Sei sulla pagina 1di 15

5

IL METODO DEGLI ELEMENTI FINITI



Sergio Baragetti
Facolt di Ingegneria, Universit degli Studi di Bergamo

Il metodo degli elementi finiti 1
Il metodo degli elementi finiti
IL METODO DEGLI ELEMENTI FINITI

Sergio Baragetti
Facolt di Ingegneria, Universit degli Studi di Bergamo


1. Introduzione

Il metodo degli Elementi Finiti permette di risolvere il problema della determinazione dello
stato di sforzo e deformazione in elementi in condizioni di carico per le quali non
reperibile o ricavabile la soluzione analitica. In questo metodo si discretizza il continuo, che
ha infiniti gradi di libert, con un insieme di elementi di dimensioni finite, tra loro
interconnessi in punti predefiniti (nodi).
quindi possibile ridurre il problema statico in un sistema di equazioni algebriche con un
numero finito di incognite (gli spostamenti nodali).
Nel metodo degli elementi finiti si assume una funzione di spostamento allinterno del
singolo elemento, definendo cio le componenti di spostamento del generico punto come
una funzione, ipotizzata nota, degli spostamenti dei nodi: il problema, con tale assunzione,
passa dal dominio continuo al dominio discreto visto che le nuove incognite sono gli
spostamenti nodali. Una volta noti gli spostamenti nodali immediato il passaggio alle
deformazioni e, mediante la matrice di legame sforzi-deformazioni, si passa
successivamente al tensore degli sforzi.


2. Soluzione di problemi strutturali piani in campo lineare elastico

Consideriamo il semplice caso di figura 1 e vediamo come viene impostato il problema
della soluzione in campo lineare elastico attraverso lutilizzo del metodo degli elementi
finiti.
s
F
F

figura 1 - Lastra forata in stato di sforzo piano
Dato che la struttura a piccolo spessore possiamo ritenere che lo stato di sforzo sia piano.
Immaginiamo ora di dividere la lastra in un gran numero di elementi di dimensioni finite,
non infinitesime, aventi geometria triangolare: abbiamo cos fornito una modellazione ad
elementi finiti della struttura come si vede in figura 2.
Il metodo degli elementi finiti 2

figura 2 - Schematizzazione ad elementi finiti della lastra forata di figura 1
La scelta di elementi triangolari a 3 nodi implica (come vedremo) un campo di spostamenti
dei punti del singolo elemento descritto da una funzione lineare delle coordinate dei vertici
(nodi) dellelemento stesso. La linearit del campo di spostamento comporta uno stato di
deformazione, che si ottiene ovviamente dalla derivazione delle funzioni di spostamento,
uniforme su ciascun elemento, sul quale agisce di conseguenza uno stato di sforzo anchesso
uniforme. Si risale allo stato di sforzo mediante lipotesi di linearit del legame
sforzi/deformazioni.
A causa delluniformit della deformazione, e quindi dello sforzo, su ciascun elemento si
deve infittire la suddivisione in elementi nelle zone dove tale grandezza presenta un elevato
gradiente, per ottenere una soddisfacente precisione dallanalisi: quindi utile adottare
elementi particolarmente piccoli nelle vicinanze di intagli o altre discontinuit.
Conviene inoltre sfruttare simmetrie geometriche e di carichi che permettono di semplificare
il problema limitando la schematizzazione, e quindi lanalisi, ad una sola parte della
struttura. Nel nostro caso, vista la doppia simmetria della lastra rispetto ai due assi
coordinati, possiamo pensare che la sezione di simmetria parallela ad un asse non subisca
spostamenti in direzione ortogonale a tale asse: considereremo quindi un quarto della
struttura complessiva che, per rispettare lequilibrio, dovr essere opportunamente vincolata
ancora in rispetto delle condizioni di simmetria.
A questo proposito osserviamo come le sezioni di simmetria potranno subire spostamenti
solo in una direzione e contemporaneamente dovranno mantenersi piane: il vincolo pi
idoneo risulta allora rappresentato da una serie distribuita di carrelli come si vede in figura 3.
F/6
F/6
F/6

