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I ROMENI DELLA TRANSILVANIA E LIMPERATORE AUSTRIACO.

LA METAMORFOSI DEL MITO DEL BUON IMPERATORE (FINE '700-SECONDO '800)


Mirela Andrei, Universit degli Studi Babe-Bolyai di Cluj-Napoca La storia delle mentalit collettive si propone di studiare quello che cambia pi difficilmente nel corso del tempo, intende analizzare, capire e far capire certe reazioni, sentimenti, atteggiamenti comuni ad una collettivit. Questo settore assai generoso della storia ha avviato un nuovo indirizzo storiografico che mette al centro dellattenzione non lindividuo o lavvenimento, ma il gruppo, la massa anonima, il volgo. Un argomento di studio stimolante per lo storico delle mentalit collettive il mito la mitologia visto che esso pi impregnato di sentimento, si avvicina di pi alla sensibilit ed , quindi, in maggiore misura, lappannaggio dellirrazionale e dellinconscio, che piuttosto quello della ragione e del conscio. Il contenuto del mito fantasioso, perch crea un mondo diverso da quello dellesperienza quotidiana, raccontando degli avvenimenti straordinari, i cui personaggi sono degli esseri con poteri ed attributi fuori dal comune. Questa tendenza di farneticare e di costruire un mondo illusorio migliore della realt sorge proprio da quella particolarit, specifica della sensibilit umana, di sfuggire ad un presente deprimente per vivere nel passato, dal quale si conservano, solitamente, solo le impressioni favorevoli, oppure nel futuro, sperando che questo destini soltanto delle belle cose. Il mito resta tale soltanto nel periodo in cui viene riconosciuto il carattere sacro dellevento o delleroe intorno al quale esso si sia coagulato. Oltre alla sua sostanza immaginaria e fantastica, il mito contiene sempre un livello reale, visto che parte da un fatto e da un contenuto veridici. Il mito una riflessione ed una proiezione delle azioni della vita reale che racconta una storia sacra cio vera, narra un avvenimento accaduto, parla soltanto di quello che veramente successo, di ci che del tutto avvenuto. Il mito, espressione per eccellenza del pensiero collettivo, lo incontriamo particolarmente al livello delle societ tradizionali, governate da una mentalit collettiva, in cui lindividuo non ha un proprio sistema per ragionare, per percepire il mondo circostante, non si ancora costruito dei concetti coscienti e logici. In un ambito del genere, lapparizione ossia linvenzione di un mito la cosa pi naturale. Ci non vuol dire che le societ moderne non conoscono anche esse dei miti. Il mondo ha sempre bisogno di miti, assettato di sogni collettivi, soltanto che la societ moderna ha spinto assai lontano la desacralizzazione della vita e delluniverso, portando ad un processo di scioglimento semantico e di estensione anormale delle accezioni della voce mito, la qualit di mito potendo accompagnare qualsiasi fatto di cultura. In questo senso, si parla del

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mito dellautomobile, del sapone, del calcio, della societ dei consumi, il mito di Superman, il mito delle Bermuda ecc., ci che non pu esser altro che una ridicola esagerazione, visto che, ad esempio, tra la parola mito, che unastrazione, e lautomobile, cosa concreta, non pu esistere alcuna filiazione reale. Possiamo solo affermare che la novit del mondo moderno si traduce tramite la rivalorizzazione ad un livello profano degli antichi valori sacri. Nellintento di definire il mito, potremmo partire dallidea che tutti i specialisti nel settore ritengono che formulare una definizione unitaria e generalmente accettata del mito sia quasi impossibile, visto che abbiamo a che fare con una realt complessa ed inoltre con una tipologia varia di miti, a cominciare dai miti dellantichit fino a quelli del nuovo mondo oppure quelli medioevali, per arrivare a considerare quali miti certe opere letterarie come Faust, Hamleto, Don Giovanni o persino degli oggetti concreti. Tuttavia, una delle pi pertinenti definizioni del mito ce la fornisce un eccellente specialista in mitologia, Mircea Eliade, il quale afferma che il mito una realt culturale estremamente complessa, il cui approccio ed interpretazione si possono fare da prospettive molteplici e complementari; esso racconta una storia sacra e dei fatti esemplari, i cui protagonisti non possono essere che degli eroi dalle straordinarie qualit. La realt mitica un terreno estremamente scivoloso che non si lascia afferrare in unanalisi e, quindi, in definizioni rigorose, essa non pu essere mai sorpresa in tutti i suoi aspetti. Soltanto chi vive il mito attraverso la propria sensibilit pu cogliere