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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N.

22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

2 | a margine

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

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UNA CRISI TANTE CRISI


Crollo della finanza e dellidea di mercato
ALESSANDRO VOLPI

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

Progetto grafico e impaginazione: fuoriMargine (Vr)

2009 BFS edizioni Biblioteca Franco Serantini Amministrazione e distribuzione: Libercoop via I. Bargagna, 60 56124 Pisa tel./fax 050 9711432 acquisti@bfs-edizioni.it www.bfs-edizioni.it ISBN 978-88-89413-40-1

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INDICE

9 19 27 33 45 49 59 69 75 87 101

UNA BREVE PREMESSA I CAPITALI TORNANO A CASA I PREZZI IMPAZZISCONO ARRIVA LO STATO LE POLITICHE COMMERCIALI DIFFICOLT A STELLE E STRISCE POLITICHE MONETARIE AFONE E CRISI DI FIDUCIA INCUBI EUROPEI SOLUZIONI NAZIONALI UN CASO SPECIFICO. IL MERCATO DEI PRODOTTI AGRICOLI IN AFRICA DI FRONTE ALLA CRISI EPILOGO

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Ad Anna, perch non abbia paura

Watch out, the worlds behind you tehres always somone around you Who will call its nothing at all The Velvet Underground, Sunday Morning

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UNA BREVE PREMESSA

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La natura stessa dellattuale crisi finanziaria, esplosa con una forza per molti versi inattesa e in verit difficilmente prevedibile, consiglia unestrema cautela nel tracciare scenari futuri1. Diverse sono infatti le contraddizioni in atto ma sicuramente una delle pi gravi, che rende complessa ogni analisi del futuro, data dalla modifica profonda intervenuta nelle strutture proprietarie del sistema economico internazionale. Dalla met degli anni Ottanta si assistito ad unestensione della nozione stessa di mercato finanziario, con laccresciuto ruolo di vari soggetti a partire dalle banche che in molti ordinamenti hanno ottenuto la prerogativa di creare prodotti finanziari, di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese e di produrre in proprio gli strumenti per sostenere tali imprese, spesso attingendo a piene mani alle innovazioni dellingegneria finanziaria. Espressione tipica di questo processo stata labolizione nel 1999 da parte dellamministrazione Clinton dello storico Glass-Steagall Act, introdot1. Tra le opere dedicate agli attuali sviluppi della crisi finanziaria, di particolare interesse risulta il contributo di R. SHILLER, Finanza shock, Milano, Egea, 2008. Lo stesso Shiller aveva dedicato allanalisi delle criticit finanziarie il volume Il nuovo ordine finanziario, pubblicato in Italia dalla casa editrice Il Sole 24 ore. Ancora molto utili sono poi le notazioni espresse da L. BINI SMAGHI, Chi ci salva dalla prossima crisi finanziaria?, Bologna, Il Mulino, 2000; cos come assai stimolante il contributo di M. AGLIETTA, Le capitalisme, de bulle en bulle, Le Monde, 1 settembre 2007. Letture molto singolari sono invece quelle di: G. SOROS, Cattiva finanza. Come uscire dalla crisi: un nuovo paradigma per i mercati, Roma, Fazi, 2008, B. EMMOTT, Asia contro Asia, Milano, Rizzoli, 2008, H.J. CHANG, Cattivi samaritani. Il mito del libero mercato e leconomia globale, Milano, Universit Bocconi, 2008, F. ZAKARIA, Lera post americana, Milano, Rizzoli, 2008, G. SAPELLI, La crisi economica mondiale, Torino, Bollati Boringhieri, 2008. Decisamente pi ortodossa linterpretazione di F. ALLEN, D. GALE, Understanding Financial Crises, Oxford, Oxford University Press, 2008. Di notevole interesse risulta il dossier dedicato alla crisi finanziaria 20072008 presente sul sito www.lavoce.info, curato da Massimo Bordigon. Fra le ultime uscite: A. BERRINI, Come si esce dalla crisi finanziaria, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, M. GAGGI, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Roma, Laterza, 2009. La casa editrice Garzanti ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e ampliata di P. KRUGMAN, Il ritorno delleconomia della depressione e la crisi del 2008, che di fatto non aggiunge molto alle precedenti edizioni e in realt tratta pochissimo della crisi in atto.

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to nel 1931 dopo la grande crisi il quale imponeva una netta distinzione delle banche commerciali da quelle di investimento. Simili processi non solo hanno modificato la nozione stessa di rischio per milioni di utenti bancari, inseriti di fatto senza troppa consapevolezza nel mercato finanziario, ma hanno anche alterato la catena di controllo delle societ, riproponendo e amplificando a dismisura i conflitti di interesse tipici delle banche miste2. La stessa ingegneria finanziaria ha poi permesso a queste banche proprietarie di distribuire i pericoli delle operazioni aperte creando appositi strumenti-veicolo che determinano una vera e propria invisibilit delle esposizioni e delle stesse filiere di controllo. Accanto al nuovo ruolo delle banche esiste, come noto, il peso crescente dei fondi hedge e private che hanno comprato utilizzando un pronunciato effetto leva, destinato a costringerli a rispondere in termini brevissimi ai loro sottoscrittori, con la preoccupante conseguenza della trimestralizzazione degli andamenti perseguiti; sempre pi evidente quindi una prospettiva interamente finanziaria, attratta dalle sirene della speculazione e che certo mal si concilia con i tempi degli investimenti di natura produttiva. Un fenomeno tuttaltro che trascurabile qualora si tenga presente, solo per citare un dato, che in Inghilterra oltre 3 milioni di lavoratori, il 20% degli occupati nel settore privato, erano ancora nel luglio 2008 dipendenti di imprese di propriet dei fondi o da essi partecipate; si tratta di un comparto ora talmente in crisi da costringere ad un ripensamento lintero sistema economico britannico, il quale paga il peso di una eccessiva terziarizzazione finanziarizzata e il venir meno di grandi marchi nazionali: ormai solo 1/3 del sistema manifatturiero britannico in mani inglesi3. La distinzione tra fondi attivisti, che intendono cio partecipare alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare, in ultima analisi, abbastanza debole visto che comunque entrambe le tipologie devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base di scadenze molto ravvicinate. In particolare i fondi hedge hanno ulteriori controindicazioni proprio in relazione alla struttura proprietaria; il fatto di ricorrere cos massicciamente allindebitamento per finanziarsi, con
2. Si possono citare fra gli altri i contributi di R. RAJAN, L. ZINGALES, Salvare il capitalismo dai capitalisti, Torino, Einaudi, 2004, C. BBAR, P. MANIRE, Uccideranno il capitalismo, Milano, Bompiani, 2004, R. R. BOTTLE, Soldi dal nulla, Milano, Il Sole 24 ore, 2006, J. SACHS, La fine della povert, Milano, Mondadori, 2005, M. VITALE, America punto a capo. Una lettura non conformista della crisi dei mercati mobiliari, Milano, Scheiwiller, 2002, S. ANDRIANI, Lascesa della finanza. Risparmio, banche, assicurazioni: i nuovi assetti delleconomia mondiale, Roma, Donzelli, 2006. 3. L. MAISANO, Londra rimpiange le sue fabbriche, Il Sole 24 ore, 22 gennaio 2009.

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Una breve premessa

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unincidenza sulle loro disponibilit effettive che supera di molto la capitalizzazione, e la logica determinante del breve termine non consentono di sapere in realt a chi appartengano nei diversi momenti della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori delle imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale per una percentuale pari al 20%, mentre il restante 80% frutto di debiti che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi decisamente bassi. Rispetto ad un simile quadro, a volte le immagini sono molto pi chiare delle descrizioni minuziose e argomentate. Quella di un vero e proprio allagamento dei mercati finanziari internazionali pu servire a rendere bene lidea della strabordante liquidit generata negli ultimi anni da tassi dinteresse molto bassi, dal risparmio forzato dei cinesi, dai giganteschi surplus delle bilance commerciali dei paesi emergenti e da vari altri fattori difficili da raccontare in poche righe. Questo allagamento ha contribuito a scatenare molteplici effetti; in primo luogo ha trasformato in soggetti finanziari intere fasce sociali che non lo erano a causa delle debolezze del loro reddito. I mutui concessi a potenziali insolventi e poi cartolarizzati per produrre ricchezza finanziaria non sarebbero stati possibili senza gli eccessi di liquidit. Cos come senza una tale, ampia disponibilit di carta monetaria e commerciale non sarebbe stato possibile ridurre per molti mesi la volatilit dei mercati fino a ingenerare lillusione ottica della scomparsa stessa della nozione di rischio; e un capitalismo senza la percezione del rischio, perch i titoli del Tesoro USA rendevano come quelli di un paese dei Balcani, dava corpo ad una sorta di Eden arredato in pieno stile Las Vegas. Un allagamento irrorato da una enorme messe di dollari, capace di tenere in piedi la disastrata bilancia commerciale della pi grande economia del pianeta, alle prese con la perdita di potere dacquisto dei salari dei cittadini statunitensi che solo le merci sottocosto di cinesi e cinesizzati, pagate appunto in dollari creati alloccorrenza, erano in grado di continuare a far consumare. Parallelamente ad una simile crescita, le invenzioni dellingegneria finanziaria sono state applicate nel concepire strumenti per un radicale abbattimento dei rischi connessi allattivit di mercato. Al fine di aumentare in modo esponenziale il numero dei soggetti finanziarizzati, interessati dai prodotti delle banche e dai titoli dei fondi, e di quelli indebitati, che hanno contratto debiti per operare tali acquisti, divenuto necessario infatti contenere le eventualit di perdite sia per chi presta sia per chi destinatario del prestito. Alla luce di ci si affermato un modello di allocazione del rischio di credito che passato dallo sche-

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ma originate and hold al pi avanzato originate to distribute4. Nel primo caso le banche concedevano il credito e si facevano carico del compito di vigilare sulla solvibilit del destinatario del credito stesso, avendo la preoccupazione principale di evitarne il fallimento. Nel secondo, ora pi diffuso, loriginatore dei crediti li assembla in combinazioni di varia qualit e di vario livello di rischio in strumenti cartolari strutturati in strati con diverso grado di subordinazione che poi cede ad investitori istituzionali e gestori di patrimoni; in tale sequenza il rapporto tra il soggetto che eroga il credito e il beneficiario di esso diventa di fatto quasi anonimo e linteresse per una restituzione certa scema. Anzi, qualora la concessione del credito si sia abbinata a forme di assicurazione contro il rischio, appare assai pi conveniente il fallimento del creditore. La strada per limitare i rischi quindi quella di spalmarli su una platea molto ampia di compratori di titoli rappresentativi del credito originario che risultano di conseguenza partecipi di una solvibilit non pi singola ma collettiva. Di questa frammentazione sono stati a pi riprese illustrati molteplici vantaggi, spesso con enfasi eccessiva. Nelle nuove condizioni sarebbe pi semplice il pooling dei rischi e si contrarrebbe il fabbisogno di capitale in rapporto al credito originato; al tempo stesso gli investitori dispongono di nuove opportunit in merito alla combinazione rischio-rendimento e soprattutto soggetti che prima erano esclusi dal credito perch giudicati sprovvisti di garanzie vengono ammessi ai finanziamenti per effetto, appunto, della distribuzione collettiva dellincertezza circa la loro capacit di saldare. Il pericolo di crisi sistemiche si riteneva scongiurato accrescendo la percezione della sicurezza per effetto di un ampliamento delle dimensioni dei fenomeni finanziari tale da garantire una costante disponibilit di risorse liquide da parte di soggetti resi affidabili dalla catena delle cartolarizzazioni. A questo fine hanno concorso le gi ricordate strategie di alcune banche centrali, in particolare della Federal reserve guidata da Alan Greenspan, attenta ad allagare di liquidit con tassi molto bassi e con iniezioni di pronti contro termine le diverse piazze del pianeta5. La sensazione di sicurezza stata rafforzata anche dalla limitazione della volatilit dei mercati, dipendente in gran parte proprio dalla grande liquidit disponibile e dagli strumenti pensati per veicolarla che hanno permesso a titoli ad alto rischio di pagare interessi decisamente contenuti, di fatto stabilizzandone gli andamenti. Si definito pertanto un circolo vizioso nel quale il basso costo del denaro ha faci4. L. SPAVENTA, Per la finanza la fine di un modello, Affari e finanza, 21 gennaio 2008. 5. Greenspan ha fornito unesplicita testimonianza del suo modus operandi nel volume Lera della turbolenza, Milano, Sperling & Kupfer, 2007, in particolare pp. 425-429.

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Una breve premessa

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litato il ricorso a modelli di indebitamento molto azzardati, con effetto leva fino a trenta volte il capitale effettivamente disponibile, ma dove, al contempo, il livello di azzardo morale rimasto occultato proprio dal denaro a buon prezzo. Ad accrescere limpressione della cornucopia ha concorso parimenti quello che Nouriel Rubini ha qualificato come il sistema finanziario ombra, composto da istituzioni non bancarie ma che alla stregua delle banche ottengono prestiti a breve termine e in forme liquide mentre concedono prestiti a lungo termine e in asset molto meno liquidi6. Tale sistema include veicoli di investimento strutturati come i SIV, i veicoli finanziari extrabilancio, i conduit, i fondi monetari, le assicurazioni monoramo, oltre ai gi ricordati hedge: tutte realt che hanno la caratteristica di dipendere dalla prerogativa di rinnovare le scadenze debitorie in quanto le loro passivit a breve termine possono essere inventariate facilmente, mentre i loro asset sono a lungo termine e illiquidi. Unasimmetria sanabile, ancora una volta, solo con tanta liquidit che nel caso del sistema ombra non ha potuto derivare direttamente dalle banche centrali che gli sono normalmente precluse data lassenza in tale sistema di istituzioni depositarie. Spesso per i conduit risultano una filiazione pi o meno legittima delle banche stesse che hanno preferito fare ricorso ad essi per evitare di sopportare i costi legati al fatto di detenere il capitale. A differenza delle societ industriali che dispongono di un capitale compreso tra il 30 e il 50% e un debito tra il 70 e il 50%, le banche fanno ampio ricorso alla leva finanziaria con un capitale fino al 12%, ma talvolta solo fino al 5%, e con la percentuale restante composta da capitale di bassa qualit o da debito7. In questo contesto, data lassoluta centralit di una fiducia diffusa per il mantenimento delle condizioni di una facile liquidit, la struttura dei modelli di valutazione del rischio non stata perfezionata in maniera altrettanto minuziosa rispetto allingegneria finanziaria. Le agenzie di rating hanno mostrato infatti una notevole accondiscendenza nei confronti di molti prodotti finanziari, difficili da valutare per la scarsa esperienza storica e per lopacit intrinseca dei crediti strutturati. I prezzi dei titoli valutati sembravano in grado di sfornare sempre e comunque premi allettanti e le agenzie di rating hanno evitato di mettergli un freno, sfruttando la loro condizione di pressoch assoluto monopolio della valutazione che la legislazione USA gli attribuisce sia in rapporto al controllo degli intermediari sia allammissibilit degli strumenti finanziari nel portafoglio degli inve6. N. ROUBINI, Dodici tappe verso la crisi pi grave, La Repubblica, 28 febbraio 2008. 7. M. LONGO, Sar improbabile assistere al crack di grandi banche, Il Sole 24 ore, 25 marzo 2008.

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stitori istituzionali. In tale ottica la filiera della costruzione del valore si snodava attraverso una serie di passaggi il cui grado di sicurezza, per quanto artificiale, stato a lungo sovrastimato; una sopravvalutazione decisamente poco costosa nel particolare caso dei derivati che hanno raggiunto il valore nominale abnorme di 360 mila miliardi di dollari, potendo disporre della solidit attribuita loro dalle frequenti esternazioni di Alan Greenspan che li ha definiti gli strumenti in grado di differenziare il rischio e di allocarlo agli investitori pi capaci e desiderosi di assumerlo. Se per ottenere 100 mila dollari in azioni a Wall Street servono 50 mila dollari in contanti e per comprare a termine con un future 100 mila dollari di greggio sono sufficienti 5 mila dollari, evidente che questultima operazione abbia avuto un appeal maggiore e abbia attirato molti soggetti altrimenti privi di risorse che hanno contribuito cos alla generalizzata fame di liquidit e ad uninsicura sicurezza8. Le molteplici contraddizioni insite nelle pratiche della nuova ingegneria finanziaria hanno cominciato ad esplodere nellestate del 2007 con la crisi degli ormai noti mutui subprime, prestiti concessi a clienti di fatto privi delle garanzie per accedere a forme di credito standard. Tali mutui che nel 1998 erano circa 600 mila, pari al 2% di tutti i mutui USA, sono saliti a quasi 6 milioni alla fine del 2006 per una percentuale del 13,5% del totale. Una crescita tanto tumultuosa si legata alla progressiva contrazione del reddito medio degli americani e alla vera e propria bolla immobiliare per cui chi si indebitava anche a tassi molto alti aveva la certezza quasi matematica di un rialzo del prezzo dellimmobile acquistato decisamente superiore a quello pagato. Al contempo listituto che erogava il credito poteva spalmarlo attraverso le cartolarizzazioni su altri soggetti disposti ad assumere porzioni di rischio in cambio di un interesse. Lintero sistema si reggeva dunque su due elementi: il prezzo delle case in continua crescita e i bassi tassi dinteresse che facilitavano la catena dellindebitamento e la gestione del debito9. Quando il mercato immobiliare nellagosto 2007 ha manifestato chiari segni di regressione10, il primo perno del sistema ha
8. M. RICCI, Cos la speculazione affonda leconomia, La Repubblica, 28 febbraio 2008. 9. Stephen Roach ha messo in luce come dal 2000 il sistema dellindebitamento, a partire dal settore immobiliare, ha reso il Prodotto interno lordo statunitense dipendente dai consumi interni per il 72% (M. MARGIOCCO, Finisce con questa crisi la societ del debito facile, Il Sole 24 ore, 5 aprile 2008). 10. Nel giro di pochi mesi circa 8 milioni di famiglie americane si sono trovate proprietarie di case il cui valore era inferiore al mutuo da pagare e uneventuale riduzione del valore degli immobili, pari al 30%, avrebbe portato il numero delle famiglie in tali condizioni a 16 milioni. Jacques Attali ha tratteggiato la previsione delle conseguenze della crisi finanziaria in un lungo articolo comparso sul Corriere della sera (La crisi della finanza globale finir per castigare lEuropa, 5 aprile 2008), in cui immagina il decisivo intervento della finanza cinese.

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cominciato a cedere e la rincorsa verso il basso posta in essere dalla Federal reserve fino a portare i tassi ben sotto il livello dellinflazione cos da rendere conveniente indebitarsi non sembrata in grado di mettere un argine vero alla crisi. Il problema infatti era duplice: capire le dimensioni reali del fenomeno subprime e individuare quanta parte dei prodotti finanziari circolanti per i ben poco definiti mercati del pianeta fosse stata contaminata dalla cartolarizzazione dei medesimi subprime. Soltanto dando una risposta convincente a queste due domande sarebbe diventato possibile limitare gli effetti di un credit crunch, di una restrizione dei cordoni del credito dovuta alla paura da parte di banche e operatori di finanziare attivit gi compromesse. Ci risultato particolarmente importante perch, a differenza di quanto avveniva fino al 2004 allorch gran parte dei mutui era gestita da due societ pubbliche o semipubbliche (come Fannie Mae, Guinnie Mae e Freddie Mac responsabili del 70% di tutte le emissioni di titoli con mutui o asset immobiliari come collaterali) dal 2006 oltre il 57% di tali titoli finito nellorbita di banche e finanziarie, sia di quelle specializzate come Indymac, Wamu e Countrywide sia di quelle di gran nome, da Leheman Brothers a Jp Morgan, da Goldman Sachs fino a Bear Sterns; tutte realt che hanno pagato a caro prezzo una simile esposizione, senza peraltro che le agenzie pubbliche siano riuscite ad avere conti migliori vista la mole di mutui subprime cartolarizzati. La sicurezza generata dalla distribuzione del rischio divenuta cos, con estrema velocit, paura dilagante11. Davanti ad una dispersione tanto marcata, laccennata stima delle perdite connesse alla bolla subprime risulta estremamente complessa e tale da scatenare vere e proprie controversie. Le sterminate distese dei mercati non sono pi rappresentate in nessuna mappa del rischio e forse nemmeno rappresentabili. Quando Goldman Sachs, con le sue enormi difficolt, stata costretta a rivedere in poco tempo le valutazioni circa le perdite indotte dalla crisi globale del credito, portandole da 445 a oltre 1.200 miliardi di dollari, lunica certezza rimasta quella di navigare a vista, senza carte nautiche e armati della speranza di non incappare negli scogli di una recessione gi affiorata. derivata da qui lenorme instabilit dei mercati, messi costantemente sotto pressione dal bisogno di liquidit per alimentare erogatori di credito e acquirenti di carta commerciale a corto di risorse e senza una propriet certa. La mancanza di una struttura proprietaria stabile ha portato con s, altrettanto frequentemente, rischi di insider trading
11. M. MARGIOCCO, I dieci perch della crisi dei mutui, Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2007.

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finalizzati a stravolgere il valore reale degli asset a cui i fondi, per i caratteri prima accennati, non sono mai legati in maniera duratura. Lessere inoltre fuori dalle Borse ha accentuato ancora di pi questa opacit, che si estende ovviamente alle societ in cui tali fondi decidono di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, come ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigantesche investment banks, senza sopportarne il costo fiscale e senza sottomettersi alle regole previste per tali funzioni. Proprio la vicenda Blackstone permette peraltro di allargare ancora il ventaglio dei problemi in quanto nel suo capitale ha fatto ingresso uno degli ormai noti fondi sovrani in mano al governo cinese, con lacquisizione di una significativa quota del 10%. Un fondo opaco risulta cos partecipato da uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politico che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema produttivo in varie parti del pianeta, lidea che il mercato abbia delle regole a cui i players devono correttamente rispondere appare assai debole, tanto pi se, come avvenuto, gli esiti dellintera operazione sono stati decisamente negativi. Ai fini della trasparenza della catena della propriet societaria certo non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fiscali. Le isole Cayman sono la capitale mondiale dellindustria degli hedge, tanto che su 9.000 fondi censiti nel primo semestre 2007, 8.522 pari all87% del totale risultavano registrati a George Town. Qualche preoccupazione in tal senso emerge anche in relazione alla propriet delle ruggenti imprese cinesi, dove accanto allo Stato compaiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi da paradisi fiscali (11 miliardi dalle sole Virgin Islands), contro i soli 3 miliardi provenienti formalmente dagli Stati Uniti. Del resto, nonostante la definizione nel 2000 di una black list da parte dellOCSE che conteneva lindicazione di 35 Stati qualificati come paradisi fiscali a cui venivano richiesti precisi chiarimenti in termini di trasparenza, gli ultimi anni hanno conosciuto solo un adeguamento formale da parte di tali soggetti a regole condivise in sede internazionale. Le isole Cayman dal 2000 al 2008 hanno ad esempio registrato una crescita delle loro passivit bancarie con gli investitori esteri da 781 a 1.721 miliardi di dollari. La presenza di un sistema dai contorni cos indefiniti, in particolare in relazione alla questione decisiva degli assetti proprietari, e che ha gi conosciuto una violenta deflagrazione non permette dunque di sapere molto in merito a cosa potr accadere sui mercati nei prossimi tempi. interessante notare a questo riguardo lo sforzo posto in essere da G8 e dalle autorit finanziarie internazionali per stabilire, proprio per fronteggiare la crisi, degli argini al fenomeno stesso dei paradisi fiscali

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Una breve premessa

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spingendo la Svizzera allabbandono del segreto bancario, attraverso il superamento della distinzione fra evasione fiscale e frode fiscale, in maniera da scatenare un processo virtuoso anche in realt analoghe. Nel momento in cui deflagrata la crisi e serve denaro pubblico chiaro che la permanenza dei paradisi fiscali non pi tollerabile e forse imporre regole migliori diventa pi facile se una larga parte dei 2.000 miliardi di dollari di asset depositati in Svizzera stanno dirigendosi in maniera inattesa verso gli Stati Uniti, a dimostrazione del materializzarsi della paura anche nei confronti dei luoghi tipici della finanza anonima. Il capitalismo finanziario, nel costante tentativo di perfezionarsi e di creare nuova ricchezza ben oltre la disponibilit del sistema produttivo, ha smarrito ogni traccia di identificazione fino a perdere la propria identit e a rendere anonimo e imprevedibile il rischio connesso alle proprie attivit. In un arco di tempo molto breve si passati dalla scomparsa del rischio alla sua assoluta dilatazione, due dimensioni entrambe evidentemente artificiali.

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I CAPITALI TORNANO A CASA

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

Pur tra mille incertezze, tuttavia alcuni elementi sembrano profilarsi gi con una notevole evidenza tanto da suggerire almeno qualche ipotesi credibile di lettura delle trasformazioni in atto. In primo luogo, di fronte alla crisi finanziaria mondiale in corso un fenomeno di evidente ritorno a casa dei capitali; i grandi investitori internazionali che avevano fatto ampio uso negli anni passati del carry trade, indebitandosi laddove il denaro costava poco, per effetto dei bassi tassi e dellampia liquidit, e mettendo le risorse cos ottenute nei mercati emergenti pi redditizi stanno smontando queste posizioni divenute troppo rischiose per tornare a impiegare le loro disponibilit nelle economie di provenienza, Stati Uniti in primis, dove puntano a rimborsare ed estinguere crediti contratti a tassi molto bassi. I flussi di capitale dai paesi occidentali a quelli in via di sviluppo sono crollati tra il 2007 e il 2009 dell82%, coinvolgendo persino gli investimenti diretti esteri, la forma pi stabile dei flussi, che sono scesi dai 304 miliardi di dollari dal 2007 ai 197 del 2009. Anche le rimesse degli emigrati stanno subendo una marcata riduzione per effetto della crisi, con una diminuzione del 20% nel corso degli ultimi mesi del 2008. Crescono invece i flussi netti, dati dalla differenza fra gli acquisti e le vendite, di capitali verso gli Stati Uniti, pari a quasi 160 miliardi di dollari che si articolano in rientro di capitali dallestero, passivit bancarie e acquisto di titoli di Stato USA. Questo fenomeno crea grandi tensioni valutarie perch rende ostica ogni previsione sulle sorti del dollaro, da un lato rafforzato dal ritorno in patria dei capitali nonostante il bassissimo tasso di interesse praticato dalla Federal reserve, fissato a met dicembre 2008 tra lo 0 e lo 0,25% e dallaltro penalizzato dalle stime relative alleconomia USA e al debito federale. Difficile dire come si evolver una tale situazione, decisamente anomala e legata anche ai giganteschi piani di sostegno messi in campo dai governi nazionali, con fini di stabilizzazione. Si profila infatti uno scenario in cui leconomia americana attrae la propria moneta grazie agli aiuti pubblici ma al tempo stesso il tasso zero spinge gli investitori a dar corpo ad un nuovo carry tra-

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

de, questa volta con la presa in prestito gratis del denaro negli Stati Uniti per impiegarlo altrove. La crisi e i bassi rendimenti generalizzati in giro per il mondo rendono per difficile trovare soluzioni realmente alternative; le autorit americane sembrano scommettere sulla permanenza in patria dei capitali presi in prestito e per questo hanno fatto in dodici mesi quello che il Giappone ha impiegato 12 anni a fare1. In tal senso, dopo un brusco arresto del processo di globalizzazione sembra essersi avviata una vera e propria deglobalizzazione. certo che il quadro di riferimento internazionale sta mettendo in tensione le valute pi fragili e in una simile ottica le questioni monetarie risultano particolarmente spinose per i microstati, per gli Stati di ridottissime dimensioni che ormai da tempo dimostrano di soffrire le instabilit delle proprie valute di riferimento. Le vicende dellIslanda, che ha conosciuto una vera e propria bancarotta del sistema bancario ed ha avuto bisogno di ben 10 miliardi di dollari di aiuti internazionali, sono emblematiche di questa condizione; il cambio rapidamente crollato, rendendo molto difficili le importazioni e azzerando le riserve valutarie, con immediata scomparsa degli investitori esteri. Si tratta di realt piccole che per, come gi avvenuto in passato, possono innescare fenomeni di pi ampie dimensioni, scatenando reazioni a catena. Stanno sparendo, in parallelo con i fenomeni sopra ricordati, i prestiti internazionali ad opera delle banche che sono coinvolte in maniera profonda nella crisi: i dati della Banca dei regolamenti internazionali indicano in 1.100 miliardi di dollari, pari al 3%, la riduzione che si verificata nel solo 2008; una fuga che, bene precisarlo, si avviata negli ultimi mesi dellanno con una notevolissima consistenza e non fa presumere nulla di buono. In maniera analoga, si stima che nel 2009 il credito ai paesi emergenti crolli da oltre mille miliardi a 150 miliardi di dollari. Solo le banche americane, che hanno subto nel terzo trimestre 2008 il ritiro dai loro conti correnti di 483 miliardi di dollari da parte di possessori esteri, hanno erogato 587 miliardi di dollari in meno agli investitori non americani. Dopo il noto fallimento del fondo LTCM, avvenuto nel 1998, il calo dei prestiti bancari internazionali fu soltanto dell1,2% mentre in seguito allo scoppio della bolla di internet, nel 2001, la contrazione sfior appena l1%. In questo contesto particolari preoccupazioni interessano lAfrica subsahariana dove 11 paesi hanno un sistema bancario per oltre il 70% in mani estere e dunque subiscono il rischio di un rapido rientro dei capitali. Anche i fondi hedge, che come le banche daffari si finanziano sul mercato emettendo titoli, hanno scontato enormi difficolt e per ripagare le proprie
1. R. SORRENTINO, Calo record per il dollaro, Il Sole 24 ore, 18 dicembre 2008.

