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RAPSODIE DUN POEMA ALBANESE RACCOLTE NELLE COLONIE DEL NAPOLETANO TRADOTTE GIROLAMO DE RADA E PER CURA DI LUI E DI NICCOLO JENO DE CORONEI KDIRATE E MESSE IN LUCE TMi sunt qui venerunt de tribulatione magna. APOcALIS HRENZE TIPOGRAFIA DI FEDERIGO BENCINI Via dei Pandolfini N° 24. 1866. Chi volge lo sguardo verso I’ oriente, e con la mente vuole correr dietro allo svolgimento ed alla attivila della’ specie umana, al suo intelletto presentasi il fatto, che in quel suolo feracissimo e lussureggiante di vegetazione, sursero i primi uomini e la prima civilta. E se per entro alla storia e alle tradizioni fino a noi pervenute studiar si voglia, ve- desi come di 1a i popoli si sparsero per la terra, e segui- rono nel loro movimento i! cammino del sole dall’est all’ovest: osservasi che vi furono grandi citth e popoli commercianti, ricchi e potenti, ora distrutti ; e continuando nella succes- sione dei tempi, scorgesi il popolo greco, a noi geografica- mente pid vicino, libero, indipendente toccar |’ apice nelle politiche e civili discipline, poi, a poco a poco, scadere infino a che: miseramente soggiacque alla scimitarra turca: e la civilta di quel popolo trasfondersi nel romano, il quale pria libero nell’ interno e vittorioso dominatore di genti straniere, poi la sua grandezza e le sue liberta perdere per invasione di barbari. Perloché i popoli abbrutiti e schiavi addivenuti, liberla, e beni morali e materiali per- derono. Nel corso di questi avvenimenti anche nel levante, e 6 propriamente in Galilea, sorge un nuovo Sole pid grande e polente, che, superiore ai terreni bisogni, infonde nel- V animo dell’ uomo principii e sentimenti che lo ritornino alla sua dignita, alla sua libertad, all’ amore del simile; e gli apre una novella via, certa e sicura di un migliore avvenire. Questa vivida fiamma si eclissa e sparisce dall’ oriente per venire in occidente. Qui i frutti della novella tra- sformazione sociale vengon colti primamente dalla nostra Italia, comecché, nel suo luogo primitivo, !’ albero inselva- lichisse. Qui in occidente riposd, allignd, abbarbicossi, e crebbe, e distese i suoi rami, che s’ inchinano e si rivol- gono verso I’ oriente quasi desiderasse cola restituire quello che gia prima ne ricevelte. Or sono quattro secoli circa e fra i monti dell’Alba- nia un popolo piccolo di numero ma generoso e fiero, animato dal novello concetto, fece sforzi inauditi per acqui- stare liberta, ed indipendenza. Ma, come se ancora non ne fosse giunto il tempo, e che dovesse a poco a poco la luce correre da occidente ad oriente senza lasciar vuoti intermedii, |’ orda islamitica domd la poca gente, di cui — perd non vinse Ja virti dell’ animo, la quale dopo secoli ancor perdura incontaminata dall’ alito pestifero, ed ha fede di raggiungere il desiderato giorno, in cui vedrd sgombro il-suo. suolo dal barbaro oppressore. L’ epoca di tanta gloria ci viene dalla storia segnata col nome di Giorgio Castriota Scanderbegh. Egli é pertanto un fatto storico molto osservabile che il popolo albanese, dopo che |’ uomo fu sottratto dalla schia- vill morale e ridonato alla sua dignila da Cristo, fosse stato il primo, il quale animato da quella idea sublime presenti la fisonomia di un popolo, che solleva lo sten- dardo della liberta e della indipendenza dallo straniero. L’ Italia, ’ Elvezia, la Spagna con guelfi e ghibellini,