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CAPITOLO 1

Insiemi
La nozione di insieme, in matematica, `e quella del linguaggio corrente. Un insieme `e
una collezione di oggetti, che si dicono gli elementi dellinsieme. Si conosce linsieme se
se ne conoscono gli elementi, pur di non sottilizzare eccessivamente sul signicato della
parola conoscere. Se ad esempio dico: sia P linsieme di tutti i numeri primi, quasi tutti
i lettori capiscono che cosa intendo, ma nessuno pu` o asserire di conoscere esattamente
linsieme P . Nessuno infatti conosce tutti i numeri primi. Chiunque sar` a peraltro
daccordo sul fatto che, dato un numero naturale, sia possibile stabilire, almeno in linea
di principio, se esso `e primo oppure no: basta vericare se `e divisibile solo per se stesso e
per uno, oppure no. In altre parole, la propriet` a che denisce un numero primo `e chiara
e non equivoca, cosicche siamo daccordo che linsieme P `e denito in modo chiaro e
non equivoco. Analoghe considerazioni valgono per linsieme dei numeri di telefono
italiani (attivi), per linsieme dei quadri di Van Gogh, eccetera: per individuare un
insieme basta enunciare una o pi` u propriet` a che ci consentano di capire se un oggetto
vi appartiene oppure non vi appartiene. Non usiamo alcun articio formale per denire
la nozione di insieme, ne facciamo riferimento ad alcunaltra nozione pi` u semplice: la
riguardiamo come nozione primitiva, una sorta di atomo concettuale.
La matematica che sviluppiamo in questi appunti `e basata su diversi concetti primi-
tivi quali quello di insieme e di elemento di un insieme. Un altro concetto primitivo `e
quello di retta, o di punto del piano. I concetti primitivi sono quelli che non vengono
deniti; `e piuttosto mediante i concetti primitivi che le denizioni sono formulate.
Poiche la matematica `e in buona misura un linguaggio, in questo capitolo ci ac-
contentiamo di esporne le principali regole grammaticali, senza alcuna pretesa di com-
pletezza, di correttezza formale o di particolare originalit` a. A proposito di linguaggio,
lalfabeto greco viene considerato noto e sar` a utilizzato senza commenti.
1. Nozioni di base.
Se A `e un insieme, scriveremo a A se a `e un elemento di A e a , A se a non `e
un elemento di A. La scrittura a A si legge a appartiene ad A. Per gli insiemi si
usano solitamente lettere maiuscole e per gli elementi lettere minuscole. Per descrivere
quali sono gli elementi di un insieme si usano parentesi grae, allinterno delle quali si
elencano gli elementi dellinsieme oppure le propriet` a che li individuano. Ad esempio,
A = 2, 4, 6 oppure P = numeri primi.
Si ammette lesistenza di uno ed un solo insieme privo di elementi. Questo insieme
si chiama linsieme vuoto e si denota . Quindi la scrittura a `e sempre falsa, quale
che sia a, mentre a , `e sempre vera.
1
2 Analisi Matematica 1
Siano A e B due insiemi. Se ogni elemento di A `e anche un elemento di B
diremo che A `e un sottoinsieme di B e scriveremo A B oppure, in modo del tutto
equivalente, A B. Entrambe le scritture A B oppure A B si leggono A `e
contenuto in B. I sottoinsiemi di un insieme X vengono spesso descritti mediante
uguaglianze del tipo
Y = x X : x soddisfa una certa propriet` a.
Ad esempio, se D `e linsieme dei numeri naturali dispari, ossia D = 1, 3, 5, 7, 9, . . .
possiamo formarne il sottoinsieme
Y = y D : y = 4n + 1 con n numero intero positivo.
Che insieme `e Y ? Esso `e costituito da quei numeri che sono del tipo 4n +1, dove n `e
un numero intero positivo. Siccome 4n `e pari, essi sono eettivamente dispari e quindi
Y D. In questo caso, la scrittura
Y = 5, 9, 13, 17, . . .
non sarebbe stata altrettanto chiara. Il lettore `e invitato a vericare la sensatezza della
seguente denizione: se D `e ancora linsieme dei numeri naturali dispari, sia
S = s D : s = d
2
con d D.
Siano A e B due insiemi. Se valgono entrambe le relazioni A B e B A allora
A e B sono formati dalla stessa collezione di oggetti, in quanto ogni elemento di A `e
anche un elemento di B e ogni elemento di B `e anche un elemento di A. In questo
caso i due insiemi si dicono uguali e si scrive A = B. Se A `e un sottoinsieme di B ma
B non `e un sottoinsieme di A allora A si dice un sottoinsieme proprio di B.
`
E opportuno osservare che le nozioni di sottoinsieme e di elemento sono diverse e
non vanno confuse, anche qualora un sottoinsieme consista di un solo elemento. Se ad
esempio A = 1, 2, 3 allora la scrittura 1 A `e corretta, in quanto 1 `e uno degli
elementi di A, mentre 1 A non `e corretta perche 1 non `e un insieme. Se vogliamo
riferirci a quel sottoinsieme di A formato dal solo elemento 1, dovremo scrivere ad
esempio B = 1 ed esprimere la relazione che abbiamo in mente mediante B A
oppure pi` u semplicemente 1 A. Si osservi che naturalmente 1 A `e nuovamente
sbagliato.
1.1. Unione, intersezione, dierenza. Se A e B sono insiemi, la loro unione
A B `e linsieme costituito da tutti gli elementi di A e da tutti gli elementi di B.
Quindi, x A B se e solo se x A oppure x B. Per esempio, se A = 1, 2, 4
e B = 21, 77, allora A B = 1, 2, 4, 21, 77.
`
E ovvio che A B = B A e che
A (A B), B (A B).
Esempi.
(1) Proviamo la seguente ovvia aermazione: se A B allora A B = B. Il modo
standard per provare che due insiemi X e Y sono uguali `e provare che valgono entrambe
le inclusioni X Y e Y X. Nel caso in questione, linclusione B (AB) `e ovvia.
Dobbiamo pertanto dimostrare che (AB) B, ossia che se x AB allora x B.
Insiemi 3
Sia dunque x A B, cosicche x A oppure x B. Nel secondo caso, ossia x B,
non c`e nulla da dimostrare; se x A allora per ipotesi x B in quanto A B.
(2) Dovrebbe essere chiaro che cos` come si pu`o formare lunione di due insiemi, si
pu` o formare anche lunione di una famiglia qualunque di insiemi: essa sar` a linsieme
ottenuto prendendo tutti gli elementi di tutti gli insiemi della famiglia considerata. Se
ad esempio A
1
= 11, 13, 17, A
2
= 21, 23, 27, A
3
= 31, 33, 37 e A
4
= 41, 43, 47,
allora A
1
A
2
A
3
A
4
= 11, 13, 17, 21, 23, 27, 31, 33, 37, 41, 43, 47.
Un modo ecace per capire le nozioni insiemistiche `e quello di far uso di disegni,
rappresentando gli insiemi come regioni del piano, ad esempio colorate oppure sem-
plicemente racchiuse da un qualche contorno. Per esempio la gura
A
B
C
rappresenta schematicamente tre insiemi, cui si sono dati i nomi A, B e C. Lunione
A B C `e dunque rappresentata dalla parte colorata di blu.
LEsempio (2) considerato sopra suggerisce di introdurre una opportuna notazione
per le famiglie di insiemi. Abbiamo usato lespressione famiglia per evitare la locuzione
insieme di insiemi che pu`o generare confusione, anche se corretta. Nulla infatti vieta
di considerare un insieme i cui elementi siano insiemi. Nellesempio appena visto,
avremmo potuto denire linsieme A = A
1
, A
2
, A
3
, A
4
. Per quanto legittimo, ci` o non
avrebbe in nulla agevolato il nostro obiettivo, cio`e di formare lunione A
1
A
2
A
3
A
4
che certo non `e uguale a A. Ci`o di cui abbiamo bisogno `e solo un modo ragionevole
di dare dei nomi quando gli insiemi sono molti e le lettere dellalfabeto diventano
poche oppure pi` u semplicemente innaturali. Nel caso in esame possiamo considerare il
dizionario I = 1, 2, 3, 4 che parametrizza i nomi degli insiemi: per ciascun elemento
di I c`e un insieme che ne porta il nome, ossia se i I allora vi `e uno ed un solo insieme
A
i
della famiglia. Gli elementi di I si dicono indici. In generale, se I `e un insieme e se
per ogni i I `e denito un insieme A
i
, si suole indicare la famiglia mediante A
i

iI
,
ossia
A
i

iI
= A
i
: i I.
4 Analisi Matematica 1
Esso `e un insieme di insiemi. Lunione di tutti gli insiemi A
i
si denota invece
_
iI
A
i
.
Se I `e linsieme dei primi N interi positivi, I = 1, 2, . . . , N, si scrive anche
N
_
i=1
A
i
.
Banalmente, nel caso dellesempio
4
_
i=1
A
i
=
_
iI
A
i
,
dove I = 1, 2, 3, 4. Luso di indici sar` a adottato in varie circostanze; sar` a ad esempio
molto utile per scrivere somme o prodotti di molti numeri.
Se A e B sono insiemi, la loro intersezione A B `e linsieme i cui elementi sono
gli elementi che appartengono sia ad A sia a B. Quindi, x A B se e solo se
x A e x B. Per esempio, se A = 2, 3, 4, 8 e B = 2, 3, 8, 197, allora
A B = 3, 8. Le inclusioni (A B) A e (A B) B sono ovvie, cos` come
luguaglianza A B = B A. Naturalmente, per lintersezione di tutti gli insiemi di
una famiglia A
i

iI
varr` a la notazione

iI
A
i
.
Riprendiamo il disegno considerato sopra, evidenziando le intersezioni.
A
B
C
A B
A C
B C
Si osservi che se due insiemi non hanno elementi comuni, allora la loro intersezione
`e linsieme vuoto. Ad esempio, nel disegno, (A B) C = . Questa `e una delle
ragioni che giusticano lintroduzione dellinsieme vuoto. Per coerenza logica e formale,
`e infatti ragionevole richiedere che dati due insiemi qualunque la loro intersezione sia
Insiemi 5
ancora un insieme. Quindi, per coprire anche il caso in cui i due insiemi siano disgiunti,
si deve ammettere la possibilit` a che vi sia un insieme senza elementi.
`
E poi piuttosto
evidente che un siatto insieme `e necessariamente unico: se ve ne fosse un altro e i
due fossero quindi diversi, allora ci sarebbe un elemento che sta in uno dei due ma non
nellaltro; daltra parte non si pu` o esibire un siatto elemento perche per denizione
entrambi gli insiemi sono privi di elementi.
Se A e B sono insiemi, la dierenza A B `e costituita dagli elementi di A che
non sono elementi di B. Per esempio, se A = 2, 3, 5, 6 e B = 3, 6, 8, 12, allora
A B = 2, 5 mentre B A = 8, 12. Se si sta lavorando in un contesto in cui gli
insiemi che si considerano sono tutti intesi come sottoinsiemi di uno stesso insieme X,
allora ci si riferisce allinsieme XA come al complementare di A. Si sottointende cio`e
A X e si scrive A
c
in luogo di X A. La scrittura A
c
si legge il complementare di
A in X. Poiche linsieme X non compare nel simbolo, deve essere molto chiaro dal
contesto quale sia X.
1.2. Connettivi logici, quanticatori. Le proposizioni matematiche sono aer-
mazioni che stabiliscono relazioni tra varie entit` a. Una proposizione pu` o essere vera o
falsa, nel senso corrente delle parole. Ad esempio la proposizione ogni numero pari `e
divisibile per 4 `e falsa, in quanto il numero 6 `e pari ma non `e divisibile per 4, mentre
la proposizione ogni numero divisibile per 4 `e pari `e vera, perche ogni numero che
contiene il fattore 4 = 2 2 contiene anche il fattore 2.
A partire da una o pi` u proposizioni, se ne possono formare delle altre mediante i
cosiddetti connettivi logici. Sono connettivi la negazione, la disgiunzione e la congiun-
zione. Per spiegare questi concetti, consideriamo il caso in cui siano date le proposizioni:
T = (il numero tre `e positivo) Q = (oggi piove).
La negazione di T, ossia nonT si denota in logica matematica T. Nel caso in
questione la negazione di T `e la proposizione il numero tre non `e positivo, mentre la
negazione di Q `e evidentemente oggi non piove. La disgiunzione di T e Q, denotata
T Q, `e la proposizione T oppure Q. Essa `e vera se almeno una tra T e Q `e vera,
ed `e falsa se sono entrambe false. Nel nostro caso, la proposizione T Q `e tre `e
positivo, oppure oggi piove; siccome tre `e positivo, essa `e vera. La congiunzione di
T e Q, denotata T Q, `e la proposizione T e Q. Essa `e vera se entrambe T e
Q sono vere, ed `e falsa se almeno una di esse `e falsa. Nel nostro caso, T Q `e vera
solamente se oggi piove.
Si faccia caso alla somiglianza graca tra i simboli e e tra i simboli e .
Essa non `e casuale: se infatti abbiamo le proposizioni:
T = (a A) Q = (a B),
allora TQ `e vera se e solo se a A oppure a B, ossia se e solo se a AB, mentre
TQ `e vera se e solo se a A e anche a B, ossia se e solo se a AB. Sottolineiamo
inne che per quanto laccento di questi appunti non cada mai su questioni meramente
logiche, `e tuttavia molto importante essere sempre in grado di stabilire quale sia la
negazione di una proposizione e quando due propriet` a che intervengono in un enunciato
vadano intese in senso disgiuntivo o di congiunzione.
6 Analisi Matematica 1
Fondamentale `e il connettivo implicazione. In matematica esso si denota .
Quando scriviamo T Q intendiamo che T implica Q, ossia che se T `e vera, allora
anche Q `e vera. In tal caso si `e soliti dire che T `e lipotesi, mentre Q `e la tesi.
Altre possibili espressioni sono: T `e condizione suciente anche valga Q, oppure
Q `e condizione necessaria anche valga T. Se oltre a valere T Q vale anche
limplicazione opposta Q T, se esse cio`e valgono congiuntamente, si scrive allora
T Q e si legge T se e solo se Q. Naturalmente, ci` o va inteso nel senso che T
e Q sono sempre entrambe vere o entrambe false.
La logica insegna che ogni implicazione `e equivalente alla sua implicazione con-
tronominale, ossia T implica Q `e equivalente allimplicazione se Q `e falsa, allora
`e falsa anche T. Utilizzando le notazioni della logica abbiamo perci` o perfetta equiva-
lenza tra T Q e (Q) (T). Questo fatto `e di grande importanza in matema-
tica, ed `e il fondamento delle cosiddette dimostrazioni per assurdo. Un esempio `e la
dimostrazione della Proposizione1.4 del prossimo capitolo, nel corso della quale si sta-
bilisce che se il quadrato (p/q)
2
del rapporto p/q tra due numeri interi `e uguale a 2,
allora p e q non possono essere primi tra loro. Limplicazione contronominale della
precedente `e che il rapporto p/q tra due numeri interi primi tra loro non soddisfa mai
(p/q)
2
= 2. Unitamente al teorema di scomposizione in fattori primi - che implica che
ogni rapporto tra numeri interi `e esprimibile come rapporto tra numeri interi primi tra
loro - questo dimostra la ben nota irrazionalit` a di

2.
Nella maggior parte delle proposizioni matematiche intervengono i cosiddetti quan-
ticatori logici. Essi non sono altro che la locuzione per ogni, oppure pi` u semplicemente
ogni, e la locuzione esiste. Il primo si denota e si dice un po pomposamente
quanticatore universale, mentre il secondo si denota e si dice altrettanto pom-
posamente quanticatore esistenziale. Va detto che questi due simboli sono di estrema
utilit` a nella pratica della scrittura matematica ma che, in generale, labuso di sosti-
tuti simbolici dei termini della lingua corrente pu` o sortire leetto opposto a quello
desiderato: appesantire anziche alleggerire il discorso.
Illustriamo brevemente un aspetto dei quanticatori logici, forse per alcuni versi
sorprendente, che verr` a ulteriormente esemplicato nel corso della Sezione 3 del Capi-
tolo 3: i simboli e svolgono un ruolo simmetrico nellenunciato di una proposizione
e della sua negazione. Tipicamente infatti, una proposizione aermer` a che tutte le en-
tit` a di un certo tipo godono di una certa propriet` a, ad esempio tutti gli asini volano.
Per negare laermazione precedente `e suciente asserire che vi sono delle eccezioni,
ossia che esiste un asino che non vola. Similmente, negare la proposizione esiste un
numero primo pari diverso da 2 signica aermare che tutti i numeri primi diversi
da 2 sono dispari.
Inne, una semplice questione notazionale. Per motivi che hanno soprattutto a che
fare con la sintassi, la locuzione tale che compare, implicita o esplicita, in quasi tutte
le pagine di matematica e merita perci` o unabbreviazione. Al simbolo adottato
talvolta nei paesi anglosassoni preferiremo il semplice acronimo t.c. oppure una
sbarretta verticale [ oppure ancora il segno di interpunzione dei due punti. Quindi,
per esempio
x R t.c. x 2 = x R [ x 2 = x R : x 2.
Insiemi 7
2. Gli insiemi numerici.
Questa sezione `e dedicata a stabilire alcune notazioni e a ricordare alcune propriet` a
dei numeri naturali, interi e razionali. I numeri naturali sono 0, 1, 2, 3, . . . eccetera.
Ossia i numeri che si usano per contare, pi` u lo zero. Linsieme dei numeri naturali si
denota N. Va subito chiarito che luguaglianza
N = 0, 1, 2, 3, . . . . (2.1)
non `e universalmente condivisa. Per molti autori lo zero non `e un numero naturale.
Risparmiamo al lettore uggiosi commenti al riguardo. Ricordiamo piuttosto che, come
sempre in matematica, basta intendersi. In questi appunti, primariamente per ragioni
di comodit` a, assumiamo che lo zero sia un numero naturale, cio`e che valga (2.1).
Adotteremo spesso la convenzione
1
che se A `e un insieme di numeri, allora A

= A0,
cosicche naturalmente
N

= 1, 2, 3, . . . .
Tra numeri naturali sono denite la somma e il prodotto: se n e m sono numeri
naturali, allora anche n+m e nm sono numeri naturali. Diamo per noto il signicato
di queste operazioni, ossia come si formino n + m e nm se sono noti n e m. I due
elementi 0 e 1 si comportano in modo molto particolare, essi sono cio`e gli elementi
neutri rispettivamente per la somma e per il prodotto, cio`e:
0 + n = n, 1n = n n N.
I numeri interi, detti anche interi relativi, sono i numeri 0, 1, 1, 2, 2, . . . , ossia i
numeri naturali assieme ai loro opposti. Linsieme dei numeri interi `e indicato con Z:
Z = 0, 1, 2, . . . .
I numeri naturali sono da riguardarsi come particolari numeri interi. In altre parole,
linclusione N Z `e ovvia. Si noti che la seguente aermazione
per ogni n X esiste m X tale che m + n = 0
`e falsa se X = N, mentre `e vera se X = Z. In eetti, Z `e il pi` u piccolo insieme che
contiene N per il quale laermazione precedente `e vera! In altri termini, linsieme dei
numeri interi viene introdotto per risolvere lequazione nellincognita x
n + x = 0,
per qualunque numero naturale ssato n. Tale equazione esprime il cosiddetto pro-
blema dellopposto. Consideriamo ora laermazione analoga alla precedente per il
prodotto, questa volta utilizzando i quanticatori logici:
n X 0 m X t.c. mn = 1.
Essa `e falsa sia per X = N, sia per X = Z. Per risolvere lequazione
nx = 1
nellincognita x per ogni n Z 0, ossia per risolvere il problema dellinverso, si
introducono i numeri razionali. Essi sono quei numeri che si ottengono come frazioni
1
Questa convenzione non `e adottata nella sezione 6 di questo capitolo, dove lapice

ha
tuttaltro signicato.
8 Analisi Matematica 1
di numeri interi. Si ricordi che in latino ratio signica rapporto. Linsieme dei numeri
razionali si denota Q. Avremo dunque
Q =
_
p
q
: p Z, q Z 0
_
,
dove p si dice il numeratore e q si dice il denominatore. Scriviamo senza ulteriori
commenti le uguaglianze che esprimono somma e prodotto in Q:
a
b
+
c
d
=
ad + bc
bd
a
b
c
d
=
ac
bd
.
Naturalmente, i numeri interi possono essere visti come quei particolari numeri razionali
il cui denominatore `e uguale a 1. Quindi N Z Q.
3. Linduzione.
Supponiamo di voler calcolare la somma S(n) dei primi n interi positivi. Per farci
unidea, calcoliamone qualche valore:
S(1) = 1
S(2) = 1 + 2 = 3
S(3) = 1 + 2 + 3 = (1 + 3) + 2 = 6
S(4) = 1 + 2 + 3 + 4 = (1 + 4) + (2 + 3) = 10
S(5) = 1 + 2 + 3 + 4 + 5 = (1 + 5) + (2 + 4) + 3 = 15.
Un modo rapido per fare il conto `e suggerito dalluso che abbiamo fatto delle parentesi:
si somma lultimo con il primo e si ottiene n+1, il penultimo con il secondo e si ottiene
ancora (n1) +2 = n+1 e via dicendo. Laddendo (n+1) compare un certo numero
k di volte ed eventualmente rimane un resto. Pi` u precisamente, se n `e pari k = n/2 e
non c`e resto, se n `e dispari k = (n 1)/2 e il resto `e (n + 1)/2. Quindi
S(n) =
_

