Sei sulla pagina 1di 34

LA GRAVITAZIONE DI NEWTON

Lintroduzione della dinamica nei termini in cui noi la conosciamo ` dovuta a e Newton[77] , ed ad essa ` dedicato questo capitolo. La discussione ` limitata alla parte e e di diretto interesse per il moto planetario, assumendo noti i principi fondamentali per i quali si rimanda ai trattati di Meccanica Razionale. In un primo tempo si mostra come dalle leggi di Keplero si giunga ad enunciare la legge di gravitazione universale. Si passa poi a considerare i problemi classici dei due corpi e del moto di un punto materiale in un campo di forze centrali. La discussione di questi problemi pu` svolgersi in un ambito ben pi` vasto di quello previsto dalla legge o u Newtoniana di gravitazione; ne risulta una classe di modelli dinamici che presenta una variet` molto ricca ed interessante di comportamenti. Il teorema di Bertrand per` a o pone in evidenza una caratteristica singolare del potenziale kepleriano: tra quelli che possono considerarsi signicativi perch danno origine a forze che tendono a zero con e la distanza ` il solo per cui tutte le orbite limitate siano chiuse. e L estensione della dinamica al problema di n corpi non ` semplice: il sistema non e ` pi`, in generale, integrabile (per essere pi` precisi, non ` mai stato integrato). La e u u e ricerca delle soluzioni di questo problema si presenta quindi alquanto complessa, ed ` ` stata lo stimolo principale allo sviluppo dei metodi perturbativi. E per` possibile e o illustrare in modo abbastanza semplice, anche se per la verit` alquanto grossolano, i a motivi su cui si fonda la validit` dello schema Kepleriano anche per il sistema solare a completo. Gli sviluppi successivi condurranno alla nascita della teoria classica delle perturbazioni, iniziata da Lagrange e Laplace.

2.1

La legge di gravitazione newtoniana

Riettendo sulle prime due leggi di Keplero si arriva alla conclusione che laccelerazione di un pianeta in moto su unorbita ellittica ` diretta verso il Sole, ed ` inversamente e e proporzionale al quadrato della distanza tra Sole e pianeta. Si deve per` osservare che o anche questa ` una considerazione di carattere cinematico. Per introdurre la dinamica, e e poi la gravitazione newtoniana, occorrono altri tre passi.

34

Capitolo 2

Il primo passo consiste nellattribuire laccelerazione dei pianeti ad una forza che agisce su di essi. Ci` non ` aatto scontato. Il concetto di forza nasce dalla nostra o e esperienza quotidiana, e principalmente dalla statica: si pensi alla legge del parallelogramma delle forze, o alla leva, o al piano inclinato. Per formalizzare il concetto si presuppone che le forze si possano misurare, il che richiede luso di strumenti adatti, ad esempio dinamometri o bilance. Newton ci poi ha insegnato quale relazione esista tra forza ed accelerazione, condensando il tutto nelle tre leggi fondamentali della Meccanica. Ora, non ` evidente a priori che gli stessi concetti siano estendibili ai e fenomeni astronomici: la forza che agisce su un pianeta non ` misurabile in modo die retto. Dobbiamo invece assumere che le leggi siche o chimiche che valgono sulla terra si applichino a tutto luniverso: unaermazione che oggi troviamo del tutto naturale, ma certo non scontata in epoca copernicana o galileiana. Nel caso dei moti planetari estendere alluniverso le leggi siche che verichiamo in laboratorio signica aermare che se si osserva unaccelerazione vi deve essere una forza che ne ` la causa. e Il secondo passo consiste nel riconoscere che se esiste una forza che agisce sui pianeti questa deve essere attribuita al Sole, ossia che il Sole diventa la sorgente di un campo di forze, descrivibile in modo indipendente dal pianeta: ci` ` conseguenza della oe terza legge di Keplero. Anche questo passo ` tuttaltro che immediato, e pu` vedersi e o in qualche modo come il coronamento del sogno che Keplero insegu` per tutta la vita: trovare lunit` e larmonia nelle apparenti dierenze dei moti planetari. a Il terzo passo consiste, in un certo senso, nel rimettere in discussione la rivoluzione copernicana: il Sole non ha un ruolo privilegiato, perch qualunque massa posta nello e spazio esercita una forza gravitazionale su qualunque altra massa. Ci` ` conseguenza oe del principio di azione e reazione, che noi possiamo sperimentare nei nostri laboratori e che ancora una volta estendiamo ai fenomeni celesti. Da qui nasce la gravitazione universale. 2.1.1 Dipendenza dellaccelerazione dalla distanza Si osservi innanzitutto che le prime due leggi di Keplero, pur senza tener conto della forma ellittica dellorbita, privilegiano comunque un piano e, in questo piano, un punto ` S rispetto al quale viene misurata la velocit` areolare. E quindi naturale considerare a sul piano dellorbita un sistema di coordinate polari r, dove r ` la distanza da S e ` e e ` langolo misurato rispetto ad una direzione ssa arbitraria. E conveniente allora scomporre sia la velocit` v che laccelerazione a nelle componenti radiali vr ,ar e tangenti a ` (ortogonali al raggio) v ,a . E noto che tali componenti sono1 (2.1)
1

vr = r , v = r ,

a r = r r 2 , a = r + 2r .

Le relazioni (2.1) e (2.2) si deducono come segue: detti ux , uy dei versori diretti come gli assi x,y, si considerino i versori radiali ur = ux cos + uy sin e tangente u = ux sin + uy cos . Si calcola subito ur = u e u = ur . Per un punto P del piano distinto da S si ha allora SP = rur , e quindi, derivando, v = rur + r u e 2 )ur + (r + 2r)u , ossia le (2.1). In un tempo dt il vettore SP descrive a = ( r r 1 larea dA = 2 r 2 d = 1 r 2 dt, e da qui segue subito la (2.2). 2

La gravitazione di Newton Detta ora A(t) larea descritta dal raggio vettore, la velocit` areolare si scrive a (2.2) 1 A = r2 . 2

35

Proposizione 2.1: Se un punto P si muove in un piano obbedendo alla seconda legge di Keplero rispetto ad un centro S, allora laccelerazione ` puramente radiale, e e se lorbita r() ` nota, laccelerazione ` e e (2.3) ar = 4C 2 r2 d2 1 1 + d2 r r

La (2.3) ` nota come formula di Binet. e Proposizione 2.2: Se lorbita del punto P ` unellisse con S in un fuoco, allora e laccelerazione ` inversamente proporzionale al quadrato della distanza di P da S, e e vale (2.4) dove T ` il periodo dellorbita. e Dimostrazione della proposizione 2.1. Per la seconda legge di Keplero si ha r 2 /2 = C, ovvero, derivando rispetto al tempo, r r + r 2 /2 = ra /2 = 0, e quindi a = 0. Questo mostra che laccelerazione ` puramente radiale. Derivando r() rispetto e al tempo si ha 2C dr d 1 dr = 2 = 2C ; r= d r d d r derivando ulteriormente si ha poi
2 4C 2 d2 1 d 1 . r = 2C 2 = 2 d r r d2 r

e dove C = A ` la velocit` areolare. a

ar =

4 2 a3 1 T 2 r2

La (2.3) si ottiene sostituendo questultima relazione nellespressione della componente radiale ar dellaccelerazione, data dalla (2.1). Q.E.D. Dimostrazione della proposizione 2.2. Basta sostituire nella formula di Binet (2.3) lespressione (1.1) dellellisse in coordinate polari, ed eseguire le derivate. Si ottiene cos` 4C 2 1 ar = 2 . p r La (2.4) si ottiene inne sostituendo il valore della velocit` areolare C = ab/T , dove a b ` il semiasse minore dellellisse, e quello del parametro p = b2 /a dato dalla terza e delle (1.2). Q.E.D.

