscono di un solo aminoacido ed mediato da linfociti T specificamente reattivi verso molecole MHC non-self o allogeniche. Questi linfociti ammontano a circa l1-10% dei linfociti T in un individuo.

RICONOSCIMENTO DELLE MHC NON-SELF

Dato che un recettore dei linfociti T normalmente lega peptidi estranei esposti sulle molecole MHC self, vi sono due modi in cui pu legare molecole MHC non-self. 1) In alcuni casi il peptide legato dalla molecola MHC non-self interagisce fortemente con il recettore T e il linfocita T viene attivato. Questo meccanismo cross-reattivo conosciuto come peptidedominante.

2) Nel secondo meccanismo, conosciuto come MHC-dominante, i linfociti T alloreattivi reagiscono a causa del legame stretto del recettore T con le molecole MHC non-self.

RICONOSCIMENTO E RISPOSTA AI SUPERANTIGENI

I superantigeni sono una classe distinta di antigeni che stimola, nei linfociti T, una risposta simile a quelle elicitate da molecole MHC allogeniche. Essi agiscono come superantigeni in quanto si legano in maniera diversa contemporaneamente alle molecole MHC ed al TCR, permettendo la stimolazione di un ampio numero di linfociti T. I superantigeni vengono prodotti da batteri, micoplasmi e virus, e le rispste che provocano sono pi di aiuto per il patogeno che per lospite.

RICONOSCIMENTO E RISPOSTA AI SUPERANTIGENI I superantigeni non devono venire processati per essere riconosciuti. Legano direttamente la superficie esterna di una molecola MHC II che ha gi legato un peptide e la regione Vb di molti TCR.

RICONOSCIMENTO E RISPOSTA AI SUPERANTIGENI Il modo in cui avviene la stimolazione da parte dei superantigeni non determina una risposta adattativa verso il patogeno, ma una massiccia produzione di citochine da parte dei linfociti T CD4.

Superantigeni esogeni batterici sono lenterotossina A dello stafilococco (SEA), che causa avvelenamento da cibo e la tossina 1 della sindrome da shock tossico (TSST-1), che un potente induttore di IL-1 e TNF-a, il che spiega sia la sua capacit stimolatoria sulle cellule T sia alcune delle manifestazioni cliniche (febbre alta, debolezza muscolare, e caduta della pressione sanguigna che porta allo shock) . Il ruolo dei superantigeni virali nelle malattie umane meno chiaro. Esistono anche superantigeni endogeni, tra cui quello del virus del tumore mammario del topo, il quale si stabilmente integrato nel genoma dellospite.

TRASMISSIONE DEL SEGNALE ATTRAVERSO I RECETTORI LINFOCITARI

RAGGRUPPAMENTO DEI RECETTORI Quando i recettori dellantigene sui linfociti legano il proprio ligando trasmettono un segnale che causa un loro raggruppamento (cluster) sulla superficie cellulare. Il clustering dei recettori determina lattivazione linfocitaria I recettori vengono raggruppati quando interagiscono con patogeni che hanno epitopi ripetuti sulla loro superficie. Nel caso della stimolazione delle cellule B da parte di antigeni monomerici solubili, lincapacit di tali antigeni nellindurre il clustering dei recettori potrebbe spiegare perch lattivazione delle cellule B naive in risposta a questi antigeni dipenda dalla ricezione di segnali attivanti provenienti da cellule T.

ATTIVAZIONE DELLE VIE DI TRASDUZIONE DI SEGNALE

I recettori per gli antigeni non hanno unattivit tirosin-chinasica presentata da altri recettori (ad es. per fattori di crescita). Le porzioni citoplasmatiche di alcune componenti recettoriali legano tirosin-chinasi denominate tirosin-chinasi associate al recettore.

Quando i recettori aggregano, questi enzimi vengono riuniti insieme e agiscono gli uni sugli altri e sopra le code citoplasmatiche dei recettori per iniziare il processo di trasmissione del segnale. Nel caso del recettore per lantigene, le prime tirosin-chinasi associate al recettore sono membri della famiglia src.

STRUTTURA DEL RECETTORE DELLANTIGENE

I recettori dellantigene presenti sulle cellule B e T sono complessi multiproteici formati da catene variabili clonalmente leganti lantigene associate con proteine accessorie invarianti. le proteine invarianti sono necessarie per il trasporto dei recettori sulla superficie cellulare sia per iniziare la trasmissione del segnale quando il recettore si lega al suo ligando extracellulare.

STRUTTURA DEL BCR

Le immunoglobuline di membrana si associano, tramite le catene pesanti, a due altre catene, chiamate Iga e Igb, per formare un recettore completo delle cellule B. Le catene accessorie sono composte da un unico dominio simile alle immunoglobuline connesso, attraverso un dominio transmembrana, ad una lunga coda citoplasmatica.

STRUTTURA DEL BCR

Il trasporto del recettore sulla membrana e la trasmissione del segnale dal complesso recettoriale BCR dipende dalla presenza di sequenze aminoacidiche in Iga e Igb chiamate motivi di attivazione dellimmunorecettore basati su tirosine o ITAMs. Queste sequenze sono anche presenti nelle catene accessorie del TCR e nei recettori Fc. Le ITAMs sono composte da due residui di tirosina separati da circa 9-12 aminoacidi. Iga e Igb presentano ciascuna una ITAM.

STRUTTURA DEL BCR

Quando un antigene si lega al recettore le ITAM vengono fosforilate dalle tirosin-chinasi della famiglia Src associate al recettore: Blk, Fyn o Lyn. in virt delle loro tirosine fortemente spaziate, le ITAM sono poi capaci di legarsi con alta affinit ai domini SH2 dei membri di una seconda famiglia di tirosin-chinasi, coinvolte nella progressione del segnale.

STRUTTURA DEL TCR

Il TCR contiene molte catene accessorie invarianti che formano il complesso CD3: CD3g, CD3d, CD3e e CD3z. Sulla superficie delle cellule T, due eterodimeri a:b sono associati con un CD3g, un CD3d, due CD3e ed un omodimero citoplasmatico CD3z. Le tre proteine g, d ed e sono codificate da geni adiacenti e sono regolate come ununica unit e sono necessarie per lespressione sulla superficie del TCR e per la trasmissione del segnale. Lespressione ottimale del recettore e la trasmissione del segnale richiedono anche la catena z.

FOSFORILAZIONE DELLE ITAM

Il primo segnale intracellulare che indica che i linfociti hanno riconosciuto il loro antigene la fosforilazione in tirosina delle ITAM. Nelle cellule B sono responsabili tre protein-chinasi della famiglia Src: Fyn, Blk e Lyn. Nelle cellule a riposo, le protein-chinasi si associano ai recettori con un legame a bassa affinit con le ITAM. Quando i recettori si aggregano in seguito al legame con lantigene, le chinasi associate si attivano e si attivano reciprocamente. Inoltre fosforilano le ITAM presenti nelle code citoplasmatiche di Iga e Igb. La fosforilazione di una singola tirosina delle ITAM permette il legame di una chinasi Src a tale motivo, permettendo la fosorilazione delle altre tirosine.

FOSFORILAZIONE DELLE ITAM

Nelle cellule T intervengono due chinasi della famiglia Src: Lck e Fyn. Lck costituivamente associata al dominio citoplasmatico delle molecole co-recettoriali CD4 e CD8. Fyn si associa con le catene citoplasmatiche z e con CD3e in seguito allaggregazione dei recettori. Poich CD4 o CD8 si aggregano insieme al recettore quando questultimo si lega al complesso peptide:MHC, il riconoscimento dellantigene avr come conseguenza di permettere a Lck e a Fyn di fosforilare le ITAM sulle catene accessorie del complesso del recettore dei linfociti T.

REGOLAZIONE DELLE TIROSIN-CHINASI SRC Lattivit enzimatica delle chinasi Src regolata dallo stato di fosforilazione della regione chinasica e del dominio carbossiterminale, ognuno dei quali presenta residui di tirosina regolatori. La fosforilazione della tirosina nel dominio chinasica attivatoria, mentre la fosforilazione del dominio carbossiterminale inibitoria. Dopo la fosforilazione della tirosina attivante, le chinasi possono essere tenute a freno dalla protein tirosin chinasi chiamata Csk (chinasi Src C-terminale) che fosforila la tirosina inibitoria. Poich la Csk espressa in maniera costitutiva nelle cellule a riposo, le chinasi Src sono in genere inattive.

La tirosin fosfatasi CD45 (antigene comune leucocitario) pu rimuovere il fosfato dalle tirosine inibitorie, permettendo lattivazione delle Src.

ATTIVAZIONE DEI CORERECETTORI NELLE CELLULE T

Una trasmissione ottimale del sgnale attraverso il recettore delle cellule T richiede laggregazione dei co-recettori CD4 o CD8. I co-recettori si aggregheranno al complesso del recettore T legando il complesso peptide:MHC attraverso la parte costante delle MHC. Laggregazione dei co-recettori con il TCR comporta lavvicinamento di Lck in prossimit delle ITAM delle catene accessorie e di altri bersagli, tra cui unaltra chinasi associata alla catena z, chiamata ZAP-70, che importante nella propagazione del segnale.

ATTIVAZIONE DEI CORERECETTORI NELLE CELLULE B Anche la trasmissione del segnale nelle cellule B viene aumentata dalla aggregazione con il co-recettore. Il co-recettore delle cellule B un complesso costituito dalle molecole di superficie CD19, CD21 e CD81. CD21 il recettore del complemento 2 (CR2) e pu legarsi al recettore delle cellule B quando viene attivato il complemento: infatti esso lega C3d, C3dg e iC3b. Cos patogeni che hanno attivato il complemento possono determinare la formazione di legami crociati tra il recettore dei linfociti B, CD21 e le molecole ad esse associate. Questo induce la fosforilazione della coda citoplasmatica di CD19 ad opera delle tirosinchinasi associate al recettore. Il CD19, a sua volta, recluta sia le chinasi della famiglia Src che una chinasi lipidica, chiamata fosfatidilinositolo3OH.

Il ruolo del terzo componente CD81 rimane sconosciuto.

ATTIVAZIONE DELLE TIROSIN-CHINASI LEGATE ALLE ITAM

Una volta che le ITAM delle code citoplasmatiche dei recettori sono state completamente fosforilate, esse possono reclutare altre chinasi coinvolte nella trasmissione del segnale: Syk nelle cellule B e ZAP-70 nelle cellule T. Syk enzimaticamente inattiva fintanto che rimane legata alle ITAM doppiamente fosforilate del recettore delle cellule B. Per essere attivate devono essere fosforilate e questo avviene perch vengono strettamente a contatto e transfosforilano luna con laltra.

Appena fosforilata, Syk fosforila le proteine bersaglio per iniziare la cascata delle molecole coinvolte nella trasmissione del sgnale.

ATTIVAZIONE DELLE TIROSIN-CHINASI LEGATE ALLE ITAM ZAP-70 non viene attivata per transfosforilazione dopo il legame con le ITAm delle catene z; invece viene attivata da Lck, associata al co-recettore.

Una volta attivata, ZAP-70 fosforila il substrato LAT (linker di attivazione nelle cellule T) e la proteina SLP-76, una seconda proteina adattatrice delle cellule T. LAT una proteina citoplasmatica associata alla faccia interna della membrana citoplasmatica mediante residui di cisteina che sono palmitoilati. In virt dei suoi molti residui di tirosina, LAT capace di reclutare molte proteine che trasmettono il segnale verso i bersagli a valle. Anche nelle cellule B stata identificata una proteina adattatrice, BLNK (proteina linker nelle cellule B). Anchessa ha multipli siti di fosforilazione in tirosina ed intergisce con molte proteine viste prima.

ATTIVAZIONE DEI FATTORI DI TRASCRIZIONE Importanti fattori di trascrizione coinvolti nella risposta dei linfociti sono attivati da fosforilazione operata dalle MAP chinasi (mitogen activated protein kinases). Queste chinasi sono attivate dalla fosforilazione; nello stato inattivo, non fosforilato, risiedono nel citoplasma, ma quando sono attivate traslocano nel nucleo. Le MAP chinasi attivate dal legame antigene:recettore sono chiamate Erk1 (Extracellular-regulated kinase-1) e Erk2. Le MAPK sono attivate a loro volta dalle MAPKK, che nei linfociti sono Mek1 e Mek2. Le MAPKK sono anchesse attivate dalla fosforilazione per opera delle MAPKKK, che nei linfociti Raf. Raf attivata dalla piccola proteina G Ras nella sua forma legata al GTP.

ATTIVAZIONE DEI FATTORI DI TRASCRIZIONE La cascata delle MAP chinasi attivata da segnali che partono dal corecettore dei linfociti B attiva chinasi diverse e attiva fattori di trascrizione diversi. La via delle MAP chinasi attivata dalla via del recettore dellantigene attiva il fattore di trascrizione Elk che, a sua volta, aumenta la sintesi del fattore di trascrizione Fos. Al contrario, la via delle MAP chinasi innescata dal legame del corecettore, attiva il fattore di trascrizione Jun.

Queste vie possono combinare i loro effetti in quanto eterodimeri di Jun e Fos formano il fattore di trascrizione AP-1, che regola lespressione di molti geni coinvolti nella crescita cellulare.

ATTIVAZIONE DEI FATTORI DI TRASCRIZIONE

Entrambe le vie sono richieste per guidare lespressione lespansione clonale dei linfociti naive. Nei linfociti T, la via delle MAP chinasi che attiva Jun, viene attivata da CD28, la quale interagisce con le molecole co-stimolatorie indotte sulla superficie delle cellule presentanti lantigene. Queste molecole sono B7.1 (CD80) e B7.2 (CD86).

ATTIVAZIONE DEI FATTORI DI TRASCRIZIONE

Un altro fattore di trascrizione attivato dalla trasmissione del segnale NFAT (Fattore nucleare dei linfociti T attivati). Nelle cellule non stimolate NFAT confinato nel citosol perch fosforilato in un segnale di localizzazione nucleare. NFAT rilasciato dal citoplasma e migra nel nucleo per azione dellenzima calcineurina, una protein fosfatasi che defosforila NFAT. Lattivazione da calcineurina insufficiente per permettere a NFAT di funzionare allinterno del nucleo. Altri segnali costimolatori sono necessari perch NFAT rimanga nel nucleo e possa agire come regolatore della trascrizione in combinazione con AP-1.

INIBIZIONE DEL SEGNALE DA PARTE DI RECETTORI CON ITIM Altri recettori espressi sia dai linfociti B che T possono inibire i segnali attivanti inviati dai recettori degli antigeni e dai co-rerecettori. Questi recettori presentano nella coda citoplasmatica un motivo chiamato motivo inbitorio dellimmunorecettore basato sulla tirosina ITIM. La funzione del motivo ITIM quella di reclutare fosfatasi inibitorie, quali SHP-1, SHP-2 e SHP. Le prime due rimuovono i gruppi fosfato aggiunti dalle tirosin chinasi. SHIP una inositol fosfatasi e rimuove il fosfato in 5 dal fosfatidil inositolo trifosfato (IP3) e sembra che agisca inibendo lattivazione di PLC-g.

INIBIZIONE DEL SEGNALE DA PARTE DI RECETTORI CON ITIM Un recettore contenente ITIM e che inibisce lattivazione dei linfociti il recettore Fc per le IgG (FcgRIIB-1), presente sui linfociti B. Questo recettore funziona spingendo SHP allinterno del complesso del recettore delle cellule B. Nei linfociti B, altri due recettori inibitori sono CD22, una proteina transmembrana e PIR-B, che agisce interagendo con SHIP-1. Nelle cellule T, la proteina transmembrana CTLA-4 indotta dalla attivazione ha un ruolo critico nella regolazione della trasmissione del segnale; essa lega le molecole costimolatorie come CD28 e recluta SHIP-2. Motivi ITIM sono presenti anche nei recettori KIR (killer inibitori) delle cellule NK.

SVILUPPO E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI

Una volta che i linfociti B e T acquisiscono il loro recettore di superficie, questultimo messo alla prova per le sue propriet di riconoscimento nei confronti di molecole presenti nellambiente circostante. La specificit e laffinit del recettore per questi ligandi determineranno il destino del linfocita immaturo: la cellula verr selezionata per sopravvivere e svilupparsi ulteriormente o morir senza raggiungere la maturit

Se i recettori dei linfociti interagiscono debolmente con gli antigeni self, o li legano in un modo particolare, ricevono un segnale di sopravvivenza -> selezione positiva I linfociti i cui recettori legano saldamente gli antigeni autologhi ricevono segnali di morte -> selezione negativa I linfociti che reagiscono intensamente con il self vengono rimossi prima che diventino del tutto maturi e possano dar luogo a una reazione autoimmune -> tolleranza In assenza di segnali da parte del loro recettore, i linfociti vanno incontro a morte e questo accade alla grande maggioranza dei linfociti immaturi che muore prima di fuoriuscire dagli organi linfatici primari o negli organi linfoidi periferici prima di arrivare alla maturit.

SVILUPPO DEI LINFOCITI NEL MIDOLLO OSSEO E NEL TIMO Nei mammiferi la maggior parte dello sviluppo dei linfociti avviene negli organi linfoidi centrali, ovvero midollo osseo (e fegato fetale) per i linfociti B, il timo per i T. I linfociti B vengono continuamente prodotti dal midollo osseo, anche nelladulto. I linfociti T non vengono pi prodotti dal timo nelladulto ma dalla continua divisione di cellule mature, fuori degli organi linfoidi centrali.

Lo sviluppo dei linfociti caratterizzato dalle diverse fasi di assemblaggio ed espressione dei geni per i recettori, che regola il successivo stadio di sviluppo.

SVILUPPO DEI LINFOCITI NEL MIDOLLO OSSEO E NEL TIMO Questo sviluppo a stadi richiede dei segnali dai microambienti specializzati in cui si sviluppano i linfociti. I tessuti linfoidi primari forniscono una rete di cellule stromali non linfoidi, che interagiscono strettamente con i linfociti in maturazione fornendo fattori di crescita solubili o molecole di membrana che legano i recettori dei progenitori linfocitari. I riarrangiamenti delle catene pesanti e leggere delle Ig e delle catene a e b del recettore delle cellule T non sempre producono una sequenza di DNA in frame -> riarrangiamento non produttivo. In questo caso il linfocita muore. Solo se avviene un riarrangiamento produttivo, la cellula potr progredire verso il successivo stadio di sviluppo.

SVILUPPO DEI LINFOCITI NEL MIDOLLO OSSEO E NEL TIMO

I loci vengono riarrangiati solo uno per volta e con una successione determinata. Sia i linfociti B che T si occupano per prima cosa del locus che contiene i segmenti del gene D, che nel caso dei linfociti B il locus per la catena pesante, per i T si tratta della catena b del recettore. Solo se avviene un riarrangiamento produttivo i linfociti interrompono il riarrangiamento di quel locus, e i linfociti B procedono con il locus per la catena leggera ed i T con quello della catena a.

SVILUPPO DEI LINFOCITI NEL MIDOLLO OSSEO E NEL TIMO Il prodotto proteico di ogni locus per il recettore deve essere espresso insieme a quello di un altro locus: ad esempio, per costituire il recettore dei linfociti T sono necessarie una catena a e una catena b. Come fa un linfocita T a verificare il corretto riarrangiamento del locus della catena b se non ancora disponibile una catena a, perch non ancora riarrangiata? Sia i linfociti B che T producono delle catene surrogate, sempre uguali. Questi surrogati si appaiano con la catena pesante o con la catena b per produrre dei recettori che possono essere espressi sulla superficie cellulare. La formazione di questi recettori genera dei segnali che inducono la cessazione del riarrangiamento VDJ. Seguono diversi cicli mitotici prima che la cellula proceda con il riarrangiamento VJ nel locus della catena leggera nei B e in quello per la catena a nei T.

SVILUPPO DEI LINFOCITI B NEL MIDOLLO OSSEO I fattori prodotti o secreti dalle cellule stromali non linfoidi da cui dipende lo sviluppo dei linfociti B nel midollo osseo sono: molecole di adesione: VCAM-1 che ha come contro-recettore VLA-4 sul precursore dei linfociti B citochine: una citochina di membrana, SCF (fattore per le cellule staminali) che lega sulle cellule pro-B il suo recettore tirosin-chinasico kit. Interleuchina-7 invece richiesto nello sviluppo delle cellule B in fase pi tardiva di sviluppo (pre-B). Il fattore 1 derivato dalle cellule stromali, detto anche fattore di stimolazione delle cellule pre-B (SDF/PBSF) ha un ruolo importante nello stadio pre-B.

SVILUPPO DEI LINFOCITI B NEL MIDOLLO OSSEO

Durante lo sviluppo primario dei linfociti B, i vari stadi sono definiti dalla sequenza di riarrangiamenti ed espressione dei geni per le catene pesanti e leggere delle Ig. Inoltre possono essere ulteriormente distinti degli stadi intermedi sulla base dellespressione di altre proteine di superficie. Cellula pro-B: sono le cellule progenitrici pi precoci che si conoscano ed hanno limitata capacit di autorinnovarsi. In queste cellule avviene il riarrangiamento del locus della catena pesante delle Ig: lunione DJ allo stadio di cellula pro-B precoce, seguita dallunione di V e DJ nello stadio di cellula pro-B tardiva. La formazione di una catena m intatta il lasciapassare per lo stadio successivo.

SVILUPPO DEI LINFOCITI B NEL MIDOLLO OSSEO

Cellula pre-B: la catena m delle grandi cellule pre-B espressa allinterno della cellula e, in piccola quantit, sulla superficie cellulare, combinata con un surrogato della catena leggera per formare il recettore della cellula pre-B. Lespressione del recettore della cellula pre-B il segnale che induce la cellula a interrompere sia il riarrangiamento del locus della catena pesante che la produzione del surrogato della catena leggera, e a duplicarsi diverse volte prima di dar luogo alla piccola cellula pre-B. In questa ha inizio il riarrangiamento del locus della catena leggera.

