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Canto I purgatorio Tempo : 10 aprile 1300 (Pasqua), poco prima dell' alba tra le quattro e le cinque Luogo: La spiaggia

dell'isola del purgatorio che si trova agli antipodi di Gerusalemme, solitaria e progressivamente illuminata dalla luce del giorno sotto un cielo sereno, dove Dante scorge il pianeta Venere e quattro stelle luminose; in seguito riesce a distinguere in lontananza il moto ondeggiante del mare. Paesaggio completamente mutato rispetto a quello infernale, compaiono i primi colori oltre al buio e al fuoco dell'inferno. Personaggi: Dante; Virgilio, Catone Uticense(custode). Colpa: I consigli fraudolenti ( che coinvolgono sopratutto uomini politici o militari) Pena: L'anima avvolta e arsa da una fiamma che la nasconde completamente. Contrappasso: come in vita i consiglieri fraudolenti attuarono nascostamente i loro inganni cos ora sono nascosti da una fiamma. Analogia: tra la fiamma infernale e la fiamma dell'intelligenza; tra la lingua di fuoco e la lingua del peccatore che tramato l'inganno. Riassunto Protasi e invocazione: Dante si accinge a solcare un mare pi tranquillo perch canter il secondo regno dei morti, il regno della purificazione. Invoca l'aiuto delle Muse e in particolare Calliope, chiedendole di accompagnare il suo canto con quella melodia con cui vinse e puni le Piche. Dante prova diletto nell'osservare il cielo azzurro, la cui parte orientale rischiarata dal pianeta Venere, che si trova nella costellazione dei Pesci: l'alba sta sorgendo e siamo in primavera. Successivamente osserva quattro stelle che solo Adamo ed Eva potevano contemplare e che gli uomini non possono pi vedere. All'improvviso Dante vede accanto a s un vecchio venerando ( Catone Uticense, reggitorecustode del Purgatorio) che, ritenendo Dante e Virgilio due anime fuggite dall'Inferno, chiede chi siano, chi li abbia guidati e per quale motivo siano potuti uscire dalla cavit infernale, Virgilio fa inginocchiare Dante e risponde dicendo che stato indotto da una donna scesa dal cielo(Beatrice), che Dante ancora in vita e che va cercando la libert per la quale lo stesso Catone si tolto la vita in Utica; aggiunge che, essendo Dante vivo ed egli un'anima del Limbo, sono svincolati dalle leggi infernali; chiede a Catone di concedere il passaggio a nome di sua moglie Marzia. Catone risponde che, non per Marzia ma grazie alla donna del cielo che li protegge, conceder il passaggio, ma prima Virgilio dovr lavare il volto a Dante e cingerlo con un giunco. Scomparso Catone, Dante e Virgilio giungono in un punto dove l'erba bagnata dalla rugiada e con questa Virgilio toglie dal volto di Dante la caligine infernale. Giungono poi nella parte bassa della spiaggia, in riva al mare: Virgilio coglie un giunco liscio(che subito ricresce) e con esso cinge il fianco a Dante. 4 parti : proemio (1-12), contemplazione della volta celeste(1227), incontro con catone(27-108), il compimento del rituale(109-136). PROEMIO E' diviso in argomento e invocazione. L'invocazione alle Muse, in particolare Calliope, assume una connotazione nuova, una definizione-riflessione di Dante sulla propria poesia. L'invocazione pone la cantica, da un lato, nel rango della poesia epica, e dall'altro, su un registro formale pi elevato rispetto all'Inferno, come richiesto dalla nuova materia secondo i trattati di poetica medievali.(artes) CALLIOPE: SUPERBIA PUNITA Con l'invocazione a Calliope vi un chiaro riferimento alla punizione inflitta alle pieridi a causa della loro superbia. Vi il richiamo all'umilt e la consapevolezza della subordinazione a Dio, senza questo ogni progetto di salvezza vano poich solo la coscienza dei propri limiti contente all'uomo di

raggiungere le 4 virt cardinali ,infuse per natura in Adamo ed Eva, (prudenza,fortezza,giustizia e temperanza) che permettono la libert morale, autonomo esercizio della volont e totale disponibilit all'azione del divino. CATONE L'UTICENSE Colto e di severa educazione stoica, nella guerra civile tra Cesare e Pompeo patteggi per quest'ultimo perch vedeva in lui il difensore della repubblica contro le mire dittatoriali di Cesare. Sconfitti i pompeiani in Africa, si uccise ad Utica coerentemente con la dottrina stoica compiendo un gesto di libert. Catone seppur avendo vissuto prima di Cristo e morto suicida, viene fatto custode del Purgatorio in quanto il gesto del suicidio viene considerato un atto simbolico della difesa della libert politica, ma pi in generale simbolo della libert in assoluto e nel contesto purgatoriale della libert del peccato. E' anche la figura di Cristo, perch Cristo attraverso il sacrificio della croce liber l'umanit dal peccato originale. Anche Dante si autoidentifica in Catone, in quanto accomunato dalla ricerca della libert politica di cui era stato privata, inoltre il suicidio seppur condannato dalla Chiesa, era in qualche caso giustificato, per dimostrare coraggio e fortezza d'animo di fronte alla morte. SIMBOLI DI REDENZIONE 4 segnali della rinascita presente nel purgatorio: Il mare richiama il mar Rosso, che ha ospitato il passaggio degli ebrei, inteso come passaggio dal peccato alla grazia divina. Il richiamo al mito di Proserpina che venne cantato da Calliope nelle sfida con le pieridi, questa in primavera torna in superficie dall'ade per rivedere la madre. Zaffiro, che rappresenta l'azzurro del cielo, in relazione al cielo al cielo e alla speranza, Venere, separa la notte (tenebre del male) dal giorno(grazia divina) e annuncia il sorgere del Sole simbolo di Dio. IL RITO PURIFICATORE Virgilio sacerdote celebrante e Dante umile catecumeno, iniziato alla nuova vita grazie all'effetto purificatore della rugiada purgatoriale; essa riporta il volto al suo naturale colorito roseo, colorito dove si riflette quello candido dell'anima, lavata dal nero del peccato. Anche le tracce delle lacrime, segni del dolore delle pene infernali, vengono cancellate. Infine, l'uomo ormai redento viene cinto dal giunco miracoloso che, rinasce subito, non appena strappato, a indicare l'inesauribilit della ricchezza della umilt che a differenza dei beni materiali, inestinguibile. Alla fine del canto vi nel verso 131-132 un riferimento a Ulisse, che a differenza di Dante, aveva superbamente riposto eccessiva fiducia nella ragione pensando di poter far a meno dell'aiuto divino.