36

Capitolo 2

2.1.2 La terza legge di Keplero e la legge di gravitazione universale Il risultato della proposizione 2.2 ` gi` di per s interessante: laccelerazione del pianeta e a e dipende solo dalla sua distanza dal sole. Viene dunque mantenuta una simmetria rotazionale che, in un modo o nellaltro, ` gi` presente nelle teorie preNewtoniane. e a Resta tuttavia la possibilit` che la costante di proporzionalit` a3 /T 2 che compare a a nella (2.4) dipenda dal pianeta. Ora, la terza legge di Keplero aerma precisamente che la quantit` a3 /T 2 ` una costante che non dipende dal pianeta, ma solo dal sole. a e Fin qui le deduzioni rigorose dalle leggi di Keplero. Ci` che si pu` aggiungere ` o o e frutto della profonda intuizione di Newton, che arriva no alla formulazione della legge di gravitazione universale. In conseguenza della terza legge si pu` concepire che lo spazio intorno al sole sia o sede di un campo di accelerazioni creato dal sole stesso. Se poi si accetta la legge di Newton ma = F (massa accelerazione = forza), allora diremo che il sole crea un campo di forze inversamente proporzionale al quadrato della distanza da esso e proporzionale alla massa del pianeta. In altre parole, su qualunque corpo celeste posto nello spazio agirebbe una forza diretta verso il sole di intensit` f (r) = m/r 2 , dove a m ` la massa del corpo e una costante che dipende solo dal sole. e Si deve anche osservare come laccelerazione del pianeta non dipenda dalla sua massa. Il fatto che questa circostanza si verichi anche per il moto dei gravi in prossimit` della supercie terrestre suggerisce che tale moto sia attribuibile ad una a causa analoga, ossia che anche la terra crei intorno a s un campo di accelerazioni; si e pu` poi ammettere che questo campo si estenda no alla luna, e che possa anche dar o ragione del moto della luna intorno alla terra.2 Ammessa lesistenza di un campo di accelerazioni intorno alla terra, ` spontaneo e pensare allesistenza di un campo di forze che si estende no al sole, ossia che la terra eserciti sul sole una forza di intensit` M/r 2 , dove M ` la massa del sole e una a e costante che dipende solo dalla terra. Si noti bene che questo punto di vista conduce inevitabilmente a negare quella centralit` del sole che costituisce il presupposto del a modello Kepleriano. Inne, se si accetta il principio di azione e reazione si deve ammettere leguaglianza m = M , sicch la forza che si esercita fra la terra e il sole deve avere intensit` e a Kg mM /r 2 , dove Kg ` una costante universale, dipendente solo dal sistema di misura. e Se non si attribuisce qualche propriet` particolare alla terra e al sole, ` spontaneo a e ammettere, con Newton, che tra due masse qualsiasi m1 , m2 si esercita una forza gravitazionale attrattiva di intensit` Kg m1 m2 /r 2 , dove r ` la distanza tra le due a e masse. Una volta accettata la teoria Newtoniana, si deve poi rovesciare il problema: le leggi di Keplero devono essere giusticate sulla base della dinamica, assumendo la ` legge di gravitazione. E subito evidente che il problema ` estremamente complesso: e
2

Si ricordi, a tal proposito, che lesistenza di satelliti intorno a Giove era gi` nota ai tempi a di Newton, grazie alla scoperta di Galileo. Dunque, il fatto che la terra avesse un satellite non costituiva pi` un caso eccezionale. u

La gravitazione di Newton

37

non ` pi` lecito considerare, con Keplero, un pianeta per volta, ma occorre, in linea e u di principio, scrivere le equazioni di moto per tutti i corpi presenti nel sistema solare, tenendo conto della forza gravitazionale agente tra tutte le coppie, e risolvere il sistema di equazioni che ne risulta. In altre parole, se si considerano N corpi si ha un sistema di 3N equazioni dierenziali del secondo ordine, in ciascuna delle quali lespressione della forza contiene N 1 termini distinti. Ad esempio, Newton avrebbe dovuto scegliere almeno N = 8 (sole, terra, luna e i cinque pianeti allora conosciuti); questo, naturalmente, trascurando i satelliti di Giove e le comete, assumendo che nullaltro si trovi nel sistema solare, e che le stelle non abbiano alcuna inuenza sul moto planetario. Inoltre occorre anche ammettere che i pianeti si possano considerare come punti materiali, o almeno, come Newton si preoccup` di dimostrare, che si possano rappresentare i pianeti come sfere o perfette e perfettamente rigide.

2.2

La mela e la luna

Una prima verica della legge di gravitazione, portata a termine dallo stesso Newton, si ha risolvendo quello che viene talvolta chiamato il problema della mela di Newton: mostrare che laccelerazione di gravit` alla supercie della terra e laccelerazione a centripeta della luna sono eettivamente proporzionali agli inversi dei quadrati delle distanze dal centro della terra. A tal ne, denotando con a laccelerazione centripeta della Luna, il raggio dellorbita lunare, g laccelerazione di gravit` alla supercie a della Terra e R il raggio della terra ed accettando la legge di gravitazione avremmo a= , 2 g= , R2

dove ` una costante che dipende dalla Terra. Il valore di non era noto a Newton, e ma risulta irrilevante per il nostro calcolo in quanto ci basta vericare che valga 2 g 2 . a R Svolgiamo il calcolo assumendo che la luna si muova su unorbita circolare attorno alla terra, e facendo uso dei dati astronomici a noi noti; adottiamo il sistema di misura MKS (metrokilogrammosecondo). = 3.844 108 m T = 2.361 106 s raggio dellorbita lunare; periodo sidereo della Luna; accelerazione di gravit`; a raggio della Terra.

g = 9.803 m/s2 R = 6.378 106 m a = 2 =

Il calcolo dellaccelerazione radiale della Luna ci d` a 4 2 = 2.722 103 m/s2 , T2

38

Capitolo 2

dove ` la velocit` angolare della Luna sulla sua orbita.3 Calcoliamo poi e a 2 g = 3.601 103 , = 3.632 103 , 2 a R sicch le due quantit` dieriscono di meno di 1 , una dierenza ben giusticata e a / dalle nostre approssimazioni.4

2.3

Il problema dei due corpi

L estensione pi` immediata del modello Kepleriano (moto di un singolo pianeta rispetu to al sole) ` senz altro costituita dal problema dei due corpi: due punti materiali di e massa m1 , m2 si muovono nello spazio sotto lazione di forze mutue di attrazione o repulsione soddisfacenti il principio di azione e reazione, agenti lungo la retta congiungente i due punti e dipendenti dalla sola distanza. In un sistema di riferimento cartesiano sso le equazioni di Newton si scrivono (2.5) m1 x1 = F(x1 , x2 ) m2 x2 = F(x1 , x2 ) ,

dove F ` la forza che il punto m2 esercita su m1 . La forza si potr` inoltre scrivere e a nella forma x1 x2 (2.6) F = f (r) r dove r = |x1 x2 | ` la distanza tra i due punti e f (r) ` lintensit`, negativa in caso di e e a forza attrattiva e positiva in caso di forza repulsiva. Questa forma tiene conto di tutte le ipotesi sulle forze specicate nellenunciato del problema. ` E ben noto che (sotto modiche condizioni di regolarit` della funzione f (r), cera tamente soddisfatte nel caso Kepleriano) la forza (2.6) ammette potenziale, sicch si e dV potr` scrivere F = grad V , o, in modo equivalente, f = dr , dove V = V (r) ` una a e funzione della distanza. ` E conveniente introdurre una trasformazione di coordinate m1 x1 + m2 x2 X= m1 + m2 (2.7) r = x2 x1 ,
3

` E utile una precisazione sul periodo lunare. Si deve distinguere il periodo sidereo di 27 giorni, 7 ore e 43 minuti, necessario perch la Luna compia una rivoluzione completa e rispetto alle stelle sse, dal periodo sinodico di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 2.8 secondi, necessario per il completamento del ciclo delle fasi lunari. In questo calcolo si assume praticamente che la terra sia ferma rispetto al cielo delle stelle sse, e quindi si deve far uso del periodo sidereo, che nella tabella ` espresso in secondi. e I dati di cui si fa uso in questo calcolo sono quelli riportati nelle tabelle dei testi di astronomia. Nel calcolo svolto da Newton si assumeva che la distanza della luna fosse circa 60 volte il raggio terrestre, un valore non molto dissimile da /R 60.27 che risulterebbe dai nostri dati.

La gravitazione di Newton

39

dove X ` il baricentro del sistema, e r la posizione della massa m2 rispetto ad m1 . Si e ottengono cos` le equazioni (2.8) X=0 = grad V , r m1 m2 . m1 + m2

dove ` la massa ridotta, denita come e (2.9) Si conclude immediatamente che: i. il baricentro dei due corpi si muove di moto rettilineo uniforme ii. il moto della massa m2 rispetto a m1 ` lo stesso che si avrebbe se la massa m1 e +m fosse ssa e agisse su m2 con la forza derivata dallenergia potenziale m1m1 2 V (r). Si noti bene che nessuna delle due masse risulta privilegiata in questo schema: se un punto dello spazio deve essere privilegiato, questo ` il baricentro X. Del resto, la scelta e di r come coordinata pu` giusticarsi dicendo che si vuole descrivere direttamente il o moto di uno dei due corpi cos` come ` visto da un osservatore solidale con laltro corpo. e Se ci si vuole riferire al baricentro, basta osservare che le coordinate r = x1 X e 1 r = x2 X relative al baricentro sono 2 (2.10) r = 1 r, m1 r = 2 r, m2 =

sicch il movimento visto da un osservatore solidale con il baricentro `, a parte un e e fattore di scala, lo stesso visto da un osservatore solidale con una qualunque delle due masse.

