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Diritto alla morte, male di vivere

di Giancarlo Costa | 6 dicembre 2011 La vita umana breve, ma io vorrei vivere per sempre. Cos il grande scrittore giapponese Yukio Mishima, nellimminenza di uccidersi. Un desiderio di eternit, prima di terminare in fretta quel che gi fugge veloce. Marguerite Yourcenar, nel saggio Mishima o la visione del vuoto, scriver che infondo sono solo due i modi di sopportare la tensione inconciliabile fra il vuoto e libert: sentirsi liberi nella vita ignorando la morte, o liberarsi trovando nel buio lassurdo coraggio del vivere. La nostra societ probabilmente ha scelto la prima strada, ma nascondendo la morte ha nascosto un p anche la vita. In questo silenzio, il suicida, come Mario Monicelli o Lucio Magri, destinato a dettare scandalo. Trovo volgare ogni commento sul perch del gesto. Lontano da ogni verit che non sia strettamente la vita stessa, mi chiedo unicamente se abbia senso e come sia configurabile un diritto alla morte, in unottica sociale e giuridica. Sgombrando il campo dagli equivoci, si tratta di interrogarsi su unipotesi ben distinta dai casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Il malato, cosciente e informato, pu rifiutare le cure e rinunciare alle terapie. Il problema in quei casi si poneva di fronte alla tecnocrazia della macchina sul corpo e al problema del consenso del paziente. Il suicidio assistito e la figura di confine delleutanasia attiva, invece, configurano la prospettiva di poter scegliere di uccidersi nella disperazione estrema, da una malattia terminale fino ai casi dei c.d. tired of living ovvero di coloro che decidono di morire perch, a farla breve, il tempo strappa, la solitudine consuma, la vita stanca. *Lesempio pi famoso a riguardo probabilmente quello dellex deputato olandese Edward Brongersma, assistito nel suicidio dal suo medico pur in assenza di malattie psichiche o fisiche, sulla base di un incurabile male di vivere. Il medico prese atto del sussistere di due elementi: una profonda insostenibile sofferenza del paziente e il suo consenso. Il caso in Olanda apr un triplice dibattito: legislativo, giudiziario e dopinione. In ultima istanza, il dottore fu considerato colpevole, sulla scorta di un argomento che pare rilevante: se non c una malattia, ma solo un male, il medico non ha competenza per decidere. In Svizzera, dove si recato Lucio Magri, lassistenza al suicidio non considerata attivit medica. Vi sono centri, come quelli legati alle associazioni Exit e Dignitas, dove si forniscono le sostanze letali al paziente. Nella stanza della clinica si resta soli e da soli si decide se assumere o meno la pillola, esercitando il proprio diritto alla morte. Nel suo commento, Marco Travaglio ha ricordato che in Italia larticolo 575 del Codice penale, punendo con la reclusione chiunque cagiona la morte di un uomo, si pone come ostacolo insormontabile al suicidio assistito. La vita daltronde il bene umano e giuridico pi prezioso e protetto. Ma la legge, si potrebbe obiettare, fissa ed esprime una scelta, non la produce.

Nemmeno sembra davvero risolutivo, a riguardo, parlare di deontologia medica. Vi sono attivit che investono il corpo, eppure non sono cure, come le chirurgie con finalit schiettamente estetiche. Un esperto di diritto e bioetica come il Prof. Stefano Canestrari, ricorda spesso nei suoi interventi come tecniche di suicidio assistito potrebbero produrre uninaccettabile meccanismo dinduzione alla morte nella fasce deboli della popolazione come gli anziani. Fra i tanti argomenti contrari allidea che una collettivit possa autorizzare lassistenza al suicidio, ve ne uno poco considerato, che per mi appare davvero essenziale: lirriconducibilit della vita alla bios, cio alla vita stessa. Non un gioco di parole. La vita semplicemente, supera ogni descrizione di se stessa, sia essa medica, fisiologica o psichica; ergo la vita, presa nel suo essere, si sottrae a un qualsivoglia giudizio. Possiamo decidere sul nostro corpo, curare o non curare la malattia, ma siamo nudi di fronte la questione essenziale: la vita fa male. Alla luce di questo, Albert Camus alla soglia dei trentanni, si domandava se lavventura vada compiuta lo stesso e gridava sul finire un profondo Si, eroico e disperato. Insistere a vivere, altri hanno scelto e sceglieranno la strada diversa. Il risultato in ogni caso privo di spiegazione. Lassurdit rimane. Proprio sullassurdo della vita si gioca lassurdo del suicidio e la sua rilevanza sociale. Nessuna regola scientifica o religiosa, giuridica o etica, potr mai dire sulla volont profonda del vivere e credo che il massimo rispetto della libert sia nel silenzio di affrontarla con la propria storia, sopportando limpossibilit di una pacificazione. Essere o non essere. La scelta del suicidio un peso di cui soltanto lindividuo e non la societ pu farsi carico, nemmeno a mio avviso, assistendo e aiutando chi manifesti la decisione di terminare lavventura. Questa opzione, implicherebbe una valutazione, ma questa valutazione non ha parametro e dunque totalmente sottratta al giudizio. Sarebbe crudele per alcuni, tragica per altri, perfino dolce per altri ancora. Mancando la possibile verifica a posteriori nel silenzio della morte non sapremo mai se e per chi stata giustizia, se abbiamo contribuito a uccidere, o a sollevare. In definitiva, noi non possiamo dire nulla e morire una condanna o una libert che non ha bilancia e non ha pesi, non un diritto, cio un valore implicito di misurazione. Una regolamentazione del suicidio assistito, fuori dai casi di rifiuto delle cure e di assistenza palliativa al dolore, mi sembra sconfini i limiti del sociale, affrontando il tema del male di vivere e commettendo lerrore pi ottuso della nostra intelligenza: razionalizzare lassurdo, rimuovere ancora la vita. Sulla scelta del morire gravano la solitudine e lestremo, ma pur in una logica di comprensione e dignit, il riconoscimento di un diritto in tal senso si presterebbe a una tolleranza sociale drammaticamente fallibile, di cui continuo a preferire lassenza. *Si ringrazia la dott.ssa Ilaria Zavoli, autrice di una tesi in materia, per il gentile contributo