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RIVOLUZIONI.

1. Primavera araba - Wikipedia it.wikipedia.org 2. Giovani e social media. Il futuro della pace qui atlanteguerre.it 3. Social network e rivoluzione societing.org 4. Social Network e rivoluzioni sociali: Facebook e Co. alla base della rivoluzione del pane nel Nord Africa - Nuove Tecnologie corriereinformazione.it 5. Primavera araba: il mito della rivoluzione 2.0 Piazza Vittorio - Blog spataro-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it 6. Limes - rivista italiana di geopolitica Primavera araba: i social network sono nemici della democrazia - temi.repubblica.it

PRIMAVERA ARABA

La primavera araba (in arabo al-Thrt al-Arabiyy; letteralmente ribellioni arabe o rivoluzioni arabe) una serie di proteste ed agitazioni in corso nelle regioni del medio oriente e vicino oriente e del nord Africa. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono lAlgeria, il Bahrein, lEgitto, la Tunisia, lo Yemen, la Giordania, il Gibuti, la Libia e la Siria, mentre incidenti minori sono avvenuti in Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Iraq, Marocco e Kuwait. CONTESTO Le proteste arancioni, che hanno colpito paesi riconducibili in vario modo alluniverso arabo ma anche esterni a tale circoscrizione come nel caso della Repubblica Islamica dellIran, hanno in comune luso di tecniche di resistenza civile, comprendente scioperi, manifestazioni, marce e cortei, talvolta anche atti estremi come suicidi (divenuti noti tra i media come auto-immolazioni) e lautolesionismo, cos come luso di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare gli eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale. I social network tuttavia non sarebbero il vero motore della rivolta, secondo alcuni osservatori, per i quali il network della moschea, o del bazar, conta assai pi d Facebook, Google o delle email. Alcuni di questi moti, in particolare in Tunisia ed Egitto, hanno portato ad un cambiamento di governo, e sono stati denominati rivoluzioni. I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono, tra le maggiori cause, la corruzione, lassenza di libert individuali, la violazione dei diritti umani e le condizioni di vita molto dure, che in molti casi riguardano o rasentano la povert estrema. Il crescere del prezzo dei generi alimentari e della fame sono anche considerati una delle ragioni principali del malcontento, che hanno comportato minacce allequilibrio mondiale in ordine allalimentazione di larghe fasce della popolazione nei paesi pi poveri nei quali si sono svolte le proteste, ai limiti di una crisi paragonabile a quella osservata nella crisi alimentare mondiale nel 2007-2008. Tra le cause dellaumento dei costi, secondo Abdolreza Abbassian, capo economista alla FAO, la siccit in Russia e Kazakistan accompagnata dalle inondazioni in Europa, Canada e Australia, associate a incertezza sulla produzione in Argentina, a causa di cui i governi dei paesi del Maghreb, costretti ad importare i generi commestibili, hanno scelto laumento dei prezzi dei prodotti alimentari di largo consumo. Altri analisti hanno messo in risalto il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare la crescita del prezzo dei generi alimentari in tutto il mondo. Prezzi pi alti si sono registrati anche in Asia: in India dove ci sono stati rialzi nellordine del 18%, mentre in Cina dell11,7% in un anno.

Le proteste sono cominciate il 18 dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si dato fuoco in seguito a maltrattamenti da parte della polizia, il cui gesto servito da scintilla per lintero moto di rivolta che si poi tramutato nella cosiddetta rivoluzione dei gelsomini.

Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagato ad altri paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa, in seguito alla protesta tunisina. In molti casi i giorni pi accesi, o quelli dai quali ha preso avvio la rivolta, sono stati chiamati giorno della rabbia o con nomi simili.

Ad oggi, quattro capi di stato sono stati costretti alle dimissioni o alla fuga: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, in Egitto Hosni Mubarak l11 febbraio 2011, in Libia Muammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, stato catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011 e in Yemen Ali Abdullah Saleh il 27 febbraio 2012. I sommovimenti in Tunisia hanno portato il presidente Ben Ali, alla fine di 12 anni di dittatura, alla fuga in Arabia Saudita. In Egitto, le imponenti proteste iniziate il 25 gennaio 2011, dopo 18 giorni di continue dimostrazioni accompagnate da vari episodi di violenza, hanno costretto alle dimissioni, complici anche le pressioni esercitate da Washington, il presidente Mubarak dopo trentanni di potere. Nello stesso periodo, il re di Giordania Abdullah attua un rimpasto ministeriale e nomina un nuovo primo ministro, con lincarico di preparare un piano di vere riforme politiche. Sia linstabilit portata dalle proteste nella regione mediorientale e nordafricana che le loro profonde implicazioni geopolitiche hanno attirato grande attenzione e preoccupazione in tutto il mondo.

