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GEORGE R.R.

MARTIN LE TORRI DI CENERE (GRRM: A RRetrospective, 2003) A Phipps, naturalmente, c' una strada, non una qualunque, tra l'alba e la notte pi profonda. Sono contento che tu sia qui a percorrerla con me. Indice L'eroe L'uscita per Santa Breta Solitudine del secondo tipo Al mattino cala la nebbia Canzone per Lya Questa torre di cenere ... E ricordati sette volte di non uccidere mai l'uomo La citt di pietra Fioramari Le solitarie canzoni di Laren Dorr L'EROE La citt era morta e le fiamme della sua fine diffondevano un alone rosso nel cielo grigio scuro. L'agonia era stata lunga. La resistenza era durata almeno una settimana e all'inizio la battaglia era stata aspra, ma poi gli invasori avevano spezzato le difese, come tante volte era successo in passato. Il cielo alieno, con il suo doppio sole, non li turbava. Avevano combattuto e vinto sotto cieli azzurri e cieli neri come l'inchiostro. Il primo attacco era stato sferrato dai ragazzi del Controllo meteorologico, mentre il grosso delle forze era ancora a centinaia di chilometri verso oriente. Le strade della citt erano state flagellate da una tempesta dietro l'altra, per rallentare l'organizzazione della difesa e incrinare lo spirito di resistenza.

Poi gli invasori si erano avvicinati e avevano mandato avanti gli Urlanti. Giorno e notte le loro strida acutissime erano riecheggiate senza interruzione, e non c'era voluto molto perch la popolazione precipitasse nel panico e nello sconforto. A quel punto il grosso delle forze attaccanti si era ormai schierato e aveva lanciato le bombe della peste nel forte vento di tramontana. Perfino in quelle circostanze gli abitanti avevano cercato di reagire. Dalle postazioni di difesa che cingevano la citt, i sopravvissuti avevano fatto partire grappoli di atomiche, riuscendo a disintegrare un'intera compagnia, i cui schermi difensivi non avevano retto all'attacco improvviso. Ma quello era stato il massimo che erano riusciti a fare ed era stato comunque troppo poco. Ormai sulla citt continuavano a piovere bombe incendiarie e la pianura era percorsa da un'enorme nuvola di gas acidi. Dietro quella nuvola, le temute squadre d'assalto delle Forze di spedizione ferrane si mossero all'attacco dell'estrema difesa. Kagen guard con occhio torvo il casco di plastoide ammaccato ai suoi piedi e imprec. "Un normale rastrellamento" pens. Una banale operazione di routine, e un maledetto intercettatore automatico gli aveva scagliato addosso un'atomica a basso potenziale. L'aveva mancato di poco, ma l'onda d'urto gli aveva danneggiato i razzi sistemati ai fianchi della tuta e lo aveva scagliato in quella gola stretta e sperduta a est della citt. L'armatura leggera da combattimento aveva attutito l'impatto, ma il casco aveva preso una bella botta. Kagen si pieg sulle ginocchia e raccolse il pezzo ammaccato per esaminarlo. La trasmittente a lungo raggio e tutto il sistema di sensori erano andati. Con anche i razzi fuori uso, era paralizzato, sordo, muto e mezzo cieco. Bestemmi. Un movimento quasi impercettibile sulla cresta dell'avvallamento attir la sua attenzione. Cinque abitanti del posto gli si pararono improvvisamente davanti, tutti armati di mitragliatrici a sfioro puntate contro di lui. Si erano disposti a ventaglio e lo tenevano sotto tiro da entrambi i lati. Uno cominci a parlare. Non fin la frase. In un attimo la pistola a urlo di Kagen che si trovava fra i sassi ai suoi piedi era tornata nelle sue mani. Cinque uomini esitano dove uno solo agisce subito. Nel brevissimo istante in cui le dita dei nativi stavano per sparare, Kagen non rest fermo, non indugi, non pens. Kagen uccise.

La pistola emise un ululato violento, lacerante. Il comandante della pattuglia nemica fu scosso da un fremito quando il fascio invisibile di onde sonore ad alta frequenza gli lacer le viscere. Poi i suoi muscoli cominciarono a liquefarsi. Intanto l'arma di Kagen aveva colpito altri due bersagli. Le mitragliatrici dei due superstiti cominciarono finalmente a strepitare. Kagen fu avvolto da un nugolo di pallottole, rotol a destra grugnendo sotto l'urto dei colpi che rimbalzavano sulla sua corazza da combattimento. Sollev l'arma, ma una pallottola vagante gliela strapp di mano. Non ebbe esitazioni e non si ferm mentre la pistola gli sfuggiva: risal con un balzo fino al bordo della gola puntando direttamente contro uno dei soldati. L'uomo barcoll leggermente prima di prendere la mira. Quella breve esitazione fu sufficiente a Kagen. Con tutto l'impeto datogli dal balzo, spinse con la destra il calcio della mitragliatrice sulla faccia dell'avversario e con la sinistra gli sferr un pugno micidiale appena sotto lo sterno. Afferrato il corpo inanimato, lo scagli contro il secondo soldato, che aveva smesso temporaneamente di sparare mentre il compagno si trovava tra lui e Kagen. Ora le pallottole trapassarono il corpo a mezz'aria. L'uomo indietreggi rapidamente, continuando a fare fuoco. Ma Kagen era ormai su di lui. Avvert un lampo bruciante di dolore, mentre un proiettile gli sfiorava la tempia. Lo ignor e colp con il taglio della mano la gola del soldato. L'uomo cadde a terra e giacque immobile. Kagen si gir, ancora reattivo, pronto ad affrontare l'altro avversario. Era solo. Si chin e si ripul il sangue dalla mano con un brandello dell'uniforme nemica. Rabbrivid di disgusto. Il rientro al campo sarebbe stato lungo, pens, gettando a terra lo straccio intriso di sangue. Non era proprio il suo giorno fortunato. Grugn cupamente, poi scese di nuovo nella gola per recuperare la pistola e il casco prima di mettersi in marcia. All'orizzonte la citt era ancora in fiamme. La voce di Ragelli usc gracchiante, ma forte e allegra, dalla trasmittente a breve raggio che Kagen stringeva in pugno. Allora sei tu, Kagen! disse ridendo. Ti sei fatto riconoscere appena in tempo. I miei sensori cominciavano a rilevare qualcosa. Ancora qualche istante e la mia pistola a urlo ti avrebbe steso. Mi si bruciato il casco e i sensori sono fuori uso rispose Kagen. dannatamente difficile valutare le distanze. Anche la trasmittente a lungo

raggio partita. Il capo si chiedeva dove fossi finito lo interruppe Ragelli. Lo hai fatto sudare. Ma io me l'immaginavo che prima o poi saresti rispuntato. Gi. Uno di quei lombriconi mi ha fatto fuori i razzi e mi ci voluto un po' per tornare. Ma eccomi qui. Sbuc lentamente dal cratere dove si era rannicchiato, rendendosi visibile alla sentinella da lontano. Si muoveva piano, con calma. La figura di Ragelli si stagli davanti alla barriera della postazione con un pesante braccio grigio argento alzato in segno di saluto. Era protetto da capo a piedi dalla tenuta da combattimento di duralloy, al cui confronto la corazza di plastoide di Kagen sembrava di carta velina. Era sistemato sul sedile di puntamento di un cannone a urlo, circondato da una bolla di schermi protettivi che rendeva alquanto indistinta la sua figura massiccia. Kagen rispose a sua volta al saluto e copr a passi lunghi e regolari la distanza che lo separava dall'amico. Si ferm proprio davanti alla barriera, ai piedi della postazione di Ragelli. Hai un'aria proprio malandata comment quest'ultimo, scrutandolo da dietro il visore di plastoide con l'aiuto dei sensori. Quell'armatura leggera non vale un centesimo come protezione. Qualsiasi ragazzino con una cerbottana potrebbe infilzarti da parte a parte. Kagen rise. Almeno riesco a muovermi. Tu potrai anche resistere a una squadra d'assalto con quel completo in duralloy, ma mi piacerebbe vederti in un'azione offensiva. Con la difesa non si vincono le guerre. Gi convenne Ragelli. Questo servizio di guardia una bella noia. Diede un colpetto all'interruttore del quadro comandi e una sezione della barriera si apr lampeggiando. Kagen entr e un istante dopo la barriera si richiuse. Si diresse verso gli alloggiamenti della sua squadra. La porta si apr automaticamente ed egli entr provando una sensazione di riconoscenza. Era bello sentirsi di nuovo a casa, riacquistare il proprio peso normale. Quelle pozzanghere quasi senza gravit dopo un po' gli davano la nausea. Gli alloggi erano mantenuti artificialmente alla normale gravit di Wellington, il doppio di quella della Terra. Era costoso, ma il comandante non si stancava di ripetere che non si faceva mai abbastanza per i combattenti. Kagen si tolse l'armatura di plastoide nello spogliatoio della squadra e la gett nel contenitore dei cambi. Poi and direttamente nel suo cubicolo e si distese. Si allung verso il tavolino di metallo accanto al letto, apr un cassetto e

prese una grossa capsula verdastra. La inghiott e si rimise sdraiato, per rilassarsi e rimettersi in forma. Il regolamento vietava di assumere synthastim lontano dai pasti, lo sapeva bene, ma era una di quelle norme che nessuno rispettava. Come molti suoi commilitoni, Kagen lo prendeva quasi in continuazione, per mantenere il livello di velocit e resistenza. Sonnecchiava placidamente da qualche minuto, quando d'un tratto prese vita l'interfono sulla parete, proprio sopra il letto. Kagen. Si mise subito seduto, completamente sveglio. Comandi. Subito a rapporto dal maggiore Grady. Kagen ghign. La sua domanda aveva provocato una pronta reazione, pens. E per giunta da parte di un ufficiale superiore. S'infil in fretta la tuta marrone da lavoro e si spost di corsa attraverso la base. Gli alloggi degli ufficiali si trovavano al centro della postazione, in un edificio a tre piani fortemente illuminato, coperto in alto dagli schermi difensivi e circondato da sentinelle in armatura leggera da combattimento. Una di queste riconobbe Kagen e lo fece passare. Appena varcato l'ingresso, lui si ferm per qualche istante, mentre una fila di sensori controllava se era armato. Agli uomini della truppa non era ovviamente permesso portare armi in presenza degli ufficiali. Se avesse avuto addosso un'arma a urlo, in tutto l'edificio sarebbe suonato l'allarme e i raggi constrictor nascosti nelle pareti e nel soffitto lo avrebbero totalmente immobilizzato. Ma super l'ispezione e prosegu lungo il corridoio verso l'ufficio del maggiore Grady. A un terzo del percorso una prima serie di raggi constrictor gli blocc saldamente i polsi. Nell'istante in cui avvert il contatto invisibile sulla pelle fece resistenza, per i fasci lo avevano ormai afferrato con forza. Altri, attivati automaticamente al suo passaggio, gli si attaccarono mentre percorreva il corridoio. Kagen imprec tra i denti e resistette all'impulso di opporsi. Detestava sentirsi sul corpo quei fasci che lo stringevano, ma quelle erano le regole se si voleva vedere un alto ufficiale. La porta si apr davanti a lui ed egli entr. All'istante un'intera serie di raggi constrictor lo ricopr immobilizzandolo. Alcuni lo fecero muovere leggermente mettendolo sull'attenti, mentre tutti i muscoli gli dicevano di resistere. Il maggiore Carl Grady era seduto a una scrivania piena di carte, a pochi

metri di distanza, e stava scarabocchiando qualcosa su un foglio. Accanto al gomito c'era una pila di scartoffie con in cima, a mo' di fermacarte, una vecchia pistola laser. Kagen la riconobbe. Era una specie di cimelio, passato di padre in figlio da generazioni nella famiglia di Grady. Si raccontava che un suo antenato l'avesse usata sulla Terra, ai tempi delle Guerre del Fuoco della prima met del ventunesimo secolo. Malgrado l'et, si pensava che fosse ancora funzionante. Dopo diversi minuti di silenzio, Grady pos finalmente la penna e sollev lo sguardo su Kagen. Per essere un ufficiale superiore era molto giovane, ma i capelli grigi e in disordine lo facevano sembrare pi vecchio. Come tutti gli ufficiali superiori, era nato sulla Terra: debole e lento rispetto alle truppe d'assalto provenienti dai Mondi di Guerra, i pianeti Wellington e Rommel, dall'atmosfera densa e con una gravit maggiore. Presentati ordin seccamente al soldato. Come sempre, il suo volto pallido e sottile esprimeva una noia sconfinata. Ufficiale John Kagen, squadre d'assalto, Forze di spedizione ferrane. Grady annu, ma non stava realmente ascoltando. Apr un cassetto della scrivania e tir fuori un pezzo di carta. Kagen disse sventolando il foglio credo che tu sappia perch sei qui. Punt l'indice contro la carta. Che cosa significa questo? Proprio quello che c' scritto, signor maggiore. Cerc di spostare il peso da una gamba all'altra, ma i raggi lo immobilizzavano. Grady se ne accorse e fece un gesto d'impazienza. Riposo disse. Gran parte dei raggi allent la presa lasciando il soldato libero di muoversi, sia pure a velocit dimezzata. Sollevato, Kagen rilass i muscoli e sorrise. Tra due settimane vado in congedo, signor maggiore. Non intendo prolungare la ferma. Cos ho chiesto di essere trasportato sulla Terra. Tutto qui. Grady inarc le sopracciglia di qualche millimetro, ma gli occhi scuri continuavano a esprimere noia. Ah, s? Sei sotto le armi ormai da quasi vent'anni, Kagen. Perch andarsene adesso? Kagen si strinse nelle spalle. Non so. Sto invecchiando. Forse sono solo stanco della vita militare. Comincia ad annoiarmi tutto questo prendere una pozzanghera dietro l'altra, vorrei qualcosa di diverso. Qualche emozione. Grady annu. Capisco, ma temo di non essere d'accordo con te, Kagen. La sua voce era sommessa e suadente. Mi pare che sottovaluti le

Forze di spedizione. Ci saranno altre emozioni, basta che tu ce ne dia la possibilit. Si appoggi allo schienale della sedia, giocherellando con una matita. Voglio dirti una cosa, Kagen. Come sai, siamo in guerra con l'Impero dei Hrangan da quasi trent'anni, ormai. Finora gli scontri diretti fra noi e il nemico sono stati pochi e distanziati nel tempo. Lo sai perch? Certo replic Kagen. Grady ignor la risposta. Te lo dico io, perch continu. Finora noi e loro abbiamo combattuto per consolidare le rispettive posizioni, impadronendoci dei piccoli pianeti delle regioni di confine. Le pozzanghere, come le chiami tu; ma sono pozzanghere importantissime. Ci servono come basi, per le materie prime, per la capacit industriale, per la manodopera che ci possono fornire. Per questo cerchiamo di limitare al massimo i danni in queste campagne, per questo ricorriamo alle tattiche della guerra psicologica e usiamo gli Urlanti. Per far fuggire di paura quanti pi indigeni possibile prima di ogni attacco, in modo da preservare la manodopera. Lo so benissimo lo interruppe Kagen con la tipica schiettezza della gente di Wellington. E allora? Non sono venuto qui per una conferenza. Grady sollev lo sguardo dalla matita. No. Non lo sai. E te lo dir io, Kagen. I preliminari sono finiti. arrivato il momento. Resta solo un pugno di pianeti da occupare. Molto presto ci sar uno scontro diretto con i Corpi di conquista dei Hrangan. Entro un anno attaccheremo le loro basi. Il maggiore fiss Kagen in attesa di una risposta. Siccome non arrivava, il suo sguardo assunse un'espressione di perplessit. Si sporse di nuovo in avanti. Non capisci, Kagen? Che cosa vuoi di pi emozionante? Basta combattere con questa gente da poco, civili in uniforme, con le loro atomiche da due soldi, con quelle armi da fuoco primitive. I Hrangan sono un avversario vero. Hanno un esercito di professione da generazioni, come noi. Sono soldati nati. E bravi, per giunta. Hanno schermi e armi a modem. Sono avversari che sapranno mettere davvero alla prova le nostre squadre d'assalto. Pu darsi ribatt Kagen dubbioso. Ma non il genere di emozioni che avevo in mente io. Sto invecchiando. Negli ultimi tempi ho notato che non sono pi rapido come una volta, non mi basta pi nemmeno il synthastim per tenermi in forma. Grady scosse la testa. Tu hai uno dei migliori stati di servizio di tutte le Forze di spedizione, Kagen. Sei decorato con due Croci stellari e tre medaglie del Congresso mondiale. Tutti i mezzi di comunicazione della Terra

hanno raccontato il tuo salvataggio del gruppo di sbarco su Torego. Perch devi farti venire questi dubbi proprio adesso? Tra poco avremo bisogno di uomini del tuo stampo contro i Hrangan. Resta. No esclam Kagen. I regolamenti dicono che dopo vent'anni si ha diritto al congedo, e quelle medaglie mi valgono un bel gruzzolo di premi di liquidazione. Adesso me li voglio godere. Fece un ampio sorriso. Come ha detto lei, sulla Terra devono conoscermi tutti. Sono un eroe. Con una fama del genere, immagino che mi riserveranno una bella accoglienza. Grady aggrott la fronte e tamburell nervosamente con le dita sulla scrivania. I regolamenti li conosco anch'io, Kagen, ma qui nessuno va davvero in congedo, dovresti saperlo. Quasi tutti gli uomini preferiscono restare al fronte. il loro lavoro. cos che vanno le cose sui Mondi di Guerra. Non me ne importa niente, signor maggiore replic Kagen. Conosco le regole e so che ho il diritto di congedarmi con la pensione completa. Lei non me lo pu impedire. Grady consider con calma quell'affermazione, lo sguardo perso nei suoi pensieri. Va bene fece dopo una lunga pausa. Cerchiamo di essere ragionevoli. Andrai in congedo con la pensione completa e tutte le gratifiche. Ti sistemeremo con un ruolo adeguato su Wellington, oppure su Rommel, se preferisci. Ti faremo direttore delle caserme della giovent o di quelle della fascia d'et che preferisci. Oppure responsabile di un centro di addestramento. Con il tuo stato di servizio, puoi partire dalle posizioni pi alte. No, no lo interruppe deciso Kagen. N Wellington, n Rommel. La Terra. Ma perch? Sei nato e cresciuto su Wellington, in una delle caserme di collina, credo. Non sei mai stato sulla Terra. vero, ma l'ho vista sui teledisplay, nei documentari. E quello che ho visto mi piaciuto. Poi ho letto tantissimo sulla Terra. E adesso voglio finalmente conoscerla dal vero. Fece una pausa e sorrise di nuovo. Diciamo che voglio vedere per che cosa ho combattuto. Il volto accigliato di Grady esprimeva la sua contrariet. Io vengo dalla Terra, Kagen disse. Dammi retta, non ti piacer. Non riuscirai a adattarti. La forza di gravit troppo scarsa e non ci sono alloggi a gravit artificiale dove rifugiarsi. Il synthastim illegale, assolutamente vietato; ma chi nato nei Mondi di Guerra ne ha bisogno e sarai costretto a spendere cifre esorbitanti per procurartelo. I terrestri, poi, non sono allenati a reagire. So-

no persone diverse. Torna su Wellington, l sarai tra gente come te. Forse proprio per questo che voglio andare sulla Terra replic ostinato Kagen. Su Wellington sarei solo uno dei tanti veterani. Diavolo, tutti i militari che si congedano tornano alle loro vecchie caserme. Invece sulla Terra sono una celebrit. Sar il tipo pi svelto, quello pi forte di tutto quel dannato pianeta. Questo mi dar qualche vantaggio. Grady cominciava a innervosirsi. Che mi dici della gravit? E il synthastim? Dopo qualche tempo mi abituer alla gravit, non ci sono problemi. E non avr pi bisogno di migliorare velocit e resistenza, perci immagino di riuscire a fare a meno anche delle pillole. Grady si pass le dita fra i capelli in disordine e scosse la testa, dubbioso. Ci fu una lunga pausa di imbarazzato silenzio. Poi l'ufficiale si sporse sopra la scrivania. Improvvisamente, la sua mano schizz verso la pistola laser. Kagen reag. Si slanci in avanti, rallentato solo leggermente dai pochi raggi constrictor che ancora lo fasciavano. La sua mano cerc di raggiungere il polso di Grady. Fu bloccato di colpo: i raggi lo afferrarono brutalmente, irrigidendogli tutto il corpo, e lo scaraventarono a terra. Grady, che non aveva neppure toccato la pistola, si rimise a sedere. Il suo viso era pallido e scosso. Sollev leggermente una mano e i raggi allentarono la presa. Kagen cadde ai suoi piedi. Vedi, Kagen disse l'ufficiale questo piccolo test dimostra che sei in forma come sempre. Mi avresti raggiunto e bloccato, se i raggi non ti avessero rallentato. Te lo ripeto: abbiamo bisogno di gente con la tua preparazione e la tua esperienza. Ci servi per combattere i Hrangan. Rinnova la ferma. Nei gelidi occhi azzurri di Kagen ribolliva la rabbia. Al diavolo i Hrangan! esclam. Non firmer di nuovo e nessuno dei suoi maledetti trucchi riuscir a farmi cambiare idea. Io me ne vado sulla Terra e basta. Grady si copr il viso con le mani e sospir. Bene, Kagen, hai vinto disse finalmente. Inoltrer la tua domanda. Alz nuovamente lo sguardo e i suoi occhi scuri sembravano stranamente turbati. Sei stato un ottimo soldato, Kagen. Ci mancherai. Ti dico che rimpiangerai la tua decisione. Sei sicuro di non volerci ripensare? Assolutamente. La strana espressione svan di colpo dagli occhi di Grady, e il suo viso

riprese la solita maschera di annoiata indifferenza. Benissimo, puoi andare lo conged seccamente. I raggi non si staccarono da Kagen mentre si girava e lo scortarono fino all'esterno dell'edificio. Sei pronto, Kagen? chiese Ragelli, appoggiato con disinvoltura alla porta del cubicolo. Kagen raccolse la borsa da viaggio e gett un'ultima occhiata tutto intorno, per accertarsi di non avere dimenticato niente. Aveva preso tutto. La stanza era completamente vuota. Mi pare di s disse uscendo. Ragelli infil il casco di plastoide che teneva sotto il braccio e si affrett a raggiungere l'amico nel corridoio. Allora, ci siamo disse mettendosi al passo. Gi, tra una settimana sar a spassarmela sulla Terra, mentre a te verranno le vesciche sul sedere dentro il tuo smoking di duralloy. Ragelli sghignazz. Sar, ma ti ripeto che sei un idiota a volere andare sulla Terra, con tutti i posti che ci sono; potresti benissimo comandare un campo di addestramento su Wellington. Ammesso e non concesso che tu voglia davvero congedarti, che una follia... La porta degli alloggiamenti si apr scorrendo davanti a loro e i due uscirono all'aperto. Ragelli continuava a parlare. Una seconda guardia affianc Kagen dall'altra parte. Come Ragelli, portava l'armatura leggera da combattimento. Kagen indossava una candida divisa con galloni d'oro. Alla cintola era appesa una fondina di cuoio nero con una pistola laser da cerimonia, non funzionante. La tenuta era completata dagli stivali, anch'essi di cuoio nero, e da un casco d'acciaio lucido. Le mostrine azzurre sulle spalle indicavano il grado di ufficiale. Sul petto, mentre marciava, tintinnavano le medaglie. Tutta la sua squadra, la Terza assaltatori, era schierata sull'attenti nell'astroporto dietro gli alloggiamenti, per il saluto d'onore alla partenza. Lungo la rampa della navetta era in attesa un gruppo di alti ufficiali, tutti in piedi, circondati da schermi difensivi. In prima fila c'era il maggiore Grady: il suo volto annoiato appariva sfocato dietro gli schermi. Affiancato da due guardie, Kagen attravers lentamente la pista di cemento, sorridendo sotto il casco. Per tutto il campo si diffuse la musica degli ottoni e Kagen riconobbe l'inno di battaglia delle Forze di spedizione ferrane e quello di Wellington. Ai piedi della rampa si volt a guardare. La compagnia, al comando de-

gli ufficiali, present le armi: Kagen restitu il saluto e gli uomini si rimisero sull'attenti. Poi uno degli ufficiali della squadra usc dai ranghi e gli porse i documenti di congedo. Kagen li infil nella cintura, fece un cenno di saluto rapido e informale a Ragelli e sal di corsa sulla rampa, che si sollev lentamente dietro di lui. Dentro la navicella fu accolto da un uomo dell'equipaggio che lo salut con un breve cenno del capo. pronta per lei una cabina speciale. Mi segua. Il volo durer solo un quarto d'ora. Poi sar trasferito sulla nave stellare che la porter sulla Terra. Kagen annu e segu l'uomo nella cabina, che altro non era che un normalissimo locale vuoto con rinforzi di duralloy. Su una parete c'era uno schermo visore, di fronte una cuccetta antiaccelerazione. Rimasto solo, Kagen si distese, dopo avere appeso il casco a un gancio l accanto. Sent la pressione delicata dei raggi constrictor che lo assicuravano alla cuccetta. Dopo qualche minuto un rumore sordo provenne dal centro della navetta e Kagen avvert la forte spinta del decollo. Lo schermo, accesosi d'improvviso, mostrava il pianeta che rimpiccioliva sotto di loro. Una volta entrati in orbita, lo schermo si spense. Kagen cerc di mettersi a sedere, ma ancora non gli era possibile muoversi. I raggi lo tenevano inchiodato alla cuccetta. Fece una smorfia. Una volta in orbita, non era necessario che rimanesse sdraiato. Qualche imbecille si era dimenticato di sbloccare i raggi constrictor. Ehi grid, immaginando che in qualche angolo della cabina dovesse esserci un interfono. Questi dannati raggi sono ancora in funzione. Sbloccateli, voglio muovermi un po'. Nessuno rispose. Cerc di liberarsi con tutte le sue forze. Sembrava che la pressione dei raggi aumentasse, quei maledetti cominciavano a pizzicarlo. I cretini l fuori dovevano aver girato la manopola al contrario. Bestemmi tra i denti. No url. Adesso stringono di pi. Avete sbagliato a regolarli. La pressione, per, continuava ad aumentare e si erano aggiunti anche altri raggi che ormai ricoprivano il suo corpo come un lenzuolo invisibile e gli facevano male. Razza di imbecilli grid ancora pi forte. Piantatela, bastardi! In un impeto d'ira spinse contro i raggi con tutte le forze, imprecando. Non riu-

sciva pi a staccarsi dalla cuccetta. Uno dei raggi premeva all'altezza del taschino della divisa e gli conficc la Croce stellare nella pelle. Il bordo tagliente della decorazione aveva gi lacerato l'uniforme e si vedeva una macchia rossa che si allargava sulla stoffa candida. La pressione continuava a crescere e Kagen ebbe un fremito di dolore, contorcendosi tra quelle invisibili catene. Non c'era verso: la pressione era sempre maggiore e il numero dei raggi aumentava. Smettetela, bastardi, quando esco di qui vi faccio a pezzi. Mi state ammazzando, maledetti. Sent il sinistro scricchiolio di un osso che si spezzava per la pressione. Avvert un dolore acuto al polso destro. Un attimo dopo ud un altro rumore secco. Basta, maledetti! grid con una voce resa acuta dal dolore. Mi state ammazzando, mi state ammazzando! E di colpo si rese conto che era proprio cos. Grady lanci un'occhiata in tralice all'aiutante di campo che entrava nell'ufficio. S, che c'? L'aiutante, un giovane terrestre che si addestrava per prendere i gradi di ufficiale, fece un saluto scattante. Ci appena arrivato il rapporto dalla navetta, signore. finita. Ci chiedono che cosa devono fare del corpo. Nello spazio. Un posto vale l'altro. Sul suo viso spunt un pallido sorriso e scosse il capo. Peccato. Era un bravo combattente, ma dev'esserci stato qualche errore nell'addestramento psicologico. Bisogner mandare una nota di critica al preparatore delle caserme. Anche se strano che il difetto si sia presentato solo ora. Scosse di nuovo la testa. La Terra disse. Per un momento mi ha fatto venire il dubbio che fosse possibile. Ma quando ho fatto la prova con la mia pistola laser, ne sono stato certo. Impossibile, impossibile. Scosse le spalle. Come se avessimo mai lasciato che qualcuno nato nei Mondi di Guerra se ne andasse in giro per la Terra. Si rimise al lavoro tra le sue carte. Mentre l'aiutante stava per andarsene, Grady sollev ancora lo sguardo. Un'altra cosa disse. Non si dimentichi di trasmettere quel comunicato stampa sulla Terra. "Un eroe di guerra cade per l'esplosione di un'astronave colpita dai Hrangan": deve essere messo bene in risalto, mi raccomando. Le reti pi importanti riprenderanno la notizia e sar un'ottima pubbli-

cit. Le sue medaglie, le mandi su Wellington. Le vorranno per il museo della caserma. L'aiutante annu e Grady si rimise al lavoro, con la sua solita aria annoiata. "The Hero" copyright 1971 by UPD Publishing Corporation. Copyright renewed 2001 by George R.R. Martin. From "Galaxy", February 1971. L'USCITA PER SANTA BRETA All'inizio fu l'autostrada ad attirare la mia attenzione. Fino allora si era trattato di un viaggio assolutamente normale. Ero in vacanza, e stavo percorrendo la Southwest, in direzione di Los Angeles, con tutta calma. In questo, niente di nuovo, l'avevo gi fatto altre volte. Guidare il mio passatempo preferito; anzi, per essere precisi, adoro le auto in generale. Sono ormai poche le persone che trovano il tempo di guidare. I pi dicono che si va troppo piano. La macchina diventata praticamente obsoleta quando nel '93 hanno cominciato a produrre elicotteri a basso costo, dopo di che l'invenzione dello zaino gravitazionale individuale ha eliminato la poca vitalit che ancora aveva. Ma quando ero bambino, era diverso. A quei tempi tutti avevano l'automobile, ed eri considerato quasi un disadattato se non prendevi la patente appena avevi l'et per farlo. Io ho cominciato a interessarmi alle macchine prima dei vent'anni, e da allora non ho mai smesso. Comunque, quando erano cominciate le vacanze, avevo pensato che fosse l'occasione buona per provare il mio ultimo reperto: una macchina fantastica, un modello sportivo inglese della fine degli anni Settanta. Una Jaguar XKL. Non una delle pi classiche, lo ammetto, ma comunque una bella macchina. Si guidava benissimo. Viaggiavo per lo pi di notte, come al solito. C' qualcosa di speciale nel guidare quando buio. Le vecchie autostrade deserte sono avvolte da una particolare atmosfera al chiarore delle stelle, e le puoi quasi vedere com'erano un tempo: dinamiche e affollate, piene di vita, con le macchine incolonnate, un paraurti contro l'altro, a perdita d'occhio. Oggi non pi cos. Sono rimaste solo le strade, quasi sempre piene di crepe e ricoperte di erbacce. Il governo non pu pi farsi carico della loro manutenzione, in troppi hanno deplorato lo spreco di denaro pubblico. Del

resto, tirarle su sarebbe troppo costoso. Cos restano l e basta, un anno dopo l'altro, cadendo lentamente a pezzi. La maggior parte, per, ancora percorribile; costruivano bene le strade, una volta. C' ancora un po' di traffico: altri patiti delle auto come me, ovviamente, e gli ali-TIR, che possono scivolare sopra qualsiasi tipo di superficie, ma vanno pi veloci su quelle lisce, per cui in pratica non si scollano mai dalle vecchie autostrade. piuttosto terrificante quando un ali-TIR ti supera di notte. Vanno a circa duecento all'ora, e appena ne individui uno nello specchietto ce l'hai gi sopra la testa. Non si vede granch: solo una lunga striscia argentea; e un ululato risuona mentre passa. Poi sei di nuovo solo. Comunque sia, mi trovavo nel cuore dell'Arizona, appena fuori Santa Breta, quando per la prima volta feci caso all'autostrada, ma allora non notai molto. S, certo, era strano, ma non cos tanto. La strada di per s era normalissima: a otto corsie, senza pedaggio, con un bel fondo veloce, e correva dritta da un orizzonte all'altro. Di notte sembrava un nastro nero scintillante disteso sulle bianche dune del deserto. No, la cosa strana non era l'autostrada, ma le sue condizioni. Non me ne accorsi subito, mi stavo divertendo troppo. Era una notte fredda, limpida, senza stelle, e la Jaguar andava che era una meraviglia. Andava troppo bene. Fu questa la prima cosa che notai. Non c'erano gobbe, buche o crepe. La strada era in ottime condizioni, come se fosse stata appena costruita. S, avevo gi viaggiato su strade buone, semplicemente conservate meglio di altre: ce n' una fuori Baltimora che fantastica, e alcuni tratti della tangenziale di Los Angeles non sono male. Ma non avevo mai viaggiato su una cos bella. Era incredibile che potesse essere in condizioni del genere dopo tutti quegli anni senza manutenzione. E poi i lampioni erano tutti accesi, chiari e luminosi. Neanche uno danneggiato, spento o con la luce intermittente. Accidenti, non c'era nemmeno una lampadina fioca. La strada era perfettamente illuminata. Dopo di che cominciai a notare altre cose, per esempio i cartelli stradali. Quasi dappertutto sono spariti da tempo, rimossi da cacciatori di souvenir o da collezionisti di anticaglie, in ricordo di una vecchia America pi lenta. Non vengono pi rimpiazzati, dal momento che non servono. Ogni tanto ne trovi uno che stato dimenticato, ma ormai ridotto a un pezzo di metallo arrugginito dalla forma strana. Invece questa autostrada aveva i cartelli, quelli veri, che si possono leg-

gere. Per esempio: limiti di velocit, mentre da anni nessuno osserva pi un limite; dare la precedenza, quando di rado si incrocia qualcuno da lasciare passare; svolta, uscita, pericolo... cartelli di ogni genere, e tutti come nuovi. Ma la sorpresa maggiore furono le corsie. La vernice sbiadisce in fretta, e dubito che in America esista una strada dove puoi ancora distinguere le linee bianche mentre stai andando. Invece queste erano chiare e nitide, la vernice fresca e le otto corsie ben contrassegnate. S, era proprio una bella autostrada, come quelle di un tempo. Ma non aveva senso, non poteva essersi conservata cos bene dopo tutti quegli anni. Quindi qualcuno doveva averne curato la manutenzione, ma chi? Chi mai si sarebbe preso la briga di riparare una strada su cui passava solo una mezza dozzina di persone l'anno? Un costo astronomico, senza alcun ritorno. Stavo ancora cercando di capire, quando apparve l'altra automobile. Avevo appena oltrepassato un grande segnale rosso che indicava l'uscita 76, quella per Santa Breta, quando la vidi. Era solo un puntino all'orizzonte, ma sapevo che doveva trattarsi di un altro automobilista. Non poteva essere un ali-TIR, perch evidentemente io andavo pi veloce, quindi doveva essere un'altra macchina, un altro aficionado come me. Era un'occasione singolare, maledettamente difficile incontrare un'altra macchina per la strada. Certo, ci sono i raduni, come il Fresno Festival su ruote e l'Ingorgo annuale dell'Associazione americana automobilisti, ma hanno qualcosa di troppo artificioso per i miei gusti. Incontrare qualcuno su un'autostrada tutta un'altra cosa. Premetti un po' sull'acceleratore e arrivai a centoventi. La Jaguar potrebbe fare di meglio, ma io non sono un patito della velocit come certi miei simili. Stavo guadagnando rapidamente terreno. Dalla velocit con cui mi avvicinavo, l'altra macchina non doveva fare pi dei settanta. Quando fui abbastanza vicino, diedi un colpo di clacson per attirare l'attenzione, ma sembrava non mi avessero sentito. O, almeno, non lo diedero a vedere. Suonai di nuovo. Poi, d'un tratto, riconobbi la marca. Era una Edsel. Non credevo ai miei occhi. un vero classico, insieme alla Stanley Steamer e al Modello T. Le poche rimaste in circolazione oggi valgono una vera fortuna. E questa era una delle pi rare, uno dei primi modelli, quelli con il muso

strano. Ne rimanevano solo tre o quattro al mondo, e non erano in vendita, per nessuna cifra. Una vera leggenda automobilistica, e adesso era l davanti a me in autostrada, in tutta la sua bruttura, proprio come il giorno in cui era uscita dalla catena di montaggio della Ford. Mi affiancai e rallentai per restare alla stessa altezza. Non posso dire di essermi soffermato tanto sul suo stato di conservazione. La macchina era sporca, con la vernice bianca scrostata e tracce di ruggine sulla parte bassa delle portiere, ma era pur sempre una Edsel, e poteva essere tranquillamente restaurata. Suonai ancora per attirare l'attenzione dell'autista, che per continu a ignorarmi. C'erano cinque persone a bordo, stando a quello che vedevo, evidentemente una famiglia in gita. Dietro una donna piccola e robusta cercava di calmare due bambini che sembravano litigare. Il marito dormiva sul sedile anteriore, mentre un giovanotto, probabilmente il figlio, stava al volante. Ci restai male. Il conducente era giovanissimo, forse neanche ventenne, e mi irritava l'idea che a quell'et avesse il privilegio di guidare un simile tesoro. Avrei voluto essere al suo posto. Avevo letto molto sulla Edsel; i libri sulle automobili erano prodighi di informazioni. Era un caso unico, il peggiore disastro del settore. Attorno al suo nome erano nati innumerevoli miti e leggende. Nelle stazioni di rifornimento e nei garage anneriti sparsi per la nazione, dove i maniaci delle auto si ritrovano per fare un po' di manutenzione e chiacchierare, girano ancora oggi molte storie sulla Edsel. Si dice che era stata costruita fuori misura per la maggior parte dei garage, che era tutta potenza e niente freni. La definiscono la macchina pi brutta mai disegnata, e sono ancora in circolazione vecchie battute sul suo nome. Stando a una diceria molto diffusa, se la fai andare abbastanza forte, l'aria vorticando attorno al cofano produce uno strano sibilo. Tutti i sogni, le tragedie e i misteri legati alle vecchie automobili sono condensati nella Edsel, e le storie su di lei vengono ricordate e tramandate quando ormai le sue sfavillanti contemporanee sono da tempo un ammasso di rottami negli sfasciacarrozze. Mentre avanzavo al suo fianco, tutte le vecchie leggende su quella macchina mi erano tornate alla memoria come un fiume in piena, e mi persi nella nostalgia. Provai con qualche altro colpo di clacson, ma l'autista sembrava deciso a ignorarmi, quindi ben presto lasciai perdere. Tra l'altro, stavo cercando di sentire se il cofano fischiava davvero. Mi sarei dovuto accorgere allora della stranezza dell'insieme: la strada,

la Edsel, il modo in cui mi ignoravano. Ma ero troppo preso dai miei pensieri per essere in grado di riflettere, e riuscivo a stento a tenere d'occhio la strada. Avrei voluto parlare con i proprietari, certo, e magari fare anche un giretto. Visto che erano stati cos scortesi da non fermarsi, decisi di seguirli finch non avessero fatto rifornimento di cibo o di benzina. Quindi rallentai e mi misi dietro di loro. Volevo stare vicino senza tallonarli, per cui mi piazzai sulla corsia alla loro sinistra. Mentre li pedinavo, ricordo di aver pensato che il proprietario doveva essere un vero patito: si era addirittura preso la briga di cercare un'autentica rarit, una targa d'epoca, di quelle che non si usano pi da anni. Stavo ancora rimuginando su queste cose, quando oltrepassammo il cartello che annunciava l'uscita 77. Il ragazzo al volante della Edsel sembr agitarsi di colpo; si volt e guard indietro, come per dare un'altra occhiata al cartello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Poi, senza alcun preavviso, la Edsel sterz bruscamente nella mia corsia. Inchiodai, ma ovviamente non avevo speranze. Successe tutto in una frazione di secondo. Ci fu un orribile stridio, e ho in mente il viso terrorizzato del ragazzo poco prima che le due macchine si scontrassero. Poi lo schianto. La Jaguar urt la Edsel sul fianco, sfondando il vano del posto di guida a settanta all'ora, poi and a sbattere contro il guardrail e si ferm. La Edsel, colpita in pieno, si capovolse al centro della strada. Non ricordo n di essermi tolto la cintura di sicurezza n di essere uscito dalla macchina, ma devo averlo fatto, perch l'immagine successiva di me che striscio carponi sull'asfalto, stordito ma incolume. Avrei dovuto cercare di fare subito qualcosa per rispondere alle grida di aiuto provenienti dalla Edsel. Ma non lo feci. Stavo ancora tremando, sotto shock. Non so quanto tempo pass, poi la Edsel esplose e cominci a bruciare. Le grida improvvisamente si fecero pi acute, dopo di che cal il silenzio. Quando mi decisi a rimettermi in piedi, il fuoco aveva ormai finito di ardere, ed era troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Io per avevo ancora la mente annebbiata: riuscii a scorgere delle luci in lontananza, sulla strada che proseguiva dalla rampa di uscita. Mi incamminai in quella direzione. Quel tragitto mi sembr eterno, non riuscivo ad andare dritto e continuavo a inciampare. L'illuminazione della strada era fioca, e facevo fatica a

vedere dove mettere i piedi. Cadendo mi ero graffiato le mani. Fu l'unica ferita che riportai nell'incidente. Le luci provenivano da un piccolo caff, un locale squallido che aveva cintato una parte dell'autostrada abbandonata facendone un aeroparcheggio privato. Quando arrivai barcollando sulla soglia, c'erano solo tre avventori, ma uno di loro era un agente della polizia locale. C' stato un incidente dissi dalla porta. Serve aiuto. Il poliziotto fin il caff d'un fiato, poi si alz. Uno scontro di elicotteri? chiese. Dov' successo? Io scossi la testa. No, automobili. Un tamponamento sull'autostrada, la vecchia interstatale. Indicai vagamente la direzione da cui ero venuto. Il poliziotto si ferm di colpo a met del bar e si rabbui. Gli altri scoppiarono a ridere. Diamine, sono vent'anni che quella strada inservibile esclam un tipo grasso, dall'altro angolo della stanza. cos piena di buche che la usiamo per i corsi di golf aggiunse, ridendo da solo della battuta. Il poliziotto mi guard con sospetto. Vada a casa a smaltire la sbornia. Non vorrei doverla arrestare. E fece per tornare a sedersi. Io avanzai di un passo. Dannazione, la verit dissi, questa volta pi arrabbiato che intontito. E non sono ubriaco. C' stato uno scontro sull'interstatale, e delle persone sono rimaste intrappolate... La mia voce si affievol quando mi resi conto che qualsiasi aiuto sarebbe arrivato troppo tardi. Il poliziotto continuava a guardarmi perplesso. Forse dovresti andare a dare un'occhiata sugger la cameriera da dietro il bancone. Potrebbe essere vero. L'anno scorso c' stato un incidente su un'autostrada nell'Ohio. Ricordo di aver visto un servizio su 3V. Gi, penso anch'io convenne alla fine l'agente. Andiamo, giovanotto. Spero per lei che mi abbia detto la verit. Attraversammo in silenzio l'aeroparcheggio e salimmo sull'elicottero a quattro posti della polizia. Dopo avere azionato le pale, l'agente mi guard e disse: Se vero, lei e l'altro vi meritate una medaglia. Lo guardai allibito. Intendo dire che probabilmente siete gli unici a essere transitati per quella strada negli ultimi dieci anni, e siete anche riusciti a scontrarvi. Be', ci vuole una certa abilit, no? Scosse la testa pensieroso. Non da tutti, per questo dico che dovrebbero darvi una medaglia. L'interstatale non era cos lontana dal caff come mi era sembrato all'an-

data. Una volta decollati, impiegammo meno di cinque minuti. Ma c'era qualcosa di strano: la strada dall'alto sembrava diversa. E d'un tratto capii perch. Era pi buia, molto pi buia. I lampioni erano quasi tutti spenti, e i pochi accesi facevano una luce fioca e tremolante. Mentre io rimanevo seduto, confuso, il poliziotto balz a terra nel cono di luce giallastra di un lampione. Scesi anch'io, come trasognato, e incespicai in una delle buche che si aprivano nell'asfalto. Era piena di erbacce e molte ne spuntavano anche dalle crepe che ricoprivano l'autostrada come una ragnatela. Cominci a martellarmi la testa. Non aveva senso, niente aveva senso; non capivo che cosa accidenti stesse succedendo. L'agente mi raggiunse facendo il giro attorno all'elicottero, con un sensore med portatile appeso alla spalla con una cinghia di cuoio. Muoviamoci disse. Allora, dov' l'incidente? Lungo la strada, credo mormorai incerto. Non c'era traccia della mia macchina e stavo cominciando a credere che forse eravamo sulla strada sbagliata, anche se non capivo come fosse possibile. Invece la strada era giusta. Qualche minuto dopo trovammo la mia auto, ferma vicino al guardrail in un tratto buio dell'autostrada, dove erano saltate tutte le lampadine. S, era proprio la mia macchina, solo che non aveva neanche un graffio. Della Edsel, neppure l'ombra. Ricordo in che stato avevo lasciato la mia Jaguar: il parabrezza rotto, tutta la parte anteriore sfasciata, il parafango sinistro ammaccato dove aveva sbattuto contro il guardrail. Ed eccola l, in condizioni perfette. Mentre esaminavo la mia macchina, l'agente, accigliato, mi punt addosso il sensore med. Be', non in stato di ebbrezza disse alla fine, alzando lo sguardo. Quindi non la porter dentro, anche se dovrei. Ecco adesso che cosa far, signore. Salir su quel cimelio, far manovra e sparir da qui al pi presto. Perch se dovessi vederla ancora in giro, passer dei guai. Siamo intesi? Avrei voluto protestare, ma non trovai le parole. Che cosa avrei potuto dire di sensato? Perci mi limitai ad annuire. L'agente si volt disgustato, borbottando qualcosa sulle burle, e si diresse verso l'elicottero. Quando se ne fu andato, mi avvicinai alla Jaguar e appoggiai una mano sul cofano, incredulo, temendo di essere impazzito. Invece era tutto vero, e quando girai la chiave dell'accensione, il motore rugg in maniera rassicurante, e i fanali diradarono le tenebre. Restai seduto a lungo prima di porta-

re la macchina al centro della strada, per fare un'inversione a U. Il tragitto fino a Santa Breta fu lungo e accidentato. Era un continuo susseguirsi di buche e, data la scarsa illuminazione e le infide condizioni del fondo, dovevo tenere la velocit al minimo. Era una strada orrenda, su questo non c'erano dubbi. In genere facevo di tutto per evitare carreggiate del genere, c'erano troppi rischi di forare. Riuscii ad arrivare fino a Santa Breta senza incidenti, avanzando pian pianino. Erano le due di notte quando entrai in citt. La rampa d'uscita, come il resto dell'autostrada, era buia e piena di crepe, e non era segnalata da alcun cartello. Ricordai, da altre escursioni nella zona, che a Santa Breta c'erano un grande garage per gli appassionati e una stazione di rifornimento, cos ci andai e controllai la macchina insieme a un giovane inserviente notturno dall'aria annoiata. Dopo di che raggiunsi a piedi il motel pi vicino. Una notte di sonno, pensavo, avrebbe messo tutto a posto. Invece non fu cos. La mattina mi alzai ancora confuso, anzi, forse pi di prima. Una vocina nella testa continuava a ripetermi che era stato tutto un brutto sogno. Scacciai quel pensiero tentatore e cercai di rimettere insieme i pezzi. Continuai a riflettere anche sotto la doccia, durante la colazione e nel breve tragitto fino alla stazione di rifornimento, ma senza fare alcun progresso. O il mio cervello mi aveva giocato un brutto tiro, oppure la notte prima doveva essere successo qualcosa di strano. Non volendo credere alla prima ipotesi, cercai di andare a fondo della seconda. Il proprietario, un arzillo vecchietto sugli ottant'anni, era di turno alla stazione di rifornimento. Indossava una tuta da meccanico vecchio stile, un tocco eccentrico. Mi salut gentilmente quando ritirai la mia Jaguar. Che piacere vederla disse. Dove se ne va di bello, oggi? Los Angeles. Questa volta prendo l'autostrada. Al sentire quelle parole, il vecchio inarc le sopracciglia. L'interstatale? Pensavo che avesse pi giudizio. Quella strada un disastro, non va bene per una macchina bella come la sua. Non avevo il coraggio di cercare di spiegare, cos mi limitai ad accennare un sorriso e lasciai che andasse a prendere la Jaguar. Era stata lavata, controllata, ed era stato fatto il pieno. Era in forma smagliante. Guardai rapidamente se c'erano ammaccature, ma non vidi neanche un segno. Quanti clienti abituali avete da queste parti? chiesi al vecchio, mentre

pagavo. Intendo collezionisti della zona, non gente di passaggio. Alz le spalle. Saranno un centinaio in tutto lo Stato, e la maggior parte viene da noi. Abbiamo la benzina migliore e l'unico servizio di assistenza decente nei paraggi. Qualcuno con una bella collezione? Pi di uno rispose. C' un tipo che viene sempre con una PierceArrow. Un altro, specializzato negli anni Quaranta, ha dei bei pezzi e anche in buono stato. Annuii. Qualcuno da queste parti ha una Edsel? domandai. Difficile rispose. Nessuno dei nostri clienti cos ricco. Come mai le interessa? Decisi di procedere, per cos dire, con cautela. L'altra notte ne ho incrociata una, per non sono riuscito a parlare con il proprietario. Pensavo che magari potesse essere qualcuno della zona. L'uomo non ebbe alcuna reazione, per cui feci per salire sulla Jaguar. Nessuno della zona disse, mentre chiudevo la portiera. Sar stato qualcuno di passaggio. Curioso, per, incontrarlo su una strada del genere. Non facile... Poi, mentre stavo girando la chiave dell'accensione, spalanc la bocca. Aspetti un momento! url. Ha detto sulla vecchia interstatale? Ha visto una Edsel sull'interstatale? Spensi di nuovo il motore. Proprio cos risposi. Accidenti esclam. Me n'ero quasi dimenticato, passato cos tanto tempo. Era una Edsel bianca? Con cinque persone a bordo? Aprii la portiera e scesi. S, esatto confermai. Sa dirmi qualcosa? Il vecchio mi prese per le spalle. Aveva una strana luce negli occhi. L'ha vista soltanto? mi chiese, scuotendomi. sicuro che non sia successo altro? Esitai un momento, sentendomi un idiota. No ammisi alla fine. Ci siamo scontrati, s, credo che ci siamo scontrati. Ma poi... Feci un gesto verso la Jaguar. Il vecchio mi prese entrambe le mani e scoppi a ridere. Ancora, dopo tutti questi anni mormor. Che cosa sa? chiesi. Che cosa diavolo successo la notte scorsa? Lui sospir. Venga, le racconto tutto. accaduto pi di quarant'anni fa mi disse, davanti a una tazza di caff in un bar all'angolo della strada. Erano gli anni Settanta, una famiglia sta-

va andando in vacanza. Il ragazzo e il padre si alternavano alla guida. Avevano prenotato un albergo a Santa Breta, ma al volante c'era il ragazzo, era tarda notte e chiss come manc l'uscita, non la vide proprio. Finch arriv all'uscita 77: deve essersi spaventato moltissimo quando vide il cartello. Chi conosceva la famiglia diceva che il padre era un vero bastardo, e gli avrebbe fatto pagare cara quella disattenzione. Non sappiamo che cosa sia successo, ma si pensa che il ragazzo sia stato preso dal panico: aveva la patente da appena due settimane, cos cerc di fare un'inversione a U e ritornare verso Santa Breta. L'altra macchina gli entr nella fiancata. Il guidatore della seconda auto non aveva agganciato le cinture, sfond il parabrezza, atterr sul selciato e mor sul colpo. I passeggeri a bordo della Edsel non furono altrettanto fortunati: la macchina si capovolse ed esplose, con loro intrappolati dentro. Morirono tutti e cinque carbonizzati. Provai un brivido ricordando le urla provenienti dall'auto in fiamme. Ma ha detto che stato quarant'anni fa, come spiega quello che mi successo la notte scorsa? Adesso ci arrivo replic il vecchio. Prese una ciambella e la intinse nel caff, masticando pensieroso. Il secondo fatto accadde circa due anni dopo riprese. Un tipo denunci uno scontro alla polizia. Uno scontro con una Edsel, a tarda notte, sull'interstatale. La descrizione era la replica esatta dell'altro incidente, solo che una volta arrivati sul posto la sua macchina non aveva neanche un graffio, e non c'erano tracce dell'altra. Be', il ragazzo era della zona, per cui la faccenda fu liquidata come una bravata per farsi pubblicit, ma un anno dopo un altro tizio raccont la stessa storia. Questa volta era uno che veniva da fuori, impossibile che avesse sentito del primo incidente. La polizia non sapeva che pesci pigliare. Negli anni si ripetuto altre volte, con alcune costanti: era sempre notte fonda, l'uomo coinvolto era da solo in macchina e non c'erano n altre auto nelle vicinanze n testimoni, come all'epoca del primo incidente, quello vero. Gli scontri avvenivano sempre poco dopo l'uscita 77, dove la Edsel aveva curvato per fare l'inversione. Molti cercarono di trovare una spiegazione: allucinazioni, si ipotizz, colpi di sonno oppure una truffa, sostenne qualcuno. Ma c'era un'unica ragione sensata, la pi semplice: la Edsel era un fantasma. I giornali sfruttarono la notizia, chiamarono l'interstatale "l'autostrada abitata dagli spiriti". Il vecchio si interruppe, fin di bere il caff, poi fiss la tazza pensieroso.

Be', gli incidenti si sono ripetuti negli anni, ogni volta che si presentavano tutte le condizioni, fino al '93. Poi il traffico cominci a diminuire, sempre meno gente usava l'interstatale, e cos calarono anche gli incidenti. Alz gli occhi su di me. Lei stato il primo dopo oltre vent'anni. Me ne ero quasi dimenticato. Poi abbass di nuovo lo sguardo e rimase in silenzio. Ripensai per qualche minuto a quello che aveva raccontato. Non so dissi alla fine, scuotendo la testa. Coincide tutto, ma un fantasma? Io non credo alla loro esistenza, lo trovo cos assurdo. Non direi ribatt il vecchio, lanciandomi un'occhiata. Ripensi alle storie di fantasmi che leggeva da bambino. Che cosa avevano in comune? Rabbrividii. Non lo so. Una morte violenta. I fantasmi erano il risultato di omicidi, esecuzioni, sangue e violenza. Le case infestate dai fantasmi erano sempre posti dove qualcuno, cento anni prima, aveva fatto una brutta fine; ma nell'America del ventesimo secolo le morti violente non avvenivano nei castelli o nelle fortezze, bens sulle autostrade intrise di sangue, dove ogni anno perdevano la vita migliaia di persone. Un fantasma moderno non potrebbe vivere in un castello o impugnare una falce: abita in un'autostrada e guida l'automobile. Che cosa c' di pi logico? In effetti era sensato. Annuii. Ma perch proprio questa autostrada? Perch proprio questa macchina? morta cos tanta gente sulle strade, perch questo caso speciale? Il vecchio alz le spalle. Non lo so. Che cosa rende un omicidio diverso da un altro? Perch solo alcuni originano dei fantasmi? Chi lo pu dire? Ma ho sentito diverse teorie. Secondo alcuni la Edsel condannata ad abitare per sempre l'autostrada perch, in un certo senso, l'assassino: ha provocato l'incidente, quelle morti. Questa la sua punizione. Pu darsi mormorai dubbioso. Ma perch tutta la famiglia? Si potrebbe dire che stata colpa del ragazzo. O del padre, per avergli permesso di guidare con cos poca esperienza. Ma il resto della famiglia? Perch dovrebbe essere punito? vero ammise il vecchio. Personalmente non credo a questa teoria. Io ho un'altra spiegazione. Mi guard fisso negli occhi. Penso che si siano persi disse. Persi? ripetei, e lui annu. Proprio cos ribad. A quell'epoca, quando le strade erano piene di traffico, non potevi semplicemente fare inversione quando sbagliavi uscita. Dovevi proseguire, a volte per chilometri, prima di poter tornare indietro.

Alcuni raccordi stradali erano cos complicati che rischiavi di non trovare pi la via per il ritorno. E secondo me quello che successo alla Edsel. Hanno sbagliato uscita, e adesso non sanno pi ritrovarla, e devono continuare ad andare avanti, per sempre. Sospir, si volt e ordin un altro caff. Bevemmo in silenzio, poi ritornammo alla stazione di rifornimento. Presi la Jaguar e andai dritto alla biblioteca comunale. Nei file dei vecchi giornali trovai tutto: i dettagli del vero scontro, l'incidente di due anni dopo e poi gli altri, a cadenza irregolare. La stessa storia, la stessa dinamica, ogni volta uguale. Tutto era identico, perfino le grida. La notte in cui mi rimisi in viaggio, la vecchia autostrada era buia. Non c'erano n cartelli stradali n linee bianche, solo un'infinit di crepe e buche. Guidai lentamente, immerso nei miei pensieri. Qualche chilometro dopo Santa Breta mi fermai e scesi dall'auto. Restai l, sotto le stelle, quasi fino all'alba, a guardare e ascoltare. Ma i lampioni erano spenti e non vidi niente. Per, verso mezzanotte, ci fu uno strano fischio in lontananza, che aument rapidamente fino ad arrivare sopra la mia testa, e poi svan altrettanto rapidamente. Poteva essere stato un ali-TIR, spuntato da qualche parte oltre l'orizzonte, immagino; non ho mai sentito quei mezzi fare un rumore del genere, ma pu darsi che sia cos. Io per non ci credo. Credo che fosse il sibilo dell'aria che vorticava attorno al cofano di una Edsel bianca arrugginita, su un'autostrada infestata dai fantasmi che non troverai su nessuna carta stradale. Penso che fosse il grido di una povera auto smarrita, che cerca in eterno l'uscita per Santa Breta. "The Exit to San Breta" copyright 1971 by Ultimate Publishing Company, Inc. Copyright renewed 2001 by George R.R. Martin. From "Fantastic Stories", February 1972. SOLITUDINE DEL SECONDO TIPO 18 giugno - Oggi il mio sostituto partito dalla Terra. Certo, ci vorranno almeno tre mesi prima che arrivi, ma in viaggio. decollato dal Capo, proprio come ho fatto io, quattro lunghi anni fa. Alla stazione Komarov passer su una navetta lunare, poi far un altro

cambio in orbita attorno alla Luna, alla stazione Deepspace. A quel punto inizier il viaggio vero. Fino ad allora sar come se fosse rimasto nel cortile di casa. Se ne accorger, anzi, lo sentir, come successo a me quattro anni fa, solo quando la Caronte partir da Deepspace e si immerger nelle tenebre, e la Terra e la Luna svaniranno alle sue spalle. Ovviamente sapeva fin dall'inizio che non si pu tornare indietro, ma una cosa saperlo e un'altra sentirlo: a quel punto lo sentir. Ci sar una sosta in orbita attorno a Marte, per scaricare i rifornimenti per Burroughs City, e altre tappe nella cintura, ma poi la Caronte comincer ad acquistare velocit. Andr velocissima quando raggiunger Giove, e ancora di pi quando lo superer, usando la gravit di quell'enorme pianeta come una fionda per incrementare la propria accelerazione. Dopo non ci saranno altre soste per la Caronte, fino a quando arriver da me, qui, sull'anello stellare Cerbero, sei milioni di chilometri dopo Plutone. Il mio sostituto avr molto tempo per riflettere, come successo a me. E lo sto ancora facendo adesso, dopo quattro anni. Del resto qui non ci sono tante alternative: le navi stellari sono rare, e dopo un po' ne hai abbastanza di film, dischi e libri, allora rifletti. Pensi al tuo passato e immagini il futuro, cercando di evitare che la solitudine e la noia ti facciano uscire fuori di testa. Sono stati quattro lunghi anni, ma adesso sono quasi finiti, e sar bello tornare. Voglio camminare ancora sull'erba, vedere le nuvole e mangiare una macedonia con il gelato. Per non rimpiango di essere venuto, penso che questi quattro anni da solo nell'oscurit mi abbiano fatto bene. Non ho la sensazione di avere perso qualcosa. I giorni sulla Terra mi sembrano lontanissimi, ma volendo posso farli affiorare di nuovo alla memoria. I ricordi non sono tutti piacevoli: all'epoca ero molto incasinato. Avevo bisogno di tempo per pensare, e il tempo qui non manca. L'uomo che torner indietro sulla Caronte non sar lo stesso che arrivato qui quattro anni fa. La mia vita sulla Terra sar completamente diversa, ne sono sicuro. 20 giugno - Oggi una nave. Ovviamente non sapevo del suo arrivo. Non lo so mai. Le navi stellari sono irregolari e le energie che mi circondano quass trasformano i segnali radio in un caos crepitante. Quando la nave penetrata nel campo elettro-

statico, gli scanner della stazione avevano gi rilevato e segnalato la sua presenza. Si trattava senza dubbio di una nave stellare. Molto pi grande dei vecchi carcassoni arrugginiti come la Caronte, e ben equipaggiata per resistere alle sollecitazioni del vortice dello spazio nullo. arrivata diretta, senza accennare a rallentare. Mentre mi stavo dirigendo verso la sala di controllo per mettere le cinture, un pensiero mi ha attraversato la mente: avrebbe potuto essere l'ultima. Probabilmente no, certo, mancano ancora tre mesi, e nel frattempo pu passarne un'altra dozzina, ma chi lo sa? Le navi stellari, come ho detto, sono imprevedibili. Non ho idea del perch, ma quel pensiero mi turbava. Le navi sono state per quattro anni parte della mia vita, una parte importante, e forse quella di oggi era l'ultima. In questo caso, la voglio trattenere, la voglio ricordare; giustamente, rifletto. Quando le navi arrivano, tutto il resto qui acquista un senso. La sala di controllo si trova nel cuore dei miei alloggi. il centro di tutto: da qui partono i nervi, i tendini e i muscoli della stazione, ma non particolarmente scenografica. una stanza piccolissima e, quando le porte scorrevoli sono chiuse, pareti, pavimento e soffitto sono tutti di un bianco impersonale. All'interno c' solo una console a ferro di cavallo, che si snoda attorno a una poltrona imbottita. Oggi mi sono seduto, forse per l'ultima volta, su quella poltrona. Ho allacciato le cinture, ho messo le cuffie e abbassato il casco. Poi ho allungato il braccio per attivare i comandi. E la stanza scomparsa. Ovviamente si tratta di ologrammi, lo so, ma non fa alcuna differenza quando siedo su quella poltrona. In quel momento, per quanto mi riguarda, non sono pi nella stanza, ma l fuori, nel vuoto. La plancia ancora l, e anche la poltrona; il resto per sparito. Al suo posto la penosa oscurit dilaga sopra, sotto e anche intorno a me. Il Sole in lontananza solo una stella in mezzo a tante, tutte terribilmente distanti. sempre cos, era cos anche oggi. Una volta azionato l'interruttore, ero solo nell'universo, tra le stelle indifferenti e l'anello, l'anello stellare Cerbero. Ho visto l'anello come se lo guardassi dall'esterno, dall'alto in basso. una struttura enorme, anche se da qua fuori appare come un sottile filo

d'argento perso nell'immensit delle tenebre. Io invece so che gigantesco. La zona in cui vivo occupa soltanto un grado della sua circonferenza, il cui diametro misura pi di cento chilometri. Il resto sono circuiti, scanner e accumulatori di energia. E motori: i motori assopiti dello spazio nullo. L'anello ruotava silenzioso sotto di me, con la parte pi lontana protesa verso il nulla. Ho schiacciato un pulsante sulla console: ai miei piedi, i motori dello spazio nullo si sono ridestati. Al centro dell'anello era nata una nuova stella. All'inizio era solo un puntino nell'oscurit, questa volta di un colore verde brillante, ma non sempre, e non a lungo; lo spazio nullo ha tanti colori. Se avessi voluto, avrei potuto vedere anche la parte lontana dell'anello, che splendeva di luce propria. I motori dello spazio nullo, vivi e attivi, impiegano un'incalcolabile quantit di energia per ingrandire un buco in quello spazio. Il buco esisteva da molto tempo prima di Cerbero, prima dell'uomo. Gli uomini lo scoprirono, per puro caso, quando raggiunsero Plutone, e ci costruirono intorno l'anello. Pi tardi trovarono altri due buchi, e costruirono altri anelli stellari. I buchi erano piccoli, troppo piccoli, ma potevano essere allargati. Potevano essere tenuti temporaneamente aperti, a prezzo di un grande dispendio di energia. L'energia grezza veniva riversata in quel minuscolo, impercettibile foro nell'universo, finch la placida superficie dello spazio nullo non si fosse contratta e poi rilasciata, formando il vortice. Ed era quello che stava succedendo. La stella al centro dell'anello cresceva e si appiattiva. Era non un globo, ma un disco scintillante, l'oggetto pi luminoso del firmamento. E aumentava a vista d'occhio. Dal disco verde roteante si irradiavano lame arancioni simili a fiamme, e poi si ritraevano, e fuoriuscivano fili di fumo bluastri; macchie rosse danzavano e balenavano in mezzo al verde, si allargavano e si perdevano. Tutti i colori hanno cominciato a fondersi. Le dimensioni della stella piatta, variopinta e roteante continuavano a duplicarsi. Pochi minuti prima non esisteva, adesso riempiva tutto l'anello, premeva contro le pareti argentee, bruciandole con la sua spaventosa energia. Ha cominciato a ruotare velocemente, sempre pi velocemente, come un gorgo nello spazio, un mulinello di fiamme e colori. Il vortice. Il vortice dello spazio nullo. Un ciclone ululante che non un ciclone e che non ulula, perch nello spazio non esiste il suono.