SVILUPPO DEI LINFOCITI B NEL MIDOLLO OSSEO Fino allo stadio di linfocita B immaturo, la maturazione avvenuta nel midollo osseo ed stata indipendente dallantigene. Ora i linfociti B affrontano una selezione per la tolleranza del self ed in seguito per la capacit di sopravvivenza nei tessuti linfoidi periferici. Le cellule che sopravvivono subiscono un ulteriore differenziamento e diventano linfociti B maturi, in grado di esprimere le IgD, oltre che le IgM. Finch non incontrano lantigene specifico, queste cellule sono dette linfociti B naive o vergini, ed entrano in circolo passando attraverso i tessuti linfoidi periferici dove possono venire a contatto con lantigene e attivarsi.

SVILUPPO DEI LINFOCITI B NEL MIDOLLO OSSEO Quando i linfociti B si trasformano da cellule pro-B a cellule B mature, oltre che le Ig, esprimono altre proteine, caratteristiche di ogni stadio. Tra le prime sono espressi due recettori per fattori di crescita: c-kit ed il recettore per IL-7. IL-7 un fattore di crescita essenziale per lo sviluppo sia dei linfociti B che T. Se si blocca il segnale con un anticorpo anti-IL-7 lo sviluppo del linfocita B si arresta. Poi vengono espresse proteine coinvolte nella trasduzione del segnale: CD45 e CD19. Poich le segnalazioni attraverso recettori delle cellule B ne guidano lo sviluppo, lassemblaggio dei componenti del complesso recettoriale inizia subito, a partire dallo stadio di cellula pro-B precoce.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO Il timo consiste in numerosi lobuli ciascuno dei quali suddiviso in una regione corticale esterna e una midollare interna. Negli individui giovani, il timo contiene un numero cospicuo di precursori dei linfociti T che si stanno sviluppando inclusi in una rete fatta da cellule epiteliali, lo stroma timico. La corticale contiene solo timociti immaturi e pochi macrofagi dispersi. La midollare contiene timociti maturi, insieme alle cellule dendritiche ed ai macrofagi.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO I precursori che arrivano al timo dal midollo osseo vi trascorrono un periodo di circa una settimana in cui vanno incontro a maturazione prima di intraprendere una fase di intensa proliferazione. Solo meno del 5% dei linfociti che maturano allinterno del timo lo lasciano per la periferia. La restante parte muore per apoptosi ed i corpi apoptotici vengono fagocitati dai macrofagi della corticale. Esiste un severo controllo a cui ogni linfocita sottoposto per la capacit di riconoscere le proprie molecole MHC e per la tolleranza al self.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO I linfociti T immaturi passano una serie di fasi, contraddistinte dalla espressione del recettore per lantigene e da cambiamenti nella espressione di proteine di superficie, come il complesso CD3 ed i co-recettori CD4 E CD8. Due linee distinte di linfociti T - a:b e g:d - si separano precocemente durante lo sviluppo.

In seguito, le cellule a:b si sviluppano in due sottogruppi funzionalmente distinti: le cellule CD4 e le CD8.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO Quando le cellule progenitrici, provenienti dal midollo osseo, entrano nel timo per la prima volta non hanno ancora molecole di superficie caratteristiche dei linfociti T e non hanno ancora riarrangiato i geni dei loro recettori. Le interazioni con lo stoma del timo danno avvio alla fase iniziale di differenziamento, seguita da una fase di proliferazione, e dalla espressione di molecole di superficie specifiche per i linfociti T, come CD2.

All fine di quest fase, che dura circa una settimana, i timociti presentano dei marcatori distintivi della linea T, ma non esprimono nessuna delle tre molecole di superficie che definiscono i linfociti T maturi: il complesso CD3:recettore, CD4 o CD8. A causa dellassenza di CD4 e CD8 sono chiamati timociti doppi negativi.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO Lo stadio di doppio negativo pu essere ulteriormente suddiviso sulla base dellespressione della molecola di adesione CD44, di CD25 (la catena a del recettore per IL-2) e c-kit. Dapprima le cellule esprimono c-kit e CD44 ma non CD25, e i geni per il recettore sono nella configurazione germinale. Successivamente, cominciano ad esprimere CD25 e, ancora pi tardi, si riduce la presenza di c-kit e CD44. In queste cellule, note come CD44low CD25, avviene il riarrangiamento per la catena b del recettore. Le cellule capaci di esprimere la catena b perdono nuovamente la espressione di CD25. C-kit e il recettore per IL-7 sono fondamentali per lo sviluppo dei timociti doppi negativi.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO La catena b espressa dai timociti CD44low CD25 si appaia con un surrogato della catena a, detta pTa che consente di assemblare un recettore delle cellule pre-T. Questultimo espresso sulla superficie cellulare come complesso con le molecole CD3. Lassemblaggio del complesso CD3:recettore pre-T porta alla trasduzione del segnale che induce proliferazione, allarresto del riarrangiamento del locus b ed allespressione di CD4 e CD8. Questi grandi timociti doppi positivi costituiscono la maggior parte dei timociti. Quando essi cessano di proliferare e diventano piccoli timociti doppi positivi, allora il locus della catena a inizia a riarrangiare. La struttura del locus a permette numerosi tentativi di riarrangiamento di modo che la maggior parte dei timociti riuscir ad averne uno produttivo.

SVILUPPO DEI LINFOCITI T NEL TIMO I piccoli timociti doppi positivi inizialmente esprimono bassi livelli di recettore. Poich la maggior parte di essi hanno recettori che non sono in grado di riconoscere le molecole MHC, non superano la selezione positiva e quindi muoiono. Quelli che invece riconoscono le molecole MHC continuano a maturare ed esprimono alti livelli di recettore. Contemporaneamente, essi smettono di esprimere CD4 o CD8 e diventano timociti mono positivi. I timociti subiscono anche una selezione negativa durante e dopo lo stadio di timociti doppi positivi. Circa il 2% dei doppi positivi supera questo controllo e viene esportato dal timo per formare il repertorio di linfociti T periferici.

SVILUPPO E LOCALIZZAZIONE DEI LINFOCITI T NEL TIMO

Verso il bordo esterno della corteccia timica, proliferano attivamente dei grandi timociti immaturi doppiamente negativi. In una zona pi interna della corteccia, la maggior parte dei timociti costituita da piccole cellule doppiamente positive.

Le cellule epiteliali dello stroma corticale sono dotate di prolungamenti ramificati che esprimono molecole MHC di classe I e II. Il contatto tra le molecole MHC presenti sulle cellule epiteliali ed i recettori dei linfociti T in via di sviluppo ha un ruolo cruciale nella selezione positiva.

SVILUPPO E LOCALIZZAZIONE DEI LINFOCITI T NEL TIMO

La midollare contiene relativamente pochi timociti, singolarmente positivi, appena maturati che stanno lasciando il timo. Prima della maturazione, i timociti subiscono una selezione negativa, per rimuovere le cellule reattive verso il self. Questo compito svolto principalmente dalle cellule dendritiche, particolarmente numerose alla giunzione tra corticale e midollare, e dai macrofagi che si trovano sparsi nella corticale, ma sono abbondanti anche nella midollare.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Lo sviluppo di un linfocita regolato in modo che ogni cellula matura produca un singolo tipo di ciascuna catena, cos che il recettore che ne deriva sia unico. Nei linfociti B esiste una serie strettamente programmata di riarrangiamenti genici. Il processo di ricombinazione dei segmenti genici che codificano la regione V delle immunoglobuline non preciso, ma si verifica una aggiunta casuale di nucleotidi nei punti di unione tra i segmenti genici. Quando un segmento genico V si unisce per riarrangiamento ad un segmento J o ad una seuqnza DJ, due volte su tre la sequenza a valle del punto di giunzione non nella corretta cornice di lettura.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI In secondo luogo da tenere presente che in un genoma diploide ci sono due alleli di ciascun locus in grado di riarrangiare. La cellula deve impedire che siano entrambi produttivi, per evitare di esprimere due o pi recettori con differenti specificit antigeniche. Questo risultato si ottiene controllando la buona riuscita del riarrangiamento non appena questo viene effettuato. La formazione di un recettore completo richiede tre eventi di ricombinazione: 1) congiunzione DH con JH; 2) congiunzione di VH con DJH per produrre il gene per la catena pesante e 3) lunione di VL a JL per quello della catena leggera. Il locus per la catena k in genere viene riarrangiato prima di quello per l, e questultimo inizia solo se il tentativo del locus k fallisce.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Poich solo un terzo di tali riarrangiamenti saranno produttivi e ne sono necessari tre di essi per ottenere una molecola immunoglobulinica completa, un gran numero di cellule B immature vengono perse ad ognuno dei passaggi di ricombinazione. I riarrangiamenti non produttivi nel locus della catena leggera porteranno a un numero molto minore di morti cellulari, rispetto a quanto avviene per la catena pesante. Questo dovuto al fatto che ci sono due loci - k e l - da riarrangiare.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Allo stadio di cellula pre-B le cellule si dividono ripetutamente prima che diventino piccole cellule pre-B quiescenti. Quindi una grande cellula pre.B, con un determinato riarrangiamento della catena pesante, d luogo a una numerosa progenie. Ciascuna delle cellule figlie pu compiere un riarrangiamento diverso per il gene della catena leggera. Quindi da una singola cellula pre-B se ne possono generare molte, con diverse specificit antigeniche. Un persorso simile avviene nel timo in modo che, durante lo sviluppo dei linfociti T, molte e diverse catene a siano espresse insieme ad una determinata catena b.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Come succede per la catena pesante, anche per il locus della catena leggera, il riarrangiamento avviene prima su uno dei due alleli e in seguito sullaltro. Contrariamente a quanto accade per la catena pesante, su ogni allele della catena leggera c lopportunit di riarrangiamenti ripetuti dei segmenti genici V e J non utilizzati.

Quindi si possono realizzare diversi tentativi di riarrangiamento genico prima su di un cromosoma e, se questi falliscono, sul secondo cromosoma.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Una volta riarrangiati con successo i geni per la catena leggera, questa viene sintetizzata e si combina con la catena pesante per formare una IgM completa. Questa appare sulla superficie insieme ad Iga e Igb. Se il nuovo recettore appena formato incontra un antigene che riconosce con alta affinit -vale a dire, se il linfocita B fortemente reattivo verso il self- lo sviluppo viene interrotto e la cellula non proseguir nella sua maturazione. Questo il primo processo di selezione negativa a cui sono sottoposti i linfociti B. Invece, se la IgM non reattiva verso il self, la cellula continua la sua maturazione. Non ancora chiaro come, in assenza del legame con un antigene specifico, la cellula possa percepire di avere espresso un recettore funzionale, e come faccia a progredire nella maturazione.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI La cessazione del riarrangiamento che avviene quando si arriva ad una ricombinazione produttiva il meccanismo che sta alla base della esclusione allelica, lespressione di uno solo dei due alleli in una cellula diploide. Lesclusione allelica avviene sia nel locus della catena pesante che in quello della catena leggera. Un meccanismo simile presuppone la cosidetta esclusione isotipica, la produzione di una catena leggera da uno solo dei loci - k o l -in una singola cellula.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI I linfociti T nel timo subiscono una serie di riarrangiamenti dei segmenti genici simile a quelli che avvengono nei linfociti B. Esistono per due imprtanti differenze rispetto alle cellule B: 1) A partire da un precursore comune possono essere prodotti due diversi tipi di cellule -le a:b e le g:d. Quindi il programma di sviluppo utilizzer diversi loci a seconda quale recettore dovr essere prodotto e deve anche assicurare che un linfocita maturo esprima i componenti del recettore caratteristici di una sola delle linee. 2) Lassemblaggio della Ig porta alla cessazione del riarrnagiamento e d inizio ad un ulteriore diffeernziamento del linfocita B mentre, nel caso delle cellule T, la ricombinazione dei segmenti Va continua fino a quando non c un segnale che seleziona positivamente il recettore.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI I geni per la catena a dei linfociti T sono confrontabili con quelli per le catene leggere delle Ig k e l. Infatti, non hanno segmenti genici D, vengono riarrangiati solo dopo lespressione dellaltra catena e sono possibili ripetuti tentativi di riarrangiamento. In effetti, sulla base del gran numero di segmenti Va e Ja, sono possibili molti pi recuperi rispetto ai linfociti B. Molte cellule T presentano riarrangiamenti nella corretta cornice di lettura su entrambi i cromosomi e quindi possono produrre due tipi di catene a. Questo possibile perch, diversamente da quanto accade nei linfociti B, lespressione del recettore T non sufficiente a interrompere il riarrangiamento genico nel locus a.

RIARRANGIAMENTO DEI SEGMENTI GENICI E SVILUPPO DEI LINFOCITI Quindi diverse catene a possono essere assemblate ad una catena b ed essere testate per il riconoscimento delle molecole MHC autologhe. Questa fase cessa solo con il verificarsi di una selezione positiva oppure della morte cellulare. Solamente i recettori selezionati positivamente per il riconoscimento delle proprie molecole MHC possono funzionare nelle risposte MHCristrette. -> anche se vengono espresse due o pi catene a, la regolazione del riarrangiamento dei geni per la catena a, che avviene per selezione positiva, assicura la specificit di ogni cellula T.

SELEZIONE NEGATIVA E POSITIVA DEI LINFOCITI

Lo sviluppo dei linfociti a partire da un precursore fino ad una cellula che esprime un recettore antigenico completo incentrata sulla verifica dei riarrangiamenti genici e sulla proliferazione delle cellule con riarrangiamenti produttivi. Allo stesso modo viene controllato lavvicendarsi dei riarrangiamenti in modo che sia espresso un unico recettore.

A questo punto, il destino del linfocita immaturo verr determinato dalla specificit del suo recettore.

SELEZIONE NEGATIVA E POSITIVA DEI LINFOCITI B Quando un linfocita B immaturo arriva ad esprimere una IgM di membrana, il suo destino viene determinato dalla natura dei segnali che riceve attraverso il recettore antigenico. Esistono quattro possibili destini per il linfocita B immaturo, a seconda della natura del ligando:

morte cellulare per apoptosi produzione di un nuovo recettore per modificazione del precedente induzione di uno stato di non responsivit (anergia) allantigene lignoranza antigenica: una cellula definita ignorante quando ha affinit per un antigene autologo ma non ne rileva la presenza, o perch sequestrato o perch in bassa concentrazione o perch non reagisce con il recettore del linfocita.

SELEZIONE NEGATIVA E POSITIVA DEI LINFOCITI B Lapoptosi e leliminazione dei linfociti immaturi reattivi verso il self sembrano predominare quando lantigene multivalente, come nel caso delle copie multiple di una molecola MHC sulla superficie delle cellule stromali. La deprivazione di cellule dalla popolazione totale dei linfociti indotta dallantigene nota come delezione clonale. Prima della morte cellulare i linfociti B possono essere recuperati da ulteriori riarrangiamenti genici che rimpiazzano il recettore con uno nuovo, non pi auto-reattivo -> revisione del recettore.

SELEZIONE NEGATIVA E POSITIVA DEI LINFOCITI B Il riarrangiamento continuato del gene della catena leggera avviene solo quando il recettore incontra un antigene fortemente reattivo. Al contrario, nei linfociti T, il riarrangiamento del gene a continua come parte del normale programma di sviluppo fino a quando la cellula viene selezionata positivamente oppure muore.

La presenza di molteplici segmenti V e J nel locus della catena leggera permette che quelli non utilizzati vengano selezionati per ulteriori riarrangiamenti multipli. Inoltre, le cellule cha hanno terminato le regioni Jk possono riarrangiare il locus l. La revisione del locus della catena pesante molto pi difficile perch non ci sono segmenti D disponibili al locus riarrangiato per la catena pesante.

SELEZIONE NEGATIVA E POSITIVA DEI LINFOCITI B La revisione del recettore mette in questione il supposto meccanismo della esclusione allelica. Indubbiamente la diminuzione dei livelli di RAG, che si verifica in seguito a un riarrangiamento produttivo non auto-reattivo, cruciale nel mantenimento della esclusione allelica, poich riduce la possibilit di un riarrangiamento successivo. Comunque anche se avvenisse un altro riarrangiamento produttivo, sullo stesso cromosoma eliminerebbe il riarrangiamento precedente, sul cromosoma opposto sarebbe non produttivo in due casi su tre. La diminuzione dei livelli di RAG potrebbe essere sufficiente ad assicurare che un secondo riarrangiamento produttivo sia un evento raro e potrebbe essere il principale meccanismo di esclusione allelica.

ANERGIA DEI LINFOCITI B I linfociti immaturi che incorrono in una reazione pi debole verso antigeni autologhi solubili che fanno da ponte tra due recettori, tendono a raggiungere uno stato di inattivit permanente, o anergia. Le cellule B anergiche trattengono le loro IgM allinterno della cellula e ne trasportano sulla superficie solo una piccola quantit. Alla base dellanergia esiste un blocco parziale della trasduzione del segnale, prima della fosforilazione di Iga e Igb. Oppure vi incapacit di trasporto dei recettori a raggiungere le regioni della cellula in cui segregano normalmente altre molecole importanti per la trasduzione del segnale. Infine, cellule anergiche potrebbero incrementare il livello di molecole che inibiscono la trasduzione del segnale e la trascrizione.

ANERGIA DEI LINFOCITI B I linfociti B anergici mostrano alterazioni nelle migrazione verso gli organi linfoidi periferici e ne sono compromesse la durata di vita e la capacit di competere con i linfociti B immunocompetenti. I linfociti B anergici sono trattenuti in aree dei tessuti linfoidi periferici proprie dei linfociti T e sono escluse dai follicoli linfoidi. Essi non possono essere attivate dai linfociti T e comunque questi ultimi sono tolleranti verso antigeni autologhi. Le cellule B anergiche in realt muoiono presto, presumibilmente per mancanza di segnali di sopravvivenza da parte dei linfociti T e ci assicura che il pool di linfociti B periferici di lunga vita sia privato di potenziali cellule auto-reattive.

IGNORANZA DEI LINFOCITI B La quarta possibilit di evolvere per un linfocita B immaturo allincontro con lantigene lignoranza del proprio antigene autologo. Questa avviene allincontro con antigeni con bassa affinit per il recettore: il segnale di trasduzione molto fievole o nullo. In alternativa, lantigene sequestrato cio non accessibile ai linfociti T in corso di maturazione nel midollo osseo o nella milza. E probabile che questi linfociti auto-reattivi con bassa affinit possano essere attivati in determinate circostanze causando malattie autoimmuni.

Normalmente le cellule B auto-reattive vengono tenute sotto controllo dalla mancanza di attivazione da parte delle cellule T, dalla inaccessibilit dellantigene autologo o dalla tolleranza, che pu essere indotta nelle cellule B mature.

TOLLERANZA DEI LINFOCITI B VERSO IL SELF La maggior parte dei linfociti B auto-reattivi incontrano il loro antigene quando sono ancora immaturi, poich molti antigeni autologhi circolano attraverso i tessuti in forma solubile o sono espressi da molti tipi cellulari, inclusi quelli presenti nel midollo osseo. Esiste comunque la possibilit che linfociti B maturi auto-reattivi si formino comunque e che siano eliminati anche quando siano gi attivati. 1) I linfociti B che incontrano antigeni autologhi altamente reattivi in periferia sono direttamente indotti allapoptosi, diversamente dai linfociti presenti nel midollo osseo, che invece tentano riarrangiamenti per modificare il loro recettore. E probabile che le cellule dello stroma (ad es. nella milza) impartiscano alle cellule B mature istruzioni diverse su come rispondere ai segnali del recettore, rispetto a quelle impartite dallo stroma del midollo osseo.

TOLLERANZA DEI LINFOCITI B VERSO IL SELF 2) I linfociti B che incontrano e legano un abbondante antigene solubile diventano anergici. 3) Infine esiste un meccanismo per eliminare i linfociti B attivati, se essi mutano diventando auto-reattivi durante la fase di replicazione e ipermutazione somatica che avviene nei centri germinativi dei tessuti linfoidi periferici.

SELEZIONE POSITIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO

Solamente i timociti i cui recettori riescono ad interagire con i complessi MHC autologo:peptide autologo sopravvivono e arrivano alla maturazione. La componente timica responsabile della selezione positiva lo stroma, in particolare le cellule epiteliali della corticale. Le cellule che non riconoscono le MHC presenti sullepitelio del timo, non vanno mai oltre lo stadio di doppi positivi e muoiono nel timo 3-4 giorni dallultima divisione.

SELEZIONE POSITIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO Nel timo, il destino di un timocita dunque determinato dalla specificit del recettore. La specificit pu subire diversi cambiamenti dal momento che i geni per la catena a continuano a riarrangiare. La capacit di un singolo linfocita immaturo di esprimere diversi geni per la catena a riarrangiati mentre sottoposto alla selezione positiva, aumenta significativamente la resa finale dei linfociti T. Senza questo meccanismo un numero maggiore di timociti non supererebbe la selezione positiva e morirebbe.

I linfociti con doppia positivit potrebbero dar luogo a risposte immunitarie inadeguate. Comunque, quando una cellula viene selezionata positivamente per un dato recettore, il riarrangiamento al locus della catena a si interrompe, e quindi si avr selezione clonale.

SELEZIONE POSITIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO Al momento della selezione positiva, il timocita presenta entrambe le molecole co-recettoriali CD4 e CD8. Al termine del processo di selezione, i timociti pronti per essere esportati in periferia, esprimono solo uno dei due co-recettori. Inoltre, quasi tutte le cellule mature che esprimono CD4 hanno un recettore che riconosce peptidi legati a molecole MHC di classe II e sono programmate per diventare cellule secernenti citochine. Al contrario la maggior parte delle cellule che esprimono CD8 hanno recettori che riconoscono peptidi legati a molecole MHC di classe I e sono programmati per divenire cellule citotossiche. Quindi, la selezione positiva coordina lespressione di CD4 o CD8 con la specificit del recettore e le potenziali funzioni effettrici delle cellule.