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esposizioni debitorie hanno cercato di stabilizzare il loro portafoglio vendendo i titoli migliori e riducendo drasticamente lattivit. Nonostante ci ormai evidente che queste realt, importanti nel far circolare i capitali negli ultimi anni, sono destinate a scomparire almeno nella percentuale del 50-60%, una sparizione accelerata dal fatto che molti di tali fondi sono di piccole dimensioni: oltre l80% del totale dei fondi hedge gestisce meno di 100 milioni di dollari2. In questi stessi mesi sta profilandosi un altro dato preoccupante: nel 2009 scadranno i debiti del sistema industriale mondiale per oltre 1.000 miliardi di dollari, senza considerare i bond, e sar certo pi difficoltoso rifinanziarli dal momento che nella parte finale del 2008 oltre l83% delle banche americane hanno ridotto o reso maggiormente onerosi i propri finanziamenti. Della montagna di debiti in scadenza quasi 600 miliardi fanno capo a societ statunitensi e molte di esse hanno visto duramente penalizzato il proprio rating, alla luce della vigorosa stretta che le agenzie di valutazione hanno dovuto imporre ai propri criteri. evidente quindi che tale sistema abbia bisogno di nuova liquidit bancaria e molto difficilmente la otterr in queste condizioni. Ci provocher numerose chiusure di aziende in giro per il mondo con una crescita dei default del 7,5%: solo negli USA questo significa la bancarotta di circa 125 grandi societ nel corso di un anno, fatti salvi interventi esterni, ad esempio da parte dellautorit federale3. Pi in generale, secondo le valutazioni di Euler Hermes uno dei pi grossi assicuratori mondiali di rischi sul credito nel corso del 2009 falliranno in Europa ben 200 mila imprese, 1/3 in pi di quelle fallite nel 2007. Si tratta di stime concepite peraltro prima dellulteriore aggravarsi della crisi.
CASI DI INSOLVENZA NEL 2008
Stati Uniti Giappone Cina Germania Francia Gran Bretagna 41.200 15.800 4.570 30.100 56.000 28.500

PREVISIONI 2009
+50% +8% +10% +12% +12% +34%

Non bisogna dimenticare che nel giro di pochissimi mesi stata stravolta la geografia di un intero settore come quello delle banche
2. M. NIADA, Hedge a rischio estinzione, Il Sole 24 ore, 26 ottobre 2008. 3. Si vedano in tal senso le considerazioni di M. LONGO, Industria esposta per mille miliardi di dollari, Il Sole 24 ore, 9 novembre 2008.

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dinvestimento: Lehman Brothers fallita, Merrill Lynch stata acquistata da Bank of America, Bear Stearns, grazie ad un prestito ponte, stata rilevata da JP Morgan Chase, che ha acquisito anche Washington Mutual, mentre Wachovia stata comprata da WellsFargo. inevitabile dunque una fortissima contrazione del credito specializzato. Nel pi generale comparto bancario poi Citigroup ha dovuto accettare, in cambio di uniniezione di liquidit pari a 52 miliardi di dollari e di garanzie per oltre 300 da parte del Tesoro federale, una profonda ristrutturazione con il siluramento di Robert Rubin e soprattutto con labbandono del modello, a lungo inseguito, del conglomerato finanziario globale, peraltro perdendo subito molti soldi vista la cessione di Smith Barney ad un prezzo di 2,7 miliardi contro gli 11 a cui era valutata dal mercato. Leffetto di ci un sostanziale ridimensionamento dellistituto, che dovrebbe ridurre le proprie ambizioni, stabilendo maggiori legami con Morgan Stanley in tema di brokeraggio.
GENNAIO 2007
JP Morgan Chase Citigroup Bank of America Morgan Stanley Goldman Sachs Lehman Brothers BNP Paribas Royal Bank of Scotland Deutsche Bank Lloyd Bank Barclays Ubs Credit Suisse 167 273 239 86 84 41 101 123 69 63 93 127 84

GENNAIO 2009
84 20 42 17 27 0,03 28 7 13 10 7 32 23

* Valore di mercato in miliardi di dollari. Tra gennaio e marzo 2009 Citigroup ha perso il 78%, Bank of America il 72%, Ubs il 37%, Deutsche Bank il 25%.

Nel febbraio 2009 lamministrazione americana di fronte, al perdurare delle difficolt dellistituto, ha prefigurato lipotesi di acquistare fino al 40% del capitale di Citigroup, convertendo in azioni ordinarie i titoli privilegiati gi ottenuti in precedenza in cambio di iniezioni di capitali pubblici per circa 45 miliardi di dollari. Anche Bank of America, dopo il salvataggio di Merrill Lynch, ha registrato in un trimestre perdite per quasi 1,8 miliardi di dollari e ha avuto bisogno quindi dellinterven-

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to del Tesoro USA, ricevendo uniniezione di 20 miliardi di dollari e la garanzia per future perdite dovute ad asset in pessime condizioni per altri 118 miliardi4. Gi nel 2008, inoltre, a conferma della difficolt di rastrellamento dei capitali, sono crollate le operazioni di IPO (Initial Public Offering), pari a 95 miliardi di dollari contro i 257 dellanno passato, e si sono concentrate per oltre il 62% nei paesi in via di sviluppo5. Come pesante corollario di ci, sar inevitabile che le imprese, al pari degli Stati, che vorranno rifinanziarsi dovranno pagare interessi sensibilmente pi alti, per molti versi in maniera indipendente dalle sempre meno efficaci politiche monetarie. Una recente ricerca di Barclays Capital ha aggiunto elementi di preoccupazione nella misura in cui ha dimostrato che nel corso del periodo 1998-2008 le azioni hanno costituito una delle classi di attivit con il peggior ritorno, pari negli Stati Uniti a uno 0,3% annualizzato; in tal senso verrebbe smentito uno degli assiomi pi frequentemente ribaditi dagli analisti, per il quale proprio le azioni nel lungo periodo sono la tipologia di investimento pi remunerativa6. In questo senso in atto un fenomeno assai particolare per cui molti investitori tendono a vendere azioni e comprare obbligazioni delle stesse societ di cui hanno venduto le azioni. Non a caso nel mese di gennaio 2009 sono stati emessi sui mercati corporate bond per quasi 170 miliardi di dollari, una vera e propria cifra record, giustificata in gran parte dallelevato rating dei titoli emessi e dal discreto spread rispetto ai titoli di Stato. Al maggior costo del rifinanziamento si aggiunge quello dei credit default swap (CDS), gli strumenti nati per proteggere i possessori di titoli di societ dal rischio del fallimento di queste ultime; il loro costo ormai salito alle stelle e costituisce una pericolosa fonte di instabilit qualora tali titoli diventassero, per effetto dellallargarsi della crisi, non pi solvibili. Nel caso italiano i CDS hanno accresciuto il loro costo in termini di percentuali di punto, riferiti al sistema bancario, dai 6 del maggio 2007 ai 185 di gennaio 2009, mentre in Inghilterra sono saliti da 4 a 145, in Francia da 1 a 72, in Germania da 6 a 63. Proprio alla luce di queste difficolt da pi parti si sostiene lesigenza di costituire una clearing house europea, una camera di compensazione che dia corpo ad una controparte centrale per i CDS per limitare le paure di fallimenti diffusi anche dei titoli destinati a proteggere dai fallimenti.
4. M. VALSANIA, Bankamerica-Merrill, il Tesoro salva la fusione, Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2009. 5. M. MONTI, Borse senza matricole: 2008 nero per le IPO, Il Sole 24 ore, 13 dicembre 2008. 6. A. MERLI, Cera una volta il culto delle azioni, Il Sole 24 ore, 11 febbraio 2009.

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Per citare un esempio eloquente delle ricadute di questo quadro, caratterizzato da minori propensioni al rischio e da costi maggiori, nei confronti delle economie deboli possibile fare riferimento al caso sudafricano dove il rand ha perso il 43% del suo valore in relazione alla forte crescita del deficit estero che in pochi mesi ha raggiunto quasi l8% del PIL. Anche in Kenya il deficit annuale con lestero aumentato del 63% gi nellestate, toccando un valore di circa 1,5 miliardi di dollari, oltre il 5% del PIL. Una situazione simile riguarda la Georgia, che ha un deficit con lestero pari al 26% del PIL e per finanziarlo ha emesso un prestito da 750 milioni di dollari, ora sottoposto alle intemperie dei mercati7. In condizioni forse ancora peggiori si trovano Lettonia, Ucraina e Romania, che hanno conosciuto un brusco declassamento del loro debito pubblico. A met dicembre 2008 poi esploso il caso clamoroso dellEcuador che ha dichiarato la propria impossibilit a pagare 31 milioni di dollari sulle obbligazioni in scadenza. Il vero timore in un contesto siffatto proviene dal pericolo che la fuga dei capitali esteri, la svalutazione della moneta e il crollo dei prezzi delle materie prime spingano le economie di molti paesi deboli verso linformalit, verso la fuga in direzione di dimensioni degli scambi caotiche in cui si rafforzano elementi di marcata illegalit. In maniera analoga, alcune economie dellEst Europa stanno conoscendo un brusco indebolimento della loro moneta; in particolare lo zloty polacco e il fiorino ungherese hanno incontrato gravi difficolt mettendo a rischio i risparmiatori che negli ultimi anni avevano contratto mutui denominati in euro o in franchi svizzeri e si trovano ora a pagare rate decisamente pesanti. Questo tracollo cos pesante rischia di colpire duramente anche leuro per gli ormai stretti legami con le valute dellEst, soprattutto qualora si tenga presente che secondo recenti stime di Ubs le aziende e i risparmiatori dellEst Europa dovranno rimborsare alle banche occidentali ben 400 miliardi di dollari di debiti. Recentemente il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, ha fornito fosche previsioni in merito allimpatto globale della crisi nei confronti delle zone pi fragili del pianeta, stimando 46 milioni di nuovi poveri che andranno ad aggiungersi nel 2009 ai circa 50 milioni di poveri generati lanno precedente dal fenomeno dellagroinflazione. Per evitare ci ha proposto che lo 0,7% degli interventi a sostegno delle economie dei vari paesi, messi in essere in questi mesi, confluisca in un fondo di vulnerabilit finalizzato ad attenuare le conseguenze della crisi nei riguardi delle realt pi povere.
7. R. SORRENTINO, Allarme prestiti nei Paesi poveri, Il Sole 24 ore, 30 novembre 2008.

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Stati e aziende, in una simile bufera, sembrano essere nella medesima situazione; a reggere meglio sono quelle realt in cui il credito continua ad essere erogato come avviene nel caso del Brasile dove il rapporto tra credito e PIL salito dal 28 al 35% nel periodo 2005-2008. In questo paese, per, alla stregua di quanto accade in altre realt sudamericane, per consentire il normale funzionamento del sistema bancario in atto una riduzione del costo del denaro: il tasso brasiliano cos sceso gi a gennaio 2009 al 13,75%, quello dellArgentina al 12, quello della Colombia al 9,50, quello del Messico al 7,75 e quello del Per al 6,50. Questo sta determinando una bassa remunerazione garantita dai titoli di Stato di tali paesi e gli effetti di ci potrebbero essere una rapida fuga dei capitali esteri8. Contro un simile rischio le politiche economiche di alcuni Stati latinoamericani hanno previsto un ingente stanziamento di fondi pubblici nel settore delle infrastrutture; il Brasile ha messo sul tavolo 280 miliardi di dollari dal 2007 al 2010, il Messico 44,6, la Colombia 24,5 e il Per 10. Nonostante ci le stime per il 2009 vedono per il Brasile una crescita del PIL ferma allo 0,5% contro il 5,5 del 2008 soprattutto per le difficolt dellindustria siderurgica, meccanica e della plastica. Ormai le difficolt investono anche la Svezia, dove il PIL ha registrato una perdita vicina al 5% nel quarto trimestre 2008, la Finlandia, ufficialmente in recessione dal febbraio 2009, e la Danimarca. Di fronte alla crisi il mondo diventato realmente piatto, pi di quanto non lo sia stato duramente la globalizzazione.

8. R. DA RIN, Il Sudamerica corre ai ripari con unondata di tagli ai tassi, Il Sole 24 ore, 21 gennaio 2009.

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I PREZZI IMPAZZISCONO

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La crisi finanziaria e la temporanea scomparsa della liquidit, pur con tassi vicini allo zero, che hanno portato lEuribor a livelli molto bassi, hanno provocato parimenti un andamento schizofrenico e del tutto imprevedibile del prezzo delle materie prime, dei beni agricoli e dellenergia. Nel corso del 2008 si assistito ad un incredibile rialzo dei prezzi, non certo dettato dagli andamenti del mercato reale, e poi durante lestate con lesplosione della crisi finanziaria, interpretata come lavvio di una dura recessione anche nei paesi emergenti, ad un altrettanto rapido ribasso, con leffetto di produrre una vera e propria doccia scozzese su molte economie, in particolare su quelle fragili, private di ogni possibilit di consolidamento. Nel giro di qualche mese, rispetto alla primavera 2008, il prezzo del nickel ha perso circa il 70%, il piombo, lo zinco e il rame poco meno del 60%, mentre lalluminio ha subto una contrazione del 40%. La fibra di cotone sul mercato a termine di New York passato dai 68 cents per libbra alla fine del 2007 agli 89,15 cents a marzo 2008 per scendere a 49 a fine anno. Una sorte analoga hanno conosciuto le commodities con lindice Reuters-Jefferies Crb che caduto del 36%, a 229,54 cents, il peggiore crollo dal 1956, anno di debutto di tale misurazione. Anche lindice Baltic dry, che misura il corso dei noli marittimi per carichi secchi crollato del 91%, scendendo al livello del 1986. Solo il minerale di ferro riuscito a conservare le proprie posizioni perch i contratti di fornitura si reggono su negoziazioni annuali1 e tra le commodities hanno tenuto cacao e zucchero, questultimo sospinto in particolare dalla decisa diminuzione della produzione indiana, secondo produttore mondiale, costretto ad importare fino a 2 milioni di tonnellate di grezzo per compensare il calo dellofferta locale. Ancora il Sudafrica fornisce un esempio di questo processo: da l proviene infatti l80% del platino mondiale e in pochissimi mesi questo metallo,
1. R. CAPEZZUOLI, La crisi riduce i mercati per miniere e fonderie, Il Sole 24 ore, 19 novembre 2008.

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fondamentale per la bilancia commerciale del paese, ha perso il 60% del suo valore di mercato. In Kenya, per usare lesempio precedente, la rapida discesa del prezzo del caff ha ridotto drasticamente le entrate e ha convinto il governo a rimandare, anche alla luce delle nuove condizioni dei mercati finanziari, lemissione di un eurobond per 500 milioni di dollari. Pi in generale la discesa dei prezzi delle materie prime e dellenergia render ben pi difficile sia la rinegoziazione da parte dei governi di vari Stati africani delle concessioni minerarie con compagnie estere (si pensi al caso del rame, il cui prezzo era passato da 1.178 dollari la tonnellata nel 2003 a 8.348 dollari allinizio del 2008), sia lintroduzione di forme di tassazione degli utili delle stesse societ estere basate sulla crescita del prezzo dei beni da esse commerciati (secondo il modello della windfall tax). Al tempo stesso la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli potr disinnescare i fenomeni di agroinflazione che hanno caratterizzato il 2007 e parte del 2008: il rischio tuttavia costituito dal fatto che il calo del prezzo dei prodotti agricoli, come gi sembra, sia decisamente pi lento (nellordine solo del 5%) rispetto allandamento di prezzo delle materie prime o dellenergia, colpite pi duramente dalle paure di recessione. significativo rilevare a riguardo che il biennio 20082009 sta registrando una forte diminuzione di soia e mais per effetto dei cattivi raccolti di Argentina e Brasile, con un calo delle quotazioni dei futures inferiore all1%, mentre il crollo dei consumi del cotone a livello planetario sta riducendo drasticamente le aree coltivate con conseguenze non ancora prevedibili. Alla luce di simili dati diventa sempre pi difficile distinguere fra prezzi finanziari e prezzi reali delle commodities originando un quadro in cui la stessa definizione di prezzo assai complessa. Nel caso del petrolio la questione cruciale rappresentata dal prezzo di riferimento internazionale che, ovviamente, non lo stesso per tutti i paesi produttori, neppure per quelli presenti nel cartello OPEC. Un prezzo al barile compreso fra i 40 e i 50 dollari significa un livello di remunerazione per molti paesi inferiore ai costi di produzione e lavorazione, con possibili conseguenze in termini di riduzione futura della produzione e quindi di nuovi rialzi di prezzo; lAgenzia internazionale dellenergia, che riunisce 28 paesi consumatori di petrolio, ha segnalato il pericolo che vengano meno gli investimenti indispensabili per mantenere la produzione in molte realt destinate a scontare le difficolt planetarie del credito. Questa situazione determinata anche dal fatto che molte majors sia pubbliche che private hanno preferito ricomprare proprie azioni piuttosto che fare investimenti negli impianti

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I prezzi impazziscono

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e nella ricerca2 genera delle evidenti conflittualit; se per lArabia Saudita sufficiente un prezzo di 54 dollari al barile per conservare in equilibrio i conti con lestero, per il Venezuela, dato il pesante sistema di costi interni, necessario che il prezzo del barile stia stabilmente sopra i 102 dollari3, pena un ulteriore aggravarsi delle condizioni monetarie, faticosamente tenute insieme dal cambio fisso del bolivar con il dollaro, stabilito nel 2003 ad un impossibile 2,15 (che scatena un gigantesco cambio nero). chiaro quindi che per i due paesi, entrambi membri influenti dellOPEC, le quantit di produzione da immettere sul mercato debbano essere assai diverse, con conseguenti tensioni internazionali; il Venezuela in particolare sembra costretto a rivedere le proprie posizioni nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali cercando di indurle a fare nuovi investimenti per sviluppare le riserve dellOrinoco Belt4. Un atteggiamento molto differente adottato invece dalla Bolivia e dalla Libia che, di fronte alla previsione di una riduzione drastica del prezzo dellenergia, tendono ad accelerare i processi di nazionalizzazione delle proprie risorse. Il presidente Morales ha acquisito per via legislativa il controllo della societ petrolifera Chaco, mentre il colonnello Gheddafi ha indicato in 100 dollari il prezzo ragionevole del barile di petrolio, al di sotto del quale ritiene necessario procedere alla nazionalizzazione. Le stesse tensioni, sia pur con intensit diversa, attraversano Iran e Iraq, beneficiati nellultimo anno dai prezzi alti. Per lIraq, dove le esportazioni di petrolio garantiscono il 95% delle entrate, la discesa dei prezzi provoca enormi problemi alla ricostruzione del paese, mentre lIran continua a sperare nella Cina con cui ha firmato un contratto per sviluppare il giacimento petrolifero di Azadegan. Considerazioni analoghe sono possibili per le compagnie petrolifere private; solo le pi grandi hanno i mezzi per continuare ad investire, nel caso i prezzi del barile crollino per un periodo di tempo non breve. Di questo passo ha dichiarato Christophe de Margerie, amministratore delegato di Total c il rischio che una produzione gi debole si presenti ancora pi indebolita allappuntamento con la ripresa economica causando una nuova fiammata dei prezzi e, quel che peggio, compromettendo le possibilit di rilancio5. I budget stanziati per il 2009 dalle principali majors certificano un simile dato con evidenti restrizioni; ConocoPhillips, il terzo gruppo USA, ha limitato i
2. Un rilievo di questo tipo stato espresso dal petroliere russo Valere Golovushkin in unintervista concessa a F. FUBINI, Petrolio, a questi prezzi la produzione si fermer, Corriere della sera, 11 dicembre 2008. 3. R. CAPEZZUOLI, OPEC verso un rinvio dei tagli, Il Sole 24 ore, 29 novembre 2008. 4. L. DAVI, Petrolio, investimenti fermi, Il Sole 24 ore, 18 gennaio 2009. 5. A. GERONI, Petrolio, prezzi troppo bassi, Il Sole 24 ore, dicembre 2008.

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

propri stanziamenti del 18% (12,5 miliardi DI DOLLARI?) e persino Total, che aveva annunciato un piano di sviluppo, ha dovuto riconsiderare i suoi impegni. davvero singolare peraltro che la contrazione degli investimenti da parte delle compagnie petrolifere si sia manifestata nellanno degli utili record, quando Exxon ha chiuso con 45 miliardi di dollari di utili e Chevron con 24 miliardi; nonostante ci, sono stati sufficienti i dati in flessione dellultimo trimestre per convincere i vertici delle majors a rivedere i loro investimenti. Non certo un caso cos che, davanti ad una situazione siffatta, alcuni paesi membri dellOPEC stiano facendo pressione su esportatori come Russia, Messico e Norvegia perch entrino a far parte dellorganizzazione allo scopo di raggiungere un prezzo stabile intorno ai 75 dollari il barile. Non casuale neppure, per gli stessi motivi, che le autorit russe abbiano manifestato il proprio interesse nei confronti di simili proposte. Rimane per la grande attrazione esercitata dalla possibilit di vendere senza quote e questo ha indotto il vicepremier Igor Sechin a dichiarare che nel 2009 la Russia non ancora in grado prendere impegni definitivi in termini di produzione, tanto pi se i prezzi continueranno a scendere. Nel 2009 stata prevista infatti una riduzione di 1,4 milioni di barili al giorno della domanda di greggio negli Stati Uniti, una diminuzione reale quindi del mercato fisico, per quanto a livello planetario la contrazione sia soltanto di 200 mila barili. A tale riduzione si unisce un sensibile aumento delle scorte negli Stati Uniti, che spinge lArabia Saudita in direzione di una riduzione complessiva della produzione di 2 milioni di barili dal momento che, dopo anni di dominio finanziario, la questione cruciale sembra tornare ad essere quella dei consumi veri6. Il rischio che la via duscita da parte dellOPEC sia individuata in unulteriore accentuazione del monopolio delloro nero, soprattutto se si approfondisce lattuale fase di contango, la situazione in cui i futures per consegna lontana costano pi di quelli a scadenza immediata, con leffetto di provocare un costante accumulo di giacenze nel terminale di Cushing, in Oklahoma, punto di consegna del Nymex7. A conoscere una tendenza al ribasso non solo il petrolio ma anche la benzina, soprattutto per quel che riguarda la componente finanziaria; il future sulla benzina Rbob passato dai 3,57 dollari al gallone del 3 luglio a 1,07 di met novembre, con un crollo del 72%. Simili ribassi stanno provocando dunque scossoni violenti nel settore delle ma6. D. TABARELLI, Dal greggio un anticipo di deflazione, Il Sole 24 ore, 18 dicembre 2008. 7. R. CAPEZZUOLI, La manovra ribassista altera ancora il mercato, Il Sole 24 ore, 18 gennaio 2009.

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

I prezzi impazziscono

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jors petrolifere, modificando alcune delle gerarchie consolidatesi negli ultimi anni in relazione ai dividendi distribuiti e al valore di capitalizzazione societaria. Sul mercato fisico, quello della domanda e dellofferta reale, sta scendendo altrettanto rapidamente il prezzo della nafta, a testimonianza di una profonda crisi dellintero settore petrolchimico. Ma siamo davvero sicuri che questa riduzione sia destinata a durare? LEuropa importa il 50% del suo gas dalla Russia tramite due soli grandi gasdotti che attraversano Ucraina e Bielorussia, due paesi tuttaltro che tranquilli. Entrambi i paesi si battono con Gazprom, la principale compagnia energetica russa, per ottenere prezzi molto bassi per le loro forniture di gas. Il ricatto posto in essere assai semplice; se la Russia intende attraversare con il proprio gas il territorio ucraino e bielorusso per portarlo in Europa, dove si trova il suo principale mercato di destinazione, deve accettare di distribuirlo in Ucraina e Bielorussia a prezzi popolari. Nel momento in cui per Gazprom deve fare i conti con prezzi del gas pi bassi del passato, non pu permettersi sconti e di conseguenza indotta a chiudere i rubinetti del gas verso lUcraina che a sua volta, di riflesso, rallenta i flussi in transito verso lEuropa. Derivano da qui le preoccupazioni dei governi del Vecchio continente che temono una guerra del gas tra Russia e Ucraina motivata anche dalle accuse rivolte da Kiev a Mosca di utilizzare intermediari come RosUkrEnergo, molto costosi e politicamente ostili al governo ucraino con pesanti effetti sui propri approvvigionamenti. Se a ci aggiungiamo che la Russia, per rafforzare la sua posizione di monopolista, si fatta promotrice della nascita di unOPEC del gas con Iran e Algeria, chiaro che la tendenza dei prezzi del gas a ribassare non per nulla scontata. Dal 2001, infatti, esiste il Gas Exporting Countries Forum, che riunisce ormai ben 15 paesi e ha sede a Doha, in Qatar; tale organismo controlla di fatto il 73% delle riserve mondiali di gas e il 42% della produzione. Non prevede ancora la determinazione di quote finalizzate a definire i prezzi, limitandosi a costituire una sede privilegiata per lo scambio di informazioni tra i paesi membri: molto probabile tuttavia che sotto la spinta della Russia possa divenire a breve il luogo delle politiche energetiche di alcune realt esportatrici di primissimo piano8. Una considerazione analoga si potrebbe fare per il petrolio. vero che gli Stati Uniti hanno, questanno (2009?), ridotto la loro domanda, ed vero che leconomia cinese si raffreddata, cos come vero che la speculazione finanziaria si sgonfiata. Ma altrettanto vero che le grandi compagnie petrolifere hanno limitato gli investimenti e che, con un mercato caratterizzato da prezzi molto bas8. A. SCOTT, La Russia fonda il club del gas, Il Sole 24 ore, 24 dicembre 2008.

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si, numerosi paesi non sono pi nelle condizioni di estrarre greggio perch i loro costi di produzione non rendono pi remunerativi gli investimenti. Di nuovo dunque saranno decisive le aree dove estrarre petrolio costa poco: il Medio Oriente e il Golfo Persico, ora minacciati da gravissime tensioni. Non bisogna dimenticare infatti che se il fabbisogno globale di idrocarburi dovesse crescere nei prossimi dieci anni persino di un modesto 1% lanno, saranno necessari 48 milioni di barili di petrolio in pi rispetto al consumo attuale. probabile quindi che anche questi prezzi torneranno a crescere in tempi non troppo lunghi. Per i generi alimentari il declino dei prezzi in realt non si ancora neppure consolidato e i dati ISTAT, relativi al nostro paese, segnalano che a dicembre (anno?) laumento di pane e cereali stato del 7,8%. Nonostante la crisi finanziaria tuttavia non sono cessate le tanto deprecate cartolarizzazioni; nel 2008 il volume delle nuove operazioni di tale tipo stato pari a 711 miliardi di euro per il 95% utilizzate come collaterale per la BCE e con una crescita del 56% rispetto allanno precedente. Negli Stati Uniti invece le cartolarizzazioni nel corso del 2008 si sono ridotte, ma hanno continuato ad avere un valore di poco superiore ai 930 miliardi di dollari. Se anche solo una parte di questa carta, come naturale, finisce nel mercato petrolifero, ai primi segnali di aumento dei prezzi reali pu scatenarsi di nuovo una forte speculazione rialzista. Una tendenza che la Cina comunque non smetter di alimentare, pur nelle difficolt attuali di cui si tratter in seguito. un fenomeno strutturale; ha dichiarato Wei Wang, fondatore della M&A Association grazie alla globalizzazione, la Cina diventata il principale polo manifatturiero del pianeta. In quanto tale ha bisogno di una quantit crescente di materie prime per produrre ci che viene richiesto dalla domanda mondiale. Dunque la pressione sui prezzi sar costante, ben oltre la recessione che rende la deflazione un effetto tanto profondo quanto transitorio.

ARRIVA LO STATO

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Alle principali trasformazioni in atto nel mercato dei capitali privati si affianca un ulteriore dato nuovo rappresentato dallintervento dello Stato nelleconomia che si articola in molte forme, ma che sul piano della circolazione internazionale dei capitali significa in primo luogo una forte concorrenza tra i buoni del Tesoro emessi dai paesi europei e dagli Stati Uniti per alimentare gli interventi a sostegno delle loro economie; una concorrenza molto dura per soprattutto nei confronti dei titoli del debito estero di molti Paesi in via di sviluppo. Solo gli USA si calcola che emetteranno oltre 2 mila miliardi di dollari di buoni del Tesoro e circa 600 saranno emessi dalla Germania, scatenando di fatto una vera e propria competizione internazionale in tale ambito; peraltro la fuga verso la qualit da parte di risparmiatori, fondi e banche sta facendo crollare i rendimenti dei treasury bond a due e dieci anni, con evidenti benefici in termini di costi in conto interessi da parte delle autorit americane che godono di una condizione di chiaro favore anche alla luce del contemporaneo aumento di prezzo dei credit default swap. Lattuale massa di debito trasferita sul mercato dallamministrazione americana rischia tuttavia di scatenare, prima o poi, un downgrading dei titoli a stelle e strisce, un deprezzamento con effetti pesanti per i loro possessori che sono, come ricordato, in larghissima parte non americani1. In maniera analoga la Germania, che gode di conti pubblici in buona salute, non deve garantire interessi troppo alti e questa condizione la induce a non caldeggiare ipotesi di bond europei ben pi gradite ad altri partner europei, introducendo cos altri elementi di tensione, a cui si aggiunge la concorrenza fatta ai titoli di Stato dai bond emessi ora dalle banche con garanzia dello Stato. Lemissione contemporanea di ingenti quantit di titoli di Stato ad opera di molti paesi, rispetto alla quale per di pi non esiste alcuna forma di programmazione condivisa nelle date delle aste, sta gi producendo leffetto di rendere pi pesanti
1. M. MARGIOCCO, La prossima bolla il debito federale, Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2008.

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gli spreads pagati dai paesi con debiti maggiori e soprattutto con rating in forte ribasso, come nel caso di Grecia, Spagna e Portogallo, con un deficit della bilancia commerciale del 10%. Il rischio insito in questo contesto rappresentato dal fatto che molti governi, nella speranza di far rientrare i capitali finiti nei paradisi fiscali, costruiscano percorsi di recupero basati sulla sottoscrizione di titoli pubblici, in maniera tale che la riduzione delle aliquote per il rientro sia legata proprio allacquisizione di debito pubblico da parte degli evasori di ritorno. In un panorama simile, se i paesi pi deboli per finanziarsi dovranno tornare a rialzare i tassi probabile che conoscano difficolt analoghe a quelle gi vissute alla fine degli anni Novanta, questa volta senza la necessit di difendere le proprie monete. Il nuovo statalismo avr conseguenze anche sul piano delle politiche di cooperazione, in termini di disponibilit di aiuti, e su quello degli accordi commerciali, rafforzando la gi decisa spinta alla conclusione di accordi bilaterali a scapito delle sedi multilaterali. evidente inoltre che gli interventi statali faranno lievitare il deficit dei conti pubblici, che dovrebbe crescere dal 2,6% del 2008 al 6,8% del 2009, con punte del 7,7 per le economie pi ricche, raggiungendo un livello sconosciuto ormai da cinquantanni. Il dato che maggiormente balza agli occhi di tale finanziamento del debito costituito dalle sue dimensioni; il governo statunitense aveva gi stanziato, a fine 2008, 8.560 miliardi di dollari a sostegno della propria economia. Ben 3.800 miliardi erano stati destinati allacquisto di azioni e debiti di banche e societ, insieme a mutui e quote di credito al consumo, altri 1.700 sono stati indirizzati a fornire liquidit per garantire prestiti di dubbia solvibilit e altri 3.100 miliardi, emessi con lappoggio della Federal reserve, per garantire prestiti interbancari, valori mobiliari e depositi di vario titolo. Si tratta di una somma gigantesca pari ad oltre la met del PIL americano2. Ad essa il presidente Obama ha aggiunto ulteriori misure riprendendo la strategia degli sgravi fiscali a famiglie e aziende per oltre 300 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra superiore a quella prevista da George W. Bush, che aveva contemplato nellambito di un programma decennale da 1.350 miliardi di dollari un primo biennio di 174 miliardi. Nellottica di Obama, invece, il piano in due anni dovrebbe superare, come detto, i 300 miliardi. Tuttavia la differenza con la presidenza repubblicana sta nella natura degli sgravi, non pi generalizzati, ma mirati ai ceti medio bassi e ai lavoratori dipendenti3. Gi a marzo 2009 per queste cifre
2. M. MARGIOCCO, Oltre la met del PIL USA a sostegno delleconomia, Il Sole 24 ore, 27 novembre 2008. 3. M. VALSANIA, Obama, tagli fiscali da 300 miliardi, Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2009.