3 Analisi

4 Note

5 Voci correlate

6 Altri progetti

7 Collegamenti esterni

Incipit [modifica

Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de quali luomo confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti. (Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo) Temi e contenuti [modifica]

Protasi e invocazione alle Muse -

versi 1-12 Il cielo dell'emisfero australe -

versi 13-27 Catone - versi 28-111 Rito di purificazione - versi 112-136

il 10 aprile e Dante riempito di gioia da un'alba luminosa sulla spiaggia del Purgatorio: Dante e Virgilio sono usciti dall'Inferno. Dante, lasciatosi alle spalle il regno della perdizione, muove i suoi primi passi in quello della speranza. Il suo ingegno come una navicella

Il canto primo del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge ai piedi della montagna del Purgatorio, sulla spiaggia; siamo nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1300 (Pasqua), o secondo altri commentatori tra il26 e il 27 marzo 1300.

che si appresta a seguire una rotta pi tranquilla, quella del "secondo regno" dove l'anima si purifica e diventa degna di contemplare Dio.

Le Muse, e Calliope in particolare, sono invocate a sostenere il canto del poeta con la stessa perizia mostrata quando, sfidate a una

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gara di canto dalle Pieridi, furono vittoriose e punirono le sfidanti. evidente il richiamo a un esempio di superbia punita, del quale peccato

1 Incipit

2 Temi e contenuti

Dante riconosce di essersi macchiato (un

ulteriore esempio si trover nel proemio del Paradiso).

I giunchi crescono sulla riva dell'isola del Purgatorio. Simbolo dell'umilt che si piega al volere divino, essi sono senza nodi e

corrispondono a quelle della selva, delle fiere, del veltro. Ma, accanto a questi elementi ricorrenti, ne compaiono alcuni del tutto nuovi: la dolcezza delle immagini e del linguaggio, i temi dell'amore e della libert, che corrispondono alla ritrovata pace del cuore. Accanto, per, a questi elementi, che

L'aspetto dell'aria sereno, d'un colore di zaffiro orientale (viene citato appunto lo zaffiro perch secondo i lapidari lo zaffiro era la pietra che donava la libert ). Essendo mattino, il bel pianeta Venere, simbolo d'amore e di concordia tra gli uomini, splendeva nella plaga d'oriente, annunciatrice del Sole. Quattro stelle, simbolo delle virt cardinali, (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), splendono nel cielo del Purgatorio e il poeta lamenta che esse non siano viste dagli uomini, se non "dalla prima gente", Adamo ed Eva, che furono cacciati dal Paradiso.

secondano con il loro moto quello delle onde che l'incurvano. Catone sparisce; i due poeti discendono lungo la spiaggia.

L'alba, con la sua luce, vince ormai le tenebre. Sul terreno cresce dell'erba, bagnata dalla rugiada notturna. Virgilio appoggia le palme aperte sull'erba bagnata, poi le passa sulle guance di Dante. Le tracce dell'inferno vengono cancellate. I due poeti procedono. Virgilio compie il rito obbedendo all'ordine avuto da Catone, e cinge Dante con un giunco.

caratterizzano la nuova situazione poetica della cantica, si distingue nel I canto un tema particolare: quello della resurrezione, che si traduce in forme diverse nelle tre macrosequenze del racconto: la descrizione del paesaggio, la rappresentazione di Catone, il rito finale di purificazione.

Sul piano del racconto, l'ascesa dalla chiusa Immediatamente, nel luogo lasciato vuoto dal voragine infernale alla superficie della terra comporta il recupero della visione del mondo naturale, che si attua, per, non in modo violento, in un passaggio improvviso dal buio totale allo sfolgorio di una luce meridiana, ma Fin dai primi versi evidente l'accento posto da Dante sulla novit e diversit del Purgatorio rispetto all'Inferno. Il cielo, il mare contrapposti all'aria buia e opprimente; l'evolversi della luce - dal buio stellato all'alba che indica il passare del tempo (mentre l'assenza di tempo, ovvero l'eternit dell'inferno, pi volte sottolineata, a partire dall'incipit del canto terzo); il ruolo di Dante che da osservatore partecipe ed anche critico diventa egli stesso penitente in cammino (come le anime che incontrer) e quindi deve disporsi con umilt alla purificazione; la certezza che questa purificazione sar la conquista della vera libert, ovvero la libert dal peccato: questi i temi sviluppati nel canto. in un trapasso smorzato, in quanto la luminosit indefinita e diffusa dell'alba crea un'atmosfera dolce di accoglienza e di attesa. Il paesaggio nel quale il pellegrino si trova un paesaggio vero, anche se il poeta non indugia a descriverlo realisticamente. I riferimenti al cielo, al mare, alla spiaggia riconducono ad un'isola reale, ma il significato profondo di ogni immagine legato al suo valore simbolico, cio alla rinascita dello spirito, che recupera l'innocenza: il cielo, le quattro stelle, il preannuncio del Sole rappresentano uno spazio nel quale sulla legge naturale si accende la luce rigeneratrice della Grazia. Anche la dimensione temporale conferma lo stesso tema: quello che sta annunciandosi all'orizzonte il giorno di Pasqua, la Come avvenuto gi nell' Inferno anche questa Risurrezione di Cristo, e ci induce alla dolcezza e alla speranza, ma l'approdo alla spiaggia che cinge la montagna del Purgatorio non il raggiungimento di una meta, bens l'inizio di un cammino penitenziale. L'uomo non pi come Adamo, deve faticosamente recuperare il giardino perduto. La ritrovata pace del cuore si vena di malinconia sorretta dalla speranza. D'altra parte, tutti i valori simbolici sono assorbiti dall'atmosfera poetica del racconto, che si svolge in un silenzio raccolto, corrispondente alla trepida attesa del protagonista!