la sua profonda realt; visto da fuori, il mito intento a svuotarsi dal suo contenuto emozionale. Nella storia europea dei tempi moderni esistono alcuni miti e mitologie politiche come la denuncia di una cospirazione malefica, la fiducia nellesistenza di unet doro andata perduta, la speranza in un paradiso futuro o in una rivoluzione liberatrice o restauratrice, il mito del progresso molto di moda a fine Ottocento e allinizio del Novecento il mito del socialismo, il culto del leader carismatico oppure la fede in un eroe salvatore ecc. Uno dei pi veicolati miti politici quello delleroe salvatore, che si presenta nella mentalit collettiva come leroe chiamato a decongestionare ed a ripristinare una data situazione, nel suo stato legittimo precedente. Egli quello che riesce ad allontanare le forze del male, essendo sempre associato al simbolo della luce, quello chiamato a restaurare un ordine rovesciato, ad esaudire un desiderio collettivo di grande portata. Per i romeni della Transilvania come, daltronde, per tutte le nazionalit della monarchia austriaca allimperatore fu talvolta attribuito questo statuto di salvatore, percepito ed invocato come possibile liberatore dei romeni dal misero stato politico e sociale
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in cui essi erano collocati, quello che avrebbe potuto inclinare la bilancia del potere a favore dei romeni. La fede stessa nel buon imperatore acquist un valore salutare per il fatto che essa rappresentava la speranza dei romeni nel miglioramento della loro situazione, nel trionfo del bene sul male e della verit sulla menzogna; essa la speranza che spesso d loro la forza di vivere e di combattere contro le avversit del destino. Nellintento di ricostruire la realt storica della nascita del mito del buon imperatore, vanno prima chiariti certi problemi: i suoi limiti quando e come

nasce? quando e in che contesto sparisce? e la maniera in cui si manifestata durante la sua esistenza. Perifrasando G. Cocchiara un grande folklorista di origine italiana il quale diceva che prima che la ferocia sia stata scoperta, stata per forza inventata dalle genti che vissero tra il Cinquecento e il Settecento, obbedendo ai loro interessi morali, politici e sociali, potremmo affermare per analogia che il mito del buon imperatore nel nostro caso stato inventato a fine Settecento e inizio Ottocento, come una risposta alle speranze ed alle imprese politiche dei romeni, allo scopo di ottenere alcuni diritti che spettavano loro, ma che, lungo il tempo, erano stati trasgrediti dalla nobilt ungherese. Tuttavia i suoi limiti non si possono stabilire con certezza, proprio perch non si mai potuto fissare il punto zero nella nascita di un mito, come, daltronde, non si potuto determinare neanche la data precisa della sua sparizione. Il mito non appare allimprovviso, la sua nascita una trasformazione tramite cui i dati preesistenti sono rimodellati e risignificati a seconda delle tensioni sociali di una data epoca. Presso i romeni troviamo uno sfondo preesistente predisposto a far sorgere la fede in un buon sovrano, nel senso di eroe trovato in un perpetuo stato di tensione creatrice di beni e di valori storico-culturali che toccano il sublime e procurano lammirazione della gente. Un tale sfondo esiste dai tempi pi lontani, formatosi probabilmente una volta con lapparizione dellimperatore Traiano nella vita e nella storia del popolo della Dacia. Bench avesse invaso a due riprese la terra dacica, pacificando i daci tramite il miscuglio di sangue e trasformando la Dacia in provincia romana, egli rimasto nella coscienza etnica dei daco-romani un eroe storico mitizzato per i suoi fatti di cultura, tramite i quali aveva promosso i nostri antenati nella schiera dei popoli antichi di alta cultura e civilt. Possiamo capire, in questo modo, che effetto faceva per i romeni sottomessi alla dominazione degli Asburgo la possibilit di servire un imperatore romano, anche se di origine tedesca. Questa tendenza verso sentimenti proimperiali non spar lungo il tempo, poich i romeni videro negli imperatori bizantini gli eredi di quelli romani e allo stesso tempo i rappresentanti sovrani del Cristianesimo ortodosso, nei confronti dei quali manifestavano grande venerazione, anche se da una certa distanza. Al delinearsi della fede nella monarchia austriaca contribuisce, oltre a tutto questo, anche la concezione cristiana dei romeni sulla dominazione, sul potere, che per essi incarnava lespressione della volont divina il suo titolare essendo il mandatario della grazia divina in nome del quale limperatore emette ordini e leggi, e rende giustizia.