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sono di nuovo cresciute: con un totale che ha raggiunto e superato i 13 mila miliardi, calcolati mettendo insieme gli stanziamenti del bilancio federale, lintervento della Federal reserve e degli enti di garanzia dei depositi bancari. Durante la Seconda guerra mondiale la spesa complessiva posta in essere dal governo degli Stati Uniti, attualizzata a valori correnti, fu di 3.600 miliardi di dollari, mentre il New deal cost solo 500 miliardi e la guerra in Vietnam 698. In Europa sono passati da 2 mila a 6 mila i miliardi messi a disposizione dagli Stati per fornire garanzie al fine di agevolare il normale funzionamento del sistema bancario e altri 250 miliardi sono stati stanziati per il rilancio delleconomia nel suo complesso. Anche in alcuni paesi, Germania e Inghilterra in primis, sono stati avviati piani di sgravio fiscale per rilanciare la domanda interna, ma al di l delle cifre la differenza tra le due pi grandi economie del pianeta, ha notato Mario Monti, consiste nel fatto che il bilancio pubblico europeo composto quasi interamente dai bilanci degli Stati e quello comunitario un piccolo fregio sulledificio, pari a poco pi dell1% del PIL, mentre negli Stati Uniti il bilancio pubblico dipende in pratica interamente dallautorit federale; una differenza che certo pesa rispetto allorganicit degli interventi ed forse ancora pi importante delle loro(?) dimensioni4. Anche Mario Draghi, convinto fautore delladozione di un global legal standard, volto ad adottare regole comuni in tema di standard finanziari mondiali, ha sostenuto che unazione fiscale coordinata a livello europeo produrrebbe effetti del 30% pi incisivi rispetto a misure prese da un singolo paese5. Dopo simili interventi su entrambe le sponde dellAtlantico appare comunque in tutta chiarezza il definirsi di un nuovo rapporto tra politica ed economia. Si profila infatti una marcata dipendenza delle sorti delleconomia dalle scelte, e per alcuni versi dallarbitrio, della politica. Come hanno testimoniato gli andamenti al rialzo di molti titoli nel corso dellautunno 2008, poi soggetti ad altrettanto repentine ricadute, sar sempre pi determinante capire in anticipo quali saranno le societ che godranno dellaiuto statale, soprattutto qualora la crisi tenda a non ridimensionarsi rapidamente. Non sar infatti possibile salvare tutte le istituzioni bancarie e finanziarie in difficolt; dunque dovranno essere operate delle scelte che, vista lassoluta precariet manifestatasi per numerosi parametri di misurazione del mercato, si fonderanno innanzi tutto sulle convinzioni delle autorit monetarie, a partire da quelle di natura politica, certamente non insensibili ai meccanismi
4. D. D I V ICO , Maastricht non pi un alibi per non investire sulla crescita, Corriere della sera, 30 novembre 2008. 5. A. MERLI, Servono nuove misure, Il Sole 24 ore, 17 dicembre 2008.

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del consenso e talvolta non estranee ai pericoli di conflitti di interesse e alle sirene speculative. Gi gli sbalzi dei listini che hanno premiato alcuni titoli sicuramente contraddistinti da un rapporto assai sottovalutato tra utili e prezzo ma, in larga misura, giudicati ben protetti in termini politici sembrano suggerire letture di questo tipo. assai probabile che le autorit pubbliche aiutino i campioni nazionali, che vedranno cos risollevate le loro quotazioni forse al di l del valore reale, cos come pensabile che gli aiuti finanzieranno quelle societ disposte a collaborare al salvataggio di altre, magari procedendo ad acquisizioni e fusioni su cui i soggetti regolatori tenderanno a chiudere un occhio. Inoltre, il pericolo paventato dal presidente della Consob italiana, Lamberto Cardia, di potenziali scalate di societ italiane data la brusca perdita di valore azionario un fenomeno questo assai diffuso anche in altre parti del mondo ha condotto ad un ulteriore restringimento delle normative sulle offerte pubbliche di acquisto e in altri paesi ha spinto i governi a ricapitalizzazioni operate con denaro pubblico. Al contempo sta rapidamente contraendosi il volume complessivo delle privatizzazioni condotte nel mondo, che nel 2008 si ridotto a 110 miliardi di dollari; per trovare un anno in cui gli Stati hanno comprato pi di quanto abbiano venduto bisogna risalire ad oltre trentanni fa6. Considerazioni simili sono possibili in tema di politiche fiscali, dove le strategie di riduzione delle imposte tendono a diventare sempre meno neutre e a riassumere la natura dello strumento fortemente caratterizzato da tratti specifici in termini sociali. In mercati che abbandonano sia pur temporaneamente il mark to market e rischiano quindi di essere pi opachi, la dipendenza dallaiuto pubblico pu ingenerare lulteriore danno del diffondersi di fenomeni di insider trading, di passaggio di informazioni dalla politica ai mercati volte a favorire qualcuno. In tale ottica messa a repentaglio lindipendenza delle banche centrali e in particolare della BCE che dovr, anchessa, fare delle scelte precise vista la gigantesca massa di liquidit richiestale; quando ben 600 banche chiedono di essere ammesse alle aste di rifinanziamento e le somme messe a disposizione superano, ogni volta, i 300 miliardi di euro, evidente che criteri di utilit politica entrino in gioco data limpossibilit di accogliere tutte le richieste nel lungo periodo. Questo anche se il bilancio consolidato dellistituto centrale europeo ha registrato un forte aumento dei depositi, pari a 281 miliardi di euro nel gennaio 2009 contro un solo miliardo iscritto nel giugno 2007, prima dello scoppio della crisi dei subprime. Quale sar il paese politicamente pi forte in Europa non risulter certo trascura6. F. LOCATELLI, Se lo Stato compra il mondo, Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2009.

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bile in simili scelte condotte dallistituto centrale. Persino gli swaps tra titoli di Stato e portafogli critici delle banche, annunciati dalla Banca dItalia, imporranno selezioni non neutre e potranno dare adito a rischiose preferenze. In estrema sintesi, il massiccio intervento degli Stati, nelle pi diverse forme, apre scenari in cui la discrezionalit e la valutazione dellopportunit maturate in sedi ben distinte dal mercato avranno un peso crescente. Nel rapporto tra politica e mercato, che negli ultimi decenni ha visto la ritirata della prima, le cose stanno quindi cambiando con estrema rapidit; una trasformazione a cui contribuiscono in maniera molto avvertibile i fondi sovrani, che dispongono complessivamente di quasi 3 mila miliardi di dollari e che hanno dato gi prova di scegliere i propri impieghi abbinando valutazioni economiche e considerazioni politiche. Per capire quanto possano pesare questi fondi sufficiente ricordare che le migliori societ italiane avevano alla fine del 2008 un valore complessivo di circa 200 miliardi di euro, poco meno del 7% del portafoglio dei fondi sovrani. A complicare le cose contribuisce lassenza di una definizione comunemente accettata di cosa sia un fondo sovrano: secondo lOCSE si tratta di strumenti di propriet dei governi che vengono finanziati dagli scambi con lestero, mentre per il Tesoro degli Stati Uniti sono strumenti statali che gestiscono in maniera separata i propri beni rispetto alle riserve ufficiali delle autorit monetarie. A giudizio del McKinsey Global Institute i fondi sovrani hanno tale qualit in quanto finanziati dalle riserve della Banca centrale di un paese e hanno lobiettivo di massimizzare il ritorno finanziario entro certi margini di rischio7. Alla luce di simili differenze risulta assai complesso individuare regole comuni sia in termini di regolamentazione della operativit dei fondi sia in relazione alla richiesta di una vera trasparenza. Anche da questo punto di vista quindi la discrezionalit della politica risulta accresciuta. In un panorama mondiale cos agitato sta cambiando rapidamente anche il ruolo della Cina, una delle economie pi statalizzate del pianeta e ormai al terzo posto mondiale per ricchezza generata (le stime aggiornate del 2007 indicano un PIL di 3.380 miliardi di dollari ). Di fronte ad un sia pur parziale rallentamento del suo sistema produttivo, testimoniato dal brusco raffreddamento dellinflazione, la Cina ha messo a disposizione di esso e del proprio mercato 585 miliardi di dollari, investendo nelledilizia, nelle infrastrutture, nella rete energetica, nella sanit e nellambiente. Agli interventi del governo centrale si affiancano le misure adottate dalle province, che stanno imponendo alle imprese locali di utilizzare materie prime e semilavorati cinesi.
7. A. DINI, La geografia dei fondi sovrani, Il Sole 24 ore, 11 novembre 2008.

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Nella stessa direzione si muovono la deducibilit dellIVA sugli investimenti in conto capitale e labolizione del massimale bancario alla concessione di crediti alle imprese, destinate a evitare il crollo dei consumi, certificato da una rapida discesa dellinflazione dal 7 al 4% in pochi mesi. Questi impegni interni, resi possibili dalla disponibilit di riserve valutarie per oltre 2 mila miliardi di dollari e da un debito pubblico estremamente basso, rischiano di andare a discapito degli investimenti diretti esteri e dunque di sottrarre risorse alle economie pi fragili, negli ultimissimi anni terra di destinazione dei capitali cinesi. Lunico settore nel quale proseguono gli impieghi cinesi sembra essere quello petrolifero: 20 miliardi di dollari sono stati investiti in Australia, 25 in Russia e altri 10 in Brasile, attraverso un accordo tra China Development Bank e Petrobras. Persino i conti pubblici stanno subendo gli effetti di questi interventi dal momento che, dopo aver chiuso il 2007 con un surplus di 174 miliardi di yuan, lo Stato cinese ha registrato nel 2008 un deficit per 110 miliardi di yuan, pari a circa 16 miliardi di dollari. In tale ottica significativo rilevare come il surplus commerciale di ottobre 2008 registrato dalla Cina sia stato non solo pi basso del previsto nellambito di una riduzione dellexport del 2,2% su base annua ma soprattutto sia dipeso dal forte calo delle importazioni in termini di prezzo e in termini di quantit: fra novembre 2007 e novembre 2008 si registrata una diminuzione del 17,9%8 e la diminuzione proseguita a gennaio con un calo del 43% su base annua, a fronte di un calo delle esportazioni del 17,5%; stanno diminuendo ugualmente gli ordinativi dellindustria cinese con inevitabili effetti sui mercati internazionali. In Cina inoltre in atto una crisi strisciante delle piccole e medie imprese che continuano a costituire lossatura portante delleconomia con un contributo al PIL superiore al 60%, con un apporto alle esportazioni intorno al 70% e al gettito fiscale del 50%. Danno origine al 75% dei nuovi posti di lavoro, ma si scontrano ora con un almeno parziale rialzo del costo della manodopera, mentre i grandi gruppi come Lenovo o Foxconn, che produce componenti per Sony, Samsung, Dell, Nokia e Apple, faticano di fronte alle difficolt mondiali dellelettronica e dellinformatica e procedono a massicci licenziamenti. Anche i consumi interni della Cina stentano a decollare; continuano a comporre solo il 30% del PIL e la crescita nel corso del 2008 stata del 15%, al di sotto delle aspettative, per quanto le retribuzioni dei lavoratori cinesi siano cresciute da una media di 1.470 dollari del 2003 ai 4.140 del 2008, avvicinandosi ormai a quelle dei lavoratori messicani. Un segnale non rassicu8. L. VINCIGUERRA, Export cinese in retromarcia, Il Sole 24 ore, 11 dicembre 2008.

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rante proviene poi dal settore bancario dove si registra la fuga di molti istituti esteri, solerti nel vendere le proprie partecipazioni alle banche cinesi: Bank of America ha venduto il 2,5% di China Construction Bank, Ubs ha ceduto l1,33% di Bank of China, di cui Royal Bank of Scotland ha a sua volta venduto il 4,3%. Linsieme di questi dati accentua un fenomeno gi visibile costituito dalla progressiva fuga di cinesi dalle grandi citt in direzione delle campagne; oltre 20 milioni di cinesi, circa il 15% dei 130 milioni di nuovi immigrati giunti nei principali centri urbani dalle campagne, stanno tornando rapidamente a casa dopo aver perso il lavoro. Si stima infatti che il numero dei disoccupati nelle periferie del paese sar nel 2009 di circa 26 milioni. Lunico dato che sembra ulteriormente consolidarsi rappresentato dalla gigantesca mole di titoli di Stato USA acquistati dalla Cina, pari nel novembre 2008 a 585 miliardi di dollari, poi saliti in poche settimane a 740 miliardi, una cifra superiore ai 573 miliardi nelle mani dei risparmiatori, delle istituzioni e delle autorit giapponesi e tale da fare dellex impero celeste il principale possessore planetario di debito statunitense. In questo senso la crisi in atto tende a produrre il duplice effetto di spingere leconomia cinese ad un maggior ripiegamento su se stessa, intensificando ancora di pi la propria natura pubblica, e al contempo di rinsaldare il gi stretto nesso tra Cina e Stati Uniti. Oltre che sui titoli pubblici, la relazione tra i due paesi basata sulla mole di azioni e obbligazioni di societ a stelle e strisce nei portafogli cinesi, dove sono presenti in maniera massiccia titoli di Freddie Mac, Fannie Mae e alcuni altri investimenti ben poco remunerativi come i 3 miliardi di dollari impiegati da China Investment Corporation in Blackstone, acquistati con il titolo a 31 dollari e ormai sotto i 69. Su tale legame, che ha chiari risvolti politici, pesa per la sempre pi evidente concorrenza che stanno facendosi in termini di svalutazione competitiva lo yuan e il dollaro, con un cambio sceso da 8 a 6,8 fra il 2005 e la fine del 2008, le cui debolezze sono utilizzate dalle rispettive banche centrali come strumenti a sostegno delle esportazioni nazionali (per quanto le autorit cinesi stiano puntando anche a internazionalizzare la loro moneta a partire da due zone di influenza come Hong Kong e la macroregione confinante con lo Yunnan). Per ragioni di competizione Ben Bernanke dimostra quindi di non essere pi troppo preoccupato dal fatto di aver portato i tassi di interesse vicinissimi al9. L. VINCINGUERRA, Cina primo creditore dellAmerica, Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2008.

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

lo zero10; se infatti lo yuan si indebolisce pi del dollaro, oltre che dagli effetti di una pericolosa concorrenza svalutativa, il vero pericolo per il Tesoro USA proviene dalle maggiori difficolt per leconomia cinese di continuare a sottoscrivere i buoni del Tesoro americani, tanto pi in una fase in cui si stanno riducendo le riserve della Banca del popolo di Pechino scese da 1.900 miliardi di dollari a settembre 2008 a circa 1.800 solo due mesi dopo sia per la perdita di valore degli asset nei quali erano investite sia per una almeno parziale fuga di capitali11. Bernanke sembra convinto che la Cina dotata di una notevole capacit di reazione in termini di politica monetaria tanto da aver messo mano ai tassi cinque volte in tre mesi non intenda in alcun modo rinunciare al ruolo di elemento di stabilizzazione monetaria dellintera area del Sud-Est asiatico, secondo un modello di comportamento gi seguito in occasione della crisi del 1997, quando le dimensioni delleconomia cinese erano decisamente pi limitate. In tale ottica le dichiarazioni del nuovo segretario al Tesoro Timothy Geithner, duramente polemiche nei confronti di una manipolazione da parte delle autorit cinesi della moneta nazionale, sembrano rispondere a logiche politiche, finalizzate alla necessit di rivedere la regolazione del sistema commerciale con la Cina piuttosto che a una vera preoccupazione di ordine meramente monetario12. Il mercato per ha dato subito un segnale chiaro; mentre Wall Street perdeva terreno, i buoni del Tesoro americani, invece di trovare facile accoglienza fra risparmiatori e investitori alla ricerca di un porto sicuro, erano costretti a pagare ben 40 centesimi di pi in conto interessi per rendersi allettanti. Non a caso quindi una delle prime destinazioni estere del nuovo segretario di Stato, Hillary Clinton, stata la Cina, dove non ha esitato a ringraziare il governo per la costante fiducia riposta nei Tbond USA e dove ha ribadito che il tema dei diritti umani non pu interferire nelle relazioni economiche tra i due paesi. evidente che lo stretto legame, quasi simbiotico, fra USA e Cina sia fondato in larga misura su elementi politici che risultano prioritari rispetto alle questioni monetarie e alle strategie di investimento. In termini politici e di rapporti di forza devono essere probabilmente valutate le ipotesi poste in essere dalle autorit cinesi che insistono con sempre maggior forza sullidea di una valuta di riserva internazionale, senza legami con alcuna nazione e capace, a differenza del dollaro attuale, di garantire una stabilit di lungo termine.
10. F. FUBINI, Tonfo delle Borse mondiali, Corriere della sera, 2 dicembre 2008. 11. R. SORRENTINO, Lo yuan debole? Oggi non piace pi, Il Sole 24 ore, 11 gennaio 2009. 12. L. VINCIGUERRA, Sullo yuan accuse infondate, Il Sole 24 ore, 24 gennaio 2009.

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

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Tutto questo avviene nellambito di una significativa trasformazione della natura stessa delle banche centrali che, mentre perdono gran parte della loro indipendenza, stanno accrescendo le loro funzioni attraverso lintermediazione di ingenti flussi di denaro tra le banche vigilate, assumendo posizioni molto rischiose13. La Federal reserve, solo per citare un esempio evidentissimo, ha triplicato nel giro di poco tempo il proprio bilancio, passando dagli 850 miliardi di dollari dellagosto 2007 a circa 2.500 del novembre 2008, con un capitale fermo a 42 miliardi e con un chiaro deterioramento delle qualit dellattivo, in passato composto da titoli del Tesoro e ora popolato da titoli di qualit molto dubbia, consegnati dalle banche per ricevere liquidit, quasi si trattasse di un hedge fund14. Laver portato il tasso a zero e la conseguente necessit di acquisto titoli per fare politica monetaria non contribuiscono a migliorare i conti dellistituto centrale ma spingono in direzione del quantitative easing, lallentamento quantitativo (seguito dal 2001 al 2006 dalla Banca centrale giapponese), per effetto del quale si cancella di fatto la distinzione tra attivit di politica monetaria, condotta attraverso i tassi, e iniziative di stabilizzazione dei mercati, realizzate mediante iniezioni di liquidit. Lincremento di rischiosit dei portafogli delle banche centrali che potrebbe derivare da queste situazioni stato contrastato imponendo pi consistenti margini di garanzia sui titoli ricevuti a fronte dei finanziamenti ricevuti. Il corrispondente incremento delle passivit iscritte in bilancio stato orientato, nello specifico della Federal reserve, da un aumento delle riserve e dei depositi detenuti dal sistema bancario e dal Tesoro statunitense presso la banca centrale. Non deve essere troppo celebrato, alla luce di ci, il fatto che la stessa FED abbia chiuso il bilancio del 2008 con un utile di quasi 39 miliardi di dollari perch tale risultato non registra ancora il marcato appesantimento verificatosi in conclusione di annata. Persino la BCE, tradizionalmente ostile al quantitative easing, ha visto lievitare le proprie attivit da 1.400 a 2.050 miliardi di dollari nella seconda parte del 200815. Considerazioni analoghe sono possibili ormai anche per la Banca dInghilterra che ha portato il tasso all1%, tagliando il costo del denaro di 4 punti da ottobre 2008 agli inizi di febbraio 2009 fino
13. M. MUCCHETTI, Il nuovo volto delle banche centrali, Corriere della sera, 14 novembre 2008. 14. M. GAGGI, Debito pubblico, stiamo diventando tutti italiani, Corriere della sera, 7 dicembre 2008, M. MUCCHETTI, Se la banca centrale diventa un hedge fund, Corriere della sera, 11 gennaio 2009. 15. R. SORRENTINO, BCE e FED unite nellesplosione dei bilanci, Il Sole 24 ore, 21 dicembre 2008.

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ad un livello mai raggiunto nella sua storia che sceso a marzo allo 0,5%, avviando la stampa di nuova moneta per fare acquisti di asset tossici e titoli di Stato. Ci avvenuto in un contesto in cui il governo inglese dovuto intervenire con 50 miliardi di sterline a disposizione della Banca dInghilterra, mentre il PIL scendeva nellultimo trimestre del 2008 dell1,5%, segnando di fatto linizio della peggiore recessione dal 1980. La stessa Banca dInghilterra ha ricevuto altri 250 miliardi di sterline per garantire nuove linee di credito o in scadenza, mentre lurgenza del momento ha costretto il governo a salire al 70% in Royal Bank of Scotland in previsione di una totale nazionalizzazione, a fronte di una perdita di 24 miliardi di euro la pi grande mai registrata da una azienda inglese , e a pianificare un intervento di 17 miliardi di sterline nel capitale della banca risultante dalla fusione di HBOS e Lloyd TSB: ci ha provocato perdite tali da costringere poi il governo inglese alla nazionalizzazione anche di Lloyds Bank, con una quota di capitale pubblica al 77%. Simili impegni sembrano destinati a spingere anche lInghilterra in direzione delleuro, alla luce della necessit di proteggere meglio una moneta nazionale che sta diventando troppo fragile; un percorso forse condiviso in maniera analoga da Svezia e Danimarca. Da tempo la pratica del quantitative easing seguita dalla Banca del Giappone che con tassi allo 0,1% sta procedendo ad un forte aumento degli acquisti di titoli del proprio debito pubblico e di commercial paper delle imprese nipponiche, unendo lazione monetaria a sostegni diretti alleconomia nazionale con un piano pari al 2% del PIL destinato a generare un forte disavanzo primario16. Agli inizi di febbraio del 2009, poi, la stessa Banca centrale giapponese ha dichiarato di essere disposta ad acquistare dalle banche del paese azioni in loro possesso fino ad un ammontare di 11 miliardi di dollari, prefigurando una linea di condotta del tutto nuova e ben poco ortodossa rispetto ai suoi tradizionali comportamenti. Le banche centrali, attraverso nuove condotte spesso ben poco convenzionali, tendono dunque ad acquisire i caratteri degli strumenti di sostegno alle economie dei loro paesi. In una situazione cos complicata naturale che emergano ipotesi di bad banks costruite dalle autorit statali nei diversi contesti per alleggerire i compiti delle stesse banche centrali; magari persino pi bad banks nello stesso paese, come nelle ipotesi pi recenti di Obama, al fine di collocarvi dentro i titoli inquinanti e rimettere cos il mercato del credito in condizioni di almeno parziale normalit. Oltre la Cina, una serie di difficolt sta investendo altre economie statalizzate come lIndia, la cui economia dipende meno di quella ci16. S. CARRER, Il Giappone segue la FED, Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2008.

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nese dalle esportazioni 22% del PIL, su un totale del 35% garantito dal commercio nel suo complesso ma sconta le ristrettezze del credito e il calo degli investimenti diretti esteri, nonostante la scelta del governo di raddoppiare in pochi mesi lammontare di bond indiani detenuti da investitori esteri e soprattutto un deficit del bilancio pubblico pari all11% del PIL, in gran parte dovuto ad un piano di interventi pubblici pari a 23 miliardi di euro in un contesto dove solo il 4% della popolazione paga unimposta sul reddito. Le stime per il 2009 indicano una crescita indiana del 6%, ben al di sotto del 9% preventivato fino a pochi mesi fa dopo il 9,5 del 2005, il 9,7 del 2006 e il 9 del 2007 e molto probabilmente insufficiente a garantire il contenimento della disoccupazione, tanto che si valutano in 10 milioni i posti di lavoro persi nel 2008 nel settore dellexport, in forte calo da novembre 2008 a febbraio 200917. Lo scandalo Satyam, il colosso indiano delloutsourcing che ha registrato un buco di bilancio di 1,1 miliardi di dollari a causa di una pessima governance societaria, ha inoltre indebolito molto la fiducia nellefficienza del sistema indiano dellIt18. Nel caso indiano si pu immaginare una situazione in cui la crisi delleconomia reale si trasmetter al settore finanziario e al credito per effetto del moltiplicarsi dei prestiti divenuti inesigibili, secondo una dinamica inversa a quella verificatasi negli Stati Uniti e in Europa. Problematiche simili colpiranno Indonesia e Malaysia, duramente penalizzate dal ribasso del prezzo delle materie prime, mentre la Thailandia ormai da tempo preda di una singolare crisi politica. Larrivo dello Stato dunque caratterizzato da molte contraddizioni che si colgono bene alla luce delle diverse cause della crisi in atto ,sintetizzabili per maggiore chiarezza in pochi punti: 1) il sistema economico e finanziario stato a lungo abituato a stare in piedi ricorrendo ad un massiccio indebitamento; 2) questo indebitamento avvenuto grazie al basso costo del denaro praticato in primis dalla Federal reserve; 3) i rendimenti finanziari delle aziende e delle banche indebitate premiavano i sottoscrittori dei titoli di esse e queste sottoscrizioni consentivano a banche e aziende di aver un alto valore di capitalizzazione e di disporre di liquidit ulteriore; 4) lo scoppio della bolla immobiliare ha avviato una verifica globale dei conti delle banche e delle aziende perch i mercati hanno cominciato bruscamente ad aprire gli occhi sullartificiosit del sistema e hanno espresso grandi paure nel rimettere risorse in circolazione; 5) la mancanza di trasparenza dei
17. T. KHANNA, 2.4 miliardi di imprenditori. Cina e India nel nostro futuro, Milano, Francesco Brioschi editore, 2008. 18. M. MASCIAGA, A Delhi giro di vite sulla governance, Il Sole 24 ore, 13 gennaio 2009.

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mercati, che stata la loro forza nella fase di esplosione, diventata la loro principale e insuperabile debolezza. Allautorit del mercato, ormai priva di autorevolezza, ha dovuto sostituirsi allora quella dello Stato. Non una scelta cosciente, quindi, espressione di politiche economiche capaci di affermare una reale critica verso gli eccessi mercatistici, ma unesigenza imposta di fatto dalle insanabili contraddizioni maturate in seguito alla perdita di identit del mercato. Larrivo dello Stato cos lo strumento per limitare paure collettive che risultano per decisamente costose.

LE POLITICHE COMMERCIALI

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I nuovi scenari pongono alcune questioni importanti in relazione alle tematiche commerciali. In primo luogo risulta sempre pi difficile ipotizzare forme di integrazione multilaterale e pi specificamente ormai poco credibile la prospettiva di una rapida conclusione del Doha round. evidente infatti che se non stato possibile cancellare buona parte dei sussidi agricoli, durante il vertice WTO di luglio 2008 a Ginevra, in un momento in cui i prezzi salivano vertiginosamente, sar ben poco probabile che tale cancellazione avvenga ora con prezzi in discesa e con minori rischi di inflazione, soprattutto nel pieno di una crisi che ha scatenato ventate protezionistiche. Non un caso dunque che, di fronte alle crescenti riluttanze di giungere a soluzioni condivise, siano cresciuti velocemente gli accordi bilaterali che sono ormai pi di 3001. Anche dal vertice di Hokkaido del G8, dove sono stati invitati sette paesi africani, sono emerse varie difficolt: dei 25 miliardi di dollari aggiuntivi promessi a Gleneagles ad esempio ne sono stati versati solo 3. La paura che ha serpeggiato poi al G20 di Rio de Janeiro stata rappresentata dalleventualit che possa diventare ancora pi forte il protezionismo agricolo e che i singoli paesi si chiudano in loro stessi rendendo impraticabili molti dei percorsi che dovrebbero portare alla sovranit alimentare. Per fornire elementi in tal senso possibile citare il fatto che nel 2007 solo il 18% del frumento mondiale, l8,6% del mais e il 7,4% del riso finito sul mercato internazionale: se i dazi cresceranno, le condizioni dei paesi importatori di derrate peggioreranno molto. Nel marzo 2009, al vertice di Dar el Salam, il direttore del Fondo monetario internazionale Strass Kahn ha ipotizzato una riduzione della crescita africana di 2 punti, rispetto al 2008, per effetto della crisi del commercio internazionale, indicando tuttavia questa stima come assolutamente prudenziale. In un contesto di protezionismo crescente giocheranno inoltre un peso
1. Una efficace sintesi di queste problematiche contenuta in P. GUERRIERI, L. SALVATICI, Il Doha Round e il WTO, Bologna, Il Mulino, 2008.