Appare un uomo di aspetto venerando la cui sola vista suscita timore. Le stelle-virt ne illuminano il viso. Egli chiede severamente ai due poeti chi siano; li crede due dannati, poich essi sono giunti per una via inconsueta. Virgilio induce Dante ad assumere un atteggiamento di umile sottomissione. Dante un vivo, Virgilio ha avuto l'incarico di aiutarlo a sfuggire al male. Mezzo necessario sembrato fargli percorrere il mondo dei dannati. Di se stesso, Virgilio dice di non essere sotto la giurisdizione di Minosse; sua sede il Limbo. In quel luogo anche Marzia, la moglie di Catone, lo spirito apparso ai due poeti. in nome di Marzia che Virgilio chiede la benevolenza di Catone, ma l'inflessibilit morale di questi indica come vana una simile richiesta l dove unico volere da seguire quello di Dio: egli nel Purgatorio figura della libert dal peccato, mentre in Terra egli figura del rispetto della legge.

giunco, un altro rinasce ad indicare come l'umilt crei umilt e sia inesauribile. Analisi [modifica]

Se dunque, il viaggio di Dante stato voluto da Dio, Catone obbedir a questo volere, non si lascer lusingare da un richiamo terreno, dalla memoria pur dolce di donna cui fu affettuosamente legato. Catone ordina a Virgilio di sottoporre Dante a un rito: lo cinger con un giunco, gli toglier dal viso le tracce del passaggio nell'inferno.

volta il I canto, insieme al II, non corrisponde immediatamente all'inizio del nuovo viaggio, ma rappresenta il preludio all'intera cantica del Purgatorio e perci ne anticipa molte caratteristiche, sia nei contenuti che nel tono poetico. A segnare continuit con l' Inferno ritornano la proposizione dell'argomento, l'invocazione alle Muse, l'indicazione dell'ora, l'improvviso apparire di Catone, che ricorda l'altrettanto improvvisa

Illustrazione di Sandro Botticelli

comparsa di Virgilio, le allegorie legate alla natura, alle stelle, a Catone stesso, che

Accanto alle consuete figure di Dante e Virgilio compare un personaggio caratterizzato da dignit e austerit: Marco Porcio Catone Uticense, che ha qui la funzione di "guardiano", tant' vero che interviene con tono risentito quando vede i due pellegrini e chiede se "le leggi d'abisso" sono state infrante. La risposta di Virgilio tratteggia brevemente la condizione di Dante, e mette in evidenza il legame tra

integra (simbolicamente) con la verit della rivelazione cristiana.

aprendogli un ben diverso destino. Di questa umilt, cio del risorgere di una coscienza pura, segno il costante, ininterrotto silenzio

La letteratura latina gi dal I secolo a.C. presenta Catone come esempio di virt; il suicidio suscita per fra i pensatori cristiani un giudizio negativo (ad esempio in Sant'Agostino).

del poeta-protagonista, il quale, proprio per la sua religiosa concentrazione, al centro del canto: di lui, della salvezza sua e di ogni altro uomo, di cui egli figura, parlano Virgilio e Catone, richiamando su di lui l'attenzione del lettore.

