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Due Stati per due popoli

Sionismo. Un tema con parecchie variazioni


di Bruno Segre

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Ci sono due cose che fanno la vita del popolo di Israele, la Bibbia e il socialismo. E per chi intende la Bibbia come la intendo io, le due cose in realt sono una sola. David Ben Gurion opportuno in definitiva lasciar sussistere le contraddizioni, per quello che sono, renderle comprensibili in quanto contraddizioni e cogliere ci che sta dietro di esse. Hannah Arendt You dont need a weatherman to know which way the wind blows. Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues

Sulla tematica due Stati per due popoli in corso in Israele, soprattutto da un anno a questa parte (ossa da quando lAutorit nazionale palestinese si data da fare per ottenere alla propria statualit il riconoscimento della comunit internazionale), un dibattito serrato, culturalmente molto interessante e vivace, del quale in Italia si sa pochissimo. Le pagine che seguono mirano a far circolare un primo lotto di informazioni circa la complessa storia di questa discussione, nella persuasione che valga la pena di accendere il dibattito anche in Italia, giacch il suo esito sembra destinato ad avere ricadute importanti non soltanto per gli israeliani, i palestinesi e gli ebrei della diaspora, ma anche per tutte le societ civili che si affacciano, non soltanto dal Medio Oriente, sul Mediterraneo.

Una breve premessa Nel luglio 2002, mentre in Palestina e Israele infuriava la seconda intifada, venne pubblicato il piano Ayalon-Nusseibeh. Si trattava di un progetto di pace redatto a quattro mani e sottoscritto da due eminenti figure pubbliche: Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza di Israele, e Sari Nusseibeh, il decano dellUniversit palestinese al-Quds di Gerusalemme.
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(*) Questo testo stato presentato in larga parte al convegno Abbiamo sentito parlare di un sogno . La sfida della convivenza in Israele, Palestina, Italia, promosso dallassociazione Amici italiani di Nev Shalom / Wahat al-Salam (Milano, 12 novembre 2011).

Il documento prevedeva la disponibilit delle due parti a compiere reciprocamente diverse significative concessioni. Era articolato in sei punti, il primo dei quali parlava espressamente di due Stati per due popoli, e richiedeva che da entrambe le parti si dichiarasse che la Palestina lunico Stato del popolo palestinese e Israele lunico Stato del popolo ebraico. richiamavano largamente Gli altri punti, che i parametri redatti dal presidente Clinton nel 2000 in vista degli

infruttuosi negoziati di Camp David, fissavano i criteri per stabilire i confini statali e per definire lo statuto di Gerusalemme capitale dei due Stati, le norme per regolare il ritorno dei rifugiati, i termini della smilitarizzazione e le garanzie per la sicurezza e lindipendenza dello Stato palestinese. Formulato nove anni fa, questo progetto rimasto lettera morta, forse perch troppo discosto dagli argomenti cari agli estremisti delle due parti. Ora siamo alla fine del 2011, e non soltanto il processo di pace giace in una fase di profonda stagnazione, ma la soluzione due Stati per due popoli sembra perdere consistenza ogni giorno di pi, rischiando di trascinare con s lo stesso progetto sionista che diede vita allo Stato di Israele sessantatre anni fa. chiaro che labnorme perdurare della conflittualit tra israeliani e palestinesi chiama in causa pesanti responsabilit sia dei primi che dei secondi, nonch di un ampio ventaglio di Paesi e poteri terzi, e di agenzie sovranazionali. Nelle pagine che seguono, per, mi limiter a individuare criticamente le derive estremistiche che, allinterno dello stesso Israele, hanno portato a interpretare loriginario progetto sionista secondo modalit deviate, minando alla base la soluzione dei due Stati, sfigurando limmagine internazionale dello Stato di Israele, isolandolo sul piano diplomatico e creando pesanti ostacoli e remore allo stesso scioglimento del dramma israelo-palestinese. Mi confortano in questa disamina alcune considerazioni e domande che Zeev Sternhell, uno fra i pi autorevoli storici e cultori di scienza politica israeliani, ha formulato nel commentare la pressante richiesta di giustizia sociale espressa dalla protesta delle tende che nella scorsa estate segn in profondit la vita di Israele:1 Gi oggi il termine sionismo, nellaccezione semplice che aveva allinizio, ha ceduto il posto a un nazionalismo radicale e spietato, che in parte razzista e intriso di tendenze manifestamente antidemocratiche del tipo di quelle che gi produssero colossali disastri in Europa nel secolo scorso. [] La vita sociale e politica non ha una sola dimensione; non vi una societ senza politica, non vi uneconomia senza decisioni politiche, e non vi una vita dotata di valore che sia priva di morale. [] Per i giovani che protestano nelle strade, qual leffettivo significato del termine giustizia? Com possibile conseguire la giustizia sociale senza che la giustizia venga assunta quale valore universale? Quali sono i confini della giustizia e della sua
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realizzazione? [] La giustizia non soltanto il diritto a un alloggio decoroso per gli ebrei, anche il diritto alla libert di una nazione sotto occupazione. Se i vessilliferi della protesta decideranno di ignorare questa verit, andr perduta unenorme occasione per cambiare i connotati della cultura politica di Israele e per definire il volto del futuro.

1948-1949 Il 14 maggio 1948, poco pi di seicentomila ebrei i figli, le figlie e i nipoti sabra dei sionisti della prima ora trasformarono il focolare nazionale di Palestina in uno Stato indipendente. A questo nuovo Stato le Nazioni Unite affidarono idealmente, fra laltro, la missione di accogliere e integrare i superstiti della Shoah, nonch altri ebrei che fossero alla ricerca, allora o nel futuro, di un rifugio sicuro. La primissima generazione di sionisti (giunti nella Palestina ottomana negli anni a cavallo tra il 19 e il 20 secolo) era composta di semplici pionieri idealisti, fautori del ritorno allavodah ivrit (lavoro ebraico). Il loro obiettivo era creare una nuova societ lontana dal ghetto, dallo shtetl e dalle persecuzioni subite nellEuropa cristiana nel corso dei secoli: una societ ebraica basata sullautonomia e il lavoro manuale. Il nazionalismo ebraico, che dar impulso allimpresa sionista e, pi tardi, far nascere lo Stato di Israele, fu in primo luogo un riflesso difensivo e una necessit esistenziale conseguente al sorgere dellantisemitismo di Stato nellimpero russo, che chiaramente cercava di sbarazzarsi dei propri ebrei.2 Lo sviluppo del progetto sionista, egemonizzato per vari decenni da ebrei chiaramente areligiosi molti di loro erano socialisti o anarchici , fu a lungo tenuto docchio senza simpatia dal rabbinato ortodosso dellEuropa orientale, dalle cui regioni (Russia, Polonia, Lituania) la maggioranza dei pionieri proveniva. Per i rabbini, il promuovere un ritorno a Sion sulla base di unagenda umana e non di un disegno celeste equivaleva a commettere poco meno che un sacrilegio. Nel 1948, per, venne raggiunta a questo proposito una sorta di compromesso. Sottotraccia si incominci a intravvedere nella creazione dello Stato ebraico un atto che, al di l dei suoi obiettivi materiali, portava a compimento anche una missione di natura religiosa. Il documento fondativo dello Stato, cio la Dichiarazione di indipendenza, non solo menziona i profeti biblici quali ispiratori dei valori di libert, giustizia e pace, ma fa anche riferimento alla realizzazione di unantica aspirazione: la redenzione di Israele.
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Zeev Sterhell, Social justice also means ending the occupation, Haaretz, August 26, 2011.

Cos ricorda Zeev Sterhell, In Defence of Liberal Zionism, New Left Review 62, March-April 2010.

