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Apro la XIX edizione del Bambino di Castiglioncello con la consueta trepidazione che ha accompagnato la storia di tutti quei convegni

che, con lessico familiare, definiamo i nostri bambini; storia ormai quasi trentennale di una singolare collaborazione tra unassociazione di genitori che tenacemente vuole investigare sul presente per poter coniugare i tempi del futuro ed il comune di Rosignano Marittimo, il quale in tempi orfani di risorse continua ad investire in cultura ed in cultura dellinfanzia. Un investimento perdente avrebbe detto chi ha diretto il dicastero del tesoro fino a qualche mese fa, poich con la cultura non si mangia. Al Sindaco, a tutti gli amici dellamministrazione che hanno scelto di non mangiare e che con sollecitudine quotidiana hanno contribuito a far nascere anche questo Bambino, va perci il nostro ringraziamento non rituale. Un grazie anche a quel bambino con le cuffiette, opera del grafico Giacomo Cantini, che ha inaugurato nel 1984 col bambino tecnologico la lunga e fortunata serie di bambini che si sono rincorsi insieme alla nostra storia, nel tempo. Laggettivo che accompagna e connota il bambino sempre la cifra dei temi che qui vogliamo approfondire: spaesato il felice contributo di una nostra mamma che intendeva racchiudere nellaggettivo scelto la sua percezione di questi tempi e dei problemi educativi che essi trascinano con s. Adottato lo spaesamento come cifra interpretativa ci siamo subito resi conto che esso incarnava pi che una possibile declinazione del bambino di oggi, il nostro smarrimento, lo smarrimento cio degli adulti educatori in questi tempi complessi . Dicevamo gi nel 2006 Ma a manifestare una

sorta di stanchezza pedagogica appare proprio il genitore che ha rinunciato consapevolmente allautorit, memore dei danni che uneducazione autoritaria produce. Assistiamo spesso, infatti, ad un atteggiamento di resa da parte dei genitori, ad una generalizzata incapacit a dire di no, il che significa rinunciare ad essere adulto di riferimento pur di non dover sopportare in alcun modo il malessere di dare anche quella piccola frustrazione. Ma c di pi: questa rinuncia porta ad unulteriore forma dabdicazione: quella ad essere se stessi con
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le proprie convinzioni, passioni, ideologie, debolezze, subordinando il proprio essere persone reali allansia di evitare per i propri figli ogni genere di conflitto.
[Aggiungerei oggi che si rinuncia a consegnare, a trasmettere la propria visione della vita]. Questo atteggiamento da un lato consegna, senza lottare, i

propri figli alla cultura dellomologazione, alla moda del momento e alla legge del mercato, dallaltra ha riflessi molto preoccupanti sugli stessi processi di identit, se viene a mancare quella dinamica di accettazione\contrasto con le figure di riferimento, che la strada obbligata del divenire soggetti autonomi.
Un libro di recentissima pubblicazione di Giovanna Ruo e Beatrice Toro introduce nel titolo un neologismo interessante ADULTESCENTI , gioco paranomastico riferito ai genitori e contrapposto ai figli adolescenti. Adultescente cio colui che rimane intrappolato tra maturit e puerizia, in una sorta di bolla atemporale, incapace di assumersi la responsabilit sociale delleducare (qualche giurista potrebbe anche dire che viene disatteso lart. 30 della nostra Costituzione). Ad un aumento esponenziale delle risorse formative destinate allinfanzia e alladolescenza, alla pluralit delle figure di riferimento che si intrecciano nella vita dei nostri bambini (la recente ricerca dellISTAT Infanzia e vita quotidiana misura nel 79% il numero dei minori da zero a tredici anni affidati ad altri adulti, per la maggioranza i nonni , che non siano i genitori) non corrisponde la trasmissione di un modello educativo chiaro, di una cultura di riferimento che appaesi (visto che siamo in vena di neologismi), che aiuti a costruire delle identit. La ricerca che il prof Tanucci ha elaborato per il nostro Bambino e che stata condotta anche su un vasto numero di ragazzi italiani dai 13 ai 15 anni, ci d segnali di unimmersione dei nostri adolescenti in un mondo non in grado di fornire ancoraggi, localizzazioni utili per organizzare e dare un senso alla propria vita. Il bambino allora, sognato, desiderato, per lo pi figlio unico (il 25,7%) in una realt sociale in cui diventato merce rara e per questo sempre pi spesso iperprotetto, rischia di diventare un grande sconosciuto. Di lui parlano tutti, aumentano gli specialismi e gli specialisti a lui dedicati e raffina le sue armi il mercato che ha proprio nei bambini il suo target preferito. E mentre gli adulti rinunciavano con timidezza a definire la propria identit, abbiamo inoltre permesso che a parlare di territorio e di identit fossero 2