Ecco che cosa diventata la nave stellare. All'inizio era una stella in movimento, poi ha assunto forma e contorni visibili a una tale velocit che la mia vista umana faticava a starle dietro. Si trasformata in un proiettile argento scuro nell'oscurit, una pallottola sparata nel vortice. La direzione era giusta. La nave arrivata molto vicino al centro dell'anello. I colori vorticanti l'hanno avvolta. Ho azionato i comandi. Pi rapidamente di come si era creato, il vortice sparito, e ovviamente anche la nave. Ancora una volta c'eravamo soltanto io, l'anello e le stelle. Poi ho spinto un altro pulsante, e mi sono ritrovato di nuovo nella sala di controllo bianca e vuota. Mi sono tolto le cinture, forse per l'ultima volta. In un certo senso, ho sperato che non fosse cos. Non ho mai pensato di poter provare nostalgia per questo posto, invece ora so che mi mancheranno le navi stellari, mi mancheranno momenti come quello di oggi. Spero di poterne rivivere altri, prima di darci un taglio per sempre. Desidero sentire i motori dello spazio nullo risvegliarsi di nuovo sotto le mie mani, e vedere il vortice agitarsi e ribollire mentre io fluttuo da solo in mezzo alle stelle. Almeno una volta ancora, prima di ripartire. 23 giugno - Quella nave stellare mi ha fatto riflettere pi del solito. Stranamente, con tutte le navi che ho visto passare attraverso il vortice, non mi mai venuto in mente di guidarne una. Dall'altra parte dello spazio nullo c' un altro mondo, completamente diverso, Second Chance, un pianeta verde lussureggiante che ruota intorno a una stella cos lontana che gli astronomi si chiedono se faccia ancora parte della nostra galassia. La cosa strana dei buchi che, finch non ci entri, non puoi sapere con certezza dove portino. Da ragazzino ho letto molto sui viaggi stellari. La maggior parte della gente non ci credeva, ma gli altri citavano sempre Alfa Centauri come il primo sistema che sarebbe stato esplorato e colonizzato, perch il pi vicino e cose di questo genere. buffo quanto si ingannavano. Al contrario, le nostre colonie orbitano attorno a soli che noi non possiamo neanche vedere. E non penso che andremo mai su Alfa Centauri... Per un motivo o per l'altro non ho mai pensato alle colonie in relazione a me. Nemmeno adesso. La Terra stata il teatro del mio fallimento, dovr assistere al mio successo: le colonie sarebbero solo un'altra scappatoia. Come Cerbero?

26 giugno - Una nave oggi. Quella dell'altra volta, quindi, non era l'ultima. E questa, chiss? 29 giugno - Perch un uomo si offre volontario per un lavoro del genere? Perch finisce su un anello d'argento, sei milioni di chilometri oltre Plutone, per sorvegliare un buco nello spazio? Perch butta via quattro anni della sua vita da solo nell'oscurit? Perch? I primi giorni me lo domandavo. Allora non sapevo che cosa rispondere, adesso forse s. A quei tempi rimpiangevo amaramente l'impulso che mi aveva portato qui. Ora penso di averlo capito. E non fu un vero e proprio impulso: scappai su Cerbero, scappai per sfuggire alla solitudine. Non ha senso? Invece s. Conosco bene la solitudine: stato il tema centrale della mia vita. Sono sempre stato solo, da quando riesco a ricordare. Ma esistono due tipi di solitudine. La maggior parte della gente non si accorge della differenza, io s. Li ho sperimentati entrambi. Si parla e si scrive della solitudine degli uomini che fanno funzionare le navi stellari, i fari dello spazio eccetera. Ed vero. A volte, qui, su Cerbero, penso di essere l'unico uomo in tutto l'universo. La Terra era solo un sogno dovuto alla febbre, le persone che ricordo solo creature della mia fantasia. A volte ho cos tanta voglia di qualcuno con cui parlare che urlo, e comincio a battere i pugni contro le pareti. A volte la noia si impadronisce di me e mi fa quasi impazzire. Ma ci sono anche altre volte, per esempio quando arrivano le navi stellari, quando esco per fare delle riparazioni, o semplicemente siedo sulla poltrona di comando, immaginando me stesso nell'oscurit a guardare le stelle. Solo? S, ma di una solitudine magnifica, assoluta e tragica, che si pu odiare con veemenza, eppure amare cos tanto da desiderarne ancora. E poi c' la solitudine del secondo tipo. Per provarla non c' bisogno dell'anello stellare Cerbero, la puoi sperimentare in qualunque luogo sulla Terra. Lo so per esperienza. La trovavo ovunque andassi, qualsiasi cosa facessi. la solitudine delle persone chiuse in se stesse, di chi ha detto cos tante

volte la cosa sbagliata che non ha pi il coraggio di parlare. La solitudine dovuta non alla distanza ma alla paura. Quella delle persone che siedono sole nelle camere ammobiliate delle grandi citt, perch non sanno dove altro andare e non hanno nessuno con cui parlare. La solitudine dei ragazzi che vanno al bar per incontrare qualcuno, solo per scoprire che non sanno come avviare una conversazione, e se anche lo sapessero non troverebbero il coraggio. Non c' alcuna grandezza in questo tipo di solitudine, nessuno scopo, nessuna poesia. una solitudine senza senso, triste, squallida, patetica, che sa di autocommiserazione. Oh, s, a volte doloroso essere soli in mezzo alle stelle. Ma pi doloroso ancora sentirsi soli a una festa, molto di pi. 30 giugno - Leggendo le pagine di ieri. Alla faccia dell'autocommiserazione... 1 luglio - Leggendo la nota di ieri. La mia maschera irriverente. Dopo quattro anni, me la ritrovo ancora davanti ogni volta che cerco di essere onesto con me stesso. Non va bene. Se voglio che questa volta le cose vadano diversamente, necessario che capisca me stesso. Allora perch devo pensare che mi espongo al ridicolo ammettendo di essere solo e vulnerabile? Perch faccio fatica a confessare che la vita mi faceva paura? Nessuno legger mai queste pagine. Sto parlando a me stesso, di me stesso. E allora, perch ci sono cos tante cose che non riesco a dire? 4 luglio - Oggi nessuna nave stellare. Peccato. Sulla Terra non si sono mai visti fuochi d'artificio che possano competere con i vortici dello spazio nullo, e avevo voglia di festeggiare l'Indipendenza. Ma perch continuo a seguire il calendario terrestre, quando quass gli anni sono secoli e le stagioni una pallida memoria? Luglio come dicembre. Allora, perch? 10 luglio - La scorsa notte ho sognato Karen, e adesso non riesco a togliermela dalla testa. Pensavo di averla sepolta ormai da tempo. Comunque, era solo una fantasia. Oh, le piacevo molto, forse mi amava, ma non pi di altri cinque o sei ragazzi. Non ero veramente speciale per lei, e non si mai resa conto di

quanto lei lo fosse per me. E nemmeno di quanto volessi essere speciale per lei, di quanto avessi bisogno di essere speciale per qualcuno. Cos ho scelto lei, ma era tutta una fantasia e, nei momenti di maggiore lucidit, lo sapevo. Non avevo motivo di sentirmi ferito, non avevo particolari rimostranze da muoverle. Tuttavia, penso di averlo fatto, nei miei sogni a occhi aperti. E soffrivo, ma la colpa era mia, non sua. Karen non avrebbe mai fatto del male a nessuno volontariamente. Solo, non si mai resa conto della mia fragilit. Anche quass, i primi anni, ho continuato a sognarla. Sognavo che aveva cambiato idea, che mi stava aspettando eccetera. Ma questo era pi che altro l'appagamento di un desiderio. Era prima che scendessi a patti con me stesso quass. Adesso so che lei non mi aspetta. Non ha bisogno di me ora, n l'aveva in passato. Per lei ero solo un amico. Perci non mi piace tanto sognarla. Non va bene. Comunque sia, quando torner non devo andare a farle visita. Devo ricominciare tutto da zero. Devo cercare una persona che abbia bisogno di me, e non la trover se ripercorro i vecchi sentieri. 18 luglio - passato un mese da quando il mio sostituto ha lasciato la Terra. La Caronte dovrebbe ormai essere nella cintura. Ancora due mesi. 23 luglio - Incubi. Che Dio mi aiuti. Ho sognato di nuovo la Terra, e Karen. Non riesco a smettere, ogni notte la stessa storia. Mi sembra cos strano chiamare Karen un incubo, finora lei sempre stata un sogno, un bel sogno, con i suoi lunghi e morbidi capelli, la sua risata e il suo strano modo di sorridere. Ma quei sogni erano sempre l'appagamento di un desiderio. In quei sogni Karen aveva bisogno di me, mi voleva e mi amava. Gli incubi contengono una parte di verit. Sono tutti uguali, la ripetizione dell'ultima notte che Karen e io abbiamo trascorso insieme. Era stata una bella serata, per i miei standard di allora. Avevamo mangiato in uno dei miei ristoranti preferiti, poi eravamo andati a vedere uno spettacolo. Si era parlato bene, di tante cose. Avevamo anche riso insieme. Solo pi tardi, tornati a casa sua, ero ricaduto nel mio solito modo di fa-

re. Mentre cercavo di spiegarle quello che lei significava per me, ricordo quanto mi sentivo stupido e goffo, come stentavo a esprimermi, impappinandomi nelle parole. Cos molte cose erano uscite malamente. Ricordo il modo in cui poi mi guardava, come aveva cercato di disilludermi, con gentilezza. Lei era sempre gentile. E io la guardavo negli occhi e ascoltavo la sua voce, ma non ci avevo trovato amore o bisogno. Solo... solo piet, credo. Piet per un idiota che non si sa esprimere, che si lasciato passare la vita davanti, senza toccarla. Non perch non volesse, ma perch aveva paura e non sapeva come fare. Lei aveva incontrato quell'idiota e a modo suo lo amava (amava tutti). Aveva cercato di aiutarlo, di infondergli un po' della fiducia, del coraggio e della grinta con cui lei affrontava la vita. E in parte c'era riuscita; ma non era bastato. Quell'idiota amava fantasticare sul giorno in cui non sarebbe pi stato solo, e quando Karen aveva cercato di aiutarlo, aveva pensato che fosse la concretizzazione delle sue fantasie. O cos si era illuso. L'idiota aveva sempre sospettato la verit, certo, ma mentiva a se stesso. E quando era arrivato il giorno in cui non poteva pi continuare a mentire, era ancora abbastanza vulnerabile da restare ferito. Non era il tipo le cui ferite cicatrizzano facilmente, e non aveva abbastanza coraggio per ritentare con qualcun altro. Cos era scappato. Spero che gli incubi smettano, non li reggo pi, una notte dopo l'altra. Non riesco a liberarmi di quell'ora a casa di Karen. Ho trascorso quattro anni quass, mi sono osservato intensamente. Ho cambiato quello che non mi piaceva o, almeno, ci ho provato. Ho cercato di curare quella cicatrice, di acquisire la sicurezza che mi occorre per affrontare gli altri "no" che mi verranno detti prima di trovare un "s". Ma ormai mi conosco maledettamente bene e so che solo un successo parziale. Ci saranno sempre cose che mi feriranno, che non riuscir ad affrontare come vorrei. Per esempio, il ricordo dell'ultima ora con Karen. Dio, spero che gli incubi finiscano. 26 luglio - Ancora incubi. Per favore, Karen, ti amavo; lasciami solo, ti prego. 29 luglio - Ieri passata una nave stellare, se Dio vuole. Ne avevo proprio bisogno. Mi ha aiutato a distogliere la mente dalla Terra, da Karen, e

la notte scorsa non ho avuto incubi, per la prima volta in una settimana. Ho invece sognato il vortice dello spazio nullo, la tempesta silenziosa. 1 agosto - Gli incubi sono tornati. Questa volta non si tratta di Karen. Altre vecchie memorie, meno significative, ma comunque dolorose. Tutte le sciocchezze che ho detto, le ragazze che non ho mai conosciuto, le cose che non ho fatto. Male, molto male. Devo continuare a ricordare che non sono pi cos. C' un nuovo io, che ho costruito quass, sei milioni di chilometri oltre Plutone, fatto di acciaio, stelle e spazio nullo, forte, sicuro di s e fiducioso; e che non teme la vita. Mi sono lasciato il passato alle spalle. Per mi fa ancora soffrire. 2 agosto - Una nave. Gli incubi continuano, maledizione! 3 agosto - Niente incubi, la notte scorsa. la seconda volta che dormo bene dopo avere aperto il buco per una nave stellare durante il giorno. (Giorno? Notte? Qui non ha senso, ma scrivo ancora come se lo avesse. Quattro anni non hanno intaccato la Terra dentro di me.) Forse il vortice fa scappare Karen, ma io prima non l'ho mai voluta allontanare. Tra l'altro, non dovrei avere bisogno di aiuti esterni. 13 agosto - Qualche notte fa passata un'altra nave. Niente incubi la notte successiva. Lo schema si ripete! Sto lottando con i ricordi. Penso ad altre cose della Terra. I momenti felici. Ce ne sono stati tanti, e ce ne saranno ancora quando torner, comincio a esserne convinto. Questi incubi sono stupidi, non permetter loro di continuare. C'erano tante altre cose che mi legavano a Karen, e che mi piacerebbe ricordare. Come mai non ci riesco? 18 agosto - La Caronte a circa un mese di distanza. Mi chiedo chi sar il mio sostituto. Che cosa lo avr spinto a venire qui? I sogni della Terra continuano. No, volevo dire il sogno di Karen. Adesso ho perfino paura a scrivere il suo nome? 20 agosto - Oggi una nave. Quando passata, sono rimasto a guardare le stelle. Per ore, a quanto pare, ma al momento non sembrava cos a lungo. Quass bellissimo. Da solo, certo, ma che solitudine! Solo nell'univer-

so, con le stelle sparse ai tuoi piedi e sopra la testa. Ognuna di loro un sole, eppure continuano a sembrarmi fredde. Mi capita di tremare, sperduto in questa immensit, chiedendomi come sia arrivata qui e che senso abbia. Spero che il mio sostituto, chiunque egli sia, sapr apprezzare tutto questo come merita. Tante persone non ci riescono, o non vogliono; uomini che camminando la notte non alzano mai la testa per guardare il cielo. Spero che chi mi dar il cambio non sia cos. 24 agosto - Quando torner sulla Terra, andr a far visita a Karen. Devo. Come posso fingere che le cose questa volta saranno diverse se non riesco nemmeno a trovare questo coraggio? E le cose saranno diverse, quindi devo per forza affrontare Karen, e dimostrare che sono davvero cambiato. 25 agosto - L'assurdit di ieri. Come potrei affrontare Karen? Che cosa le direi? Ricomincerei soltanto a illudermi, per poi rimanere scottato di nuovo. No, non devo rivedere Karen. Diavolo, non riesco neanche a sopportare i sogni. 30 agosto - Di recente sono sceso spesso nella sala di controllo e sono uscito regolarmente. Niente navi stellari, ma trovo che andare l fuori affievolisce i ricordi della Terra. Sono sempre pi consapevole che Cerbero mi mancher. Tra un anno sar sulla Terra, la notte alzer gli occhi al cielo e ricorder come l'anello brillava argenteo al chiarore delle stelle. So che sar cos. E il vortice. Ricorder il vortice, come i colori giravano rapidamente e si mescolavano, ogni volta in modo diverso. Peccato che non sia mai stato un patito di ologrammi. Sulla Terra avrei potuto fare una fortuna con gli olo del vortice quando si forma. Il balletto del vuoto. Mi sorprende che nessuno ci abbia mai pensato. Forse lo suggerir al mio sostituto. Qualcosa per passare il tempo, se si appassiona. Spero di s. La Terra sarebbe arricchita, se qualcuno ritornasse con una registrazione. Lo farei io stesso, ma l'attrezzatura non adatta e non ho il tempo per modificarla. 4 settembre - La settimana scorsa sono uscito ogni giorno. Niente incubi: solo sogni delle tenebre striate dai colori dello spazio nullo.

9 settembre - Continuo a uscire e mi godo ogni particolare. Ben presto tutto questo per me non esister pi, per sempre. Sento di dover approfittare di ogni momento: devo memorizzare come sono le cose qui su Cerbero, cos potr conservarne in me il timore, la meraviglia e la bellezza quando torner sulla Terra. 10 settembre - Da tempo non passano pi navi. Basta? Non ne vedr pi? 12 settembre - Nessuna nave, ma sono uscito, ho azionato i motori e ho fatto rombare il vortice. Perch devo sempre scrivere che il vortice urla o ruggisce? Il suono nello spazio non esiste. Non sento nulla, per vedo il vortice. E vi assicuro che ruggisce. I suoni del silenzio, non per come intendono i poeti. 13 settembre - Oggi ho osservato di nuovo il vortice, anche se non c'erano navi. Non lo avevo mai fatto prima, e ora gi la seconda volta. vietato. I costi dell'energia sono enormi, e Cerbero vive di energia. Allora, perch? come se non volessi lasciare il vortice, invece devo, e presto. 14 settembre - Stupido, idiota, deficiente. Che cosa ho fatto? La Caronte a meno di una settimana da qui, e io me ne sono rimasto a guardare le stelle, come se le vedessi per la prima volta. Non ho neanche cominciato a fare i bagagli, devo ancora sistemare i documenti per il mio sostituto e mettere in ordine la stazione. Che idiota! Perch perdo tempo a scrivere su questo stupido diario? 15 settembre - I bagagli sono quasi pronti. Curiosamente, ho anche ritrovato alcune cose che i primi anni avevo cercato di nascondere. Per esempio, il romanzo; lo avevo scritto i primi sei mesi e pensavo fosse bellissimo. Potevo a stento aspettare di tornare sulla Terra, venderlo e diventare famoso. Ah, s, un anno dopo l'ho letto: faceva schifo. Ho trovato anche una foto di Karen. 16 settembre - Oggi ho portato una bottiglia di whisky e un bicchiere gi

nella sala di controllo, li ho appoggiati sulla console e mi sono messo le cinture. Ho brindato all'oscurit, alle stelle e al vortice. Mi mancheranno. 17 settembre - Un giorno, secondo i miei calcoli. Un giorno, e poi sar in viaggio verso casa, verso un nuovo inizio e una vita nuova. Se avr il coraggio di viverla. 18 settembre - Quasi mezzanotte. Nessun segno della Caronte. Che cosa sar successo? Forse niente. Questi calendari non sono mai precisi, a volte sballano anche di una settimana. Allora, perch mi preoccupo? Accidenti, anch'io quando sono arrivato qui ero in ritardo. Chiss che cosa avr pensato il poveretto che venivo a sostituire. 20 settembre - La Caronte non arrivata neanche ieri. Dopo essermi stancato di aspettare, ho preso la bottiglia di whisky e sono tornato nella sala di controllo. E sono uscito, a fare un altro brindisi alle stelle e al vortice. Ho azionato il vortice, l'ho fatto balenare e ho brindato alla sua salute. A forza di brindisi, ho finito la bottiglia, e con i postumi penso che non riuscir mai pi a ritornare sulla Terra. stata una sciocchezza. Gli uomini a bordo della Caronte magari hanno visto i colori del vortice. Se mi fanno rapporto, mi verr dedotta una piccola fortuna dal mucchio di quattrini che mi aspetta sulla Terra. 21 settembre - Dove diavolo si cacciata la Caronte? Le successo qualcosa? Arriver? 22 settembre - Sono uscito di nuovo. Dio, che meraviglia, che solitudine, che vastit. Ossessionante, ecco la parola che cercavo. La bellezza l fuori ossessionante. A volte penso di essere pazzo a voler tornare. Lasciare tutto questo per una pizza, una scopata e una parola gentile. No, che cosa cavolo sto scrivendo? Certo che torno. Io ho bisogno della Terra, mi manca la Terra, desidero la Terra. E questa volta sar diverso. Trover un'altra Karen, e non sprecher l'occasione. 23 settembre - Sto male. Dio, sto proprio male. Le cose che ho pensato... Credevo di essere cambiato, ma adesso non ne sono pi tanto sicuro. Mi

trovo a riflettere che magari potrei restare, firmare per rinviare la partenza. No, non voglio. Per penso che ho ancora paura della vita, della Terra, di tutto. Forza, Caronte! Sbrigati, prima che io cambi idea. 24 settembre - Karen o il vortice? La Terra o l'eternit? Accidenti, come fanno a venirmi in mente queste cose? Karen! La Terra! Devo avere coraggio, devo rischiare di soffrire, devo sperimentare la vita. Non sono un sasso, nemmeno un'isola, o una stella. 25 settembre - Nessuna traccia della Caronte. Un'intera settimana di ritardo. Pu succedere, non tanto spesso, per. Presto arriver, ne sono sicuro. 30 settembre - Niente. Ogni giorno guardo, e aspetto. Ascolto i miei scanner ed esco a vedere, cammino su e gi, da una parte all'altra dell'anello. Ma niente. Non c' mai stato un ritardo del genere. Che cosa c' che non va? 3 ottobre - Oggi una nave. Non la Caronte. All'inizio, quando gli scanner l'hanno captata, pensavo fosse lei. Ho urlato cos forte da svegliare il vortice, ma poi ho guardato e ho provato un tuffo al cuore. Era troppo grande, e arrivava dritta, senza rallentare. Sono uscito e l'ho fatta passare. E poi sono rimasto fuori un bel po'. 4 ottobre - Voglio tornare a casa. Dov' la Caronte? Non capisco, non capisco proprio. Non possono lasciarmi quass, impossibile e non succeder. 5 ottobre - Oggi una nave, un'altra nave stellare. Un tempo le aspettavo, adesso le odio, perch non sono la Caronte. Comunque l'ho fatta passare. 7 ottobre - Ho disfatto i bagagli. stupido che io viva con le cose nella valigia quando non so se la Caronte arriver, o quando. Per la cerco ancora, aspetto; so che verr. Ha solo fatto una sosta, magari per un'emergenza nella cintura. Ci possono essere tante spiegazioni. Nel frattempo traffico in giro per l'anello. Non ho ancora finito di siste-

marlo per il mio sostituto. Ero troppo impegnato a guardare le stelle per fare quello che avrei dovuto. 8 ottobre (circa) - Buio e disperazione. So perch la Caronte non arrivata. Non doveva arrivare. Il calendario saltato. Siamo a gennaio, non a ottobre. E ho vissuto per mesi nell'errore: ho perfino festeggiato il 4 luglio il giorno sbagliato. Me ne sono accorto ieri, mentre stavo facendo dei lavori di manutenzione all'anello. Volevo che tutto fosse a posto per il mio sostituto. Solo che non ci sar alcun sostituto. La Caronte arrivata tre mesi fa e io... l'ho distrutta. Era orribile, disgustosa e io ero nauseato, fuori di me. Un attimo dopo, ho capito quello che avevo fatto. Oddio, ho urlato per ore. Poi ho risistemato il calendario a parete, e ho dimenticato, forse deliberatamente, forse perch non potevo sopportare di ricordare. Non lo so, so solo che ho dimenticato. Adesso invece ricordo tutto. Gli scanner mi avevano avvertito dell'avvicinamento della Caronte. Io ero fuori ad aspettare. Stavo cercando di fare una scorta di stelle e oscurit che mi bastasse per sempre. Da quella oscurit emersa la Caronte. Pareva cos lenta, rispetto alle navi stellari, e piccola. Trasportava il mio salvatore, il mio sostituto, ma sembrava fragile, brutta e scialba. Squallida. Mi ricordava la Terra. Si avvicinava per agganciarsi, calare sull'anello dall'alto, cercando i portelli nella sezione abitabile di Cerbero. Molto lentamente. L'ho vista avanzare. D'un tratto mi sono chiesto che cosa avrei detto all'equipaggio e al mio sostituto, mi sono domandato che cosa avrebbero pensato di me: ho sentito uno spasmo nelle budella. E a un certo punto non ce l'ho pi fatta, avevo paura di loro, li odiavo. Allora ho azionato il vortice. Una luce rossa e tremula che si diramava in lingue gialle, crescendo rapidamente, lanciando lampi verdazzurri. Uno di loro passato vicino alla Caronte, e la nave ha avuto un sussulto. Adesso mi dico che non mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Invece sapevo che la Caronte era disarmata e non poteva reggere al vortice di energia. Lo sapevo. La Caronte era cos lenta, il vortice cos veloce. Di l a due secondi il turbine lambiva la nave, di l a tre l'aveva divorata.

Era scomparsa cos in fretta. Non so se la nave si sia liquefatta, disintegrata o sbriciolata, so solo che non pu essere sopravvissuta. Per non c' sangue sul mio anello stellare. I rottami sono finiti da qualche parte al di l dello spazio nullo, se ne sono rimasti. L'anello e l'oscurit avevano lo stesso aspetto di sempre. Questo mi ha permesso di dimenticare facilmente, e io avevo una gran voglia di dimenticare. E adesso? Che cosa faccio? Sulla Terra se ne accorgeranno? Arriver mai un sostituto? Voglio andare a casa. Karen, io... 18 giugno - Oggi il mio sostituto partito dalla Terra. Almeno penso. Non so come, il calendario a parete si era rotto, quindi non sono sicuro della data. Ma l'ho risistemato. Comunque, non pu essere rimasto spento per pi di un paio d'ore, altrimenti me ne sarei accorto. Quindi il mio sostituto deve essere in viaggio. Certo, ci metter almeno tre mesi. Ma sta arrivando. "The Secon Kind of Loneliness" copyright 1972 by the Conde Nast Publications, Inc. Copyright renewed 2001 by George R.R. Martin. From "Analog", December 1972. AL MATTINO CALA LA NEBBIA Era presto per la colazione, il primo giorno dopo l'atterraggio, ma quando arrivai Sanders era gi uscito sulla terrazza dove si mangiava. Era da solo, in piedi accanto al parapetto, e fissava le montagne e la nebbia. Mi avvicinai e, giunto alle sue spalle, sussurrai un "buongiorno". Non si prese il disturbo di rispondermi. splendido, no? disse senza voltarsi. Lo era davvero. La nebbia turbinava a pochi metri dal bordo della terrazza e onde spettrali si frangevano contro le mura di pietra del castello di Sanders. Un denso lenzuolo bianco si estendeva da un estremo orizzonte all'altro, ricoprendo ogni cosa. Potevamo vedere la cima del Fantasma Rosso, lontana a settentrione, una punta dentellata di rocce scarlatte che si stagliava nel cielo. Ma era tutto. Le altre montagne erano ancora immerse nella densa foschia. Noi, invece, ne eravamo al di sopra. Sanders aveva costruito il suo al-

bergo sulla vetta pi alta della catena. Era come se galleggiassimo in solitudine fra i turbini di un oceano candido: un castello volante su un mare di nuvole. Castle Cloud, il "castello delle nuvole", l'aveva battezzato Sanders e non era difficile capire perch. sempre cos? gli chiesi, dopo avere ammirato il panorama per qualche minuto. Ogni volta che cala la nebbia rispose, voltandosi verso di me con un sorriso triste. Era un uomo corpulento, con un viso rubizzo e gioviale, non adatto ai sorrisi tristi. Fece un cenno verso oriente, dove il sole del pianeta Wraithworld che spuntava dalla nebbia offriva uno spettacolo cremisi e arancione contro il cielo albeggiante. Quando il sole sorge spieg ricaccia la nebbia in fondo alle vallate, la costringe a cedere le montagne che aveva occupato durante la notte. La caligine scende, e a una a una rispuntano le alture. A mezzogiorno sono tutte visibili per molti chilometri. Non esiste niente del genere sulla Terra n da nessun'altra parte. Sorrise di nuovo e mi fece accomodare a uno dei tavoli della terrazza. Poi, al tramonto, succede il contrario. Stasera dovr venire ad ammirare la nebbia che si alza. Si mise a sedere e un lucente cameriere robot arriv a servirci ondeggiando, perch i dispositivi nelle sedie avevano segnalato la nostra presenza. Sanders non gli bad. una guerra, sa? La guerra perenne tra il sole e la nebbia. Ed la nebbia che ha la meglio. Sono sue le valli e le pianure, suoi i litorali. Il sole ha soltanto poche vette, ed esclusivamente di giorno. Si rivolse al cameriere robot e ordin il caff per noi due, in attesa che arrivassero gli altri. Sarebbe stato un caff vero, ovviamente: Sanders non sopportava intrugli istantanei e alimenti sintetici sul suo pianeta. Le piace proprio questo posto gli dissi mentre aspettavamo il caff. Sorrise. Perch non dovrebbe? Il castello offre di tutto. Buon cibo, divertimenti, giochi d'azzardo e ogni comodit che avrei a casa, e in pi c' questo pianeta. Ho il meglio di un mondo e dell'altro, non le pare? Suppongo di s. Ma la maggior parte della gente non la pensa come lei. Nessuno viene su Wraithworld per la roulette o per la cucina locale. Sanders annu. Per abbiamo dei cacciatori. Escono a catturare gatti delle rocce e diavoli della pianura. E tra pochissimo arriveranno altri turisti

ad ammirare i ruderi. Sar commentai ma sono eccezioni, non la regola. La maggior parte dei suoi ospiti qui per un'altra ragione. Certo, gli spettri. Annu con una smorfia. Gli spettri ripetei io. Ci sono tante bellezze da vedere, qui, si pu andare a caccia e a pesca, fare dell'alpinismo, ma non questo che attira i turisti: vengono per gli spettri. Arriv il caff: due belle tazze fumanti e una caraffa di latte denso. Il caff era caldo e forte, e anche molto buono. Dopo settimane di sbobba sintetica sull'astronave, mi sembrava di rinascere. Sanders sorseggi con cura il suo caff, studiandomi da sopra l'orlo della tazza. Poi la pos con aria pensosa. E anche lei venuto per gli spettri. Alzai le spalle. Certo. Ai miei lettori non interessa il panorama, per spettacolare che sia. Dubowski e i suoi uomini sono qui per scovare gli spettri e io per scrivere della loro ricerca. Sanders stava per replicare, ma gliene manc il tempo. S'intromise una voce netta e tagliente: Sempre che ci siano spettri da scovare. Ci voltammo verso la porta della terrazza. Il dottor Charles Dubowski, capo dell'quipe di ricerca del pianeta Wraithworld, era in piedi sulla soglia, strizzando gli occhi per la luce dell'alba. Era riuscito a scrollarsi di dosso il branco di assistenti che di solito lo seguiva dappertutto. Dopo un attimo di pausa, Dubowski raggiunse il nostro tavolo, prese una sedia e si accomod. Ricomparve il cameriere robot. Sanders squadr lo scienziato con malcelata antipatia e gli chiese: Che cosa le fa pensare che gli spettri non esistano?. Dubowski scosse le spalle e sorrise. Non mi pare che ci siano molte prove, ma non si preoccupi: non lascio mai che le mie sensazioni interferiscano con il lavoro. Voglio arrivare alla verit, come chiunque. La spedizione sar condotta in modo imparziale. Se i suoi spettri sono da qualche parte l fuori, io li trover. O loro troveranno lei ribatt Sanders in tono serio. E potrebbe non essere divertente. Dubowski scoppi a ridere. Oh, andiamo, Sanders. Solo perch lei vive in un castello, non mi pare il caso che faccia tanto il melodrammatico. C' poco da ridere, dottor Dubowski. Gli spettri hanno gi ucciso qualcuno, sa? Non c' niente che lo dimostri ribatt lo scienziato. Proprio niente. Come non ci sono prove della loro esistenza. E neppure prove che la ne-

ghino. Ma lasciamo perdere, ho fame. Si rivolse al cameriere robot che gli stava accanto e ronzava con impazienza. Dubowski e io ordinammo bistecche di gatto delle rocce e biscotti appena sfornati. La carne di gatto delle rocce ha un gusto che quella degli animali terrestri ha perso da secoli. Sanders invece approfitt delle vettovaglie arrivate con la nostra astronave la notte precedente e prese una grossa fetta di prosciutto con mezza dozzina di uova. Non dovrebbe liquidare la storia degli spettri con tanta leggerezza disse Sanders dopo che il cameriere robot si fu allontanato con le nostre ordinazioni. Le prove ci sono, e in abbondanza. Ventidue morti da quando stato scoperto il pianeta e decine di racconti di persone che hanno visto gli spettri con i propri occhi. vero assent Dubowski ma non le definirei prove autentiche. Morti? S, ma per lo pi si tratta di gente scomparsa, probabilmente caduta in un crepaccio o divorata da un gatto delle rocce o chiss che. impossibile ritrovare i corpi nella nebbia. Tanta gente scompare tutti i giorni anche sulla Terra e nessuno pensa ai fantasmi. Invece qui, ogni volta che sparisce qualcuno, dicono subito che se lo sono preso gli spettri. No, mi dispiace, come prova non sufficiente. Qualche corpo stato ritrovato, dottore ribatt con calma Sanders. Orribilmente dilaniato, e non da un gatto o da una caduta sulle rocce. Mi intromisi a mia volta. Sono stati ritrovati solo quattro corpi, per quanto ne so. Ho studiato con cura tutte le notizie sugli spettri. Sanders aggrott la fronte. Va bene, ma come si spiegano? Sono gi prove piuttosto convincenti, date retta a me. A quel punto fu servita la colazione, e Sanders and avanti a parlare mentre mangiavamo. Il primo avvistamento, per esempio. Non c' mai stata una spiegazione convincente. La spedizione Gregor... Annuii. David Gregor era il comandante dell'astronave che aveva scoperto il pianeta, circa settantacinque anni prima. Aveva sondato la nebbia con i sensori e aveva fatto scendere la nave sulla pianura lungo il litorale. Poi aveva fatto uscire alcune squadre in esplorazione. Ogni squadra era formata da due uomini bene armati. In un caso, per, uno solo era rientrato, in preda a una crisi isterica. In mezzo alla nebbia si era trovato lontano dal compagno e improvvisamente aveva sentito un urlo raccapricciante. Quando lo aveva ritrovato, questi era ormai morto e lui aveva scorto qualcosa che stava dritto sopra il cadavere.

Il sopravvissuto aveva raccontato che l'assassino assomigliava a un essere umano, alto quasi due metri e mezzo e con un che di evanescente. Quando aveva fatto fuoco su di lui, il raggio blaster gli era passato attraverso. Un leggero ondeggiamento e la creatura era svanita nella nebbia. Gregor aveva mandato altre squadre alla ricerca di quell'essere. Gli uomini avevano recuperato il cadavere dello sventurato, ma nient'altro. Senza strumenti speciali, in mezzo alla nebbia era gi difficile riuscire a ritrovare il posto, figurarsi una creatura come quella descritta. La storia non era mai stata confermata. Ci nondimeno, aveva provocato una certa sensazione al ritorno di Gregor sulla Terra. Era stata inviata un'altra astronave per condurre un'indagine pi approfondita. Non era stato trovato niente, ma una delle squadre di ricerca era scomparsa senza lasciare traccia. Ormai la leggenda degli spettri era nata e aveva continuato a crescere. Altre astronavi erano arrivate sul pianeta, un modesto flusso di coloni andava e veniva, finch un giorno era giunto Paul Sanders e aveva costruito Castle Cloud, cos i turisti potevano visitare comodamente il misterioso pianeta degli spettri. C'erano stati altri morti e altre sparizioni, molti avevano detto di avere intravisto per qualche istante gli spettri che si aggiravano nella nebbia. Poi qualcuno aveva scoperto le rovine: semplici massi di pietra crollati, un tempo appartenuti a chiss quali costruzioni. Le case degli spettri, sosteneva la gente. Prove ce n'erano, pensai. Alcune difficili da negare. Invece Dubowski scuoteva vigorosamente la testa. La vicenda di Gregor non dimostra un bel niente. Lei sa meglio di me che questo pianeta non mai stato esplorato a fondo. Soprattutto le zone di pianura dov'era atterrata la sua astronave. Probabilmente stato qualche animale ad ammazzare quell'uomo. Un animale raro, chiss quale, che vive in quella regione. E la testimonianza del suo compagno? chiese Sanders. Pura e semplice isteria. E gli altri avvistamenti? Ce n' stato un numero spaventoso. E i testimoni non erano tutti isterici. Non dimostrano niente insistette lo scienziato, sempre scuotendo la testa. Sulla Terra c' tanta gente che sostiene di avere visto i fantasmi o i dischi volanti. Qui, con questa maledetta nebbia, normale avere allucinazioni o prendere una cosa per un'altra.

Punt il coltello con cui stava spalmando il burro verso il suo interlocutore. questa nebbia che confonde tutto. Se non ci fosse, la favola degli spettri sarebbe gi morta da tempo. Finora nessuno disponeva degli strumenti o dei soldi per fare un'indagine davvero approfondita. Noi per abbiamo gli uni e gli altri, e indagheremo. La verit sar stabilita una volta per tutte. Sanders fece una smorfia. Se lei non finir ammazzato prima. Forse agli spettri non piacer essere studiati. Proprio non la capisco, Sanders disse Dubowski. Se ha tanta paura degli spettri ed cos convinto che si aggirino laggi da qualche parte, perch vive qui da tanto tempo? Il castello stato costruito con tutte le misure di sicurezza. Sono descritte sulla brochure promozionale che inviamo ai potenziali clienti. Nessuno in pericolo tra queste mura. Intanto, gli spettri non uscirebbero mai dalla nebbia e per gran parte del giorno noi siamo in pieno sole. Gi nelle vallate un'altra storia. superstizione pura e semplice. Se dovessi avanzare un'ipotesi, direi che questi spettri altro non sono che fantasmi terrestri trasferiti qui. Illusioni nate dalla fantasia di qualcuno. Ma io non faccio ipotesi: aspetter i risultati della ricerca. Poi vedremo. Se esistono, non potranno sfuggirci. Sanders si rivolse a me. E lei? d'accordo con il dottore? Io sono un giornalista risposi prudentemente. Sono qui solo per scrivere articoli. Gli spettri sono famosi e interessano ai miei lettori. Io non ho opinioni. O, almeno, nessuna opinione che m'importi di comunicare. Sanders s'immerse in un silenzio imbronciato e attacc le sue uova e prosciutto con rinnovato vigore. Dubowski aveva avuto la meglio su di lui e spost la conversazione sui particolari del suo progetto di ricerca. Il resto del pasto trascorse tra discorsi entusiastici su trappole per spettri, piani di ricerca, sonde robotiche e sensori. Ascoltai con interesse e presi mentalmente nota di ogni cosa per i miei articoli. Anche Sanders ascoltava attento, ma dalla sua espressione si capiva che non era affatto contento di quello che sentiva. Quel giorno non successe molto altro. Dubowski pass il tempo all'astroporto, che era stato costruito in un piccolo spiazzo dietro il castello, a sovrintendere allo scarico delle sue apparecchiature. Io scrissi un articolo sui programmi della sua spedizione e lo trasmisi sulla Terra. Sanders si occup degli altri ospiti, facendo tutto quello che fa normalmente il direttore

di un albergo, almeno credo. Al tramonto tornai sulla terrazza a osservare la nebbia che si alzava. Era una guerra, proprio come aveva detto Sanders. Quando la nebbia era calata, avevo visto il sole vittorioso nella prima battaglia giornaliera. Ma ora lo scontro riprendeva. La nebbia, a mano a mano che scendeva la temperatura, cominciava di nuovo a strisciare verso le cime. Sottili viticci bianco sporco risalivano dal fondovalle, cingevano i ripidi pendii con dita spettrali, che si gonfiavano e s'ispessivano fino a trasformarsi in una densa coltre caliginosa. A una a una le cime scolpite dal vento finivano inghiottite per un'altra notte. Il Fantasma Rosso, il massiccio gigante a settentrione, fu l'ultimo a svanire, avvolto dall'oceano bianco. Infine la nebbia cominci a riversarsi oltre il parapetto della terrazza e tutto intorno al castello. Rientrai. Sanders era fermo in piedi proprio davanti alla portafinestra e mi osservava. Aveva ragione dissi. bellissimo. Annu. Sa, credo che Dubowski non si sia ancora preso il disturbo di dargli un'occhiata. Sar occupatissimo. Sanders sospir. Fin troppo. Venga, le offro da bere. Il bar dell'albergo era silenzioso e sobriamente illuminato, con quell'atmosfera che favorisce le conversazioni e invita a bere. Pi conoscevo il castello, pi mi piaceva il suo proprietario. I nostri gusti erano in notevole sintonia. Sedemmo a un tavolino nell'angolo pi scuro e appartato, e ordinammo da bere, scegliendo da una lista che comprendeva liquori provenienti da una decina di pianeti. Poi ci mettemmo a conversare. Non mi pare molto contento di avere Dubowski tra gli ospiti osservai dopo che ci fu servito da bere. Ma perch? Con la sua quipe le ha riempito l'albergo. Sanders sollev gli occhi dal bicchiere e sorrise. vero. Siamo in bassa stagione. Ma non mi va quello che ha in mente di fare. Per questo cerca di spaventarlo? Per farlo andare via? Il sorriso di Sanders svan. cos evidente? Annuii. Sospir. Temo che non funzioner disse sorseggiando pensosamente il suo drink. Ma dovevo comunque provarci. Perch?

Perch? Perch finir per distruggere questo mondo, se glielo permetto. Una volta che lui e i suoi simili l'avranno spuntata, non ci sar pi un mistero in tutto l'universo. Cerca soltanto di trovare delle risposte. Esistono gli spettri? Che cosa sono quelle rovine? Chi le ha costruite? Non si mai chiesto queste cose, Sanders? Vuot il bicchiere, si guard intorno e fece segno al cameriere di portargli un altro drink. Niente robot al bar, solo inservienti umani. Sanders era molto attento all'atmosfera. Certo mi rispose quando gli fu servito il secondo drink. Sono domande che chiunque si pone. per questo che la gente viene qui, a Castle Cloud. Tutti quelli che mettono piede su questo pianeta hanno la segreta speranza di vivere un'avventura con gli spettri e di trovare di persona una risposta. Ma non ci riescono: cos impugnano un blaster e girano per qualche giorno, o qualche settimana, tra la nebbia della foresta, ma non trovano niente. E allora? Possono tornare un'altra volta e cercare ancora. Il sogno resiste, e con esso sopravvivono lo spirito d'avventura e la fantasia. E poi chiss. Pu darsi che qualcuno intraveda uno spettro che si aggira nella foschia, o qualcosa che pensa sia uno spettro. Cos se ne torner a casa felice e contento, perch entrato anche lui nella leggenda, perch ha sfiorato un angolo dell'universo il cui mistero, le cui meraviglie non sono ancora stati cancellati da personaggi come Dubowski. Ci detto, tacque e rimase a fissare imbronciato il suo bicchiere. Poi, dopo una lunga pausa, riprese: Quel Dubowski mi d proprio sui nervi. Viene qui a caccia di spettri con la sua nave piena di tirapiedi, milioni di finanziamenti e tutti quei gingilli. Oh, li scover di certo, gli spettri. proprio questo che mi spaventa. Dimostrer che non esistono o li trover, e verr fuori che si tratta di una specie di umanoidi, o di animali o chiss che.... Vuot rabbiosamente il secondo bicchiere. E sar la rovina, capisce? Trover una risposta per tutto, con il suo armamentario, e non lascer niente alla curiosit degli altri. Non giusto. Io me ne stavo l seduto a bere tranquillo, senza dire una parola. Sanders ordin un terzo bicchiere. Mi venne in mente un pensiero maligno, che alla fine espressi ad alta voce. Se Dubowski trova una risposta a tutto, non ci sar pi motivo di venire qui e lei dovr chiudere. sicuro che non sia questo che la spaventa? Sanders mi fiss e per un attimo temetti che stesse per tirarmi un pugno.

Ma non lo fece. Credevo che lei fosse diverso. Ha guardato la nebbia che calava e ha capito. Almeno, mi pareva che avesse capito. Ma forse sbagliavo. Volse il capo in direzione dell'uscita. Se ne vada m'intim. Mi alzai. Va bene, mi scusi, Sanders. Ma fare domande sgradevoli fa parte del mio lavoro. Mi ignor e io mi allontanai. Arrivato alla porta mi voltai indietro. Sanders fissava il suo bicchiere parlando da solo, ad alta voce. Risposte borbottava. Fece un verso osceno. Risposte, devono avere sempre una risposta. Ma le domande sono molto pi raffinate. Perch non lasciano perdere? Io lasciai perdere lui, da solo con il suo bicchiere. Le settimane seguenti furono frenetiche, per la spedizione e per me. Dubowski aveva fatto le cose per bene, bisognava dargliene atto. Aveva programmato il suo attacco a Wraithworld con pignola meticolosit. Per prima cosa procedette a una mappatura del territorio. A causa della nebbia, le carte esistenti del pianeta erano molto approssimative secondo i criteri moderni. Dubowski sped un'intera flottiglia di sonde robotiche che sfioravano la nebbia per carpirle i segreti grazie ai loro sensori sofisticati. Con i dati che le sonde riversarono al centro fu possibile comporre una carta geografica dettagliata dell'intero territorio. Fatto questo, Dubowski e i suoi assistenti utilizzarono la mappa per individuare ogni avvistamento degli spettri segnalato dai tempi della spedizione Gregor. Prima di lasciare la Terra, ovviamente, era stata raccolta e analizzata una notevole quantit di dati sull'argomento. I vuoti furono colmati ricorrendo ai testi della impareggiabile biblioteca di Castle Cloud. Com'era prevedibile, gli avvistamenti erano stati pi numerosi nelle valli circostanti l'albergo, unico insediamento umano fisso del pianeta. Completata la mappatura, Dubowski colloc le trappole per spettri, sistemandole nelle zone dove c'erano stati pi avvistamenti. Ne mise qualcuna anche in aree remote e distanti, fra cui il litorale dove era atterrata l'astronave di Gregor. Le trappole, ovviamente, non erano vere trappole. Si trattava di tozzi pilastri di duralloy, dotati di tutti i dispositivi di rilevazione e di registrazione noti alla scienza terrestre. Per quei congegni era come se la nebbia non esistesse: se qualche sfortunato spettro si fosse trovato alla loro portata, non avrebbe potuto evitare di essere individuato.

Nel frattempo le sonde robotiche erano state rimesse a punto e riprogrammate, per essere di nuovo inviate in missione. Adesso che esistevano carte geografiche dettagliate, potevano attraversare le zone nebbiose, perlustrare il territorio sfiorando il terreno, senza il rischio di andare a sbattere contro una montagna invisibile. I sensori di cui erano dotate non erano dello stesso genere di quelli delle trappole. Le sonde avevano una portata pi ampia e ogni giorno potevano coprire una superficie di migliaia di chilometri quadrati. Infine, una volta sistemate tutte le trappole e con le sonde robotiche costantemente in azione, Dubowski e i suoi uomini scesero nella foresta di nebbia. Ognuno aveva uno zaino pieno di sensori e rilevatori. L'equipe di ricerca aveva un raggio d'azione pi ampio rispetto alle trappole e disponeva di apparecchi pi sofisticati delle sonde. Ogni giorno veniva percorso un itinerario diverso, in modo coscienzioso e accurato. Io partecipai a qualcuna di queste spedizioni, con lo zaino in spalla. Lo sforzo mi valse interessanti articoli, anche se non trovammo mai niente. Nel corso della ricerca, per, m'innamorai delle foreste di nebbia. Sulle guide turistiche sono generalmente definite "le spettrali foreste di nebbia del fantasmatico pianeta chiamato Wraithworld". Invece hanno ben poco di spettrale, anzi, niente. Possiedono una strana bellezza, al loro interno, per chi sa apprezzarla. Gli alberi hanno tronchi sottili e molto alti, con la corteccia bianca e le foglie di un tenue grigio, ma le foreste sono tutt'altro che prive di colori. C' una pianta parassita, una specie di muschio, molto diffusa, che pende dai rami formando cascate verde scuro e scarlatto, e ci sono rocce, rampicanti e cespugli ricoperti di frutti violacei dalla forma strana. Il sole, ovviamente, non si vede. La nebbia nasconde ogni cosa, mulinella, ti scivola addosso mentre cammini, ti accarezza con mani invisibili, si aggrappa ai tuoi piedi. Ogni tanto si diverte a giocare con te. Per lo pi ti trovi a camminare in una densa caligine e non vedi al di l di qualche metro, con i piedi che affondano nel tappeto niveo sotto di te. Certe volte, per, si chiude di colpo e non riesci a vedere pi niente. In questi casi, mi capitato in pi occasioni di andare a sbattere contro un albero. Altre volte, invece, e senza nessuna ragione apparente, la nebbia si ritrae e ti lascia l in piedi, in una bolla limpida dentro una nuvola. Allora riesci a vedere la foresta in tutta la sua grottesca bellezza. una visione fugace, di un mondo incredibile, che ti lascia senza fiato. Sono momenti rari che du-

rano poco, ma ti restano impressi. Restano impressi nella tua memoria. In quelle prime settimane non ebbi molto tempo per andare a spasso nella foresta, se non al seguito dell'equipe dei ricercatori. Per lo pi ero occupato a scrivere. Feci una serie di servizi sulla storia del pianeta, dando risalto ai racconti degli avvistamenti pi famosi; abbozzai un ritratto dei membri pi pittoreschi della spedizione; stesi un articolo su Sanders, sulle difficolt che aveva incontrato e superato nella costruzione di Castle Cloud; preparai qualche appunto scientifico su quel poco che si sapeva dell'ecologia del pianeta; scrissi un pezzo di colore sulle foreste e le montagne. In altri articoli avanzai qualche ipotesi sulle rovine, raccontai della caccia ai gatti delle rocce, delle scalate, dei pericolosi varani giganti che vivevano su qualche isola in mezzo al mare. Ovviamente, scrissi di Dubowski e della sua ricerca, ne riempii intere filze di carta. A un certo punto, per, la ricerca prese l'andamento di una noiosa routine e stavo esaurendo gli argomenti offerti dal pianeta. Non fui pi cos produttivo e mi ritrovai con molto tempo a disposizione. Fu a quel punto che cominciai davvero ad apprezzare il fascino di quel pianeta. Facevo ogni giorno una passeggiata nella foresta e ogni volta mi spingevo sempre pi lontano. Visitai le rovine e, non accontentandomi degli ologrammi, raggiunsi in volo l'altro emisfero per vedere con i miei occhi i varani delle paludi. Mi unii a un gruppo di cacciatori di passaggio e riuscii ad abbattere anch'io un gatto delle rocce. Accompagnai altri cacciatori sulla costa occidentale e per poco non finii tra gli artigli di un diavolo delle pianure. Avevo anche ricominciato a discorrere con Sanders. Fino allora, il proprietario dell'albergo aveva bellamente ignorato sia me sia Dubowski, e chiunque fosse in relazione con la ricerca. Ci rivolgeva a fatica la parola o non ci parlava affatto, ci salutava seccamente e passava il tempo con gli altri ospiti. In un primo momento, dopo la discussione che avevamo avuto al bar, mi ero preoccupato di quello che avrebbe potuto fare. Con la fantasia me lo immaginavo mentre ammazzava qualcuno nella nebbia per dare la colpa a uno spettro, oppure che sabotava le trappole. Ero comunque certo che avrebbe tentato qualcosa per spaventare Dubowski o per danneggiare in qualche modo la sua spedizione. quello che succede a stare troppo attaccati all'olovisore, suppongo.

Sanders non fece niente del genere. Si limit a tenere il broncio, a lanciarci occhiate astiose quando ci incrociava nei corridoi, a non offrirci mai una sincera collaborazione. Passato un certo tempo, per, riprese un atteggiamento pi cordiale, ma non nei confronti di Dubowski e dei suoi uomini: solo con me. Credo che fosse grazie alle mie passeggiate nella foresta. Dubowski non si avventurava nella nebbia se non quando era proprio indispensabile. Ci andava di malavoglia e rientrava il pi presto possibile. I suoi uomini seguivano l'esempio del capo. Solo io facevo eccezione, ma in fondo non facevo parte del gruppo. Sanders se n'era accorto, ovviamente. Non gli sfuggiva quasi niente di quello che accadeva al castello. Mi rivolse di nuovo la parola. Civilmente. Poi un giorno mi offr ancora da bere. La spedizione era l da due mesi. Si avvicinava l'inverno a Castle Cloud, e l'aria si faceva fredda e pungente. Dubowski e io eravamo seduti a un tavolo sulla terrazza, a sorseggiare il caff dopo un altro splendido pranzo. Sanders stava a un tavolo non lontano e discorreva con alcuni turisti. Non ricordo di che cosa discutessi con Dubowski. Comunque, lo scienziato a un certo punto m'interruppe rabbrividendo. Fa freddo qua fuori, perch non rientriamo? Non gli era mai piaciuto pranzare sulla terrazza. Corrugai la fronte. Non si sta cos male, e poi quasi il tramonto, uno dei momenti pi belli della giornata. Dubowski rabbrivid ancora e si alz. Resti pure comodo. Io preferisco rientrare. Non mi va di prendermi un raffreddore mentre lei ammira per l'ennesima volta la nebbia che cala. Si avvi verso la porta, ma non aveva fatto nemmeno tre passi quando Sanders scatt in piedi ululando come un gatto delle rocce ferito. La nebbia che cala strill. Che cala! Dalla sua bocca usc una lunga serie di parolacce. Non l'avevo mai visto tanto infuriato, nemmeno quando mi aveva cacciato dal bar la prima sera. Stava l in piedi, tremante di rabbia, la faccia paonazza, le grosse mani che continuavano a stringersi a pugno e riaprirsi. Mi alzai di scatto e corsi a mettermi tra di loro. Dubowski si volt verso di me, sembrava sconcertato e spaventato. Apr la bocca. Ma cosa... Vada dentro lo interruppi. In camera sua, presto, o nella hall, dove vuole, ma si allontani da qui prima che la uccida. Ma... ma cosa... non capisco... che cosa successo? La nebbia cala al mattino gli spiegai. La sera, al tramonto, risale. Ora

vada. Tutto qui? Perch si tanto... Vada via! Dubowski scosse la testa, come a ribadire che non capiva, ma se ne and. Mi rivolsi a Sanders. Su, adesso si calmi. Smise di tremare, ma dagli occhi gli uscivano ancora lampi d'ira in direzione dello scienziato. La nebbia che cala borbott. Quel bastardo qui da due mesi e non ha ancora capito quando la nebbia cala e quando risale. Non si mai preso il disturbo di osservarla confermai. Non gli interessa. Comunque non sa che cosa si perde. Ma non c' motivo che lei si irriti a questo modo. Mi fiss accigliato, poi annu. Gi, probabilmente ha ragione convenne sospirando ma la nebbia che cala, accidenti...! E dopo un breve silenzio, aggiunse: Ho bisogno di bere qualcosa. Viene con me?. Annuii. Ci accomodammo nello stesso angolo buio della prima sera, a quello che doveva essere il tavolino preferito di Sanders. Tracann tre bicchieri prima che io avessi finito il primo. Roba forte. A Castle Cloud era tutto forte. Questa volta non litigammo. Parlammo della nebbia che cala, della foresta, delle rovine, degli spettri e Sanders mi fece un resoconto appassionato dei principali avvistamenti. Tutte storie che gi conoscevo, certo, ma non come le raccontava lui. A un certo punto mi capit di dirgli che ero nato a Bradbury, perch i miei genitori erano su Marte per una breve vacanza. Gli occhi di Sanders s'illuminarono e per un'ora circa mi omaggi con una serie di barzellette sui terrestri. Le conoscevo gi tutte, ma cominciavo a sentirmi un po' alticcio e mi fecero ridere. Da quella sera passai pi tempo con Sanders che con chiunque altro dell'albergo. Pensavo di conoscere abbastanza bene il pianeta, ormai, ma era una vacua presunzione e Sanders me lo dimostr. Mi fece vedere certi angoli nascosti della foresta, che da allora non posso pi dimenticare. Mi port nelle paludi sulle isole, dove ci sono alberi di un genere completamente diverso, che ondeggiano paurosamente anche in assenza di vento. Raggiungemmo in volo, nel lontano Nord, un'altra catena montuosa con cime pi alte e ricoperte di ghiaccio, poi a sud una pianura dove la nebbia si riversa senza sosta, come una spettrale cascata. Io continuavo a scrivere di Dubowski e della sua caccia agli spettri, ma

non c'erano molte novit sull'argomento, cos passavo gran parte del tempo in compagnia di Sanders. Non mi preoccupavo tanto del mio rendimento sul lavoro. Le corrispondenze da Wraithworld avevano riscosso un ottimo successo sulla Terra e in gran parte dei mondi colonizzati, per cui credevo che il pi fosse fatto. Ma non era cos. Ero sul pianeta da poco pi di tre mesi quando ricevetti un messaggio dalla mia agenzia. In un sistema solare non molto lontano era scoppiata una guerra civile su un pianeta chiamato New Refuge. Mi volevano l per un servizio. Su Wraithworld, comunque, non c'era niente di nuovo, visto che la spedizione di Dubowski doveva proseguire ancora per un anno. Per quanto il pianeta mi piacesse, colsi al volo l'occasione. Quello che scrivevo cominciava a essere piuttosto scontato, ero a corto di idee, e New Refuge poteva diventare una faccenda grossa. Salutai Sanders, Dubowski e Castle Cloud, feci un'ultima passeggiata nella foresta e prenotai un posto sulla prima astronave in partenza. La guerra civile di New Refuge si rivel una bolla di sapone. Rimasi meno di un mese sul pianeta e fu di una noia deprimente. Il luogo era stato colonizzato da una setta di fanatici religiosi, poi c'era stato uno scisma e le due parti si accusavano a vicenda di eresia. Era tutto molto scontato. Per di pi il fascino del pianeta era pari a quello di una periferia marziana. Me ne andai appena possibile, saltando da un pianeta all'altro, da una corrispondenza all'altra. Trascorsi sei mesi, ero finalmente riuscito a tornare sulla Terra. Si avvicinavano le elezioni e fui preso completamente dal confronto politico. Per me non and male: fu una campagna vivace con tante storie interessanti da raccontare. Una volta finita, per, cominciai a interessarmi delle scarse notizie che arrivavano da Wraithworld. Finalmente, come prevedevo, Dubowski annunci che avrebbe tenuto una conferenza stampa. Riuscii a farmi assegnare l'incarico dalla mia agenzia e saltai sulla prima astronave in partenza. Arrivai una settimana in anticipo rispetto alla data fissata per la conferenza, e non c'erano altri giornalisti in giro. Prima di imbarcarmi avevo inviato un messaggio a Sanders, che venne a prendermi all'astroporto. Ci accomodammo sulla terrazza e ci facemmo servire da bere l fuori. Allora? gli chiesi, dopo che ci fummo scambiati qualche cordialit. Sa che cosa annuncer Dubowski? Sanders pareva alquanto depresso. Posso immaginarlo. Ha raccolto tut-

te le sue maledette attrezzature un mese fa e ha fatto riscontri incrociati dei dati al computer. Dopo che lei se n' andato, ci sono stati alcuni avvistamenti di spettri. Dubowski si mosso con ore di ritardo dopo ognuno dei casi, e ha rastrellato a palmo a palmo i luoghi incriminati. Niente. Ecco che cosa sta per annunciare, credo: niente. Annuii. cos grave? Anche Gregor non aveva trovato niente. Non la stessa cosa. Gregor non ha agito come Dubowski. La gente gli creder. Non ne ero cos sicuro e stavo per dirglielo, quando comparve Dubowski. Qualcuno doveva avergli detto del mio arrivo. Usc a passi rapidi sulla terrazza, sorrise, mi scrut e venne a sedersi accanto a me. Sanders gli lanci un'occhiata in tralice e si mise a studiare il suo bicchiere. Dubowski badava solo a me. Sembrava molto compiaciuto di se stesso. Mi chiese come stavo, che cosa avevo fatto dopo che me ne ero andato; glielo raccontai e lui si congratul con me. Alla fine riuscii a domandargli dell'esito delle sue ricerche. No comment rispose. Per questo ho indetto la conferenza stampa. Andiamo insistetti. Ho scritto di lei per mesi, quando tutti ignoravano la sua spedizione. Potrebbe almeno darmi qualche anticipazione per uno scoop. Che cosa ha trovato? Esit, poi disse dubbioso: Be', d'accordo. Ma non pubblichi niente per ora. Potr trasmettere il suo articolo qualche ora prima della conferenza stampa. Spero le basti. Glielo promisi. Allora, che cosa ha scoperto? Gli spettri non esistono. Ho prove sufficienti per dimostrarlo senza ombra di dubbio. Fece un ampio sorriso. Solo perch lei non ha trovato niente? Magari la evitavano. Se fossero esseri senzienti, sarebbero anche abbastanza furbi. Forse i sensori non riescono a rilevarli. Su, non pu credere una cosa del genere ribatt lo scienziato. Le nostre trappole disponevano di ogni tipo possibile di sensore. Se gli spettri esistessero, ne avremmo comunque registrato la presenza. Ma non esistono. Tre trappole erano sistemate proprio nelle zone dove ci sono stati i cosiddetti avvistamenti decantati da Sanders. Niente. Assolutamente niente. la prova definitiva che quelle persone hanno avuto delle allucinazioni, erano solo miraggi. E i morti, le sparizioni? Che mi dice della spedizione Gregor e degli altri casi di cui si parla?