E tuttavia nel documento, che riflette lorientamento inequivocabilmente secolare dei padri fondatori, si attribuisce allo Stato, quale missione prioritaria, quella di far valere il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano: uno Stato solidamente democratico, pronto non solo ad assicurare completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, ma anche a garantire ai cittadini libert di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura nonch a preservare i luoghi santi di tutte le religioni. In Palestina i coloni giunti con le prime ondate migratorie erano soliti comprare terra incolta dai legittimi proprietari, arabi o turchi, e lavorarsela con la forza delle proprie braccia. E proprio in virt del lavoro ebraico, principio centrale nelletica di quei pionieri, fin dagli albori del sionismo realizzato le due societ, quella ebraico-palestinese e quella araba, erano vissute e maturate seguendo percorsi separati. Poi, anche durante gli anni decisivi del mandato britannico le cose erano proseguite in termini di sostanziale separatezza. I due gruppi etnici che in pi duna occasione ebbero a battersi con estrema durezza luno contro laltro (oltre che contro gli inglesi), dando vigore a movimenti nazionalisti antagonisti, in lotta per i medesimi obiettivi: terra e supremazia demografica vivevano in condizioni fisiche, istituzionali e di sviluppo nettamente distinte. Le infrastrutture economiche, i sistemi educativi, i servizi sociali e i rispettivi confini geografici erano definiti con sufficiente chiarezza. La separazione tra ebrei e arabi, tuttavia, non sembrava configurarsi con i tratti di una segregazione di stampo sudafricano, nel senso che implicasse una sorta di egemonia imposta dalluna parte sullaltra. In realt, n gli arabi n gli ebrei erano particolarmente desiderosi di creare in Palestina una societ mista. Nonostante le grandi visioni e i programmi tesi a gettare le basi di una coesistenza arabo-ebraica, e nonostante la creazione di alcuni spazi binazionali e di vita cooperativa e comunitaria, la condizione essenziale di esistenza delle due societ compresenti in Palestina era imperniata sulla reciproca esclusione. Va tuttavia sottolineato che lidea secondo cui, con il cessare del mandato britannico, il territorio della Palestina dovesse essere spartito e affidato alle sovranit separate di due Stati, uno Stato degli ebrei e laltro degli arabi palestinesi, incontr allora il favore dei sionisti, che la trovarono largamente compatibile con i propri princpi. Coloro che in quellepoca vi si opposero esprimendo obiezioni, riserve e, infine, un sostanziale rifiuto furono i palestinesi e gli Stati arabi circostanti.3
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Dovettero passare diversi anni perch fra gli analisti arabi qualcuno incominciasse ad ammettere, sia pure timidamente, che il rifiuto della spartizione da parte dei palestinesi fu un fatale errore. Interessante, sotto questo profilo, ci che scriveva nel 1967 lintellettuale anglo-libanese di fede cristiana Cecile Hourani, che per molti anni fu un ascoltato consulente del presidente tunisino Habib Bourguiba: Dopo il 1948 il sionismo fu confinato entro un territorio minuscolo, strategicamente debole e poco vitale dal punto di vista economico. Se noi avessimo consolidato lindipendenza che avevamo guadagnato, avremmo potuto contenere Israele e, con esso, il sionismo mondiale, per cinquantanni, dopo di che Israele avrebbe cessato di costituire una minaccia per noi e sarebbe diventato un qualunque Stato levantino, in parte ebraico, in parte arabo, ma essenzialmente orientale. (Cecile Hourani, The Moment of

Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion, parlando a Tel Aviv a un pubblico di duecentoquaranta persone, proclam lindipendenza dello Stato dIsraele. Il passo della proclamazione indirizzato agli arabi dei Paesi limitrofi diceva: Tendiamo una mano in segno di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati circostanti e ai loro popoli, e lanciamo loro un appello affinch stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col popolo ebraico stabilito nella sua terra in piena sovranit. Lo Stato dIsraele pronto a compiere la sua parte nello sforzo comune per il progresso dellintero Medio Oriente. Il 15 maggio, per, la Palestina fu invasa dagli eserciti degli Stati arabi circostanti che, avendo rifiutato il piano di spartizione proposto dalle Nazioni Unite, diedero inizio a quella che gli israeliani ricordano e celebrano come la Guerra dindipendenza. Le vicende inaugurate sei mesi prima con la risoluzione 181 dellAssemblea generale dellOnu il documento del 29 novembre 1947 che sanciva, appunto, la spartizione del territorio palestinese in due Stati indipendenti e che terminarono il 7 gennaio 1949 quando lEgitto accett di negoziare larmistizio, costituiscono gli eventi che conferiscono legittimit allesistenza dello Stato dIsraele e sui quali esso fonda ancora oggi la sua sovranit. In quel lasso di tempo il movimento nazionalista ebraico dichiar materializzato lantico sogno del ritorno in patria dopo duemila anni di galut (esilio). Nella memoria collettiva di molti degli ebrei di Israele, e non soltanto di Israele, quegli eventi configurano il 1948 come un anno portentoso, nel quale fu scritto un capitolo di storia eroica che, oltre a portare a realizzazione unaspirazione plurisecolare, dava sostanza a un risarcimento epocale, compiuto nel segno della moralit e della giustizia. Radicalmente opposto lanimo con il quale quello stesso periodo viene ricordato dagli arabi di Palestina. Sulla memoria di costoro il 1948 grava come un macigno. Per loro, quello fu lanno della nakba (catastrofe), ossa dellesodo umiliante di una popolazione civile di oltre settecentomila fra uomini, donne e bambini. Attorno agli avvenimenti del 1948 israeliani e palestinesi, e in particolare le rispettive leadership politiche, agitano da decenni, strumentalmente come clave, due narrazioni propagandistiche nettamente contrapposte, matrici, luna e laltra, di idiozie nefaste, di insensate demonizzazioni, e ispiratrici di una lunga serie di reciproche violenze. Ma a prescindere dalluso ideologico della storia operato da queste due propagande, persino la storiografia di quegli eventi si presenta, secondo Nadine Picaudou (una studiosa della storia del Medio Oriente con cattedra alla Sorbona), come un vero e proprio campo di battaglia: la pretesa afferma Picaudou di cogliere criticamente i soli fatti, dissociati dalla loro interpretazione, sembra
Truth, Encounter, 29, 5, November 1967, pp.3-14).

costituire una grossa sfida. E daltra parte, osserva la studiosa, qualsiasi tentativo di riavvicinamento politico tra i due popoli implica necessariamente, come precondizione, la conoscenza critica dei fatti storici cos come realmente si svolsero. Nessuna autentica riconciliazione tra palestinesi e israeliani pu avere luogo se le origini del conflitto vengono ignorate.4 In generale, gli storici di parte israeliana tendono ad attribuire lesodo in massa dei civili palestinesi alla complessa dinamica della guerra che Israele si trov a combattere allorch la Palestina fu invasa dalle armate degli Stati arabi limitrofi. La storiografia palestinese, per contro, tende a concentrare la sua ricerca su una variet di episodi di violenza di cui le popolazioni di interi villaggi o quartieri di citt furono vittime per mano di formazioni armate ebraiche, prima e dopo il 15 maggio 1948.5 Per parte sua lo storico israeliano Ilan Pappe, da posizioni violentemente antisioniste, contesta in radice il paradigma della guerra caro alla storiografia israeliana, e non aderisce neppure al paradigma della catastrofe cos come viene proposto dalla storiografia palestinese, ma adotta una chiave di lettura ancora diversa, evocando senza mezzi termini la nozione di pulizia etnica: unoperazione che sostiene Pappe la leadership politica e militare israeliana dellepoca avrebbe progettato e messo sistematicamente in atto mediante il famoso Piano D (dalet in ebraico).6 In questa sede non mi propongo di formulare giudizi circa la validit teorica dei diversi approcci interpretativi, spesso fortemente divergenti fra loro. Qui mi preme attenermi ai nudi fatti, a quelli che sono universalmente noti sulla base di documenti certi. E in tale ottica appare chiaro come ricorda con intelligenza e con significativa empatia verso le vittime arabe Shlomo Ben-Ami (gi ministro degli Esteri dIsraele del governo presieduto da Ehud Barak nel 2000-2001) che lesito pi tragico delle operazioni belliche che ebbero luogo in Israele/Palestina nel 1948-49 fu lo smembramento della comunit palestinese e lesodo di massa di circa settecentomila dei suoi appartenenti [] I palestinesi non erano una comunit senza radici [] A volte, la realt sul terreno era quella di una comunit araba in stato di perenne terrore, che affrontava un esercito israeliano spietato, il cui
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Nadine Picaudou, The Historiography of the 1948 Wars, Encyclopedia of Mass Violence, [online], published on 1 November 2008.
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I due orientamenti interpretativi sono ben esemplificati, rispettivamente, da Benny Morris, 1948 A History of the First Arab-Israeli War, ediz. ital.: La prima guerra di Israele, dalla fondazione al conflitto con gli Stati Arabi, 1947-1949, RCS, Milano 2007, in particolare al cap.4, pp. 158 sgg., e da Saleh Abdel Jawad, Zionist Massacres: the Creation of the Palestinian Refugee Problem in the 1948 War , in E.Benvenisti, C.Gans e S.Hanafi (Eds.), Israel and the Palestinian Refugees, Springer-Verlag, Berlin/Heidelberg 2007, pp. 59-127.First Arab-Israeli War, ediz. ital.: La prima guerra di Israele, dalla fondazione al conflitto con gli Stati Arabi, 1947-1949, RCS, Milano 2007, in particolare al cap.4, pp. 158 sgg., e da Saleh Abdel Jawad, Zionist Massacres: the Creation of the Palestinian Refugee Problem in the 1948 War , in E.Benvenisti, C.Gans e S.Hanafi (Eds.), Israel and the Palestinian Refugees, Springer-Verlag, Berlin/Heidelberg 2007, pp. 59-127.
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Ilan Papp, Stato di negazione. La Nakba nella storia israeliana e oggi, in Noam Chomsky Ilan Papp, Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi, a cura di Frank Barat, Ponte alle Grazie, Milano 2010, pp. 69 sgg.