Erich Auerbach scrive: Catone una "figura", Questo e Catone: entrambi in cerca di libert o piuttosto era tale il Catone terreno, che (Libert va cercando, ch' s cara / come sa chi a Utica rinunci alla vita per la libert, e il per lei vita rifiuta, 71-72). Catone si diede la Catone che qui appare nel Purgatorio morte, eppure si trova in Purgatorio (ricordiamo la figura svelata o adempiuta, la verit di che Dante raffigura i suicidi nell'Inferno, fra i quell'avvenimento figurale. Infatti la libert violenti contro se stessi). Si apre perci un politica e terrena per cui morto era soltanto problema di interpretazione di non poco "umbra futurorum": una prefigurazione di spessore. quella libert cristiana che ora egli chiamato a Anche la figura di Catone Uticense, il severo custode del Purgatorio, , nel suo sostanziale ruolo di aiutante, collegata al tema della resurrezione. Anche in lui, come nel paesaggio, realt e simbolo si fondono: egli un personaggio storico, ma in quanto martire della libert, rappresenta simbolicamente la rinuncia dell'anima al peccato in vista del recupero della libert totale. Egli non un eroe politico e nemmeno un santo: possiede sapienza e virt Nella conclusione del canto, lasciato Catone, naturali, ma non la Grazia. Richiama perci la Dante e Virgilio procedono soli in silenzio figura di Adamo e preannuncia l'uomo come lungo la spiaggia: tornano cos i temi del sar sulla cima del Purgatorio. Egli paesaggio e del cammino con i quali il canto si magnanimo pi di Farinata, in quanto inserito era aperto. Ma adesso il rapporto con la natura nel disegno di Dio. Col suo sacrificio rimanda a acquista un valore ancor pi squisitamente quello di Cristo e, quindi, alla possibilit della religioso, attraverso il compimento del rito che resurrezione. Perci ricorda, insieme alla figura Catone aveva prescritto. Dante si purifica il del saggio antico, quella del patriarca biblico. In volto con la rugiada e si cinge la vita con lui non ci pu essere rimpianto per la vita un giunco schietto. Fino dall'arrivo alla terrena anche quando essa assume il volto spiaggia il canto pieno di atti simbolici, che si dolce e puro della moglie Marzia. La sua libert rifanno a riti e cerimonie liturgiche: il volgersi a consiste nel volere il bene e comprende anche destra, il contemplare le stelle, l'indicare l'ora...; l'affrancamento da ogni passione e da ogni ci significa che Dante, attraverso rituali che affetto esclusivamente mondano. La sua alludono alla confessione, si reintegra nella funzione di custode lo pone ancora nella natura primitica e riconquista il senso della condizione dell'esilio: sar salvo solo comunit (di qui nasceranno i numerosi scontri nell'ultimo giorno. Ma attraverso di lui, che con gli amici della giovinezza). Essenziale, per costituisce un exemplum, coloro che questo, all'avvio della resurrezione spirituale, approdano alle sue grotte scoprono nel il rito di purificazione e di umilt. La sacralit Purgatorio il regno della libert. In questo della cerimonia conferisce a Dante una senso Catone integra e supera il ruolo di magnanimit che lo rende superiore al modello Virgilio, in quanto in lui la virt stoica pagana si di eroe rappresentato da Farinata degli Uberti, custodire e in vista della quale anche qui egli resiste ad ogni tentazione terrena; di quella libert cristiana da ogni cattivo impulso che porta all'autentico dominio su se stesso, appunto quella libert per raggiungere la quale Dante cinto del giunco dell'umilt, finch la conquister realmente sulla sommit della montagna e sar coronato signore di se stesso da Virgilio.[1] Canto XXVI Tempo : 9 aprile 1300 (sabato santo), mezzogiorno Luogo: Ottavo cerchio(fraudolenti)ottava bolgia (Basso Inferno). Buio silenzioso illuminato da numerose fiammelle-anime che si muovono nella cavit della bolgia. Personaggi: Dante; Virgilio, Ulisse e Diomede. Colpa: I consigli fraudolenti ( che coinvolgono sopratutto uomini politci o militari) Pena: L'anima avvolta e arsa da una fiamma che la nasconde completamente. Contrappasso: come in vita i consiglieri fraudolenti attuarono nascostamente i loro inganni cos ora sono nascosti da una fiamma. Analogia: tra la fiamma infernale e la fiamma dell'intellegienza; tra la lingua di fuoco e la lingua del peccatore che tramato l'inganno. Riassunto Violenta invettiva da parte di Danteautore contro Firenze, i cui cittadini sono presenti in tutto l'Inferno, segue una oscura profezia su una sventura che colpir la citt. Dante-personaggio salir faticosamente sul ponte che sovrasta l'ottava bolgia e Dante-autore fa una riflessione sulla necessit di mantenere il proprio ingegno entro l'ambito della virt e della morale. Dante vede molte fiamme sul fondo della bolgia, ciascuna fiamma avvolge, nascondendola alla vista, l'anima di un peccatore. Dante tanto attratto da ci che vede che, se non si aggrappasse ad una roccia cadrebbe nella bolgia. Chiede a Virgilio se si trova dietro una fiamma a due punte(riferimento ad eteocle e polinice); Virgilio risponde che vi sono puniti Ulisse e Diomede dei quali rievoca tre inganni. Dante chiede di poter parlare alla fiamma a due lingue ma Virgilio lo trattiene: sar lui a parlare perch ha compreso il suo desiderio, dopo che la fiamma si avvicinata, Virgilio chiede a uno dei due dannati come sia morto. Risponde la lingua pi grande, Ulisse: dopo che si fu allontanato da Circe, l'affetto per il figlio, per il padre e per la moglie non riusc a vincere il suo ardore di conoscere il mondo; si imbarc con pochi compagni su una nave e navig nel mediterraneo occidentale fino allo stretto di Gibilterra dove Ercole pose le sue colonne perch nessuno proseguisse oltre. Con un breve discorso Ulisse, aveva allora ricordato ai compagni che la virt e la conoscenza sono le prerogative degli uomini e li aveva convinti a proseguire nell'oceano verso sud-ovest. Dopo 5 mesi di navigazione nell'emisfero delle acque, quello australe, giunti in vista del monte del Paradiso terrestre e del purgatorio, un turbine si era staccato dall'isola e

aveva sommerso la nave. Apostrofe a Firenze I primi 12 versi del canto si ricollegano al canto precedente e sono uno sfogo amaro e ironico nei confronti della propria citt a cui Dante collegato da un rapporto di amore e odio, l'apostrofe motivato dall'avere incontrato 5 fiorentini dai ladri giocata sulla metafora del volo e sull'ironia attraverso il ricorso alla litote per mettere in luce la cattiva fama della propria citt. Viene aggiunta una profezia di funesti eventi punitivi che gi le citt rivali si augurano nei confronti di essi (profezia del cardinale Niccolo da Prato del 1304 a causa del fallimento della missione di pace o alla breve ribellione di Prato nel periodo del dominio fiorentino o ad un possibile rovesciamento del governo guelfo nero in seguito all'elezione di Enrico VII) anche se bene che ci accada il pi presto possibile in quanto con l'avanzare dell'et, tale sciagura sar pi dolorosa da affrontare per il poeta. I primi due versi di dante sono parafrasati da una scritta presente sul palazzo del podest di Firenze: citt che domina il mare, la terra e tutto il mondo. Il preludio all'episodio di Ulisse I versi dal 19 al 24 hanno una funzione preparatoria sia dal punto di vista dello stile, sia dall'atmosfera all'episodio culminante di Ulisse. Vi un anticipazione del tema morale del canto, la necessit di sapersi mantenere entro i limiti propri della natura umana attraverso la virt che deve guidare l'ingegno cio l'attivit intellettuale perch essa non sia volta a scopi negativi. ( fraudolenza ) Invece se l'ingegno autosufficiente pu tradursi nella superbia conoscitiva che vediamo punita con il naufragio di Ulisse. Le lucciole e il carro di Elia La descrizione dell'ottava bolgia avviene attraverso due similitudini: la prima rappresenta l'aspetto quantitativo, i dannati sono paragonati alle lucciole viste da un contadino in una valle durante l'estate, la seconda qualitativa, come la fiamma che avvolge il carro non permette a Eliseo di vedere Elia ed i cavalli, cos le fiamme che racchiudono i dannati non permettono di riconoscerli. Ulisse Diversamente dall'Ulisse classico che dopo il ritorno in patria visse felice e contento, secondo la tradizione medievale, l'eroe avrebbe abbandonato la famiglia e si sarebbe rimesso per mare e abbia attraversato le colonne d'Ercole fino a trovare le morte nel naufragio. Virgilio mediatore tra dante i due greci Dante mostra la sua volont nell'accettare la richiesta del discepolo, ma non si lascia scavalcare completamente nel suo ruolo di auctor e si propone mediatore per contattare i due peccatori, questo perch Dante non ha dimestichezza con il greco che rest sconosciuto in tutto il Medio Evo; perch Virgilio ha pi dimestichezza con il mondo classico; perch i Greci mostrano superbia nei confronti degli stranieri. Dante riconosce perci piena legittimit dell'intervento senza avanzare obiezioni. L'orazione picciola di Ulisse Attraverso una spiccata abilit oratoria, Ulisse riesce a convincere i suoi compagni di viaggio ad oltrepassare le colonne d'Ercole, seppur sembravano riluttanti, attraverso l'invocazione della natura umana l'esortazione diventa un implicito comando poich i compagni di viaggio si sentono obbligati (considerate) ad adempiere alla propria natura. La celebrazione della grandezza umana e dei suoi limiti Nell'impresa di Ulisse viene messa in risalto la grandezza dell'umanit prima dell'avvento di Cristo, ma anche la sua insufficienza in quanto non sostenuta dalla Rivelazione divina. In Ulisse si celebra l'uomo ma anche i suoi limiti, in quale in parte si riconosce lo stesso Dante, che in un certo periodo della sua vita si illuso di poter raggiungere soltanto la verit attraverso la ragione accostandosi quindi alll'aristotelismo