SELEZIONE POSITIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO Le molecole MHC sono importanti per le selezione positiva: la mancanza di MHC di classe I portano ad unassenza di linfociti CD8, al contrario lassenza di MHC II portano alla deficienza di linfociti CD4. Inoltre stato anche visto che il legame del co-recettore alla molecola MHC anche richiesto per la normale selezione positiva. Quindi la selezione positiva dipende dal reclutamento del recettore e del co-recettore con una molecola MHC, e determina la sopravvivenza di cellule che esprimono il co-recettore appropriato. Quale meccanismo coordini lo sviluppo della linea cellulare con la specificit del recettore non ancora noto: probabile che vi debba essere unintegrazione a livello di segnali di trasduzione.

SELEZIONE NEGATIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO

I linfociti T che reagiscono intensamente agli antigeni autologhi ubiquitari vengono eliminati nel timo. Leliminazione di queste cellule impedisce che si possano attivare in futuro, incontrando nuovamente lo stesso peptide come cellule mature.

Tuttavia non tutte le proteine di un organismo sono espresse nel timo e quelle espresse in altri tessuti o in altri stadi dello sviluppo, ad esempio dopo la pubert, incontreranno cellule T mature potenzialmente in grado di reagire ad esse. Esistono dei meccanismi che impediscono questo evento.

SELEZIONE NEGATIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO

La selezione negativa nel timo pu essere mediata da diversi tipi di cellule, ma le pi importanti sono i macrofagi e le cellule dendritiche provenienti dal midollo osseo. Sono cellule la cui funzione di presentare lantigene, attivando anche i linfociti T maturi nei tessuti linfoidi periferici. Gli antigeni autologhi presentati da queste cellule sono perci la fonte maggiore di possibili risposte autoimmuni e i timociti che rispondono a tali peptidi devono essere eliminati dal timo.

SELEZIONE POSITIVA E NEGATIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO Come fa linterazione del recettore con i complessi peptidi:MHC a portare in un caso alla selezione positiva e nellaltro alla morte? Inoltre bisogna capire come la specificit e/o laffinit dellinterazione tra complesso peptide:MHC ed il recettore dei linfociti T nella selezione negativa sia diversa da quella della selezione positiva. Altrimenti, tutte le cellule selezionate positivamente nella corteccia del timo verrebbero eliminate dalla selezione negativa.

SELEZIONE POSITIVA E NEGATIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO Sono state proposte due ipotesi per spiegare questi eventi.

La prima lipotesi dellavidit. Essa afferma che il risultato del legame tra il complesso peptide:MHC e il recettore dei linfociti dipende dallaffinit del recettore per il complesso e dalla densit di complessi presenti sulle cellule corticali del timo.
I linfociti che ricevono una stimolazione debole non vanno in apoptosi, al contrario succede per i timociti stimolati pi intensamente. Dal momento che pi facile che un complesso leghi debolmente il recettore che in modo forte, ne deriver una maggiore propensione per la selezione positiva, e quindi il repertorio di cellule selezionate positivamente sar pi vasto di quelle che subiscono una selezione negativa.

SELEZIONE POSITIVA E NEGATIVA DEI LINFOCITI T NEL TIMO In alternativa, la selezione positiva potrebbe essere spiegata con linvio di segnali di attivazione incompleti da parte di peptidi autologhi -> ipotesi del segnale differenziale. E la matura del segnale inviato dal recettore e non il numero dei recettori che distingue la selezione positiva da quella negativa. Utilizzando peptidi con uguale affinit ma con effetti diversi sulla attivazione dei linfociti, stato scoperto come la dimerizzazione dei recettori e quindi la trasmissione del segnale siano importanti nella risposta della cellula. Quindi lipotesi del segnale differenziale potrebbe essere corretta.

SOPRAVVIVENZA E MATURAZIONE DEI LINFOCITI NEGLI ORGANI LINFOIDI PERIFERICI

ORGANI LINFOIDI SECONDARI

Una volta lasciati i tessuti linfoidi centrali, i linfociti si trasferiscono attraverso il sangue nei tessuti linfoidi periferici. Se il linfocita non incontra il suo antigene specifico e quindi si attiva allinterno di un tessuto linfoide periferico, esso lascia il tessuto e ricircola tra il sangue ed i tessuti, finch non incontra lantigene o muore. Il suo posto viene preso da un linfocita di nuova formazione, permettendo un ricambio del repertorio di recettori e assicurando che il numero dei linfociti riimanga costante.

Negli organi linfoidi secondari i linfociti T e B sono organizzati in aree distinte. Oltre che linfociti, sono presenti altri tipi di leucociti, principalmente macrofagi e cellule dendritiche, e cellule stromali non leucocitarie.

MILZA I linfociti di nuova formazione entrano nella milza attraverso il sangue e migrano fino alle aree di polpa bianca a loro riservate. I linfociti che sopravvivono al passaggio attraverso la milza, la lasciano passando nel seno laterale.
I follicoli possono contenere i centri germinativi, aree in cui si trovano i linfociti B coinvolti attivamente nella risposta immunitaria, in proliferazione e sottoposti a ipermutazione somatica. I linfociti a riposo vengono sospinti pi esternamente a costituire la zona del mantello o corona.

MILZA La zona dei linfociti B contiene una rete di cellule dendritiche follicolari o FDC, che presentano dei lunghi processi in contatto con le cellule B.
Non sono per leucociti e non derivano dal midollo osseo; inoltre non fagocitano e non esprimono MHC di classe II. Sembrano essere specializzate nel catturare antigeni sotto forma di complessi immuni ( formati da antigene, anticorpi e complemento). Le FDC non internalizzano i complessi immuni i quali rimangono sulla superficie cellulare, dove lantigene pu essere riconsociuto dai linfociti B.

MILZA Le aree destinate ai linfociti T contengono una rete di cellule dendritiche derivate dal midollo osseo, le cellule dendritiche interdigitate.
Ne esistono due sottootipi, distinti da peculiari proteine di superficie: cellule dendritiche linfoidi: esprimono la catena a di CD8 cellule denditiche mieloidi non esprimono CD8 ma CD11b, una integrina espressa anche dai macrofagi

LINFONODI I linfociti di nuova formazione giungono al linfonodo dal sangue, attraverso le pareti di vasi specializzati, le venule con endoteli alti (HEV), collocate allinterno delle zone dei linfociti T.
I linfociti B vergini migrano, attraverso larea dei linfociti T, verso il follicolo dove, a meno che non incontrino il loro antigene specifico e vengano attivate, restano per circa un giorno. I linfociti T e B lasciano il linfonodo con la linfa del vaso linfatico efferente, che li riporta nel sangue.

TESSUTI LINFOIDI ASSOCIATI ALLE MUCOSE (MALT) Le cllule epiteliali che sono immediatamente al di sopra di questi tessuti linfoidi sono disperse allinterno di una densa rete di cellule dendritiche, che nella cute sono dette cellule di Langherans. Le cellule stromali dei MALT, in particolare a livello del GALT, secernono la citochina TGF-b, che induce la secrezione di IgA.
Durante lo sviluppo fetale, ondate di cellule T g:d dotate di specifici riarrangiamenti genici lasciano il timo e migrano verso queste barriere epiteliali.

RUOLO DELLE CHEMOCHINE NELLO SVILUPPO E ORGANIZZAZIONE DEI TESSUTI LINFOIDI PERIFERICI La precisa localizzazione di linfociti B, T e cellule dendritiche nei tessuti linfoidi periferici controllata da chemochine, prodotte sia da cellule stromali che da quelle derivate dal midollo osseo. I linfociti B sono attratti verso i follicoli dalle chemochine dei linfociti B o LBC, per le quali essi esprimono il recettore CXCR5. La fonte pi probabile di BLC sono le cellule dendritiche follicolari (FDC). Inoltre, i linfociti B, a loro volta, sono la fonte di linfotossina (LT), necessaria allo sviluppo delle FDC.

Anche i linfociti T possono esprimere CXCR5, anche se a livelli inferiori: questo pu spiegare come mai essi siano in grado di entrare nei follicoli dei linfociti B, cosa che fanno quando sono attivati, e partecipare alla formazione dei centri germinali.

RUOLO DELLE CHEMOCHINE NELLO SVILUPPO E ORGANIZZAZIONE DEI TESSUTI LINFOIDI PERIFERICI Responsabili della localizzazione dei linfociti T nelle loro aree sono due chemochine, MIP-3b e la chemochina linfoide secondaria (SLC). Entrambe legano il recettore CCR7, presente sui linfociti T. SLC prodotta dalle cellule stromali della zona T nella milza e dalle cellule endoteliali delle HEV nei linfonodi e nelle placche di Peyer. SLC e MIP-3b sono anche prodotti dalle cellule dendritiche interdigitate, anchesse presenti in quantit nelle zone T. Anche i linfociti B - in particolare quelli attivati - esprimono CCR7, ma a livelli inferiori dei T. Questo potrebbe spiegare come fanno a migrare attraverso la zona T per gungere ai follicoli.

RUOLO DELLA SELEZIONE POSITIVA NELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI B Almeno la met delle cellule pre-B viene perduta durante la maturazione che avviene nel midollo osseo, per mancata produzione di riarrangiamento produttivo e per la delezione clonale delle cellule immature auto-reattive. La maggior parte delle cellule immature, che esprimono alti livelli di sIgM, non sopravvivono fino a diventare cellule che esprimono bassi livelli di sIgM e alti di IgD.

RUOLO DELLA SELEZIONE POSITIVA NELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI B Esistono due classi di linfociti B periferici.

Quelli a vita breve sono rappresentati da quei linfociti che, formatisi di recente, non riescono ad entrare nei follicoli linfoidi o perch anergici o perch non superano una sorta di selezione positiva. Circa il 90% di tutti i linfociti periferici sono cellule B mature a vita relativamente lunga che sembrano aver superato la selezione positiva in periferia. Solo un piccolo gruppo di linfociti B riesce a sopravvivere per diventare pool di cellule periferiche a vita lunga.

RUOLO DELLA SELEZIONE POSITIVA NELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI B Limpossibilit di sopravvivere per pi di pochi giorni che incontra la maggior parte dei linfociti B in periferia sembra dovuta principalmente alla competizione per laccesso ai follicoli nei tessuti linfoidi periferici. Sembra che i follicoli forniscano ai linfociti B vergini dei segnali essenziali per la sopravvivenza e forse per la maturazione. Perci se i linfociti non riescono a penetrare nei follicoli, il loro passaggio attraverso la periferia terminato e finiscono per morire. Le dinamiche di popolazione indicano che la competizione favorisce le cellule B mature che fanno parte del pool di cellule periferiche a lunga vita. Queste cellule potrebbero aver subito dei cambiamenti fenotipici che le avvantaggiano, es. CXCR5, o espressione elevata di CD21.

RUOLO DELLA SELEZIONE POSITIVA NELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI B Comunque, cosa determina il destino di un linfocita B immaturo?

La sua permanenza in vita solo un fatto casuale oppure esso determinato da un processo di selezione positiva che coinvolge la specificit del recettore (come accade ai linfociti T nel timo)? Sembra che la espressione continua del recettore e la relativa trasduzione del segnale attraverso di esso sia necessaria alla sopravvivenza del linfocita B. Il recettore potrebbe dare un messaggio di tonicit. Lassemblaggio del complesso recettoriale potrebbe generare un segnale debole che di tanto in tanto scatena alcuni, oppure tutti i segnali a valle.

RUOLO DELLA SELEZIONE POSITIVA NELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI B In alternativa, potrebbe essere la specificit del recettore ad avere un ruolo nella selezione dei linfociti B immaturi. Alcuni studi dimostrano che il repertorio di recettori dei linfociti maturi sopravvissuti arricchito di determinate specificit antigeniche, se confrontato con la popolazione immatura. Comunque, i linfociti del pool a vita lunga potrebbero avere bisogno di altri segnali, che ora non sono stati ancora identificatI: per esempio, dalle cellule del loro ambiente naturale, il follicolo, attraverso il quale ripassano ad intervalli di pochi giorni. La continua perdita e produzione di linfociti B assicura che il repertorio di reecettori sia continuamente modificato in modo da raccogliere le nuove sollecitazioni antigeniche.

SOPRAVVIVENZA IN PERIFERIA DEI LINFOCITI T

Al contrario dei linfociti B che vengono esportati in grande numero dal midollo osseo, solo un piccolo numero di linfociti T vengono esportati dal timo. I linfociti maturi vergini CD4 e CD8 sono sostenuti, al di fuori del timo, da ripetuti contatti con i complessi MHC:peptidi autologhi simili o identici a quelli che originariamente ne hanno determinato la selezione positiva. Lincontro tra i linfociti T e i loro ligandi sembra che avvenga sulle cellule dendritiche linfoidi delle zone T. Queste cellule sono simili a quelle che migrano verso i linfonodi dai siti periferici, ma mancano del potenziale co-stimolatorio sufficiente per attivare i linfociti T

RIASSUNTO DELLA MATURAZIONE E SOPRAVVIVENZA DEI LINFOCITI I linfociti B immaturi vanno incontro, nel midollo osseo, principalmente ad un processo di selezione negativa. La selezione positiva avviene in periferia, con un meccanismo ancora in parte sconosciuto. I linfociti T sono rigidamente controllati nel timo prima dalla selezione positiva. Le cellule che hanno superato questo passaggio potrebbero ancora essere auto-reattivi, pertanto vanno incontro alla selezione negativa, che induce tolleranza verso il self.

IMMUNITA MEDIATA DALLE CELLULE T

Cellule T mature circolanti che non hanno ancora incontrato il loro antigene sono chiamate cellule T naive. Le cellule che hanno invece incontrato lantigene e vanno incontro a proliferazione e differenziazione in modo da contribuire alla rimozione dei patogeni sono chiamate cellule T effettrici armate. Le cellule su cui agiscono sono definite cellule bersaglio.

Esistono tre classi funzionali di cellule T effettici armate: 1) le cellule T citotossiche (virus) 2) le cellule TH1 (stimolano i macrofagi e inducono le cellule B a produrre IgG estremamente efficaci nellopsonizzazione dei patogeni extracellulari) 3) le cellule TH2 (stimolano cellule B naive a produrre IgM, e di altri isotipi compresi IgA e IgE, neutralizzanti e/o deboli opsonizzanti).

Lattivazione di cellule T naive e la loro successiva proliferazione e differenziazione costituisce la risposta immunitaria primaria. Tale risposta produce contemporaneamente cellule T effettrici armate e cellule della memoria. Le cellule T armate agiscono sia mediante meccanismi di citotossicit diretta che attivando i macrofagi -> immunit cellulo-mediata

DIFFERENZIAZIONE DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Per essere attivate, le cellule T naive devono riconoscere un frammento peptidico estraneo legato alle molecole MHC autologhe. La completa attivazione delle cellule T richiede la presenza di segnali co-stimolatori. Solo le cellule dendritiche, i macrofagi e le cellule B sono capaci di esprimere sia entrambe le molecole MHC che le molecole co-stimolatorie. Gli attivatori pi potenti delle cellule T naive sono le cellule dendritiche mature e si pensa che queste inneschino la maggior parte, se non tutte, le risposte delle cellule T in vivo.

DIFFERENZIAZIONE DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Le cellule dendritiche immature dei tessuti: 1) catturano lantigene nei siti di infezione 2) vengono attivate 3) si spostano nel tessuto linfatico locale 4) maturano in cellule che esprimono alti livelli di molecole stimolatorie e di adesione 5) interagiscono con le cellule T naive

Lattivazione e lespansione delle cellule T naive, al loro primo incontro con lantigene, sulla superficie delle cellule presentanti lantigene (APC), chiamato fenomeno di priming, per distinguerlo dalle risposte successive delle cellule T effettrici armate allantigene esposto sulle cellule bersaglio e dalle risposte delle cellule T memoria.

CELLULE PRESENTANTI LANTIGENE In un linfonodo, le cellule dendritiche sono presenti principalmente nelle aree delle cellule T. Quando arrivano nel linfonodo le cellule dendritiche hanno perso la capacit di catturare nuovi antigeni. I macrofagi si trovano in molte aree dei linfonodi, specialmente nel seno marginale, dove la linfa afferente entra nel tessuto linfatico, e nel cordone midollare, dove si raccoglie la linfa efferente. Qui possono fagocitare microrganismi e antigeni particellari, impedendo che entrino nel sangue. Le cellule B si concentrano nei follicoli e sono particolarmente efficienti nel fagocitare antigeni solubili, come tossine batteriche. Dopo la internalizzazione recettore-mediata, i peptidi possono essere complessati a MHC di classe II -> stimolazione dei T CD4. Le cellule B non sono molto efficienti nelliniziare una risposta immunitaria acquisita.

DIFFERENZIAZIONE DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Le cellule T naive circolano continuamente tra il sangue ed il tessuto linfatico, dove prendono contatti con migliaia di APC.

Questi contatti permettono di vagliare i complessi peptidi:MHC e sono importanti per due motivi: 1) rinforzano la selezione positiva per lincontro con complessi MHC autologhe:peptidi autologhi -> sopravvivenza
2) incontro con antigeni derivati dai patogeni. Ci fondamentale per linizio di una risposta immunitaria acquisita, dato che solo una cellula T su 104-106 specifica per un particolare antigene e che limmunit acquisita dipende dallattivazione e dalla espansione di poche cellule antigene-specifiche.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA La migrazione delle cellule T naive attraverso i linfonodi e la loro interazione con le APC e successivamente con le cellule bersaglio dipende dalla presenza di molecole di adesione. Le classi principali di molecole di adesione che controllano le interazioni dei linfociti sono: selettine integrine membri della superfamiglia delle immunoglobuline addressine vascolari simil-mucina

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA Le selettine possono essere espresse sia sulla superficie dei linfociti (L-selettine) o su quella delle cellule endoteliali (P-selettine ed E-selettine). Le L-selettine sono espresse sulla superficie delle cellule T naive e guidano il passaggio dal sangue ai tessuti linfatici periferici. Le selettine presentano un dominio lectinico nella porzione extracellulare della molecola. I domini lectinici legano particolari gruppi oligosaccaridici, come i domini di solfato sialyil-Lewis presenti sulle addressine vascolari CD34 e GlyCAM-1, espresse sulle venule con cellule endoteliali alte dei linfonodi. Una terza addressina, MadCAM-1, espressa sulle cellule endoteliali delle mucose e aiuta i linfociti ad entrare nel MALT.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA

Linterazione tra le L-selettine e le addressine vascolari responsabile per lo stazionamento delle cellule T naive negli organi linfatici, ma non sufficiente per permettere lattraversamento della barriera enodteliale e giungere nel tessuto linfatico. Sono necessarie altre due famiglie di molecole di adesione, le integrine e la superfamiglia delle immunoglobuline. Queste due categorie di molecole sono importanti anche per le interazioni tra i linfociti e le APC e, inseguito, con le cellule bersaglio.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA Le integrine legano strettamente i loro ligandi dopo aver ricevuto segnali che inducono cambiamenti conformazionali. Le chemochine attivano le integrine delle cellule T durante la migrazione di queste cellule negli organi linfatici. La migrazione delle cellule T naive nei tessuti linfatici mediata dalla chemochina SLC (chemochina linfoide secondaria). Questa espressa dallendotelio a cellule alte, dalle celluls tromali e dendritiche dei tessuti linfatici e lega il recettore CCR7 sulle cellule T naive. Questa interazione in grado di aumentare il legame delle integrine, di arrestare i linfociti T sulle venule, permettendo ad essi di entrare nel tessuto linfatico.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA

Le integrine dei leucociti hanno una comune catena b2 e diverse catene a. Tutte le cellule T esprimono LFA-1 (lymphocyte function-associated antigen-1). Svolge un ruolo nella migrazione sia di cellule T naive che effettrici. Inoltre sembra essere la molecola di adesione pi importante per lattivazione dei linfociti T. Le cellule T esprimono anche le integrine con la catena b1. Lespressione dell integrine b1 aumenta molto in uno stadio tardivo dellattivazione delle cellule T, e pertanto sono chiamate VLA (very late antigen) e sono importanti nel dirigere le cellule T effettrici verso i tessuti bersaglio infiammati.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA Molte molecole di adesione sulla superficie cellulare appartengono alla superfamiglia delle immunoglobuline (recettori degli antigeni delle cellule B e T, co-recettori CD4, CD8e CD19, domini costanti delle molecole MHC). ICAM-1, ICAM-2 e ICAM-3 legano lintegrina LFA-1 delle cellule T. ICAM-1 e ICAM-2 sono espresse a livello endoteliale e sulle APC, permettendo ai linfociti di migrare attraverso la parete vascolare.

ICAM-3 espressa solo sui leucociti e sembra essere importante nella adesione alle APC: lega, oltre LFA-1, una lectina che si trova solo sulle cellule dendritiche, DC-SIGN. Un altro membro di questa famiglia, CD2 (LFA-2) delle cellule T, lega LFA-3, espressa dalle APC.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA Una volta extravasati nella parte corticale del linfonodo, le cellule T legano temporaneamente qualsiasi APC che incontrano.
Le interazioni tra molecole di adesione mediano questo legame, e la loro interazione mutuamente sinergica. E questo un sistema altamente rindondante, che permette di funzionare anche in assenza di una specifica molecola di adesione.

MOLECOLE DI ADESIONE COINVOLTE NELLA ATTIVAZIONE LINFOCITARIA Il legame transitorio delle cellule T naive alle APC fondamentale per dare tempo alle cellule T di scrutinare un sufficiente numero di molecole MHC e di peptidi antigenici. Nella gran parte dei casi, non si ha nessun riconoscimento antigenico specifico. In questo caso avviene una dissociazione rapida, e la cellula T in grado di migrare attraverso il linfonodo. Nei rari casi in cui la cellula T riconosca il suo ligando specifico, un segnale mediato dal recettore dellantigene induce un cambio conformazionale in LFA-1 aumentandone laffinit per ICAM-1 e ICAM-2. Questo stabilizza lassociazione tra cellula T antigene specifica e lAPC. Tale legame pu durare molti giorni, durante i quali il linfocita T prolifera e la sua progenie, che lega lAPC, matura in cellule effettrici.

