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Laggressivit adolescenziale e il bullismo

Disturbi della condotta

I disturbi della condotta vengono definiti come modalit comportamentali abituali di violazione delle regole o dei diritti degli altri (regole naturalmente rapportate e relazionate all'et del soggetto) che tendono ad esprimersi nei vari ambiti sociali. L'aumento di comportamenti di aggressivit giovanile sta creando un diffuso allarme tra chi si occupa di giovani. Forme di violenza tra gli adolescenti, di prevaricazione sia fisica che psicologica, si riscontrano fin dalle scuole primarie e si diffondono fino ad arrivare alle superiori, creando un terreno favorevole allo sviluppo della delinquenza giovanile ed a situazioni di disagio psicologico per chi ha subito da vittima queste azioni. Da un punto di vista psicologico gli atteggiamenti di bambini od adolescenti troppo aggressivi o troppo poco aggressivi, hanno spesso cause comuni, legate a processi infantili non adeguatamente sviluppati, a dinamiche famigliari negative e condizionanti, a situazioni emotive non risolte che hanno prodotto in entrambi una fragilit caratteriale e risposte difensive diversificate. Questi giovani sono portatori di una malattia del s, caratterizzata da una perenne tensione, da una continua insoddisfazione, da un senso di vuoto e di inutilit che possono portare per alcuni a comportamenti problematici come aggressivit, violenza, uso di sostanze, atteggiamenti antisociali, per altri comportamenti di passivit, introversione, disturbi alimentari (anoressia, bulimia), isolamento. Nella maggior parte dei casi questi possono essere comportamenti transitori, che segnano fasi di passaggio in molti giovani, ma il rischio che in presenza di situazioni psicologiche pi difficili, in mancanza di occasioni d'aiuto per chi vive momenti di crisi, o con l'aggiungersi di eventi negativi a momenti di per s gi precari, questi comportamenti tendano a radicalizzarsi strutturando dei veri e propri disagi. Ma mentre il comportamento di un ragazzo aggressivo comunque un segnale che richiama di pi l'attenzione e pu stimolare un intervento da parte degli adulti, il comportamento di chi subisce l'aggressivit pi a rischio, perch sottotono e rischia di scivolare via, passando inosservato. Questi giovani sono spesso vittime di soprusi da parte di coetanei, e sono incapaci di reagire di fronte ad azioni di aggressivit verbale o fisica. Possono cos pericolosamente reprimere la loro aggressivit, quella naturalmente prodotta al proprio interno, necessaria per affermare se stessi e affrontare con determinazione la vita, e quella accumulata proveniente dall'esterno da situazioni in cui subiscono quella degli altri, ed incanalarla contro loro stessi, con atteggiamenti autodistruttivi.

Che cosa il bullismo Il termine bullismo utilizzato per indicare una particolare modalit di interazione tra bambini o ragazzi, per cui uno protagonista di atti di aggressione e prevaricazione ed un altro si trova nel ruolo della vittima. Il bullismo pu essere manifestato da un singolo individuo o da un gruppo, si tratta di un fenomeno sommerso, eppure molto diffuso. Si tratta di un comportamento legato all'aggressivit. E' una forma di prepotenza, in cui un ragazzo sperimenta una condizione di profonda sofferenza, con senso di impotenza, di svalutazione della propria identit e di emarginazione dal gruppo, a causa del comportamento di prevaricazione di un compagno. Gli atti di bullismo possono essere sia diretti, attacchi aperti nei confronti della vittima, che indiretti, isolamento sociale ed esclusione intenzionale dal gruppo. Nel primo caso si distinguono espressioni fisiche,come colpire con calci o pugni e appropriarsi o danneggiare oggetti altrui, ed espressioni verbali come prendere in giro, offendere, minacciare, umiliare. Nel secondo caso il bambino preso di mira pu essere escluso, ignorato o oggetto di chiacchiere e pettegolezzi. Il bullismo differente dai dispetti e dalle risse che si manifestano tra i ragazzi, la differenza data dal fatto che gli episodi si ripetono di continuo e generalmente i ragazzi coinvolti non sono capaci di difendersi. Chi

