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Giorgio Rossetto: Io, chiedo scusa, cercherò di stare nei tempi possibili.

Noi abbiamo, e parlo di un


mestiere che io considero nobile, e che è la mia professione, e che un tempo si chiamava soltanto
militanza, e credo che oggi si debba chiamare professione perché bisogna fare i conti con la realtà di
tutti i giorni. Vuol dire che quando io partecipo a qualche iniziativa, soprattutto quelle interne, ma
anche quelle esterne, mi chiedo il contributo nostro che qui è stato dato in quest'ottima ricerca, a che
cosa servirà il giorno dopo, quando si torna a lavorare, e noi sviluppiamo la nostra attività di
Sindacalisti, forze politiche, forze istituzionali? Io credo che bisogna partire, lo faccio in tempi
rapidi, da questo quadro del Piemonte che soffre di una contraddizione molto forte: da una parte è in
crescita l'occupazione; non tutti lo sanno, ma è così, paradossalmente l'occupazione è in crescita; e
non solo l'Astigiano, ma l'intero Piemonte soffre la crisi aziendale anche nelle situazioni dove i
distretti sembravano, sembravano la medicina su cui puntare.
Dicevo, quindi, le scelte come quelle di distretto che sono state fatte, e per tanti anni sembravano la
medicina contro il declino, oggi sono in crisi. Abbiamo i settori tradizionali nostri del Piemonte che
ormai sono alienati, dalla chimica alla siderurgia, oggi il tessile, per arrivare fino all'auto e alla crisi
di Mirafiori che io vorrei approfittare per dirlo qui, è una crisi che rischia di diventare irreversibile.
Mirafiori è una fabbrica che da 70.000 è arrivata a poco meno di 16.000 dipendenti tutto compreso,
quindi è evidente che, ormai, o la Fiat riesce ad uscire da un tunnel che la sta portando, secondo me
e tutti gli esperti, e non, la sta portando attraverso il disastro, senza essere ottimisti o pessimisti. Si
tratta di parlare di un'azienda che produce ormai meno di due milioni di auto l'anno. Quest'anno
probabilmente andrà addirittura al di sotto del milione e mezzo, quindi ci sono dei limiti e degli
equilibri, per chi produce auto, come per chi produce qualunque altro bene di consumo al di sotto
dei quali non è più conveniente, non è più produttivo, non ci sono gli utili, non è più conveniente
produrre. Quindi, da un lato, abbiamo uno scenario che è inquietante, dall'altra parte abbiamo la
crescita dell'occupazione. Ora, io vorrei fare una riflessione molto veloce e poi entro nel merito
della Legge 30, che io preferisco chiamare così, e non Legge Biagi, consentitemi, anche coloro che
ne hanno parlato qui stamattina, di chiamarla col proprio nome; Biagi è un martire, ma credo che
abbia non del tutto a che fare con questa Legge. Meglio chiamarla Legge 30, poi dirò perché la
distinzione. Allora, noi pensiamo, e parlo della UIL, certo non sono in grado di fare un discorso sul
piano unitario, prima ho sentito l'intervento della CGIL…certo noi siamo una organizzazione che
aspira all'unità, all'unità d'azione in particolare, ma un'unità che sia basata sui contenuti. L'unità non
può più essere solo un valore politico, ideologico, è logico, non è un valore in sé. È la capacità di
avere più forza, più energia, più appoggio verso le iniziative forti, per esempio sul piano
dell'occupazione, sul piano della difesa dei diritti dei più deboli, sul piano della giustizia fiscale,
però mi dispiace che Benvenuto non abbia potuto partecipare su questo argomento specifico che lui