cammino verso la vittoria fu lastricato dai grandi successi contro gli eserciti regolari arabi, ma anche dallintimidazione e a volte da atrocit e massacri, perpetrati contro le popolazioni civili. [] Ma [in Israele] lidea popolare della guerra dindipendenza, come venne coltivata negli anni, non considerava quel particolare aspetto della lotta contro i palestinesi che combattevano per le proprie terre e i propri diritti. Si concentrava invece sulleroica resistenza del minuscolo yishuv [la popolazione ebraica residente in Palestina prima della costituzione dello Stato] contro gli eserciti arabi invasori. Gli israeliani decisero di dimenticare che la loro guerra era contro una comunit palestinese espropriata e autoctona, che rivendicava diritti nazionali. Preferirono invece alimentare letica della lotta contro lo straniero e le armate degli arabi invasori e presumibilmente pi potenti.7 Occorre peraltro rammentare che proprio nel periodo della Guerra dindipendenza lo yishuv era alle prese anche con un altro problema molto serio: quello del reinsediamento e assorbimento degli immigrati, quasi tutti superstiti della Shoah, che in grande numero andavano sbarcando nel Paese. Alle connessioni tra questa ondata migratoria e lesodo dei civili palestinesi dedica una pagina particolarmente suggestiva Tom Segev in Il settimo milione. Spesso, in attesa di mettere su casa scrive , gli immigrati abitavano da parenti, ma non sempre la convivenza era facile. I funzionari che si occupavano di sistemarli si lamentavano della scarsa disponibilit degli israeliani a ospitare i propri consanguinei. [] Poi scoppi la guerra di indipendenza e allimprovviso si liberarono decine di migliaia di case. Fu il miracolo arabo: centinaia di migliaia di arabi fuggirono o furono espulsi dalle loro abitazioni. Intere citt e tanti piccoli villaggi si svuotarono e furono subito ripopolati dagli immigrati appena arrivati in Palestina. Nellaprile del 1949 erano gi 100.000 [] Al dramma della guerra si intrecci una lotta molto pi domestica, che aveva come obiettivo la casa e il mobilio. Gli arabi, che fino ad allora erano stati persone libere, se ne andarono in esilio come miseri profughi e altri miseri profughi, gli ebrei, si impadronirono delle loro case e cominciarono a vivere da persone libere. Gli uni persero tutto ci che avevano, gli altri trovarono tutto quello di cui avevano bisogno: tavoli, sedie, armadi, pignatte, padelle, piatti e a volte persino i vestiti, gli album di famiglia, i libri, la radio e gli animali domestici. La maggior parte degli immigrati occup le case abbandonate senza autorizzazione, in modo spontaneo e disordinato. [] Gli immigrati si presero anche i negozi e le officine abbandonate, e in breve tempo interi quartieri arabi cominciarono ad assomigliare alle citt ebraiche dellEuropa danteguerra, con i loro sarti, calzolai e droghieri, tutti mestieri tradizionali degli israeliti.8
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Shlomo Ben-Ami, Palestina, la storia incompiuta. La tragedia arabo-israeliana, Corbaccio, Milano 2007, pp. 70 e 78.
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Tom Segev, Il settimo milione. Come lOlocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori, Milano 2001, pp. 149150.
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Isaac Deutscher, Lebreo non ebreo e altri saggi, Mondadori, Milano 1969, p.128.

Un marxista di origine ebraica i cui famigliari sono stati uccisi ad Auschwitz e i cui parenti superstiti oggi risiedono in Israele: cos amava definirsi Isaac Deutscher (1907-1967). In effetti questo illustre storico polacco era un trotzkista studioso dello stalinismo, un ebreo che viveva in modo tormentato sia la sua identit ebraica sia il suo rapporto con il progetto sionista. Era un grande eretico, insomma. In un saggio pubblicato originariamente nelle pagine di The Reporter, aprile-maggio 1954, cos scriveva di se stesso, con estrema franchezza: Gli israeliani che conoscono il mio antico antisionismo mi chiedono che cosa ne penso, del sionismo. Naturalmente, da molto che ho abbandonato lantisionismo, dato che si basava sulla fiducia nel movimento dei lavoratori europei o, pi genericamente, nella societ europea e nella sua civilt: una fiducia che quella societ e quella civilt non hanno giustificato. Se invece di esprimermi contro il sionismo io avessi, negli anni Venti o negli anni Trenta, sollecitato gli ebrei dEuropa ad andarsene in Palestina, avrei forse contribuito a salvare alcune delle vite che in seguito si estinsero nelle camere a gas di Hitler. [] Anche adesso, comunque, io non sono un sionista; lho detto e ripetuto in pubblico e in privato. Gli israeliani accettano questo fatto con inattesa tolleranza, per ne paiono sorpresi.9 In un intervista rilasciata alla New Left Review tredici anni pi tardi, il 23 giugno 1967, cio pochi giorni dopo la conclusione della Guerra dei sei giorni, lo stesso Deutscher fece ricorso al simbolismo proprio delle parabole per descrivere il tragico groviglio del conflitto israelo-palestinese. E la parabola in questione era quella di un poveruomo simboleggiante i superstiti dellebraismo europeo che, per mettersi in salvo da un palazzo in fiamme, si butta dallultimo piano ma, precipitando, travolge un ignaro passante una figura che rappresenta simbolicamente gli arabi palestinesi spezzandogli le braccia e le gambe. Dopo di che i due, anzich tentare di comprendere ciascuno il dramma e i dolori della controparte, si comportano irrazionalmente: il ferito accusa laltro, e giura di fargliela pagare. Laltro, impressionato dai propositi di vendetta del ferito, prende a insultarlo, a dargli calci e a picchiarlo ogni volta che gli capita di incontrarlo. [] Linimicizia, dapprima del tutto fortuita, si fa sempre pi aspra, sino a divenire laspetto dominante della vita dentrambi, avvelenandone la mentalit. [] Ma che senso c in tutto questo? E quali sono le prospettive? domanda in conclusione Deutscher 10.

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Isaac Deutscher, idem, pp. 154-155.