figura 3 - Schema della struttura semplificata in base alle condizioni di simmetria
Allo stesso modo si procede nellaffrontare il problema del carico della struttura: i carichi
esterni dovranno essere applicati ai nodi della struttura discretizzata, nel caso di carichi
Il metodo degli elementi finiti 3
concentrati e, se siamo in presenza di carichi distribuiti, si dovr procedere alla loro
riduzione nodale; tuttavia questultimo problema esula dai nostri propositi e si rimanda
pertanto a testi pi specifici.
Nel caso da noi considerato, come si vede in figura3, schematizziamo la forza F applicata
alla lastra con un carico uniformemente distribuito sulla sezione della lastra stessa: si
osserva come su met sezione agisca solo met della forza complessiva.
Esaminiamo ora un singolo elemento, riferendoci ad un sistema cartesiano ortogonale come
si vede in figura 4.
y
x
v
3
u
3
u
1
u
2
v
2
v
1
v
u

figura 4 - Rappresentazione di un elemento finito

Supponiamo che il generico spostamento u, v, lungo x ed y rispettivamente, sia funzione
lineare di x e y stesse:

u a a x a y
v a a x a y
= + +
= + +
1 2 3
4 5 6
(1)
in cui a a a
1 5 6
, , , , K sono dei coefficienti costanti; con scrittura matriciale pi compatta
otteniamo:

u
v
x y
x y
a
a
a
a
a
a


`
)
=

1 0 0 0
0 0 0 1
1
2
3
4
5
6
(2)
e quindi:
{ } | |{ } f A a = (3)
con:
{ } f
u
v
=


`
)
(4)
Il metodo degli elementi finiti 4
| | A
x y
x y
=

(
1 0 0 0
0 0 0 1
(5)

{ }
a
a
a
a
a
a
a
=

1
2
3
4
5
6
(6)
Possiamo imporre gli spostamenti per i tre vertici di un elemento triangolare:

3 6 3 5 4 3
2 6 2 5 4 2
1 6 1 5 4 1
3 3 3 2 1 3
2 3 2 2 1 2
1 3 1 2 1 1
y a x a a v
y a x a a v
y a x a a v
y a x a a u
y a x a a u
y a x a a u
+ + =
+ + =
+ + =
+ + =
+ + =
+ + =
(7)
che in forma matriciale diventa:


u
u
u
v
v
v
x y
x y
x y
x y
x y
x y
a
a
a
a
a
a
1
2
3
1
2
3
1 1
2 2
3 3
1 1
2 2
3 3
1
2
3
4
5
6
1 0 0 0
1 0 0 0
1 0 0 0
0 0 0 1
0 0 0 1
0 0 0 1

(
(
(
(
(
(
(

(8)
{ } | |{ }
f C a
n
= (9)

A questo punto il vettore { } a risulta essere pari a:

{ } | | { } a C f
n
=
1
(10)
Quindi il vettore spostamento generico si pu scrivere in funzione degli spostamenti dei
nodi:
{ } | || | { } | |{ } f A C f f
n n
= =
1
(11)
La matrice| | , detta matrice delle funzioni di forma, pu essere scritta nel seguente modo:
| | =

(
N N N
N N N
1 2 3
1 2 3
0 0 0
0 0 0
(12)
con:
Il metodo degli elementi finiti 5
N
x x y y y y x x
1
1 3 2 1 3 2
1
2
=

(
( )( ) ( )( )

(13)
in cui:
2
1
1
1
1 1
2 2
3 3
2 3 2 1 1 3 3 1 3 2 1 2
= = + + det
x y
x y
x y
x y x y x y x y x y x y (14)

Si osserva che il termine 2 non altro che il doppio dell'area del triangolo di vertici 1,2 e
3.
E possibile ricavare, analogamente a quanto fatto per N
1
, anche N
2
ed N
3
, ma si pu
giungere pi semplicemente alla loro espressione permutando ciclicamente gli indici 1, 2 e
3.
Supposti quindi noti i generici spostamenti possiamo passare alle deformazioni; come noto,
esse sono date dalle derivate degli spostamenti rispetto alle variabili x e y:

x y xy
u
x
v
y
v
x
u
y
= = = + ; ; (15)
Quindi, con scrittura matriciale (con f
n
=
{ } 1 1 2 2 3 3
u v u v u v
):
{ }

x
y
xy
n
N
x
N
x
N
x
N
y
N
y
N
y
N
y
N
x
N
y
N
x
N
y
N
x
f

(
(
(
(
(
(
1 2 3
1 2 3
1 1 2 2 3 3
0 0 0
0 0 0 (16)


{ } | |{ } = B f
n
(17)