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Da questo punto di vista sorge questatteggiamento pacifico nei riguardi della monarchia, il ribellarsi contro la volont e le leggi imperiali essendo considerato pericoloso e rischioso, nonch illegittimo, visto che la legittimit non pu venire che dallimperatore, il ministro di Dio sulla terra. Questa concezione stata funzionale presso tutti i popoli dellEuropa centrale ed orientale, visto che tutti i moti di questarea non hanno un contenuto antimonarchico, anche se alcuni di essi presentano degli effetti solventi per il quadro politico-statale esistente. Laura mistica che circonda il sovrano, il carattere carismatico, conferitogli dallunzione con lolio santo, fanno del monarca una persona sacra ed intangibile. Si gi accennato che ciascun mito contiene in s un seme di verit, che parte da fatti ed eventi reali. Per illustrare questidea, si cercher di dimostrare

che il mito del buon sovrano austriaco parte da fatti storici concreti, sintetizzati nel riformismo terenziano-giuseppino. Ed ecco che sopra lo sfondo romeno preesistente e predisposto alla fede nella bont e nei buoni intenti monarchici si sovrappone la politica illuminata dellimperatrice Maria Teresa e del suo figlio Giuseppe II. I metodi impiegati nella coltivazione del patriottismo dinastico nella coscienza dei romeni sono vari: scuola, chiesa, servizio militare, amministrazione, intento di regolare i rapporti tra i servi della gleba e la nobilt. Da notare nel processo di attivazione della fede nel buon monarca anche il fatto che Giuseppe II, oltre allinteresse effettivo per il destino dei suoi sudditi, manifestato durante le tre visite in Banato e in Transilvania, aveva riconosciuto i romeni quali eredi degli antichi romani, appunto nel periodo in cui essi cominciavano a prendere coscienza della loro propria origine. ben noto il fatto che in quel periodo gli imperatori dellAustria conservavano ancora il titolo di imperatore romano, mentre Giuseppe II ne accentu la nobilt, affermando che era fiero di avere dei sudditi romeni di origine latina, fatto provato soprattutto dalla lingua che essi parlano il romeno una lingua romanza, e inoltre grazie a loro si sentiva veramente un imperatore romano. Latteggiamento dei suddetti imperatori, realmente vicini e sensibili ai problemi dei propri sudditi, nonch la politica austriaca di stimolazione dellelemento romeno dellimpero, parallelamente alla strategia politica di limitazione del potere della nobilt, la cui esistenza si giustificava soltanto in base ai diritti ereditari e di sangue, concorreranno alla nascita della fede nel buon imperatore, del patriottismo dinastico, tanto al livello della coscienza popolare, quanto a quello delllite laica ed ecclesiastica. Daltronde, le misure avviate miravano ad attirare e a collaborare con lintelligenza romena, il potere essendo persuaso della necessit di conquistare la sua simpatia e la sua fiducia. Giuseppe II stesso ne era convinto, affermando in un suo ordine che nessuno pu avvicinarsi ai romeni prima di aver guadagnato la fiducia dei loro bravi, ai quali essi si sottomettono ed obbediscono incondizionatamente.
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Certo che lo scopo della politica imperiale stato raggiunto. Il patriottismo dinastico non fu unutopia, ma una realt che nacque e ag in una prima fase al livello delllite. David Prodan parla della fedelt degli intellettuali nei confronti della dinastia e dei meccanismi interni che fecero scattare un tale sentimento: Di lui [dellimperatore] lintellettualit romena parla come se fosse il pi grande benefattore della nazione romena. Egli soltanto conobbe le sue sofferenze e cerc di mitigarle, solo lui la inser tra i cittadini della patria. Per di pi, si deve considerare il fatto che questlite divenne nel corso del tempo il prodotto dellistruzione viennese e che, in una certa misura, essa arriv ad essere, anche se indirettamente, lo strumento della politica dello stato austriaco, soprattutto nel periodo anteriore alla contaminazione con le idee liberali dellepoca, che avevano cominciato a diffondersi dalla Francia verso gli altri paesi europei. Nellintento di chiarire il problema della nascita del mito del buon imperatore, si potrebbe dire che esso prende forma durante la vita di Maria Teresa, si sviluppa sotto Giuseppe II, ma si manifesta prevalentemente solo dopo la morte dellimperatore. Ci avvaliamo, nel fare