conosce bene, facendo parte della Commissione del Fisco, Nazionale, Parlamentare, ma è chiaro
che l'unità tra di noi, e questo lo dico come una piccola parentesi interna, deve partire da un
presupposto: che non c'è chi si converte, a nulla, sentivo echeggiare "speriamo di metterci
d’accordo", sì, ci si mette d'accordo, ma nella misura in cui vale di nuovo, nel Sindacato, la
mediazione come un metodo di confronto tra di noi, e nessuno di noi, a partire dalla UIL, pensa di
avere la verità in tasca. E questo varrà, come dirò brevemente, anche per la Legge 30. Allora,
dicevo che, sul piano generale cosa pensiamo di fare noi? Ho apprezzato in modo particolare un
intervento che diceva di come l'organizzazione sindacale deve rivolgersi ai cittadini, ai lavoratori e
alle istituzioni. Noi abbiamo bisogno di concertare e di contrattare. Abbiamo bisogno di mettere le
due cose assieme: io dico sempre che il Sindacato esiste nella misura in cui contratta, non solo
denuncia, e sulla Legge 30 e sulla flessibilità, avvengono anche abusi e distorsioni che bisogna
combattere, però dobbiamo dare delle risposte alla gente, a chi rappresentiamo; altrimenti, detto con
molta semplicità, non si capirebbe la ragione per cui i lavoratori debbano prendere una tessera
sindacale. Quindi noi siamo abituati a fare i conti con la realtà. A Torino abbiamo assunto, sul piano
regionale, un'iniziativa credo forte, unitaria, al di là dei rapporti interpersonali che possono essere, a
seconda delle stagioni, buoni o meno, ma sul lavoro, sulle cose da fare, sugli obiettivi concreti, c'è
una larga convergenza, oggi, tra la CGIL, la CISL e la UIL. Abbiamo scritto una lettera a
Chiamparino, naturalmente le lettere non sono scritte semplicemente per avere poi una risposta
epistolare un po’ di tempo dopo, abbiamo scritto una lettera a Ghigo, chiediamo che il Comune di
Torino, ma la Regione Piemonte, sui grandi temi del lavoro, dell'assistenza, della sanità, della
scuola, dia delle risposte e concerti con il Sindacato, sia il quotidiano, sia le grandi iniziative di
difesa del lavoro, contro il declino della nostra Regione. Credo che abbiate fatto, qui ad Asti, una
cosa molto importante, ritrovare l'unità d'azione sui contenuti: questo è un valore, io credo, a cui
non bisogna rinunciare, perché è l'unico collante che consente di fare delle cose assieme. L'hanno
capito i Segretari Nazionali; quello che succede a Melfi, al di là delle forme di lotta, non si può
neanche tacerle, però non è stato sufficiente a dividere il Sindacato, neanche un blocco che, per
esempio, noi della UIL non abbiamo condiviso. Condividiamo i contenuti, quei lavoratori sono stati
assunti da ragazzi, magari sono uomini, hanno 30-35 anni, hanno una famiglia, hanno diritto ad
avere i loro diritti che sono negati, hanno diritto ad un'organizzazione del lavoro non punitiva, come
è quella che è quella di fare 15 notti consecutive con una paga nettamente al di sotto di quella del
Gruppo. Quindi, noi convergiamo sui contenuti, abbiamo avuto delle divergenze sulle forme di
lotta, crediamo che, da un alto, concertare, per esempio, con l'azienda, il presente e il futuro,
un'azienda che non ha redditività, che rischia il collasso, queste non sono strumentalizzazioni di
Morchio o di Agnelli, ma sono il giudizio che si dà, non solo nel nostro Paese, ma nel mondo,
relativamente alla situazione FIAT. Quindi, come si dice al mio paese e , credo anche al vostro,
tirarsi su le maniche, da un lato, e contrattare con la FIAT il presente e soprattutto le prospettive.
