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LA RUSSIA E NOI

LA ROMA DEI GESUITI,


UN NIDO
DI SERPENTI di ALEKSIJ II
Pubblichiamo il rapporto inedito che l’attuale patriarca di Mosca
e di tutta la Russia inviò al governo sovietico dopo un suo viaggio
a Roma, nel 1968, per incontrare i vertici della Chiesa cattolica.
Dal quale emerge la visione imperiale degli ortodossi.

La cultura dell’impero
Presentazione di Adriano Roccucci

L’attuale patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Aleksij II, nel 1968 era metropo-
lita di Tallinn e cancelliere del Patriarcato. Quell’anno fece un viaggio in Italia per
l’ordinaria sessione del Consiglio di presidenza della Conferenza delle Chiese euro-
pee. Il metropolita Aleksij, seguendo una prassi consueta e inevitabile nel sistema
sovietico, redasse una relazione sul suo soggiorno e sulla Chiesa cattolica, da pre-
sentare a Kuroedov, presidente del Consiglio per gli affari religiosi (Car) presso il
Consiglio dei ministri dell’Urss, cioè l’organismo che controllava tutta la vita religio-
sa del paese. La relazione, inedita, di cui si pubblica una parte cospicua, costituisce
un documento significativo per il contenuto e per la rilevanza dell’autore.
Aleksij, infatti, eletto nel 1990 patriarca di Mosca, era già nel 1968 un vescovo
molto importante. Dal 1964 come cancelliere – carica che ha mantenuto fino al
1986 – si occupava di tutti gli affari interni della Chiesa. Era uno degli esponenti di
un gruppo emergente di giovani vescovi, nominati durante il periodo crusciovia-
no, che avevano potuto ricevere un’istruzione teologica nelle scuole ecclesiastiche
riaperte dopo il 1945 (21).
Aleksij, al secolo Aleksej Ridiger, è nato il 23 febbraio 1929 a Tallinn, capitale
dell’Estonia, da una famiglia di antica origine tedesca, o forse svedese. In Estonia,
fino al 1939 repubblica indipendente, la Chiesa russa aveva potuto tenere aperte le
sue istituzioni: così nel 1940 il futuro patriarca ultimò i primi studi teologici. Dal
1947 al 1949 continuò gli studi presso il seminario teologico di Leningrado, dove
nel 1950 fu ordinato diacono e prete. Era uno dei nuovi elementi provenienti dai
territori non sovietici che veniva a rafforzare il Patriarcato. All’Accademia teologica
di Leningrado ottenne la licenza in teologia nel 1953. Nel 1961 fu nominato vesco-
vo di Tallinn e dell’Estonia. La sua carriera fu molto rapida: nel novembre del 1961 79
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divenne vicepresidente del Dipartimento per le relazioni esterne, in una fase di