1967 Detto ci, innegabile che, nella complessa vicenda dellimpresa sionista, lanno che funge da crinale, da spartiacque, il 1967, cio lanno in cui la fulminea occupazione israeliana di estesi territori abitati da milioni di arabi viene salutata con entusiasmo, in Israele, dai leader di tutti i partiti, tanto della destra quanto della sinistra. Prima dallora il sionismo politico, ossa il movimento che nel 1948 aveva saputo dare vita e forma allo Stato dIsraele, appariva orientato a realizzare sostanzialmente alcuni specifici obiettivi: offrire un approdo e un asilo sicuro a un popolo la cui sopravvivenza era da secoli messa a repentaglio; promuovere lingresso del popolo stesso nella modernit, facendo valere il suo diritto naturale ad autogovernarsi e trasformando lidentit transnazionale ebraica incentrata sulla Torah in unidentit nazionale sullesempio delle nazioni democratiche dEuropa; sviluppare una nuova lingua nazionale, ricalcata sullebraico biblico e rabbinico. Se vero che nel 1948, allatto della costituzione dello Stato, tutti questi obiettivi risultavano sostanzialmente realizzati, era da attendersi che da allora in poi cessasse anche la fase di espansione sul territorio: espansione che, di fatto, per un paio di decenni fu interrotta. Non solo: era ragionevole sperare che, a partire dalla nascita dello Stato, la leadership politica del Paese in virt del retaggio illuministico e dello spirito dei movimenti di liberazione nazionale sottesi al sionismo di Herzl, nonch degli orientamenti storico-culturali socialisti che avevano ispirato lala del sionismo sinallora prevalente in Israele si incamminasse senza precostituite garanzie lungo un percorso assai delicato, tortuoso e difficile di pacificazione del Medio Oriente, cogliendo ogni minima favorevole opportunit e affermando, allinterno e allesterno dello Stato neonato, la validit dei princpi universali delleguaglianza civile e dei diritti delluomo. Su questa ragionevole prospettiva piomb come un colpo di maglio lesito miracoloso della Guerra dei sei giorni: un miracolo che suscit fra gli ebrei, in Israele e nella diaspora, una colossale ondata emotiva. Molti furono improvvisamente indotti a vedere nello Stato dIsraele non pi, soltanto, un rifugio per gli oppressi o il motore di una profonda rivoluzione culturale interna al mondo ebraico, ma addirittura loggetto privilegiato di una speciale predilezione divina. A questo proposito Yeshayahu Leibowitz, da quel perspicace osservatore di cose politiche che era, assunse subito posizioni significativamente controcorrente. Nel saggio The Territories, pubblicato nel 1968, predic senza mezzi termini la restituzione dei territori. Questo illustre uomo di scienza che pure era sionista e, in fatto di religione, rigidamente ortodosso propugnava la pi netta separazione tra il potere politico e le istanze della vita religiosa.

Per parte sua, non era disposto ad attribuire allo Stato dIsraele alcuna valenza di natura metastorica o metafisica. E nella temperie creata dallo strepitoso successo militare, non esitava a denunziare larroganza che andava dilagando nel Paese, frutto di un immotivato sentimento di onnipotenza, e a demolire criticamente il territorialismo che, con argomenti religiosi, molti ambienti dellortodossa andavano propugnando. A questo riguardo scriveva: Una falsa religione identifica gli interessi nazionali con il servizio reso a Dio, e attribuisce allo Stato che soltanto uno strumento al servizio dei bisogni umani un valore supremo dal punto di vista religioso. Le ragioni halakhiche per mantenere sotto occupazione i territori sono ridicole, giacch lo Stato dIsraele non riconosce lautorit della Torah e la maggioranza dei suoi abitanti rifiuta le normative delle Mitzvoth.11 In altre parole, Leibowitz considerava il nazionalismo religioso un paradosso, e la venerazione del territorio da parte dei nazional-religiosi una forma di vera e propria idolatria. Su un versante diverso, ebrei della diaspora che fino ad allora avevano osservato Israele con uno sguardo distratto, distante, vagamente scettico, percepirono nella vittoria dellarmata israeliana una sorta di conferma della propria fede religiosa. E ancora pi radicale e foriero di effetti a lunga scadenza fu limpatto in chiave nazionalistica che la Guerra dei sei giorni esercit, nello stesso Israele, su una quota via via pi nutrita di ebrei religiosi. Elettrizzati dal successo militare e dalle sue ricadute sugli assetti geopolitici della regione, costoro incominciarono a insediarsi numerosi nelle citt bibliche e nei territori pi o meno desertici di Giudea e Samaria che si supponeva fossero stati teatro delle vicende narrate nella Bibbia. A questi sionisti religiosi, mobilitati e galvanizzati dal movimento per il grande Israele, la Bibbia trasmise in una prima fase il convincimento dessere i protagonisti di un processo redentivo destinato a culminare, a conferma delle promesse dei profeti, nellavvento del Messia; e in una seconda fase li incoraggi a proporsi, mediante unintensa e capillare colonizzazione di Eretz Israel (la Terra di Israele), quali strenui tutori e garanti della sicurezza stessa dello Stato dIsraele. Cos, dal mondo pur composito e variegato, anche se quantitativamente esiguo, dei coloni religiosi venne emergendo una versione nuova e particolarmente aggressiva del progetto sionista, che qui chiamer per comodit il sionismo dei coloni messianici. Espressione ideologica nata in una fase particolarmente delicata del conflitto medio-orientale, il sionismo a ispirazione messianica chiaramente un ramo innestato con aspetti di originalit sullantico tronco di quel sionismo religioso che, nel quadro complessivo della tradizione culturale sionista, era sempre rimasto relegato in una posizione marginale e minoritaria. Rispetto a questo, il sionismo dei coloni messianici si rivelato, nel corso degli ultimi decenni, ben diversamente vitale. Esso, infatti, a seconda delle circostanze ha
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Yeshayahu Leibowitz, The Territories (1968), ora in: Judaism, Human Values, and the Jewish State, a cura di Eliezer Goldman, Harvard University Press, new edition Boston 1995, p.226.

saputo proporsi, nei confronti del sionismo politico dimpronta secolare quello che aveva storicamente gettato le fondamenta dello Stato, e il cui spirito e sapore Israele ancora oggi in qualche misura custodisce , con atteggiamenti di dura contrapposizione, alternati a una duttile e talvolta ambigua disponibilit a fare fronte comune.
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Un saggista e docente di Public Policy allUniversit ebraica di Gerusalemme, Gadi Taub, lautore di unopera di notevole impegno sulla filosofia della colonizzazione ebraica dei territori occupati, in particolare della Cisgiordania. Nel condurre unanalisi penetrante delle matrici culturali e delle implicazioni politiche del sionismo dei coloni religiosi, Taub affronta la tematica non tanto con un approccio storico-politico, quanto in chiave antropologico-culturale.12 Il movimento per il grande Israele, favorevole alla creazione di colonie al di l della linea verde, ha annoverato sin dallinizio al proprio interno due gruppi differenti di coloni che, perseguendo entrambi lobiettivo di assicurare a Israele il possesso permanente dellintera Palestina, non sempre sono apparsi nettamente distinguibili. Si tratta per un verso dei coloni con attese messianiche, che sul piano dei numeri sono una minoranza, e per laltro dei coloni che si riconoscono nelle posizioni politiche dei falchi della destra secolare, costituenti la maggioranza. Poco dopo la fine della Guerra dei sei giorni, allorch ebbe inizio il movimento dei coloni a vocazione religiosa scrive Taub i suoi leader parlarono di redenzione in termini molto espliciti, tali da sottolineare con chiarezza quanto la loro visione fosse diversa da quella del tradizionale sionismo secolare. Ci non significa che i messianici si proponessero di prendere le distanze dal sionismo tradizionale. Tuttal contrario: presumevano che in tempi brevi anche i coloni a ispirazione secolare si sarebbero allineati a loro per prendere parte al processo della redenzione. Erano convinti che un risveglio religioso fosse imminente.13 Ma quando fu chiaro che il risveglio religioso e la redenzione non erano a portata di mano, e che lo Stato dIsraele non era disposto a far dipendere la propria sovranit da considerazioni di natura religiosa, i messianici si accorsero che, per rendere le proprie iniziative comprensibili e degne di apprezzamento dal grande pubblico degli israeliani non religiosi, avrebbero dovuto giustificarle in chiave secolare. Ci li spinse a stemperare le differenze ideologiche, e a descrivere la colonizzazione ebraica delle bibliche Giudea e Samaria (cio della Cisgiordania) come se il creare colonie in quelle plaghe fosse una naturale continuazione delle realizzazioni del sionismo politico tradizionale. E si
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Gadi Taub, The Settlers and the Struggle over the Meaning of Zionism, Yale University Press, New Haven and London 2010 [ledizione originale in ebraico del 2007].
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Gadi Taub, idem, p.18.