Bisogna che il Sindaco di Torino, il presidente della Regione, facciano lobby con noi, così è una
parola chiara, non ambigua, abbiamo bisogno di sinergie per portare la FIAT a ragionare sul come
uscire da questo tunnel. Naturalmente i miracoli non ci sono. Cosa può offrire il Sindacato? Una
collaborazione quotidiana nella misura in cui gli atteggiamenti dell'azienda non sono atteggiamenti
autoritari, non calpestano i diritti salariali e normativi delle persone, e soprattutto si dà alla gente
delle prospettive vere. Oggi, anche se ci fossero assunzioni in FIAT, i giovani non intendono andare
a lavorare i FIAT, a Milano già dieci anni fa, tanto per dire che come succede altrove…un tempo
Torino anticipava, oggi, segue, qualche volta neanche a ruota…dieci anni fa assumevano ancora
all'Alfa, e non riuscivano a trovare, a Milano, i ragazzi da inserire in linea. Quindi il discorso
relativo all'industria, per quanto riguarda la professionalità, il lavoro che si svolge, il
riconoscimento salariale, sono tutte questioni su cui lavorare, attivarsi, se no diventa sempre meno
appetibile, per un giovane, andare a fare un lavoro non solo umile, ma che non ha prospettive. Noi
abbiamo scelta la strada dell'unità d'azione del Sindacato, abbiamo scelto la strada di discutere
permanentemente con il sistema delle imprese, con le Unioni Industriali, e non so se stamattina c'era
qualcuno di questi signori, che rispettiamo, ma che nei confronti dei quali, vogliamo discutere ad un
tavolo su come intervenire, su come interagire, sul cosa è necessario fare in questo Paese, in
generale, e poi in questo territorio, per uscire da una tenaglia che sembra non dare scampo. Adesso
si sta parlando di cosa sta succedendo in merito alle delocalizzazioni: vuol dire che, anche se è stato
detto con altre parole, se le aziende si basano, e condivido con voi dei precedenti interventi, se la
competizione si basa esclusivamente sul "grattare il barile", dicevamo noi da giovani, quindi gratta
gratta non c'è più nulla, sul piano della produttività non c'è quasi più niente da recuperare; quindi, o
si opera, come diceva l'ultimo intervento, si opera sulla qualità, sulla ricerca, sull'innovazione del
prodotto, e sono gli addetti ai lavori che devono farlo. Noi non siamo in grado di fare un programma
di governo o un progetto locale, territoriale, che sia in grado di rispondere a questi parametri. Noi
siamo in grado di fare il nostro dovere di Sindacalisti, che è quello di difendere i posti di lavoro, di
far in modo che la gente si formi, abbai una soddisfazione dal proprio lavoro, e poi, e di questo ne
voglio parlare brevemente, di come un giovane che entra nel lavoro, abbia una prospettiva, sia in
grado di crearsela con l'appoggio dell'Azienda, del Sindacato, delle Istituzioni, del governo, quindi
ci sia un aver un progetto, per il quale chi va a lavorare sappia di non essere finito in un circolo
infernale, e da cui non uscirà più; perché se uno entra nel lavoro precario facendo il manovale, non
fa formazione, tutta la vita rimarrà un manovale, e non riuscirà ad uscire da questo cerchio. Noi
dobbiamo interrompere questo circolo non virtuoso, purtroppo, e operare in una direzione in cui
oggi non si opera. Io non voglio fare un distinguo, perché la mia organizzazione è una
organizzazione libera. Se voi chiedeste agli iscritti alla UIL che partito votano, voi trovereste
un'ampia articolazione. Noi non chiediamo tessere, siamo un'organizzazione libera, quindi badiamo
ai contenuti. Questo Governo ha dei demeriti, delle carenze. Credo che tutto sia cominciato un po’
prima, perché se non sarebbe troppo facile e troppo comodo. Io credo intanto che la differenza sia
questa, la voglio mettere in evidenza: noi abbiamo discusso a lungo con il Governo precedente, ha