_
(n + 1)
n
2
se n `e pari
(n + 1)
(n 1)
2
+
(n + 1)
2
=
(n + 1)(n 1 + 1)
2
se n `e dispari
e giungiamo a formulare la congettura:
S(n) =
n(n + 1)
2
. (3.2)
In eetti, non abbiamo dimostrato alcunche, ma arguito ragionevolmente a partire dai
primi 5 casi. Per essere certi che la formula sia vera, procediamo come segue.
(i) Verichiamo che (3.2) valga per n = 1. Infatti 1 = 1(1 + 1)/2.
Insiemi 9
(ii) Supponiamo che (3.2) sia vera per S(n) e vediamo se allora vale anche per
S(n + 1), ossia se S(n + 1) = (n + 1)(n + 2)/2. Infatti
S(n + 1) = (1 + 2 + + n) + (n + 1)
= S(n) + (n + 1)
=
n(n + 1)
2
+ (n + 1)
=
n(n + 1) + 2(n + 1)
2
=
(n + 1)(n + 2)
2
.
Ma allora: sappiamo che la formula vale per il primo intero positivo; valendo per il
primo vale anche per il successivo, cio`e per il secondo; valendo per il secondo vale anche
per il successivo, cio`e per il terzo, e cos` via. Quindi vale per tutti.
Questo tipo di dimostrazione, del quale si fa spesso uso in matematica, si chiama
dimostrazione per induzione e si fonda sul seguente principio generale.
Metodo di dimostrazione per induzione. Supponiamo che ad ogni numero
naturale k sia associata una asserzione T(k). Se valgono le due propriet` a seguenti:
(i) T(0) `e vera;
(ii) se T(k) `e vera (ipotesi induttiva), allora `e anche T(k + 1) `e vera;
allora T(k) `e vera per ogni k N.
Lenunciato formale del metodo di dimostrazione per induzione andr` a adattato di
volta in volta al caso in esame, in cui cio`e si deve interpretare T(0) come la prima
delle varie proposizioni della lista, che alle volte corrisponde allintero 1 anziche a 0,
come nellesempio (3.2).
Per poter formulare esempi signicativi di questo metodo, `e opportuno introdurre
il simbolo di sommatoria. Si tratta di un modo sintetico per esprimere la somma di
molti numeri, nello stesso spirito adottato alla Sezione 1.1 per le unioni e intersezioni
di famiglie di insiemi. Se per ogni i 1, 2, . . . , n `e assegnato un numero reale a
i
,
scriveremo

n
i=1
a
i
per la somma di tutti gli a
i
, ossia
n

i=1
a
i
= a
1
+ + a
n
.
La notazione introdotta ammette ovvie varianti, quali

1in
a
i
,

iI
a
i
se I `e un insieme nito. Nelle notazioni introdotte, la formula appena provata per
S(n) pu` o esprimersi
n

i=1
i =
n(n + 1)
2
.
10 Analisi Matematica 1
Naturalmente, il simbolo

`e soggetto a tutte le trasformazioni che derivano dalle
propriet` a della somma. In particolare si avr` a
n

i=1
a
i
=
k

i=1
a
i
+
n

i=k+1
a
i
se 1 k < n. Equivalentemente, se I = J K dove I `e nito e J e K sono disgiunti

iI
a
i
=

iJ
a
i
+

iK
a
i
.
Importante `e la propriet` a di traslazione degli indici, che si esprime mediante la formula
n

i=m
a
i
=
np

i=mp
a
i+p
=
n+q

i=m+q
a
iq
(3.3)
ogniqualvolta si abbiano interi positivi m, n, p, q tali che p m n. In eetti tutti
e tre i membri della precedente uguaglianza esprimono la somma a
m
+ + a
n
. Per
spiegare, consideriamo il signicato del secondo membro in (3.3), cio`e di
np

i=mp
a
i+p
. (3.4)
La sommatoria va letta come la somma di tutti gli elementi a
i+p
al variare di i
nellinsieme mp, mp + 1, . . . , n p; ci`o equivale a sommare gli elementi
a
(mp)+p
= a
m
,
a
(mp+1)+p
= a
m+1
,
. . . . . .
a
(np)+p
= a
n
,
cio`e a
m
, a
m+1
, . . . , a
n
, come volevasi. Il lettore `e invitato ad analizzare il signicato del
terzo membro in (3.3).
Un altro modo, forse migliore, per capire la formula `e quello di interpretarla come
un vero e proprio cambio del nome della variabile. Se cio`e in (3.4) si pone j = i + p,
allora quando i = mp si ha j = m e quando i = n p risulta j = n, cosicche
np

i=mp
a
i+p
=
n

j=m
a
j
.
Unultima riessione convincer` a il lettore che questa `e esattamente la prima delle due
uguaglianze in (3.3). Infatti, le lettere i e j sono perfettamente interscambiabili in
quanto rappresentano, come si suol dire, variabili mute. Esse rappresentano semplice-
mente un indice; linsieme degli elementi che esse indicizzano `e lo stesso.
A titolo di esempio del metodo di dimostrazione per induzione e delluso del simbolo
di sommatoria, dimostriamo la formula
n

i=1
(2i 1) = n
2
Insiemi 11
che vale per ogni intero positivo n. La proposizione T(n) `e evidentemente la precedente
uguaglianza, con n intero positivo. Ora, T(1) asserisce 211 = 1, ed `e evidentemente
vera. Se si assume vera T(n), si avr` a dunque, ponendo a
i
= 2i 1
n+1

i=1
(2i 1) =
n+1

i=1
a
i
=
_
n

i=1
a
i
_
+ a
n+1
=
n

i=1
(2i 1) + 2n + 1
(per ipotesi induttiva) = n
2
+ 2n + 1
= (n + 1)
2
,
cio`e T(n + 1).
Un altro risultato che si dimostra facilmente per induzione `e la formula del binomio
di Newton. Si veda la Proposizione 4.1 del Capitolo 3.
12 Analisi Matematica 1
Esercizi
1. Siano A, B e C insiemi. Provare le seguenti formule:
(i) (A B) C = A (B C), detta propriet` a associativa dellunione;
(ii) (A B) C = A (B C), detta propriet` a associativa dellintersezione;
(iii) A(BC) = (AB)(AB), detta propriet` a distributiva dellunione rispetto
allintersezione;
(iv) A (B C) = (A B) (A C);
(v) A (B C) = (A B) (A C).
2. Provare mediante il metodo di induzione le seguenti aermazioni:
(i) per ogni numero razionale a ,= 1,
n

k=0
a
k
=
1 a
n+1
1 a
;
(ii)
n

k=0
k
2
=
n(n + 1)(2n + 1)
6
;
(iii) 2
n
> n per ogni n N 0.
CAPITOLO 2
Numeri reali
Storicamente i numeri reali sono stati introdotti per misurare le grandezze geome-
triche. Se ad esempio vogliamo assegnare un numero al rapporto tra la lunghezza
d della diagonale e la lunghezza l del lato del quadrato, applichiamo il teorema di
Pitagora e scriviamo l
2
+ l
2
= d
2
ossia (d/l)
2
= 2. Siamo portati a dire che il numero
cercato, reale in quanto esprime una relazione geometrica reale, `e esattamente uguale a
d/l =

2. Analogamente, dalla geometria siamo convinti dellesistenza di , il numero


che esprime il rapporto tra la circonferenza e la lunghezza del diametro del cerchio. I
numeri

2 e non si possono scrivere come rapporto di numeri interi, non sono cio`e
razionali. Viceversa, ogni numero razionale, potendosi pensare come un numero che
esprime il rapporto tra lunghezze di coppie di segmenti commensurabili, ha da essere
un numero reale.
Che cosa sono, dunque, i numeri reali? Si potrebbe dire che sono delle entit` a
adeguate a misurare la lunghezza di ogni segmento. Questa risposta `e insoddisfacente
dal punto di vista formale, anche se per molti versi accurata. La risposta formale viene
formulata nellambito della teoria degli insiemi mediante la costruzione, a partire dai
numeri naturali, di un insieme normalmente denotato R e i cui elementi si dicono
numeri reali. Linsieme R ha tutte le propriet` a algebriche che si desiderano. In esso
cio`e valgono le regole usuali che governano la somma, il prodotto e le relazioni dordine,
e ha lulteriore cruciale propriet` a che si chiama completezza. Essa consente di compiere
uno dei passi pi` u importanti della matematica: pensare i punti di una retta come
numeri e viceversa, costruendo cio`e una corrispondenza biunivoca
1
tra la retta ed R.
La corrispondenza tra punti e numeri non `e unica, ne banale, ma `e proprio ad essa che
la costruzione di R `e ispirata. Non `e unica perche la scelta di unorigine e di una scala
sono arbitrarie, ossia la selezione di due punti sulla retta cui si danno i nomi zero e
uno. Una volta fatta questa scelta, esiste un modo essenzialmente unico, quantomeno
canonico, per procedere nellidenticazione puntonumero.
Naturalmente, per parlare di corrispondenza biunivoca tra due insiemi `e necessario
dapprima sapere che cosa sono, cio`e come sono deniti. Da un lato si presuppone
nota la nozione di retta; si assume di sapere che cosa sia linsieme retta e quali ne
siano le propriet` a che siamo disposti ad accettare a priori. Dallaltro, bisogna disporre
dellinsieme R dei numeri reali, denito in modo pi` u o meno astratto. Solo a questo
punto si pu` o procedere alla denizione di una corrispondenza. La costruzione di R
pu` o essere fatta in diverse maniere equivalenti ma presenta dicolt` a concettuali ed
1
La nozione esatta di corrispondenza biunivoca tra due insiemi verr` a data nel Capitolo 3. Infor-
malmente, ci`o signica che ad ogni elemento di un insieme si associa uno ed un solo elemento dellaltro
e viceversa, cosicche i due insiemi risultano identicabili luno con laltro.
13
14 Analisi Matematica 1
espositive che esulano dagli scopi di questi appunti. Noi procederemo per una via pi` u
breve. Elencheremo dapprima una serie di propriet` a, i cosiddetti assiomi dei numeri
reali. In seguito enunceremo, senza dimostrarla, lesistenza di un insieme non vuoto
R, essenzialmente unico, che soddisfa tutti gli assiomi elencati. Accenneremo inne
brevemente alla corrispondenza tra R e la retta.
1. Descrizione assiomatica dei numeri reali.
Le propriet` a che individuano linsieme dei numeri reali riguardano, in primo luogo:
le operazioni di somma e prodotto
la relazione di ordine
la compatibilit` a tra operazioni e ordinamento.
Chiariamo subito che cosa si intenda per relazione di ordine.
Definizione 1.1. Una relazione binaria su un insieme A, denotata <, `e detta
relazione dordine se essa soddisfa
(i) se a, b A, allora una ed una sola delle seguenti possibilit` a si verica: a < b,
oppure a = b oppure b < a;
(ii) se a, b, c A sono tali che a < b e b < c, allora si ha anche a < c.
Le propriet` a di somma e prodotto deniscono su R la struttura algebrica di corpo,
mentre la compatibilit` a delle operazioni con la relazione dordine deniscono ci` o che
si chiama un corpo ordinato. Tutte queste propriet` a sono godute anche da Q, che `e
quindi anchesso un corpo ordinato. Esse stabiliscono le regole di calcolo, che valgono
in R quanto in Q.
Definizione 1.2. Un corpo `e un insieme F su cui siano denite le due operazioni
di addizione (o somma) e moltiplicazione (o prodotto), che soddisfano i seguenti as-
siomi:
(A) Assiomi delladdizione.
(A1) Se x F e y F allora x + y F .
(A2) Laddizione `e commutativa: x + y = y + x per ogni x, y F .
(A3) Laddizione `e associativa: x + (y + z) = (x + y) + z per ogni x, y, z F .
(A4) Esiste un elemento 0 F tale che x + 0 = x per ogni x F .
(A5) Ad ogni x F corrisponde un elemento x F tale che x + (x) = 0.
(M) Assiomi della moltiplicazione.
(M1) Se x F e y F allora xy F .
(M2) La moltiplicazione `e commutativa: xy = yx per ogni x, y F .
(M3) La moltiplicazione `e associativa: x(yz) = (xy)z per ogni x, y, z F .
(M4) Esiste un elemento 1 F , 1 ,= 0, tale che 1x = x per ogni x F .
(M5) Ad ogni x F , x ,= 0, corrisponde un elemento 1/x F tale che: x(1/x) = 1.
(D) Propriet`a distributiva.
Per ogni x, y, z F si ha x(y + z) = xy + xz.
Numeri reali 15
Lelemento x si dice lopposto di x, mentre lelemento 1/x si dice il reciproco
di x. Come conseguenza degli assiomi di corpo valgono le regole di calcolo che sono
enunciate negli Esercizi 9, 2 e 3 di questo capitolo.
Passiamo adesso agli assiomi che stabiliscono la compatibilit` a tra le operazioni e la
relazione dordine.
Definizione 1.3. Un corpo ordinato `e un corpo F in cui sia denita una relazione
dordine < per la quale siano soddisfatti i seguenti assiomi
(O) Assiomi dellordine.
(O1) Se x, y, z F e y < z, allora x + y < x + z.
(O2) Se x, y F e x > 0, y > 0, allora xy > 0.
Nel seguito, con la scrittura x y intendiamo che sia x < y oppure x = y.
Ribadiamo che tutti gli assiomi nora elencati sono soddisfatti in particolare da Q,
che `e quindi un corpo ordinato. I numeri razionali tuttavia non soddisfano lassioma
che segue, il vero e proprio tratto distintivo di R.
(C) Assioma di completezza.
Un insieme F munito di una relazione dordine < si dice (ordinalmente) completo
se dati due sottoinsiemi non vuoti A e B di F tali che
a b per ogni a A e per ogni b B,
esiste un elemento s F , detto elemento separatore, tale che
a s b per ogni a A e per ogni b B.
Si faccia attenzione al fatto che lelemento separatore non `e necessariamente unico.
Per esempio ciascun razionale compreso tra 0 e 1 separa in Q i sottoinsiemi 0 e
1 di Q. Osserviamo per` o che i sottoinsiemi A = a Q : a
2
< 2 e B = b
Q : a
2
> 2 di Q non sono separati in Q. Non esiste cio`e alcun numero razionale
s tale che a s b per ogni a A ed ogni b B; se esistesse un tale elemento
s, infatti, si avrebbe s
2
= 2. Questultima implicazione `e intuitivamente chiara, ma
ha una dimostrazione che richiede larchimedeit` a di Q, una propriet` a che discuteremo
pi` u avanti in questo capitolo (cfr il Teorema (5.1)). Il lettore curioso pu` o svolgere
gli Esercizi (16) e (17) al riguardo. La proposizione che segue mostra peraltro che
lequazione s
2
= 2 non ha soluzioni in Q, il che prova che A e B non sono separati in
Q. Ne discende che Q non `e completo.
Proposizione 1.4. Non esiste alcun numero razionale s tale che s
2
= 2.
Dimostrazione. Se esistesse, si potrebbero trovare due interi positivi p e q primi tra
loro tali che (p/q)
2
= 2, ossia p
2
= 2q
2
. Poiche il membro destro `e pari, tale `e anche
p
2
e quindi p (il quadrato di un numero dispari `e dispari). Ma allora p = 2r e quindi
4r
2
= 2q
2
, cio`e 2r
2
= q
2
. Con lo stesso ragionamento si conclude che allora q `e pari,
contro lipotesi che p e q siano primi fra loro. .
Enunciamo nalmente il teorema di esistenza.
Teorema 1.5. Esiste un corpo ordinato completo R.
16 Analisi Matematica 1
Il teorema di esistenza andrebbe in realt` a perfezionato, specicando che R `e es-
senzialmente unico. Il signicato dellavverbio essenzialmente fa riferimento alla
nozione di isomorsmo di corpi ordinati che viene omessa per semplicit` a. In sostanza,
la cosiddetta unicit`a a meno di isomorsmi di R, consiste nel fatto che ogni altro
corpo ordinato e completo F pu` o essere messo in corrispondenza biunivoca con R in
modo da rispettare le operazioni e lordine, cosicche distinguere R da F diviene una
questione solamente nominalistica, inessenziale.
2. La retta e i numeri reali.
La retta geometrica non `e un corpo ordinato e completo, nel senso che su di essa
non sono denite a priori la somma e il prodotto, ne `e chiaro quali siano, ad esempio, i
punti 0 e 1. Non possiamo quindi fare appello allunicit` a di R per identicare la retta
con R. Sar` a piuttosto la costruzione di una corrispondenza biunivoca a consentirci di
trasferire sulla retta le operazioni ed avere in tal modo un modello geometrico di R.
La costruzione che tratteggiamo qui di seguito `e basata sulla nozione intuitiva di retta.
Il primo passo consiste nello scegliere due punti distinti sulla retta, che chiami-
amo rispettivamente O (lo zero) e U (luno). La retta privata di O consiste di due
semirette. Chiamiamo semiretta positiva quella che contiene il punto U. Per sempli-
care lesposizione, supponiamo di immaginare la retta in posizione orizzontale e che U
stia a destra di O.
Il secondo passo consiste nellindividuare i punti interi sulla retta. Consideriamo
dapprima la semiretta positiva. Sia S un segmento di lunghezza uguale alla lunghezza
del segmento OU ed il cui estremo sinistro coincida con il punto U. Lestremo destro
D di S sar` a il punto che corrisponde al numero naturale 2.
O
OU
U
S
D 2
q q q q q
Ripetendo la costruzione, otteniamo via via i punti che corrispondono ai numeri 3, 4,
5,..., ossia un insieme di punti sulla retta che chiameremo punti naturali. Riportando
specularmente i punti naturali sulla semiretta negativa si ottengono i punti interi nega-
tivi. Abbiamo quindi determinato una corrispondenza biunivoca tra Z ed un certo
sottoinsieme della retta i cui elementi abbiamo chiamato punti interi.
Il terzo passo consiste nellindividuare i punti razionali sulla retta. Partiamo al
solito dalla semiretta positiva. Diciamo che il punto R su di essa `e un punto razionale
se esistono due interi positivi p e q (cui corrispondano rispettivamente i punti interi
P e Q) tali che il segmento OP coincida con il segmento di estremo sinistro O e di
estremo destro il punto a distanza q-volte la lunghezza di OR. In tal caso associamo
ad R il numero razionale positivo p/q.
O R 3/2 P 3
OR
OP = 2 OR
q q q q q
Numeri reali 17
Viceversa, dato il numero razionale positivo p/q, il punto razionale R che ad esso
corrisponde `e costruito dividendo in q segmenti uguali il segmento OP : esso sar` a
lestremo destro del primo di tali segmenti. Riportando specularmente i punti razionali
positivi sulla semiretta negativa si ottengono i punti razionali negativi. Abbiamo quindi
determinato una corrispondenza biunivoca tra Q ed un certo sottoinsieme della retta i
cui elementi abbiamo chiamato punti razionali. Osserviamo che tra due punti razionali
distinti vi `e sempre almeno un altro punto razionale, ad esempio il punto medio.
Il quarto passo consiste nel completare la corrispondenza tra i punti della retta ed
i numeri reali. Questo `e ovviamente il passo pi` u sottile. Innanzitutto deniamo sulla
retta lordine naturale, stabilendo cio`e che P > Q se P `e a destra di Q, nel senso
intuitivo cui abbiamo fatto gi` a riferimento. In secondo luogo, ci appelliamo ancora
una volta alla nostra intuizione geometrica per osservare che lassioma di completezza
(ordinale) ha sulla retta un signicato evidente e lo assumiamo quindi come vero: se
due sottoinsiemi giacciono luno completamente alla destra dellaltro, salvo avere al pi` u
un punto in comune, si potr` a tagliare la retta in due semirette in modo che uno dei
due insiemi sia completamente contenuto in una semiretta e laltro nellaltra, perdendo
al pi` u il punto di taglio.
Prendiamo dunque un punto qualunque X sulla retta e consideriamo gli insiemi A
e B formati rispettivamente da tutti i punti razionali a sinistra di X e da tutti i punti
razionali a destra di X. Come conseguenza del fatto che tra punti razionali distinti ve
ne `e sempre un altro, si pu` o vedere che X `e lunico elemento separatore tra A e B.
Ai sottoinsiemi A e B della retta corrispondono sottoinsiemi A