PROTESTE PER PAESE

Tunisia
Zine El-Abidine Ben Ali, ex Presidente della Tunisia La Carovana della Liberazione a Tunisi Le proteste nel paese iniziano dopo il gesto disperato di un ambulante, Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 si d fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Il 27 dicembre il movimento di protesta si diffonde anche a Tunisi, dove giovani laureati disoccupati manifestano per le strade della citt e vengono colpiti dalla mano pesante operata dalla polizia. Nonostante un rimpasto di governo il 29 dicembre, le rivolte nel paese non si placano. Il 13 gennaio il presidente tunisino Ben Ali in un intervento sulla tv nazionale si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette che garantir la libert di stampa. Il suo discorso per non calma gli animi e le manifestazioni continuano. Meno di unora dopo decreta lo stato demergenza e impone il coprifuoco in tutto il Paese. Poco dopo il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate.In serata viene dato lannuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha lasciato il Paese. A fine febbraio alcune decine di migliaia di manifestanti si radunano nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata dellex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.

Egitto
Il quartier generale del Partito Nazionale Democratico di Mubarak messo a fuoco il 28 gennaio In seguito ai diversi casi di protesta estrema che hanno visto darsi fuoco diverse persone a gennaio, il 25 gennaio violenti scontri si sviluppano al centro del Cairo, con feriti ed arresti, durante le manifestazioni della giornata della collera convocata da opposizione e societ civile contro la carenza di lavoro e le misure repressive. I manifestanti contrari al regime di Mubarak invocano la liberazione dei detenuti politici, la liberalizzazione dei media, e sostengono la rivolta contro la corruzione e i privilegi delloligarchia. Il 29 gennaio il presidente Hosni Mubarak licenzia il governo e nomina come suo vice lex capo dellintelligence, Omar Suleiman. Proseguono tuttavia gli scontri e le manifestazioni nelle citt egiziane. Il 5 febbraio intanto si dimette lesecutivo del Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre il rais alcuni giorni dopo delega tutti i suoi poteri a Suleiman. L11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak mentre oltre un milione di persone continuano a manifestare nel paese. LEgitto lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni

presidenziali.

Libia
Il dittatore libico Muammar Gheddafi ucciso dal CNT il 20 ottobre 2011. La vecchia bandiera del regno libico usata durante le manifestazioni dalle forze di opposizione Il 16 febbraio si verificano nella citt di Bengasi scontri fra manifestanti,scontenti per larresto di un attivista dei diritti umani,e la polizia, sostenuta da militanti del governo. In tutto il Paese, nel frattempo si tengono manifestazioni a sostegno del governo del leader Muammar Gheddafi. Il 17 febbraio si registrano numerosi morti in accesi conflitti a Bengasi, citt simbolo della rivolta libica che intende attuare la cacciata del capo del paese al potere da oltre quarantanni. Testimoni vicini ai ribelli riferiscono inoltre che sarebbero avvenute vere e proprie esecuzioni da parte delle forze di polizia.Nella data del 17 febbraio, proclamata la giornata della collera, milizie giunte da Tripoli a Beida, nellest della Libia colpiscono i manifestanti causando morti e numerosi feriti. Molti dei decessi registrati in Libia risultano concentrati nella sola citt di Bengasi, localit tradizionalmente poco fedele al leader libico e pi influenzata dalla cultura islamista. Il 20 febbraio il bilancio delle vittime si avvicina ai 300 morti. Il sito informativo libico Libya al-Youm denuncia che i militari inviati dal regime libico per reprimere i manifestanti di Bengasi stanno usando in queste ore armi pesanti contro le persone riunite davanti al tribunale cittadino come razzi Rpg e armi anti-carro. Il 21 febbraio la rivolta si allarga anche alla capitale Tripoli dove i contestatori, spesso non libici pagati da inglesi e francesi, danno fuoco a edifici pubblici. Nella stessa giornata a Tripoli si fa ricorso a raid dellaviazione sui manifestanti per soffocare la protesta. Il 21 febbraio cominciano i tradimenti politici: la delegazione libica allOnu prende nettamente le distanze dal leader Muammar Gheddafi. Il vice-ambasciatore libico, Ibrahim Dabbashi, a capo della squadra diplomatica libica, accusa il colonnello di essere colpevole di genocidio e di aver praticato crimini contro lumanita. Il 20 ottobre 2011 Muammar Ghaddafi viene catturato e ucciso vicino a Sirte. Il suo cadavere riposa vicino a Misurata.