creato anche una crisi nel Sindacato. Mi ricordo la Legge Treu, cari compagni e cari amici, se posso
dirlo, ci sono state spaccature molto profonde nel Sindacato sulla Legge Treu, eppure Treu faceva
parte del Centro Sinistra, ha fatto una Legge che abbiamo condiviso dopo lunghe discussioni,
trattative, confronti con la gente, col governo è andata avanti per mesi…ecco, questo è un metodo
che noi vorremmo che anche questo Governo attuasse, non c'è dubbio. Bisogna che, relativamente
alle trasformazioni, qualche volta epocali, delle normative di un Paese e dei diritti, si decida di
parlare con il Sindacato, non si impongano, attraverso decreti o altro, soluzioni che poi il Sindacato
deve gestire. Io sono poi contento, in quest'occasione, di quello che è stato presentato come ricerca
per le ragioni di cui vi ho detto prima. La mia organizzazione non parte dal fare una ricerca per
dimostrare qualcosa, né fa fede l'accordo che discutibilmente abbiamo fatto due anni fa con questo
Governo, quindi noi crediamo oggettivamente di poter valutare le cose, le situazioni, i risultati, di
quelle che sono le leggi, per esempio, che questo Governo ha fatto. L'approccio, quindi, non è stato
ideologico, la ricerca dice che la percezione della Legge relativamente all'applicazione della Legge
è in parte, in gran parte, negativa. Spero che non ci distinguiamo, qui, rispetto alle altre
organizzazioni. Io credo che nei limiti del possibile, del "mestiere" che facciamo, della professione
che svolgiamo, perché abbiamo il compito di difendere la gente, anche quando una legge fosse
iniqua, credo che noi abbiamo il dovere di contrattare con il sistema delle imprese, con le
Istituzioni, ad esempio la Regione Piemonte, l'attuazione di questa Legge 30. Abbiamo detto pochi
mesi fa, ormai il tempo è praticamente scaduto, che la Legge prevede 48 rimandi, e in questo c'è lo
spirito di Biagi, non in tutta la Legge, 48 rimandi alla contrattazione, perché aveva questo valore in
testa. Una rivoluzione, cioè, nelle normative che riguardano il rapporto di lavoro, bisognava farla
assieme al Sindacato. Perché, allora, buttare via, nonostante tutto, nonostante articoli che possono
sembrare odiosi, e inconciliabili con i diritti e la dignità delle persone? Probabilmente ce n'è una
parte che bisogna contrastare. Allora, la nostra proposta come organizzazione è quella di
contrattare, è il nostro mestiere. Lo traduco, se no sembra una battuta: ci sono i Contratti Nazionali
di Categoria, adesso ne è stato fatto appena uno, fortunatamente, per i Tessili, e senza un'ora di
sciopero, firmata da tutte e tre le Organizzazioni, che contiene, al di là del dettaglio, ad esempio,
l'esclusione, nell'applicazione della Legge Biagi, delle forme più "odiose" come il lavoro a
chiamata (ti chiamo un giorno, e così, ti dico un lunedì). Abbiamo cercato fortemente di
modificarne se volete anche la natura, perché escludere alcune forme di queste 40 forme circa di
flessibilità, è importante. Queste e altre. Noi dobbiamo, per adesso, fare questa operazione. Io non
sono mai così ottimista. Io vado a fare i convegni e non dico che bisogna abrogare questa legge, no?
Quando, il prossimo governo, proprio perché stiamo parlando non solo col cuore ma anche con la
coscienza in mano… io ho dei dubbi che il prossimo governo, la prossima cosa che farà è abrogare
la Legge 30, e sono 28-30 anni che faccio questo lavoro. Quindi in attesa di vedere l'abrogazione, io
intanto, vado nelle imprese e tento di fare accordi che escludano le forme più odiose, e lo faccio
quotidianamente. Con la Regione avremmo dovuto farlo per tempo, invece non l'abbiamo fatto:
dovevamo andare a contrattare con la Regione, per esempio, i profili professionali degli apprendisti.