questasserzione, del fatto che il mito nasce dal carattere di primordialit e di esemplarit di un avvenimento ed ha il significato di una rivincita sulla realt contemporanea. Nel nostro caso il momento esemplare lo costituisce lepoca gloriosa di Giuseppe II, mentre la realt contemporanea quella del periodo successivo al suo decesso, quando i suoi eredi non mostrarono di essere altro che gli imitatori di un archetipo il modello offerto da Giuseppe II , realt tanto meno desiderata, anche a causa delle difficolt accadute nel contesto delle guerre napoleoniche. Data questa situazione, lintento di evadere dalla realt per ritornare allet doro che la nazione romena conobbe sotto Giuseppe II appare come naturale, mentre i soventi richiami dei benfatti ottenuti durante il regno di questimperatore faranno sorgere la nostalgia del periodo giuseppino, il che col tempo porter nella coscienza romena alla creazione della fede nel buon monarca. La nascita di questo mito anche la conseguenza delle guerre napoleoniche, quando il contadino romeno come, daltronde, quello ceco, serbo, croato ecc. ed il monarca combattono insieme contro un comune pericolo che sembrava minacciare ad un certo momento la loro esistenza: Napoleone Bonaparte. Il mito compare in tutto il suo splendore a partire da questo momento in cui sorge questa minaccia comune, di cui sono consapevoli entrambe le parti, il che determina ununione ed una solidariet tra contadino e imperatore, soprattutto sul piano militare, forte almeno quanto quella determinata dallattuazione delle riforme. Il pericolo li concordanza cre una comunione dinteressi sincera, profonda e durevole. Da ricordare che nellintento di stabilire, a titolo soggettivo e transitorio, il momento della nascita del mito degli Asburgo, Claudio Magris propone come data lanno 1806, anno in cui Francesco II, imperatore del Sacro Impero Romano di nazione tedesca, divent Francesco I di Austria. Il mito del buon imperatore una realt storica per i romeni transilvani che continua lungo tutto lOttocento con momenti di varia intensit; riteniamo, quindi, adatto il suo paragone ad una spirale che include periodi
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di manifestazione latente (1815-1847, 1866-1892) oppure di regresso (1849-1851), come anche dei periodi di piena manifestazione (come per esempio, quello delle guerre napoleoniche oppure il momento 1848-1849 e persino gli anni dellassolutismo). Ai metodi diversi e minuti usati dalla monarchia austriaca per costruire e mantenere viva la fede nel buon sovrano, che si sovrappone su uno sfondo mentale predisposto ad accoglierla, si aggiunge labilit e la saggezza degli austriaci nelluso del concetto divide et impera come un principio politico la cui sostanza consiste nellistigare le nazioni dellimpero una contro laltra. Nel nostro caso, si tratta dellampliamento dellimportanza dellelemento ungherese, pericolo imminente che minacciava lo status dellelemento etnico romeno. Con questo metodo fu resa possibile la trasformazione del popolo romeno in uninstrumento regni, che essi impiegarono come elemento di contrappeso alle pretese o alle azioni ribelli degli ungheresi nei momenti di crisi per limpero. Un episodio illuminante in questo senso anche la guerra civile degli anni 1848-1849, svoltasi ai confini della monarchia austriaca, quando i rivoltosi ungheresi misero seriamente in pericolo lintegrit della corona imperiale , momento di riattivazione del mito del buon imperatore al livello della consapevolezza collettiva romena, della sua manifestazione plenaria. Perch gli ungheresi, gli ultimi ribelli del 1848, avendo resistito eroicamente alle forze

reazionarie, costituendo un serio pericolo, gli austriaci accolsero con gioia laiuto militare della fedele e coraggiosa nazione romena. Daltronde, i romeni, eccetto quelli del Banato, tramite la loro lite laica ed ecclesiastica, e malgrado la loro simpatia per il liberalismo economico e politico della rivoluzione democratica, promosso entro certi limiti dai rivoltosi ungheresi, scelsero la via del dialogo diplomatico e militare con la Casa dAustria contro il comune nemico che, per alcuni, era una minaccia per lintegrit territoriale, mentre per altri, assumeva il ruolo di elemento basilare per preservare lidentit nazionale. La motivazione dei romeni fu rafforzata anche dalla speranza che, in seguito alle rinnovate prove di fedelt nel confronto della dinastia, essa avrebbe ottenuto la soddisfazione delle aspirazioni di unione nazionale e di autonomia nellambito di unAustria liberale e federalizzata su criteri etnici. La realt dimostrer ai romeni, per, ancora una volta, che la monarchia, una volta raggiunti i propri fini, assicurata la pace e la tranquillit interna, dimentic i loro sacrifici e le promesse fatte nei momenti di crisi. Anche se, da un lato, la rivoluzione rappresenta un esempio della funzionalit del patriottismo dinastico, dallaltro, nel contesto della coscientizzazione della propria identit, compare, almeno al livello del mentale delllite, sennon anche a quello collettivo romeno, verso la fine degli avvenimenti degli anni 1848-1849, un primo segnale dallarme, di dubbio nei confronti dei buoni propositi monarchici. Se il modo di pensare e di sentire al livello della coscienza popolare pi difficile da inserire in certi archetipi e da definire con precisione, al contrario, quello delllite accessibile grazie alle idee espresse negli scritti. Al livello delllite romena di Transilvania possiamo parlare, quindi, di un certo patriottismo dinastico distinguibile tanto nelle azioni svolte, quanto nelle dichiarazioni fatte, ma nella stessa misura, si pu