Siria
Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 sono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolgono nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, che interessa numerose citt della Siria dal mese di febbraio del 2011. Le proteste, che hanno assunto connotati violenti sfociando in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti, hanno lobiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare unimpronta democratica allo stato.[2] In virt di una legge del 1963 che impedisce le manifestazioni di piazza (solo dopo diverse settimane di scontri formalmente revocata)[3], il regime ha proceduto a sopprimere, anche ricorrendo alla violenza, le dimostrazioni messe in atto dalla popolazione, provocando un numero fin ora imprecisato di vittime tra i manifestanti e le forze di polizia.[4][5]

Note
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Bibliografia
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SOCIAL NETWORK E RIVOLUZIONE


societing.org - 2011

Manifestanti in Nordafrica inneggiano a Facebook. Come testimoniano le news pi recenti, la zona del continente africano, in particolare nellarea nord, in questi giorni agitata da un rilevante sommovimento sociale in cerca di democrazia. Abbiamo visto cadere, dopo i governi di Algeria e Tunisia, anche il presidente egiziano Mubarak, trafitto e scalzato da una rivoluzione democratica tanto inaspettata quanto rapida e pi che mai incisiva. In brevissimo tempo, il vento della rivoluzione ha contagiato la Libia, dove la rivolta sta continuando nonostante una sanguinolenta, violentissima repressione. Guardando pi a sud, lo Yemen vive lo stesso tipo di eventi, come accade, pi a oriente, anche in Asia. In Iran, ad esempio, dove i movimenti di protesta contro il regime di Ahmadinejad si fanno sempre pi intensi e sempre pi intensamente repressi. Questa ondata di rivolte, fatte salve le differenze contingenti ad ogni singolo stato, pare per essere contraddistinta da un dato comune: i sommovimenti hanno tutti origine e sviluppo allinterno dei social network, e nei social network le masse trovano il luogo libero e non controllato per organizzare lazione e condividere informazioni. Nei giorni scorsi su Rai News 24 un ragazzo egiziano, intervistato dopo la deposizione di Mubarak, ha affermato che la rivoluzione ha subito laccelerazione definitiva quando il governo ha decretato la chiusura di Facebook: in quel momento, a suo dire, stato passato un limite. E non pare essere una casualit il fatto che i regimi coinvolti in questa ondata di insurrezioni abbiano in comune la pratica di chiudere laccesso alla Rete come prima forma di repressione del dissenso. Se si pensa anche solo ai celeberrimi carbonari italiani, e alle riunioni segrete che si tenevano per delineare le strategie dazione, lo strumento del social network permette ora di intrattenere comunicazioni a distanza, in luoghi diversi e diversamente dislocati geograficamente, senza la necessit di incontrarsi fisicamente in un solo luogo. A dimostrazione di come il social network abbia, nella sua natura, la potenzialit dal virtuale allattuale, direbbe Deleuze di essere mezzo per lo sviluppo di nuove forme organizzative, e forse anche, come sostiene Bernard Stiegler nel recente libro For A New Critique Of Political Economy (2010), di una nuova economia politica.