Lo scienziato sorrise ancora di pi. Non posso negare le morti, certo. Le sonde e le ricerche ci hanno fatto ritrovare quattro scheletri. Sollev quattro dita per contare. Due erano morti per una frana e uno aveva segni di morsi di un gatto delle rocce sulle ossa. E il quarto? Assassinato. Il corpo era stato sepolto in una fossa poco profonda, chiaramente scavata da mani umane. Poi un'alluvione lo ha riportato alla luce. Era stato registrato fra gli scomparsi. Sono sicuro che, continuando a cercare, potremmo ritrovare anche gli altri corpi. E scopriremmo che si trattato di normalissimi decessi. Sanders sollev lo sguardo dal bicchiere. Era uno sguardo cattivo. Gregor disse ostinato. Gregor e i suoi casi. Il sorriso di Dubowski sembr ancora pi divertito. Ah, s. Abbiamo ispezionato con la massima cura quella zona. La mia teoria era giusta. Abbiamo scoperto una colonia di primati nei paraggi. Esemplari di grandi dimensioni. Una specie di babbuini giganti con la pelliccia color bianco sporco. Una razza non molto ben riuscita, comunque. Abbiamo individuato solo un piccolo branco in via di estinzione. In ogni caso, questo spiega ci che aveva visto l'uomo di Gregor, esagerando tutte le proporzioni. Ci fu un momento di silenzio, poi Sanders parl, con voce stanca. Solo una domanda sussurr. Perch? Lo scienziato s'irrigid mentre il suo sorriso svaniva. Non l'ha mai voluto capire, vero, Sanders? stato per amore della verit, per liberare questo pianeta dall'ignoranza e dalla superstizione. Liberare il pianeta? ripet Sanders. Era in schiavit? S, schiavo di uno stupido mito. E della paura. Adesso sar libero e aperto. Potremo finalmente scoprire la verit su quelle rovine, senza lasciarci fuorviare da tenebrose leggende di spettri umanoidi. Il pianeta si aprir alla colonizzazione. La gente non avr pi timore di venire qui a vivere e a coltivare la terra. Abbiamo sconfitto la paura. Una colonia? Qui? Sanders sembrava divertito. Ha intenzione di installare grossi ventilatori che disperdano la nebbia? Qualche colono era gi sbarcato qui in passato. E se n' andato. Il terreno non adatto, con tutte queste montagne non si pu coltivare niente, almeno non su scala industriale. Non c' modo di garantirsi un profitto dall'agricoltura su Wraithworld. Per giunta ci sono centinaia di pianeti che si lamentano per la scarsit di coloni. C'era proprio bisogno di aggiungerne un altro? Wraithworld deve proprio diventare un'altra Terra? Scosse tristemente la testa,

vuot il bicchiere e continu: lei che non capisce, dottore. Non se la racconti. Lei non ha liberato il pianeta, lo ha distrutto. Gli ha sottratto gli spettri e lo ha lasciato deserto. Adesso fu Dubowski a scuotere la testa. Credo che lei sia in errore. Si troveranno tanti modi utili e vantaggiosi per sfruttare il pianeta. Ma anche se lei avesse ragione, be', non poi cos grave. Per gli esseri umani quello che conta la conoscenza. Le persone come lei hanno sempre cercato di bloccare il progresso, ma non ci sono mai riuscite. L'uomo deve conoscere. Sar obiett Sanders. Ma l'unico bisogno che ha? Non lo credo. Penso che abbia bisogno anche di mistero, di poesia, di avventura. Penso che occorrano domande senza risposta, che facciano riflettere e stupire. Dubowski si alz di scatto e fece una smorfia. Questa discussione futile come la sua filosofia, Sanders. Nel mio universo non c' posto per le domande senza risposta. Allora vive in un universo molto squallido, caro dottore. E lei, Sanders, vive nel fetore della sua ignoranza. Si trovi qualche altra superstizione, se proprio non ne pu fare a meno, ma non cerchi di scaricarmi addosso le sue leggende. Non abbiamo pi tempo per gli spettri. Rivolgendosi a me, aggiunse: Ci vediamo alla conferenza stampa. Dopo di che si volt e lasci la terrazza. Sanders lo osserv in silenzio, poi si dondol sulla sedia guardando le montagne. La nebbia sta cominciando a salire disse. Sanders si sbagliava anche a proposito della colonia. Ne fu fondata una, sebbene non offrisse molto di cui andare fieri. Qualche vigneto, poche fattorie, alcune migliaia di abitanti, tutti dipendenti di due grosse aziende. Le attivit agricole si dimostrarono ben poco remunerative, con un'unica eccezione: la produzione di un'uva locale con chicchi grigi grossi come limoni. Cos Wraithworld esporta un unico prodotto, un vino bianco fumoso, dal gusto amabile e persistente. Lo chiamano nebbiolo, mi pare ovvio. Con l'andare degli anni ho finito per apprezzarlo. L'aroma mi ricorda quello della nebbia, in un certo senso, e mi fa fantasticare. Ma pi che merito del vino, probabilmente si tratta della mia immaginazione. La maggior parte della gente non ci fa tanto caso. Eppure, sebbene in modo limitato, si tratta di un prodotto redditizio, cos Wraithworld ancora una tappa regolare sulle rotte spaziali. Almeno per le

astronavi mercantili. I turisti, invece, sono spariti da tempo. Su questo Sanders aveva ragione. Si possono gustare bei panorami pi vicino a casa, e a prezzi inferiori. Erano gli spettri ad attirare fin l i turisti. Anche Sanders se ne andato da tempo. Era troppo testardo e sprovvisto di senso pratico per investire nel vino quando ne ebbe l'occasione, e se ne rest trincerato dietro gli spalti del suo castello sino alla fine. Non so che cosa ne sia stato di lui dopo, quando l'albergo fu costretto a chiudere. Il castello c' ancora. L'ho rivisto qualche anno fa, durante una breve sosta mentre ero in viaggio per un servizio su New Refuge. Per sta gi andando in rovina. Troppo costoso da mantenere: tra pochi anni non si distinguer pi dai ruderi pi antichi. Per il resto, il pianeta non cambiato granch. La nebbia sale ancora al tramonto e cala all'alba. Il Fantasma Rosso tuttora bello e splendente alla luce dell'alba. Le foreste sono sempre l e vi si aggirano ancora i gatti delle rocce. Solo gli spettri non ci sono pi. Solo gli spettri. "With Morning Comes Mistfall" copyright 1973 by the Conde Nast Publications, Inc. Copyright renewed 2002 by George R.R. Martin. From "Analog", May 1973. CANZONE PER LYA Le citt degli Shkeen sono molto pi antiche di quelle degli uomini, e la grande metropoli rosso ruggine che sorge nella regione delle colline sacre la pi antica di tutte. Non aveva nome, non ne aveva bisogno. Anche se gli Shkeen hanno costruito migliaia di paesi e citt, quella sulla collina non conosceva rivali: era la pi grande come dimensioni e per popolazione, e l'unica sulle pendici delle colline sacre. La loro Roma, la Mecca e Gerusalemme, in un solo luogo. Era la citt per eccellenza, dove tutti gli Shkeen confluivano gli ultimi giorni prima dell'Unione. La citt era antica prima che Roma cadesse, era grande e prospera quando Babilonia era ancora un sogno, ma non portava i segni del passare del tempo. L'occhio umano scorgeva solo chilometri e chilometri di basse cupole di mattoni rossi, piccole dune di fango essiccato che ricoprivano le colline ondulate come una slavina. All'interno erano buie e quasi senza ae-

razione; le stanze erano piccole, l'arredo rudimentale. Eppure non era una citt lugubre. Ogni giorno venivano occupate le case su quelle aride colline, sotto un sole cocente che se ne stava in cielo come un melone di un arancione esausto; ma la citt brulicava di vita, odori di cibo, echi di risate e di voci, bambini che correvano, il trambusto degli operai sudati che riparavano le cupole, i campanelli dei Congiunti che risuonavano per le strade. Gli Shkeen erano persone gioiose ed esuberanti, quasi infantili. Di certo niente in loro faceva supporre un passato illustre o un'antica saggezza. Questa una razza giovane, suggerivano gli indizi, una cultura ai primordi. Ma quell'infanzia durava da oltre quattordicimila anni. La vera neonata era la citt degli uomini, che aveva meno di dieci anni terrestri. Era stata edificata sul limitare delle colline, tra la metropoli shkeen e le polverose pianure dove era stato costruito l'astroporto. In termini umani era una bella citt, aperta, ariosa, piena di graziose arcate e fontane scintillanti, con ampi viali alberati. Gli edifici erano di metallo, plastica colorata e legno del pianeta, quasi tutti bassi secondo i dettami dell'architettura shkeen. Faceva eccezione la Torre dell'amministrazione, un obelisco di lucente acciaio blu che fendeva un cielo cristallino. La si vedeva da chilometri di distanza in ogni direzione. Lyanna la not prima che atterrassimo, cos l'ammirammo dall'alto. I severi grattacieli di Vecchia Terra e di Baldur erano pi alti, le fantastiche citt ragnatela di Arachne molto pi belle, ma quella torre blu dalla forma slanciata risultava piuttosto imponente, poich si ergeva senza rivali nel suo solitario dominio sulle sacre colline. L'astroporto era all'ombra della Torre, quindi una distanza facilmente percorribile a piedi, ma ci vennero comunque a prendere. Un'aeromobile rossa scarlatta per brevi tragitti ci aspettava con il motore acceso alla base della rampa. L'autista era chino sulla cloche. Appoggiato al portello, Dino Valcarenghi stava parlando con un assistente. Valcarenghi era l'amministratore planetario, il mago del settore. Giovane, ovviamente, ma questo lo sapevo. Non tanto alto, di bell'aspetto, con fitti riccioli neri a conferirgli un fascino scuro e intenso e un sorriso aperto e cordiale. Ci rivolse il suo bel sorriso mentre scendevamo dalla rampa, e venne a stringerci la mano. Salve! esord. Sono felice di vedervi. Non aveva senso fare le presentazioni: lui sapeva chi eravamo noi, noi sapevamo chi era lui, e lui non era uno che badasse ai rituali.

Lyanna gli prese con delicatezza una mano tra le sue, lanciandogli il suo sguardo da vampira: grandi occhi scuri spalancati che ti fissano, la bocca sottile che accenna un vago, impercettibile sorriso. Di corporatura minuta, i capelli castani corti e un fisico da adolescente, sembra quasi un'orfanella. Pu apparire molto fragile e indifesa, quando vuole, ma ha uno sguardo che scuote le persone. Se sanno che Lya telepatica, pensano che stia frugando nei loro pi intimi segreti. In realt, sta solo giocando. Quando Lyanna legge davvero, il suo corpo diventa rigido e comincia a tremare, e quei suoi grandi occhi succhia anima diventano piccoli, duri e opachi. Ma pochi lo sanno, per cui si imbarazzano, guardano da un'altra parte e si affrettano a lasciarle la mano. Non Valcarenghi, per: lui si limit a sorridere e ricambi lo sguardo, poi si volt verso di me. Quando gli strinsi la mano lo stavo leggendo, come faccio d'abitudine. Non una bella cosa, immagino, perch affossa anzitempo potenziali amicizie. Il mio talento non paragonabile a quello di Lya, ma anche meno impegnativo. Io capto le emozioni. L'affabilit di Valcarenghi si rivel forte e sincera, senza secondi fini, almeno non in superficie. Strinsi la mano anche all'assistente, Nelson Gourlay, un tizio biondo e allampanato di mezza et. Poi Valcarenghi invit tutti a salire sull'aeromobile. Immagino sarete stanchi disse dopo il decollo quindi vi risparmio la visita della citt e ci dirigeremo direttamente alla Torre. Nelse vi mostrer i vostri alloggi, dopo di che potrete raggiungerci per un aperitivo, e parleremo della questione. Avete letto il materiale che vi ho mandato? S risposi io. Lya annu. I dati sono interessanti, ma non ho capito il motivo per cui siamo qui. Lo saprete presto replic Valcarenghi. Adesso vi lascio ammirare il paesaggio aggiunse indicando il finestrino, sorrise e si ammutol. Cos Lya e io ammirammo il panorama, almeno per quanto ci fu possibile nei cinque minuti di volo dall'astroporto alla Torre. L'aeromobile sfrecciava lungo la via principale all'altezza delle cime degli alberi, provocando uno spostamento d'aria che sferzava i rami. Dentro era freddo e buio, mentre fuori il sole splendeva quasi a mezzogiorno, e si vedevano onde scintillanti di calore salire dal terreno. Gli abitanti dovevano essere nelle loro case con l'aria condizionata, perch in giro non c'era quasi nessuno. Arrivati all'ingresso principale della Torre attraversammo un'enorme hall di una pulizia impeccabile. A quel punto Valcarenghi si allontan per parlare con alcuni subalterni; Gourlay ci condusse verso uno dei tubi ascensionali e schizzammo su di cinquanta piani. Dopo aver oltrepassato una

segreteria, prendemmo un altro tubo ascensionale privato, e salimmo ancora. Le nostre stanze erano deliziose, con una moquette verde chiaro e le pareti rivestite da pannelli in legno. C'era anche una vera biblioteca, per lo pi classici terrestri rilegati in finta pelle, e alcuni romanzi di Baldur, il nostro pianeta d'origine. Qualcuno doveva aver preso informazioni sui nostri gusti. Una parete della camera da letto era di vetro colorato, con una vista panoramica sulla citt ai nostri piedi, e un comando per oscurarla quando si andava a dormire. Gourlay ci mostr come funzionava, con fare da austero inserviente d'albergo. Lo lessi brevemente, ma non trovai alcun risentimento. Era un po' nervoso, ma non tanto, e nutriva sincero affetto per qualcuno. Noi? Valcarenghi? Lya si sedette su uno dei due lettini. Qualcuno ci porter su il bagaglio? domand. Gourlay fece cenno di s con la testa. Vi sar riservato un trattamento speciale disse. Qualsiasi cosa desideriate, basta chiedere. Bene, non mancheremo replicai sedendomi sull'altro letto; poi indicai a Gourlay la poltrona. Da quanto tempo qui? Sei anni rispose lui, accomodandosi. Sono ormai un veterano. Ho lavorato sotto quattro amministratori: Dino e prima di lui Stuart, prima ancora Gustaffson, e perfino con Rockwood per qualche mese. Lya si rianim, incroci le gambe sotto di s e si chin in avanti. Pi o meno la durata del suo mandato, vero? Gi conferm Gourlay. Rockwood non amava questo pianeta e accett quasi subito un incarico meno importante come viceamministratore altrove. A essere sincero, a me non dispiacque: era un tipo nervoso, e continuava a dare ordini per dimostrare di essere il capo. E Valcarenghi? domandai. Gourlay fece un sorriso che sembr uno sbadiglio. Dino? Lui in gamba, il migliore. bravo, e lo sa. qui solo da due mesi, ma ha gi risolto parecchie questioni, e si fatto molti amici. Tratta i subalterni come persone, chiama tutti per nome eccetera. fatto cos. Stavo scandagliando, e lessi sincerit. Era a Valcarenghi che Gourlay era affezionato. Credeva in quello che aveva appena detto. Avrei voluto fargli altre domande, ma non ne ebbi il tempo. Gourlay si alz di scatto. Non posso trattenermi oltre disse. Immagino che avrete voglia di riposare. Tra un paio d'ore, se vi va, salite all'ultimo piano, ve-

dremo un po' di cose insieme. Sapete dov' il tubo ascensionale, vero? Facemmo cenno di s, e Gourlay se ne and. Che ne pensi? chiesi voltandomi verso Lya. Lei si sdrai sul letto e si mise a fissare il soffitto. Non lo so rispose. Non stavo leggendo. Mi chiedo come mai abbiano avuto cos tanti amministratori, e perch ci abbiano chiamato. Siamo dei Talenti dissi sorridendo. S, con la maiuscola. Lyanna e io avevamo sostenuto degli esami ed eravamo accreditati come Talenti psichici, con tanto di diploma. Mmm fece lei mettendosi sul fianco, e mi sorrise. Questa volta non era il sogghigno vampiresco, ma un sorriso sexy da ragazzina. Valcarenghi vuole che ci riposiamo un po'. Forse non una cattiva idea. Lei salt gi dal letto. Certo, ma questi lettini singoli devono sparire. Li potremmo avvicinare proposi. Lei sorrise di nuovo. Li avvicinammo. E in effetti dormimmo, poi. Quando ci svegliammo, il bagaglio era davanti alla porta. Contando sulla nota mancanza di formalit di Valcarenghi, indossammo abiti comodi e freschi. Il tubo ascensionale ci port all'ultimo piano della Torre. L'ufficio dell'amministratore planetario non sembrava un ufficio: non c'erano n scrivanie n gli altri arredi consueti. Solo un tappeto blu, nudo e lussuoso, dove i piedi affondavano fino alle caviglie, e sei o sette poltrone in ordine sparso. E molto spazio e tanta luce proveniente dall'esterno, con Shkea sotto di noi, oltre i vetri colorati. Qui tutt'e quattro le pareti erano di vetro. Valcarenghi e Gourlay ci stavano aspettando; l'amministratore ci serv personalmente da bere. Non capii che cosa fosse, ma era una bevanda fresca, speziata e aromatica, con una nota acuta. La sorseggiai con gratitudine: non so perch, ma avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su. Vino shkeen disse Valcarenghi con un sorriso, in risposta a una domanda inespressa. Ha un nome, ma non riesco ancora a pronunciarlo. Datemi tempo. Sono qui solo da due mesi, ed una lingua difficile. Sta studiando lo shkeen? chiese Lya, sorpresa. Sapevo perch: gli umani lo trovano molto difficile, mentre i nativi imparano il ferrano con straordinaria facilit. Per molti questo risolveva il problema in modo soddisfacente, e smettevano di cercare di decifrare il linguaggio alieno.

Mi aiuta a capire il loro modo di pensare spieg Valcarenghi. Almeno in teoria aggiunse sorridendo. Lo scandagliai di nuovo, anche se era pi difficile. La vicinanza fisica aiuta a mettere a fuoco. Anche questa volta, percepii una semplice emozione, vicino alla superficie: orgoglio, misto a una sfumatura di piacere, che attribuii al vino. Niente negli strati inferiori. Comunque si pronunci, buono dissi. Gli Shkeen producono un'ampia variet di alcolici e altri generi alimentari intervenne Gourlay. Ne abbiamo gi selezionati un certo numero per l'esportazione, e stiamo proseguendo le ricerche. La domanda dovrebbe essere buona. Questa sera potrete gustare alcuni prodotti locali annunci l'amministratore planetario. Ho organizzato un tour della citt, con qualche sosta nella Shkeentown. In un insediamento di queste dimensioni la vita notturna piuttosto interessante: vi far da guida. Sembra un bel programma esclamai; anche Lya sorrise. Non capitava spesso: in genere i Normali si sentono a disagio vicino ai Talenti, cos ci fanno arrivare in tutta fretta per fare quello vogliono che facciamo, e poi ci rispediscono via il pi rapidamente possibile. Di certo non socializzano con noi. Be', il fatto ... esord Valcarenghi, posando il bicchiere e sporgendosi in avanti sulla poltrona. Avete letto del Culto dell'Unione? Una delle religioni shkeen disse Lya. L'unica puntualizz l'amministratore. Sono tutti credenti. Questo un pianeta senza atei. Abbiamo letto il materiale che ci avete mandato dichiar Lya. Che cosa ne pensate? Io mi strinsi nelle spalle. Truce, primitiva, ma non pi di altre credenze di cui mi capitato di leggere. Dopotutto gli Shkeen non sono molto avanzati; anche su Vecchia Terra c'erano religioni che includevano sacrifici umani. Valcarenghi scosse la testa e guard Gourlay. No, non capite inizi questi, appoggiando il bicchiere sul tappeto. Sono sei anni che studio la loro religione, e non ha precedenti nella storia. Di certo non mai esistito niente di simile su Vecchia Terra, e nemmeno presso le altre razze con cui siamo entrati in contatto. E l'Unione, be', non paragonabile a un sacrificio umano: una cosa diversa. Le religioni di Vecchia Terra sacrificavano una o due vittime in-

volontarie per placare le loro divinit. Ucciderne pochi per salvarne milioni, e quei pochi in genere protestavano. Tra gli Shkeen non funziona cos. Il Greeshka prende tutti, e loro ci vanno spontaneamente. Come i lemming, si mettono in marcia verso le grotte per essere mangiati vivi da quei parassiti. Ogni Shkeen diventa Congiunto a quarant'anni, e va all'Unione Finale prima dei cinquanta. Ero confuso. D'accordo dissi. Penso di avere capito la differenza. E allora? Qual il problema? Immagino che l'Unione sia un problema per gli Shkeen, ma sono fatti loro. Come religione non peggio dei riti cannibalici dei Hrangan. Valcarenghi vuot il bicchiere, si alz e si diresse verso il bar. Dopo essersi servito di nuovo, osserv con apparente noncuranza. Per quanto ne so, al cannibalismo dei Hrangan non si convertito nessun umano. Lya lo guard allarmata; anch'io mi raddrizzai sulla poltrona, sgranando gli occhi. Come? Valcarenghi, con in mano il bicchiere, ritorn alla sua poltrona. Degli umani si sono convertiti al Culto dell'Unione. Ci sono gi decine di Congiunti; per ora nessuno di loro ha compiuto la piena Unione, ma solo questione di tempo. Si sedette e guard Gourlay. Noi lo imitammo. L'assistente biondo e allampanato cominci a raccontare. La prima conversione avvenuta circa sette anni fa. Quasi dodici mesi prima del mio arrivo qui, due anni e mezzo dopo la scoperta di Shkea e la costruzione dell'insediamento. Un ragazzo di nome Magly, uno psico-psi che lavorava a stretto contatto con gli Shkeen. Ha aderito per due anni. Poi un altro nello '08, altri ancora l'anno successivo, e continuano ad aumentare. C' stato anche un pezzo grosso: Phil Gustaffson. Lya batt le palpebre. L'amministratore planetario? Proprio lui conferm Gourlay. Abbiamo avuto diversi amministratori. Gustaffson subentr a Rockwood, quando questi decise di andarsene. Era un uomo alto, burbero, di mezza et. Tutti gli volevano bene. Aveva perso la moglie e i figli nell'ultimo incarico, ma non lo avresti mai detto, era sempre cordiale, pronto a scherzare. Bene, cominci a interessarsi alla religione degli Shkeen, a parlare con loro. Parl con Magly e altri convertiti. And anche a vedere un Greeshka. Ne rest profondamente turbato, ma alla fine super la crisi e riprese le sue ricerche. Io lavoravo con lui, ma non immaginavo che cosa avesse in mente. Poco pi di un anno fa si convert. Adesso un Congiunto. Nessuno mai stato accolto cos in fretta. Ho sentito dire a Shkeentown che potrebbe addirittura essere ammesso

all'Unione Finale, direttamente. Phil stato l'amministratore che qui ha governato pi a lungo di tutti. Alla gente piaceva e, quando si convert, molti amici lo seguirono. Adesso il numero sta crescendo. Quasi l'uno per cento, ed in aumento disse Valcarenghi. Sembra poco, ma pensate a quello che significa: l'uno per cento della popolazione del mio insediamento sceglie una religione che comprende una forma molto barbara di suicidio. Lya pass lo sguardo da lui a Gourlay, poi torn a fissare l'amministratore planetario. Perch non stato steso un rapporto? Avrebbe dovuto essere fatto ammise Valcarenghi ma il successore di Gustaffson, Stuart, aveva il terrore di suscitare uno scandalo. Nessuna legge impedisce agli umani di abbracciare una religione aliena, quindi Stuart dichiar che era un falso problema. Secondo la prassi, continuava a riferire la percentuale di conversioni, e nessuno in alto si preso mai la briga di fare la correlazione e ricordare a che cosa si converte tutta questa gente. Svuotai il bicchiere e lo posai a terra. Prosegua dissi a Valcarenghi. Secondo me il problema esiste. Indipendentemente dal numero di persone coinvolte, mi allarma l'idea che degli esseri umani possano acconsentire a diventare cibo per i Greeshka. Ho avuto un gruppo di psichici che ci ha lavorato da quando sono arrivato senza cavare un ragno dal buco. Mi servivano dei Talenti: voglio che scopriate perch queste persone si convertono. A quel punto sapr come affrontare la situazione. Il problema era strano, ma l'incarico sembrava molto semplice. Lessi Valcarenghi per maggior sicurezza. Le sue emozioni questa volta erano pi complesse, ma non tanto. Innanzitutto fiducia in se stesso: non aveva dubbi di poter risolvere il problema; provava una sincera preoccupazione, ma non paura, e non avvertii una briciola di inganno. Anche questa volta non riuscii a vedere niente sotto la superficie. Valcarenghi teneva ben nascosto il suo travaglio interiore, se mai esisteva. Lanciai un'occhiata a Lyanna. Sedeva in modo strano sulla poltrona, le dita aggrappate al bicchiere di vino: stava leggendo. A un certo punto si rilass, guard nella mia direzione e annu. Okay dissi. Penso che ce la possiamo fare. Valcarenghi sorrise. Non ne dubitavo esclam. La questione era solo se avreste accettato o no. Ma basta parlare di lavoro per oggi: vi ho promesso una notte in giro per la citt e io cerco sempre di tenere fede alla mia parola. Ci vediamo gi nella hall tra mezz'ora.

Lya e io tornammo in camera per indossare qualcosa di un po' pi elegante. Io optai per una tunica blu scuro, pantaloni bianchi e una sciarpa di rete in tinta. Non ero all'ultimo grido, ma speravo che la moda qui arrivasse con qualche mese di ritardo. Lya scelse un abito aderente di seta, bianco con sottili linee azzurre che disegnavano sensuali ondulazioni a seconda del calore emanato dal corpo. La sua snella figura ne risultava accentuata e come esaltata, con un effetto molto provocante. Una mantella blu impermeabile completava la tenuta. Valcarenghi un tipo strano disse abbottonandosi la mantella. In che senso? chiesi mentre lottavo con la fibbia della mia tunica, che rifiutava di chiudersi. Hai percepito qualcosa mentre lo leggevi? No rispose, finendo di abbottonarsi. Ammirai la sua immagine nello specchio. Poi lei fece una piroetta verso di me, con la mantella che le vorticava dietro le spalle. Niente. Pensava quello che diceva; be', con qualche variazione nella scelta delle parole, ovviamente, ma niente di significativo. La sua mente era concentrata sugli argomenti di cui si discuteva, e dietro c'era solo un muro. Sorrise. Non sono riuscita a cogliere neanche uno dei suoi oscuri e profondi segreti. Finalmente riuscii ad avere la meglio sulla fibbia. Coraggio, stasera ti potrai rifare dissi. Lei rispose con una smorfia. Neanche per idea: non leggo la gente fuori dall'orario di lavoro, non corretto. Inoltre, un tale stress! Mi piacerebbe captare i pensieri con la facilit con cui tu percepisci le emozioni. il prezzo del Talento ribattei. Tu ne hai di pi, e quindi anche lo scotto maggiore. Rovistai nella valigia per cercare una mantella impermeabile, ma non riuscii a trovarla, cos decisi di farne a meno. Le mantelle, tra l'altro, erano fuori moda. Anch'io non ho scoperto molto su Valcarenghi. Solo quello che chiunque avrebbe potuto dire guardandolo in faccia. Deve avere una mente molto disciplinata, per lo perdono: serve dell'ottimo vino. Lya annu. vero! Mi ha fatto anche bene, mi ha liberato del mal di testa con cui mi ero svegliata stamattina. L'altitudine suggerii, mentre ci dirigevamo verso la porta. La hall era deserta, ma Valcarenghi non si fece attendere. Questa volta prese l'aeromobile personale, una vecchia carcassa sgangherata che evidentemente era con lui da molto tempo. Gourlay non c'era, non amava la mondanit, ma l'amministratore era arrivato in compagnia di una donna,

una stupefacente apparizione dai capelli ramati di nome Laurie Blackburn. Era ancora pi giovane di Valcarenghi, a occhio e croce sui venticinque anni. C'era il tramonto quando decollammo. L'orizzonte era uno splendido arazzo rosso e arancione, e una lieve brezza soffiava dalle pianure. Valcarenghi spense l'impianto di raffreddamento e apr i finestrini. Lungo il tragitto ammirammo la citt che veniva avvolta dal crepuscolo. Cenammo in un ristorante lussuoso, con arredo balduriano (immagino per farci sentire a casa). Il cibo, per, era molto cosmopolita. Spezie, aromi e modo di cucinare erano tutti di Baldur, ma le carni e le verdure erano locali. Un'interessante combinazione. Valcarenghi fece le ordinazioni per tutti e quattro, e finimmo per assaggiare una decina di piatti diversi. Il mio preferito fu un minuscolo uccello locale cucinato in salsa acida. Non aveva molta carne, ma era davvero squisito. Durante il pasto ci scolammo tre bottiglie di vino: una come quella che avevamo assaggiato nel pomeriggio, un fiasco di veltaar ghiacciato di Baldur e del borgogna originale di Vecchia Terra. La conversazione si anim rapidamente; Valcarenghi era un narratore nato e anche un ottimo ascoltatore. Ovviamente si fin per parlare di Shkea e degli Shkeen. Il discorso fu introdotto da Laurie. Era arrivata da circa sei mesi, stava lavorando a una sorta di dottorato in antropologia extraterrestre. Voleva scoprire perch la civilt shkeen era rimasta congelata per cos tanti millenni. Sono pi vecchi di noi, sapete? disse. Le loro citt esistevano prima che gli esseri umani cominciassero a usare gli utensili. Devono essere stati gli Shkeen che, viaggiando nello spazio, si sono imbattuti negli uomini primitivi, non viceversa. Ci sono teorie al riguardo? chiesi. S, ma nessuna ancora universalmente accettata rispose lei. Cullen, per esempio, parla di scarsit di metalli pesanti. Un fattore, ma pu essere la risposta? Von Hamrin afferma che gli Shkeen vivono in condizioni che non favoriscono la competitivit: sul pianeta non sono presenti grandi predatori carnivori, quindi niente ha stimolato nella razza l'aggressivit. Lo studioso per stato duramente criticato: Shkea non un posto cos idilliaco, altrimenti gli abitanti non sarebbero mai arrivati al punto in cui sono oggi. Tra l'altro il Greeshka non forse carnivoro? Li mangia, no? Lei che cosa pensa? Credo che abbia a che fare con la religione, ma non ho ancora finito le

mie indagini. Dino mi aiuta a parlare con la gente e gli Shkeen sono abbastanza aperti, ma non una ricerca facile. Si blocc di colpo, e lanci un'intensa occhiata a Lya. Almeno per me. Immagino che per voi sia diverso. Ce l'avevano detto altre volte. La gente comune spesso immagina che i Talenti siano ingiustamente avvantaggiati, il che perfettamente comprensibile. In effetti lo siamo. Laurie per non era risentita: le sue parole avevano un tono meditabondo, speculativo, non esprimevano astio. Valcarenghi le mise un braccio intorno alle spalle. Ehi esclam. Basta parlare di lavoro. Non angosciamo pi Robb e Lya con gli Shkeen fino a domani. Laurie lo guard e accenn un sorriso. D'accordo replic in tono allegro. Mi sono lasciata trasportare, scusatemi. Non si preoccupi dissi. un argomento interessante. Tempo un giorno, probabilmente anche noi proveremo lo stesso entusiasmo. Lya annu e le promise che lei sarebbe stata la prima a sapere se il nostro lavoro avesse fatto emergere qualche indizio a sostegno della sua teoria. Io ascoltavo con un orecchio solo. So che non educato scandagliare i Normali quando sei fuori a cena con loro, ma a volte non so resistere. Valcarenghi teneva il braccio attorno a Laurie, stringendola dolcemente a s. Ero curioso. Cominciai una lettura rapida, colpevole. L'amministratore era di ottimo umore, un po' alticcio, credo, molto sicuro di s e protettivo: padrone della situazione. Laurie, invece, era un ginepraio: insicurezza, rabbia repressa, una venatura di paura, e amore, confuso ma forte. Dubitavo che quel sentimento fosse per me o per Lya: amava Valcarenghi. Allungai il braccio sotto il tavolo per cercare la mano di Lya e trovai il suo ginocchio. Lo strinsi delicatamente; lei mi guard e sorrise. Non stava scandagliando, meglio cos. Mi seccava che Laurie amasse Valcarenghi, anche se non sapevo perch, e fui contento che Lya non avesse notato il mio disappunto. Finimmo in breve anche l'ultima bottiglia. Valcarenghi si occup del conto, poi si alz. Forza! annunci. La notte giovane, e abbiamo tanti posti da visitare. Cos partimmo per il nostro giro. Niente spettacoli olografici o cose del genere, anche se la citt aveva i suoi teatri. Il primo della lista fu un casin. A Shkea ovviamente il gioco d'azzardo legale, e se anche non lo fosse stato Valcarenghi lo avrebbe legalizzato. Ci procur le fiches; io persi un

po', anche Laurie. Lya non poteva giocare: il suo Talento era troppo forte. Valcarenghi vinse parecchio; era un ottimo giocatore di mindspin, e se la cavava abbastanza bene anche nei giochi tradizionali. Poi entrammo in un bar. Altro alcol, pi uno spettacolo che era meno peggio di quanto mi sarei aspettato. Era notte fonda quando uscimmo, e supposi che la spedizione stesse volgendo al termine. Valcarenghi ci sorprese. Risaliti in macchina, allung un braccio sotto i comandi, tir fuori una scatola di pastiglie smaltiscisbornia e la fece passare in giro. Ehi, che cosa me ne faccio? esclamai. Tanto guidi tu. Io devo solo stare seduto. Stiamo andando a un vero evento culturale shkeen, Robb disse. Non voglio che facciate commenti fuori luogo o che vomitiate addosso alla gente del posto. Prendi una pastiglia. La mandai gi, e la testa cominci schiarirsi. Valcarenghi era gi decollato. Mi appoggiai allo schienale, misi un braccio intorno alle spalle di Lya; lei appoggi la testa al mio petto. Dove stiamo andando? domandai. A Shkeentown rispose l'amministratore, senza voltarsi. Nella Grande Sala. Questa notte c' un Raduno, e ho pensato che vi potesse interessare. Ovviamente sar in shkeen aggiunse Laurie ma Dino vi far da interprete. Anch'io capisco un po' la lingua, e se necessario interverr. Lya sembrava emozionata. Avevamo letto dei Raduni, ma non ci aspettavamo certo di vederne uno il giorno del nostro arrivo a Shkea. Si trattava di una sorta di rito religioso, una specie di confessione di massa per coloro che stavano per entrare nelle file dei Congiunti. I pellegrini si riversavano ogni giorno nella citt collinare, ma i Raduni avvenivano solo tre o quattro volte l'anno, quando il numero di quelli che stavano per entrare nell'Unione era abbastanza elevato. L'aeromobile sfrecci quasi in silenzio attraverso lo sfavillante insediamento, oltrepassando enormi fontane in cui danzavano decine di colori e begli archi ornamentali che ondeggiavano come fuoco liquido. Erano decollate anche altre macchine, e ogni tanto sorvolavamo pedoni che passeggiavano per i grandi viali della zona commerciale della citt. Ma le persone erano per lo pi al coperto; luce e musica uscivano da gran parte delle case sotto di noi. Poi, all'improvviso, l'aspetto della citt cominci a mutare. Il livello del terreno inizi a sollevarsi e abbassarsi, le colline apparvero davanti a noi e

poi furono alle nostre spalle, mentre le luci si affievolivano. Sotto, i viali illuminati fecero posto a buie strade acciottolate e polverose, e le cupole di vetro e metallo in stile similshkeen cedettero il passo alle loro pi antiche sorelle di mattoni. La citt shkeen era pi tranquilla della sua controparte umana, le case erano per lo pi buie e silenziose. Poi, davanti a noi, apparve una collina pi grande delle altre: quasi un colle a s stante, con una grande porta ad arco e una serie di finestre alte e strette. Da una di queste fenditure trapelavano luce e suoni, e fuori c'erano molti Shkeen. D'un tratto mi resi conto che, pur essendo a Shkea da quasi un giorno, era la prima volta che vedevo gli Shkeen. Non che potessi distinguere granch da un'aeromobile di notte, ma li intravidi. Erano pi piccoli degli uomini - il pi alto misurava circa un metro e mezzo - con grandi occhi e lunghe braccia. Dall'alto non potevo dire di pi. Valcarenghi parcheggi vicino alla Grande Sala, e scendemmo. Gli Shkeen stavano confluendo da varie direzioni, ma i pi erano gi dentro. Ci unimmo alla fiumana e nessuno ci guard due volte, a parte un tizio che chiam Valcarenghi per nome, con una voce esile e stridula. Aveva amici perfino qui. L'interno era un'enorme sala, con al centro una grande piattaforma senza decori, circondata da un'immensa folla di Shkeen. L'unica luce era quella delle torce collocate nelle fessure lungo le pareti e su alti supporti attorno al palco. Qualcuno stava parlando, e tutti gli occhi grandi e sporgenti erano rivolti in quella direzione. Noi quattro eravamo gli unici umani nella sala. L'oratore, nella luce vivida delle torce, era uno Shkeen di mezza et, paffuto, che parlando dondolava lentamente le braccia, in modo quasi ipnotico. Il suo discorso era tutto fischi, sibili e grugniti, quindi non ascoltavo granch, ed era troppo distante per poterlo scandagliare. Mi limitai a osservare il suo aspetto fisico, e quello degli altri Shkeen vicino a me. Erano tutti calvi, a quello che vedevo, con la pelle arancione, apparentemente morbida, attraversata da una miriade di piccole rughe. Indossavano semplici camicioni di tessuto grezzo, di vari colori, e faticavo a distinguere gli uomini dalle donne. Valcarenghi si chin verso di me e sussurr, attento a tenere basso il tono di voce: Quello che sta parlando un contadino. Racconta all'uditorio a che punto si trova e alcune difficolt della sua vita. Mi guardai intorno. Il bisbiglio dell'amministratore era l'unico rumore nella platea. Tutti ascoltavano in assoluto silenzio, lo sguardo rivolto verso

il palco, respirando a malapena. Dice che ha quattro fratelli prosegu Valcarenghi. Due sono andati all'Unione Finale, uno tra i Congiunti; l'altro, il pi giovane, manda avanti l'azienda. Si accigli e prosegu in un tono di voce leggermente pi alto. Dice che non vedr pi la sua fattoria, ed felice di questo. Cattivo raccolto? chiese Lya, con un sorriso impertinente. Ascoltava anche lei la traduzione di Valcarenghi. La fulminai con lo sguardo. Lo Shkeen prosegu e Valcarenghi and avanti a tradurre. Adesso sta parlando delle cattive azioni di cui si pente, i segreti bui dell'anima. Talvolta ha avuto la lingua tagliente, orgoglioso, in un'occasione ha addirittura picchiato il fratello minore. Ora parla della moglie e delle altre donne che ha conosciuto. L'ha tradita spesso. Da ragazzo si accoppiava con gli animali perch aveva paura delle donne. Negli ultimi anni diventato impotente, e allora il fratello ha provveduto a soddisfare la moglie. Lo Shkeen continu, fornendo dettagli incredibili, sorprendenti e al tempo stesso spaventosi. Non venne risparmiata alcuna intimit, nessun segreto rest inviolato. Rimasi ad ascoltare i bisbigli di Valcarenghi, da principio stupito, poi annoiato da tutto quello squallore. Cominciavo a sentirmi a disagio. Subito dopo mi domandai se sapevo di qualcuno la met delle cose che sapevo di quello Shkeen. Poi mi chiesi se Lyanna, con il suo Talento, conosceva qualcuno altrettanto bene. Era come se l'oratore ci volesse far rivivere la sua vita momento per momento. A un certo punto il discorso, che mi sembr durare ore, si avvi finalmente alla conclusione. Adesso sta parlando dell'Unione sussurr Valcarenghi. Sar Congiunto, e questo lo rende felice; ha desiderato a lungo questo momento. La sua sofferenza giunta al termine, non sar pi solo; presto percorrer le strade della citt sacra e i campanelli daranno voce alla sua gioia. E poi, l'Unione Finale. Sar con i fratelli nell'aldil. No, Dino bisbigli Laurie. Non umanizzare troppo le sue parole. Ha detto che lui sar i suoi fratelli, implicando che anche loro saranno lui. Valcarenghi sorrise. Certo, Laurie, se lo dici tu... A quel punto il contadino grasso era sceso dal palco. Dalla folla si lev un mormorio, e un altro prese il suo posto: molto pi basso, con un'infinit di rughe e una cavit al posto di un occhio. Cominci a parlare, all'inizio facendo delle pause, poi con sempre maggiore scioltezza. Questo un muratore, ha lavorato alla costruzione di molte cupole e vive nella citt sacra. Ha perso l'occhio tanti anni fa: cadendo da una cupola gli si conficc un pezzo di legno appuntito. Il dolore fu terribile, ma do-

po un anno ricominci a lavorare; non chiese l'Unione prima del tempo, tir avanti e oggi fiero del proprio coraggio. Ha una moglie, ma purtroppo non hanno avuto figli, e ci lo rattrista; non riesce a intendersi facilmente con la moglie, sono distanti anche quando sono insieme e lei piange la notte; anche a lui dispiace, ma non le ha mai fatto del male e... Anche lui sarebbe andato avanti ore. Cominciai di nuovo a sentirmi agitato, ma mi trattenni: era troppo importante. Mi lasciai catturare dal racconto di Valcarenghi e dalla storia dello Shkeen con un occhio solo. Nel giro di poco, ero preso dalla narrazione non meno degli alieni. Faceva caldo, l'aria era viziata e sotto la cupola si soffocava; la mia tunica si stava coprendo della fuliggine delle torce e inzuppando di sudore, in parte delle creature strette intorno a me, ma io non ci facevo caso. Il secondo oratore termin come il primo, con un lungo inno alla gioia di essere un Congiunto e alla futura Unione Finale. A quel punto non avevo quasi neanche pi bisogno della traduzione di Valcarenghi: potevo percepire la gioia nella voce dello Shkeen e vederla nella sua figura tremolante, o forse stavo scandagliando inconsciamente, anche se a quella distanza in genere non ci riesco, a meno che il soggetto non sia molto emozionato. Sal sul palco un terzo oratore, e parl in un tono di voce pi acuto. Valcarenghi non perdeva una battuta. Questa una donna disse. Ha dato otto figli al marito; ha quattro sorelle e tre fratelli; ha sempre lavorato la terra... A un certo punto il discorso sembr giungere al punto culminante, e termin con una lunga sequenza di fischi acuti. Poi la donna rest in silenzio. La folla, in coro, cominci a rispondere con altri fischi. Una musica soprannaturale riecheggi nella Grande Sala, e gli Shkeen attorno a noi iniziarono a ondeggiare, sempre fischiando tutti insieme. Lei osservava la scena, curva e affranta. Valcarenghi cominci a tradurre, ma poi si ferm. Laurie subentr prima che lui si riprendesse. Ha appena raccontato di un'immane tragedia. Gli altri fischiano per esprimere il loro dispiacere, la partecipazione al suo dolore. S, la loro simpatia aggiunse Valcarenghi, che nel frattempo si era ripreso. Quando era giovane, suo fratello si ammal e sembr sul punto di morire. I genitori le dissero di portarlo sulle colline sacre, perch loro non potevano lasciare i figli pi piccoli. Ma guid con imprudenza e una ruota del carro si spezz, cos il fratello mor nelle pianure, senza raggiungere l'Unione. Oggi si sente in colpa per questo.

La Shkeen aveva ricominciato a parlare. Laurie riprese a tradurre, standoci vicino e sussurrando con un filo di voce. Per colpa sua, ripete, il fratello morto senza l'Unione, e ora separato, solo e senza... senza... Aldil complet Valcarenghi. Senza aldil. Non penso intenda questo ribatt Laurie. Il concetto che... L'amministratore le fece cenno di tacere. Stiamo attenti esclam, e riprese lui a tradurre. Ascoltammo la storia della donna, raccontata dal sussurro sempre pi roco di Valcarenghi. Fu quella che parl pi di tutti, e il suo racconto fu il pi lugubre dei tre. Quando ebbe finito, anche lei fu sostituita da un altro oratore. A quel punto, per, Valcarenghi mi mise una mano sulla spalla e mi guid verso l'uscita. L'aria fresca della notte fu come una doccia gelata, e di colpo mi accorsi che ero madido di sudore. Valcarenghi and direttamente alla macchina. Alle nostre spalle intanto il discorso proseguiva e gli Shkeen non davano segni di stanchezza. La cerimonia dell'Unione va avanti per giorni e giorni, anche settimane ci spieg Laurie, quando fummo di nuovo sull'aeromobile. Gli Shkeen ascoltano a turno, pi o meno... Cercano con tutte le loro forze di non perdere una parola, ma a un certo punto la stanchezza li vince, allora si ritirano per una breve sosta, e poi ritornano. un grande onore riuscire ad assistere a un intero Raduno senza dormire. Valcarenghi decoll. Un giorno o l'altro ci voglio provare. Non ho mai resistito pi di un paio d'ore, ma credo che assumendo qualche droga ce la potrei fare. La comprensione tra umani e Shkeen sarebbe maggiore se noi partecipassimo di pi ai loro rituali. Forse anche Gustaffson la pensava cos esclamai. Valcarenghi fece una risatina. Be', non intendo partecipare cos intensamente. Il ritorno avvenne in un silenzio pieno di stanchezza. Avevo perso la cognizione del tempo, ma il mio corpo diceva che era quasi l'alba. Lya si raggomitol sotto il mio braccio; sembrava esausta, svuotata e mezzo addormentata. Proprio come me. Lasciammo l'aeromobile davanti alla Torre e prendemmo i tubi ascensionali. Non ero pi in grado di pensare, e il sonno arriv molto in fretta. Quella notte sognai. Fu un bel sogno, credo, ma svan con l'arrivo del giorno, lasciandomi vuoto e con la sensazione di essere stato ingannato. Restai l, una volta sveglio, con un braccio attorno a Lya e gli occhi al sof-

fitto, cercando di ricordare che cosa avevo sognato, ma non affior niente. Invece mi trovai a pensare al Raduno nella Grande Sala, ripassando mentalmente quello che avevo visto. Alla fine mi divincolai dall'abbraccio e mi alzai. Avevamo oscurato i vetri, per cui nella stanza era ancora buio, ma trovai abbastanza facilmente i comandi e lasciai filtrare un po' della luce del mattino inoltrato. Lya mormor un'assonnata protesta e si volt dall'altra parte, senza accennare ad alzarsi. Uscii dalla camera da letto e mi avvicinai alla libreria, alla ricerca di un volume sugli Shkeen: qualcosa di pi dettagliato rispetto al materiale che ci era stato inviato. Non ebbi fortuna. I libri erano stati scelti per rilassare, non per compiere delle ricerche. Trovai un videofono e mi misi in comunicazione con l'ufficio di Valcarenghi. Mi rispose Gourlay. Salve! esord. Dino immaginava che avrebbe chiamato. Adesso non qui, andato ad arbitrare un patto commerciale. Che cosa le serve? Libri dissi con voce ancora un po' assonnata. Qualcosa sugli Shkeen. Purtroppo non la posso accontentare rispose Gourlay. Non ne esistono; ci sono tanti saggi, studi, monografie, ma nessuna opera completa. Dovrei scriverla io, ma non ho ancora cominciato. Dino pensa che potrei essere io la sua fonte. Ah, capisco. Ha qualche domanda da farmi? Cercai di formularne una, ma non ci riuscii. Al momento no risposi, stringendomi nelle spalle. Volevo solo farmi un'idea generale, avere qualche notizia in pi sui Raduni. Le posso raccontare qualcosa pi tardi propose Gourlay. Dino pensa che oggi magari vorrete iniziare a lavorare. Se lo desiderate, possiamo far venire alcuni Shkeen alla Torre, oppure potete uscire voi. Andremo noi dissi subito. Spostare i soggetti fuori dal contesto altera i risultati dell'indagine. Diventano ansiosi, e questo nasconde tutte le altre emozioni; inoltre, sono pi distratti, quindi anche per Lyanna diventa pi difficile. Bene concluse Gourlay. Dino vi ha messo a disposizione un'aeromobile; la trovate gi all'ingresso. C' anche un paio di chiavi dell'ufficio, cos potrete salire direttamente senza passare dalle segretarie e tutto il resto. Grazie, a pi tardi. Spensi il videofono e tornai in camera da letto. Lya si era messa a sedere, con le coperte avvolte attorno alla vita. Le an-

dai vicino e la baciai. Lei sorrise, ma non rispose al bacio. Ehi, che succede? domandai. Mal di testa replic. Pensavo che quelle pastiglie servissero a evitare i postumi della sbronza. In teoria s. Su di me hanno fatto un ottimo lavoro. Mi avvicinai all'armadio per cercare qualcosa da mettere. Da qualche parte ci saranno delle pillole per il mal di testa. Sono sicuro che Dino non ha tralasciato un particolare cos ovvio. Mah, passami qualcosa da mettere. Presi una delle sue tute da lavoro e gliela lanciai dall'altra parte della stanza. Lya si alz e la infil, mentre io mi vestivo; poi and in bagno. Meglio esclam poi. Avevi ragione, non ha dimenticato le medicine. un tipo che non lascia le cose a met. Lya sorrise. Credo anch'io. Per Laurie sa meglio lo shkeen. L'altra notte l'ho scandagliata e Dino aveva fatto un paio di errori nella traduzione. Me l'ero immaginato, ma era comprensibile: Valcarenghi aveva quattro mesi di svantaggio, stando a quanto avevano detto. Annuii. Hai letto qualcos'altro? No. Ho tentato con gli oratori, ma erano troppo lontani. Si avvicin e mi prese la mano. Oggi dove andiamo? A Shkeentown risposi. Cerchiamo qualche Congiunto: ieri non ne ho visto nessuno. La cerimonia dell'Unione per quelli che lo devono ancora diventare. Lasciammo la stanza. Ci fermammo al quarto piano per una tarda colazione nel bar della Torre, poi prendemmo l'aeromobile che ci indic un addetto alla reception. Era una quattro posti verde coup, molto comune e poco appariscente. Non arrivai in volo fino alla citt shkeen, perch pensavo che avremmo percepito di pi la sua atmosfera muovendoci a piedi. Cos parcheggiai appena dopo la prima fila di colline, e Lya e io ci incamminammo. La citt umana era sembrata quasi vuota; Shkeentown, invece, brulicava di vita. Le strade acciottolate erano gremite di alieni, che andavano da una parte all'altra indaffarati, portando pile di mattoni, ceste piene di frutta o di vestiti. E dappertutto c'erano bambini, per lo pi nudi; grasse palle arancioni di energia ci correvano intorno sibilando, grugnendo e sogghignando,

strattonandoci di tanto in tanto. Il loro aspetto era diverso da quello degli adulti. Innanzitutto avevano qualche ciocca di capelli rossicci, e poi la loro pelle era ancora liscia e senza rughe. Erano gli unici che mostravano di accorgersi di noi. Gli Shkeen adulti si occupavano solo delle loro faccende, rivolgendoci di tanto in tanto un sorriso amichevole. Evidentemente gli umani non erano poi cos inusuali in giro per Shkeentown. Nelle strade si vedevano per lo pi pedoni e molti carrettini di legno. Gli animali da tiro degli Shkeen assomigliavano a grandi cani verdi sul punto di vomitare. Erano attaccati a due a due al carretto, e mentre tiravano continuavano a lamentarsi. Per questo gli umani li avevano soprannominati "piagnoni". Per di pi, defecavano senza sosta, e il fetore dei loro escrementi, unito agli odori dei cibi venduti per strada e degli Shkeen stessi, contribuiva al tanfo penetrante tipico della citt. Regnava anche un rumore, un chiasso costante. I fischi dei bambini, gli Shkeen che parlavano a voce alta con grugniti, gemiti e strilli, i piagnoni che uggiolavano e i carretti che sferragliavano sull'acciottolato. Lya e io passammo in mezzo a tutto questo senza scambiare una parola, mano nella mano, osservando, ascoltando, annusando e... scandagliando. Io ero totalmente aperto quando entrai nel cuore di Shkeentown, pronto a lasciarmi invadere da tutto mentre camminavo svagato ma ricettivo. Ero il centro di una bolla di emozioni: le sensazioni mi sommergevano quando gli Shkeen si avvicinavano e si ritiravano quando loro si allontanavano, sempre circondati da frotte di bambini saltellanti. Galleggiavo in un mare di impressioni, e la cosa mi spaventava. Mi spaventava perch era tutto cos familiare. Avevo gi scandagliato altri alieni; qualche volta era pi difficile, altre pi facile, ma non era mai piacevole. I Hrangan hanno menti inacidite, piene di odio e di rancore, e quando finisco ho la sensazione di essere sporco. I Fyndii provano emozioni cos tenui che riesco a stento a percepirle. I Damoosh, invece, sono un caso a s: le loro emozioni sono forti, anche se non so dare loro un nome. Con gli Shkeen invece... era come passeggiare per le strade di Baldur. Anzi, per le strade di una Colonia Perduta, quando un insediamento umano ritornato alla barbarie, immemore delle proprie origini. Qui le emozioni umane imperversavano, forti, reali e primitive, per meno sofisticate che su Vecchia Terra o su Baldur. Gli Shkeen erano forse primitivi, ma facilmente comprensibili. Leggevo gioia e dolore, invidia, rabbia, ripicca, rancore, desiderio, sofferenza. La stessa inebriante miscela che mi travolgeva

ovunque, quando le permettevo di entrare. Anche Lya stava leggendo, avvertivo la tensione della sua mano nella mia. Quando sentii che si rilassava, mi voltai, e lei colse la domanda nei miei occhi. Sono come noi disse. Annuii. Forse un'evoluzione parallela. Shkea potrebbe essere una Terra pi vecchia, con qualche piccola differenza. Per hai ragione: sono pi umani delle altre razze che abbiamo incontrato nello spazio. Ci riflettei un po'. questa allora la risposta alla domanda di Dino? Se sono come noi, anche la loro religione sar pi attraente di quelle veramente aliene. No, non penso, anzi replic Lya. Essendo come noi, ancora pi inconcepibile che vadano a morire cos volentieri, non credi? Certo, aveva ragione. Non c'era alcuna tendenza suicida nelle emozioni che percepivo, nulla di instabile, di realmente anomalo. Eppure tutti gli Shkeen prima o poi andavano all'Unione Finale. Dobbiamo concentrarci su qualcuno proposi. Questa baraonda di pensieri non ci porta da nessuna parte. Stavo guardandomi intorno alla ricerca del soggetto giusto, quando cominciai a sentire i campanelli. Il suono proveniva da sinistra, appena distinguibile tra i rumori della citt. Presi Lya per la mano e iniziammo a cercare da dove veniva; corremmo in fondo alla strada, poi a sinistra, al primo varco tra le file ordinate di cupole. I campanelli erano pi avanti, noi continuammo a correre, attraversando quello che probabilmente era il giardino di qualcuno e scavalcando lo steccato di un boschetto di dolcicorni. Dietro c'era un altro giardino, un deposito di concime, altre cupole e alla fine una strada, dove trovammo i suonatori. Erano quattro, tutti Congiunti, con lunghe tuniche rosse che strascicavano nella polvere e grandi campanelli di bronzo in entrambe le mani. Continuavano a suonarli senza sosta, con le lunghe braccia che oscillavano avanti e indietro, e le note acute, metalliche, riempivano la strada. Erano tutti e quattro anziani, calvi e con miriadi di rughe come tutti gli Shkeen. Le loro facce erano illuminate da ampi sorrisi e gli Shkeen pi giovani che passavano sorridevano a loro volta. Ciascuno aveva un Greeshka sulla testa. Mi aspettavo fossero creature ripugnanti, ma non era cos. Piuttosto, vagamente inquietanti, ma solo perch sapevo che cosa significavano. I parassiti erano una sorta di aloni luccicanti di una sostanza gelatinosa color

cremisi, e la loro misura andava da una verruca pulsante dietro il cranio fino a un grande drappo rosso, gocciolante e semovente, che copriva la testa e le spalle come un cappuccio vivo. Sapevo che il Greeshka succhia i nutrienti contenuti nel sangue degli Shkeen. E cos lentamente, molto lentamente, consuma il suo ospite. Ci fermammo a qualche metro di distanza, e li guardammo suonare. Il viso di Lya aveva un'espressione grave e solenne, come penso anche il mio. Tutti gli altri sorridevano, e le musiche dei campanelli erano inni alla gioia. Strinsi forte la mano di Lyanna e le sussurrai: Leggi. Scandagliammo entrambi. Io analizzai i campanelli: non il suono, ma la sensazione, l'emozione, l'intensa gioia fragorosa, il rumore stridulo, squillante, strepitante, il canto dei Congiunti, il loro senso di unione e di condivisione. Percepii quello che essi provavano suonando, la felicit e l'attesa, l'estasi nel comunicare agli altri la loro strepitante contentezza. E lessi l'amore, che arrivava a calde ondate: l'amore passionale e possessivo tra un uomo e una donna, non l'affetto annacquato di chi "ama" i suoi fratelli. Era un sentimento vero e ardente, che quasi bruciava quando arriv e mi circond. Amavano se stessi e tutti gli Shkeen, i Greeshka, si amavano l'un l'altro e amavano noi, ci amavano, mi amavano con il calore e la veemenza con cui mi amava Lya. E insieme all'amore, percepivo un senso di appartenenza, di comunione. Erano quattro, l'uno diverso dall'altro, eppure pensavano come un essere solo, si appartenevano a vicenda e appartenevano al Greeshka, ed erano tutti insieme, uniti, pur continuando a restare ognuno se stesso, anche se nessuno poteva leggere nell'altro come io leggevo loro. E Lyanna? Lasciai perdere i suonatori, chiusi il collegamento e la guardai. Era pallida ma sorridente. Sono meravigliosi disse con un filo di voce, estasiata. Immerso nell'amore, ricordai quanto l'amassi, come io facessi parte di lei e lei di me. Che cosa hai letto? chiesi esitante, cercando di sovrastare il frastuono incessante dei campanelli. Lya scosse la testa, come per schiarirsi le idee. Ci amano rispose. Penso che tu lo sappia, ma io... l'ho sentito: ci amano davvero, e cos profondamente! E sotto l'amore c' altro amore, e poi ancora, e ancora. Le loro menti hanno un tale spessore, e sono cos aperte... Non credo di aver mai letto un essere umano cos a fondo. tutto l, a disposizione, in superficie: le loro vite, i sogni, le memorie, i sentimenti e... questo l'ho capito, l'ho colto solo con una lettura, con un'occhiata. Con gli umani cos difficile:

devo scavare, lottare, e comunque non scendo pi di tanto. Tu lo sai, Robb, mi capisci. Oh, Robb! Si strinse a me; io la abbracciai. Il torrente di emozioni che si era riversato su di me, nel suo caso doveva essere stata una marea. Aveva un Talento pi grande e profondo del mio, e adesso stava tremando. La scandagliai mentre si aggrappava a me, e lessi amore, tanfo amore, e meraviglia, felicit, ma anche paura, un turbine di paura e preoccupazione. A un certo punto il suono attorno a noi si plac. I campanelli, l'uno dopo l'altro, smisero di vibrare, e i quattro Congiunti restarono in silenzio. Uno Shkeen si avvicin con un grande cesto coperto da un canovaccio. Quando il Congiunto pi basso di statura lo apr, l'aroma di involtini di carne caldi invase la strada. Ognuno attinse dal cesto, e in breve erano tutti intenti a masticare felici e contenti, con il proprietario degli involtini che li guardava sorridendo. Una bambina shkeen senza vestiti arriv di corsa e offr loro una brocca d'acqua, che si passarono l'un l'altro senza commenti. Che cosa sta succedendo? chiesi a Lya. Poi, prima che lei rispondesse, mi venne in mente una cosa che avevo letto fra il materiale inviato da Valcarenghi: i Congiunti non lavoravano. Dai quarant'anni in poi dormivano e si lavavano, ma dalla Prima Unione fino all'Unione Finale la loro vita era solo musica e gioia; camminavano per le strade, scuotevano i campanelli, discorrevano e suonavano, mentre altri Shkeen provvedevano a dar loro da mangiare e da bere. Era un onore nutrire un Congiunto, e lo Shkeen che aveva offerto gli involtini irradiava orgoglio e soddisfazione. Prova a leggerli adesso mormorai. Lya annu appoggiata al mio petto, si scost e cominci a fissare i Congiunti; il suo sguardo si indur. Quando ritorn normale, si volt verso di me e disse, stupita: diverso. In che senso? Lei socchiuse gli occhi perplessa. Non saprei, cio, ci amano ancora e tutto il resto, ma adesso i loro pensieri sono, per cos dire, pi umani. Ci sono vari livelli, e non facile scendere in profondit: ci sono zone segrete, inaccessibili anche a loro stessi. Non sono pi aperti come prima; adesso pensano al cibo, a quanto gustoso. tutto molto vivido, potrei sentire il sapore di quegli involtini, ma diverso da prima. Mi venne un'ispirazione. Quante menti hanno adesso? Quattro rispose. Sono collegate, direi, ma non totalmente. Lya si blocc, confusa, e scosse la testa. Sai, come se percepissero l'uno le emozioni dell'altro, un po' come fai tu, credo. Per non i pensieri, non con

precisione. Io li posso leggere, ma loro non possono leggersi a vicenda. Ognuno separato. Prima, invece, mentre suonavano, erano uniti, pur avendo ognuno la propria individualit. Ero un po' deluso. Quindi quattro menti anzich una? Cos pare. E i Greeshka? Avevo avuto un'altra brillante intuizione: se i Greeshka avevano menti proprie... Zero rispose Lya. come leggere una pianta o un pezzo di stoffa. Nemmeno un s-io-vivo. Era strano. Persino gli animali di livello inferiore avevano una vaga coscienza di esistere che i Talenti chiamavano "s-io-vivo": per lo pi una debole fiammella che solo chi possedeva poteri psichici superiori riusciva a distinguere. Ma Lya li possedeva. Proviamo a parlare con loro proposi. Lei annu, e ci avvicinammo ai Congiunti che stavano mangiando. Salve salutai goffamente, chiedendomi come saremmo riusciti a comunicare. Parlate ferrano? Tre di loro mi guardarono senza capire, ma il quarto, un piccoletto con il Greeshka a forma di mantellina rossa increspata, mosse la testa su e gi. S rispose con voce acuta e penetrante. Improvvisamente dimenticai quello che volevo chiedere, ma Lyanna mi venne in aiuto. Sapete se ci sono umani Congiunti? domand. Lui sorrise. I Chiongiunti sono tutti uguali rispose. S, certo interloquii ma ne conoscete qualcuno che ci assomiglia? Alto, con i capelli e la pelle rosa, o scura, o di qualche altro colore? Mi interruppi di nuovo, imbarazzato, incerto sulla sua conoscenza del ferrano e tenendo d'occhio con un po' d'apprensione il suo Greeshka. La testa del vecchio si mosse da sinistra a destra. I Chiongiunti sono tutti diversi, ma sono un'unica chiosa, sempre uguale. Qualchiuno che ti assomiglia. Ti vuoi chiongiungere? No, grazie mi affrettai a rispondere. Dove posso trovare un Congiunto umano? Lui scosse di nuovo la testa. I Chiongiunti cantano, suonano e camminano per le strade della citt sacra. Lya lo aveva scandagliato. Non lo sa mi disse. Ognuno vaga con i suoi campanelli. Non hanno regole, nessuno sa dove sono gli altri. tutto lasciato al caso. Certi si spostano in gruppo, altri da soli, e nuove aggregazioni si formano ogni volta che si incontrano. Dovremo metterci a cercare conclusi.

