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Euripide l'unico degli altri tragediografi del periodo (Eschilo e Sofocle) a rendersi conto di dover adattare la sua tragedia

a alla crisi della cultura di quel periodo. Ma il suo tentativo di evolvere la tragedia mal inteso: molti infatti sono coloro che pensano che egli sia un eversore della tragedia. Questa nuova situazione problematica, comunque, non d pi spazio all'indagine sulla razionalit umana, ma ora il momento di affrontare problematiche quali la condizione della donna, dello straniero, la parola come strumento di potere... Quindi elemento principale delle tragedie di Euripide saranno i drammi quotidiani e i rapporti tra gli uomini, e la problematica maggiore sar non pi il confronto con il volere della divinit, ma con le scelte degli altri uomini. La figura degli dei non viene eliminata, ma diviene metafora delle istituzioni e delle convenzioni sociali. Euripide elabora numerose innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che anticipano la conclusione, ampio spazio ai discorsi, il frequente tema del riconoscimento tra persone che ignoravano la loro identit, che esprime la fiducia nella possibilit di scoprire la realt dei rapporti umani. La tragedia di Euripide oppone dunque da un lato la considerazione depressa della miseria dell'uomo e dall'altro la convinzione ottimistica che valga la pena lottare per annientare tutti i pregiudizi.
La drammaturgia di Euripide La prima fase della sua carriera caratterizzata dai drammi ad azione unica, svolta attraverso un'evoluzione del comportamento dei personaggi e delle situazioni. Quindi la volta dei drammi a doppia azione, consistente da scene concluse in se stesse riunite tramite il protagonista attorno ad un unico nucleo tematico, e poi dell'intreccio vero e proprio. Questi diversi modi di presentare la tragedia mostrano una forte tendenza alla sperimentazione, sia per l'irrequietezza spirituale del poeta, sia per il cambiamento dei tempi (riguardo a quest'ultimo punto si gi parlato: Euripide tenta non di dissolvere la tragedia, ma di salvarla). Per quanto riguarda la struttura interna del dramma, questa non si regge pi sulla figura dell'eroe, ma sul rispondersi delle azioni degli uomini. Il dialogo l'espressione dominante, per cui il ruolo del coro messo in secondo piano. Le trame di Euripide derivano esclusivamente dalla sua fantasia, e ci grazie all'interesse per gli aspetti spettacolari del dramma e per l'accentuazione degli aspetti umani. Per questo Euripide non usa il patrimonio mitico, per la prevedibilit delle conclusioni e per l'irrealt delle situazioni. Il mito usato solo come spunto tematico. Lo stile di Euripide Il linguaggio di Euripide ispirato al quotidiano, chiaro e concreto, secondo lo schema geometrico della linea retta. Il frutto della riflessione del personaggio riassunto in sentenze definitive, le gnomai, di cui si sono fatte varie raccolte autonome. Anche se la funzione del coro molto meno essenziale rispetto agli altri tragici, il coro di Euripide ben curato e diviene un momento di evasione malinconica (tema ricorrente il volare lontano). Il mondo concettuale di Euripide Il pensiero di Euripide non pu essere circoscritto n alla sola corrente illuministica (mette in dubbio la presenza degli dei), n alla corrente irrazionale (esistenza di forze mistiche). Il segno del suo pensiero il dubbio, in un oscillare tra posizioni diverse e contrastanti, di fraintendimenti. Per questo, accade che proprio lui che conosce profondamente la psicologia femminile e inquadra le donne come le vittime di una societ profondamente maschilista, accusato di misoginia; lui che era capace di addentrarsi nelle pi remote profondit del sentimento umano fosse accusato di essere un gelido retore.

Euripide soprattutto uno scrittore di teatro, sede della sua sperimentazione e della ricerca del vero, in cui i personaggi sono metafora dello scontro di due pensieri. Euripide un disperato ottimista: crede che all'individuo debba essere concesso di scoprire la propria dignit nella realizzazione del proprio destino; ma contemporaneamente conosce la debolezza e precariet dell'uomo: per questo i suoi drammi sono impregnati da un'infinita compassione e partecipazione al dolore di vivere.

In un passo del Bellerofonte di Euripide c questa affermazione: Si dice che vi siano degli dei nei cieli: no, non vi sono, non vi sono, a meno che non si voglia stoltamente seguire una vecchia diceria diffusa tra gli uomini. E si arriva anche, sempre in Euripide, a porre in bocca ai personaggi delle espressioni dissacranti: Gli dei e tutto ci che detto intorno a loro solo espressione umana, potrebbe essere una creazione umana. Rivolti agli indovini: Sedete l sui vostri seggi profetici e pretendete di conoscere quel che ha stabilito Dio, ma i vostri detti non sono altro che opera umana, non manifestazione del divino ma creazione umana. E nelle Troiane, rivolgendosi a Zeus, in una sola espressione passa dallaffermazione della fede nella presenza del divino al dubbio pi radicale: O tu che reggi la terra e sulla terra dimori, chiunque tu sia, mistero impenetrabile, o Zeus, o forza della natura, realt esistente che anima la natura, o frutto dellintelligenza umana, ti invoco. Non si pone in dubbio la capacit della ragione di sondare la realt, per certamente emerge la consapevolezza realistica del suo limite. Si pu indagare, comprendere una parte della realt, non tutta la realt. Linadeguatezza della ragione a indagare questi campi formalizzata da Platone quando avanza lipotesi che questo limite potrebbe essere colmato solo da una rivelazione di ordine divino, e con le sue parole sono in sintonia profonda le parole di Tommaso

Euripide
Lungo l'arco temporale del V sec. A. C., Euripide l'ultimo, dopo Eschilo e Sofocle, dei tre grandi tragici greci, appartenente alla generazione che, dopo la fondazione e l'apogeo del cosmo di valori rappresentato dalla tragedia, gi ne sperimentava la crisi e la dissoluzione. Per questo egli si rivela pi moderno dei suoi predecessori e alla base del teatro post-antico, perch la sua opera meno legata al tempo e pi vicina alla nostra sensibilit.

Svuotata la tragedia del suo originario significato religioso e svincolatala da ogni rapporto fiducioso con il divino, egli rappresenta l'uomo nella sua solitudine esistenziale, o mentre s'aggira smarrito per le vie della vita, o vittima di una passione che lo precipita nella rovina, o infine mosso da una brama di potenza e di dominio, che scatena guerre luttuose e cruente, apportatrici di dolore e desolazione.