2.4

Il problema del moto centrale: risultati generali

Le conclusioni del paragrafo 2.3 riconducono lo studio del problema dei due corpi a quello ben noto del moto centrale: un punto materiale P si muove nello spazio sotto l azione di una forza che ` sempre diretta come la congiungente il punto P con un e centro sso O.5 La sola dierenza rilevante ` che la massa del punto P deve essere e sostituita con la massa ridotta del sistema dei due corpi.
5

Si noti che non ` richiesto che F dipenda solo dalla distanza r = |x|; questa ipotesi verr` e a usata pi` avanti. Una tale generalizzazione pu` apparire innaturale, ma ha almeno due u o buone giusticazioni. La prima giusticazione ` che lintroduzione di una dipendenza e della forza dallorientamento diventa inevitabile quando si considerano corpi estesi e non dotati di simmetria sferica, sicch il considerare il problema generale non ` frutto e e di pura curiosit` intellettuale. Resta in ogni caso interessante, ed ` questa la seconda a e giusticazione, indagare quanto generali siano le leggi di Keplero, e quindi quali siano le minime ipotesi richieste per assicurarne la validit`. a

40

Capitolo 2

2.4.1 Conservazione del momento angolare, o legge delle aree Se si prende il centro O come origine di un riferimento cartesiano si ha lequazione (2.11) (2.12) = F(x) x xF=0 . con una forza F(x) diretta come x, ossia soddisfacente la condizione Vale la seguente proposizione, detta anche legge delle aree. Proposizione 2.3: Sotto lipotesi (2.12) che il campo di forze sia di tipo centrale, lequazione di Newton (2.11) ammette lintegrale primo Dimostrazione. Basta derivare rispetto al tempo: M = x = x F , x M = x x .

e quest ultima espressione si annulla perch F e x sono paralleli. e Q.E.D. Corollario 2.4: L orbita di un pianeta in un campo di forze centrali ` piana, e e obbedisce alla seconda legge di Keplero (la velocit` areolare rispetto al centro O ` a e costante). Dimostrazione. Che lorbita sia piana segue dalla costanza della direzione del mo mento angolare: per denizione di prodotto vettore, x e x giacciono ad ogni istante t nel piano passante per O e perpendicolare al vettore costante M; se M = 0, si verica subito che il moto ` rettilineo, e quindi a maggior ragione piano. La costanza e della velocit` areolare segue dal fatto che il modulo |M| ` costante: per denizione a e di prodotto vettore, il modulo |x xdt| ` larea del parallelogramma di lati x e xdt; e questa a sua volta ` il doppio dellarea dA descritta dal vettore x nel tempo dt. Si ha e dunque (2.13) e e segue che A ` costante. 2.4.2 Equazione dellorbita Stabilito che il moto ` piano, ` conveniente scegliere il riferimento cartesiano in modo e e che lasse z sia orientato come M, sicch il moto avviene nel piano x, y; questo consente e ` di ridurre il sistema (2.11) dal sesto al quarto ordine. E poi conveniente passare nel piano x, y a coordinate polari r, , mediante la consueta trasformazione x = r cos , y = r sin . Se si denota con f la componente radiale della forza, la sola non nulla, il sistema (2.11) si riduce a (2.14) ( r 2 ) = f r d (r 2 ) = 0 . dt |M| , A= 2 Q.E.D.

La gravitazione di Newton

41

A questo sistema si arriva facilmente usando le espressioni (2.1) dellaccelerazione in coordinate polari. Si ricordi che f dipender`, in generale, da r e . a La seconda delle (2.14) ` ormai ben nota, perch esprime ancora la conservazione e e 2 del momento angolare: basta vericare che r altro non ` che la componente del moe mento angolare lungo lasse z, ossia la sola componente che non si annulli. Denotando con L tale componente, si avr` dunque lintegrale primo del sistema (2.14) a (2.15) r 2 = L .

Tornando ora al sistema (2.14), il metodo tradizionale consiste nellintrodurre una variabile ausiliaria w = 1/r, e nel ricavare un sistema di due equazioni; la prima di esse, ove risolta, fornisce lorbita nella forma w = w(), mentre la seconda d` il a movimento nella forma = (t). Precisamente, si ha la Proposizione 2.5: (2.16) (2.17) Posto w = 1/r, il sistema (2.14) ` equivalente al sistema e d2 w f +w = 2 2 d2 L w L = w2 .

Dimostrazione. La seconda equazione si ottiene in modo evidente, quindi basta ricavare la prima. A tal ne, si ricerchi lequazione dellorbita nella forma r = r(); allora laccelerazione pu` scriversi mediante la formula di Binet (2.3), e questa sugo gerisce di introdurre la variabile w = 1/r; per ricavare la (2.16) occorre solo sostituire la costante C che compare nella formula di Binet con L/(2), come si vede confrontando la (2.15) con lespressione (2.2) della velocit` areolare. a Q.E.D. Se si riesce a integrare la (2.16), si pu` sostituire lespressione w() cos` ottenuta o nella (2.17); si ottiene cos` un equazione a variabili separabili, in linea di principio integrabile. Il vero problema resta dunque lintegrazione dellequazione dellorbita. ` E utile fare un breve cenno al problema delle condizioni iniziali. Si supponga di aver assegnato i dati r0 , r0 , 0 e 0 corrispondenti allistante iniziale t0 ; da questi si devono determinare la costante L ed i valori di w(0 ) e dw (0 ), diciamo w0 e v0 . Si d trova facilmente (2.18)
2 L = r0 0 ,

w0 =

1 , r0

v0 =

r0 ; L

qui, solo la terza formula pu` sollevare qualche dubbio, ma basta calcolare o r= L dr L dw dr = 2 = d r d d

(questo del resto altro non ` che il calcolo gi` svolto per ricavare la formula di Binet). e a Dunque, una volta calcolato L, si dovr` risolvere la (2.16) con le condizioni iniziali a w(0 ) = w0 , dw (0 ) = v0 , d

42

Capitolo 2

e poi la (2.17) con la condizione iniziale (t0 ) = 0 . 2.4.3 Il caso di forze a simmetria radiale Il caso generale pi` interessante in cui lintegrazione dellequazione dellorbita risulta u possibile ` quello di una forza f che dipende solo dalla distanza r. Introducendo la e variabile ausiliaria v = dw , la (2.16) diventa equivalente al sistema d dw =v d dv = w 2 2 f d L w

(2.19)

1 w

eliminando poi d tra queste due equazioni si trova vdv = w + L2 w 2 f 1 w dw .

Se ora si indica con V (r) lenergia potenziale della forza f , ossia se ` soddisfatta la e relazione f = dV , si pu` subito integrare lultima equazione, e ottenere un integrale o dr primo del sistema (2.19); si ha precisamente (2.20) 1 2 1 2 v + w + 2V 2 2 L 1 w =C ,

dove C ` una costante di integrazione. Questa ` a sua volta un equazione a variabili e e separabili, che, ssati i dati iniziali 0 , w0 , d` a
w

(2.21)

0 =

d 2C 2
2 V L2 1

w0

Occorre dunque una prima quadratura per ottenere come funzione di w; occorre poi invertire la relazione cos` ottenuta e sostituirla nella (2.17); inne si deve eseguire una seconda quadratura per determinare (t). Si ` cos` dimostrata la e Proposizione 2.6: Il problema del moto centrale con forza dipendente dalla sola distanza ` integrabile per quadrature. e
Un procedimento equivalente, che evita lintroduzione della variabile w, ` il seguente. Si e parte direttamente dal sistema (2.14), e si mostra che esso ammette gli integrali primi r 2 = L (2.22) 1 r 2 + r 2 2 + V (r) = E , 2

dove L ed E sono costanti di integrazione, e V (r) ` lenergia potenziale. A questo si giunge in e modo naturale se si fa uso del teorema di conservazione dellenergia, che d` immediatamente a

La gravitazione di Newton

43

la seconda delle (2.22). Ricavando poi dalla prima equazione, e sostituendo nella seconda si ottiene (2.23) 1 2 L2 r + + V (r) = E . 2 2r 2

Questa espressione coincide formalmente con quella dellenergia totale di un punto in moto su una retta soggetto allenergia potenziale ecace (2.24) da qui si ricava t t0 = 2 V (r) = L2 + V (r) ; 2r 2
r r0

d E V ()

sicch la (2.23) ` ridotta alle quadrature; inne, invertendo per ottenere r(t) e sostituendo e e nella prima delle (2.22) si riduce lintero problema alle quadrature. Se poi si vuole ricavare direttamente lequazione dellorbita nella forma r = r(), basta eliminare il tempo t tra la prima delle (2.22) e la (2.23); si ottiene cos` (2.25) dr r2 = d L 2 [E V (r)] ;

questa equazione sostituisce la (2.16). ` E immediato osservare che i due procedimenti sono molto simili. Il primo d` un equazione a pi` elegante per lorbita; inoltre il calcolo dellorbita nel caso Kepleriano viene considerevolu mente semplicato. Il secondo procedimento ` pi` naturale per chi abbia familiarit` con i e u a metodi generali della meccanica. Al lettore la scelta.