diedero a sviluppare, in significativo crescendo, prese di posizione sempre pi affini a quelle dei falchi a orientamento secolare, diffondendo lidea che i propri insediamenti basi operative per i terroristi. Per un paio di decenni fossero bastioni indispensabili alla sicurezza di Israele, avamposti destinati a evitare che i territori si trasformassero in spiega Taub tali argomenti costituirono il baluardo della propaganda dei coloni, religiosi e secolari. Ma a misura che la fede nella venuta prossima del messia andava svanendo la redenzione continuava a essere rinviata, e Israele sembrava disposto a muovere alcuni passi in direzione della pace la dipendenza dalle argomentazioni dei falchi divenne sempre pi consistente. Ci che era iniziato come un espediente tattico, capace di fungere da copertura per iniziative di ispirazione religiosa, divenne un articolo di fede.14 Onde coordinare i propri sforzi e darsi una struttura organizzativa, i coloni messianici si riunirono in un movimento, il Gush Emunim (Blocco dei fedeli), cui diedero vita formalmente nel 1974, cio allindomani della Guerra di Yom Kippur. Senza venire mai sciolto, il Gush Emunim cess tuttavia di essere il centro propulsore delle iniziative politiche dei messianici dopo che, a partire dal dicembre 1980, venne costituito il Moatzat Yesha o Yesha Council, unorganizzazione-ombrello dei consigli municipali di tutti gli insediamenti ebraici di Giudea, Samaria e Gaza. La cultura dei messianici, i fondamenti stessi della loro Weltanschauung erano in realt orientati fin dagli albori del loro movimento a considerare limpegno alla creazione di insediamenti nettamente prioritario rispetto alle esigenze della sicurezza dello Stato. Per loro lo Stato costituiva nulla pi che uno strumento utile ad adempiere il comandamento di colonizzare Eretz Israel. E il comandamento rammenta Taub si sarebbe dovuto adempiere senza alcun riguardo al fatto che ladempierlo fosse o non fosse esente da pericoli, che servisse la causa della sicurezza nazionale oppure la mettesse a rischio.15 Per Taub chiaro, inoltre, che i coloni messianici si sono sempre mossi senza alcun riguardo per la demografia, dimostrando di non rendersi conto che il cosiddetto problema demografico (vale a dire, il timore che, se Israele continuasse a rimanere nei territori, gli ebrei si ritroverebbero in minoranza persino in Israele, esattamente come in ogni altra parte del mondo) anche il problema democratico. Chi in Israele nutre timori in ordine a possibili squilibri demografici negativi, li nutre perch per nessun motivo al mondo vorrebbe rinunziare al carattere democratico dello Stato di Israele. Qualora infatti gli israeliani annettessero lintero territorio palestinese, sarebbero alla lunga costretti a compiere una scelta fra due opzioni, ciascuna delle quali segnerebbe la fine del sionismo: unapartheid ebraica, cio un regime in cui la maggioranza araba sarebbe esclusa dal voto, oppure
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Gadi Taub, idem, pp.18-19.


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Gadi Taub, idem, p.14.

una democrazia nella quale il carattere ebraico dello Stato sarebbe azzerato dal voto della maggioranza araba (e non affatto chiaro che tale seconda alternativa potrebbe continuare a essere una democrazia). Questo il motivo per il quale i falchi, persino gli ultra-falchi come Ariel Sharon, volsero le spalle agli insediamenti.16 Al di fuori di Israele, ma un po ovunque allinterno e allesterno del mondo ebraico, si d spesso per scontato che la nozione sionismo abbia un significato univoco, che attorno a essa vi sia un consenso unanime. Si tratta di un luogo comune privo di fondamento, alla luce del quale il progetto perseguito dai coloni ispirati da pulsioni messianiche sarebbe semplicemente una versione estrema di un unico progetto sionista, al quale le iniziative dei messianici si limiterebbero a imprimere una peculiare curvatura religiosa. In realt, secondo Taub, chi vede le cose in questo modo d del sionismo uninterpretazione scorretta sotto il profilo storico-culturale e fuorviante sul piano politico. Il Rabbi Hanan Porat (scomparso allinizio dello scorso ottobre), che fu tra coloro che diedero vita negli anni Settanta al Gush Emunim, ebbe a dichiarare che il comandamento di creare insediamenti nel territorio ha molti aspetti, uno dei quali la sovranit ebraica sullintera Terra di Israele: un punto di vista, questo di Porat, che esattamente opposto a quello del sionismo politico tradizionale, per il quale la colonizzazione del territorio ha un rilievo decisamente secondario rispetto al momento della sovranit. Il sionismo secolare, in buona sostanza, valorizza il momento dellautodeterminazione, e ha come obiettivo finale la creazione di uno Stato nazionale ebraico. Il sionismo a orientamento religioso, invece, in quanto obbedisce prioritariamente allimperativo della redenzione integrale del territorio, pone de facto le basi di uno Stato binazionale, creando in tal modo le premesse per il superamento, o la liquidazione, dello Stato nazionale.17 In definitiva, la ricerca condotta da Taub d luogo alla constatazione che in campo non vi un sionismo solo ma ve ne sono, in realt, almeno due, nettamente diversi fra loro: la logica delluno nega in radice la logica dellaltro. E il loro contrasto, lungi dallessere di natura meramente politica, investe lidentit stessa dello Stato ebraico. Secondo Taub, i coloni messianici non sono, anzi, non sono mai stati sionisti nel senso che questo termine assume a partire dalla teorizzazione di Theodor Herzl. Essi non concepiscono il sionismo come un progetto orientato a garantire al popolo ebraico
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Gadi Taub, idem, p.13. Laccenno ad Ariel Sharon che volse le spalle fa evidente riferimento allevacuazione dei settemila coloni insediati nella striscia di Gaza, operazione da lui decisa e fatta eseguire nellagosto 2005, poco prima della sua definitiva uscita dalla scena politica.
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Gadi Taub, idem, pp.82-83. La personalit, lopera e, soprattutto, lo straordinario potere carismatico di Hanan Porat vengono rievocati in A man of blessings and light: un articolo scritto da Israel Harel (Haaretz, October 6, 2011) allindomani della scomparsa di Porat. Per una commemorazione in chiave pesantemente critica si veda invece Nehemia Shtrasler, The settler leader who led Israelis to disaster, Haaretz, October 7, 2011.

lindipendenza politica allinterno di uno Stato nazionale democratico. Il loro progetto incentrato non sullo Stato ma su Eretz Israel (la Terra di Israele), e sullidea di ununione mistica tra il popolo di Israele (am Israel) e la sua Terra ancestrale. Mentre il sionismo di matrice herzliana concepisce la colonizzazione del territorio quale mezzo per dare corpo alla sovranit dello Stato, i messianici propongono, per contro, un sionismo della Terra, in virt del quale la sovranit dello Stato non altro se non uno strumento ai fini della colonizzazione del territorio.18 Lottica dei coloni religiosi li porta a privilegiare una visione messianica che postula, affinch la redenzione abbia luogo, che prioritariamente si redima Eretz Israel. ovvio che, in questottica, la Terra di Israele appartiene agli ebrei e soltanto a loro, e i non-ebrei possono tuttal pi esservi tollerati in quanto stranieri residenti. Ma tutto ci, quando lo si traduca in politica, equivale allo spezzare una lancia per lannessione tout court dellintera Palestina allo Stato dIsraele. Ora rileva Taub in Israele nessun governo, di destra o di sinistra, ha mai accennato ad annettersi Giudea, Samaria e Gaza, o ha mai pensato di alterare lo statuto delloccupazione modificandolo da temporaneo a ufficialmente permanente, giacch una simile iniziativa pianterebbe un cuneo nel cuore stesso del sionismo. Significherebbe o rinunziare alla democrazia o rinunziare al carattere ebraico dello Stato. Rispetto alla popolazione complessiva dei territori, gli ebrei ebrei, ossa lidea stessa di uno Stato ebraico democratico, smetterebbe davere un senso.19 2011 Per concludere questa carrellata attorno alla nozione sionismo e ad alcune sue significative declinazioni, vengo rapidamente al 2011. Durante lanno che sta volgendo al termine, in tutto il mondo si sono registrati cambiamenti di portata straordinaria. NellAfrica settentrionale e nel Medio Oriente gli assetti geopolitici, e forse anche quelli geostrategici, si sono radicalmente modificati in seguito a una successione complessa di avvenimenti, in larga misura non previsti e gravidi di conseguenze difficilmente prevedibili. Cito in particolare il crollo di alcune antiche autocrazie travolte dalle massicce sollevazioni popolari della primavera araba, la guerra in Libia, la feroce repressione operata in Siria dal regime di Bashar alAssad, e infine le manifestazioni di malcontento popolare, non-violente ma vibranti, che, partite nellestate scorsa dalle tende piantate nel Boulevard Rothschild di Tel Aviv, si sono ben presto diffuse nellintero Israele.
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si