e B

in R formati
da numeri razionali e per i quali risulta a < b per ogni a A

e per ogni b B

.
Si pu` o dimostrare che lelemento separatore x R tra A

e B

, certo esistente per


via dellassioma di completezza, `e anchesso unico. Associamo quindi a X il numero
reale x. Viceversa, dato il numero reale x, consideriamo i sottoinsiemi A

e B

di
R formati rispettivamente da tutti i numeri razionali minori di x e da tutti i numeri
razionali maggiori di x. Agli insiemi A

e B

corrispondono sottoinsiemi A e B della


retta formati da punti razionali e per i quali risulta P < Q per ogni P A e per ogni
Q B. Il punto X della retta che separa A e B `e anchesso unico, ed `e il punto
associato ad x.
3. Intervalli. Insiemi aperti e intorni.
Questa sezione `e dedicata a introdurre una classe di sottoinsiemi di R particolar-
mente rilevanti: gli intervalli. Mediante gli intervalli si possono poi formulare i concetti
di insieme aperto e insieme chiuso, ed il concetto di intorno di un punto. Essi denisco-
no ci` o che si suole chiamare la topologia della retta, ossia la nozione di punti vicini
ad un dato punto.
Un intervallo `e un insieme di numeri reali cui corrisponde un segmento o una
semiretta, estremi inclusi o esclusi. Gli intervalli sono quindi deniti in termini di
ordinamento. Se a e b sono numeri reali e a < b, poniamo:
(a, b) = x R : a < x < b intervallo aperto;
[a, b] = x R : a x b intervallo chiuso;
(a, b] = x R : a < x b intervallo aperto a sinistra e chiuso a destra;
18 Analisi Matematica 1
[a, b) = x R : a x < b intervallo aperto a destra e chiuso a sinistra.
Per quanto riguarda le semirette, introduciamo i simboli + e .
`
E bene chiarire
che essi non rappresentano alcun numero reale, ma servono semplicemente a scrivere
in modo eciente. Poniamo:
(, a) = x R : x < a semiretta aperta e superiormente limitata
2
;
(, a] = x R : x a semiretta chiusa e superiormente limitata;
(a, +) = x R : a < x semiretta aperta e inferiormente limitata;
[a, +) = x R : a x semiretta chiusa e inferiormente limitata.
Si dicono intervalli degeneri gli insiemi del tipo a ove a R. Inne, R stesso `e da
riguardarsi come un intervallo, fatto che viene evidenziato scrivendo R = (, +).
Si noti che lintersezione di due intervalli `e sempre un intervallo, eventualmente degenere
o vuoto, mentre lunione di due intervalli pu` o essere un intervallo oppure no. Ad
esempio, (0, 3] [4, 5) non `e un intervallo, mentre (0, 3) [1, 3] = (0, 3] .
Convenzionalmente, come abbiamo fatto noi, si usano parentesi tonde in corrispon-
denza di estremi esclusi e parentesi quadre in corrispondenza di estremi inclusi. Nel
primo caso, abbiamo usato la parola aperto e nel secondo la parola chiuso. Queste
parole hanno, come vedremo, un signicato preciso.
Si dice intervallo aperto centrato nel punto x
0
di semiampiezza a > 0 lintervallo
(x
0
a, x
0
+ a). Esso `e un intervallo aperto il cui punto medio `e esattamente x
0
.
q q q
x
0
a
(

x
0
x
0
+ a
)
q q q
Se consideriamo un punto x
0
R, ogni intervallo aperto centrato in x
0
contiene
tutti i punti vicini ad x
0
, nel senso che in ogni intervallo (x
0
a, x
0
+ a) vi sono
tutti i punti che distano da x
0
meno di a. Ognuno di questi intervalli costituisce una
sorta di bolla che isola x
0
: tutti i punti al di fuori dellintervallo sono ad una certa
distanza (almeno a) da x
0
e quindi non sono poi cos` vicini ad x
0
. Gli intervalli aperti
centrati in x
0
sono il prototipo di ci` o che si chiama un intorno di x
0
, come chiarito
dalla denizione che segue.
Definizione 3.1. Sia x
0
R. Si dice intorno di x
0
un insieme | che soddis le
due seguenti propriet` a:
(i) x
0
|
(ii) esiste un intervallo aperto I centrato in x
0
tale che I |.
Un insieme ( si dice aperto se esso `e intorno di ogni suo punto, ossia se per ogni
x ( esiste un intervallo aperto centrato in x che sia tutto contenuto in (. Inne,
un insieme T si dice chiuso se il suo complementare in R `e aperto.
`
E a questo punto evidente che gli intervalli aperti sono aperti nel senso della
Denizione (3.1). Infatti, dato un intervallo (s, d) ed un suo punto qualunque x
0
2
Le parole superiormente limitata e inferiormente limitata hanno un signicato preciso che verr` a
discusso nella Sezione 6. Per ora esse hanno da essere intese in senso informale e intuitivo.
Numeri reali 19
potremo certo trovare un a > 0 tale che (x
0
a, x
0
+ a) (s, d): basta scegliere a
minore o uguale al pi` u piccolo tra (x
0
s)/2 e (d x
0
)/2.
q q q
s
_
x
0
a
(

x
0
x
0
+ a
)
_
d
q q q
Similmente, sono aperte le semirette aperte del tipo (, a) oppure (a, +).
Osserviamo che lunione di due o pi` u insiemi aperti `e sempre aperta.
`
E invece forse un
po meno evidente che gli intervalli chiusi sono chiusi nel senso della Denizione (3.1).
Basta per` o notare che
[a, b] = R (, a) (b, +)
e siccome (, a)(b, +) `e aperto, [a, b] risulta essere il complementare di un aperto
ed `e quindi chiuso. Similmente, da
(, a] = R (a, +), [a, +) = R (, a)
si vede che le semirette chiuse sono chiuse nel senso della Denizione (3.1).
4. Valore assoluto e disuguaglianza triangolare.
La nozione di valore assoluto serve ad esprimere lidea di distanza che abbiamo
implicitamente usato nella sezione precedente.
Definizione 4.1. Per ogni numero reale x deniamo
[x[ =
_
_
_
x se x 0
x se x < 0.
Il numero [x[ si chiama il valore assoluto (o il modulo) di x.
Il numero non negativo [x[ esprime la distanza di x dallorigine:
q q q
x

0 [x[
q q q
Evidentemente [x y[ esprime allora la distanza di x da y:
q q q
x y
q q q
Riassumiamo alcune propriet` a del valore assoluto nella proposizione che segue. Si
faccia particolare attenzione al punto (iii).
Proposizione 4.2. Valgono le seguenti propriet` a:
(i) [ x[ = [x[ per ogni x R;
20 Analisi Matematica 1
(ii) se a > 0 la relazione [x[ < a `e equivalente alla relazione a < x < a e
similmente [x[ a `e equivalente alla relazione a x a;
(iii) per ogni x, y R vale la disuguaglianza triangolare, cio`e [x + y[ [x[ +[y[;
(iv) [xy[ = [x[ [y[ per ogni x, y R;
(v) [[x[ [y[[ [x y[ per ogni x, y R.
Dimostrazione. (i) Questo `e ovvio.
(ii) Se x 0 allora x > a `e sempre soddisfatta, ed inoltre x = [x[ < a. Se invece
x < 0 allora x < a `e sempre soddisfatta, ed inoltre x = [x[ > a.
(iii) Se x ed y sono entrambi non negativi, allora [x+y[ = x+y = [x[ +[y[, mentre
se sono entrambi negativi tale `e anche x+y e quindi [x+y[ = (x+y) = (x)+(y) =
[x[ +[y[. Supponiamo allora che siano luno negativo e laltro non negativo, ad esempio
x < 0 y. Allora x + y < y < y +[x[ = [y[ +[x[ e x + y x x [y[ = [x[ [y[.
In altre parole abbiamo
([x[ +[y[) x + y ([x[ +[y[)
e lasserto segue da (ii).
(iv) Questo `e ovvio per via di (i).
(v) Dalla disuguaglianza triangolare si ha
[x[ = [x y + y[ [x y[ +[y[,
ossia [x[ [y[ [x y[. Daltra parte anche
[y[ = [y x + x[ [y x[ +[x[,
ossia [xy[ [x[ [y[. Abbiamo visto che [xy[ [x[ [y[ [xy[ e possiamo
perci`o concludere utilizzando (ii). .
5. Alcune propriet`a dei numeri reali.
Dallassioma di completezza si pu` o derivare una importante conseguenza, nota come
la propriet` a archimedea di R. Essa `e una propriet` a pi` u debole della completezza.
Infatti, anche Q `e archimedeo, pur non essendo completo.
Teorema 5.1 (Archimedeit` a di R). Per ogni y R ed ogni x R, x > 0, esiste
un intero positivo n tale che nx > y.
Dimostrazione. Se y < 0 oppure 0 < y x non c`e nulla da dimostrare. Dunque
`e lecito assumere x < y. Supponiamo che la tesi sia falsa. Posto A = nx : n N,
si ha a y per ogni a A, cosicche se B = b R : b a per ogni a A risulta
B ,= in quanto y B. Sia s un elemento separatore tra A e B. Poiche x > 0,
sx < s. Se d = sx soddisfacesse d nx per ogni n, allora sarebbe d B cosicche
s d per denizione di elemento separatore; ma questo contraddice il fatto che d < s.
Pertanto deve esistere un intero positivo n tale che d = s x < nx ossia s < (n+1)x.
Daltra parte (n + 1)x A e s a per ogni a A. Da questa contraddizione segue
che la tesi `e vera. .
Corollario 5.2. Sia x R. Se per ogni intero n > 0 si ha [x[ 1/n, allora
x = 0.
Numeri reali 21
Dimostrazione. Se fosse [x[ > 0, allora in virt` u del teorema precedente esisterebbe
un intero positivo tale che n[x[ > 0, contro lipotesi. .
Unaltra propriet` a importantissima di R `e la cosiddetta densit` a dei razionali, ossia
il fatto che tra due reali qualunque cade sempre un razionale.
Teorema 5.3 (Densit` a di Q). Se x, y R e x < y, allora esiste r Q tale che
x < r < y.
Dimostrazione. Poiche x < y si ha y x > 0 e per la propriet` a archimedea di
R esiste un intero positivo n tale che n(y x) > 1. Applicando ancora due volte la
propriet` a archimedea, otteniamo due interi positivi m
1
ed m
2
tali che m
1
= m
1
1 > nx
e m
2
= m
2
1 > nx, ossia
m
2
< nx < m
1
.
Perci`o esiste un intero m con m
2
m m
1
tale che
m1 nx < m.
Dalle disuguaglianze precedenti otteniamo
nx < m 1 + nx < ny.
Inne, siccome n > 0 si ha
x <
m
n
< y
e lasserto `e dimostrato con r = m/n. .
6. Estremo superiore e inferiore.
Lassioma di completezza riveste, come abbiamo visto, un ruolo di fondamentale
importanza. Come spesso accade in matematica, un concetto pu` o essere riformulato
ed assumere una valenza maggiormente operativa. E questo il caso dellassioma di
completezza, che risulta essere equivalente allesistenza del cosiddetto estremo superio-
re di ogni insieme non vuoto che si trovi, per cos` dire, tutto a sinistra di un certo
punto. Si potrebbe dire che lestremo superiore di un siatto insieme S `e il punto
pi` u appiccicato ad S tra quelli che stanno ancora a destra di S, quando non ne `e
proprio lelemento pi` u grande. La denizione di estremo superiore non `e molto pi` u
concreta di quella di elemento separatore ma le caratterizzazioni che se ne possono
dare ne consentono un uso in un certo senso abbastanza pratico. Mediante la nozione
di estremo superiore `e possibile esprimere in modo sintetico e persino intuitivamente
soddisfacente molte verit` a sottili dellAnalisi Matematica.
Iniziamo col precisare che cosa abbiamo inteso dire con lespressione S sta tutto
a sinistra (o a destra) di un certo punto.
Definizione 6.1. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R. Diremo che S `e supe-
riormente limitato se esiste M R tale che s M per ogni s S. In questo caso, M
si dir` a un maggiorante di S. Analogamente, diremo che S `e inferiormente limitato se
esiste m R tale che m s per ogni s S. In questo caso, m si dir` a un minorante
di S. Diremo inne che S `e limitato se `e superiormente e inferiormente limitato.
22 Analisi Matematica 1
Si pu` o riformulare la denizione precedente considerando linsieme dei maggioranti
di S, ponendo cio`e S

= M R : M s per ogni s S e dicendo che S `e supe-


riormente limitato se S

,= . Analogamente si pu` o procedere introducendo linsieme


S

= m R : m s per ogni s S dei minoranti di S.


Esempi.
(1) Le semirette (, 0] e (, 0) sono entrambe superiormente limitate ma non
inferiormente limitate. In eetti, 0 `e un maggiorante per entrambe ma non vi sono
minoranti ne per luna ne per laltra. Quindi non sono limitate.
(2) Lintervallo (0, 1] `e limitato inferiormente da 0 e superiormente limitato da 1.
Quindi `e limitato.
(3) Linsieme I = 1/n : n N 0 `e limitato inferiormente da 0 e superiormente
da 1, perche 1/n 1 per ogni naturale non nullo n. Quindi `e limitato. In particolare
abbiamo provato che I (0, 1] .
(4) Prendendo spunto dallesempio precedente, possiamo dimostrare che se A B e
B `e limitato, tale `e anche A. Infatti se M ed m sono rispettivamente un maggiorante
ed un minorante di B, allora m b M per ogni b B. Daltra parte, per ogni
a A risulta a B cosicche m a M per ogni a A.
Se un insieme S ha un maggiorante M, sono maggioranti di S anche tutti i numeri
maggiori di M. Non `e invece detto che ve ne sia qualcuno pi` u piccolo di M. Se c`e
un maggiorante M

< M, possiamo dire che M

`e meglio di M nel senso che M

descrive pi` u accuratamente la regione in cui `e localizzato S, approssimandone meglio


il conne destro. Poniamoci quindi la seguente domanda: esiste il migliore, cio`e il pi` u
piccolo, dei maggioranti? Questo certamente avviene se S possiede un elemento che `e
pi` u grande di tutti gli altri suoi elementi: esso marca il conne.
Definizione 6.2. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R. Diremo che S ammette
massimo e che M R `e il massimo di S se M S e se M x per ogni x S. In
tal caso scriveremo M = max S. Analogamente, diremo che S ammette minimo e che
m R `e il minimo di S se m S e se m x per ogni x S. In tal caso scriveremo
m = min S.
Possiamo ora denire i concetti di estremo superiore e di estremo inferiore. Si
noti che la denizione fa uso esclusivamente della relazione dordine e di nessunaltra
propriet` a di R.
Definizione 6.3. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R. Si chiama estremo su-
periore di S il minimo dei maggioranti di S, se esso esiste. In tal caso esso si denota
sup S. Si chiama estremo inferiore di S il massimo dei minoranti di S, se esso esis-
te. In tal caso esso si denota inf S. Deniamo inoltre sup S = + se S non `e
superiormente limitato e inf S = se S non `e inferiormente limitato.
Osserviamo che se S ammette un massimo M, allora M `e anche lestremo superiore
di S. Infatti, M `e un maggiorante e se ve ne fosse uno pi` u piccolo M

, si avrebbe
M

< M, contraddicendo il fatto che M

sia un maggiorante, in quanto M S; perci`o


Numeri reali 23
M `e il minimo dei maggioranti, cio`e M = sup S. Similmente, se S ammette minimo
m, allora m = inf S.
Ne segue in particolare che se esiste sup S ma sup S , S, allora S non ha massimo.
Infatti, se esistesse il massimo M esso coinciderebbe con lestremo superiore, cio`e
M = sup S, cosicche si avrebbe sup S S, contro lipotesi. Similmente, se esiste inf S
ma inf S , S, allora S non ha minimo.
Esempi.
(5) Riprendiamo lesempio (1) e proviamo che max(, 0] = sup(, 0] = 0. Infatti
0 (, 0] e x 0 per ogni x (, 0] , da cui max(, 0] = 0. Per quanto
osservato sopra, sup = max se il massimo esiste e quindi sup(, 0] = 0.
Proviamo ora che sup(, 0) = 0, mentre il massimo di (, 0) non esiste.
Chiaramente, 0 `e un maggiorante. Se M < 0, M non `e un maggiorante in quanto
M < M/2 < 0 e M/2 (, 0). Perci` o per ogni maggiorante M si ha 0 M e
questo prova che 0 `e il minimo dei maggioranti, cio`e 0 = sup(, 0). Inne, siccome
0 , (, 0), il massimo di (, 0) non esiste.
(6) Riprendiamo lesempio (4) e proviamo che, posto I = 1/n : n N 0, si
ha max I = sup I = 1, inf I = 0, ma min I non esiste. Per ogni intero positivo n
si ha n 1, cosicche 1/n 1 e 1 `e un maggiorante di I . Siccome 1 = 1/1 I ,
esso `e il massimo e quindi anche il sup. Ora, 0 `e un minorante per I in quanto ogni
elemento di I `e strettamente positivo. Sia ora m un numero reale positivo. Siccome
R `e archimedeo, dati i numeri reali m > 0 e 1, esiste un intero positivo n tale che
nm > 1, cio`e 1/n < m. Abbiamo provato che nessun numero positivo m pu` o essere
un minorante per I . Quindi, per ogni minorante m di I si ha m 0 e 0 `e dunque il
massimo dei minoranti, cio`e 0 = inf I . Daltra parte, I non ha minimo perche 0 , I .
La denizione di estremo superiore pu` o essere riformulata mediante linsieme S

dei maggioranti di S, ponendo


sup S =
_
_
_
min S

se S

,= e se S

ammette minimo
+ se S

= .
Potrebbe quindi darsi che S sia superiormente limitato, cio`e S

,= , ma che S

non ammetta minimo, nel qual caso non esisterebbe lestremo superiore di S. Ci`o
non si verica mai, nel senso che se S