integrale. Il limite superato da Ulisse non simboleggia il superare un divieto ( in quanto non era presente alcun divieto) ma secondo Dante quello di superare i precisi limiti posti da Dio al sapere umano che deve essere subordinato in ogni caso alla fede. Ulisse rappresenta gli averroisti del duecento che separando la ragione dalla fede compiono un percorso di conoscenza temerario non supportato dalla fede che li porter necessariamente alla morte. Ma Dante coinvolto emotivamente dal suo dramma in quanto vi si identifica. Entrambi hanno effettuato un viaggio ma mentre l'eroe greco ha cercato di arrivare alla conoscenza soltanto attraverso la ragione, Dante supportato da Dio oltre che alla ragione.

Diomedes pone loro pene. (Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo) Analisi del canto [modifica]

Nel Canto XXVI si tratta degli orditori di frode ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l'acutezza spregiudicata dell'ingegno. Qui,

Il canto ventiseiesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio, dove sono puniti i consiglieri di frode; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Dante fa una riflessione sull'ingegno e sul suo utilizzo: l'ingegno un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza pu portare alla perdizione, se non guidato dalla virt cristiana. Invettiva contro Firenze - versi 1-12 [modifica] Godi, Fiorenza, poi che se' s grande

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che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande! (vv. 1-3)

1 Incipit

2 Analisi del canto

2.1 Invettiva contro La targa sul Bargello: ...qu[a]e mare, qu[a]e terra[m], qu[a]e totu[m] possidet orbem...

Firenze - versi 1-12

2.2 La bolgia dei

(1255). Il canto si apre con un'invettiva nei confronti di Firenze che tematicamente si lega al canto precedente, dove Dante aveva incontrato

consiglieri fraudolenti - vv. 13-48

o
vv. 49-84

2.3 Ulisse e Diomede -

cinque ladri appunto fiorentini: con ironia nota 2.4 Racconto dell'ultimo quanto Firenze sia conosciuta su tutta la terra (metaforicamente "batte l'ali", citando

viaggio di Ulisse - vv. 85-142 un'iscrizione sul Palazzo del Bargello del 1255).

3 Punti notevoli

Francesco Buti a proposito commentava infatti: erano allora i Fiorentini sparti molto fuor di

4 Curiosit

Fiorenza per diverse parti del mondo, ed erano in mare e in terra, di che forse li fiorentini se ne

5 Note

gloriavano. Anche nell'Inferno quindi il nome di Firenze si spande, essendosi Dante dovuto vergognare per aver trovato ben cinque

6 Bibliografia

7 Altri progetti

concittadini tra i ladroni, che certo non arrecano onore alla sua citt.

Incipit [modifica

Canto XXVI, nel quale si tratta de lottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona dUlisse e

Ma se quello che si sogna al primissimo mattino, secondo una leggenda medievale, diventa vero, allora Dante predice che presto essa subir la punizione che persino la vicinissima Prato, nonch altre citt, desiderano per lei. Il perch sia indicata proprio

Prato non stato ancora chiarito e le ipotesi pi convincenti sono quelle legate agli anatemi scagliati dal cardinale Niccol da Prato, che tent vanamente di riappacificare le fazioni fiorentine nel 1304. Manfredi Porena, pur non proponendo un'alternativa a questa spiegazione, trova difficolt ad accettarla in quanto ilcardinale da Prato fu poco dopo uno dei principali manipolatori dell'elezione di papa Clemente V, di cui si sa cosa pensasse Dante (Inferno XIX, 82-87), e par difficile che Dante potesse invocarne l'autorit, sia pure in tutt'altra materia .
[1]

a freno l'ingegno perch non superi i limiti della che n'avea fatto iborni a scender pria, rimont 'l duca mio e trasse mee; (vv. 13-15) I due poeti ripartono dall'argine interno della settima bolgia percorrendo a ritroso la strada seguita in Inferno XXIV, 79-81: Virgilio risale la scala che li aveva fatto iborni, reso eburnei, cio fatti impallidire per l'orrore suscitato dalle serpi che stipavano la bolgia, quindi tira su Dante. Non tutti sono concordi sulla lezione sopra riportata del verso 14: alcuni preferiscono leggere "che n'avean fatte i borni a scender pria", interpretando "i borni" come le pietre (francese borne: pietra) che avevano utilizzato come scala per scendere e che ora servono come appiglio per risalire; altri leggono invece "che il buior n'avea fatto nel tempo che colui che 'l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, virt; non vuole infatti che l'influenza degli astri ("stella bona") o la grazia divina ("miglior cosa"), che gli hanno concesso l'esperienza iniziatica, gliela tolgano per causa di una sua azione o un suo pensiero troppo ardito. Questa notazione, ora un po' arcana, diventer evidente se considerata alla luce di ci che verr dopo nel canto, cio la storia di Ulisse il cui ingegno, non tenuto a freno dalla virt, gli procur la morte per aver superato i limiti imposti da Dio. Egli usa una similitudine per descrivere quello che vede: Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,

