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ANGELA MARIA IACOPINO La prigionia di Ugolino1

La storia Nel marzo del 1289, allorch Guido da Montefeltro entr a Pisa per assumerne la Signoria, fu aperta la Torre dei Gualandi alle Sette Vie, quella detta della Muda, e ivi furono ritrovati i corpi ormai esanimi del conte Ugolino della Gherardesca insieme con i figli Gaddo e Uguccione e i nipoti Anselmo e Nino.

1 La bibliografia di base relativa allepisodio di Ugolino consta delle varie letture che di If XXXIII sono state fatte negli anni. Tra le altre M. SANSONE, Il canto XXXIII dellInferno, in Nuove Letture Dantesche, III, Firenze, Le Monnier, 1969, pp. 143-87; M. MARCAZZAN, Canto XXXIII, in Lectura Dantis Scaligera, I: Inferno, Firenze, Le Monnier, 1971, pp. 1164-97; V. CIOFFARI, Il canto XXXIII dellInferno, in Letture degli anni 1973-76, a cura di S. Zennaro, Roma, Bonacci, 1977, pp. 785-801; E PASQUINI, Il canto XXXIII dellInferno, in Letture Classensi, IX-X, Ravenna, Longo, 1982, pp. 191-216; N. S APEGNO , Canto XXXIII dellInferno, in Lectura Dantis Neapolitana, I: Inferno, Napoli, Loffredo, 1986, pp. 617-21; G. GNTERT, Canto XXXIII, in Lectura Dantis Turicensis, a cura di G. Gntert e M. Picone, Firenze, Cesati, 2000; V. SERMONTI, XXXIII Canto, in ID., LInferno di Dante, con la supervisione di G. Contini, Milano, Rizzoli, 1993, pp. 493-503. Oltre ai saggi citati in nota nelle pagine seguenti, cfr. anche F. DOVIDIO, Il vero tradimento del Conte Ugolino, in Studi sulla Divina Commedia, Caserta, Moderna, 1931, pp. 23-44 e Id. Lepisodio di Ugolino; Le ultime parole di Ugolino; LUgolino del De Sanctis, in Nuovi studi danteschi, Napoli, Guida, 1932, pp. 1-115; R. RAMAT, Il conte Ugolino, in Cultura e Scuola, 13-14, 1965, pp. 518-27; G. BRBERI SQUAROTTI, Lorazione del conte Ugolino, in Letture Classensi, IV, Ravenna, Longo, 1969, pp. 147-82; U. BOSCO, Ugolino, in Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto dellEnciclopedia italiana, 1970-1976, Vol. V, pp. 797-800; P. BOITANI, Ugolino e la narrativa, in Studi Danteschi, LIII, 1981, pp. 3152; R. HOLLANDER, Ugolino e San Luca (Inferno XXXIII, 37-74), in Studi di filologia e letteratura italiana in onore di Maria Picchio Simonelli, a cura di P. FRASSICA, Alessandria, Edizioni dellOrso, 1992, pp. 147-157; C. VILLA, La dismisura di Ugolino, in Leggere Dante, a cura di L. Battaglia Ricci, Ravenna, Longo, 2003, pp. 113-129. Si segnala anche la bibliografia in D. YOWELL, Ugolino della Gherardesca, in The Dante Encyclopedia, New York, Garland, Ed. R. Lansing, 2000, pp. 839-841, e la bibliografia on-line della Societ Dantesca: www.dantesca.it.

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La morte per inedia dei cinque a seguito dellimprigionamento valse allarcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, di tali fatti direttamente responsabile, una solenne condanna da parte di papa Niccol V dietro denuncia di Nino Visconti2. Ugolino di Guelfo della Gherardesca, conte di Donoratico3, era uomo di nobilissima famiglia, padrone di numerosi feudi in Toscana ed in Sardegna. Ghibellino, non esit a passare dalla parte dei guelfi, rivelando la sua natura di traditore4. Se proprio noi volessimo cercare una giustificazione storicamente valida, fu questo in tutta probabilit il motivo della sua condanna nellAntenora, accanto allarcivescovo Ruggieri. Daltro canto va ricordato che nella Toscana dugentesca i tradimenti politici erano allordine del giorno. Era anche abbastanza diffuso e usuale il costume di assassinare persino i congiunti per le beghe di potere. Dante ne era perfettamente consapevole: anchegli fu vittima degli odi civili, dopotutto. E non si mostra eccessivamente interessato alle vicende storiche che portarono Ugolino nella parte pi ima dellInferno. A parte un veloce accenno alle castella5 che Ugolino avrebbe indebitamente ceduto allinterno della tremenda invettiva contro Pisa, nulla di pi circostanziato ci viene detto. E anche nel caso delle castella il poeta parla chiaramente di una voce, un fiato di