Mangiate ci invit lo Shkeen. Infil la mano nel cesto appoggiato a terra ed estrasse due involtini fumanti. Ne diede uno a me e uno a Lya. Guardai il cibo, incerto sul da farsi. Grazie dissi, poi presi Lya con la mano libera e ci rimettemmo in marcia. I Congiunti ci sorrisero mentre ci allontanavamo e prima che fossimo arrivati a met della strada avevano gi ripreso a suonare. Avevo ancora l'involtino in mano, la crosta mi ustionava le dita. Cosa faccio, lo mangio? chiesi a Lya. Lei diede un morso al suo. Perch no? Erano anche nel menu di ieri sera, no? E di certo Valcarenghi ci avrebbe messi in guardia se il cibo locale fosse velenoso. Il suo ragionamento non faceva una grinza, per cui portai l'involtino alla bocca e diedi un morso camminando. Era caldo e piccante, e non assomigliava affatto a quelli che avevamo mangiato la sera prima. Al ristorante ci avevano servito delicati bocconcini di carne avvolti in una pasta sfoglia dorata, aromatizzati con arancispezia di Baldur; la versione shkeen, invece, era pi crostosa, il ripieno gocciolava unto e anestetizzava il palato da quanto era piccante. Per era buono e io avevo fame, per cui l'involtino spar in un lampo. Hai captato qualcos'altro mentre leggevi il piccoletto? chiesi a Lya con la bocca piena. Lei deglut, facendo cenno di s con la testa. Era felice, pi ancora degli altri. pi anziano di loro, non gli manca molto all'Unione Finale ed molto eccitato. Parlava tranquillamente come sempre; i postumi della lettura dei Congiunti sembravano essere stati smaltiti. Perch? riflettei a voce alta. Sta per morire, che cosa lo rende felice? Lya si strinse nelle spalle. Non aveva pensieri precisi, mi spiace. Mi leccai le dita per non perdere neanche l'ultima goccia di grasso. Eravamo a un incrocio, con gli Shkeen che si agitavano attorno a noi in tutte le direzioni, e il vento ci port il suono di altri campanelli. Altri Congiunti esclamai. Andiamo a vedere? Che cosa pensi di scoprire di nuovo? Ci serve un Congiunto umano. Forse tra loro c' un umano. Lya mi fulmin con lo sguardo. S, e quante probabilit ci sono? D'accordo concessi, ormai era tardo pomeriggio. Forse meglio rientrare. Inizieremo presto domattina. Tra l'altro, Dino probabilmente ci aspetter per cena.

Questa volta la cena venne servita nell'ufficio di Valcarenghi, previa introduzione di un piccolo pezzo d'arredamento aggiuntivo. Il suo appartamento, si venne poi a sapere, era al piano di sotto, ma lui preferiva ricevere l i suoi ospiti, dove potevano ammirare la splendida vista dalla Torre. Eravamo in cinque: Lya e io, Laurie, Valcarenghi e Gourlay. Cucin Laurie, sotto la supervisione dello chef Valcarenghi. Bistecche di bovini di origine terrana allevati a Shkea, accompagnate da un affascinante assortimento di verdure, tra cui funghi di Vecchia Terra, boccioli di Baldur e dolcicorni di Shkea. A Dino piaceva sperimentare, e il piatto era una sua invenzione. Lya e io facemmo un rapporto dettagliato della giornata, interrotto solo dalle domande perspicaci di Valcarenghi. Dopo cena, sparecchiato e portato via il tavolo, ci sedemmo in ordine sparso a bere veltaar e a chiacchierare. A quel punto eravamo Lya e io a fare le domande, mentre Gourlay forniva gran parte delle risposte. Valcarenghi ascoltava, seduto per terra su un cuscino, tenendo un braccio attorno alle spalle di Laurie e un bicchiere nell'altra mano. Non eravamo i primi Talenti arrivati a Shkea, ci spieg Gourlay, e nemmeno gli unici ad aver notato che gli Shkeen erano simili agli umani. Suppongo che significhi qualcosa, ma non so cosa disse. Di certo non sono umani. Tanto per cominciare sono molto pi socievoli. Ottimi costruttori di piccoli edifici da lungo tempo, vivono sempre in comunit, sempre in mezzo agli altri, e hanno un senso pi forte della collettivit. Cooperano a tutti i livelli e sono sempre disposti a condividere. Per fare un esempio, il commercio per loro una forma di mutua partecipazione. Valcarenghi rise. Ti prego di ripeterlo. Ho passato tutto il giorno a cercare di stilare un contratto con un gruppo di coltivatori che facevano affari con noi per la prima volta. Non stato facile, vi assicuro. Ci daranno la merce che chiediamo solo se non servir a loro e se nessun altro gliela chieder prima. In cambio, per, vogliono avere tutto quello di cui avranno bisogno in futuro. cos, se lo aspettano. Per cui ogni volta che trattiamo, dobbiamo scegliere: o consegnare loro un assegno in bianco, oppure affrontare un'incredibile quantit di colloqui negoziali, da cui escono convinti che siamo degli emeriti egoisti. Lya voleva saperne di pi. E il sesso? domand. Da quello che avete tradotto ieri sera, ho avuto l'impressione che siano monogami. Le loro idee sulle relazioni sessuali sono piuttosto confuse rispose

Gourlay. molto strano. Vedete, il sesso significa condividere, ed giusto condividere con tutti; ma dev'essere una condivisione reale e pregnante, e questo crea dei problemi. Laurie si raddrizz, interessata. Ho approfondito l'argomento disse rapidamente. Secondo la morale degli Shkeen bisogna amare tutti, per non ci riescono, sono troppo umani, troppo possessivi. Finiscono per avere relazioni monogame, perch nella loro cultura una relazione sessuale vera e profonda con una persona meglio di milioni di brevi scambi solo a livello fisico. L'ideale per loro sarebbe condividere il sesso con tutti, che ogni unione avesse la stessa intensit, ma un ideale irraggiungibile. Mi accigliai. L'altra sera, per, c'era qualcuno che si sentiva in colpa per avere tradito la moglie. Laurie annu prontamente. S, ma la colpa stava nel fatto che le altre relazioni avevano diminuito l'intensit dello scambio con la moglie: stava in questo il tradimento. Se fosse riuscito a non danneggiare la relazione coniugale precedente, il sesso non sarebbe stato un problema. Se tutte le relazioni fossero state veri scambi d'amore, sarebbe anzi stato un vantaggio. La moglie sarebbe stata fiera di lui. Per uno Shkeen un successo avere una relazione molteplice felice! E uno dei crimini peggiori lasciare qualcuno emotivamente solo, senza scambi affettivi precis Gourlay. Riflettei su quel punto, mentre Gourlay proseguiva con la spiegazione. Gli Shkeen commettevano pochi crimini, disse. Soprattutto non esistevano crimini violenti: nella loro lunga storia niente omicidi, pestaggi, guerre o prigioni. Sono una razza senza assassini comment Valcarenghi il che pu spiegare molte cose. Su Vecchia Terra, le culture con le pi alte percentuali di suicidi spesso registravano anche la minore presenza di omicidi, e il suicidio presso gli Shkeen riguarda il cento per cento della popolazione. Per uccidono gli animali osservai. Non rientrano nell'Unione spieg Gourlay. L'Unione abbraccia tutti gli esseri pensanti, e questi non possono essere uccisi. Non uccidono n altri Shkeen, n gli umani o i Greeshka. Lya guard prima me, poi Gourlay, quindi obiett: Ma i Greeshka non pensano. Questa mattina ho provato a leggerli ma non ho trovato niente, a parte le menti degli Shkeen cui erano attaccati. Nemmeno un s-io-vivo. Lo sappiamo, e la cosa mi ha sempre lasciato perplesso aggiunse Valcarenghi, alzandosi. Si diresse verso il bar, apr un'altra bottiglia e ci riem-

p i bicchieri. Si tratta di un parassita totalmente irrazionale, di cui una razza intelligente come quella degli Shkeen in totale balia: perch? Il vino era buono e fresco, una cascata gelida nella gola. Lo bevvi e annuii, ricordando la sensazione di euforia che avevamo provato quella mattina. Droga dissi, meditabondo. I Greeshka devono produrre qualche endorfina di origine organica, gli Shkeen si sottomettono volontariamente e muoiono felici. La gioia reale, credetemi, noi l'abbiamo sentita. Lyanna, per, sembrava perplessa, e Gourlay scosse la testa. No, Robb, impossibile. Abbiamo fatto degli esperimenti sui Greeshka e... Doveva aver notato il movimento delle mie sopracciglia, perch si ferm. Che reazione hanno avuto gli Shkeen, al riguardo? chiesi. Non gliel'abbiamo detto, non avrebbero gradito. Il Greeshka solo un animale, ma il loro Dio. E, come sapete, con le divinit non si scherza. Ci siamo trattenuti per molto tempo, ma quando Gustaffson si convert, il vecchio Stuart doveva sapere. L'ordine venne da lui. Fu comunque un buco nell'acqua: nessuna sostanza stimolante, nessuna secrezione, niente. Di fatto gli Shkeen sono l'unica forma di vita indigena che si sottometta cos facilmente. Abbiamo provato con un piagnone, sapete, lo abbiamo legato e poi gli abbiamo messo sopra un Greeshka. Dopo un paio d'ore, lo abbiamo dovuto liberare. Il piagnone era furibondo, strideva e guaiva, cercando di togliersi quella roba dalla testa. Si era ridotto quasi il cranio a brandelli prima di riuscirci. Forse gli Shkeen sono gli unici sensibili azzardai, in un debole tentativo di salvare la mia ipotesi. A quanto pare no replic Valcarenghi accennando un sorriso. Anche noi. Lya era stranamente silenziosa nel tubo ascensionale, quasi scostante. Credevo stesse ripensando all'ultima conversazione, ma quando la porta della suite si chiuse alle nostre spalle si volt verso di me e mi gett le braccia al collo. L'abbracciai, carezzandole i morbidi capelli castani, un po' allarmato. Ehi, che ti succede? mormorai. Fragile tra le mie braccia, con gli occhi enormi, mi lanci uno dei suoi sguardi da vampira. Fa' l'amore con me, Robb disse con un'urgenza dolce e improvvisa. Ti prego, fa' subito l'amore con me. Sorrisi, ma era un sorriso un po' perplesso, non il mio solito sogghigno

lascivo da letto. In genere, quando Lya arrapata diventa seduttrice e maliziosa, questa volta invece sembrava angosciata e vulnerabile. Non riuscivo a capire. Non era per il momento di fare domande. La tirai verso di me senza dire niente, la baciai con passione, poi ci spostammo in camera da letto. Facemmo l'amore, facemmo davvero l'amore, pi intensamente di quanto riescano anche solo a immaginare i poveri Normali. Fondemmo i nostri corpi, e sentii Lya irrigidirsi quando la sua mente si congiunse con la mia. E mentre ci muovevamo insieme, mi aprii a lei, sommerso dall'onda di amore, bisogno e paura che sentivo provenire da lei. Poi, cos come era iniziato fin. Il suo piacere mi travolse con un'onda rosso vivo; io la raggiunsi sulla cresta e Lya si strinse forte a me, e i suoi occhi si rimpicciolirono nell'estasi dell'appagamento. Restammo sdraiati al buio, lasciando che la luminosit delle stelle di Shkea filtrasse attraverso la vetrata. stato bello dissi con voce assonnata e sognante, sorridendo nell'oscurit tempestata di stelle. S rispose lei, e la sua voce era dolce e cos fioca che stentavo a udirla. Ti amo, Robb sussurr. Mmm, io amo te risposi. Lya si divincol dal mio abbraccio, puntell la testa con una mano per guardarmi e sorrise. vero, lo leggo disse. Lo so; cos come tu sai quanto ti amo io, vero? Annuii, sorridendo. Certo. Siamo fortunati, sai? I Normali hanno solo le parole, poverini. Come fanno a esprimersi in quel modo? Come possono sapere? Sono sempre separati e cercano inutilmente di stabilire un contatto. Anche quando fanno l'amore, quando hanno l'orgasmo, sono comunque divisi. Devono sentirsi molto soli. C'era qualcosa... di stonato. Ci pensai su, fissando lo sguardo negli occhi splendenti e radiosi di Lya. Pu darsi commentai poi. Ma per loro non una tragedia: non conoscono altri modi, e ci provano, amano anche loro, a volte riescono a colmare la distanza. Solo uno sguardo e una voce, poi di nuovo oscurit e il silenzio cit Lya in tono triste e commosso. Noi siamo pi fortunati, vero? Abbiamo molto di pi. Siamo pi fortunati ripetei, accingendomi a leggerla. La sua mente era una bruma di soddisfazione, con una sottile venatura di malinconia, solitudine e desiderio; ma c'era qualcos'altro, in fondo, ormai quasi dissolto ma

ancora vagamente distinguibile. Mi alzai lentamente. C' qualcosa che ti preoccupa dissi e prima, quando siamo arrivati, eri spaventata. Che cosa ti succede? Non lo so rispose. Sembrava confusa, e in effetti lo era, lo leggevo. Ero spaventata, ma non so perch. Penso per via dei Congiunti: continuo a pensare a quanto mi amavano. Non mi conoscevano nemmeno, eppure mi amavano infinitamente e capivano... quasi come succede tra noi e, non so, questo mi ha turbato. Pensavo di non poter mai essere amata cos, se non da te; erano cos vicini, cos intimi. Ho provato una certa solitudine, a tenerci solo per mano e parlare. Avevo voglia di essere con te in quel modo. Dopo aver visto come condividevano tutto, essere sola mi ha dato un senso di vuoto, mi ha spaventato, capisci? S dissi, accarezzandola piano, con la mano e con la mente. Capisco; noi ci capiamo, siamo quasi come loro, come i Normali non potranno mai essere. Lya annu, sorrise e mi abbracci. Ci addormentammo l'uno nelle braccia dell'altra. Altri sogni, ma di nuovo, all'alba, il ricordo svaniva. Una vera seccatura. Era stato un sogno piacevole, confortante, volevo richiamarlo e non riuscivo nemmeno a ricordare che cosa fosse. La nostra camera, inondata dalla luce del giorno, sembrava scialba rispetto alla fulgida visione che avevo perduto. Lya si svegli dopo di me, di nuovo con il mal di testa. Questa volta aveva le pillole a portata di mano, vicino al letto. Fece una smorfia e ne prese una. Dev'essere il vino shkeen le dissi. Ci sar dentro qualcosa che non va bene per il tuo metabolismo. Mi guard di traverso, mentre si infilava una tuta pulita. L'altra sera abbiamo bevuto veltaar, ricordi? Mio padre mi ha dato il primo bicchiere quando avevo nove anni, e non mi ha mai fatto venire mal di testa. C' sempre una prima volta! esclamai sorridendo. C' poco da ridere disse. Mi fa male. Smisi di scherzare e cercai di leggerla. Aveva ragione, sentiva proprio male. Tutta la fronte le pulsava per il dolore. Mi tirai subito indietro, prima che prendesse anche me. Scusa, mi dispiace dissi. Comunque tra poco le pillole ti faranno stare meglio. Nel frattempo dobbiamo metterci in moto.

Lya annu. Non permetteva mai che qualcosa interferisse con il lavoro. Il secondo giorno c'era in programma la caccia all'uomo. Uscimmo presto e, dopo aver fatto colazione con Gourlay, ritirammo la nostra aeromobile davanti all'entrata della Torre. Questa volta non atterrammo alla periferia di Shkeentown: cercavamo un Congiunto umano, quindi dovevamo fare una ricerca a tappeto. Era la citt pi grande che avessi mai visto, o almeno della zona, e le migliaia di seguaci umani erano disseminati fra milioni di Shkeen, e solo la met circa di quegli umani erano effettivamente Congiunti. Volavamo bassi, su e gi per le colline punteggiate di cupole, come su montagne russe fluttuanti, provocando un certo scalpore nelle strade sottostanti. Non era la prima volta che gli Shkeen vedevano un'aeromobile, certo, ma rappresentava ancora una certa novit, soprattutto per i bambini, che cercavano di correrci dietro quando passavamo sfrecciando. Spaventammo anche un piagnone, facendogli rovesciare il suo carretto pieno di frutta. Mi sentii in colpa per questo, e da allora mi tenni a quota pi alta. C'erano Congiunti in tutta la citt, che cantavano, mangiavano, camminavano e suonavano i loro immancabili campanelli di bronzo. Nelle prime tre ore trovammo solo Congiunti shkeen: Lya e io ci davamo il cambio alla guida e nella perlustrazione e, dopo l'eccitazione del giorno precedente, quella ricerca era noiosa e stancante. Alla fine, per, trovammo qualcosa dietro una delle colline pi elevate: un grande gruppo di Congiunti, ben dieci, attorno a un carretto del pane. Due di loro erano pi alti degli altri. Atterrammo dall'altra parte della collina e facemmo il giro a piedi per raggiungerli, lasciando l'aeromobile circondata da una frotta di bambini shkeen. Quando arrivammo da loro, i Congiunti stavano ancora mangiando. Otto erano Shkeen, di varie dimensioni e colori, con i Greeshka palpitanti sul cranio; gli altri erano umani. Indossavano la stessa lunga tunica rossa degli Shkeen e portavano gli stessi campanelli. Uno era alto, con la pelle flaccida, come chi abbia perso molti chili in poco tempo; aveva i capelli bianchi e ricci, il volto illuminato da un ampio sorriso e le rughe di chi ride attorno agli occhi. L'altro sembrava una faina: magro, scuro, con un grande naso adunco. Entrambi avevano un Greeshka sulla testa. Il parassita dell'uomo magro era poco pi grande di un francobollo; quello dell'altro, invece, era un esemplare ragguardevole che gli scendeva sulle spalle e sulla schiena. Non so perch, questa volta trovai lo spettacolo ripugnante.

Lyanna e io ci avvicinammo a loro, sforzandoci di sorridere, senza scandagliarli, almeno all'inizio. I Congiunti ci sorrisero, poi ci salutarono anche con la mano. Salve esord lo smilzo, in tono cordiale. Non vi ho mai visti prima; siete da poco a Shkea? Restai un po' sorpreso. Mi aspettavo una sorta di confuso saluto mistico, o magari nessun saluto. Pensavo che in un modo o nell'altro gli umani convertiti avessero abbandonato la loro umanit per diventare simili agli Shkeen: mi sbagliavo. Pi o meno risposi, e scandagliai la faina. Era veramente contento di vederci, e sprizzava gioia e allegria. Siamo stati incaricati di parlare con persone come te. Avevo deciso di giocare a carte scoperte. Il sorriso dello smilzo si allarg oltre ogni limite. Sono Congiunto, e felice disse. Sar un piacere parlare insieme. Mi chiamo Lester Kamenz. Che cosa vuoi sapere, fratello? Lya, al mio fianco, stava cominciando a entrare in tensione. Le avrei permesso di scandagliarlo in profondit facendogli qualche domanda. Quando ti sei convertito al culto? Quale culto? Quello dell'Unione. L'uomo annu, e rimasi colpito dalla grottesca somiglianza tra il suo modo di muovere la testa e quello dell'anziano Shkeen che avevamo visto il giorno prima. Io sono sempre stato nell'Unione, tu sei nell'Unione, ogni essere pensante nell'Unione. Alcuni di noi, per, non lo sanno replicai. E tu? Quando ti sei accorto di essere nell'Unione? Un anno fa, secondo il calendario di Vecchia Terra. Sono stato ammesso tra i Congiunti solo qualche settimana fa. La Prima Unione un momento di gioia. Io sono nella gioia. Adesso camminer per le strade e suoner i campanelli fino all'Unione Finale. Prima che cosa facevi? Prima? Il suo sguardo per un attimo si fece vacuo. In passato mi occupavo delle macchine. Facevo funzionare i computer, nella Torre. Ma la mia vita era vuota, fratello; non sapevo di essere nell'Unione, e mi sentivo solo. C'erano solo le macchine, fredde. Adesso sono Congiunto, adesso io... esit, cercando le parole non sono pi solo. Entrai dentro di lui e trovai felicit e amore; adesso per c'era anche un po' di dolore, una vaga reminiscenza del passato, il profumo di sgradevoli

memorie. Stavano svanendo? Forse il dono che i Greeshka recavano alle loro vittime era l'oblio, il dolce immemore riposo e la fine della lotta. Chiss? Decisi di fare un tentativo. Quella cosa che hai sulla testa dissi senza tanti preamboli un parassita che sta succhiando il tuo sangue, di cui si nutre. Con il passare del tempo, avr sempre pi bisogno delle sostanze che ti servono per vivere. Alla fine comincer a divorare la tua carne, capisci? Ti manger. Non so se far male, comunque tu alla fine morirai. A meno che non torni alla Torre e non te lo fai togliere con un intervento chirurgico. Forse potresti farlo anche da solo. Perch non ci provi? Basta che lo prendi e lo tiri via. Forza! Mi aspettavo... che cosa? Rabbia? Orrore? Disgusto? Non vidi niente di tutto questo. Kamenz si limit a mettersi un pezzo di pane in bocca e mi sorrise, e quello che lessi fu solo amore, gioia e un po' di compassione. Il Greeshka non uccide disse alla fine. Il Greeshka d gioia e Unione felice. Solo quelli senza Greeshka muoiono, perch... sono soli. S, soli per sempre. Nella sua mente pass come un brivido di paura, ma svan subito. Lanciai un'occhiata a Lya. Era rigida e con lo sguardo fisso, stava ancora leggendo. Mi voltai di nuovo per fargli un'altra domanda, ma il Congiunto improvvisamente ricominci a suonare. Uno degli Shkeen aveva dato il via, muovendo su e gi il campanello che produceva un suono acuto; poi aveva fatto oscillare l'altra mano, poi di nuovo la prima, alternate, e allora tutti si erano messi a suonare e il tintinnio dei campanelli si infrangeva contro le mie orecchie mentre la gioia, l'amore e la sensazione emanata da quella musica si impadronivano di nuovo della mia mente. Indugiai ad assaporare quelle emozioni: c'erano un amore cos grande che mozzava il fiato, quasi spaventoso per calore e intensit, e una sensazione di condivisione cos profonda che avevano dello stupefacente e facevano venire voglia di mettersi a ballare, una sorta di arazzo di buoni sentimenti calmanti, rassicuranti, esilaranti. Suonando i Congiunti subirono una trasformazione, qualcosa li tocc, li elev e confer loro pi ardore, qualcosa di strano e glorioso che i Normali non possono sentire nella loro musica dai suoni dissonanti. Io, per, non sono un Normale, e quindi sentivo. Mi tirai indietro a malincuore, lentamente. Kamenz e l'altro uomo adesso stavano scampanellando vigorosamente, con grandi sorrisi, occhi lucidi e scintillanti che li trasfiguravano. Lyanna era ancora in tensione; le labbra dischiuse, tremava.

Le misi un braccio attorno alle spalle e aspettai con pazienza, seguendo la musica. Lya stava continuando a leggere. Alla fine, dopo vari minuti, la scossi leggermente. Lei si volt e mi scrut con uno sguardo duro e distante. Poi batt le palpebre, i suoi occhi si dilatarono e ritorn, scuotendo la testa con espressione accigliata. Confuso, la lessi. Strano, sempre pi strano. Nella sua mente c'era una foschia vorticosa, un turbinio di emozioni, pi di quante riuscissi a cogliere. Appena entrato, mi sentii subito perso e a disagio. Da qualche parte c'era un abisso sconfinato, pronto a inghiottirmi. Almeno, questa era la mia sensazione. Lya, che ti succede? Lei scosse di nuovo la testa, lanciando ai Congiunti uno sguardo in cui paura e desiderio si mescolavano in parti uguali. Ripetei la domanda. Non lo so, Robb rispose. Ma non parliamone ora. Andiamo, ho bisogno di un po' di tempo per pensare. Come vuoi dissi. Ma che cos'era successo? La presi per mano e facemmo lentamente il giro della collina per andare a riprendere l'aeromobile. I bambini si erano arrampicati dappertutto. Li mandai via, ridendo. Lya si limit a stare ferma ad aspettare, con lo sguardo perso. Avrei voluto leggerla ancora, ma avevo la strana sensazione di violare la sua privacy. Tornammo rapidamente alla Torre, volando pi alti e veloci che all'andata. Io guidavo, Lya, seduta al mio fianco, fissava l'orizzonte. Hai scoperto qualcosa di interessante? le chiesi, cercando di riportare la sua mente al nostro lavoro. S... no... forse. Il tono era distratto, come se solo una parte di lei stesse parlando con me. Ho letto le loro vite, di tutti e due. Kamenz era un programmatore informatico, come ha detto. Ma non era una bella persona. Un essere gretto e meschino, senza amici, niente sesso, nulla. Viveva per conto suo, evitava gli Shkeen, non li reggeva; in realt, non gli piaceva nessuno. Solo Gustaffson riusc in un certo senso a penetrare la sua corazza. Ignorava la freddezza di Kamenz, le sue frecciatine pungenti, le battute acide. Non reagiva, sai? Dopo un po' Kamenz cominci ad apprezzarlo, ad ammirarlo. Non sono mai stati amici nel vero senso della parola, ma era comunque il rapporto pi simile all'amicizia che lui abbia mai avuto. Lya di colpo si blocc. Cos si convertito insieme a Gustaffson? suggerii, lanciandole un'occhiata. Il suo sguardo era ancora perso nel nulla. No, non subito. Aveva paura, era ancora spaventato dagli Shkeen e ter-

rorizzato dai Greeshka. Ma quando Gustaffson ader, cominci a rendersi conto di quanto fosse vuota la sua vita. Lavorava tutto il giorno con persone che disprezzava e macchine cui non importava niente di lui; poi passava la notte da solo a leggere e guardare spettacoli all'olovisore. Non era vita! Praticamente non aveva contatti con la gente che aveva intorno. Alla fine and a cercare Gustaffson e si convert. Adesso... Adesso...? Lya esit. felice, Robb. Totalmente, e per la prima volta in vita sua. Non aveva mai conosciuto l'amore, adesso lo sperimenta. Hai sentito molte cose commentai. S ammise; la sua voce era ancora distratta, lo sguardo perso. Lui era, per cos dire, predisposto. C'erano vari livelli, ma andare a fondo non stato difficile come al solito: era come se le barriere in lui fossero allentate, pronte a cedere... E l'altro? Lya pass leggermente le dita sul pannello di controllo, con gli occhi fissi solo sulla propria mano. L'altro? Era Gustaffson... E poi, di colpo, sembr ridestarsi, tornare la Lya che conoscevo e amavo. Scosse la testa e mi guard, e la voce vaga divent un torrente di parole. Robb, sai, quello era Gustaffson, Congiunto da oltre un anno, ormai, e tra una settimana andr all'Unione Finale. Il Greeshka lo ha accettato, e lui d'accordo, capisci? Lo vuole davvero, e... oh, Robb, morir! Per tra una settimana, hai appena detto! No, cio s, ma non questo il punto. L'Unione Finale, secondo lui, non rappresenta la morte. Ci crede, ha una fede cieca in quella religione. Il Greeshka il suo Dio, e lui va a raggiungerlo. Ma sta gi morendo, in questo momento. Ha preso la peste lenta, Robb. in fase terminale. Lo sta mangiando dall'interno ormai da oltre quindici anni. L'ha contratta a Nightmare, nelle paludi, quando i suoi sono morti. Quello non un mondo per umani, ma era l come amministratore di una base di ricerca, un incarico a breve termine. Vivevano a Thor; era solo una visita, ma la nave ebbe un incidente. Gustaffson rischi di impazzire e fece di tutto per raggiungere la sua famiglia prima della fine, ma i suoi guanti di sottilpelle erano difettosi, e le spore passarono. E quando arriv erano tutti morti. Prov un dolore enorme, Robb. Per la peste lenta, ma soprattutto per la perdita dei suoi. Li amava davvero, e poi non fu pi la stessa persona. Gli affidarono Shkea, come forma di ricompensa, ma il suo pensiero era sempre l. Potevo vedere l'immagine, Robb, era molto vivida, non mai riuscito a dimen-

ticarla: i bambini erano dentro la nave, ma il sistema di sopravvivenza non ha funzionato e sono morti soffocati. Invece la moglie - oh, Robb - aveva indossato una tuta di sottilpelle ed era uscita in cerca di aiuto, e fuori quelle cose, quei grandi esseri dimenanti che vivono su Nightmare... Mi sentivo la gola stretta e provavo un vago senso di nausea. I mangiavermi? mormorai. Avevo letto di loro, e guardato degli ologrammi. Potevo immaginare quello che Lya aveva visto nella memoria di Gustaffson, e non era un bello spettacolo. Ero felice di non avere il suo Talento. Quando Gustaffson arriv, stavano ancora... Li ha sterminati tutti con una pistola a urlo. Io scossi la testa. Non pensavo che cose del genere potessero realmente succedere. Nemmeno Gustaffson disse Lya. Erano stati... cos felici, prima di allora. Lui l'amava, erano una coppia molto unita, e aveva fatto una carriera favolosa. Non sarebbe dovuto andare a Nightmare, sai? Aveva accettato perch era una sfida, perch nessun altro ci sarebbe andato. Anche questo lo tormenta, e il ricordo non lo lascia mai. Lui, loro... Lya cominci a balbettare. Pensavano di essere fortunati mormor, e poi rest in silenzio. Non c'era altro da aggiungere. Rimasi zitto anch'io e continuai a guidare, pensando, sentendo una versione indistinta e meno intensa di quella che doveva essere stata la sofferenza di Gustaffson. Dopo un po', Lya riprese a parlare. C'era tutto questo, Robb disse, e la sua voce era di nuovo pi morbida, lenta e riflessiva. Ma lui era in pace; ricordava tutto, anche ci che aveva sofferto, ma non gli importava pi come una volta. L'unico dispiacere, in quel momento, era che loro non fossero con lui. Purtroppo erano morti senza l'Unione Finale. Un po' come quella donna shkeen, ricordi? Quando parlava del fratello. S, mi ricordo risposi. Una cosa del genere. La sua mente era aperta, ancora pi di quella di Kamenz. Quando suonava, i vari livelli svanivano e tutto veniva in superficie, l'amore e la sofferenza. Tutta la sua vita, Robb. Ho condiviso la sua esistenza in un attimo, e anche i suoi pensieri... Ha visto le grotte dell'Unione... Una volta sceso, prima di convertirsi. Io... Un altro silenzio cal su di noi rendendo cupa l'atmosfera nell'aeromobile. Eravamo quasi ai margini di Shkeentown. La Torre si stagliava davanti a noi, illuminata dal sole, e si cominciavano a scorgere le cupole e le arcate

della citt umana. Robb disse Lya. Atterra qui: ho bisogno di pensare. Torna senza di me, voglio camminare per un poco tra gli Shkeen. La guardai allarmato. Camminare? C' un sacco di strada da qui alla Torre, Lya. Non ti preoccupare, va bene cos. Ti prego, lasciami pensare. La scandagliai. La foschia era tornata fra i suoi pensieri, pi densa che mai, striata dei colori della paura. Sei sicura? chiesi. Sei spaventata, Lyanna. Perch? Che cosa c' che non va? I mangiavermi sono lontani. Lei si limit a guardarmi, turbata. Ti prego, Robb ripet. Non sapevo che cos'altro fare, per cui atterrai. Pensai anch'io, mentre guidavo l'aeromobile verso la Torre, a quello che Lyanna aveva detto, e letto, di Kamenz e Gustaffson. Concentrai la mia attenzione sul problema che dovevamo risolvere. Cercai di tenere fuori Lya e quello che la spaventava. La cosa si sarebbe risolta da s, pensavo. Una volta arrivato alla Torre, non persi tempo. Andai direttamente nell'ufficio di Valcarenghi: lo trovai da solo, che dettava a una macchina. Smise appena entrai. Ciao, Robb mi salut. Dov' Lya? A fare una passeggiata. Aveva bisogno di pensare. Ho riflettuto anch'io, e credo di avere la risposta che cercavi. Lui inarc le sopracciglia, in attesa. Mi sedetti. Questo pomeriggio abbiamo trovato Gustaffson, e Lya lo ha scandagliato. Penso che sia chiaro perch si convertito: era un uomo a pezzi dentro, malgrado la sua aria allegra; il Greeshka ha posto fine al suo dolore. E c'era anche un altro adepto con lui, un certo Lester Kamenz; un poveraccio, solo come un cane, senza niente per cui valga la pena di vivere. Che cos'ha da perdere? Analizza gli altri convertiti, e scommetto che troverai lo stesso schema: nell'Unione entrano le persone pi sole, vulnerabili, fallite, isolate. Valcarenghi annu. D'accordo, ci credo disse. I nostri psichici lo hanno gi ipotizzato da tempo, Robb. Solo che non la risposta giusta. Certo, i convertiti spesso sono una banda di incasinati, non dico di no. Ma perch scegliere il culto dell'Unione? Gli psichici non riescono a trovare una spiegazione. Prendi Gustaffson, per esempio: era un duro, te l'assicuro. Io non l'ho conosciuto personalmente, ma so la carriera che ha fatto. Ha accettato anche incarichi difficili, per lo pi volontariamente, portandoli a

termine. Avrebbe potuto avere lavori di tutto riposo, ma non gli interessava. Avevo sentito parlare dell'incidente a Nightmare, tristemente famoso; Phil Gustaffson per non era il tipo che si dava per vinto, nemmeno in un caso del genere. Si ripreso in fretta, stando a quanto dice Nelse. venuto a Shkea e ha riportato l'ordine, riparando al casino che Rockwood aveva lasciato. riuscito a stipulare il primo vero contratto commerciale, facendone capire il significato agli Shkeen, impresa tutt'altro che semplice. Quindi ci troviamo davanti a un uomo competente, in gamba, che ha fatto carriera affrontando lavori difficili e sapendo trattare con la gente. Ha vissuto un incubo, che per non lo ha distrutto, rimasto in piedi. E d'un tratto entra nel culto dell'Unione, accettando la clausola di un suicidio grottesco. Perch? Per porre fine al suo dolore, dici? Una teoria interessante, ma ci sono altri modi per smettere di soffrire. Gustaffson ha fatto passare anni tra Nightmare e il Greeshka. E in quell'arco di tempo non mai scappato dal dolore: non si dato n all'alcol, n alle droghe, n agli altri consueti metodi di evasione. Non tornato su Vecchia Terra per fare una pulizia psichica dei suoi ricordi e, credimi, avrebbe potuto ottenerla anche gratis, se avesse voluto. La Sovrintendenza alle colonie avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui, dopo Nightmare. And avanti, sopport il dolore, ricominci, e a un tratto si convert. Il dolore lo aveva reso pi vulnerabile, s, senza dubbio, ma c' qualcos'altro che lo ha spinto, qualcosa che l'Unione gli offre, e che lui non pu trovare nell'alcol o nel reset della memoria. Lo stesso discorso vale per Kamenz e per tutti gli altri. Ci sono molti sistemi per evadere, diversi modi per dire no alla vita. Li hanno ignorati e hanno scelto l'Unione. Capisci dove voglio arrivare? Ovviamente s. Mi resi conto che la mia risposta non spiegava niente, ma neppure Valcarenghi aveva del tutto ragione. S, immagino che dovremo fare altre letture dissi con un pallido sorriso. Per c' una cosa: Gustaffson non aveva sconfitto realmente la propria sofferenza. Lya stata molto chiara al riguardo. Era sempre dentro di lui, lo angustiava, solo che non la lasciava trasparire. Questa una vittoria, no? replic Valcarenghi. Cacciare cos in fondo il proprio dolore che nessuno pu intuirne l'esistenza. Be', non credo. E poi c' dell'altro: Gustaffson ha la peste lenta, sta morendo, il processo in atto da anni. L'espressione di Valcarenghi mut per una frazione di secondo. Questo non lo sapevo, ma non fa che rafforzare la mia teoria. Ho letto che circa

l'ottanta per cento delle vittime della peste lenta opta per l'eutanasia, se nel pianeta in cui vivono considerata legale. Gustaffson era un amministratore planetario, avrebbe potuto renderla legale. Se non ha pensato al suicidio per tutti quegli anni, perch sceglierlo adesso? Non avevo risposte per quella domanda. Lyanna non me ne aveva date, se anche ne avesse avute. Non sapevo nemmeno dove cercarne una, se non... Le grotte esclamai d'un tratto. Le grotte dell'Unione. Dobbiamo assistere a un'Unione Finale. Dev'esserci qualcosa che giustifica le conversioni. Valcarenghi sorrise. D'accordo, non c' problema disse. Immaginavo che prima o poi ci saremmo arrivati, ma non sar un bello spettacolo, ti avviso. Ci sono gi andato una volta, e so di che cosa si tratta. Per me va bene lo rassicurai. Se pensi che scandagliare Gustaffson sia stato divertente, avresti dovuto vedere Lya mentre lo faceva. Adesso in giro per cercare di smaltire camminando. Avevo deciso che doveva essere quello il motivo. L'Unione Finale non sar peggio dei ricordi di Nightmare, ne sono sicuro. Ottimo. Organizzer per domani. Ovviamente verr con voi, non voglio correre il rischio che vi capiti qualcosa. Io acconsentii. Allora, d'accordo concluse Valcarenghi alzandosi. Nel frattempo pensiamo a cose pi interessanti: programmi per cena? Alla fine decidemmo di mangiare in un ristorante pseudoshkeen gestito da umani, insieme a Gourlay e Laurie Blackburn. A tavola si parl delle solite cose: sport, politica, arte eccetera. Non mi pare che in tutta la serata ci sia stato un solo accenno agli Shkeen o ai Greeshka. Quando tornai in camera, trovai Lyanna che mi aspettava. Era a letto e stava leggendo uno dei volumi rilegati della nostra biblioteca, un libro di poesia di Vecchia Terra. Alz lo sguardo quando entrai. Ciao dissi. Com' stata la tua passeggiata? Lunga. Un sorriso le incresp il viso, poi svan. Ma ho avuto tempo per pensare, su oggi pomeriggio, su ieri, sui Congiunti e su di noi. Perch su di noi? Robb, tu mi ami? La domanda era concreta, ma il tono dubitativo, come se lei davvero non lo sapesse. Mi sedetti sul letto, le presi la mano e cercai di sorridere. Certo, Lya, lo sai.

Lo sapevo, lo so. Mi ami quanto possono amare gli umani, ma... Si ferm, scosse la testa, chiuse il libro e sospir. Ma siamo comunque separati, Robb, siamo distinti l'uno dall'altra. Di che cosa stai parlando? Di oggi pomeriggio. Ero cos confusa e spaventata. Non sapevo bene perch, ma ci ho pensato, mentre leggevo... Io ero l, insieme ai Congiunti, connessa con loro e con il loro amore. Lo sentivo, e non volevo andarmene, Robb, non li volevo lasciare. Quando l'ho fatto mi sono sentita cos isolata, tagliata fuori. La colpa tua proruppi. Ho cercato di parlare con te, ma tu eri troppo presa dai tuoi pensieri. Parlare? A cosa serve parlare? una forma di comunicazione, credo, ma ci si riesce realmente? Pensavo di s, prima di esercitare il mio Talento. Poi leggere la mente mi sembrata la comunicazione reale, il vero modo per entrare in contatto con un'altra persona, per esempio con te. Ma adesso non ne sono pi sicura. I Congiunti, quando suonano, sono cos insieme, Robb, tutti connessi, quasi come noi quando facciamo l'amore; si amano l'un l'altro, ci amano, intensamente. Ho sentito, non so... Gustaffson mi ama quanto te. Anzi, di pi. Mentre diceva questo aveva il viso pallido e gli occhi spalancati, persi, solitari. E io provai improvvisamente una sensazione di freddo, come un soffio di vento gelido nell'anima. Non dissi niente, mi limitai a guardarla, mi inumidii le labbra e mi sentii morire. Lei vide il dolore nei miei occhi, immagino, oppure lo lesse. Mi prese una mano e l'accarezz. Oh, Robb, ti prego. Non volevo ferirti. Non colpa tua, siamo tutti cos. Che cosa abbiamo noi in confronto a loro? Non capisco che cosa stai dicendo, Lya. Una met di me, d'un tratto, aveva voglia di piangere; l'altra met voleva mettersi a urlare. Le soffocai entrambe e mi sforzai di stabilizzare la voce, anche se dentro di me ero tutt'altro che stabile. Mi ami, Robb? chiese di nuovo, con una punta di meraviglia. S! risposi con veemenza. Era una sfida. E che cosa significa? Lo sai benissimo. Accidenti, Lya, pensaci! Ricorda quello che abbiamo vissuto, le cose che abbiamo fatto insieme. L'amore questo, Lya. Noi siamo fortunati, ricordi? L'hai detto tu stessa. I Normali hanno solo il contatto e la voce, poi tornano nella loro oscurit. Riescono a stento a trovarsi, sono sempre soli, brancolano, provano continuamente a scavalcare le pare-

ti del loro isolamento, e non ci riescono; noi invece abbiamo trovato la strada, ci conosciamo per quanto umanamente possibile. Non c' niente che non ti direi, o non condividerei con te. Te l'ho gi detto in passato, e sai che vero, perch puoi leggere dentro di me. L'amore questo, no? Non lo so rispose con voce triste e confusa. Poi, senza far rumore, nemmeno un singhiozzo, inizi a piangere. E, mentre le lacrime tracciavano solitari percorsi lungo le sue guance, disse: Forse l'amore questo, l'ho sempre pensato anch'io, ma adesso non lo so pi. Se quello che noi viviamo amore, che nome dare a quanto ho provato e condiviso oggi pomeriggio? Oh, Robb, ti amo anch'io, lo sai. Cerco di parlarti con il cuore; vorrei spiegarti che cosa ho letto, dirti a che cosa assomigliava, ma non ci riesco. Siamo separati, non posso farti capire. Io sono qui e tu sei l, possiamo toccarci, fare l'amore, parlare, ma siamo comunque lontani. Capisci? Adesso capisci? Io sono sola. Questo pomeriggio, invece, no. Ma non sei sola, maledizione esclamai. Io sono qui aggiunsi, stringendole forte la mano. Mi senti? Non sei sola! Lei scosse la testa, continuando a piangere. Tu non capisci, lo vedi? E io non posso farci niente. Hai detto che ci conosciamo per quanto umanamente possibile: hai ragione, ma quanto si possono conoscere gli esseri umani? Non sono forse separati l'uno dall'altro? Ognuno da solo in un grande, buio, vuoto universo? Non facciamo che ingannarci, pensando che vicino a noi ci sia qualcun altro. Alla fine, nella fredda e solitaria fine, ci siamo solo noi, solitari, nelle tenebre. Ci sei, Robb? Come faccio a saperlo? Morirai con me? Allora saremo insieme? E adesso? Dici che siamo pi fortunati dei Normali, lo dicevo anch'io. Loro hanno solo il contatto e la voce, vero? Quante volte l'ho ripetuto? Ma noi che cos'abbiamo? Forse un contatto e due voci. Non basta. D'un tratto, ho paura. Cominci a singhiozzare. Istintivamente mi avvicinai, la strinsi tra le braccia, l'accarezzai. Ci sdraiammo insieme e lei pianse contro la mia spalla. La scandagliai rapidamente e lessi il suo dolore, la sua improvvisa solitudine, la sua fame, il tutto turbinante in una scura tempesta mentale di paura. E, anche se la toccavo, l'accarezzavo, continuando a sussurrarle che andava tutto bene, che ero l, che non era sola, sapevo che non sarebbe bastato. D'un tratto, fra noi si era aperto un baratro, una voragine scura che continuava a diventare pi profonda, e io non sapevo come fare per gettare un ponte. Lya, la mia Lya, stava piangendo, aveva bisogno di me, e io avevo bisogno di lei, ma non potevo raggiungerla.

A un certo punto mi accorsi che stavo piangendo anch'io. Restammo abbracciati, in quel pianto silenzioso, per circa un'ora. Alla fine esaurimmo le lacrime. Lya si strinse cos forte a me che riuscivo a stento a respirare, e ricambiai l'abbraccio. Robb sussurr hai detto che noi ci conosciamo davvero, e me lo hai ripetuto spesso. A volte dici che sono la persona giusta per te, che sono perfetta. Io annuii, incredulo. vero. No, non cos replic, smozzicando le parole, forzandole a uscire, lottando contro se stessa per tirarle fuori. S, io ti leggo, posso sentire i termini che ti frullano nella testa quando metti insieme una frase prima di pronunciarla; sento che ti rimproveri se hai fatto qualcosa di sbagliato, e vedo i ricordi, almeno alcuni, li posso rivivere insieme a te; ma tutto in superficie, Robb, il primo strato. Sotto ci sono altre cose, che sono tue: stralci di pensieri alla deriva che non riesco a captare, emozioni senza nome, passioni che hai soffocato, ricordi che neanche tu sai di avere. A volte riesco ad arrivare fino a quel livello, ma non sempre, solo se mi sforzo molto, sino allo sfinimento. E una volta l, so, perch lo so, che sotto c' un altro livello, e poi un altro, ancora e ancora, sempre pi gi. Non riesco ad arrivarci, Robb, anche se fanno parte di te. Io non ti conosco, non ti posso conoscere. Neanche tu conosci te stesso, capisci? E tu mi conosci? No, meno ancora. Sai quello che ti dico io, ed la verit, forse per non tutta. Leggi le mie emozioni, quelle superficiali: il dolore per un dito del piede schiacciato, un lampo di fastidio o di piacere quando sei dentro di me. Questo vuole forse dire che mi conosci? Quali dei miei tanti livelli? E tutto quello che neanche io so di me stessa? Tu lo conosci? In che modo, Robb, come potresti? Scosse di nuovo la testa, in quel buffo gesto che ripeteva sempre quando era confusa. E dici che io sono perfetta, che mi ami, che sono la persona giusta. Ma vero? Robb, io leggo i tuoi pensieri. So quando mi vuoi sexy, e allora sono sexy. Vedo che cosa ti eccita, e lo faccio. So quando mi preferisci seria e quando ti va che scherzi. So anche quali barzellette raccontarti: mai quelle ciniche, non ti piace ferire o vedere ferire la gente. Ami ridere con gli altri, non alle loro spalle, e io rido insieme a te, e ti amo come piace a te. So quando vuoi che parli e quando devo stare zitta. So quando vuoi che io sia la tua leonessa, la telepatica tenebrosa e quando la ragazzina da cullare tra le tue braccia. E sono tutto questo, Robb, perch tu lo vuoi, e io ti amo,

sento la gioia in te a ogni cosa giusta che faccio. Non ho mai scelto di comportarmi cos, successo. Non mi importava, non mi importa. La maggior parte delle volte non ne sono nemmeno consapevole. E anche tu fai lo stesso. Te lo leggo. Tu non puoi leggere come me, cos a volte le tue intuizioni sono sbagliate: sei brillante quando ti vorrei silenzioso e comprensivo, o ti comporti da macho quando avrei bisogno di un bambino al quale fare da mamma. Ma a volte indovini anche tu, e ci provi, continui a provarci. Ma tu sei veramente tu? E io sono veramente io? E se non fossi perfetta, se fossi solo me stessa, con tutti i miei difetti e le cose che non ti piacciono, mi ameresti ugualmente? Non lo so. Invece Gustaffson s, e anche Kamenz. Lo so, Robb, l'ho visto. Io li conosco. I loro livelli svanivano... Li conosco davvero, e se tornassi indietro potrei condividere con loro molto di pi di quello che condivido con te. E loro conoscono me, come sono davvero. E mi amano. Capisci? Capivo? Non lo so. Ero confuso. Avrei amato Lya se fosse stata se stessa? Ma che cosa voleva dire "essere se stessa"? Che differenza c'era dalla Lya che conoscevo? Pensavo di amare Lya e che l'avrei sempre amata, ma se la sua vera natura fosse stata diversa da quella che conoscevo? Che cosa amavo? Il concetto astratto di un essere umano, o la carne, la voce, la personalit che pensavo essere Lya? Non lo sapevo. Non sapevo pi chi era Lya, chi ero io e che cosa accidenti volevano dire tutti quei discorsi. Ero spaventato. Forse non potevo sentire quello che lei aveva provato quel pomeriggio, per sapevo quello che provava in quel momento. Ero solo, e avevo bisogno di qualcuno vicino. Lya, proviamoci, non ci dobbiamo arrendere. Possiamo capirci l'un l'altra; c' un modo, il nostro, l'abbiamo gi sperimentato. Vieni, su, vieni con me. Parlando, la spogliai, lei rispose e le sue mani si unirono alle mie. Una volta nudi, cominciai ad accarezzarla lentamente, e lei me. Le nostre menti si ritrovarono, si raggiunsero e si sondarono come mai prima di allora. Potevo sentirla che scavava nella mia testa, gi, sempre pi gi. E io mi aprii a lei, mi arresi: tutti i piccoli segreti che avevo avuto perfino con lei, o cercato di avere, adesso glieli consegnai, tutto quello che potevo ricordare, i miei trionfi, le mie pene, le gioie e i dolori, le volte in cui avevo ferito qualcuno, le volte in cui ero stato ferito, i lunghi pianti solitari, le paure che non avrei voluto ammettere, i pregiudizi contro cui lottavo, le vanit che avevo combattuto in passato, gli stupidi peccati giovanili, tutto. Non

nascosi niente. Consegnai tutto me stesso a lei, a Lya, la mia Lya. Mi doveva conoscere. E anche lei si concesse. La sua mente era una foresta di pensieri in cui io vagavo, dando la caccia a brandelli di emozione; in superficie paura, bisogno e soprattutto amore; sotto cose pi vaghe, capricci e passioni ancora pi profondi, seminascosti. Non avevo il Talento di Lya, leggevo solo le emozioni, non i pensieri, ma allora lessi anche i pensieri, per la prima e ultima volta, pensieri che mi consegn lei stessa perch non li avevo mai visti prima. Non potevo leggere molto, ma qualcosa percepii. E come la sua mente si apr alla mia, lo stesso fece il suo corpo. Entrai in lei e ci muovemmo insieme, un corpo solo, le menti intrecciate, vicini nei limiti delle umane possibilit. Sentii il piacere salire in me in grandi ondate magnifiche, il mio e il suo piacere che si creavano a vicenda, e restai sulla cresta dell'onda per un'eternit mentre all'orizzonte si avvicinava una spiaggia lontana. E alla fine, quando l'onda si franse sulla riva, venimmo insieme, e per un istante, un piccolo, fugace istante, non avrei potuto dire quale fosse il mio orgasmo e quale il suo. Poi per fin. Restammo sdraiati sul letto, abbracciati, al chiarore delle stelle. Ma non era un letto, era la spiaggia, una spiaggia nera e piatta, senza stelle. Un pensiero mi affior alla mente, un pensiero vagabondo, che non mi apparteneva. Era di Lya. Eravamo su una piana, pensava, e io vidi che aveva ragione. L'acqua che ci aveva portato fin l si era ritirata, non c'era pi. Restava solo una vasta, piatta oscurit che si estendeva in tutte le direzioni, con vaghe forme sinistre che si muovevano su entrambi gli orizzonti. "E siamo qui, come in una piana che s'oscura" pens Lya, e d'un tratto capii che cos'erano quelle figure, e quale poesia stesse leggendo prima. Ci addormentammo. Mi svegliai, solo. La stanza era buia. Lya dormiva ancora raggomitolata dall'altra parte del letto. Era tardi, quasi l'alba, pensai, ma non ero sicuro. Ero inquieto. Mi alzai e mi vestii in silenzio. Avevo bisogno di andare da qualche parte, per pensare, riordinare le idee. Dove, per? Avevo in tasca una chiave. La sentii mentre infilavo la tunica, e ricordai: era dell'ufficio di Valcarenghi. A quell'ora di notte doveva essere chiuso e deserto, e il panorama avrebbe potuto aiutarmi a pensare. Uscii, presi il tubo ascensionale e salii fino in cima alla Torre, l'apice della sfida d'acciaio dell'uomo agli Shkeen. L'ufficio non era illuminato, i

mobili sagome scure nelle tenebre. C'era solo la luce delle stelle. Shkea pi vicino al centro galattico rispetto a Vecchia Terra o Baldur. Gli astri erano un fiammeggiante baldacchino nel cielo notturno. Alcune stelle erano molto vicine, e risplendevano come fuochi rossi e biancazzurri nel nero assoluto che le sovrastava. L'ufficio di Valcarenghi aveva tutte le pareti trasparenti; mi avvicinai a una e guardai fuori. Non stavo pensando, solo ascoltando le mie emozioni, e mi sentivo freddo, piccolo e sperduto. Poi una voce vellutata dietro di me mi salut. Quasi non la udii. Mi allontanai dalla vetrata, ma altre stelle brillavano dalle altre pareti. Laurie Blackburn era seduta su una poltroncina bassa, avvolta nelle tenebre. Salve risposi. Non volevo disturbare, pensavo non ci fosse nessuno. Sorrise. Un bel sorriso su un viso radioso, ma privo di allegria. I capelli le ricadevano in ampie onde ramate dietro le spalle, e indossava qualcosa di lungo e trasparente. Potevo intravedere le sue forme morbide tra le pieghe, e lei non faceva alcuno sforzo per nascondersi. Vengo spesso qui mi disse. Di solito la notte, quando Dino dorme. un bel posto per pensare. Gi approvai, sorridendo. Avevo avuto la stessa idea. Le stelle sono belle, vero? S. Lo penso anch'io. Un'esitazione, poi si alz e venne verso di me. Ami Lya? mi chiese. Una domanda cruciale, straordinariamente opportuna. Ma me la cavai bene, almeno credo. La mia mente era ancora ferma alla conversazione con Lya. S, molto risposi. Perch? Lei era in piedi vicino a me, mi guard e poi fiss le stelle. Non lo so. A volte penso all'amore. Amo Dino, sai? arrivato qui due mesi fa, per cui non abbiamo avuto molto tempo per conoscerci, ma lo amo gi. Non ho mai incontrato nessuno come lui. gentile, premuroso e fa tutto bene. Non l'ho mai visto fallire in un'impresa. Eppure non sembra puntare al successo, come altri uomini. Gli riesce cos facile. Ha molta fiducia in se stesso, e questo lo rende attraente. Mi ha dato tutto quello che potevo desiderare, tutto. La scandagliai, lessi in lei amore, preoccupazione e paura, e tirai a indovinare. Tranne se stesso dissi. Lei mi guard allarmata, poi sorrise. Dimenticavo che sei un Talento, ovvio che tu lo sappia. S, vero. Non so perch, ma c' qualcosa che mi

preoccupa. Dino cos perfetto, sai; gli ho detto tutto di me e della mia vita, e lui ascolta, capisce. sempre disponibile, presente quando ho bisogno di lui, per... Funziona a senso unico terminai. Era un'affermazione. Lo sapevo. Lei fece cenno di s con la testa. Non che tenga per s i suoi segreti: non ne ha. Risponde a tutte le domande che gli faccio, ma le sue risposte sono vuote. Gli chiedo di che cosa ha paura, e dice di niente, e fa s che io gli creda. molto razionale, molto calmo; non si arrabbia mai, non mai successo, gliel'ho domandato; non odia nessuno, perch ritiene che non bisogna odiare. Non ha nemmeno mai sofferto, almeno cos dice: sofferenza emotiva, intendo. Eppure mi capisce quando parlo della mia vita. Una volta ha detto che il suo peggiore difetto la pigrizia, per non affatto pigro, e io lo so. davvero cos perfetto? Dice che sempre sicuro di s perch sa di essere bravo, ma sorride quando lo dice, per cui non si pu nemmeno accusarlo di essere presuntuoso. Dice che crede in Dio, ma non ne parla mai. Se cerchi di discutere seriamente, ti ascolta paziente, oppure scherza, o cambia discorso. Dice di amarmi, per... Annuii. Sapevo quello che stava per dire. Infatti, lei mi guard implorante. Tu sei un Talento, e lo hai letto, vero? Lo conosci? Ti prego, dimmi. La stavo leggendo. Vidi il suo bisogno di sapere, quanto era preoccupata e spaventata, quanto lo amava. Non potevo mentirle, eppure era difficile darle quella risposta. L'ho letto dissi lentamente, con circospezione, misurando le parole come un liquido prezioso e ho letto anche te. Ho visto il tuo amore la prima sera, quando abbiamo cenato insieme. E Dino? Le parole mi si fermarono in gola. Lui ... strano, come ha detto una volta Lya. Posso leggere abbastanza facilmente le sue emozioni superficiali, ma sotto non c' niente. molto controllato, chiuso in se stesso; come se le uniche emozioni fossero quelle che si permette di sentire. Ho percepito in lui la sicurezza, il piacere, anche la preoccupazione, ma nessuna vera paura. Ti vuole molto bene, protettivo nei tuoi confronti. Gli piace proteggere gli altri. Tutto qui? chiese speranzosa. Era doloroso. Temo di s. un uomo chiuso dietro un muro, Laurie. Ha bisogno solo di se stesso. Se prova amore, dietro quel muro, nascosto, e non posso leggerlo. Pensa molto a te, Laurie, ma l'amore... un'altra cosa. pi forte,

pi irrazionale, e arriva con un'energia dirompente. E il sentimento di Dino non cos, almeno non fin dove mi possibile leggerlo. chiuso con me ripet. Io mi sono data totalmente, lui invece no. Ho sempre avuto paura, anche quando eravamo insieme, a volte sentivo che non c'era... Sospir. Lessi la sua disperazione, la solitudine crescente. Non sapevo che cosa fare. Piangi pure se vuoi le dissi stupidamente. So che a volte aiuta. Ho pianto molto anch'io. Lei non pianse. Mi guard e fece una risatina. No, non posso. Dino mi ha insegnato che non si deve mai piangere. Dice che le lacrime non risolvono niente. Una triste filosofia. Forse non risolvono, ma fanno parte dell'essere umano, stavo per dire, invece mi limitai a sorridere. Anche lei sorrise, poi drizz la testa. Tu piangi esclam d'un tratto, con voce insolitamente gaia. buffo. Non ho mai ricevuto un'ammissione del genere da Dino. Grazie, Robb, grazie davvero. E rest l, di fronte a me, guardandomi di sotto in su, in attesa. Io lessi che cosa aspettava, cos la presi tra le braccia e la baciai; lei si strinse contro di me. E per tutto il tempo pensai a Lya, dicendo a me stesso che non le sarebbe importato, che sarebbe stata fiera di me, che avrebbe capito. Poi rimasi nell'ufficio, da solo, a guardare sorgere l'alba. Ero svuotato ma in un certo senso contento. La luce che trapelava all'orizzonte stava scacciando le ombre davanti a s, e d'un tratto tutte le paure, che la notte erano sembrate cos minacciose, parvero sciocche, irrazionali. Lya e io ce l'avremmo fatta, pensai, saremmo riusciti a costruire quel ponte; avremmo superato qualsiasi avversit, con la stessa facilit con cui oggi avremmo affrontato i Greeshka, insieme. Quando tornai in camera, Lya non c'era. Abbiamo ritrovato l'aeromobile nel centro di Shkeentown stava dicendo Valcarenghi. Era freddo, preciso, rassicurante. La sua voce mi disse, al di l delle parole, che non c'era niente di cui preoccuparsi. Ho sguinzagliato degli uomini per cercarla, ma Shkeentown grande. Hai idea di dove possa essere andata? No risposi debolmente. Forse a conoscere altri Congiunti. Sembrava, be'... quasi ossessionata da loro, non so. Qui abbiamo un ottimo corpo di polizia. La troveremo, ne sono certo. Magari ci vorr un po' di tempo. Avete litigato?