Il poeta rincara poi la dose dicendo che se anche questa punizione fosse gi arrivata, non sarebbe stata troppo sollecita ("E se gi fosse, non saria per tempo.", v. 10) e, visto che la riconosce necessaria, si augura che arrivi presto ("Cos foss'ei, da che pur esser dee!", v. 11) perch la sventura di Firenze gli graver di pi via via che la sua et avanza ("ch pi mi graver, com' pi m'attempo.", v. 12). Non tutti i commentatori concordano sul perch Dante si augura che la punizione arrivi presto. Alcuni sostengono che la sventura di Firenze, bench ineluttabile, riempie Dante di dolore, che pi gli sar grave quanto pi invecchier. Il vecchio infatti sopporta meno i dolori, diventa sempre pi disposto al perdono e l'amore per il luogo natio cresce in lui con l'et. Secondo altri Dante vuole dire invece che pi la sventura tarder, tanto pi egli soffrir per non aver goduto a lungo della punizione. Questa interpretazione contrasta per col "da che pur esser dee", che riconosce s la necessit della punizione, ma lo fa a malincuore. curioso che i commentatori moderni protendano tutti per la prima ipotesi e quegli antichi per la seconda, a dimostrare come in fondo la lettura di questo passo anche mutuata dalla nostra sensibilit e maniera di pensare. La bolgia dei consiglieri fraudolenti - vv. 1348 [modifica]

d'e

res

, ricordando che Dante aveva chiesto a Virgilio di scendere perch non poteva vedere il fondo della bolgia a causa del buio. A meno di un improbabile ritrovamento del manoscritto originale, non sapremo mai che cosa ha scritto realmente Dante; comunque sia, la sostanza del racconto, cio che i due poeti sono ritornati al punto da cui erano partiti per vedere cosa c'era nella settima bolgia, non cambia.
scender pria" e proseguendo la solinga via,

come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole gi per la vallea, forse col dov'e' vendemmia e ara:

di s

gi

for

di tante fiamme tutta risplendea l'ottava bolgia, s com'io m'accorsi tosto che fui l 've 'l fondo parea. (vv. 25-33) Segue quindi un'altra similitudine per rappresentare il fatto che ciascuna fiamma si muove racchiudendo in s un peccatore, paragone dotto che si accorda al linguaggio ricercato e aulico di tutto il canto. Dante si ispira, con qualche licenza poetica, al rapimento in cielo del profeta Elia riportato

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l'ot

app (pa

tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio lo pi sanza la man non si spedia. (vv. 16-18) Proseguono quindi per la strada solitaria ("solinga via"), per l'assenza di demoni e dannati, tra le pietre aguzze ("schegge") e tondeggianti ("rocchi") del ponticello successivo ("scoglio"), che deve essere pi ripido dell'altro se non bastano i piedi per avanzare, ma bisogna aiutarsi con le mani.

dalla Bibbia nel 2 Libro dei Re, che racconta che mentre Elia ed Eliseo camminavano conversando, Elia fu improvvisamente rapito in cielo da un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, che presto scomparve alla vista del suo compagno (cfr. 2Re 2, 11-12). Poco pi avanti nello stesso testo (cfr. 2Re 2, 23-24) viene narrato che dei ragazzi incominciarono a beffare Eliseo, dandogli del calvo, finch egli si volt e li maledisse nel nome del Signore, e dal bosco uscirono due orse che sbranarono quarantadue ragazzi. Ecco i versi di Dante: E qual colui che si vengi con li orsi

Alessandro Vellutello

, illustrazione del Canto XXVI

Quando arriva sul colmo del ponticello, Dante prova un dolore tanto grande per quello che vede, da essere ancor vivo al momento in cui scrive, e grande a tal punto da indurlo a tenere

E co

Noi ci partimmo, e su per le scalee

vide 'l carro d'Elia al dipartire,

vide p

Dante allora ringrazia e risponde che aveva gi quando i cavalli al cielo erti levorsi, capito ("gi m'era avviso che cos fosse") e, attratto in particolare da una fiamma doppia che nol potea s con li occhi seguire, ch'el vedesse altro che la fiamma sola, s come nuvoletta, in s salire: che gli ricorda Eteocle e suo fratello Polinice, ne chiede la spiegazione a Virgilio (altra citazione dotta sui due fratelli che arrivarono a uccidersi a vicenda per la discordia; in Stazio e in Lucano si racconta che anche le fiamme tal si move ciascuna per la gola del fosso, ch nessuna mostra 'l furto, e ogne fiamma un peccatore invola. (vv. 34-42) Dante sta guardando ritto in piedi ("surto") sul puniti Ulisse e Diomede, insieme nella vendetta ponte, in modo cos precario che se non fosse divina cos come, peccando insieme, incorsero aggrappato ad un masso sporgente nell'ira di Dio in vita, ed elenca i tre peccati per ("ronchion"), cadrebbe gi senza bisogno di cui i due han ben da gemere nella fiamma, vale essere urtato. Vistolo cos attento ("atteso") a dire: Virgilio (che questa volta non gli legge nel pensiero che egli lo ha gi capito) gli spiega che dentro ai fuochi ci sono gli spiriti dei dannati, ciascuno dei quali si fascia di quello da cui acceso, cio la fiamma ("catun si fascia di quel ch'elli inceso"). odiarsi anche dopo la morte). della pira su cui bruciavano i loro corpi si

"S'ei posson dentro da quelle faville

parlar", diss'io, "maestro, assai ten priego e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver' lei mi piego!".