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notare anche un certo pragmatismo politico, sorto dalla coscienza nazionale che dora in poi rimarr una linea di condotta per essa. Il pragmatismo politico determina tra i membri delllite romena una comprensione diversa nella maniera di abbordare i rapporti con il potere centrale. In questo senso, al livello dei vertici politici, si delineano due orientamenti: quello dei tradizionalisti, formato soprattutto da chierici, diretto da Andrei aguna, il quale preferisce le vie e le maniere pi cerimoniose e che si pronuncia per una risoluzione legale, pacifica, anche se pi lenta, dei problemi romeni, ed un altro, composto da giovani intellettuali di stampo laico, particolarmente dei giuristi, il cui leader Simion Brnuiu si fa notare per la sua combattivit e per il suo spirito militante accentuato. Un primo momento che segna questa differenziazione segnalato in occasione della redazione della seconda memoria indirizzata allimperatore da parte della delegazione romena inviata a Vienna dal Consiglio Nazionale Romeno (CNR), nel giugno del 1848, per far conoscere al sovrano le richieste legittime dei romeni. Un altro momento di tensione nelle relazioni tra i rappresentanti romeni si presenta in occasione della consegna della memoria, il 25 febbraio 1849. Il vescovo Andrei aguna informa il CNR delle incomprensioni avvenute tra i membri della delegazione, mentre questistanza rappresentativa romena allepoca, chiede al vescovo ortodosso di far uso della sua personalit influente allo scopo di conservare lunit tra tutti gli spiriti ed i

lavori verso una sola meta, quella dellinteresse nazionale, dinanzi al quale devono spegnersi tutte le passioni, tutti gli interessi privati e tutte le opinioni per il trionfo della causa nazionale. I dirigenti romeni oltrepassarono i momenti di crisi e, mettendo prima di tutto linteresse nazionale, riuscirono a far progredire la nazione ed a mantenere lunit di azione nella lotta comune per i loro diritti nazionali, per via legale e petizionale, daltronde, naturale e necessaria nelle condizioni della promulgazione della Costituzione democratica del 4 marzo 1849. In grandi linee, il carattere petizionario di questo periodo rappresenta una continuazione ad un livello superiore di quello del Settecento; alle richieste politiche si aggiunse il desiderato dellunione di tutti i romeni sotto la corona imperiale, in un solo corpo politico autonomo, poich le petizioni di questo periodo hanno una legittimazione popolare, un carattere nazionale vero e proprio, essendo sostenute moralmente e materialmente dallintera nazione romena. La legittimit rafforzata anche dal supporto argomentativo che si arricchisce con il leit-motiv della fedelt romena esagerato a volte allo scopo di determinare una decisione imperiale favorevole alla causa romena fedelt pienamente dimostrata negli avvenimenti svolti gi allepoca della monarchia. Analizzando il contenuto delle memorie appartenenti allepoca costituzionale, possiamo osservare due atteggiamenti delllite romena: da un lato, lattaccamento e la fiducia nella monarchia:
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Maest! La nazione romena del gran principato di Transilvania, di Banato, dei territori confini dellUngheria e di Bucovina [] ha da sempre mostrato la pi profonda fedelt e il pi sincero attaccamento allaugusta casa austriaca, dai tempi in cui questi paesi hanno provato la gioia di sottomettersi alla mite dominazione dellAustria, da un altro lato, si pu notare la manifestazione delle prime scontentezze, sorte a causa delle promesse sempre rinviate, promesse predicate dallalto trono di Sua Maest. Un primo dubbio sulla sincerit dei buoni propositi dellimperatore, dai quali pendeva il destino dei romeni transilvani, sintravede in occasione della consegna della memoria del febbraio 1849, la quale doveva anticipare la legiferazione della Costituzione, appunto per ricordare ai vertici imperiali i bisogni e le richieste della nazione romena. Tuttavia, la Costituzione, pur contenendo provvedimenti speciali per i sassoni, per i serbi, non prende molto sul serio in discussione i problemi dei romeni, considerati risolti in seguito alle direttive costituzionali riguardanti lo statuto di eguaglianza di tutte le nazionalit della monarchia. un momento di sentita delusione per le attese dei romeni e questo sentimento peggiorer ulteriormente, quando le richieste rinnovate tramite una vera e propria campagna petizionaria (il 12 marzo, il 23 marzo, il 15 aprile, il 26 aprile, il 26 maggio ecc. del 1849) saranno ripetutamente ignorate. In tutte le petizioni, laccento cade sullimportanza che i romeni prestano alla parola imperiale, che per essi aveva realmente un valore sacro. Dalle diverse formule risulta che era inconcepibile che lonesto e il giusto monarca non rispettasse limpegno preso, mentre si suggerisce la delusione che produrrebbe il mancato mantenimento delle promesse: non sarebbe niente di pi triste e di pi deludente per questa nazione duramente provata, che il rifiuto di