quelle forze politiche che riducevano tutto ad identit culturali fittizie, povere, necessariamente antagoniste perch fondate sullinsicurezza e la paura o quelle aggregazioni giovanili... Assistiamo ad un fenomeno paradossale, specchio significativo di questo momento storico: la possibilit per bambini ed adolescenti di avere sempre

maggior peso nelle decisioni che li riguardano, lo stesso riconoscimento di un diritto a tutela dei propri diritti ed interessi, rischia di lasciarli soli con quei diritti loro riconosciuti, ma che essi non conoscono o non sono in grado di esercitare, a causa di una sostanziale deresponsabilizzazione degli adulti e di una incoerenza tra diritti sanciti e strumenti preposti alla loro realizzazione. Un quadro normativo lacunoso ed incoerente, la mancanza di un sistema organico di protezione dei minori, le gravi sperequazioni da regione a regione, il piano nazionale infanzia privo di finanziamenti adeguati, linsufficiente sostegno alla genitorialit, la mancanza di un sistema di formazione ed aggiornamento obbligatorio per tutti gli operatori [omissis] le perduranti discriminazioni..
sono le parole del Garante per linfanzia nella sua prima relazione alla Camera: allipertrofia delle norme fa da contraltare la povert delle risorse, alla declamatoria delle buone intenzioni il vuoto della politica. Perch i diritti, quelli dei bambini qui ed ora nello specifico, sono sistematicamente violati o nella migliore delle ipotesi ignorati, fino trasformare la societ contemporanea come imprigionata dentro una cultura dei diritti che si esaurisce in se stessa e nega il suo oggetto? Anche la famiglia, topos privilegiato di una retorica tutta italiana, diviene il sostituto di un welfare esangue: in realt se la famiglia non aiutata da politiche coerenti, se lo Stato, le comunit locali, la scuola pubblica, non diventano essi stessi risorse per contrastare l'isolamento sociale in cui le famiglie di oggi sono confinate, le famiglie diventano a loro volta produttrici di esclusione e malessere. Ai nostri bambini spaesati vanno dati tempo, risorse, convivialit e memoria. Ci piacerebbe un paese in cui si potesse parlare non del PIL, ma del BIL (benessere interno lordo)

Life is now, recita una pubblicit di successo che sembra inverare molto bene un modo dessere dei nostri anni. Ma questappiattimento sul