2.5

Il moto centrale: studio qualitativo

Prima di passare al calcolo esplicito dellorbita, ` interessante soermarsi sulle infore mazioni di carattere qualitativo che si possono dedurre dallequazione (2.16). Si osservi anzitutto che essa, se si attribuisce a la funzione di tempo, altro non ` che lequazione e f e di un punto materiale su una retta soggetto alla forza w L2 w2 . Questo ` giusticato dalla (2.15), che assicura che (t) ` funzione monot`na del tempo. Conviene allora far e o uso dellintegrale primo (2.20), riscrivendolo nella forma (2.26) 1 2 v + V (w) = C ; 2

qui il termine v 2 /2 svolge il ruolo di energia cinetica, e V (w) quello di energia potenziale, essendo (2.27) V (w) = 1 2 w + 2V 2 L 1 w .

Il punto potr` raggiungere solo le posizioni w soddisfacenti la condizione a (2.28) V (w) C ;

44

Capitolo 2

Figura 2.1. Andamento qualitativo della soluzione dellequazione dellorbita in prossimit` di un minimo di V (w): la soluzione oscilla periodicamente a nellintervallo wmin w wmax . questo ` gi` suciente per ottenere interessanti informazioni qualitative sul compore a tamento dellorbita. Il resto di questo paragrafo ` dedicato a questa discussione. e 2.5.1 Stati legati ` E particolarmente interessante il caso in cui V (w) abbia un minimo; in tal caso esister` a un intervallo di valori di C per cui la (2.28) determina un intervallo [wmin , wmax ] entro il quale la funzione w() non pu` che oscillare (gura 2.1). Se si ricorda che w = 1/r, e o se lintervallo [wmin , wmax ] giace sulla semiretta w > 0, segue che la distanza r soddisfa sempre rmin r() rmax , con rmin = 1/wmax e rmax = 1/wmin ; si parler` in questo a e caso di stato legato. In particolare, se w ` il punto di minimo di V (w), e si denota Cmin = V (w), si ha che w() = w ` una soluzione di equilibrio della (2.16); lo stesso e accade ovviamente per tutti quei punti (non necessariamente di minimo) ove si annulla la derivata prima di V (w). ` E naturale chiedersi, a questo punto, quale sia la forma dellorbita nel piano r, . La soluzione di equilibrio si interpreta facilmente: l orbita ` circolare, essendo e r() = 1/w, e viene percorsa con moto uniforme, ossia (t) = 0 + Lw2 t/, come si ricava subito dalla (2.17). Per C Cmin > 0 e sucientemente piccolo il moto si svolge entro una corona circolare rmin r() rmax (gura 2.2). Si osservi bene che r() ` certamente una funzione periodica, ma non ` detto che lorbita sia a sua volta e e

La gravitazione di Newton

45

Figura 2.2. Rappresentazione della soluzione dell equazione dell orbita nel piano r, , nel caso di uno stato legato. L angolo ` il periodo della soluzione e r(). una funzione periodica, n che abbia una forma semplice: la quantit` rilevante qui ` il e a e periodo della funzione w(), o, equivalentemente, langolo che intercorre tra due perielii consecutivi: l orbita si chiude se e solo se /(2) ` un numero razionale. Se e si considera levoluzione nel tempo, si potranno identicare in generale due periodi: il primo, Tr , ` il tempo necessario per percorrere langolo , o il tempo che intere corre tra due perielii consecutivi; il secondo, T , ` il tempo medio necessario perch e e ` si incrementi di 2. E immediato osservare che sar` Tr /T = /(2).6 Su questi a problemi si torner` in seguito; qui basti osservare che il calcolo di pu` eettuarsi a o 7 integrando la (2.26) sullintervallo [wmin , wmax ], ossia calcolando
wmax

(2.29)

= 2
wmin dw d ,

dw 2 [C V (w)]

(si tenga conto del fatto che v = 2.5.2 Stati d urto

e che la (2.26) ` quadratica in v). e

La discussione qualitativa ` meno semplice se lintervallo [wmin , wmax ] contiene e lorigine, o si estende no allinnito.
6

Nella descrizione Kepleriana non si trova traccia di questi due periodi, ma ci` ` dovuto oe al fatto eccezionale che Tr = T . Si noti che questo ` il procedimento che solitamente si segue per calcolare il periodo e di oscillazione intorno ad una soluzione di equilibrio; ci` ` dovuto proprio al fatto di o e considerare come tempo.

46

Capitolo 2

Il caso di un intervallo che contiene lorigine si verica quando la forza f (r) diventa repulsiva o si annulla per r . In questo caso la funzione w() si pu` ancora o ricavare come nel caso precedente, e si tratta ancora di una funzione periodica in , ma subisce due cambiamenti di segno nel corso di un oscillazione, e si deve tener conto ` del fatto che il raggio r diventa innito allannullarsi di w(). E facile vedere che si pu` determinare un intervallo [0 , 1 ] tale che w(0 ) = w(1 ) = 0 e w() > 0 per o 0 < < 1 (gura 2.3). Se si impone lovvia condizione che sia r > 0, si devono considerare come signicativi i soli valori w() soddisfacenti 0 < w() wmax , il che equivale a considerare il solo intervallo (0 , 1 ). Nel piano r, si ha che la distanza r diventa innita agli estremi dellintervallo, dove lorbita diventa asintotica a due semirette di direzioni 0 , 1 , e che il punto non pu` avvicinarsi al centro ad una o distanza inferiore a rmin = 1/wmax . Si parla in questo caso di stato d urto, e langolo = 1 0 viene detto angolo di scattering. Per quanto riguarda il comportamento allinnito, si pu` osservare che dalle equao zioni (2.16) e (2.17) si ha dw L w= = vw2 ; d facendo uso anche dellintegrale primo (2.26) e di r = 1/w si ottiene r= L w = 2 w 2 C V 1 r

(il segno dipende dal dato iniziale); pertanto al tendere di r allinnito il movimento tende a diventare rettilineo uniforme, con velocit` 2[C V (0)] (si osservi che la a si annulla in virt` della (2.17), poich w 0). velocit` angolare a u e Gli intervalli in cui w() diventa negativa non sono da considerarsi signicativi, per il potenziale in esame. A questi si pu` attribuire un signicato cambiando segno a o r, ossia considerando un energia potenziale V (r) = V(r), per la quale si ha la stessa descrizione qualitativa. 2.5.3 Caduta sul centro Un altra possibilit` ` che lintervallo [wmin , wmax ] si estenda no allinnito; ci` pu` ae o o vericarsi nel caso di un campo di forze attrattivo la cui intensit` per r 0 cresca a abbastanza rapidamente, s` da superare la forza centrifuga. Per semplicit`, si supponga a che la condizione (2.28) sia soddisfatta per w wmin > 0; allora si ha necessariamente w() + sia per che per +. Questo corrisponde ad un orbita che pu` ben partire arbitrariamente vicino al centro ed allontanarsene no ad una distanza o rmax = 1/wmin , ma poi ricade inevitabilmente sul centro. Contemporaneamente, la (2.17) dice che per w si ha (il segno dipende da L, ossia dal dato iniziale); dunque il moto in prossimit` del centro ` una spirale che viene percorsa a a e velocit` angolare crescente oltre ogni limite. a ` spontaneo chiedersi quanto tempo richieda la caduta. Per rispondere a questa E domanda si deve stimare landamento della funzione w(t) per w grandi. Facendo uso

La gravitazione di Newton

47

Figura 2.3. Andamento qualitativo di V (w), w() e r() quando lintervallo


[wmin , wmax ] contiene lorigine. Gli zeri di w() corrispondono agli asintoti di r().

ancora delle equazioni (2.16) e (2.17), nonch dellintegrale primo (2.26), si ricava e subito (2.30) w= Lw2 2 [C V (w)] .

Il caso pi` semplice si ha quando C V (w) tende ad un limite nito e non nullo u per w +. Allora per w sucientemente grande si pu` approssimare la (2.30) con o lequazione w = w2 ,

48

Capitolo 2

dove = 0 ` una costante; i casi > 0 e < 0 corrispondono rispettivamente ad una e caduta e ad un uscita dal centro. La soluzione corrispondente alla condizione iniziale w(t0 ) = w0 ` e w0 w(t) = . 1 w0 (t t0 ) Si vede che la soluzione ha un polo per t = t0 + 1/(w0 ); dunque la caduta avviene in un tempo nito. La descrizione qualitativa diventa pi` complessa se C V (w) 0 per w +; u in questo caso diventa rilevante considerare il comportamento allinnito del membro di destra della (2.30). Come esempio signicativo, si consideri il caso in cui per w sucientemente grande si abbia C V (w) k , w2 0.

Questo caso si verica, ad esempio, se il potenziale V (r) ha la forma V (r) = k + r 2 , 2 r

con una scelta opportuna delle costanti L e C, ossia dei dati iniziali. Allora lequazione (2.30) pu` approssimarsi con o w = w2 , con una costante opportuna = 0. La soluzione corrispondente alla condizione iniziale w(t0 ) = w0 ` e w(t) = [w0 + ( 1)(t t0 )] w(t) = w0 exp [(t t0 )]
1/(1)

per = 1 , per = 1 .