SEGNALE CO-STIMOLATORIO NELLATTIVAZIONE DEI LINFOCITI T Per lespansione clonale e la differenziazione delle cellule T necessario, oltre il segnale derivato dal legame del recettore e del co-recettore, un secondo segnale, o co-stimolatorio. Il segnale co-stimolatorio deve essere rilasciato dalla stessa cellula che presenta lantigene. Le molecole cos-stimolatorie meglio caratterizzate sono le glicoproteine B7.1 e B7.2. Sono omodimeri e membri della superfamiglia delle immunoglobuline. Ciascuna catena formata da un dominio simile alla regione V e da uno simile alla regione C. Il recettore per le molecole B7 il CD28, anchesso membro della superfamiglia delle Ig, omodimero con un solo dominio per catena simile alla regione V.

SEGNALE CO-STIMOLATORIO NELLATTIVAZIONE DEI LINFOCITI T

Una volta attivata, la cellula T naive esprime numerose molecole che contribuiscono a conservare o modificare il segnale co-stimolatorio e che guidano lespansione clonale e il differenziamento. Una di queste il ligando CD40, cos chiamato perch lega CD40 sulla superficie delle APC. Il legame di CD40L a CD40 induce una ulteriore attivazione delle cellule T e le APC a esprimere molecole B7. CD40L e CD40 appartengono alla famiglia del TNF. Unaltra coppia di molecole della famiglia TNF, che interviene nella stimolazione delle cellule T, sono le molecole 4-IBB e il suo ligando 4-IBBL, espresso da tutte e APC.

SEGNALE CO-STIMOLATORIO NELLATTIVAZIONE DEI LINFOCITI T

Sulle cellule T attivate vengono anche indotte proteine associate al CD28 e servono a modificare il segnale co-stimolatorio. Una CTLA-4, recettore aggiuntivo per le molecole B7. Il CTLA-4 lega le molecole B7 con unaffinit circa 20 volte pi elevata di CD28 e invia segnali inibitori alle cellule T attivate. CTLA-4 fa s che la progenie di una cellula T attivata sia meno sensibile alla stimolazione da parte di APC e rilasci meno IL-2, un fattore di crescita autocrino delle cellule T.

SEGNALE CO-STIMOLATORIO NELLATTIVAZIONE DEI LINFOCITI T Le cellule T sono quindi impegnate in un dialogo co-stimolatorio con le APC, il quale sembra essere iniziato principalmente dal legame tra molecole B7 e CD28. La necessit di inviare simultaneamente segnali antigene-specifici e co-stimolatori, nellattivazione di cellule T naive, implica che soltanto le APC, e in particolare le cellule dendritiche, possono iniziare la risposta delle cellule T. Poich la selezione negativa intratimica non elimina completamente i cloni potenzialmente self-reattivi, la self-tolleranza potrebbe essere spezzata se cellule T naive autoreattive riconoscessero antigeni self sulle cellule dei tessuti e quindi fossero co-stimolate da una APC, localmente o in sito distante.

SEGNALE CO-STIMOLATORIO NELLATTIVAZIONE DEI LINFOCITI T

In effetti, antigeni che legano il recettore T in assenza di co-stimolazione, non soltanto non attivano le cellule, ma inducono uno stato di anergia, nel quale la cellule T diventa refrattaria alla attivazione di antigeni specifici, anche quando questi sono presentati tramite una cellula specializzata nel presentare lantigene.

CELLULE DENDRITICHE

Lunica funzione conosciuta delle cellule dendritiche quella di presentare lantigene alle cellule T, e questa propriet soprattutto delle cellule dendritiche mature, che si trovano nei tessuti linfatici. Al contrario, le cellule dendritiche immature, che si trovano nella cute o in organi solidi come il cuore e i reni, non presentano questa capacit. In questi tessuti hanno bassi livelli di molecole MHC e non presentano le molecole B7 sulla loro superficie. Possono riconoscere patogeni attraverso recettori del sistema innato e fagocitare antigeni mediante recettori come DEC205, oppure in maniera non specifica mediante macropinocitosi.

CELLULE DENDRITICHE

Le cellule dendritiche mature dei tessuti linfatici non sono pi capaci di captare antigeni, tuttavia esprimono livelli molto alti di molecole MHC di classe I e II ed esprimono alti livelli di molecole B7, cos come di molecole di adesione come DC-SIGN. Secernono una chemochina che attrae cellule T naive ed espressa solo da cellule dendritiche mature, chiamata DC-CK.

CELLULE DENDRITICHE

Sebbene le cellule dendritiche mature possano presentare alcuni peptidi autologhi, non potranno essere possibili risposte da parte delle cellule T a causa della selezione negativa intratimica. Le cellule dendritiche, inoltre, che giungono alla fine della loro vita senza essere state attivate migrano verso i tessuti linfatici locali. Poich non esprimono le molecole co-stimolatorie, inducono tolleranza verso ogni antigene da loro esposto e derivante dai tessuti periferici.

CELLULE DENDRITICHE Le cellule dendritiche stimolano risposte delle cellule T contro batteri, virus e funghi. La risposta ai batteri Gram-negativi mediata da recettori per gli LPS. LPS/TLR-4 NF-kB Espressione di B7 e di TNF

TNF stimola la migrazione di cellule dendritiche tessutali.

CELLULE DENDRITICHE

Altri membri della famiglia dei TRL riconoscono e segnalano la presenza di batteri Gram-positivi, mentre altri recettori possono legare i patogeni, quali i recettore per il complemento o i recettori dei fagociti, quali quello per il mannosio. I patogeni che eludono il riconoscimento da parte dei recettori sono catturati mediante macropinocitosi -> degradazione intracellulare del patogeno -> legame dei motivi CpG non metilati del DNA batterico da parte di TLR-9 -> attivazione della via delle MAP chinasi -> attivazione di NF-kB -> produzione di citochine (IL-6, IL-2, IL-18) e degli IFN a e b -> induzione delle molecole co-stimolatorie.

CELLULE DENDRITICHE

Le cellule dendritiche sembrano essere molto importanti nello stimolare risposte delle cellule T contro i virus. I virus, entrati nelle cellule dendritiche mediante endocitosi, usano il sistema di sintesi proteica delle cellule e ci porta allespressione di peptidi virali associati a molecole MHC di classe I. In seguito alla captazione di virus da parte dei recettori fagocitici, come il recettore del mannosio, o attraverso macropinocitosi, peptidi virali possono essere presentati sia su molecole MHC di classe I che classe II. Si ritiene che le cellule dendritiche possano presentare antigeni derivati da funghi.

MACROFAGI

Quando i macrofagi non riescono a distruggere i patogeni che hanno ingerito, stimolano la risposta immunitaria acquisita che, a sua volta, stimoler lattivit fagocitaria e microbicida di tali cellule. I macrofagi a riposo esprimono bassi livelli di molecole MHC di classe II e non esprimono molecole B7. Una volta fagocitati e degradati negli endo-lisosomi, si originano peptidi che vengono presentati da molecole MHC di classe II. I recettori che riconoscono questi patogeni trasmettono un segnale che porta allespressione di molecole MHC di classe II e molecole B7.

MACROFAGI

I macrofagi continuamente sono impicate nella rimozione di cellule morte, le quali sono ricche sorgenti di antigeni propri. Ad es. le cellule del Kupffer dei sinuosidi epatici ed i macrofagi della polpa rossa della milza. E importante quindi che i macrofagi non attivino le cellule T. In effetti gli antigeni self non inducono attivit co-stimolatoria. Quando invece questi antigeni sono mescolate con batteri diventano immunogeniche. I batteri che sono responsabili di questo meccanismo sono detti adiuvanti.

CELLULE B

I macrofagi non possono catturare antigeni solubili efficientemente, mentre le cellule dendritiche immature possono fagocitare grandi quantit di antigeni dai fluidi extracellulari.

Le cellule B, al contrario, sono particolarmente adatte a legare specifiche molecole solubili. Le cellule B internalizzano gli antigeni mediante le loro Ig di superficie, ed espongono i peptidi sulla superficie legati alle molecole MHC di classe II, le quali sono espresse ad alti livelli -> attivazione di cellule T CD4.

CELLULE B

Le cellule B non esprimono costitutivamente attivit co-stimolatoria ma possono essere indotte da componenti microbiche.
Per questo motivo, le cellule B non sono capaci di di dare il via ad una risposta immunitaria contro proteine solubili self, in assenza di infezione. Limportanza dellattivazione da parte delle cellule B delle cellule T naive durante la risposta immunitaria naturale non chiaro. Antigeni solubili proteici (tossine) non sono abbondanti durante le infezioni. Le cellule dendritiche hanno pi possibilit di incontrare lantigene e di presentarlo alle cellule T di quanto possono fare le poche cellule B capaci di legare un determinato antigene. La possibilit che questo avvenga aumenta nel tessuto linfatico dopo che una cellula T stata trattenuta.

APC: RIASSUNTO

Le risposte mediate da cellule T possono essere stimolate da tre tipi distinti di APC. Le cellule dendritiche sono ben equipaggiate per presentare una gran variet di antigeni alle cellule T. I macrofagi stimolano la risposta delle cellule T verso i patogeni che catturano, ma che non sono capaci di eliminare. Le cellule B sono specializzate nel presentare frammenti degli antigeni che legano le loro Ig di superficie.

In ciascuno di questi tipi cellulari, lespressione di attivit costimolatoria controllata in modo da produrre risposte contro i patogeni e non contro gli antigeni autologhi.

INTERLEUCHINA-2 La proliferazione e differenziazione delle cellule T sono guidate da una citochina, linterleuchina-2 (IL-2), prodotta dalle stesse cellule T attivate. Lincontro iniziale con lo specifico antigene in presenza dello appropriato segnale co-stimolatorio induce lentrata della cellula T in G1 e induce la sintesi di IL-2 e della catena a del recettore della IL-2. Le cellule T esprimono in fase di riposo solo le catene b e g del recettore (lega lIL-2 con affinit ridotta). Il recettore completo lega lIL-2 con alta affinit. Il legame di IL-2 al suo recettore induce la cellula a progredire attraverso il ciclo cellulare.

INTERLEUCHINA-2

Il legame di IL-2 al suo recettore induce la cellula a progredire attraverso il ciclo cellulare. Le cellule T attivate in tal modo possono dividersi due-tre volte al giorno generando un clone costituito da migliaia di cellule che portano tutte un identico recettore per lantigene. IL-2 induce anche la differenziazione di queste cellule in linfociti T effettori armati.

INTERLEUCHINA-2

La funzione pi importante del segnale co-stimolatorio di indurre la sintesi di IL-2. Il fattore di trascrizione coinvolto nella sintesi di IL-2 NFAT. La trascrizione del gene di IL-2 non porta di per s alla produzione di IL-2, che richiede il legame di CD28 a B7. Tale legame determina la stabilizzazione del mRNA per IL-2. Un secondo effetto del legame di CD28 lattivazione di fattori di crescita (AP-1 e NFkB) che aumentano di 3 volte la trascrizione del mRNA di IL-2.

PROPRIETA DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE

Dopo che una cellula T si differenziata in una cellula effettrice armata, lincontro con il suo antigene specifico determina una risposta immunitaria senza la necessit di co-stimolazione.

Questa propriet importante: Nel caso di linfociti T citotossici CD8 questo si risolve nella morte della cellula infettata target,sia che essa esprima molecole co-stimolatorie che non le esprima.

Nel caso di linfociti CD4, per attivare macrofagi e cellule B, anche quando queste cellule abbiano unattivit co-stimolatoria troppo bassa per attivare le cellule T CD4 naive.

PROPRIETA DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE

Le cellule T effettrici armate presentano dei cambiamenti anche nelle molecole di adesione. Queste esprimono maggiori livelli di LFA-1 e di CD2, ma perdono lespressione di L-selettine: pertanto non possono pi circolare nei linfonodi. Esprimono invece lintegrina VLA-4 che permette loro di legarsi alle cellule endoteliali nei siti di flogosi e quindi di svolgere nella sede dellinfezione le loro funzioni.

CELLULE T CD4 POSSONO DIFFERENZIARE IN TH1 O TH2

Le cellule T CD8 che escono dal timo sono gi predestinate a diventare linfociti citotossici, anche se non esprimono le funzioni delle cellule effettrici armate. Nel caso delle CD4, queste possono differenziarsi, una volta attivate, in cellule TH1 e TH2, che differiscono per le citochine che producono e per la loro funzione.

CELLULE T CD4 POSSONO DIFFERENZIARE IN TH1 O TH2

Che cosa decide se, durante le fasi precoci della risposta immunitaria, una cellula T CD4 proliferante si differenzier in TH1 o in TH2? Sebbene la risposta non ancora completamente chiara, vari fattori potrebbero avere un ruolo: la citochina prodotta (IFN-g, IL-12 o IL-4) le molecole co-stimolatorie usate per guidare la risposta natura del ligando MHC:peptide

CELLULE T CD4 POSSONO DIFFERENZIARE IN TH1 O TH2

Le conseguenze dellinduzione delle cellule TH1 invece che TH2 ha conseguenze profonde: la produzione selettiva di TH1 porta llimmunit mediata da cellule, mentre la produzione di cellule TH2 attiva limmunit umorale.

LEBBRA Nella forma detta tubercoloide, si ha una prevalenza dellinduzione di cellule TH1 -> pochi batteri vivi, pochi anticorpi e, nonostante il danno ai nervi periferici e alla pelle dovuto allinfiammazione mediata dai macrofagi, la malattia procede lentamente. Nella forma detta lepromatosa, si ha prevalenza TH2 -> risposta principale umorale, gli anticorpi non possono raggiungere i batteri intracellulari, determinando una massiccia distruzione tessutale.

MODALITA DI ATTIVAZIONE DELLE CELLULE T CD8

Poich lazione effettrice delle cellule CD8, come cellule citotossiche, pi distruttiva delle CD4, le cellule CD8 naive richiedono una maggiore attivit co-stimolatoria per essere attivate. Una modalit lattivazione da parte di cellule dendritiche, che hanno unelevata attivit co-stimolatoria intrinseca. Queste cellule possono direttamente stimolare cellule T CD8 a produrre IL-2 che guida la loro proliferazione e differenziazione.

-> utile nella risposta delle cellule T ai tumori

MODALITA DI ATTIVAZIONE DELLE CELLULE T CD8

La seconda modalit richiede le cellule CD4 e sembra importante in alcune risposte verso virus e trapianti. In questo caso, sia le cellule CD4 che le CD8 riconoscono gli antigeni ad esse correlati sulla superficie della stessa APC. Lazione della CD4 quello di compensare linadeguata co-stimolazione delle cellule CD8 naive da parte dellAPC. La cellula CD4 effettrice armata induce lespressione di CD40 sulla superficie dellAPC. Il legame del CD40L sulla superficie della cellula T al CD40 delle APC stimola lespressione di molccole B7 e permette alle APC di stimolare pienamente le cellule T CD8.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Dopo la loro differenziazione, la maggior parte delle cellule T effettrici lasciano il loro sito di attivazione nel sito linfatico ed entrano nel sangue. Solo alcune cellule TH2 incontrano le loro cellule B bersaglio senza abbandonare il tessuto linfatico.

Le cellule T effettrici sono guidate ad incontrare i loro bersagli da cambiamenti nelle molecole di adesione degli endoteli e da fattori chemiotattici locali. Le interazioni delle cellule T effettrici con le cellule bersaglio sono mediate da molecole di adesione cellulare non antigene specifiche.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Il legame iniziale di una cellula T al suo bersaglio non dipende dallo antigene ed mediato da LFA-1 e CD2. I livelli di queste molecole aumentano sulle cellule T armate rispetto alle cellule T naive. Tale interazione temporanea, per il riconoscimento dellantigene sulla cellula T determina un aumento dellaffinit di LFA-1 per i suoi ligandi -> la cellula T lega pi strettamente il suo ligando e rimane legata a sufficienza per rilasciare le proprie molecole effettrici.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Il legame delle cellule CD4 permette di mantenere contatti con le cellule bersaglio per tempi pi lunghi delle cellule CD8. Le cellule CD8 citotossiche si legano e si distaccano da un bersaglio al successivo velocemente dopo averlo ucciso.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Quando sono legate ai complessi peptide:MHC, le molecole del recettore e i loro co-stimolatori si raggruppano nel sito di contatto cellula-cellula. Il raggrupparsi dei recettori determina una riorganizzazione del citoscheletro che polarizza le cellule effettrici cos come concentra il rilascio di molecole effettrici nel sito di contatto con la cellula bersaglio.

La riorganizzazione del citoscheletro corticale di actina porta al riorientamento del centro di organizzazione dei microtubuli (MTOC) che, in risposta, allinea lapparato secretorio, compreso lapparato di Golgi, verso la cellula bersaglio, cos come i granuli litici (nelle CD8).

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE La polarizzazione di una cellula T indirizza quindi la secrezione di molecole solubili effettrici, la cui sintesi indotta de novo dal legame del recettore delle cellule T. Il recettore antigene-specifico delle cellule T controlla linduzione di segnali effettori in tre modi: 1) induce il legame stabile di cellule effettrici alle loro cellule bersaglio per creare una stretta associazione e uno spazio ridotto nel quale le molecole effettrici possano essere concentrate; 2) indirizza il loro invio nel sito di contatto inducendo il riorientamento dellapparato di secrezione delle cellule effettrici; 3) induce la sintesi e/o il rilascio di molecole effettrici.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Le molecole effettrici prodotte dalle cellule T armate appartengono a due grandi gruppi: le citotossine, immagazzinate in granuli citoplasmatici specializzati e rilasciate dalle cellule T CD8; le citochine e relative proteine associate alla membrana, sintetizzate de novo, e sono i mediatori principali dellazione delle cellule T CD4. Il rilascio delle citotossine deve essere regolato in maniera molto fine, dato che possono penetrare il bilayer fosfolipidico e attivare un programma di morte cellulare. Le citochine e le proteine associate alla membrana agiscono legando recettori specifici sulla superficie delle cellule bersaglio.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Le citochine possono essere raggruppate, a seconda della struttura, in famiglie: le ematopoietine gli interferoni la famiglia TNF Anche i loro recettori possono essere ragguppati: recettori di classe I delle citochine (IL-3, IL-4, Il-5) recettori di classe II delle citochine (interferoni) recettori per la famiglia del TNF (TNFRI e TNFRII, CD40) recettori per le chemochine

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE Le molecole effettrici legate alla membrana sono tutte strutturalmente legate al fattore di necrosi tumorale o TNF. Tutte e tre le classi di linfociti T esprimono uno o pi membri della famiglia TNF in seguito al riconoscimento dellantigene sulle cellule bersaglio. Il ligando CD40 particolarmente importante per le funzioni effettrici delle cellule T CD4. Viene indotto sulle cellule TH1 e TH2 e invia segnali di attivazione alle cellule B e ai macrofagi attraverso la proteina CD40. TNF-a prodotto dalle cellule TH1, alcune cellule TH2 e da cellule citotossiche e pu inviare segnali di attivazione ai macrofagi.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE

Alcuni membri della famiglia possono stimolare lapoptosi, come il ligando Fas (FasL), una volta che si legato sulle cellule bersaglio che espongono la proteina di membrana Fas (CD95). Alcune cellule TH1 esprimono il ligando Fas e possono uccidere le cellule che portano Fas. FasL e Fas sono coinvolti nei meccanismi di omeostasi dei linfociti T ovvero nella rimozione di linfociti; in caso di mutazioni di Fas o di FasL si avr una malattia linfoproliferativa associata ad una grave reazione autoiimune.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE La principale citochina rilasciata dalle cellule T CD8 IFN- g che pu bloccare la replicazione virale oppure portare alleliminazione dei virus allinterno delle cellule senza ucciderle. Le cellule TH1 e TH2 rilasciano citochine differenti. Le TH1 secernono IFN-g, la citochina principale dellattivazione dei macrofagi, e le linfotossine (TNF- b), che attivano i macrofagi, inibiscono le cellule B e sono direttamente citotossiche su alcune cellule. Le TH2 secernono IL-4 e IL-5, che attivano le cellule B, e IL-10, che inibisce lattivazione dei macrofagi.

PROPRIETA GENERALI DELLE CELLULE T EFFETTRICI ARMATE

Le citochine agiscono localmente, anzi nel sito di contatto delle cellule bersaglio. Altre citochine hanno effetti a distanza. IL-3 e GM-CSF, rilasciati da entrambi i tipi di cellule T CD4, stimolano nel midollo osseo la produzione di macrofagi e di granulociti, entrambi effettori non specifici sia nellimmunit umorale che cellulo-mediata. Entrambe stimolano anche la produzione dei cellule dendritiche da precursori del midollo osseo.

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T

Le cellule T CD8 svolgono il ruolo di difesa dellorganismi nei confronti di patogeni che proliferando allinterno delle cellule infettate non possono essere raggiunti dagli anticorpi: virus protozoi (Toxoplasma gondii): parassiti vescicolari che esportano peptidi nel citosol, i quali entrano nel processamento attuato dalle molecole MHC di classe I.

Leliminazione delle cellule infette senza la distruzione dei tessuti sani richiede che i meccanismi di citotossicit siano diretti accuratamente verso il bersaglio.

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T

Le cellule T citotossiche (CTL) uccidono i loro bersagli inducendo apoptosi. I CTL possono indurre apoptosi nelle cellule bersaglio in 5 minuti, anche se la morte pu impiegare ore per divenire completamente evidente. Il meccanismo di apoptosi non uccide solo le cellule bersaglio ma influenza direttamente anche i patogeni citoplasmatici. Ad es., le nucleasi attivate possono degradare anche il DNA virale, impedendo lassemblaggio di virioni completi, che altrimenti infetterebbero cellule adiacenti. Lapoptosi preferibile alla necrosi; durante la necrosi sono rilasciati microrganismi intatti dalle cellule morte.

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T Il meccanismo dazione delle CTL nellindurre apoptosi mediato dal rilascio calcio-dipendente di granuli litici. Questi granuli sono lisosomi modificati che contengono almeno due classi di proteine effettrici espresse selettivamente dalle CTL.