esaudire i loro pi profondi desideri, dei quali essa convinta che sono giusti e corrispondono al tempo. Nella memoria consegnata allimperatore il 12 marzo del 1849, la maniera di rivolgersi onesta, cordiale e diretta, ma allo stesso tempo, mette sotto il segno interrogativo la giustezza della decisione imperiale espressa nella Costituzione: Maest! La Nazione Romena, nei suoi continui tentativi, convinta che soltanto dai giusti imperatori dellAustria pu attendere il giusto e la giustizia []. Tuttavia, la Costituzione che Sua Maest ha dato, allo scopo di accontentare paternamente i milioni di cittadini austriaci, ha reso pi difficile lunione, nel senso che la principale rivendicazione dei romeni, lunione di tutti loro in un solo corpo politico, era stata ignorata. La successione di memorie indirizzate allimperatore continua con la Petizione delle nazioni unite (dei romeni, dei slovacchi, dei slavi del sud), che attira lattenzione del monarca sul fatto che le anime fedeli dei popoli fedeli allAustria sono state sopraffatte dalla paura, petizione seguita dalla memoria del 26 maggio degli abitanti di Banato (mediante Petru Mocioni, Petru Cermena e Ioan Dobran), che riprende i punti della petizione di febbraio, segnalando allo stesso tempo anche le omissioni della
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Costituzione di marzo, attinenti alla situazione dei romeni, atto in cui nemmeno si accenna al loro nome, in seguito a quella Costituzione, essi continuano ad essere, anche da allora in poi, sottomessi agli ungheresi il cui odio hanno attirato nelle lotte per il trono di Sua Maest. Finalmente, limperatore si impietosisce e accontenta i romeni con una risposta che sembra dire tutto, ma che infatti non dice niente. Il sovrano assicura il popolo romeno del ringraziamento per la sua fedelt e la sua sottomissione, compiange il loro destino duramente provato nella difesa del trono, per la quale si merita tutta la gratitudine e assicura i deputati romeni ed i loro connazionali che la nuova Costituzione garantisce ai romeni tali diritti e tale valore, come a tutti gli altri popoli del mio regno. Il 18 luglio 1849 una nuova delegazione romena, questa volta diretta da Simion Brnuiu, mette ai piedi del trono austriaco una nuova memoria, chiamando in causa, per motivare la loro insistenza, limportanza del tempo storico in cui essi vivono ed il diritto ottenuto dalla nazione romena col prezzo di tante vittime durante la guerra civile di raccogliere i frutti del cambiamento, volutamente democratici. Le rassicurazioni dei circoli aulici sono di nuovo ottimistiche, tanto limperatore, quanto i suoi ministri consigliano i romeni di fidarsi e di avere pazienza, facendo unaltra volta delle promesse vane ai romeni. Malgrado la delusione creata dallatteggiamento del monarca, i romeni continuano le trattative per la loro situazione politica. Nel settembre del 1849 la delegazione romena ritorna da Vienna senza che le aspirazioni nazionali venissero esaudite. Tuttavia, nel periodo successivo la serie di memorie dei romeni viene ripresa con lo stesso ardore. Bench il linguaggio usato sia sempre cerimonioso, la maniera di abbordare il potere ora pi tagliente: I romeni, facendo leva sulla loro fedelt, provata attraverso numerosi sacrifici, nonch sulla grandissima grazia di Sua Maest, si sono attesi a una migliore volont, ad una risoluzione favorevole del loro destino, nel senso dellunione in un solo corpo nazionale, non avendo mai pensato ad un pi profondo scioglimento della nazione

romena. I romeni della Transilvania e soprattutto llite, pi sensibile alle sottilit politiche, fu provata allora dallamaro sentimento del tradimento, delloblio, dellinappagamento dei loro sacrifici al servizio della monarchia, ma fino al momento della rievocazione dellatto legislativo del marzo 1849, essi si rifiutano di accettare quanto furono ingannati nelle loro attese e speranze dal preteso buon monarca. Possiamo spiegarci cos la continuazione degli appelli rivolti allimperatore, il cui contenuto lascia trasparire ancora una vana speranza nel miglioramento della situazione sociale e politica.