presente contiene per in s una variante, rispetto allindividualismo e al narcisismo della stagione appena trascorsa. Linsicurezza e la paura, che pure hanno fondato le scorse campagne elettorali, oggi ruotano non pi o non soltanto sulla paura dellaltro, ma sulla paura della disoccupazione e sullincertezza del lavoro. Insicurezza che diviene ontologica, per dirla con Bauman e che scuote alle radici il nostro sistema di riferimenti sociali e personali e ci lascia senza ancore e legami. Un disastro antropologico, afferma il Censis nella sua ultima ricerca, definendo in tal modo lattuale diffuso disagio individuale causa di un ripiegamento collettivo, ma quasi a stemperare il tono apocalittico sottotitola poi, la stessa ricerca dallindividualismo alla riscoperta delle relazioni. Anche noi qui vogliamo trovare il filo di Arianna che ci porti a riscoprire relazioni, a trovare risposte condivise (o domande condivise). Ed questo il senso del nostro bambino spaesato. Come orientarsi nel mare tempestoso di una societ complessa? quale paese vogliamo per i nostri bambini? Come difendere, o giusto difendere, i nostri bambini dall'invadenza dei media? Come raccogliere le nuove sfide della multiculturalit che oggi affronta il nodo dell'integrazione delle seconde generazioni, elemento di trasformazione per le societ riceventi? Come fare della scuola pubblica un paese accogliente? (La scuola la mia casa, ama ripetere lex ministro Berlinguer) Il progressivo peggioramento della qualit dellambiente e delle citt in cui viviamo speculare ad un marcato distacco tra i cittadini e gli spazi delle citt: il poter affermare: io sono qui (e cito gli amici di Palomar cui affidato un laboratorio) lidentit di un luogo, e facilita il poter dire io sono o meglio, noi siamo, sconfiggere quindi le identit deboli. Labitare una facolt umana come il parlare: non possiamo fare dei nostri bambini dei balbuzienti o dei semplici occupanti. II vero pericolo nelle citt non sono i lavavetri, sono i bambini! Bisogna che non ci siano: perch ostruiscono i marciapiedi, le strade sono pericolosi! Cos come sono pericolosi i giovani Spesso sotto il dibattito sulla sicurezza non ci sono solo gli immigrati ma i giovani, considerati il vero pericolo in Europa. Noi non vogliamo che i giovani utilizzino le citt come non vanno utilizzate: non vogliamo casino, non vogliamo che stiano in strada n tanto meno che lo facciano di notte. Ora, la tutela dell'ambiente, un 4

valore costituzionale primario e assoluto, che risulta dalla combinazione di due articoli della Costituzione: l'art. 9 sulla tutela del paesaggio e l'art. 32 sul diritto alla salute dei cittadini, come singoli e come collettivit. Ragionarne significa rivendicare i diritti delle generazioni future e la nozione di comunit di vita. sotto la grande rubrica del "bene comune" che dobbiamo collocare non solo la tutela giuridica dell'ambiente, ma quel che pi importante la nostra responsabilit di cittadini. E anche questo un problema di democrazia, di ricostruzione della partecipazione con la consapevolezza che la partecipazione non un valore innato, ma un processo delicato che va costruito con coerenza e metodo. Di un altro spaesamento ci siamo voluti occupare, quello che comunemente oppone gli adulti, immigranti digitali ai giovanissimi nativi digitali. Non ci appassiona la datazione sulla nascita dei nativi, se essa avviene gi nel 1985 con la diffusione di Windows o se coincide con la diffusione del pc intorno al 2000. Quello che vediamo la naturalit e la precocit dei nostri bambini nelluso delle nuove tecnologie, il mutare dei modi di apprendimento che avvengono non pi per assorbimento, ma per tentativi, per esperienza. Quello che vediamo il cambiamento progressivo di un lessico che afferisce alle relazioni e alle emozioni. Chiunque frequenti facebook o altri social network vede il nuovo significato che assumono termini a noi noti da sempre: la vita diviene rappresentazione di s, un fatto diviene reale quando certificato virtualmente, il diario un blog che destinato ad uso pubblico, condividere non implica pi alcuna empatia, lamicizia si concede e non si costruisce, sono il mio wall e costruisco in modo diverso la mia identit. E un passaggio epocale, ma per i passaggi epocali non ci sono ricette, ma sfide di pensiero e paziente sperimentazione: lapproccio moralistico al problema spesso nasconde la nostra impotenza a governare non solo i fenomeni sociali, ma perfino, pi semplicemente le nostre vite. Ci che ancora sfugge alla generazione adulta la capacit di appropriarsi fino in fondo delle infinite possibilit relazionali, della creativit nuova e diversa offerta dagli strumenti, della capacit di creare nuovi modi di relazione. Un problema anche educativo, allora. Ma se anche tale, esso non pu consistere solo nel controllo dei mezzi, n nella tentazione opposta di