Questo vuol dire che ci saranno altri che vanno ad imporre le cose. Come sapete la Legge 30
prevede che dopo 6 mesi da settembre scorso arriva una circolare applicativa e esplicativa del
Governo che risolve tutti i nostri quesiti e migliaia di domande. Bisogna muoversi. Se posso dirlo,
la distinzione tra la mia organizzazione e le altre, diciamo che quando arriva la grandine come sassi,
invece di prenderla in testa, bisogna prendere un po’ di forza, un ombrello, e iniziare la strada. Noi
siamo determinati a percorrere questa strada, diversamente dobbiamo aspettare un futuro migliore.
L'avvenire non credo che venga così casualmente, bisogna procurarselo, se mi passate il termine un
po’ brusco. Io parlo per la mia organizzazione, non a nome di tutti: noi come UIL abbiamo diviso le
flessibilità in due grandi categorie: quella buona e quella cattiva, diceva Angioletta. Mia figlia,
prima di laurearsi, ha fatto la cassiera molto volentieri, aveva una prospettiva diversa; adesso e
laureata, lavora in un a grande azienda, mi auguro abbia un futuro migliore di tanti altri giovani.
Questa è una flessibilità buona che permette di guadagnare qualcosina studiando. Le cassiere che
lavoravano con lei, con uno stipendio di 400.000 £, e dovevano sposarsi, era cattiva flessibilità.
Quindi, quando viene imposta, la flessibilità è cattiva, quando è scelta è buona. Quindi, se riusciamo
a fare in modo che questo meccanismo, non sia imposto, e proceda attraverso scelte individuali e
collettive che comportano la libertà della persona, e qua parlo di diritti, allora è giusto avere un
supporto migliore, a partire dagli uffici di collocamento (meno del 7% degli occupati proveniva da
quel canale); modifichiamo, miglioriamo, facciamo incontrare domanda e offerta in modo più
adeguato, però non dimentichiamoci che gli strumenti sono un'altra cosa rispetto al merito. Se non
c'è occupazione buona, non è che la creiamo con la flessibilità. Essa è utile quando il lavoro c'è e la
gente può scegliere. Perché le donne non accettavano il part-time? Non riuscivano a capirlo. Perché,
come viene fuori dalla ricerca, se si utilizza il part-time semplicemente come la possibilità di fare
quattro ore, poi te ne aggiungono altre due e in tutte quelle ore lì ti fanno svolgere tutte quelle
mansioni che svolgeresti in un giorno, come fanno gli impiegati…, perché il problema degli
impiegati è proprio questo. Se tu sei alla catena di montaggio, fai un fatica tremenda, ma dopo otto
ore te ne vai. Se tu stai in ufficio, durante quelle quattro ore cercano di farti svolgere il lavoro di
otto ore. Quindi il Sindacato deve valutare con attenzione queste cose, perché è il suo dovere,
altrimenti facciamo delle valutazione solamente sul piano politico o ideologico. Questa è la prima
questione: non si crea il lavoro attraverso gli strumenti. Gli strumenti servono nella misura in cui il
lavoro si è creato. Noi Sindacalisti, vent'anni fa pensavamo che i posti di lavoro fossero
contrattabili, senza pensare dove fosse ubicata l'azienda, quali tecnologie usasse, quanti stabilimenti
ha (un gemello qui, fallisce, uno in Val d'Aosta, no: regione autonoma, finanziata…). Noi abbiamo
valutato poco il contesto. Per arrivare ad una conclusione, bisogna agire a monte, non pensare,
come fanno tanti, che con una legge si risolva tutto. E io non vorrei dire una stupidaggine, ma ci
sono dati oggettivi, che molti dei posti di lavoro che si sono creati oggi, sono effetto della Legge
Treu. Adesso si stanno ottenendo i primi risultati di quella legge. Quindi, non si può dire che, fatta
la Legge 30, dopo pochi giorni si abbiano i risultati. Vedremo gli effetti che avrà, noi intanto
dobbiamo impegnarci a contrattare, per escludere tutte le parti che non condividiamo. A Torino
abbiamo creato uno sportello, il CPO (Centro per l'Orientamento al lavoro) della UIL, per dare aiuto
legale e psicologico relativo a molte questioni.

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