2 Si legge nella Cronica di Pisa: Della morte del Conte Ugolino. Nel Mille dugento ottantotto Ruggieri delli Ubaldini; e i Gualandi, e Lanfranchi, e certi delli Orlandi, e quelli di Ripafratta, e molti altri Cittadini cacciarono lo Conte Ugolino di Signoria, e presono lui, e li figliuoli, e misseli in pregione, e fecenli morire tuti di fame in una Torre in sulla Piazza delli Anziani, che poi chiamata la Torre della fame; e mor con quattro figliuoli di fame, e furno soppelliti nella Chiesa di San Francesco. CRONICA DI PISA, relativa agli anni 1089-1389, in Rerum Italicarum scriptores, [s.n.], Bologna; [poi] Sala Bolognese, 1975-1983. 3 Per informazioni di carattere squisitamente storico relative ad Ugolino e al periodo in cui visse cfr. S. SAFFIOTTI BERNARDI, Ugolino, in Enciclopedia dantesca, vol. V, Roma, Istituto dellEnciclopedia italiana, 1970-1976, pp. 795-797. 4 Si legge nella cronaca di Giovanni Villani: Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, del mese di luglio, essendo criata in Pisa grande divisione e sette per cagione della signoria, che delluna era capo il giudice Nino di Gallura di Visconti con certi Guelfi e laltro era il conte Ugolino de Gherardeschi collaltra parte de Guelfi, e laltro era larcivescovo Ruggieri degli Ubaldini co Lanfranchi, e Gualandi, e Sismondi, con altre case ghibelline, il detto conte Ugolino per essere signore saccost collarcivescovo e sua parte, e trad il giudice Nino, non guardando che fosse suo nipote figliuolo della figliuola, e ordinarono che fosse cacciato di Pisa co suoi seguaci, o preso in persona. G.VILLANI, Nuova Cronica, Cap. CXXI, Tomo Primo, Libro Ottavo, Parte Seconda, edizione critica a cura di G. Porta, 3 voll., Fondazione Pietro Bembo, Guanda Editore, 1991. 5 Che se l conte Ugolino aveva voce / daver tradita te de le castella, / non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. If XXXIII, vv. 85-87.

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vento, un pettegolezzo. una formula sfumata6, insomma, che lascia permanere unombra di dubbio e che non ha lincidenza che invece avrebbe unaccusa aperta e diretta. Poi, per quanto riguarda chi fossero Ugolino ed il suo compagno e perch si trovassero proprio l, due sole terzine nel racconto del conte:
Tu dei saper chi fui conte Ugolino, e questi larcivescovo Ruggieri: or ti dir perch i son tal vicino. Che per leffetto de suo mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto, dir non mestieri; per quel che non puoi avere inteso, cio come la morte mia fu cruda, udirai, e saprai se mha offeso7.

Ugolino un traditore. Su questo non ci sono dubbi. Il tradimento il suo peccato e lo ha inchiodato quaggi. Lattendibilit di Dante come storico in questo caso non pu essere messa in dubbio ed il Poeta si fa interprete del giudizio dei contemporanei. Ugolino era ritenuto uomo violento e feroce, capace di tradire ed uccidere anche i membri della propria famiglia, i propri nipoti, figli dei propri figli, per la brama di potere e di supremazia8. Certo, gli accadimenti che coinvolsero Ugolino ed i suoi congiunti ebbero risonanza anche al di fuori del territorio pisano: il conte era un personaggio di primo piano nella politica del tempo. Nonostante, per, la sua pessima reputazione, il diffondersi delle notizie relative allimprigionamento insieme ai congiunti che fossero quattro figli o due figli e due nipoti indifferente ed alla loro terribile morte suscit una notevole indignazione, di cui in parte riflesso la violenta invettiva contro Pisa con cui Dante suggella lepisodio infernale. Villani ci fornisce una splendida chiosa per meglio intendere le motivazioni alla base di quellinvettiva, dando risalto al diffuso sentimento di riprovazione