apertura internazionale della Chiesa russa verso il Consiglio ecumenico delle Chie-
se e il cattolicesimo. Nel 1964, a soli 35 anni, venne nominato cancelliere e quindi
membro permanente del Santo Sinodo.
La svolta antireligiosa di Khruscev, che colpì duramente la Chiesa, determinò
un rigido controllo del Car sull’episcopato. Kuroedov fu nominato presidente del
Car con il compito di indurirne la politica. In tale contesto, chi era Aleksij per il
Car? In un rapporto inviato dal Car al Comitato centrale del Pcus nel 1974, Aleksij
viene inserito, insieme al patriarca Pimen e altri vescovi, nella categoria di prelati
che «affermano, a parole e coi fatti, non solo lealtà, ma anche patriottismo verso la
società socialista, osservano rigorosamente le leggi sui culti ed educano il clero
parrocchiale e i fedeli nello stesso spirito, capiscono con realismo che il nostro Sta-
to non è interessato a proclamare il ruolo della religione e della Chiesa nella so-
cietà, e consapevoli di questo non fanno mostra di alcun attivismo particolare
nell’estendere l’influenza dell’ortodossia tra la popolazione» (22).
Il carattere dei rapporti del metropolita Aleksij con il Car, inevitabili per un ve-
scovo in Urss, è considerato dalla Ellis, la massima studiosa non russa contempora-
nea dell’ortodossia moscovita, come molto diretto e cordiale (23). Era necessario
manifestare lealtà allo Stato sovietico perché, tra rigidi e ineludibili meccanismi di
controllo, restasse un qualche spazio alla Chiesa. Ogni vescovo, tuttavia, pur con
una libertà di manovra estremamente limitata, interpretava questa necessità, in
modi e forme molto diversi.
Alcuni elementi possono indurre a ritenere la posizione di Aleksij molto ade-
rente alle direttive dello Stato. Nel 1967 si distinse per una dura risposta al vescovo
Ermogen di Kaluga, il quale aveva criticato la riforma della parrocchia decisa, su
pressione dello Stato, dal Concilio locale del 1961 (24). Il metropolita di Tallinn du-
rante il Concilio locale del 1971 tenne la relazione sull’impegno della Chiesa per la
pace, che, secondo un osservatore, destò indignazione nei delegati, per un tono
ostentatamente filogovernativo (25). La fiducia del Car verso il metropolita è con-
fermata dal fatto che nel 1965 divenne anche presidente del comitato per l’educa-
zione del Patriarcato di Mosca, rimanendo in carica fino al 1986. L’organismo cura-
va la formazione del nuovo clero, a cui il Car era molto sensibile al fine di control-
larne l’attività e influenzarne l’orientamento (26).
Nel 1986 Aleksij venne nominato metropolita di Leningrado e Novgorod, la ter-
za carica della Chiesa russa, conservando anche la cura di Tallinn. Lasciava l’incari-
co di cancelliere, ma rimaneva membro permanente del Santo Sinodo. A Leningra-
do durante gli anni della perestrojka, fu eletto nel 1989 deputato al Congresso dei
deputati del popolo dell’Urss. Nel 1990 Aleksij, succedendo a Pimen, viene eletto
dal Concilio della Chiesa ortodossa russa patriarca di Mosca e di tutta la Russia.
Il metropolita aveva sviluppato una rete piuttosto larga di rapporti ecumenici
internazionali, in qualità di presidente, dal 1964, della Conferenza delle Chiese eu-
ropee. Le relazioni esterne sono un aspetto molto importante della Chiesa russa
80 dopo il 1945. Il governo non vedeva male la presenza del Patriarcato sulla scena
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internazionale anche a fini propagandistici o di collaborazione con la politica so-