assume il ruolo di "bullo" riesce ad esercitare il suo potere non solo perch pi grande o pi forte, ma perch spesso gli altri si alleano con lui per proteggere se stessi. Fare il bullo, in sintesi, significa dominare i pi deboli con atteggiamenti aggressivi e prepotenti, sottoporre a continui maltrattamenti i compagni di classe o di giochi fisicamente e caratterialmente pi indifesi. E' importante sottolineare il disagio enorme vissuto dalla vittima che si sente isolata ed esposta, e che ha spesso paura di riferire gli episodi in cui stata coinvolta perch teme delle ripercussioni. A lungo andare subisce una flessione molto forte anche il livello dell'autostima e della fiducia in se stessi che possono portare ad un considerevole disinvestimento dalla scuola, influendo sulla concentrazione e l'apprendimento. Possono manifestarsi anche sintomi quali mal di testa , mal di pancia, incubi o attacchi d'ansia, paura di andare a scuola. Le vittime rischiano quadri patologici con sintomatologie anche di tipo depressivo. Non si tratta dei normali conflitti o litigi che avvengono tra studenti, ma di vere e proprie sopraffazioni preordinate, di soprusi, che sistematicamente, con violenza fisica, morale e psicologica, vengono reiteratamente imposti su soggetti particolarmente deboli ed incapaci di difendersi, portandoli spesso ad una condizione di soggezione, sofferenza psicologica, isolamento ed emarginazione nei confronti di altri coetanei. Su questi comportamenti, che a volte possono sembrare non rilevanti, pesano in maniera decisiva la mancanza di interventi da parte degli adulti. E' questa mancanza di risposte che facilita il formarsi ed il radicarsi di modelli e di comportamenti tra chi vittima e chi prevaricatore. L'adulto, in quanto educatore, ha una responsabilit decisiva nell'azione di contrasto del fenomeno, suo compito sarebbe di richiamare con fermezza, di fronte a simili episodi, al rispetto della persona, alla convivenza civile ed al confronto non aggressivo nell'ambito di una educazione ai rapporti interpersonali. Occuparsi di questo fenomeno importante per un'azione di prevenzione rispetto al possibile sviluppo di comportamenti antisociali futuri. Studi e ricerche dimostrano come i giovani aggressivi e prevaricatori incorrano pi facilmente nel rischio di comportamenti problematici quali la criminalit o l'abuso di alcol. Mentre per la vittima si tratta spesso di sperimentare un'oppressione estrema che causa una condizione di profonda sofferenza, di grave svalutazione della propria identit o di crudele emarginazione dal gruppo, che pu aggravare nel futuro sviluppo, l'ansiet ed il disagio comportamentale.

Aspetti psicologici individuali e di gruppo Il bullismo copre un'et che v dai 7-8 anni ai 14-16 anni, et preadolescenziale e adolescenziale determinate o dalla rappresentazione di importanti compiti evolutivi futuri o da condizioni di particolare instabilit psicologica, emotiva e fisica dell'individuo. Pi che le particolari condizioni soggettive, famigliari o sociali (in questo senso non emergono dati significativi dalle ricerche), il mancato sviluppo di una o pi delle potenzialit evolutive collegate alla crescita, a determinare per alcuni un ruolo di vittima e per altri quello di bullo. Per esempio un pi adeguato sviluppo autopercettivo positivo, come l'autostima e il rinforzo personale, e comportamenti di maggior assertivit sarebbero utili alla vittima per riuscire a contrastare il suo destino, mentre per i bulli lo sviluppo di comportamenti di autocontrollo pulsionale e di sensibilizzazione verso l'altro, come l'empatia, la comprensione, la solidariet ed il rispetto delle regole, gli sarebbero utili per evitare di imboccare strade pericolose. Nell'ambiente scolastico poi, risulta difficile liberarsi, sia per il bullo che per la vittima, da certe distribuzioni di ruoli, entrambi condizionati dalle dinamiche del gruppo classe. La classe determinante nel favorire la costruzione di un sistema di regole di gruppo, dove esiste chi sopraffatto, chi deve sopraffare, chi astante partecipante (di solito a favore del bullo) e chi astante non partecipante (chi indifferente o magari a favore della vittima, ma intimorito dalla situazione). Il contesto relazionale che si produce con il bullismo tipico di un sistema chiuso, problematico, che non ha trovato sbocchi per uno sviluppo evolutivo positivo delle relazioni tra i pari. In assenza di ci prendono spazio le dinamiche pi negative (come nel nonnismo tra i militari), dove i rapporti interni tra i compagni, si ritualizzano in comportamenti di sopraffazione e di svalorizzazione dell'altro, di passivit e di impotenza, oppure in atteggiamenti di indifferenza e di non intervento pur di non essere coinvolti in situazioni spiacevoli. Il gruppo produce cos identit individuali e di gruppo che tendono a cristallizzarsi in relazioni e comportamenti ripetitivi e negativi, assegnando alle persone ruoli, stereotipi ed etichette che durano nel tempo.