6 E. MALATO, La morte della piet: e se non piangi di che pianger suoli?. Lettura del canto XXXIII dellInferno, in Rivista di Studi Danteschi, V, 2, 2005, p. 52. 7 If XXXIII, vv. 13-21. 8 Negli ANNALI PISANI del 1287 si legge che pugnal un suo nipote perch questi gli consigliava di approvvigionare di cibo la citt e che per questo motivo Ugolino lo sospett di collusione con il nemico e ancor pi significativo quanto scrive Giovanni Villani nella sua Cronica a proposito del tradimento di Nino Visconti, suo nipote Cfr. VILLANI, Nuova Cronica, cit., Cap. CXXI, Tomo Primo, Libro Ottavo.

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per la fine ingiusta di figli e nipoti di Ugolino, giovani adolescenti innocenti9 nella finzione del poema, adulti e non proprio irreprensibili nella realt storica10. Il nome del conte ricorre quindi pi volte nelle cronache coeve, e mai in termini propriamente lusinghieri: i contemporanei di certo non avevano una percezione positiva di questuomo. La prigionia materiale Per quanto riguarda la prigionia essa dur sicuramente vari mesi e non pochi giorni, come alcuni critici hanno ipotizzato. Questa lunga durata aliment una seppur flebile speranza nei cinque, ma ne rese assai pi grave lagonia finale. Infatti solo una morte rapida, imposta nel giro di pochi giorni, avrebbe anche solo in parte scusato il popolo pisano. Un atto di violenza momentaneo, ancorch non giustificabile, solitamente considerato pi clemente. Ma il popolo di Pisa, vituperio delle genti11, dimostr per troppo tempo uninflessibile indifferenza al destino del conte e dei suoi congiunti. Il popolo, quindi, fu colpevole al pari del traditore Ruggieri. Se durante i lunghi mesi di prigionia, la speranza, seppur tenue era rimasta in qualche modo accesa, quel chiavar al v. 46 12 distrugge tutto, quel suono straziante e inaspettato toglie ogni possibile illusione di futura libert ai cinque prigionieri, rende concreto e tangibile il contenuto del sogno premonitore 13 condiviso da tutti loro. Questa prigionia reale, terrena, concreta di Ugolino rapidamente tratteggiata da Dante in poche, lucide, precise indicazioni. In due terzine ci illustra la vita

9 Quella di Dante, si legge in Malato, scelta che non pu non apparire intenzionale e funzionale a una connotazione patetica almeno mirata a dare una qualche connotazione patetica della vicenda rappresentata. la historia che viene adattata alla fabula in ragione degli effetti narrativi che il narrante intende conseguire. MALATO, La morte della piet, cit., pp. 44-45. 10 Di questa crudelt furono i Pisani per lo universo mondo, ove si seppe, forte biasimati, non tanto per lo conte, che per gli suoi difetti e tradimenti era per avventura degno di s fatta morte, ma per gli figliuoli e nipoti, che erano giovani garzoni e innocenti VILLANI, Nuova Cronica, cit., Cap. CXXVIII, Tomo Primo, Libro Ottavo. 11 If XXXIII, v. 79. 12 Gi eran desti, e lora sappressava/ che l cibo ne sola essere addotto,/e per suo sogno ciascun dubitava;/ e io senti chiavar luscio di sotto/ a lorribile torre; ondio guardai/nel viso a mie figliuoi sanza far motto. If XXXII, vv. 43-48. 13 Questi pareva a me maestro e donno,/ cacciando il lupo e lupicini al monte/per che i Pisan veder Lucca non ponno./Con cagne magre, studose e conte/Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi/savea messi dinanzi da la fronte./In picciol corso mi parieno stanchi/ lo padre e figli, e con lagute scane/ mi parea lor veder fender li fianchi. If XXXIII, vv. 28-36.

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del recluso, per il quale i mesi ed i giorni sembrano secoli contati minuto per minuto14:
Breve pertugio dentro da la Muda15, la qual per me ha l titol de la fame, e che conviene ancor chaltrui si chiuda, mavea mostrato per lo suo forame pi lune gi, quandio feci l mal sonno che del futuro mi squarci l velame16.

