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Crisi economica, la causa è la disuguaglianza

di Nicola Cacace

Cosa hanno in comune la Grande Depressione del ’29 e il terremoto finanziario ed economico
che abbiamo appena cominciato a vedere? Gli altissimi livelli di iniquità nella distribuzione della
ricchezza

Le due crisi economiche più devastanti degli ultimi settant’anni, quella del ’29 e quella di oggi,
presentano molte diversità: allora l’indebitamento americano di Stato e famiglie non era così
grande, i titoli tossici non erano stati inventati e l’intervento statale per salvare le banche non
fu così pronto. Ma c’è anche una somiglianza di base: le disuguaglianze nella distribuzione
della ricchezza.

Cosa c’è in comune tra la Grande Depressione del 1929, che devastò le economie del mondo
capitalista di allora e durò dieci anni al di qua e al di là dell’Atlantico, e la crisi di oggi, che ha
già visto fallire alcune delle maggiori banche americane e molte salvate dall’intervento
pubblico negli Usa ed in Europa? È possibile uscire dalla crisi senza cambiare un modello di
sviluppo caratterizzato da consumismo inutile, ambiente inquinato e cattiva qualità della
vita?

Le conseguenze della concentrazione di ricchezza

Può apparire strano che in un periodo in cui nessuno parlava ancora di globalizzazione, una
crisi partita dall’America in pochi anni abbia investito tutto il mondo capitalista di allora,
dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, con caratteristiche molto simili.
Basti considerare che anche in Italia il Pil nazionale crollò di molti punti, come in America, e
impiegò ben otto anni per tornare ai valori reali del 1930. Eppure allora non c’era
l’informatica ad azzerare le distanze. Sul Big Crash del ’29 in America sono state fatte
migliaia di analisi e scritti molti volumi. Al di là degli errori post crisi, la maggioranza degli
economisti mette sul banco degli accusati the Concentration of Wealth, la concentrazione della
ricchezza, come prima causa strutturale di una crisi che da normale recessione ciclica si
trasformò in Grande Depressione.

Negli anni Venti la politica, sia negli Usa che in Europa, era dominata da partiti conservatori.
Negli Stati Uniti successe che, sotto due presidenti repubblicani, ci furono molti interventi
governativi di riduzione delle imposte a favore di imprese e di ceti abbienti, che
determinarono un forte spostamento di ricchezza.

Tab. 1. Usa. Quota di ricchezza nazionale detenuta dall’1% delle famiglie (%)

1922 31,6
1929 36,3
1949 20,8
1963 31,6
1983 34,3
1990 37,0
2000 40,0
————————————————————————————————————

Fonte: R. Batra, The Great Depression of 1990, Simon & Schuster, 1987, pag.118. Per 1990 e
2000, US Joint committee of Congress.

Un fenomeno simile si è verificato a partire dagli anni Ottanta, cioè dall’avvento del
presidente Reagan e poi dei due Bush, padre e figlio: la disuguaglianza è cresciuta di quasi sei
punti in venti anni, tra gli Ottanta e il 2000, proprio come negli anni Venti del Big Crash. Il
prof. Ravi Batra (The Great Depression of 1990, Simon & Schuster, 1987) ed il Nobel Lester
Thurow così descrivono le cause strutturali del Big Crash, conseguenti alla concentrazione di
ricchezza: «Primo, quando il numero di persone con scarso reddito cresce, aumenta anche il
numero di Bad Credits concessi dalle banche ed il conseguente rischio di fallimento delle
stesse. Secondo effetto della concentrazione di ricchezza è l’aumento degli investimenti
speculativi. Quando una persona si arricchisce, diminuisce la sua avversione al rischio e
cresce la propensione a profitti più veloci. Ciò implica l’acquisto di asset e beni per rivenderli
a fini speculativi e non a fini produttivi. Si aggiunga che la febbre speculativa colpisce anche
investitori “non ricchi” ed il risultato sono le Bolle immobiliari e finanziarie che poi
esplodono. Un terzo effetto della concentrazione di ricchezza è il calo della domanda. Essendo
stati i due terzi della popolazione sottoposti ad una lunga e persistente erosione del potere
d’acquisto a favore del terzo di popolazione più ricca ne consegue un calo della domanda
interna da parte delle masse che produsse il crollo dell’economia reale».