Se ne deduce che il tempo di caduta resta nito per < 1, e diventa innito per 1. 2.5.4 Orbite asintotiche a orbite circolari Come ultimo caso si consideri la possibilit` che il potenziale V (w) abbia un massimo, a e diciamo in w = w. Anche in questo caso w() = w ` una soluzione dellequazione dellorbita, corrispondente a C = C = V (w); nel piano r, questa soluzione ` ancora e = Lw2 /. A un orbita circolare che viene percorsa con velocit` angolare uniforme a dierenza del caso del minimo per` quest orbita ` instabile. Per C < C la condizione o e (2.28) esclude il punto w, e dunque le orbite corrispondenti non incrociano quella circolare; per C > C invece il punto w risulta interno allintervallo determinato dalla (2.28), ma, a parte il fatto che |v| ha un minimo in corrispondenza a questo punto, non ha particolare rilevanza per la dinamica. e u Il comportamento delle orbite per C = C ` pi` interessante. Per quanto riguarda il comportamento locale, ` noto che orbite w() con dato iniziale in un intorno di w e sono asintotiche a w o per t o per t +. Nel piano r, si hanno orbite

La gravitazione di Newton

49

asintotiche a quella circolare instabile, percorse con velocit` angolare che tende a a diventare uniforme per t o per t +.8 Lo studio del comportamento globale di queste orbite si svolge tenendo conto dei risultati discussi nei paragra precedenti. L informazione rilevante ` contenuta ancora e nella condizione (2.28). Ad esempio, se tale condizione ` vericata su un intervallo e w w wmax con wmax nito, e se V (w) < C su tutto lintervallo aperto, allora lorbita che tende asintoticamente a w per potr` ben allontanarsi no a a wmax , ma poi torner` a cadere asintoticamente su w per + . Se allinterno a dellintervallo [w, wmax ] esiste un altro punto, diciamo w, tale che V (w) = C (e dunque anch esso un massimo), allora esistono sia orbite asintotiche a w per ed a w per + che orbite asintotiche a w per ed a w per +. Inne, se la (2.28) ` soddisfatta su tutto lintervallo w w, con V (w) < C per e w > w, allora si hanno orbite asintotiche a w, e che cadono sul centro, oppure ne escono, come descritto nel paragrafo 2.5.3. La discussione relativa allintervallo w < w ` sostanzialmente la stessa, salvo sostituire la caduta sul centro con la fuga allinnito, e ed ` lasciata al lettore. e
Anche questa analisi qualitativa pu` svolgersi utilizzando direttamente la variabile r, o anzich introdurre w. Invece della funzione V (w) si deve allora considerare il potenziale e ecace V (r), e la (2.20) deve essere sostituita dalla (2.23). Si noti che questo corrisponde a reintrodurre il tempo t, e non , come variabile indipendente. La condizione (2.28) viene sostituita a sua volta da V (r) E ,

e questa determina lintervallo [rmin , rmax ] (che pu` ancora estendersi allinnito in caso di o stato d urto o comprendere lorigine in caso di caduta sul centro). La costante C viene sostituita dallenergia E; la relazione tra queste due costanti, ambedue determinate dai dati iniziali, si ricava confrontando la (2.23) con la (2.26); si ottiene (2.31) C = 2E . L La discussione qualitativa prosegue, a questo punto, in completa analogia con quella svolta nei paragra precedenti: basta riferirsi costantemente ad r anzich a w. e

2.6

Il moto centrale: calcolo dellorbita in casi particolarmente semplici ed interessanti

In generale, il calcolo esplicito dellorbita non ` agevole. Si conoscono tuttavia tre casi e in cui si arriva ad una soluzione esplicita in termini di funzioni trigonometriche, e dunque con metodi semplici: il caso del potenziale armonico, quello del potenziale kepleriano, e quello del potenziale inversamente proporzionale al quadrato della distanza dal centro.
8

La dinamica di queste orbite diventa pi` facilmente comprensibile se si fa uso della u rappresentazione sul piano di fase: si tratta semplicemente delle separatrici che si formano in prossimit` di un punto di equilibrio iperbolico. Questo metodo verr` illustrato a a brevemente pi` avanti, nel capitolo sui sistemi Hamiltoniani. u

50

Capitolo 2

k/(2L2 w2 ). Il minimo ` in w = e Cmin = V (w) = k/L.

Figura 2.4. Il caso della forza attrattiva armonica, V (w) = w2 /2 +


k/L2
1/4

, e corrispondentemente si ha

2.6.1 Il potenziale armonico Come esempio particolarmente semplice, si consideri il caso di una forza attrattiva armonica: f (r) = kr, ovvero V (r) = kr 2 /2; si ha dunque (2.32) V (w) = k 1 2 w + . 2 2L2 w2

L andamento qualitativo di V (w) ` rappresentato in gura 2.4: il minimo ` nel punto e e 2 1/4 w = k/L , ed ivi ` Cmin = V (w) = k/L; per C = Cmin lorbita ` circolare, e e mentre per C > Cmin si ha landamento oscillante nellintervallo wmin w() wmax , con (2.33) wmin = C C2 k , L2 wmax = C+ C2 k . L2

L equazione dellorbita (2.21) diventa in questo caso


w

0 =

d 2C 2
k L2 2

w0

ed il calcolo dellangolo secondo la formula generale (2.29) richiede di valutare questo stesso integrale tra gli estremi wmin e wmax . Per il calcolo dellintegrale si eettua la sostituzione 2 = , e ci si riconduce a 1 2 d 2C 2
k L2

1 2

d C2
k L2

, ( C)
2

La gravitazione di Newton

51

Figura 2.5. Orbita nel piano r, nel caso della forza attrattiva armonica. Si
tratta di un ellisse con centro nel centro delle forze.

e con lulteriore sostituzione C = C 2 k cos quest ultimo integrale d` sema L2 plicemente /2. Scegliendo ora il dato iniziale w0 = wmax (ovvero scegliendo opportunamente 0 ) si ottiene 0 = o ancora, sostituendo w = 1/r, (2.34) 1 =C+ r2 C2 k cos 2( 0 ) . L2 1 arccos 2 w2 C C2
k L2

Per k > 0 questa ` lequazione di un ellisse con centro nellorigine (gura 2.5). Il e calcolo di `, a questo punto, superuo, essendo palesemente = . e 2.6.2 Il potenziale inversamente proporzionale al quadrato della distanza Un secondo esempio, che ben si presta ad illustrare il caso di stati non legati, ` e costituito dalla forza attrattiva inversamente proporzionale al cubo della distanza: f (r) = k/r 3 , ovvero V (r) = k/(2r 2 ). Si ha dunque (2.35) V (w) = 1 2 1 k L2 w2 .

L esame delle curve V (w) rivela immediatamente che pu` vericarsi una delle situao zioni che seguono, illustrate in gura 2.6. a. Per k/L2 < 1 si ha uno stato d urto: il punto pu` avvicinarsi ad una distanza o minima rmin dal centro, ma poi viene respinto allinnito.

52

Capitolo 2

k/(2r 2 ). Caso a: k/L2 < 1; stato d urto con r rmax = 1/wmax . Caso b: k/L2 = 1; movimento su tutta la semiretta r > 0. Caso c: k/L2 > 1; moto sullintervallo 0 < r rmax = 1/wmin , con caduta sul centro, per C < 0, e moto su tutta la semiretta per C 0.

Figura 2.6. Andamento qualitativo di V (w) per il potenziale V (r) =

b. Per k/L2 = 1 il punto pu` percorrere tutta la semiretta r > 0, sia andandosene o allinnito, sia cadendo sul centro; ci` dipende dal segno della velocit` radiale o a iniziale. Fa eccezione il caso C = 0, che viene discusso qui sotto. c. Per k/L2 > 1 occorre distinguere due sottocasi. Se C < 0 il moto ` connato in e 0 < r rmax , con un valore opportuno di rmax , ed in ogni caso il punto precipita sul centro in un tempo nito. Se invece C 0 il moto ` ancora possibile su tutta e la semiretta r > 0, come nel caso b. Per il calcolo esplicito dellorbita conviene senz altro far uso direttamente dellequazione (2.16), che qui diventa (2.36) k d2 w + 1 2 2 d L w=0.