Ma se andiamo ad analizzare ci che dice Dante, ci rendiamo conto che sono veramente pochi i segni che ci rimandano alla prigione terrena del conte. Possiamo desumere che si tratti di una stanza nella torre, con un pertugio da cui entra poca luce. La luna che appare e scompare da quel pertugio lorologio dei reclusi e scandisce i mesi di prigionia. Langustia del luogo, il forame17, il tempo scandito grazie alle fasi lunari, loscurit che un dato essenziale alla narrazione: queste le forme visibili della prigionia. Ma di concreto e materiale c poco altro. Anche nel linguaggio di Ugolino non ci sono accenni oltre quelli indicati. Diverse indicazioni si possono invece cogliere in relazione alla prigione infernale che Dante immagina e crea appositamente per la categoria di peccatori cui senza dubbio Ugolino appartiene, quella dei traditori. La prigionia nellInferno La collocazione infernale di un qualsivoglia personaggio di per s una prigionia. Per leternit.
14 F. DE SANCTIS, LUgolino di Dante, in Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, Torino, Einaudi, 1967, p. 687. 15 La Torre della Muda si trovava a Pisa in Piazza delle Sette Vie. Il nome della Muda deriva dal fatto che un tempo vi venivano rinchiuse le aquile allevate dal comune di Pisa durante il periodo della muta delle penne. Apprendiamo dalle Cronache del tempo e dalle note dei primi commentatori danteschi che la Torre fu utilizzata come carcere per Ugolino ed i suoi congiunti, e probabilmente anche per altri a seguire. Lallusione ad eventuali altri prigionieri della Torre al v. 24, andando a spulciare i commenti dei contemporanei di Dante, ci viene spiegata in maniera interessante da Guido da Pisa. Nel suo Commento Guido fa riferimento a due battaglie a seguito delle quali altri nobiles et magnates furono imprigionati e fatti morire nella turris famis, indicandone anche i nomi. Cfr. GUIDO DA PISA, Expositiones et Glose super Comediam Dantis or Commentary on Dantes Inferno, Edited with Notes and Introduction by V. Cioffari, Albany, State University of New York Press, 1974, p. 706. 16 If XXXIII, vv. 22-27. 17 If XXXIII, v. 25.

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E Ugolino prigioniero dellInferno. Non in senso metaforico, bens riferendosi al senso pi concreto della prigionia infernale. Linferno creato dalla fantasia di Dante ha una sua forte connotazione nella terrestrit, nella concretezza dei luoghi di pena rappresentati: tante prigioni eterne per un nutrito stuolo di anime dannate. Ugolino si trova nella parte pi profonda dellInferno dantesco, l ove il poeta relega i peccatori peggiori. E non c fuoco: c ghiaccio18. Ghiaccio che letteralmente imprigiona. Il lago di Cocito un lago gelato, gelato dal vento creato dalle ali di Lucifero, conficcato a testa in gi al fondo della trista conca19. Il lago distinto in quattro gironi concentrici, quattro zone che prendono il nome da quattro traditori del passato: Caino, Antenore, Tolomeo e Giuda. I peccatori sono confitti nel ghiaccio fino al collo o distesi su di esso o in esso totalmente sommersi come festuca in vetro20, il gelo fa battere loro i denti in perpetuo, rende i loro volti lividi, fa gelare le lacrime che versano parlando con Dante: un quadro che agghiaccia lanima21. Tutta la ghiaccia dominata da un tragico silenzio in cui la vita si presenta come impietrata dal gelo. E questo motivo iniziale del silenzio e del gelo, interrotto dallerompere delle voci dei dannati, ripreso e si conchiude nel silenzio dellultima zona di Cocito, la Giudecca, dove i peccatori sono tutti sepolti nel ghiaccio e anche Lucifero tace: muta figurazione di tristizia e dorrore. Ugolino prigioniero del ghiaccio dellAntenora, relegato tra i traditori della patria o della parte. conficcato in una buca insieme allarcivescovo Ruggieri. Una prigione di ghiaccio, quindi, che ben si addice a questi peccatori, uomini che in vita permisero che il loro cuore si gelasse a seguito dellabbandono della ragione e del cedimento senza remore al peccato. Di tradimento, ovviamente. La prigionia metaforica: lodio. Quale altra prigionia pu immaginarsi per Ugolino? Scivoliamo inevitabilmente sul piano della metafora. E qui le possibilit di spiegazione sono legione.