divisero in due, come se continuassero ad (vv. 64-69) Virgilio gli promette di rivolgere loro delle Virgilio gli rivela che l sono domande purch egli taccia: parler lui perch essi sono greci e forse schivi "del tuo detto" (delle parole di Dante). Sul perch sia necessario che parli Virgilio si sono fatte diverse ipotesi: la pi semplice che i due parlano greco e Dante non conosce questa

1.

lingua, a differenza di Virgilio, ma questa L'inganno del Cavallo ragione non sussiste perch se avessero parlato in greco Dante non avrebbe capito e non potrebbe riferire il contenuto del discorso, inoltre nel prossimo canto Guido da Montefeltro dir di aver udito parlare Virgilio in dialetto lombardo; l'altra ipotesi che La scoperta di Achille, siccome era comune opinione medievale che i greci fossero un popolo superbo, essi si sarebbero rifiutati di parlare con una persona che non avesse ancora eccellenti meriti, infatti l'invocazione successiva di Virgilio verter proprio sulle sue opere, motivo di vanto, espresse nel pi alto linguaggio possibile. In questo episodio comunque Dante riproduce la sua situazione rispetto ai greci e alla loro letteratura in particolare: non essendo la loro lingua conosciuta in Italia (con pochissime eccezioni forse in Calabria) essi "parlavano" solo tramite gli autori latini che avevano tradotto o sintetizzato o citato le loro opere.

di Troia, che provocando la caduta della citt fece s che da Troia uscisse poi Enea, nobile progenitore ("gentil seme") dei Romani.

Non chiaro quali dannati siano puniti in questa bolgia. Essi sono abitualmente indicati come consiglieri fraudolenti e il loro contrappasso consiste nell'essere avvolti da lingue di fuoco, per analogia con le loro stesse lingue che furono fonte di frode, e nascosti dentro alle fiamme allo stesso modo in cui da vivi celarono la verit per l'inganno (come dice l'Apostolo Giacomo, la lingua fraudolenta come fuoco). Tuttavia l'unico dei dannati che si inquadra in questa categoria Guido da Montefeltro, presentato nel Canto XXVII, che si pente invano di un consiglio fraudolento fornito, su sua richiesta, a Papa Bonifacio VIII. Ulisse e Diomede, presentati nel seguito di questo canto, non sono puniti per i consigli dati, ma per le opere che hanno compiuto, e per loro la definizione di consiglieri fraudolenti mal si adatta perch risulta troppo specifica. Ulisse e Diomede - vv. 49-84 [modifica]

2.

fatto travestire da donna dalla madre Teti e mandato alla corte di Licomede affinch non partecipasse alla Guerra di Troia. Ulisse e Diomede, travestiti da mercanti, usarono l'astuzia di mostrargli spade in mezzo a sete e drappi, scoprendolo tra le altre donne e costringendolo a partire per la guerra, abbandonando la sua amante Deidamia che mor di dolore, e ancor morta si duole dell'amante infedele.

3.

Il furto del Palladio che

proteggeva Troia. Dante si mostra estremamente desideroso di parlare con i due, probabilmente perch in tutto il Medioevo c'era gran mistero su quale fosse stata la fine di Ulisse (Dante non conosceva l'Odisseaperch non sapeva leggere il greco, anche se ne aveva letti alcuni sunti mutuati da

Ulisse nell'Inferno, immaginato da William Blake

) ed arriva a pregare Virgilio ben cinque volte in due terzine:


autori latini

Virgilio quindi aspetta che la duplice fiamma arrivi vicino al ponte e gli si rivolge con solennit e altisonanza, ponendo la questione principale, che ha letto nel pensiero di Dante, di sapere la fine di Ulisse, un mistero sul quale gli autori antichi tacevano:

"O voi che siete due dentro ad un foco,

(vv. 79-84) Da notare l'aulica anafora della prima terzina e

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi, s'io meritai di voi assai o poco

la captatio benevolentiae.

Dante infatti non conosceva l'Odissea e ne trascurava anche i sunti medievali, sebbene quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma l'un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi". piuttosto diffusi alla sua epoca. Della fine di Ulisse, sulla quale tacciono Virgilio, Orazio, Seneca e Cicerone, si erano fatte numerose congetture dai tempiServio, pi vive che mai nel Medioevo, alle quali Dante aggiunse una sua versione basata su vari indizi, ma tutto sommato piuttosto originale. Racconto dell'ultimo viaggio di Ulisse - vv. 85142 [modifica]

Anonimo fiorentino, Il naufragio della nave di Ulisse (1390-1400) La maggiore delle due fiamme inizia allora a muoversi come mossa dal vento e dal movimento della cima della lingua di fuoco iniziano a uscire le parole.

Ulisse non si presenta e inizia subito a parlare degli ultimi anni della sua vita, dall'addio alla maga Circe: in questo Dante riprende pari pari la lezione di Ovidio quando nelle Metamorfosi XIV 436 ss.Macareo, uno dei compagni di Ulisse, racconta a Enea come abbandon il suo capitano che si rimetteva per l'ennesima volta in mare.

Dopo un anno a Gaeta (prima che Enea le desse quel nome) n dolcezza di figlio, n la pita / del vecchio padre, n 'l debito amore / lo qual dovea Penelop far lieta poterono fermare Ulisse dalla sua sete di conoscenza, dall'ardore di conoscere i vizi umani e le virt. Part cos per mare aperto invece di tornare a casa, con una barca e quella compagnia picciola di sempre. Navig lungo i lidi europei (fino alla Spagna) e africani (fino al Marocco) del Mediterraneo occidentale, comprese le isole quali la Sardegna e le altre. Lui e i suoi compagni erano gi anziani quando arrivarono a quella foce stretta dove Ercole segn il confine da non superare, lo Stretto di Gibilterra.