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T La perforina forma una struttura cilindrica allinterno del bilayer di membrana della cellula bersaglio: lipofilica allesterno e idrofilica verso il centro della cavit. I pori che si formano permettono allacqua e ai Sali di passare rapidamente allinterno determinando la morte della cellula. Sia la perforina sia i granzimi sono necessari per uccidere le cellule bersaglio. I granzimi, una volta penetrati allinterno delle cellule mediante i pori formati dalla perforina, attivano una caspasi (CPP-32). Questultima attiva una nucleasi, chiamata deossiribonucleasi caspasiattiva (CAD), tagliando una proteina inibitoria (iCAD) e liberando una CAD attiva. Laltra modalit di induzione di apoptosi in maniera perforinaindipendente dato dallinterazione ligando del Fas-Fas (CTL e cellule TH1)

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T Le CTL uccidono solo le loro cellule bersaglio, ma non le cellule innocent bystander (testimone innocente) e le stesse cellule T, anche se queste possono costituire un bersaglio, in quanto le molecole litiche mancano di qualsiasi specificit per lantigene. Il modo altamente polarizzato di secrezione dei granuli litici permette luccisione solo delle cellule bersaglio con cui i CTL vengono a contatto. La sintesi delle proteine citotossiche dei CTL avviene durante il primo incontro di una cellula T naive con lantigene specifico. Il legame del recettore T nei successivi incontri con le cellule bersaglio induce la sintesi de novo di perforine e granzimi, cos che la riserva di granuli litici mantenuta. Ci permette ad una singola cellula T CD8 di uccidere pi cellule bersaglio in successione.

CITOTOSSICITA MEDIATA DALLE CELLULE T

Le cellule T CD8 rilasciano anche citochine: IFN-g, TNF- a e TNF- b.


IFN- g inibisce direttamente la replicazione virale e induce unaumentata espressione di molecole MHC di classe I e di altre molecole coinvolte nel trasporto di MHC . Attiva anche i macrofagi reclutandoli nel sito di infezione, sia come cellule effettrici che come cellule presentanti lantigene. Lattivazione dei macrofagi imprtante nella risposta immunitaria verso protozoi intracellualri come Toxoplasma gondii. TNF- a o TNF- b possono cooperare con IFN- g nellattivazione dei macrofagi o nelluccisione di alcune cellule bersaglio interagendo con TNFRI.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1 Alcuni microrganismi, come i micobatteri, sopravvivono e crescono nei fagolisosomi dei macrofagi. Tali patogeni possono essere eliminati quando i macrofagi sono attivati dalle cellule TH1. I macrofagi riescono ad eliminare molti patogeni senza lintervento delle cellule TH1, ma per molte infezioni le cellule TH1 sono necessarie per fornire segnali attivatori per i macrofagi. In effetti, lazione effettrice principale dell cellule TH1 linduzione di meccanismi microbicidi nei macrofagi, azione conosciuta come attivazione macrofagica.

Tra i patogeni extracellulari bersaglio dei macrofagi c Pneumocystic carinii, una delle cause di morte comune nei pazienti con AIDS, dove vi deficienza di cellule CD4. La capacit dei macrofagi di danneggiare bersagli extracellulari si estende anche alle cellule sane, da cui la necessit di mantenere i macrofagi in uno stato inattivato.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1 I macrofagi hanno bisogno di due segnali per essere attivati. Le cellule TH1 possono fornirli entrambi: IFN-g, la principale citochina secreta da cellule TH1 ligando di CD40, che invia segnali di sensibilizzazione in seguito al legame con CD40 sui macrofagi. I macrofagi possono essere resi pi sensibili allIFN- g da piccole quantit di lipoplisaccaridi batterici. TNF-a o TNF-b associati alla membrana possono sostituire CD40 nellattivazione dei macrofagi, e stimolano i macrofagi a produrre TNF-a. Le cellule TH2 sono invece inefficaci nellattivazione dei macrofagi, in quanto secernono IL-10, una citochina inibitoria dei macrofagi.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1 Il riconoscimento del bersaglio da parte delle cellule TH1 induce la trascrizione dei geni delle citochine e la sintesi richiede ore, invece che minuti (nel caso delle cellule T CD8). Le citochine neosintetizzate sono trasportate al sito di contatto tra la membrana della cellula T e quella del macrofago. Cos anche il ligando di CD40 viene espresso in modo polarizzato. Anche se tutti i macrofagi esprimono il recettore dellIFN-g, i macrofagi che presentano lantigene alle cellule TH1 armate sono pi facilmente attivati rispetto a quelli vicini non infettati.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1 Lattivazione da parte delle cellule TH1 converte i macrofagi in cellule effettrici con propriet antibatteriche molto forti.

I macrofagi attivati fondono i lisosomi in maniera pi efficiente con i fagosomi e vi riversano un gran numero di enzimi litici. Producono radicali liberi dellossigeno e ossido nitrico, cos come peptidi antibatterici e proteasi che possono essere rilasciate per attaccare patogeni extracellulari.
Ulteriori cambiamenti aiutano ad amplificare la risposta immunitaria. Aumenta il numero di molecole di MHC di classe II, di molecole B7, di CD40 e di recettori per TNF, rendendo sia le cellule pi efficienti nel presentare lantigene a nuove cellule T naive, sia pi responsive al ligando di CD40 e a TNF-a.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1

Il TNF-a ha unazione sinergica con IFN-g nellattivazione dei macrofagi, specialmente nellinduzione di ossido nitrico, che ha una forte attivit battericida, tramite la ossido nitrico sintetasi inducibile. I macrofagi attivati secernono IL-12 , che stimola la differenziazione di cellule T CD4 naive attivate in cellule TH1.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1

Lattivazione macrofagica comporta un notevole dispendio di energia nonch potrebbe essere tossica per le cellule e i tessuti circostanti non infettati. Deve quindi esistere un meccanismo fine di controllo dellattivazione dei macrofagi da parte delle cellule TH1. Un meccanismo rappresentato dalla regolazione dellemivita del mRNA che codifica per lIFN-g. Gli mRNA per le citochine presentano una sequenza nella regione 3 non tradotta che induce la degradazione del mRNA. La rapida degradazione del mRNA per lIFN-g, insieme al trasporto di IFN-g nel punti di contatto tra le cellule TH1 ed i macrofagi limita lazione delle clelule effettrici sulle cellule bersaglio.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1

Lattivazione dei macrofagi inibita fortemente da citochine come TGF-b, IL-4, IL-10 e IL-13. Dato che molte di queste citochine sono prodotte da cellule TH2, linduzione di cellule T CD4 appartenenti al sottogruppo TH2 rappresenta un mezzo per controllare le funzioni dei macrofagi attivati.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1

Sebbene IFN-g ed il ligando di CD40 siano le molecole effettrici pi importanti prodotte dalle cellule TH1 e costituiscano il momento centrale nella risposta a patogeni che proliferano nei macrofagi, altre citochine prodotte dalle cellule TH1 hanno un ruolo importante nel coordinare queste risposte. Ad esempio, nel caso in cui i macrofagi siano cronicamente infettati da battteri intracellulari potrebbero perdere la capacit di essere attivati, costituendo un serbatoio di patogeni. Le cellule TH1 attivate possono esprimere il ligando del Fas e perci uccidere un gruppo ristretto di cellule bersaglio che esprimono Fas, compresi i macrofagi.

ATTIVAZIONE DEI MACROFAGI DA PARTE DELLE TH1

Quando i microrganismi resistono allazione battericida dei macrofagi attivati, possono svilupparsi infezioni croniche con infiammazione. Spesso si formano granulomi, costituito da una parte centrale di macrofagi circondati da linfociti. L formazione di cellule giganti a partire dai macrofagi serve a murare i patogeni che resistano alla distruzione. Sembra che le cellule TH2 partecipino, insieme alle cellule TH1, alla formazione dei granulomi, probabilmente regolando la loro attivit.

RISPOSTA IMMUNITARIA UMORALE

Molti microrganismi si riproducono negli spazi extracellulari e la maggior parte dei microrganismi intracellulari diffondono da una cellula allaltra attraverso i fluidi extracellulari. La funzione principale della risposta immunitaria umorale quella di distruggere i microrganismi extracellulari e di prevenire la diffusione di quelli intracellulari.

Lattivazione delle cellule B e la loro differenziazione in plasmacellule indotta dallantigene e solitamente richiede lintervento delle cellule T adiuvanti. Poich principalmente sono le cellule TH2 ad aiutare lattivazione delle cellule B, ma talvolta anche un sottotipo TH1 pu avere lo stesso ruolo, il termine di cellula T adiuvante verr usato in generale per qualsiasi cellula T CD4.
Le cellule T adiuvanti controllano anche lo scambio di isotipo e contribuiscono allinnesco dellipermutazione somatica dei geni della regione variabile dellanticorpo.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE

Le Ig di membrana che svolgono il compito di recettore per lantigene inducono lattivazione delle cellule B in due modi. Primo, al pari del recettore per lantigene della cellula T, le Ig di superficie trasmettono direttamente un segnale alla cellula dopo il legame allantigene. Secondo, trasportano lantigene allinterno della cellula, il quale viene infine presentato sulla superficie legato alle molecole MHC di classe II -> attivazione delle specifiche cellule T adiuvanti armate -> rilascio di citochine che inducono la proliferazione e la differenziazione delle cellule B.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE

Alcuni antigeni microbici possono attivare direttamente le cellule B in assenza di cellule T adiuvanti e questo garantisce una risposta pi veloce ai microrganismi. Gli anticorpi prodotti in questa maniera sono meno variabili e funzionalmente versatili di quelli indotti con laiuto delle cellule T. I fenomeni che determinano lo scambio di classe e lipermutazione somatica e la conseguente maturazione per affinit sono invece sempre dipendenti dallinterazione tra cellule B, cellule T adiuvanti, e altre cellule presenti negli organi linfatici secondari.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE

La regola generale dellimmunit acquisita che i linfociti antigene specifici naive non possono essere attivati dal solo antigene. Le cellule B naive richiedono dei segnali accessori forniti o dalle cellule T effettrici armate o in alcuni casi direttamente dagli antigeni batterici. Le risposte anticorpali contro antigeni proteici richiedono laiuto dei linfociti T. Questi antigeni sono chiamati antigeni timo-dipendenti (TD). In assenza del segnale attivante fornito dalle cellule T adiuvanti i linfociti B che legano antigeni TD diventano anergici.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE

Molti costituenti batterici, quali i polisaccaridi della capsula, possono attivare le cellule B anche senza intervento delle cellule T adiuvanti. Questi antigeni sono chiamati timo-indipendenti (TI). Il secondo segnale per attivare la produzione di anticorpi contro antigeni TI predisposto dal riconoscimento di un costituente microbico comune o da una cellula accessoria di derivazione non timica in unione con un massiccio legame multiplo crociato dei recettori delle cellule B, che intervengono quando una cellula B lega epitopi ripetuti sulla cellula batterica.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE

La cellula B e la cellula T che la deve attivare devono riconoscere lo stesso antigene -> riconoscimento congiunto
Per attivare una cellula B, una cellula T adiuvante specifica deve essere attivata e maturare in una cellula T adiuvante armata in seguito allinterazione con una cellula APC che abbia processato lo stesso antigene.

Sebbene i linfociti B ed i T riconoscano epitopi diversi nellantigene, deve essere necessario che i due epitopi facciano fisicamente parte dello stesso antigene.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE Una cellula B pu captare particelle grandi come virus le cui proteine capsidiche sono riconosciute dagli anticorpi di membrana. Dopo che avvenuta linternalizzazione, il virus degradato e presentato tramite le molecole MHC di classe II.

Le cellule T adiuvanti che sono state pre-attivate dai macrofagi o dalle cellule dendritiche che hanno presentato gli stessi peptidi interni delle proteine antigeniche possono attivare le cellule B che producono proteine contro le proteine del capside virale.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE Due conseguenze del riconoscimento congiunto:

1) Vaccino contro un batterio capsulato: Hemophilus influenzae


2) Reazioni allergiche agli antibiotici: penicilline

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE Il riconoscimento dei complessi peptide:MHC di classe II sulle cellule B stimola la cellula T CD4 che sintetizzer molecole di superficie e molecole secrete, entrambe con effetto sinergico nellattivazione delle cellule B. Una molecola di superficie delle cellule T e fondamentale nellattivazione delle cellule B il ligando del CD40 che lega CD40 sulla superficie delle cellule B. Il legame CD40L-CD40 fa entrare la cellula B in ciclo cellulare ed essenziale per la risposta dei linfociti B agli antigeni timo-dipendenti.

ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B DA PARTE DELLE CELLULE T ADIUVANTI ARMATE Una molecola secreta importante per lattivazione delle cellule B da parte delle cellule T adiuvanti IL-4. CD40L e IL-4 hanno unazione sinergica nellinduzione dellespansione clonale delle cellule B che precede la maturazione in plasmacellule. LIL-4 secreta in modo focalizzato dalle cellule TH2 ed rilasciata nel sito di contatto con la cellula B. Due altre citochine, IL-5 e IL-6, entrambe secrete dai linfociti T adiuvanti, inducono infine la maturazione delle cellule B.

LO SCAMBIO DI CLASSE RICHIEDE LESPRESSIONE DI CD40L SULLE CELLULE T Tutti i linfociti B naive esprimono IgM e IgD di superficie, ma le IgM rappresentano meno del 10% delle IgM plasmatiche. Nel plasma le pi abbondanti sono le IgG, quindi la maggior parte degli anticorpi deriva da cellule B che hanno subito lo switch isotipico. Comunque, durante le fasi precoci della risposta immunitaria predominano le IgM. Nel seguito della risposta gli isotipi prevalenti saranno le IgG e le IgA, mentre le IgE saranno presenti in minima quantit.

Questi cambiamenti isotipici non avvengono negli individui che non hanno il ligando del CD40, e pertanto si formano solo IgM che sono presenti ad elevati livelli e sono indotti da antigeni timo-indipendenti -> immunodeficienza da iper IgM.

LO SCAMBIO DI CLASSE RICHIEDE LESPRESSIONE DI CD40L SULLE CELLULE T Le citochine prodotte dai linfociti T possono influenzare lo scambio isotipico. La maggior parte di queste citochine (IL-4, IL-5 e TGF-b) sono prodotte da cellule TH2. IL-4 induce preferenzialmente lo scambio da IgG a IgE. Il TGF-b induce lo scambio di IgG2 a IgA. IL-5 favorisce la sintesi delle IgA secretorie dimeriche, in cellule che gi hanno fatto questo scambio.

Anche le cellule TH1 possono avere un ruolo, in quanto secernono IFN-g che induce uno scambio preferenziale da IgG2 a IgG3.

LO SCAMBIO DI CLASSE RICHIEDE LESPRESSIONE DI CD40L SULLE CELLULE T Le citochine inducono lo scambio di classe provocando lo scambio dei siti di ricombinazione posti allestremit 5 di ciascun gene C delle catene pesanti. Ad esempio, quando le cellule B sono esposte alla LPS, che capace di attivare le cellule B indipendentemente dallantigene, vengono indotte a secernere IgM. In seguito, quando vengono esposte ad IL-4 si pu osservare la trascrizione a monte delle regioni di scambio Cg1 e Ce uno o due giorni prima che avvenga lo scambio.

LO SCAMBIO DI CLASSE RICHIEDE LESPRESSIONE DI CD40L SULLE CELLULE T Cosa determina quale dei due geni attivati per la trascrizione subir lo scambio? Ciascuna delle citochine coinvolte nello scambio sembra poter indurre un cambiamento nella conformazione della cromatina nella regione di scambio di due geni CH diversi e promuovere la ricombinazione di uno di questi geni. In effetti non si sa che cosa determiner quale dei due geni verr espresso. Quindi le cellule T adiuvanti regolano sia la produzione degli anticorpi che lespressione dellisotipo che ne condizioner la funzione effettrice.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B

Come fa una cellula B antigene specifica ad incontrare una cellula T adiuvante con lappropriata specificit antigenica? La frequenza di linfociti naive specifici per qualsiasi antigene bassa: stimata tra 1:10.000 e 1:100.000. Pertanto, la possibilit di un incontro tra un linfocita B e un linfocita T che riconoscano lo stesso antigene dovrebbe essere tra 1: 108 e 1:1012. Inoltre, le cellule T e le cellule B occupano prevalentemente zone distinte nei tessuti linfoidi periferici. La risposta si trova nellintrappolamento antigene specifico dei linfociti migranti.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B Lintrappolamento dei linfociti T nelle zone corticali di un linfonodo avviene grazie allincontro con lantigene presentato da cellule dendritiche. Le cellule B con recettori antigene specifici sono anchesse intrappolate nelle zone a cellule T con un meccanismo simile. La maggior parte delle cellule B si sposta velocemente dalla zona a cellule T a quella delle cellule B (follicolo primario). Nellincontro con lantigene, le cellule B migranti sono fermate dalla attivazione di molecole di adesione e dal coinvolgimento di recettori per chemochine come CCR7, un recettore per MIP-3b e SLC. Linterazione con le cellule T adiuvanti attiva le cellule B ad iniziare un centro primario di espansione clonale, al confine tra la zone a cellule T e quella a cellule B.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B Dopo diversi giorni, il centro primario va incontro ad involuzione per apoptosi. Alcuni dei linfociti B proliferanti si differenziano in plasmacellule sintetizzanti anticorpi e migrano nella polpa rossa splenica o nei cordoni midollari del linfonodo. Le plasmacellule presentano delle notevoli caratteristiche morfologiche dovute allimpegno nel produrre Ig (10-20% delle proteine totali).

Le molecole MHC di classe II non sono pi espresse, cos che le plasmacellule non possono pi presentare lantigene alle cellule T, bench queste possano ancora dare importanti segnali di differenziazione e sopravvivenza alle plasmacellule, come IL-6 e CD40L.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B

Le plasmacellule presentano ancora Ig di superficie, sebbene a livelli molto bassi, e la loro sopravvivenza potrebbe in parte dipendere dalla loro abilit nel continuare a legare lantigene. In effetti, alcune plasmacellule sopravvivono alcuni giorni sino a poche settimane dopo la loro differenziazione finale, mentre altre vivono molto a lungo e sono responsabili della persistenza della risposta anticorpale.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B

Un altro destino per alcune cellule B e T che proliferano nel centro primario quello di migrare in un follicolo linfoide primario dove continuano a proliferare e formano da ultimo un centro germinativo. I centri germinativi sono formati principalmente da cellule B proliferanti, e le cellule T compongono circa il 10% dei linfociti e forniscono il necessario aiuto alle cellule B. I centri germinativi sono delle isole nellambito dei follicoli primari composti da cellule B a risposo addensate intorno alle cellule follicolari dendritiche (CDF), le quali attirano sia le cellule B naive che quelle attivate attraverso la secrezione della chemochina BLC.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B I primi eventi nel centro primario conducono alla pronta secrezione di specifici anticorpi che servono come immediata protezione agli individui. La reazione del centro germinativo predispone per una pi energica risposta tardiva, altrimenti lagente patogeno instaurerebbe una infezione cronica o lospite diventerebbe reinfetto. A tal fine le cellule B vanno incontro a numerose trasformazioni nel centro germinativo: mutazioni ipersomatiche con la conseguente maturazione per affinit, che determina la sopravvivenza di cellule B con alta affinit per lantigene, e lo scambio isotipico, che permette a queste cellule B di esprimere una variet di funzioni effettrici. Le cellule B selezionate inoltre si differenzieranno in cellule B di memoria o in plasmacellule, le quali secerneranno anticorpi ad alta affinit e diverso isotipo nella fase finale della risposta immunitaria primaria.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B Il centro germinativo un centro di intensa proliferazione cellulare, dove le cellule B si dividono ogni 6-8 ore.

Inizialmente sulla superficie delle cellule in proliferazione si riduce lespressione delle Ig, in particolare le IgD e si formano i centrolasti.
Le cellule poi si dividono di meno e ri-esprimono alti livelli di Ig sulla superficie: centrociti. I centroblasti inizialmente proliferano nel centro scuro del centro germinativo, cos chiamato perch le cellule sono addensate. In seguito, le cellule iniziano a riempire la zona chiara, unarea del follicolo riccamente provvista di CFD e meno addensata di cellule.

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B

La ipermutazione somatica ristretta alle cellule B che stanno proliferando nei centri germinativi.
Le mutazioni puntiformi si accumulano in maniera graduale come i cloni di cellule B si espandono nel centro germinativo. In linea generale, una cellula B non acquisisce pi di una o due mutazioni in ogni generazione.

Le mutazioni possono interferire con la capacit delle cellule B di legare lantigene e questo determiner il destino della cellula B nel centro germinativo.
Alcune mutazioni (la >> parte) saranno sia negative che neutre -> recettore modificato o a bassa affinit -> apoptosi delle cellule B Mutazioni che detrminano alta affinit del BCR -> sopravvivenza delle cellule B

ATTIVAZIONE DELLE CELLULE B

Le mutazioni deleterie sono un evento frequente, dal momento che i centri germinativi sono ricchi di cellule B apoptotiche che sono velocemente fagocitate dai macrofagi, risultando come macrofagi dai corpi sfumati. Le cellule che invece sono portatrici delle mutazioni che aumentano laffinit del recettore sono selezionate e indotte a espandersi. Quindi vi sono ripetuti processi di espressione e selezione che, man mano, raffinano laffinit del recettore.

DIFFERENZIAZIONE IN PLASMACELLULE E CELLULE MEMORIA Lo scopo della reazione del centro germinativo serve per aumentare lultima parte della risposta immunitaria tardiva, formando plasmacellule e cellule memoria. Le pasmacellule migreranno nel midollo osseo, dove sopravviveranno per un lungo periodo di tempo grazie ai segnali mandati dalle cellule stromali. Queste plasmacellule costituiscono una fonte di anticorpi ad alta affinit Le cellule memoria sono discendenti di lunga vita di cellule che sono state stimolate a proliferare nel centro germinativo. Queste cellule, per, si dividono molto lentamente o per nulla; esprimono Ig di superficie, ma non secernono anticorpi ad alto tasso.

DIFFERENZIAZIONE IN PLASMACELLULE E CELLULE MEMORIA Le cellule B memoria ereditano i cambiamenti genetici che sono avvenuti nei centri germinativi, comprese le mutazioni somatiche e lo scambio isotipico Quali sono i segnali che stimola le cellule B a diventare cellule di memoria? Una possibilit che i segnali derivino dalle CFD. Unaltra possibilit che laffinit per lantigene controlli la loro differenziazione: le cellule ad alta affinit sono preferenzialmente stimolate a diventare cellule di memoria, mentre quelle a bassa affinit vengono indirizzate verso diversi cicli di proliferazione, mutazione e selezione.