vietica. Tale impegno fu paradossalmente potenziato mentre Khruscev riprese a
perseguitare la Chiesa all’interno. Tuttavia un grande protagonista di queste rela-
zioni, il metropolita Nikodim, dal 1960 al 1971, dette ad esse uno spessore più ve-
ro: «L’ecumenismo e i contatti internazionali erano anche uno strumento per soste-
nere la Chiesa russa in una difficile situazione con il potere civile» (27).
Il documento che pubblichiamo è segnato da esigenze contraddittorie: mo-
strare il proprio lealismo allo Stato, evidenziare gli interessi sovietici, motivare la
necessità di un’attività internazionale della Chiesa, forse anche fondare l’esigenza
dell’ecumenismo con la Chiesa cattolica. Emerge chiaramente, comunque, anche
la prospettiva, caratterizzata da ammirazione e timore, misti a sospetto e pregiudi-
zio, con cui un vescovo di una Chiesa in difficoltà guardava l’organizzazione della
Chiesa cattolica. Il «monolite» cattolico colpiva il metropolita per il livello «molto al-
to» della preparazione dei suoi quadri. La visione, in alcuni passaggi, sembra defor-
mata al punto che una istituzione, quale quella dell’Istituto orientale, o un collegio
come il Russicum divengono centri di formazione di spie, al servizio di un disegno
di penetrazione nel campo socialista. Ritornano le immagini della propaganda so-
vietica accanto a quelle secolari della mentalità diffusa nell’ortodossia russa soprat-
tutto per quel che riguarda la prevenzione antigesuitica.
Nella visione di Aleksij sembra prevalere l’idea che il Vaticano è l’avversario di
una lotta ideologica in cui motivazioni di strategia politica si intrecciano con quelle
religiose.
Dopo avere letto questo documento si potrebbe pensare di avere di fronte il
rapporto di un esponente dell’apparato, sotto vesti ecclesiastiche. Non si può certo
negare l’influenza dei condizionamenti del regime sugli esponenti della Chiesa
russa. Sorge comunque la domanda, da sottoporre ad una verifica forse ancora
prematura, su quale sia la rilevanza assunta nella visione di Aleksij e di una gran
parte dell’episcopato russo dalla coscienza di una vocazione messianica ed impe-
riale del popolo russo. Ci si chiede se tale patrimonio non abbia determinato an-
che una sincera condivisione, proprio in nome di questo ideale nazional-religioso,
delle finalità politiche dell’Unione Sovietica, in sintonia con la tradizione cesaro-
papista dell’ortodossia.
Può sembrare anzi che i cambiamenti degli ultimi anni abbiano dato ragione
alla diffidenza pregiudiziale del metropolita di Tallinn. I timori di un espansioni-
smo cattolico hanno trovato conferma dagli avvenimenti: il risorgere dell’uniati-
smo, il proselitismo cattolico. Si può rintracciare una continuità di pensiero con il
periodo postsovietico, se il patriarca Aleksij intervenendo nel settembre del 1991
davanti ai preti di Mosca affermava: «Ci siamo convinti che il Vaticano mentre con
una mano sottoscrive documenti sul dialogo tra le Chiese, con l’altra mano pro-
muove duramente l’espansione cattolica sul territorio canonico della Chiesa russa
ortodossa approfittando della debolezza della nostra Chiesa, debolezza spiegabile
con gli avvenimenti storici, e con il grande numero di cittadini russi cresciuti senza
alcuna tradizione religiosa per colpa dello Stato comunista» (28). 81
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Il documento inedito, qui pubblicato, è la testimonianza degli intimi rapporti


esistenti tra Chiesa e Car. Si sbaglierebbe, come talvolta è avvenuto, a fare del futu-
ro patriarca un agente del governo e dei suoi servizi. C’è nel lealismo una volontà
di salvare qualche spazio della Chiesa in una società compressa. Ma, tra il profilo
torvo del collaborazionista e quello del «martire» dell’istituzione, si affaccia pure la
cultura politica dell’uomo che crede alla funzione dello Stato sovietico e considera
le sorti della sua Chiesa legate ad esso. La Chiesa cattolica viene allora avversata
per la sua opposizione ed estraneità al mondo di Mosca. Con la fine dell’Urss e il
nuovo Stato russo, è questa cultura politica che sopravvive, mentre sono finiti i lea-
lismi e divengono inutili le sante furbizie.

Aleksij II: Il Vaticano, la Roma dei gesuiti


30 ottobre 1968

Al Presidente del Consiglio per gli Affari Religiosi presso il Consiglio dei Mini-
stri dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Kuroedov Vladimir Alek-
seevic.