S, no, quasi, ma non stata una vera lite, una cosa strana. Capisco fece lui, ma non era vero. Laurie mi ha detto che la notte scorsa sei salito quass, da solo. S, avevo bisogno di pensare. Bene, quindi diciamo che Lya si svegliata, e magari ha deciso che anche lei voleva pensare. Tu sei salito, lei invece andata a fare un giro. Forse vuole solo una giornata libera per visitare Shkeentown. Ieri ha fatto cos, no? vero ammisi. Adesso lo sta facendo di nuovo. Il problema non esiste. Probabilmente sar di ritorno prima di cena. Sorrise. Perch, allora, uscita senza dirmelo? Senza lasciare un messaggio, qualcosa? Non lo so, ma non importante. Non lo era? Non lo era davvero? Mi sedetti, la testa fra le mani e la fronte aggrottata, sudavo. D'un tratto mi sentii ancora pi spaventato, senza sapere perch. Non avrei dovuto lasciarla da sola, mi dicevo. Mentre io ero quass con Laurie, lei si era svegliata da sola nella camera buia e... che cosa? E se n'era andata. Nel frattempo, per, noi abbiamo delle cose da fare disse Valcarenghi. tutto pronto per scendere a visitare le grotte. Lo guardai, incredulo. Le grotte? Ma non ci posso andare, non ora e non da solo. Lui emise un sospiro di esasperazione, volutamente esagerato. Su, Robb! Non la fine del mondo. Andr tutto bene. Lya sembra una ragazza piena di buonsenso e sono sicuro che se la sa cavare benissimo da sola, vero? Annuii. Nel frattempo daremo un'occhiata alle grotte. Voglio andare al fondo di questa faccenda. Io non far un bel niente senza Lya protestai. Lei ha pi Talento, io... so leggere solo le emozioni, non posso scendere in profondit come lei. Non vi sar di grande aiuto. Lui si strinse nelle spalle. Pu darsi, ma ormai tutto organizzato e non abbiamo niente da perdere. Possiamo sempre fare un secondo giro quando Lya sar tornata. Fra l'altro, ti far bene, ti distrarr dal resto. Adesso come adesso non puoi fare niente per lei. Ho mandato tutti gli uomini disponibili a cercarla, e se non la trovano loro di certo non ci riuscirai tu. Quindi non

ha senso continuare a rimuginare. Torna all'azione, tieniti occupato. Detto questo si volt, avviandosi verso il tubo ascensionale. Vieni, c' un'aeromobile che ci sta aspettando. Verr anche Nelse. Rimasi fermo, indeciso. Non ero in vena di occuparmi dei problemi degli Shkeen, ma le argomentazioni di Valcarenghi avevano una certa logica. Tra l'altro ci aveva ingaggiato, Lyanna e me, ed eravamo ancora in obbligo con lui. "Almeno ci posso provare" pensai. Durante il viaggio, Valcarenghi si mise davanti con il guidatore, un massiccio brigadiere della polizia con la faccia scolpita nel granito. Questa volta aveva optato per un mezzo della polizia, cos potevamo restare aggiornati sulle ricerche di Lya. Gourlay e io sedevamo sul sedile posteriore. Gourlay aveva spiegato una grande cartina sulle ginocchia di tutti e due, e mi raccontava delle grotte dell'Unione Finale. In teoria le grotte sarebbero la casa madre dei Greeshka disse. Probabilmente vero, ha senso. Qui i Greeshka, come vedrai, sono molto pi grandi. Le grotte sono disseminate su tutte le colline, dalla parte opposta di Shkeentown rispetto a noi, dove la regione diventa pi selvaggia. Come un piccolo favo di forma regolare. E in ognuna c' un Greeshka, almeno cos mi hanno riferito: nelle poche in cui sono stato, in effetti, l'ho sempre trovato, per cui credo a quanto dicono delle altre. La citt, quella sacra, forse stata costruita per via delle grotte. Gli Shkeen arrivano qui da ogni angolo del continente per l'Unione Finale. Ecco, la zona delle grotte questa. Con una penna disegn un grande anello rosso quasi al centro della cartina. A me sembrava tutto assurdo. La cartina mi stava demoralizzando: non pensavo che Shkeentown fosse cos estesa. Come era possibile trovare qualcuno che non voleva farsi trovare? Valcarenghi si volt verso di noi. La grotta dove stiamo andando una delle pi grandi della zona. Ci sono gi stato. Non ci sono formalit per l'Unione Finale, capisci. Gli Shkeen si limitano a scegliere una grotta, entrano e si sdraiano sul Greeshka. Usano l'ingresso loro pi comodo: alcuni sono poco pi grandi dei condotti della fognatura, ma se ti inoltri abbastanza in teoria dovresti incontrare un Greeshka, che pulsa in fondo, nell'oscurit. Le grotte pi ampie sono illuminate da torce, come la Grande Sala, ma questi sono dettagli, non hanno alcuna importanza per l'Unione. Suppongo che andremo in una di queste dissi. Valcarenghi annu. Esatto. Ho pensato che ti sarebbe interessato vedere che aspetto ha un Greeshka maturo. Non uno spettacolo gradevole, ma istruttivo. Quindi abbiamo bisogno della luce.

Poi Gourlay fin il suo racconto, ma io ormai avevo staccato la spina. Ritenevo di saperne abbastanza sugli Shkeen e i Greeshka, ed ero ancora preoccupato per Lyanna. Dopo un po' ci abbassammo, e il resto del viaggio trascorse in silenzio. Era il tragitto pi lungo che avessimo mai fatto. Perfino la Torre, il nostro scintillante punto di riferimento d'acciaio, era scomparsa dietro le colline alle nostre spalle. Il terreno si fece pi accidentato e roccioso, con arbusti selvatici sempre pi fitti; le colline si susseguivano pi alte e selvagge, ma le cupole le ricoprivano senza soluzione di continuit, e c'erano Shkeen dappertutto. "Lya potrebbe essere in mezzo a loro" pensai "persa tra quella folla brulicante." Che cosa stava cercando? Quali erano i suoi pensieri? Alla fine atterrammo in una valle fitta di vegetazione, tra due colline alte e pietrose. Perfino qui c'erano Shkeen: le cupole di mattoni rossi spuntavano dal sottobosco. Non feci fatica a individuare l'ingresso della grotta. Era a met di una scarpata, un foro nero che si apriva nella nuda roccia, cui si arrivava da un sentiero sterrato e polveroso. Dopo essere scesi dall'aeromobile, ci incamminammo in quella direzione. Gourlay attacc la strada con lunghi passi sgraziati, mentre Valcarenghi avanzava con la sua falcata armoniosa e costante e il poliziotto arrancava imperturbabile. Io ero il ritardatario. Mi trascinavo e arrivai all'imboccatura della grotta quasi senza fiato. Se mi fossi aspettato pitture rupestri, altari o un tempio di qualche natura, sarei rimasto tristemente deluso. Era una semplice grotta, con le pareti grondanti e il soffitto basso. L'aria era fredda e umida. Pi fresca che a Shkea e meno polverosa, tutto qui. C'era un unico, lungo passaggio tortuoso nella roccia, abbastanza ampio perch si potesse camminare in quattro fianco a fianco, ma cos basso che Gourlay doveva chinare la testa. Le torce erano disposte lungo le pareti a intervalli regolari, ma solo una su quattro era accesa. Bruciavano esalando un fumo oleoso che sembrava impregnare il soffitto della grotta e scendere nelle sue viscere prima di noi. Mi chiesi che cosa lo stesse risucchiando. Dopo circa dieci minuti di cammino, per lo pi in leggera discesa, il cunicolo sbuc in una stanza alta e molto illuminata, con il soffitto a volta macchiato dalla fuliggine delle torce. L c'era il Greeshka. Era di un rosso marrone opaco, come il colore del sangue rappreso, non del vivace cremisi quasi traslucido dei giovani esemplari appesi ai crani dei Congiunti. Il grande corpo era tempestato di macchie nere, simili a bruciature o a tracce di fuliggine. Riuscivo a stento a intravedere il lato

lungo della sala; il Greeshka era troppo grosso, torreggiava sopra di noi, lasciando solo una piccola fessura tra lui e il soffitto, poi a met della stanza scendeva di colpo come una gigantesca massa di gelatina, e terminava a circa sei metri da dove eravamo noi. In quello spazio c'era una foresta di filamenti rossi pendenti e ciondolanti, una ragnatela di tessuto del Greeshka che arrivava fin quasi alle nostre facce. E pulsava, era viva. Anche i filamenti andavano a tempo, ampliandosi e contraendosi, in un battito silenzioso che era una cosa sola con il grande Greeshka che c'era dietro. Il mio stomaco si rivolt, mentre i miei compagni sembravano impassibili. Lo avevano gi visto altre volte. Vieni disse Valcarenghi accendendo una torcia elettrica che si era portato per avere pi luce. L'alone chiaro, roteando sulla ragnatela pulsante, sembr evocare una foresta fantastica abitata da spettri. Valcarenghi si addentr con disinvoltura, facendo oscillare la luce e scostando il Greeshka. Gourlay lo segu, ma io esitavo. Valcarenghi si volt e sorrise. Non ti preoccupare disse. Il Greeshka ci mette ore ad attaccarsi, ed facile da togliere. Non ti afferra neanche se inciampi. Mi feci coraggio, allungai il braccio e toccai uno di quei filamenti vivi. Era morbido, umido, leggermente vischioso al tatto, e basta; si spezzava abbastanza facilmente. Cominciai ad avanzare, con le braccia avanti, chinandomi e rompendo la rete per aprirmi un varco. Il brigadiere camminava in silenzio dietro di me. A un certo punto arrivammo alla fine del reticolo, di fronte al grande Greeshka. Valcarenghi lo studi per un secondo, poi punt la torcia. Ecco l'Unione Finale disse. Guardai. Il raggio aveva proiettato un alone di luce attorno a uno dei punti scuri, una macchia nel mastodonte. Guardai meglio. Dalla macchia spuntava una testa: al centro della zona scura, si vedeva solo il viso, ricoperto da una sottile pellicola color sangue, ma non si poteva sbagliare: un anziano Shkeen, con le rughe e gli occhi grandi, che adesso erano chiusi. Per sorrideva. Sorrideva! * Mi avvicinai. Un po' pi in basso, sulla destra, spuntavano le dita di una mano: il resto era gi sparito, inglobato nel Greeshka, dissolto o in via di dissolvimento. Il vecchio Shkeen era morto, e il parassita ne stava digerendo il cadavere. Ogni macchia scura un'Unione recente spieg Valcarenghi, muovendo la torcia come un puntatore. Ovviamente le macchie con il tempo spariscono. Il Greeshka continua a crescere, tra cento anni avr riempito

tutta la sala e si espander nel corridoio. A quel punto udimmo un fruscio alle nostre spalle. Mi voltai. Qualcuno stava avanzando tra i filamenti. Ben presto ci raggiunse, e sorrise. Era una donna shkeen, vecchia, nuda, con i seni ciondolanti; ovviamente una Congiunta. Il suo Greeshka le copriva quasi tutta la testa e arriva fin sotto al seno. Era ancora brillante e traslucido per il tempo trascorso alla luce del sole: si poteva vedere in trasparenza dove le stava mangiando la carne della schiena. Una candidata all'Unione Finale spieg Gourlay. Questa una grotta popolare sussurr Valcarenghi in tono beffardo. La donna non ci rivolse la parola, n noi a lei. Sorridendo ci super e si sdrai sul Greeshka. Il piccolo Greeshka sulla sua schiena sembr quasi dissolversi al contatto, mescolandosi con la grande creatura della grotta, cos la donna Shkeen e il grande Greeshka erano diventati una cosa sola. Poi, nient'altro. Lei si limit a chiudere gli occhi, e rest sdraiata tranquilla, quasi fosse addormentata. Adesso che cosa succede? chiesi. L'Unione rispose Valcarenghi. Ci vorr un'ora prima che tu possa notare qualcosa, ma il Greeshka ha gi cominciato ad avvolgerla, a inghiottirla. una risposta al calore corporeo, mi hanno detto. Tra un giorno sar ricoperta, tra due sar come lui... La torcia ritrov la faccia semisommersa sopra di noi. La puoi leggere? sugger Gourlay. Forse ci fornir qualche indizio. D'accordo dissi, disgustato ma curioso. Mi aprii, e la tempesta mentale arriv. Anzi, non giusto chiamarla cos: era immensa, spaventosa, intensa, rovente, accecante e soffocante, ma portava anche un senso di pace. Era gentile, di una gentilezza che era pi violenta dell'odio umano; evoc dolci richiami e canti di sirene, mi attir in modo seduttore, rivers su di me ondate cremisi di passione, e mi chiam a s. Mi riemp, e al tempo stesso mi svuot. E da qualche parte sentii i campanelli, il risuonare stridulo del bronzo nella loro canzone, una canzone d'amore e di resa, stare insieme e congiungersi, unirsi e non essere mai soli. Una tempesta, una tempesta mentale, s, fu cos, ma rispetto a una normale tempesta fu come una supernova rispetto a un ciclone, e la sua era una violenza d'amore. Quella tempesta mentale mi amava e mi desiderava, e i suoi campanelli mi chiamavano, risuonavano il suo amore, e io allungai

le braccia, desideroso di essere con lei, di unirmi, di non essere di nuovo solo. E d'un tratto ero di nuovo sulla cresta di una grande onda, un'onda di fuoco che viaggiava tra le stelle, e questa volta sapevo che l'onda non sarebbe finita mai: non sarei pi ritornato solo nella mia piana oscura. Quella frase mi fece ripensare a Lya. E improvvisamente cominciai a lottare, a combattere contro quel mare di amore risucchiante. Corsi, corsi, corsi... e chiusi la porta della mente, inchiodai il saliscendi e lasciai che la tempesta si agitasse e ululasse all'esterno, mentre con tutte le mie forze resistevo. Ma a un certo punto la porta cominci a cedere, a fessurarsi. Urlai. La porta si spalanc, e la tempesta entr con forza, mi gherm e mi trascin fuori. Volteggiai nell'aria su fino alle stelle, che per non erano pi fredde, e diventai sempre pi grande, finch io ero le stelle e le stelle erano me, ero l'Unione, e per un singolo, solitario, luminoso istante fui l'universo. Poi il nulla. Mi svegliai nella mia stanza con un mal di testa che sembrava volermi spaccare il cranio. Gourlay, seduto su una sedia, stava leggendo uno dei nostri libri. Alz lo sguardo all'udirmi gemere. Le pillole di Lya per il mal di testa erano ancora vicino al letto. Ne presi una, poi cercai di mettermi a sedere. Come va? Meglio? chiese Gourlay. Male alla testa risposi, sfregandomi la fronte. Mi batteva, come se stesse per scoppiare. Peggio della volta in cui avevo scrutato nel dolore di Lya. Che cosa successo? Lui si alz. Ci hai spaventati a morte tutti quanti. Dopo avere iniziato a scandagliare, improvvisamente hai cominciato a tremare e sei partito verso quel maledetto Greeshka, urlando. Dino e il brigadiere hanno dovuto trascinarti fuori a forza. Ci stavi entrando dentro, e ti era gi arrivato fino alle ginocchia. E tirava. Strano. Dino ti ha colpito, facendoti perdere i sensi. Gourlay scosse la testa, poi and verso la porta. Dove vai? chiesi. A dormire rispose. Sei rimasto senza conoscenza per quasi otto ore. Dino mi ha chiesto di vegliare su di te finch non ti fossi ripreso. Bene, ti sei ripreso. Adesso cerca di riposare, come far anch'io. Ne riparliamo domani. Io voglio parlarne ora.

tardi disse, chiudendo la porta della stanza. Sentii il rumore dei suoi passi che si allontanavano e sono sicuro di aver udito anche lo scatto della serratura della porta che dava sul corridoio. Qualcuno era evidentemente in ansia per i Talenti che se la svignano durante la notte. Io per non sarei andato da nessuna parte. Mi alzai per prendere qualcosa da bere. C'era del veltaar nel frigorifero. Buttai gi un paio di bicchieri, l'uno dopo l'altro, e mangiucchiai qualcosa. Il mal di testa cominci a diminuire. Poi tornai in camera da letto, spensi la lampada e schiarii la vetrata per far passare la luce delle stelle. Poi ripresi a dormire. Ma non mi addormentai, almeno non subito. Erano successe troppe cose e dovevo pensare. Innanzitutto quell'incredibile mal di testa che non mi dava tregua. Com'era successo a Lya, anche se lei non aveva vissuto quello che avevo vissuto io. O forse s? Lei ha un Talento maggiore, molto pi sensibile di me, capta pi cose. Quella tempesta mentale poteva essere arrivata cos lontano, a chilometri e chilometri di distanza, nel cuore della notte, quando gli umani e gli Shkeen stanno dormendo e i loro pensieri si affievoliscono? Forse, e forse i sogni che ricordavo erano il pallido riflesso di tutto quello che lei aveva sperimentato in quelle notti. Ma i miei sogni erano piacevoli: il problema era svegliarmi, aprire gli occhi e non ricordare. Avevo avuto male alla testa anche mentre dormivo, o solo quando mi ero svegliato? Che cosa accidenti era successo? Che cosa mi aveva preso, l nella grotta? Chi mi aveva tirato a s? Il Greeshka? Per forza. Non avevo avuto il tempo di concentrarmi sulla Shkeen, doveva quindi essere stato lui. Ma Lyanna aveva detto che il Greeshka non ha mente, nemmeno un s-iovivo... Attorno a me era tutto un turbinio di domande, e nessuna risposta. Allora cominciai a pensare a Lya, a chiedermi dove fosse e perch mi avesse lasciato. Aveva vissuto anche lei un'esperienza simile? Perch non l'avevo capito? A quel punto sentii la sua mancanza. Avevo bisogno di averla vicina, invece non c'era. Ero solo, e ne ero acutamente consapevole. Mi addormentai. Una lunga oscurit e alla fine un sogno, e cos ricordai. Mi trovavo di nuovo nella pianura, la sconfinata distesa oscura, con il suo cielo senza stelle e le figure nere in lontananza, la piana di cui Lya parlava cos spesso.

Una delle sue poesie preferite. Ero solo, per sempre, e lo sapevo; era nella natura delle cose. Ero l'unica creatura esistente in tutto l'universo; avevo freddo, fame, ero spaventato e le ombre si muovevano intorno a me, crudeli e inesorabili. Nessuno da poter chiamare, nessuno cui rivolgersi, nessuno che udisse le mie grida. Non c'era mai stato nessuno e non ci sarebbe mai stato nessuno. Poi arrivava Lya. Calava dal cielo senza stelle, pallida, sottile e fragile, e si fermava accanto a me sulla pianura. Si lisciava i capelli neri con una mano, guardandomi con i suoi grandi occhi raggianti, e sorrideva. Sapevo che non era un sogno: lei era con me, in un certo senso. Cominciammo a parlare. "Ciao, Robb." "Lya? Ciao, dove sei? Perch mi hai lasciato?" "Mi dispiace, ho dovuto. Cerca di capire, Robb, devi capire. Non volevo pi stare in questo orribile posto. Invece ci sarei dovuta rimanere in eterno: gli umani vengono spesso qui, ma solo per brevi istanti." "Un contatto e una voce?" "S, Robb. Poi di nuovo le tenebre e il silenzio. E la piana oscura." "Stai mescolando due poesie, Lya, ma va bene lo stesso. Le conosci meglio di me. Per non hai tralasciato qualcosa? La prima parte. 'Ah, amore, restiamo fedeli...'" "Oh, Robb..." "Dove sei?" "Sono... dappertutto, ma per lo pi nella grotta. Ero pronta, Robb, ero gi pi aperta degli altri. Ho potuto saltare il Raduno e il Congiungimento. Il mio Talento mi ha abituato a condividere, cos sono stata accettata." "Per l'Unione Finale?" "S." "Oh, Lya." "Robb, ti prego, unisciti a noi, unisciti a me. la felicit, sai? Per sempre e in eterno, appartenere, condividere, stare insieme. Sono nell'amore, Robb, insieme a miliardi di miliardi di persone, e so tutto di loro, pi di quanto abbia mai saputo di te; e loro mi conoscono, sanno tutto di me, e mi amano. E sar cos per sempre. Io, noi, l'Unione. Sono ancora io, ma sono anche loro, capisci? E loro sono me. Leggere i Congiunti mi ha predisposto, e ogni notte l'Unione mi chiamava, perch mi amava, sai? Oh, Robb, unisciti a noi. Ti amo."

"L'Unione? Intendi il Greeshka? Ti amo anch'io, Lya, per favore torna indietro. Non pu averti gi assorbita, dimmi dove sei, e ti verr a cercare." "S, vieni. Sono ovunque, Robb. Il Greeshka uno solo, le grotte sono tutte collegate sotto le colline; i piccoli Greeshka fanno tutti parte dell'Unione. Vieni e unisciti a me, amami come dici di amarmi. Sei cos lontano, faccio fatica a raggiungerti, anche con l'Unione. Vieni, e sarai una cosa sola con noi." "No, non voglio essere mangiato. Ti prego, Lya, dimmi dove sei." "Povero Robb. Non ti preoccupare, amore. Il corpo non importante: il Greeshka ne ha bisogno per nutrirsi e noi abbiamo bisogno del Greeshka. Ma l'Unione non solo il Greeshka, capisci? Il Greeshka non importante, non ha nemmeno una mente; lui solo il mezzo, lo strumento: l'Unione sono gli Shkeen. Miliardi di miliardi di Shkeen, tutti gli Shkeen che sono vissuti e si sono Congiunti in quattordicimila anni, tutti insieme, che si amano, e appartengono gli uni agli altri, immortali. bellissimo, Robb, pi di quello che avevamo noi, molto di pi, ed eravamo gi fortunati, ricordi? Questo ancora di pi." "Lya, cara Lya, io ti amavo. Questo non per te, non per gli umani. Torna indietro." "Non per gli umani? Oh, s invece! quello che gli uomini hanno sempre cercato, desiderato, per cui piangevano la notte da soli. l'amore, Robb, il vero amore, del quale quello umano solo una pallida imitazione. Capisci?" "No." "Vieni, Robb, unisciti. Q sarai solo per sempre, nella piana, con soltanto una voce e un contatto per andare avanti. E alla fine, quando il tuo corpo morir, non avrai neanche questo: solo un'eternit di nero e di vuoto. La piana per sempre, Robb, in eterno. E io non ti potr pi raggiungere. Non deve succedere..." "No." "Oh, Robb, mi sto dissolvendo. Per favore, vieni." "No, Lya, non andartene. Ti amo, non lasciarmi." "Ti amo, Robb. Ti ho amato, davvero..." E poi spar. Ero di nuovo solo nella piana. Il vento soffi da qualche parte, portando via l'eco delle sue parole, nella fredda vastit infinita. Quella triste mattina la porta esterna della suite non era pi chiusa a

chiave. Il tubo ascensionale mi port all'ufficio di Valcarenghi. Lo trovai, ed era da solo. Tu credi in Dio? gli chiesi a bruciapelo. Lui mi guard e sorrise. Certo rispose con disinvoltura. Lo stavo scandagliando: era un tema su cui non si era mai soffermato. Io no replicai e neanche Lya: i Talenti sono quasi tutti atei, sai. C'era stato un esperimento ancora su Vecchia Terra cinquant'anni fa, organizzato da un grande Talento, di nome Linnel, che era anche un credente devoto. Facendo uso di alcune droghe e riunendo insieme le menti dei pi potenti Talenti del mondo, pensava di poter raggiungere qualcosa che lui chiamava il S-io-vivo universale, noto anche come Dio. L'esperimento fu un fallimento, ma qualcosa in effetti successe: Linnel impazz e gli altri tornarono a casa con la visione di un vasto, buio, insensibile nulla, un vuoto privo di ragione, forma o significato. Altri Talenti hanno avuto la stessa percezione, e anche i Normali. Secoli fa c'era un poeta chiamato Matthew Arnold, che scrisse di una piana oscura. La poesia in uno dei vecchi linguaggi, ma vale la pena leggerla. Mostra... la paura, credo. Qualcosa di fondamentale nell'uomo, quel timore di essere da soli nel cosmo. Forse soltanto la paura della morte, forse qualcosa di pi, non lo so, ma primordiale. Tutti gli uomini sono per sempre soli, anche se non vogliono, cercano, provano a stabilire un contatto, a raggiungere gli altri oltre il vuoto. Alcuni non ci riescono mai, altri occasionalmente. Lya e io eravamo fortunati, ma comunque non mai uno stato permanente. Alla fine sei di nuovo solo, nella tua piana oscura. Capisci, Dino? Lo capisci? Lui sorrise come divertito, non con scherno - non era nel suo stile - ma con sorpresa e incredulit. No disse. Allora prover a spiegarmi meglio. La gente cerca sempre qualcosa, qualcuno; le parole, il Talento, l'amore, il sesso, fa tutto parte della stessa cosa, della stessa ricerca. E anche le divinit. L'uomo le ha inventate perch ha paura di essere solo, spaventato dall'universo vuoto, dalla piana oscura. per questo che i tuoi uomini si convertono, che la gente fa il grande passo. Hanno trovato Dio, o per lo meno il qualcosa il pi possibile simile a Dio che hanno potuto trovare. L'Unione una mente di massa, immortale: molti in un solo, unico amore. Gli Shkeen non muoiono, dannazione, ecco perch non hanno il concetto di una vita nell'aldil. Sanno che esiste un Dio: forse non ha creato l'universo, ma amore, amore puro. E si dice che Dio amore, no? O forse quello che noi chiamiamo amore una piccola parte di Dio. Non importa, comunque sia, l'Unione questo. La fine della ricerca per gli Shkeen, e anche per l'uomo. In fondo, siamo

tutti uguali, tanto che addolora. Valcarenghi tir un sospiro esagerato. Robb, hai lavorato troppo: parli come un Congiunto. Forse quello che dovrei diventare. Lya lo . Adesso fa parte dell'Unione. Lui batt le palpebre. Come lo sai? Questa notte mi venuta a trovare in sogno. Ah, in sogno. Ma era vero, accidenti. tutto vero. Valcarenghi si blocc e sorrise. Ti credo. Cio, credo che il Greeshka usi un'esca psichica, un'esca d'amore se vuoi, per attirare le sue prede; qualcosa di cos potente che convince gli uomini - persino te - che lui Dio. Pericoloso, certo. Dovr pensarci prima di prendere provvedimenti. Potremmo sorvegliare le grotte per tenere lontani gli umani, ma ce ne sono troppe, e sigillare il Greeshka non gioverebbe ai nostri rapporti con gli Shkeen. Ma questo un problema mio: tu hai portato a termine la tua missione. Aspettai che avesse finito. Ti sbagli, Dino. Questa la realt, non un inganno o un'illusione. L'ho sentito, e anche Lya. Il Greeshka non ha nemmeno un s-io-vivo, figurati un'esca psichica talmente potente da attirare Shkeen e uomini. Ti aspetti che io creda che Dio un animale che vive nelle grotte di Shkea? S. Robb, assurdo, e lo sai benissimo. Pensi che gli Shkeen abbiano trovato la risposta ai misteri della creazione. Ma guardali! La pi antica razza civilizzata nello spazio conosciuto, rimasta ferma all'et del bronzo da quattordicimila anni. Siamo arrivati noi da loro. Dove sono le loro navi stellari e le loro torri? Dove sono i nostri campanelli? ritorsi. E la nostra gioia? Loro sono felici, Dino. Noi possiamo dire altrettanto? Forse hanno trovato quello che noi ancora stiamo cercando. Perch l'uomo cos alla perenne ricerca, allora? Perch in giro a conquistare la galassia, l'universo, qualsiasi cosa? Sta forse cercando Dio? Pu darsi, per non riesce a trovarlo da nessuna parte; cos va avanti, cerca, cerca, ma alla fine torna sempre alla stessa piana oscura. Paragona i risultati: prendiamo l'operato dell'umanit. Pensi che ne valga la pena?

Ritengo di s. And verso la vetrata e guard fuori. Noi abbiamo l'unica Torre che sovrasta il loro mondo disse con un sorriso, guardando tra le nubi sottostanti. Loro hanno l'unico Dio all'interno del nostro universo replicai, ma lui si limit a sorridere di nuovo. D'accordo, Robb disse alla fine allontanandosi dalla finestra. Terr presente quanto mi hai riferito, e ritroveremo Lyanna. La mia voce si ammorbid. Lyanna perduta. Adesso lo so. E lo sar presto anch'io, se rimango ancora. Parto stanotte. Prenoter un posto sulla prima nave che fa rotta su Baldur. Lui annu. Se vuoi, ho gi pronto il vostro compenso. Fece una smorfia. E appena ritroveremo Lya, faremo in modo che ti raggiunga. Immagino che sar un po' seccata, ma questi sono fatti vostri. Non risposi, alzai le spalle e mi diressi verso il tubo ascensionale. Ero quasi arrivato alla porta, quando lui mi chiam. Un momento disse. E se cenassimo insieme? Hai fatto un buon lavoro, e abbiamo comunque in programma una serata di addio, Laurie e io. Anche lei parte. Mi dispiace dissi. Questa volta fu lui ad alzare le spalle. E perch? Laurie una bella persona, mi mancher, ma non una tragedia. Ci sono altre belle persone. Penso che Shkea cominciasse a renderla inquieta. Nella foga e nel dolore per la perdita mi ero quasi dimenticato del mio Talento. Ci pensai allora, e lessi Valcarenghi. In lui non c'era dispiacere o dolore, solo un vago disappunto; e, sotto, il solito muro che lo teneva separato. Quell'uomo che era amico di tutti e intimo di nessuno. Ed era come se su quel muro ci fosse scritto: "Puoi arrivare fin qui, e non oltre". Vieni anche tu, ci divertiremo disse. Io annuii. Quando la nave decoll, mi chiesi perch partivo. Forse per tornare a casa. Abbiamo una casa a Baldur, lontano dalle citt, in uno dei continenti non sviluppati, dove l'unico vicino il deserto. Si trova su un dirupo, vicino a un'alta cascata che scroscia senza requie in uno specchio d'acqua verde, ombreggiato. Lya e io ci nuotavamo spesso, con il sole, tra una missione e l'altra. Poi ci sdraiavamo nudi all'ombra degli arancispezia, e facevamo l'amore su un tappeto di muschio argentato. Forse torno per questo, ma non sar pi lo stesso senza Lya... Potrei essere ancora con lei, adesso, sarebbe stato facile, semplicissimo:

una lenta camminata in una caverna buia, un breve sonno, e Lya sarebbe stata mia per sempre, mi avrebbe condiviso, sarebbe stata me, e io lei. Ci saremmo amati e conosciuti l'un l'altra oltre i limiti umani: gioia e unione, e niente pi oscurit, in eterno. Dio. Se credevo in quello che avevo detto a Valcarenghi, perch allora mi ero negato a Lya? Forse perch non sono sicuro, forse spero ancora in qualcosa di pi grande e pi amorevole dell'Unione, nel Dio di cui mi hanno parlato tanto tempo fa; forse sto correndo un rischio, perch una parte di me crede ancora, ma se sbaglio... saranno le tenebre, e la piana... Ma forse qualcos'altro, che ho visto in Valcarenghi e che mi ha fatto dubitare di quanto avevo detto. Perch l'uomo , per un motivo o per l'altro, pi avanti degli Shkeen. Ci sono persone come Dino e Gourlay, oppure come Lya e Gustaffson, persone che hanno tanta paura dell'amore e dell'Unione, ma al tempo stesso li desiderano: allora si crea una scissione. L'uomo ha forse due impulsi primari e lo Shkeen uno solo? In questo caso magari c' una risposta per entrare in contatto, unirsi e non essere soli, e tuttavia restare ancora umani. Non invidio Valcarenghi. Credo che in realt pianga dietro il suo muro, e nessuno lo sa, nemmeno lui. E nessuno lo sapr mai, e alla fine sar sempre solo nel suo sorridente dolore. No, non lo invidio affatto. Eppure in me c' qualcosa di lui, Lya, cos come di te. Ed per questo che fuggo, anche se ti ho amata. Laurie Blackburn era sulla mia stessa nave. Ho mangiato con lei dopo il lancio e abbiamo trascorso la serata a discorrere, sorseggiando vino. Non sar stata una conversazione allegra, per era umana. Entrambi avevamo bisogno di qualcuno, e ci siamo abbracciati. Pi tardi, l'ho portata nella mia cabina e ho fatto l'amore con lei con tutta l'intensit che potevo esprimere. Poi, mentre l'oscurit si attenuava, siamo andati avanti a parlare tenendoci abbracciati. "A Song for Lya" copyright 1974 by the Conde Nast Publications, Inc. Copyright renewed 2002 by George R.R. Martin. From "Analog", June 1974. QUESTA TORRE DI CENERE La mia torre fatta di mattoni, mattoni piccoli di un grigio fuligginoso tenuti insieme da una malta di una sostanza nera lucente, che ai miei occhi

inesperti sembra stranamente simile all'ossidiana, anche se di certo non pu esserlo. Si trova presso un braccio del mar Magro, alta sei metri ma pende da un lato, e dista pochi passi dal bosco. L'ho scoperta quasi quattro anni fa, quando Squirrel e io ce ne siamo andati da Port Jamison con l'aeromobile argento che adesso giace sventrato e coperto di rovi ed erbacce non lontano dall'ingresso della torre. Ancora oggi so ben poco della sua struttura, ma mi sono fatto le mie teorie. Intanto non credo che sia stata costruita da esseri umani. di sicuro precedente alla nascita di Port Jamison e spesso ho il sospetto che risalga addirittura a un periodo anteriore alla conquista umana dello spazio. I mattoni (che sono stranamente piccoli, meno di un quarto delle dimensioni dei laterizi normali) sono rovinati, erosi, consunti: mi si sbriciolano sotto i piedi. Dappertutto c' polvere e so bene da dove proviene: pi di una volta ho tirato fuori un mattone dalla balaustra del tetto e l'ho frantumato semplicemente stringendolo in mano. Quando soffia il vento salmastro da oriente, dalla torre si alza una nube di cenere. I mattoni all'interno sono in condizioni migliori, perch il vento e la pioggia non li hanno corrosi pi di tanto, ma l'ambiente tutt'altro che gradevole: c' un unico locale, pieno di cenere e di rimbombi, senza finestre, la luce viene solo dall'apertura circolare al centro del tetto. Una scala a chiocciola, anch'essa di vecchi mattoni, scavata nei muri perimetrali e sale circolarmente, come la filettatura di una vite, fino al livello del tetto. Salire non un problema per Squirrel, piccolo come sono i gatti, ma per un piede umano gli scalini sono stretti e scomodi. Io, per, ci salgo. Ogni notte rientro dalla fresca boscaglia, con le mie frecce annerite dal sangue coagulato dei ragni sognanti e la giberna piena delle loro sacche di veleno, sistemo l'arco al fianco, mi lavo le mani, poi salgo sul tetto e vi passo le poche ore che mancano all'alba. Al di l dello stretto braccio di mare, sull'isola, si vedono le luci di Port Jamison che brillano e da lass la citt non sembra quella che ricordavo. Gli edifici neri e squadrati di notte emettono un bagliore romantico; le luci, di un arancione fumoso e di un tenue azzurro, parlano di mistero, di canti silenziosi, di una solitudine sconfinata, mentre le astronavi vanno su e gi tra le stelle come le instancabili lucciole della mia infanzia su Vecchia Terra. "Laggi ci sono tante storie" avevo spiegato una volta a Korbec, prima di saperne di pi. "C' qualcuno dietro ciascuna luce, ognuno con una sua vita, una sua storia. Solo che conducono le proprie esistenze senza mai sfiorarci, cos noi quelle storie non le conosceremo mai." Mi pare che stes-

si gesticolando: ero, ovviamente, ubriaco fradicio. Korbec mi aveva risposto con un ampio sorriso e aveva scosso la testa. Era un omaccione grasso e scuro di carnagione, con una barba che pareva filo di ferro ritorto. Usciva tutti i giorni dalla citt, con la sua aeromobile nera piena di rattoppi, per scaricare le mie provviste e ritirare il veleno che avevo raccolto, e una volta al mese salivamo sul tetto e ci prendevamo una bella sbronza. Un camionista dello spazio, ecco cos'era Korbec, un venditore di sogni a buon mercato e di arcobaleni di seconda mano. Ma gli piaceva considerarsi un filosofo e uno studioso degli esseri umani. "Non t'illudere" mi aveva detto, offuscato dal vino e dall'oscurit. "Non ti perdi niente. Le vite sono pessime storie: quelle vere, in genere, hanno una trama, un inizio, uno sviluppo e quando il momento finiscono, a meno che il personaggio non abbia una storia a puntate. La vita della gente non cos: le persone vagano senza meta e continuano ad andare avanti, avanti. Non c' mai una vera fine." "La gente muore" avevo obiettato. "Mi pare che sia sufficiente." Korbec aveva fatto un versaccio. "Certo, ma hai mai saputo di qualcuno che morto al momento giusto? No, le cose non vanno cos. Un tizio scompare quando la sua vita non nemmeno cominciata, un altro quando nel pieno del rigoglio, altri ancora si ostinano a restare vivi anche dopo che tutto finito." Spesso quando me ne stavo seduto lass da solo, con Squirrel in grembo che mi scaldava e un bicchiere di vino accanto, ho ripensato alle parole di Korbec e alla gravit con cui le aveva pronunciate; nella sua voce roca c'era un tono stranamente gentile. Non un uomo brillante, Korbec, per credo che quella sera avesse detto il vero, forse senza rendersene conto. Ma lo stanco realismo del quale mi aveva fatto dono in quell'occasione l'unico antidoto ai sogni che i ragni continuano a tessere. Io, per, non sono Korbec e non posso diventarlo, e anche ammettendo la sua verit non riesco a viverla. Ero fuori ad allenarmi con l'arco nel tardo pomeriggio, con addosso solo un paio di calzoncini e la faretra, quando arrivarono. Era quasi l'imbrunire e mi stavo preparando alla mia perlustrazione notturna (fin dall'inizio la mia vita qui andava dal tramonto all'alba, come quella dei ragni sognanti). L'erba sotto i piedi nudi era piacevole, e ancora pi piacevole era sentire in mano il legnargento del mio arco a doppia curvatura; stavo tirando bene. Poi li udii arrivare. Gettai un'occhiata alle mie spalle e vidi l'aeromobile

blu scura che si stagliava sempre pi grande nel cielo a oriente. Doveva per forza essere Gerry. Lo riconobbi dal suono: la sua vettura ha sempre fatto rumore, da quando lo conosco. Voltai loro la schiena, tesi con calma l'arco e feci il primo centro della giornata. Gerry fece scendere l'aeromobile tra le erbacce vicino alla base della torre, a pochi metri da me. Insieme a lui c'era Crystal, seria e sottile: i lunghi capelli dorati emanavano riflessi rossi sotto il sole pomeridiano. Scesero dalla vettura e si diressero verso di me. Non state vicino al bersaglio li avvertii, incoccando un'altra freccia e tendendo l'arco. Come avete fatto a trovarmi? Alla mia domanda fece da contrappunto il suono della freccia che si conficcava vibrando nel bersaglio. Fecero una cauta deviazione per tenersi fuori della linea di tiro. Una volta ci hai raccontato di avere scoperto questo posto dall'alto rispose Gerry e sapevamo che non eri pi a Port Jamison. Abbiamo provato a vedere se eri qui. Si ferm a pochi passi da me con le mani sui fianchi: era come me lo ricordavo, alto, con i capelli scuri e in perfetta forma. Crystal si mise al suo fianco e gli appoggi una mano sul braccio. Abbassai l'arco e mi voltai verso di loro. Va bene, mi avete trovato. E allora? Eravamo preoccupati per te, Johnny sussurr Crystal. Ma evit il mio sguardo quando la fissai. Gerry le cinse la vita con un atteggiamento possessivo e qualcosa mi bruci dentro. Scappare non risolve niente mi disse poi, in quel tono di amichevole preoccupazione mista ad arrogante condiscendenza con cui mi aveva trattato per mesi. Non sono scappato replicai con voce tesa. Dannazione! Non sareste mai dovuti venire. Crystal lanci un'occhiata a Gerry, con aria abbattuta, ed era chiaro che ormai la pensava come lui. Gerry si strinse nelle spalle. Non credo che avesse mai capito perch dicessi quello che dicevo e facessi quello che facevo. Tutte le volte che ne discutevamo, il che non succedeva spesso, cercava di spiegarmi vagamente perplesso che cosa avrebbe fatto se fosse stato al mio posto. Gli sembrava stranissimo che qualcuno si comportasse in un modo diverso dal suo nella stessa situazione. La sua smorfia di disapprovazione non mi tocc, ma ormai il danno era fatto. Nel mese in cui ero rimasto volontariamente esiliato nella torre, ave-

vo cercato di fare i conti con le mie azioni e con il mio stato d'animo, e non era stato affatto facile. Crystal e io eravamo insieme da tanto tempo, quasi due anni, quando eravamo arrivati sul pianeta di Jamison, cercando di scoprire l'origine di certi rari manufatti d'argento e ossidiana che avevamo raccolto su Baldur. Per tutto quel tempo l'avevo amata e l'amavo ancora, perfino in quel momento, dopo che mi aveva lasciato per stare con Gerry. Quando mi sentivo a posto con me stesso, mi sembrava che l'impulso che mi aveva indotto ad andarmene da Port Jamison fosse stato nobile e altruista. Volevo solo che Crys fosse felice, e con me vicino non avrebbe potuto esserlo. Le mie ferite erano troppo profonde e non ero capace di tenerle nascoste a entrambi, la mia presenza soffocava la nuova felicit che aveva trovato con Gerry. Visto che Crys non ce la faceva a rompere del tutto con me, mi ero sentito obbligato a dare io un taglio netto. Per loro, per lei. Almeno cos mi andava di raccontarmela. Poi c'erano ore in cui quella brillante spiegazione razionale andava in pezzi, ore buie di disgusto per me stesso. Era proprio quella la vera ragione? O mi ero allontanato solo per farmi del male, in un impeto autodistruttivo di rabbia infantile, e cos facendo punire loro due, come un bambino testardo che pensa al suicidio quale forma di vendetta? A dire il vero, non lo sapevo. Per tutto il mese ero passato da una certezza a quella opposta, cercando di capire quello che volevo e di decidere che cosa fare. Mi piaceva vedermi come un eroe, disposto a sacrificarsi per la felicit della donna amata, ma le parole di Gerry erano chiare: lui non la pensava affatto cos. Perch devi sempre fare tante scene? mi chiese con aria ostinata. Era come al solito deciso a dimostrarsi una persona molto civile e sembrava contrariato perch io non volevo riscuotermi e curare le mie ferite, in modo che tutti tornassimo a essere amici. Niente m'irritava di pi della sua irritazione: mi pareva, tutto sommato, di gestire piuttosto bene la situazione ed ero infastidito dalla sua insinuazione che non fosse cos. Ma Gerry era deciso a cambiarmi, e perfino il mio sguardo pi sprezzante era sprecato per lui. Abbiamo intenzione di restare qui e di sviscerare la faccenda, finch non ti deciderai a rientrare a Port Jamison con noi mi comunic in tono estremamente deciso. Merda! esclamai, e mi allontanai bruscamente da loro estraendo con rabbia una freccia dalla faretra. La sistemai sull'arco, lo tesi e scoccai il colpo, tutto troppo in fretta. La freccia manc il bersaglio di trenta centimetri abbondanti e s'infilz in uno dei fragili mattoni scuri della mia torre

cadente. Che razza di posto questo? chiese Chrys, osservando la torre come se la guardasse per la prima volta. Forse era proprio cos e c'era voluta l'incongrua vista della freccia che si conficcava nel muro per farle notare l'antica costruzione. Ma era pi probabile che avesse cambiato argomento apposta, con l'idea di impedire la lite che stava per esplodere tra Gerry e me. Riabbassai l'arco e mi accostai al bersaglio per recuperare le frecce che avevo scoccato. Veramente non lo so con certezza risposi, un po' pi calmo e ben lieto di raccogliere l'imbeccata. Una torre d'avvistamento, credo, non di origine umana. Il pianeta di Jamison non mai stato esplorato a fondo. possibile che una volta ci vivesse una razza raziocinante. Superai il bersaglio e mi avvicinai alla costruzione per strappare l'ultima freccia dal mattone corroso. In realt, potrebbero essere ancora qui. Sappiamo cos poco di quello che succede sulla terraferma. Un posto maledettamente squallido per viverci, se vuoi sapere la mia opinione comment Gerry, osservando la torre. Da come si presenta, potrebbe crollare da un momento all'altro. Gli risposi con un sorriso divertito. L'avevo pensato anch'io. Ma quando ero arrivato qui, non m'interessava pi niente. Appena quelle parole mi uscirono di bocca, rimpiansi di averle pronunciate; Crys era trasalita. Era andata sempre cos nelle mie ultime settimane a Port Jamison. Per quanti sforzi facessi, mi sembrava di avere solo due alternative: o mentire o farle del male. Nessuna delle due mi piaceva e per questo ero l. Ma adesso c'erano anche loro due e quella situazione insostenibile si ripresentava. Gerry stava per fare un altro commento, quando Squirrel spunt a balzi tra l'erba, precipitandosi verso Crystal. Lei gli sorrise, s'inginocchi e un attimo dopo l'animale era gi ai suoi piedi, a leccarle e mordicchiarle le dita. Squirrel era chiaramente contento. Gli piaceva vivere alla torre. A Port Jamison la sua esistenza era limitata dalle paure di Crystal, che temeva che finisse inghiottito nell'intrico di vicoli, inseguito dai cani o torturato dai bambini del posto. Laggi invece lo lasciavo correre in libert e la cosa lo rendeva felice. La sterpaglia che circondava la torre era popolata da topi frusta, una razza di roditori locali con la coda nuda lunga tre volte il corpo. Sulla punta avevano un pungiglione, ma a Squirrel non importava, anche se faceva la gobba e s'irritava ogni volta che c'era una coda di mezzo. Gli piaceva appostarsi e acchiappare quei topi tutto il giorno. Si era sempre considerato un abile predatore, ma

non ci vuole una grande abilit per dare la caccia alle scatolette di cibo per gatti. Mi conosceva da pi tempo di Crys, ma quando stavamo insieme lei gli si era molto affezionata. Ho spesso pensato che se ne sarebbe andata con Gerry molto prima, se non fosse stata turbata all'idea di lasciare Squirrel. Non che quel gatto fosse una bellezza: piccolo, magro, con l'aria vissuta, orecchie da volpe e pelo malconcio grigio e fulvo, una coda folta, il doppio rispetto alla sua taglia. L'amica che me lo aveva regalato su Avalon mi aveva informato tutta seria che si trattava del figlio illegittimo di una psicogatta, nata da manipolazioni genetiche, e di un micio bastardo e randagio. Anche se avesse avuto davvero la capacit di leggere nella mente del suo padrone, non sembrava tenerne conto. Quando voleva le coccole, per esempio, saltava proprio sul libro che stavo leggendo, lo spingeva via e cominciava a mordicchiarmi una guancia; quando voleva starsene per conto suo, era pericoloso anche solo provare ad accarezzarlo. Mentre stava accucciata accanto al gatto che le strofinava il muso sulla mano, Crystal sembrava la stessa donna con la quale avevo viaggiato, fatto all'amore, conversato all'infinito, dormito ogni notte, e di colpo avvertii quanto mi fosse mancata. Mi pare di avere sorriso; rivederla, anche in quella situazione, mi dava un senso di gioia, sia pure oscurato da un'ombra di tristezza. Pensai che forse ero stato stupido, sciocco e vendicativo a volerli mandare via, in fondo erano arrivati fin l solo per me. Crys era sempre Crys e Gerry non poteva essere cos male, visto che lei lo amava. Osservandola in silenzio, presi una decisione: avrei lasciato che restassero. Avremmo visto come sarebbero andate le cose. Fa quasi buio mi sentii dire. Non avete fame? Crys mi guard, continuando ad accarezzare Squirrel, e sorrise. Gerry annu. Certo. Benissimo feci. Li oltrepassai e sulla soglia mi voltai verso di loro, invitandoli a entrare con un gesto. Benvenuti nel mio rudere. Accesi le torce elettriche e cominciai a preparare la cena. La mia dispensa era ben rifornita in quei giorni: non avevo ancora cominciato a vivere dei prodotti dei boschi. Scongelai tre bei sandragoni, i crostacei dal guscio argenteo che i pescatori di Port Jamison estraggono dalla sabbia, e li servii accompagnati da pane, formaggio e vino bianco. La conversazione a tavola fu cauta e garbata: parlammo degli amici comuni di Port Jamison, Crystal mi disse di una lettera che aveva ricevuto da una coppia che avevamo conosciuto su Baldur, Gerry si dilung su argo-

menti politici e sugli sforzi della polizia di Port per stroncare il traffico di veleno dei sogni. Il consiglio ha finanziato una ricerca per una specie di superinsetticida che elimini del tutto i ragni sognanti mi spieg. Una bella spruzzata lungo la costa sopprimerebbe gran parte delle fonti di rifornimento, credo. Certamente assentii, reso un po' alticcio dal vino e irritato dalla stupidit di Gerry. Una volta di pi, ascoltandolo, mi veniva da dubitare dei gusti di Crystal. Pazienza se avr altri effetti sull'ecosistema, no? Gerry alz le spalle. la terraferma si limit a commentare. Era il tipico cittadino di Port Jamison e la sua frase si traduceva cos: "Che m'importa?". Gli eventi della storia avevano fatto s che la gente del posto avesse un singolare atteggiamento di disprezzo nei confronti dell'unico grande continente del pianeta. Gran parte dei primi coloni veniva da Vecchia Poseidonia, dove il mare aveva offerto sostentamento a intere generazioni. Gli oceani ricchi di vita e i pacifici arcipelaghi del nuovo pianeta li avevano attratti molto di pi delle oscure foreste della terraferma. I loro figli erano cresciuti con lo stesso atteggiamento, tranne quei pochi che avevano trovato il modo di fare guadagni illeciti vendendo sogni. Io non la prenderei tanto alla leggera insistetti. Sii realista ribatt Gerry. La terraferma non serve a nessuno, a parte i cacciatori di ragni. Chi ne risentirebbe? Accidenti, Gerry, guarda questa torre! Da dov' spuntata? Te lo dico io! Possono esserci forme di vita intelligenti, fra questi boschi. La gente di Port Jamison non si mai presa il disturbo di controllare. Crystal annuiva da sopra il bicchiere. Johnny potrebbe avere ragione disse lanciando un'occhiata a Gerry. per questo che ero venuta qui, ricordi? I manufatti. Nella bottega di Baldur ci avevano detto che arrivavano da Port Jamison, ma circa la loro origine non sapevano altro. E il tipo di lavorazione... ho trattato arte aliena per anni, Gerry. Conosco le opere dei Fyndii, dei Damoosh e di tutti gli altri. Quella era diversa. Gerry si limit a sorridere. Ci non dimostra niente. Ci sono tante altre razze, a milioni, pi in l, verso il centro della galassia. Le distanze sono immense e per questo ne abbiamo notizia molto di rado, ma non impossibile che di tanto in tanto un loro oggetto artistico arrivi fino a noi. Scosse la testa. Chi pu dirlo? Potrebbe darsi che qualcuno sia arrivato prima di Jamison su questo pianeta e non abbia mai riferito della sua scoperta. Forse lui che ha costruito questa torre. Non me la bevo la storia di esseri senzienti sul continente.

Almeno fino a quando non avrai affumicato questi maledetti boschi e li vedrai uscire urlanti agitando le spade ribattei sarcastico. Gerry scoppi a ridere e anche Crystal sorrise. D'un tratto mi venne una voglia irrefrenabile di avere la meglio in quella discussione. I miei pensieri avevano quella confusa chiarezza che solo il vino pu dare e mi parevano assolutamente logici. Avevo ragione io, era evidente, e quella era l'occasione buona per dimostrare che Gerry era un piccolo provinciale e per farmi bello agli occhi di Crys. Mi sporsi in avanti. Se voi di Port vi decideste a dare un'occhiata, li potreste trovare. Sono sul continente solo da un mese e ho gi scoperto tante cose. Non hai la minima idea delle bellezze che proclami cos stupidamente di voler cancellare. Qui fuori c' tutto un sistema ecologico, diverso da quello delle isole, tantissime specie probabilmente non ancora individuate. Ma tu che ne sai? Che ne sapete tutti quanti? Gerry annu. Allora, fammi vedere disse alzandosi di colpo in piedi. Ho sempre voglia di imparare, Bowen. Perch non ci accompagni a vedere tutte le meraviglie della terraferma? Penso che anche lui volesse avere la meglio: probabilmente non credeva che avrei accettato la sfida, ma era proprio quello che cercavo. Fuori era buio, ormai, e conversavamo alla luce delle torce. Oltre l'apertura del tetto, lass, brillavano le stelle. Il bosco sarebbe stato brulicante di vita, a quell'ora, e di colpo fui impaziente di andare, con l'arco in pugno, in quel mondo dove io ero una potenza e un amico, e Gerry solo un impacciato turista. Crystal? Sembrava incuriosita. Mi pare divertente, se non c' pericolo. Non ce ne sar confermai. Prender l'arco. Si alz anche lei e sembr contenta. Mi vennero in mente le volte in cui ci eravamo avventurati insieme nei luoghi pi selvaggi di Baldur e improvvisamente fui felice anch'io, sicuro che tutto sarebbe andato per il meglio. Gerry faceva parte di un brutto sogno. Era impossibile che lei ne fosse davvero innamorata. Per prima cosa tirai fuori le pillole smaltisti-sbornia: mi sentivo bene, ma non abbastanza da avventurarmi nella boscaglia ancora stordito dal vino. Crystal e io le inghiottimmo subito e pochi secondi dopo gli effetti dell'alcol cominciarono a svanire. Gerry, invece, rifiut con un gesto la pastiglia che gli offrivo. Non ho bevuto tanto. Non mi serve. Alzai le spalle e pensai che le cose si mettevano sempre meglio. Se

Gerry fosse andato a sbattere contro qualche pianta ubriaco, non avrebbe potuto evitare che Crys si allontanasse da lui. Come vuoi gli dissi. Nessuno dei due aveva indumenti adatti per un'escursione del genere, ma pensavo che non fosse un problema, anche perch non avevo intenzione di portarli nel folto della boscaglia. Sarebbe stato un giro rapido, seguendo per un po' il mio solito sentiero; avrei mostrato loro il tumulo di polvere e la buca dei ragni, e forse avrei infilzato un ragno sognante per loro. Niente di che, saremmo andati e tornati. Infilai lo spolverino nero e gli stivali pesanti, presi la faretra, porsi a Crys una pila tascabile, nell'eventualit che ci fossimo allontanati dalla zona del muschio azzurro, e afferrai l'arco. Ti serve davvero? mi chiese Gerry con sarcasmo. Per proteggerci. Non sar poi cos pericoloso. Non lo se sai quello che fai, ma non glielo dissi. Allora come mai voi cittadini ve ne state sulla vostra isola? Sorrise. Mi fiderei di pi di una pistola laser. Io coltivo un desiderio di morte: per lo meno, l'arco lascia un'opportunit alla preda. Crys mi rivolse un sorriso che nasceva dai ricordi condivisi. Caccia solo animali predatori spieg a Gerry. Feci un leggero inchino. Squirrel accett di fare la guardia al castello. Calmo e sicuro di me, mi allacciai un coltello alla cintura e condussi la mia ex moglie e il suo innamorato fra i boschi del pianeta di Jamison. Procedevamo vicini in fila indiana, io in testa con l'arco, Crys in mezzo e Gerry dietro di lei. Crys accese la pila appena uscimmo, illuminando il sentiero che seguivamo in mezzo al folto delle palme freccia che s'innalzava come un muro di fronte al mare. Quelle piante, slanciate e drittissime, con una ruvida corteccia grigia e tronchi grossi come la mia torre, raggiungevano un'altezza assurda prima di far spuntare una serie di rametti stentati. In certi punti si infittivano, rendendo difficoltoso passare fra i tronchi e a volte formavano una barriera insuperabile che, al buio, ci si parava davanti all'improvviso. Crys, per, riusciva sempre a trovare un varco, con me avanti che le indicavo dove puntare la pila. Avevamo lasciato la torre da dieci minuti e l'aspetto del bosco cominciava a cambiare. Il terreno e l'aria erano pi secchi, il vento era fresco, ma senza l'aroma salmastro; le palme freccia assetate assorbivano quasi tutta l'umidit presente nell'aria. Cominciavano ad apparire altre specie di pian-

te: gli alberi folletti, piccoli e deformi, similquerce dalle ampie fronde, graziosi ebani fiamma, le cui venature rosse pulsavano brillanti nel buio della boscaglia quando la luce della pila di Crys le colpiva. E il muschio azzurro. Poco all'inizio: qua un intreccio di fili che pendeva da un albero folletto, l una chiazza blu a terra, che spesso s'inerpicava sul tronco di un ebano fiamma o di una palma freccia secca e isolata. Sotto i nostri piedi il tappeto si faceva sempre pi spesso, mentre in alto, tra le foglie, si stendevano coperte di muschio che penzolavano tra un ramo e l'altro danzando al vento. Crystal fece ruotare il fascio di luce sui grappoli pi grossi e belli di soffici funghi azzurri. Ai margini della zona illuminata cominciai a scorgere il bagliore. Spegni dissi, indicando la pila e Crys obbedii. Restammo al buio per un istante, poi i nostri occhi si adattarono a quel vago lucore. Intorno a noi tutto il bosco era soffuso di un tenue fulgore: sembrava che il muschio azzurro ci irradiasse con la sua spettrale fosforescenza. Eravamo in piedi al bordo di una piccola radura, sotto i rami neri e lucenti di un ebano fiamma, ma perfino le venature rosso brillante del suo tronco parevano fredde alla tenue luce bluastra. Il muschio azzurro aveva avuto la meglio sul sottobosco, aveva preso il posto dell'erba e trasformato gli arbusti in pelose palle azzurre. Si arrampicava sui tronchi di quasi tutti gli alberi e quando guardammo in su, tra i rami, verso le stelle, notammo altre colonie che formavano un'aureola splendente fra una pianta e l'altra. Appoggiai con cautela l'arco al tronco scuro di un ebano fiamma, mi chinai e porsi a Crys una manciata di luce. Mentre la tenevo sotto il suo mento, lei mi sorrise di nuovo, e i tratti del suo viso erano ancora pi dolci al magico, algido bagliore che tenevo in mano. Ricordo la sensazione di gioia che provai per averli portati a vedere una simile bellezza. Invece Gerry si limit a ghignare. questa roba che metteremmo in pericolo, eh, Bowen? Un bosco pieno di muschio azzurro? Lasciai cadere il muschio. Non lo trovi bello? Gerry alz le spalle. S, certo. anche un fungo, un parassita con la pericolosa tendenza a sopraffare e soffocare ogni altra forma di vita vegetale. Una volta il muschio era fittissimo su Jolostar e nell'arcipelago di Barbis, lo sai. Lo abbiamo estirpato completamente: poteva distruggere un intero raccolto di cereali in meno di un mese. Scosse la testa. Crys annu. Ha ragione. Li fissai a lungo; ormai mi sentivo lucidissimo, l'effetto del vino era del

tutto scomparso. All'improvviso mi colp il pensiero che, senza rendermene conto, mi ero costruito un bel castello in aria. L fuori, in un mondo che cominciavo a considerare mio, fatto di ragni sognanti e di muschio azzurro, mi ero illuso di potermi riprendere un sogno da tempo svanito, la mia sorridente, cristallina anima gemella. In mezzo alla natura selvaggia e senza tempo del continente, avevo creduto che lei ci avrebbe visti entrambi sotto una luce nuova e avrebbe finalmente capito che ero io quello che amava. Cos avevo tessuto una bella tela, lucida e seducente come la trappola di un ragno sognante, ma era bastata una parola di Crys per lacerare quegli esili filamenti. Lei era di Gerry: non pi mia, n ora n mai. E se a me quell'uomo sembrava sciocco, insensibile, materialista, be', forse era proprio per quei tratti del suo carattere che Crys lo aveva scelto. O forse no: non avevo alcun diritto di giudicare i suoi sentimenti, e probabilmente non li avrei mai capiti. Scossi via le ultime tracce di muschio dalle mani, mentre Gerry prendeva la torcia di Crys e la riaccendeva. Il mio universo azzurro e incantato si dissolse, spazzato via dalla lucida realt del fascio di luce. Che si fa? chiese sorridendo. Dopotutto non era poi cos ubriaco. Ripresi l'arco da dove l'avevo appoggiato. Seguitemi dissi seccamente. Entrambi sembravano curiosi e interessati, ma il mio stato d'animo era decisamente cambiato. Da un momento all'altro mi sembrava che quella gita avesse perso ogni significato. Avrei voluto che se ne fossero andati, per tornarmene nella mia torre da solo con Squirrel. Ero proprio a terra... ... e disperato. Nel folto del bosco appesantito dal muschio, arrivammo a un torrente dalle acque scure e il lampo della torcia colp un solitario ferrocorno che era l ad abbeverarsi. L'animale ci diede un'occhiata rapida, allarmato, poi con un balzo scomparve tra gli alberi, simile al liocorno delle antiche leggende terrestri. Una vecchia abitudine mi spinse a cercare lo sguardo di Crys, ma i suoi occhi erano fissi in quelli di Gerry e gli sorrideva. Poi, mentre c'inerpicavamo lungo un pendio roccioso, si profil vicinissima l'apertura di una grotta: dall'odore riconobbi la tana di un ringhio del legno. Mi girai per metterli in guardia, ma in quel momento scoprii di avere perso il mio seguito. I due erano rimasti indietro di una decina di passi, alla base delle rocce, camminavano lentamente e conversavano tranquilli tenendosi per mano.