,= , allora esiste min S

R, ossia ogni
insieme superiormente limitato ammette estremo superiore. Omettiamo la non dicile
dimostrazione del seguente teorema, a cui abbiamo accennato allinizio di questa sezione
e da cui segue laermazione che abbiamo appena fatto, nonche lanaloga per lestremo
inferiore.
Teorema 6.4. Sia F un corpo ordinato. Le asserzioni seguenti sono equivalenti:
(i) F `e ordinalmente completo;
(ii) ogni sottoinsieme non vuoto e superiormente limitato di F ammette estremo
superiore in F ;
(iii) ogni sottoinsieme non vuoto e inferiormente limitato di F ammette estremo
inferiore in F .
24 Analisi Matematica 1
Dal Teorema (6.4) segue appunto che poiche R `e ordinalmente completo, cio`e vale
la propriet` a (i), allora ogni sottoinsieme non vuoto e superiormente limitato di R
ammette estremo superiore, ossia vale la propriet` a (ii). Di pi` u `e vero: si potrebbe
sostituire lassioma di completezza ordinale (C) con una qualunque delle propriet` a (ii)
oppure (iii) e ancora si otterrebbe un unico corpo ordinato con tale propriet` a, ossia R.
Passiamo ora a dare una caratterizzazione di sup e inf .
Proposizione 6.5. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R.
Il numero R `e lestremo superiore di S se e solo se
(i) `e un maggiorante per S;
(ii) per ogni x R con x < esiste s S tale che x < s.
Il numero R `e lestremo inferiore di S se e solo se
(i) `e un minorante per S;
(ii) per ogni x R con x > esiste s S tale che s < x.
Dimostrazione. Supponiamo che = sup S e proviamo che soddisfa (i) e (ii). La
(i) `e banalmente soddisfatta. Sia ora x R con x < . Siccome `e il minimo dei
maggioranti, x non `e un maggiorante e quindi esiste un s S pi` u grande di x, cio`e
tale che s > x.
Viceversa, supponiamo che soddis (i) e (ii) e proviamo che allora = sup S.
Dobbiamo provare che `e il minimo dei maggioranti. Supponiamo invece che vi sia
un maggiorante x pi` u piccolo di , cio`e tale che x < . Per la (ii) esiste allora s S
tale che x < s, in contraddizione con lipotesi che x sia un maggiorante. Pertanto `e
il minimo dei maggioranti.
La dimostrazione dellenunciato relativo allestremo inferiore `e del tutto analoga e
viene lasciata per esercizio. .
7. Potenze e radici.
Se x R ed n N 0 `e ben noto che cosa si intenda per la potenza n-esima di
x, denotata x
n
, ossia
x
n
= x x x
. .
n volte
.
La associativit` a del prodotto rende non ambigua lespressione precedente. Si osservi
che se x > 0 allora x
n
> 0 per ogni intero positivo n (mentre se x < 0, il segno di
x
n
dipende da n: se n `e pari allora x
n
> 0 mentre se n `e dispari, allora x
n
< 0). In
particolare quindi, se ssiamo un intero positivo n linsieme
P
n
= x
n
: x > 0
`e un sottoinsieme di R
+
= (0, +). Una domanda naturale da porsi `e se P
n
sia un
sottoinsieme proprio di R
+
o se viceversa coincida con esso. In questo secondo caso,
che `e naturalmente quello che si verica, si ha che per ogni intero positivo n ed ogni
y > 0 esiste x > 0 tale che x
n
= y (vedi il Teorema (7.3) qui sotto). Il numero reale
positivo x si chiama la radice n-esima di y, e si denota con uno dei simboli y
1/n
oppure
n

y. Per poter dimostrare questo semplice ma fondamentale teorema, premettiamo due


semplici osservazioni.
Numeri reali 25
Lemma 7.1. Sia k un intero positivo. Se 0 < a < b allora 0 < a
k
< b
k
.
Dimostrazione. Esercizio. .
Lemma 7.2. Se 0 < a < b ed n `e un intero positivo, allora
b
n
a
n
n(b a)b
n1
(7.5)
Dimostrazione. Fattorizzando ed utilizzando il lemma precedente si ha
b
n
a
n
= (b a)(b
n1
+ b
n2
a + + ba
n2
+ a
n1
)
(b a)(b
n1
+ b
n2
b + + bb
n2
+ b
n1
)
= (b a)nb
n1
.
.
Teorema 7.3. Per ogni numero reale positivo y ed ogni intero positivo n esiste
una ed una sola radice n-esima positiva y
1/n
.
Dimostrazione. Lunicit` a `e ovvia per via del Lemma (7.1): se 0 < x
1
< x
2
si ha
anche 0 < x
n
1
< x
n
2
. Sia ora y > 0 ssato e consideriamo linsieme
A = x R : x
n
y.
Questo insieme non `e vuoto, perche = min1, y A ed `e limitato superiormente
perche = max1, y `e un maggiorante. Infatti:

n
= (min1, y)
n
min1, y y

n
= (max1, y)
n
max1, y y.
Esiste quindi x = sup A. Proveremo ora che x
n
= y. Scegliamo un qualunque numero
positivo . Siccome x > 0, posto
= min
_

n2
n
x
n1
;
x
2
_
si ha ovviamente 0 < < x. Allora, da
0 < x < x < x +
segue
(x )
n
< x
n
< (x + )
n
.
Daltra parte, per le propriet` a dellestremo superiore, tra x ed x vi `e certamente
un elemento di A, mentre senzaltro x + , A. Quindi
(x )
n
< y < (x + )
n
.
Da queste diseguaglianze, e da (7.5), segue
[x
n
y[ < (x + )
n
(x )
n
2n(x + )
n1
< 2n(2x)
n1
= n2
n
x
n1
.
Poiche quindi [x
n
y[ < per ogni > 0 si ha x
n
= y, come volevasi. .
26 Analisi Matematica 1
Esercizi
1. Provare che gli assiomi delladdizione implicano le seguenti propriet` a
(a) Se x + y = y + z allora x = z.
(b) Se x + y = y allora x = 0.
(c) Se x + y = 0 allora y = x (unicit` a dellopposto).
(d) (x) = x.
2. Provare che gli assiomi della moltiplicazione implicano le seguenti propriet` a
(a) Se x ,= 0 e xy = xz, allora y = z.
(b) Se x ,= 0 e xy = y, allora x = 1.
(c) Se x ,= 0 e xy = 1, allora y = 1/x (unicit` a del reciproco).
(d) Se x ,= 0, allora 1/(1/x) = x.
3. Provare che gli assiomi di corpo implicano le seguenti propriet` a
(a) 0x = 0.
(b) Se x ,= 0 e y ,= 0, allora xy ,= 0.
(c) (x)y = (xy) = x(y).
(d) (x)(y) = xy.
Nota: gli esercizi dal (4) al (13) servono per ripassare lalgebra delle disuguaglianze.
Essi sono in ordine, nel senso che per svolgerne uno pu` o essere necessario utilizzarne
uno precedente.
4. Siano x, y R. Provare che x y se e solo se y x 0 e x < y se e solo
se y x > 0. Dedurne che lopposto di un numero positivo `e un numero negativo e
lopposto di un numero negativo `e un numero positivo.
5. Siano x
1
, x
2
, y
1
, y
2
R. Provare che se x
1
y
1
e x
2
y
2
allora si ha anche
x
1
+x
2
y
1
+y
2
; provare inoltre che questultima diseguaglianza `e stretta (ossia <)
se e solo se una delle due precedenti lo `e.
6. Provare che la somma di un numero nito di numeri reali non negativi `e non negativa
e che se almeno uno di essi `e positivo, la somma `e positiva.
7. Siano x, y, z R con z < 0. Provare che se x y, allora xz yz e se x < y,
allora xz < yz.
8. Provare che per ogni numero reale x si ha x
2
0 e che se x
2
= 0 allora x = 0.
9. Siano x
1
, x
2
, y
1
, y
2
R. Provare che
(a) se 0 x
1
y
1
e 0 x
2
y
2
allora x
1
x
2
y
1
y
2
;
(b) se y
1
> 0 e y
2
> 0 e x
1
< y
1
oppure x
2
< y
2
, allora x
1
x
2
< y
1
y
2
.
Numeri reali 27
10. Provare che il prodotto di un numero nito di numeri reali positivi `e positivo.
11. Provare che se x R `e positivo, allora 1/x > 0 e se `e negativo allora 1/x < 0.
12. Siano x e y due numeri reali positivi. Provare che x y se e solo se y/x 1 e
x < y se e solo se y/x > 1.
13. Siano x, y R entrambi non nulli. Provare che
(a) se 0 < x < y oppure x < y < 0, allora 1/x > 1/y;
(b) se x < 0 < y allora 1/x < 1/y.
14. Risolvere le seguenti disequazioni
(i) x(x + 2)
2
< 0;
(ii) (2x + 3)
4
(x + 4) < 0;
(iii)
2x 1
x + 2
0;
(iv)
x
2
3x 10
x
2
+ x + 1
< 0.
15. Siano A
k
= x R : kx 5 0 e B = x R : x 3 < 0. Per quali k R si
ha A
k
B? Per quali k R si ha A
k
B ,= ?
16. Sia s Q tale che s
2
< 2.
(i) si provi utilizzando larchimedeit` a di Q che esiste un intero n > 1 per il quale
n(2 s
2
) > 2s + 1;
(ii) utilizzando il punto precedente, si provi che esiste un numero razionale del tipo
r = s + 1/n con n intero positivo, tale che r
2
< 2.
17. Si provi che se esistesse un razionale s che separa gli insiemi A = a Q : a
2
< 2
e B = b Q : b
2
> 2, allora necessariamente s
2
= 2. [Traccia: si proceda provando
che ne s
2
< 2 ne s
2
> 2 possono essere vere per via di quanto visto allesercizio
precedente.]
18. Provare che se A e B sono sottoinsiemi limitati di R tali sono anche A B e
A B.
19. Dimostrare il punto (ii) della Proposizione 6.5.
20. Dimostrare il Lemma 7.1.
28 Analisi Matematica 1
CAPITOLO 3
Funzioni
Moltissime leggi della scienza sono espresse come relazioni che legano fra loro due
o pi` u quantit` a. Tipicamente, una legge sica si formula aermando che una certa
quantit` a y dipende da unaltra quantit` a x secondo una precisa regola, ossia che x e y
soddisfano una relazione per la quale ad ogni valore di x corrisponde un ben preciso
valore di y. Il modo in cui y `e determinato a partire dalla conoscenza di x `e, ne pi` u
ne meno, il contenuto della legge sica. Per questa ragione, i modelli classici della
sica sono anche noti come modelli deterministici: la conoscenza del valore di uno o
pi` u parametri sici determina univocamente il valore di altri parametri ad essi legati
mediante ci` o che si suol denire una relazione funzionale. Si potrebbe parafrasare
dicendo che una legge della sica classica `e spesso unaermazione del tipo: dimmi
quanto vale x e io ti dico quanto vale y.
Il tipo di relazione appena descritta si presenta in molte altre situazioni, non solo
nelle leggi siche. Ad esempio, se ogni persona che entra in un negozio ritira un biglietto
numerato, ad ogni numero chiamato dal negoziante corrisponder` a un unico avventore:
dimmi un numero e io ti dico a chi tocca. Se una banca pattuisce un certo interesse
annuo per le somme in deposito, ad ogni cliente verr` a riconosciuta a ne anno una
somma di competenza: dimmi quanto hai in deposito e io ti dico quale `e linteresse
dovuto. La lista dei possibili esempi `e naturalmente innita.
Il punto di vista matematico consiste nellestrarre gli elementi essenziali di una
vasta classe di modelli di riferimento e denire un concetto generale che si possa poi
adattare a varie possibili situazioni, non solo ai modelli da cui si `e partiti. Il concetto
generale cui stiamo alludendo `e il concetto di funzione. Il punto di partenza consiste
nellindividuare due insiemi, diciamo A e B. Linsieme A sar` a linsieme allinterno del
quale x pu` o variare e per questa ragione x sar` a detta una variabile mentre B sar` a
linsieme dei possibili valori di y. Una funzione da A a B non `e altro che una legge
che ad ogni x A fa corrispondere uno ed un solo y B. Formalizziamo ci` o in una
denizione.
Definizione 0.4. Una funzione (o applicazione) tra gli insiemi A e B `e una regola
f che ad ogni elemento a A associa uno ed un solo elemento f(a) B, detto
limmagine di a mediante f . Una funzione si indica con il simbolo f : A B. Spesso
si scrive a b in luogo di f(a) = b per indicare che b `e limmagine di a mediante f .
Una funzione `e quindi una terna (A, B, f), nel senso che per avere una funzione
devono essere specicati linsieme A di partenza, linsieme B di arrivo e la regola che
abbiamo sinteticamente indicato con la lettera f . Ne segue che due funzioni f : A B
e g : C D sono uguali se e solo se (A, B, f) = (C, D, g), ossia se e solo se coincidono
29
30 Analisi Matematica 1
gli insiemi di partenza, cio`e A = C, gli insiemi di arrivo, cio`e B = D e le regole, cio`e
f = g, nel senso che f(a) = g(a) per ogni a A = C.
Alle volte `e utile rappresentare le funzioni mediante disegni del tipo
A
f
B
in cui si evidenzia che f , per cos` dire, porta i punti di A in punti di B.
Esempi.
(1) Siano A = N, B = Z e sia f : N Z la funzione denita dalla regola n nn
2
.
`
E evidente che ad ogni intero non negativo n N corrisponde uno ed un solo intero
mediante f , cio`e f(n) = n n
2
. Ad esempio, f(0) = 0, f(1) = 0, f(2) = 2 e
f(3) = 6. Qual`e limmagine di 10 mediante f ?
(2) Siano D linsieme degli interi positivi dispari e P linsieme degli interi positivi
pari. La legge f(n) = n
2
non denisce una funzione f : D P in quanto non `e vero
che ad ogni numero dispari n corrisponda il numero pari n
2
; infatti se n `e dispari tale
`e anche n
2
e quindi f(n) = n
2
, P . Per una ragione analoga, non abbiamo neppure
una funzione f : P D. Piuttosto, la corrispondenza n n
2
denisce una funzione
g : D D, ma anche una funzione h : P P , perche se n `e pari tale `e anche n
2
.
Daltra parte, si potrebbe pensare che n n
2
denisca una funzione dagli interi agli
interi, o dai razionali ai razionali, o dai reali ai reali.... se non si specica con esattezza
quali siano linsieme di partenza e linsieme darrivo, la sola legge di corrispondenza
non individua necessariamente una funzione.
(3) Sia M linsieme dei mesi dellanno 2003 e sia G = 28, 30, 31. La corrispondenza
g che ad ogni mese fa corripondere il numero dei giorni di quel mese `e una funzione
g : M G. Ad esempio g(marzo 2003) = 31. Se invece M fosse linsieme dei mesi
dellanno 2004, la stessa corrispondenza non denirebbe una funzione, in quanto il
mese di febbraio 2004 ha 29 giorni e 29 , G.
Funzioni 31
(4) Le potenze x x
n
con n intero e positivo sono funzioni da R ad R. Sono anche
funzioni le seguenti
f : R 0 R, x x
n
, n N 0;
f : (0, +) (0, +), x x
1/n
, n N 0;
f : (0, +) (0, +), x 1/x
1/n
, n N 0.
(5) Indichiamo con [x] la cosiddetta parte intera di x, dove x `e un numero reale
qualsiasi. Essa `e denita come il pi` u grande numero intero minore o uguale a x, cio`e
[x] = maxm Z : m x.
Chiaramente, [x] Z per ogni x R, cosicche [ ] : R Z, x [x] `e una funzione.
Una questione di terminologia: spesso si usa il termine mappa invece di applicazione
o funzione. La ragione `e semplice. Ci si riferisce al fatto che una mappa `e un disegno
che rappresenta una certa regione, o citt` a, o edicio. Ad ogni punto del disegno `e
associato uno ed un solo luogo geograco.
f

La maggior parte delle funzioni nelle quali siamo interessati in questi appunti sono
funzioni tra sottoinsiemi degli insiemi numerici N, Z, Q ed R. In particolare, il vero
oggetto di studio saranno le funzioni del tipo f : I R dove I `e un sottoinsieme
di R. Per questa ragione `e utile stabilire una convenzione che abbrevia in molti casi
la scrittura e che in un certo senso rimuove lambiguit` a illustrata nellEsempio (2.4).
Vogliamo cio`e poter assegnare formule che deniscano funzioni in modo chiaro, senza
dover specicare di volta in volta quali siano gli insiemi di partenza e di arrivo. Se ad
esempio scriviamo f(x) =

1 x
2
vogliamo dire che f `e la funzione f : [1, 1] R
denita da x

1 x
2
.
32 Analisi Matematica 1
Convenzione 0.5. Se scriviamo f(x) = formula che coinvolge x intendiamo la
funzione f : I R dove I `e il pi` u grande sottoinsieme di R in cui la formula ha senso
e denisce un unico numero reale. Linsieme I verr` a detto linsieme di denizione di
f , oppure il suo dominio, oppure ancora il suo campo di esistenza.
Esempi.
(6) Il dominio di f(x) = x
2
`e I = R: si pu`o fare il quadrato di ogni numero reale.
(7) Il dominio di f(x) =

x +

x `e linsieme 0. Infatti, devono valere simultane-


amente le diseguaglianze x 0 e x 0.
(8) Il dominio I di f(x) = tan(1x
2
) si trova imponendo 1x
2
, /2+k : k Z.
Esso `e quindi I = R
_
j
_
+
1
2
_
+ 1 : j Z. Il lettore `e naturalmente invitato a
vericare questultima aermazione.
1. Prodotto cartesiano. Il graco di una funzione.
Cos` come i punti della retta possono essere pensati come numeri reali, `e utile
pensare i punti del piano come coppie di numeri reali. Lidea, dovuta a Cartesio,
consiste nellosservare che se tracciamo nel piano due rette r ed s non parallele, quindi
incidenti in un punto O, ogni punto P fuori di esse determina altri due punti, uno su
r ed uno su s: i punti di intersezione tra r ed s e le parallele ad esse passanti per P .
La costruzione `e pi` u naturale se r ed s sono ortogonali.
r
s

Poiche r ed s possono essere identicate con R, a ciascuno dei due punti di inter-
sezione pu`o essere associato un numero reale. In ultima analisi, possiamo associare a
P una coppia di numeri reali.
Ogniqualvolta si sia ssata la scelta delle identicazioni di r ed s con R, la proce-
dura appena descritta denisce ci` o che si chiama un sistema di coordinate nel piano.
Solitamente, si scelgono r ed s ortogonali e si identica con 0 R il punto O di inter-
sezione su entrambe le rette. In questo caso il sistema di coordinate si dir` a ortogonale
Funzioni 33
ed il punto O si dir`a lorigine del sistema di coordinate. Pensiamo ad r come ad una
retta orizzontale e ad s come ad una retta verticale.
`
E consuetudine scegliere il punto
U
r
che corrisponde al numero reale 1 su r a destra dellorigine ed il punto U
s
che
corrisponde al numero reale 1 su s sopra lorigine. Se la lunghezza di OU
s
`e uguale
alla lunghezza di OU
r
, il sistema di coordinate si dir` a monometrico.
r

U
r
s
U
s
O
La scelta di U
r
e di U
s
denisce su r e su s un orientamento, che viene normalmente
indicato mediante luso di frecce. La retta orizzontale r viene detta lasse delle ascisse
ed i numeri reali che corrispondono ai suoi punti si indicano con la lettera x e si
dicono ascisse; la retta verticale s viene detta lasse delle ordinate ed i numeri reali che
corrispondono ai suoi punti si indicano con la lettera y e si dicono ordinate.
La scelta di un sistema di coordinate ortogonale e monometrico `e sintetizzata nel
seguente disegno:

x
1

y
1
O
Riprendiamo la discussione iniziale sulla corrispondenza tra punti del piano e coppie
di numeri reali. A ben vedere, il concetto di coppia `e del tutto generale, e si formallizza
nella seguente denizione.
Definizione 1.1. Siano A e B due insiemi. Si chiama prodotto cartesiano di A
e B linsieme denotato AB i cui elementi sono le coppie (a, b) dove a A e b B:
A B =
_
(a, b) : a A, b B
_
.
Sottolineiamo che gli elementi di un prodotto cartesiano sono coppie ordinate, nel
senso che in generale (a, b) ,= (b, a). In eetti, si richiede che il primo elemento della
34 Analisi Matematica 1
coppia (a, b), cio`e a, stia nel primo insieme A ed il secondo, b, nel secondo insieme B.
Quindi, se a A e b B, la coppia (b, a) non appartiene a AB, ma a B A, che
`e un insieme diverso. Questa osservazione diventa cruciale quando A = B. In questo
caso gli insiemi A B e B A coincidono, in quanto sono entrambi formati dalle
coppie (a, b) con a e b in A = B. Ma se a ,= b, la coppia (a, b) `e diversa dalla coppia
(b, a).
Il caso che a noi interessa maggiormente `e il prodotto cartesiano R R, perche
vogliamo stabilire una corrispondenza biunivoca tra i suoi elementi ed i punti del piano.
Supponiamo dunque di aver ssato un sistema di coordinate ortogonale e monometrico
nel piano. Ad ogni punto P
0
del piano associamo la coppia (x
0
, y
0
) R R, dove
x
0
`e lascissa del punto di intersezione tra la retta passante per P
0
e parallela allasse
verticale delle ordinate e y
0
`e lordinata del punto di intersezione tra la retta passante
per P
0
e parallela allasse orizzontale delle ascisse.