SOCIAL NETWORK E RIVOLUZIONI SOCIALI: FACEBOOK E CO. ALLA BASE DELLA RIVOLUZIONE DEL PANE NEL NORD AFRICA
corriereinformazione.it a cura di G. Gerbino 31/01/2011

La rivolta del pane, che in questi giorni ha sconvolto i paesi del mondo arabo dallAlgeria allo Yemen, dalla Tunisia all Egitto. Nasce per motivi antichi quanto il mondo, cio laumento del 30% dei prezzi dei beni primari come il grano e lo zucchero, ma si sviluppata e diffusa sfruttando uno dei fenomeni pi in voga tra i giovani: i social network e il Web in generale. Mark Zuckerberg, linventore del social network Facebook, non pensava certo che un portale per conoscere le vite degli altri potesse incidere cos largamente nella storia e nella vita di migliaia di persone, abbattendo regimi e diffondendo gli ideali della libert e della democrazia. Il fenomeno ha assunto una portata cos rilevante che ormai impazza la definizione di Social Net War, facendo riferimento alla velocit con la quale partita e poi si diffusa la rivolta nei paesi nordafricani. Dove da molti anni sono in atto governi dittatoriali, basati sul potere personale e corruzione. Ed noto che la base del consenso nei regimi dittatoriali viene acquisito, o comunque mantenuto, attuando un mix di terrore, corruzione, mancanza di informazione e povert dilagante. Ma in questo caso sono interventi: i social networks, le Tv indipendenti come Al Jazeera e i siti di file sharing come YouTube e i blog, che hanno avuto un ruolo determinante per lo scambio e lapprofondimento delle notizie e per la trasformazione del sottile dissenso verso il potere in vera e propria rivolta. La censura sul web non spaventa i blogger, non impedisce ai gruppi di organizzarsi su Facebook, non ferma i micro-reporter dal pubblicare notizie di pochissime battute su Twitter e trova un terreno molto fertile in paesi dove la maggioranza degli abitanti a meno di 30 anni, laureato, e grazie al fenomeno dellemigrazione, ha contatti con i parenti e amici in Europa e Stati Uniti. Grazie ai social web, ogni cittadino diventa una cellula viva ed attiva della democrazia, che amplifica e diffonde i principi della democrazia. Dopo i fatti di Tunisi, sono molti i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente ad aver bloccato Internet ed sms, ad aver spento il canale della Tv Al Jazeera, che negli anni passati ha giocato un ruolo fondamentale durante le guerre in Afghanistan e Iraq. Tutto ci conferma la paura degli stati totalitari per la libera circolazione delle informazioni e delle idee, sollevando lurgenza di un regolamento internazionale dellaccesso ad internet, affermando globalmente il riconoscimento come del diritto al web come fondamentale espressione della libert di pensiero e di informazione.

PRIMAVERA ARABA: IL MITO DELLA RIVOLUZIONE 2.0


Di Vittorio Spataro - lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it 18/05/2012

18 maggio 2012. Usavamo Facebook per programmare la protesta, Twitter per coordinarla e Youtube per raccontarla al mondo. la testimonianza di un attivista egiziano citata allultimo congresso dei giornalisti scientifici che si tenuto a Doha, in Qatar, a giugno dello scorso anno. Ed emblematica del ruolo che social media avrebbero avuto non solo nella rivoluzione egiziana che ha portato alla cacciata di Hosni Mubarak (presidente dal 1981), ma pi in generale nelle manifestazioni di piazza che hanno modificato profondamente (e stanno ancora modificando) lassetto politico di quasi tutti i paesi dellaltra sponda del Mediterraneo dopo decenni di immobilismo. Ma fu vera gloria 2.0? Insomma, la primavera araba stata realmente una rivoluzione dei social media? Sulle prime quasi tutti i commentatori (giornalisti, editorialisti, professori) degli eventi erano daccordo su una risposta affermativa. Poi con il passare del tempo il dubbio ha iniziato a serpeggiare e pi di qualcuno, sempre tra i commentatori che per professione hanno seguito gli sviluppi al di l del Mediterraneo, aveva fatto notare che probabilmente il ruolo dei social media nella primavera araba era stato enfatizzato, troppo enfatizzato, magari perch si tendeva ad analizzare quel fenomeno politico e sociale con qualche distorsione dettata dal nostro punto di vista. Il dubbio del fatto che ci fosse unesagerazione ora diventa quasi una certezza, dopo la recente pubblicazione dellArab social media report, studio curato dalla Dubai School of Government in cui si fa una stima delluso dei social media, Facebook e Twitter in particolare, nei paesi arabi e in alcuni di quelli limitrofi. Posto che sotto letichetta primavera araba cataloghiamo avvenimenti e dinamiche anche molto diverse tra loro e in alcuni casi tutto il contrario di primaverili (per esempio, quello che successo, e come, in Egitto e Tunisia differente dai fatti di Libia e Siria), vediamo un po di dati pubblicati nel rapporto dellEmirato di Dubai, uno dei sette che compongono gli Emirati Arabi Uniti. Queste sono le statistiche per Facebook (a ottobre 2011). I numeri sono percentuali e sono calcolati dividendo il numero di utenti di ciascuna nazione per la popolazione (e poi ovviamente moltiplicando per 100).