Tutto ci favorito dalle condizioni tipiche della scuola in quanto contesto. Nel mondo esterno un giovane che subisce prepotenze, pu scegliere di cambiare gruppo o compagnia, in classe obbligato a condividere con gli stessi compagni l'intero percorso scolastico. Per la vittima, come abbiamo gi visto, questa condizione ha conseguenze a breve e lungo termine: ansiet, disistima, depressione e disagio comportamentale, abbandono scolastico, e, come le ricerche ci dicono, nei casi pi gravi e nei soggetti pi deboli, anche il suicidio. I dati ci dicono che spesso la vittima non trova le condizioni per un riscatto, perch non vi sono le condizioni ambientali di tutela fisica e nemmeno l'aiuto necessario (ed a volte richiesto) di un adulto che interrompa la situazione di bullismo e che sia capace di favorire un'azione di rinforzo psicologico al pi debole. Il bullo, viceversa, non trova il contenimento necessario all'impulsivit e all'aggressivit in un contesto in cui si sente perfettamente a suo agio e che gli appare senza regole e sanzioni significative. Soprattutto non trova adulti che lo aiutino a prendere consapevolezza e ad uscire dal ruolo che si costruito (a volte l'unica maniera che conosce per socializzare), sensibilizzandolo a rapporti sociali pi costruttivi.

Prevenzione e Trattamento Psicologico Le ricerche indicano una diffusione pi generalizzata del bullismo nelle scuole elementari e nei primi anni delle medie come fenomeno socio-relazionale e come modalit diffusa di soluzione dei conflitti. Successivamente si assiste ad una diminuzione della frequenza con una maggiore accentuazione in un numero ristretto di casi come forma stabile di disagio individuale. I ragazzi con questa modalit radicata di comportamento sono a rischio di problematiche antisociali e devianti e altri comportamenti problematici come labuso di sostanze, alcool e droghe, inoltre se non vengono aiutati a modificare i loro comportamenti aggressivi, possono continuare ad usare modalit aggressive nelle loro relazioni interpersonali. E' quindi indispensabile cercare di bloccare questo tipo di comportamento e orientare i ragazzi verso comportamenti pi accettabili e socialmente adeguati. L'intervento psicologico ha lo scopo di interrompere questo tipo di modalit di soluzione dei conflitti e fornire le indicazioni necessarie per imparare a gestire diversamente le relazioni sociali, offrire la possibilit di sentire, provare, riconoscere e manifestare emozioni positive e adottare comportamenti collaborativi. Inoltre, se i comportamenti prepotenti non vengono contrastati possono avere effetti molto negativi sulle vittime. Alcuni ragazzi per evitare incontri spiacevoli possono non andare a scuola all'insaputa dei propri genitori, oppure preferiscono rimanere a casa e non uscire neanche con gli amici. Le conseguenze di tale situazione sono spesso gravi e possono provocare conseguenze anche in et successive. La vittima, spesso, non possiede le abilit per affrontare la situazione o, se le possiede, non le utilizza in maniera inefficace. In questo caso l'intervento psicologico ha l'obiettivo di sviluppare la capacit di esprimere la rabbia derivante dal subire soprusi,di raccontare con chiarezza, fermezza e senza timore le situazioni a cui sono esposti, di recuperare il controllo della situazione, di proteggersi da soli, di riacquistare fiducia in se stessi. E' fondamentale intervenire precocemente finch sussistono le condizioni per modificare gli atteggiamenti inadeguati.

Oltre ai ragazzi i soggetti interessati sono sia i genitori che gli insegnanti. Gli insegnanti possono promuovere degli interventi atti a favorire una mentalit che comprenda rispetto e solidariet fra i ragazzi, possono inoltre collaborare con le famiglie per individuare i segnali pi o meno sommersi che i ragazzi possono manifestare, l'intervento, infatti, deve essere preventivo. L'intervento psicologico per le famiglie, secondo l'approccio della psicologia emotocognitiva, ha l'obiettivo di di scardinare le dinamiche disfunzionali, fatte di comunicazione e comportamento, che sono alla base del problema. I ragazzi, a volte, possono adottare modalit di comportamento differenti in base al contesto, ed agire, quindi, diversamente a scuola rispetto all'ambiente familiare. Valutare i processi che sostengono il bullismo ed i disturbi della condotta in genere permette, in tempi brevi, di scardinare il loop disfunzionale che sostiene la