x x
0

y
y
0
r
P
0
. . . . . . . . . . . .
.
.
.
.
.
.
Viceversa, data la coppia (x
0
, y
0
) RR, tracciamo la retta parallela allasse delle
ordinate e passante per il punto x
0
sulla retta delle ascisse, e la retta parallela allasse
delle ascisse e passante per il punto y
0
sulla retta delle ordinate. Queste due rette si
incontreranno in un punto P
0
del piano. Associamo dunque a (x
0
, y
0
) RR il punto
P
0
. Si noti in particolare, che alla coppia (0, 0) corrisponde lorigine O.
Per via dellidenticazione che abbiamo stabilito tra il piano e il prodotto carte-
siano R R, scriveremo con lieve abuso P
0
= (x
0
, y
0
). Per brevit` a di notazione, si
suole scrivere R
2
in luogo di R R. Possiamo concludere dicendo che un sistema di
coordinate nel piano determina una corrispondenza biunivoca tra R
2
e il piano. Salvo
esplicito avviso del contrario, supporremo sempre di aver fatto una scelta di un sistema
di coordinate ortogonale e monometrico e di aver identicato R
2
col piano.
Supponiamo ora di avere una funzione f : I R dove I `e un sottoinsieme di R,
ad esempio un intervallo. Un modo spesso molto eciente di visualizzare la funzione
f `e quello di disegnarne il graco. Esso `e il sottoinsieme del piano
(f) =
_
(x, f(x)) : x I
_
.
Sia ad esempio I = [a, b] . Un tipico graco potrebbe essere:
Funzioni 35

x
a
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
x
0
b

y
s
s
f(x
0
) . . . . . . . . . . . . . . . s
(x
0
, f(x
0
))
Data una funzione f : I R si ottiene perci` o un sottoinsieme del piano, il suo
graco. Quali sottoinsiemi del piano si ottengono come graci di funzioni f : I R e
quali sottoinsiemi invece non possono rappresentare graci di funzioni di questo tipo?
La risposta `e che i sottoinsiemi che si possono ottenere sono tutti e soli quegli insiemi
(non vuoti) che godono della propriet` a seguente: ogni retta verticale interseca in
al pi` u un punto. Infatti, data f : I R ed una retta verticale di ascissa x, avremo
che essa interseca il graco di f nel solo punto (x, f(x)) se x I ed in nessun punto
se x , I . Viceversa, dato un insieme del tipo detto, esiste una ed una sola funzione
f che ha come graco: basta denire I come linsieme delle ascisse x di quelle rette
che hanno intersezione non nulla con e, per ogni siatto x, porre f(x) = y, dove
(x, y) `e il punto di intersezione della retta di ascissa x con .
Esempi.
(9) La funzione pi` u semplice `e forse f(x) = x, il cui graco `e naturalmente:

(10) Mettiamo subito in guardia il lettore sul fatto che, contrariamente a ci` o che si
potrebbe forse pensare, non tutte le funzioni hanno graci disegnabili. Si consideri per
esempio la seguente funzione, nota come funzione di Dirichlet:
D : [0, 1] R, D(x) =
_
_
_
1 se x Q [0, 1]
0 se x [0, 1] Q.
Ovviamente, non `e possibile stabilire gracamente se un punto ha coordinate razionali
oppure no e quindi nessun disegno ragionevole pu` o essere fatto del graco di questa
funzione.
36 Analisi Matematica 1
(11) Dalla discussione svolta sopra, si deduce che la circonferenza centrata nellorigine
e di raggio r non `e il graco di una funzione f : I R in quanto tutte le rette verticali
di ascissa in (r, r) intersecano la circonferenza in due punti.

r r
s
s
(12) La funzione x [x[ ha graco:

(13) Le funzioni x x
2
e x x
3
hanno graci, rispettivamente:


(14) Consideriamo ora una interessante funzione, la mantissa di x, denotata (x). Essa
`e denita semplicemente come
(x) = x [x],
dove [x] `e la parte intera considerata nellesempio (5). Si osservi che la parte intera
soddisfa lovvia relazione
[x] = n se n x < n + 1,
Funzioni 37
cosicche il graco della parte intera sar` a

2
s
1
s
s
1
s
2
s
La mantissa soddisfa la relazione
(x + n) = (x)
per ogni x R ed ogni n Z. Da questo deduciamo che il graco di x (x)
`e ottenuto in modo semplice a partire dal graco che si ottiene considerando solo
quelle x che sono in [0, 1) Per tali valori si ha infatti (x) = x in quanto [x] = 0.
Dalla precedente relazione si deduce che per x [1, 2) si ha (x) = (x 1) = x 1
perche x 1 [0, 1). In generale, per ogni intero positivo n ed x [n, n + 1) si ha
(x) = (x n) = x n perche x n [0, 1). In particolare, i valori della mantissa
sono tutti compresi nellintervallo [0, 1). Da queste considerazioni risulta chiaro che il
graco della mantissa sar` a

2
s

s
1
s

s
1

s
2

(15) Le funzioni trigonometriche x sin x e x cos x, entrambe denite su R,


hanno i graci familiari:


Quali sono i valori di x che corrispondono alle intersezioni con gli assi e ai valori
massimi e minimi?
38 Analisi Matematica 1
(16)
`
E bene abituarsi a saper disegnare il graco delle funzioni denite, come si suol
dire, a pezzi. Anziche tentare di dare una denizione generale astrusa, consideriamo
il seguente esempio
f(x) =
_

_
sin(x
3
) se x < 0
cos x se 0 x <
1 se x .
Il graco sar` a ottenuto incollando varie parti di graci di funzioni semplici.

s
2. Operazioni sui graci e simmetrie.
Sia f : I R una funzione. Fissiamo a R e ci chiediamo se le scritture
f(x + a), f(x) + a, f(ax), af(x)
deniscano in qualche senso naturale delle nuove funzioni. In caso aermativo, quale
legame sussiste tra f e le nuove funzioni? Ci aspettiamo che i graci delle nuove fun-
zioni siano ottenuti dal graco di f mediante operazioni elementari di tipo geometrico.
Esaminiamo il primo caso. Per ragioni che saranno chiare tra breve, conviene
considerare piuttosto f(x a) anziche f(x + a). Per poter dar senso allespressione
f(xa) bisogna che largomento xa appartenga al dominio I R di f . In tal caso
si avr` a x a = y per qualche y I e quindi x = y + a. Se perci`o poniamo
I + a = y + a : y I,
la formula x f(x a) ha senso per ogni x I +a e denisce una funzione. Questa
funzione si chiama la traslata di f mediante a e si denota spesso
a
f . In simboli:

a
f : I + a R,
a
f(x) = f(x a).
Cerchiamo ora di comprendere quale sia il legame tra il graco (f) di f ed il
graco (
a
f) di
a
f .
`
E evidente che I + a `e ottenuto traslando I di a. Se a > 0,
la traslazione sar` a a destra, nel senso che I + a si ottiene spostando I a destra della
quantit` a a. Questa `e la ragione per considerare f(x a) anziche f(x + a): a valori
Funzioni 39
positivi di a corrispondono traslazioni a destra. Se a < 0 la traslazione sar` a a sinistra,
della quantit` a [a[. Se ad esempio I = (0, 1) e a = 3, allora I + a = (3, 4).
q q q
(
0
)
1
I
(
3
)
4
I + a

q q q
Il graco (
a
f) si otterr` a semplicemente traslando (f) a destra di una lunghezza a,
se a > 0. Infatti, il valore in x = y + a di
a
f `e uguale al valore in y di f , in quanto

a
f(y + a) = f(y).

(f) (
a
f)
Analizziamo ora la funzione denita da f(x) + a. Essa ha senso esattamente per
le stesse x per le quali ha senso f , cio`e per x I . I valori assunti da questa funzione,
che si denota semplicemente f + a, sono traslati di a rispetto ai valori assunti da f .
Il graco sar` a quindi ottenuto traslando (f) in alto di una lunghezza a, se a > 0: i
graci di f e di f + a sono uno sopra laltro.

_ _
(f)
(f + a)
Passiamo ora ad analizzare gli eetti della moltiplicazione. Innanzitutto, possiamo
supporre a ,= 0. Per ragioni che saranno spiegate tra breve, consideriamo f(a
1
x)
anziche f(ax). Anche lespressione abbia senso, bisogner` a che a
1
x I . In tal caso
40 Analisi Matematica 1
a
1
x = y per qualche y I e quindi x = ay. Se perci`o poniamo
aI = ay : y I,
la formula x f(a
1
x) ha senso per ogni x aI e denisce una funzione. Questa
funzione si chiama la dilatata di f mediante a e si denota spesso
a
f . In simboli:

a
f : aI R,
a
f(x) = f(a
1
x).
Per quanto riguarda il legame tra (f) e (
a
f), osserviamo innanzitutto che aI
`e ottenuto dilatando I di un fattore a. Quindi, se a > 1 si avr` a eettivamente
una dilatazione, mentre se a < 1 si avr` a una contrazione. Questa `e la ragione per
considerare f(a
1
x) anziche f(ax): a valori di a maggiori di 1 corrispondono vere e
proprie dilatazioni, cio`e ingrandimentti.
La traslazione `e uno spostamento rigido e quindi `e insensibile alla posizione di I ,
nel senso che la posizione relativa di I e di I +a `e sempre la medesima. La dilatazione
dipende invece dalla posizione di I . Sia ad esempio a = 3 e consideriamo gli intervalli
I = (0, 1/2) e J = (1, 3/2), entrambi di lunghezza 1/2. Avremo aI = (0, 3/2), mentre
aJ = (3, 9/2). Si osservi che I 3I ,= , mentre J 3J = .
q q q
(
0
)
1/2
)
3/2
q q q
q q q
(
1
)
3/2
(
3
)
9/2
q q q
Il graco (
a
f) si otterr` a dilatando (f) di un fattore a, se a > 1. Infatti, il valore
in x = ay di
a
f `e esattamente uguale al valore in y di f , in quanto
a
f(ay) = f(y).

(
2
f) (f)
In gura `e riportato il graco di una sinusoide e quello della sua dilatata di un
fattore due. Come si vede, il graco viene dilatato orizzontalmente. Nella gura che
Funzioni 41
segue `e riportato il graco della stessa sinusoide e della sua dilatata di un fattore 1/2;
questa volta il graco viene compresso orizzontalmente.

(f)
(
1/2
f)
Analizziamo inne la funzione denita da af(x). Come f +a, essa ha senso per le
stesse x per le quali ha senso f , cio`e per x I . I valori assunti da questa funzione,
che si denota semplicemente af , sono dilatati di a rispetto ai valori assunti da f . Il
graco sar` a quindi ottenuto dilatando (f) in verticale di un fattore a. Se a > 1, si
ha una eettiva dilatazione, mentre se a < 1 si ha una compressione. In gura sono
riportate una sua sinusoide la sua dilatata verticalmente di un fattore 2.

(f)
(2f)
Esaminiamo ora due propriet` a di simmetria molto importanti sia dal punto di vista
concettuale sia nelle applicazioni. Si tratta delle nozioni di funzione pari e funzione
dispari. Per evitare inutili complicazioni formali, `e bene considerare sin dallinizio
funzioni denite su insiemi simmetrici, nel senso che chiariamo immediatamente:
Definizione 2.1. Un sottoinsieme S di R si dir` a simmetrico rispetto allorigine
se vale la sguente propriet` a: x S x S. Un sottoinsieme S di R si dir` a
42 Analisi Matematica 1
simmetrico rispetto al punto x
0
R se S x
0
= sx
0
: s S `e simmetrico rispetto
allorigine.
Sono ovviamente simmetrici rispetto allorigine gli intervalli del tipo [a, a] , ma an-
che insiemi che non contengono lorigine, come ad esempio (b, a)(a, b). Lintervallo
S = [1, 3] `e simmetrico rispetto al punto x
0
= 2 in quanto il traslato S2 = [1, 3]2 =
[1, 1] `e simmetrico rispetto allorigine. Ci interesseremo primariamente di insiemi
simmetrici rispetto allorigine, ma altre simmetrie possono essere utili.
Definizione 2.2. Sia I R un insieme simmetrico rispetto allorigine e sia f :
I R una funzione. Diremo che f `e una funzione pari se
f(x) = f(x) per ogni x I,
e diremo invece che f `e una funzione dispari se
f(x) = f(x) per ogni x I.
Esempi.
(17) Il prototipo di funzione pari `e dato da una potenza pari di x. In eetti se
f(x) = x
2n
con n N, allora evidentemente (x)
2n
= x
2n
per ogni x R. Anche
la funzione [x[ `e chiaramente pari. Il prototipo di funzione dispari `e invece dato da
una potenza dispari di x. In eetti se f(x) = x
2n+1
con n N, allora evidentemente
(x)
2n+1
= (x
2n+1
). Naturalmente, tutte le potenze, pari e dispari, sono denite su
tutto R che `e un insieme simmetrico rispetto allorigine.
(18) Altri esempi canonici di funzioni simmetriche si ottengono dalla trigonometria: `e
pari il coseno e sono dispari il seno e la tangente.
Il graco di una funzione pari `e simmetrico rispetto allasse y: la parte sinistra del
graco (ascisse negative) `e limmagine speculare della parte destra. Ad esempio


`e laspetto di una tipica funzione pari.
Funzioni 43
Per ottenere la parte sinistra del graco di una funzione dispari `e necessario ri-
etterne la parte destra due volte: prima nellasse y e poi nellasse x. Oppure, pi` u
semplicemente, la si riette rispetto allorigine. Una funzione dispari `e quindi del tipo:

Si osservi che se lorigine appartiene allinsieme I , allora la richiesta f(x) = f(x)


si riduce, per x = 0, allidentit` a f(0) = f(0), che `e sempre vericata. In altri ter-
mini, se f `e pari su un insieme che contiene lorigine, possiamo modicarne il valore
nellorigine in modo arbitrario ed essa rimarr` a pari. La richiesta f(x) = f(x) si
riduce invece, per x = 0, alluguaglianza f(0) = f(0), che implica f(0) = 0. Quindi,
se f `e dispari su un insieme che contiene lorigine, necessariamente f(0) = 0.
In generale, una funzione, quandanche denita su un insieme simmetrico rispetto
allorigine, non sar` a ne pari ne dispari. Ad esempio, la funzione f(x) = x
3
+ x
2
`e
denta su R ma f(1) = 2 e f(1) = 0 e quindi non `e ne pari ne dispari. Si noti
peraltro che f `e la somma di una funzione pari, cio`e x x
2
, e di una funzione dispari,
cio`e x x
3
. Come appureremo nella Proposizione 2.4, ogni funzione denita su un
insieme simmetrico rispetto allorigine si pu` o esprimere in modo unico come la somma
di una funzione pari e di una funzione dispari.
Definizione 2.3. Sia I R simmetrico rispetto allorigine e sia f : I R. Le
funzioni f
p
e f
d
denite su I dalle formule:
f
p
(x) =
1
2
(f(x) + f(x)) , f
d
(x) =
1
2
(f(x) f(x)) (2.6)
si chiamano, rispettivamente, parte pari e parte dispari di f .
Le propriet` a di f
p
e f
d
sono descritte nella proposizione che segue.
Proposizione 2.4. Sia I R simmetrico rispetto allorigine e sia f : I R.
Allora f
p
`e pari, f
d
`e dispari e f = f
p
+f
d
. Questa decomposizione `e unica, nel senso
che se f = p+d con p, d : I R funzioni rispettivamente pari e dispari, allora p = f
p
e d = f
d
.
44 Analisi Matematica 1
Dimostrazione. Innanzitutto, abbiamo
f
p
(x) =
1
2
(f(x) + f(x)) = f
p
(x)
f
d
(x) =
1
2
(f(x) f(x)) = f
d
(x)
per ogni x I . Ci`o prova che f
p
`e pari e f
d
`e dispari. Inoltre, per ogni x I si ha
f
p
(x) + f
d
(x) =
1
2
(f(x) + f(x)) +
1
2
(f(x) f(x)) = f(x),
ed anche il secondo asserto `e provato. Inne, si supponga f = p + d, con p, d : I R
funzioni rispettivamente pari e dispari. Allora per ogni x I si ha
f
p
(x) =
1
2
(f(x) + f(x)) =
1
2
(p(x) + d(x) + p(x) + d(x)) = p(x)
in quanto p(x) = p(x) e d(x) = d(x). Similmente, per ogni x I si ha
f
d
(x) =
1
2
(f(x) f(x)) =
1
2
(p(x) + d(x) p(x) d(x)) , = d(x),
come volevasi. .
Esempi.
(19) Riprendiamo in esame la funzione f(x) = x
3
+ x
2
. Abbiamo gi` a osservato che
x x
2
`e pari, mentre x x
3
`e dispari. In virt` u della proposizione precedente,
possiamo concludere che f
p
(x) = x
2
e f
d
(x) = x
3
.
(20) Consideriamo ora la funzione
f(x) =
_

_
2 se x 1
2x se 1 < x < 0
2(x
2
1) se 0 x 1
x 1 se 1 < x 2
1 se 2 < x.
Il graco di f `e:

Abbiamo marcato con un grosso cerchio nero il punto (0, 1) = (0, f(0)) che ap-
partiene al graco e marcato con un cerchio vuoto il punto (0, 0) che non `e sul graco.
Funzioni 45
Questo tipo di convenzione graca sar` a adottata anche nel seguito, quando sia
necessario chiarire situazioni analoghe a questa.
Il dominio di f `e R, ovviamente simmetrico rispetto allorigine. Ha quindi senso
cercare di determinare f
p
, f
d
e di disegnarne i graci.
`
E chiaro che conviene analizzare
le formule che deniscono f
p
e f
d
separatamente nei seguenti sottoinsiemi di R:
(, 2), 2, (2, 1), 1, (1, 0), 0.
Saranno poi considerazioni di simmetria a guidare lanalisi nellinsieme (0, +). Ini-
ziamo col determinare f
p
in (, 2). Se x (, 2), allora x (2, +).
Quindi f(x) = 1 e f(x) = 1/2. La formula (2.6) fornisce pertanto:
f
p
(x) =
1
2
(f(x) + f(x)) =
1
2
(2 + 1) =
3
2
.
Per quanto riguarda il punto 2, il valore f(2) `e ottenuto calcolando x 1 in x = 2,
cio`e f(2) = 1. Quindi
f
p
(2) =
1
2
(f(2) +f(2)) =
1
2
(2 + 1) =
3
2
.
Ragionando similmente per i rimanenti insiemi, avremo:
f
p
(x) =
1
2
(2 + ((x) 1)) =
1
2
(1 x) , x (2, 1)
f
p
(1) =
1
2
(2 + 0) = 1
f
p
(x) =
1
2
_
2x +
_
(x)
2
1
__
=
_
x
2
x 1
_
, x (1, 0)
f
p
(0) =
1
2
(f(0) +f(0)) = f(0) = 1 (2.7)
Per simmetria, ossia facendo ricorso al fatto che f
p
(x) = f
p
(x), si ottiene lespressione
di f
p
in (0, +). Il lettore `e invitato a vericare in tutti i dettagli che
f
p
(x) =
_

_
3/2 se x 2
(1 x) /2 se 2 < x 1
x
2
x 1 se 1 < x < 0
2 se x = 0
x
2
+ x 1 se 0 < x < 1
1 + x se 1 x < 2
3/2 se x 2
(2.8)
e che la funzione qui scritta `e eettivamnete pari. Con le convenzioni grache stabilite
sopra, il suo graco `e presto disegnato:
46 Analisi Matematica 1

Calcoli del tutto analoghi conducono alla seguente espressione esplicita di f


d
:
f
d
(x) =
_

_
1/2 se x 2
(3 +x) /2 se 2 < x 1
x
2
x + 1 se 1 < x < 0
0 se x = 0
x
2
x 1 se 0 < x < 1
x 3 se 1 x < 2
1/2 se x 2.
(2.9)
Il graco di f
d
`e:

Il lettore `e invitato a fare ancora qualche verica: in primo luogo, che le formule per
f
d
conducono alla funzione ora scritta, in secondo luogo che questultima sia dispari,
e inne che eettivamente f
p
+ f
d
= f . Daltra parte, utilizzando ancora una volta
la Proposizione 2.4, sappiamo che se eettivamente le formule (2.8) e (2.9) deniscono
rispettivamente una funzione pari ed una dispari e se la loro somma `e f , allora sono
necessariamente f
p
e f
d
.
Ancora qualche osservazione. Se f `e denita su un insieme che contiene lorigine,
allora il calcolo svolto in (2.7) `e del tutto generale. Unitamente allosservazione gi` a
fatta che una funzione dispari si annulla in zero , abbiamo le formule
f
p
(0) = f(0), f
d
(0) = 0.
Funzioni 47
Le funzioni pari e dispari si comportano rispettivamente come il segno pi` u e il segno
meno rispetto al prodotto e alla somma: il prodotto (oppure la somma) di due funzioni
pari `e sempre pari; il prodotto di due funzioni dispari `e sempre pari mentre la loro
somma `e dispari; il prodotto di una funzione pari per una dispari `e sempre dispari;
la somma di una funzione pari e di una dispari `e... qualunque cosa, come abbiamo
appena imparato.
48 Analisi Matematica 1
3. Funzioni surgettive, iniettive e bigettive.
In questa sezione vogliamo discutere due nozioni generali: la nozione di applicazione
surgettiva e quella di applicazione iniettiva. Se f : A B `e una applicazione, linsieme
im(A) := f(a) : a A,
denotato spesso anche con f(A), si chiama limmagine di f . Si osservi che natural-
mente f(A) B ma in generale f(A) ,= B.
f

A im(A)
B
Ad esempio, la funzione f : Z N denita da f(n) = n
2
ha come immagine i quadrati
perfetti e siccome non tutti i numeri naturali sono quadrati perfetti si ha f(Z) ,= N.
Definizione 3.1. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f `e surgettiva se
f(A) = B, ossia se per ogni b B esiste a A tale che f(a) = b.

f
A f(A) = B
Funzioni 49
Facendo riferimento ai simboli di quanticazione logica, la denizione precedente pu` o
essere formulata come segue:
b B a A t.c. f(a) = b. (3.10)
Come gi` a osservato nel primo capitolo, quando si introduce un concetto matematico
mediante una denizione, `e opportuno essere in grado di scrivere la formulazione esatta
anche della sua negazione. Se ad esempio ci chiediamo se una certa funzione sia surget-
tiva o meno, sar` a utile sapere che cosa signica essere non surgettiva, ossia non essere
surgettiva. Nella fattispecie, `e chiaro che una applicazione f : A B non `e surgettiva
se f(A) ,= B, cio`e se limmagine di f `e strettamente contenuta in B, cio`e ancora se vi
sono elementi di B (almeno uno!) che non fanno parte di f(A) e sono quindi diversi
da tutti quelli del tipo f(a):
b B t.c. a A si ha f(a) ,= b. (3.11)
Si osservi che in (3.11) i quanticatori ed hanno, per cos` dire, scambiato i loro
ruoli rispetto a (3.10). Questo `e un fatto di natura generale su cui il lettore `e invitato
a riettere, ma la cui discussione dettagliata esula dagli scopi di questi appunti.
Definizione 3.2. Diremo che lapplicazione f : A B `e iniettiva se essa manda
punti distinti in punti distinti, ossia se dati comunque a
1
, a
2
A con a
1
,= a
2
risulta
f(a
1
) ,= f(a
2
).
a
1
s s
f(a
1
)
a
2
s s
f(a
2
)
Nella denizione di mappa iniettiva compare limplicazione: a
1
,= a
2
f(a
1
) ,= f(a
2
).
Essa pu`o essere riscritta in modo forse pi` u agile mediante la sua versione contronomi-
nale, ossia f(a
1
) = f(a
2
) a
1
= a
2
. Questultima facilita anche la comprensione di
che cosa signichi negare liniettivit` a: una applicazione f non `e iniettiva ogniqualvolta
a
1
, a
2
A, a
1
,= a
2
t.c. f(a
1
) = f(a
2
).
Una funzione non iniettiva presenter` a cio`e un comportamento del tipo:
50 Analisi Matematica 1
a
1

z
s
f(a
1
) = f(a
2
)
s
a
2

s
Per chiarire ulteriormente i concetti di applicazione iniettiva e surgettiva, `e utile
introdurre la nozione di controimmagine di un insieme. Se f : A B `e una appli-
cazione e se J B, si chiama controimmagine di J mediante f linsieme di quei punti
di A che vengono mandati in J da f :
f
1
(J) = a A : f(a) J A.
In particolare, se J consiste di un solo punto, se cio`e J = b, linsieme f
1
(b) `e
formato da quei punti a A tali che f(a) = b.
Come abbiamo gi` a implicitamente osservato, una funzione iniettiva ha la propriet` a
che le controimmagini dei punti sono insiemi formati (al pi` u) da un punto solo. Se
infatti per un qualche b B risultasse f
1
(b) a
1
, a
2
, dove a
1
,= a
2
, allora, per
denizione, si avrebbe f(a
1
) = b = f(a
2
), contro lipotesi che f `e iniettiva. Natural-
mente pu` o benissimo capitare che f
1
(b) = , cio`e che nessun elemento di A venga
mandato da f in b. In questo caso si verica esattamente ci` o che `e scritto in (3.11),
cio`e che f non `e surgettiva.
Le osservazioni appena fatte ci consentono di interpretare iniettivit` a e surgettivit` a
nel contesto che ci interessa di pi` u, quello delle funzioni f : I R R. Se f `e una
siatta funzione e se (f) `e il suo graco, le controimmagini dei punti si trovano in
modo semplicissimo. Sia y
0
R una ordinata. La controimmagine f
1
(y
0
) `e, per
denizione, linsieme delle ascisse x I tali che f(x) = y
0
. Quindi
f
1
(y
0
) = x I : (x, y
0
) (f).
In altre parole, per determinare f
1
(y
0
) basta tracciare la retta parallela allasse x
di ordinata y
0
e considerare tutti i punti in cui tale retta intercetta il graco di f . La
controimmagine di y
0
non sar` a altro che linsieme delle ascisse dei punti trovati.
Funzioni 51

a b

s
s
y
1
y
0
s
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
s
x
1
s
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
s
x
2
f
1
(y
0
) = x
1
, x
2
, f
1
(y
1
) =
In conclusione, una funzione risulta iniettiva se ogni retta orizzontale interseca il
graco in al pi` u un punto, mentre essa risulta surgettiva se ogni retta orizzontale
1
interseca il graco in almeno un punto. La funzione dellesempio in gura non `e ne
iniettiva (infatti f
1
(y
0
) = x
1
, x
2
) ne surgettiva (infatti f
1
(y
1
) = ).
Definizione 3.3. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f `e bigettiva se
essa `e iniettiva e surgetiva. In questo caso si dice anche che f stabilisce una bigezione,
oppure corrispondenza biunivoca, tra A e B.
Nel Capitolo 2 abbiamo descritto la corrispondenza tra numeri reali e retta. Con il
linguaggio appena introdotto possiamo dunque dire che la scelta di due punti su una
retta consente di stabilire in modo canonico una bigezione tra i due insiemi.
Esempi.
(21) La funzione f : [0, 1] [0, 1] denita da x x `e una bigezione. Naturalmente
anche x x
n
stabilisce una bigezione di [0, 1] in [0, 1] per ogni intero positivo n.
(22) La mappa : [/2, /2] [1, 1] denita da (x) = sin(x) `e una bigezione.
`
E invece chiaro che f(x) = sin x, ossia la mappa su tutto R denita da x sin x non
`e bigettiva in quanto non `e iniettiva: sin(x) = sin(x + 2k) per ogni k Z.
4. Elementi di calcolo combinatorio.
Nella precedente sezione abbiamo introdotto il concetto di bigezione tra insiemi.
Consideriamo una coppia A e B di insiemi niti con lo stesso numero di elementi.
`
E
evidente che si potr` a denire almeno una bigezione tra A e B. Ad esempio gli insiemi
A = 1, 2, 3 e B = Tizio, Caio, Sempronio hanno lo stesso numero di elementi, cio`e
tre. Una possibile bigezione tra A e B `e
1 Tizio, 2 Caio, 3 Sempronio.
1
Questa caratterizzazione graca della surgettivit` a si riferisce al caso di una f : I R; se
f : I J , le rette orizzontali da considerare sono solo quelle con ordinata in J . Si veda la discussione
svolta nella Sezione 7.
52 Analisi Matematica 1
Essa non `e certamente lunica bigezione possibile. Il lettore pu` o facilmente vericare
che ve ne sono esattamente 6. Naturalmente, `e lecito pensare che vi sia una formula
generale che esprima il numero di bigezioni tra insiemi che hanno lo stesso numero di
elementi, ed `e anche ovvio che da questo punto di vista non c`e ragione per suppore
che i due insiemi siano diversi: la formula cercata, se c`e, dipender`a solo dal numero n
di elementi e si potr` a quindi supporre A = B = 1, 2, . . . , n.
Il computo del numero di bigezioni di un insieme di n elementi in s`e `e il prototipo
di problema del Calcolo Combinatorio, quella branca della Matematica che si occupa
in generale di problemi di conteggio. Di molti insiemi si sa infatti a priori che sono
costituiti da un numero nito di elementi, ma la determinazione del numero esatto
di essi pu`o presentare delle dicolt` a: `e sorprendente la variet` a e vastit` a dei problemi
di conteggio che sorgono nelle discipline tecnico-scientiche. Per ragioni che hanno
in parte a che vedere con lo sviluppo dellinformatica, il Calcolo Combinatorio `e un
settore di ricerca estremamente attivo. Ci limiteremo qui a presentare alcune formule
elementari di frequente utilizzo.
4.1. Bigezioni di un insieme, o permutazioni. Il primo problema di conteggio
che arontiamo `e quello gi` a formulato sopra: quante sono le bigezioni di un insieme di
n elementi in se stesso? Per semplicit`a possiamo pensare che linsieme sia costituito
dai primi n interi positivi. Trattando problemi di natura combinatoria, adotteremo
pertanto la notazione
I
n
= 1, 2, . . . , n.
Vogliamo contare quante sono tutte le possibili bigezioni : I
n
I
n
. Chiaramente, vi
sono n possibili modi per denire il valore (1), cio`e tutti i possibili numeri 1, 2, . . . , n.
Per ogni scelta di (1), rimangono esattamente n 1 numeri a disposizione per poter
denire (2) in modo da rispettare liniettivit` a di , cio`e in modo che sia (2) ,= (1).
Vi sono pertanto n(n 1) scelte possibili per la coppia ((1), (2)). Per ogni scelta
compiuta di tali valori , rimangono esattamente n 2 numeri a disposizione per poter
denire (3) in modo che sia (3) , (1), (2). Vi sono pertanto n(n 1)(n 2)
scelte possibili per la terna ((1), (2), (3)). Il lettore avr` a gi` a immaginato che il
numero di possibili bigezioni `e il numero
n! = n(n 1)(n 2) 3 2 1,
che si legge n fattoriale. Per esprimere in modo coerente varie formule che appaiono
in matematica, si pone 0! = 1 per denizione. Riportiamo i primi valori del fattoriale.
Essi diventano molto grandi al crescere di n:
0! = 1 5! = 120
1! = 1 6! = 720
2! = 2 7! = 5.040
3! = 6 8! = 40.320
4! = 24 9! = 362.880
Funzioni 53
`
E costume chiamare permutazione di n elementi una bigezione di un insieme di
n elementi in s`e, e indicare mediante P
n
il numero di tali permutazioni. Abbiamo
pertanto dimostrato luguaglianza
P
n
= n!
Si osservi che dalla denizione segue in modo ovvio la propriet` a
n! = (n 1)! n (4.12)
Essa ha anche una semplice interpretazione dal punto di vista del calcolo del numero
delle permutazioni: per ciascuna delle n possibili scelte per (n), vi sono (n1)! modi
per scegliere i rimanenti (1), . . . , (n 1).
4.2. Mappe iniettive, o disposizioni. Ci poniamo ora il problema: quante sono
le mappe iniettive da I
k
a I
n
? A ben riettere, una mappa iniettiva : I
k
I
n
si
descrive semplicemente mediante la lista (1), (2), . . . , (k). Lipotesi di iniettivit` a
consiste semplicemente nellassumere che gli elementi (1), (2), . . . , (k) siano tutti
distinti, e quindi dovremo in particolare supporre che si abbia k n. Una lista di k
elementi distinti scelti tra n elementi si dice una disposizione di n oggetti presi k alla
volta, oppure in sequenze di k. Denotiamo con D
n,k
il numero di tali disposizioni.
Vi sono n modi per scegliere (1), gli n elementi di I
n
. Per ogni scelta di (1)
abbiamo n1 modi per sceglere (2). Vi sono pertanto n(n1) possibili scelte per la
coppia ((1), (2)).
`
E evidente che possiamo arguire in modo assolutamente analogo al
caso del computo delle permutazioni, con la dierenza che quando abbiamo eettuato
le prime k scelte il processo termina. Avremo pertanto
D
n,k
= n(n 1)(n 2)
. .
k termini
= n(n 1)(n 2) (n k + 1).
La formula precedente pu` o anche essere riscritta nella forma
D
n,k
=
n!
(n k)!
(4.13)
per la semplice ragione algebrica
n! =
_
n(n 1) (n k + 1)
__
(n k)(n k 1) 2 1
_
= D
n,k
(n k)!
La (4.13) ha peraltro uninterpretazione combinatoria: per formare una permutazione
di n elementi, possiamo dapprima scegliere k elementi, ossia formare una disposizione,
e poi scegliere i rimanenti n k. Quindi P
n
sar` a uguale al numero di possibili per-
mutazioni di n k elementi per ogni disposizione in sequenze di k. Ci`o equivale alla
formula
P
n
= P
nk
D
n,k
, (4.14)
che `e una ulteriore versione di (4.13). Si noti la coerenza: se k = n, allora D
n,n
deve essere uguale a P
n
dal punto di vista combinatorio, in quanto una disposizione in
sequenze di n `e esattamente una permutazione di n elementi. Daltra parte, abbiamo
posto 0! = 1, ossia P
nn
= P
0
= 1. Dunque, la formula (4.14) vale anche nel caso
k = n, cos` come la formula (4.13).
54 Analisi Matematica 1
4.3. Mappe qualunque, o disposizioni con ripetizione. Ci poniamo ora il
problema di calcolare il numero totale di mappe R : I
k
I
n
, abbandonando cio`e
lipotesi di inietttivit` a e in particolare lipotesi k n. Per ragioni che dovrebbero
essere a questo punto chiare, una mappa R : I
k
I
n
si dice una disposizione con
ripetizione di n elementi presi k alla volta, oppure in sequenze di k. Il loro numero
complessivo si denota D
r
n,k
. Il calcolo di D
r
n,k
`e molto semplice. Ci sono n scelte per
R(1); per ogni siatta scelta ci sono ancora n scelte per R(2), e cos` via. Si ottiene
dunque
D
r
n,k
= n
k
.
Unapplicazione della formula precedente ai pronostici sportivi: date k partite, indovi-
nare per ciascuna di esse se vincer`a la squadra di casa (simbolo 1), la squadra ospite
(simbolo 2), oppure se lincontro terminer` a in un pareggio (simbolo X). Si tratta di
scegliere una mappa che a ciascuna delle k partite assegni uno dei tre simboli 1, X, 2.
Il numero dei possibili pronostici `e quindi D
r
3,k
, di cui riportiamo il valore nei casi
k = 9, k = 13 e k = 14:
D
r
3,9
= 3
9
= 19.683
D
r
3,13
= 3
13
= 1.594.323
D
r
3,14
= 3
14
= 6.377.292.
4.4. Sottoinsiemi di un insieme, o combinazioni. Vogliamo ora determinare
il numero di sottoinsiemi di I
n
costituiti da k elementi. Dobbiamo nuovamente as-
sumere k n. Un sottoinsieme di k elementi si dice una combinazione di n elementi
presi k alla volta ed il numero complessivo di esse si indica con C
n,k
. Il calcolo di
C
n,k
pu` o essere fatto in molti modi. Un modo rapido consiste nellosservare che una
combinazione `e una disposizione in cui si sia dimenticato lordine. In altre parole, se
si pensano le disposizioni (di n elementi in sequenze di k) come mappe iniettive e si
identicano tra loro tutte le k! disposizioni le cui immagini coincidono, si individua in
modo unico il particolare sottoinsieme costituito dagli elementi dellimmagine. In altre
parole, avremo
C
n,k
=
D
n,k
k!
=
n!
k!(n k)!
.
Il numero appena trovato si chiama in matematica coeciente binomiale per ragioni
che saranno chiarite tra breve. Esso `e denito dalla formula
_
n
k
_
=
n!
k!(n k)!
e si legge n su k oppure, allinglese, n choose k. Abbiamo pertanto dimostrato
C
n,k
=
_
n
k
_
.
Unapplicazione semplice della formula ora ottenuta riguarda le estrazioni di lotte-
ria. Una estrazione di k numeri su n numeri `e evidentemente la scelta di un sottoin-
sieme di k elementi di I
n
. Quindi il numero di possibili estrazioni `e proprio C
n,k
. Ad
Funzioni 55
esempio, il numero di sestine scelte tra 90 numeri `e
C
90,6
=
90!
6!84!
=
90 89 88 87 86 85
720
= 622.614.630.
I coecienti binomiali godono di una sorprendente quantit` a di propriet` a notevoli.
Ci limitiamo ad indicarne alcune tra le pi` u rilevanti. Innanzitutto, la simmetria
_
n
k
_
=
_
n
n k
_
.
Come spesso accade in Calcolo Combinatorio, questa formula ha una doppia interpre-
tazione, quella meramente algebrica e quella, appunto, combinatoria. Algebricamente
essa `e ovvia:
_
n
n k
_
=
n!
k!(n k)!
=
_
n
k
_
.
Dal punto di vista del problema di conteggio associato, `e altrettanto chiara: ad ogni
sottoinsieme formato da k elementi corrisponde il suo complementare, che `e formato da
n k elementi. Quindi C
n,k
= C
n,nk
. Lasciamo al lettore la (doppia) dimostrazione
delle semplici formule:
_
n
n
_
=
_
n
0
_
= 1,
_
n
1
_
=
_
n
n 1
_
= n. (4.15)
Un poco meno semplice `e la dimostrazione della formula seguente, nota come formula
di Stiefel:
_
n
k
_
=
_
n 1
k 1
_
+
_
n 1
k
_
.
In eetti dal punto di vista algebrico abbiamo, utilizzando varie volte (4.12)
_
n 1
k 1
_
+
_
n 1
k
_
=
(n 1)!
(k 1)!(n k)!
+
(n 1)!
k!(n k 1)!
=
k(n 1)! + (n k)(n 1)!
k!(n k)!
=
n(n 1)!
k!(n k)!
=
_
n
k
_
.
Dal punto di vista combinatorio, la formula di Stiefel si interpreta come segue. Si
possono suddividere i sottoinsiemi di k elementi di I
n
in due classi. La prima classe
`e formata da quelli che non contengono n, che sono in numero uguale al numero dei
sottoinsiemi di k elementi di I
n1
, ossia C
n1,k
. La seconda classe `e formata da quelli
che invece contengono n, che sono in numero uguale al numero dei sottoinsiemi di I
n1
che contengono k 1 elementi, perch`e uno `e gi` a stato scelto, e quindi tolto; questi
ultimi sono C
n1,k1
. Dal punto di vista combinatorio abbiamo quindi
C
n,k
= C
n1,k
+ C
n1,k1
,
che si traduce nella formula di Stiefel.
56 Analisi Matematica 1
Riportiamo in una tabella i valori di C
n,k
per n 5. Il lettore riconoscer` a il
rinomato triangolo di Tartaglia, che serve per costruire i coecienti nello sviluppo del
binomio (a + b)
n
. Come noto, ogni riga `e ottenuta dalla precedente sommando valori
adiacenti, ossia utilizzando proprio la formula di Stiefel.
n k 0 1 2 3 4 5
1 1 1
2 1 2 1
3 1 3 3 1
4 1 4 6 4 1
5 1 5 10 10 5 1
Passiamo ora ad enunciare e dimostrare un celeberrimo risultato, che giustica il
termine coeciente binomiale. Adottiamo la convenzione a
0
= 1 se a ,= 0.
Proposizione 4.1. Per ogni a, b R 0 e per ogni n intero positivo si ha
(a + b)
n
=
n

k=0
_
n
k
_
a
nk
b
k
,
detta la formula del binomio di Newton.
Dimostrazione. Proviamo lasserto mediante il principio di induzione. Innanzitutto,
la formula `e vera per n = 1 in quanto a destra si legge
_
1
0
_
a
1
b
0
+
_
1
1
_
a
0
b
1
= a + b.
Supponiamo ora che la formula del binomio sia vera per lesponente n. Allora
(a + b)
n+1
= (a + b)
n
(a + b)
=
_
n

k=0
_
n
k
_
a
nk
b
k
_
(a + b)
=
n

k=0
_
n
k
_
a
n+1k
b
k
+
n

k=0
_
n
k
_
a
nk
b
k+1
.
Consideriamo separatamente i due addendi. Il primo si riscrive
n

k=0
_
n
k
_
a
n+1k
b
k
=
_
n
0
_
a
n+1
b
0
+
n

k=1
_
n
k
_
a
n+1k
b
k
= a
n+1
+
n

k=1
_
n
k
_
a
n+1k
b
k
.
Per il secondo, traslando gli indici, ossia ponendo j = k + 1, si ottiene
n

k=0
_
n
k
_
a
nk
b
k+1
=
n1

k=0
_
n
k
_
a
nk
b
k+1
+
_
n
n
_
a
0
b
n+1
=
n

j=1
_
n
j 1
_
a
n+1j
b
j
+ b
n+1
.
Funzioni 57
Quindi, chiamando nuovamente k lindice muto j , sommando i due membri e utiliz-
zando la formula di Stiefel, otteniamo
(a + b)
n+1
= a
n+1
+
n

k=1
__
n
k
_
+
_
n
k 1
__
a
(n+1)k
b
k
+ b
n+1
(Stiefel) = a
n+1
+
n

k=1
_
n + 1
k
_
a
(n+1)k
b
k
+ b
n+1
=
n+1

k=0
_
n + 1
k
_
a
(n+1)k
b
k
,
che `e quanto richiesto. .
Corollario 4.2. Il numero di sottoinsiemi di un insieme di n elementi `e 2
n
,
laddove si contino anche linsieme vuoto e linsieme stesso.
Dimostrazione. Il numero di sottoinsiemi di I
n
, compresi e I
n
, `e evidentemente
n

k=0
C
n,k
=
n

k=0
_
n
k
_
=
n

k=0
_
n
k
_
1
nk
1
k
= (1 + 1)
n
= 2
n
.
.
58 Analisi Matematica 1
5. Funzioni monotone.
Che cosa hanno in comune i seguenti graci?