Con un po di attenzione, mi rendo conto che limmagine non nitidissima, si pu notare che in testa alla classifica ci sono Israele e Turchia (che non sono paesi arabi, ma hanno fatto parte comunque dello studio). Poi ci sono (in verde, ordine decrescente): Emirati Arabi Uniti, Libano, Giordania e Tunisia (questi tutti arabi). A eccezione della Tunisia 26,25 per cento di utenti rispetto alla popolazione totale,

paese da dove la primavera iniziata il 17 dicembre 2010 con il suicidio di Mohamed Bouazizi gli altri paesi non sono stati interessati da grandi scossoni politici. Scendendo pi gi nella classifica, arriviamo al 10,23 per cento dellEgitto. Una percentuale degna di nota ma niente affatto elevata. Passiamo ai dati riguardo Twitter (settembre 2011).

Ai primi posti ci sono Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Pi gi Egitto (0,15 per cento) e Tunisia (0,09 per cento). Insomma, numeri piccolissimi per i due paesi simbolo della primavera. E gi questo suggerisce che il ruolo dei social media nelle rivoluzioni con tutta probabilit stato troppo enfatizzato, vista la percentuale degli utenti. Ma andiamo avanti e consideriamo pi da vicino il caso egiziano. I particolare una manifestazione di piazza che ha segnato il percorso degli eventi successivi in modo quasi ineluttabile. Il 25 gennaio 2011 viene dichiarato giorno della rabbia. In tutto lEgitto si scatena la protesta contro il governo e contro Mubarak e il suo partito. In migliaia marciano verso Il Cairo, dove occuperanno Piazza Tahrir che diventer sede e simbolo della primavera egiziana. Il tutto va avanti per giorni, e tra il 27 e il 28 gennaio, il governo egiziano decide di chiudere la Rete.

Come dimostrano dati raccolti dallazienda statunitense Arbor Networks, il volume del traffico Internet in Egitto crolla improvvisamente tra i due giorni citati prima e rimane quasi nullo fino al 2 febbraio. Ora, in questo periodo di black-out della Rete per le proteste sono andate avanti in modo massiccio e crescente. Addirittura il 31 gennaio in a Tahrir ci sono 250.000 persone, scontri e