a sinistra arrivando davanti allo stretto; per convincere i suoi all'impresa mai arrischiata pronunci la famosa orazion picciola:
Ulisse pass Siviglia a destra e Ceuta "O frati," dissi, "che per cento milia

erano trascorsi cinque noviluni e altrettanti pleniluni, quando apparve una montagna velata dalla lontananza (bruna) e altissima (il monte del Purgatorio). Essi si rallegrarono ma presto dovettero cedere al pianto perch da quella terra si mosse un turbine che percosse la barca alla prua; tre volte essi girarono intorno con tutta l'acqua vicina, alla quarta la poppa si alz

partecipazione emotiva di Dante nei confronti del dannato, espressa pi volte nel canto e specialmente ai vv. 19-20: Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio / quando drizzo la mente a ci ch'io vidi, commozione tuttavia temprata da un appello alla virt: e pi lo ingegno affreno ch'io non soglio, / perch nol corra che virt nol guidi. Un parallelismo a questo punto si pu istituire tra Dante e Ulisse: entrambi viaggiano spinti dall'ardore di conoscenza, entrambi si sono perduti (v. 3 del canto I: ch la diritta via era smarrita; vv. 83-84 di questo canto: ma l'un di voi dica / dove per lui perduto a morir gissi). Ma se Dante ritrova la via e accede a

perigli siete giunti a l'occidente, a questa tanto picciola vigilia

in alto, la prua in basso, come piacque a qualcuno (a Dio), e poi il mare fu sopra di essi richiuso (notare l'allusione al seppellimento, alla tomba), con un verbo

d'i nostri sensi ch' del rimanente non vogliate negar l'esperenza, di retro al sol, del mondo sanza gente.

che metaforicamente chiude anche il canto.

Dante ci fa capire tramite le parole di Ulisse l'importanza della conoscenza che non ha n et n limiti: infatti gli affetti pi grandi non sono riusciti a vincere nell'animo di Ulisse il

una conoscenza superiore, guidato dalla volont divina, Ulisse non conosce questa grazia e rimane confinato entro la sfera puramente terrena, sensibile, del sapere: v. 115, de' nostri sensi, e soprattutto vv. 97-99, l'ardore / ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto / e delli vizi umani e del valore: non vi in lui nessuna tensione etica, morale, che rivolga la conoscenza verso un fine giusto (anzi, essa rimane sempre fine a s stessa), e il suo desiderio diventa perci negativo, tanto pi che egli coinvolge in questo male i suoi compagni. Ed cos che egli

Considerate la vostra semenza: desiderio di conoscenza. La celebre terzina fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". (vv. 112-120) "Fratelli miei, che attraverso centomila pericoli siete arrivati a questo crepuscolo della vita (la vecchiaia, chiamata come "rimanente veglia dei sensi") presso l'Occidente; non negate ai nostri sensi quello che rimane da vedere, dietro al sole, nel mondo disabitato; considerate la vostra origine: non siete nati per vivere come bruti (come animali), ma per praticare la virt e apprendere la scienza." Priamo della Quercia, illustrazione al Canto XXVI Dante, sebbene conoscesse Omero (nominato pi volte nella Divina Commedia e da lui posto nel Limbo, come si legge nel canto IV), non poteva aver letto l'Odissea, in greco, ma era al corrente della storia di Ulisse da varie fonti latine (in primis le Metamorfosi di Ovidio e l'Odusia di Livio Andronico) e da vari romanzi medievali: in questa tradizione, e in autori comeCicerone, Seneca e Orazio, Ulisse era indicato quale esempio di uomo dominato dall'ardore della conoscenza. A partire da questi spunti e dalla narrazione di Ovidio, I compagni allora divennero cos desiderosi di partire che a malapena li avrebbe potuti trattenere oltre: girarono la poppa a est e fecero dei remi ali per il folle volo, sempre avanzando a sinistra, verso sud-ovest. Dopo cinque mesi gi le stelle erano cambiate in cielo (perch erano giunti nell'altro emisfero) oppure Dante inventa quasi completamente la storia dell'ultimo viaggio di Ulisse, motivato dall'amore per la conoscenza, amore che Dante condivideva e sicuramente non disapprovava, come si evince fin dalla prima frase del Convivio: Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. Da ci deriva la grande Punti notevoli [modifica] "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" la sintesi della personalit di Dante il quale considerava la conoscenza il presupposto base per la valutazione di una persona.

Le celebri terzine sono un vertice di retorica: si apre con una captatio benevolentiae (il vocativo, il ricordo delle esperienze in comune) e cresce di intensit gradualmente, prima usando il "voi", poi "noi" (infatti prima di questa orazione Ulisse usava il pronome "io" e in seguito user solo il "noi"), incitando all'impresa fino a culminare in chiusura toccando uno dei sentimenti pi profondi dell'animo umano quale l'orgoglio per la superiorit sugli altri esseri viventi.

poste a ci che l'uom pi oltre non si metta, infrange il divieto divino e viene da Dio sconfitto, com'altrui piacque.
supera le Colonne d'Ercole ... infin che 'l mar fu sovra noi richiuso (v.142)

Notevole in questo canto lo stile, che si innalza per raffigurare un personaggio magnanimo come quello di Ulisse (particolarmente ricca l'apostrofe di Virgilio, ma anche tutta la narrazione successiva, che sfiora il tono epico nella narrazione del viaggio e si fa orazione nelle famosissime parole rivolte da Ulisse ai compagni). Da non trascurare anche i molti segnali che Dante dissemina nel suo testo, come la similitudine con il profeta Elia, che sale al cielo in un carro di fuoco (mentre Ulisse sprofonda), all'espressione biblica del v. 136 tosto torn in pianto (pi l'allitterazione), ai

molti riferimenti negativi come la mano mancina (v. 126), la luna (v. 131), simboli negativi per la cultura classica.

1959): "Il viaggio di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole un "folle volo", perch egli tenta, pur senza saperlo, un'impresa a compier la quale si richiedeva l'aiuto, a lui vietato, della Grazia [...].

abbandonata alle sue sole forze sia collocata qui, a breve distanza, e quasi a guisa di esemplificazione, dall'affermazione della necessit di affrenare l'ingegno e contenerlo nei limiti di una norma religiosa (cfr. vv. 21-22)".

Il critico Natalino Sapegno scrisse nel suo commento a questo canto dell'Inferno (La Divina Commedia, Inferno, La Nuova Italia,

Non certo un caso che la commemorazione di questa sconfitta dell'umana ragione