Incupito, irritato, senza parole, mi voltai di nuovo e proseguii oltre la collina. Non parlammo pi fino a quando arrivammo al tumulo di polvere. Mi fermai ai margini, con gli stivali che affondavano di qualche centimetro nella sottile sostanza grigia. Loro arrivarono arrancando dietro di me. Vieni qui, Gerry feci. Accendi la pila adesso. Il fascio di luce vag nel buio. La collina pietrosa era alle nostre spalle, rischiarata qua e l dai freddi bagliori del muschio azzurro sparso sulla vegetazione. Ma davanti a noi c'era solo desolazione, un grande spiazzo vuoto, nero, arido e senza vita, illuminato dalle stelle. Gerry muoveva la torcia avanti e indietro, il cono di luce era netto ai piedi del tumulo e sbiadiva quando lui lo puntava dritto e lontano. L'unico suono che si percepiva era il sibilo del vento. Allora? chiese alla fine. Tocca la polvere gli dissi. Non avevo intenzione di cedere, stavolta. E quando saremo tornati alla torre, spacca uno dei mattoni e senti com'. lo stesso materiale, una specie di cenere. Feci un ampio gesto. Mi fa pensare che forse un tempo qui sorgeva una citt, e che ora tutto si sgretolato e polverizzato. Forse la torre era un avamposto delle persone che l'avevano costruita. Gli abitanti intelligenti della foresta ormai scomparsi comment Gerry con il suo immancabile sorriso. Be', devo ammettere che sulle isole non c' niente di simile. Per una buona ragione: non lasciamo che gli incendi divampino nei boschi senza controllo. Incendi! A chi la racconti? Un incendio non riduce le piante in una polvere cos fina; e poi resta sempre qualche tronco annerito, qualche traccia. Ah, s? Forse hai ragione. Ma in tutte le citt in rovina che ho visto rimangono ancora dei resti che i turisti possono fotografare. Pass il fascio di luce da una parte all'altra del tumulo, per dimostrare il contrario. Qui c' soltanto una montagna di spazzatura. Crystal taceva. Presi la via del ritorno e loro mi seguirono in silenzio. La mia situazione peggiorava di minuto in minuto: era stata un'idiozia portarli fin l. A quel punto avevo in mente una sola cosa: raggiungere la mia torre il pi in fretta possibile, rispedirli a Port Jamison e riprendere il mio eremitaggio. Appena superata la collina, all'inizio del bosco di muschio azzurro, Crystal mi chiam. Mi fermai e loro mi raggiunsero. Crys indic qualcosa. Spegni la luce ordinai a Gerry. Al tenue bagliore del muschio era pi

facile scorgerla: era la ragnatela intricata e iridescente di un ragno sognante, che dai rami bassi di una similquercia scendeva fino a terra. I cuscini di muschio che risplendevano intorno a noi non erano niente in confronto: i fili della tela avevano lo spessore di un mignolo, erano lucidi, oleosi ed emanavano riflessi iridescenti. Crys mosse un passo verso la ragnatela, ma io l'afferrai per un braccio e la fermai. I ragni sono qui intorno sussurrai. Non avvicinarti troppo. Pap ragno non lascia mai la tela e Mamma ragno la notte si aggira tra gli alberi. Gerry guard in su un po' preoccupato. La sua torcia era spenta, e d'un tratto lui non sembrava pi avere tutte le risposte. I ragni sognanti sono predatori pericolosi e credo che non ne avesse mai visti fuori da un videodisplay. Sulle isole non ce n'erano. Una bella tela grossa comment. Anche i ragni avranno dimensioni notevoli. Gi confermai e in quel momento mi venne l'ispirazione. Se una normalissima ragnatela come quella gli creava tanto disagio, sarebbe stato semplice metterlo in difficolt. Lui faceva altrettanto con me da quando era arrivato. Seguitemi. Vi far vedere un ragno sognante dal vero. Oltrepassammo cautamente la ragnatela, senza vedere nessuno dei suoi due guardiani. Li guidai fino alla buca. Sul terreno sabbioso c'era un grande avvallamento, un tempo forse il letto di un ruscello, ora prosciugato e ricoperto di vegetazione. La buca del ragno non pareva molto profonda alla luce del giorno, ma di notte, se la osservavi dal bordo ricoperto di piante, faceva davvero impressione. Sul fondo c'era un oscuro groviglio di arbusti ravvivato da piccole luci lampeggianti; sopra, alberi di ogni genere si incurvavano sull'avvallamento e le loro fronde quasi si toccavano al centro. Uno di questi, anzi, lo attraversava: una palma freccia, vecchia e malridotta, resa secca dalla mancanza di umidit, era crollata chiss da quanto tempo, formando un ponte naturale. Dal suo tronco pendevano ciuffi rilucenti di muschio azzurro. Tutti e tre salimmo sul tronco ricurvo e io indicai verso il basso. A pochi metri sotto di noi, da un margine all'altro del fosso, pendeva una ragnatela multicolore, con fili grossi come cavi coperti di un olio vischioso, che legavano in un complicato abbraccio tutte le piante pi basse. Era come un tetto fatato che risplendeva sopra la buca. Era bellissimo e ti veniva voglia di allungare una mano per toccarlo. Era proprio per quello scopo che i ragni tessevano le loro tele. Erano predatori notturni e i colori lucenti nel buio della notte costituivano una

potente attrazione per le loro vittime. Guarda, il ragno sussurr Crys indicando uno degli angoli pi scuri della rete, seminascosto da un gruppo di alberi folletti che spuntavano tra i sassi. Riuscivo a intravedere l'animale alla luce della ragnatela e del muschio, una massa biancastra con otto zampe, il corpo grosso come un'anguria. Immobile, in attesa. Gerry si guard intorno nuovamente a disagio, osservando i rami contorti di una similquercia che pendevano sopra di noi. La sua compagna qui in giro, vero? Annuii. I ragni sognanti del pianeta di Jamison sono completamente diversi dagli aracnidi di Vecchia Terra. La femmina la pi pericolosa, ma non divora il maschio, lo tiene tutta la vita in un sodalizio costante con diverse funzioni. Infatti il maschio, torpido e grosso, che produce i fili; tesse la ragnatela rilucente e la rende appiccicosa con la sostanza oleosa che produce; lega e avvolge le prede attratte dalla luce e dai colori. Intanto la femmina, di dimensioni pi piccole, si aggira nel buio tra i rami, con la sacca gonfia di quel viscoso veleno che provoca sogni, visioni lucenti, estasi e alla fine il nero totale. Punge creature molto pi grosse di lei, le trascina inerti fino alla ragnatela e le mette in dispensa per i pasti successivi. I ragni sognanti sono cacciatori gentili, hanno piet della preda. Preferiscono divorarla viva, ma non importa; la vittima probabilmente contenta di essere mangiata. A Port Jamison si dice che la preda del ragno mugola di piacere mentre viene inghiottita. Come tutte le voci popolari, un'esagerazione, resta comunque il fatto che chi viene catturato non lotta mai per liberarsi. Tranne quella notte: qualcosa si agitava nella ragnatela sotto di noi. Che cos'? chiesi, battendo le palpebre. Le tela iridescente era tutt'altro che sgombra: a poca distanza da noi giaceva il cadavere mezzo mangiato di un ferrocorno e un po' pi in l una specie di grosso pipistrello nero tutto avvolto da fili lucenti. Ma non erano quegli animali che avevano attirato la mia attenzione. Nell'angolo opposto a quello del ragno maschio, accanto agli alberi a occidente, un essere era rimasto impigliato e si dibatteva. Ricordo di avere intravisto arti pallidi che si agitavano, occhi luminosi e spalancati, qualcosa che forse erano ali. Ma non riuscivo a vedere distintamente. Fu in quel momento che Gerry scivol. Forse era il vino che lo rendeva instabile, forse il muschio sotto i piedi, oppure la curva del tronco su cui camminavamo. Magari stava soltanto cercando di avvicinarsi a me per ve-

dere che cosa stessi osservando. In ogni caso inciamp, perse l'equilibrio, lanci un grido acuto e fin di colpo due metri e mezzo sotto di noi, impigliato nella ragnatela che oscill violentemente, ma non accenn a rompersi: in fondo, le tele dei ragni sognanti sono abbastanza forti da reggere ferrocorni e ringhi del legno. Dannazione! esclam Gerry. Aveva un'aria ridicola, con una gamba che pendeva attraverso le maglie della tela, le braccia mezzo affondate nel groviglio dei fili, con solo la testa e le spalle libere. Questa roba appiccicosa, non riesco quasi a muovermi. Non provarci nemmeno gli raccomandai. Peggioreresti la situazione. Cerco di venire gi e di tagliare la rete con il mio coltello per liberarti. Mi guardai intorno cercando un ramo al quale appendermi. John! La voce di Crys era tesa, spaventata. Il ragno aveva lasciato il nascondiglio dietro l'albero folletto. Si spostava verso Gerry con un'andatura pesante ma decisa, il corpo massiccio e biancastro strideva con la soprannaturale bellezza della ragnatela. Maledizione! esclamai. Non ero seriamente preoccupato, ma la faccenda si stava complicando. Era il ragno pi grande che avessi mai visto, e mi pareva un peccato ucciderlo. Del resto non vedevo altra scelta. Il maschio non ha veleno, ma carnivoro e il suo morso pu essere mortale, soprattutto se grosso come quello. Non potevo lasciare che si avvicinasse troppo a Gerry. Con calma e attenzione estrassi una lunga freccia grigia dalla faretra e la sistemai sulla corda dell'arco. Era notte, certo, ma non ero troppo angosciato. Ero un buon tiratore e il bersaglio era bene in vista tra i fili lucenti della rete. Crystal url. Mi fermai un istante, irritato che si fosse fatta prendere dal panico quando tutto era sotto controllo. Ma subito dopo pensai che doveva esserci un'altra ragione per farla reagire cos. In un primo tempo non riuscii a immaginarmi che cosa potesse essere. Poi capii. Seguendo lo sguardo di Crys, lo vidi: un ragno bianco, grosso come il pugno di un uomo, che era calato dalla similquercia fino al tronco su cui stavamo, a meno di tre metri da noi. Crys, per fortuna, era al sicuro alle mie spalle. Restai l fermo, per non so quanto tempo. Se avessi agito d'istinto, senza pensare, avrei potuto risolvere tutto. Mi sarei occupato prima del maschio, con la freccia gi incoccata. Poi avrei avuto tutto il tempo per estrarne

un'altra e colpire anche la femmina. Invece rimasi paralizzato per una frazione di eternit, con l'arco in mano ma incapace di usarlo. Di colpo tutto si fece pi complicato. La femmina avanzava verso di me pi rapidamente di quanto pensassi, e sembrava molto pi svelta e pericolosa del maschio bianco e torpido sotto di noi. Forse avrei dovuto eliminare prima la femmina. Ma se l'avessi mancata mi ci sarebbe voluto pi tempo per usare il coltello o estrarre una seconda freccia. Solo che cos avrei lasciato Gerry bloccato e inerme tra le fauci del maschio che si avvicinava inesorabilmente. Sarebbe potuto morire, s, ma Crystal non avrebbe potuto incolparmi di questo. Io dovevo salvare me stesso e lei, avrebbe capito. E l'avrei avuta di nuovo con me. S. NO! Crystal urlava e urlava, e di colpo tutto mi fu chiaro: capii il significato di ogni cosa, per quale motivo ero l nella foresta e che cosa dovevo fare. Fu un attimo di rivelazione, di assoluta trascendenza. Avevo smarrito il dono di rendere felice la mia Crystal, ma ora, per un istante sospeso nel tempo, avevo riacquistato quel potere, ed ero in grado di concedere o negare la felicit eterna. Con una freccia potevo dare prova di un amore che Gerry non avrebbe mai saputo uguagliare. Credo di avere sorriso, anzi, ne sono certo. La mia freccia vol scura nella fredda notte e lasci il segno nel corpo gonfio e biancastro del ragno che correva lungo la tela. La femmina mi era addosso e io non feci alcun movimento per allontanarla da me o schiacciarla sotto il calcagno. Sentii un dolore acuto e penetrante alla caviglia. Lucenti, multicolori sono le tele che tessono i ragni sognanti. La notte, quando ritorno dai boschi, ripulisco con cura le frecce e apro il mio grosso coltello dalla lama sottile e seghettata per tagliare le sacche di veleno che ho raccolto. Le seziono a una a una, usando la lama con cui prima le avevo staccate dal corpo bianco e immobile dei ragni, poi verso il veleno in una bottiglia che metto da parte, aspettando che Korbec arrivi con la sua aeromobile a prenderla. Dopo tiro fuori il minuscolo calice d'argento e ossidiana, su cui sono incise file di ragni, e lo riempio di quel denso vino nero che mi portano dalla citt. Ci immergo il coltello e continuo a mescolare finch la lama di nuovo lucida e pulita, e il vino appena un po' pi scuro di prima. E salgo sul tetto.

Spesso, allora, mi tornano in mente le parole di Korbec, e con queste la mia storia. Crystal, il mio amore, Gerry e una notte di luci e di ragni. Sembrava che tutto andasse per il verso giusto in quel breve istante, mentre ero sul tronco coperto di muschio con la freccia in mano e decidevo che cosa fare. Invece, tutto andato nel modo pi sbagliato... ... dal momento che ho ripreso conoscenza, dopo un mese di febbre e visioni, e mi sono ritrovato nella torre dove Crys e Gerry mi avevano riportato e assistito fino alla guarigione. La mia decisione, la mia scelta trascendente, non era stata cos risolutiva come avevo creduto. Certe volte mi domando se sia stata davvero una scelta. Ne abbiamo discusso spesso, mentre riacquistavo le forze, e la storia che Crys mi ha raccontato non era quella che ricordavo io. Dice che solo quando era troppo tardi avevamo visto la femmina, che si era calata silenziosa sul mio collo proprio mentre scoccavo la freccia per uccidere il maschio. Allora lei l'aveva schiacciata con la torcia che Gerry le aveva dato da tenere e io ero caduto precipitando nella tela. In effetti ho una ferita sul collo mentre sulla caviglia non c' nemmeno un segno. Il racconto di Crys sembra veritiero. Ho finito per conoscere bene i ragni sognanti nel corso dei lunghi anni trascorsi da quella notte, so che le femmine sono subdole assassine che si calano dall'alto sulle prede inconsapevoli. Non vanno alla carica su tronchi caduti come ferrocorni infuriati, non nel loro stile. Crystal e Gerry non hanno alcun ricordo di quella cosa pallida e alata che si agitava nella ragnatela. Eppure io la ricordo chiaramente... cos come ricordo il ragno femmina che avanzava verso di me, per tutto l'eterno istante in cui ero rimasto paralizzato... ma poi... dicono che la puntura dei ragni sognanti faccia strani effetti sulla mente. Sar... A volte, quando Squirrel mi segue su per la scala, graffiando i mattoni di polvere nera con le sue otto zampe candide, sono turbalo dall'insensatezza di tutta la faccenda e mi rendo conto di essermi cullato troppo nei sogni. Sognare per spesso meglio che essere svegli, e le storie sono pi interessanti della vita. Crys non ritornata da me, n allora n mai. Appena mi sono ripreso, se ne andata con Gerry. La felicit che le ho procurato con quella scelta che non era una scelta, con quel sacrificio che non era un sacrificio, il mio dono eterno, durata meno di un anno. Korbec dice che hanno rotto in modo

violento e che poi lei ha lasciato il pianeta di Jamison. Suppongo che sia vero, se si pu dare retta a un tipo come Korbec. La cosa non mi turba pi di tanto. Io mi limito a uccidere i ragni, bere vino e accarezzare Squirrel. E ogni notte salgo su questa torre di cenere a guardare le luci lontane. "This Tower of Ashes" copyright 1976 by the Conde Nast Publications, Inc. From "Analog Annual" (Pyramid, 1976). ... E RICORDATI SETTE VOLTE DI NON UCCIDERE MAI L'UOMO Puoi uccidere per te, per la tua compagna e per i tuoi cuccioli, se necessario e se ne hai la forza; ma non uccidere per il piacere di uccidere, e ricordati sette volte di non uccidere mai l'Uomo. RUDYARD KIPLING All'esterno delle mura penzolavano i piccoli Jaenshi, una fila di corpicini dal pelo grigio, immobili e silenziosi all'estremit delle lunghe corde. I pi grandi, chiaramente, erano stati massacrati prima di venire appesi: l un maschio decapitato oscillava, con i piedi strett da un cappio; poco lontano dondolava il cadavere bruciato di una femmina. Ma la maggior parte dei piccoli dal pelame scuro e dai grandi occhi dorati era stata semplicemente impiccata. Verso il tramonto, quando cominciava a spirare il vento dalle aspre colline circostanti, i corpi dei pi piccoli roteavano in fondo alle corde e sbattevano contro le mura della citt, quasi fossero vivi e bussassero per entrare. Le sentinelle sulle mura, per, non badavano a quei tonfi e continuavano a percorrere gli spalti in instancabili giri di ronda, e le porte arrugginite della citt restavano chiuse. Tu credi all'esistenza del male? chiese Arik neKrol a Jannis Ryther, mentre entrambi osservavano la Citt degli Angeli d'Acciaio da un'altura vicina. Da ogni tratto del suo viso camuso e giallastro trapelava la rabbia, mentre stava accucciato tra le macerie di quella che era stata una piramide

sacra degli Jaenshi. Il male? mormor la donna distrattamente. I suoi occhi non si staccavano dalle lontane mura di pietra rossa, contro le quali si stagliavano i corpicini scuri. Il sole stava calando, il grosso globo rosso che gli Angeli d'Acciaio chiamavano Cuore di Bakkalon, e la valle ai loro piedi sembrava immergersi in una caligine color sangue. Il male ripet neKrol. Il mercante era un uomo di bassa statura e di corporatura tozza, dai tratti decisamente mongoli, tranne per i capelli di un rosso fiammante che gli arrivavano fin quasi alla cintola. un concetto religioso e io non sono una persona religiosa. Molto tempo fa, quand'ero bambino, sul pianeta di ai-Emerel, mi ero convinto che bene e male non esistessero, ma ci fossero solo diversi modi di pensare. Affond le mani piccole e delicate nella sabbia e frug, finch estrasse un coccio frastagliato grosso come il suo pugno. Si alz e lo porse a Ryther. Gli Angeli d'Acciaio mi hanno indotto a credere di nuovo che il male esista. La donna prese il frammento senza dire niente e se lo rigir tra le mani. Ryther era molto pi alta di neKrol e molto pi magra: una donna ossuta con un viso lungo e corti capelli neri, gli occhi privi di espressione. Un lungo spolverino sporco e chiazzato di sudore le ricadeva floscio sul corpo esile. Interessante disse alla fine, dopo avere studiato l'oggetto per diversi minuti. Era duro e liscio come il vetro, ma pi resistente, di un colore rosso traslucido e scurissimo, tanto da sembrare quasi nero. Plastica? domand, lasciandolo cadere a terra. NeKrol alz le spalle. Lo pensavo anch'io, ma impossibile. Gli Jaenshi sanno lavorare l'osso, il legno e alcuni metalli, ma sono indietro di secoli per le materie plastiche. O magari sono avanti di secoli ribatt Ryther. Dici che ci sono tante di queste piramidi sacre sparse tra i boschi? S, per quanto ho potuto vedere. Gli Angeli, per, hanno demolito tutte quelle vicine alla loro valle, per cacciare gli Jaenshi. Pi si espandono, come stanno facendo, pi piramidi abbatteranno. Ryther annu. Osserv nuovamente il fondo della vallata mentre l'ultima scheggia del Cuore di Bakkalon scivolava dietro le montagne a occidente e cominciavano ad apparire le luci della citt. I piccoli Jaenshi penzolavano tra i barlumi di una tenue luce azzurrata e, proprio sopra le porte della citt, si riuscivano a scorgere due individui all'opera. Sollevarono in fretta qualcosa oltre gli spalti, srotolarono una corda ed ecco che un'altra piccola ombra scura ondeggiava e roteava sulle mura. Perch? sussurr Ryther

con voce atona, osservando la scena. NeKrol era rimasto tutt'altro che impassibile. Gli Jaenshi hanno tentato di difendere una delle loro piramidi con spade, coltelli e sassi contro gli Angeli d'Acciaio, armati di laser, cannoni blaster e fucili a urlo. Li avevano colti di sorpresa e ne avevano ammazzato uno. Il Censore ha dichiarato che un fatto del genere non si sarebbe pi ripetuto. Sput. Il male. I bambini si fidavano di loro, e guarda. Interessante comment Ryther. Non puoi fare qualcosa? chiese neKrol con voce rotta. Hai la tua nave, il tuo equipaggio. Gli Jaenshi hanno bisogno di qualcuno che li difenda, Jannis. Sono inermi davanti agli Angeli. Ho quattro uomini di equipaggio, forse anche quattro laser da caccia si limit a rispondere la donna senza scomporsi. NeKrol la guard scoraggiato. Proprio niente? Forse domani verr a farci visita il Censore. Ha visto di sicuro atterrare la Lights. Pu darsi che gli Angeli vogliano fare scambi. Si volt di nuovo a guardare la valle. Andiamo, Arik, dobbiamo rientrare alla tua base: bisogna caricare la merce. Wyatt, Censore dei Figli di Bakkalon sul pianeta Corlos, aveva l'incarnato rossiccio, una corporatura alta e ossuta, ma la sua muscolatura, come si vedeva dalle braccia nude, era possente. I capelli nero azzurrati erano tagliati cortissimi, il portamento era rigido ed eretto. Come tutti gli Angeli d'Acciaio, indossava una divisa di lana di cammello, che appariva di un colore marrone chiaro mentre stava in piena luce ai margini del piccolo e rudimentale astroporto. Alla vita portava una cintura di maglie d'acciaio, con laser, interfono e pistola a urlo; la gola era serrata da un colletto rigido di colore rosso. La figurina appesa alla catena che portava al collo rappresentava Bakkalon bambino, nudo e innocente, dallo sguardo luminoso, ma con una grande spada nera nel piccolo pugno: era questa l'unica insegna del rango di Wyatt. Dietro di lui stavano sull'attenti altri quattro Angeli, due uomini e due donne, tutti con l'uniforme identica alla sua. C'era una somiglianza anche nei loro volti: il taglio corto dei capelli, che fossero biondi, rossi o castani, lo sguardo vigile e freddo, l'espressione leggermente esaltata, la postura rigida ed eretta che sembrava una caratteristica di quella setta militarreligiosa, il fisico solido e asciutto. NeKrol, che invece era moscio, pigro e trasandato, li detestava cordialmente. Il Censore Wyatt era arrivato poco dopo l'alba e aveva mandato uno del-

la sua squadra a bussare alla porta della piccola cupola prefabbricata che costituiva la base commerciale di neKrol e anche la sua abitazione. Insonnolito e irritato, ma prudentemente cortese, il mercante si era alzato per accogliere gli Angeli, e li aveva accompagnati al centro dell'astroporto dove stava, poggiata su tre gambe retraibili, l'ogiva metallica e piena di graffi della Lights of Jolostar. I portelloni del mercantile a quell'ora erano ancora sigillati: l'equipaggio di Ryther aveva impiegato quasi tutta la sera nelle operazioni di scarico della merce ordinata da neKrol, sostituendola nella stiva con casse di manufatti degli Jaenshi che forse potevano essere venduti a buon prezzo a collezionisti di oggetti d'arte extraterrestre. Era impossibile esserne certi fino a quando un grossista non avesse esaminato la mercanzia: Ryther aveva fatto sbarcare neKrol solo un anno prima e questo era il primo carico che faceva. Sono una mercante indipendente e Arik il mio agente su questo pianeta spieg Ryther al Censore, ai margini della pista dell'astroporto. Deve trattare con lui. Capisco rispose Wyatt. Teneva ancora in mano la lista, che aveva presentato a Ryther, dei prodotti delle colonie industriali di Avalon e del pianeta di Jamison di cui avevano bisogno gli Angeli. Per neKrol non vuole trattare con noi. Ryther fiss il mercante con sguardo inespressivo. Ho le mie buone ragioni ribatt neKrol. Io commercio con gli Jaenshi, e voi li massacrate. Negli ultimi mesi, da quando gli Angeli d'Acciaio avevano fondato la loro citt colonia, il Censore aveva avuto frequenti colloqui con neKrol, che si erano conclusi tutti con una lite. Ora lo ignor. Sono stati interventi indispensabili spieg rivolgendosi a Ryther. Quando un animale uccide un uomo, deve essere punito e gli altri animali devono assistere e imparare: cos le bestie possono apprendere che l'uomo il seme della terra, il Figlio di Bakkalon e il signore e padrone di tutti loro. NeKrol sbuff. Gli Jaenshi non sono bestie, Censore, sono una razza intelligente, hanno una religione, una loro arte, usanze proprie e... Wyatt lo squadr. Non hanno anima, solo i Figli di Bakkalon, solo i semi della Terra hanno un'anima. Che cos'abbiano in testa interessa solo a te, e forse a loro. Sono senz'anima, sono solo bestie. Arik mi ha fatto vedere le piramidi sacre che hanno costruito intervenne Ryther. Creature che edificano santuari del genere non possono

non avere un'anima. Il Censore scosse la testa. Siete in errore se credete questo. Sta scritto chiaramente nel Libro. I semi della Terra, i veri Figli di Bakkalon, siamo noi e nessun altro. Tutti gli altri sono animali e in nome di Bakkalon noi dobbiamo affermare il nostro dominio su di loro. Molto bene concluse Ryther ma dovrete affermare questo dominio senza l'aiuto della Lights of Jolostar, mi dispiace. E io devo informarla, Censore, che considero le vostre azioni gravemente lesive e intendo denunciarla appena sar tornata sul pianeta di Jamison. Lo prevedevo ribatt Wyatt. Forse, nel giro di un anno, lei arder d'amore per Bakkalon e potremo riparlarne. Fino allora, Corlos riuscir a sopravvivere. La salut e lasci in fretta l'astroporto, seguito dai quattro di scorta. Che vantaggio ci sar a denunciarli? chiese scettico neKrol, dopo che gli Angeli se ne furono andati. Nessuno rispose Ryther, fissando la foresta in lontananza. Il vento sollev della polvere, la donna abbass le spalle: sembrava stanchissima. Alla gente di Jamison non importer niente ma, anche se cos non fosse, che cosa potrebbero fare? NeKrol si ricord del pesante volume con la copertina rossa che Wyatt gli aveva dato mesi prima. "E Bakkalon, il pallido fanciullo, forgi le sue creature con l'acciaio" cit "giacch le stelle spezzeranno quelli di costituzione pi delicata. E nelle mani di ogni infante di nuova fattura Egli pose una spada d'acciaio temprato e disse loro: 'Ecco la Verit e la Via'." Sput disgustato. Il loro credo questo, e noi non ci possiamo fare niente. Il volto della donna era impassibile. Ti lascer due laser. Stai sicuro che entro un anno gli Jaenshi sapranno come usarli. Penso di immaginare che genere di mercanzie dovr portare la prossima volta. Gli Jaenshi vivevano in clan (cos almeno pensava neKrol) di venti o trenta individui, equamente divisi tra adulti e bambini: ogni clan abitava in una zona del bosco e aveva una sua piramide sacra. Non costruivano altro: dormivano raggomitolati sugli alberi intorno alla piramide. Vivevano di raccolta: dappertutto crescevano frutti succosi di un colore tra il blu e il nero, c'erano tre variet di bacche commestibili, foglie allucinogene e una radice gialla dalla consistenza tenera. NeKrol aveva scoperto che cacciavano anche, sia pure raramente. Un clan andava avanti per mesi senza mangiare carne, mentre intorno si moltiplicava una variet di grugnanti maiali selva-

tici che giocavano con i bambini e grufolavano in cerca di radici. Quando la popolazione dei suini aveva raggiunto un numero critico, gli Jaenshi maschi armati di lancia si muovevano con calma in mezzo al branco uccidendone due esemplari su tre, e per una settimana intorno alla piramide si tenevano banchetti a base di maiale arrosto. Un destino simile era riservato ai lumaconi bianchi che in certi casi ricoprivano gli alberi da frutta come un flagello: gli Jaenshi li raccoglievano e li facevano stufare insieme alle pseudoscimmie mangiatrici di frutta che infestavano i rami pi alti. Per quanto ne sapeva neKrol, nei boschi dove vivevano gli Jaenshi non c'erano animali predatori. Nei primi mesi sul nuovo pianeta il mercante se ne andava da una piramide all'altra, nei suoi giri di acquisti, con un grosso coltello a serramanico e una pistola laser. Non aveva mai incontrato nessuno che fosse nemmeno lontanamente ostile, e adesso il coltello giaceva rotto in cucina e la pistola non sapeva pi dove fosse finita. Il giorno dopo la partenza della Lights of Jolostar, neKrol ricominci ad andare per i boschi portando a tracolla uno dei laser da caccia che gli aveva lasciato Ryther. A meno di due chilometri dalla sua base aveva scoperto un campo di Jaenshi che aveva battezzato "il popolo della cascata". Il clan viveva sul versante boscoso di una collina, lungo il quale scendeva un torrente scrosciante di acque biancazzurre, che formavano cascatelle, si separavano e si riunivano, cos che il fianco della collina era tutto una rete scintillante e intricata di rapide, pozze e cortine di spruzzi. La piramide sacra del clan si trovava nella pozza pi bassa, sopra un lastrone di pietra grigia in mezzo alla corrente. Quel manufatto superava in altezza la maggior parte degli Jaenshi e arrivava al mento di neKrol; sembrava incredibilmente pesante, solido e inamovibile: un blocco a tre facce di un rosso scurissimo. NeKrol non si faceva illusioni. Aveva visto altre piramidi fatte a pezzi dai laser degli Angeli d Acciaio e distrutte dalle fiamme dei loro blaster: qualunque fosse il potere che i miti degli Jaenshi attribuivano a quelle costruzioni e il segreto delle loro origini, non potevano bastare a fermare le armi di Bakkalon. La radura intorno alla pozza con la piramide era ravvivata dal sole quando neKrol vi arriv; l'erba alta ondeggiava alla brezza leggera, ma la maggior parte del popolo della cascata si trovava altrove. Forse tra gli alberi, ad arrampicarsi, accoppiarsi, cogliere frutti o vagare nel bosco sulla collina. Nella radura il mercante trov solo alcuni piccoli, in groppa a un maialino. Si sedette ad aspettare e a scaldarsi al sole.

Poco dopo comparve il Vecchio della parola. Si sedette accanto a neKrol. Era uno Jaenshi piccolo e rugoso, con solo pochi ciuffi di pelo giallastro a coprirgli le grinze della pelle. Era sdentato, senza unghie, cadente, ma i grandi occhi dorati e privi di pupille, come quelli di tutti gli Jaenshi, erano attenti e vivaci. Era il portavoce del popolo della cascata, l'unico in stretta comunicazione con la piramide sacra. Ogni clan ne aveva uno. Ho cose nuove da scambiare disse neKrol nella dolce lingua balbettante degli Jaenshi che aveva imparato al suo ritorno su Avalon, prima di trasferirsi l. Tomas Chung, il leggendario linguista avaloniano, ne aveva scoperto la chiave un secolo prima, quando la spedizione Kleronomas aveva ispezionato il pianeta. Nessun altro umano era pi stato tra gli Jaenshi da allora, ma le carte di Kleronomas e l'analisi delle forme linguistiche di Chung erano rimaste nella memoria dei computer dell'Istituto Avalon per lo studio delle intelligenze non umane. Abbiamo fatto altre statue per te, abbiamo scolpito altri legni disse il Vecchio. Che cosa ci hai portato? Sale? NeKrol si tolse lo zaino dalle spalle, lo pos a terra e lo apr. Tir fuori una delle mattonelle di sale che aveva portato e la pose davanti al Vecchio. Sale, e qualcos'altro. Mise il laser da caccia davanti allo Jaenshi. Che cos'? chiese il Vecchio. Conosci gli Angeli di Acciaio? domand a sua volta il mercante. L'altro fece s con la testa: un gesto che aveva imparato da neKrol. I senza dio che fuggono dalla valle della morte parlano di loro. Sono quelli che fanno tacere gli di, che abbattono le piramidi. Questo uno strumento uguale a quelli che gli Angeli d'Acciaio usano per distruggere le vostre piramidi spieg neKrol. Ve lo offro per un baratto. Il Vecchio della parola sedeva immobile. Ma noi non vogliamo distruggere le piramidi. Lo si pu usare per altre cose replic neKrol. Prima o poi gli Angeli d'Acciaio potrebbero arrivare qui e mandare in pezzi la piramide del popolo della cascata. Ma se, quando vengono, avrete strumenti come questo, sarete in grado di fermarli. Gli Jaenshi della piramide dell'anello di pietra hanno cercato di fermarli con lance e coltelli, e adesso sono dispersi e disperati, e i loro figli pendono dalle mura della Citt degli Angeli d'Acciaio. Altri clan non hanno opposto resistenza, e anche loro adesso sono senza dio e senza terra. Verr il giorno in cui il popolo della cascata avr bisogno

di questo strumento. Il Vecchio sollev l'arma e la rigir curioso tra le piccole mani grinzose. Dobbiamo pregare per questo disse. Rimani, Arik. Te lo diremo questa notte, quando gli di ci guardano. Fino allora, faremo commercio. Si alz di colpo in piedi, diede una rapida occhiata alla piramide al di l del laghetto e spar nel bosco con il laser in mano. NeKrol sospir. Doveva prepararsi a una lunga attesa: i raduni di preghiera non si tenevano mai prima del tramonto. Si spost sulla riva del laghetto e si tolse gli stivali per dare sollievo ai piedi sudati e callosi nella fresca acqua corrente. Quando alz gli occhi vide che era arrivato il primo degli incisori. Era una femmina giovane e snella con un pelame dai riflessi ramati. Gli mostr il suo lavoro in silenzio (tacevano tutti in presenza del mercante, solo il Vecchio parlava). Era una statuina non pi grande di un pugno, una dea della fertilit dal seno prosperoso, scolpita nel legno azzurro degli alberi da frutta, dalle venature sottili e dal profumo fragrante. La dea era seduta a gambe incrociate su una base triangolare e tre sottili lamelle d'osso spuntavano dai vertici del triangolo e salivano a unirsi a una sfera di argilla sul capo della statuetta. NeKrol prese la scultura, la rigir e fece un cenno di assenso. La giovane sorrise e si dilegu, portando con s la mattonella di sale. Se n'era andata da parecchio tempo, ma neKrol non smetteva di ammirare il suo acquisto. Era nel commercio da una vita, era stato dieci anni in mezzo ai Gethsoidi di Aath dalla testa di seppia e quattro fra i Fyndii sottili, aveva lavorato come agente in una mezza dozzina di pianeti fermi all'et della pietra, un tempo schiavizzati dal distrutto impero dei Hrangan, ma non aveva mai trovato artisti del livello degli Jaenshi. Una volta di pi si chiese come mai n Kleronomas n Chung avevano menzionato l'esistenza di quelle sculture locali. Per era contento che non l'avessero fatto, ed era abbastanza sicuro che, quando i grossisti avessero visto le casse con le statuette che aveva inviato con la nave di Ryther, il pianeta sarebbe stato invaso da altri mercanti. NeKrol era arrivato l per pura speculazione, sperando di trovare qualche droga, erba o liquore da poter piazzare bene nel commercio interstellare. Invece aveva scoperto l'arte, come risposta a una preghiera. Vennero da lui altri artigiani la mattina e il pomeriggio, e poi fino all'imbrunire, a mostrargli le loro opere. NeKrol esaminava ogni pezzo con attenzione, qualcuno lo prendeva, altri li rifiutava, pagava tutti gli acquisti con il sale. Prima che facesse buio alla sua destra si era formata una picco-

la pila di oggetti: un servizio di coltelli in pietra rossa, un sudario grigio tessuto con il pelo di un anziano Jaenshi dalla sua vedova e dai suoi amici (con al centro il ritratto del morto, ricamato con i setosi peli dorati di una pseudoscimmia), una lancia d'osso con incisioni che al mercante fecero venire in mente i simboli runici di Vecchia Terra. Le statuette, comunque, erano gli oggetti che preferiva: troppo spesso l'arte aliena era al di l di ogni umana comprensione, invece gli artigiani jaenshi sapevano toccare le corde delle sue emozioni. Ognuna delle divinit da loro scolpite, seduta su una piramide d'osso, aveva un volto simile a quello degli Jaenshi, ma nello stesso tempo sembrava un archetipo umano: di della guerra dall'espressione austera, altri che assomigliavano curiosamente a satiri, dee della fertilit come quella che aveva acquistato, guerrieri umanoidi e ninfe. A neKrol sarebbe piaciuto avere studiato antropologia extraterrestre per poter scrivere un libro sugli universali del mito. Gli Jaenshi avevano indubbiamente una ricca mitologia, anche se i loro portavoce non ne parlavano mai: non si potevano spiegare in altro modo quelle sculture. Forse le antiche divinit non erano pi oggetto di venerazione, ma si era tramandata la loro memoria. Quando ormai il Cuore di Bakkalon era tramontato e gli ultimi raggi rossastri non filtravano pi occhieggiando tra gli alberi, neKrol aveva raccolto tutta la mercanzia che era in grado di trasportare e il suo sale era pressoch esaurito. Si rimise gli stivali e se li allacci, imball con cura gli acquisti e si sedette sull'erba accanto al laghetto in paziente attesa. Finalmente ricomparve il Vecchio della parola. La preghiera ebbe inizio. Il Vecchio, che impugnava ancora il laser, guad con attenzione le scure acque notturne e si accoccol accanto alla massa scura della piramide. Gli altri, circa una quarantina tra adulti e bambini, presero posto vicino alla riva, dietro il mercante o al suo fianco. Tutti, anche ne-Krol, fissavano la piramide e il Vecchio, il cui profilo si stagliava nettamente alla luce di una luna enorme, appena sorta. Dopo avere posato il laser sulla pietra, il Vecchio appoggi le palme delle mani sulla superficie della piramide e il suo corpo sembr contrarsi; anche gli altri Jaenshi si irrigidirono e il silenzio divent assoluto. NeKrol si mosse irrequieto e soffoc uno sbadiglio. Non era la prima volta che assisteva al rito della preghiera e ne conosceva lo svolgimento. Lo aspettava una buona ora di noia: gli Jaenshi pregavano in silenzio e non c'era niente da ascoltare se non il loro respiro regolare, niente da vedere se

non quaranta facce inespressive. Il mercante sospir e cerc di rilassarsi; chiuse gli occhi e si concentr sulla morbidezza dell'erba sotto di lui e sulla tiepida brezza che gli agitava la chioma arruffata. Per un po' trov pace. Quanto sarebbe durata, pens, se gli Angeli d'Acciaio fossero usciti dalla loro valle? Trascorse un'ora, ma neKrol, immerso nelle sue meditazioni, quasi non si accorse del tempo che passava. Improvvisamente ud un mormorio e qualche voce intorno a lui: il popolo della cascata si rialz in piedi e rientr nel bosco. Poi il portavoce si mise davanti al mercante e depose il laser ai suoi piedi. No disse semplicemente. NeKrol tent di obiettare. Perch? Ma voi dovete prenderlo. Ti faccio vedere come si usa... Ho avuto una visione, Arik. Il dio me l'ha mostrato, ma mi ha anche indicato che non sarebbe una cosa buona acquistare questo oggetto. Vecchio della parola, ma arriveranno gli Angeli d'Acciaio... Se verranno, il nostro dio parler loro rispose il Vecchio con la sua voce bisbigliante, ma c'era determinazione nel suo tono gentile e nei grandi occhi acquosi. Per il cibo che abbiamo, ringraziamo noi stessi e nessun altro. nostro perch ce lo siamo sudato, perch abbiamo lottato per averlo, per l'unico diritto che conta, quello del pi forte. Ma per questa forza, per la potenza delle nostre braccia e per l'acciaio delle nostre spade e per il fuoco nei nostri cuori, noi rendiamo grazie a Bakkalon, il pallido fanciullo che ci ha donato la vita e ci ha insegnato come conservarla. Il Censore stava rigido in piedi al centro dei cinque tavoli di legno, che si estendevano per tutta la lunghezza della grande sala della mensa, e pronunciava ogni parola della formula di ringraziamento con solenne dignit. Mentre parlava le sue grandi mani venate erano strettamente congiunte sul piatto della spada; alla fioca luce del locale la sua uniforme appariva quasi nera. Tutto intorno a lui sedevano attenti gli Angeli d'Acciaio, senza toccare il cibo che avevano davanti: grossi tuberi lessi, fette fumanti di maiale selvatico, pane nero, scodelle piene di neolattuga verde e croccante. I bambini sotto i dieci anni, non ancora in et per combattere, con la tunica bianca inamidata e l'onnipresente cintura di maglie d'acciaio, sedevano ai due tavoli pi esterni sotto le finestre a feritoia; i pi piccoli si sforzavano di stare immobili, sorvegliati con attenzione da quelli di nove anni, i severi

genitori della casa, con duri bastoni di legno appesi alla cinta. Pi all'interno, a due tavoli di pari lunghezza, sedeva la confraternita dei combattenti, armata di tutto punto, maschi e femmine alternati, i veterani dalla pelle dura come il cuoio accanto a ragazzi di dieci anni che avevano appena lasciato il dormitorio dei piccoli per la caserma. Tutti indossavano la divisa di lana di cammello identica a quella di Wyatt, ma senza collare, e solo pochi ostentavano i bottoni del grado. Il tavolo centrale, lungo meno della met degli altri, era occupato dai quadri: i Padri e le Madri dei plotoni, i Mastri Armieri, i Guaritori, i quattro Feldvescovi, tutti con l'alto e rigido collare cremisi. Il Censore stava a capotavola. Mangiamo disse alla fine Wyatt. Fece sibilare la spada sopra il tavolo nel fendente della benedizione, poi si sedette. Come tutti gli altri, aveva fatto la coda nella fila che dalla cucina arrivava alla sala mensa e le sue porzioni non erano diverse da quelle dell'ultimo membro della confraternita. Si sentirono tintinnare coltelli e forchette, talvolta l'acciottolio dei piatti e di tanto il tanto il suono secco di un bastone, quando un genitore della casa puniva l'infrazione di uno dei piccoli sotto la sua sorveglianza. A parte questi rumori, nella sala vigeva un assoluto silenzio. Gli Angeli d'Acciaio non parlavano a tavola: consumando il loro pasto spartano, riflettevano sulle vicende della giornata. Dopo mangiato i bambini, sempre in silenzio, lasciarono marciando la sala e rientrarono nel dormitorio. Segu poi la confraternita dei combattenti: qualcuno si diresse alla cappella, la maggior parte alle camerate e un piccolo gruppo al servizio di guardia sulle mura. Gli uomini ai quali davano il cambio avrebbero trovato il pranzo caldo in cucina. Tutti gli ufficiali rimasero seduti a tavola: portati via i piatti, il pranzo si trasform in una riunione dello stato maggiore. Riposo disse Wyatt, ma nessuno seduto a quel tavolo era veramente disteso. Gli Angeli erano stati addestrati a non rilassarsi mai. Il Censore cerc uno di loro con lo sguardo. Dhallis, hai preparato la relazione che ti ho chiesto? La Feldvescova annu. Dhallis era una donna robusta di mezza et, muscolosa, e la sua carnagione sembrava cuoio scuro. Sul collare aveva una piccola insegna d'acciaio, un chip di memoria ornamentale che indicava la sua appartenenza ai servizi informatici. S, Censore rispose, in tono chiaro e deciso. Il pianeta di Jamison una colonia di quarta generazione, gli abitanti provengono in maggioranza da Vecchia Poseidonia. C' un solo

grande continente, per lo pi inesplorato, e oltre dodicimila isole di varia grandezza. La popolazione umana concentrata quasi esclusivamente sulle isole e ha un'economica basata su pesca, agricoltura, allevamenti acquatici e industria pesante. Gli oceani sono ricchi di cibo e di metalli. Il pianeta conta circa settantanove milioni di abitanti. Ci sono due grandi citt, entrambe dotate di astroporto: Jolostar e Port Jamison. Diede un'occhiata alla stampata di computer posata sul tavolo. Il pianeta di Jamison non era nemmeno segnato sulle carte ai tempi della Doppia Guerra. Non ha mai visto un intervento militare e l'unico corpo armato presente quello della polizia planetaria. Non ha un programma coloniale e non ha mai tentato di rivendicare una giurisdizione politica al di fuori della propria atmosfera. Il Censore fece un cenno di assenso. Eccellente. Allora il rischio che il mercante ci denunci praticamente inesistente. Possiamo procedere. Padreplotone Walman? Oggi sono stati catturati quattro Jaenshi, Censore, e adesso sono sulle mura. Walman era un giovane rubicondo, con i capelli biondi a spazzola e le orecchie a sventola. Se mi concesso, signore, chiederei di discutere della possibile conclusione della campagna. Ogni giorno fatichiamo di pi nella ricerca e troviamo sempre meno. In pratica, abbiamo eliminato tutti i giovani Jaenshi presenti nella valle della Spada. Wyatt annu. Altre opinioni? Il Feldvescovo Lyon, un uomo magro dagli occhi celesti, non era d'accordo. Gli adulti sono ancora vivi. Le bestie mature sono pi pericolose di quelle pi giovani, Padreplotone. Non in questo caso obiett il Mastro Armiere C'ara DaHan, una specie di colosso, calvo e con la pelle scura, responsabile dell'armamento psicologico e dello spionaggio. I nostri studi dimostrano che, quando una piramide distrutta, gli adulti come i giovani non rappresentano pi alcun pericolo per i Figli di Bakkalon. In pratica la struttura sociale degli Jaenshi si disintegra. Gli adulti fuggono, nella speranza di unirsi a un altro clan, o ritornano a uno stato selvaggio. Abbandonano i piccoli, che per lo pi provvedono a se stessi in un modo confuso e non oppongono resistenza quando li prendiamo. Se teniamo conto del numero di quelli sulle nostre mura, sommato a quelli uccisi dai predatori o dai loro simili, sono convinto che la valle della Spada sia stata totalmente ripulita da quegli animali. Si avvicina l'inverno, Censore, e c' molto da fare. Al Padreplotone Walman e ai suoi uomini si dovrebbero assegnare altri compiti. La discussione and avanti, ma l'orientamento era chiaro: la maggioran-

za degli interventi fu a favore di DaHan. Wyatt ascoltava attento invocando per tutto il tempo l'ispirazione di Bakkalon. Alla fine fece segno di tacere. Padreplotone ordin a Walman domani radunerai tutti gli Jaenshi adulti e bambini che riuscirai a trovare, ma non impiccarli se non oppongono resistenza. Li condurrai invece in citt e mostrerai loro i compagni appesi sulle mura. Poi li caccerai dalla valle, disperdendoli ai quattro venti. Chin la testa. La mia speranza che comunichino agli altri Jaenshi qual il prezzo che si deve pagare quando una bestia alza una mano, un artiglio o una lama sui semi della Terra. Allora, quando sar primavera e i Figli di Bakkalon usciranno dalla valle della Spada, gli Jaenshi abbandoneranno pacificamente le loro piramidi e lasceranno ogni terra che servir agli uomini, cos che la gloria del pallido fanciullo possa diffondersi. Lyon e DaHan assentirono, insieme agli altri. Dacci parole di saggezza chiese allora la Feldvescova Dhallis. Il Censore Wyatt fece segno di s. Una Madreplotone di grado inferiore gli porse il Libro e lo apr al capitolo dei Precetti. "In quei giorni gran male era venuto al seme della Terra" lesse il Censore "poich i Figli di Bakkalon Lo avevano abbandonato per inchinarsi a di meno severi. Allora i cieli si oscurarono e su di loro calarono dall'alto i Figli di Hranga dagli occhi rossi e dai denti di demone, e su di loro sorse dal basso l'Orda dei Fyndii come una nuvola di locuste che fece impallidire le stelle. E i mondi erano in fiamme e i figli gridavano: 'Salvaci! Salvaci!'. E il pallido fanciullo venne e si pose davanti a loro, con la Sua grande spada in mano, e con voce di tuono li rimprover: 'Siete stati figli inetti, poich avete disobbedito. Dove sono le vostre spade? Non vi ho forse messo in mano la spada?'. "E i figli gridarono: 'Le abbiamo forgiate come vomeri di aratro, Bakkalon!'. "Ed Egli fu preso da amara furia. 'Con i vomeri, dunque, affronterete i Figli di Hranga? Con i vomeri massacrerete l'Orda dei Fyndii?'. Ed Egli li lasci e non ascolt pi i loro pianti, giacch il Cuore di Bakkalon un Cuore di Fuoco. "Ma allora uno dei semi della Terra si asciug le lacrime, perch i cieli bruciavano al punto che gli ustionavano le gote. E in lui sorse la sete di sangue e forgi il suo vomere per riavere la spada e attacc i Figli di Hranga, e avanzava uccidendoli. Lo videro gli altri e lo seguirono, e un unico grido di battaglia risuon per il mondo.

"Il pallido fanciullo lo ud e ritorn, poich il suono di battaglia pi gradito alle Sue orecchie di quello del pianto. E quando Egli vide, sorrise. 'Ora siete di nuovo miei figli' disse ai semi della Terra. 'Perch vi eravate rivoltati contro di me per adorare un dio che chiama se stesso agnello: ma non sapevate che gli agnelli sono destinati al macello? Ora per i vostri occhi sono limpidi e siete di nuovi i Lupi di Dio!' "E Bakkalon ridiede le spade a tutti i Suoi figli e ai semi della Terra, e sollev la Sua grande lama nera, il Demonio Predone, che stermina i senz'anima, e la fece roteare. E i Figli di Hranga caddero sotto la Sua potenza, e la Grande Orda che fu dei Fyndii bruci sotto il Suo sguardo. E i Figli di Bakkalon si propagarono su tutti i mondi." Il Censore sollev gli occhi. Andate, miei fratelli in armi, e meditate sui Precetti di Bakkalon mentre dormite. Possa il pallido fanciullo portarvi delle visioni!. La seduta fu tolta. Sulla collina gli alberi erano spogli e coperti di ghiaccio e la neve, intatta a parte le loro impronte e le tracce del vento gelido del Nord, col suo bianco accecante rifletteva il sole del mezzogiorno. Pi gi, nella valle, la Citt degli Angeli d'Acciaio appariva nitida e immobile in modo innaturale. All'esterno, contro le pietre rosse delle mura, si addossavano grandi cumuli di neve; le porte erano rimaste chiuse per mesi. Era passato molto tempo da quando i Figli di Bakkalon avevano provveduto al raccolto e si erano barricati in citt, riunendosi intorno ai focolari. Se non fosse stato per le luci azzurre che ancora bruciavano nella notte gelida e buia e per le rare sentinelle che percorrevano gli spalti, neKrol avrebbe stentato a credere che gli Angeli fossero ancora vivi. La giovane Jaenshi, che lui aveva mentalmente battezzato Parolamara, lo fiss con occhi stranamente pi scuri di quelli dorati dei suoi simili. Sotto la neve giace spezzato il dio disse, e il dolce suono della lingua jaenshi non riusc a nascondere la durezza di quelle parole. Si trovavano nello stesso luogo in cui neKrol aveva gi accompagnato Ryther, l dove un tempo sorgeva la piramide del popolo dell'anello di pietra. NeKrol era coperto dalla testa ai piedi da una tuta termica troppo aderente, che accentuava ogni sgradevole protuberanza del suo corpo. Osserv la valle della Spada attraverso il plastifilm blu scuro del suo cappuccio. La Jaenshi, invece, era nuda, coperta solo dalla folta pelliccia grigia della sua muta invernale. La cinghia del laser da caccia le passava tra i seni.

Altri di, oltre al tuo, finiranno infranti, se gli Angeli d'Acciaio non vengono fermati rispose neKrol, che malgrado la tuta termica stava rabbrividendo. La femmina sembr quasi non averlo udito. Ero piccola quando sono arrivati, Arik. Se ci avessero lasciato il nostro dio, forse sarei ancora una bambina. Pi tardi, quando la luce si spenta e il bagliore dentro di me morto, ho vagato a lungo, lontano dall'anello di pietra, oltre il bosco che ci faceva da casa, ignara di tutto, nutrendomi di quello che trovavo. Nella valle scura la vita diversa. I maiali grugnivano al mio passaggio e mi aggredivano con le zanne, alcuni Jaenshi mi attaccavano e si attaccavano a vicenda. Io non capivo, non riuscivo a pregare. Anche quando gli Angeli d'Acciaio mi hanno trovato, continuavo a non capire e sono andata con loro nella citt, senza comprendere niente di quello che dicevano. Mi ricordo le mura, i bambini, tanti erano pi piccoli di me. Allora mi sono messa a urlare e a dibattermi, e quando ho visto quelli appesi alle corde, dentro di me si agitato qualcosa di selvaggio e di empio. Fiss il mercante con i suoi occhi dai riflessi di bronzo. Si mosse nella neve, affondando fino alle caviglie, stringendo con la mano artigliata la cinghia del laser. NeKrol l'aveva istruita bene, dal giorno che l'aveva incontrata, verso la fine dell'estate, quando gli Angeli d'Acciaio l'avevano cacciata dalla valle della Spada. Parolamara era di gran lunga la pi abile dei sei esuli senza dio che aveva radunato e addestrato. Non aveva avuto altra scelta: aveva offerto il laser a un clan dietro l'altro, ricevendo solo rifiuti. Gli Jaenshi erano sicuri che i loro di li avrebbero protetti. Solo alcuni di quelli che avevano perso il proprio dio lo avevano ascoltato, ma non tutti; i bambini pi piccoli, quelli pi taciturni, i primi a fuggire erano stati accolti in altri clan. Certi, come quella giovane, si erano inselvatichiti, avevano visto troppo e non si sapevano pi adattare. Parolamara era stata la prima a imbracciare l'arma, dopo che il Vecchio della parola l'aveva allontanata dal popolo della cascata. In molti casi meglio non avere un dio le disse ne-Krol. Quelli laggi ne hanno uno che li ha resi come sono. Gli Jaenshi hanno di e muoiono proprio a causa della loro fede. Voi senza dio siete l'unica speranza. La giovane non rispose. Si limit a osservare con occhi ardenti la citt silenziosa assediata dalla neve. NeKrol la guardava perplesso. Tutte le probabilit di salvezza degli Jaenshi dipendevano da lui e dai suoi sei compagni, dunque che speranza c'e-

ra? Parolamara e gli altri esuli dimostravano una sorta di follia, una rabbia che lo faceva tremare. Anche se Ryther fosse arrivata con altri laser, e un manipolo cos esiguo fosse riuscito a fermare l'avanzata degli Angeli, anche se tutto fosse andato per il verso giusto, che cosa sarebbe successo poi? Gli Angeli sarebbero potuti morire tutti da un giorno all'altro, ma lo stesso, dove avrebbero potuto trovare pace quei profughi senza dio? Restarono fermi in piedi, in silenzio, con la neve che si agitava sotto i piedi e il vento del Nord che li aggrediva. La cappella era buia e silenziosa. Nell'oscurit splendevano globi infuocati con magici riflessi rossi a entrambi i lati, e le file dei disadorni banchi di legno erano deserte. Sopra il grandioso altare, posato su una lastra di pietra nera e grezza, c'era l'ologramma di Bakkalon, talmente reale che pareva respirasse: un fanciullo, un semplice fanciullo nudo dalla carnagione bianca come il latte, con gli occhi grandi e i capelli biondi di un giovane innocente. In mano stringeva la grande spada nera, lunga la met della sua altezza. Wyatt s'inginocchi davanti all'immagine, a capo chino e in assoluto silenzio. Durante l'inverno aveva fatto sogni oscuri e agitati, per questo tutti i giorni s'inginocchiava e pregava, invocando un consiglio. Non poteva rivolgersi a nessuno, se non a Bakkalon: era lui, Wyatt, il Censore, la guida nella battaglia e nella fede, a lui solo toccava risolvere l'enigma di quelle visioni. Cos, un giorno dopo l'altro, si trov a combattere con i propri pensieri, finch la neve cominci a sciogliersi e i pantaloni della sua divisa erano quasi consumati alle ginocchia a forza di strofinarsi sul pavimento. Finalmente si decise: quel giorno aveva convocato gli ufficiali pi alti in grado a riunirsi con lui nella cappella. Entrarono a uno a uno, mentre il Censore rimaneva inginocchiato e immobile; si sedettero nei banchi alle sue spalle, l'uno distanziato dall'altro. Wyatt non diede segno di averli sentiti: pregava che le sue parole fossero giuste e la sua visione si dimostrasse vera. Quando tutti si furono sistemati, si alz, si gir verso di loro e cominci a parlare. Sono molti i mondi sui quali sono vissuti i Figli di Bakkalon, ma nessuno benedetto come questo, il nostro pianeta Corlos. Un grande momento si approssima per noi, fratelli in armi. Il pallido fanciullo venuto a visitarmi in sogno, come un tempo si era recato dai primi Censori, negli anni in cui fu formata la confraternita. Egli mi ha portato delle visioni.