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

Sebbene le risposte anticorpali contro antigeni proteici dipendano dalle cellule T adiuvanti, gli individui con deficienze di cellule T possono formare anticorpi contro molti batteri. Queste risposte sono tipicamente stimolate da polimeri proteici o polisaccaridi: antigeni timo-indipendenti (TI).

Antigeni TI-1 possiedono la capacit intrinseca di indurre la proliferazione dei linfociti B. A concentrazioni elevate, questi antigeni inducono la proliferazione e la maturazione delle cellule B senza restrizione per la specificit antigenica di queste cellule -> attivazione policlonale. Uno di questi antigeni la LPS che si lega alle proteine leganti la LPS e a CD14 e poi associa al recettore TLR-4.

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

A basse concentrazioni, solo le cellule B i cui recettori legano gli antigeni TI-1 vengono attivate -> risposta anticorpale specifica. In vivo sar pi probabile che tali antigeni si trovino a basse concentrazioni e quindi si svilupper una risposta specifica.

Il tempo di latenza di questa risposta sar pi breve poich non vi la necessit di indurre lattivazione e lespansione clonale dei linfociti T adiuvanti. Gli antigeni TI-1 non inducono scambio di classe, maturazione per affinit o induzione di cellule B memoria, che richiedono lintervento dei linfociti T.

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

La seconda categoria di antigeni timo-indipendenti composta da molecole quali i polisaccaridi della capsula batterica che possiedono strutture ripetute: antigeni TI-2, che non possiedono la capacit di stimolare direttamente le cellule B. Mentre i TI-1 sono capaci di attivare i linfociti B maturi ed immaturi, i TI-2 possono attivare solo i linfociti B maturi. (I linfociti B immaturi sono inattivati da antigeni ripetuti -> anergia del neonato verso antigeni polisaccaridici).

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

La risposta verso antigeni TI-2 tipica delle cellule B1 (o cellule B CD5) che comprende una sottopopolazione di cellule B: compare per prima nellontogenesi si replica autonomamente in cavit pleurica e peritoneale richiede IL-10 per replicarsi e il fosfolipide fosfatidilcolina (si trova sulla superficie dei batteri che colonizzano lintestino) presenta restrizione della variabilit anticorpale forse coinvolta nella risposta precoce, non adattativa, verso antigeni batterici comuni produce IgM che normalmente circolano nel sangue: anticorpi naturali che legano a bassa affinit sia antigeni batterici che quelli autologhi.

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

Gli antigeni TI-2 molto probabilmente agiscono tramite il legame contemporaneo di molte Ig di membrana del linfocita B maturo. Tuttavia, il legame contemporaneo di un numero troppo elevato di Ig di membrana rende le cellule B non responsive o anergiche -> la densit degli epitopi cruciale per la risposta: una densit troppo bassa non sufficiente per il legame contemporaneo di molte Ig di membrana -> non risposta una densit troppo alta -> anergia cellulare.

Sembra che le cellule T possano comunque contribuire alle risposte anticorpali dirette contro antigeni TI-2 attraverso il riconoscimento di antigeni TI-2 tramite una molecola di superficie condivisa da tutti i linfociti.

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

Le risposte delle cellule B agli antigeni TI-2 costituiscono una risposta precoce e protettiva diretta contro una categoria importante di microrganismi infettanti. La >> parte dei microrganismi extracellulari possiedono polisaccaridi della parete che li rende resistenti alla fagocitosi, mancata presentazione da parte dei macrofagi e assenza di induzione di risposte mediate da cellule T. Gli anticorpi diretti contro i polisaccaridi potrebbero ricoprire questi batteri capsulati e stimolarne lingestione e la successiva distruzione. (I pi comuni batteri caspulati sono i batteri piogeni)

ANTIGENI TIMO INDIPENDENTI

Sia anticorpi IgM che IgG sono indotti dagli antigeni TI-2.

Sembra che siano una componente essenziale nella risposta al polisaccaride della capsula di Hemophilus influenzae tipo B.
I pazienti portatori di una immunodeficienza, la sindrome di WiskottAldrich, presentano una risposta normale contro gli antigeni proteici ma non verso i polisaccaridi. Questi soggetti si ammalano di gravi infezioni causate da batteri extracellulari capsulati.

DISTRIBUZIONE E CARATTERISTICHE FUNZIONALI DELLE IMMUNOGLOBULINE Poich i microrganismi extracellulari possono raggiungere qualunque localizzazione dellorganismo, di conseguenza anche gli anticorpi devono avere una distribuzione altrettanto ampia. La >> parte degli anticorpi diffondono per diffusione dal sito di produzione. Esistono anche dei meccanismi di trasporto per il trasferimento delle Ig sulle superfici epiteliali interne, quali quelle del polmone e dellintestino. La localizzazione degli anticorpi condizionata dal loro isotipo che pu limitarne o promuoverne la diffusione o la capacit di legarsi a specifici trasportatori.

DISTRIBUZIONE E CARATTERISTICHE FUNZIONALI DELLE IMMUNOGLOBULINE I microrganismi il pi delle volte penetrano nellorganismo attraverso le barriere epiteliali della mucosa respiratoria, urogenitale, del tratto intestinale o della cute danneggiata. Pi raramente sono introdotti direttamente nel sangue tramite punture dinsetti, ferite o iniezioni. Tutti questi compartimenti sono difesi da anticorpi che si distribuiscono in base alla loro classe isotipica.

Poich una data regione variabile pu essere associata con qualunque regione costante, la progenie di una singola cellula B pu produrre anticorpi della stessa specificit antigenica in diversi compartimenti dellorganismo.

DISTRIBUZIONE E CARATTERISTICHE FUNZIONALI DELLE IMMUNOGLOBULINE I primi anticorpi prodotti durante la risposta immunitaria umorale sono sempre le IgM, perch sono espresse senza diversificazione isotipica. Queste IgM sono prodotte prima che le cellule B vadano incontro a ipermutazione somatica e quindi sono di bassa affinit.

Le IgM formano tuttavia dei pentameri e sopperiscono alla bassa affinit con alta avidit per lantigene.
I pentameri IgM, date le dimensioni, non lasciano il sangue e sono particolarmente potenti nellattivare il complemento. La rapida produzione di IgM e lattivazione del complemento costituiscono un efficace meccanismo di controllo delle infezioni ematiche.

DISTRIBUZIONE E CARATTERISTICHE FUNZIONALI DELLE IMMUNOGLOBULINE Gli altri isotipi -IgG, IgA e IgE- sono di pi piccole dimensioni e possono diffondere dal sangue ai tessuti. Le IgA formano dei dimeri, mentre le IgG e le IgE sono sempre monomeriche -> la maturazione per affinit molto importante per lefficacia protettiva di questi anticorpi.

Le IgG costituiscono lisotipo principale presente nei fluidi extracellulari dove sono presenti complemento e cellule accessorie -> sono fortemente opsonizzanti e attivano il complemento Le IgA si trovano soprattutto sulle superfici epiteliali su cui fagociti e complemento sono assenti -> sono neutralizzanti e blandamente opsonizzanti e deboli attivatori del complemento

DISTRIBUZIONE E CARATTERISTICHE FUNZIONALI DELLE IMMUNOGLOBULINE

Le IgE sono presenti in bassissime concentrazioni nel sangue e nei fluidi extracellulari, ma sono legate con grande avidit dalle cellule granulose basofile presenti nel sottocutaneo, sottomucose e nel connettivo perivascolare.

Il legame dellantigene alle IgE attiva le cellule basofile a rilasciare potenti mediatori chimici che causano la tosse, gli starnuti e il vomito, che possono contribuire ad espellere lagente infettante.

TRASPORTO DELLE IMMUNOGLOBULINE ATTRAVERSO LE BARRIERE EPITELIALI Le plasmacellule secernenti IgA si trovano prevalentemente nel tessuto connettivo denominato lamina propria situato immediatamente sotto la membrana basale di molti epiteli. Le IgA sintetizzate nella lamina propria vengono secrete come dimero a cui associata una catena J singola. Il dimero IgA lega un recettore presente sulla superficie basolaterale dellepitelio, chiamato recettore poli-Ig. Il complesso viene trasportato sulla superficie apicale mediante vescicole, chiamato transcitosi. Sulla superficie apicale, il recettore staccato rimanendone solo una porzione legata alla regione Fc, denominata componente secretorio, che protegge la IgA dimerica dalla digestione enzimatica.

TRASPORTO DELLE IMMUNOGLOBULINE ATTRAVERSO LE BARRIERE EPITELIALI

I siti principali di sintesi e secrezione delle IgA sono: intestino epitelio respiratorio ghiandola mammaria durante lallattamento ghiandole salivari e lacrimali Si pensa che la funzione principale delle IgA sia la protezione delle superfici epiteliali dagli agenti infettivi.

Le IgA prevengono lattacco dei batteri o delle tossine alle superfici epiteliali.
-> particolarmente importanti le IgA materne trasferite al neonato mediante lallattamento.

TRASPORTO DELLE IMMUNOGLOBULINE ATTRAVERSO LE BARRIERE EPITELIALI Le IgG materne sono trasferite attraverso la placenta nel circolo ematico del feto durante la vita intrauterina. Nella placenta presente una proteina specifica, FcRn, strettamente correlata alle molecole MHC di classe I. Nonostante questa somiglianza, FcRn lega la prozione Fc delle IgG, in quanto la tasca per il peptide occlusa. Nei roditori, FcRn regola anche il trasporto di IgG materne ingerite con il latte o con il colostro, dal lume dellintestino del neonato nel sangue e nei tessuti.

TRASPORTO DELLE IMMUNOGLOBULINE ATTRAVERSO LE BARRIERE EPITELIALI

Tramite questi recettori di trasporto specializzati vengono forniti fin dalla nascita anticorpi protettivi contro microrganismi patogeni che si trovano comunemente nellambiente. Durante lo sviluppo lorganismo sintetizza i propri anticorpi di isotipo diverso che si distribuiscono in modo selettivo nei vari compartimenti dellorganismo.

NEUTRALIZZAZIONE DELLE TOSSINE DA PARTE DI IgG E IgA AD ALTA AFFINITA Molti batteri possono indurre effetti patologici tramite la secrezione di tossine che danneggiano la funzione delle cellule somatiche (t. tetanica, t. difterica, ecc.) Per indurre questi effetti le tossine interagiscono con una loro subunit con un recettore cellulare, vengono endocitate cos che unaltra subunit induce leffetto tossico. Gli anticorpi legano la subunit che interagisce con il recettore della cellula e quindi proteggono questultima -> anticropi neutralizzanti. Sono soprattutto IgG che diffondono nei tessuti e legano rapidamente e con alta affinit le tossine. le IgA possono neutralizzare le tossine sulle superfici mucose.

NEUTRALIZZAZIONE DI VIRUS DA PARTE DI IgG E IgA AD ALTA AFFINITA Le IgG e le IgA ad alta affinit sono importanti per la neutralizzazione dei virus. Lingresso di molti virus dipende dallinterazione di proteine del capside (o involucro) con proteine di superficie specifiche per ciascun tipo cellulare, e conseguente endocitosi. Ad es. il virus dellinfluenza possiede lemoagglutinina, che lega i residui di acido sialico terminali presenti sulle catene oligosaccaridiche laterali di glicoproteine espresse dalle cellule epiteliali dellapparato respiratorio. (E denominata cos perch causa agglutinazione di globuli rossi del pollo). Gli anticorpi neutralizzanti il virus agiscono grazie alla loro capacit di inibire il legame del virus ai recettori di superficie.

BLOCCO DELLADERENZA BATTERICA

Molti batteri possiedono specifiche molecole di superficie, denominate adesine, che ne permettono ladesione alla superficie delle cellule dellorganismo e possono quindi contribuire alla loro patogenicit. Alcuni batteri, una volta adesi, possono entrare nella cellula, come Samonella, o rimangono extracellulari, come nel caso di Neisseria gonorrheae. Questultimo possiede la pilina che permette ladesione alla superficie dellepitelio della mucosa urogenitale ed essenziale per linfettivit. le IgA secrete sulle superfici mucose possono svolgere un ruolo protettivo nei confronti di questi microrganismi.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO

I complessi antigene:anticorpo possono attivare la via classica del complemento attraverso il legame con C1q. Lattivazione del complemento innescata quando gli anticorpi legati alla membrana del patogeno legano C1q. C1q pu essere legato sia da IgM o da IgG ma, a causa dei requisiti strutturali del legame con C1q, nessuno di questi isotipi pu attivare C1q in soluzione; questo avviene solo quando gli anticorpi sono legati a siti multipli della superficie del patogeno. C1q viene attivato quando una o pi unit globulari legano il dominio Fc delle Ig.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO Nel plasma le IgM pentameriche hanno una conformazione planare che non pu legare C1q. Il legame alla superficie del patogeno deforma il pentamero cos che assomiglia a una gruccia o a una stampella e questa deformazione espone i siti di legame con le unit di C1q.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO

Sebbene C1q leghi con bassa affinit alcune sottoclassi di IgG in soluzione, lenergia di legame richiesta per lattivazione di C1q raggiunta solo quando una singola molecola di C1q pu legare due o pi molecole di IgG poste entro 30-40 nm tra di loro. Questo richiede che molte molecole di IgG siano legate a un singolo agente patogeno per attivare il complemento e implica che le IgM siano pi efficienti delle IgG nellattivare il complemento.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO E RIMOZIONE DEGLI IMMUNOCOMPLESSI Molti piccoli antigeni solubili formano con gli anticorpi i cosiddetti immunocomplessi, che contengono troppo poche molecole di IgG per poter essere legate dai recettori Fcg. Questi antigeni includono tossine legate da anticorpi neutralizzanti e detriti di microrganismi morti. Gli immunocomplessi solubili inducono la propria rimozione attivando il complemento, ancora attarverso il lgame di C1q, che porta al legame covalente di componenti attivate come C4b e C3b al complesso. Il recettore CR1 sulla superficie eritrocitaria lega C4b e C3b e trasporta gli immunocomplessi e complemento nel fegato e nella milza.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO E RIMOZIONE DEGLI IMMUNOCOMPLESSI I macrofagi di questi organi rimuovono i complessi dalla superficie dei globuli rossi senza distruggere le cellule e poi li degradano. I macrofagi legano sia Fc delle Ig sia mediante lFcR che i fattori del complemento mediante CR1. Anche aggregati pi grandi di antigeni particolati e anticorpi possono essere resi solubili attraverso lattivazione della via classica del complemento e venire rimossi attraverso il legame con i recettori del complemento.

ATTIVAZIONE DEL COMPLEMENTO E RIMOZIONE DEGLI IMMUNOCOMPLESSI Gli immunocomplessi che non sono rimossi tendono a depositare nelle membrane basali dei piccoli vasi sanguigni, in particolare in quelli dei glomeruli renali. Gli immunocomplessi che passano la membrana basale del glomerulo legano il recettore del complemento CR1 sui podociti renali, che giacciono sotto la membrana basale. Possono svolgere un ruolo in alcune malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico. Eccessivi livelli di i.c. circolanti causano un enorme deposito di antigeni, anticorpi e complemento sui podociti -> danno glomerulare. Pazienti con deficienze nei componenti del complemento non riescono a rimuovere i.c. -> danni tessutali, specialmente renali

DISTRUZIONE DEI PATOGENI

La capacit degli anticorpi ad alta affinit di neutralizzare tossine, virus e batteri non pu da sola anche rimuovere i microrganismi o i loro prodotti dallorganismo. Inoltre, molti microrganismi non vengono neutralizzati dagli anticorpi e quindi devono venire distrutti da altri meccanismi. Un importante meccanismo di difesa rappresentato dallattivazione di cellule accessorie effettrici che espongono il recettore per lFc, specifico per la porzione Fc degli anticorpi di un determinato isotipo. Questo meccanismo rende massima lefficacia di tutti gli anticorpi senza riguardo al loro legame con lantigene.

DISTRUZIONE DEI PATOGENI

Le cellule accessorie effettrici sono: fagociti professionali (macrofagi e neutrofili) cellule NK eosinofili cellule granulose basofile (stimolate a secernere mediatori preformati) Tutte queste cellule accessorie sono attivate quando i recettori Fc sono aggregati dal legame con la prozione Fc della molecola anticorpale legata allantigene. Possono essere anche attivate da mediatori solubili che comprendono prodotti della cascata del complemento, che pu essere attivato dagli anticorpi.

RECETTORI Fc

Ciascun membro della famiglia dei recettori Fc riconosce le Ig di un isotipo o di pochi ristretti isotipi attraverso linterazione di un dominio della catena a del recettore. I recettori Fc sono membri della superfamiglia delle immunoglobuline.

Le diverse cellule accessorie espongono recettori Fc per gli anticorpi dei diversi isotipi -> lisotipo determiner quale cellule accessoria sar attivata in una determinata risposta immunitaria.

RECETTORI Fc

I recettori Fc, come i recettori delle cellule T, sono proteine composte da molte subunit, di cui solo la catena a necessaria per il riconoscimento specifico. Le altre catene sono necessarie per il trasporto alla superficie della cellula e per la trasmissione del segnale. La >> parte dei segnali trasmessi sono mediati da una catena g che strutturalmente simile alla catena z del recettore della cellula T.

FcgRII-B1 e FcgRII-B2 sono recettori a singola catena ma che funzionano da recettori inibitori dal momento che contengono una sequenza ITIM che innesca una fosfatasi SHIP.

RECETTORI Fc

La funzione pi importante dei recettori Fc lattivazione delle cellule accessorie contro i microrganismi. Altre funzioni: il recettore FcgRII-B regola negativamente le cellule granulose basofile, macrofagi e neutrofili modulando la soglia alla quale gli immunocomplessi possono attivare queste cellule i recettori Fc espressi dalle cellule dendritiche le rendono capaci di fagocitare il complesso antigene-anticorpo e presentare i peptidi antigenici alle cellule T

RECETTORI Fc E FAGOCITOSI

I fagociti sono attivati soprattutto da anticorpi IgG, specialmente le IgG1 e le IgG2. I fagociti vengono attivati non da anticorpi liberi ma da quelle che hanno interagito con lantigene.

Questa attivazione dovuta allaggregazione o multimerizzazione degli anticorpi quando questi ultimi legano antigeni multimerici o particelle multivalenti, quali virus o batteri. I recettori Fc legano anticorpi singoli con bassa affinit, mentre legano con alta avidit i complessi antigene:anticorpo.

RECETTORI Fc E FAGOCITOSI

Molti batteri sono riconosciuti direttamente, ingeriti e distrutti dai fagociti professionali. I batteri con polisaccaridi capsulati in genere sono resistenti alla fagocitosi diretta. Questi batteri diventano suscettibili solo quando sono rivestiti dagli anticorpi e dal complemento che legano Fcg o Fca e CR1, rispettivamente. Il legame stimola sia linternalizzazione che la distruzione del microrganismo.

RECETTORI Fc E FAGOCITOSI

La fagocitosi mediata dal legame ai recettori del complemento molto importante nella risposta immune iniziale, prima che sia avvenuta la differenziazione isotipica. I polisaccaridi capsulari appartengono alla classe TI-2 e possono stimolare la produzione di IgM. Le IgM non sono di per s anticorpi opsonizzanti dal momento che non ci sono recettori Fc per le IgM, ma sono molto utili nellattivare il sistema del complemento.

Le IgM legano i batteri con capsula stimolano velocemente la loro ingestione e distruzione da parte dei fagociti che hanno recettori per il complemento.

RECETTORI Fc E FAGOCITOSI

I recettori Fc ed i recettori del complemento sinergizzano nellindurre la fagocitosi.


Il legame dei recettori Fc e del complemento segnala ai fagociti di incrementare il grado di fagocitosi, di fondere i fagosomi con i lisosomi, ed incrementare lattivit battericida.

RECETTORI Fc ED ESOCITOSI

I microrganismi troppo grandi per essere fagocitati, come ad esempio i vermi parassiti, sono distrutti mediante un altro meccansimo. In questi casi il fagocita si attacca alla superficie del parassita tramite i recettori Fcg, Fca o Fce e i lisosomi si fondono con la membrana cellulare -> il contenuto dei lisosomi viene riversato allesterno sulla superficie del parassita provocandone la morte: esocitosi Le cellule accessorie pi importanti per la distruzione dei batteri sono i macrofagi e i neutrofili, mentre i grandi parassiti sono solitamente attaccati dagli eosinofili.

RECETTORI Fc ED CELLULE NK

Le cellule infettate sono normalmente distrutte da cellule T attivate da peptidi estranei o da cellule B mediante la produzione di anticorpi diretti contro epitopi esposti sulla membrana. Le cellule ricoperte dagli anticorpi possono essere uccise da cellule NK. La distruzione della cellula bersaglio ricoperta da anticorpi da parte delle cellule NK denominata citotossicit cellulo-mediata anticorpo-dipendente (ADCC) ed attivata quando lanticorpo legato alla cellula bersaglio interagisce con i recettori Fc della NK.

RECETTORI Fc ED CELLULE NK

Le cellule NK esprimono il recettore FCgRIII, che lega le IgG1 e IgG3 ed attiva lattacco della cellula NK conro il bersaglio con meccanismi analoghi a quelli di una cellula T citotossica. -> rilascio di granuli citoplasmatici contenenti perforina e granzimi. Il ruolo dellADCC nella difesa contro le infezioni virali o batteriche non stato completamente chiarito.

RECETTORI Fce Una delle prime cellule specializzate ad intervenire nella difesa dellorganismo contro le infezioni che si possono instaurare attraverso le barriere epiteliali sono le cellule granulose basofile. Esse rilasciano i loro granuli e secernono mediatori lipidici della infiammazione e citochine quando sono attivate dal legame di anticorpi con il recettore specifico per le IgE (FceRI) o per le IgG (FcgRIII). Mentre la >> parte dei recettori Fc sono attivati dagli anticorpi solo quando questi sono legati allantigene, il recettore FceRI lega le IgE monomeriche con unelevata affinit -> anche in presenza di bassi livelli di IgE tipici del plasma degli individui normali, una notevole quantit di IgE legata al FceRI sulle cellule granulose basofile e sui precursori circolanti di queste, i basofili.