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importante le riserve agricole di alcuni paesi, a partire dalla Cina che produce oltre 180 milioni di tonnellate di riso e le trattiene al proprio interno, procedendo anche a dotarsi di gigantesche scorte di frumento. Lo stato di salute del commercio internazionale dei beni agricoli non quindi dei migliori. La tanto sbandierata riduzione di dazi tariffari per 130 miliardi di dollari, due terzi dei quali sarebbero dovuti andare a vantaggio dei paesi pi deboli, non c stata per gli scontri tra Stati Uniti, Cina e India e per le mille incomprensioni maturate fra i vari membri della WTO che hanno dimostrato come non sia possibile, in queste condizioni, una posizione omogenea neppure tra i piccoli Stati del sud del pianeta. Sia Obama che McCain si sono impegnati nel tour elettorale a convincere i 60 milioni di elettori che compongono il voto rurale della loro volont di varare farm bill in grado di metterli al riparo dai guasti operati dai ragazzi cattivi di Wall Street, mentre il presidente francese Sarkozy nel rifinanziare il proprio sistema bancario ha mostrato di rivolgere cure attente agli istituti pi vicini al mondo delle campagne. normale quindi che diverse forme di protezionismo agricolo tenderanno a prendere sempre pi consistenza cos come era inevitabile che Pascal Lamy, direttore generale del WTO, abbia dovuto dichiarare di nuovo, a met dicembre 2008, limpossibilit di chiudere i negoziati di Doha. Ad aggravare le difficolt dei mercati agricoli concorre poi continua proliferazione di accordi bilaterali accelerata proprio dal totale discredito che pesa sul processo multilaterale; sono molti gli accordi gi firmati e quelli in via di negoziazione, promossi in gran parte dallUnione Europa e dagli Stati Uniti, a cui si uniscono gli accordi siglati dai cinesi in giro per il mondo. Il pericolo tangibile che nei prossimi anni si passi dalla miriade caotica di forme di commercio rette in sede bilaterale a forzate integrazioni regionali, realizzate da un pivot forte, sul modello degli EPA; forme in cui la richiesta dei partner forti nei confronti delle economie pi deboli di dar vita ad aggregazioni commerciali sufficientemente ampie da essere attraenti per gli investitori pu produrre unioni del tutto artificiali. Gli effetti della crisi finanziaria rischiano di incidere in maniera negativa anche in altri modi. probabile infatti che tutto il settore delle commodities conosca una forte instabilit con cadute di prezzo e repentine risalite, in unottica tipicamente speculativa di brevissimo periodo nella quale le strategie finanziarie di difesa di portafogli in affanno possono indurre a vendere i titoli pi apprezzati. I guasti della finanziarizzazione che ha provocato nei mesi scorsi un artificiale rialzo dei prezzi stanno generando ora una costante volatilit in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008 stato un anno record per il frumento con quasi 680 milioni di tonnel-

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Le politiche commerciali

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late ma ci non ha impedito una logorante instabilit di prezzo che, in campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia, i cui futures al Chicago Board of Trade stanno perdendo poco pi del 5%. Alla luce di ci, lesigenza di portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli pare lunica strada percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un senso compiuto e una prevedibile coerenza. La bolla speculativa che ha animato i mercati nel periodo compreso tra il 2006 e lagosto 2008 con aumenti nel prezzo del riso e del frumento del 200-300% si sgonfiata nel secondo semestre dello stesso 2008 con ribassi tra il 55 e il 65%; poi, a partire da dicembre i prezzi sono nuovamente saliti del 25-30%, con continue fughe in avanti animate dalla speculazione. Secondo gli esperti dellIFAD e della FAO questa volatilit rester accentuata per oltre un decennio. Altrettanto importante, su un piano pi generale, appare il definirsi di una nuova architettura finanziaria internazionale a partire dal Fondo monetario che dovrebbe essere potenziato, secondo Gordon Brown, con lapertura ai capitali arabi e con funzioni di banca globale ben oltre i compiti della Banca mondiale. Nelle ipotesi avanzate invece dalla cancelliera tedesca Angela Merkel il Fondo monetario dovrebbe rafforzare le proprie funzioni di vigilanza, in particolare nei confronti della finanza strutturata, mentre dovrebbe essere il G8, allargato fino a divenire G16, a svolgere le mansioni di ONU delleconomia2; una proposta che Merkel ha perfezionato in pi interventi fino a proporre al forum di Davos nel gennaio 2009 una vera e propria Carta per leconomia globale3. Nel G7 di Roma del febbraio 2009 si tornato ad affrontare il tema dei compiti del FMI nellambito di una riforma pi generale delle regole dei mercati internazionali che scongiuri i pericoli di protezionismo e che adotti un modello nuovo di legal standard, finalizzato a rafforzare la liquidit e la base di capitale delle istituzioni finanziarie. In tale sede la proposta prevalente stata quella di legare lFMI al Financial Stability Forum. In questo senso la gravit della crisi e i bisogni di liquidit internazionale hanno contribuito a ravvivare il destino dello stesso Fondo monetario che pareva destinato ad un rapido declino e che ora dispone di oltre 500 miliardi di dollari di dotazione. Nellambito del G20 sono state inoltre ipotizzate tre soluzioni in merito al futuro di questa istituzione; la prima prevede la possibilit di accordi bilaterali fra FMI e singoli paesi che mettono a disposizione le loro risorse, una seconda contempla la triplicazione temporanea delle risorse
2. D. TAINO, Affondo della Merkel: la recessione? figlia del modello anglosassone, Corriere della sera, 6 dicembre 2008. 3. V. DA ROLD, Un Consiglio ONU per leconomia, Il Sole 24 ore, 31 gennaio 2009.

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del Fondo stesso sulla base dellaumento del fondo NUB, nato dopo la crisi del 1998, e una terza stabilisce un incremento permanente delle disponibilit con il coinvolgimento a pieno titolo dei paesi emergenti. Si discute sempre con maggiore insistenza anche dellipotesi di una nuova moneta internazionale, che si affiancherebbe senza sostituirli ad euro e dollaro, con funzioni di garanzia dei rapporti di debito-credito tra i vari paesi e con compiti di stabilizzazione delle riserve delle banche centrali, magari mediante la cessione di titoli di Stato. Nella sostanza in atto dunque un decisivo ripensamento dei contorni fondamentali del mercato che pare muovere in primo luogo dalla riflessione politica e che ha uno degli aspetti pi controversi nelle istituzioni del commercio internazionale. Senza una rapida e profonda riforma delle istituzioni globali, che sancisca regole in grado di ridurre drasticamente la volatilit dei prezzi e delle monete, molto difficile tuttavia che il commercio riesca ad assumere una dimensione reale, non soggetta a spinte estranee al rapporto tra domanda e offerta di merci, evitando di cadere preda di costanti speculazioni. Si tratta di unesigenza tanto pi avvertita dopo che il 2008 ha registrato per la prima volta da decenni un regresso del commercio internazionale del 2%. La finanziarizzazione degli ultimi due decenni ha stravolto il sistema delle commodities su cui si fonda una porzione importante del mercato e quindi non avrebbe senso avviare una modifica del World trade organization o degli istituti commerciali se essa non si lega alla modifica dellingegneria delle istituzioni finanziarie nate a Bretton Woods. Ormai finanza e commercio non appaiono disgiungibili; fino a quando saranno possibili futures su ogni tipologia di merci, non avr alcun significato definire il commercio internazionale in termini autonomi.

DIFFICOLT A STELLE E STRISCE

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Nel particolare contesto statunitense si sta profilando una crisi evidente del sistema pensionistico a carico di imprese che non sono pi solvibili per le loro hanno sia sui mercati reali, dove non vendono pi, sia sui mercati finanziari, in relazione alla propria capitalizzazione e al valore dei titoli acquistati e posseduti in portafoglio. Le autorit federali registrano un deficit annuo pari a 1.200 miliardi di dollari; per sanare tale deficit dovrebbero procedere ad un aumento delle tasse, rischiando di intaccare i consumi. Anche da questa prospettiva ormai evidente come la crisi finanziaria sia diventata una crisi industriale e sociale. Non a caso il neoeletto Barack Obama nella sua prima conferenza pubblica ha fatto esplicito riferimento alle difficolt del settore automobilistico USA in quanto asse portante di una complessa rete di relazioni economiche e sociali. Le tre grandi case americane, Ford, General Motors e Chrysler hanno registrato una riduzione delle loro vendite in soli 10 mesi di oltre un milione e mezzo di veicoli; ci significa la messa a repentaglio di 3 milioni di posti di lavoro, in un quadro in cui molti osservatori prefigurano una veloce crescita della disoccupazione negli Stati Uniti dal 6,5 al 10%. Solo nel novembre 2008 sono scomparsi 533 mila posti di lavoro il numero pi alto dal 1974 e altre 422 mila persone sono sparite dalle statistiche ministeriali perch hanno rinunciato a cercare una nuova occupazione 1. Si vendono meno auto negli USA si passati da 17 a 14 milioni di unit in un anno ma si vendono anche meno case, meno elettrodomestici, meno computer. La settimana lavorativa media si ridotta a 33 ore e mezzo, con una parallela riduzione dei salari, mentre i mutui in sofferenza sono gi oltre il 10% del totale. Persino Toyota, in particolare negli States, vive una situazione non troppo differente da quella dei grandi gruppi americani essendo passata da un attivo di 6 miliardi e mezzo di dollari a una perdita di 2,9 miliardi, ben tre volte superiore rispetto alle previsioni, con un calo del fatturato del 20% e il declassa1. M. VALSANIA, America, mercato del lavoro a picco, Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2008.

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mento da parte delle agenzie di rating, in un contesto dove solo in Europa si registrata una contrazione delle vendite superiore a quella del 1993, vicina al 17%. Per Nissan, Mitsubishi Motors e Mazda il crollo della produzione stato del 45%. A diminuire negli Stati Uniti soprattutto il patrimonio netto degli americani che sceso nel corso del 2008 del 18%, con un divario fra attivit e passivit di 51.500 miliardi di dollari rispetto ai 62.700 del 2007; significativo rilevare in merito a ci che si ridotto anche il passivo con una prima contrazione dellindebitamento, dovuta in primo luogo allesaurirsi dellepoca del finanziamento concesso a tutti, quando il rialzo del prezzo degli immobili costituiva lo strumento principe per ottenere nuova liquidit dal sistema bancario. Una conseguenza di questa riduzione della ricchezza in circolazione rappresentata dal rapido rallentamento della mobilit interna degli americani, a cui si accompagnato un calo degli ingressi di immigrati regolari. utile ricordare, tuttavia, che solo dopo innumerevoli tensioni il Senato degli Stati Uniti aveva approvato con 74 voti favorevoli il piano proposto dallamministrazione Bush per salvare il paese da una profonda crisi economica e finanziaria, dimostrando come non fosse ancora matura fino a qualche mese fa la percezione del baratro. Si trattato di unapprovazione varata a seguito di alcune modifiche sostanziali, come linnalzamento da 100 a 250 mila dollari dellassicurazione federale sui depositi bancari e altri sgravi fiscali mirati a favorire la middle class a stelle e strisce. Proprio questo dato risulta fondamentale per capire meglio cosa stia succedendo. In piena campagna elettorale negli Stati Uniti scoppiata una crisi senza precedenti che tende a spazzare via un intero modello sociale e culturale. Sono infatti naufragate le promesse della finanza miracolosa delle banche dinvestimento, da cui proveniva il segretario Paulson, individuato da molti non solo come il colpevole della poco oculata gestione dellurgenza degli ultimi mesi ma come lespressione politica di un sistema viziato fin dalle sue origini. Di fronte a tale sfacelo gran parte dei congressisti americani, democratici e repubblicani, ha ritenuto necessario dichiarare apertamente la propria non corresponsabilit esprimendo voto contrario alla Camera e attribuendo di fatto allamministrazione Bush lintera colpa di quanto avvenuto. I parlamentari USA hanno fatto una simile scelta soprattutto perch hanno capito che sulla scena americana sta riaffacciandosi con forza un sentimento, di fatto mai sopito, di diffuso e astioso populismo, diretto ora contro le illusioni e gli illusionismi della finanza creativa. Da tale populismo percorsa proprio la classe media un soggetto sociale che si rivelato sempre determinante nelle tornate elettorali degli Stati Uniti e

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Difficolt a stelle e strisce

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che ha accusato lamministrazione Bush di averla tradita. Improvvisamente si sono materializzati i pericoli di impoverimento che erano stati allontanati dotando i cittadini americani di strumenti con cui indebitarsi a basso costo, fornendo loro merci cinesi a prezzi stracciati e garantendo lauti dividendi. La campagna elettorale aveva messo in luce molti di questi elementi, tracciando alcuni scenari per limmediato futuro, proponendo una profonda differenza fra i programmi dei due candidati soprattutto in relazione alle tematiche economiche. La crisi finanziaria in questo senso ha contribuito in maniera decisiva a fare chiarezza, costringendo Obama e McCain ad abbandonare dichiarazioni programmatiche troppo generiche che davano limpressione di una condivisa avversione alle strategie di mercato seguite dallamministrazione Bush e di unaltrettanto condivisa conversione a misure protezionistiche. Su come uscire dalla crisi e su quali politiche fondare il futuro economico degli Stati Uniti, invece, i due candidati hanno espresso visioni realmente distinte. McCain ha dimostrato di non avere affatto abbandonato la tradizionale idea repubblicana di ridurre le imposte sulle aziende, promettendo di farle scendere dal 35 al 25% e di abbinare a tale riduzione un alleggerimento significativo dellimposta sui capital gain di lungo periodo, da portare gi nel 2009 al 7,5%. In tema di commercio estero il candidato repubblicano si detto inoltre favorevole a moltiplicare gli accordi bilaterali, a partire da quello con la Colombia, e a sostenere il Nafta, laccordo di libero scambio con Messico e Canada, non ritenendo sufficienti a motivare labbandono di una simile strategia le molteplici violazioni dei diritti dei lavoratori e leccessivo contenimento dei salari che si praticano nei paesi partner commerciali degli USA. Sul fronte dellenergia, McCain ha dichiarato il suo aperto favore alla costruzione di nuove centrali nucleari ben 45 entro il 2030 e ad utilizzare il deserto del Nevada per lo stoccaggio delle scorie. Infine, sulle due cruciali questioni del cambiamento climatico e dei mutui immobiliari, il candidato repubblicano ha espresso posizioni nettissime: riduzione delle emissioni con il sistema del cap and trade, basato di fatto su mercato dei diritti di emissione, e riforma profonda del sistema delle caparre in modo da limitare gli scoperti bancari. evidente che il complesso di queste misure ha fatto di McCain il candidato di molte corporations, in particolare di quelle che continuavano a basare le loro forza sugli andamenti dei mercati finanziari e intendevano proseguire nellopera di delocalizzazione produttiva allestero, sfruttando i benefici dei trattati commerciali bilaterali e regionali. Per McCain la globalizzazione degli ultimi venti anni non si esaurita, si trattava solo di rimetterla in moto e di fare in modo che, attra-

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

verso la ripresa dei prezzi di azioni e obbligazioni contenute in centinaia di migliaia di fondi pensione e polizze assicurative, ne potessero beneficiare fasce estese di popolazione. Il libero mercato restava dunque il cardine del programma repubblicano che sembrava riproporre persino le idee reaganiane sullesigenza primaria per gli States di attrarre grandi quantit di capitale estero. La visione delleconomia di Obama nella sostanza antitetica e parte dal presupposto che la globalizzazione sia avvolta in una crisi drammatica. Per il candidato democratico occorre tassare le multinazionali USA che delocalizzano, necessario aumentare limposta sui capital gain e bisogna, in tempi brevi, rivedere lintero sistema di accordi commerciali con quei paesi dove la manodopera duramente sfruttata e i sindacati vengono criminalizzati. Obama si dichiarato poi convinto fautore delle sedi multilaterali per risolvere le grandi controversie con i paesi emergenti, a condizione che tali sedi, a partire dal WTO, siano profondamente riformate in senso democratico e possano imporre regole vincolanti per tutti i membri. In tema di energia contrario allapertura di nuove centrali e ritiene di dover investire ben 120 miliardi di dollari in biocarburanti, fornendo cos un incentivo forte allagricoltura a stelle strisce e ottenendo il voto decisivo dellAmerica rurale. Il candidato democratico sembrava convinto che la grande fiducia nei confronti dei mercati internazionali dovesse essere ripensata con attenzione e gli Stati Uniti, per ripartire, avessero bisogno di maggiore protezione, investendo su se stessi. A corroborare questa analisi sono intervenuti in pochi mesi i guasti provocati dagli eccessi della finanza che hanno messo in ginocchio leconomia reale: prima la speculazione sui titoli petroliferi ha portato il prezzo del petrolio e dellenergia a livelli insostenibili per qualsiasi settore produttivo che operasse al di fuori della Cina e di un gruppo molto ristretto di paesi emergenti, poi limprovvisa fine della liquidit facile e della conseguente possibilit di indebitarsi a basso costo per sostenere i consumi ha di fatto cancellato fette intere di mercato. La finanziarizzazione in meno di un anno ha finito per schiantare in successione i produttori, con gli alti prezzi speculativi, e i consumatori, per la sostanziale scomparsa del credito. Spesso i guasti del sistema finanziario si sono fatti sentire contemporaneamente. Le aziende automobilistiche statunitensi hanno perso nel 2008 ben oltre i due terzi del loro valore di Borsa. A inizio 2009 Ford capitalizza 3,7 miliardi di dollari e General Motors meno di 2, valori quindi inferiori a quelli di aziende italiane di medie dimensioni; e il crollo pare non arrestarsi, rafforzato dalla scomparsa delle vendite che nel gennaio 2009 hanno visto una contrazione del 49% per

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General Motors, del 39% per Ford e quasi del 55% per Chrysler. La crisi tuttavia non esclusivamente automobilistica. In un solo giorno, a met gennaio 2009, alcune imprese americane hanno annunciato 45 mila licenziamenti: 20 mila Caterpillar, 8 mila Sprint Nextel, 7 mila Home Depot, 2 mila General Motors, 8 mila dalla fusione di Pfizer e Wyeth2. A inizio 2009 unazione di General Electric valeva circa 9 dollari contro i 38 di qualche mese prima e la compagnia di assicurazione Aig perdeva 67 miliardi di dollari in un trimestre. Dai massimi del 2007, lindice Stoxx ha perso il 59% e lo S&P il 55%, con i bancari USA che hanno cancellato l85% del loro valore. Che strategia industriale possibile immaginare per recuperare una distruzione di valore cos gigantesca e repentina persino nella pi grande economia del mondo? Probabilmente nessuna, ed ovvio che lunico strumento concepibile nel breve periodo sia quello citato dal presidente Obama, capace di fargli vincere le elezioni ed individuato negli aiuti di Stato, per una nuova tranche di oltre 700 miliardi di dollari che in origine doveva consentire alle big three di essere ammesse al programma federale di acquisto delle attivit finanziarie tossiche e allinterno del quale stata definita poi una porzione di circa 130 miliardi destinata specificatamente alle auto. Si trattava di un programma distinto dal piano Paulson che, una volta accertata limpossibilit di stabilire a quanto ammontino gli asset pi rischiosi, si tradotto nellingresso dello Stato nelle principali banche a stelle e strisce3. Allinizio di dicembre, mentre il PIL dellultimo trimestre 2008 crollava del 3,8%, stato presentato un altro piano di prestiti a Chrysler e General Motors per 15-17 miliardi di dollari, ad un tasso di interesse del 5% per i primi cinque anni e in seguito del 9%4. Le resistenze del Congresso, gi duramente critico sul modo con cui sono stati utilizzati i primi aiuti alle banche5, hanno per convinto la presidenza uscente di tornare allipotesi originaria di finanziare le big three con il piano Paulson, anche perch da pi parti si stima in 125 miliardi il fabbisogno necessario per superare le difficolt del settore auto; al fine di salvare le banche si ritiene inoltre necessario creare una bad bank di Stato in cui riversare tutti gli asset tossici per consentire ai mercati di superare la paura. In un panorama cos pericolante non sono praticabili neppure fusioni che porterebbero comunque costi di ristrutturazione e inevitabili eccessi di produzione. Nella patria del liberismo repubblicano non si tratta tanto di operare attraverso i mercati, di fatto ridotti al2. E. DI CARO, USA, 45 mila licenziamenti in un giorno, Il Sole 24 ore, 27 gennaio, 2009. 3. M. VALSANIA, Paulson, dietrofront sul fondo, Il Sole 24 ore, 13 novembre 2008. 4. M. LONGO, Il piano Obama fa volare i mercati, Il Sole 24 ore, 9 dicembre 2008. 5. D. ROVEDA, Banche, attacco al Tesoro USA, Il Sole 24 ore, 11 dicembre 2008.

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losso, quanto di fare appello allautorit dello Stato federale, a condizione che questa autorit riesca a conciliare massicce dosi di populismo e giustizialismo con una linea coerente di politica economica e sappia svolgere le sue funzioni, senza erodere ancora di pi la capacit dacquisto con nuove tasse, emettendo invece oltre 2.000 miliardi in buoni del Tesoro e finanziando una bad bank. Il problema, almeno per ora, non tuttavia chi accetter di comprarli e a quali condizioni dal momento che, nonostante un debito pubblico di 10 mila miliardi di dollari il 75% del PIL degli Stati Uniti per il 44% in mano straniere e un debito estero di 2.500 miliardi di dollari, nellasta di dicembre 2008 i titoli del Tesoro USA, con un rendimento vicinissimo allo zero, sono stati rapidamente acquistati e quasi il 50% dellintera partita stata sottoscritta da banche estere. La questione pi spinosa rappresentata invece dal fatto che una simile offerta di titoli di Stato da parte della principale potenza del pianeta far una dura concorrenza in maniera continuativa al sistema industriale drammaticamente affamato di denaro sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, con pericolosi rischi di circoli viziosi rispetto a settori produttivi alimentati finanziariamente da una sola fonte e per giunta ad essi esterna. Le esplicite dichiarazioni di Obama a difesa della classe media a stelle e strisce, che hanno contribuito a fargli vincere le elezioni, esprimono dunque in primo luogo la volont di provare a ricostruire leconomia reale utilizzando denaro pubblico preso a prestito a buon prezzo sia con una politica monetaria nuova, a tasso zero, sia per effetto della paura di guai peggiori e di nuove bolle che continuano purtroppo ad esplodere senza tregua. A met dicembre 2008 Bernard Madoff, titolare di uno dei fondi pi gettonati dai gestori di fondi hedge, ha registrato perdite per oltre 50 miliardi di dollari in una manciata di ore, gettando nel panico intere piazze finanziarie; a partire dalla Svizzera, dove le banche temono buchi per pi di 5 miliardi di euro, e dal mercato italiano, in cui alcuni istituti avevano affidato significative risorse a Madoff. Dopo le prime indagini sono emersi quasi 14 mila conti di clienti vittime della truffa, ma al di l delle cifre, tanto ingenti, quello che colpisce la dinamica della fortuna e del fallimento dello speculatore americano, ingegnoso nel costruire uno schema in realt abbastanza semplice. Madoff pagava infatti i rimborsi dei suoi vecchi clienti impiegando le somme dei nuovi clienti, che gli affidavano le loro fortune convinti proprio dalla straordinaria capacit di Madoff di raggiungere i rendimenti promessi. In sostanza si trattava di una gigantesca catena di SantAntonio che ha retto fino a quando la richiesta di rimborsi non ha superato le nuove sottoscrizioni; ha retto cio fino a quando le paure innescate dalla crisi finanziaria non hanno

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chiesto il conto, rendendo conclamata la fine della festa. Questa vicenda, che potrebbe apparire molto particolare, invece paradigmatica della natura della crisi stessa. Madoff ha potuto fare soldi per anni approfittando della opacit dei mercati; nessuno sapeva, e voleva sapere, in cosa investisse per garantire i rendimenti che prometteva. Poteva inoltre disporre, per aggiustare le eventuali difficolt temporanee, di un credito bancario e finanziario a ottimo prezzo. Nessuno infine si preoccupava di chiedergli quanto fosse indebitato. Quando la bolla scoppiata tutti i nodi sono venuti, contemporaneamente e in maniera rapidissima, al pettine, costringendo il fisco degli Stati Uniti per limitare limpatto sociale del crack a consentire ai truffati di detrarre dalle tasse gran parte delle loro perdite. Il caso Madoff molto simile a quello delle grandi aziende che producono automobili o delle grandi banche e probabilmente non neppure lultimo di una lunga serie6. Dopo Madoff infatti comparso, anzi scomparso, per alcuni giorni sir Robert Allen Stanford, facoltoso texano accusato dalla Securities and Exchange Commission di una colossale frode da 8 miliardi di dollari nei confronti di migliaia di risparmiatori in giro per il mondo, persino nel Venezuela di Chavez. In pi occasioni dunque negli ultimi mesi gli elementi del giallo dautore sono emersi con evidenza: scambi oscuri di mail in codice, colossali frodi nei confronti di migliaia di investitori ignari, tanti fantasiosi prodotti finanziari, una buona dose di insider trading e infine grosse retate di nomi eccellenti. Le recenti inchieste che hanno scosso Wall Street hanno presentato una trama tanto affascinante quanto emblematica del peso assunto dalla finanza selvaggia del crea e distribuisci il rischio nelle tasche e nellimmaginario dei cittadini statunitensi. I risparmiatori hanno perso in meno di un anno 1,6 miliardi di dollari solo con il fallimento di pochissimi fondi, mentre lesplosione della bolla dei subprime ha messo moltissimi titolari di mutuo nella infelice condizione di dover pagare un mutuo dal valore divenuto decisamente superiore a quello della casa acquistata. Il malessere montato rapidamente e neppure il massiccio intervento della Federal reserve nelle vesti di prestatore di ultima istanza, sollecita nel togliere dal mercato carta commerciale di pessima qualit, unitamente ai salvataggi guidati, sono bastati a rasserenare il clima. La strada obbligata, secondo il modello USA affermatosi dopo il varo della legge Sarbanes-Oaxley, risultata allora quella della massima severit penale, ribadita dal nuovo presidente Obama attraverso lidea della creazione di un procuratore generale con lincarico di indagare sulla crisi finanziaria e di recuperare per
6. M. VALSANIA, Uragano Madoff su Wall Street, Il Sole 24 ore, 14 dicembre 2008.

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via giudiziaria almeno una parte delle somme sottratte agli americani. Sembra profilarsi in maniera sempre pi nitida un nesso stringente fra processi di finanziarizzazione e inasprimento duro dei reati finanziari. peraltro singolare che quando gli effetti della crisi divengono molto aspri in termini di ricaduta sociale, allora si fa appello alla modifica del diritto fallimentare per ammorbidirlo. Cos avvenuto con i nuovi provvedimenti varati da Obama che, oltre a garantire i titolari di mutui rispetto a rate troppo onerose, superiori al 31% del reddito lordo, hanno sancito la possibilit per i giudici di modificare le condizioni stesse dei mutui. Anche da questo punto di vista risulta centrale il deflagrare del populismo che, unito allavvitarsi della crisi, esige soluzioni semplici, forse semplicistiche, e immediate, con il pericolo che siano pi politiche che tecniche: la politica mette i soldi e la politica cerca prima di tutto consenso anche a spese di altri effetti. La difesa degli investitori nei confronti dei rischi appare affidata alla giustizia penale e assai meno allindividuazione di regole di mercato in grado di contrastare gli eccessi speculativi; alla luce di ci Obama ha accompagnato allinasprimento delle pene un progetto di riforma dei regolatori con laffidamento alla Federal reserve del compito di vigilare sugli asset tossici e alla FDIC, lagenzia che assicura i depositi bancari, quello di sorvegliare pi da vicino le societ finanziarie in difficolt: ma con risorse troppo scarse per rendere la loro azione efficace. Decisamente deficitarie sono inoltre le forme di autoregolamentazione delle condotte dei nuovi soggetti finanziari, come i fondi hedge, e i meccanismi di attribuzione dei rating cadono spesso sotto i colpi dei molteplici conflitti dinteresse e dellinsider trading. Malicious mortgage, mutuo malevolo questa leloquente e suggestiva denominazione data dall FBI alloperazione iniziata a marzo 2008 ha costituito la risposta pi netta e decisa allinsieme di simili pericoli e ha teso a fornire una soluzione giudiziaria alla scarsa eticit dei mercati. Strumenti dindagine come le intercettazioni telefoniche e i controlli sulle mail rappresentano elementi cruciali e insostituibili che la stessa FBI, su sollecitazione della SEC, lautorit di Borsa USA, ha disposto nel giro di pochissimi giorni. Se il controllo di natura giudiziaria diviene uno dei cardini per garantire la regolarit delle operazioni finanziarie a difesa dei soggetti pi deboli, chiaro che gli strumenti ad esso necessari, a partire dalle intercettazioni, devono essere potenziati anche se rischiano di essere in contrasto con la privacy. Senza le intercettazioni e i controlli informatici non sarebbe stato possibile smascherare i furbetti del quartierino e il caso Parmalat avrebbe avuto probabilmente unevoluzione molto diversa. Ci che successo negli Stati Uniti offre pi di uno stimolo a riflette-

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re sulla centralit di forme di vigilanza che le ardite costruzioni finanziarie richiedono, vista lestrema inefficacia di modelli di vigilanza puramente interna ai mercati. Il rischio che la volont di sconfiggere la crisi porti con s lidea di rafforzare la dimensione penale dei controlli riducendo i margini di libert individuale. La crisi finanziaria pu risultare simile alla lotta al terrorismo nellaccrescere il peso dello Stato vigilante.

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POLITICHE MONETARIE AFONE E CRISI DI FIDUCIA

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Con cos tante fibrillazioni ancora in atto, pensare che la FED cominci ad emettere propri titoli e che debba poggiare la sua azione su acquisti di titoli immobiliari e del debito pubblico a lunga scadenza non appare, neppure questo, tranquillizzante; soprattutto alla luce del sempre pi colossale deficit federale. Le stime compiute a inizio 2009 dallufficio di bilancio del Congresso valutavano in 1.200 miliardi tale disavanzo, pari all8,5% del PIL, un record assoluto anche rispetto al precedente picco del 1983, quando il deficit raggiunse il 6%. Questa stima presenta forse un eccesso di ottimismo perch non contabilizza gli effetti del piano di intervento straordinario concepito dal presidente Obama. Se infatti si aggiungessero i costi di esso, il deficit per il 2009 salirebbe a 1.600 miliardi di dollari; una cifra molto pesante per un paese dove il debito complessivo di famiglie, imprese, banche, finanziarie, amministrazioni pubbliche centrali e periferiche assomma ormai a quasi 52 mila miliardi di dollari; se poi a tale somma si aggiungono le esposizioni del Tesoro USA verso i trust funds si raggiungono i 56 mila miliardi, pari al 393% del PIL. In questo senso le ricette proposte dal presidente Obama per fronteggiare quella che lui stesso ha definito una possibile crisi irreversibile mettono in discussione molti degli elementi di fondo del linguaggio politico degli ultimi due decenni. In primo luogo evidente infatti che il nuovo leader democratico considera il problema del deficit un vero e proprio tab a cui prestare ben poca attenzione. chiaro quindi che le regole fissate dallEuropa di Maastricht, il famoso e doloroso limite del 3% deficit-PIL, gli impegni imposti per anni in giro per il mondo dal Fondo monetario e le politiche di rigore dei conti pubblici vengono di fatto rapidamente messe da parte in nome della necessit di superare la crisi. Allo stesso tempo, Obama ha dichiarato di condividere la politica monetaria della Federal reserve di portare il costo del denaro vicinissimo allo zero, con la conseguenza di generare un sensibile deprezzamento del dollaro che certamente favorir le esportazioni statunitensi ma contribuir a indebolire altrettanto sicuramente ogni ipotesi di stabilizzazione monetaria a

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livello mondiale. Anche la necessit dunque di coltivare con cura la stabilit delle monete nazionali, tanto avvertita da molti studiosi e analisti del Vecchio continente, sembra essere passata in secondo piano rispetto alla deprecata pratica di fare affidamento sulle svalutazioni competitive per cui i paesi con la moneta meno apprezzata riescono a vendere di pi, garantendo sconti impropri sulle loro merci e sui loro servizi. Lo stesso Obama non pare molto preoccupato della necessit di emettere uno stock gigantesco di buoni del Tesoro indirizzati a finanziare la spesa pubblica e coprire il deficit, accettando persino leventualit che tali buoni, se non trovassero una quantit adeguata di compratori, possano essere acquistati direttamente dalla Federal reserve nonostante sia sempre pi evidente che lemissione di debito non garantisce una significativa crescita del reddito degli americani: se nel 1957 per ogni dollaro di nuovo debito gli Stati Uniti riuscivano ad aumentare di 54 centesimi il reddito nazionale, oggi si arriva a stento a 201. Malgrado ci la Federal reserve ha deciso nel marzo del 2009 di comprare nellarco di 6 mesi titoli del Tesoro a lungo termine per 300 miliardi di dollari e di ampliare di 750 miliardi gli acquisti di titoli legati a mututi garantiti da Fannie Mae e Freddie Mac; unoperazione il cui obiettivo duplice, mirando a fornire liquidit al sistema finanziario e ad abbattere i tassi dinteresse a lungo termine, in particolare quelli sul debito pubblico, secondo pratiche decisamente poco ortodosse rese necessarie dalla previsione della forte crescita del debito stesso. La prima conseguenza di questa manovra costituita per dal rapido indebolimento del dollaro, in primis rispetto alleuro, con il pericolo di avviare una dinamica ben poco governabile. Diventa allora legittimo porsi la domanda se stia cambiando la natura stessa della moneta sui mercati internazionali. Si tratta di una domanda assai impegnativa e complessa a cui necessario per provare a dare una risposta viste le pesanti implicazioni che un simile processo ha nei confronti della vita quotidiana di tutti noi. Per farlo bisogna ricordare alcuni fatti avvenuti negli ultimi giorni. La Banca dInghilterra, dopo aver portato il proprio tasso di sconto allo 0,50, ha deciso di aumentare rapidamente la quantit di sterline stampate per circa settanta miliardi,
1. M. MUCCHETTI, USA, la salvezza nel debito pubblico, Corriere della sera, 7 febbraio 2008. Nel caso del debito pubblico statunitense necessario distinguere due dimensioni; la prima quella del debito pubblico federale pari, al 31 dicembre 2008, a 6.369 miliardi di dollari e dei municipal bonds e altri debiti di amministrazioni locali e federali per ulteriori 2.200 miliardi (al 30 settembre 2008). La seconda invece una dimensione pi complessa che appare molto pi alta dal momento che in essa confluiscono ad esempio gli oltre 4 mila miliardi di dollari destinati dal Tesoro al finanziamento della guerra in Iraq e sottratti, di fatto, alle risorse accumulate dalla Social Security e da vari fondi pensione pubblici e parapubblici.