Tutti restavano in silenzio, con lo sguardo umile e sottomesso; Wyatt era il loro Censore, e non era consentito fare domande quando un superiore pronunciava parole di saggezza o impartiva degli ordini. Uno dei Precetti di Bakkalon stabiliva che la catena di comando era sacra e non poteva essere messa in dubbio. Cos nessuno apr bocca. Bakkalon in persona sceso su questo mondo. Ha camminato tra i senz'anima e tra le bestie dei campi e ha parlato loro del nostro dominio, e questo ci che ha detto a me: quando verr la primavera e i semi della Terra usciranno dalla valle della Spada per prendere nuove terre, tutti gli animali sapranno qual il loro posto e si ritireranno davanti a noi. Questo ci che profetizzo! Inoltre, noi vedremo miracoli. Anche questo mi ha promesso il pallido fanciullo, segni grazie ai quali conosceremo la Sua verit, segni che fortificheranno la nostra fede con nuove rivelazioni. E tuttavia la nostra fede sar messa alla prova, perch sar un tempo di sacrifici e Bakkalon far appello pi di una volta a noi chiedendoci di dimostrare la nostra fede in Lui. Non dobbiamo dimenticare i Suoi Precetti e dobbiamo essere sinceri, ognuno di noi dovr obbedirgli come un figlio obbedisce al genitore e un combattente al suo ufficiale, prontamente e senza discutere. Perch il pallido fanciullo sa che cos' il meglio. Queste sono le visioni. Me l'ha garantito, questi sono i sogni che ho sognato. Fratelli, pregate insieme a me. Wyatt si gir nuovamente, s'inginocchi, gli altri lo imitarono e tutte le teste si chinarono in preghiera, tranne una. Nell'ombra, sul fondo della cappella, dove i globi fiammeggianti mandavano solo un tenue bagliore, C'ara DaHan osservava il Censore con la fronte aggrottata. Quella sera, dopo una cena in silenzio e una breve riunione dello stato maggiore, il Mastro Armiere chiese a Wyatt di passeggiare con lui sulle mura. Censore, il mio animo turbato gli disse. Devo avere consiglio da chi pi vicino a Bakkalon. Wyatt annu. Entrambi indossarono pesanti mantelli di pelliccia nera e maglie metalliche color petrolio, e si misero a camminare sotto le stelle lungo gli spalti di pietra rossa. Vicino al posto di guardia che sovrastava le porte della citt, DaHan si ferm e si sporse dal parapetto, cercando a lungo con lo sguardo la neve che si stava lentamente sciogliendo, prima di rivolgersi di nuovo al Censore. Wyatt gli confess la mia fede vacilla. Il Censore non disse niente, si limit a fissarlo con il volto seminascosto

dal cappuccio. La confessione non era prevista dai riti degli Angeli d'Acciaio: Bakkalon aveva detto che la fede del combattente non deve mai vacillare. Ai vecchi tempi prosegu DaHan contro i Figli di Bakkalon furono usate molte armi. Alcune ormai esistono solo nei racconti, o forse non sono mai esistite. Pu darsi che siano cose vacue, come gli di adorati dagli uomini imbelli. Io sono un semplice Mastro Armiere, non ho queste conoscenze. C' per una storia, mio Censore, che mi turba. Si racconta che un tempo, nei lunghi secoli di guerra, i Figli di Hranga avessero liberato fra i semi della Terra quattro vampiri della mente, le creature che gli uomini chiamavano succhia anima. Il loro tocco era impercettibile, ma potevano spingersi a chilometri di distanza, pi lontano di quanto pu arrivare la vista di un uomo, pi lontano della portata di un laser, e provocavano la follia. Visioni, mio Censore, visioni! Nella mente degli uomini s'insinuavano false divinit, assurdi progetti e... Silenzio lo interruppe Wyatt. La sua voce era dura, fredda come l'aria notturna che alitava su di loro e trasformava il respiro in vapore. Ci fu una lunga pausa. Poi Wyatt riprese a parlare in un tono meno perentorio. Ho pregato per tutto l'inverno, DaHan, ho lottato con le mie visioni. Sono il Censore dei Figli di Bakkalon sul pianeta Corlos, non un bambinetto alle prime armi che pu essere ingannato da falsi di. Parlo solo quando ho la certezza di ci che dico. Parlo in quanto tuo padre nella fede, tuo comandante in capo. Ci che tu metti in discussione, Mastro Armiere, il dubbio che sollevi, mi irrita molto. Vuoi forse arrivare a batterti con me, vuoi confutare alcuni dei miei ordini? Mai, Censore. DaHan s'inginocchi in penitenza sulla neve che copriva il camminamento. Lo spero proprio; ma prima che ti congedi, poich sei mio fratello in Bakkalon, ti dar una risposta, anche se non sarei tenuto e sarebbe sbagliato da parte tua aspettarla. Ti dir questo: il Censore Wyatt un buon ufficiale e un uomo devoto. Il pallido fanciullo mi ha fatto profezie e ha predetto che avverranno alcuni miracoli. Tutte cose che vedremo con i nostri stessi occhi. Ma se le profezie fossero ingannevoli e se non apparisse alcun segno, bene, anche questo lo vedremo con i nostri occhi. Allora io sapr che non era stato Bakkalon a mandarmi le visioni, ma solo un falso dio, magari un succhia anima di Hranga. O forse credi che un Hrangan sappia fare miracoli?

No rispose DaHan, sempre inginocchiato, con la grossa testa calva abbassata. Sarebbe un'eresia. Infatti conferm Wyatt. Diede una rapida occhiata oltre le mura. Faceva un freddo pungente in quella notte senza luna. Si sentiva trasfigurato e gli parve che perfino le stelle cantassero la gloria del pallido fanciullo, perch la costellazione della Spada era alta nel cielo, mentre quella del Soldato si allungava verso di lei dal limite dell'orizzonte. Questa notte resterai di guardia senza il mantello ordin a DaHan, quando si volt di nuovo verso di lui. Se anche soffiasse il vento del Nord e ti mordesse il gelo, ti rallegrerai della punizione, perch sar il segno della sottomissione al tuo Censore e al tuo dio. Pi la carne si raffredder, pi forte dovr ardere la fiamma nel tuo cuore. S, mio Censore. DaHan si alz e si tolse il mantello, porgendolo al superiore. Wyatt gli diede la sferzata di benedizione. Sullo schermo a parete della sua buia abitazione, lo sceneggiato procedeva con il ritmo abituale, ma neKrol, allungato sulla grande poltrona imbottita con gli occhi socchiusi, lo seguiva distrattamente. Accanto a lui, accucciati sul pavimento, c'erano Parolamara e gli altri Jaenshi, con gli occhi dorati fissi sullo spettacolo di esseri umani che si inseguivano e si sparavano nelle vie delle torreggianti metropoli di ai-Emerel. Erano sempre pi incuriositi dagli altri mondi e dai diversi stili di vita. Era tutto molto strano, rifletteva neKrol: il popolo della cascata e gli altri Jaenshi inseriti in un clan non avevano mai dimostrato la stessa curiosit. Ripens a quando era arrivato su quel pianeta, prima che sbarcassero gli Angeli d'Acciaio con la loro astronave da guerra vetusta e prossima alla demolizione. Aveva mostrato ai portavoce degli Jaenshi ogni sorta di mercanzia, rocchetti di seta sfavillante di Avalon, gioielli con pietre fosforescenti di High Kavalaan, coltelli di duralluminio, generatori solari e balestre automatiche d'acciaio, libri di una dozzina di pianeti, vini, medicinali: si era presentato con un po' di tutto. Gli Jaenshi avevano preso qualcosa, di tanto in tanto, ma senza un grande interesse, e l'unica offerta che li aveva entusiasmati era stato il sale. Solo quando arrivarono le piogge di primavera e Parolamara cominci a fargli domande, neKrol si rese conto, di colpo, che gli Jaenshi non gli avevano quasi mai avanzato delle richieste. Forse la struttura sociale e la religione soffocavano la loro naturale curiosit. I fuggiaschi, invece, e soprattutto quella giovane, erano piuttosto vogliosi di sapere. NeKrol era in grado di rispondere solo ad alcune delle domande che lei gli poneva e anche

allora ne seguivano subito altre che lo mettevano in imbarazzo. Cominciava a preoccuparsi delle dimensioni della propria ignoranza. Lo stesso discorso per valeva anche per Parolamara. A differenza degli Jaenshi dei clan - la religione era davvero cos importante? - avrebbe potuto dare a sua volta qualche risposta. NeKrol aveva provato spesso a interrogarla su vari argomenti che lo incuriosivano, ma lei si era limitata a battere le palpebre e a rispondergli con altre domande. "Non ci sono storie sui nostri di" gli aveva detto quando il mercante aveva cercato di sapere qualcosa dei miti locali. "Che storie potrebbero esserci? Gli di vivono nelle piramidi sacre; noi li preghiamo e loro ci proteggono, combattono e si scontrano, come mi pare facciano anche i vostri di." "Ma voi un tempo avevate altri di, prima di cominciare a adorare le piramidi" aveva obiettato neKrol. "Quelli che i vostri artigiani hanno fatto per me." Era arrivato al punto di aprire una cassa per mostrarglieli, anche se era sicuro che li conoscesse, perch il popolo della piramide dell'anello di pietra annoverava i pi raffinati artigiani. La giovane, per, si era limitata a lisciarsi la pelliccia e a scuotere la testa. "Ero troppo giovane per fare le sculture, forse per questo non mi hanno detto niente. Noi sappiamo solo quello che ci serve sapere, e gli incisori sono gli unici che devono conoscere queste cose, quindi forse loro sono al corrente delle storie di quelle antiche divinit." Un'altra volta il mercante le aveva chiesto delle piramidi, ottenendo ancora meno. "Costruirle?" aveva replicato la giovane. "Ma non le abbiamo costruite noi, Arik. Ci sono sempre state, come gli alberi e le rocce." Poi, per, aveva battuto le palpebre. "Ma non sono come gli alberi e le rocce, vero?" E, sconcertata, era andata a confabulare con gli altri. Ma se gli Jaenshi senza dio erano pi riflessivi dei loro simili dei clan, erano anche pi difficili da trattare, e neKrol si rendeva conto ogni giorno di pi dell'inconsistenza dell'impresa. Adesso aveva con s otto sbandati (ne aveva trovati altri due, mezzo morti di fame, nel pieno dell'inverno) che a turno si addestravano con i due laser e spiavano le mosse degli Angeli. Anche se Ryther fosse tornata con altre armi, le loro forze erano ridicole rispetto alla potenza che il Censore poteva mettere in campo. Se la Lights of Jolostar fosse arrivata con un intero carico di materiale bellico, nella previsione che ogni clan nel raggio di un centinaio di chilometri si fosse ormai ribellato e, in preda al furore, fosse pronto a resistere agli Angeli d'Acciaio e a sopraffarli con la sola superiorit numerica, Jannis sa-

rebbe sbiancata vedendo che ad accoglierla c'erano solo neKrol e la sua banda scalcinata. Come in effetti avvenne. E anche arrivare a quel risultato era stato tutt'altro che facile: neKrol aveva avuto molte difficolt nel tenere insieme i suoi guerriglieri. Nutrivano per gli Angeli d'Acciaio un odio ai limiti della follia, ma non si potevano definire un gruppo unito. A nessuno di loro piaceva ricevere ordini, litigavano continuamente, si attaccavano sfoderando gli artigli per affermare il proprio dominio sul branco. Se non li avesse minacciati di gravi sanzioni, neKrol sospettava che avrebbero finito per usare il laser in quei duelli. Per non parlare della forma fisica di chi avrebbe dovuto affrontare duri combattimenti. Delle tre femmine del gruppo, l'unica che aveva evitato di farsi ingravidare era stata Parolamara. Dato che gli Jaenshi in genere figliano da quattro a otto piccoli, neKrol aveva calcolato che per la fine dell'estate ci sarebbe stata un'esplosione demografica tra la popolazione dei profughi. E la faccenda non sarebbe finita l, lo sapeva: sembrava che i senza dio copulassero quasi ogni ora e non esisteva niente di simile al controllo delle nascite. Si chiese come facessero i clan a mantenere stabile la loro popolazione, ma nessuno del suo piccolo esercito glielo seppe spiegare. Forse facevamo meno sesso rispose Parolamara quando glielo chiese. Ma io ero piccola per cui non lo so. Prima che arrivassi qui, non avevo mai avuto l'estro. Ero troppo giovane. Per, mentre lo diceva si grattava e sembrava molto incerta. Con un sospiro neKrol si distese di nuovo sulla chaise-longue e cerc di escludere l'audio. La faccenda si stava facendo estremamente complessa. Gli Angeli d'Acciaio erano gi spuntati da dietro le mura e i loro cingolati percorrevano da un capo all'altro la valle della Spada, trasformando i boschi in terreni coltivabili. Era salito di persona sulle colline e di lass era facile vedere che presto ci sarebbe stata la semina primaverile. Dopo di che, temeva, i Figli di Bakkalon avrebbero cercato di espandere il proprio territorio. Solo una settimana prima uno di loro, un gigante "senza pelliccia sulla testa", cos lo avevano descritto i suoi esploratori, era stato notato sull'anello di pietra mentre raccoglieva frammenti della piramide distrutta. Qualsiasi cosa avesse in mente non era certo rassicurante. Certe volte si sentiva male al pensiero di quello che aveva messo in moto e avrebbe quasi voluto che Ryther si dimenticasse dei laser. Parolamara era decisa ad attaccare non appena avessero avuto le armi, quali che fossero le probabilit di successo. NeKrol era spaventato e le ricord come ave-

vano reagito duramente gli Angeli l'ultima volta che uno Jaenshi aveva osato uccidere un uomo. La notte si sognava ancora i bambini appesi sulle mura. Lei si limitava a fissarlo con lampi di follia color bronzo negli occhi e gli diceva: "S, Arik, mi ricordo". Silenziosi ed efficienti, gli inservienti in grembiule bianco sgombrarono il tavolo dagli ultimi avanzi della cena e sparirono. Riposo disse Wyatt agli ufficiali. Poi cominci a parlare: Il tempo dei miracoli si approssima, come ha predetto il pallido fanciullo. Questa mattina ho inviato tre plotoni sulle colline a sudest della valle della Spada, per disperdere gli Jaenshi dalle terre che ci servono. Nel primo pomeriggio hanno fatto un rapporto che desidero rendervi noto. Madreplotone Jolip, vuoi riferire ci che emerso quando hai eseguito i miei ordini?. S, Censore. Jolip - una donna bionda dalla carnagione chiara e dal volto tirato, con l'uniforme un po' cascante sul corpo sottile - si alz in piedi. Mi stato affidato un plotone di dieci unit, per far sgombrare il cosiddetto clan del dirupo, la cui piramide si trova ai piedi di una parete granitica nella zona pi selvaggia delle colline. Le informazioni fornite dai nostri servizi di intelligence dicevano che il clan era uno dei meno numerosi, solo una trentina di adulti, cos ho fatto a meno dei mezzi blindati. Abbiamo preso un cannone blaster di classe cinque, perch la distruzione di una piramide con le armi leggere richiede troppo tempo, ma per il resto ci siamo limitati all'armamento standard. Non ci aspettavamo alcuna resistenza, ma ricordando l'incidente all'anello di pietra, mi sono mossa con prudenza. Dopo una marcia di circa dodici chilometri fra le colline, in prossimit del dirupo, ci siamo schierati a ventaglio e siamo avanzati lentamente, con le pistole a urlo spianate. Nel bosco abbiamo incontrato solo pochi Jaenshi, li abbiamo presi prigionieri e li abbiamo fatti avanzare davanti a noi, per utilizzarli da scudo nel caso di un'imboscata o di un attacco. Una precauzione che si rivelata superflua. Arrivati alla piramide nei pressi del dirupo, abbiamo scoperto di essere attesi. C'era almeno una dozzina di quegli animali, signore. Uno di loro sedeva alla base della piramide con le mani lungo i fianchi, mentre gli altri lo circondavano in una specie di cerchio. Tutti hanno alzato la testa e ci hanno guardato, senza fare altri movimenti. Jolip tacque e si gratt pensosamente il naso con un dito, poi riprese:

Come ho gi riferito al Censore, da quel momento in poi andato tutto in un modo molto strano. L'estate scorsa ho guidato due volte un plotone contro i clan degli Jaenshi. La prima volta non avevano alcuna idea delle nostre intenzioni e non c'era in giro nessuno dei senz'anima: ci siamo limitati a distruggere la costruzione e ce ne siamo andati. La seconda volta si accalc una folla di quelle creature, che ci ostacolavano con i loro corpi, pur non essendo attivamente ostili. Si sono dispersi solo quando ne ho abbattuto uno con la pistola a urlo. Ho anche studiato le difficolt incontrate dal Padreplotone Allor al cerchio di pietra. Questa volta le cose sono andate in modo completamente diverso. Ho ordinato a due dei miei uomini di montare il cannone blaster sul treppiede e ho fatto capire alle bestie che dovevano togliersi di mezzo. A gesti, chiaramente, perch non so una parola del loro linguaggio assurdo. Si sono spostati subito, separandosi in due gruppi e... be', allineandosi da una parte e dell'altra della linea di fuoco. Li abbiamo ovviamente tenuti sotto il tiro delle pistole a urlo, ma tutto sembrava procedere pacificamente. E cos stato. Il blaster ha centrato in pieno la piramide, vi sono stati una grande palla di fuoco e poi una specie di tuono mentre la struttura esplodeva. Qualche frammento si sparso in giro, ma nessuno rimasto ferito: noi ci eravamo messi al riparo e gli Jaenshi pareva non ci badassero. Dopo che la piramide era stata distrutta, c'era un odore acuto di ozono e per un istante si vista indugiare una fiamma bluastra, ma forse era solo un effetto ottico. Praticamente non ho avuto il tempo di notarla, perch proprio in quel momento gli Jaenshi sono caduti in ginocchio davanti a noi. Tutti insieme, signore. Poi hanno posato la fronte a terra e si sono prostrati. Per un momento ho pensato che intendessero onorarci come divinit, perch noi avevamo distrutto il loro dio, e stavo per fare capire loro che non ce ne facevamo niente di quell'adorazione e che volevamo solo che se ne andassero al pi presto. Poi, per, ho capito di averli fraintesi: altri quattro membri del clan sono scesi dagli alberi in cima al declivio e ci hanno consegnato la statua. A quel punto tutti si sono rialzati in piedi. Quando li ho visti per l'ultima volta, il clan al gran completo era diretto a oriente e abbandonava la valle della Spada e le colline che la cingono. Ho preso la statua e l'ho portata al Censore. La donna tacque, ma rimase in piedi, pronta a rispondere alle domande. Ecco la statuetta disse Wyatt. Si chin, la prese, la pos sul tavolo e tir via il panno bianco che la copriva. La base era un triangolo di corteccia nera, dura come la pietra, con tre lunghe schegge d'osso che spuntava-

no dai suoi vertici a formare una piramide. All'interno, scolpito nel tenero legno blu con una tecnica raffinata e curata in ogni particolare, c'era Bakkalon, il pallido fanciullo con una spada dipinta in mano. Che cosa significa? chiese il Feldvescovo Lyon esterrefatto. Sacrilegio! esclam la Feldvescova Dhallis. Niente di grave fu il commento di Gorman, Feldvescovo agli armamenti pesanti. Le bestie stanno solo cercando di ottenere la nostra benevolenza, magari nella speranza che teniamo a freno le spade. Nessuno, tranne il seme della Terra, pu inchinarsi a Bakkalon ribad Dhallis. Sta scritto nel Libro! Il pallido fanciullo non guarder con favore i senz'anima! Silenzio, fratelli in armi! intim il Censore, e sul lungo tavolo torn di colpo la quiete. Wyatt sorrise impercettibilmente. Ecco il primo dei miracoli di cui vi ho detto quest'inverno nella cappella, il primo di quegli strani eventi di cui mi ha parlato Bakkalon. Egli ha davvero attraversato questo mondo, il nostro Corlos, cos perfino le bestie conoscono il Suo aspetto! Meditate su questo, fratelli. Meditate su questa scultura. Fatevi qualche semplice domanda. mai stato permesso a uno qualsiasi di quegli animali jaenshi di mettere piede nella citt santa? No di certo! rispose qualcuno. Nessuno di loro pu aver visto l'ologramma che sta sopra il nostro altare. E io non mi sono trovato spesso tra quelle bestie, perch i miei impegni mi trattengono qui, dentro queste mura; comunque nessuno pu ricordare l'immagine del pallido fanciullo che porto al collo come insegna del mio grado, perch i pochi Jaenshi che mi hanno visto in faccia non sono vissuti abbastanza per raccontarlo: erano quelli che ho giudicato e che sono appesi sulle mura. Gli animali non parlano la lingua del seme della Terra e nessuno di noi ha appreso il loro linguaggio animale. Infine, essi non hanno letto il Libro. Considerate tutto questo e chiedetevi: come facevano i loro scultori a conoscere il volto e la figura che riproducevano? Tutti tacquero; i capi dei Figli di Bakkalon si scambiarono occhiate perplesse. Wyatt congiunse lentamente le mani. Un miracolo! Non avremo pi problemi con gli Jaenshi, perch il pallido fanciullo sceso tra loro. La Feldvescova Dhallis sedeva impettita alla destra del Censore. Mio Censore, mia guida nella fede disse con qualche difficolt, perch le parole stentavano a uscirle dalla bocca certamente ... certamente non vorrai dire che questi... questi animali possono adorare il pallido fanciullo, e che

Egli accetta la loro venerazione! Wyatt appariva calmo, benevolente, e si limit a sorridere. Il tuo spirito non deve essere turbato, Dhallis. Tu ti chiedi se io non stia commettendo la Prima Eresia, ricordando forse il Sacrilegio di G'hra, quando un prigioniero hrangan s'inchin a Bakkalon per evitare di essere scannato come un animale, e il Falso Censore Gibrone proclam che tutti quelli che adorano Bakkalon devono avere un'anima. Scosse la testa. Vedi, anch'io ho letto il Libro, ma no, non c' alcun sacrilegio. Bakkalon avanzato fra gli Jaenshi e sicuramente ha dato loro solo il vero. Essi lo hanno visto in armi in tutta la sua oscura gloria e lo hanno udito proclamare che loro sono animali, senz'anima, come sicuramente Egli proclama. Per questo hanno accettato il loro posto nell'ordine dell'universo e si ritirano davanti a noi. Non uccideranno mai pi un uomo. Tenete presente che non si sono inchinati davanti alla statua che hanno scolpito, ma l'hanno offerta a noi, il seme della Terra, i soli che hanno il diritto di adorarla. Quando si sono prostrati, lo hanno fatto ai nostri piedi, come animali davanti agli uomini, ed cos che deve essere. Capite? A loro stata data la verit. Dhallis assentiva. S, mio Censore. Sono illuminata. Perdona il mio momento di debolezza. Al centro della tavolata, per, C'ara DaHan si chin in avanti e strinse le grosse mani nodose con un'espressione aggrottata. Mio Censore grid. Mastro Armiere? rispose Wyatt severo in volto. Come la Feldvescova, anch'io ho avuto l'animo turbato dal timore e vorrei essere illuminato; mi permesso? Wyatt sorrise. Parla gli disse con voce inespressiva. Pu essere davvero un miracolo, ma prima dobbiamo interrogarci ed essere certi che non si tratti di un trucco. Non riesco a figurarmi uno stratagemma o le ragioni per cui i senz'anima agiscono in questo modo, ma so che c' un caso in cui gli Jaenshi hanno conosciuto la figura del nostro Bakkalon. E quale? Parlo della base commerciale di Jamison e del mercante con i capelli rossi, Arik neKrol. Anche lui un seme della Terra, un Emereli dall'aspetto, e noi gli abbiamo dato il Libro, per non si acceso d'amore per Bakkalon e va in giro privo di armi come un senza dio. Fin dal nostro arrivo si dimostrato ostile verso di noi e lo diventato ancora di pi dopo la lezione che abbiamo dovuto dare agli Jaenshi. Forse riuscito a convincere il clan del dirupo, ha detto lui di fare quella scultura per qualche oscuro

scopo. Credo che intrattenga qualche commercio con loro. Sono convinto che tu dica il vero, Mastro Armiere. Nei primi mesi dopo il nostro sbarco ho cercato in tutti i modi di convertire neKrol, senza riuscirci, ma ho appreso molto sulle bestie Jaenshi e sul commercio che fa con loro. Il Censore sorrise di nuovo. Ha scambiato mercanzie con uno dei clan della valle della Spada, con quelli dell'anello di pietra, del dirupo e del tralcio di frutta, con il popolo della cascata e con diversi clan pi a oriente. Dunque di questo si tratta esclam DaHan. Un trucco! Tutti gli sguardi si spostarono su Wyatt. Non ho detto questo. Quali che siano le sue intenzioni, NeKrol un uomo solo. Non ha rapporti con tutti gli Jaenshi, e non conosce nemmeno l'intera popolazione. Il sorriso del Censore si fece per un istante pi ampio. Quelli di voi che hanno visto l'Emereli, sanno che si tratta di un uomo molle e inetto, che cammina con difficolt e non dispone di un'aeromobile o di una motoslitta. Per ha avuto rapporti con il clan del dirupo obiett DaHan. La sua fronte restava ostinatamente aggrottata. S, vero ammise Wyatt ma la Madreplotone Jolip non l'unica che uscita stamattina. Ho anche mandato il Padreplotone Walman e la Madreplotone Allor al di l del fiume Biancocoltello. Laggi la terra scura e fertile, migliore di quella a oriente. Il clan del dirupo, che sta a sudest tra la valle della Spada e il Biancocoltello, doveva essere scacciato, ma le altre piramidi che abbiamo attaccato appartengono a clan pi lontani lungo il fiume, oltre trenta chilometri a sud. Laggi non hanno mai visto Arik neKrol, a meno che quest'inverno non gli siano spuntate le ali. Wyatt si chin di nuovo, pose sul tavolo altre due statuette e le scopr. Una poggiava su una lastra di ardesia e la figura era scolpita in modo pi rozzo, l'altra era lavorata fin nei minimi particolari ed era tutta di radice di saponaria, fino al vertice della piramide. Nonostante le differenze di materiali e di lavorazione, erano identiche alla prima. Ci vedi un trucco, Mastro Armiere? chiese Wyatt. DaHan fiss gli oggetti senza aprire bocca, ma il Feldvescovo Lyon balz in piedi ed esclam: Io ci vedo un miracolo, e gli altri gli fecero eco. Quando il mormorio finalmente scem, il Mastro Armiere abbass la testa e sussurr: Mio Censore. Leggici parole di saggezza. I laser, ragazza, i laser! C'era una punta di isterica disperazione nella voce di neKrol. Il fatto che Ryther non ancora tornata. Dobbiamo a-

spettare. Stava all'esterno della cupola della base commerciale, a torso nudo e sudato sotto il sole rovente del mattino, mentre un forte vento gli arruffava i capelli. Il clamore lo aveva riscosso da un sonno agitato. Li aveva fermati proprio ai margini del bosco e Parolamara gli si era rivolta contro, con un'aria fiera e decisa, per niente da Jaenshi, con il laser a tracolla, un fazzoletto di seta blu annodato al collo e anelli con grosse pietre lucenti a tutte le otto dita. Accanto a lei c'erano gli altri fuggiaschi, tranne le due femmine gravide. Uno aveva il laser, gli altri erano armati di balestra automatica e faretra. L'idea era stata della giovane. Il suo nuovo compagno stava chino con un ginocchio a terra e ansimava: era arrivato di corsa dall'anello di pietra. No, Arik disse la giovane con un lampo di rabbia negli occhi di bronzo. I laser dovevano arrivare un mese fa, secondo i tuoi calcoli. Ogni giorno che aspettiamo, gli Angeli abbattono altre piramidi. Tra poco potrebbero ricominciare a impiccare bambini. Se li attaccate, tra pochissimo ribatt neKrol. Che speranze avete di farcela? Il tuo esploratore dice che si spostano con due plotoni e un cingolato: pensi di fermarli con due fucili laser e qualche balestra automatica? Hai imparato a riflettere, o no? S gli rispose la giovane, e nel dirlo gli mostr i denti. Ma questo non conta. I clan non fanno resistenza, quindi tocca a noi opporci. Il suo compagno, ancora ansimante, alz gli occhi verso neRrol. Loro... avanzano verso la cascata. La cascata! ripet Parolamara. Morto l'inverno, pi di venti piramidi spezzate, Arik, e i boschi abbattuti dai grandi carri a ruote di ferro e ora un'enorme strada polverosa va dalla valle fino alla terra dei fiumi. In questa stagione nessun Jaenshi ucciso, tutti lasciati andare. E tutti i clan senza pi un dio ora sono alla cascata, in tantissimi, e il bosco del popolo della cascata tutto spoglio. I portavoce dei clan siedono con il Vecchio della parola e forse il dio della cascata li accetta tutti, forse un dio molto grande. Io non so di queste cose. Ma so che l'Angelo con la testa senza pelliccia ha sentito che venti clan si sono messi insieme, che tantissimi Jaenshi adulti sono l e ora li attacca. Li lascer andare tranquillamente? Si accontenter di una statuetta? E loro andranno via, Arik, lasceranno anche questo secondo dio? Socchiuse gli occhi. Ho paura che attacchino con quegli inutili artigli, ho paura che l'Angelo con la testa senza pelliccia li appenda alle corde anche se non faranno niente, perch un'unione di tanti lo

far insospettire. Ho molte paure e conosco cos poco, ma so che dobbiamo andare l. Non ci fermerai, Arik, non possiamo aspettare ancora i tuoi laser. Poi si rivolse ai compagni e disse: Andiamo, presto!. Il gruppo spar nel bosco prima che neKrol riuscisse a gridare qualcosa per fermarlo. Rientr imprecando nella cupola. Sulla soglia incontr le due femmine incinte: se ne stavano andando anche loro. Erano quasi alla fine della gravidanza, ma impugnavano una balestra automatica. Anche voi! esclam neKrol furioso. una follia, pura follia! Le femmine si limitarono a fissarlo in silenzio con gli occhi sgranati, poi scomparvero tra gli alberi. Infil una camicia, si annod in fretta i lunghi capelli rossi perch non s'impigliassero tra i rami e si precipit fuori. Poi si blocc di colpo. Un'arma, doveva avere un'arma! Si guard freneticamente intorno e corse verso il magazzino. Vide che non restava pi nemmeno una balestra. Che cosa poteva prendere? Inizi a frugare dappertutto e finalmente trov un machete di duralluminio. In mano sua sembrava strano, gli dava un'aria ancora pi imbelle e ridicola, ma pens che fosse meglio di niente. Usc e si diresse verso la cascata. NeKrol era sovrappeso e poco muscoloso; inoltre non era abituato a correre e doveva avanzare per un paio di chilometri tra la fitta vegetazione estiva del bosco. Fu costretto a fermarsi tre volte per riprendere fiato e calmare le fitte al torace: quella corsa gli sembr non finire mai. Comunque arriv prima degli Angeli d'Acciaio: i cingolati sono mezzi lenti e pesanti, e il percorso dalla valle della Spada era pi lungo e accidentato. Gli Jaenshi erano dappertutto. Lo spiazzo era stato ripulito dall'erba e reso due volte pi ampio, rispetto a quando il mercante lo aveva visto l'ultima volta, all'inizio della primavera. Eppure era interamente occupato da Jaenshi seduti a terra, che fissavano il laghetto e la cascata, in silenzio, cos addossati l'uno all'altro che quasi non si poteva camminare. Altri si erano sistemati in alto, una decina su ogni albero, e qualche bambino si era arrampicato addirittura sui rami pi alti, gi regno esclusivo delle pseudoscimmie. I portavoce dei clan erano ammassati attorno alla piramide, sulla grande pietra al centro del laghetto, con la cascata sullo sfondo. Erano l'uno vicino all'altro, ancora pi stretti di quelli nella radura, e tutti premevano le palme contro la piramide. Uno, pi esile, stava sulle spalle di un altro per riuscire a toccarla. NeKrol cerc di contarli, ma ci dovette rinunciare: erano troppo

accalcati, una massa confusa di braccia grigie e pelose e di occhi dorati, con al centro la piramide, pi scura e immobile che mai. Parolamara stava in piedi, immersa nell'acqua sino ai fianchi. Si rivolgeva alla folla e gridava con una voce stranamente diversa dal solito ronzio della lingua jaenshi: con il fazzoletto al collo e gli anelli sembrava assurdamente fuori posto. Mentre parlava, scuoteva il laser che stringeva in mano. Si esprimeva con passione, dicendo che stavano per arrivare gli Angeli d'Acciaio, che dovevano andarsene subito, disperdersi nel bosco e poi raggrupparsi nella base commerciale. Continuava a ripeterlo istericamente. Ma tutti restavano immobili e in silenzio. Nessuno rispondeva, nessuno ascoltava, nessuno sentiva: tutti pregavano, in pieno giorno. NeKrol si fece largo tra loro, calpestando una mano qui e un piede l, non riuscendo talvolta a evitare di mettere lo stivale sul corpo di uno Jaenshi. Arriv vicino alla giovane che ancora si agitava e gridava, e che solo a quel punto si accorse di lui. Arik! disse. Gli Angeli stanno arrivando e loro non ascoltano. E gli altri? chiese il mercante ansimando. Dove sono? La giovane fece un gesto vago. Sugli alberi. Li ho fatti salire sugli alberi. Cecchini, Arik, come abbiamo visto sul tuo muro. Ti prego, torna indietro con me. Lasciali stare, lasciali qui. Gliel'hai detto tu, gliel'ho detto io. Comunque vadano le cose, sono fatti loro, colpa della stupida religione che seguono. Non posso andare via rispose Parolamara. Sembrava confusa, come capitava spesso quando neKrol la interrogava. Forse dovrei, ma in qualche modo sento di dover restare qui. E gli altri comunque non se ne andrebbero, anche se io lo facessi. Sono ancora pi convinti di me. Dobbiamo rimanere qui. Per batterci, per parlare. Socchiuse gli occhi. Non so perch, Arik, ma cos. Prima che il mercante potesse replicare, spuntarono dal bosco gli Angeli d'Acciaio. All'inizio erano in cinque, distanziati fra loro, poi se ne aggiunsero altri cinque. Procedevano a piedi con le divise verde scuro screziato che si confondeva con il fogliame, facendo risaltare solo le cinture di maglie d'acciaio e i lucidi elmi di metallo. Uno di loro, una donna magra e pallida, aveva un alto collare rosso; tutti impugnavano pistole laser. Tu! intim la donna bionda, che aveva subito adocchiato Arik, con i capelli rossi e il machete che teneva inutilmente in mano. Parla a questi animali! Di' loro di andarsene! Di' che non sono permessi raduni di Jaenshi

cos numerosi a est delle montagne, per ordine del Censore Wyatt e per volont del pallido fanciullo Bakkalon. Forza! Poi not la giovane vicino a lui. E togli il laser dalle mani di quell'animale, se non vuoi che spariamo a tutti e due! NeKrol, tremante, lasci cadere in acqua il machete. Parolamara, lascia andare il laser disse alla giovane in jaenshi. Ti prego, se vuoi vedere le stelle lontane. Lascialo, amica mia, figlia mia, lascialo andare subito. E quando arriva Ryther ti porter con me su ai-Emerel e su pianeti anche pi lontani. Il mercante era terrorizzato; gli Angeli d'Acciaio tenevano le pistole spianate e lui era assolutamente certo che la giovane non gli avrebbe dato retta. Invece, stranamente, lei obbed, remissiva, e gett il fucile laser in acqua. NeKrol non poteva vederla in viso per capire che cosa avesse in mente. La Madreplotone si era visibilmente tranquillizzata. Bene, adesso di' loro che se ne vadano, se non vogliono finire stritolati: sta arrivando un carro armato. Infatti, sotto lo scroscio delle acque vicine, neKrol poteva udire lo strepito del pesante mezzo che abbatteva gli alberi e li frantumava sotto i cingoli metallici. Forse gli Angeli usavano anche il cannone blaster e i laser della torretta per sgombrare la strada dai macigni e da altri ostacoli. Glielo abbiamo gi detto rispose disperato neKrol. Lo abbiamo ripetuto un sacco di volte, ma non ci ascoltano! Fece un ampio gesto: la radura era ancora ricoperta dai corpi degli Jaenshi e nessuno pareva essersi accorto della presenza degli Angeli e della discussione in corso. Alle spalle del mercante, il gruppo dei portavoce continuava a tenere le mani appoggiate alla piramide. Allora sguaineremo la spada di Bakkalon contro di loro ribatt la donna e forse udranno i loro stessi lamenti! Ripose il laser nella fondina ed estrasse la pistola a urlo: neKrol rabbrivid, vedendo quello che stava per fare. Quell'arma produceva onde sonore concentrate, capaci di frantumare le pareti delle cellule e di liquefare la carne, con terribili effetti psicologici oltre che fisici: non c'era morte pi orribile. A quel punto, per, arriv un secondo plotone di Angeli; si ud lo scricchiolio di tronchi sradicati e spezzati e al di l di un gruppo di alberi da frutta neKrol riusc vagamente a scorgere il profilo del cingolato, con il cannone blaster che sembrava puntato proprio contro di lui. Due dei nuovi arrivati portavano un collare rosso come quello della donna: un giovane

con la faccia paonazza e le orecchie a sventola, che latrava ordini ai suoi uomini, e un uomo calvo, corpulento, con la pelle scura e raggrinzita. NeKrol lo riconobbe: era il Mastro Armiere C'ara DaHan. Quest'ultimo blocc il braccio della Madreplotone che stava sollevando la pistola a urlo. No, non cos disse. La donna ripose immediatamente l'arma. Ti ascolto e obbedisco. Quindi DaHan si rivolse a neKrol: Mercante, opera tua?. No rispose neKrol. Non si vogliono disperdere conferm la Madreplotone. Ci vorrebbero un giorno e una notte per eliminarli tutti con le armi a urlo osserv DaHan, contemplando la radura e seguendo con gli occhi la cascata fino alla cima del dirupo. C' un sistema pi semplice: distruggiamo la piramide e se ne andranno subito. S'interruppe e fiss la giovane accanto a neKrol. Una Jaenshi con anelli e vestiti esclam. Finora non avevano mai prodotto tessuti, tranne i sudari. La cosa mi preoccupa. una del popolo dell'anello di pietra intervenne subito il mercante. Ha vissuto con me. DaHan annu. Capisco. Sei proprio un uomo empio, neKrol, per legarti cos ad animali senz'anima, insegnando loro a scimmiottare le maniere del seme della Terra. Ma non importa. Sollev il braccio per dare il segnale; alle sue spalle, tra gli alberi, il cannone blaster si mosse lentamente verso destra. Tu e la tua bestia dovete togliervi subito di l disse a neKrol. Quando abbasser il braccio, il dio jaenshi brucer e, se resti dove sei, non ti muoverai pi. I portavoce! protest il mercante. Il colpo li... e si gir per indicarli, ma vide che si stavano gi allontanando dalla piramide, a uno a uno. Alle sue spalle, gli Angeli mormoravano. Un miracolo! esclam uno con voce roca. Il nostro fanciullo! Il nostro Signore! grid un altro. NeKrol era paralizzato. La piramide non era pi fatta di lastre rossastre: al sole splendeva un prisma di cristallo trasparente, dentro il quale, perfetto in ogni particolare, c'era Bakkalon, il pallido fanciullo, sorridente con in mano la sua spada, il Demonio Predone. I portavoce jaenshi si staccavano dalle pareti trasparenti e si lasciavano cadere in acqua nella fretta di allontanarsi. NeKrol scorse il Vecchio della parola che si muoveva pi svelto che mai, nonostante l'et. Perfino lui sembrava non capire. Parolamara era rimasta a bocca aperta. Il mercante si volt: una met degli Angeli d'Acciaio era caduta in gi-

nocchio, gli altri avevano abbassato le armi senza nemmeno rendersene conto ed erano come paralizzati dalla sorpresa. La Madreplotone si rivolse a DaHan: un miracolo, come aveva previsto il Censore Wyatt. Il pallido fanciullo cammina in questo mondo. Il Mastro Armiere, per, rest imperturbabile. Con una voce fredda come l'acciaio disse: Il Censore non qui e questo non un miracolo, il trucco di qualche nemico e io non mi lascio ingannare. Bruceremo questo oggetto blasfemo eliminandolo dal suolo di Corlos. Abbass il braccio. Gli uomini sul cingolato dovevano essere stati presi da un sacro timore: il cannone non spar. DaHan si volt ringhioso. Non un miracolo! grid. Sollev di nuovo il braccio. La giovane accanto a NeKrol url. Lui si volt preoccupato e vide che i suoi occhi spalancati erano diventati giallo oro. Il dio! sussurr. Mi tornata la luce! Dagli alberi intorno si ud il sibilo delle balestre automatiche e due frecce si conficcarono contemporaneamente nella grande schiena di C'ara DaHan. La forza dei colpi fece cadere in ginocchio il Mastro Armiere, che poi croll a terra. Corri! grid neKrol e spinse la giovane con tutte le sue forze; lei incespic e si volt un istante a guardarlo: gli occhi erano di nuovo colore del bronzo e nello sguardo si leggeva la paura. Poi si mise a correre, col fazzoletto che le sventolava sulle spalle mentre a balzi raggiungeva gli alberi pi vicini. Uccidetela! strill la Madreplotone. Uccideteli tutti! Le sue parole scossero dal torpore sia i suoi uomini sia gli Jaenshi. Gli Angeli d'Acciaio puntarono le pistole laser sulla folla che si stava alzando in piedi e cominci il massacro. NeKrol si inginocchi nell'acqua e si mise a rovistare tra gli scogli scivolosi; riusc a ripescare il fucile laser, lo appoggi alla spalla e spar. Dall'arma partirono rabbiose scariche di fuoco, una, due, tre volte. Tenne premuto il grilletto e le raffiche divennero un unico raggio che tranci alla vita uno degli Angeli prima che una fiamma gli esplodesse nello stomaco facendolo precipitare nell'acqua. Per qualche istante non vide pi niente, sentiva solo dolore e rumori, l'acqua che gli lambiva delicatamente il volto, le urla acute degli Jaenshi che correvano intorno a lui. Per due volte ud il rombo e lo schianto del cannone blaster e pi di due volte qualcuno lo calpest. Niente sembrava avere pi importanza. Si sforz di tenere la testa appoggiata agli scogli, mezzo fuori dall'acqua, ma anche questo dopo un po' gli parve inutile. L'u-

nica cosa che contava era quella fiamma nelle viscere. Poi, chiss come, il dolore scomparve, ci furono solo tanto fumo e un orribile fetore, ma il rumore diminu e neKrol rimase disteso tranquillo ad ascoltare le voci. La piramide, Madreplotone? chiedeva qualcuno. un miracolo rispondeva una voce femminile. Guarda, Bakkalon ancora l. Lo vedi come sorride? Abbiamo agito bene! Che cosa dobbiamo farne? Caricatelo a bordo del cingolato. Lo porteremo dal Censore Wyatt. Subito dopo le voci si allontanarono e neKrol ud soltanto lo scroscio della cascata. Era un suono molto riposante. Decise di mettersi a dormire. L'uomo dell'equipaggio infil la spranga tra le assi e fece leva. Il legno sottile quasi non protest prima di cedere. Altre statue, Jannis rifer dopo avere aperto la cassa e liberato qualche oggetto dall'imballaggio. Non valgono niente rispose Ryther con un sospiro. Erano in mezzo alle rovine della base commerciale di neKrol. Gli Angeli l'avevano devastata alla ricerca di Jaenshi armati, e c'erano macerie dappertutto. Per non avevano toccato le casse. L'uomo riprese la spranga e si diresse verso le altre casse. Ryther osserv preoccupata i tre Jaenshi che le si stringevano attorno: avrebbe voluto saper comunicare un po' meglio con loro. La femmina magra che portava un fazzoletto al collo e tanti gioielli, e non si staccava mai da una balestra automatica, conosceva qualche rudimento di lingua terrana, ma certo non era sufficiente. Imparava in fretta, per fino a quel momento l'unica cosa sensata che aveva detto era: "Pianeta di Jamison. Arik porta noi. Angeli uccide". Aveva ripetuto continuamente quelle parole finch Ryther le aveva fatto capire che, s, li avrebbe portati con lei. Gli altri due Jaenshi, la femmina incinta e il maschio con il laser, non avevano detto neanche una parola. Ancora statue disse l'uomo che, nel magazzino devastato, aveva preso una cassa dalla cima del mucchio e l'aveva aperta. Ryther alz le spalle e l'uomo prosegu. Lei si allontan, usc all'aperto dirigendosi lentamente verso il bordo dell'astroporto dove stava in attesa la Lights of Jolostar: nella prima oscurit della sera dai portelloni aperti usciva una luce gialla. Gli Jaenshi le andavano dietro, come sempre dal suo arrivo, temendo indubbiamente che sarebbe ripartita lasciandoli l, se avessero anche per un istante staccato i loro occhi da lei.

Statue mormor rivolta a se stessa e agli Jaenshi. Scosse la testa. Ma perch l'ha fatto? chiese ai tre, pur sapendo che non la capivano. Un mercante della sua esperienza? Forse voi potreste rispondermi se capiste che cosa vi dico. Invece di concentrarsi sui sudari e su altri oggetti autentici della vostra arte, perch ha insegnato alla vostra gente a scolpire versioni aliene di divinit umane? Avrebbe dovuto sapere che nessun grossista avrebbe accettato frodi cos evidenti. L'arte aliena deve essere aliena. Sospir. Colpa mia, suppongo. Avemmo dovuto aprire le casse. Sorrise. Parolamara la guard. Sudario Arik. Dato. Ryther annu pensando ad altro. Lo aveva steso sulla sua cuccetta, un piccolo, strano pezzo di tessuto, in parte fatto con peli jaenshi ma soprattutto con lunghi e setosi capelli rosso fiamma. Al centro, grigio su sfondo rosso, c'era un ritratto un po' rozzo ma riconoscibile di Arik neRrol. Aveva suscitato la sua curiosit. Era il tributo di una vedova? Di una figlia? O solo di un'amica? Che cos'era successo ad Arik durante l'anno in cui la Lights era stata via? Se almeno fosse riuscita ad arrivare in tempo, chiss. Ma aveva perso tre mesi sul pianeta di Jamison, interpellando un rivenditore dopo l'altro nel vano tentativo di piazzare quelle statuette senza valore. Era ormai autunno inoltrato quando la nave spaziale era tornata su Corlos per scoprire che la base di neKrol era in rovina e che gli Angeli stavano gi mietendo il raccolto. E gli Angeli... Quando era andata da loro con i suoi laser ormai inutili per proporre qualche scambio, la vista delle mura rosso sangue della citt aveva fatto stare male anche lei. Pensava di essere preparata, ma quello strazio andava oltre ogni sua previsione. Un plotone di Angeli d'Acciaio l'aveva sorpresa mentre vomitava fuori dalle grandi porte arrugginite e l'aveva scortata davanti al Censore. Wyatt era due volte pi scheletrico di come se lo ricordava. Stava in piedi vicino a un enorme altare innalzato al centro della citt. Sopra la piattaforma di legno gettava un'ampia ombra una statua di Bakkalon, incredibilmente realistica, inserita in un prisma di cristallo e posta in cima a un plinto di pietra rossa. Sotto l'altare i plotoni degli Angeli accumulavano la neolattuga e il frumento appena mietuti e le carcasse congelate di maiali selvatici. "Non abbiamo bisogno della tua mercanzia" le aveva detto il Censore. "Il pianeta Corlos pi volte benedetto, figlia mia, e Bakkalon ora vive tra noi. Egli ha operato grandi miracoli e altri ne far. La nostra fede in Lui." Aveva indicato l'altare con la mano ossuta. "Vedi? Come tributo bruciamo

le nostre riserve per l'inverno, poich il pallido fanciullo ha promesso che quest'anno l'inverno non verr. Ed Egli ci ha insegnato a distinguerci nella pace come una volta ci distinguevamo nella guerra, affinch il seme della Terra cresca sempre pi forte. giunto il tempo di una nuova e grande rivelazione!" Mentre parlava, il suo sguardo era ardente: grandi occhi fanatici, scuri ma con strani riflessi dorati. Ryther lasci appena possibile la Citt degli Angeli d'Acciaio, sforzandosi di non voltarsi a guardare le mura. Ma una volta salita sulle colline, sulla via per tornare alla base commerciale, le capit di passare dall'anello di pietra, vicino alla piramide distrutta dove l'aveva portata Arik. L non riusc pi a resistere e si dovette voltare a dare un'ultima occhiata alla valle della Spada. Quella vista non si sarebbe mai pi cancellata dalla sua mente. Fuori delle mura pendevano immobili all'estremit di lunghe corde i figli degli Angeli, una fila di corpi in tunica bianca. Se n'erano andati tutti in pace, ma la morte raramente un evento pacifico. I pi grandi, quanto meno, erano morti in fretta, con il collo spezzato dallo strappo improvviso. Invece i bambini pi piccoli avevano la corda stretta intorno alla vita, e Ryther cap che erano rimasti appesi fino a morire di fame. Mentre stava l in piedi, a ricordare, la raggiunse l'uomo dell'equipaggio che aveva ispezionato la base. Nient'altro. Solo statue rifer. Ryhter annu. Andare? chiese Parolamara. Pianeta di Jamison? S rispose Ryther, con gli occhi fissi oltre la Lights of Jolostar pronta al decollo, verso la scura foresta primordiale. Il Cuore di Bakkalon era tramontato per sempre. In milioni di boschi e in un'unica citt, i clan si erano messi a pregare. "And Seven Times Never Kill Man" copyright 1975 by the Conde Nast Publications, Inc. From "Analog", July 1975. LA CITT DI PIETRA Il crocevia dei mondi aveva migliaia di nomi. Sulle carte stellari degli umani era indicato come Greyrest, se mai era indicato, il che succedeva raramente, perch ci vogliono dieci anni di viaggio per raggiungerlo dalle regioni degli uomini. I Dan'lai lo indicavano, nella loro lingua fatta di latrati acuti, con un termine che significa "vuoto". Per gli Ul-mennaleith, che

lo conoscevano da pi tempo di tutti, era semplicemente "il mondo della citt di pietra". I Kresh avevano un nome per definirlo, cos come i Linkellar, i Cedran e le altre popolazioni che vi erano sbarcate e ne erano poi ripartite, e tutti quei nomi erano rimasti. Ma in genere, per gli esseri che vi facevano una breve sosta saltando da una stella all'altra, era semplicemente il "crocevia". Era un luogo desolato, un mondo di oceani grigi e di pianure sconfinate sulle quali infuriavano venti tempestosi. Al di fuori dell'astroporto e della citt di pietra, era un mondo deserto e senza vita. L'astroporto esisteva da almeno cinquemila anni, secondo il tempo degli umani. Lo avevano costruito gli Ul-nayileith all'epoca del loro splendore, quando rivendicavano le stelle ullish, e per un centinaio di generazioni quel pianeta era stato loro. Poi, per, quella civilt aveva visto il declino, nei loro pianeti erano subentrati gli Ul-mennaleith e ora degli Ul-nayileith restava memoria solo nelle leggende e nelle preghiere. Il loro astroporto, invece, resisteva: un'ampia cicatrice sulla pianura, cinta da torreggianti pareti antivento che quegli antichi ingegneri avevano innalzato a protezione dalle tempeste. All'interno delle alte mura c'era la citt portuale, fatta di hangar, capannoni e negozi, dove esseri stanchi, sbarcati da centinaia di pianeti diversi, potevano trovare riposo e ristoro. Fuori, a occidente, il nulla: i venti soffiavano da ovest, si abbattevano contro le mura con una violenza che veniva incanalata e sfruttata per produrre energia. Le mura orientali, invece, facevano ombra a una seconda citt, una conurbazione aperta di cupole di plastica e di baracche metalliche. L abitavano i vinti, i reietti, i sofferenti, l si radunavano quelli che non disponevano di un mezzo per ripartire, i "senza imbarco". Pi avanti, sempre verso oriente, c'era la citt di pietra. Era gi l quando, cinquemila anni prima, erano arrivati gli Ul-nayileith, che non avevano mai saputo n da quanto tempo avesse resistito ai venti n come. I pi antichi Ullie, che a quei tempi erano arroganti e curiosi, cos almeno si diceva, avevano fatto molte ricerche. Avevano percorso i vicoli tortuosi, salito le strette scalinate, si erano arrampicati sulle torri l'una addossata all'altra e sulle piramidi tronche. Avevano perlustrato i corridoi bui e senza fine che s'insinuavano sottoterra tortuosi come un labirinto. Avevano scoperto quanto fosse immensa quella citt, ne avevano visto tutta la polvere e lo spaventoso silenzio. Ma non avevano mai saputo chi fossero stati i Costruttori. Alla fine, una strana spossatezza si era impadronita degli Ul-nayileith e,

con essa era arrivata la paura. Si erano ritirati dalla citt di pietra e non avevano messo mai pi piede nei suoi palazzi. Per migliaia di anni si erano tenuti lontano da quelle pietre, ma intanto prendeva vita il culto dei Costruttori. Contemporaneamente cominciava il declino della razza antica. Gli Ul-mennaleith adoravano solo gli Ul-nayileith; i Dan'lai nessuno. E chi pu dire che cosa adorano gli umani? Cos, ora, le pietre della citt riecheggiavano di altri rumori e nuovi passi risuonavano per i vicoli tortuosi. Gli scheletri erano incastonati nelle mura. Erano undici, disposti piuttosto casualmente sopra le porte, per met nelle lastre senza saldature di metallo ullish e per met esposti ai venti del pianeta, qualcuno di pi, qualcuno di meno. In cima sbatacchiava alle raffiche lo scheletro di un essere alato senza nome, un mucchio di irreali ossa cave, unite alla parete solo per le zampe e l'attaccatura delle ali. Pi in basso, sopra e un po' a destra della porta, tutto quello che si poteva vedere di un Linkellar erano le sue costole gialle, simili alle doghe di una botte. Lo scheletro di Ian MacDonald era mezzo dentro e mezzo fuori. Gli arti erano quasi del tutto affondati nel metallo e spuntavano solo le ultime falangi delle dita (una mano stringeva ancora il laser) e i piedi, mentre il busto era completamente esposto all'aria. Anche la testa, certo: un teschio scarnificato e bianco, frantumato, che per rappresentava ancora un aspro ammonimento. Ogni mattina all'alba quelle orbite vuote fissavano Holt che attraversava il portale sottostante. A volte, allo strano baluginare della mezza luce del primo mattino sul pianeta crocevia, sembrava quasi che quegli occhi mancanti lo seguissero lungo la strada verso la porta delle mura. Per mesi Holt non era stato turbato da quello spettacolo. Le cose erano cambiate subito dopo che avevano preso MacDonald, e il suo cadavere in putrefazione era comparso improvvisamente sulle mura, in parte saldato al metallo. Holt ne sentiva il puzzo, in quei giorni, e in quella carne che si disfaceva erano ancora troppo riconoscibili i tratti di Mac. Ma adesso era solo uno scheletro, e per Holt era meno difficile dimenticare. Il mattino di quell'anniversario, perch era trascorso un anno standard esatto da quando la Pegasus era atterrata, Holt pass sotto lo scheletro senza quasi alzare gli occhi a guardarlo. Dentro, come al solito, il corridoio era deserto. Si estendeva con un'ampia curva in entrambe le direzioni, bianco, polveroso, completamente vuoto, scandito a intervalli regolari da piccole porte blu, tutte chiuse.

Holt svolt a destra e prov ad aprire la prima, premendo con la mano sulla piastra d'accesso. Niente: l'ufficio era chiuso. Prov la successiva, stesso risultato, e poi quella dopo. Procedeva con metodo. Doveva farlo: ogni giorno solo un ufficio era aperto e ogni giorno era uno diverso. La settima porta si apr scorrendo al suo tocco. Dietro una scrivania ricurva di metallo sedeva da solo un Dan'la, che sembrava nel posto sbagliato. La stanza, i mobili, tutto l'arredo erano stati costruiti a misura degli Ul-nayileith, che non c'erano pi da tempo, e il Dan'la era decisamente troppo piccolo per quell'ambiente. Ma Holt si era ormai abituato a quella vista: era venuto tutti i giorni per un anno e ogni giorno c'era un Dan'la seduto da solo dietro una scrivania. Non sapeva se si trattasse dello stesso che cambiava ufficio oppure se ogni giorno ve ne fosse uno diverso. Tutti avevano un muso lungo, occhi vivaci e un pelame lucido e rossiccio. Gli umani li chiamavano uomini volpe. Salvo rare eccezioni, Holt non li distingueva l'uno dall'altro e i Dan'lai, da parte loro, non lo aiutavano di certo. Si rifiutavano di dire il proprio nome, e certe volte la creatura alla scrivania lo riconosceva, altre volte no. Holt ci aveva ormai rinunciato e si era rassegnato a trattare ognuno come un estraneo. Quella mattina, per, l'uomo volpe lo riconobbe. Ah! fece. Un imbarco per te? S rispose Holt. Si tolse il logoro berretto, che faceva il paio con la consunta divisa grigia, e rimase in attesa. Era magro e pallido, con i capelli castani piuttosto radi sulla fronte e un mento volitivo. L'uomo volpe intrecci le sei dita delle mani e fece un leggero sorriso. Niente imbarchi, Holt. Spiacente, niente navi oggi. Ne ho sentita una ieri notte ribatt Holt. La si udita dappertutto sulla citt di pietra. Dammi un foglio d'imbarco. Ho i requisiti per averlo. Conosco il pilotaggio standard, posso guidare perfino un jumper dei Dan'lai. Ho le credenziali. S, s disse l'impiegato scoprendo le zanne in un sorriso. Ma niente navi. Settimana prossima, forse, arriva una nave umana. Allora avrai un imbarco, Holt, lo giuro, hai la mia parola. Sei bravo con il jumper, no? Cos hai detto. Ti dar l'imbarco. Ma settimana prossima, settimana prossima. Niente navi adesso. Holt si morse il labbro e si pieg in avanti, appoggiando le mani sul piano della scrivania, sempre tenendo stretto il cappello. La settimana prossima non ci sarai tu. O, se ci sarai, non mi riconoscerai, non ti ricorderai pi quello che mi hai promesso. Dammi un posto sulla nave arrivata ieri

notte. No, niente imbarco ripet il Dan'la. Niente navi umane, Holt, niente imbarchi per umani. Non importa, mi va bene una nave qualsiasi. Sono disposto a lavorare per i Dan'lai, per gli Ullie, per i Cedran, per chiunque. I jump, i salti da una stella all'altra, sono sempre gli stessi. Fammi salire sulla nave che arrivata ieri notte. Ma non c'era nave replic l'uomo volpe. Di nuovo scopr i denti, ma per poco. Ripeto, Holt, niente navi. Torna settimana prossima. Ci vediamo fra sette giorni. Il tono era decisamente di congedo. Holt aveva imparato a riconoscerlo. Una volta, mesi prima, era rimasto e aveva cercato di alzare la voce, ma l'impiegato aveva chiamato altri Dan'lai che lo avevano cacciato fuori. La settimana successiva tutte le porte erano rimaste chiuse. Cos adesso Holt sapeva quando era il momento di sloggiare. Fuori, alla luce fioca, si appoggi per un momento alle mura antivento, cercando di fermare il tremore alle mani. Doveva tenersi occupato, si ripet. Aveva bisogno di soldi, di buoni pasto, doveva concentrarsi su questo. Poteva fare un salto al Capannone, magari raggiungere Sunderland a casa. Per il posto su qualche nave, c'era sempre un altro giorno. Doveva avere pazienza. Dopo avere lanciato una rapida occhiata a MacDonald, che di pazienza non ne aveva avuta, si inoltr nelle vie deserte della citt dei senza imbarco. Anche da piccolo Holt amava le stelle. Se ne andava in giro la notte, negli anni di massimo freddo, quando su Ymir fiorivano le foreste di ghiaccio. Si allontanava chilometri, facendo scricchiolare la neve sotto i piedi, finch le luci della citt sparivano alle sue spalle, e restava solo in quel mondo magico pieno dei bagliori biancazzurri dei fiordigelo e delle ragnatele di ghiaccio, tra il rosa dei boccioli di fioramari. Poi guardava in su. Su Ymir le notti dell'Anno Invernale sono limpide, silenziose e nerissime. Non c' luna, solo le stelle e il silenzio. Holt aveva imparato con diligenza i nomi, non quelli delle stelle - nessuno le chiamava pi per nome, bastavano i numeri - ma quelli dei pianeti dei vari sistemi solari. Era un bambino intelligente, che apprendeva bene e in fretta, tanto che perfino suo padre, un tipo burbero e pratico, era orgoglioso di lui. Holt ricordava le interminabili serate alla Vecchia Dimora, quando suo padre, alticcio per la troppa birra estiva bevuta, costringeva gli

ospiti a uscire sulla terrazza a sentire il figlio che chiamava i pianeti per nome. "Quello" diceva il vecchio, reggendo un boccale in una mano e indicando con l'altra. "L, quello brillante." "Arachne" rispondeva il ragazzo, impassibile. Gli ospiti sorridevano e mormoravano gentilmente qualche complimento. "E quello lass?" "Baldur." "E quello, l'altro accanto e i tre in fondo?" "Finnegan, Johnhenry, Celia, Nuova Roma, Cathaday." I nomi fluivano leggeri dalle labbra del bambino e il volto abbronzato del padre si increspava in un sorriso: insisteva nel gioco finch gli altri non erano annoiati e stanchi, e Holt aveva elencato i nomi di tutti i pianeti che pu citare un ragazzo in piedi sulla terrazza della Vecchia Dimora di Ymir. Aveva sempre detestato quel rito. Era una fortuna che suo padre non fosse mai uscito con lui nella foresta di ghiaccio, perch lontano dalle luci si potevano vedere migliaia di altre stelle e questo implicava conoscere i nomi di altri mille pianeti. Holt non li aveva mai imparati tutti, non quelli degli astri meno visibili e pi lontani, non quelli dove non c'erano umani. Ma ne conosceva un numero sufficiente. Le pallide stelle dell'interno di Damoosh, verso il centro della galassia, il sole rossastro dei Centauri Silenti, le luci sparse dove le orde dei Fyndii innalzavano il loro bastone emblema. Di questi conosceva il nome, e di altri ancora. Aveva continuato ad andare nei boschi anche quando fu pi grande, non da solo, per. Vi portava tutte le sue giovani innamorate, e l aveva fatto all'amore la prima volta, durante un Anno Estivo, quando dagli alberi gocciolavano petali di fiori e non di ghiaccio. Certe volte ne aveva parlato con una ragazza o un amico, ma era difficile trovare le parole. Holt non era bravo a parlare, e non era mai riuscito a far capire quel che provava. Faceva fatica a capirlo lui stesso. Quando il padre era morto, gli era subentrato nella Vecchia Dimora e nelle altre propriet, e le aveva gestite per un lungo Anno Invernale, anche se aveva solo venti anni standard. Arrivato il disgelo, aveva abbandonato tutto e se n'era andato a Ymir City. C'era una nave in partenza, un mercantile diretto a Finnegan e su altri pianeti. Holt era stato arruolato nell'equipaggio.