18 un gelo atroce che rende sensibile e concreta la pena del contrappasso per analogia: costoro che qui si trovano puniti ebbero il cuore cos duro e il sentimento cos freddo da perpetrare il tradimento ai danni di chi in loro fid. Cfr. MALATO, La morte della piet, cit., p. 54. 19 If IX, v. 16. 20 If XXXIV, v. 12. 21 C. GRABHER, Commento allInferno, in http://dante.dartmouth.edu/search_view. php?cmd=prevresult.

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Ugolino prigioniero dellodio. Trovandosi di fronte quel grottesco appaiamento di teste, quello spettacolo apparso disgustoso ai palati pi fini, che si sono turati il naso quasi sentissero il fetore delle cervella dellarcivescovo Ruggieri, Dante rimane di sicuro impressionato: unapparizione che sente segnata da un odio smisurato. E capisce che non pu trattarsi esclusivamente di odio settario: non pu essere solo un odio civile, di fazione, legato a motivazioni squisitamente terrene. qualcosa di pi. molto di pi. lodio di un uomo. E di un padre. E si insinua nel poeta il sospetto che dietro quella grottesca coppia ferina, dietro quellatto che non ha veramente pi nulla dellumano usato si nasconda una qualche orribile storia. Una storia che ha origine nel mondo, sulla terra, in vita: lodio che trasuda dallatto disumano, da quellatto cos orribilmente feroce di Ugolino lo ha preso e catturato gi nel mondo lass e non lo abbandona. forse espressione adeguata del suo odio? No, il suo odio non si appaga n pu farlo. Il dolore del conte un disperato dolor, perch non c vendetta che possa placarlo: esso rimane ben vivo e cocente, tanto che al solo pensiero le lacrime sgorgano copiose. Ugolino, novello Tideo 22, ha materialmente sotto i suoi denti il nemico, ma destinato a rimanere insoddisfatto quanto bizzarra e crudele questa concessione della giustizia divina! E linsoddisfazione non da imputarsi al desiderio di una maggiore vendetta, bens al fatto che non esiste vendetta che possa saziare il suo dolore, che possa spegnere il suo odio. Il dolore di un padre offeso nella sua progenie, lo strazio di vedere i propri figli morire dinedia senza poter far nulla genera un odio infinito ed inestinguibile. Le analogie riscontrate dalla critica dogni tempo tra le parole di Francesca e quelle di Ugolino sono condivisibili ma, come ci fa notare il De Sanctis, la musica affatto diversa. Francesca ricorda un passato di volutt e piacevolezza che stride con la miserrima condizione attuale nonch eterna. Ugolino non ha possibilit di distinguere passato e presente. Uguali ed ugualmente orrendi, dun medesimo colore, risvegliano gli stessi sentimenti: odio cupo, rabbia e ferocia. Ugolino parla e piange. Non tanto come Francesca per soddisfare un desiderio di Dante: lo fa per odio, affinch le sue parole fruttino infamia al traditore che egli rode 23.

22 Racconta STAZIO (Theb. VIII, 140 sgg.,) che Tideo, ferito a morte dal tebano Menalippo, riusc ad ucciderlo a sua volta e preg i compagni di portargli il capo del suo nemico, e cos morente come egli era incominci a roderlo con tanto odio che non fu possibile distoglierlo dallorribile pasto. 23 Lunica cosa che sembra importare ad Ugolino il fatto che Dante sia fiorentino, quindi informato delle vicende che lo riguardavano e potenzialmente interessato ad ulteriori dettagli: diversamente dalle altre anime dal poeta incontrate, il conte non si mostra sorpreso dal fatto straordinario che l, nelle profondit infernali, proprio di fronte a lui, ci sia un uomo vi-