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Politiche monetarie afone e crisi di fiducia

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riprendendo una pratica gi avviata durante la Seconda guerra mondiale, per mettere liquidit a disposizione del sistema finanziario e per coprire la spesa pubblica. La Federal reserve andata ancora oltre impegnandosi a comprare buoni del Tesoro per 300 miliardi di dollari e titoli legati a mutui pericolanti per altri 750 miliardi; nella sostanza 1.000 miliardi di carta moneta fittizia gettati su mercati duramente irrigiditi. Il primo effetto di simili misure rappresentato da una repentina perdita di valore delle monete di riferimento, sterlina e dollaro, che si presuppone saranno oggetto di svalutazione alla luce proprio della loro grande disponibilit liquida. Dopo tanti anni il prezzo delle valute tender quindi a dipendere piuttosto che dai fondamentali delle economie di riferimento tasso dinflazione, livello di indebitamento, andamento del PIL dalla produzione di carta moneta e di carta commerciale. Per tutto lOttocento e per buona parte del Novecento il prezzo delle monete dipendeva dalla loro convertibilit in oro e in argento, che determinava la possibilit di emettere senza svalutazione. Dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944, e fino al 1971, il prezzo si legava invece ad una parit di cambio fisso stabilita in relazione al dollaro. Dalla fine della convertibilit aurea del dollaro in poi, le quotazioni monetarie sono dipese appunto dal valore dato dal mercato alle economie che le emettevano. Ora le nuove pratiche seguite dalla Banca dInghilterra, dalla Federal reserve e anche dalla Banca centrale giapponese stanno sfornando masse di carta moneta tali da rendere la quantit lelemento decisivo per definire la qualit delle monete; un po come avveniva in passato, senza tuttavia lagganciamento al metallo prezioso. evidente che si tratta di pratiche rischiose giustificate dalla gravit della crisi e dalla necessit di finanziare lindebitamento degli Stati che corrono in soccorso delle loro economie: si emette tanta carta moneta per comprare titoli di Stato cos che i tassi rimangano bassi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo e in tal modo chi si indebita, a partire dallo Stato stesso, paghi poco la sua esposizione. Limpressione che se gli anni Novanta hanno favorito lindebitamento privato attraverso lingegneria finanziaria e la liquidit resa facile dalla riduzione artificiale del rischio, la crisi finanziaria globale finir per generare nuovi strumenti di indebitamento pubblico chiamato a coprire i debiti privati divenuti ormai scoperti. Si configura in tal modo uno spostamento colossale dellasse delleconomia mondiale, reso possibile dalla produzione straordinaria di carta moneta, la quale diventa il cardine della rinazionalizzazione degli assetti pi consueti del capitalismo. In questottica si pone la domanda iniziale circa la natura della moneta perch ovvio che lungo un simile percorso tende a diventare pi di quanto non lo sia mai stata un pezzo decisivo di

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politica economica nazionale, persino per gli Stati Uniti che saranno costretti a ripensare in profondit la natura internazionale della loro moneta. Moneta e debito pubblico appaiono i due elementi su cui la parte pi ricca di questo pianeta scommette per la propria tenuta: qualora si abusasse di entrambi tuttavia lo spettro di un brutale passaggio dalla deflazione allinflazione galoppante diverrebbe tristemente reale. Ancora una volta la capacit di riuscita degli strumenti tecnici delleconomia sembra dipendere dalla fiducia collettiva. Nelle condizioni attuali solo questa infatti che stabilisce il limite oltre il quale debito e moneta vengono considerati carta straccia. Conti pubblici a rischio, moneta debole ed emissioni di titoli di Stato a dosi massicce, acquistati in primo luogo dalla Federal reserve, paiono essere i tratti della nuova frontiera di Obama che assomiglia per molto, purtroppo, alleconomia italiana della fine degli anni Settanta. Certo, sono diversi i contesti di riferimento e la forza delle due realt; oggi siamo di fronte al pericolo di una grande deflazione, preludio di una vera e propria depressione, con la disoccupazione negli USA per la prima volta che si avvicina al 9% e con un intero sistema produttivo in panne per mancanza di liquidit e di mercati. Quindi occorre una scossa. Gli Stati Uniti inoltre continuano ad essere la pi forte economia del pianeta e il dollaro, nonostante le sue debolezze, la moneta con cui si fanno l80% degli scambi mondiali. Tuttavia non pu non colpire il fatto che per uscire dalla crisi si abbandonino in fretta quasi tutti i princpi ispiratori di quelle che sono state considerate per anni, soprattutto dai governi progressisti e di centro-sinistra, le politiche economiche virtuose e si ritorni allallegro deficit spending degli anni cupi, foriero di nefaste conseguenze. Cos come non pu non colpire che Obama, dopo una campagna elettorale condotta contro i guasti degli epigoni di Reagan, si appresti a varare il pi grande taglio fiscale della storia americana: lannunciata strategia degli sgravi fiscali a famiglie e aziende per oltre 300 miliardi di dollari contiene una cifra superiore a quella prevista da George W. Bush, che aveva contemplato nellambito di un programma decennale da 1.350 miliardi di dollari un primo biennio di 174 miliardi. Nellottica di Obama il piano di sgravi, approvato il 29 gennaio 2009 alla Camera con lopposizione di tutti i deputati repubblicani, dovrebbe superare in due anni i 300 miliardi e raggiungere, oltre alle imprese, il 95% delle famiglie americane, riservando 500 dollari per ogni lavoratore e 1.000 per ogni coppia; neppure Reagan avrebbe immaginato tanto e non poteva certo pensare di spendere 2 mila miliardi di denaro pubblico per sostenere il sistema finanziario. Se si mettono insieme tutti gli stanziamenti varati da Bush prima e da Obama poi tra dicembre 2007 e gen-

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Politiche monetarie afone e crisi di fiducia

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naio 2009 si raggiungono i 10 mila miliardi di dollari, di cui quasi 4 mila gi utilizzati. Pi spesa pubblica e meno tasse; speriamo davvero che questa insolita combinazione, per nulla ortodossa, abbia effetti positivi. Del resto, lo stesso Obama ha preso rapidamente coscienza di alcune di tali contraddizioni e ha promesso nel febbraio 2009 di dimezzare il deficit federale in quattro anni puntando soprattutto al ritiro delle truppe in Iraq, ad un aumento delle entrate fiscali da redditi superiori ai 250 mila dollari annui e al miglioramento dellefficienza della macchina amministrativa. In questa fase il problema vero tuttavia appare essere un mercato che non offre segnali troppo rassicuranti neppure di fronte a strategia tanto ambiziose. Le appassionate parole del neopresidente Obama hanno scaldato i cuori di 2 milioni di spettatori intervenuti a Washington per festeggiarlo e hanno rafforzato lenorme gradimento di cui gode il leader democratico. Non sono riuscite per a convincere i mercati che hanno anzi reagito malissimo, con il Dow Jones che franato del 5,28%, trascinando con s buona parte dei listini del pianeta. Il perch di una tale reazione, cos diversa da quella che ha attraversato limmaginario di unintera nazione, riconducibile ad alcuni elementi da non sottovalutare. In primo luogo Obama ha fatto un esplicito riferimento nel suo discorso alla necessit di introdurre un sistema di controlli adeguati per evitare gli eccessi speculativi del mercato; un watchful eye per usare la chiara espressione del presidente che freni gli ardori dellingegneria finanziaria, valuti con attenzione gli asset e impedisca facili indebitamenti. Bisogna prendere atto infatti che il mercato rappresenta la sede di creazione ma anche di distruzione della ricchezza e dunque occorrono regole stringenti2. Un richiamo simile ha immediatamente intimorito le Borse che, in presenza di condizioni di panico diffuso, hanno interpretato le posizioni di Obama come la premessa di una legislazione e di una serie di comportamenti decisamente restrittivi rispetto allagire finora in larghissima parte deregolamentato della finanza. Gli ultimi quindici anni, al di l di alcuni grandi processi e di una maggiore severit introdotta nei confronti dei reati pi gravi, hanno conosciuto il sostanziale abbandono da parte del legislatore, e pi in generale della politica, di ogni volont di definire princpi e paletti rispetto alle operazioni finanziarie. La forte dichiarazione di Obama, che ha rivendicato un ruolo decisivo per i valori condivisi della vecchia America lavoro
2. R. MASERA, The recent distruption in financial markets implications for the implementation of Basel II, in Money, Derivate Growth, 5th colloquium (COS?), 2008, pp. 181210; C. BORIO, W. NELSON, Monetary operations and the financial turnoil, BIS Quarterly Review, 2008, n. 133, pp. 31-45.

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duro e onest, coraggio e fair play, tolleranza e curiosit, lealt e patriottismo , sembra annunciare la fine della centralit del turbocapitalismo, gi duramente piegato dalla crisi. Lambizione della politica di riprendersi il proprio ruolo viene cos punita da mercati che non sono pi abituati a sottostare a forme di vera sovranit democratica, soprattutto se corroborate dalla maggiore severit penale. Per capire la diffidenza dei mercati occorre per aggiungere un altro dato, rappresentato dalla sempre pi marcata convinzione che circola nei mercati stessi circa limpossibilit persino per giganteschi interventi statali di ridare fiato e fiducia alle diverse economie del pianeta. Le Borse hanno paura delle regole e, al contempo, non credono negli aiuti dello Stato che pure invocano a sostegno di un sistema in crisi di liquidit. Si verifica in tal modo una sorta di previsione che si autorealizza vanificando ogni impegno di capitale pubblico: in poche settimane le massicce risorse iniettate dal Tesoro degli Stati Uniti nelle principali banche del paese hanno perso la met del loro valore per effetto della brusca caduta dei prezzi delle azioni delle banche medesime. In una simile situazione il rischio che le cifre necessarie a porre in essere gli auspici contenuti nel discorso di Obama siano sempre insufficienti anche quando sono enormi perch i mercati temono il nuovo corso del presidente, ritenendolo da un lato rivolto a cancellare i benefici drogati della finanza allegra e dallaltro incapace per di sostituire tali benefici con una politica economica che sappia prescinderne. Il tasso di risparmio delle famiglie americane ormai all1,2%, la met di quello del 2001, il deficit federale attestato intorno ai 1.200-1.300 miliardi di dollari e la produzione industriale praticamente in corso di sparizione forniscono un supporto pericolosissimo al pessimismo dei mercati che, pur nel baratro, tendono ad essere pi forti delle speranze di una nazione. Quando Chrysler ha bisogno di unalleanza strategica con Fiat per abbattere i costi e rientrare nel piano di aiuti pubblici del governo USA, cedendo il 35% del proprio capitale di fatto gratis e promettendo un altro 20% per 25 milioni di dollari 10 anni fa Daimler aveva pagato 36 miliardi di dollari per Chrysler , evidente che lorgoglio nazionale americano ha bisogno di corroboranti davvero straordinari. La principale scommessa di Obama pare quindi essere questa: restituire agli Stati Uniti una centralit nei mercati, modificando la nozione stessa di mercato e affrontandone le molteplici resistenze. Pi Stato, pi rigore in sede penale, pi controlli invocati a gran voce da un populismo sempre meno sotterraneo alimentano la difficile scommessa di Obama, il quale deve cambiare le dinamiche del mercato stando ben dentro la sua attuale conformazione. I mercati hanno paura delle loro stesse azioni e se il

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Politiche monetarie afone e crisi di fiducia

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sistema finanziario non collabora anche le misure socialisteggianti come lultima versione del piano di Geithner non sono efficaci. Molti insistono sulla necessit di nazionalizzazioni temporanee, attraverso strumenti come i warrants pensati da Jeffrey Sachs, per ridare fiducia e rimettere ordine senza cancellare la prospettiva futura della rinascita del mercato; passare dal privato al pubblico per tornare al privato appare ora per una dinamica difficile da configurare, in primo luogo in termini di costo complessivo del sistema. Solo il rapido diffondersi di ipotesi di nazionalizzazione, sia pure temporanea, di alcune banche USA ne ha provocato un drammatico crollo azionario, con Citigroup che ha perso il 22% in ununica seduta, toccando il prezzo di 2 dollari contro i 50 di un anno e mezzo fa. La paura della nazionalizzazione statale risulta un elemento che deteriora, piuttosto che sanare, il panico indotto dalla prospettiva che le attivit iscritte nel bilancio delle banche non valgano nulla. Lo statalismo, in tal senso, rischia di essere inutilizzabile prima ancora di essersi realmente concretizzato oppure, come alcuni pensano, un semplice transito per ripianare i costi dellincertezza e rimettere poi le banche e le imprese sul mercato. In altre parole, il mercato abdica temporaneamente alle proprie funzioni solo a condizione di essere reintegrato nei suoi pieni poteri in una prospettiva decisamente poco accettabile per contribuenti che devono pagare il conto. Ma se quei contribuenti, come avviene negli Stati Uniti, sono anche partecipi del gioco finanziario in qualit di azionisti, di sottoscrittori di fondi pensione o di titolari di mutuo, forse lindigesto salvataggio per conto terzi diventa pi digeribile, soprattutto se il compito dello Stato diventasse quello di fornire garanzie sulla base dei prezzi di mercato precedenti non allesplosione della crisi, ma alla sua fase pi acuta3. Cosa rimane in tutto ci delle tradizionali dinamiche del capitalismo assai difficile da definire. Ipotesi come la gi menzionata bad bank atta a separare le colossali attivit illiquide da quelle buone o il fantasioso sidecar pensato da George Soros, che trasferisce al sistema bancario nel suo complesso strumenti tipici dei fondi hedge, erano del tutto inconcepibili solo una decina danni fa e ben poco soggetti a codificazioni conosciute. Stiamo assistendo dunque al crollo dellimpero economico a stelle e strisce? Una domanda di questo genere poteva apparire decisamente provocatoria ancora qualche mese fa ma gli ultimi eventi la rendono molto concreta. Mentre il presidente Obama presentava la sua proposta per il budget federale del 2010, in sostanza la sua prima legge finanziaria, annunciando interventi per 3.600 miliardi, il dipartimento
3. F. GIAVAZZI, Come salvarci dallabisso, Corriere della sera, 22 febbraio 2009.

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del Tesoro forniva cifre da incubo sulla caduta del PIL statunitense, pari a 6,2% negli ultimi tre mesi del 2008, un dato decisamente peggiore di ogni stima possibile e che non si ripeteva da una trentina di anni. Per capire cosa stia succedendo, questi due aspetti gigantesco budget federale e crisi vanno letti insieme. Di fronte ad una crisi che sembra non avere pi confini, Obama annuncia un bilancio che segna la comparsa di un deficit nei conti pubblici vicino ai 1800 miliardi di dollari, molto pi alto quindi dellintera ricchezza prodotta in un anno dal nostro paese; un deficit pari al 12,3% del PIL americano, quindi 4 volte superiore ai parametri virtuosi imposti allEuropa dal trattato di Maastricht e al deficit USA dellanno prima. Un simile disavanzo deriva innanzi tutto dalle risorse che continuano ad indirizzarsi verso le banche, sempre pi in affanno, come dimostra la necessit per lo Stato di salire fino al 36% della propriet azionaria di Citigroup, la pi grande banca del mondo. Dipende poi dalla caccia agli asset tossici che lamministrazione statunitense vuole cancellare dai bilanci di banche, assicurazioni e societ con spese miliardarie. Ma oltre al settore finanziario Obama vuole destinare soldi alla sanit, con un piano da 634 miliardi di dollari in 10 anni, ai lavori pubblici, allambiente e al settore manifatturiero. Si tratta di un vero e proprio cambio di prospettiva rispetto al passato, che al fine di reperire le enormi liquidit necessarie, colpisce alcuni gruppi sociali storicamente molto forti, dagli agricoltori, con un taglio dei sussidi, ai petrolieri, sottoposti ad una serie di inasprimenti fiscali, che dovrebbero portare nelle casse USA 31 miliardi di dollari in una decina di anni; dai titolari di redditi superiori ai 500 mila dollari alle imprese che subiranno, per la prima volta, la tassazione dei profitti allestero. LAmerica di Obama sembra costretta dalle difficolt a concentrarsi su se stessa, mettendosi in discussione senza avere per certezze circa la riuscita reale dei propri sforzi. Pu vantare tuttavia alcuni elementi di indubbia forza: in questo momento nessun altro paese al mondo pu iniettare nella propria economia 3600 miliardi di dollari e dunque evidente che una tale prerogativa pu consolidare il primato americano. Per disporre di una simile montagna di risorse gli Stati Uniti devono per cambiare in profondit la loro stessa geografia sociale e il loro ruolo internazionale. Per difendere i redditi degli americani e far ripartire i consumi interni necessaria una colossale redistribuzione di ricchezza che ponga fine al crescente e rapido impoverimento del ceto medio verificatosi negli ultimi venti anni. Bisogna, al tempo stesso, ripensare il peso delle banche e dei mercati finanziari, a cui non pu pi essere demandato il compito di produrre ricchezza per lintero sistema paese. Soprattutto indispensabile che tenga la capacit del governo degli Stati Uniti di indebitarsi per trovare

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Politiche monetarie afone e crisi di fiducia

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i mezzi necessari ai propri interventi, visto che un aumento generalizzato della tassazione o un aumento del PIL da cui trarre risorse non sono pensabili. In questottica diventa fondamentale il ridimensionamento del ruolo internazionale degli USA che non potranno pi continuare a svolgere lazione del gendarme internazionale rispetto ai sempre pi numerosi conflitti regionali e saranno costretti ad una vera e propria sottomissione alle richieste che provverranno dai loro grandi finanziatori, a partire dalla Cina, in possesso di una parte colossale del debito pubblico americano e dei dollari circolanti. Il paradosso in cui si trova invischiato il presidente Obama costituito dal fatto che la sua capacit di salvare la propria economia vincolata a doppio filo alla volont degli investitori internazionali, Cina su tutti, di finanziarla. Questo significa dover rinunciare al ruolo di superpotenza e accettare un nuovo rapporto con il mondo e con la propria identit. La fissazione della data dellestate 2010 per il la fine della guerra in Iraq proclamata da Obama uno dei primi segni dellera post-americana.

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INCUBI EUROPEI

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Come negli USA, anche in Europa bisogna fare presto; questo sembra essere il monito che scuote i governi europei e le banche centrali. La crisi industriale ormai esplosa pure qui e sta colpendo duramente il settore automobilistico, chimico, minerario e siderurgico, oltre ad aggravare i ritardi di altri comparti gi in affanno. I benefici che possono derivare dalla decisa e improvvisa riduzione del prezzo del petrolio e delle materie prime sono infatti vanificati dal pesante indebitamento in cui versano molte imprese, dalla loro difficolt nel reperire liquidit e dalla scomparsa di numerosi mercati di destinazione finale delle produzioni. La continua distruzione di valore borsistico che subiscono le societ quotate contribuisce a rendere ancora pi cupo tale clima. Di fronte ad una situazione simile finalmente ripartita in Europa una politica monetaria volta a dare fiato alleconomia reale, con chiari segnali di abbassamento dei tassi fino all1,5% e forse oltre; una scelta quasi obbligata che si inserisce in un panorama internazionale di generale riduzione del costo del denaro, ora decisamente necessaria per evitare guai peggiori e resa possibile dal repentino venir meno dei pericoli inflazionistici, sostituiti da tangibili sintomi di deflazione. In questottica sono assai meno cogenti sia il vincolo strutturale che il Trattato di Maastricht impone alla BCE allo scopo di difendere il potere dacquisto degli europei, contenendo linflazione al di sotto del 2% sia la paura di fiammate inflattive legate ai rinnovi dei contratti nazionali di categoria che anche in Germania hanno mostrato, al di l delle dichiarazioni bellicose, una sostanziale moderazione. Le previsioni per il 2009 registrano che ben 11 dei 16 paesi di Eurolandia subiranno una decisa recessione e lo sforamento del limite del 3% avverr in quasi tutta la UE con casi eclatanti come quello dellIrlanda, dove si prevede un segno negativo pari all11%, della Spagna con un deficit del 6,2%, della Francia con un meno 5,4%1. Nel caso spagnolo, dove la recessione si manifestata a partire dal1. A. CERRETELLI, UE: nel 2009 PIL italiano al -2%, Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2009.

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lultimo trimestre 2008, appare particolarmente acuta la crisi del settore immobiliare che pesa in maniera profonda sullintero comparto bancario: nel corso del 2008 i sette principali istituti di credito iberici hanno acquisito case per un controvalore di 7,7 miliardi di euro nello sforzo di tamponare i 315 miliardi di euro di crediti che le stesse banche vantano nei confronti delle societ immobiliari. Intanto la disoccupazione ha superato i 4 milioni di unit, con una porzione superiore al 30% di senza lavoro di lungo periodo. Alla luce di simili difficolt la nuova BCE, oltre a iniettare liquidit, dovrebbe, secondo il suo stesso presidente Trichet, assumere in proprio i compiti di vigilanza diretta e prudenziale sui sistemi finanziari dei vari stati europei sottoposti a ben 50 diverse authorities, svolgendo funzioni che, almeno in parte previste dal trattato, non sono mai state esercitate per le resistenze dei governatori delle banche centrali nazionali; una asimmetria poco comprensibile in virt del fatto che oltre il 70% dei depositi totali nellUnione europea sono conservati presso banche transfrontaliere. Come ha notato Lorenzo Bini Smaghi, le resistenze nazionali sono originate dalle paure di ogni autorit bancaria di perdere peso specifico. In questo senso il vero problema il rapporto tra BCE e Banca dInghilterra che, rispetto allistituto centrale europeo, dispone gi di una possibilit di coordinamento con il proprio sistema di vigilanza finanziaria e dunque tende a frenare gli sforzi di integrazione in termini di vigilanza europea con chiari rischi per di sostanziale opacit del quadro. I due timori principali sono costituiti infatti dalle fiammate speculative e dalla deflazione, associata ad una spinosa recessione che le stime pi recenti valutano in oltre due punti percentuali per le principali economie europee nel corso del 2009; nel caso tedesco le ipotesi pi credibili stimano la recessione al 3%. Oltre ad un solerte intervento sul versante monetario, si profilano cos altre misure di primo soccorso a partire dallapplicazione soft del patto di stabilit che, sulla base della versione concordata gi nel 2005, dovrebbe consentire agli Stati del Vecchio continente di sopportare un maggiore indebitamento pubblico, stimolando il finanziamento delle infrastrutture, le varie forme della spesa sociale e gli sconti di natura fiscale e tariffaria. La Gran Bretagna avr nel 2009 un rapporto deficit-PIL superiore al 7%, con una crescita colossale del rapporto debito PIL dallattuale 47% ad una percentuale compresa tra il 70 e il 100%, la Francia sar di nuovo sopra il 3%. Questi dati sono comunque meno preoccupanti rispetto al pericolo di una brusca impennata della disoccupazione che, secondo le cifre fornite dallILO, per il 2009 si dovrebbe attestare a quasi 50 milioni di nuovi disoccupati a livello planetario con una tasso del 7%;

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di questi, 11 milioni saranno nellUnione europea. Proprio per scongiurare ci, la Commissione europea ha messo a punto un pacchetto di contributi anti-recessione pari a 200 miliardi di euro, secondo alcuni analisti ancora troppo limitati dal momento che si tratta dell1,5% circa del PIL dei paesi dellUnione europea; persino il sempre prudente Fondo monetario auspicherebbe un intervento pari almeno al 2%, lo stesso FMI che ricever dallEuropa 75 miliardi di euro per finanziare soprattutto la difficile ripresa dei paesi dellEst. Si tratta in gran parte di misure di stimolo fiscale di carattere nazionale e solo in misura limitata di interventi basati su risorse comunitarie; nel complesso dovranno avere natura temporanea e non produrre distorsioni della concorrenza2, secondo quanto ha ribadito la commissaria Kroes, ferma nel distinguere fra ricapitalizzazioni pubbliche di banche sane e in crisi (per le quali necessario un tasso di mercato aumentato di un premio di rischio). evidente che almeno in una prima fase gli interventi maggiori sono stati destinati a fornire garanzie al sistema bancario in difficolt, considerato come il settore pi a rischio e suscettibile di provocare guai molto pesanti alleconomia nel suo complesso.
Germania Francia Spagna Gran Bretagna Stati Uniti Giappone Cina 12,3 17,1 408,2 78,9 398,6 Spesa pubblica 64,8 14,3 Ricapitalizzazione 40 10,5 40,8 180,3 Garanzie 621,8 412,7 198,3 695,4 428,6 414,1 Totale impegni 726,6 437,5 210,6 753,3 1.017 493 398,6 Spesa in % 2,6 0,7 1,1 1,0 4,2 2,4 4,8 del PIL Var. del debito 29,3 22,2 19,1 42,1 10,5 14,8 14,5 in % del PIL * Fonte Prometeia, previsioni 2009, dati in miliardi di euro (gennaio 2009)

La gravit della crisi obbligherebbe invece lEuropa ad attivare politiche ancora pi eccezionali che superino alcune delle rigidit degli anni passati, quando il problema centrale era identificato nella necessit di avere una moneta forte e conti pubblici in regola per dare stabilit ad un assetto istituzionale in corso di costruzione e per difenderlo da2. E. BRIVIO, Bruxelles: 200 miliardi per rilanciare leconomia, Il Sole 24 ore, 27 novembre 2008. Su questo tema si vedano anche le considerazioni espresse da James A. Mirrlees in una recente intervista (V. DA ROLD, Giusti gli aiuti, purch temporanei, Il Sole 24 ore, 23 novembre 2008). Gi a inizio dicembre Almunia e Trichet notavano come i piani di intervento adottati dai governi fossero solo 18 su 27 Stati membri, per una percentuale pari allo 0,7% del PIL continentale (E. BRIVIO, Governi troppo lenti, DOV E ?, 9 dicembre 2008).

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gli shock interni. Il caso della Germania sta dimostrando che, nonostante un piano pubblico di 500 miliardi di euro tra garanzie e ricapitalizzazioni, il sistema bancario ancora in affanno e da pi parti si ventila un nuovo intervento da 30 miliardi. A inizio gennaio 2009 il governo tedesco ha iniettato 10 miliardi di euro nel capitale di Commerzbank: dopo tale intervento e dopo la fusione in atto con Dresdner Bank, lo Stato ne deterr il 25%, procedendo al contempo ad ottenere il 10% di Deutsche Bank, attraverso lacquisizione da parte di tale istituto di Postbank, la banca al dettaglio pi importante della Germania, partecipata da Deutsche Post3. A febbraio la presa datto del tracollo di Hypo Real Estate ha spinto il governo di Angela Merkel a proporre un progetto di legge che consente la nazionalizzazione forzata di un istituto di credito in crisi. Tale norma segna un evidente salto di qualit in termini di rilievo dellintervento statale, soprattutto in relazione allordinamento tedesco dove larticolo 14 della legge fondamentale stabilisce precisi limiti allesproprio e contiene solo un generico rimando alla possibilit di indennizzo per gli azionisti espropriati. Le difficolt continuano a caratterizzare anche leconomia della Francia dove il governo, sottoposto a forti critiche, fin dal 12 ottobre 2008 ha presentato un piano che offriva una garanzia a copertura dei titoli emessi dalla Socit franaise de financiement de lconomie entro il 31 dicembre 2009, con una scadenza da uno a cinque anni e a tassi di mercato per un ammontare complessivo pari a 320 miliardi di euro. Lo Stato francese si impegnato inoltre a offrire una garanzia sui finanziamenti concessi alle societ del gruppo Dexia, in accordo con i governi lussemburghese e belga4, questultimo gi coinvolto in maniera massiccia nel difficoltoso salvataggio dellistituto finanziario Fortis. In Spagna si assistito alla parallela creazione di un fondo, con una dotazione iniziale di 30 miliardi di euro e con la possibilit di acquistare titoli da istituzioni finanziarie operanti in Spagna; pure in questo caso molte delle criticit continuano tuttavia a permanere sebbene in un quadro bancario pi solido. Lesigenza di pronte repliche europee deriva dal fatto che, a differenza di quanto avveniva in passato, ora la crisi ha origine fuori dallEuropa e i diversi poli delleconomia mondiale Stati Uniti, Cina, Russia, America Latina stanno attrezzandosi per riportare i capitali a casa o per trattenerli allinterno dei propri mercati, a cui fornire sia pur con esiti incerti stimoli decisi per rilanciare i consumi. In particolare la Russia, che ha visto crollare lindice MICEX
3. E.B. ROMANO, Deutsche Bank fa posto allo Stato, Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2009. 4. Banca dItalia, Bollettino economico, n. 55, gennaio 2009, p. 11.