(...) (29) Fra i semplici cattolici, nonostante i Cinque anni trascorsi dal gior-
no della morte di Giovanni XXIII sono ancora vivi la memoria e l’amore verso di
lui. Papa Paolo VI viene considerato lontano dal popolo, un aristocratico, un di-
plomatico, e per questo uno che non gode delle simpatie e dell’amore del popolo
semplice.
Ci sono voci di un possibile ritiro di Paolo VI sebbene venga affermata l’opi-
nione dell’impossibilità di tale atto da un punto di vista religioso. Fino a poco
tempo fa come successore si faceva il nome del cardinale Suenens (Belgio) (30),
ma adesso questa candidatura non viene nominata. Si riscontra una certa ten-
denza a che il nuovo papa non debba essere italiano, poiché gli italiani sono
troppo legati alla politica locale, mentre un papa straniero sarebbe politicamente
più indipendente.
La riorganizzazione della Curia, che aveva iniziato a realizzarsi, si è quasi
interrotta. E quello, che si fa in tale direzione, viene considerato come assoluta-
mente insignificante, dal momento che viene realizzato più per acquietare la cor-
rente progressista nella Chiesa cattolica che per cambiare radicalmente politica.
Il Vaticano negli ultimi tempi, secondo la testimonianza di persone che ne se-
guono la politica, assume nei problemi di politica internazionale una posizione
più realistica. Il papa ha fatto qualche dichiarazione riguardo agli avvenimenti
in Cecoslovacchia, ma essa è passata in qualche modo inosservata, senza com-
menti. Durante l’estate di quest’anno Paolo VI ha mostrato con diversi atti soste-
82 gno ai popoli arabi nella loro lotta contro gli aggressori israeliani. Così, il 27 lu-
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glio il papa ha ricevuto l’ex sindaco della parte araba di Gerusalemme, accompa-
gnato dall’ambasciatore di Giordania. Con questo atto si è messo in rilievo che il
Vaticano non riconosce l’annessione, compiuta da Israele. Nell’estate di quest’an-
no il papa ha dichiarato la necessità del ritorno ai legittimi confini nel Medio
Oriente. La consegna delle reliquie dell’apostolo Marco alla cattedrale copta e la
conversazione dell’inviato del papa, che accompagnava le reliquie al Cairo, con
il presidente Nasser sono anche atti caratteristici della politica del Vaticano su
questo versante.
Sul problema del Vietnam il Vaticano è interessato alla soluzione pacifica
della questione e non ha intenzione, per quanto è possibile giudicare su questo,
di minare la propria autorità morale con la concessione di un appoggio diretto o
indiretto all’aggressione degli Usa in Vietnam. In questo senso la morte del cardi-
nale Spellman (31), il quale era legato agli aggressori in Vietnam, è stata accolta
con sollievo.
Tuttavia, anche se si manifesta una tendenza realistica nella politica del Va-
ticano e c’è un certo malcontento per le azioni e l’enciclica del papa, non si può
pensare e parlare di una qualche debolezza del Vaticano. Sotto l’aspetto organiz-
zativo è un monolite. Gli ordini cattolici, con la loro disciplina quasi militare, co-
stituiscono il supporto del Vaticano alla realizzazione della sua politica. I quadri
del Vaticano e la loro preparazione si collocano a un livello molto alto.
I segretariati per l’unità dei cristiani e per il dialogo con i non credenti sono
stati riorganizzati. Nel personale dei segretariati è stata introdotta una serie di
note personalità cattoliche. (...) (32).
Willebrands (33) ha proposto di condurre con il patriarcato di Mosca una
nuova discussione su questi temi (34), analogamente a quella discussione, che si
è svolta su temi sociali a Leningrado l’estate di quest’anno.
Mi è capitato di essere al collegio Russicum (35) e di visitare la biblioteca
dell’Istituto orientale (36) e di incontrarmi con alcune personalità di questi istitu-
ti, come Paul Mailleux (37) rettore del Russicum, Stefano Virgulin, professore
dell’Istituto orientale di propaganda della fede (nell’estate di quest’anno è venuto
in Urss come turista), Andreas Wetter (38) professore dell’istituto orientale, inse-
gna marxismo-leninismo, seguace del neotomismo, Miguel Arranz-Lorezzo (39),
ispettore del Russicum, professore di liturgia all’istituto orientale di propaganda
della fede, Iosif Olsr (40), professore dell’Istituto orientale, insegna la materia pa-