Si hanno dunque le situazioni seguenti, illustrate in gura 2.7. a. Per k/L2 < 1 la soluzione della (2.36) ` e w() = A cos 1 k ( 0 ) L2 ,

con A, 0 costanti di integrazione. L angolo di scattering ` = / 1 k/L2 . e 2 b. Per k/L = 1 la soluzione della (2.36) ` e w() = A + B , con A e B costanti di integrazione; la semiretta r > 0 viene percorsa con un moto a spirale in vicinanza del centro e con un orbita asintotica ad una retta per grandi distanze. Per esaminare il caso C = 0 occorre osservare che le condizioni iniziali

La gravitazione di Newton

53

Figura 2.7. Orbite nel piano r, nel caso del potenziale V (r) = k/(2r 2 ). I casi
a, b e c corrispondono a quelli gi` illustrati nella gura 2.6. Nel caso a il punto a pu` provenire dallinnito, e percorre un orbita a spirale attorno al centro no o a raggiungere il pericentro; poi si allontana percorrendo un orbita simmetrica a quella di arrivo. Nel caso b il punto pu` provenire dallinnito, e cade sul centro o percorrendo un orbita a spirale; la stessa orbita viene percorsa a ritroso se si inverte la velocit`. Nel caso c, per C < 0, il punto pu` percorrere un orbita a spia o rale che si allontana dal centro no a raggiungere la massima distanza consentita dalla sua energia, poi ricade sul centro sempre seguendo un orbita a spirale.

w(0) = w0 e dw (0 ) = v0 danno immediatamente B = w0 e A = v0 = 2C. d Quindi per C = 0 si ha la soluzione w() = w0 , ed esistono solo orbite circolari con raggio arbitrario. c. Per k/L2 > 1 la soluzione della (2.36) si scrive w() = A exp() + B exp() ,

54 con

Capitolo 2

k 1 , L2
dw d (0 )

e A, B costanti di integrazione. Le condizioni iniziali w(0) = w0 e danno v0 exp(0 ) w0 + 2 exp(0 ) v0 B= w0 . 2 A=

= v0

Occorre ora distinguere tre sottocasi. Per C < 0 si ha |v0 | < w0 , sicch A e B e sono ambedue positivi; la soluzione descrive uno stato d urto (gura 2.7a). Per C > 0 si ha invece |v0 | > w0 , sicch A e B risultano avere segno opposto; si ha e dunque un orbita che proviene dallinnito e cade sul centro, o viceversa. Inne, il caso C = 0 separa i due casi precedenti: si ha |v0 | = w0 , sicch una delle due e costanti A e B si annulla; anche qui lorbita pu` percorrere tutto lasse w, ma la o velocit` si annulla allinnito. a 2.6.3 Il caso Kepleriano Il caso di maggiore interesse per la meccanica celeste, alla luce di quanto gi` esposto, a 2 ` quello della forza gravitazionale, f (r) = k/r , ovvero V (r) = k/r; per k < 0 si e ha il caso di una forza repulsiva, che non ` di interesse immediato per la meccanica e celeste, ma si presenta nello studio del moto di particelle cariche.9 La discussione pu` o tuttavia limitarsi al solo caso k > 0: se si osserva che V (r) = V (r), e si ricordano le osservazioni del paragrafo 2.5, si vede che eventuali soluzioni dellequazione dellorbita con valori negativi di w descrivono proprio il caso repulsivo. Si ha qui (2.37) V (w) = 1 2 k w 2w ; 2 L

questa ` una parabola passante per lorigine (gura 2.8). Il punto di minimo w ed il e valore minimo Cmin di V si hanno per (2.38)
9

w=

k , L2

Cmin =

k 2 2 2L4

Lesempio classico ` la traiettoria di una particella con carica positiva che viene ine dirizzata verso un nucleo di massa sensibilmente superiore. Il problema si studia tenendo conto della legge di Coulomb per le forze elettriche, che dipende dallinverso del quadrato della distanza come nel caso gravitazionale, ma diventa repulsiva se le cariche hanno egual segno. Il celebre esperimento di Rutherford del 1911 consisteva appunto nellosservare le traiettorie di raggi (di fatto nuclei di elio) che attraversavano una lamina doro[85][86] . Il risultato fu la conferma della validit` del modello planea tario dellatomo: un piccolissimo nucleo con carica positiva attorno al quale ruotano gli elettroni.

La gravitazione di Newton

55

Figura 2.8. Il graco della funzione V (w) nel caso Kepleriano. Per C > Cmin la soluzione w() dellequazione dellorbita oscilla periodicamente nellintervallo wmin w wmax , con (2.39) wmin = w k 2 2 + 2C , L4 wmax = w + k 2 2 + 2C L4

Per determinare lorbita conviene riferirsi senz altro allequazione (2.16), che in questo caso si scrive (2.40) la soluzione ` e (2.41) w() = w + A cos ( 0 ) , d2 w k +w = 2 ; 2 d L

(si noti che il radicando ` sempre positivo). Si vede subito che al variare di C si e dovranno distinguere tre casi. a. Per C < 0 si ha 0 < wmin < wmax , quindi si hanno solo stati legati. b. Per C = 0 si ha 0 = wmin < wmax , quindi si ha uno stato d urto. c. Per C > 0 si ha wmin < 0 < wmax , quindi si ha una coppia di stati d urto, uno corrispondente al caso attrattivo, 0 < w wmax , e laltro al caso repulsivo wmin w < 0.

e dove w ` il punto di minimo di V , dato dalla (2.38). Le costanti 0 e A devono essere determinate mediante i dati iniziali; in particolare, dalle (2.39) segue (2.42) A= k 2 2 + 2C . L4

56

Capitolo 2

b) parabola, e = 1; c) iperbole, e > 1. L angolo 0 determina la direzione del perielio.

Figura 2.9. Orbita nel piano r, per il caso Kepleriano. a) ellisse, 0 r < 1;

Ricordando che w = 1/r, la (2.41) pu` scriversi o (2.43) dove (2.44) p= L2 , k e= 1+ 2CL4 . k 2 2 r= p , 1 + e cos ( 0 )

L orbita ` dunque in ogni caso una conica con fuoco nel centro delle forze; restano da e discutere in maggior dettaglio i casi gi` illustrati sopra, rappresentati in gura 2.9. a a. Per Cmin C < 0 si ha 0 e < 1, quindi lorbita ` un ellisse (in particolare una e circonferenza per e = 0), in accordo con la prima legge di Keplero; questo vale per tutti gli stati legati. Il calcolo esplicito di ` superuo, perch ` evidentemente e ee = 2. b. Per C = 0 si ha e = 1; lorbita ` una parabola, e langolo di scattering coincide e col periodo di w(), ossia ` = 2. e

La gravitazione di Newton

57

Figura 2.10. L andamento del potenziale ecace V (r) nel caso Kepleriano. c. Per C > 0 si ha e > 1; lorbita ` un iperbole sia nel caso attrattivo che nel e caso repulsivo. Gli angoli di scattering + del caso attrattivo e del caso repulsivo soddisfano evidentemente la relazione + + = 2. La funzione w() si annulla per cos ( 0 ) = w/A; quindi si ha + = 2 arccos 1 e , = 2 arccos 1 . e

Nella letteratura questa discussione ` frequentemente riportata facendo riferimento die rettamente alla distanza r, secondo lo schema descritto alla ne dei paragra 2.4.3 e 2.5. In tal caso il potenziale ecace V (r) si scrive (2.45) V (r) = k L2 , 2 2r r

ed ha landamento rappresentato in gura 2.10. Il calcolo dellorbita si eettua risolvendo la (2.25), ossia calcolando L 0 = 2 si riottiene cos` lequazione (2.43), con (2.46) p= L2 , k e= 1+ 2EL2 . k2
r

d 2 E+
k

;
L2 22

58

Capitolo 2

A conclusione di questa analisi si pu` tornare a confrontare i risultati dedotti dalla o dinamica con le leggi di Keplero. La forma ellittica delle orbite col sole in un fuoco, stabilita dalla prima legge, risulta pienamente confermata dal modello dei due corpi. Si vede per` che, accanto o alle orbite ellittiche, viene messa in evidenza anche la possibilit` che esistano orbite a paraboliche e iperboliche, sconosciute a Keplero. Pi` delicato ` il confronto con la terza legge di Keplero. Si tratta qui di calcolare il u e 3 2 rapporto a /T , e controllare se dipende solo dal sole. Il periodo T si calcola mediante la velocit` areolare, e si ottiene T = 2ab/L; dove a e b sono i semiassi maggiore e a minore dellellisse. Facendo poi uso delle relazioni (1.2) tra gli elementi dellellisse, e del valore di p dato dalla (2.44) si calcola (2.47) k a3 = . 2 T 4 2

Se inne si ricorda che per la legge di gravitazione universale ` k = Kg m1 m2 , e che la e massa ridotta ` = m1 m2 /(m1 + m2 ), si ottiene e (2.48) a3 Kg (m1 + m2 ) = . T2 4 2 Si vede dunque che la terza legge di Keplero pu` considerarsi ben vericata solo se la o massa del pianeta ` trascurabile rispetto a quella del sole. e