Una risposta ragionevole `e: ciascuno di essi o scende oppure sale, oppure non sale,
oppure non scende. Essi hanno un solo tipo di comportamento. La nozione che
andiamo ora a denire esprime in modo preciso questa unicit` a di andamento: `e la
nozione di funzione monotona
2
.
Definizione 5.1. Siano f : I R R una funzione e J I . Diremo che f `e:
(i) crescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f(x) < f(y);
(ii) decrescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f(x) > f(y);
(iii) non decrescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f(x) f(y);
(iv) non crescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f(x) f(y).
Una funzione che soddis una qualunque delle precedenti propriet` a di sice monotona su
J . Se J = I , essa si dir` a monotona. Una funzione che soddis la propriet` a (i) oppure
la (ii) si dice strettamente monotona su J , e strettamente monotona se J = I .
Purtroppo non vi `e consenso generale sulla terminologia introdotta nella denizione
precedente. Alcuni autori utilizzano piuttosto le parole strettamente crescente per indi-
care limplicazione x < y f(x) < f(y) e strettamente decrescente per limplicazione
2
La pronuncia della parola `e monot`ona, ma laccento solitamente non si scrive.
Funzioni 59
x < y f(x) > f(y), mentre chiamano rispettivamente crescenti oppure decrescenti
le funzioni che soddisfano le diseguaglianze deboli, come in (iii) e (iv).
In sintesi, la propriet` a rilevante della classe delle funzioni monotone `e il loro com-
portamentto rispetto alla relazione dordine di R: una funzione monotona trasforma
sempre coppie di punti per le quali vale < in coppie di punti per cui vale una tra le
relazioni <, , > oppure . Quindi preserva oppure inverte lordine.
Esempi.
(23) Sono crescenti su R le funzioni x x, x x
3
e, in generale, ogni potenza
dispari d(x) = x
2n+1
con n intero positivo. Le funzioni f(x) = ax + b sono crescenti
se a > 0 in quanto in tal caso se x < y allora ax < ay e quindi f(x) < f(y).
Analogamente, se a < 0 esse sono decrescenti. La funzione g(x) = x
2
`e crescente su
[0, +) e decrescente su (, 0] . Lo stesso vale per ogni potenza pari p(x) = x
2n
con
n intero positivo.
(24) Le radici r(x) = x
1/n
con n intero positivo sono tutte crescenti sul loro dominio
[0, +). A ben vedere, questo fatto `e conseguenza del fatto che tutte le potenze sono
crescenti sulla semiretta positiva, e verr` a discusso nei dettagli nella Sezione 7.
(25) Si osservi che la somma di funzioni monotone con lo stesso tipo di monotonia,
ad esempio la somma di funzioni crescenti, `e ancora monotona dello stesso tipo, in
quanto se f
1
(x) < f
1
(y) e f
2
(x) < f
2
(y) allora anche f
1
(x) + f
2
(x) < f
1
(y) + f
2
(y).
Questultima diseguaglianza vale ancora se f
1
(x) f
1
(y) oppure se f
2
(x) f
2
(y).
Lasciamo al lettore la disamina di tutti i vari possibili casi.
(26) La funzione
f(x) =
_

_
0 se x < 0
x se 0 x < 1
1 se 1 x
`e non decrescente, ossia non decrescente su R. In eetti il graco

mette bene in evidenza il fatto che al crescere di x lordinata f(x) non scende mai.
Questa f non `e per`o crescente in quanto ad esempio 3 < 4 ma f(3) = f(4) = 1.
(27) La funzione mantissa introdotta nella Sezione (1.1) `e crescente su ogni intervallo
[n, n+1) con n Z ma non `e monotona. Infatti m(3/4) > m(3/2). La funzione parte
60 Analisi Matematica 1
intera `e invece non decrescente, anche se costante su ogni intervallo del tipo [n, n + 1)
con n Z.
(28) Si consideri ora la funzione f(x) = 1/x. Naturalmente, in obbedienza alle nostre
consuete convenzioni, intendiamo f : I R dove I = (, 0) (0, +). Il graco
di questa funzione ha il seguente aspetto

Guardando il graco, si vedono due rami (di iperbole), ciascuno dei quali ha an-
damento decrescente. Ci chiediamo quindi se f `e monotona. La risposta `e no.
Infatti, nonostante la funzione sia decrescente nellintervallo J = (, 0) e anche
nellintervallo K = (0, +) come il lettore `e invitato a vericare per esercizio
essa non `e aatto decrescente, ossia decrescente su tutto I . Infatti, tutte le ordinate
f(x) corrispondenti a x < 0 sono negative e quindi minori di tutte le ordinate f(y)
corrispondenti a y > 0. In altre parole, per tutte le coppie x, y con x < 0 < y si ha
f(x) < f(y) e quindi f non `e decrescente ne non crescente.
Come appena illustrato, una funzione pu` o benissimo essere crescente su ciascuno
di due insiemi disgiunti J e K senza essere crescente su J K.
`
E quindi necessario
specicare con chiarezza linsieme su cui si indaga la monotonia di una funzione.
Proposizione 5.2. Se f : I R R `e strettamente monotona, essa `e iniettiva.
Dimostrazione. Supponiamo che f sia crescente. Siano x, y I con x ,= y. Allora
necessariamente x < y oppure x > y. Poiche f `e crescente, avremo f(x) < f(y)
nel primo caso e f(x) > f(y) nel secondo. In ogni evenienza, f(x) ,= f(y) e f `e
iniettiva. Il caso in cui f sia decrescente `e trattato in modo analogo e viene lasciato
per esercizio. .
La proposizione precedente si sintetizza nellimplicazione: f strettamente mono-
tona f iniettiva. Limplicazione opposta `e invece falsa, come mostra lEsempio (28)
discusso sopra. Infatti, la funzione f(x) = 1/x `e iniettiva, ma non `e monotona.
Funzioni 61
6. Composizione di funzioni.
Abbiamo spesso disegnato schematicamente le applicazioni come diagrammi. Con-
sideriamo ora un diagramma del tipo:
A

f
C

g
D
Stiamo supponendo di avere: una applicazione f : A C e unaltra applicazione
g : C D. Ci chiediamo se lidea suggerita dal diagramma di poter andare da
A a D utilizzando prima f e poi g sia sensata, ovvero se dalle due applicazioni di
partenza sia possibile crearne una nuova, concatenando le precedenti. Questo `e possibile
in condizioni anche un po pi` u generali. Si supponga cio`e di avere le applicazioni
f : A B e g : C D soggette alla sola ipotesi f(A) C.
A

f
f(A)
C
B

g
D
62 Analisi Matematica 1
Preso allora a A, lelemento f(a) appartiene a C per ipotesi ed ha quindi senso
considerare g (f(a)). Cos` facendo possiamo associare ad ogni a A uno ed un solo
elemento di D, cio`e g (f(a)). Abbiamo denito una nuova applicazione. Si noti che
nulla `e detto sullinsieme B, che gioca un ruolo relativamente inessenziale. Non `e
aatto chiaro che sia B C oppure C B; in generale nessuna delle due relazioni `e
vera, anche se naturalmenete B C ,= in quanto f(A) (B C). Formalizziamo
questa discussione nella denizione che segue.
Definizione 6.1. Siano f : A B e g : C D due applicazioni e si supponga
che f(A) C. Si chiama composta di g ed f lapplicazione
g f : A D, a g (f(a))
Esempi.
(29) Siano f(x) = (1/x) +2 e g(y) = (y
2
+1)/[y 2[. Coerentemente con la Conven-
zione (0.5), la funzione f `e denita su A = R 0 e la sua immagine `e il sottoinsieme
R 2 di B = R. Poiche la funzione g `e a sua volta denita su C = R 2 = f(A),
la funzione
g f(x) =
_
1
x
+ 2
_
2
+ 1

_
1
x
+ 2
_
2

= [x[
_
1
x
2
+
2
x
+ 5
_
`e ben denita su A = R 0.
(30) Si considerino le funzioni f : R R e g : [0, +) [0, +) denite rispettiva-
mente da f(x) = x
2
e g(x) =

x. Ci chiediamo se hanno senso f g, g f e, in caso
aermativo, quali funzioni esse deniscano. Ora, in virt` u del Teorema (7.3), sappiamo
che g([0, +)) = [0, +) R. Quindi possiamo fare f g, ottenendo
f g(x) = f(g(x)) = (g(x))
2
= (

x)
2
= x
per ogni x [0, +). Siccome x
2
[0, +) per ogni x R, si ha f(R) [0, +),
cosicche possiamo fare anche g f , ottenendo
g f(x) = g(f(x)) =
_
f(x) =

x
2
= [x[
per ogni x R.
(31) Sia h : R R denita da h(x) = x
2
+2x 1 e sia g la radice quadrata, pensata
come nellEsempio (30). Ovviamente `e possibile fare h g : [0, +) R e la funzione
ottenuta `e x x+2

x1. Viceversa per` o non `e possibile formare la composta g h


in quanto h(R) , [0, +). In eetti vi sono valori di x per i quali risulta h(x) < 0,
cio`e tutti i numeri nellintervallo (r
1
, r
2
) di estremi le due radici r
1
= 1

2 e
r
2
= 1 +

2 del polinomio x
2
+2x1. Si osservi che se deniamo la nuova funzione

h : I [0, +) mediante

h(x) = x
2
+ 2x 1 dove I = (, r
1
] [r
2
, +) allora
eettivamente

h(I) [0, +) e la composizione g

h(x) =

x
2
+ 2x 1 `e ben
denita. La funzione

h `e diversa da h, ma

h(x) = h(x) se x I .
Motivati dallEsempio (31), approfondiamo la nozione di composizione per includere
anche quei casi in cui una coppia di funzioni f : A B e g : C D non soddis
strettamente lipotesi f(A) C ma unipotesi un po pi` u debole, cio`e f(A) C ,= .
Funzioni 63
A
f
f(A)
C
g
D
In questo caso esiste certamente qualche a A, anche se magari non tutti, per il
quale `e possibile fare la composizione a f(a) g(f(a)). In eetti, se a A
`e tale che f(a) C, cio`e se a f
1
(f(A) C), allora ha senso scrivere g(f(a)).
Come nellesempio (31), potremo denire una nuova funzione

f che coincider`a con f
nellinsieme f
1
(f(A) C) e per la quale avr` a senso la composizione g

f .
Per sintetizzare ecacemente quanto appena discusso `e utile introdurre una nozione
generale. Se f : A B `e una applicazione e se E A `e un sottoinsieme di A, la
funzione denita solo su E che associa ad e E lelemento f(e) B si chiama la
restrizione di f a E e si denota f[
E
. In breve:
f[
E
: E B, e f(e).
Riprendiamo il discorso precedente, che riassumiamo nella seguente:
Convenzione 6.2. Siano f : A B e g : C D due applicazioni e supponiamo
che f(A)C ,= . Posto E = f
1
(f(A)C) scriveremo per semplicit` a (con lieve abuso
di notazione) gf in luogo di g(f[
E
) per denotare la funzione composta x g(f(x))
che `e denita su E.
La precedente convenzione `e coerente con la Convenzione (0.5) in quanto si stipula
che g f sia denita sul pi` u grande insieme possibile.
Esempio.
(32) Si consideri la funzione (x) =
_
sin(x
2
). Analizziamo f coerententemente con
le Convenzioni (0.5) e (6.2). Possiamo pensare, in modo inizialmente un po impreciso,
che =
_
() sin ()
2
:= g f e, nel senso che la composizione sar` a
x x
2
sin(x
2
)
_
sin(x
2
)
64 Analisi Matematica 1
ma dobbiamo ancora determinare gli insiemi su cui sono denite e, f , g. Analizziamo
dallesterno allinterno, scrivendo cio`e (x) = g (f (e(x))) e guardando dapprima la
composizione g f(y) =

sin y. Coerententemente con le nostre convenzioni, questa


sar` a denita per quelle y per le quali sin y 0. Naturalmente, sin y 0 se e solo se
y
_
kZ
[2k, + 2k] = B.
Pertanto g f : B [0, 1] . Inne, analizziamo la composizione (g f) e. Essa
sar` a ovviamente denita sullinsieme A = e
1
(B) costituito da quelle x per le quali
e(x) = x
2
B. Poiche x
2
0, si ha x
2
B se e solo se x
2
sta in un intervallo del
tipo [2k, + 2k] per qualche intero non negativo k, il che avviene se e solo se
x
_
kN
_
[

+ 2k,

2k] [

2k,

+ 2k]
_
= A.
In conclusione abbiamo:
A B [0, +) [0, 1]
x x
2
sin(x
2
)
_
sin(x
2
).
Gracamente, risulta:

f e(x) = sin(x
2
)

g f e(x) =
_
sin(x
2
)
[

3,

2]

2,

3]

Funzioni 65
7. Funzioni invertibili.
Sia Q il sottoinsieme di N costituito dai quadrati perfetti:
Q = m
2
: m N.
Consideriamo la mappa S : N Q che ad ogni intero non negativo associa il suo
quadrato: S(n) = n
2
. Ci chiediamo se sia possibile denire una mappa che torni
indietro, ossia, nel nostro esempio, una mappa R : Q N che applicata ad un
intero del tipo n
2
restitusce n. Vogliamo cio`e che la composizione R Q soddis
n n
2
n.
`
E ovvio che, se esiste, la mappa R non pu` o essere altro che la radice
quadrata. Daltra parte, se q Q, il numero

q `e un numero naturale e naturalmente
succede ci`o che volevamo, cio`e R S(n) =

n
2
= n. Se avessimo considerato invece
di S lapplicazione

S denita mediante la stessa legge, cio`e

S(x) = x
2
ma vista
come mappa

S : R R, allora una

R : R R che torna indietro, cio`e tale che
per ogni x R si abbia

R(

S(x)) = x, non sarebbe esistita! Infatti, sicuramente


saremmo forzati a denire

R(4) = 2 in quanto

R(4) = R(2
2
) =

R(

S(2)) = 2, ma
allora

R(

S(2)) =

R((2)
2
) =

R(4) = 2 ,= 2.
Con i nostri consueti diagrammi il problema generale che vogliamo arontare si
schematizza nel disegno
f

A B
... e dallesempio trattato sappiamo che data f : A B non sempre esiste una mappa
g : B A che torna indietro al punto di partenza. Per rendere precisa lespressione
tornare al punto di partenza, introduciamo la seguente notazione: se A `e un insieme
qualunque, si chiama identit`a su A la mappa id
A
: A A denita da id
A
(a) = a per
ogni a A.
Definizione 7.1. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f `e invertibile se
esiste una applicazione g : B A tale che
(i) g f = id
A
(ii) f g = id
B
.
66 Analisi Matematica 1
In tal caso g si chiama linversa di f e si scrive g = f
1
.
Nella denizione precedente compare implicitamente una aermazione che non `e
stata di fatto provata: nel dire g si chiama linversa di f anziche g si chiama
una inversa di f stiamo dicendo che g `e unica. Questo fatto `e un corollario della
proposizione che segue.
Proposizione 7.2. Siano f : A B e g : B A tali che g f = id
A
. Allora
f `e iniettiva e g `e surgettiva.
Dimostrazione. Siano a
1
, a
2
A tali che f(a
1
) = f(a
2
). Allora
a
1
= id
A
(a
1
) = g f(a
1
) = g(f(a
1
)) = g(f(a
2
)) = g f(a
2
) = id
A
(a
2
) = a
2
.
Quindi f `e iniettiva. Sia ora a A. Siccome,
a = id
A
(a) = g(f(a)),
lelemento b = f(a) soddisfa g(b) = a e quindi g `e surgettiva. .
Corollario 7.3. Sia f : A B invertibile. Allora linversa di f `e unica.
Dimostrazione. Supponiamo che g
1
e g
2
siano entrambe inverse di f . Siccome
f g
i
= id
B
, con i = 1, 2, sappiamo dalla Proposizione 7.2 che f `e surgettiva. Dato
b B, sia quindi a A tale che f(a) = b. Allora
g
1
(b) = g
1
(f(a)) = g
1
f(a) = id
A
(a) = g
2
f(a) = g
2
(f(a)) = g
2
(b).
Pertanto g
1
(b) = g
2
(b) per ogni b B e le due applicazioni coincidono. .
Proposizione 7.4. Sia f : A B una applicazione. Allora f `e invertibile se e
solo se f `e bigettiva.
Dimostrazione. Supponiamo f invertibile e sia g linversa di f . Dalla denizione
di invertibilit` a e dalla Proposizione 7.2 abbiamo:
g f = id
A
= f iniettiva
f g = id
B
= f surgettiva.
Quindi f `e bigettiva. Viceversa, supponiamo f bigettiva. Dobbiamo denire una
applicazione g : B A che soddis le opportune propriet` a. Sia b B ssato.
Siccome f `e surgettiva per ipotesi, esiste a A tale che f(a) = b. Tale a `e inoltre
unico in quanto f `e iniettiva: se f(a) = f(a

) allora a = a

per inietttivit` a. Deniamo


pertanto g(b) =lunico elemento di A la cui immagine mediante f `e b. Ci` o denisce
una mappa g : B A. Inne
g(f(a)) = a,
perche a `e lunico elemento di A la cui immagine mediante f `e f(a), e
f(g(b)) = b
in quanto g(b) = a dove a `e lunico elemento di A per il quale f(a) = b, e quindi
f(g(b)) = f(a) = b. Pertanto gf = id
A
e f g = id
B
. Ci`o signica che f `e invertibile
con inversa g. .
Funzioni 67
Esempi.
(33) Si consideri la funzione di elevamento al quadrato
q : [0, +) [0, +), x x
2
.
Essa `e iniettiva in quanto
x
2
= y
2
= x
2
y
2
= 0 = (x y)(x + y) = 0 = x = y oppure x = y.
Daltra parte, a meno che x e y non siano entrambi uguali a zero, il caso x = y
non si pu` o dare perche x e y devono essere entrambi positivi. Perci` o necessariamente
x = y e q `e iniettiva. Inoltre q `e surgettiva per via del Teorema 7.3: per ogni y > 0
esiste un (solo) x > 0 tale che x
2
= y, ossia x =

y. Quindi q `e invertibile. La sua
inversa `e evidentemente lestrazione di radice quadrata:
r : [0, +) [0, +), x

x.
Si faccia attenzione al fatto che la funzione s(x) = x
2
invece non `e invertibile. Infatti,
secondo la nostra consueta convenzione, essa `e denita su R e non `e ivi iniettiva.
(34) Si consideri ora la funzione
f : [0, 1] R, x 2 +