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Ugolino prigioniero per leternit di quellodio cupo e denso. Ma esso finisce nel racconto per stemperarsi in un sentimento pi tenero, in un amore altrettanto disperato. Questuomo odia molto perch ha amato molto. Lodio infinito perch infinito lamore, e il dolore disperato perch non c vendetta uguale alloffesa24. E tutto quellodio non esisterebbe senza il presupposto dellamore, un odio che scaturisce dalla piet degli affetti umani pi elementari conculcati e straziati25. Proviamo ad immaginare il rinnovarsi e il moltiplicarsi dello strazio per la morte di ciascun figlio, ad immedesimarci in un padre costretto a guardare quelle morti, perch non pu fare altrimenti. E non pu sfuggirgli alcun particolare. Ugolino resta unico superstite, la tragedia in lui si consuma fino allultimo: la tragedia, appunto, dellamore impotente, maggiormente sofferto da chi, come lui, era abituato a piegare tutti, con ogni mezzo, alla propria volont. E ancora non una parola, ancora il silenzio che imprigiona: solo quando tutti sono caduti e Ugolino gi cieco per la fine vicina, solo allora egli pu articolare la voce. Per due lunghi giorni, il settimo e lottavo, chiama assurdamente per nome, uno dopo laltro, i figli, brancola su ciascuno di essi, quasi impazzito per un dolore non gestibile, immenso, privo di ogni luce di speranza, oscuro come la torre in cui venne rinchiuso.
Poscia che fummo al quarto d venuti, Gaddo mi si gitt disteso a piedi, dicendo: Padre mio, ch non maiuti?. Quivi mor; e come tu mi vedi, vidio cascar li tre ad uno ad uno tra l quinto d e l sesto; ondio mi diedi, gi cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due d li chiamai, poi che fur morti. Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno 26.

vo. Cfr. MALATO, La morte della piet, cit., p. 66 e la nota di M. Porena in D. ALIGHIERI, Opere, a cura di M. Porena e M. Pazzaglia, Bologna, Zanichelli, 1966, ch. ad l., pp. 326-327. 24 DE SANCTIS, Lugolino di Dante, cit., p. 687. 25 N. SAPEGNO, Canto XXXIII dellInferno, in Lectura Dantis Neapolitana, I: Inferno, Napoli, Loffredo, 1986, p. 619. 26 If XXXIII, vv. 67-75. La problematica della ipotetica antropofagia (o tecnofagia, come da qualche tempo si usa definirla) di Ugolino in questa sede non stata affrontata, in quanto esula dallo specifico argomento. Per approfondimenti, MALATO, La morte della piet, cit., alle pp. 49-50 e 75-79. Inoltre, per unidea delle due diverse posizioni assunte dalla critica, cfr. G. CONTINI, Filologia ed esegesi dantesca, in ID., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 407-432 e J.L. BORGES, Il falso problema di Ugolino, in ID., Nove Saggi Danteschi, a cura di T. Scarano, Milano, Adelphi, 1996, pp. 33-40.

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La tragedia di Ugolino non pu essere esclusivamente lo strazio della paternit violata dalle crude lotte politiche. la disperazione di un uomo tutto rinchiuso nelle passioni, negli affetti, negli odi terreni. Il dolore iracondo di Ugolino trasuda da ogni parola pronunciata. Ed compenetrato di odio feroce. Solo non ci si pu limitare a leggere in questo episodio esclusivamente furore rabbioso: per furore si pu desiderare la distruzione del proprio nemico, addirittura si pu roderne il cranio in un estremo atto bestiale. Ma non si piange. E Ugolino piange. Smette di rodere il cranio di Ruggieri e piange. E piangendo dimostra con forza la presenza di unumanit potente, di un affetto profondo e straziato che non si pu negare. La prigionia metaforica: il dolore Ma Ugolino prigioniero anche del dolore. Dolore inteso nella sua valenza semantica pi precisa, nel valore che la cultura dellet di Dante attribuiva a questo lemma. Dolor inteso come tristitia, una delle passioni negative dellappetito concupiscibile, secondo quanto ci dice S. Tommaso. interessante notare il rapporto di causa-effetto esistente tra il dolor o tristitia e lira e desiderio di vendetta. Il dolor appare sempre associato allira in molti autori pagani 27 e in alcuni scrittori cristiani come S. Gregorio o Cipriano 28. Lo stesso dicasi per diversi tra gli antichi commentatori della Commedia: il Buti, Iacopo di Dante, Benvenuto da Imola, il Vellutello. Daltronde lo stesso Dante ha spesso associato i due termini o li ha considerati luno sinonimo dellaltro, cos nella Commedia come in altre sue opere. Ora, questo concetto, questidea di dolore legato allira ed al conseguente desiderio di vendetta ben si conf al personaggio di Ugolino ed alla sua rappresentazione ed al discorso che egli fa a Dante. Il conte Ugolino si accomuna al destino di tutte le creature infernali, che conservano nelleternit della loro dannazione lessenza pi profonda e ostinata del loro temperamento terreno, la passione che pi tenacemente occup il loro cuore in vita. E questa passione, questo temperamento che in vita poteva ancora