occuparsi terapeuticamente dei soggetti. Leducazione si colloca e riguarda ci che accade TRA i media e i soggetti: quella zona intermedia fatta di investimenti e di negoziazioni a costituire lo spazio principale dellintervento educativo da cui passa la costruzione del pensiero critico e delluso responsabile. Allora il problema : in che misura riusciamo a costruire un vocabolario comune di simboli, immagini, passioni? Come riusciamo a comunicare (nel senso di mettere in comune) tra generazioni diverse linguaggi, regole, valori? La sfera della comunicazione costituisce sempre pi il grande contesto nel quale si realizzano i processi educativi e formativi: opportunit inesplorate e rischi sempre in agguato ed anche forme inedite di ignoranza comunicativa spesso occultata dallillusoria capacit dei bambini e dei ragazzi di padroneggiare le nuove tecnologie. Non esiste alcuna biblioteca di Alessandria cui attingere norme, decaloghi di comportamento, modelli di formazione. Non perch essi manchino: nel nostro paese c anzi un proliferare di buone pratiche di formazione rivolte ai pi giovani e non solo, di modelli imprenditoriali virtuosi, di organismi istituzionali di controllo. Manca per una strategia complessiva che sappia fare sistema per poter produrre dei cambiamenti significativi sui comportamenti e sulle modalit di utilizzo delle tecnologie da parte dei pi giovani. E alla relazione educativa sempre torniamo e al luogo ad essa deputato per eccellenza: la scuola. La scuola che noi sappiamo essere quel luogo straordinario in cui le relazioni trovano senso fuori dalla mannaia economicistica, che ha oggi prodotto una sottocultura che non riesce a rimettere in piedi il mondo, ma che chiede la nostra fiducia. Ma anche la fiducia non si pesa e non si misura. Essa un bene relazionale. Oggi afferma Morin pi che mai necessario saper combinare

la presenza concreta dell'educatore, del formatore, con le straordinarie possibilit


cognitive offerte da Internet, Google, Wikipedia, eccetera. Per raggiungere questo obiettivo necessaria quella riforma del pensiero di cui abbiamo parlato, perch occorre saper unire, connettere, combinare fonti del sapere che rimangono
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frammentate e separate. Con lo sviluppo della tecno-scienza e della societ dell'informazione, diventa cruciale la sfida di quella che in varie occasioni ho chiamato la democrazia cognitiva. Con Internet si ormai formata una sorta di gigantesco sistema neurocerebrale semi-artificiale, in espansione progressiva, del quale tutti siamo parte attiva. Non abbiamo soltanto un problema di strumenti educativi nuovi e pi potenti, ma anche un problema di comprensione e di insegnamento di una nuova condizione umana, nella quale esseri umani e sistemi artificiali sono fortemente interconnessi tra loro in una nuova societ unificata.
Aggiungerei che il rischio odierno della scuola non consiste tanto nel non saper utilizzare mezzi o strumenti, quanto nel non avere idee guida per governarle. La scuola deve riprendersi la parola evitando quel ciclo depressivo in cui rischia di cadere per la mancanza di ossigeno culturale, per la disvalorizzazione di tutto ci che riconduce alla cultura e al sapere. Investiamo sulla formazione degli insegnanti, non lasciamo morire la scuola! LIstat qualche mese fa ha comunicato al MIUR un inquietante aumento degli abbandoni nella scuola. Il fenomeno sembrava aver trovato nel 2010 un recupero rispetto al 2004 ma la crisi in corso ha riaperto il processo. Non solo, se il fenomeno colpisce pi radicalmente il Sud, lo stesso inizia a prendere forma anche nelle periferie delle grandi citt del Paese, accompagnandosi alle nuove realt di povert ed emarginazione. Viene dunque a calare il valore e persino la percezione sociale del valore dellesperienza scolastica e questo, in assoluto, il dato pi inquietante. Il fatto che, oltre che costare, listruzione e la formazione non sono n percepiti n presentati come valori fondativi della cittadinanza. Con meno scuola e formazione non solo saremo pi ignoranti, meno competitivi, come vogliono i tifosi del liberismo: saremo anche pi fragili, pi poveri, socialmente pi divisi, ricacciati in un individualismo egoistico e rissoso. Riprendere la parola vuol dire anche difendere la pratica della democrazia nella scuola: un nuovo disegno di legge intende ridisegnare il ruolo e la funzione degli attori della scuola rompendo lunitariet del sistema