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Il rifiuto sistematico di Vienna di soddisfare le richieste legittime dei romeni, come anche lapplicazione della Costituzione nel piano dellorganizzazione amministrativa, che svantaggiava i romeni, determin un cambiamento nellatteggiamento delllite romena nei confronti di Vienna e della Casa dAustria, atteggiamento concretizzato nellazione di fronda dei leaders romeni, come ad esempio il rifiuto di Avram Iancu oppure di Alexandru PapiuIlarian di ricevere le insegne donorificenza concesse dallimperatore per i loro meriti durante la guerra civile. Ecco come spiega il suo gesto il rivoluzionario Alexandru PapiuIlarian: Noi abbiamo combattuto e abbiamo versato il nostro sangue per limperatore, e per i diritti della nazione, non per decorazioni e monete. Ora vediamo che il trono stato rinforzato dal sangue di circa 40.000 romeni assassinati, nonch dalla distruzione di circa 300 villaggi, e malgrado tutto ci, questa nazione giace ancora sotto lantiqua tirannia e si trova ora in uno stato pi pietoso che prima del 1848. Progressivamente, tra i vertici politici romeni comparse il sentimento di diffidenza verso limperatore si fanno sempre di pi sentite le voci che parlano dellingratitudine monarchica, concretizzata nella tergiversazione e, alla fine, nel mancato mantenimento delle promesse fatte, nella mancanza di riconoscenza verso la fedelt e i sacrifici materiali ed umani dei romeni, i quali pur avendo messo anima e corpo nella causa imperiale furono ripagati con lapplicazione di un trattamento adatto ai ribelli. La promessa fatta da Francesco Giuseppe, una volta salito al trono, cio che si sarebbe lasciato guidare dal principio dellautodeterminazione dei popoli nella nuova costituzione della monarchia, promessa alla quale i romeni appesero in vano le loro speranze, rimase pura illusione, che li fece perdere, almeno per un certo tempo, la fiducia negli stranieri, fossero essi addirittura imperiali. Il comportamento degli austriaci scoraggi non solo llite, ma anche il volgo, che cominci a prendere atto del fatto che i loro sforzi andarono in fumo e che limperatore, per non aver mantenuto la parola data, si dimostr un bugiardo ed un ingrato. Lo stato di delusione risentito al livello del mentale popolare, conosce diverse fonti: linappagamento delle imprese militari romene, il disarmo della popolazione subito dopo la cessazione delle ostilit militari, il duro trattamento, quasi nemico, mostrato da KlamGallas, lerede di Puchner, linseguimento, linchiesta aperta e persino gli arresti dei leaders del 1848. Il sentimento di diffidenza avvolge anche la gente comune, ed in questo senso si nota la reazione del popolo in occasione dellincidente avvenuto il 15 dicembre 1848 al mercato di Halmegiu: La verit che mi hanno acchiappato i soldati a Halmegiu confessa Avram Iancu ma sono stato subito liberato. Sono stato portato dal comandante di quel posto, il quale, per, non sapeva niente dellarresto e mi chiedeva di renderla nota al popolo. Lho fatto. Allora fui pregato

di acclamare Sua Maest lImperatore. Io ho gridato con tutte le mie forze: Viva limperatore Francesco Giuseppe. Ma il popolo rimase muto. Nessuno ripet il mio grido. Si pu notare, soprattutto in seguito allannullamento della Costituzione ed al ritorno ad un regime di tipo assolutista, un inizio che segnava lallontanamento dei romeni