27 Nel Lexicon Totius Latinitatis il FORCELLINI scrive: dolor dicitur etiam de ira, quae dolor est cum appetitu vindictae. Questa sua definizione viene corroborata con esempi tratti da Virgilio, Livio, Cesare e Cicerone, per citare i maggiori. 28 Il Thesaurus linguae latinae, alla voce dolor, annovera, tra i vari significati offerti, quello per cui il lemma viene inteso saepe prope idem quam ira, indignatio (vol. V, col. 1841) e reca esempi tratti dai Moralia di Gregorio e dalle Epistole di Cipriano.

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essere corretto, soffocato, redento grazie alla volont ed alla retta ragione, ora, nel mondo senza tempo e senza storia, fissato in eterno, pietrificato, svelato e reso immutabile dal giudizio divino29. Tutto quello che le anime ricordano della loro vita terrena si condensa intorno a questo nucleo della loro personalit e serve a spiegare quale sia la dominante del loro temperamento. Gi De Sanctis, nel suo saggio su Francesca, ci ha illustrato questo concetto in modo eccellente: NellInferno il terrestre rimane eterno ed immutato; [] i peccatori dellinferno dantesco serbano le stesse passioni, e perci sono impenitenti e dannati; [] il dannato luomo che porta nellinferno tutte le sue qualit e passioni buone e cattive30. Serbano memoria della loro audacia o grandezza terrena, che tuttavia ormai sanno essere state sregolate o insufficienti alla salvezza. E serbano il ricordo del momento della loro morte, dellattimo in cui si decise il loro destino di dannazione, perch si lasciarono sino a quel momento trascinare dalla rapina delle loro passioni, incapaci di frenare e regolare i loro impulsi, ciechi sino allultimo e sordi ad ogni pur flebile richiamo della coscienza. Laddove sarebbe bastato proprio in quellattimo estremo unimprovvisa consapevolezza della loro colpa, un atto sincero di pentimento e di contrizione perch la grandezza divina concedesse loro il perdono e la possibilit di salvazione. Ugolino, conficcato sino al collo nella ghiaccia dellAntenora, conserva tutta la ferocia del suo temperamento, la violenza da cui fu contraddistinta la sua vita, la passione politica, il desiderio di vendetta che tenne la sua anima prigioniera sino agli ultimi instanti. Tutta la sua memoria rimane fissa sul ricordo delle ore prima della sua fine, quelle ore in cui avrebbe potuto raccogliersi in s stesso e pensare a Dio misericordioso. E pentirsi. E salvarsi. Invece cedette nuovamente al turbinio scomposto delle passioni e si abbandon al desiderio sfrenato di vendetta violenta. E si dann. Non si pu non provare compassione per Ugolino padre che vede morire davanti a s i propri figli, uno dopo laltro. Ma neanche si pu negare che nel momento in cui, morti i figli, reso cieco dallinedia il buio la condizione pressoch costante di questa prigionia, buio nellanimo come intorno a s e furibondo per il dolore, a poter avere davanti a s il responsabile del suo stato miserando, il suo nemico, avrebbe di certo dato sfogo a tutta la sua ira ed al desiderio di vendetta. Prigioniero quindi del dolore pi cupo e disperato, dellira gi in terra, sino ai suoi ultimi istanti. Una prigionia che lo trascina nelle profondit infernali, che lo conficca nel ghiaccio accanto al suo carnefice.

29 V. RUSSO, Il dolore del Conte Ugolino, in Sussidi di esegesi dantesca, Napoli, Liguori, 1966, p. 148. 30 DE SANCTIS, Francesca da Rimini, in Saggi Critici, a cura di L. Russo, Bari, 1953, vol. II, p. 288.