triarcato di Mosca Robert Taft (41), americano, scrive la tesi di dottorato all’istitu-
to orientale, discendente della famiglia Taft e altri.
Noi abbiamo partecipato alla cena al Russicum. Se mi è lecito esprimere
apertamente le mie sensazioni su questi rapporti, che fino ad ora non mi hanno
lasciato, esse sono simili a quelle che si provano trovandosi in un nido di serpenti,
in compagnia di serpenti che sibilano, ma che non mordono. Il rettore del Russi-
cum, Paul Mailleux, era molto cortese e, salutandomi, ha detto: «Ma noi conser-
viamo tutto questo per voi (riferendosi al Russicum) e verrà il tempo che conse-
gneremo tutto a voi». Tuttavia, queste sono dichiarazioni esclusivamente declara- 83
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torie, lontane dalla vita. Il Russicum aspira a mostrare per mezzo dei rapporti
con i rappresentanti del patriarcato di Mosca – tanto che nelle sue mura vivono
preti studenti dell’Urss – che esso non è affatto un’odiosa istituzione, ma quasi
una futura rappresentanza del patriarcato di Mosca. Sia il Russicum che l’Istituto
orientale preparano quadri per un lavoro di profilo russo con precisi scopi sia po-
litici che religiosi, questi ultimi anzi rappresentano piuttosto un paravento.
Colpisce la biblioteca sia del Russicum che, in modo particolare, dell’Istituto
orientale. La raccolta tematica di questa biblioteca conserva una collezione uni-
ca di pubblicazioni periodiche. I nostri quotidiani Pravda e Izvestija dal primo
numero all’ultimo in rilegature; la raccolta integrale di tutti i decreti e le delibere
del potere sovietico dal 1917; tutte le riviste, riguardanti i problemi della filosofia
e del pensiero sociale e così via. Una raccolta completa di riviste e quotidiani de-
gli «innovatori» (42), che anche da noi costituirebbe una rarità bibliografica, è
presente interamente nella biblioteca dell’Istituto orientale. In questi due istituti si
forgiano i quadri di qualificati spioni, che parlano benissimo in russo, che stu-
diano tutte le sfumature della nostra vita. Ogni mese viene pubblicato uno specia-
le bollettino, il quale riproduce senza commento tutte le annotazioni, uscite sulle
riviste e sui quotidiani dell’Unione Sovietica, riguardanti la religione e la Chiesa.
Al Russicum studia Avgustin Voghel fotografo e specialista in registrazioni sonore;
egli insieme al famigerato Kramer da Salisburgo è venuto ripetutamente in Urss
per registrazioni di liturgie e fotografie di vita della Chiesa in Urss – e solo della
Chiesa?
Svolge un’attività dietro le quinte anche l’arcivescovo cardinale Slipyj (43).
Tutti gli uniati (ucraini) all’estero lo considerano la loro guida spirituale e il loro
capo, sebbene formalmente egli non sia il loro capo. Malgrado ciò, a Roma è ini-
ziata la costruzione di un grosso centro ucraino, Slipyj dirige la costruzione. Si
costruisce vicino al centro amministrativo anche una cattedrale – una copia in
miniatura di S. Sofia di Kiev. Essendo cittadino sovietico, Slipyj formalmente cer-
ca di non mostrare la sua partecipazione alla vita politica degli emigrati ucraini,
sebbene i suoi viaggi riservati in Canada e in Usa con lo scopo di una visita alla
diaspora ucraina abbiano in via di principio un velato carattere politico, e si può
supporre, che non senza la sua partecipazione (sebbene celata), siano state fon-
date le nuove organizzazioni politiche degli emigrati ucraini. Nella lettera di Na-
tale del cardinale Slipyj, che, purtroppo, non mi è riuscito ottenere, traspare, an-
che se velatamente, l’idea di una separazione dell’Ucraina e di un’indipendenza
della Chiesa ucraina.
Trovandomi a Roma e in genere in Italia, io mi sono rigorosamente attenuto
alle istruzioni datemi ed io per primo non sono entrato in alcun contatto con per-
sonalità cattoliche, attendendo il loro primo passo. Primi passi sono stati compiuti
da parte di rappresentanti della Chiesa cattolica durante tutto il nostro viaggio in
Italia. A Ravello, all’ultima riunione del Consiglio di presidenza (44), hanno pre-
senziato il presidente della Conferenza episcopale italiana, il vescovo di Frosino-
84 ne e il collaboratore del segretariato Thomas Stransky, e da parte loro è iniziato
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un sondaggio riguardo ai nostri piani. Il 19 ottobre il cardinale di Napoli, l’arci-