RECETTORI Fce

Gli eosinofili possono esprimere i recettori Fc, ma solo quello FceRI quando sono attivate e reclutate nel sito infiammatorio. Sebbene le cellule granulose basofile leghino normalmente i monomeri di IgE, questi non possono attivare la cellula.

Lattivazione avviene nel caso che lantigene multivalente leghi contemporaneamente pi IgE legate alla cellula.
Lesocitosi dei granuli avviene dopo pochi secondi -> rilascio di istamina -> rilascio di mediatori (prostaglandina D4, leucotriene C4) e di cirochine (TNF-a)

RECETTORI Fce

Si ritiene che le cellule granulose basofile medino almeno tre importanti funzioni nellorganismo: 1) reclutano effettori specifici ed aspecifici nei siti dove pi probabile la penetrazione dellagente infettante

2) aumentano il flusso di linfa drenata dal sito di infezione ai linfonodi regionali -> attivazione delle cellule T naive
3) inducono la contrazione della muscolatura liscia che pu favorire lespulsione dellagente patogeni dai bronchi o dallintestino

RECETTORI Fce

Queste risposte delle cellule granulose basofile sono conseguenti al legame dellantigene alle IgE di superficie. La loro attivazione porta al richiamo e allattivazione di basofili ed eosinofili che contribuiscono ulteriormente alla risposta mediata da IgE. Queste risposte sono cruciali nella difesa contro le infezioni parassitarie.

RECETTORI Fce E DIFESA CONTRO I PARASSITI

Nelle infezioni da elminti si ha mastocitosi, cio accumulo di cellule granulose basofile nellintestino. Topi mutanti W/Wv, che hanno una grave carenza di cellule granulose basofile e di basofili, mostrano un deficit nelleliminazione di nematodi intestinali. Le infezioni di certe classi di parassiti, in particolare gli elminti, sono associate alla produzione di anticorpi IgE ed alla presenza di un numero elevato di eosinofili (eosinofilia) nel sangue e nei tessuti.

RECETTORI Fce E DIFESA CONTRO I PARASSITI

Le IgE, le cellule granulose basofile, i basofili e gli eosinofili svolgono anche un ruolo nella resistenza contro insetti ematofaghi come le zecche. Nel punto dove la zecca ha punto, la pelle mostra cellule granulose basofile degranulate ed un accumulo di basofili ed eosinofili che vanno incontro a degranulazione. La resistenza a questi insetti si sviluppa dopo il primo contatto, suggerendo un meccanimso immunologico specifico. Lo stesso sistema IgE/recettore FceRI ad alta affinit coinvolto nelle reazioni allergiche (asma, febbre da fieno) quando lallergene lega le IgE sulla superficie delle cellule granulose basofile.

IPERSENSIBILITA ED ALLERGIA

Le reazioni di ipersensibilit sono risposte immunitarie dannose che possono portare anche a malattie gravi. Le reazioni di ipersensibilit sono classificate in quattro gruppi.

ALLERGIA

Le reazioni allergiche (reazione di ipersensibilit di tipo I o reazione di ipersensibilit di tipo immediato mediato dalle IgE) si manifestano quando un individuo che ha gi prodotto IgE in risposta ad un antigene innocuo, o allergene, viene successivamente in contatto con lo stesso antigene. Lallergia una malattia che si presenta in seguito ad una risposta del sistema immunitario verso un antigene innocuo.

LA PRODUZIONE DI IgE

La produzione di IgE favorita da particolari antigeni e da specifici modi di presentazione di essi. In questo tipo di risposta sono coinvolte le cellule CD4 TH2, le quali sono capaci di promuovere lo switch da IgM a IgE. Gli antigeni che richiamano le cellule TH2 e che scatenano una risposta immunitaria mediata da IgE sono chiamati allergeni. Molte allergie sono scatenate da basse dosi di piccoli antigeni inalati e la produzione di IgE si ha solo in individui suscettibili.

LA PRODUZIONE DI IgE

Lentrata di basse dosi di antigene per via transmucosale una via particolarmente efficace per indurre una risposta TH2 mediata da IgE. La produzione di IgE richiede la presenza di cellule TH2 che rilasciano IL-4 e IL-13. La presentazione di basse dosi di antigene favorisce lattivazione di cellule TH2 pi che quella di TH1. Di solito alcuni fra gli allergeni comuni pervengono alla mucosa respiratoria con linalazione di basse dosi.

ALCUNI ALLERGENI SONO ENZIMI

I parassiti entrano nel nostro organismo secernendo enzimi proteolitici. Alcuni di questi enzimi funzionano da allergeni. Lallergene presente nelle feci dellacaro un cistein proteasi omologa alla papaina, Der p 1. Questo enzima ha il compito di tagliare la occludina, un componente delle giunzioni strette. Una volta attraversate le giunzioni strette, Der p 1 pu essere captato dalle cellule dendritiche sub-epiteliali e determinare la generazione di cellule TH2 specifiche che la produzione di IgE Der p 1 specifiche. Der p 1 si pu quindi legare alla IgE specifiche sui mastociti residenti.

ALCUNI ALLERGENI SONO ENZIMI

La proteasi papaina viene generalmente usata per rendere pi tenera la carne e causa allergie nei lavoratori che preparano questo enzima -> allergia occupazionale Unaltra comune allergia occupazionale lasma causata dallinalazione dellenzima batterico subtilisina, un componente biologico di alcuni detergenti usati in lavanderia.

CELLULE TH2 E SCAMBIO DI CLASSE VERSO LE IgE

Sono necessari due eventi che portano la risposta immunitaria a produrre IgE: 1) presenza di segnali che favoriscono la differenziazione delle cellule naive TH0 in cellule TH2; 2) lazione di citochine e seganli costimolatori dalle cellule TH2 che stimolano le cellule B a produrre IgE. Nei siti dove la risposta IgE deve essere pi importante, le cellule del sistema immunitario innato ed adattativo si sono specializzate a secernere principlamente citochine che conducono ad una risposta mediata da cellule TH2.

CELLULE TH2 E SCAMBIO DI CLASSE VERSO LE IgE

Le cellule dendritiche presenti in questi siti, con fenotipo mieloide, dopo aver catturato lantigene, migrano verso i linfonodi dove avviene linterazione con cellule CD4 naive e ne promuovono la differenziazione in cellule TH2. a) lo fanno direttamente, perch esprimono un particolare set di citochine e di molecole costimolatorie non ancora caratterizzate b) queste cellule attivano le cellule NK1.1+, che secernono elevate quantit di IL-4, che induce le cellule T a differenziarsi in TH2 dopo la stimolazione antigenica.

CELLULE TH2 E SCAMBIO DI CLASSE VERSO LE IgE

Nelle cellule B lo scambio di classe indotto da due segnali diversi e che possono derivare dalle cellule TH2. 1) Secrezione di Il-4 e IL-13 2) Interazione tra tra il ligando CD40 sulla superficie delle cellule T e il CD40 sulla superficie delle cellule B. Questa interazione fondamentale per lo switch di tutti i tipi di anticorpi.

CELLULE TH2 E SCAMBIO DI CLASSE VERSO LE IgE

La risposta mediata da IgE, una volta iniziata, pu essere amplificata dai basofili, mastociti ed eosinofili, i quali possono stimolare la produzione di IgE. Le IgE secrete dalle plasmacellule si legano con alta affinit al recettore FceRI presente sulla superficie di queste cellule, che in seguito al cross-linking dei recettori, esprimono CD40 e secernono IL-4. Linterazione tra mastociti e granulociti eosinofili attivati e le cellule B avviene nel sito della reazione allergica poich le cellule B formano centri germinali nei siti di infiammazione (ad es. nei tessuti linfonodali associati ai bronchi).

FATTORI GENETICI ED AMBIENTALI

Per atopia si intende unelevata tendenza a sviluppare una risposta allergica mediata da IgE (febbre da fieno ed asma). Gli individui atopici hanno livelli pi elevati di IgE e pi eosinofili nel sangue rispetto agli individui normali.

Studi genetici hanno identificato regioni sui cromosomi 11q e 5q che sembrano essere importanti per lo sviluppo dellatopia: 11q: gene che codifica la subunit beta del recettore ad alta affinit delle IgE 5q: cluster di geni per IL-3, IL-4, Il-5
Altre mutazioni associate sono quelle nel promotore del gene dellIL-4 e quelle della subunit alfa del recettore dellIL-4

FATTORI GENETICI ED AMBIENTALI

Altre mutazioni ereditarie legate alla risposta mediata da IgE si trovano sulla regione dellMHC di tipo II. E stato dimostrato che la produzione di IgE verso particolari allergeni associata con alcuni alleli di MHC di classe II -> la combinazione di particolari peptidi con lMHC potrebbe favorire una forte risposta TH2.

FATTORI GENETICI ED AMBIENTALI

La prevalenza dellallergia atopica, e dellasma in particolare, aumentata nelle regioni economicamente sviluppate. Sono quattro i fattori invocati: a) lesposizione a malattaie infettive nella prima infanzia b) inquinamento ambientale c) livelli di allergeni d) cambiamenti nella dieta

FATTORI GENETICI ED AMBIENTALI

Latopia associata negativamente con il morbillo o con il virus dellepatite A e con la positivit al test della tubercolina. Al contrario, i bambini che hanno avuto attacchi di bronchite acuta dovuta a infezioni da virus respiratorio sinciziale (RSV) tendono a sviluppare successivamente lasma. E possibile che le infezioni di un microrganismo che richiama una risposta immunitaria dominata da TH1 nella prima infanzia riduca la probabilit di una risposta TH2 e viceversa.

MECCANISMI EFFETTORI DELLE REAZIONI ALLERGICHE

Le reazioni allergiche si scatenano quando gli allergeni (antigeni innocui non associati a microrganismi patogeni) si legano alle IgE gi preformate e legate ai propri recettori FceRI presenti sui mastociti. Una volta attivate , queste cellule inducono una reazione infiammatoria immediata. Gli effetti dellattivazione dei mastociti dipendono dalla dose di antigene e dalla via di entrata di questo. La reazione allergica seguita da una infiammazione pi sostenuta, conosciuta come risposta di fase ritardata, caratterizzata dal richiamo di cellule TH2, eosinofili e basofili.

I MASTOCITI

La degranulazione dei mastociti avviene entro pochi secondi dal cross-linking dei recettori FCeRI da parte degli antigeni. I mastociti presentano dei mediatori preformati: 1) Istamina -> aumento del flusso sanguigno e aumentata permeabilit vascolare 2) Enzimi (chinasi dei mastociti, triptasi e serin esterasi) -> attivano le metalloproteasi della matrice con distruzione tessutale 3) Una piccola quantit di TNF-a racchiusa nei granuli -> attivazione delle cellule endoteliali inducendo unaumentata espressione di molecole di adesione.

I MASTOCITI

Dopo lattivazione, i mastociti sintetizzano e rilasciano chemochine, mediatori lipidici dellinfiammazione (leucotrieni e PAF) e citochine. Mediatori lipidici Leucotrieni C4, D4, E4: contrazione muscolatura liscia, aumento della permeabilit vascolare, secrezione di muco PAF: richiamo ed attivazione dei leucociti (eosinofili, neutrofili e piastrine)

Citochine IL-4 e IL-13: stimolano ed amplificano la risposta TH2 IL-3, IL-5, GM-CSF: promuovono la produzione ed attivazione degli eosinofili

I GRANULOCITI EOSINOFILI

I granulociti eosinofili si trovano nella maggior parte nei tessuti, specialmente in quello connettivo del tratto respiratorio, intestinale ed urogenitale. Gli eosinofili, una volta attivati, possono rilasciare dai granuli proteine tossiche e sintetizzare mediatori lipidici, citochine e chemochine. Poich le proteine tossiche possono indurre dei danni molto gravi ai tessuti, gli eosinofili sono controllati da tre meccanismi:

1) in assenza di infezioni vengono generalmente prodotti pochi eosinofili. Nel caso di attivazione delle cellule TH2 -> rilascio di IL-5 che stimola la produzione nel midollo osseo

I GRANULOCITI EOSINOFILI

2) entrata nei tessuti per rilascio di chemochine CC: eotaxina 1 e eotaxina 2. Queste chemochine hanno anche la propriet di attivare gli eosinofili 3) nel loro stato non attivato, gli eosinofili non esprimono i recettori ad alta affinit per le IgE e hanno unelevata soglia per il rilascio del contenuto dei loro granuli. Dopo lattivazione da parte di citochine e chemochine, esprimono i recettori FCeRI, si abbassa la soglia di rilascio.

I GRANULOCITI BASOFILI

I granulociti basofili sono normalmente presenti a bassi nel torrente circolatorio e sembrano avere un ruolo simile a quello degli eosinofili nella difesa contro i patogeni (Parassiti) e vengono reclutati nel sito di reazioni allergiche. Esprimono FceRI e dopo essere stati attivati dalle citochine o dagli antigeni rilasciano istamina e IL-4. Eosinofili, basofili e mastociti sono in grado di interagire tra loro. Gli eosinofili rilasciano la proteina basica maggiore, che stimola a sua volta la degranulazione dei mastociti e dei basofili. IL-3. IL-5 e GM-CSF, citochine che stimolano la crescita e differenziazione degli eosinofili e dei basofili, amplificano questo effetto.

RISPOSTA IMMEDIATA E RITARDATA

La risposta infiammatoria che segue lattivazione dei mastociti comprende una reazione immediata che inizia dopo pochi secondi e una reazione ritardata che si sviluppa entro 8-12 ore. Reazione immediata Rilascio di istamina e TNF-a che inducono un aumento della permeabilit vascolare e la contrazione delle cellule muscolari lisce Reazione ritardata Mediatori neo sintetizzati richiamano altri leucociti, eosinofili e cellule TH2 -> edema, contrazione muscolatura liscia. Iperreattivit delle vie aeree superiori a stimoli broncocostrittori non specifici come istamina e metacolina. meno evidente clinicamente della reazione immediata.

RISPOSTA IMMEDIATA E RITARDATA

La reazione di fase ritardata causa importante di malattie gravi, come lasma cronica. Nella reazione ritardata si ha richiamo di leucociti, in particolare eosinofili e cellule TH2. Questa risposta pu diventare facilmente cronica se la presenza dello allergene persiste perch richiama costantemente le cellule TH2 allergene-specifiche, che promuovono a loro volta eosinofilia e ulteriore produzione di IgE.

MANIFESTAZIONI CLINICHE DELLE REAZIONI ALLERGICHE

Gli aspetti clinici della reazione allergica dipendono principalmente da tre variabili: percentuale di IgE specifiche per un particolare allergene via di ingresso dellallergene dose di allergene

MANIFESTAZIONI CLINICHE DELLE REAZIONI ALLERGICHE

Se un allergene entra direttamente nel sangue o viene assorbito rapidamente dallintestino, vengono attivati tutti i mastociti connettivali associati ai vasi sanguigni -> reazione di anafilassi sistemica Shock anafilattico: repentino abbassamento della pressione sanguigna per aumento generalizzato della permeabilit vascolare, forte difficolt respiratoria e rigonfiamento dellepiglottide. Si ha in seguito a: somministrazione di farmaci a persone che hanno IgE specifiche per quei farmaci dopo puntura di insetto in individui allergici alle loro tossine ingestione di cibi, come le noci brasiliane e arachidi

MANIFESTAZIONI CLINICHE DELLE REAZIONI ALLERGICHE La penicillina si comporta come un aptene (piccola molecola che da sola non riesce ad indurre una risposta immunitaria).

La penicillina contiene un anello beta-lattamico che reagisce con i gruppi aminoacidici delle proteine dellospite per formare coniugati covalenti.
Quando la penicillina viene ingerita o iniettata per la prima volta, forma dei coniugati che, in alcuni individui, possono provocare una risposta delle cellule TH2, che poi stimolano le cellule B a produrre IgE specifiche per laptene penicillina. Quando la penicillina viene iniettato in individui allergici, le proteine autologhe modificate dalla penicillina causano un cross-link delle IgE legate sui mastociti e inducono anafilassi.

REAZIONI ALLERGICHE RESPIRATORIE La rinite allergica causata da allergeni ambientali presenti solamente durante certe stagioni: pollini di alcuni alberi o erbe, come lambrosia.

E caratterizzata da intenso prurito, starnuti, edema locale che causa il blocco delle vie respiratorie nasali e da essudato nasale, tipicamente ricco di eosinofili -> rilascio di istamina.
Lasma allergico invece causato dallattivazione dei mastociti presenti nelle vie aeree pi basse. In pochi secondi si ha costrizione bronchiale e ipersecrezione di fluidi e muco. La risposta cronica caratterizzata da un aumentato numero di linfociti TH2, eosinofili, e neutrofili.

REAZIONI ALLERGICHE RESPIRATORIE

Anche se lasma allergico si presenta inizialmente in riposta ad uno specifico allergene, linfiammazione cronica che segue sembra perpetuarsi anche in assenza di quellallergene. Le vie aeree diventano iperattive e altri fattori oltre allesposizione allantigene possono scatenare attacchi asmatici.

REAZIONI ALLERGICHE CUTANEE Lentrata dellallergene nellepidermide o nel derma scatena una reazione allergica locale -> eritema cutaneo. Lattivazione dei mastociti porta a: aumento della permeabilit vascolare -> gonfiore riflesso assonale -> vasodilatazione cutanea -> arrossamento Dopo 8 ore -> risposta di fase ritardata Quando un allergene ingerito entra in circolo e raggiunge la cute si ha un eritema disseminato conosciuto come orticaria.

Le cause dellorticaria cronica sono poco conosciute. In un terzo dei casi sembra essere una malattia autoimmune causata da anticorpi diretti contro la catena a del recettore FceRI (reazione di ipersensibilit di II tipo).

REAZIONI ALLERGICHE CUTANEE

Una vera e propria risposta infiammatoria cronica rappresentata dalleczema o dermatite atopica. Leziologia delleczema non ancora bene conosciuta. Sono coinvolte le IgE e le cellule TH2 e generalmente scompare durante ladolescenza, al contrario di asma e riniti che possono persistere per tutta la vita.

REAZIONI ALLERGICHE AI CIBI

Lingestione di allergeni pu causare due tipi di reazioni: attivazione dei mastociti associati alla ucosa del tratto gastrointestinale -> perdita di fluidi transepitelilae e contrazione delle cellule muscolari lisce -> vomito e diarrea

entrata in circolo -> attivazione dei mastociti del derma e del tessuto sottocutaneo -> orticaria (ad es. penicillina)
anafilassi sistemica con collasso cardiocircolatorio e broncocostrizione dopo ingestione di noci, arachidi e crostacei

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI II TIPO

In queste reazioni non comuni il farmaco si lega alla superficie cellulare e diventa bersaglio per gli anticorpi IgG anti farmaco e ne diventano causa di distruzione da parte dei macrofagi tissutali presenti nella milza che possiedono i recettori Fcg.

Cellule bersaglio: eritrociti (anemia) e piastrine (trombocitopenia)


Farmaci: penicillina, quinidina (antiaritmico), metildopa (antiipertensivo)

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

Queste reazioni si hanno in presenza di antigeni solubili. I complessi antigene:anticorpo o immunocomplessi che si formano durante la risposta anticorpale possono essere di due tipi: 1) gli aggregati pi grandi fissano il complemento e vengono rimossi dalla circolazione dal sistema reticolo-endoteliale; 2) i complessi pi piccoli che si formano a causa di un eccesso di antigene si depositano sulla superficie delle pareti vascolari, si possono legare ai recettori Fc dei eucociti causano la loro attivazione e quindi i danni tessutali.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

Le reazioni di ipersensibilit di III tipo localizzata a livello cutaneo pu avvenire in soggetti sensibilizzati che possieodno IgG contro antigeni specifici. Reazione di Arthus: quando un antigene viene iniettato nella pelle, le IgG circolanti diffondono nel sito di iniezione formando immunocomplessi, i quali attivano i mastociti che hanno i recettori FcgRIII -> aumento della permeabilit vascolare e invasione da parte delle cellule infiammatorie Gli immunocomplessi attivano anche il complemento causando il rilascio di C5a.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

Una reazione di ipersensibilit di III tipo sistema la malattia da siero. Si aveva soprattutto in era pre-antibiotica quando il siero di cavalli immunizzati veniva usato come terapia della polmonite da pneumococco. La reazione agli antigeni presenti nel siero avviene tipicamente dopo 7-10 giorni dalla somministrazione, tempo necessario per avere lo switch di classe da IgM a IgG. A livello clinico si ha: brividi, febbere, arrossamento cutaneo, atrite, e talvolta glomerulonefrite.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

La malattia da siero dovuta alla deposizione degli immunocomplessi in tutto il corpo, i quali fissano il complemento e possono legare e attivare i leucociti che hanno i recettori Fc. La formazione degli immunocomplessi causa la captazione degli antigeni estranei per cui la malattia da siero normalmente auto-limitante. Oggi si sviluppa dopo la somministrazione di globuline anti-linfociti (nei pazienti trapiantati come agenti immunosoppressori) o di streptochinasi (enzima batterico usanto come agente antitrombolitico).