La matrice [B] una matrice di costanti in quanto abbiamo ipotizzato che gli spostamenti
dei punti del triangolo siano lineari nelle coordinate.
Siamo adesso in grado di ricavare lo stato di sforzo note le deformazioni: infatti supponendo
di essere in ambito lineare elastico, si pu utilizzare la legge di Hooke generalizzata che, nel
caso di stato di sforzo piano, diventa:

x
y
xy
x
y
xy
E

(
(
(
(

1
1 0
1 0
0 0
1
2
2
(18)

{ } | |{ } = D (19)

Il metodo degli elementi finiti 6
Quindi, sfruttando il legame deformazioni-spostamenti nodali, si ottiene:


{ } | || |{ } = D B f
n
(20)

Per passare dagli sforzi alle forze, quindi giungere ad un'equazione che leghi le forze agli
spostamenti nodali, possiamo utilizzare il principio dei lavori virtuali ed eguagliare il lavoro
delle forze per gli spostamenti nodali a quello degli sforzi per le relative deformazioni (si
potrebbe anche procedere con equazioni di equilibrio, ma il procedimento risulterebbe pi
laborioso):

1
2
1
2
Ff dV
n
V
= (21)

che in forma matriciale, se con { } F indichiamo il vettore delle forze esterne, diventa:

{ }
{ }
{ } | | | || |{ } f F f B D B f dV
n
T
n
T
T
n
V
=

(22)

Le matrici sotto il segno di integrale sono matrici costanti: lintegrale triplo si riduce quindi
al calcolo del volume s dellelemento triangolare:
{ }
{ }
{ } | | | || |{ } f F f B D B f s
n
T
n
T
T
n
= (23)
da cui:

{ } | |{ } F K f
n
= (24)

con:
K B D B s
T
= (25)

La matrice [ K ] una matrice 66 di costanti ed assume il significato di matrice di rigidezza
dellelemento. Se si scrive la matrice con i seguenti indici:
| | K
k k k k k k
k
k
k
k
k
x x x y x x x y x x x y
y x
x x
y x
x x
y x
=

(
(
(
(
(
(
(
1 1 1 1 1 2 1 2 1 3 1 3
1 1
2 1
2 1
3 1
3 1
, , , , , ,
,
,
,
,
,
(26)
Il metodo degli elementi finiti 7
risulta pi chiaro il significato dei diversi termini: lelemento generico k
ix,jy
rappresenta la
reazione che nasce nel nodo i nella direzione x per effetto di uno spostamento unitario
impresso al nodo j in direzione y.
La matrice di rigidezza ora trovata si riferisce ad un unico elemento finito. Il passo
successivo la determinazione della matrice di rigidezza globale relativa al sistema di
riferimento globale. Consideriamo ad esempio il sistema di figura 5, costituito da due
elementi finiti:
1 2
3 4
1
2

figura 5

necessario numerare tutti i nodi e gli elementi e attribuire i nodi a ciascun elemento. A
questo scopo si compila una tabella nella quale si riportano, per ogni triangolo, i numeri dei
vertici, che per convenzione si leggono in senso antiorario (cos si costruisce la tabella delle
incidenze):

Tabella 1: tabella delle incidenze per il modello FEM di figura 5

1 nodo 2 nodo 3 nodo
Triangolo (EF) 1 1 2 4
Triangolo (EF) 2 2 3 4

Il nodo 2 appartiene al triangolo 1 (dove il 2 nodo nella numerazione interna) e al
triangolo 2 (dove il 1 nodo nella numerazione interna)
Ora facile osservare come, ad esempio, il K
2x,2x
, coefficiente di rigidezza del nodo 2 in
direzione x sia dato da:

( ) ( )
k k k
x x x x x x 2 2 2 2
1
1 1
2
, , ,
= + (27)
dove il pedice fuori parentesi si riferisce al numero del triangolo.
E opportuno sottolineare che il nodo 2 del termine a sinistra delluguale si riferisce alla
numerazione globale mentre i nodi a destra nelle parentesi sono relativi alla numerazione
interna del singolo elemento. La corrispondenza tra le due numerazioni (locale e globale)
data dalla tabella delle incidenze
Ricavando per ogni nodo il coefficiente di rigidezza, si pu scrivere la matrice globale di
rigidezza:

{ } | | { } F K f
g g n
g
= (28)
A questo punto siamo in grado di ricavare gli spostamenti in funzione delle forze applicate
invertendo l'espressione precedente; dagli spostamenti si possono ricavare gli sforzi
ripercorrendo quanto fatto all'inizio di questo paragrafo.
Il metodo degli elementi finiti 8
In generale, nei problemi pratici, non sono incogniti tutti gli spostamenti e note tutte le
forze, ma possibile che sia noto qualche spostamento (per esempio per la presenza di un
vincolo) e incognita qualche forza. Affinch il problema sia risolubile necessario
distinguere un vettore di termini incogniti e uno di termini noti.
Nel caso in cui sia noto qualche spostamento e incognita la forza nella stessa direzione, si
utilizza ad esempio questo artificio matematico che consente di ottenere un sistema in cui le
incognite siano concentrate nel vettore { } f
n
g
mentre il vettore { } F
g
sia completamente
noto: si considera lo spostamento noto come incognito avendo cura di mettere il valore
numerico al posto della forza incognita corrispondente e si sostituisce la corrispondente riga
della matrice | | K con una formata da tutti zeri tranne un termine unitario sulla diagonale
principale.
Ci permette di considerare note tutte le forze ed incogniti tutti gli spostamenti: il sistema
cos ottenuto risolvibile e permette il calcolo del vettore { } f
n
g
.
Si procede ora al calcolo delle forze nodali:
{ } | | { } F K f
g g n
g
= (29)
Noto completamente il vettore degli spostamenti { }
g n
f , nota la seguente relazione per ogni
elemento finito:
{ } | |{ } F K f
n
= (30)
E possibile ricavare quindi le reazioni vincolari, calcolare le deformazioni e poi risalire al
vettore degli sforzi per ogni elemento finito:

{ } | |{ }
{ } | || |{ }

=
=
B f
D B f
n
n
(31)
In appendice A si riporta il listato di un file per Matlab (versione 5.3) che permette di
ricavare la matrice di rigidezza per ogni elemento finito ed assemblare la matrice di
rigidezza globale secondo le regole esposte.

3. Le funzioni di forma

La scelta della funzione di forma influenza la fase di suddivisione in elementi finiti.
Lutilizzo di elementi finiti con funzioni di forma lineari permette di modellare landamento
degli spostamenti (quindi delle deformazioni e delle tensioni) allinterno dei singoli
elementi finiti attraverso funzioni di lineari. Lutilizzo di elementi finiti con funzioni di
forma lineari richiede perci suddivisioni molto fitte in corrispondenza delle zone del
componente in analisi in cui si prevede vi sia un elevato gradiente degli sforzi (dovuto ad
esempio ad intagli o a brusche variazioni di sezione), e necessita leffettuazione di prove
preliminari (analisi di modelli a fittezza crescente) che permettano di indicare la dimensione
caratteristica corretta degli elementi finiti nelle zone critiche.
In figura 2 riportato lesempio di un componente strutturale modellato mediante elementi
finiti aventi funzioni di forma lineari: in corrispondenza delle zone critiche necessario
operare un infittimento della suddivisione in elementi finiti.
Il metodo degli elementi finiti 9















fig. 6 Esempio di modellazione mediante lutilizzo di elementi finiti con funzioni di forma
lineari: in corrispondenza delle zone critiche necessario infittire opportunamente
la suddivisione in elementi finiti.

Lintroduzione di elementi finiti che prevedano lutilizzo di funzioni di forma di grado
superiore al primo, permette di adeguare il grado della funzione di forma alla particolare
applicazione (si passa da polinomi interpolanti semplici a polinomi pi complessi). In
pratica non necessario effettuare delle prove preliminari con modelli a fittezza crescente
per ottenere discretizzazioni che diano risultati corretti in quanto il programma di calcolo
stesso che, fissato il tipo di suddivisione in elementi finiti, utilizza funzioni di forma di
grado adeguato (in maniera gerarchica, partendo da polinomi di grado inferiore).
In figura 7a riportato il particolare di un componente strutturale modellato attraverso
elementi finiti con funzioni di forma di grado superiore al primo; pur essendo la mesh
uniforme per tutto il modello, i risultati sono accurati anche per le zone in cui vi sono elevati
gradienti degli sforzi.











a) b)
figura 7 - esempio di componente strutturale modellato attraverso elementi finiti a) con
funzioni di forma aventi grado superiore al primo e b) con funzioni di forma di
primo grado; pur essendo, nel caso a), la mesh uniforme per tutto il modello, i
risultati sono accurati anche per le zone in cui vi sono elevati gradienti degli
sforzi.
F/6
F/6
F/6
Il metodo degli elementi finiti 10
Limpiego contemporaneo di una schematizzazione in elementi finiti di dimensioni corrette
e di elementi gerarchici che abilitino la modellazione mediante funzioni di forma di grado
adeguato) permette di ottenere i risultati migliori.