sintomatologia. L'intervento psicologico secondo l'approccio della psicologia emotocognitiva, in genere di breve durata e soprattutto indiretto. Il fenomeno spesso sottostimato dagli adulti della scuola, anche perch lo studente prevaricato non dice quasi mai quello che gli accade. N facile intuire cosa succede al di fuori di esplicite azioni di prevaricazione fisica o verbale. Ma come la punta di un iceberg, se ne vede una piccola parte, tutto il resto sotterraneo: sopraffazioni, umiliazioni, ricatti, isolamento, esclusione, scherzi pesanti, piccole estorsioni, furti, piccole torture fisiche, sono le azioni che pi frequentemente vengono inflitte con costanza e determinazione sadica alle vittime di turno. Per chi le vive un vero e proprio supplizio. L'assenza effettiva degli adulti, voluta o non voluta, nei momenti in cui succedono gli episodi di bullismo, la convinzione che i conflitti tra i ragazzi debbano essere risolti tra loro, il non preoccuparsi delle conseguenze di certe azioni, magari partecipando scherzosamente al dileggio delle vittime, fanno s che questo problema si diffonda senza essere contrastato e limitato. Anche il contesto familiare si dimostra in grande difficolt. Per quanto riguarda i bulli, viene da chiedersi quali valori siano loro trasmessi in famiglia, o se si siano mai accorti di questi loro gesti. Per quanto riguarda le vittime, i dati ci dicono che loro riportano ampiamente le loro confidenze ai genitori, ma la famiglia non sembra in grado di comprendere appieno le loro preoccupazioni e di comunicarle alla scuola. E il fenomeno si sviluppa senza essere contrastato, lasciando i ragazzi coinvolti, sia le vittime che i persecutori, in balia degli eventi e dei modelli comportamentali che loro stessi vanno strutturando. In assenza di quella azione educativa che solo un adulto consapevole e attento sarebbe in grado di offrire. Dan Olweus (1993) e Peter Smith (1994), sono stati tra i primi ad indagare il bullismo ed a proporre soluzioni di intervento, e, pur avendo alcune diversit di vedute sul piano operativo, il primo basato su un ruolo pi attivo dell'adulto e della organizzazione scolastica, il secondo su un approccio pi relazionale, con colloqui e training formativi diretto ai bulli e alle vittime, hanno entrambi una visione che possiamo riassumere in due linee operative di fondo, che sembrano condivise da tutti coloro che a livello europeo si occupano di bullismo. 1 - La costruzione di contesti educativi significativi. Contesti aperti alla crescita del gruppo ed allo sviluppo di relazioni positive che abbiano un senso, un peso ed un significato per ogni suo componente. Contesti dove promuovere abilit cognitive e sociali, utili allo sviluppo delle persone sul piano individuale ed emotivo. Caratterizzare cio i luoghi, i tempi e gli spazi, come sistemi organizzati dove sia possibile stimolare il confronto relazionale e favorire le parti migliori dei ragazzi: l'impegno personale, l'empatia, la collaborazione, la solidariet, la responsabilit. Vittime e carnefici sembrano entrambi carenti di un contesto educativo significativo: i primi ne hanno bisogno per essere tutelati da sopraffazioni e umiliazioni, per sviluppare con meno tensioni, proprie autonome capacit difensive, i secondi per imparare le regole base della civile convivenza (rispetto degli altri, controllo degli impulsi) e per essere sensibilizzati alla socialit e solidariet. 2 - Il coinvolgimento attivo degli adulti. Siano essi genitori, insegnanti od altre persone a contatto con i giovani, importante che gli adulti siano consapevoli del loro ruolo, che richiede un'attenzione ed una sensibilit educativa nei confronti di qualsiasi adolescente. Essi devono promuovere un'azione educativa comune nei contesti dove operano, nella convinzione di svolgere un ruolo centrale nell'azione di contrasto e di prevenzione del bullismo. Adulti che devono essere pi vicini al percorso evolutivo dell'adolescente, pi impegnati a dare un senso, un significato, anche affettivo, al rapporto con loro, ma anche pi impegnati a definire il proprio ruolo di guida e di garanti delle regole. L'adulto non si deve quindi sottrarre dall'impostare una relazione educativa di tipo co evolutiva, dove, assieme all'adolescente, superare eventuali schematismi o rigidit dei rispettivi ruoli (la Morale, l'Educazione, lo Studente, il Docente, il Padre, il Figlio,..) per scoprire, nel rispetto l'uno dell'altro e nella relazione quotidiana, nuovi originali percorsi per la crescita e lo scambio individuale. Una relazione pi intensa da questo punto di vista avrebbe anche una forte valenza preventiva nei confronti del disagio giovanile.