1 x
2
.
Poiche se x [0, 1] si ha x
2
[0, 1] , la radice `e sempre ben denita. Inoltre, con la
stessa dimostrazione vista nellesempio precedente, la funzione x x
2
`e iniettiva su
qualunque sottoinsieme di [0, +). La radice `e anchessa iniettiva e x x +2 lo `e in
modo ovvio. In quanto composta di funzioni iniettive, f `e iniettiva (vedi lEsercizio 3).
Siccome x
2
[0, 1] , anche 1 x
2
[0, 1] e

1 x
2
[0, 1] , cosicche per ogni
x [0, 1] si ha 2 +

1 x
2
[2, 3] , ossia f([0, 1]) = [2, 3] . Pertanto la funzione

f : [0, 1] [2, 3],



f(x) = f(x)
ottenuta da f ridenendo linsieme di arrivo `e surgettiva e sicuramente anche iniettiva.
Quindi

f `e invertibile. Calcoliamone linversa, ponendo per semplicit` a

f(x) = y
y = 2 +

1 x
2
= y 2 =

1 x
2
= (y 2)
2
= 1 x
2
= 1 (y 2)
2
= x
2
=
_
1 (y 2)
2
= x.
Quindi siamo portati a concludere che la funzione inversa g = (

f)
1
soddisfa
g : [2, 3] [0, 1], g(x) =
_
1 (x 2)
2
.
68 Analisi Matematica 1
In eetti, tenendo presente che per ogni x [0, 1] si ha

f(x) = f(x), per tali x avremo:
g

f(x) =
_
1 (f(x) 2)
2
=
_
1 (2 +

1 x
2
2)
2
=
_
1 (

1 x
2
)
2
=
_
1 (1 x
2
)
= x,
ossia g

f = id
[0,1]
. Il lettore `e invitato a vericare che analogamente

f g = id
[2,3]
.
Lesempio precedente mette in evidenza alcuni aspetti non ancora discussi del pro-
blema dellinversione. Sia f : A B una applicazione tra insiemi qualunque. In
virt` u della Proposizione 7.4 la ricerca di una eventuale inversa g : B A ha senso
solo se f `e surgettiva, ossia solo se B = f(A). Daltra parte, la richiesta di surget-
tivit` a `e innaturale se lobbiettivo `e tornare indietro: si pu` o tornare solo da dove `e
possibile arrivare, ossia da f(A).
`
E pertanto legittimo riguardare f come una fun-
zione il cui insieme darrivo sia costituito dalla sola immagine f(A), e dimenticare la
richiesta di surgettivit` a, ovvero renderla automatica. NellEsempio 34 abbiamo calco-
lato limmagine di f , ossia f([0, 1]) = [2, 3] , e arontato il problema di trovare una
g : [2, 3] [0, 1] che funga da inversa.
Formalizziamo le osservazioni appena fatte. Data una mappa qualunque f : A B
`e sempre possibile denirne unaltra

f : A f(A),

f(a) = f(a) (7.16)
che diviene automaticamente surgettiva. Lapplicazione

f `e, in generale, diversa da
f perche diverso `e, a priori, linsieme darrivo. Infatti in generale sar` a f(A) ,= B.
Linsieme di partenza e la legge sono per` o le medesime e quindi si pu`o convenire che
linformazione contenuta in

f `e la stessa di quella contenuta in f .
Convenzione 7.5. Data una applicazione f : A B chiameremo applicazione
surgettiva naturale associata a f lapplicazione denita in (7.16), spesso denotata an-
cora f invece di

f . Diremo anche che una applicazione `e pensata come surgettiva per
intendere lapplicazione surgettiva naturale ad essa associata.
Sia f : I R R una funzione. Come discusso sopra, il problema dellinvertibilt` a
di f si pu`o riformulare in modo pi` u naturale come una coppia di domande:
(i) f `e iniettiva?
(ii) qual`e limmagine J di f ?
Se f `e iniettiva, lapplicazione surgettiva naturale associata a f sar` a evidentemente in-
vertibile. Supponiamo che ci` o sia vero, ossia che f sia iniettiva. Il problema successivo
`e come fare a calcolarne linversa. LEsempio 34 mostra una tecnica molto standard per
questo tipo di calcolo. Innanzitutto, se possibile, si riguarda f come una composizione
f = f
1
f
2
f
n
di mappe, denita su J . Non `e dicile convincersi del fattto che
esse sono tutte necessariamente iniettive: se una di esse non fosse iniettiva, non sarebbe
Funzioni 69
iniettiva neppure f . Ciascuna di esse `e quindi invertibile sullinsieme opportuno. Si
pone allora y = f(x) e si calcola:
y = f
1
(f
2
f
n
(x)) = f
1
1
(y) = f
2
f
n
(x)
= f
1
2
(f
1
1
(y)) = f
3
f
n
(x)
= f
1
2
f
1
1
(y) = f
3
f
n
(x)
= . . .
= f
1
n
f
1
2
f
1
1
(y) = x,
invertendo, per cos` dire, dallesterno allinterno. In formule, abbiamo provato che
(f
1
f
2
f
n
)
1
= f
1
n
f
1
2
f
1
1
.
Discutiamo inne laspetto graco del problema dellinversione, ossia di come sia
posizionato (f
1
) rispetto a (f). Sia quindi f : I J una funzione invertibile
con inversa f
1
: J I . Se (x, y) (f), allora x I , y J e y = f(x). Quindi
f
1
(y) = f
1
(f(x)) = x e (y, x) = (y, f
1
(y)) (f
1
). In altre parole abbiamo
provato che se (x, y) (f), allora (y, x) (f
1
).
`
E del tutto ovvio che scambiando
i ruoli di f e f
1
si ottiene limplicazione opposta. In conclusione,
(x, y) (f) (y, x) (f
1
).
Pertanto, i graci (f
1
) e (f) sono luno il simmetrico dellaltro rispetto alla biset-
trice y = x.

(f)
(f
1
)
Concludiamo questa sezione con un semplice ed utile risultato, la cui dimostrazione
`e lasciata per esercizio.
Proposizione 7.6. Lapplicazione surgettiva naturale associata ad una funzione
crescente (risp. decrescente) ha inversa crescente (risp. decrescente) .
70 Analisi Matematica 1
8. Esponenziali e logaritmi.
Le funzioni esponenziali che introduciamo in questa sezione costituiscono una classe
di fondamentale importanza in matematica. In sintesi, esse sono le funzioni x a
x
,
dove a `e un numero positivo ssato e x R. La ragione del termine esponenziale
risiede evidentemente nel fatto che la variabile gioca il ruolo di esponente, mentre la
base `e ssata. La denizione di a
x
`e piuttosto delicata, ed avviene per passi.
Esponente intero positivo, base qualunque. Abbiamo visto nella Sezione 7 il
signicato dellespressione a
n
per a R e n N

intero positivo. Ricordiamo che


a
n
= a a a
. .
n volte
.
e che a
n
> 0 se a > 0, mentre 0
n
= 0 per ogni intero positivo. Valgono evidentemente
le propriet` a
a
n+m
= a
n
a
m
, (8.17)
(a
n
)
m
= a
nm
(8.18)
per ogni a R e per ogni coppia di interi positivi n, m.
Esponente intero, base non nulla. Sia ora a ,= 0 e sia n Z. Vogliamo
estendere la denizione di a
n
al caso in cui sia n 0. Poniamo allora:
a
n
=
_
_
_
1 se n = 0
1
a
n
se n < 0.
La denizione funziona, in quanto se n < 0 allora n `e un intero positivo e quindi
a
n
denisce un numero reale non nullo se la base a `e a sua volta non nulla. Quindi
1/a
n
ha senso. Non avrebbe invece senso se a = 0, in quanto in tal caso a
n
= 0. Si
osservi che per ogni n Z si ha nuovamente a
n
> 0 se a > 0 e che le propriet` a (8.17)
e (8.18) valgono per ogni a ,= 0 e per coppia di interi n, m.
Base nulla, esponente positivo. Abbiamo visto che anche rimanendo nellambito
di esponenti interi se a = 0 si pu` o solamente denire a
n
per n > 0, e naturalmente
0
n
= 0. Estendiamo quindi la denizione a tutti gli esponenti reali positivi:
0
x
= 0 per ogni x (0, +).
Esponente razionale, base positiva. Vogliamo estendere la denizione al caso
di esponente razionale. Il punto di partenza `e il Teorema 7.3 che ci consente di denire
a
1/q
se a > 0 e q `e un intero positivo. Come noto, se a < 0 non `e possibile dare un
senso coerente allespressione

a ossia a
1/2
, nel senso che certamente non esiste alcun
numero reale il cui quadrato sia il numero negativo a. Per questa ragione la denizione
di a
r
con r Q deve essere ristretta al caso di basi non negative. Poiche il caso a = 0
`e gi` a stato discusso, ci limitiamo al caso a > 0. Si pone
a
p/q
= (a
p
)
1/q
, p Z, q N

.
Poiche a > 0, anche a
p
> 0 per qualunque intero p. Quindi il Teorema 7.3 garantisce
esistenza e unicit`a della radice qesima di a
p
, che `e ancora un numero positivo. Si noti
che lipotesi q > 0 non `e restrittiva, in quanto il segno di p/q pu` o essere scaricato sul
Funzioni 71
segno di p. Le propriet` a (8.17) e (8.18) valgono per ogni a > 0 e per ogni n, m Q.
Proviamo ora un risultato che risulter` a utile sia nel denire potenze con esponenti reali
sia nel provare la monotonia delle funzioni esponenziali.
Lemma 8.1. Sia a > 1 e siano r, s Q tali che r < s. Allora a
r
< a
s
.
Dimostrazione. Utilizzando la (8.17), lasserto `e equivalante a
a
r
_
a
sr
1
_
= a
s
a
r
> 0
e siccome a
r
> 0 per ogni r Q, `e suciente provare che a
sr
> 1. Il numero
razionale positivo s r pu` o essere scritto
s r =
p
q
, p, q N

.
Ora, dal Lemma 7.1, segue che
a > 1 = a
p
> 1
p
= 1
dal momento che p `e un intero positivo. Aermiamo che per la stessa ragione
3
a
p
> 1 = (a
p
)
1/q
> 1
1/q
= 1.
Se in eetti fosse (a
p
)
1/q
1
1/q
allora usando ancora il Lemma 7.1 si avrebbe
a =
_
(a
p
)
1/q
_
q

_
1
1/q
_
q
= 1,
contro quanto appena provato. Ma allora a
sr
= (a
p
)
1/q
> 1, come volevasi. .
Ancora un interessante risultato di natura elementare.
Lemma 8.2. Se a > 1, allora inf a
r
: r Q, r > 0 = 1.
Dimostrazione. Siano E = a
r
: r Q, r > 0 e b = inf E. Dal lemma precedente
sappiamo che a
r
> 1 per ogni razionale positivo r e quindi che gli elementi di E
sono tutti maggiori di 1. Perci` o 1 `e un minorante di E e b 1. Se fosse b < 1,
allora sarebbe b < b
2
e quindi, per le propriet` a dellestremo inferiore discusse nella
Proposizione 6.5, esisterebbe un elemento di E, ossia un esponente razionale r > 0,
tale che a
r
< b
2
. Estraendo le radici quadrate, si avrebbe allora a
r/2
< b. Siccome r/2
`e anchesso un numero razionale positivo, avremmo trovato a
r/2
E pi` u piccolo di b.
Questa contraddizione implica b = 1, come desiderato. .
Esponente reale, base positiva. Siamo nalmente in grado di denire a
x
per
ogni a > 0 e x R. La denizione `e fondata sulla possibilit` a di approssimare a
x
dal
sotto e dal sopra mediante esponenti razionali con precisione arbitraria. La proposizione
che segue chiarica, nel caso a > 1, il senso del processo di approssimazione.
Proposizione 8.3. Siano a > 1 e x R. Consideriamo gli insiemi
R = a
r
: r Q, r < x, S = a
s
: s Q, s > x.
Esiste uno ed un solo elemento separatore tra R ed S, che `e sup R = inf S.
3
Si veda la Proposizione 7.6.
72 Analisi Matematica 1
Dimostrazione. Per via del Lemma 8.1 si ha x y per ogni x R e per ogni
y S. Quindi esiste certamente un elemento separatore tra R e S. Proviamo che esso
`e unico. Se < fossero due elementi separatori distinti, si avrebbe a
r
< a
s
per ogni coppia di razionali r, s tali che r < x < s. Ma allora si avrebbe
a
sr
=
a
s
a
r

> 1
per ogni coppia di razionali r, s tale che r < x < s. Ogni numero razionale positivo p
`e peraltro del tipo s r dove r, s Q sono tali che r < x < s, e quindi si avrebbe
a
p

> 1
per ogni razionale positivo p. Questo contraddice il Lemma 8.2. Quindi lelemento
separatore `e unico e verr` a denotato provvisoriamente con .
Per denizione di elemento separatore, R `e superiormente limitato da . Sia
pertanto = sup R . Se fosse < , allora sarebbe un altro elemento separatore
tra R e S diverso da . Infatti, ovviamente x per ogni x R ed inoltre < y
per ogni y S. Lunicit` a dimostrata sopra implica perci` o = . In modo del tutto
analogo si prova che = inf S. Quindi lunico elemento separatore `e sup R = inf S.
.
Dato dunque a > 1 e x R, si denisce
a
x
= sup a
r
: r Q, r < x = inf a
s
: s Q, s > x.
Poiche in particolare a
x
`e un maggiorante di un insieme di numeri strettamente positivi,
evidentemente a
x
> 0 per ogni a > 1 e per ogni x R. Inne, se a < 1 si pone
a
x
=
_
1
a
_
x
. (8.19)
Abbiamo pertanto denito a
x
per ogni esponente x R e per ogni base positiva a.
Esso `e sempre un numero positivo. Per ogni a > 0 si ha a
0
= 1 e le propriet` a (8.17)
e (8.18) valgono per ogni n, m R. La dimostrazione di questultimo asserto viene
omessa. Il lettore curioso pu` o trovarla a pag.79 di [DM], oppure provare a dimostrarla.
Nel libro citato si dimostra anche che per ogni a > 0 si ha
a
x
: x R = (0, +). (8.20)
La (8.20) pu` o essere vista come una conseguenza del fattto che F = a
x
: x R `e un
gruppo moltiplicativo (ossia soddisfa gli assiomi (M) visti nella Denizione 1.2 del primo
capitolo) per il quale F (1, +) non ha minimo. Queste due propriet` a consentono
di concludere che F ricopre tutta la semiretta (0, +).
Dal Lemma 8.1 segue facilmente che se a > 1, allora x < y implica a
x
< a
y
;
viceversa, dalla denizione (8.19), se a < 1, allora x < y implica a
x
> a
y
.
Deniamo per ogni a > 0 la funzione
exp
a
: R (0, +), exp
a
(x) = a
x
, (8.21)
detta funzione esponenziale di base a.
Funzioni 73
Data la grande importanza di questa famiglia di funzioni, ne riassumiamo le prin-
cipali propriet` a in una lista:
(E1) exp
a
(x + y) = exp
a
(x) exp
a
(y) per ogni x, y R;
(E2) exp
a
(0) = 1;
(E3) exp
exp
a
(x)
(y) = exp
a
(xy) per ogni x, y R;
(E4) exp
a
(R) = (0, +);
(E5) exp
a
`e crescente se a > 1 e decrescente se a < 1;
(E6) exp
1
(x) = 1 per ogni x R.
Il graco di una funzione esponenziale con base a > 1 ha il seguente aspetto:

(exp
a
)
Nella gura che segue sono disegnati i graci di exp
a
con a = 1/2, 1/4, 1, 4 e 2.

2
x
4
x
1
x
= 1
_
1
4
_
x
_
1
2
_
x
Per basi maggiori di 1 le funzioni esponenziali divengono via via pi` u ripide al
crescere della base.
74 Analisi Matematica 1
Fissiamo ora una base a > 0 e consideriamo la corrispondente funzione esponenziale
exp
a
: R (0, +). La propriet` a (E4) dice che essa `e surgettiva, mentre la (E5)
implica che essa `e iniettiva. Dunque exp
a
`e invertibile e la sua funzione inversa
log
a
: (0, +) R
si chiama il logaritmo in base a. Per simmetria rispetto alla bisettrice, possiamo subito
dire che il graco della funzione logaritmo con base a > 1 sar` a del tipo

(log
a
)
La denizione di log
a
che abbiamo dato, ossia come funzione inversa della funzione
esponenziale, `e equivalente alle due seguenti fondamenteali identit` a:
log
a
(a
x
) = x per ogni x R; (8.22)
a
log
a
x
= x per ogni x (0, +). (8.23)
Le propriet` a del logaritmo sono presto dedotte dalle propriet` a dellesponenziale:
(L1) log
a
(xy) = log
a
(x) + log
a
(y) per ogni x, y (0, +);
(L2) log
a
(1) = 0;
(L3) log
a
(x
y
) = y log
a
(x) per ogni x, y (0, +);
(L4) log
a
((0, +)) = R;
(L5) log
a
`e crescente se a > 1 e decrescente se a < 1;
(L6) log
b
(x) = (log
b
a)(log
a
x) per ogni x (0, +) e ogni b > 0.
Infatti (L1), (L2) e (L4) sono immediate conseguenze delle propriet` a (E1), (E2) e (E4).
La (L5) `e conseguenza di (E5) e della Proposizione 7.6. Per la (L3), osserviamo che,
in virt` u di (E3) e dellidentit` a fondamentale (8.23), si ha
a
y log
a
(x)
=
_
a
log
a
(x)
_
y
= x
y
= a
log
a
(x
y
)
.
Dalliniettivit` a dellesponenziale segue y log
a
(x) = log
a
(x
y
). Inne la (L6) viene detta
la formula di cambiamento di base dei logaritmi, ed `e conseguenza di (L3) e di (8.23):
(log
a
x)(log
b
a) = log
b
_
a
log
a
x
_
= log
b
x.
Funzioni 75
Esercizi
1. Vericare la formula per il dominio di f(x) = tan(1 x
2
) provata nellEsempio 8.
2. Provare che la composizione di funzioni iniettive `e iniettiva.
3. Provare che la composizione di funzioni crescenti `e crescente, e che lo stesso vale
per le funzioni non decrescenti, decrescenti e non crescenti.
4. Provare che se f `e crescente e g `e decrescente, allora f g e g f sono decrescenti,
se e quando sono denite.
5. Dimostrare la Proposizione 7.6.
6. Provare che (8.17) e (8.18) valgono per ogni a ,= 0 e per coppia di interi n, m.
7. Provare che (8.17) e (8.18) valgono per ogni a > 0 e per coppia di razionali n, m.
8. Riscrivere le propriet` a (E1), (E2) e (E3) delle funzioni esponenziali sostituendo
exp
a
y con a
y
.
9. Dimostrare le propriet` a (L1), (L2) e (L4) delle funzioni logaritmo.
76 Analisi Matematica 1
Bibliograa
[AD] R. Adams, Calcolo dierenziale 1 (Terza Ed.), Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2003.
[AP] T.M. Apostol, Calcolo, Volume primo. Analisi1, Boribghieri, Torino, 1977.
[BR] A. Bacciotti, F. Ricci, Lezioni di Analisi Matematica 1, Levrotto & Bella, Torino, 1991.
[CS] J. Cecconi, G. Stampacchia, Analisi Matematica, 1
0
volume, Liguori Editore, Napoli, 1974.
[CT] C. Canuto, A. Tabacco, Analisi Matematica 1, Springer-Verlag Italia, Milano, 2003.
[DM] G. De Marco, Analisi uno, Decibel Editrice, Padova, 1992.
[PS] C.D. Pagani, S. Salsa, Analisi Matematica, Volume 1, Masson, Milano, 1992.
[PZ] F. Parodi, T. Zolezzi, Appunti di Analisi Matematica, ECIG, Genova, 1992.
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