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I limiti della ragione duecento anni dopo la morte di Kant

Tra un profluvio di pubblicazioni la filosofia ricorda oggi il suo debito con Kant, morto il 12 febbraio del 1804. La sua rivoluzione incompiuta indica alle nostre pretese raziocinanti i limiti di ogni illusione DONATELLA DI CESARE Se le vetrine delle librerie di Heidelberg, non meno di quelle di Friburgo e Tubinga, traboccano di libri di Kant e su Kant, non solo perch ricorre il bicentenario della sua morte. Alla domanda che perseguita la filosofia tedesca Kant oppure Hegel?, la risposta oggi in Germania sempre pi frequentemente: Kant. Con la sua aspirazione totalizzante e la sua pretesa di assoluto, la filosofia di Hegel si resa sospetta, quando non invisa, ai tedeschi delle ultime generazioni, facendo posto a quella di Kant che da tempo vive una vera e propria rinascita. Lo conferma la grande quantit di saggi, miscellanee, monografie pubblicate in questa occasione, nonch le due imponenti biografie di Manfred Geier e di Steffen Dietzsch che si propongono, seppure in forme diverse, di ridisegnare il personaggio, ma anche di dischiudere il mondo di Kant, cio la Knigsberg del Settecento. Rispetto alla prima biografia scritta da Ludwig Ernst Borowski, e apparsa gi nel 1804, non si apprende a dire il vero molto di pi sulla vita proverbialmente monotona, e regolare fino all'ossessione, del grande filosofo. Forse solo qualcosa appunto della sua ossessivit e della sua sorte talvolta avversa. A cominciare dalla carriera accademica. Solo nel 1770, dopo aver atteso per ben quindici anni, Kant fa domanda per ottenere all'Universit di Knigsberg la cattedra di filosofia morale a cui teneva pi d'ogni cosa. Otterr una cattedra, ma di logica e metafisica. D'altronde noto che, pur essendo molto amato dagli studenti, e pur preparando scrupolosamente le sue lezioni, Kant non perdeva tempo - nulla era per lui pi prezioso del tempo - e si ritirava presto nella sua casa, in una zona silenziosa di Knigsberg, per riprendere il lavoro cominciato alle cinque di mattina e continuare a scrivere. Cos, per quanti sforzi le due nuove biografie facciano per offrire un ritratto inedito di Kant, pi nevrotico e pi tormentato - forse per avvicinarlo ai lettori? - il filosofo resta l'immagine di una limpida ma non indifferente razionalit. Ed forse questo che, anche nella

distanza, o proprio per tale distanza, attrae di pi della sua figura e del suo pensiero. Il successo incomparabile a cui questa forza d'attrazione ha destinato l'opera di Kant, si traduce tuttavia, nello scenario contemporaneo, in una situazione paradossale. Perch la sua filosofia un continente visitato da molti e abitato da nessuno. In altri termini, sembra del tutto improbabile il tentativo di riprendere in forma sistematica la sua riflessione, come pure avvenuto nella prima parte del Novecento. Basti pensare al neokantismo di Marburgo. La rinascita di Kant, e degli studi su Kant, non dar dunque luogo al sorgere di una nuova scuola filosofica. I nuclei centrali delle tre Critiche non reggono alla critica sollevata nel corso di quasi due secoli da fronti diversi e consolidata da una lunga tradizione. Al di l di questo motivo per cos dire endogeno alla filosofia, ci si deve per chiedere se, tra gli altri, non se ne aggiunga un altro, apparentemente pi esterno. C' da chiedersi in che misura il pensiero di Kant, il cui destino legato qui a quello di Hegel, sia sopravvissuto ai sismi che hanno scosso e squassato la filosofia nell'ultima, lunga parte del Novecento. Bench Jaspers scriva che nessuna epoca stata lontana da Kant come quella della Germania nazista, occorre chiedersi insomma cosa resti di Kant dopo la seconda guerra mondiale. E in Germania la domanda pi che mai aperta. Qualsiasi ritorno a Kant non pu fare a meno di porsela. Ma a ben rifletterci, tentativi di risposta ce ne sono gi stati. Sebbene abbia dedicato a Kant un grande libro nel 1929, Kant e il problema della metafisica, e nelle sue prime ricerche fenomenologiche si possano rintracciare i germi di una riabilitazione della filosofia pratica, pur vero che in Heidegger mancano almeno due momenti essenziali dell'etica kantiana: l'esigenza dell'universalit e quella dell'obbligo intersoggettivo. Non un caso allora che, nella filosofia dopo il 1945, la maggior parte dei suoi allievi ricomincino dall'etica e, per via diretta o indiretta, ricomincino da Kant. Cos Krger riscopre la dimensione originariamente etica della metafisica kantiana, Strauss rivaluta il diritto naturale degli antichi, Gadamer ritorna all'etica della finitezza, Arendt riporta in auge la vita activa messa in ombra dalla vita contemplativa. Nella filosofia tedesca di questi decenni appare urgente la ripresa dell'imperativo categorico con la sua istanza di universalit, se la norma in base a cui si agisce deve