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dal buon imperatore, una certa diffidenza sempre pi visibile a tutti i livelli della societ romena nei suoi buoni propositi e nella giustezza delle sue azioni. La fiducia nel buon imperatore non sar mai cos forte, cos incondizionata e sincera come nel 1848. Il mancato mantenimento delle promesse imperiali fu una delle premesse che segnarono linizio della destrutturazione del mito. Vi si aggiunge, non per ultimo, la presa di coscienza, durante la guerra civile dellappartenenza e della solidariet della nazione romena il che porter allo sorgere di altri miti nazionali, come per esempio quello delleroe Avram Iancu miti che metteranno in ombra sempre di pi, senza per farlo sparire del tutto, il mito del buon monarca. For this material, permission is granted for electronic copying, distribution in print form for educational purposes and personal use. Whether you intend to utilize it in scientific purposes, indicate the source: either this web address or the Annuario. Istituto Romeno di cultura e ricerca umanistica 6-7 (20042005), edited by Ioan-Aurel Pop, Cristian Luca, Florina Ciure, Corina Gabriela Bdeli, Venice-Bucharest 2005. No permission is granted for commercial use. erban Marin, October 2005, Bucharest, Romania
C. I. Giulian, Mit si cultur, Bucarest 1968, p. 143. Mircea Eliade, Aspecte al mitului, Bucarest 1978, p. 6. Idem, Eseuri: Mituri, vise, mistere, Bucarest 1991, p. 122. Mihai Coman, Mitos i Epos, Bucarest 1985, p. 49. M. Eliade, Eseuri cit., p. 130. Esistono gi circa 500 definizioni del mito, ma nessuna di esse non stata in grado di definire il mito in una maniera unitaria e unanimemente accettata da tutti i specialisti del settore; si veda Victor Kernbach, Dicionar de mitologie general, Bucarest 1989. M. Eliade, Aspecte cit., p. 14. unidea ricorrente quella del complotto universale, che genera un clima di sospetto e di paura. Raoul Girardet, Mytes et mythologies politiques, Parigi s. a., p. 15.

M. Eliade, Eseuri cit., p. 140. Romulus Vulcnescu, Mitologia romn, Bucarest 1985, p. 576. Ibidem, p. 587. Iosif Wolf, Rscoala din Boemia (1775) i Rscoala lui Horea. Studiu comparat, in Rscoala lui Horea, 1784. Studii i interpretri istorice, coordinatori: Nicolae Edroiu e Pompiliu Teodor, Cluj-Napoca 1989, p. 184. Toader Nicoar, Transilvania la nceputurile timpurilor moderne (1680-1800), Cluj-Napoca 1997; si veda il capitolo IX: Mitul bunului mprat n sensibilitatea romnesc, pp. 339-396. Ioan Slavici, Romnii din Ardeal, Bucarest 1911, p. 71. David Prodan, Supplex Libellus Valachorum, Bucarest 1984, p. 244. Claudio Magris, Il mito habsburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino, 1982, passim. Mirela Andrei, Aspecte privind mitul bunului mprat n sensibilitatea romnesc din Ardeal la 1848, in Identitate i alteritate, Reia 1996, pp. 79-89. Liviu Maior, Memorandul, filozofia politico-istoric a petenionalismului romnesc, Cluj-Napoca 1987, p. 106. Nicolae Popea, Arhiepiscopul i mitropolitul Andrei, baron de aguna, vol. I, Sibiu 1889, p. 242. Keith Hitchins, Contiin naional i aciune politic la romnii din Transilvania (1700-1868), Cluj-Napoca 1992, passim. T. V. Pacianu, Cartea de aur, 2a edizione, vol. I, Sibiu 1904, p. 519. Ibidem, p. 522. Ibidem, p. 541. Ibidem. Ibidem, pp. 582-583. Ibidem, pp. 593-594. Ibidem, p. 595. Vasile Netea, Lupta romnilor din Transilvania pentru libertatea naional (1848-1881), Bucarest 1974, p.48; il 26 novembre del 1849 una nuova delegazione romena parte dal Banato, per consegnare una petizione contenente 600 firme che protesta contro la Patente Imperiale del 18 novembre, secondo la quale il Banato era diviso tra la Voivodina serba ed il Banato di Timi, senza tener conto della posizione compatta e dominante dei romeni. Pu trattarsi, ad esempio, della petizione comune degli abitanti di Oradea e di Arad, del 10 gennaio 1850, che rappresenta una sintesi delle memorie del 1848-1849.

K. Hitchins, Ortodoxie i naionalitate: Andrei aguna i romnii din Transilvania, 1846-1873, Bucarest 1995, p. 110. Florian Duda, Avram Iancu n tradiia poporului romn, Timioara 1989, p. 189.