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La prigionia di Ugolino

Carnefice che diviene vittima e per leternit gli sar tal vicino31, come uneterna accusa e maledizione, come un incubo pensoso e orrido senza speranza dalba32. La prigionia metaforica: il tradimento Ugolino quindi prigioniero. Prigioniero sulla terra come allInferno. Prigioniero nella torre come nella ghiaccia di Cocito. Prigioniero dellodio e del dolore. E, drammaticamente ed ineluttabilmente, prigioniero del suo peccato, il tradimento. Non a caso nel lago ghiacciato di Cocito, indurito come il cuore dei traditori, stanno imprigionati i peccatori i pi infami, i quali non sono solo dei traditori, certo, ma il tradimento il loro pi grande e pi grave peccato. Tradire latto pi basso e vile che un uomo possa compiere. latto che rompe lultimo legame con la carit umana: chi tradisce de-umanizzato33. Lincontro che Dante e Virgilio fanno, alla fine di If XXXII, ha veramente del raccapricciante:
Noi eravam partiti gi da ello, chio vidi due ghiacciati in una buca, s che lun capo a laltro era cappello; e come l pan per fame si manduca, cos l sovran li denti a laltro pose l ve l cervel saggiugne con la nuca:...34

Una testa che fa da cappello allaltra, i denti che si conficcano nella carne sanguinolenta, questo agghiacciante parallelo con il pane quotidiano masticato per fame. Quale odio pu aver provocato tanto accanimento? La bocca di Ugolino il particolare pi orrido del quadro, quella bocca sporca di sangue, che ha perso ogni connotato umano divenendo il segno della bestialit pi feroce e cieca, allimprovviso riacquista lumanit precedentemente violata e persa. E parla.
If XXXIII, v. 15. RUSSO, Il dolore del Conte Ugolino, cit., p. 181. 33 A proposito del peccato di tradimento Malato sottolinea come, tradendo, si infranga non solo il vincolo dellamore naturale tra gli uomini, ma anche quello che si aggiunge per effetto di particolari rapporti (parentela, patria, ospitalit, ecc.) da cui si crea una speciale fiducia. Laspetto pi degradante e perverso di questo peccato luso distorto dellintelligenza, della ragione, la qualit distintiva delluomo, MALATO, La morte della piet, cit., pp. 60-61. 34 If XXXIII, v. 124-129.
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Angela Maria Iacopino

Il conte un peccatore, e della peggior specie. Questo un fatto innegabile. Dante non avrebbe punito un innocente. Men che meno nella zona pi bassa dellInferno. E di certo si tratta di un traditore. Ma il tradimento di Ugolino ai danni di chi o di cosa stato perpetrato? Del nipote Nino Visconti? Della patria? Del partito guelfo? Ebbene, il tradimento di Ugolino fu contro tutto ci, contro ogni persona ed ogni partito che si erano frapposti tra lui e le sue ambizioni politiche. Ugolino, imprigionato nel ghiaccio dellAntenora, sprofondato verso il basso cos come la Torre della Fame si erge verso lalto, ha tradito per ambizione politica. Il suo cuore indurito da un odio inestinguibile e lo era gi in terra. Ugolino il simbolo delluomo cui non si pu pi prestar fede; luomo in cui il legame col prossimo reciso e sostituito dalla brama del potere35, tanto che tradire il nipote, sangue del proprio sangue, diviene un atto possibile. Ma lamarezza pi grande che con questo tradimento Ugolino ha definitivamente inchiodato s stesso, ha imprigionato la sua anima ancora in vita ed ha distrutto ogni legame con la ragione umana: perduta questa, luomo si confonde con la bestia36. E la bestia prende il sopravvento quando, finito di rievocare la sua straziante vicenda, la lucidit di Ugolino scompare. Stravolgendo gli occhi e tornando ad addentare il suo fiero pasto37, ripiomba nella pi cruda bestialit.
Quandebbe detto ci, con li occhi torti riprese l teschio misero co denti, che furo a losso, come dun can, forti38.

Di quelluomo mortalmente ferito nel suo amore di padre, di quelluomo prigioniero dellodio pi profondo e del dolore pi lacerante, dal cuore irrimediabilmente impietrato dal tradimento non rimane altro che la belva feroce, priva di ogni barlume di umanit e ragione. E l rimarr, nella sua prigione di ghiaccio, fissato per leternit in quel gesto disumano.

35 V. CIOFFARI, Il canto XXXIII dellInferno, in Letture degli anni 1973-76, a cura di S. Zennaro, Roma, Bonacci, 1977, p. 788. 36 Ivi, p. 790. 37 If XXXIII, v. 1. 38 If XXXIII, vv. 76-78.

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