manifestazioni continuano in tutto il paese al punto che il 1 febbraio il presidente Mubarak dichiara che non si presenter alle elezioni presidenziali. Spegnere Internet non servito a nulla perch, come ricordavano colleghi egiziani a Doha, in quei giorni i manifestanti si coordinavano by word of mouth: per passaparola. Ma allora, su quale piattaforma viaggiata linformazione e la comunicazione? Il vero media protagonista della primavera araba stata la vecchia (?) televisione. Rimanendo in Egitto, secondo un altro recente rapporto, Arab media outlook 2011-2015 a cura del Dubai Press Club, il 96 per cento delle famiglie ha un televisore: il 41 per cento di queste famiglie riceve canali via etere, il 9 per cento pu permettersi canali satellitari pay per view, il resto va sui canali satellitari free, per i quali cio non si deve pagare un canone. Ne sa qualcosa Al Jazeera, il canale satellitare free con sede a Doha, in Qatar, che accusata dai vari governi di sobillare le proteste attraverso una cronaca puntuale degli avvenimenti stata invano oscurata per brevi periodi non solo in Egitto, ma anche in Tunisia, Libia e Siria. Le corrispondenze di Al Jaazera, e di altri canali satellitari esteri ai paesi al centro delle proteste, hanno raccontato ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, quelle che stava accadendo dal punto di vista della piazza, delle persone che scendevano in strada (e ci rimanevano) per protestare. In questo modo hanno anche alimentato una coscienza di cambiamento radicale potenzialmente esplosiva (e anche realmente, come si visto dopo), che nei decenni era cresciuta come il vapore in una pentola a pressione, ma senza valvola di sfogo. anche vero che nei momenti in cui Al Jaazera stato boicottato sul terreno ha usato video caricati su youtube da protestanti, questo stato particolarmente vero e importate soprattutto nel caso della Tunisia. Insomma, oltre al passaparola (parola forse un troppo leggera, dietro cui per si nasconde la capacit di mobilitarsi organizzandosi senza mediazioni dei mezzi di comunicazione), la televisione ha giocato un ruolo cruciale nella presa di coscienza dei cittadini dei paesi protagonisti delle rivolte. Come hanno giocato un ruolo importante le reti di relazione gi esistenti, create da organizzazioni come i Fratelli Musulmani e altre organizzazioni che non solo in Egitto si opponevano pi o meno clandestinamente (o alla luce del Sole, se preferite) al blocco dirigente in carica. Questo non implica che i social media non abbiano giocato alcun ruolo, sono stati certo importanti (addirittura Facebook in Egitto stato usato per una consultazione popolare sulla nuova Costituzione) ma non il fulcro della vicenda come spesso si sentito affermare sulle prime, soprattutto da commentatori occidentali. Magari desiderosi inconsciamente di vedere un qualcosa di nostro in loro, dando credito eccessivo ad attivisti in assoluta buona fede che per non rappresentano la complessit di un popolo e di una nazione.

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PRIMAVERA ARABA: I SOCIAL NETWORK SONO NEMICI DELLA DEMOCRAZIA


Limes - rivista italiana di geopolitica - di Edoardo Boria temi.repubblica.it

Nel racconto dei movimenti di piazza che pochi mesi fa hanno portato alla caduta dei dispotici regimi tunisino ed egiziano, ampio risalto stato dato dai media occidentali ai social network (facebook e twitter su tutti), considerati fattori decisivi nel determinare il successo delle insurrezioni.

Certamente non pu sfuggire la novit dellutilizzo di queste tecnologie, per la prima volta nella storia in un evento rivoluzionario. Tuttavia, non pu neanche sfuggire lenorme enfasi che stata data a questi strumenti, assurti a demiurghi del nostro tempo come se il riscatto civile e morale di popolazioni impoverite e private di diritti fondamentali passasse necessariamente per telefonini e tablet. Barack Obama si azzardato a dire nel discorso al Dipartimento di Stato su Medio Oriente e Nordafrica del 19 maggio 2011 che i tiranni di quella regione devono ora fare i conti con una nuova arma in mano ai loro nemici: i cellulari e i social network. C mancato poco che qualcuno scambiasse il mezzo per il fine e interpretasse rivoluzioni con i social network in rivoluzioni per i social network, equivocando la libert da conquistare come libert di chattare. I social network nel destino di tutti gli aspiranti rivoltosi del domani. Unarma imbattibile per rilanciare lutopia oggi sbiadita dellinvincibilit popolare. E se provassimo a sfatare il mito? Certo, nella fase iniziale, quella che ha portato alla caduta dei regimi, i social network sono stati decisivi per mobilitare la popolazione e dare un minimo di organizzazione a una protesta spontanea. Ma poi? Sono utili adesso che si tratta di costruire dalle fondamenta un sistema democratico? Io credo di no. Anzi, a ben guardare, mi sembrano controproducenti per alcuni motivi. Il fascino seduttivo dei social network risiede soprattutto nelle loro straordinarie potenzialit tecniche: sulla carta, tutti possono comunicare con tutti parlando di tutto. Una concezione anarcoide dei rapporti intersoggettivi. Dunque