vescovo Ursi (45), ha offerto un ricevimento in onore del Consiglio di presidenza;
è stata prestata un’attenzione ostentata al rappresentante della Chiesa russa orto-
dossa. In questo ricevimento Thomas Stransky si è interessato a un possibile pelle-
grinaggio a Bari, e se ci fosse la necessità di comunicare ciò all’arcivescovo di Ba-
ri. Da parte mia seguì la riposta, che la possibilità del pellegrinaggio ancora non
era chiara, dal momento che eravamo ospiti della federazione protestante, ed essi
ci proponevano un programma conveniente, se ci sarà la possibilità e il tempo di
visitare Bari, realizzeremo il nostro desiderio, ma il pellegrinaggio avrà un carat-
tere privato. A Bari da parte dei monaci domenicani fu mostrata grande atten-
zione e accoglienza. I membri dell’ordine domenicano reggono a Bari la basilica,
dove si trovano le reliquie di Nicola il taumaturgo. I domenicani erano preavvi-
sati (evidentemente, dal segretariato) della nostra visita; fu offerto il pranzo, mes-
sa a disposizione una macchina per la visita della città, data la possibilità di re-
citare un moleben (46) nella basilica eccetera.
Per quanto riguarda il soggiorno a Roma, abbiamo visitato in forma privata
le basiliche maggiori (la basilica dell’apostolo Pietro, Paolo fuori le mura, Gio-
vanni in Laterano e Maria Maggiore). La sera ci siamo visti con i nostri studenti
Rozkov e Raina (47). La mattina del 24 ottobre è arrivato all’albergo il rettore del
Russicum padre Paul Mailleux e ci ha proposto per le nostre visite un miniauto-
bus, e ci ha anche invitato a visitare il Russicum. Siamo andati a visitare le cose
notevoli di Roma fino a circa le 14, fino a quando non abbiamo visto dietro il
nostro autobus una macchina con la targa del Vaticano. Quando siamo arrivati
all’albergo, è sceso il segretario del segretariato per l’unità dei cristiani, il vescovo
Willebrands, il sottosegretario Duprey (48) ed il collaboratore del segretariato
John Long (49). Dopo la conversazione nel foyer dell’albergo il vescovo Wille-
brands ci ha invitato nel ristorante ad un pranzo, offerto in nostro onore dal se-
gretariato. Dopo il pranzo c’è stata una conversazione comune. Il vescovo Wille-
brands ha espresso l’idea di tenere un colloquio bilaterale sul tema del matrimo-
nio (compreso il problema dei matrimoni misti) e del calendario. Da parte sua ci
ha chiesto le nostre proposte affinché i colloqui servano la reciproca comprensio-
ne e il miglioramento delle relazioni. Io mi sono sottratto ad una risposta diretta,
avendo detto che non ero pronto a fare nessuna proposta, la questione sul tema
dei colloqui necessita riflessioni. Dopo pranzo tutti e tre ci hanno condotto all’al-
bergo, dove io ho detto a Willebrands le seguenti parole: «Voi mi avete fatto una
domanda sui temi, la cui discussione ci potrebbe avvicinare. Non ho voluto espri-
mere le mie opinioni a pranzo in una discussione comune, ma adesso vorrei ri-
spondere alla sua domanda. Il patriarca Aleksij (50) ha scritto a papa Paolo VI
riguardo al problema degli uniati. Questa questione ci preoccupa, perché noi vi-
viamo in tempi in cui l’attività dell’uniatismo deve essere ormai un lontano ricor-
do. Il Santissimo Patriarca aspetta una risposta del papa Paolo VI riguardo a que-
sto problema. A me spetta occuparmi dei problemi interni del nostro patriarcato e
mi capita di imbattermi continuamente nell’attività degli uniati nelle province 85
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occidentali dell’Ucraina. Si hanno informazioni sull’esistenza colà di un vescovo