nazionale e sottraendo di fatto allo Stato (garante di pari opportunit per tutti i cittadini) prerogative fondamentali per favorire luguaglianza sancita dallart. 3, della Costituzione. Per questo vi chiediamo di firmare la nostra petizione. E non potevamo ignorare quei bambini che incarnano nel senso pi proprio il tema dello spaesamento, i bambini della migrazione che sono stati definiti da Graziella Favaro come i viaggiatori perenni di un viaggio iniziato da altri, e non solo per riprendere il tema dellintegrazione e dellintercultura, ma perch siamo profondamente convinti che se lattenzione allaltro, alla differenza, alla diversit nodo cruciale nella crescita dei nostri bambini, elemento fondamentale e doveroso oggi, quando le classi dogni sistema scolastico sono sempre pi affollate da altri; quando essi entrano sempre di pi a livello anche virtuale, accompagnando le vicende quotidiane di ciascuno di noi attraverso linformazione dei media; quando siamo ormai abituati a convivere con linguaggi, merci, materiali che hanno origine lontana e che ci raggiungono per farsi usare dai punti pi lontani del pianeta. consapevoli che lobiettivo non e non pu essere quello della generica tolleranza; consapevoli ancora che faremo della vera intercultura quando ogni educatore si penser e si situer allincrocio di numerose reti di relazione e dinfluenza legate a varie appartenenze; rifletter cio su quanto siamo plurali noi stessi. Ri-conoscere se stessi sconfiggere il pregiudizio alle origini. Non pi rinviabile la questione della cittadinanza ai nati in Italia ancora giuridicamente stranieri come li ha definiti il Presidente Napolitano. Si arrivi presto ad una legge che attui il principio di non discriminazione nei confronti dei bambini che nascono in Italia da genitori stranieri, rispetto ai loro coetanei italiani con cui condividono tutto: studi, giochi interessi, ma non lappartenenza a uno Stato che li fa sentire diversi e che li colloca fuori da una comunit che, pure, alla stessa stregua dei loro amici, contribuiscono a costruire. Daremo a loro la parola. Scrive Erri De Luca

Abbiamo amato lOdissea, Moby Dick, Robinson Crusoe, i viaggi di Sinbad e di Conrad. Siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari. Cosa ci fa difetto, per non stare con gli acrobati di oggi, saltatori di fili spinati, e di deserti accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive, in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri? Cosa ci manca, per un applauso in cuore, per un caff corretto, al portatore di suo padre in spalla e di suo figlio in braccio portato via dalle citt di Troia, svuotate dalle fiamme? Benedetto il viaggio che vi porta, il mare rosso che vi lascia uscire, lonore che ci fate bussando alla finestra.

Marisa Musu nel 2000, concludendo lintroduzione alla storia della ns. associazione: Oggi pi e meglio di trentanni fa, abbiamo la consapevolezza che essere genitori in Italia, pur con tanti problemi ed 9

angosce, un privilegio rispetto alla condizione dei padri e delle madri dellIndia, dellAngola, del Brasile, di due terzi del mondo. Proprio di fronte alle dimensioni cosmiche del problema, abbiamo coscienza di aver fatto poco, pochissimo, un granello di sabbia, poche gocce dacqua Ai genitori giovani che hanno preso il nostro posto lasciamo questa consapevolezza e affidiamo questa volont. Che le gocce dacqua che i nostri convegni rappresentano si moltiplichino e diventino pioggia benefica per tutti. Buon lavoro!

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