2.7

Potenziali con orbite chiuse

Un problema interessante, risolto da Bertrand10 , consiste nel cercare potenziali caratterizzati dal fatto che tutte le orbite limitate sono chiuse;[9] questo studio fornisce anche loccasione per mettere in evidenza altri aspetti del problema del moto centrale. Un primo risultato si pu` ottenere applicando alla (2.26) il metodo di approssio mazione delle piccole oscillazioni in prossimit` di un punto di equilibrio stabile. A a tal ne, basta che la funzione V (w) abbia un punto di minimo, diciamo in w; a tale punto corrisponder` nel piano r, un orbita circolare di raggio r = 1/w, percorsa a con velocit` uniforme. Se si considera L ssato e C Cmin si avr` un orbita limitata a a prossima ad una circonferenza, per la quale ha senso denire langolo tra due pericentri consecutivi. Ha quindi senso denire circ come il limite di per orbite innitamente vicine a quella circolare. Si ha allora il seguente Lemma 2.7: Si consideri un campo di forze centrali con energia potenziale V (r), e sia V(w) = V (1/w); sia inoltre w() = w una soluzione di equilibrio dellequazione dellorbita (2.26), soddisfacente lulteriore condizione (2.49) 1 + 2 V (w) > 0 . L
10

La dimostrazione qui riportata ` suggerita in Arnold [6], cap. 2, 8. Una dimostrazione e tecnicamente diversa ` riportata in Tisserand [95], Vol. I, pp. 43-48. e

La gravitazione di Newton Allora si ha (2.50) circ = 2 1


wV (w) V (w)

59

Dimostrazione. Perch w sia soluzione di equilibrio stabile deve annullarsi la e derivata prima di V (w), ossia deve essere (2.51) w + 2 V (w) = 0 L e La (2.49) assicura che w ` un punto di minimo, e quindi per dati iniziali prossimi a w si hanno oscillazioni. Approssimando V (w), a meno di una costante inessenziale, con la parte quadratica dello sviluppo di V nellintorno di w, ossia con 1+ si ottiene circ = 1+ (w w)2 V (w) , L2 2 2
L2 V (w)

. Q.E.D.

La (2.50) si ottiene allora sostituendo il valore di L2 ricavato dalla (2.51)

Per quanto discusso sopra si vede che se esiste una soluzione di equilibrio stabile w, ne esiste anche una famiglia parametrizzata da L; in questo caso il lemma 2.7 consente di calcolare circ come funzione di w = w(L). Ci si pu` chiedere se esistano o dei campi di forza caratterizzati dal fatto che circ ` indipendente da w, ovvero da e L. A questa domanda risponde il Lemma 2.8: I soli campi di forze centrali per cui circ ` indipendente dal raggio e dellorbita circolare sono quelli con energia potenziale (2.52) k r , = 0 , > 2 , V (r) = k ln r , V (r) = 2 , 2+

dove k ` una costante positiva; inoltre in questi casi si ha e (2.53) circ =

dove il valore = 0 corrisponde al potenziale logaritmico. Dimostrazione. Dal lemma 2.7, imponendo che circ sia indipendente da w, si ottiene che V(w) deve soddisfare lequazione dierenziale V wV =>0, V

dove ` una costante, e lulteriore condizione V < 0, necessaria perch esista la e e soluzione dellequazione (2.51) per lequilibrio (si ricordi che w > 0). Integrando una prima volta si ottiene V (w) = w1 , con una costante arbitraria di integrazione ;

60

Capitolo 2

integrando una seconda volta, e ignorando la costante di integrazione (irrilevante per il movimento), si ottiene w2 per = 2 , 2 V(w)= ln w per = 2 , e si ha evidentemente circ = 2/ . La condizione su V impone poi che sia < 0, e le (2.52) e (2.53) si ottengono ponendo = 2 e k = . Q.E.D. V(w)=

Occorre ora prendere in considerazione le orbite limitate non circolari. Supponendo L ssato, si avr` in corrispondenza di w un valore Cmin = V (w), e per a Cmin < C < Cmax , con un Cmax opportuno, si avranno orbite limitate. Nei casi dei potenziali della forma (2.52) sar` Cmax = 0 per 2 < < 0, e Cmax = + per > 0 a e per il potenziale logaritmico. Per queste orbite si avr` un angolo dipendente, in a generale, da C. Vale a tal proposito il seguente Lemma 2.9: si ha (2.54)

Per i campi di forze centrali con energia potenziale della forma (2.52) lim =

C+

per > 0 e per il caso logaritmico, e (2.55) per 2 < < 0.


C0

lim =

2 2+

Dimostrazione. (2.29), ossia

In ambedue i casi si calcola mediante la formula generale


wmax

= 2
wmin

dw 2[C V (w)] dw

che si scrive in forma pi` esplicita u


wmax

(2.56)

= 2
wmin

2[C

1 2 w 2

V L2

1 w

. ]

Si eettua poi la sostituzione y = w/wmax , e si ottiene


1

(2.57)

= 2
ymin 2C 2 wmax

dy y2
2 2 L2 wmax V 1 ywmax

Nel caso > 0 del potenziale logaritmico si deve ricordare che ` e C= 1 2 wmax + 2 V 2 L 1 wmax ;

La gravitazione di Newton

61

si osserva poi che per C si ha wmax e wmin 0; il termine che contiene V quindi si annulla, e lintegrale tende a
1

= 2
0

dy 1 y2

= ,

e da qui segue la (2.54). Nel caso 2 < < 0 si sostituisce nella (2.56) lespressione esplicita V (r) = kr ; per C 0 si ha allora wmin 0, mentre wmax si deve calcolare annullando il radicando della (2.56) per C = 0, e si ottiene
2+ wmax =

2k . L2 2 , 2+ Q.E.D.

Sostituendo nella (2.57) si ricava allora11


1

= 2
0

dy y y 2

ossia la (2.55).

A conclusione di questa discussione si perviene alla formulazione del teorema di Bertrand Proposizione 2.10: I soli campi di forze centrali per cui tutte le orbite limitate siano chiuse sono quelli con potenziale armonico, V = kr 2 /2 e Kepleriano, V = k/r.

Dimostrazione. In generale , calcolato mediante la (2.29), dipende in modo continuo dalle costanti C e L, determinate a loro volta mediante i dati iniziali. Perch e tutte le orbite limitate siano chiuse occorre che langolo tra due perielii consecutivi sia in rapporto razionale con 2; per continuit`, questo implica che deve essere a indipendente sia da L che da C. Per il lemma 2.8, lindipendenza da L seleziona i soli potenziali della forma (2.52). Se ora si ssa L, lindipendenza da C richiede almeno che circ coincida con il limite di quando wmax +. Confrontando i risultati del lemma 2.9 con quelli del lemma 2.8 si hanno due casi. Scegliendo nella (2.52) > 0, oppure il potenziale logaritmico (corrispondente a = 0) si ha la condizione 2 = 2+

soddisfatta solo per = 2, ossia per il potenziale armonico, con = . Per 2 < < 0 si ha invece la condizione 2 2 = 2+ 2+ soddisfatta solo per = 1, ossia per il potenziale Kepleriano, con = 2. Restano quindi i soli condidati V (r) = kr 2 /2 e V (r) = k/r, per i quali occorrerebbe vericare che lorbita ` eettivamente chiusa per tutti i valori di L e C che danno orbite limitate. e Questo calcolo ` gi` stato svolto nel paragrafo 2.6.1 per il potenziale armonico e nel e a
11

Per il calcolo dellintegrale si eettua la sostituzione y(2+)/2 = sin , 0

. 2

62

Capitolo 2

paragrafo 2.6.3 per il caso Kepleriano, dove si ` visto che le orbite sono in ambedue i e casi ellittiche, e dunque chiuse. Q.E.D.

2.8

Il problema a molti corpi

Il problema dei due corpi, e la conseguente riduzione al problema del moto centrale, hanno n qui consentito di vericare la corrispondenza tra le previsioni della dinamica ` Newtoniana e le leggi fenomenologiche di Keplero. E ora tempo di eettuare un ulteriore allargamento, passando senz altro a discutere il problema di n punti materiali interagenti. 2.8.1 Equazioni e leggi di conservazione Nello scrivere le equazioni di moto di un sistema di n punti si dovr` tener conto a della interazione reciproca di tutti i punti. A tal ne si far` uso del principio di a sovrapposizione delle forze, ammettendo, con Newton, che la forza totale esercitata su un punto qualsiasi da tutti gli altri punti del sistema sia la somma vettoriale delle singole forze dovute a ciascuno degli altri punti. Come forza agente si dovr` considerare la forza gravitazionale; tuttavia, i primi a risultati possono dedursi per campi di forze pi` generali. Pi` precisamente, facendo u u riferimento ad un sistema di coordinate cartesiane solidali con le stelle sse, e denotando con xj , (1 j n) le coordinate dei punti, con Fjk la forza che il punto xk esercita sul punto xj , e con | | la distanza euclidea in R3 si supporr` che valgano le a seguenti ipotesi12 (forze di tipo classico): i. principio di azione e reazione: (2.58) ii. principio delle forze centrali: (2.59) (xj xk ) Fjk = 0 ; Fjk + Fkj = 0 ;

iii. principio di invarianza per rotazioni: (2.60) Fjk = Fjk (|xj xk |) ;

intendendo con questo che lintensit` della forza dipende dalla sola distanza tra i a punti.
12

La discussione qui riportata ` volutamente sommaria, non essendo scopo di queste note e spiegare i fondamenti della meccanica. In particolare, si considera il sistema di punti come isolato nello spazio, e quindi non soggetto a forze esterne. Per un esposizione pi` u completa e generale si rimanda ai testi di Meccanica Razionale.