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della Borsa di Mosca da quasi 2.000 a poco pi di 213 punti, sembra intenzionata a utilizzare gran parte dei 330 miliardi di dollari di riserve erano 450 solo qualche mese fa e i 200 miliardi del fondo di stabilizzazione, accumulati nella fase dei prezzi alti del petrolio, per dare fiato alla propria economia, portando i sussidi di disoccupazione a 4.900 rubli (circa 175 dollari), aumentando le pensioni del 12% e introducendo una serie di misure di supporto ai veri settori produttivi5. Malgrado tutto ci probabile che leconomia russa registri nel 2009 un deficit dei conti pubblici superiore al 6%, un disavanzo della bilancia commerciale e una crescita del PIL del 3,5% con segni di inflazione al 12,5%, di svalutazione della moneta e di disoccupazione, resa avvertibile dalla presenza di quasi 5 milioni di senza lavoro6. A preoccupare Putin in particolare la sorte del rublo: nel giro di pochi mesi, tra dicembre e febbraio, sceso da un rapporto di 29 rubli per un euro ad uno di 46 a 1, mentre lagenzia di rating Fitch ha declassato da BBB+ a BBB la valutazione del debito pubblico russo, seguendo lesempio di Standard & Poors che aveva operato gi a dicembre 2008 una riduzione analoga.

5. A. SCOTT, Putin: pi Stato nelle imprese, Il Sole 24 ore, 5 dicembre 2008. 6. F. DRAGOSEI, Russia, il governo rompe il tab Siamo in recessione, Corriere della sera, 13 dicembre 2008.

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SOLUZIONI NAZIONALI

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Il Vecchio continente per reagire non pu limitarsi a beneficiare dei rialzi borsistici quando il Tesoro USA, affidato secondo criteri di evidente continuit a Geithner, luomo della FED di New York, decide di salvare le proprie banche, come nel caso di Citigroup, ma dovr dedicare pi risorse a se stesso. Il multilateralismo, al di l delle dichiarazioni di principio, si costruisce a partire dalla capacit dei singoli soggetti internazionali di non finire schiacciati dalle proprie crisi. Sembra profilarsi un possibile corto circuito fra lallentamento dei vincoli regolamentari in tema di bilanci pubblici e di aiuti di Stato da un lato e linvocata adozione di standard contabili di maggiore trasparenza e di procedure per la gestione del rischio da parte delle banche, con periodiche verifiche, dallaltro. La prospettiva di due distinti mercati, uno pubblico e uno privato, che hanno regole e soglie di tolleranza diverse rispetto al pericolo di opacit, risulta uneventualit concreta e porta con s molti pericoli soprattutto quando i due mercati finiscono inevitabilmente per interagire e sovrapporsi con continuit. A lungo lazione delle istituzioni economiche e finanziarie europee non ha purtroppo colto la gravit della crisi che si stava per profilare. Per leurozona il vero e pressoch unico pericolo stato considerato quello rappresentato dallinflazione contro la quale, ha affermato Trichet a pi riprese, era necessaria e urgente una guerra preventiva, rialzando i tassi di interesse. Con toni quasi militareschi il responsabile della BCE ha auspicato un raffreddamento prima di tutto dei salari, nella speranza di riuscire a difendere il potere dacquisto degli europei; unintenzione ineccepibile in termini monetari che lasciava per qualche dubbio visto lormai conclamato manifestarsi, hic et nunc, di una non rinviabile questione salariale in diversi paesi del Vecchio continente. Forse Trichet si preoccupato troppo dei numerosi rinnovi contrattuali aperti nei principali sistemi produttivi europei e meno dellandamento delleconomia in senso generale, della redistribuzione della ricchezza e della capacit reale di consumo, messa a dura prova dal rialzo dei prezzi di molti generi primari che in maniera quasi paradossale sono

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stati sottostimati nel determinare il peso del paniere dellinflazione e poi degli effetti della recessione. Se vero che occuparsi di tali temi non figura tra i compiti del presidente della BCE, altrettanto vero che una politica monetaria dannosa perch rigida fino alleccesso corre il rischio di provocare guai seri e difficilmente riparabili dalle politiche economiche dei singoli Stati. Con tassi di interesse europei che sono da tempo superiori rispetto a quelli USA, con difficolt crescenti nelle esportazioni dettate dai cambi in molte zone agganciate al dollaro, con il prosciugarsi della liquidit, sembra veramente difficile che lEuropa riesca a conoscere una maggiore giustizia sociale e una migliore crescita. Il pericolo reale che dopo aver pagato a caro prezzo il processo di unificazione e di allargamento dei propri confini, con un tangibile impoverimento soprattutto dei lavoratori dipendenti, lUnione europea si trovi ora impegnata a sopportare, in gran parte da sola, i costi della ristrutturazione delleconomia mondiale, a cominciare dalle difficolt della ex locomotiva statunitense, senza essere riuscita neppure a realizzare unarmonizzazione della base imponibile dei vari Stati membri. La stessa eurozona potrebbe trovarsi a fare i conti con una corsa globale alle svalutazioni monetarie come strumento competitivo sia pur in un mercato monetario con tassi vicini a zero; svalutazioni perseguite da economie piccole come la Svizzera e grandi come il Giappone che puntano a deprezzare le loro divise di un buon 10% per avere cos un analogo beneficio alle proprie esportazioni. A poco servita, in questi anni, anche la sensibile riduzione delle imposte sulle aziende, diminuite negli ultimi 10 anni: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%, nel 2009 precipitata al 23%1. La riduzione del tasso principale di interesse all1,5%, il livello pi basso mai raggiunto dal 1999, dallavvio della gestione della politica monetaria da parte della BCE, rappresenta forse solo un ravvedimento tardivo, che ha continuato a conservare comunque un differenziale di 1-1,5 punti rispetto a Stati Uniti, Inghilterra, Giappone e Canada. Nei nuovi scenari che si profilano con lesplosione della crisi economica appare inoltre sempre pi difficile definire persino cosa possa intendersi con il termine mercato, sia per linevitabile riduzione dei consumi sia perch stanno riaffacciandosi con forza due fenomeni almeno in parte assopiti nel recente passato. Si tratta dei gi menzionati aiuti di Stato e del protezionismo commerciale. Dopo londata di salvataggi bancari che ha attraversato buona parte delleconomia mondia1. P. RAITANO, Depressione fiscale, Altraeconomia, febbraio 2009, p. 36. Nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale era del 25,9% a fronte di un 26,8% dellanno precedente. cresciuta invece la tassazione indiretta con una media planetaria intorno al 15,7%.

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le, lintervento pubblico si rivolge ora ai settori industriali maturi. Il caso pi evidente quello dellautomobile: il governo tedesco ha annunciato un piano di sostegno di quasi 2 miliardi di euro, seguendo lesempio francese che ha messo sul piatto ben 9 miliardi di euro in cambio dellabbandono di ogni delocalizzazione per almeno 5 anni da parte delle imprese transalpine e quello degli Stati Uniti, dove stata gi predisposta una prima tranche di 3 miliardi di dollari. Anche la Gran Bretagna, per bocca del ministro alle attivit produttive Peter Mandelson, ha promesso ai propri produttori di auto 2,5 miliardi di euro; in maniera analoga si mosso il governo giapponese con un consistente pacchetto di misure per fronteggiare un brusco calo della produzione industriale del 9,6% e soprattutto una riduzione del PIL che nel quarto trimestre del 2008 ha registrato uno smottamento storico pari al 12,7%, tre volte pi pesante di quello statunitense e due volte quello dellEurozona, legato alla crisi delle esportazioni (-13,9% con un successivo dato di gennaio pari a -45,7%)2, degli investimenti (-5,3%) e al ristagno dei consumi (0,4%). A marzo Tokyo ha deciso per la prima volta di attingere alle proprie riserve valutarie per destinare 5 miliardi di dollari a favore della Japan Bank of International Cooperation, ente di diritto pubblico ora finalizzato a sostenere le imprese nipponiche in difficolt. La Svezia ha erogato 2,5 miliardi di euro e una cifra di poco inferiore stata stanziata dalla Spagna. Tutti questi interventi sono stati condizionati, a detta dei governi che li hanno promossi, ad unattenta analisi dei conti delle imprese beneficiate e della loro duttilit a produrre auto meno inquinanti in modo da evitare finanziamenti a fondo perduto3. certo tuttavia che rappresentano una evidente forma di distorsione della concorrenza e tendono a legare la capacit competitiva delle varie aziende automobilistiche alla quantit di risorse ad esse trasferite dai governi nazionali; in breve, pi consistenti sono gli aiuti tanto maggiore diventa la possibilit di superare la crisi. Se lindustria
2. In maniera significativa si contratto soprattutto il volume delle esportazioni giapponesi nei confronti della Cina, con un disavanzo ormai pari a 563 milioni di yen (S. CARRER, A Tokyo mai cos alto il deficit commerciale, Il Sole 24 ore, 36 febbraio 2009). 3. Nei principali paesi la politica di bilancio ha assunto un orientamento fortemente espansivo, con misure di sostegno alla domanda che si aggiungono a quelle messe in atto per salvaguardare il sistema bancario e finanziario. Gli Stati Uniti hanno deciso interventi per quasi 800 miliardi di dollari, con un impatto complessivo sul disavanzo nel triennio 20092011 del 5 per cento del prodotto annuo. In Giappone gli interventi per il 2009-2010 sono commisurati al 2 per cento del PIL; al 3 per cento in Canada. In Europa, la Germania ha approvato azioni di stimolo per oltre 3 punti del PIL tra il 2009 e il 2010; la Spagna per poco meno di 2 punti in un solo anno; il Regno Unito per quasi 1,5 punti; la Francia per circa tre quarti di punto. Le maggiori spese e riduzioni di entrate approvate in Italia per finalit anticicliche sono pari a circa mezzo punto percentuale del PIL, finanziate da interventi di segno opposto (Mario Draghi, intervento al Forex di Milano, 21 febbraio 2009).

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

dellauto italiana disporr solo di 250-300 milioni di euro, chiaro che la sua possibilit di stare in un mercato cos profondamente drogato dagli aiuti di Stato sar assai compromessa e le conseguenze saranno tuttaltro che irrilevanti. Non si tratta infatti solo della posizione pi o meno solida di Fiat ma di un settore che nel suo complesso produce il 14% del PIL italiano e garantisce un gettito fiscale di 81 miliardi di euro. Si apre cos una questione molto complessa e costituita dalla definizione del carattere nazionale o meno di unazienda: quando unazienda si pu definire di interesse nazionale? Quando la sua propriet nelle mani di soci nazionali o quando il maggior numero degli occupati di tale azienda appartiene allo Stato che eroga il finanziamento? Simili interrogativi sono particolarmente rilevanti nellambito degli attuali processi di globalizzazione e delocalizzazione delle sedi produttive. Unindagine recente ha dimostrato che unauto uscita dalla catena di montaggio di Chrysler, societ americana, ha un contenuto nazionale in termini di manodopera e di indotto soltanto del 66%, mentre unauto prodotta negli Stati Uniti da Toyota, societ giapponese, ha un contenuto americano per l80%. La maggior parte dei colossi automobilistici produce generalmente in patria solo il 30-40% dei propri mezzi. Il fatto che gli aiuti di Stato diventino un elemento decisivo per la sorte delleconomia dei paesi pone dunque di fronte a scelte non facili, rese ancora pi importanti dal ruolo assunto dallautorit pubblica nel sistema creditizio, le cui strategie di investimento sono sempre pi legate alla politica. In Svezia il governo si rifiutato di salvare la Saab dal fallimento, in quanto di propriet General Motors, mentre ha deciso di garantire i prestiti della Banca europea degli investimenti indirizzati alla Volvo, di propriet Ford, solo a condizione che lazienda americana simpegni ad investire nella sua controllata. In maniera analoga lesecutivo tedesco ha legato gli aiuti alla Opel, anchessa di propriet di General Motors, alla rigida separazione tra lazienda tedesca e la sua casa madre statunitense. Sembra profilarsi in tal senso uno scontro, pi chiaro ancora rispetto al passato, tra le esigenze nazionali di temporaneo accantonamento dei princpi di tutela della concorrenza e la volont della Commissione europea di garantirne il pieno rispetto; uno scontro che rischia di far perire definitivamente la legittimit diffusa delle istituzioni comunitarie, destinate ad apparire agli occhi degli europei in affanno come inutili e ottuse custodi di unortodossia meramente liturgica e lontana dalla realt. Si sta assistendo poi alla brusca ripresa dei protezionismi, messi in atto da molteplici attori internazionali in settori disparati; in poche settimane gli Stati Uniti hanno rafforzato le barriere in entrata nei confronti degli acciai esteri, provocando solo in Italia la messa a repentaglio di 17 mila posti di lavoro, e hanno

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di fatto chiuso il mercato delle acque minerali; il Brasile ha aumentato bruscamente i dazi sui prodotti tessili e sulle scarpe; la Russia ha proseguito nella strategia di chiusura del proprio mercato interno. Nel caso dellacciaio la scelta americana stata particolarmente netta, con lintroduzione dellobbligo dellutilizzo di acciai americani in tutti i cantieri finanziati con denaro pubblico; una chiara violazione quindi di ogni concorrenza internazionale. Il vero rischio del protezionismo insito daltra parte in unapplicazione rinforzata dei dazi gi applicabili, dal momento che il divario tra i dazi massimi e quelli applicati molto esteso e a questa possibilit si aggiunge quella relativa alladozione di licenze non automatiche sullimportazione di alcuni prodotti, sul modello di quanto ha recentemente deciso lArgentina. Sono elementi destinati a suscitare preoccupazione per leconomia italiana che spera di appoggiare la propria parziale ripresa sul rilancio dellexport, cresciuto a dicembre del 5,4 rispetto allanno precedente, ma poi gelato a gennaio e febbraio. La vicina Francia nel febbraio 2009 ha deciso di aumentare le garanzie per gli esportatori nazionali contro possibili default della clientela delle imprese in 37 paesi esteri e ha annunciato leliminazione della tassa professionale che grava sulle aziende transalpine. Qualora prevalessero i protezionismi e diventassero decisivi gli aiuti di Stato, il timore principale che le economie in questo momento con minori risorse pubbliche possano correre il rischio di avere la peggio; tanto pi se non prenderanno corpo ipotesi di collaborazione fra i vari Stati europei in tema di emissione del debito che consentirebbero di risparmiare ben 300 miliardi di euro in conto interessi. Si configurano in sostanza tante, troppe politiche patriottiche che nel panorama globale determinano squilibri rispetto ad una funzionale distribuzione delle produzioni. In relazione a questo stanno scontrandosi non solo USA, Cina e India, ma anche molte economie pi deboli, ognuna cosciente che le nuove dinamiche dei prezzi e il rischio della crisi di liquidit mondiale costituiscono una miscela esplosiva da cui difendersi con mezzi autonomi e fatti in casa. Lipotesi di una maggiore liberalizzazione dei traffici, con labbattimento delle tariffe e dei dazi per rilanciare gli scambi, non convince per la paura che ciascun paese ha di non vedere garantite in pieno le proprie richieste di reciprocit. Questo insieme di fattori rischia di legare insieme crisi finanziaria e crisi economica, aprendo una situazione molto difficile soprattutto per una realt come quella italiana che negli ultimi anni ha tratto una parte del proprio PIL dalle esportazioni e ha beneficiato dei buoni andamenti borsistici. Nel periodo 2003-2007 le prime cinquanta societ quotate a Milano hanno triplicato i profitti, Enel ed Eni hanno versato allo Stato-azionista ben 12 miliardi di dividendi, mentre nel 2008 la

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stessa piazza milanese ha subto perdite pari al 50%. Oggi questi dati sono messi pesantemente a rischio se si pensa che nellultimo trimestre del 2008 il PIL italiano crollato del 2,6% rispetto al 2007 e dell1,8% nei confronti del trimestre precedente: numeri negativi che non si registravano dal 1980, tanto pi se accompagnati ad una caduta del PIL nel 2008, pari complessivamente allo 0,9%, la peggiore dal 1993. Le dure proteste espresse dai lavoratori inglesi della raffineria Lindsey Oil, a Grimsby nel Lincolnshire, contro gli sporchi immigrati italiani accusati di accettare salari da fame, costituiscono uno degli esempi pi chiari del nuovo clima determinato dalla recessione economica. Lorigine delle manifestazioni di piazza riconducibile alla decisione di Total, che gestisce la raffineria di Grimsby, di affidare una serie di importanti lavori allazienda siciliana Irem, evitando di ricorrere a manodopera inglese. La maggiore sigla sindacale britannica, Unite, ha giustificato la sollevazione degli operai nazionali dichiarando che le aziende estere starebbero ormai da tempo discriminando la manodopera locale, mentre la stampa popolare ha soffiato sul fuoco della polemica indicando i lavoratori italiani come poco attenti alle norme di sicurezza e disposti ad un vero e proprio crumiraggio. Il primo ministro Gordon Brown, decisamente imbarazzato, ha criticato liniziativa dei lavoratori inglesi, limitandosi per a definirla soprattutto inopportuna; il ministro della Sanit Alan Johnson si spinto oltre, chiedendo una revisione profonda della normativa a tutela dei lavoratori, indebolita, a suo giudizio, dalle recenti sentenze della Corte europea. A sostegno dei lavoratori della raffineria Lindsey si sono avute poi numerose manifestazioni in altri impianti a partire da quelli scozzesi di Grangenouth e del gassificatore di South Hook nel Galles, a cui ha fatto seguito una aperta dichiarazione di supporto alle ragioni dei lavoratori inglesi dellex leader dei minatori Arthur Scargill, ora esponente del Socialist Labour Party. Ben venga il protezionismo ha detto per tutelare salari e occupazione4. Gi queste reazioni fanno capire che la vicenda della Lindsey Oil, conclusasi solo dopo limpegno della Total ad assumere un numero di lavoratori britannici pari a quello di lavoratori stranieri, rischia di anticiparne molte altre. Se la possibilit per le singole economie nazionali di uscire dalla crisi, salvando migliaia di posti di lavoro, dipende sempre pi dallintervento dello Stato, sia sotto forma di aiuti sia attraverso ladozione di rigide politiche protezionistiche, evidente che lappello allappartenenza nazionale come criterio di destinazione delle risorse statali sar sempre pi marcato. I dati certificano per quanto gli appelli alla difesa
4. L. MAISANO, Il leone Scargill torna sulle barricate, Il Sole 24 ore, 3 febbraio 2009.

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della nazionalit del lavoro siano esagerati: in Inghilterra solo l8% dei lavoratori non ha passaporto britannico e in Francia tale percentuale sale all8,5%. La drammatica fine della dimensione globale dei processi economici e il ritorno alla centralit degli Stati possono condurre allaccentuazione di fenomeni di sciovinismo ben pi forti di quelli paventati dallimmagine dellidraulico polacco che tanto aveva preoccupato i lavoratori europei a seguito della direttiva Bolkstein. Il mercato internazionale infatti oggi molto debole e dunque la capacit delle aziende di creare occupazione discende dallausilio pubblico assai pi che dalla prerogativa di fare prodotti di buona qualit e a basso prezzo. Gli Stati mettono soldi nella difesa del proprio sistema bancario privilegiando le banche che operano sul loro territorio, si impegnano nellindustria automobilistica nazionale e quando pongono in essere grandi commesse tendono a favorire appaltatori del proprio paese, rinunciando semmai alle spese militari che si sono ridotte in Spagna, in Inghilterra, in Francia e in Italia. I capitali sono sempre pi in procinto di tornare a casa, alla ricerca dei favori dello Stato da cui sono provenuti, e il commercio internazionale per la prima volta dopo tanti anni regredisce. La crisi configura un mondo con minori interrelazioni, con minori dipendenze necessarie e con maggiori chiusure. In un clima siffatto lidea che il lavoro debba essere prima di tutto riservato ai cittadini autoctoni diventa decisamente prevalente. Statalismo, protezionismo, nazionalismo possono comporre quindi una pericolosa catena di ismi che rischia di sfociare nella xenofobia; un sentimento di cruda ostilit verso lo straniero, depredatore delle magre disponibilit nazionali, che molti linguaggi della politica possono coltivare e che persino le forze sindacali faticano a contenere. Nel momento in cui le delocalizzazioni selvagge degli anni Novanta si stanno interrompendo perch si riducono a livello planetario i consumi e pertanto ha poco senso aumentare i volumi produttivi, si assiste ad una ricollocazione patriottica delle imprese che, a partire dallEuropa, rinfocola distinzioni e alimenta prospettive meramente domestiche. Il vero problema tuttavia costituito dal fatto che nessuna delle singole economie del Vecchio continente ha i mezzi per uscire da sola dalla crisi in atto, tanto pi se la pi grande economia del mondo, quella degli Stati Uniti, pone in essere una decisa azione di sostegno della proprie imprese. Nello scontro tra il buy american a stelle e strisce, con interventi da 1.500-2.000 miliardi di dollari solo in parte mitigati nella loro caratura nazionalistica dallintervento del Senato, e i tanti, troppi, protezionismi nazionali dei vari paesi europei, ciascuno con misure che difficilmente superano i 50 miliardi di dollari, sarebbe molto facile prevedere come possa andare a finire. La crisi finanziaria del 1929 aveva portato

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con s lesplosione di una tragica stagione di egoismi nazionali, il cui esito tristemente noto. Tutto questo avviene in un quadro di regole sostanzialmente ancora fermo ad una decina di anni fa quando le sorti del dollaro erano saldamente nelle mani della Federal reserve. Una decina danni fa, World trade organization pensava ad un mondo retto dal multilateralismo, dalle privatizzazioni e dalla panacea del mercato internazionale dove tante economie specializzate scambiavano le proprie produzioni: oggi a dominare sono le grandi economie pubbliche degli Stati, cos come statalizzate sono le fondamentali risorse energetiche, gestite da cartelli in corso di ampliamento; il cuore dello sviluppo si trova nei mercati interni e nella moltiplicazione forzata dei consumatori nazionali. Dieci anni fa, infine, non esisteva neppure uneconomia informale tanto diffusa quanto quella con cui ci misuriamo ora, frutto anchessa della globalizzazione che, dove non riuscita a far decollare i sistemi produttivi n a mobilitare i processi di finanziarizzazione, ha contribuito quasi paradossalmente a cancellare gli istituti del mercato, aprendo spazi enormi alla rinascita di forme plurisecolari di sussistenza, mescolate adesso per, non di rado, con gli strumenti dellillegalit. Certo, il dato comune alla nuova finanza e alle informalit, entrambe post globali, stato troppo a lungo rappresentato da una sostanziale estraneit a regole che siano realmente trasparenti e in grado di tutelare i soggetti pi fragili. La confusa conferenza stampa dellormai ex ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa, rilasciata al G7 di Roma di inizio febbraio 2009, costituisce un episodio assai pi significativo di quanto non si pensi dellattuale contesto. Il membro del governo del premier Taro Aso infatti oggetto di critiche non per il suo indubbio amore per lalcool ma soprattutto per le sue scarse competenze specifiche; un deficit di conoscenza che risulta particolarmente grave nel momento in cui il PIL nipponico registra un crollo storico del 12,7%, come non avveniva dal 1974. In California il governatore Arnold Schwarzenegger, dopo aver promesso un radioso futuro ai propri elettori, si trova ora sullorlo della bancarotta con 42 miliardi di dollari di debiti. Lex culturista, alle prese con un bilancio complesso e con uneconomia in brusco rallentamento, fatica a trovare le soluzioni giuste ed stato costretto persino a prendere in considerazione la proposta di tassare la marijuana, la quale costituisce il pi grosso raccolto della California. Anche la classe dirigente russa, colpita dalla caduta del prezzo del petrolio e dal crollo della produzione industriale, non riesce a individuare vie duscita convincenti. Si potrebbero citare numerosi altri esempi di ministri e alti burocrati che non sembrano allaltezza della difficolt del momento; persino il presidente Sarkozy appare appesantito nella sua

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azione e il neoprotezionismo di misure come Achetez franais forse cela lincapacit di avviare una vera riflessione sul futuro dellintera economia europea. La difesa della nazionalit delleconomia, in diversi casi, potrebbe essere la strada pi semplicistica soprattutto se abbinata ad un brutale appello alla sicurezza nazionale per mascherare lincapacit di affrontare in termini complessi i processi economici. Intanto, molti dei comportamenti pericolosi che hanno generato la crisi sembrano non essersi esauriti, anzi. Nonostante la crisi finanziaria infatti non sono cessate le tanto deprecate cartolarizzazioni. Nella sostanza si continua a creare carta da carta e a trasferire rischi da soggetti a soggetti, a discapito della trasparenza dei mercati. La possibilit per gli istituti di credito di ottenere una garanzia dalle banche centrali dei vari paesi sta producendo non tanto leffetto di far sparire i titoli tossici gi in circolazione quanto di continuare a moltiplicare la produzione di titoli assai instabili. Nel giro di pochissimi mesi sono stati messi in circolazione dai vari Stati europei bond con garanzia pubblica per oltre 220 miliardi di euro, denomina in divisa europea, in dollari e in sterline. In questo senso il ricorso alle tecniche finanziarie pi articolate resta assai diffuso a fronte di una classe politica internazionale che, mentre mostra evidenti contraddizioni tra il rifiuto in termini generali del protezionismo e il frequente ricorso ad esso in termini concreti, continua a rimanere troppo debole nel contrastare la finanziarizzazione. Al di l delle misure ad effetto, come la sensibile riduzione dei bonus ai manager introdotta da Obama per le banche che ricevono aiuto dallo Stato, limpressione che neppure la drammaticit della crisi in atto stia stimolando la definizione di una nuova etica economica. La gigantesca e costosa immissione di denaro pubblico nelle banche e nelle imprese private sta avvenendo nella sostanziale prosecuzione di comportamenti ormai consolidati, soprattutto in Europa, quando sarebbe auspicabile al contrario una precisa azione pubblica finalizzata a subordinare gli aiuti a condotte rigorose. Il sistema bancario italiano ha distrutto pi di met del proprio valore di Borsa ma non ha conosciuto un significativo ricambio dei vertici e se i Tremonti bond non sono ancora partiti, iniziato invece il ricorso alle garanzie della Banca dItalia. La continuit dei vertici blindata dai soliti patti di sindacato non sta impedendo il progressivo, implacabile calo dei corsi azionari dellintero comparto bancario, minacciato anche dalleccessiva esposizione verso alcune aree a rischio come lEuropa orientale. La presunta sbornia del titolare delle Finanze giapponesi riassume in maniera didascalica, dunque, unincapacit diffusa della politica di misurarsi con la crisi e di ripensare in profondit il modello che ha trionfato negli ultimi anni, a partire dai principali interpreti di esso. Senza un ve-

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ro ricambio sar difficile un vero cambiamento, che certo non passer attraverso nuovi legal standards espressi in quattro mesi da molti dei responsabili della crisi. LItalia in questo senso davvero uno dei casi pi gravi. Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi che, al cospetto del premier inglese Gordon Brown, ha sostenuto la possibilit per il governo italiano di procedere alla nazionalizzazione delle banche, salvo poi ribadire la buona salute di esse, hanno contributo ad aggravare un quadro gi sufficientemente difficile. Le confuse parole del presidente del Consiglio hanno rafforzato la sensazione di profonda incertezza in merito alle condizioni reali degli istituti di credito italiano deprimendo i mercati, nella fase attuale molto inclini ad allarmarsi. La crisi certamente mondiale, ma indubbio che la Borsa di Milano stata la peggiore fra quelle europee, con lindice Mibtel che ha lasciato sul campo quasi il 4,84%, distruggendo valore in poche ore per una cifra tre volte superiore a quella contenuta nel decreto anticrisi. Ad essere travolte, guarda caso, sono state proprio le banche con il titolo di Unicredit, che ha perso l8,71%, ampiamente sotto 1 euro per azione, e quello di Intesa Sanpaolo, crollato addirittura del 15,34%. In questo senso le parole rischiano davvero di essere pietre, tanto pi se pronunciate mentre la Commissione europea era chiamata ad esprimersi sullammissibilit dei Tremonti bond. Una volta ottenuta lautorizzazione le banche quotate possono infatti emettere obbligazioni che dovr comprare il Tesoro italiano in cambio di un interesse dell8,5%, tasso fissato alla luce della presunta buona salute degli istituti annunciata da Berlusconi. chiaro invece che la gravit della crisi indurr molto probabilmente varie banche a fare ricorso a questo strumento, costringendo di fatto il governo a procedere ad acquisti per i quali, a differenza di quanto accade in altri paesi europei, non esiste ad oggi una copertura certa ma solo una stima intorno ai 20 miliardi, pi o meno quanto cancellato dal valore di listino delle banche il 20 febbraio. Berlusconi e Tremonti hanno a pi riprese definito questi bond uneventualit a cui ricorrere in caso di difficolt estrema; ora siamo arrivati a tale condizione e bisogna procedere a varare misure vere senza avere la prerogativa tipica di altri paesi di indebitarsi. La Gran Bretagna di Gordon Brown, ad esempio, sta adoperandosi concretamente per salvare la propria economia a partire dalle banche, grazie ad una massiccia iniezione di denaro pubblico consentita da un debito pubblico pari al 47% del PIL che dovrebbe aumentare di ben trenta punti percentuali in breve tempo, raggiungendo cos l80%. La stessa Banca dInghilterra, forse abusando del quantitative easing, ha persino deciso di stampare 2 miliardi di sterline per comprare titoli di Stato, a cui ha fatto seguito una successiva tranche di ben 75 miliardi di sterline per comprare titoli di Stato. Francia e

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Germania sono in condizioni non troppo dissimili. LItalia parte da un debito pubblico che gi vicino al 110%, quindi indebitarsi ancora estremamente difficile, per non dire impossibile. Se le banche emetteranno i Tremonti bond per migliorare il livello della loro incerta patrimonializzazione, lo Stato le comprer facendosi pagare dalle banche stesse un discreto interesse, naturalmente solo in caso di utile da parte delle banche. Ma se le banche, come probabile, non faranno utile e non riusciranno a pagare le obbligazioni, essendo queste convertibili in azioni, resteranno in carico allo Stato, il quale non ben chiaro come potrebbe finanziarle. La situazione resa poi particolarmente delicata dal fatto che le principali banche italiane hanno pesanti esposizioni sulle piazze dellEst Europa, divenute ormai molto pericolanti, e questo spinge ulteriormente la velocit delle loro perdite, pari al 30% per Intesa, al 34% per Monte dei Paschi e a quasi al 50% per Unicredit. Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno deciso inoltre di mettere a disposizione di Fiat una linea di credito di 1 miliardo, anche nella prospettiva di sostenere i propri crediti verso la pi grande azienda italiana che ha vari prestiti obbligazionari in scadenza e ha quindi bisogno di denaro liquido. Sempre Unicredit e Intesa sono coinvolte nel maxiprestito concesso ad Enel per acquistare la societ iberica Endesa, di cui ormai possiede il 92%. Unoperazione, bene ricordarlo, che porter il livello di indebitamento di Enel da 50 a quasi 62 miliardi di euro. Tutti questi numeri fanno pensare che lingresso dello Stato italiano in alcune banche sia molto pi che probabile; sarebbe bene trovare i mezzi per farlo e soprattutto discutere di quelle condizioni che devono imporre un profondo cambiamento di gestione, al di l delliniziativa dei bond. La globalizzazione finanziaria ha portato ad una significativa riduzione dei costi di transazione e, al contempo, ha garantito un importante aumento della disponibilit finanziaria globale. Questa, grazie alla capacit dei mercati di favorire unefficiente allocazione della ricchezza su scala globale, ha permesso di sostenere un importante sviluppo delleconomia. Se Alessandro Profumo, CEO di Unicredit dal 1998, ha ancora la forza di sostenere queste tesi, cos come le ha espresse al Forex di Milano del febbraio 2009, evidente che la coscienza di cosa sia realmente accaduto decisamente troppo debole, mentre i numeri dovrebbero suggerire maggiore prudenza: le passivit delle banche irlandesi, al netto di capitale e riserve, sono 9 volte pi grandi del PIL di quel paese, mentre in Francia, in Belgio e in Olanda ammontano a 4 volte, in Austria a 3,5 e in Italia a 2,55. Solo per suggerire un altro dato eloquente bene ricordare che lesposizione bancaria sul mercato im5. M. LONGO, Cos crollato il castello di carta, Il Sole 24 ore, 1 marzo 2009.