ridurrebbero a essere una minoranza: una condizione nella quale lautodeterminazione politica degli

Gadi Taub, idem, p.15.


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Gadi Taub, idem, p.33.

Centinaia di migliaia di cittadini, uomini e donne,

giovani e meno giovani, dopo avere

inizialmente protestato contro il caro-casa, sono passate poi a richiedere con vigore al governo Netanyahu giustizia sociale, sotto la specie di una serie di riforme indilazionabili: certamente una chiara indicazione del risveglio dal basso di una societ civile gi in preda a una protratta apatia e ora indignata per le eccessive iniquit nella distribuzione delle risorse e delle opportunit economiche e per lesistenza nel Paese di diffuse sacche di povert;20 ma forse, anche, un segnale di insoddisfazione nei confronti di un regime che, gestito per lungo tempo da unopaca mediocrazia, andato rivelando gravi carenze sul terreno della rappresentanza politica.21 Poi, il 23 settembre, il presidente dellAutorit nazionale palestinese, Abu Mazen, ha formalmente consegnato al segretario generale dellOnu, Ban Ki-moon, la richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente e sovrano quale 194 Paese membro delle Nazioni Unite. Il governo di Israele fortemente condizionato, oltre che dai partiti della destra nazional-religiosa, dal partito Yisrael Beiteinu del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman22 dapprima ha tentato in tutti i modi di prevenire liniziativa di Abu Mazen, e poi ha reagito contro di essa con collera, accusando la controparte di operare unilateralmente, con ci dimostrando di non riuscire ad apprezzare il fatto
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Ethan Bronner, Protests Force Israel to Confront Wealth Gap, The New York Times, August 11, 2011. Daphne Leef, la venticinquenne regista cinematografica che ha dato lavvo alle proteste, ha pronunciato il 3 settembre 2011 un appassionato discorso nella Kikar HaMedina di Tel Aviv, la grande piazza nella quale si accalcava una folla di 300mila persone. La traduzione in inglese del testo integrale del discorso si pu scaricare da http://makom.haaretz.com/blog.asp?rId=275.
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[] Ecco, finalmente stiamo facendo la cosa giusta [] dove siamo stati finora? Come abbiamo potuto lasciare che tutto questo accadesse? Accettare che i governi da noi eletti trasformassero la nostra salute e listruzione dei nostri figli in un lusso? [] Come abbiamo potuto, per anni, condannare i bisognosi e gli affamati a una vita di umiliazione e delegare la loro assistenza alle mense dei poveri, agli enti di carit? [] Come abbiamo potuto rassegnarci a una prepotente politica di privatizzazione che ha sgretolato tutto ci che avevamo caro: la solidariet, la responsabilit e lassistenza reciproca, la sensazione di appartenere a un solo popolo? [] Ci che ha sconvolto pi di ogni altra cosa i sistemi di controllo e di allerta della societ israeliana stata la profonda spaccatura generata dalloccupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Occupazione che ha fatto affiorare i lati negativi e malati della nostra societ e noi, forse per paura di affrontare a occhi aperti la realt, ci siamo abbandonati con entusiasmo a ogni genere di narcotizzanti e di anestetizzanti. [] E cos, per i detentori del capitale, del potere e degli organi di stampa, loccuparsi di questioni cruciali si trasformava in uno scontro tra chi ama il Paese e chi lo odia, chi gli fedele e chi lo tradisce, chi un buon ebreo e chi ha dimenticato di esserlo: cos David Grossman in C un popolo che scuote le nostre coscienze, La Repubblica, 6 agosto 2011 (originale in ebraico: Yediot Ahronot, 5 agosto 2011). Numerose, in quelle settimane, le testimonianze del medesimo tenore. Fra esse mi piace ricordare Gershon Baskin, Encountering Peace: The loss of youth, The Jerusalem Post, September 5, 2011. Mediocracy un termine coniato dagli economisti Andrea Mattozzi (California Institute of Technology, Pasadena) e Antonio M. Merlo (University of Pennsylvania, Philadelphia) per indicare un sistema di rappresentanza fondato sulla mediocrit: esso favorisce il formarsi di un blocco di potere che, scarsamente preoccupato dellinteresse nazionale e del benessere dei rappresentati, usa le istituzioni per riprodurre e mantenere se stesso, neutralizza le spinte al cambiamento, e seleziona e premia i rappresentanti in funzione della fedelt al capo o al partito. Cfr. Andrea Mattozzi and Antonio M. Merlo, Mediocracy, Second Version (April 1, 2010). PIER Working Paper No. 10-017. Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=1605142.
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Di Yisrael Beiteinu Carlo Panella (Un amico di Israele spiega dove ha sbagliato Gerusalemme, Il foglio, 21 settembre 2011) scrive che, trattandosi di un partito che interpreta le posizioni oltranziste del milione di ebrei russi che Lieberman rappresenta, esprime una concezione nazionalista ebraica direttamente mutuata dal nazionalismo granderusso di marca brezneviano-sovietica. Trionfo muscolare della non politica.