La gravitazione di Newton Sotto queste ipotesi la forza assume lespressione generale xj xk (2.61) Fjk = fjk (rjk ) , rjk

63

` dove rjk = |xj xk |, e fjk ` una funzione reale della sola variabile reale rjk . E ben noto e che una forza siatta ammette potenziale; questo del resto si pu` facilmente mostrare o rifacendosi al problema dei due corpi, e riscrivendo lenergia potenziale totale come somma dei contributi di tutte le coppie di punti. Le equazioni di Newton per il sistema di punti si scriveranno pertanto, denotando con m1 , . . . , mn le masse dei punti, (2.62) mj xj =
1kn k=j

Fjk ,

1jn;

questo ` un sistema di 3n equazioni dierenziali del secondo ordine. Lo studio di queste e equazioni `, in generale, tutt altro che agevole. In eetti, i soli risultati generali sono e quelli relativi allesistenza degli integrali primi classici, comunemente riportati nei testi di Meccanica Classica. A tal ne si introducono la quantit` di moto totale P, il a momento angolare totale MO rispetto allorigine O del riferimento cartesiano, lenergia cinetica totale T e lenergia potenziale V denite come P=
j

mj xj xj mj xj j mj x2
j

MO =
j

T = V =

1 2 1 2

Vjk (rjk )
j=k

qui Vjk (rjk ) ` lenergia potenziale della coppia di punti xj , xk , denita (a meno di una e costante arbitraria) mediante la relazione fjk (rjk ) = Vjk (rjk ), dove fjk ` lintensit` e a della forza che compare nelle (2.61). Le leggi di conservazione sono enunciate nelle tre proposizioni seguenti. Proposizione 2.11: Se le forze soddisfano al principio di azione e reazione (2.58) allora la quantit` di moto totale P ` un integrale primo del sistema di equazioni (2.62). a e Dimostrazione. Derivando rispetto al tempo, e facendo uso delle (2.62) si ottiene P=
j

mj xj =
j=k

Fjk =
j<k

(Fjk + Fkj ) = 0

in virt` della (2.58). u Q.E.D. Proposizione 2.12: Se le forze soddisfano i principi di azione e reazione (2.58) e delle forze centrali (2.59), allora il momento angolare totale MO ` un integrale primo e del sistema di equazioni (2.62).

64 Dimostrazione. Basta calcolare MO =


j

Capitolo 2

xj mj xj =

j=k

xj Fjk

=
j<k

(xj Fjk + xk Fkj ) (xj xk ) Fjk = 0 ; Q.E.D.

=
j<k

qui si ` fatto uso successivamente delle (2.58) e (2.59). e

Proposizione 2.13: Se le forze soddisfano i principi di azione e reazione (2.58) delle forze centrali (2.59) e dellinvarianza per rotazioni (2.60), allora lenergia totale E = T + V ` un integrale primo del sistema di equazioni (2.62). e Dimostrazione. T =
j

Derivando rispetto al tempo lenergia cinetica T si ha mj xj xj =


j=k

xj Fjk =

j<k

(xj xk ) Fjk .

Facendo poi uso dellespressione (2.61) della forza si ha13 (xj xk ) Fjk = fjk (rjk ) (xj xk ) (xj xk ) rjk = fjk (rjk )rjk = Vjk (rjk )
1 d 2 r 2 dt jk

Nel caso dei due corpi, n = 2, lesistenza di questi integrali primi ` suciente per e ridurre il problema alle quadrature: questo ` stato ampiamente discusso nel paragrafo e 2.4. Ci` non ` pi` vero per n > 2, e d altra parte Poincar ha dimostrato che non o e u e ` ne esistono, in generale, altri: su questo tema si torner` pi` avanti. E per` possibile, a u o almeno in linea di principio sfruttare questi integrali primi per diminuire lordine del sistema (2.62). La minima riduzione possibile verr` illustrata pi` avanti per il a u problema dei tre corpi; nel seguito di questo paragrafo si discute invece un metodo per leliminazione del centro di massa. 2.8.2 Le coordinate eliocentriche e lapprossimazione Kepleriana ` E conveniente nel seguito introdurre un cambiamento di notazione, che tiene implicitamente conto del ruolo privilegiato del sole nel sistema solare.14 Precisamente, si considerino n+1 punti materiali P0 , . . . , Pn di massa m0 , . . . , mn , e si supponga che la massa m0 sia preponderante rispetto alle altre, ossia che si abbia m0 mj , (1 j n).
13 14

1 d qui si ` fatto uso dellidentit` (xj xk ) (xj xk ) = 2 dt (xj xk )2 = e a Sostituendo nellespressione di T si ottiene subito T = V .

= rjk rjk . Q.E.D.

Per inciso, questo calcolo dimostra di fatto che lenergia potenziale esiste ed ` additiva. e Questo sistema di coordinate non ` molto comune nei testi di meccanica celeste, ove e viene preferito il sistema di coordinate di Jacobi di cui si parler` pi` avanti. a u

La gravitazione di Newton

65

Mettendo in evidenza lequazione per il punto P0 il sistema di equazioni (2.62) si riscrive m0 x0 = (2.63)
1kn

F0k Fjk ,
1kn k=j

mj xj = Fj0 +

1jn,

che ` un sistema di 3(n+1) equazioni del secondo ordine. L eliminazione del baricentro e si eettua mediante le trasformazioni di coordinate n j=0 mj xj X= n (2.64) j=0 mj qui X ` la coordinata del baricentro, e rj rappresenta il vettore congiungente il punto e P0 (sole) con Pj (pianeta). Il sistema (2.63) si trasforma cos` in X=0 (2.65) j = r 1 1 + m0 mj Fj0 +
1kn k=j

rj = xj x0 ,

1jn;

Fjk F0k mj m0

1jn.

La prima equazione d` immediatamente il moto del baricentro, e resta dunque un a ` sistema di 3n equazioni del secondo ordine. E interessante notare che Fj0 dipende solo dalla distanza |rj | tra Pj e P0 ; il primo termine a destra delle (2.65) coincide con quello che si ottiene dal problema dei due corpi. L azione di tutti gli altri punti ` e invece concentrata nella somma; se si potesse mostrare che il contributo della somma ` trascurabile rispetto al primo termine si avrebbe una ragionevole giusticazione e della descrizione Kepleriana del moto planetario. Naturalmente, non si pu` trarre o nessuna conclusione senza tener conto della forma esplicita della forza. Occorre dunque sostituire nelle (2.65) lespressione della forza nel caso Kepleriano, ossia rj rk Fjk = Kg mj mk ; |rj rk |3 con qualche calcolo si ottiene (2.66) j = Kg (m0 + mj ) r rj Kg |rj |3 mk
1kn k=j

rj rk rk + 3 |rj rk | |rk |3

1jn.

Nel valutare i termini che compaiono in queste equazioni bisogna tener conto sia delle masse che compaiono a fattore, sia dei quadrati delle distanze che compaiono a denominatore. Se le distanze reciproche tra i punti P1 , . . . , Pn non diventano troppo piccole levoluzione del sistema ` ben descritta, per tempi non troppo lunghi, dalle equazioni e rj j = Kg (m0 + mj ) (2.67) r |rj |3

66

Capitolo 2

ossia dal moto Kepleriano. Ci` ` dovuto al fatto che il fattore m0 + mj che compare oe nel primo termine della (2.66) risulta preponderante rispetto agli altri fattori che compaiono negli altri termini. Nel caso di distanze piccole lapprossimazione descritta non ` pi` valida. A titolo e u di esempio, si consideri il caso n = 2, e si supponga che la distanza tra P1 e P2 sia molto piccola rispetto alla distanza di P1 e P2 da P0 , ossia che si abbia |r1 r2 | |r1 | |r2 |. Le equazioni (2.66) si scrivono in questo caso r1 Kg m2 |r1 |3 r2 2 = Kg (m0 + m2 ) Kg m1 r |r2 |3 1 = Kg (m0 + m1 ) r r1 r2 r2 + |r1 r2 |3 |r2 |3 r2 r1 r1 + 3 |r2 r1 | |r1 |3

(2.68)

procedendo allora come per il problema dei due corpi si introducono il baricentro R dei punti P1 , P2 e la distanza reciproca r, ossia m1 r1 + m2 r2 R= m1 + m2 r = r1 r2 e si ricavano le equazioni per R e r dal sistema (2.68), introducendo lapprossimazione r1 r2 R. Si ottiene (2.69) R R = Kg (m0 + m1 + m2 ) |R|3 r = Kg (m1 + m2 ) 3 r |r|

Ci si deve dunque aspettare che il baricentro di P1 , P2 percorra un orbita Kepleriana intorno a P0 , mentre P1 e P2 si comporteranno a loro volta come un sistema a due corpi. In questa approssimazione si rende dunque ragione del moto di un satellite.