4. Criteri di modellazione

Elementi finiti contigui devono avere nodi coincidenti. Si riporta, in figura 8a, lesempio di
una suddivisione in elementi finiti tridimensionali realizzata correttamente. In figura 8b lo
stesso volume presenta discontinuit dovute alla non coincidenza dei nodi nella sezione di
mezzeria.
















a) b)

figura 8 a) esempio di una suddivisione in elementi finiti tridimensionali realizzata
correttamente e b) suddivisione in elementi finiti non corretta

Alcuni software consentono di ristabilire la congruenza degli spostamenti per superfici con
nodi non coincidenti sulle superfici di confine (caso della figura 8b). Tuttavia i risultati, in
termini di sforzi, spesso in tali le zone non sono accurati e, solitamente, questa modalit di
suddivisione in elementi finiti viene utilizzata per collegare zone del modello con differente
infittimento, lontano dalle zone di interesse.
Per elementi finiti con funzioni di forma di grado crescente in funzione del gradiente degli
sforzi:
1. Utilizzando i solutori in commercio non si incontrano problemi di convergenza ad
una soluzione accettabile dal punto di vista ingegneristico. Lutilizzo di funzioni
di forma di grado crescente, nelle zone in cui siano presenti gradienti di sforzi
accentuati, permette di adeguare la funzione di forma alla precisione voluta.

SI NO
Il metodo degli elementi finiti 11
Per elementi finiti con funzioni di forma lineari (nelle le zone del modello in cui si vogliono
risultati accurati):

1. Gli elementi finiti, bidimensionali o tridimensionali, devono avere rapporto tra i
lati, ASPECT RATIO, prossimo allunit.

2. Gli angoli ai vertici degli elementi finiti, bidimensionali o tridimensionali,
dovrebbero assumere lo stesso valore (ad es. 90 per elementi finiti quadrangolari
e 60 per elementi finiti triangolari).

3. E necessario infittire la suddivisione in elementi finiti nelle zone in cui sono
previsti elevati gradienti di sforzo (intagli o brusche variazioni di sezione).

4. La correttezza della suddivisione in elementi finiti, in analisi strutturali statiche
con comportamento del materiale lineare elastico, pu essere verificata
realizzando modelli ad infittimento crescente (Vd. figura 9).





















figura 9 valutazione dellaccuratezza dei risultati attraverso lutilizzo di modelli ad
infittimento crescente








80
100
120
140
160
180
200
0 1 2 3 4 5 6
N Modello
T
e
n
s
i
o
n
e

P
r
i
n
c
i
p
a
l
e

M
a
s
s
i
m
a

[
M
P
a
]
Il metodo degli elementi finiti 12
Appendice A

Listato di file per Matlab per il calcolo dello stato di sforzo e deformazione di strutture
piane (lesempio si riferisce al caso di suddivisione in soli due elementi finiti piani
triangolari ma pu essere esteso a strutture piane con pi nodi ed elementi finiti).