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mobiliare pari al 56,1% in Germania, al 47,1% in Francia, al 106% in Olanda e al 96,7% in Irlanda. In queste condizioni naturale che assicurarsi contro i default degli Stati costi moltissimo, tra l1,5 e il 2% dellimporto da assicurare perfino per le economie pi forti. Diversamente da Profumo Ben Bernanke ha avuto la forza di fare un pesante mea culpa, sottolineando le responsabilit della Federal reserve nella crisi globale, e lord Adair Turner, presidente della Financial service authority, ha presentato una riforma del sistema finanziario inglese in cui si riconoscono gli errori del modello britannico e si sollecita la creazione di una nuova istituzione europea di vigilanza che imponga una maggiore quantit e una migliore qualit del capitale delle banche.

UN CASO SPECIFICO. IL MERCATO DEI PRODOTTI AGRICOLI IN AFRICA DI FRONTE ALLA CRISI

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Questa crisi sta colpendo duramente anche alcune zone gi molto fragili come il mercato dei beni agricoli in Africa, che rischia di essere una delle vittime principali delle difficolt economiche attuali. Quando si affronta il tema del mercato agricolo africano bisogna distinguere almeno tre diverse dimensioni che lo contraddistinguono. Esiste infatti un mercato fisico dei beni agricoli, caratterizzato dalla presenza degli strumenti propri dello scambio formalizzato, dalla moneta alle norme commerciali, che radicato soltanto in alcune aree del continente; accanto ad esso convivono una rete di scambi e di traffici informali dove il baratto e la territorialit sono largamente dominanti e la fortissima influenza della finanziarizzazione dei beni agricoli. Proprio questultimo aspetto, sul versante della determinazione dei prezzi, risulta decisamente prevalente dal momento che sono gli scenari internazionali a definire le condizioni per lattribuzione del valore ai beni primari, rispetto ai quali la domanda interna, sia per la sua esiguit sia per la sua difficile formalizzazione monetaria, ha un peso assai relativo. naturale dunque che nel corso dellultimo anno il vero e proprio andamento schizofrenico del mercato finanziario mondiale dei beni agricoli ha prodotto conseguenze durissime nei confronti delle fragili economie africane. Fino a luglio 2008 si assistito al fenomeno della cosiddetta agrinflazione, della marcata crescita cio del prezzo dei beni agricoli, in particolare dei cereali; il prezzo del riso, alimento di base per numerosissimi paesi, tanto da essere utilizzato come valore di riferimento dei mercati, aumentato nei primi sei mesi del 2008 di oltre il 50% in Costa dAvorio, del 50% nella Repubblica Centraficana, del 39% in Camerun, del 45% in Senegal, del 42% in Mauritania, mentre in Sierra Leone, per le specifiche condizioni politiche e ambientali, ha raggiunto il 300%. Nel medesimo periodo il grano ha conosciuto un andamento molto simile a quello del riso e il mais ha visto il proprio prezzo crescere di un terzo. Gi negli ultimi giorni di settembre 2007, al Chicago Board of trade il future per consegna vicina del fru-

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La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob UNA CRISI TANTE CRISI

mento aveva toccato il record dei 9,39 dollari per bushel, pi del doppio rispetto ad un anno prima1. Le cause di tali aumenti sono state molteplici, a cominciare proprio dalla speculazione finanziaria che ha trasformato per alcuni mesi i beni agricoli in beni rifugio. Nel 2006 i futures sui cereali negoziati alla Borsa di Chicago hanno superato il valore di 3 mila miliardi di dollari e sono stati tenuti alti solo in minima parte dalla crescita della domanda reale. Nel 2007 e nel 2008 il volume degli scambi ulteriormente cresciuto e ad incidere sulle quotazioni ha contribuito anche la decisione di molti fondi di investimento di impiegare gran parte delle proprie risorse di liquidit nel settore delle commodities cos che gli investimenti basati sullindice delle materie prime sono cresciuti dai 30 miliardi di dollari del 2003 ai 160 miliardi del 2007. In termini finanziari interessante rilevare che lAfrica subshariana viene ormai inserita negli indici EMEA, i quali mettono insieme, allinterno dei vari fondi, i paesi emergenti europei, il Medio Oriente e appunto lAfrica subshariana. Un accostamento assai forzato, dovuto in parte proprio alla comune natura di aree produttrici ed esportatrici di materie prime e commodities sempre pi indirizzate verso Cina e India. Questo inserimento ha favorito certamente una maggiore volatilit delle piazze africane anche in relazione ai prezzi dei beni primari vista la loro crescente scarsit in tali aree. Al definirsi dellagroinflazione hanno contribuito a lungo poi le debolezze del dollaro che ha messo in difficolt alcune valute e ne ha rafforzato altre, come avvenuto per il rand sudafricano, colpito da pronunciata debolezza, al contrario per esempio del kwacha dello Zambia. In momenti di grande tensione inflazionistica il ruolo delle monete assume un rilievo centrale rispetto alle bilance commerciali soprattutto per i paesi dalle economie pi fragili e specializzate in pochi prodotti sottoposti a concorrenza2. Per tali paesi, se hanno scelto di applicare un controllo sulle proprie valute al fine di evitare linflazione, le operazioni relative al cambio possono risultare molto costose, come dimostra il caso della Nigeria. Il naira infatti, in presenza di un forte afflusso di capitale estero e di alti prezzi del petrolio, ha cominciato a salire di prezzo, costringendo la Banca centrale a stamparlo in gran quantit per venderlo sul mercato dei cambi, accumulando riserve valutarie. Ci ha finito per stimolare di nuovo linflazione, che era faticosamente scesa dall11 al 6%, inducendo la stessa autorit monetaria a brusche sterilizzazioni. Il grande problema rap1. P. ROBERTS, The end of food. The coming crisis in the world food industry, London, Bloomsbury Publishing, 2008. 2. FAO, Southern Africa, 2006/2007 Mid-season Update, gennaio 2007.

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Un caso specifico

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presentato dalla debole capacit delle pochissime banche centrali africane sovrane di definire i contorni di una vera politica monetaria; una questione che ha coinvolto anche il Sudafrica, la cui Banca centrale ha posto in essere nel corso del 2007 alcune strette sul costo del denaro senza riscuotere troppo successo nel frenare linflazione. Laumento di prezzo dei generi cerealicoli infatti ha surriscaldato un quadro economico gi sospinto da una crescita nel 2006 vicina al 5%. Sui prezzi cominciano a pesare anche i cambiamenti climatici: un recente studio delleconomista William R. Cline, Global warming and agricolture: impact estimates by country, prevede un calo della produzione agricola sudafricana del 39-47% per il 2080 se la concentrazione dei gas serra continuer a crescere al ritmo attuale. Un dato allarmante per i contadini africani che gi combattono contro una cronica insufficienza alimentare. Particolarmente drammatiche sono le conseguenze delle alluvioni che con periodicit frequente colpiscono il continente africano. Nellagosto-settembre 2007 le precipitazioni hanno flagellato buona parte dellAfrica subsahariana a ridosso della stagione del raccolto. Nel 2006 ad essere devastate sono state le aree del Corno dAfrica, mentre nel 2000 fu paralizzato lintero Mozambico. I periodi delle piogge intense si alternano a drammatiche siccit senza che siano state ancora realizzate le necessarie opere infrastrutturali, a partire dai grandi invasi3. Unaltra causa dellincremento dei prezzi dei cereali rappresentata dal forte sviluppo della produzione dei cosiddetti agrocarburanti, soprattutto in alcune zone del pianeta. Lamministrazione Bush ha previsto una produzione di biocarburante per trasporto di 132 miliardi di litri entro il 2016 al fine di ridurre la dipendenza dal petrolio; sembra pi probabile tuttavia che lobiettivo da raggiungere si fermi a circa 650 milioni di ettolitri per evitare di esercitare pressioni insostenibili sui mercati agricoli. Questo obiettivo stato confermato nella sostanza dal nuovo presidente Obama che nel suo programma elettorale non ha rimosso i sussidi in tale direzione. In Africa sono stati stanziati diversi milioni di dollari per produrre bioetanolo e biodiesel, in particolare in Angola, Zambia, Kenya e Mozambico. Il Sudafrica ha varato un programma, stimato in 828 milioni di dollari, per coprire entro il 2013 con i biocarburanti il 75% del target complessivo di energia rinnovabile del paese. La Nigeria ha proceduto ad assegnare due concessioni alla Inc. Natural resources per portare a termine un progetto da 4 miliardi di dollari per produrre etanolo nello stato settentrionale di Jigawa. Nel maggio del 2007 a Nairobi stato approntato un piano per forniture di energia rinnovabile a 20 milioni di abitazioni in ben 25 stati
3. G. ALBANESE, LAfrica delleterna emergenza, Avvenire, 22 settembre 2007.

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africani4. Al di l delle diverse stime che circolano fra gli esperti circa la reale potenzialit di questi carburanti, indubbio che la loro coltivazione necessita di molta acqua ottenere un litro di etanolo richiede da tre a cinque litri di acqua dirrigazione e genera fino a tredici litri di acque reflue , accelera processi di deforestazione e tende a ridurre loccupazione (nelle zone tropicali, 100 ettari destinati allagricoltura familiare creano 35 posti di lavoro, mentre la palma da olio e la canna da zucchero solamente una decina)5. Lo sviluppo dei biocarburanti stato reso possibile dal prezzo del barile di petrolio ampiamente sopra i 100 dollari; con il greggio tornato a inizio 2009 tra i 40 e i 50 dollari molto probabile che tale settore subisca un drastico ridimensionamento, contribuendo alla gi marcata riduzione del prezzo dei beni agricoli. Alla luce di ci si tratta di capire quali siano state le conseguenze di questa fase rialziasta dei prezzi soprattutto per le economie pi sensibili ad essi, le pi aperte, come quella africana. Qualche dato pu essere utile per cogliere le dimensioni del fenomeno: dal 1995 al 2003 le esportazioni agroalimentari dellAfrica dellOvest sono cresciute del 50% (per oltre 6 miliardi di dollari) ma il deficit dei suoi scambi alimentari salito in misura maggiore, arrivando al 55% (pari a quasi 5 miliardi). LAfrica occidentale si ridotta da forte esportatrice a regione importatrice di prodotti alimentari. Dal 1993 al 2002 questarea ha aumentato le proprie importazioni di cereali del 60% (per il resto del mondo laumento stato del 18,2%), mentre la loro produzione aumentata solo del 16,3% (6% per la media mondiale). Nellarea di libero scambio dellAfrica occidentale la produzione agricola specializzata destinata al mercato interno solo per una percentuale compresa tra l8 e il 13%6, mentre assai pi ampia la parte destinata al consumo domestico costituita dalla produzione non specializzata. In tutta lAfrica subsahariana la bilancia commerciale agricola divenuta passiva dal 2000, con una fortissima crescita dellimportazione dei cereali; questo in un contesto mondiale dove, invece, gli scambi commerciali di beni agricoli interessano solo il 5% della produzione agricola mondiale. Nel corso del 2007 Benin e Burkina hanno presentato un pesante problema commerciale: il forte aumento del prezzo del grano non stato compensato da un analogo incremento del prezzo del cotone; in Gambia la produzione di cereali ha coperto meno della met del fabbi4. M. COCHI, Pericolo verde, Nigrizia, ottobre 2007, pp. 30-33. 5. E. HOLTZ-GIMENEZ, I cinque miti della transizione verso gli agrocarburanti, Le Monde diplomatique, n. 4, 2007. 6. D. DIALLO, La concorrenza sleale uccide. SOS per lagricoltura africana, il manifesto, 3 marzo 2007.

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sogno nazionale, rendendo il paese estremamente sensibile agli shock esterni, un dato comune alla Guinea Bissau e alla Mauritania, nella quale solo 1/3 del fabbisogno di cereali coperto dalla produzione nazionale. In Nigeria, sempre nel 2007, limportazione di cereali stata limitata da una maggiore produzione nazionale, ma solo perch lepidemia di aviaria non ha dirottato verso questo settore una parte del mais coltivato. In Sierra Leone i prezzi dei beni alimentari importati sono stati a lungo il principale fattore di inflazione e pesano per il 54% sullindice dei prezzi al consumo. Significativi deficit nella bilancia alimentare colpiscono anche il Congo e la Repubblica democratica del Congo, mentre realt come il Gabon scontano la loro natura di monoculture energetiche, in cui lagricoltura occupa una posizione marginale nella creazione della ricchezza. Nellinsieme i deficit commerciali sono resi ancora pi gravosi dal fatto che esiste solo una limitata interdipendenza regionale, in grado di realizzare un proprio circuito di distribuzione interno, e le importazioni provengono dalle grandi economie agrarie del pianeta, a cominciare dagli Stati Uniti7. Si tratta di importazioni su cui pesano quindi il cambio della moneta, i costi di trasporto e i flussi di merci internazionali; appena non pi conveniente distribuire in Africa perch si aprono altri scenari, come successo ora con la comparsa prepotente della Cina, i rifornimenti agricoli tendono insomma a rarefarsi. Questo arrivo massiccio e incontrollato di prodotti alimentari dimportazione, anche sotto forma di aiuti umanitari, ha avuto effetti devastanti sulla produzione locale, sulla professione e sui redditi dei piccoli produttori, indeboliti gi da una spesa statale indirizzata allagricoltura ormai inferiore al 5% dellintero budget pubblico8; una contrazione che permane nonostante limpegno assunto dallUnione africana durante il vertice di Maputo, tenutosi nel luglio 2003, di portare al 10% la percentuale del bilancio pubblico destinata allagricoltura. Il danno principale deriva dal fatto che le produzioni importate dallestero, e soprattutto dallUnione europea, sono concentrate su alcuni generi (carne di volatili, latte, patate) che hanno fatto concorrenza diretta ai produttori locali e al tempo stesso hanno impedito il costituirsi di una complementariet intraregionale in particolare nel caso del mais, delle carni bovine e delle cipolle con effetti negativi per esperienze di integrazione africana, a partire da ECOWAP (Ecowas agricultural policy), iniziativa rivolta ad una politica agricola comune ad opera dei paesi del blocco CEDEAO, siglata nel gennaio 2005. Bisogna aggiunge7. FAO, Giews Country Updates, giugno 2007. 8. M. DI SISTO, Coltivare lAfrica, Mosaico di pace, settembre 2005.

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re che le economie agricole africane per quanto aperte, con bilance passive, in alcuni casi dispongono gi di forme di protezione doganale. Per i dazi ad valorem, Marocco, Ruanda e Repubblica del Congo risultano ai primi posti della graduatoria internazionale, mentre per le franchigie Angola, Congo-Brazzaville e Repubblica del Congo sono tra le pi protette. Risulta difficile pertanto anche solo ipotizzare miglioramenti nel caso di una riduzione di tali forme di protezione. Si tratta di agricolture aperte ma in molte zone assai fragili e complesse, per le quali gli shock di prezzo sono assolutamente devastanti: nellAfrica subsahariana, dove laumento della produzione agroalimentare appena intorno al 2% annuo, lincremento demografico almeno del 3%. E laumento di produzione dovuto alla messa a coltura di terre vergini, di terreni deforestati: si invadono altipiani, savane, zone predesertiche, si adottano pratiche agronomiche inadatte e dannose per le risorse naturali che contribuiscono allerosione dei suoli e allavanzamento dei deserti. Limpressione che il modello di unagricoltura da esportazione, a lungo sostenuto per dotare i paesi africani di un mercato esterno vista la debolezza del proprio e per consentire loro di ripagare il debito estero, non sia servito a migliorare realmente la produttivit agricola (la produzione media per ettaro in Africa soltanto il 54% della media mondiale9), generando unulteriore dipendenza che nella fase dei prezzi esplosivi stata del tutto insostenibile. Questo modello non ha minimamente risolto nemmeno la questione dellapprovvigionamento idrico, senza il quale la produzione agricola ridotta di almeno 1/3; un dato comprensibile qualora si tenga conto del fatto che un africano su sette dipende da colture legate alle piogge e quindi particolarmente soggette agli effetti del cambiamento climatico. Le analisi della FAO certificano che lAfrica utilizza solo il 4% delle riserve dacqua disponibili per lirrigazione, concentrandole su appena il 7% delle terre arabili; una percentuale che crolla all1,6% nellAfrica subsahariana10. Lostinato sforzo di favorire la specializzazione colturale come strumento primario per accrescere la produttivit ha inoltre provocato serissimi danni ad una biodiversit che per secoli ha costituito una delle risorse fondamentali della tradizione africana e che ora rischia di essere rivalutata, ma solo nellottica della variabilit genetica, prodotto delle biotecnologie. Ben altra prospettiva sarebbe invece quella di stimolare, ai fini di una maggiore autosufficienza, unagricoltura di conservazione, che intenda utilizzare proprio la biodiversit dei terreni come fatto9. G.T. SCARASCIA MUGNOZZA, Una rivoluzione verde per lAfrica, 30Giorni, n. 2, 2007. 10. J. DIOUF, Lo sviluppo agricolo, una carta che lAfrica pu giocare, Le Monde diplomatique, dicembre 2004. Cfr. anche P. COLLIER, Lultimo miliardo, Roma, Laterza, 2008.

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re chiave per aumentare la produttivit e controllare lerosione del terreno; obiettivi raggiungibili attraverso lalterazione minima del suolo, precise tempistiche di semina, rotazione e associazione delle colture, copertura dei terreni. Sarebbe opportuno favorire, con pi convinzione di quanto si sia fatto finora, proprio lintegrazione dei mercati africani in ununica area regionale che dipenda meno dallapprovvigionamento esterno e sia nelle condizioni di autoregolarsi e di provvedere ai propri bisogni, magari contenendo quanto pi pezzi possibili della filiera agroalimentare11. Questa prospettiva renderebbe pi efficienti anche gli aiuti europei, sicuramente assai ingenti; nel decimo FES sono previsti per i paesi dellAfrica subsahariana circa 4 miliardi lanno che si dovrebbero spendere con cognizione, facilitando le procedure formali per la stessa richiesta di aiuti. Sarebbe altres necessario rivitalizzare una sede realmente multilaterale per discutere di regole commerciali e di tariffe, dal momento che la logica degli accordi bilaterali, attraverso la quale passa oggi oltre il 65% delle riduzioni tariffarie, favorisce i pivot pi forti e non consente di affrontare temi generali come la riduzione della povert, la lotta allinquinamento e la redistribuzione sociale della ricchezza planetaria. Questo tanto pi necessario in relazione alle esigenze dei paesi in via di sviluppo, dove la spesa per il consumo di cibo raggiunge il 65% della spesa totale, a fronte di una percentuale fra il 10 e il 20% nei paesi industrializzati. Gli accordi bilaterali tendono a semplificare gli scambi liberandoli da vincoli di carattere generale e, al tempo stesso, mirano ad ampliare i benefici dei singoli contraenti a scapito di garanzie ambientali e sociali, con effetti tuttaltro che benefici proprio nella distribuzione della ricchezza. In una simile ottica assume allora un rilievo significativo la valorizzazione della struttura delleconomia agricola africana dove, nonostante il processo sopra descritto, resta centrale limportanza dellagricoltura familiare. Questa forma di societ soprattutto nellAfrica subsahariana, nella quale 2/3 degli abitanti vivono in villaggi con meno di 2.000 abitanti assicura pi del 90% della produzione agricola e gestisce pi del 95% delle terre agricole. A dispetto della spietata concorrenza internazionale, i piccoli produttori dellagricoltura familiare continuano ad assicurare fino al 90% dellapprovvigionamento alimentare delle comunit locali. Lagricoltura ha per subto negli ultimi anni un processo di indebolimento dovuto alla riduzione dei sussidi ai piccoli agricoltori, alleliminazione del controllo dei prezzi dei fattori di pro11. Si vedano in tal senso le dichiarazioni di Mamadou Cissokho, presidente e fondatore di ROPPA, la rete dei produttori agricoli dellAfrica occidentale (S. MORANDI, Prendere o lasciare. Cos lEuropa ci impone gli accordi, Liberazione, 24 aprile 2007).

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duzione e delle aziende agricole, alla smobilitazione di alcune strutture parastatali nellambito della commercializzazione agricola. Si profilato poi da tempo il grave problema della reale ricaduta in loco dei prezzi delle produzioni agricole: in Costa dAvorio i produttori hanno ricevuto, nel periodo 1980-1988, il 17,5% di ogni dollaro speso dai consumatori e tale percentuale crollata allo 7,25 tra il 1999 e il 2003. Dallestate del 2008 le tendenze inflazionistiche sono state rapidamente raffreddate dallesplosione della crisi internazionale e per molti versi sono state sostituite da unaltrettanto marcata spinta in direzione della deflazione. quindi probabile che tutto il settore delle commodities conosca una forte instabilit con cadute di prezzo e repentine risalite, in unottica tipicamente speculativa di brevissimo periodo nella quale le strategie finanziarie di difesa di portafogli in affanno possono indurre molti investitori a vendere i titoli pi apprezzati. Ancora una volta i guasti della finanziarizzazione che hanno provocato nei mesi scorsi un artificiale rialzo dei prezzi stanno generando ora una costante volatilit in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008 stato un anno record per il frumento con quasi 680 milioni di tonnellate ma questo non impedisce una logorante instabilit di prezzo che, in campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia, i cui futures al Chicago Board of Trade stanno perdendo poco pi del 5%. Solo sulla scorta delle valutazioni finanziarie cos potuto avvenire che nel giro di pochissimi mesi, alla fine del 2008, il prezzo dei cereali nel continente africano abbia lasciato sul campo l11% rispetto al 2007, pur in presenza di dati macroeconomici non troppo dissimili. Lesigenza di portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli pare lunica strada percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un senso compiuto e una prevedibile coerenza; unesigenza resa maggiormente avvertita dalla rinascita del protezionismo finalizzato ora a impedire le cadute di prezzo secondo una linea decisa dalla Commissione europea nellottobre 2008 che ha reintrodotto i dazi di importazione dei cereali. Linstabilit che minaccia il commercio dei beni agricoli daltra parte accentuata dalla questione monetaria. Il dollaro risulta in larga misura catturato dalla dimensione finanziaria della crisi in atto e subisce le conseguenze sia della politica al ribasso della Federal reserve, con un tasso ormai allo 0%, sia delle paure delle banche che rifiutano di prestarsi il denaro, terrorizzate dal rischio di controparte, difficile da superare anche con lintervento delle garanzie pubbliche sui collaterali. I prezzi di mercato sono dunque vittima di una moneta comunque minata da unintrinseca debolezza che finisce per contagiare leuro, in quanto lo spettro della recessione americana e del dollaro fragile mettono a repentaglio la credibilit stessa della divisa europea,

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danneggiando al contempo lo yen, rafforzato oltremisura dalla fragilit altrui fino a farne un paradossale impedimento insuperabile alle esportazioni12. Ma senza monete affidabili e con i mercati finanziari nel panico, la possibilit di ricostruire una dimensione internazionale del commercio dei beni agricoli sembra decisamente compromessa. Le prospettive che si delineano sono da un lato quella della rinascita dei mercati nazionali volti a immunizzare i consumatori dalle docce scozzesi dei prezzi, sia pur con pericoli di eccessive frammentazioni, e dallaltro quella del progressivo dilagare di zone di economia informale, dove mancano o vengono meno gli strumenti e le procedure dello scambio formale. molto importante capire quale sar la natura dei nuovi regionalismi, in particolare di quelli africani, e se unesperienza come quella del nuovo accordo concluso di recente fra COMESA, EAC e SADC, che comprende 26 paesi per un PIL di 746 miliardi, sar in grado di far fronte ai pericoli di protezionismi nazionali da parte delle economie pi forti sia in termini di circolazione di merci che di capitali13. Lunico dato certo costituito dal fatto che i tassi bassi renderanno sicuramente meno gravosa la gestione del debito per molti paesi africani pesantemente indebitati; leventuale deflazione dei prezzi agricoli potrebbe pertanto indurre le stesse banche africane a seguire la medesima strada, garantendo alle loro economie lulteriore beneficio di un costo del denaro molto contenuto. Il vero problema per che la stagione dei prezzi alti, nei paesi importatori di derrate, ha spinto, pi ancora che in passato, parti significative della produzione interna al soddisfacimento delle esigenze alimentari nellambito dei canali delleconomia informale. Ci ha di fatto destrutturato il sistema della distribuzione che ora, con prezzi bassi, trova scarsi incentivi a organizzarsi in maniera pi estesa. La stessa riduzione dei prezzi provoca ulteriori guasti perch sta conducendo ad una contrazione delle aree coltivate proprio in vista della minore redditivit degli impieghi agricoli. Un simile fenomeno rischierebbe di innescare una svalutazione del prezzo delle terre con conseguenze che in parte gi si intravedono: una filiale dellimpresa coreana Daewoo ha concluso con il governo del Madagascar un accordo per prendere in affitto ben 1,3 milioni di ettari a prezzi decisamente favorevoli; operazioni analoghe sono state progettate dallAngola e da alcuni altri paesi africani14. Se a ci si unisse la gi accennata ripresa del protezionismo, come sembra prefigurare il
12. S. CARRER, Il Giappone sprofonda nella recessione, Il Sole 24 ore, 10 dicembre 2008. 13. R. SORRENTINO, LAfrica cerca unit nelleconomia, Il Sole 24 ore, 2 novembre 2008. 14. J.P. TUQOI, I ricchi sfamati dallAfrica, La stampa, 21 novembre 2008.

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fallimento del Doha round, molto probabile che le sorti dei mercati agricoli africani siano schiacciate da una vera e propria frantumazione localistica: senza monete di riferimento, senza sbocchi internazionali, con una scarsa remunerazione sui mercati interni e con prezzi dei terreni a picco, gli spazi per uneconomia reale, capace di garantire migliori condizioni di vita e soprattutto una vera sovranit alimentare, sono molto limitati. Negli scenari di una crisi molto cupa potrebbero prendere consistenza soluzioni assai particolari come le ipotesi di sviluppare la coltivazione del riso OGM: lesperienza di Nerica, il riso che resiste alla siccit e fornisce grandi raccolti, costituisce uno degli esempi pi chiari in tal senso15. La possibilit che queste soluzioni si concilino con la struttura familiare dellagricoltura africana tuttavia quantomeno da verificare. Pu essere sfruttata invece ladattabilit delle agricolture famigliari per ricostruire una maggiore autonomia regionale anche perch in molti casi le dimensioni delle cosiddette agricolture domestiche, in particolare in Africa occidentale, comprendono sia aziende di 2-3 persone sia quelle con un centinaio di lavoratori, senza reali differenze di fondo nel loro funzionamento. Fanno infatti parte del medesimo modello quelli che secondo le definizioni OECDDAC sono descritti come tradizionalisti (family farms con qualche rapporto con il mercato) e come superstiti (proprietari di piccoli appezzamenti che producono solo per lalimentazione famigliare): un esteso gruppo che dipende dalle fragilit dellecosistema e dai raccolti, sottoposto al rischio di scadere nei ben pi precari insiemi dei salariati e degli schiavi. Migliorare lefficienza delle agricolture famigliari pu pertanto consentire di frenare le migrazioni dalle zone rurali alle megalopoli, conseguenza del rapido impoverimento di tali aree sociali, favorendo altres la nascita di capoluoghi rurali, snodi che permettono di razionalizzare la mobilit contadina, rendendola meno invasiva e inserendola in una efficace pluriattivit, nellambito della quale i redditi non agricoli, uniti alle rimesse dallestero, compongono circa il 50% dei budget famigliari negli ambienti rurali16. Unesigenza rafforzata dal fatto che gli investimenti diretti esteri hanno determinato in molte zone africane ricadute molto limitate e si sono tradotti soprattutto in profit remittances: nel periodo 1995-2003 su 10,761 milioni di dollari diretti in Angola questa voce stata pari a oltre 7 milioni, in Botswana su 943 mila dollari ben 5 milioni, nella Repubblica democratica del Congo su 1,6 milioni quasi 3 milioni, in Nigeria su 11 mi15. L. DELLAGLIO, Riso, lOGM buono che salver lAfrica, Avvenire, 10 dicembre 2008. 16. F. LOVISOLO, S. VITALE, Povert, sviluppo e mobilit rurale in Africa occidentale, Working papere, n. 13, 2006.

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lioni oltre 1217. Resta ugualmente molto intensa la fuga di capitali dal continente africano: secondo stime pubblicate da Jeune Afrique stata superiore nel 2006 ai 30 miliardi di dollari. Il Rapporto UNCTAD del 2007 relativo agli investimenti diretti esteri ha messo in rilievo come lunica loro ricaduta reale nei paesi dellAfrica subshariana provenga dalle entrate fiscali; di fronte a prezzi in rialzo di materie prime e minerali, molti di questi paesi hanno avviato una ridefinizione degli appalti e dei regimi di concessione accordati alle societ transnazionali. Lo stesso rapporto ha insistito sul fatto che nel 2006 gli investimenti diretti esteri in Africa, saliti a 35 miliardi di dollari, hanno rappresentato una percentuale sul totale pi bassa rispetto al 2005, passando dal 3,1 al 2,7%, e si sono soprattutto indirizzati per ben 10 miliardi allEgitto. La crescita del valore assoluto dipesa prevalentemente dallaumento del prezzo delle commodities, contrastata dallo sforzo di riacquisto di azioni di societ concessionarie da parte degli Stati titolari delle concessioni. In molti paesi africani gli investimenti diretti esteri sono stati attratti in larga prevalenza dal settore minerario; cos avvenuto in Ghana, Zambia, Tanzania e Mali18. Allo sviluppo rurale endogeno e locale non sembra quindi possano essere sostituite altre forme centrate sullapertura allesterno, anche se una simile evoluzione ha bisogno di alcuni elementi ulteriori rappresentati da vere e proprie politiche sociali per le fasce pi deboli, da misure in campo educativo e sanitario, da politiche di contenimento delle nascite e da un sistema di interventi infrastrutturali. Vi bisogno anche di un migliore utilizzo delle centralissime rimesse degli emigrati che per lintero continente africano hanno assommato nel 2007 a quasi 40 miliardi di dollari, di cui circa 11 nellAfrica occidentale e pi di 5 in quella orientale. Una somma tuttavia limitata dai pesanti costi di trasmissione, compresi fra il 25-30%, e dalla scarsa sicurezza dei trasferimenti, in relazione almeno in parte alle carenze del sistema finanziario dei paesi destinatari. Solo il 20% di tali rimesse si traduce in investimenti per attivit economiche locali19 e nel 2009 il complesso dei trasferimenti destinato a subire una forte contrazione del 13% in Africa del Nord e Medio Oriente e del 7% in Africa subsahariana. sempre pi evidente che la globalizzazione ha trasformato in tensioni mondiali condotte politiche ed economiche che hanno origine nelle singole aree. Eventi come il vertice della FAO a Roma si sono
17. K. SINGH, Why investment matters, Fern?, 2007, pp. 44-45. 18. CHRISTIAN AID, A reach seam: who benefits from rising commodity price?, DOVE?, gennaio 2007, pp. 4-5. 19. A. MERLI, Dagli emigrati risorse per 300 miliardi di dollari, Il Sole 24 ore, 17 ottobre 2007.