clandestino e su ordinazioni da lui compiute. Noi nella nostra Chiesa non imma-
giniamo che la consacrazione di un vescovo sia compiuta senza il benestare del
capo della Chiesa». A questo Willebrands ha risposto che avrebbe riferito tutto
quello che è stato detto al Santo Padre.
(...) (51) Alla luce di tutto ciò che è stato esposto, nonostante le difficoltà
esterne e apparenti, il Vaticano è forte della sua organizzazione, prepara quadri
qualificati, che utilizza non tanto per fini religiosi, quanto per la penetrazione in
generale nel campo socialista al fine della realizzazione di obiettivi politici strate-
gici. È necessaria una vigilanza e uno studio serio e ponderato di tutte le sfuma-
ture della politica del Vaticano, affinché si abbiano anche da parte nostra quadri
qualificati, che possano pianificare, sulla base dello studio di tutte le manifesta-
zioni della politica vaticana, azioni contrarie.
Il Vaticano è interessato a contatti diretti con il patriarcato di Mosca e com-
pie i primi passi là dove secondo il protocollo non gli converrebbe neanche com-
pierli. Riguardo alla permanenza a Roma, noi dovevamo rendere visita al segre-
tariato per l’unità dei cristiani, ma quando era divenuto chiaro che tale visita
non ci sarebbe stata, il segretariato entrò in contatto di propria iniziativa. Con-
viene considerare attentamente e rispondere al segretariato riguardo alla propo-
sta di tenere un colloquio sul tema del matrimonio e del calendario.
Dalle conversazioni con i rappresentanti della Chiesa cattolica è risultato
chiaro, quanto sia ampia la loro penetrazione nel nostro paese, non parlando de-
gli altri paesi socialisti, attraverso l’Inturist (52). Ad esempio, P. Duprey, parlando
del fatto che è andato nell’estate di quest’anno in nave lungo il Danubio, ha detto
che è stato a Odessa e a Jalta e ha fatto conoscenza con la vita della Chiesa. Di
questi esempi è possibile addurne moltissimi. In modo simile sono andati anche
Avgustin Voghel e Stefano Virgulin e altri.
È in corso una nascosta, sottile, conseguente lotta di ideologie, la lotta della
politica imperialista contro il socialismo, e si gettano in questo enormi risorse,
mezzi e quadri qualificati. Il Vaticano, con le sue istituzioni del tipo del Russicum
e dell’istituto orientale e simili, è una fucina di quadri e mette in pratica questa
finalizzata lotta ideologica.
(traduzione di Adriano Roccucci)