che lattuale vertice politico dellAnp sta cercando di compiere, con sessantatre anni di ritardo, un primo timido passo in direzione di quella spartizione della Palestina che i palestinesi stessi avevano rifiutato nel 1948, proprio quando i responsabili del movimento sionista lavevano accolta (unilateralmente, appunto) con favore.23 Comera da attendersi, nelle settimane successive alla giornata della Palestina alle Nazioni Unite le leadership delle due parti in conflitto si sono abbandonate a una clamorosa bagarre propagandistica, con il consueto abuso di demonizzazioni reciproche. Dalla parte di Israele ci si spinti sino a minacciare di far votare dalla Knesset, entro la fine di ottobre, un testo legislativo redatto da Danny Danon uomo politico apertamente ostile alla soluzione due Stati per due popoli, vicepresidente della Knesset nonch alto dirigente del Likud nel quale si preconizza nientemeno che lannessione a Israele dellintero territorio della Cisgiordania:24 un disegno di legge, questo, cui fa da sponda negli U.S.A. un analogo testo predisposto da una trentina di parlamentari dellestrema destra del Partito repubblicano, impegnatissimi a impedire che lamministrazione Obama si sottragga allimpasse nella quale ristagnano attualmente i suoi tentativi di tenere in vita unefficace mediazione nel conflitto mediorientale.25 In Israele non sono mancate, tuttavia, e non mancano le voci di analisti che, nel riflettere su tali temi, evitano di restare travolti dalla rissosa schermaglia propagandistica che pervade la scena politica. Tra questi analisti merita dessere menzionata Ruth Gavison uninsigne giurista, docente allUniversit ebraica di Gerusalemme, presidente-fondatrice di Metzilah: Center for Humanistic,
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Analisi approfondite circa le opportunit e le difficolt delliniziativa assunta dallAutorit nazionale palestinese si trovano in: The war over statehood, The Economist, September 24, 2011; Deborah Jerome, Showdown on Palestinian Statehood, Council on Foreign Relations, September 23, 2011 e Robert McMahon & Jonathan Masters, Palestinian Statehood at the UN, Council on Foreign Relations, September 27, 2011. Pochi giorni prima che Abu Mazen presentasse la propria istanza alle Nazioni Unite, in Israele furono resi noti i risultati di un sondaggio dopinione condotto dal Harry S. Truman Research Institute for the Advancement of Peace dellUniversit ebraica di Gerusalemme. Da tali risultati si evince che, sul tema del riconoscimento dello Stato palestinese, la maggioranza dellopinione pubblica israeliana attestata su posizioni decisamente meno estreme di quelle espresse dal governo. Si veda, a questo proposito, jpost.com staff, Poll: 70% of Israelis say Israel should accept UN decision, The Jerusalem Post, September 21, 2011.
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JTA, Knesset to vote on annexing West Bank, Jewish Telegraphic Agency, September 27, 2011. Di Danny Danon si veda Making the Land of Israel Whole, un articolo dai toni durissimi pubblicato nel New York Times il 18 maggio 2011, cio alla vigilia di un drammatico duello verbale tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama, svoltosi a Washington.
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Natasha Mozgovaya, U.S. Republicans submit resolution supporting Israel's right to annex West Bank, Haaretz, September 19, 2011; ma si vedano anche Bradley Burston, Will the U.S. Congress kill the two-state solution?, Haaretz, October 2, 2011, e JTA, House [of Representatives] committee chair places hold on Palestinian aid, Jewish Telegraphic Agency, October 3, 2011; Haaretz, U.S.: Israel move to legalize West Bank outposts unhelpful to peace efforts, Haaretz, October 13, 2011. Mentre scrivo queste note in corso, fra i vari candidati alla nomination del Partito repubblicano nelle elezioni del 2012, una gara a giocare come carta vincente il sostegno incondizionato a Israele. Il governatore del Texas Rick Perry si spinto sino a proclamare che il sostenere Israele non soltanto buona politica, un dovere religioso che Barack Obama non sta soddisfacendo (cfr. Michael Tracey, Rick Perry: God Commands Us to Support Israel, Mother Jones, September 21, 2011).

Liberal, Jewish and Zionist Thought e vincitrice nel marzo 2011 dellIsrael Prize for Legal Research che non si stanca da anni di affermare che, per la sopravvivenza stessa di Israele quale Stato ebraico, di fondamentale importanza che al suo fianco nasca uno Stato palestinese.26 A proposito della richiesta di riconoscimento presentata da Abu Mazen allONU e della bagarre che ne seguita, Gavison nota27 che in Israele il dramma in atto alle Nazioni Unite viene percepito da alcuni come una grande vittoria per Israele e per il governo Netanyahu a motivo dellappoggio esplicito e per nulla scontato offerto dagli Stati Uniti. Altri giudicano levento una grande disfatta per Israele e il suo governo in ragione dellaccoglienza trionfale riservata dallAssemblea Generale ai palestinesi e alla loro causa. [] Ritengo che nessuna delle due percezioni faccia giustizia della complessit della situazione. Rispetto a tale complessa situazione due sono gli errori, secondo Gavison, che occorre non commettere. Il primo, molto grave, quello di consentire alla Palestina di diventare un Paese membro dellONU senza ottenere in via prioritaria, da un governo palestinese dotato di uneffettiva funzionalit, qualche impegno circa le concessioni che esso dovr fare affinch il progetto dei due Stati per due popoli si traduca in realt. Il secondo passo falso da evitare quello di non accogliere con favore, almeno in via di principio, uniniziativa che offre [da parte palestinese] un sostegno in pi alla soluzione dei due Stati per due popoli (al di l del fatto che molti degli Stati pronti a votare a favore della Palestina sarebbero ben contenti che il loro voto contribuisse a realizzare il sogno di una Palestina araba, unica e unita). Non si tratta dunque, per Gavison, n di promuovere il documento di Abu Mazen nei termini stessi in cui stato redatto, n di respingerlo in blocco: lassumere luna o laltra posizione estrema non conduce da nessuna parte. Dobbiamo trovare il modo di lavorare movendoci entro uno spazio intermedio, dando per scontato che, affinch il sogno dei due Stati si materializzi, ciascuna delle due parti in conflitto dovr fare allaltra concessioni molto gravose. Soltanto unaccettazione di principio [dellistanza presentata dai palestinesi] potrebbe assicurare a Israele una voce credibile per fare s che la risoluzione della Assemblea Generale prefiguri la soluzione dei due Stati anzich quella dello Stato unico. Un particolare non meno importante: soltanto accettando in linea di principio liniziativa dei palestinesi, Israele si assicurerebbe unopportunit in pi per dare corpo a una coalizione stabile al proprio interno, ma anche per stringere pi saldi rapporti con gli amici che il Paese ha nella comunit internazionale. Quanto alla pubblica opinione israeliana, Gavison certa che la soluzione dei due Stati, intesa quale modo per conservare unindipendenza ebraica almeno su una parte della Terra di Israele, gode
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Cfr. lintervista concessa da Gavison il 29 dicembre 2005 a Montserrat Arbs per il quotidiano catalano Avui (Cal un Estat palest per mantenir un Israel jueu, ossa Ci vuole uno Stato palestinese perch si mantenga un Israele ebraico).
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Le citazioni che seguono sono tratte da Ruth Gavison, The pity of black-and-white politics, The Jerusalem Post, October 3, 2011.

sul fronte interno di un sostegno largo e solido. Rispetto a tale soluzione, non vi sono [tra gli israeliani] fratture di natura partigiana. Il consenso pu essere trovato nella comune convinzione che, mentre affermiamo i nostri legami storici e culturali con la totalit della Terra di Israele, siamo disposti ad accettare la situazione politica con un approccio realistico, in ragione del quale la sovranit politica dovr essere divisa, cos da consentire agli ebrei di conservare legami con la totalit della Terra nello stesso modo in cui gli arabi palestinesi potranno vivere e mantenere i loro legami con la totalit della Terra. A.B. Yehoshua dedica in Haaretz una riflessione approfondita e un ampio excursus storico agli specifici legami che con la terra, quellunica medesima terra, hanno sia gli ebrei sia gli arabopalestinesi. Scrive fra laltro: Poich una patria non soltanto un territorio ma un elemento primario dellidentit personale e nazionale, la divisione della Terra di Israele in due Stati non soltanto lunica soluzione politica, anche un imperativo morale. Coloro i quali rosicchiano terra ai palestinesi, come va ora facendo lo Stato di Israele nei territori, hanno il dovere di sapere che stanno saccheggiando e violando lessenza stessa dellidentit degli abitanti e chi meglio di noi sa, dalla storia ebraica, quanto preziosa sia stata per gli ebrei lidentit nazionale e religiosa e con quanta forza di volont essi si siano sacrificati per la sua causa.28 Gershon Baskin fondatore e co-presidente del Centro israelo/palestinese per la ricerca e linformazione e membro del direttivo dellIsraels Green Movement in uno dei tanti gagliardi contributi che offre a The Jerusalem Post passa in rassegna alcuni dei principali argomenti ai quali sono soliti fare riferimento, rispettivamente, israeliani e palestinesi nel corso del pluridecennale contenzioso che li vede lun contro laltro armati.29 Ciascuna delle due parti in conflitto accampa ragioni valide, rivendica diritti sacrosanti. I palestinesi rammenta Baskin sono sinceramente convinti che tutta la Palestina, dal Giordano al Mediterraneo, appartenga legittimamente a loro (proprio come molti israeliani credono che lintero territorio dal fiume al mare sia di loro propriet), e che la creazione dello Stato di Israele sia stata uningiustizia storica perpetrata a loro danno, poich essi nulla ebbero a che fare con la Shoah. I palestinesi non sono in grado di vedere e accettare ci che vedo e accetto io: che la nascita di Israele fu un imperativo morale e che il popolo ebraico aveva, come ogni altro popolo, diritto a un proprio Stato nella sua terra storica. E s prosegue Baskin i palestinesi hanno anchessi questo stesso diritto. Oggi la creazione di uno Stato palestinese un imperativo morale tanto per gli ebrei quanto