Tab. 2. Usa. Quota di reddito nazionale (Pil) delle famiglie americane più ricche (%).

10% delle famiglie + ricche 1% delle famiglie + ricche


Anni Venti (media) 43,6 17,3
2005 44,3 17,4

Fonte: P. Krugman, La coscienza di un liberal, Laterza, 2008, tab. pag 15.

Più uguaglianza, più ricchezza

Negli ultimi anni in America le disuguaglianze di reddito sono cresciute allo stesso livello degli
anni Venti, come si vede dalla Tab. 2.

Tra la crisi finanziaria di oggi e quella del ’29 c’è in comune, dunque, la grande crescita delle
disuguaglianze. Qual è oggi, in Europa e in Italia, la situazione della disuguaglianza? Siamo
messi male perché a partire dagli anni Ottanta le disuguaglianze sono fortemente aumentate
anche da noi con la parziale eccezione dei Paesi del Nord Europa, Paesi governati per molti
decenni da partiti socialisti. In Italia, tra il 1993 e il 2003 ben sette punti percentuali del
reddito nazionale sono passati dal lavoro al capitale, cioè da salari e pensioni a rendite e
profitti e questo significa quasi 4mila euro l’anno sottratto a ciascuno dei 22 milioni di
lavoratori, autonomi inclusi. Negli ultimi decenni si è molto allargata la forbice tra redditi alti
e bassi. Vittorio Valletta, allora presidente della Fiat, nel 1966 guadagnava 60 volte i suoi
operai; oggi il presidente Montezemolo guadagna 300 volte più di un operaio. Negli Usa il
guadagno medio dei Ceo (amministratori delegati) delle aziende quotate è passato in 40 anni
da 50 volte a 400 volte la media dei dipendenti. Anche in Italia, come può vedersi dalle Tabb. 3
e 4, le disuguaglianze sono aumentate.
Tab. 3. Italia. Quota di ricchezza nazionale detenuta dal 10% delle famiglie più ricche (% del
totale)

1995 44,5
2000 47,5
2004 43,7
2005 48,0

Fonte. Banca d’Italia, la ricchezza delle famiglie, 1995-2005

Tab.4. Rapporto tra redditi del 10% dei cittadini più ricchi ed il 10% più povero (N. di volte)

Messico 26
Usa 16
Italia 12
Francia 6

Fonte: Ocse

E questo spiega perché l’Italia sia da anni il Paese europeo in cui la domanda interna ha
contribuito meno alla crescita del Pil. La lezione della Grande Depressione non va dimenticata
perché la disuguaglianza è alta oggi come allora. E questo danneggia anche l’economia. Come
dimostrano i Paesi del Nord Europa, tuttora leader mondiali sia per eguaglianza che per
ricchezza. Tra i 30 paesi dell’Ocse i primi cinque posti della classifica di eguaglianza sono
occupati da Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia e Finlandia. Che sono anche ai primi posti
della ricchezza, con la Norvegia prima con 52mila $ di reddito unitario, seguita dalla
Danimarca al 3° posto, dalla Svezia al 5°, dalla Finlandia al 6° e dall’Olanda al 14° (Banca
mondiale, ripresa nel Sole 24 ore del 7/8/2008). Nel mondo globalizzato e nell’economia della
conoscenza, dove l’uomo è il motore, sviluppo ed eguaglianza sono valori che si tengono
insieme. È questa la lezione che le crisi da disuguaglianze scandalose, consumismo spinto e
ambiente sempre più inquinato ci lasciano.

(L’Autore, ingegnere e scrittore, già presidente della della società di Business Intelligence
Nomisma)