divenire legge universale; ma appare altrettanto urgente che la norma sia anche concreta, che proceda da un ethos vissuto, e che guidi non solo e non tanto l'agire del singolo soggetto, quanto piuttosto l'agire intersoggettivo o comunicativo. E baster fare i nomi di Apel e di Habermas. Quel che per evidente, non solo in Germania, e non solo nella reinvenzione dell'etica, che il dopo-Kant definisce ancora lo spazio filosofico contemporaneo. In questo senso la rivoluzione kantiana non ancora compiuta. Cos nella filosofia, e nella sua storia, Kant segna uno spartiacque. C' un prima e un dopo Kant. Quel che non pi pensabile dopo Kant , banalmente, quel che si pensava prima di lui. Anzitutto non pi pensabile l'empirismo che, gi all'epoca di Kant, rivendicava lo statuto di filosofia prima accusando la ragione di girare a vuoto, tra chimere e finzioni. E tanto meno pensabile la metafisica tradizionale, la forma pi rigorosa di filosofia che, intesa come sapere dei principi e dei fondamenti, si identifica con la scienza. Ma gi prima di Kant la metafisica comincia ad apparire destituita di senso. Mentre nel sonnambulismo i dogmatici continuano a redigere trattati metafisici, si affermano le scienze sperimentali che vogliono soppiantare quella scienza filosofica che non ha pi motivo d'essere. A rischio non solo la metafisica, ma la filosofia e l'idea stessa di filosofia. Proprio questo il rischio che vede Kant, perch la sostituzione empirista equivale alla destituzione del sapere filosofico. La filosofia a un bivio: o si trasforma in scienza sperimentale oppure finisce nella ridondanza analitica. qui che Kant interviene. E decostruisce la metafisica - la decostruzione di oggi una sorta di riscrittura della Dialettica kantiana proponendo di sostituire il programma orgoglioso di una ontologia con un progetto pi modesto di una metafisica umana della natura e dei costumi: cio di una filosofia che, senza pretendere pi di essere scienza, scoprendo la propria umanit, scopre anche i propri limiti. vero che Kant umilia la ragione. Ma se lo fa per evitare che si lasci ingannare dalle proprie illusioni e per mostrarle la sua destinazione etica. Perch nell'uomo la razionalit in funzione della finitezza. Pi l'uomo si riconosce finito, pi ammette i propri limiti, pi ragionevole. Se Kant decostruisce la metafisica, per assicurare un altro avvenire alla filosofia. E sancendo la fine di un'epoca, promette un nuovo inizio. Una filosofia a vocazione cosmica o cosmopolitica accetta la propria costitutiva incompiutezza. Al punto di riflettere

persino, e per la prima volta, sulla propria storicit. Giustamente Foucault ha visto nel testo di Kant Was ist Aufklrung? il sorgere di una riflessione critica sul presente, una sorta di ontologia dell'attualit. Prima di Kant era scontato per la filosofia concepirsi come philosophia perennis, come filosofia eterna, senza tempo. Dopo Kant la ragione, ammettendo la critica, ammetter di essere esposta all'erranza e alla storia. Cos, per la prima volta nella storia della ragione, la ragione si accorger di avere una storia. Anche per questo Kant il nome della nostra modernit intellettuale. Si sa che il professore di Knigsberg non poteva sopportare la presunzione e la saccenteria, soprattutto se ad essere presuntuosi e saccenti erano i filosofi. E forse proprio questo pi di tutto ha insegnato alla filosofia: la modestia. Quel che accomuna le pubblicazioni apparse in Germania per questo anniversario una simpatia intellettuale e umana per la figura di Immanuel Kant, ma anche un fondo di nostalgia inquieta per il suo mondo, per quella Knigsberg cancellata in pochi giorni del 1945, prima ancora che dall'armata rossa, dal caparbio, irresponsabile, irragionevole rifiuto dei tedeschi di capitolare. Cos Knigsberg, dissolta nella guerra, resta quel luogo della filosofia che non c' pi. E se anche dalle sue macerie si erge la lezione di Kant, a ducento anni dalla sua morte, e al confine di un'epoca, parlare di Knigsberg un altro modo per interrogarsi sulle sorti della filosofia in Germania e su quella promessa di Kant.