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A.B. Yehoshua, Dividing the Land of Israel into two states is a moral imperative, Haaretz, October 9, 2011.
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Gershon Baskin, Encountering Peace: Two rights dont make a wrong, The Jerusalem Post, October 14, 2011.

per i palestinesi, e il popolo ebraico dovrebbe farsi fautore esplicito e altisonante dei diritti del popolo palestinese.30 Lo scontro fra i diritti di questi due popoli, prosegue Baskin, costituisce per entrambi il massimo della rovina. Il conflitto cruento e tragico che perdura nel tempo deve cessare. [] Non siamo destinati a vivere di spada sino alla fine dei tempi. Esistono soluzioni per questi problemi. [] Israele pu essere il magnete, la societ giusta, la societ modello capace di attrarre altri ebrei a venire a vivere qui, Israele pu continuare a brillare nel settore delle comunicazioni hi-tech, nelle biotecnologie, nelle tecnologie agricole e in altro ancora. Anche la Palestina pu prosperare e risplendere. La Palestina pu essere il primo Stato arabo autenticamente democratico, con il sistema educativo pi avanzato dellintero mondo arabo, con il tasso pi elevato di utilizzazione delle energie rinnovabili, con tecnologie moderne nel settore industriale e agricolo, con un nuovo e prospero settore hi-tech in rapido sviluppo, in cooperazione con imprese israeliane. [] In entrambe le societ, abbiamo bisogno di liberare le energie che il prolungarsi del conflitto ha soffocato. Allaura di fiducioso ottimismo che pervade le analisi e le proiezioni che ho fin qui menzionato, fa da contraltare la posizione espressa dalla classe di governo israeliana, molto decisa a ostacolare con ogni mezzo il cammino dellistanza presentata da Abu Mazen alle Nazioni Unite. Questo rifiuto inflessibile, che non affatto casuale, richiede non tanto dessere spiegato quanto dessere esplicitato nelle sue possibili conseguenze. Se liniziativa dellAnp non dovesse produrre alcun risultato tangibile, ci potrebbe segnare linizio della fine del progetto due Stati per due popoli. Quanto sia difficile il tentare di realizzarlo chiaro fin dora, sol che si pensi a che cosa significa e comporta la presenza in Cisgiordania e a Gerusalemme est di varie centinaia di migliaia di coloni, tuttaltro che propensi a lasciarsi trasferire dai propri insediamenti. Fra i palestinesi sta crescendo il numero di coloro che pensano che il progetto dei due Stati sia ormai sulla via del tramonto, che lAutorit nazionale palestinese debba essere disciolta, che a occidente del Giordano non possa esistere se non un solo Stato poco importa che il suo nome sia Israele o Palestina e che di questunico Stato i palestinesi debbano chiedere la cittadinanza. A una simile opzione, chiaro frutto della disperazione, fa riferimento in un suo libro recente persino Sari Nusseibeh, il noto intellettuale palestinese pacifista, evidentemente sopraffatto dal pessimismo della ragione.31
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Non mancano in Israele altri autorevoli sostenitori di questo punto di vista; fra loro anche lex ministro Isaac Herzog, ora membro della Commissione Esteri e Difesa della Knesset in rappresentanza del Partito laburista. Di lui si veda Why Israel Should Vote for Palestinian Independence, Foreign Affairs, September 16, 2011.
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Sari Nusseibeh, What is a Palestinian State Worth?, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2011.

Paradosso vuole che, qualora il progetto dei due Stati venisse davvero liquidato, a cantare vittoria sarebbero gli estremisti delluna parte e dellaltra, ossa gli ideologi della destra israeliana (tanto di ispirazione religiosa quanto di quella secolare) e, sul versante opposto, i corifei palestinesi del fronte del rifiuto (con in testa i duri e puri di Hamas): i quali si sentirebbero, gli uni e gli altri, confortati dal fatto di non aver dovuto concedere al nemico neppure un metro quadrato del proprio sacro territorio. In realt, tutti e due i popoli in conflitto registrerebbero uno storico fallimento; e in particolare il progetto sionista, che nel maggio 1948 aveva fatto nascere lo Stato di Israele nel segno della libert e dellautodeterminazione, finirebbe ben presto nel dimenticatoio della storia. Consapevole delle molte insidie che gravano sul futuro dellintero Medio Oriente Gadi Taub in un articolo scritto allindomani della riconciliazione tra Fatah e Hamas propone che, allinterno dellagenda politica di Israele/Palestina, le priorit vengano completamente riesaminate.32 molto chiaro, scrive Taub, che le due parti in conflitto non sono capaci di raggiungere un accordo di pace. [] Lalleanza tra Fatah e Hamas ci rammenta in termini rudi e gravi che probabilmente la pace non vicina. Ci significa forse, si domanda Taub, che il futuro degli israeliani e dei palestinesi sar una guerra civile cronica tra due comunit che consumano la propria esistenza in una battaglia per la vita o per la morte entro il recinto di un singolo Stato binazionale? Non necessariamente. Presso entrambe le parti vi un numero sufficiente di menti pragmatiche in grado di capire che possiamo anzi, dobbiamo spartirci la terra anche senza pace. Ariel Sharon, che non era un pacifista, se ne rese conto e si mosse di conseguenza, decidendo il ritiro unilaterale da Gaza. E recentemente, anche i palestinesi hanno optato per una politica unilaterale con il dichiarare la loro statualit senza curarsi dellopinione di Israele. Sembra, in effetti, che abbiamo inaugurato unera nel segno di un reciproco unilateralismo. E da una tale era potrebbero sortire de facto quegli stessi esiti che una trattativa di pace aspira a dichiarare de jure, con grande ostentazione. Secondo Taub, in sostanza, anzich puntare a una ripresa dei negoziati di pace, Israele dovrebbe rispondere allistanza unilaterale dei palestinesi in modo tale da favorire, proprio in sede Onu, gli interessi dello stesso Israele: cio riportando la mossa palestinese allinterno della logica di spartizione espressa dalla risoluzione 181 del novembre 1947, inducendo cos i palestinesi a rendersi conto, come fecero i sionisti nel 1947, che lindipendenza nazionale condizionata dalla spartizione del territorio, e consentendo finalmente a Israele di avere frontiere certe, internazionalmente Quando tutto ci sar accaduto, conclude Taub, riconosciute e internazionalmente garantite. potremo riprendere a pensare alla pace.
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Gadi Taub, Forget Negotiations, The New Republic, May 2, 2011.

Questa fiducia di Taub nelle virt del reciproco unilateralismo forse troppo ottimistica? In un certo senso, s, poich attualmente fra i protagonisti del contenzioso israelo-palestinese, cio fra i rappresentanti di maggior rilievo delle due contrapposte classi di governo, non sembrano abbondare le volont politiche libere da lacci e laccioli, le menti pragmatiche che dovrebbero accogliere con favore lapproccio proposto, in termini molto laici, da Taub. C da augurarsi che nel presente vuoto di volont politiche (coincidente anche con lattuale debolezza dellazione mediatrice dellamministrazione Obama), non si producano nel Medio Oriente incidenti tali da allontanare indefinitamente nel tempo lauspicata soluzione del conflitto israelo-palestinese. Sul lungo periodo, per, la prospettiva delineata con ottimismo da Taub appare lunica destinata a concludere in modo decente la tragedia che da oltre un secolo rende travagliata lesistenza di due popoli condannati dalla storia a vivere luno accanto allaltro. Il reciproco unilateralismo, qualora venga adottato, un approccio che, a distanza di un secolo, ricreerebbe una situazione di separatezza non troppo dissimile da quella che caratterizzava i rapporti fra ebrei e arabi in Palestina agli albori della vicenda. Per converso, esso suggerisce anche un percorso lungo la cui traiettoria il progetto sionista realizzerebbe appieno il proprio compimento, riuscendo in unimpresa che con ogni probabilit costituirebbe un caso unico nella storia politica dellumanit: quella di un movimento di indipendenza nazionale capace di dare vita non a uno bens a due Stati, uno per gli ebrei, laltro per i palestinesi; due Stati che dovrebbero finalmente riuscire a convivere in modo pacifico.