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aperti nel segno della preoccupazione condivisa per la nuova drammatica inflazione legata al rialzo del prezzo dei beni agricoli, ma si sono chiusi con un sostanziale nulla di fatto a causa delle resistenze di alcuni paesi ad assumere impegni realmente vincolanti sulla limitazione delle coltivazioni destinate a biocarburanti e ad evitare (GIUSTO EVITARE LE RESISTENZE?) ladozione di barriere doganali in uscita delle merci agricole. Leffetto di tutto ci stato laumento del numero degli affamati che sicuramente non potranno disporre degli euro forti per fare acquisti. La grande trappola dei tassi di interesse si materializza pertanto nella contraddizione fra la difesa del potere dacquisto e delloccupazione di una parte del pianeta e il parallelo, brusco indebolimento delle condizioni di altre e ben pi estese zone della terra. Siamo di fronte a scenari complessi ormai assolutamente interdipendenti tra loro, la capacit di pensare in forme globali le grandi tematiche risulta indispensabile. Aumentare la produttivit dei terreni, creare una banca del cibo e altre importanti soluzioni in materia di alimentazione, cos come migliorare la produttivit del lavoro e la concorrenza per ridurre i prezzi, non bastano pi se non si riesce ad impedire che alcune variabili fondamentali frutto di scelte regionali e parziali a partire proprio da quella monetaria, non destabilizzino continuamente il pianeta. E la crisi ovviamente non ha solo un risvolto economico: anche perch le tensioni tornano sempre da dove sono state avviate. Quando si riprende a parlare con forza di nazionalismi bene avere chiaro tutto ci, tenendo presente che il mondo attuale sempre meno occidentale: se nel 1995, anno della prima riunione del G8, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Italia costituivano quasi il 50% del prodotto interno lordo mondiale, oggi questi stessi paesi, a cui si sono uniti Canada e Russia, arrivano appena al 43% del totale e gli effetti della recessione stanno limando ulteriormente tale percentuale. Al contempo la tenuta delleconomia mondiale passa altrove, soprattutto da Cina, India e Brasile. Proprio gli Stati Uniti sono ritenuti da molti i responsabili principali della ripresa dellinflazione planetaria prima e della deflazioni poi. Il dollaro che sembra strutturalmente debole, tenuto dalla Federal reserve a livelli decisamente bassi per garantire liquidit al febbricitante mercato finanziario a stelle e strisce, genera continua instabilit nei prezzi dei beni, i quali vengono scambiati in valuta USA: in pratica l80% delle merci mondiali, a cominciare da energia e alimentari. Sempre dai mercati maturi provenuta e proviene gran parte della speculazione messa in campo dagli strumenti dellingegneria finanziaria che, nati per ridurre il rischio degli investitori distribuendolo su platee estese di soggetti, stanno terremotando le quotazioni dei listini con pericoli tangibili di eccessiva vo-

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Un caso specifico

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latilit e di dannosissime ricadute reali. I prezzi dei futures e dei derivati sulle commodities, e sui beni agricoli in particolare, finiscono per determinare ampi margini speculativi anche sui prezzi dei prodotti reali pagati dai consumatori globali. Esiste lulteriore pericolo che si tenti di uscire dalla crisi mondiale favorendo una nuova ripresa dellinflazione nelle economie mature diretta a pagare meno il gigantesco indebitamento messo in essere dagli Stati per salvare le proprie economie. Leggere una simile complessit e interpretare le nuove gerarchie economiche mondiali con lenti ottocentesche, a partire appunto dai nazionalismi, costituirebbe un pericolo molto grave.

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EPILOGO

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Non era mai successo. Questa espressione sta diventando ormai fin troppo ricorrente. Non era mai successo che il tasso di interesse della BCE raggiungesse livelli cos bassi, mai toccati dal 1999, da quando le stata affidata la gestione delle politiche monetarie europee. Non era mai successo neppure che le banche reagissero cos male ad un taglio tanto marcato dei tassi di interesse, a dimostrazione che la politica monetaria in questa fase unarma assolutamente spuntata. La Banca dInghilterra, storicamente molto severa nei confronti dei mercati, ha portato il tasso alla soglia record dello 0,50%, lo stesso della Banca canadese, procedendo persino a stampare sterline per 75 miliardi e a ricorrere quindi a strumenti non convenzionali. Non era mai successo che il denaro fosse gratis in gran parte del mondo e che le banche non riuscissero in nessun modo a riprendersi, costituendo, anzi, il principale problema economico contemporaneo. Non era mai successo che aziende iper capitalizzate e solide fino a pochi mesi prima si siano trovate con tale rapidit sullorlo del baratro. General Motors solo lesempio pi evidente di un fenomeno di questo tipo. Non era neppure mai successo che lenorme messe di aiuti, peraltro anchessi senza precedenti, posti in gioco dal governo degli Stati Uniti guidato dal pi carismatico dei presidenti, non riuscisse a scalfire la perdita di valore delle aziende americane e a frenare lemorragia dei posti di lavoro che dallinizio della crisi al marzo 2009 hanno raggiunto la colossale cifra di 4,4 milioni. In 17 mesi, tra il 2008 e il 2009, lindice della Borsa USA ha ceduto il 57%, pi di quanto aveva perso con la crisi dei titoli tecnologici allinizio del nuovo millennio, quando la perdita fu del 49%, pi della crisi petrolifera degli anni Settanta che aveva registrato una contrazione del 48% e pi della crisi del 1929, allorch lindice era sceso del 47,9%. Appare evidente che n il libero mercato n il protezionismo paiono ora capaci di invertire gli indici economici. Non era mai successo che il governo giapponese decidesse di attingere alle riserve della propria banca centrale per sostenere il sistema bancario; cos come non era mai successo che uno stato comunista come la Cina iniettasse in due tranche pi di mille miliardi di dollari per alimentare i pro-

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pri consumatori, senza ottenere neppure in questo modo risposte convincenti. Non era mai successo che la tenuta delleuro fosse cos minacciata dalla crisi delle economie pi deboli da poco entrate nella UE, quasi che la sorte della valuta anticipasse gli effetti negativi di una recessione dei mercati. Lattuale crisi materializza tutte le paure suscitate da un allargamento forse troppo rapido, trovando alimento nelle pesanti esposizioni delle banche europee nei paesi dellest dove si erano immaginati ritorni ben pi lucrosi. Nello specifico italiano non era mai successo che il valore delle aziende bancarie venisse bruciato con questo ritmo, a prescindere persino dal numero di sportelli posseduti, e che il mercato finanziario divenisse una sorta di terra di nessuno, dove non possibile azzardare alcuna previsione, con la capitalizzazione della Borsa di Milano scesa a precipizio in pochi mesi dal 35 al 17% del PIL. Non era mai successo neppure che un ministro delle finanze passasse in una manciata di settimane da un grande ottimismo ad un vero e proprio catastrofismo, definendo orribile quello che aveva indicato come lanno della ripresa. Intanto i 3 milioni di lavoratori titolari di contratti atipici, che hanno rappresentato lo strumento per aumentare il numero degli occupati, rischiano seriamente di perdere il posto di lavoro, insieme ai 300 mila giovani che entrano ogni anno nel mercato del lavoro e alle migliaia di cassaintegrati. Non era mai successo che il debito pubblico di tutte le principali economie del pianeta crescesse contemporaneamente di 10-20 punti in pochi mesi, attraverso un vero e proprio allagamento dei mercati con titoli di Stato che rendono pochissimo ma sono richiestissimi. Non era mai successo che si parlasse di default di cos tante economie statali. Lelenco delle cose mai avvenute prima potrebbe continuare ancora e purtroppo andrebbe ampliato ogni giorno. Siamo veramente in unera nuova e dobbiamo capirne i caratteri mentre cambia velocemente. difficile, ma dobbiamo farlo prima di tutto abbandonando subito molti dei vecchi arnesi del mestiere. Il primo e decisivo passo in tal senso costituito da una nuova etica dei mercati finanziari. evidente infatti che molte delle difficolt attuali si legano alla sostanziale assenza di regole non solo di natura giuridica ma anche di ordine etico, in grado di condizionare i comportamenti degli attori economici internazionali. Lassenza di regole stata fortemente voluta nellambito di pi ordinamenti, a partire da quello americano dove si cancellata ogni distinzione vera tra banche commerciali e banche dinvestimento, creando una nuova tipologia di conglomerati a cui si permesso di entrare in maniera massiccia nel campo delle assicurazioni. Questi istituti hanno alimentato comportamenti inclini al cosiddetto azzardo morale favorito al tempo stesso dalla modificazione degli strumenti di riduzione del rischio e dei modelli di indebitamento. Con

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lavvento del sistema delloriginate to distribuite, che consiste nella distribuzione del rischio del credito fra una molteplicit di istituti bancari e finanziari, si diffusa lidea di una sostanziale scomparsa del pericolo di fallimenti societari; a questa illusione si unita la possibilit di sostenere un massiccio indebitamento anche da parte di soggetti deboli e poco solvibili. I due elementi hanno composto una miscela esplosiva che ha sconvolto i mercati fino a portarli alleccesso speculativo; bassi tassi dinteresse, crediti erogati con facilit e cartolarizzati quasi allinfinito, Borse gonfiate da una frenesia di acquisti hanno composto una sequenza micidiale che ha cancellato ogni remora rispetto alla ricerca della rapida produzione di ricchezza finanziaria. Milioni di risparmiatori sono stati coinvolti in questa dinamica, diventando partecipi di un gioco dal quale erano stati esclusi fino a pochi anni prima da legislazioni molto pi restrittive. La rimozione delle regole stata presentata come la strada per realizzare una maggiore democrazia economica: senza i mutui subprime, lamericano con reddito basso e lavoro precario non avrebbe potuto comprarsi una casa. Dal luglio 2007, con i primi pesanti tracolli, la celebrazione dellingegneria finanziaria si rapidamente interrotta; tornata con forza lesigenza di una maggiore dose di eticit negli affari che si tradotta prima di tutto nella centralit riconosciuta alle garanzie, destinate a rassicurare un sistema in fibrillazione. Dopo la sbornia della scomparsa del rischio attraverso la sua distribuzione, si assiste ora alla rinascita dellimportanza delle garanzie contro i rischi della controparte, divenuta complessivamente inaffidabile perch lanonimato della cartolarizzazione ha contaminato lintero sistema finanziario. Tali garanzie devono essere fornite, data la pessima salute dei mercati, in primis dalle autorit pubbliche Stati e banche centrali che per produrle hanno speso e spenderanno molto, in quanto sar necessario fare ricorso allindebitamento; proprio alla luce di ci alcuni governi nazionali stanno subordinando la concessione delle garanzie stesse e degli aiuti allimpegno da parte degli operatori economici alladozione di comportamenti moralmente apprezzabili, oltre ad una maggiore attenzione agli interessi protezionistici delle singole economie. Si comincia quindi a fare riferimento con insistenza alla necessit di porre fine, nuovamente per via normativa, alla finanziarizzazione a basso costo di ogni bene e di ogni servizio, alluso spregiudicato dellindebitamento, ai conflitti di interesse tra banche e societ dimpresa, alle carenze dei regolatori, delle autorit di controllo e delle agenzie di rating. Nella stessa ottica si sostiene lintroduzione di global legal standard condivisi a livello internazionale per uniformare le linee di condotta dei diversi sistemi finanziari, chiamando in causa persino le Nazioni unite come sede destinata a superare i limiti

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intrinseci di scarsa democraticit di WTO, FMI e Banca mondiale. In estrema sintesi in atto, in relazione stretta con il decisivo intervento pubblico nelle economie, uno sforzo di costruzione di una nuova etica finanziaria ed economica finalizzata in primo luogo a sconfiggere il panico dei mercati; letica diventa lo strumento per rimettere in moto le dinamiche di mercato e lautorit pubblica sembra orientata a svolgere la funzione di garante di tale eticit. La domanda che si pone in un simile contesto quale sia lo spazio per la finanza etica in senso stretto, per le banche etiche che negli anni passati hanno costruito il proprio ambito di intervento in misura significativa proprio sulla sostanziale scomparsa dei comportamenti etici dai mercati, sulla definizione di una netta separazione tra il quadro dei valori coltivati dal turbocapitalismo e le regole stringenti dellequit e della giustizia sociale. Tale spazio rischia oggi forse di ridursi per il gi accennato maggior peso delle autorit pubbliche che dovranno limitare le retribuzioni dei manager, smontare i paradisi fiscali e consentire forme di tutela collettiva di risparmiatori e investitori. La maggiore eticit viene inoltre indotta da una decisa sterzata in direzione giustizialista della legislazione penale in tema di reati finanziari. Di fronte a questa maggiore eticit della finanza, la finanza etica in senso stretto rischia di diventare un settore ancora pi di nicchia e dai costi forse troppo elevati in un contesto dove i tassi ufficiali praticati dalle banche centrali si avvicinano allo zero e dove si assiste ad una colossale emissione di titoli di Stato, dal basso rendimento, che sono considerati per lunico solido approdo per proteggere il capitale. Al contempo, la pesantezza della crisi e il bisogno di maggiore rigore fanno venire meno tra le banche etiche lillusoria prospettiva di sfornare prodotti finanziari etici, in grado di fare concorrenza allingegneria finanziaria delle grandi banche dinvestimento senza perdere di vista le proprie vere finalit in unottica che condannava i criteri ispiratori del turbocapitalismo ma ne adottava molti degli strumenti tecnici. Tuttavia resta chiaramente aperta una questione decisiva legata alla natura stessa della forzata eticizzazione promossa dagli Stati e rappresentata dalla reale natura democratica degli interventi pubblici; quanto riusciranno simili interventi a sfuggire da mere logiche protezionistiche volte a tutelare i campioni nazionali e dunque a non alimentare solo il grande circuito del credito delle majors bancarie? Quanto le regole per superare le pulsioni speculative si tradurranno veramente nella difesa concreta dei soggetti pi deboli, una volta che essi non saranno pi, per il venir meno dellingegneria finanziaria, bancabili? Quanto questo tipo di etica non sar sinonimo di mero sciovinismo e di un pericoloso patriottismo sociale? Se la questione del costo delle banche etiche in termini di capacit di stare sul mercato anche

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alla luce della riforma e della nazionalizzazione di molti istituti, comprese le banche popolari certamente un punto decisivo, altrettanto importante non perdere di vista, soprattutto adesso, la profonda natura culturale che le banche etiche portano con s. Soprattutto nel momento in cui, nonostante la gravit della crisi o forse proprio a causa di essa, gli strumenti per contrastarla sembrano tornare al turbocapitalismo. Mentre questo libro andava in stampa, il presidente Obama presentava un ulteriore piano destinato a consentire la pulizia dei bilanci delle banche e delle compagnie di assicurazione da 500 miliardi di asset tossici, tornando a puntare molto sullingegneria finanziaria e introducendo le garanzie della FDIC, lagenzia di assicurazione dei depositi, e della Federal reserve: un procedimento che deve coinvolgere lintervento dei privati, in primo luogo hedge fund, private equity, fondi pensione e le stesse compagnie di assicurazione, consentendo loro di impiegare solo 7 dollari ogni 100 di investimento e di ottenere, con tale partecipazione, ben il 50% di qualsiasi guadagno si generasse dalloperazione. Obama sembra convinto di poter rianimare il mercato affidandosi esclusivamente ai soggetti che in larga misura lhanno sfasciato e affiancando loro un gigantesco ombrello statale. Le difficolt incontrate dallo statalismo rispetto alle resistenze dei titolari di capitale grandi e piccoli hanno rapidamente trasformato il ruolo delle autorit pubbliche in garanti e pagatori di istituti sullorlo del fallimento, giudicati per i soli in grado di rimettere in moto le Borse. Se prevale una simile ipotesi anche questa crisi, dopo un ventennio che ha stravolto lidea di mercato, avr prodotto veramente solo danni. In questo contesto non possibile peraltro attendersi miracoli da soluzioni parziali: la profondit e lassoluta originalit della crisi in atto stanno mettendo a nudo infatti molte delle carenze delle istituzioni finanziarie internazionali. Due elementi in particolare stanno modificando la loro natura consolidatasi nel tempo e pongono serie questioni in merito alla possibilit di intervenire concretamente da parte di organismi come il Fondo monetario e la Banca mondiale. Si tratta della moneta e del debito pubblico: nel corso del 2008 sono cresciuti in maniera significativa in termini quantitativi per molti paesi del mondo assumendo caratteri nuovi. La decisione della Federal reserve, della Banca dInghilterra, della Banca giapponese e di alcune altre banche centrali di portare i tassi vicini allo zero le ha costrette, di fronte alla continua e pervicace riluttanza del mercato del credito a rianimarsi, ad avviare forme di quantitative easing, di produzione di carta moneta destinata ad acquistare titoli tossicie non solo, modificando per in maniera sostanziale la quantit di biglietti in circolazione. Nel caso della Federal reserve una tale attivit ha superato nel giro di pochissimi mesi i mille

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miliardi di dollari, fino a risultare difficile da sostenere anche per il dollaro che pure dispone di una condizione di signoraggio, potendo essere emesso per consentire gli scambi non di una sola economia ma dellintero sistema del commercio mondiale. Nonostante una evidente frenata del commercio internazionale stimata per il 2009 intorno al 13%, negli ultimi mesi la quantit di carta moneta in circolazione e nella riserva delle banche cresciuta a dismisura, in particolare per finanziare la gi accennata lievitazione del debito pubblico di alcuni paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Molte delle ricette individuate per uscire dalla crisi passano attraverso la creazione di carta moneta per finanziare il debito, emesso a sua volta per rianimare il mercato del credito vicino al baratro. In breve, il Tesoro degli Stati Uniti, principale artefice di simili condotte, emette bond per dotarsi di liquidit con il fine di evitare il blocco del credito e, per garantirsi bassi tassi dinteresse a lungo termine emette carta moneta e compra titoli in modo da toglierne una parte dal mercato. chiaro che questo sistema regge nella fase attuale perch le spinte recessive evitano lesplosione della bolla della svalutazione e di conseguenza dellinflazione, ma si tratta di una situazione molto particolare e delicata. Una riflessione sul nuovo ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali deve tener conto di questi cambiamenti. Se il prezzo delle monete dipender dalla loro quantit pi che dalla qualit, servirebbe un organo che, prima ancora degli standard finanziari e di capitalizzazione delle banche, fosse in grado di svolgere una costante vigilanza sulla moneta; in tale prospettiva il Fondo monetario potrebbe riassumere molte delle funzioni che aveva negli anni immediatamente successivi a Bretton Woods, per quanto non esista pi il riferimento alla convertibilit aurea del dollaro. Una considerazione che deve essere tenuta ben presente nel momento in cui si invita il Fondo monetario a vendere oro per finanziare la propria azione di stimolo delleconomia, privando di fatto il sistema di ulteriori elementi, sia pur molto parziali, di stabilizzazione monetaria e puntando alla creazione di stimoli nuovamente molto artificiali. Dopo il G20 londinese tenutosi il 2 aprile, oltre a poter vendere oro, lo stesso Fondo monetario stato dotato di circa 750 miliardi di dollari da gestire in prestiti di varia natura, persino con funzioni di prevenzione delle crisi; superato lo storico veto statunitense, stato trasformato nel principale erogatore dei nuovi dollari emessi e garantiti dalla partecipazione allargata ai diritti di prelievo che decorrer dal 2011. Si profila cos una sorta di fulminea riforma del Fondo monetario, dettata dal forte incremento delle sue disponibilit liquide e posta in essere nella prassi, che lo mette nelle condizioni di essere pivot del sistema finanziario, deciso nella fase pi acuta della crisi ad affidarsi ancora al dollaro con limpegno di ridimensionarne il peso una volta

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Epilogo 107

superato il picco, nel 2011, per evitare effetti inflattivi determinati proprio dalleccesso della carta moneta sfornata (PERIODO A ME POCO CHIARO...). Una condizione resa incerta dal futuro comportamento della Cina, principale depositaria di dollari, che ha dichiarato di voler finanziare il Fondo monetario non con un prestito di riserve ma con lacquisto di emissioni di bond, utilizzando una prerogativa statutaria dellistituzione, di fatto mai applicata. Richiamando alcune delle considerazioni espresse da Keynes proprio a Bretton Woods, sarebbe pi opportuno invece che il Fondo monetario, una volta chiarita rapidamente la questione della governance, allargata e resa molto pi trasparente e democratica sulla base delle proposte gi a lungo discusse, legasse la sua azione di vigilanza alla costituzione di una valuta internazionale di riserva, costruita a partire dai diritti di prelievo, ma svincolata da una esclusiva dipendenza dal dollaro e agganciata ad un paniere di valute. Sarebbe forse pi facile cos stabilizzare il sistema monetario internazionale riducendo le quantit in circolazione di dollari e il bisogno stesso di carta moneta realmente circolante, sostituita in parte dalla moneta di riserva. Il Fondo monetario, reso concretamente pi mondiale nella sua composizione, sarebbe il supervisore e il garante della sostenibilit monetaria: un obiettivo quindi non troppo ostico sul piano tecnico ma come ovvio di grandissimo rilievo politico e dunque molto complesso per le ricadute in termini di gerarchie economiche globali. Superate le inevitabili e forti resistenze, questo nuovo ruolo del Fondo potrebbe tuttavia essere svolto proficuamente solo ad alcune condizioni. La prima che nellinterpretare le proprie funzioni di vigilanza, in un regime di non convertibilit destinato probabilmente a indirizzarsi verso i cambi fissi, il Fondo utilizzi indicatori delle ricadute della propria azione di natura realmente nuova, decisamente pi attenti agli aspetti sociali. Anche la quantificazione del rapporto fra diritti di prelievo e moneta di riserva dovrebbe essere pensata in termini sociali, tenendo conto finalmente degli effetti pi complessivi scatenati dallo strumento monetario nel definire disuguaglianze socio-economiche nel pianeta. Il Fondo monetario non pu limitarsi a legittimare lutilizzo della moneta sulla base di una mera raffigurazione dei rapporti di forza esistenti, registrando unicamente lindebolimento del dollaro e la maggior forza dello yuan e delleuro n a concepire panieri monetari che penalizzino di fatto le aree prive di valute vere o con valute molto fragili. Non sarebbe sufficiente neppure per quanto molto semplice prendere atto della capacit della Cina di imporre lo yuan come strumento per gli scambi relativi alla propria robusta bilancia commerciale o negoziare con i grandi fondi sovrani delle economie esportatrici le valute di riferimento e i relativi prezzi. Simili ricette possono essere in-

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terpretate come la strada pi rapida e indolore per uscire dalla crisi attuale ma finirebbero molto probabilmente per generare in breve tempo nuovi squilibri, spostando le tensioni dal dollaro su altre divise. Una nuova Bretton Woods dovrebbe al contrario obbligare il Fondo monetario qualora si decidesse che questo lorgano prescelto per i controlli monetari a mettere in essere una politica sociale della moneta sia in relazione al gi accennato uso dei diritti di prelievo sia in merito alle strategie dei tassi di interesse praticati dalle banche centrali, le quali hanno bisogno di un maggiore coordinamento proprio per evitare la concorrenza internazionale allaccaparramento dei capitali, fonte primaria delle instabilit degli ultimi ventanni. I parametri utilizzati in passato e basati sul rigore dei conti pubblici e sul contenimento del debito sono stati ampiamente stravolti dalle dinamiche della crisi in atto, nella quale in pochi mesi il rapporto debito-PIL si avvicinato al 100% in molte economie sviluppate del pianeta, scatenando unaspra concorrenza mondiale in termini di interessi e, ancora una volta, di quantit emesse. Se la moneta e il debito hanno modificato la propria natura anche la vigilanza nei loro confronti deve mutare in profondit; soprattutto bisogna evitare che si inneschino le condizioni di una prossima crisi molto pi grave qualora il costo della tempesta finanziaria sia fatto pagare alle realt pi deboli sottraendo loro ogni forma di finanziamento e attribuendogli posizioni monetarie ancora pi marginali. Il ritorno in patria dei capitali dei paesi dai redditi pi alti, la fine dei carry trade verso le aree emergenti, il crollo dei prestiti internazionali, i nuovi protezionismi sono elementi che le autorit monetarie devono e dovranno adoperarsi per rimuovere. Cos come occorre trovare nuovi standard di garanzia del sistema finanziario mondiale che non siano il portato di un compromesso al ribasso motivato dalla necessit di salvare il salvabile, magari limitandosi ad introdurre soltanto nuove procedure. Tuttavia, quando lautorit americana di vigilanza sul sistema bancario decide, in maniera autonoma, di sospendere il mark to market, lo strumento finalizzato a rendere i bilanci pi aderenti al valore reale dei titoli posseduti, creando un chiaro vulnus ad ogni ipotesi di maggiore trasparenza e inducendo gli altri mercati del credito nazionale a fare altrettanto, evidente che nessun organo di vigilanza potr in concreto svolgere la propria azione. I dubbi circa le reali volont di cambiamento sono resi pi marcati poi dal fatto che alloperato del Fondo monetario si affiancato di recente quello di un livello intermedio di controlli e di coordinamento costituito dal Financial stability board, il cui scopo di frapporre uno schermo di mediazione nei confronti di norme internazionali troppo vincolanti. Cos come, senza un ripensamento dei livelli di patrimonializzazione e di capitalizzazione richiesti alle banche e alle societ

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Epilogo 109

per mettersi alla ricerca di risorse sui mercati vendendo propri titoli, altrettanto arduo concepire uno sforzo, da pi parti invocato, di moralizzazione del sistema finanziario. In questo senso saranno difficili veri cambiamenti se dalla crisi non emerge prima di tutto una diversa cultura finanziaria che adotti un sistema di valori imperniato sulla rinuncia alla creazione di ricchezza puramente artificiale e che accetti quindi un significativo ridimensionamento dellattuale, infinito strumentario dellingegneria finanziaria. Ci significa innanzi tutto individuare sedi nuove dove scegliere cosa salvare e soprattutto dove trovare vere motivazioni per procedere ai salvataggi; le istituzioni finanziarie internazionali dovrebbero servire a tale scopo ma hanno appunto bisogno di un modello culturale che rinunci in larga parte alla finanza in se stessa. In questo momento la discussione sembra investire quasi esclusivamente il Fondo monetario ed comunque necessario, vista la gravit della crisi, provare a cambiarne la natura per farne un mezzo operativo decisamente pi equo. molto probabile che sia uno sforzo inutile. La cultura della democrazia economica dovr allora misurarsi con sfide di grande respiro e per molti versi ancora incognite, affrontabili per solo dopo la definitiva scomparsa della natura speculativa di CDS, ABS, derivati e quantaltro.

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DAL CATALOGO

Donne in movimento. A cura di Nadia DE MOND pp. 112, 2002, 13,00 Paolo COLUCCIA, Il tempo... non denaro. Riflessioni sui sistemi di scambio locale non monetario e sulle banche del tempo. pp. 142, 2003, 14,00 Alberto DEMAGISTRIS, Mine antiuomo. Prefazione di G. Strada; introduzione di A. A. Martino pp. 144, 2003, 13,00 Rocco ALTIERI, La rivoluzione nonviolenta. Biografia intellettuale di Aldo Capitini. pp. 160, 2003, 14,00 NUOVA EDIZIONE Salvo VACCARO, Anarchismo e modernit. pp. 136, 2004, 13,00 Adriano PAOLELLA, Abitare i luoghi. Insediamenti, tecnologia, paesaggio. Pref. di C. Blasi; introd. di S. Dierna pp. 142, 2004, 13,00 Alessandro VOLPI, La fine della globalizzazione? Regionalismi, conflitti, popolazione e consumi. pp. 143, 2005, 12,00 Dario PACCINO, I senzapatria. Resistenza ieri e oggi. Presentazione di Vauro pp. 135, 2006, 13,00 Andrea ROSSI, Fascisti toscani nella Repubblica di Sal. 1943-1945. pp. 168, ill., 2006, 16,00 NUOVA EDIZIONE

Andrea DILEMMI, Il naso rotto di Paolo Veronese. Anarchismo e conflittualit sociale a Verona (1867-1928). pp. 304, 2006, 20,00 Da Fabriano a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista. A cura di M. Antonioli, R. Giulianelli pp. 264, 2006, 19,00 A. BERTOLO, C. CEDERNA, P.C. MASINI, C. STAJANO, Pinelli. La diciassettesima vittima. Prefazione di L. Lanza pp. 79, 2006, 10,00 Giacomo VERDE, Artivismo tecnologico. Scritti e interviste su politica, teatro e tecnologie. Prefazione di A. Caronia pp. 128, ill., 2007, 13,00 Roberto GIULIANELLI, Un eretico in paradiso. Ottorino Manni: anticlericalismo e anarchismo nella Senigallia del primo Novecento. pp. 128, ill., 2007, 13,00 Editori e tipografi anarchici di lingua italiana tra Otto e Novecento. A cura di M. Antonioli pp. 224, ill., 2007, 30,00 Enrico Mattei. Il comandante partigiano, luomo politico, il manager di stato. A cura di D. Guarnieri pp. 127, 2007, 14,00 Davide GUARNIERI, La libert nel fiume. Leccidio fascista della Macchinina. Goro (Ferrara) 28 marzo 1944. pp. 87, 2007, 10,00

La settimana in cui creai Adamo ed Eva avevo assunto laspetto di un bipede antropoide e c Quando stavo progettando il Prototipo N. 22, invece, avevo assunto una forma completamen Ma noto che date segni dinsofferenza e non vedete lora che vi descriva la creazione della v Comunque, dopo aver fatto pratica con gli altri pianeti, pensai di aver risolto quasi tutti i prob

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