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

Una risposta di III tipo avviene anche in due situazioni in cui c persistenza dellantigene: 1) una risposta anticorpale non riesce ad eliminare un agente infettivo: nelle endocarditi batteriche subacute o epatiti virali croniche i batteri o i virus continuano a produrre antigeni anche in presenza di una risposta anticorpale persistente che non riesce ad eliminarli. Gli immunocomplessi inducono una malattia persistente, causando danni ai vasi sanguigni pi piccoli in alcuni tessuti e organi, inclusi cute, reni e nervi. 2) Gli immunocomplessi si formano anche in alcune malattie autoimmunitarie (lupus eritematoso sistemico), dove c persistenza dello antigene self.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI III TIPO

Alcuni allergeni inalati provocano una risposta mediata da IgG pi che da IgE perch presenti nellaria a dosi elevate. La reintroduzione dellantigene causa la deposizione degli immunocomplessi negli alveoli polmonari -> accumulo di fluidi, proteine e cellule nelle pareti alveolari con compromissione degli scambi polmonari. Malattia del polmone da agricoltore: esposizione continua a polvere di fieno e spore di muffa.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI IV TIPO

Al contrario delle reazioni di ipersensibilit immediate e mediate da anticorpi, lipersensibilit ritardata o di IV tipo mediata da cellule T antigene-specifiche (TH1 e CD8 citotossiche). Se ne distinguono tre tipi: 1) ipersensibilit di tipo ritardato (antigene iniettato allinterno della pelle) 2) ipersensibilit da contatto (antigene viene assorbito dalla cute) 3) enteropatia sensibile al glutine (antigene assorbito dallintestino)

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI IV TIPO DI TIPO RITARDATO

Test alla tubercolina La tubercolina, una miscela di peptidi e carboidrati derivati da M. tubercolosis, usata per individuare gli individui gi esposti al batterio. Dopo liniezione nel derma, si ha una reazione infiammatoria localizzata nel giro di 24-72 ore. La risposta mediata da cellule TH1, che entrano nel sito di iniezione dellantigene, riconoscono il complesso peptide:MHC II sulle che presentano lantigene e rilasciano citochine infiammatorie quali IFN-g e TNF-b. Le citochine stimolano lespressione di molecole di adesione sullo endotelio e aumentano la permeabilit vascolare -> ingresso e attivazione di monociti/macrofagi e liquidi nel sito di iniezione (gonfiore).

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI IV TIPO DA CONTATTO Alcuni antigeni che causano ipersensibilit cutanea sono piccole molecole altamente reattive che possono facilmente penetrare nella pelle intatta, specialmente se causano prurito. Fungono da apteni e reagiscono con proteine autologhe ed essere processati ed esposti insieme a molecole MHC. Due fasi della risposta da ipersensibilit cutanea: 1) sensibilizzazione: le cellule cutanee di Langherans catturano e processano lantigene, migrano nei linfonodi a ttivano le cellule T in cellule T memoria che a loro volta migrano nel derma.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI IV TIPO DA CONTATTO

2) reazione: la riesposizione allantigene porta alla presentazione di questo alle cellule T memoria le quali rilasciano citochine quali IFN-g e IL-17: attivazione dei cheratinociti a rilasciare altre citochine (IL-1, IL-6, etc.) e chemochine CXC (come IL-8 e MIG (monokine induced by IFN- g). Queste citochine aumentano la risposta infiammatoria inducendo la migrazione dei monociti nel sito della lesione dove maturano a macrofagi e infine attirano altre cellule T.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA DI IV TIPO DA CONTATTO Reazioni a cationi divalenti come il nichel: pu alterare la conformazione il legame dei petidi allMHC II e provocare una risposta delle cellule T. Reazione da contatto con il veleno delledera: pentadecacatecolo, solubile nei lipidi, attraversare la membrana cellulare e modificare proteine intracellulari -> queste proteine modificate generano peptidi che vengono esposti sulla membrana dallMHC di classe I. Questi vengono riconosciuti dalle cellule CD8 le quali uccidono le cellule che espongono tali peptidi e secrenono IFN-g -> danni tessutali

AUTOIMMUNITA

Le malattie autoimmuni sono provocate da una risposta immunitaria acquisita specifica verso il self. Quando si innesca una risposta adattativa contro il self impossibile per i meccanismi immunitari eliminare completamente lantigene e quindi si innesca una risposta che si autoperpetua -> infiammazione cronica che danneggia i tessuti e pu essere letale Nelle malattie autoimmuni i danni ai tessuti sono prodotti essenzialmente dagli stessi meccanismi che intervengono nellimmunit protettiva e nellallergia.

Le risposte immunitarie adattative iniziano con lattivazione delle cellule T antigene-specifiche. Le reazioni autoimmuni iniziano alla stessa maniera. Le cellule T possono danneggiare i tessuti in due maniere: 1) diretta: risposta delle cellule T citotossiche e attivazione incongrua dei macrofagi da parte delle cellule TH1 -> danno ai tessuti; 2) indiretta: aiuto inappropriato delle cellule T alle cellule B sensibilizzate verso il self -> risposte anticorpali

La tolleranza per il self la regola.

Nei soggetti normali non si hanno risposte immunitarie acquisite di lunga durata contro gli antigeni propri, anche se risposte transitorie contro i tessuti danneggiati possono avvenire. Nelluomo lautoimmunit insorge di solito spontaneamente, anche se agenti infettivi sono stati invocati, come nella febbre reumatica.
Alcune forme di autoimmunit possono derivare da disordini interni del sistema immunitario.

MALATTIE AUTOIMMUNITARIE SISTEMICHE O ORGANO-SPECIFICHE Le malattie autoimmuni organo-specifiche si trovano spesso nello stesso individuo Le malattie autoimmuni sistemiche possono coesistere in membri della stessa famiglia Le anemie emolitiche autoimmuni possono essere organo-specifiche o associate al LES

MALATTIE AUTOIMMUNITARIE SISTEMICHE O ORGANO-SPECIFICHE Gli autoantigeni riconosciuti in queste due categorie di malattie sono rispettivamente sistemici ed organo-specifici. Organo-specifici Malattia di Graves: anticorpi contro il recettore dellormone tireotropo Tiroidite di Hashimoto: a. contro la perossidasi tiroidea Diabete di tipo I: anticorpi anti-insulina Sistemici LES: anticorpi contro antigeni ubiquitari: contro la cromatina o contro le proteine dello spliseosoma.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Studi sui gemelli e sulle famiglie hanno evidenziato limportanza sia di fattori genetici che ambientali nella suscettibilit alle malattie autoimmuni. La componente genetica pi importante sembra essere lMHC e soprattutto lassociazione con MHC di classe II, mentre in alcuni casi con MHC di classe I. Lassociazione del genotipo MHC con una malattia viene valutata confrontando la frequenza di un determinato allele presente nei pazienti con la frequenza dello stesso allele nella popolazione normale.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Associazione tra alleli MHC di classe II HLA-DR3 e DR4 e diabete insulino-dipendente (o di tipo I). Effetto protettivo dellallele MHC di classe II HLA-DR2: solo pochi casi di diabete presentano questo allele e soggetti portatori di questo allele, anche in presenza di alleli associati alla sucettibilit, raramente sviluppano diabete.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Un altro modo per determinare se i geni MHC sono importanti nelle malattie autoimmuni lo studio delle famiglie dei soggetti colpiti. In questi studi si osservato che molto probabile rispetto allatteso che due consanguinei colpiti dalla stessa malattia autoimmune condividano lo stesso aplotipo MHC.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Alla sietotipizzazione con anticorpi delle molecole MHC si sono aggiunte metodiche pi precise, come il sequenziamento dei geni HLA. Gli alleli HLA-DR3 e DR4 sono associati con gli alleli DQb che conferiscono suscettibilit al diabete insulino-dipendente. Nella popolazione normale nella posizione 57 di DQb c un residuo di acido aspartico capace di formare un ponte. I pazienti diabetici hanno valina, serina o alanina che non formano ponti.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Il legame tra genotipo MHC e malattie autoimmuni spiegabile dal fatto che in tutte le risposte autoimmuni intervengono le cellule T, la cui capacit di rispondere a un particolare antigene dipende dal genotipo MHC.

Una ipotesi riguarda la capacit delle diverse varianti alleliche del complesso MHC nel presentare i peptidi dellautoantigene alle cellule T autoreattive. Unaltra tiene conto del ruolo degli alleli MHC nella selezione del vasto repertorio dei recettori delle cellule T.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

La risposta dei linfociti T immaturi alla stimolazione antigenica alla base della selezione negativa intratimica. I linfociti T che reagiscono intensamente agli antigeni autologhi ubiquitari vengono eliminati nel timo. -> allele MHC che lega debolmente i peptidi o peptidi espressi poco -> malattia autoimmune

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

Il genotipo MHC da solo non indica se una persona svilupper la malattia autoimmune. I gemelli identici hanno molte pi probabilit di avere la stessa malattia autoimmune rispetto a due consanguinei con identico MHC -> altri fattori genetici diversi dallMHC influenzano la suscettibilit.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

La maggiore anormalit sierologica del LES la presenza di anticorpi contro antigeni intracellulari abbondanti e ubiquitari, come la cromatina. Numerosi geni sono coinvolti nelleziologia del LES e sono classificati in tre categorie in base alle loro funzioni fisiologiche.

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

1) Proteine coinvolte nella eliminazione di frammenti cellulari C1q e PTX3: cellule apoptotiche Componente P amilide sierica: lega la cromatina e pu mascherarne il riconoscimento dal sistema immune DNase I: digersice la cromatina extracellulare

2) proteine che regolano la soglia di tolleranza e lattivazione dei linfociti Fas, ligando del Fas la fosfatasi inibitoria SHP-1 il recettore CD22 inibitore delle cellule B il recettore FCgRIIB inibitore del ciclo cellulare p21

SUSCETTIBILITA ALLE MALATTIE AUTOIMMUNI

3) proteine che potrebbero avere un ruolo organo-specifico attraverso un loro coinvolgimento nellinfiammazione mediata dagli immunocomplessi Polimorfismi geni FcgRIIa e FcgRIII: diversa capacit di legare gli immunocomplessi ->nefriti Un altro importante fattore nella malattia il sesso e lo stato ormonale. -> incidenza massima negli anni della fecondit con aumentata produzione di estrogeni e progesterone.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Nelle malattie autoimmunitarie , il danno tessutale pu essere causato sia dalle cellule T che dagli anticorpi. Le malattie autoimmunitarie in cui i danni sono causati da reazioni di ipersensibilit di tipo II sono le pi comuni. Nelle reazioni di tipo III si hanno malattie autoimmunitarie di tipo sistemico caratterizzate da vasculiti.

Nelle malattie organo-specifiche, la risposta delle cellule T responsabile del danno tessutale.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Il legame delle IgG e delle IgM agli antigeni localizzati sulla superficie degli eritrociti ne causa la lisi -> anemia emolitica autoimmune La porpora trombocitopenica autoimmune dovuta ad autoanticorpi diretti contro il recettore del fibrinogeno, GpIIb:IIIa presente sulle piastrine -> emorragie. Anticorpi contro i neutrofili causano neutropenia, con aumento della suscettibilit alle infezioni piogeniche.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

La lisi delle cellule nucleate mediante il complemento meno importante perch queste cellule posseggono delle proteine regolatrici del complemento sulla loro superficie. Inoltre, le cellule nucleate sono in grado di resistere alla lisi mediante endocitosi di porzioni di membrana cellulare che sono state legate dal complesso di attacco alla membrana.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Comunque la fissazione del complemento sulle cellule a dosi sub-litiche pu causare una risposta infiammatoria e danno tessutale mediante diversi meccanismi. A seconda del tipo di cellula, linterazione del complesso del complemento con la membrana cellulare pu determinare: rilascio di citochine attivazione metabolica ossigeno-dipendente liberazione di acido arachidonico -> prostaglandine e leucotrieni

Si forma anche C5a -> chemoattractante sulle cellule del sistema immune

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Anche i leucociti sono attivati dopo il legame con lFc dellauto-anticorpo sulla loro superficie. I leucociti attivati e la citotossicit cellulare anticorpo-dipendente, mediata dalla cellule NK contribuiscono ai danni tessutali.

Un esempio di questo tipo di autoimmunit la tiroidite di Hashimoto, anche se in questa malattia molto importante anche la citotossicit mediata dalle cellule T.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Una particolare classe di reazioni di ipersensibilit di tipo II si verifica quando gli autoanticorpi si legano ai recettori sulla superficie cellulare, determinando una loro attivazione o bloccarne la stimolazione da parte del ligando fisiologico.

Malattia di Graves Autoanticorpi contro il recettore per lormone tireotropo delle cellule tiroidee determinando una produzione di ormone tiroideo in ecesso -> ipertiroidismo

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Miastenia gravis Autoanticorpi contro la catena alfa del recettore nicotinico per lacetilcolina delle giunzioni neuromuscolari bloccano la trasmissione neuromuscolare. Gli anticorpi determinano endocitosi e degradazione dei recettori per lacetilcolina. Diabete resistente allinsulina (di tipo II) Autoanticorpi contro il recettore per linsulina (antagonista) -> iperglicemia Ipoglicemia Autoanticorpi contro il recettore per linsulina (agonista) -> ipoglicemia

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Le risposte anticorpali contro le molecole della matrice extracellulare non sono frequenti. Nella sindrome di Goodpasture, si formano anticorpi contro la catena a3 del collagene della membrana basale (tipo IV) dei glomeruli e, in alcuni casi, degli alveoli. Gli autoanticorpi legano i recettori Fcg presenti sui leucociti, attivando cos monociti e mastociti tessutali. Questultimi rilasciano chemochine che richiamano i neutrofili causando un grave danno tessutale. Gli autoanticorpi determinano lattivazione del complemento, che amplifica il danno tessutale.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Le reazioni di ipersensibilit di tipo III sono mediate da complessi immuni che non vengono rimossi efficacemente dal sistema reticoloendoteliale. Nel lupus eritematoso sistemico, vi produzione cronica di autoanticorpi IgG contro tre costituenti cellulari (nucleoproteine): nucleosoma, spliceosoma, complesso citoplasmatico ribonucleoproteico (contenente due proteine conosciute come Ro e La). Questi antigeni vengono continuamente esposti dalle cellule morte o morenti e sono rilasciate nel danno tessutale.

MECCANISMI EFFETTORI NELLAUTOIMMUNITA

Nel LES, i piccoli immuno-complessi che si formano in presenza di eccesso di antigene si depositano sulle pareti dei vasi sanguigni dei glomeruli renali e sulla membrana basale dei glomeruli, nonch sui vasi delle articolazioni e di altri organi -> attivazione dei fagociti mediante il legame del recettore Fc -> il danno tessutale rilascia complessi nucleoproteici che stimola la formazione di ulteriori immunocomplessi -> attivazione del complemento

INFLUENZA DEI CO-FATTORI AMBIENTALI

Il collagene di tipo IV si trova in tutte le membrane basali dellorganismo, incluse quelle dei glomeruli renali, degli alveoli polmonari e della coclea dellorecchio interno. I pazienti con sindrome di Goodpasture sviluppano tutti glomerulonefrite, circa il 40% sviluppa emorragie polmonari, nessuno divenat sordo. Nel rene gli anticorpi passano attraverso la membrana basale glomerulare che fenestrata. Negli alveoli necessario un danno alla membrana basale che viene stimolato dal fumo di sigaretta -> infiammazione che danneggia i capillari esponendo gli autoantigeni. La membrana basale cocleare sembra essere immune agli autoanticorpi.

INFLUENZA DEI CO-FATTORI AMBIENTALI Nella granulomatosi di Wegener, una vasculite necrotizzante, sono presenti anticorpi citoplasmatici anti-neutrofili (ANCA). Lautoantigene una serin proteasi dei ganuli dei neutrofili, la proteasi-3. E comune che pazienti con granulomatosi abbiano alti livelli di ANCA ma siano senza sintomi. Se lindividuo sviluppa uninfezione si ha invece la comparsa veloce di una vasculite. In assenza di infezione, la proteasi-3 si trova allinterno dei granuli. In caso dinfezione, le citochine attivano i neutrofili e la proteasi-3 viene esposta sulla superficie cellulare. Gli anticorpi anti-proteasi-3 legano i neutrofili -> degranulazione e rilascio di radicali liberi. Linfezione determina attivazione delle cellule endoteliali con aumento di espressione di molecole di adesione -> interazione endotelio-neutrofili -> lesione vascolare

DANNI TESSUTALI CAUSATI DA CELLULE T AUTOREATTIVE

Le cellule T specifiche attivate da peptidi self: complessi MHC possono determinare infiammazione e danno locale attraverso lattivazione dei macrofagi o danneggiare direttamente le cellule tessutali. Questi meccanismi sono rilevanti nel diabete insulino-dipendente, nella artrite reumatoide e nella sclerosi multipla. I tessuti di questi pazienti sono inflitrati da linfociti T e macrofagi attivati. Inoltre, le cellule T sono richieste per sostenere le risposte anticorpali.

DANNI TESSUTALI CAUSATI DA CELLULE T AUTOREATTIVE

Mediante modelli murini stato possibile identificare lantigene responsabile della risposta mediata dalle cellule T. Nella encefalomielite allergica sperimentale (EAE) si possono avere dei sintomi simili alla scelrosi multipla, in cui placche di demielinizzazione sono disseminate lungo il sistema nervoso centrale.

Tra gli antigeni identificati c la proteina basica della mielina (MBP) e i sintomi della malattia sono causati anche dalla somministrazione di cellule TH1 (infiammatorie) specifiche per MBP ottenute da animali ammalati in animali sani -> questi animali sviluppano la EAE.

DANNI TESSUTALI CAUSATI DA CELLULE T AUTOREATTIVE

In altre malattie, come il diabete insulino-dipendente (IDDM) si riconosciuto il ruolo delle cellule T CD8. NellIDDM le cellule b del pancreas sono distrutte specificatamente da cellule CD8. Questo suggerisce che una proteina espressa dalle cellule b sia la fonte del peptide riconosciuto dalle cellule T CD8 patogenetche. Gli studi su topi NOD (non obese diabete) con diabete di tipo I hanno dimostrato che i peptidi derivati dlalinsulina sono riconsociuti da cellule T trovate nelle lesioni insulari. Alcuni studi indicano anche un ruolo patogenetico delle cellule T CD4 nellIDDM. Vi associazione tra suscettibilit alla malattia e particolari alleli di classe II.

LA TOLLERANZA AL SELF E LA REGOLA

La tolleranza al self si acquisisce per delezione clonale intratimica da parte degli antigeni self ubiquitari per inattivazione clonale da parte degli antigeni specifici tessutali presentati in assenza di segnali co-stimolatori -> anergia Inoltre, la tolleranza viene mantenuta in quanto la maggior parte dei peptidi self saranno presentati a livelli troppo bassi per poter attivare le cellule T effettrici.

E improbabile che lautoimmunit rifletta linsufficienza dei principali meccanismi di tolleranza, perch questi meccanismi sono estremamemte efficaci.

ANTIGENI PRESENTI IN SITI IMMUNOLOGICAMENTE PRIVILEGIATI

Gli organi immunologicamente privilegiati sono quelli in cui i trapianti di tessuto non provocano una risposta immunitaria:
Cervello Camera anteriore dellocchio Testicoli Utero (feto)

ANTIGENI PRESENTI IN SITI IMMUNOLOGICAMENTE PRIVILEGIATI Alcuni antigeni espressi in queste localizzazioni non inducono tolleranza n attivazione, ma se lattivazione indotta altrove possono divenire bersaglio di un attacco autoimmune. Oftalmia simpatica Se un occhio lesionato da un trauma, si pu avere una risposta autoimmune contro le proteine dellocchio. La risposta attacca entrambi gli occhi.

CONTROLLO DELLE CELLULE B AUTOREATTIVE

Durante la maturazione delle cellule B, se una molecola self viene espressa in forma adeguata, la delezione clonale e la revisione del recettore potranno rimuovere tutte le cellule B reattive al self. Molte molecole self sono solo disponibili in periferia ed espresse solo da particolari organi: es. la tiroglobulina (precursore della tiroxina) presente solo nella tiroide e a livelli molto bassi nel plasma. Quattro meccansimi di controllo assicurano che una cellula B matura non rispondi allincontro con un autiantigene

-> lautoimmunit potrebbe essere dovuta al venir meno di questi meccanismi

CONTROLLO DELLE CELLULE B AUTOREATTIVE

1) Le cellule B autoreattive non riescono a lasciare la zona T dei linfonodi e ad entrare nei follicoli linfatici. Le cellule B che legano gli antigeni self non sono in grado di interagire con i T CD4 perch tali cellule per gli stessi antigeni self sono assenti -> assenza di segnali di sopravvivenza -> apoptosi.

CONTROLLO DELLE CELLULE B AUTOREATTIVE

2) Induzione dellanergia in cellule B periferiche. Se avviene lincontro con un antigene self solubile nel sangue periferico, ci porta alla regolazione negativa dellespressione di IgM e alla parziale inibizione dei segnali nelle cellule B. 3) Inoltre non possono essere attivati dai linfociti T e anzi vengono rimossi per apoptosi in seguito al legame Fas/Fas-L.

CONTROLLO DELLE CELLULE B AUTOREATTIVE

4) Nella fase di maturazione nel centro germinativo, lipermutazione somatica pu portare alla formazione di un anticorpo fortemente reattivo contro il self. Lincontro di queste cellule B con antigeni solubili determina lapoptosi di queste cellule in assenza di cellule T helper.

CONTROLLO DELLE CELLULE B AUTOREATTIVE

4) Nella fase di maturazione nel centro germinativo, lipermutazione somatica pu portare alla formazione di un anticorpo fortemente reattivo contro il self. Lincontro di queste cellule B con antigeni solubili determina lapoptosi di queste cellule in assenza di cellule T helper.

RUOLO DELLE INFEZIONI NELLAUTOIMMUNITA Un possibile meccanismo per la perdita della tolleranza che i micoorganismi inducano attivit co-stimolatoria nelle cellule che presentano bassi livelli di antigene (es. cellule dei tessuti) attivando cos le cellule autoreattive. Lautoimmunit potrebbe essere iniziata da un meccanismo denominato mimetismo molecolare: gli anticorpi o le cellule T prodotte nella risposta a un microrganismo danno reazione crociata con antigeni self. Le proteine dellospite che formano complessi con i batteri possono indurre una risposta autoimmune temporanea: il batterio funge da trasportatore (carrier), permettendo alle cellule B che esprimono un recettore autoreattivo di ricevere un aiuto non dovuto dalle cellule T.

RUOLO DELLE INFEZIONI NELLAUTOIMMUNITA Parecchie malattie autoimmuni nelluomo sono precedute da una infezione con un patogeno specifico o con una classe di microorganismi che causano una particolare malattia. La suscettibilit a tale malattia determinata in larga misura dal genotipo MHC.