Note
DAL CAOS UN NUOVO IMPERO?
21. Come è noto alla vigilia della guerra mondiale la Chiesa russa si trovava in una condizione «quasi disperata»:
su tutto il territorio sovietico nel 1939 erano in libertà solo quattro vescovi, erano aperte solo alcune centinaia
di chiese, ed era stata vittima delle purghe staliniane gran parte dei preti, dei monaci e delle monache, oltre a
un gran numero di fedeli. Si calcola che siano morti in prigione o giustiziati almeno 272 vescovi dal 1917 al
1939. Il contributo alla «grande guerra patriottica» permise alla Chiesa ortodossa di ritrovare spazio nella so-
cietà sovietica e di ristabilire le strutture necessarie ad una vita minimale. Si veda A. RICCARDI, Il Vaticano e
86 Mosca 1940-1990, Roma-Bari 1992, Laterza, pp. 11-26.
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22. Il rapporto, giunto clandestinamente in occidente, è stato pubblicato a Parigi in «Vestnik Russkogo Christian-
skogo Dvizenija», 1979, n. 130, pp. 275-344; il brano citato è riportato in J. ELLIS, La Chiesa ortodossa russa.
Una storia contemporanea. Bologna 1989, Edizioni Dehoniane, p. 383.
23. Cfr. J. ELLIS, op. cit., pp. 395-396. Ellis riporta anche alcune voci a proposito del metropolita: «Di lui si dice
che sia, tra i vescovi, uno dei più ligi allo Stato e che s’attenga a questa linea anche nelle conversazioni priva-
te. Si parla pure della cattiva reputazione di cui godrebbe tra i laici di Mosca, che lo considerano eccessiva-
mente premuroso nel porre in atto anche decisioni contro gli interessi della Chiesa», p. 396.
24. Cfr. A. RICCARDI, op. cit., p. 286.
25. Si veda la relazione di un osservatore anonimo pubblicata in Russkaja mysl, 20.10.1975, p. 14.
26. Il rapporto del Car del 1974 cita come esempio dei risultati del proprio lavoro il corso di teologia morale del
metropolita Aleksij, che aveva introdotto alcuni nuovi argomenti «alla spiegazione dei doveri dei fedeli nei
confronti del popolo e dello Stato». Lo stesso rapporto cita anche come esempi negativi due discorsi del me-
tropolita Nikodim all’Accademia teologica di Leningrado, e dell’arcivescovo Vladimir, allora rettore dell’Acca-
demia di Zagorsk, oggi metropolita di Kiev, in cui si richiamavano gli studenti alla fermezza nella fede e si ri-
cordava che «oltre alla patria terrena, c’è quella eterna celeste»: si veda J. ELLIS, op. cit., pp. 225-226.
27. A. RICCARDI, op. cit., p. 287.
28. A. ZUBOV, «Uno sguardo dall’Est sulla Ostpolitik vaticana», Limes - Rivista italiana in geopolitica, n. 3/93, p.
164.
29. Nella prima parte, la relazione si sofferma soprattutto sulle reazioni dell’opinione pubblica ai viaggi del papa
Fatima e a Bogotà, e all’enciclica Humanae Vitae.
30. Leo Jozef Suenens, arcivescovo di Mechelen-Brussel dal 1961 al 1979, è stato uno dei quattro moderatori del
Concilio Vaticano II.
31. Francis Spellman, arcivescovo di New York, era l’esponente di maggior rilievo del cattolicesimo statuniten-
se.
32. La relazione continua soffermandosi sull’organizzazione dei segretariati.
33. Johannes Willebrands, olandese, è stato dalla fondazione nel 1960 fino al 1969 il segretario del segretariato
per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 1969 ne divenne presidente, e ha mantenuto la carica fino al
1990. Contemporaneamente dal 1975 al 1983 è stato anche arcivescovo di Utrecht. È stato il principale artefi-
ce dell’ecumenismo della Santa Sede dal Concilio Vaticano II alla fine degli anni Ottanta.
34. I temi proposti erano la questione del matrimonio e quella del calendario. Quest’ultima questione riguarda-
va soprattutto le date della Pasqua, che nei calendari nelle Chiese ortodosse e della Chiesa cattolica non coin-
cidono.
35. Il Russicum è un collegio pontificio fondato nel 1929.
36. Il Pontificio istituto orientale fu fondato nel 1917 dal papa Benedetto XV.
37. Gesuita belga, è stato anche rettore del collegio Russicum.
38. Gesuita tedesco, è stato professore all’Università Gregoriana e rettore del collegio Russicum.
39. Gesuita spagnolo, è professore di liturgia orientale al Pontificio istituto orientale. Ha tenuto dei corsi anche
all’Accademia teologica di Leningrado negli anni Settanta.
40. Gesuita, professore al Pontificio istituto orientale.
41. Gesuita, in seguito professore di liturgia orientale al Pontificio istituto orientale.
42. Si tratta del movimento scismatico, detto anche «Chiesa viva», sorto nel 1922 in Russia, caratterizzato da un
tentativo di modernizzazione della vita della Chiesa e da un dichiarato lealismo nei confronti dello Stato so-
vietico.
43. Josif Slipyj, arcivescovo maggiore di Leopoli, è stato a capo della Chiesa ucraina greco-cattolica dal 1944 al
1984. Arrestato dai sovietici nel 1945, Slipyj venne liberato e portato a Roma nel 1963.
44. Si tratta del Consiglio di presidenza della Conferenza delle Chiese europee che in quell’anno si era svolto a
Ravello, vicino Napoli.
45. Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli dal 1966 al 1987.
46. Si tratta di una preghiera di ringraziamento.
47. Sono i due studenti del patriarcato di Mosca, che studiavano a Roma, presso le università pontefice, e vive-
vano al Russicum.
48. Pierre Duprey, francese, padre bianco, allora sottosegretario, oggi è vescovo e segretario dell’attuale segreta-
riato, il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
49. Gesuita, collaboratore del segretariato, sarà in seguito rettore del Russicum e professore di ecumenismo al
Pontificio istituto orientale.
50. Il patriarca Aleksij I (Simansky), patriarca di Mosca e di tutta la Russia dal 1944 al 1970.
51. Nei brevi brani omessi, Aleksij riferisce della cortese disponibilità vaticana nei suoi confronti.
52. Si tratta dell’organizzazione ufficiale sovietica per il turismo straniero.

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