% S.Baragetti 20-02-00

E=206000 %[N/mm2]
v=0.28
s=4 %(spessore lamina)[mm]
x1=0 % [mm]
y1=0 % [mm]
x2=10 % [mm]
y2=0 % [mm]
x3=10 % [mm]
y3=20 % [mm]
x4=0 % [mm]
y4=20 % [mm]
P=2000 %[N]
% Matrice delle coordinate nodali
nodi=[1 x1 y1
2 x2 y2
3 x3 y3
4 x4 y4];
% Matrice delle incidenze
elem=[1 1 2 4
2 2 3 4];
% Matrice dei vincoli
spost=[1 1 0 1 0 %nodo1,x vincolato, valore spx=0, y vincolato,valore spy=0
2 0 0 1 0 %nodo2, spx libero, spy vincolato, valore spy=0
4 1 0 0 0];
% Matrice dei carichi esterni
forze=[3 0 1000
4 0 1000];
% matrice elastica del materiale
D=[1 v 0
v 1 0
0 0 (1-v)/2]*E/(1-v^2);
%
%calcolo matrice di rigidezza per il primo elemento finito
%matrice del primo elemento finito
A1=[1 x1 y1
1 x2 y2
1 x4 y4]
area1=det(A1)/2
%if area1<0
% area1=-area1
end
%matrice delle derivate del primo elemento finito
B1=[y2-y4 0 y4-y1 0 y1-y2 0
0 x4-x2 0 x1-x4 0 x2-x1
x4-x2 y2-y4 x1-x4 y4-y1 x2-x1 y1-y2]/(2*area1)
%matrice di rigidezza del primo elemento finito
K1=B1'*D*B1*s*area1
%
%calcolo matrice di rigidezza per il secondo elemento finito
%matrice del secondo elemento finito
A2=[1 x2 y2
1 x3 y3
1 x4 y4]
1 2
4 3
EF 1
EF 2
P/2 P/2
y
x
Il metodo degli elementi finiti 13
area2=det(A2)/2
%if area2<0
% area2=-area2
end
%matrice delle derivate del secondo elemento finito
B2=[y3-y4 0 y4-y2 0 y2-y3 0
0 x4-x3 0 x2-x4 0 x3-x2
x4-x3 y3-y4 x2-x4 y4-y2 x3-x2 y2-y3]/(2*area2)
%matrice di rigidezza del secondo elemento finito
K2=B2'*D*B2*s*area2
%
%Matrice ausiliaria per il calcolo degli spostamenti nodali
%
Kg1=[1 0 0 0 0 0 0 0
0 1 0 0 0 0 0 0
-894100 -125170 974570 0 -80470 -160940 0 286110
0 0 0 1 0 0 0 0
0 0 -80470 -125170 974570 286110 -894100 -160940
0 0 -160940 -223520 286100 545400 -125170 -321880
-80470 -160940 0 286110 -894100 -125170 974570 0
-125170 -223520 286110 0 -160940 -321880 0 545400]
%
%Vettore dei carichi ausiliario per il calcolo degli spostamenti nodali
F1=[0 0 0 0 0 P/2 0 P/2]'
%
%vettore degli spostamenti nodali
fn=Kg1\F1
%
%Matrice di rigidezza globale
%
Kg=[974570 286110 -894100 -160940 0 0 -80470 -125170
286110 545400 -125170 -321880 0 0 -160940 -223520
-894100 -125170 974570 0 -80470 -160940 0 286110
-160940 -321880 0 545400 -125170 -223520 286110 0
0 0 -80470 -125170 974570 286110 -894100 -160940
0 0 -160940 -223520 286100 545400 -125170 -321880
-80470 -160940 0 286110 -894100 -125170 974570 0
-125170 -223520 286110 0 -160940 -321880 0 545400]
%
%vettore delle forze nodali
%
F=Kg*fn
%
%Calcolo delle deformazioni e degli sforzi per il primo elemento finito
%
eps1=B1*[fn(1) fn(2) fn(3) fn(4) fn(7) fn(8)]'
sigma1=D*eps1
%
%Calcolo delle deformazioni e degli sforzi per il secondo elemento finito
%
eps2=B2*[fn(3) fn(4) fn(5) fn(6) fn(7) fn(8)]'
sigma2=D*eps2









Il metodo degli elementi finiti 14
Bibliografia

1. M.Guagliano, L.Vergani, Appunti delle lezioni di Costruzione di Macchine del Prof.
Angelo Terranova, Edizioni CUSL, Milano, 1998.
2. Johnson, L. W., Riess, R. D. (1982) Numerical Analysis, Addison-Wesley Publishing
Company inc., Philippines.
3. Comincioli, V. (1995) Analisi numerica: metodi, modelli, applicazioni, McGraw-Hill
Libri Italia srl.
4. Barrett, R., Berry, M., Chan, T., Demmel, J., Donato, J., Dongarra, J., Eijkhout, V.,
Pozo, R., Romine, C., van der Vorst, H. (1996) TEMPLATES-for the Solution of Linear
Systems: Building Blocks for Iterative Methods, SIAM.
5. Zienkiewicz, O. C., Taylor, R. L. (1989) The Finite Element Method, McGraw-Hill
Book Company, Great Britain.
6. Kurowski, P. (1996) Good Solid Modeling, Bad FEA, Machine Design, N 21.
7. Nesar, U. A., Basu, P. K. (1993) Higher Order Modeling of Plates by P-Version of
Finite Element Method, Journal of Engineering Mechanics, Vol. 119, No. 6.
8. Bathe, K. J. (1996) Finite Element Procedures, Prentice Hall, New Jersey.