molto attraente, soprattutto per un giovane. Ma quando si tratta di dare sostanza politica a una lotta insurrezionale questo principio di regolazione dei rapporti tra i partecipanti non favorisce, anzi ostacola, la selezione di quelllite indispensabile a definire una strategia, ad attribuire le priorit tra le varie rivendicazioni, a formulare unagenda allazione e ad incanalare lenergia collettiva verso obiettivi realisticamente perseguibili. La libert creativa fa bene nelle primissime fasi delle rivoluzioni, ma subito dopo diventa un fardello perch produce nebbia quando invece c bisogno di chiarore. Nel magma indistinto e tendenzialmente destrutturato della comunicazione libera dei social network non si crea unidentit, non si consolida una memoria collettiva, un senso dappartenenza. Cose invece necessarie quando si vuole trasformare un insieme di persone (ancorch organizzato) in un gruppo coeso in cui i membri possano identificarsi. Per dotarsi di un progetto politico ben riconoscibile non ci sar per forza bisogno di ricorrere alladozione di ideologie totalizzanti, ma chiaro che ben presto una rivoluzione deve saper fornire a quel genuino spontaneismo iniziale una piattaforma di valori e idealit. Non proprio ci che viene correntemente veicolato attraverso i social network.

La democrazia non solo partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica. Se cos fosse i social network andrebbero benissimo perch consentono anzi stimolano lindividuo a prendere parte ad attivit collettive. Ma la vita democratica, nelle societ moderne, chiede al cittadino di partecipare soprattutto in modo indiretto, filtrato. Non siamo nellAtene di Pericle, n nel cantone svizzero di Appenzell. Da noi la democrazia rappresentativa. Tutti hanno il diritto di partecipare, ma le decisioni vengono prese dai rappresentanti. Dunque la nostra democrazia non funziona esattamente come quella di Facebook, dove tutti sono in grado di intervenire in prima persona. Nella nostra democrazia ci sono i corpi intermedi, i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria. E nella costruzione di questa dimensione intermedia fondamentale per la vita democratica che poi la vera sfida che i paesi della primavera araba hanno di fronte - il ruolo dei social network piuttosto marginale. Ancora una volta lOccidente ricaduto nel vizio di leggere quello che succede in altre societ utilizzando categorie interpretative che vanno bene al massimo per la propria. Un confronto impossibile tra realt troppo diverse che nelle scienze sociali stato ampiamente denunciato da Edward Said e i post-colonial studies. Un atteggiamento che, nel caso specifico, ci ha portato a dare eccessiva importanza a quei protagonisti delle rivolte che hanno visibilit sui blog, trascurando quelli, in realt ben pi importanti,

che non ce lhanno. Ad esempio, i Fratelli musulmani, che non usano i social network semplicemente perch non ne hanno bisogno. Con la loro rete estremamente capillare e radicata sul territorio possono raggiungere attraverso sistemi di comunicazione tradizionale una fetta cospicua della popolazione, quella maggioranza invisibile non integrata nei circuiti dei social network. E proprio per questo sottovalutata da noi, imbevuti di tecnologia e inclini a misurare tutto con il metro delle nostre abitudini. I social network non possono certo essere ridotti a passeggero fenomeno di costume. Ma non possono neanche essere fatti passare per il nuovo cuore pulsante della democrazia. Neanche nella nostra societ liquida e tecnofanatica, figuriamoci al di fuori di essa. Come si sono sottilmente insinuati nelle nostre vite, cos i social network sono entrati nelle dinamiche delle rivoluzioni. Ma chi ha deposto i regimi sempre la piazza reale, non quella virtuale. E poi rimane ancora da costruire la democrazia.

ESERCITAZIONE
Dopo aver compreso ed inquadrato i movimenti di protesta della cosiddetta primavera araba del 2011, leggere gli articoli riguardanti il ruolo avuto dai social network durante quegli eventi. 1. Quali sono i due punti di vista che emergono dagli articoli proposti? Ruolo dei social media Punto di vista 1 Fonti giornalistiche

Punto di vista 2

2. Di quale diritto negato nei regimi autarchici sono divenuti simbolo i social network come Facebook o Twitter? 3. Cosa significa la frase esposta dalla ragazza nellimmagine: Chi ha paura di Twitter?! e a chi diretta secondo te?

4. Chi contesta il ruolo attribuito ai social network durante le sollevazioni arabe in Nord Africa quali argomentazioni porta? 5. Tu cosa pensi dei social network? Sono strumenti di controllo della societ, veicoli di libert o entrambe le cose? Argomenta la tua opinione alla luce dei documenti giornalistici letti.