Con il passare delle ore le strade diventavano sempre pi affollate. I Dan'lai erano gi in attivit e sistemavano i loro banchetti di alimentari fra una baracca e l'altra. Di l a un'ora tutte le vie ne sarebbero state piene. Si vedeva anche qualche gruppo di quattro o cinque sparuti Ul-mennaleith. Indossavano tutti vesti azzurro polvere che sfioravano terra e pareva che scivolassero magicamente, invece di camminare, misteriosi, dignitosi, simili a fantasmi. La pelle di un grigio tenue era coperta di un talco fine, gli occhi erano liquidi e distanti. Sembravano sempre sereni, anche gli sfortunati rimasti senza imbarco. Holt capit dietro uno di questi gruppi e acceler per oltrepassarlo. Gli uomini volpe delle bancarelle ignorarono i solenni Ul-mennaleith, ma adocchiarono tutti Holt e lo chiamarono a gran voce mentre passava davanti a loro. E sghignazzarono, con quella risata simile a un latrato, quando lui pass via senza degnarli di un'occhiata. Vicino al quartiere dei Cedrati, Holt si stacc dagli Ullie e imbocc una piccola traversa che sembrava deserta. Aveva un lavoro da fare e quello era il posto giusto. Si addentr nell'intrico di baracche a cupola giallastre e ne scelse una quasi a caso. Era vecchia, con la superficie esterna di plastica passata a lucido e la porta di legno con incisi simboli di nidi. Ovviamente era chiusa a chiave. Holt appoggi una spalla e spinse. Il legno resistette, allora indietreggi di alcuni passi, prese una breve rincorsa e diede una forte spallata. Al quarto tentativo cedette fragorosamente. Il rumore non lo preoccup: negli slum dei Cedran, nessuno stava a sentire. Dentro era buio pesto. Tast accanto alla porta e trov una torcia a freddo, la strinse finch non ebbe trasformato in luce il calore del suo corpo. Poi, con tutto comodo, si guard intorno. C'erano cinque Cedran: tre adulti e due piccoli, tutti avvoltolati a palla sul pavimento, con i volti nascosti. Holt quasi non li degn di un'occhiata. Di notte i Cedran erano terrificanti, li aveva incontrati molte volte nelle strade buie della citt di pietra, che gemevano in quella loro lingua sommessa e oscillavano in modo sinistro. Il torso segmentato si srotolava per tre metri di carne flaccida e lattea, cui erano attaccati sei arti specializzati, due piedi piatti, un paio di morbidi tentacoli ramificati per afferrare e i temibili artigli per aggredire. Gli occhi, pozze grandi come scodelle di un viola brillante, vedevano tutto. Di notte i Cedran erano esseri dai quali tenersi alla larga. Di giorno erano palle di carne amorfa.

Holt li scavalc e cominci a svuotare la baracca. Prese una torcia a mano, la regol in modo che emettesse quella luce fioca e violacea che piaceva tanto ai Cedran, poi afferr una sacca piena di buoni pasto e un osso artigliato. Al posto d'onore su una parete c'erano le unghie lunghe e ingioiellate di qualche illustre antenato, ma Holt stette bene attento a non sfiorarle nemmeno. Se la divinit di famiglia fosse stata rubata, l'intero nucleo sarebbe stato obbligato a rintracciare il colpevole o a suicidarsi. Alla fine trov una serie di carte magiche, placchette di legno grigio fumo con inserti di ferro e d'oro. Se le ficc in tasca e usc. La strada era ancora deserta. Pochi passavano nel quartiere dei Cedran, se non erano Cedran. Holt si ritrov in fretta nella via principale, il largo viale inghiaiato che portava dalle mura antivento dell'astroporto ai cancelli silenziosi della citt di pietra, a cinque chilometri di distanza. Ora la strada era affollata e piena di rumori, e Holt dovette farsi largo tra la calca. C'erano dappertutto uomini volpe che sghignazzavano e latravano, scoprendo o coprendo le file di denti aguzzi, sfioravano con la pelliccia rossastra le vesti azzurre degli Ulmennaleith, i gusci dei Kresh e la pelle cascante dei Linkellar dai verdi occhi a palla sporgenti. Qualche banchetto di prodotti alimentari esponeva anche pietanze calde e la via era piena di fumi e di odori. C'erano voluti mesi sul crocevia dei mondi prima che Holt riuscisse a distinguere gli aromi dei cibi dall'odore dei corpi. Si fece strada tra la folla, schivando gli alieni con il suo bottino stretto in mano e guardandosi intorno con circospezione. Era il suo atteggiamento abituale, ormai insito in lui: cercava in continuazione un volto umano sconosciuto, segno che era atterrata una nave umana, che era arrivata la salvezza. Non ne vide nemmeno uno. Come al solito intorno a lui c'era la solita calca del crocevia dei mondi: i latrati dei Dan'lai, i ticchettii dei Kresh, gli ululati dei Linkellar, ma nemmeno una voce umana. Ormai quell'assenza non lo turbava pi. Trov il banchetto che cercava. Un Dan'la dall'aria stanca lo squadr da sotto una tesa di cuoio grigio e lo apostrof con impazienza: S, s. Chi sei? Che cosa vuoi?. Holt spost da una parte i brillanti gioielli multicolori sparsi sul banchetto e vi depose la torcia a freddo e l'osso artigliato che aveva preso. Affari disse. Questi in cambio di buoni.

L'uomo volpe esamin gli oggetti, fiss Holt e cominci a sfregarsi vigorosamente il muso. Affari, affari per te cantilen. Prese l'artiglio, se lo pass da una mano all'altra, lo rimise sul banco, tocc la torcia facendole emettere un filo di luce. Annu e fece un gran sorriso. Roba buona. Cedran. I grossi vermi la compreranno. S, s. Allora scambiamo. Buoni? Holt annu. Il Dan'la frug in una tasca del grembiule che aveva addosso e lasci cadere sul banco una manciata di buoni pasto. Erano dischi di plastica brillante di una decina di colori diversi, la cosa pi simile al denaro che esisteva sul crocevia dei mondi. I mercanti dan'lai li accettavano in cambio di cibo ed erano loro che importavano tutti i prodotti alimentari con le loro flotte di jumper interstellari. Holt cont i buoni, li raccolse e li ripose nella sacca che aveva preso nell'abitazione dei Cedran. Ho altra roba disse al mercante, cercando in tasca le carte magiche. La tasca era vuota. Il Dan'la ghign e batt i denti. Sparita? Allora non sei l'unico ladro su Vuoto. Non sei l'unico ladro. Gli venne in mente il primo imbarco, ripens alle stelle della sua giovinezza su Ymir, ai mondi che aveva toccato da allora, alle navi sulle quali era stato ingaggiato e agli uomini (e non uomini) per i quali aveva lavorato. Soprattutto non poteva dimenticare la sua prima astronave, l'Ombra che Ride (un nome antico e carico di storia, una storia che qualcuno gli aveva raccontato solo molto tempo dopo), al largo del pianeta di Celia, in rotta per Finnegan. Era un mercantile convertito per il trasporto di minerali, una grande goccia grigiazzurra di duralloy butterato, che aveva almeno cento anni pi di Holt. Una struttura spartana: grandi stive per il carico e poco spazio per l'equipaggio, dodici amache come cuccette per il personale di bordo, niente griglia di gravit (ma si era abituato in fretta alla caduta libera), reattori nucleari per il decollo e l'atterraggio e un motore standard FTL (Faster Than Light, pi veloce della luce) per i balzi interstellari. Holt era stato destinato alla sala motori, uno spazio disadorno con luci smorzate, superfici metalliche a vista e le console dei computer. Cain narKarmian gli aveva spiegato le sue mansioni. Holt si ricordava bene anche di narKarmian, un uomo vecchio, vecchissimo. Troppo vecchio per lavorare a bordo di un'astronave, si sarebbe detto: aveva la pelle simile a un sottile strato di cuoio giallastro, piegato e stropicciato, tanto che non c'era pi un punto che non presentasse miriadi di grinze, occhi castani a mandorla, cranio calvo e pieno di macchie e una barbetta a punta rada e biondiccia. A volte sembrava decrepito e mental-

mente confuso, ma in genere era sveglio e vigile: conosceva i motori, conosceva le stelle, e non stava mai zitto. "Duecento anni standard!" aveva detto una volta, mentre entrambi sedevano davanti alle console. Aveva fatto un timido sorriso, pi simile a una smorfia, e Holt aveva notato che alla sua et aveva ancora tutti i denti (o forse li aveva di nuovo). "Cain ha navigato per tutto questo tempo. la pura verit, Holt! Sai, un uomo normale non stacca mai i piedi dal pianeta dov' nato. Mai, o almeno nel novantanove per cento dei casi. Non se ne vanno mai da l, nascono, vivono e muoiono sempre sullo stesso pianeta. E quelli che navigano, be', per lo pi non girano tanto. Un paio di pianeti, una decina al massimo. Io no! Sai dove sono nato? Indovina!" Holt aveva alzato le spalle. "Su Vecchia Terra?" Cain si era fatto una risata. "La Terra? La Terra non niente, solo tre o quattro anni da qui. Quattro, mi pare, non me lo ricordo. No, no, ma io l'ho vista, la Terra, il mondo originario, da cui tutti veniamo. L'ho vista cinquant'anni fa, sulla Corey Dark, se ben ricordo. Era anche ora: navigavo da centocinquant'anni standard, e non ero ancora stato sulla Terra. Ma finalmente ci sono arrivato!" "Ma non sei nato l" aveva replicato Holt. Il vecchio Cain aveva scosso la testa e riso di nuovo. "No davvero! Io sono un Emereli, sono di ai-Emerel. Non lo sapevi?" Holt si era messo a riflettere. Non conosceva quel nome, non era uno degli astri che suo padre gli mostrava puntando l'indice, una delle luci accese nella notte di Ymir. Ma qualcosa gli si era risvegliato nella mente. "La Frangia?" Finalmente aveva capito. La Frangia era il margine estremo dello spazio umano, quello dove la piccola scheggia della galassia che chiamano "il regno dell'uomo" sfiorava il culmine dello spazio galattico, l dove le stelle si assottigliano. Ymir e le stelle che conosceva erano dalla parte opposta rispetto a Vecchia Terra, pi all'interno dei densi ammassi stellari e del nucleo ancora irraggiungibile. Cain era stato contento che avesse indovinato. "S, sono uno della periferia. Ho pi o meno duecentoventi anni standard e ormai ho visto quasi lo stesso numero di mondi, mondi umani, dei Hrangan, dei Fyndii e di ogni sorta di esseri, anche mondi del regno dell'uomo in cui gli umani non sono pi umani, se capisci che cosa voglio dire. Sempre a bordo, sempre. Ogni volta che trovavo un pianeta interessante lasciavo l'imbarco e ci restavo per un po', poi ripartivo quando mi andava. Ho visto di tutto, Holt. Quand'ero giovane sono stato al Festival della Frangia, sono stato a caccia

di banscee su High Kavalaan, su Kimdiss ho preso moglie. Poi lei morta, allora sono ripartito. Ho visto Prometheus e Rhiannon, che sono poco distanti dalla Frangia, ho visto i pianeti di Jamison e Avalon, che sono ancora pi lontani. Sai? Sono rimasto su Jamison per un po', e su Avalon ho avuto tre mogli e due mariti, o co-mariti, non so come li chiami tu. Ero ancora un pivello di cento anni, forse meno. stato il periodo in cui eravamo proprietari della nostra nave, facevamo commercio locale, toccando alcuni dei vecchi mondi schiavi dei Hrangan, che sono usciti dalle loro orbite dopo la guerra. E sono stato anche su Vecchia Hranga, perfino l. Si dice che su Hranga esistano ancora alcune Menti, sepolte chiss dove, pronte a riapparire e ad attaccare di nuovo il regno degli uomini. Ma tutto quello che ho visto io stato un bel po' di caste assassine, operai ed esseri inferiori." Aveva sorriso. "Anni buoni, Holt, ottimi. Avevamo chiamato la nostra nave Il Somaro di Jamison. Le mie mogli e i miei mariti erano tutti di Avalon, tranne uno che era di Vecchia Poseidonia, e gli Avaloniani non amano molto quelli di Jamison, per questo siamo arrivati a battezzarla cos. Ma non posso dire che sbagliassero. Anch'io ero un Jamie, prima, e devo dire che Port Jamison una citt di stupidi presuntuosi su un pianeta che non da meno. "Siamo rimasti insieme per quasi trent'anni standard, sulla Somaro di Jamison. Hanno lasciato la famiglia un marito e due mogli, oltre a me, alla fine. Gli altri volevano mantenere Avalon come base commerciale, ma in trent'anni io avevo ormai visto tutti i pianeti che volevo l in giro e non conoscevo molto del resto. Cos mi sono imbarcato di nuovo. Ma gli volevo bene, Holt, li amavo tutti. Un uomo dovrebbe essere sposato con i suoi compagni d'equipaggio. C' pi armonia." Aveva sospirato. "Anche il sesso funziona meglio, con meno complicazioni." A quel punto Holt si era incuriosito e aveva chiesto, con un'espressione che lasciava trasparire solo una punta dell'invidia che provava: "E poi, che cosa hai fatto dopo?". Cain si era stretto nelle spalle, aveva fissato i comandi del computer e cominciato a dare pugni alle borchie luminose per correggere le impostazioni del motore. "Oh, ho sempre navigato. Mondi vecchi, mondi nuovi, umani, non umani, alieni. New Refuge e Pachacuti, il vecchio Wellington mezzo bruciato, e poi Newholme e Silversky e Vecchia Terra. Adesso me ne vado verso l'interno, il pi lontano possibile prima di morire. Come Tomo e Walberg, credo. Erano giunte notizie di Tomo e Walberg, l a Ymir?"

Holt si era limitato ad annuire. Perfino su Ymir avevano sentito parlare di loro. Anche Tomo era uno della periferia, era nato su Darkdawn, nel bordo superiore della Frangia, e dicevano che fosse un sognatore come gli altri del suo pianeta. Walberg era un umano manipolato di Prometheus, un tipo avventuroso e spaccone, secondo la leggenda. Trecento anni prima i due erano partiti da Darkdawn con una nave che si chiamava Sogno di Baldracca, facendo rotta verso il margine opposto della galassia. Su quanti pianeti fossero stati, che cosa fosse successo su ognuno di questi, fin dove fossero arrivati prima di morire erano tutti i punti interrogativi della loro storia, e i ragazzini ne discutevano ancora. A Holt piaceva pensare che fossero ancora vivi da qualche parte. In fondo Walberg sosteneva di essere un superuomo, e nessuno sapeva quanto potesse vivere un superuomo. Forse abbastanza da raggiungere il centro della galassia o addirittura spingersi oltre. Holt fissava la tastiera, fantasticando. Cain sorridendo aveva detto: "Ehi, patito di stelle!". Holt aveva sollevato la testa e il vecchio, sempre sorridendo, aveva continuato: "S, proprio tu! Datti da fare, se no non arriverai da nessuna parte!". Era un rimprovero gentile, e anche il sorriso era benevolo: Holt non l'avrebbe pi dimenticato, come non avrebbe mai scordato i racconti di Cain narKarmian. Le amache dove dormivano erano l'una accanto all'altra e ogni notte lo ascoltava: era difficile farlo stare zitto e Holt non ci provava nemmeno. Quando l'Ombra che Ride aveva raggiunto finalmente Cathaday, la sua ultima destinazione, e si apprestava a prendere la via del ritorno verso il regno degli uomini e il pianeta di Celia, Holt e narKarmian si erano congedati insieme per imbarcarsi su un postale diretto a Vess e verso i soli alieni dei Damoosh. Navigavano insieme da sei anni quando narKarmian era morto. Holt ricordava il volto del vecchio molto meglio di quello di suo padre. Il Capannone era un edificio lungo e stretto di metallo ondulato, duralloy blu che probabilmente qualcuno aveva trovato nelle stive di un mercantile saccheggiato. Era stato montato a chilometri di distanza dalle pareti antivento, in un luogo visibile dalle mura delle citt di pietra e dalla grande volta della Porta d'Occidente. Era circondato da altre costruzioni metalliche ancora pi grandi, gli alloggi magazzini degli Ul-mennaleith senza imbarco. Ma all'interno non c'erano Ullie. Era quasi mezzogiorno quando Holt arriv al Capannone, e lo trov se-

mideserto. Al centro della sala si ergeva dal pavimento al soffitto una gigantesca torcia a freddo che diffondeva una luce smorta e violacea, lasciando al buio la maggior parte dei tavoli vuoti. Un angolo era pieno di Linkellar che bisbigliavano tra loro; dalla parte opposta dormiva placidamente un grasso Cedran acciambellato a palla, con la viscida pelle bianchiccia che luccicava. Accanto al pilastro centrale, al tavolo della vecchia Pegasus, Alaina e Takker-Rey stavano bevendo dell'amberlite, versandola da una caraffa di pietra bianca. Takker lo not subito e alz il bicchiere in segno di saluto. Guarda, Alaina, abbiamo compagnia. Il ritorno di un'anima smarrita! Come vanno le cose nella citt di pietra, Michael? Holt si accomod al tavolo. Come al solito, Takker, come al solito. Si sforz di sorridere al volto gonfio e pallido di Takker, poi si volt verso Alaina. Un anno prima, o forse pi, avevano manovrato insieme un jumper. Ed erano stati amanti per un breve periodo. Ma era una storia finita, ormai. Alaina era ingrassata e i suoi lunghi capelli castano chiaro erano sporchi e opachi. Gli occhi verdi un tempo erano lucenti, ma l'amberlite li aveva resi appannati e vacui. Comunque, gratific Holt con un ampio sorriso. Ciao, Michael. Hai trovato la tua nave? Takker-Rey si mise a ghignare, ma Holt lo ignor. No, ma non cedo. Oggi l'uomo volpe mi ha detto che ce ne sar una la prossima settimana. Una umana. Mi ha garantito un imbarco. A quel punto sghignazzavano tutti e due. Oh, Michael fece Alaina. Come sei sciocco! Lo raccontavano sempre anche a me. Non ci vado pi da un sacco di tempo. Lascia perdere anche tu. Torna da me, vieni nella mia stanza. Mi manchi, Tak una tale noia. Takker aggrott la fronte, ma non sembrava essersela presa. Era intento a versarsi un altro bicchiere di amberlite. Il liquore scendeva con una lentezza esasperante, denso come il miele. Holt ne ricordava il sapore, fuoco dorato sulla lingua, e quel piacevole senso di pace che suscitava. Le prime settimane ne avevano bevuto tutti in abbondanza, mentre aspettavano il ritorno del Capitano. Prima che andasse tutto a rotoli. Prendi un po' di lite gli propose Takker. Unisciti a noi. No, magari bevo un brandy, Takker, se me lo offri. O una volbirra, magari una birra estiva, se ce n' a portata di mano. Ma niente amberlite. per questo che me ne sono andato, non ricordi?

Alaina si mise di colpo a singhiozzare, con la bocca spalancata e le palpebre che battevano. Te ne sei andato sussurr con un filo di voce. Me lo ricordo, sei stato il primo. Te ne sei andato. Prima tu e poi Jeff. Tu per primo. No, cara la interruppe Takker pazientemente. Pos la caraffa di amberlite, bevve un sorso dal bicchiere, sorrise e cominci a spiegare. Il primo ad andare via stato il Capitano. Non ricordi? Il Capitano, Villareal e Susie Benet sono partiti insieme, e noi abbiamo aspettato e aspettato... Ah, s disse Alaina. E poi ci hanno lasciato Jeff e Michael. La povera Irai si ammazzata, e le volpi hanno preso Ian e lo hanno affondato nel muro. E tutti gli altri sono spariti. Non so dove, Michael, non lo so proprio. D'improvviso scoppi in lacrime. Eravamo cos uniti, tutti quanti, e adesso siamo rimasti solo Tak e io. Ci hanno lasciato tutti. Siamo i soli a venire ancora qui, gli unici. Ormai singhiozzava disperata. Holt era nauseato. Era ancora peggio dell'ultima volta che era andato a trovarla, il mese precedente. Avrebbe voluto afferrare la caraffa e scaraventarla per terra. Ma sarebbe stato inutile. Lo aveva gi fatto una volta, molto tempo prima, due mesi dopo l'atterraggio, quando quell'attesa eterna e senza speranza gli aveva scatenato un'esplosione di rabbia inaudita. Alaina aveva pianto, MacDonald lo aveva insultato e preso a pugni, rompendogli un dente (di notte, ogni tanto, gli faceva ancora male) e TakkerRey aveva comprato un'altra caraffa. A Takker non mancavano mai i soldi. Non che fosse un ladro, ma era cresciuto su Vess, dove gli umani convivevano con due razze aliene e, come molti di quel pianeta, andava d'accordo con qualsiasi straniero. Era cortese e disponibile, e gli uomini volpe (almeno alcuni di loro) lo trovavano simpatico. Quando Alaina si era messa con lui, come amante e come socia in affari, Holt e Jeff Sunderland avevano interrotto i rapporti con loro e si erano trasferiti alla periferia della citt di pietra. In quella situazione, per, cerc di consolarla. Non piangere, Alaina. Vedi? Sono qui, e ho portato un po' di buoni pasto. Frug nella borsa e ne sparse una manciata sul tavolo, rossi, azzurri, argento e neri. I gettoni risuonarono e rotolarono sul piano del tavolo. Il pianto di Alaina cess di colpo. Prese a rovistare sul tavolo tra quei dischetti e perfino Takker si sporse in avanti per osservarli meglio. Rossi esclam la donna eccitata. Guarda, Takker, buoni rossi, quelli per la carne! E d'argento, per l'amberlite! Guarda, guarda! Se ne infil qualcuno in tasca, ma le mani le tremavano e pi di uno fin sul pavimento. Aiutami,

Tak fece. Takker sogghignava. Non ti preoccupare, amore, tanto era uno verde. Non vogliamo pi quella sbobba per vermi, ti pare? Poi si rivolse a Holt. Grazie, Michael, grazie davvero. Ho sempre detto ad Alaina che sei una persona generosa, anche se ci hai lasciato quando avevamo bisogno di te. Tu e Jeff; Ian diceva che eri un vigliacco, sai, ma io ti ho sempre difeso. Grazie, davvero! Prese un gettone d'argento e lo fece volare in aria con il pollice. Generoso Michael. Sei sempre il benvenuto qui. Holt taceva. Al suo fianco si era improvvisamente materializzato il boss del Capannone, un ammasso enorme di carne nero bluastra e muschiosa. Chin la testa e guard Holt, se si poteva usare questo termine per quell'essere privo di occhi e se si poteva chiamare faccia quella vescica floscia, mezzo sgonfia e piena di sfiatatoi, circondata di tentacoli bianchicci. Aveva le stesse dimensioni della testa di un neonato e pareva assurdamente piccola in cima a quel grosso corpo oleoso fatto di rotoli di grasso striato. Il boss non parlava n ferrano n ullish n quel dan'lai semplificato che veniva usato come lingua franca nei commerci interstellari, ma sapeva sempre quello che volevano i clienti. Holt voleva solo andarsene. Il boss stava dritto accanto a lui, silenzioso, in attesa, quando lui si alz e usc. Attraverso la porta, che si era chiusa dietro di lui, sentiva ancora Alaina e Takker che litigavano per i buoni. I Damoosh sono una razza saggia e gentile, e grandi filosofi, cos almeno si diceva su Ymir. La zona pi esterna dei loro sistemi solari si congiunge con quella pi interna del regno degli uomini in continua espansione. Proprio su una ex colonia dei Damoosh era morto narKarmian e Holt aveva visto per la prima volta un Linkellar. All'epoca era in compagnia di Rayma-k-Tel, una tipa dura dal volto tagliente, che veniva da Vess: erano andati a farsi un bicchiere in un bar della zona franca, appena fuori dell'astroporto. Il locale aveva ottimi liquori provenienti da Vecchia Terra. Holt e Rayma bevevano tranquilli, seduti vicino a una finestra di vetro giallo. Cain era morto da tre settimane. Quando Holt aveva notato il Linkellar che strisciava accanto alla finestra, con gli occhi sporgenti che roteavano, aveva preso l'amica per un braccio e le aveva detto: "Guarda, uno nuovo. Sai di che razza ?". Rayma si era liberata il braccio, aveva scosso la testa e risposto irritata di no. Era una xenofoba arrabbiata, una caratteristica sempre pi frequente su Vess. "Probabilmente di qualche posto al di l di chissadove. Non sforzarti nemmeno di comportarti bene con loro, Holt. Ci sono milioni di

razze, soprattutto in posti cos sperduti. Questi maledetti Damos commerciano con tutti." Holt, incuriosito, aveva cercato di dare un'altra occhiata a quel grosso essere dalla pelle verde e cascante, ma era gi sparito alla vista. Aveva ripensato a Cain ed era stato scosso da una specie di brivido. Il vecchio aveva navigato nello spazio per oltre duecento anni, eppure non aveva mai visto un alieno di quella razza. L'aveva riferito a Rayma-k-Tel. Lei non ne era stata affatto impressionata. "E allora? Noi non abbiamo mai visto la Frangia o un Hrangan, ma che io sia dannata se so perch dovremmo avere voglia di vederli." Aveva sorriso alla sua stessa battuta. "Gli alieni sono come le caramelle, Mikey. Ce n' di tutti i colori, ma il contenuto sempre lo stesso. Non diventare un collezionista come il vecchio narKarmian. Che gliene venuto, alla fine? Se n' andato in giro su un mucchio di navi scalcinate, ma non ha mai visto il Braccio Lontano, non mai arrivato al centro della galassia, dove nessuno arriver mai. E non si nemmeno arricchito. Tu pensa a rilassarti e a vivere tranquillo." Holt non l'ascoltava quasi. Aveva posato il bicchiere e sfiorato il vetro freddo della finestra con la punta delle dita. Quella notte, dopo che Rayma era tornata sulla sua nave, Holt era uscito dalla zona franca e aveva vagabondato tra i luoghi natali dei Damoosh. Aveva pagato una cifra esorbitante per farsi portare nella camera sotterranea dove si trovava quello che chiamavano il pozzo di sapienza del pianeta, un grande computer con luci vivide collegato ai cervelli telepatici degli anziani Damoosh defunti (almeno quella era la spiegazione fornita dalla guida). La camera era una bolla di vapore verde sulla cui superficie si agitavano onde e leggere increspature. All'interno si accendevano, lampeggiavano e si spegnevano pannelli di luci. Holt aveva rivolto le sue domande stando sul bordo superiore: le risposte arrivavano in un'eco sussurrante, come di tante flebili voci. Per cominciare aveva descritto l'essere che aveva visto quel pomeriggio e aveva chiesto chi fosse: era stato allora che aveva udito il termine "Linkellar". "Da dove vengono?" era stata la seconda domanda. "Da sei anni di viaggio dal regno degli uomini, con i mezzi di trasporto che usate voi" gli aveva risposto il bisbiglio dalla nebbia verde. "Verso il centro della galassia, ma non proprio nel nucleo. Vuoi le coordinate?" "No. Perch non ne vediamo pi spesso?" "Sono lontani, troppo. I sistemi solari dei Damoosh si frappongono tra il

regno degli uomini e i Dodici Mondi dei Linkellar, e lo stesso vale per le colonie dei Nor T'alush e un centinaio di pianeti che non dispongono ancora di motori interstellari. I Linkellar commerciano con i Damoosh, ma non arrivano spesso fino a qui, perch siamo pi vicini a voi che a loro." "Gi" aveva detto Holt. Era rabbrividito come se un vento freddo avesse spazzato la caverna e agitato il mare di nebbia. "Avevo sentito parlare dei Nor T'alush, ma non dei Linkellar. Che altro c', pi in l?" "Dipende dalla direzione" aveva sussurrato la nebbia, sotto la quale galleggiavano vari colori. "Noi conosciamo i mondi morti della razza scomparsa che i Nor T'alush chiamano i Primi, anche se non sono stati veramente i primi; conosciamo i Tratti dei Kresh, la colonia perduta dei Gethsoidi di Aath, che da zone cos remote avevano raggiunto il regno degli uomini prima che fosse il regno degli uomini." "Che cosa c' dopo di loro?" "I Kresh parlano di un pianeta che si chiama Cedris e di un'enorme sfera di soli, pi grande del regno degli uomini, dei sistemi solari dei Damoosh e del vecchio impero dei Hrangan messi insieme. All'interno ci sono le stelle ullish." "Bene" aveva detto Holt, con un tremito nella voce. "E ancora al di l? E intorno? Verso il centro della galassia?" Nelle profondit della nebbia si era accesa una fiamma che aveva prodotto lucenti riflessi rossi nell'alone verde. "I Damoosh non lo sanno. Chi naviga a simili distanze e cos a lungo? Esistono solo racconti. Vuoi sapere degli Antichissimi? O degli Di Lucenti, i naviganti senza navi? Vuoi sentire l'antico canto degli esseri senza mondo? Laggi sono state avvistate navi fantasma, veicoli che si spostano pi in fretta di un'astronave umana o di un razzo damoosh, che distruggono quello che vogliono, anche se non si trovano l. Chi pu dire che cosa sono, chi sono, dove sono, se ci sono? Noi conosciamo nomi, sappiamo storie, possiamo dirti nomi, raccontarti storie. Ma i fatti restano oscuri. Abbiamo sentito parlare di un mondo che si chiama Huul il Dorato, che commercia con i Gethsoidi perduti, che trattano con i Kresh, che commerciano con i Nor T'alush che commerciano con noi, ma nessuna nave dei Damoosh mai arrivata su Huul il Dorato e non possiamo dirne molto, non sappiamo nemmeno dove si trovi. Abbiamo saputo degli uomini velati di un mondo senza nome, che si gonfiano e si spostano galleggiando nella loro atmosfera, ma potrebbe essere solo una leggenda e non sappiamo nemmeno quale. Abbiamo sentito di un popolo che vive nello spazio profondo, che parla con una razza chiamata Dan'la,

che commercia con i sistemi solari ullish, che commerciano con Cedris e cos la catena arriva di nuovo fino a noi. Ma noi Damoosh, su questo pianeta tanto vicino al regno degli uomini, non abbiamo mai visto un Cedran: come possiamo allora essere certi di questa catena di scambi?" Si era udito un suono simile a un borbottio, la nebbia gi in basso si era agitata, e alle narici di Holt era arrivato un profumo simile all'incenso. "Ci andr" aveva dichiarato Holt. "M'imbarcher e andr a vedere." "Allora torna, un giorno, e raccontaci" aveva urlato la nebbia e per la prima volta Holt aveva udito il triste lamento di una sapienza che non sapeva abbastanza. "Ritorna, ritorna. C' tanto da imparare." Il profumo di incenso si era fatto pi penetrante. Quel pomeriggio Holt svaligi tre case a cupola dei Cedran e fece irruzione in altre due. La prima era vuota, fredda e polverosa; la seconda era abitata, ma non da un Cedran. Dopo avere scosso e aperto la porta, era rimasto impietrito dalla sorpresa nel vedere appeso al soffitto un essere etereo e alato dagli occhi ferini, che gli sibilava contro. Non port via niente n da quella cupola n dalla prima, vuota, ma le altre tre effrazioni gli fruttarono un discreto bottino. Verso sera torn nella citt di pietra, risalendo una stretta rampa che portava all'Iride Occidentale, con uno zaino pieno di roba da mangiare sulle spalle. Alla luce pallida del tramonto la citt appariva senza colori, sbiancata, morta. Le mura di cinta erano alte quattro metri e larghe il doppio. Si presentavano come un unico blocco di pietra grigia; l'Iride Occidentale si apriva sul quartiere dei senza imbarco, e pi che una porta di accesso era una breve galleria. Holt l'attravers in fretta e penetr nello stretto vicolo a zigzag che si apriva tra due grossi edifici (che forse non erano edifici) di venti metri di altezza, dalla forma irregolare, privi di porte e di finestre: non era possibile accedervi, se non da qualche passaggio nei livelli inferiori della citt di pietra. Eppure le costruzioni di quel tipo, fatte di blocchi crepati di forma irregolare, erano le pi diffuse nella zona pi orientale della citt di pietra, che ricopriva una superficie di una dozzina di chilometri quadrati. Sunderland ne aveva tracciato una mappa. I vicoli, l, formavano un disperante labirinto, nessuno procedeva in linea retta per pi di dieci metri; osservandoli dall'alto, Holt aveva pensato spesso che assomigliavano a un lampo disegnato da un bambino. Aveva seguito tante volte quel percorso, per, e aveva mandato a memoria la mappa di Sunderland (almeno per quella sezione limitata della citt di pie-

tra). Si muoveva rapido e sicuro, senza incontrare nessuno. Di tanto in tanto, quando si trovava nei punti in cui diversi vicoli s'incrociavano, gettava una rapida occhiata ad altre costruzioni in lontananza. La maggior parte era segnata nella mappa di Sunderland e molte servivano come punti di riferimento. La citt di pietra era composta da un centinaio di parti distinte e in ognuna di esse l'architettura e perfino il materiale di costruzione erano diversi. Lungo le mura di nordovest c'era una giungla di torri di ossidiana addossate l'una all'altra, separate solo da canali asciutti; a sud si estendeva un quartiere di piramidi di pietra rosso sangue; a oriente si allargava un enorme spiazzo di granito assolutamente deserto, con al centro un'unica torre a forma di fungo. C'erano tante altre zone, tutte strane, tutte disabitate. Sunderland aveva disegnato ogni giorno la mappa di qualche isolato, ma il suo lavoro descriveva solo la punta di un iceberg. La citt di pietra si dipanava su vari livelli, e n Holt n Sunderland, come nessuno degli altri, era mai penetrato in quelle gallerie nere e prive d'aria. Era ormai calata l'oscurit quando Holt si ferm in uno dei principali punti di collegamento, un ampio ottagono con una vasca anch'essa ottagonale al centro. L'acqua era stagnante e verde, nemmeno un alito di vento ne increspava la superficie, finch Holt non si chin per lavarsi. Le loro stanze, poco distanti, erano senz'acqua, come tutta quella zona della citt. Sunderland diceva che le piramidi avevano una rete idrica interna, ma vicino all'Iride Occidentale non c'era acqua, a parte quella della vasca pubblica. Dopo essersi tolto la polvere dalla faccia e dalle mani, Holt si rimise in cammino. Lo zaino gli rimbalzava sulla schiena, i suoi passi riecheggiavano nel vicolo, rompendo il silenzio. Non si udivano altri rumori, la notte scendeva rapida. Sarebbe stata buia e senza luna, Holt lo sapeva, come tutte le notti sul crocevia dei mondi. La coltre di nubi persisteva ed era difficile scorgere pi di una mezza dozzina di pallide stelle. Oltre la piazza con la vasca, uno dei grandi edifici era crollato: restava solo un cumulo di pietre frantumate e di sabbia. Holt l'attravers con cautela per raggiungere una costruzione isolata che contrastava con il resto: un'enorme cupola di pietre dorate, simile a quelle dei Cedran, gonfiata a dismisura. Aveva una decina di accessi, raggiungibili da altrettante scalette a chiocciola, e all'interno un alveare di camere. Era la sua casa da quasi dieci mesi standard. Entrando trov Sunderland seduto sul pavimento del locale comune, con le sue mappe sparse tutto intorno. Aveva sistemato i fogli in modo che coincidessero, in una sorta di puzzle; vecchi scarabocchi ingialliti che ave-

va comprato dai Dan'lai e che aveva corretto erano sistemati tra le foto aeree prese dalla Pegasus e i riquadri di argenteo metallo ullish. Il tutto tappezzava il pavimento del locale: ogni tassello era ricoperto dalle linee e dalle note tracciate con precisione da Sunderland, che sedeva al centro con una mappa in grembo e un evidenziatore in mano, gli occhi fissi, l'aria arruffata e decisamente grasso. Ho preso da mangiare disse Holt. Lanci lo zaino che cadde tra le carte, scompigliandone alcune. Sunderland strill: Ah, le carte! Stai attento!. Batt le palpebre, spinse lo zaino da parte e risistem i fogli con cura. Holt attravers la stanza, diretto verso l'amaca che gli faceva da letto, tesa fra due torce a freddo che fungevano da montanti. Per raggiungerla calpest le carte fra le proteste di Sunderland, ma le ignor e si stese sull'amaca. Accidenti a te borbott Sunderland, lisciando i fogli stropicciati. Non puoi stare pi attento? Guard in su e vide che l'amico lo fissava incupito. Che c', Mike? Scusa. Hai scoperto qualcosa oggi? Il tono rendeva la domanda una vuota formalit. Sunderland non ci badava mai e rispose eccitato: Sono arrivato in una zona del tutto nuova, verso sud. Molto interessante. stata chiaramente progettata in modo unitario. C' un pilastro centrale, vedi, fatto di una pietra tenera e verde, circondato da dieci colonne leggermente pi piccole, e poi ci sono questi ponti, be', sono come nastri di pietra, che collegano la cima del pilastro alle colonne. Lo schema si ripete all'infinito. Sotto abbiamo una sorta di labirinto di pareti di pietra che arriva all'altezza della vita. Mi ci vorranno settimane per fare tutti i rilievi. Holt fissava la parete vicina alla sua testa: sulla pietra dorata era segnato il conto dei giorni passati. Un anno, un anno standard, Jeff. Sunderland lo guard perplesso, poi si alz e cominci a raccogliere le sue carte. E a te come andata oggi? domand. Non ce ne andremo mai di qui disse Holt, rivolto pi a se stesso che all'amico. Mai. finita. Sunderland lo interruppe. Piantala, Mike. Se rinunci, lo sai che finirai a rimbecillirti con l'amberlite come Alaina e Takker. La soluzione qui, nella citt di pietra. L'ho sempre saputo. Quando avremo scoperto i suoi segreti, potremo rivenderli agli uomini volpe e ce ne andremo da questo posto. Appena avr finito i miei rilievi...

Holt si gir su un fianco per fissare Sunderland. Un anno, Jeff, un anno. Non li finirai mai, i tuoi rilievi. Puoi disegnare mappe per dieci anni e avrai la carta solo di una parte della citt. E le gallerie? E i livelli pi bassi? Sunderland si pass nervosamente la lingua sulle labbra. In basso. Be', se avessi gli apparecchi di bordo della Pegasus... Non ce li hai, e comunque non funzionerebbero. Non funziona niente nella citt di pietra. Per questo il Capitano atterrato. Quaggi le regole non funzionano. Sunderland scosse la testa e ricominci a radunare le carte. La mente umana in grado di capire qualsiasi cosa. Dammi solo un po' di tempo e trover la soluzione. Potremmo perfino capire i Dan'lai e gli Ullie, se Susie Benet fosse ancora qui. Susie era stata la loro specialista dei contatti, non un granch come linguista, ma un'esperta scadente sempre meglio di niente quando hai a che fare con menti aliene. Susie Benet non c' tagli corto Holt. La sua voce aveva un tono aspro. Si mise a contare sulle dita. Susie sparita con il Capitano. Carlos come sopra. Irai si ammazzata. Ian ha cercato di aprirsi con la forza la strada fuori dalle mura e c' finito dentro. Det, Lana e Maje sono scesi di sotto per cercare il Capitano e sono scomparsi anche loro. Davie Tillman si venduto come ospite di un uovo kresh, e ormai andato anche lui. Alaina e Takker-Rey sono due vegetali, inutili, e non sappiamo che ne stato dei quattro a bordo della Pegasus. Restiamo noi due, Sunderland, tu e io. Fece una smorfia che voleva essere un sorriso. Tu fai le mappe, io rubo ai vermi e nessuno ci capisce niente. finita. Moriremo qui, nella citt di pietra. Non rivedremo mai pi le stelle. Tacque di colpo, come aveva cominciato. Era un discorso insolitamente lungo per Holt: in genere era taciturno, impassibile, forse un po' introverso. Sunderland rimase l in piedi, stupito, mentre Holt si risistemava disperato sull'amaca. Un giorno dopo l'altro riprese Holt e nemmeno uno che abbia un senso. Ti ricordi che cosa diceva Irai? Era mentalmente instabile obiett Sunderland. Lo ha dimostrato al di l dei nostri peggiori incubi. Lei diceva che ci eravamo spinti troppo lontano continu Holt, come se l'amico non avesse parlato. Che sbagliato pensare che tutto l'universo funzioni secondo leggi che possiamo capire. Te lo ricordi? La definiva "la sciocca e arrogante follia umana". Ricordi, Jeff? La sciocca e arrogante

follia umana. Rise. Il crocevia dei mondi era quasi comprensibile. questo che ci ha tratto in inganno. Ma se Irai aveva ragione, dovremmo riuscire a capire. In fondo siamo solo a un passo dal regno degli uomini, no? Pi avanti, magari le leggi cambiano ancora di pi. Non mi piacciono questi discorsi lo interruppe Sunderland. Stai diventando un disfattista. Irai era malata. Alla fine, lo sai, andava alle riunioni di preghiera degli Ul-mennaleith, si sottometteva agli Ul-nayileith e cose del genere. Una mistica, ecco che cos'era diventata. Aveva torto? Certo rispose Sunderland con sicurezza. Holt lo fiss di nuovo. Allora dammi tu una spiegazione, Jeff. Dimmi come uscire di qui. Dimmi che senso ha tutto questo. La citt di pietra. Be', quando avr finito i rilievi... S'interruppe di colpo. Holt si era messo supino e non lo ascoltava pi. Gli ci erano voluti cinque anni e sei imbarchi per attraversare la grande sfera trapuntata di stelle che i Damoosh rivendicavano come propria e penetrare nella fascia di confine al di l di quella. Nel procedere del viaggio aveva consultato altri e pi grandi pozzi di sapienza per raccogliere tutte le informazioni che poteva, ma su ogni nuovo pianeta trovava sempre altri misteri e nuove sorprese. Nelle navi sulle quali si era imbarcato non sempre l'equipaggio era composto da umani: le astronavi umane percorrevano raramente quegli spazi remoti, per questo si era messo al servizio di Damoosh, di Gethsoidi erranti e di altri meno noti meticci. In ogni porto che toccava, comunque, trovava sempre qualche essere umano e aveva cominciato a sentire voci di un secondo impero umano a un mezzo migliaio di anni di distanza, verso il centro della galassia, abitato dai discendenti di una nave vagante e retto da un pianeta splendente chiamato Prester. Su quel pianeta, gli aveva raccontato un rugoso Vess, c'erano citt che galleggiavano sulle nuvole. Holt gli aveva creduto, finch un altro dell'equipaggio non gli aveva detto che Prester era in realt una citt che copriva l'intero pianeta, che sopravviveva grazie ai rifornimenti di una flotta di mercantili pi grandi di tutte le astronavi che l'Impero Federale avesse varato nel corso delle guerre prima del Grande Crollo. Gli aveva anche detto che non erano stati i discendenti di una nave vagante a creare quell'insediamento: glielo aveva dimostrato calcolando quale distanza poteva coprire una nave a sub-luce, partendo da Vecchia Terra agli inizi dell'era interstellare. Secondo lui il nucleo originario era costituito da un plotone dell'Impero Terrestre in fuga da una Mente Hrangan. Holt era rimasto scettico davanti a

quella tesi. Quando aveva sentito una donna sbarcata da un mercantile di Cathaday che sosteneva che Prester era stata fondata da Tomo e Walberg, e che Walberg ne era ancora il capo, aveva lasciato perdere la faccenda. C'erano altre leggende, altre storie che lo attiravano. Come attiravano altri. Aveva conosciuto Alaina su un pianeta senza atmosfera che ruotava intorno a un sole biancazzurro, sotto la cupola dell'unica citt. Era stata lei a parlargli della Pegasus. "Il Capitano l'ha costruita da zero, proprio qui. Faceva il mercante, spingendosi sempre pi avanti, come tutti noi." Gli aveva fatto un sorriso d'intesa, immaginandosi che anche Holt fosse un mercante avventuroso, alla ricerca del colpo grosso. "Poi ha conosciuto un Dan'la, uno di quel popolo che vive ancora pi in l." "Lo so" aveva risposto Holt. "Be', forse per non sai che cosa succede laggi. Il Capitano dice che i Dan'lai hanno conquistato quasi tutte le stelle ullish, ne hai sentito parlare? Bene. Ora, successo perch gli Ul-mennaleith non hanno resistito molto, suppongo, ma anche grazie ai cannoni jumper dei Dan'lai. una nuova invenzione, e il Capitano dice che dimezza, se non di pi, i tempi di percorrenza. I motori normali distorcono la struttura del continuum spaziotemporale per produrre effetti FTL e..." "Sono un motorista" l'aveva interrotta Holt. Ma si era chinato in avanti e l'ascoltava attentissimo. Alaina non era parsa affatto impressionata. "Ah, s?" aveva detto. "Bene, i jumper dei Dan'lai funzionano in una maniera differente: ti inseriscono in un altro continuum e poi ti riportano in quello originale. un modo totalmente diverso di procedere. In parte psionico e si deve mettere questo anello intorno alla testa." "Voi avete un jumper?" l'aveva interrotta Holt. La donna aveva annuito. "Il Capitano ha fatto fondere la sua vecchia nave per costruire la Pegasus, con un jumper che gli hanno venduto i Dan'lai. Sta arruolando un equipaggio proprio adesso e ci sta addestrando." "Dove siete diretti?" Lei aveva accennato un sorriso e i suoi occhi verdi avevano brillato. "Dove? Dentro." Holt si svegli all'alba, si alz senza fare rumore, si vest in fretta e usc ripercorrendo la strada della sera prima, oltre la vasca verde e l'intrico dei

vicoli, oltre l'Iride Occidentale, e attraverso la citt dei senza imbarco. Super il muro con gli scheletri senza alzare lo sguardo. Dentro le pareti antivento, nel lungo corridoio, cominci a tastare le porte. Le prime si scossero ma restarono chiuse. La quinta si spalanc su un ufficio vuoto: non c'erano Dan'lai all'interno. Era una novit. Holt entr cautamente e si guard intorno. Nessuno, niente, non c'erano altre porte. Gir intorno all'ampia scrivania ullish e cominci a rovistare metodicamente, come faceva quando svaligiava le capanne dei Cedran. Sperava di trovare un lasciapassare, un'arma, qualcosa, qualsiasi cosa potesse riportarlo sulla Pegasus. Purch fosse sempre ormeggiata al di l delle mura. Oppure avrebbe potuto trovare un documento d'imbarco. La porta scorrevole si riapr e apparve un Dan'la. Indistinguibile da tutti i suoi simili. Latr e Holt con un salto si allontan dalla scrivania. L'uomo volpe la raggiunse rapido e afferr la sedia. Ladro esclam. Ladro. Ti sparer. Tu sparato. S. Fece battere i denti. No replic Holt, avvicinandosi all'uscita. Se il Dan'la avesse chiamato rinforzi, si sarebbe messo a correre. Sono qui per un imbarco spieg, con scarsa convinzione. Ah! L'uomo volpe congiunse le mani. Diverso. Bene. Holt, chi sei tu? Holt rest muto. Un imbarco, un imbarco, Holt vuole un imbarco cantilen in tono stridulo il Dan'la. Ieri mi hanno detto che in settimana sarebbe arrivata una nave umana. No, no, spiacente. Nessuna nave umana. Non ci sar nessuna nave umana. La settimana prossima, ieri, mai. Capisci? E non abbiamo imbarchi. La nave piena. Non andrai mai al porto senza foglio d'imbarco. Holt si spost pi avanti verso il lato opposto della scrivania. Niente navi la settimana prossima? L'altro scosse la testa. Niente navi. Niente navi. Niente navi umane. Qualche altra, allora. Ho lavorato su navi degli Ullie, per i Dan'lai, per i Cedran. Ve l'ho gi detto: conosco i motori, conosco i vostri jumper. Ti ricordi? Ho le credenziali. Il Dan'la inclin la testa da un lato. S, ma niente imbarchi. Dove aveva gi visto quel gesto? L'aveva fatto uno che aveva incontrato prima? Holt fece per uscire. Aspetta gli ordin l'uomo volpe.

Holt si gir. Niente navi umane la settimana prossima ripet il Dan'la. Niente navi, niente navi, niente navi riprese a cantilenare. Poi s'interruppe di colpo. La nave umana adesso! Holt s'irrigid. Adesso? Vuoi dire che c' una nave umana proprio adesso nell'astroporto? Il Dan'la annu furiosamente. Una carta d'imbarco! Holt era frenetico. Dammela, maledizione! S, s. Un imbarco per te, un imbarco per te. L'uomo volpe tocc qualcosa sulla scrivania, si apr un cassetto ed egli estrasse una pellicola di metallo argenteo e una bacchetta di plastica blu. Nome? Michael Holt. Oh! L'uomo volpe pos la bacchetta, prese il foglio metallico, lo ripose nel cassetto e tuon: Niente imbarco!. Niente imbarco? Nessuno pu averlo due volte. Due? L'uomo volpe annu. Holt ha gi una carta d'imbarco sulla Pegasus. Sulla Pegasus? Altro cenno di assenso. Mi farete passare dalle mura, allora? Posso andare all'astroporto? Il Dan'la annu ancora. Scrivo il pass di Holt. S fece Holt. S. Nome? Michael Holt. Razza? Umana. Pianeta di origine? Ymir. Ci fu un istante di silenzio. Il Dan'la rimase seduto a fissare Holt, con le mani giunte. Poi, improvvisamente, riapr il cassetto, estrasse una pergamena dall'aspetto vetusto, che frusciava toccandola, e riprese la bacchetta. Nome? chiese. Ripet tutte le domande; quando ebbe finito di scrivere, consegn a Holt il foglio, che si sfaldava al tatto. Holt lo prese con cautela. Quegli scarabocchi non gli dicevano niente. Le guardie mi faranno passare con questo? domand scettico. Fino al porto? Fino alla Pegasus? Il Dan'la annu. Holt si volt e usc quasi di corsa.

Aspetta! grid l'uomo volpe. Holt si sent raggelare, ma si gir. Che c'? sibil tra i denti e stava quasi per esplodere di rabbia. Un aspetto tecnico. Ebbene? Il pass, per essere valido, deve essere firmato. Il Dan'la gli fece il suo sorriso tutto denti. Firmato, s, s, firmato dal tuo Capitano. Silenzio. Holt strinse spasmodicamente il pezzo di carta ingiallita e i frammenti svolazzarono sul pavimento. Poi, rapido, senza dire una parola, gli fu addosso. Il Dan'la ebbe appena il tempo di emettere un breve latrato prima che Holt gli afferrasse la gola. Le mani a sei dita si agitarono disperatamente. Holt strinse e il collo si spezz. Gli rimase in pugno un ciuffo di peli rossastri. Rest l in piedi per un tempo indefinito, le mani chiuse, le mascelle serrate. Poi lasci lentamente la presa e il corpo senza vita ricadde all'indietro, contro lo schienale. Nella mente di Holt pass un'immagine delle mura antivento. Corse via. La Pegasus era dotata anche di motori standard, in caso di guasto del jumper: nella sala c'era l'odore familiare del metallo a vista e dei calcolatori. Ma in mezzo c'era il grosso ingombro del jumper fornito dai Dan'lai: un lungo cilindro di vetro metallizzato grande quanto un uomo, montato su un quadro comandi. Il cilindro era pieno a met di un liquido vischioso che cambiava colore di colpo ogni volta che arrivava un impulso di energia dal serbatoio. Intorno c'erano i sedili dei quattro piloti, due per parte. Da un lato sedevano Holt e Alaina, dalla parte opposta Irai, alta e bionda, e Ian MacDonald. Ognuno aveva in testa un anello di vetro pieno dello stesso liquido che si agitava nel cilindro. Alle spalle di Holt c'era Carlos Villareal, alla tastiera principale, che scaricava dati dal calcolatore di bordo. I vari balzi nel continuum spaziotemporale erano gi stati programmati. Avrebbero visto le stelle ullish: cos aveva deciso il Capitano. E Cedris e Huul il Dorato e luoghi ancora pi remoti. Forse perfino Prester e il centro della galassia. La prima tappa era un punto di transito chiamato Greyrest, il grigio ospizio (capiva dal nome che ci dovevano essere gi stati altri umani: il pianeta era segnato sulle carte). Il Capitano aveva sentito dire che laggi c'era

una citt di pietra pi vecchia del tempo. Superata l'atmosfera, i reattori nucleari si erano spenti e Villareal aveva dato l'ordine: "Coordinate inserite, pronti alla navigazione". La voce era sembrata un po' meno sicura del solito: tutta la procedura era nuova. "Jump!" I quattro avevano attivato il jumper. Nel buio colori lampeggianti e migliaia di astri roteanti, e Holt era l in mezzo tutto solo. No! C'era Alaina e anche qualcun altro e tutti si erano fusi e il caos aveva vorticato tutto intorno e grandi ondate grigie si erano schiantate sulla loro testa e i volti erano parsi circondati di fuoco, risate, dissolvenza, dolore, male male male, erano perduti e non c'era pi niente di solido ed erano trascorsi eoni e nessun Holt aveva visto una cosa che bruciava, chiamava, spingeva il nucleo, il nucleo, ed ecco fuori di l Greyrest, ma poi non c'era pi e chiss come Holt lo aveva riportato indietro e aveva urlato ad Alaina e anche lei lo aveva afferrato, e MacDonald e Irai e tutti AVEVANO TIRATO. Erano di nuovo seduti davanti al jumper: Holt si era accorto di avere un dolore al polso, lo aveva osservato e aveva visto che gli avevano infilato un ago nell'avambraccio. L'avevano anche Alaina e gli altri due. Di Villareal non c'era traccia. Si era spalancata la porta ed era apparso il grasso Sunderland che sorrideva e ammiccava. "Grazie al cielo! Siete rimasti senza coscienza per tre mesi. Temevo che non vi sareste pi svegliati." Holt si era tolto l'anello di vetro dalla testa e aveva visto che era rimasta solo qualche goccia del liquido. Poi aveva notato che anche il cilindro del jumper era quasi completamente vuoto. "Tre mesi?" Sunderland si era stretto nelle spalle. " stato terribile. Fuori non c'era niente, niente, e non riuscivamo a risvegliarvi. Villareal ha dovuto farvi da infermiere. Se non fosse stato per il Capitano, non so che cosa sarebbe successo. So quello che aveva detto l'uomo volpe, ma non era affatto scontato che sareste riusciti a tirarci fuori da... chiss dove eravamo." "Siamo arrivati?" aveva domandato MacDonald. Sunderland aveva girato intorno al jumper, aveva raggiunto la tastiera e l'aveva collegata al videodisplay della nave. In mezzo a un oceano nero risplendeva un piccolo sole giallo. Poi una sfera fredda e grigia aveva riempito lo schermo. "Greyrest" aveva detto. "Ho rilevato le coordinate. Siamo arrivati. Il Capitano ha gi inviato un fascio di segnali. Sembra che laggi comandino i

Dan'lai, e ci hanno dato il permesso di atterrare. Ho controllato anche i tempi: tre mesi soggettivi, tre mesi oggettivi, secondo i nostri calcoli." "E facendo lo stesso viaggio con un motore standard?" aveva chiesto Holt. " andata meglio di quanto ci avevano promesso i Dan'lai" aveva risposto Sunderland. "Greyrest si trova a pi di un anno e mezzo rispetto al nostro punto di partenza." Era troppo presto: c'erano forti probabilit che i Cedran non fossero ancora del tutto addormentati, ma Holt doveva correre il rischio. Penetr come al solito nella prima cupola che trov e la saccheggi da cima a fondo, fracassando ogni cosa con una furia frenetica. Per fortuna gli abitanti erano appallottolati e dormivano profondamente. Fuori, sulla via principale, ignor i mercanti dan'lai, nel timore di ritrovarsi davanti lo stesso uomo volpe che aveva appena ammazzato. Scelse invece un banco tenuto da un massiccio Linkellar cieco, con gli occhi sporgenti, simili a palle roteanti, pieni di pus. La creatura cerc comunque di imbrogliarlo, in qualche modo. Scambi tutto quello che aveva rubato con un casco ovoidale di un azzurro trasparente e con un laser funzionante. Il laser lo aveva fatto sussultare: era identico a quello che aveva MacDonald, laggi, sul bordo di Finnegan. Ma funzionava, e questo era ci che contava. La folla si accalcava nell'andirivieni giornaliero lungo le strade della citt dei senza imbarco. Con furia Holt si fece largo fra la gente, diretto all'Iride Occidentale, e riprese un'andatura misurata solo quando ebbe raggiunto i vicoli deserti della citt di pietra. Sunderland era fuori a fare i suoi rilievi. Holt prese un evidenziatore e scrisse sopra una delle carte: AMMAZZATA UNA VOLPE, DEVO NASCONDERMI. VADO SOTTO LA CITT DI PIETRA. L SAR AL SICURO. Poi prese tutte le scorte di cibo rimaste, sufficienti per un paio di settimane o forse pi, se le avesse razionate. Ficc tutto in uno zaino che leg con cura, e usc. Il laser infilato in tasca, il casco appeso al braccio. La galleria pi vicina era a pochi isolati di distanza: una grande rampa a spirale che scendeva sottoterra al centro di un incrocio. Holt e Sunderland erano scesi spesso fino al primo livello, dove arrivava ancora un po' di luce. Anche laggi era scuro, cupo, soffocante; una rete di gallerie intricata come i vicoli in superficie si diramava in ogni direzione. Molti cunicoli

proseguivano verso il basso, e la rampa scendeva ancora con altre diramazioni, pi buia e silenziosa a ogni svolta. Nessuno era sceso sotto il primo livello: chi ci aveva provato, come il Capitano, non era mai pi tornato. Si raccontavano varie storie sull'effettiva profondit della citt di pietra, ma non c'era modo di verificarle: gli strumenti che avevano scaricato dalla Pegasus non avevano mai funzionato sul crocevia. Alla fine del primo giro di trecentosessanta gradi, il primo livello, Holt si ferm e mise il casco azzurro. Gli andava stretto, la visiera gli schiacciava la base del naso e i lati comprimevano fastidiosamente le tempie. Era chiaramente destinato alla testa di un Ul-mennaleith, ma bisognava adattarsi. Aveva quanto meno un'apertura intorno alla bocca che gli permetteva di respirare e di parlare. Attese che il calore del corpo fosse assorbito dal casco, che in breve cominci a emettere una tenue luce azzurra. Prosegu lungo il sentiero a chiocciola avvolto nell'oscurit. La discesa presentava nuove gallerie a ogni curva. Holt continu a camminare, e ben presto perse il conto del livello cui era sceso. Al di l dell'alone di luce del casco c'erano solo buio, nero come la pece, silenzio e un'aria immobile e calda che rendeva sempre pi difficoltoso il respiro. Ma la paura lo spingeva ad andare avanti, e non rallent la marcia. In superficie la citt di pietra era deserta, ma non del tutto: i Dan'lai ci entravano, se dovevano. Solo l sotto sarebbe stato al sicuro. Si ripromise di non uscire dalla rampa a chiocciola, per non correre il rischio di perdersi, come doveva essere successo al Capitano e agli altri. Si erano allontanati, addentrandosi in qualche galleria laterale ed erano morti di fame, non essendo pi riusciti a trovare una via per risalire. Holt no: di l a un paio di settimane sarebbe tornato in superficie e si sarebbe fatto dare da mangiare da Sunderland, forse. Scese lungo la rampa per ore, superando infinite pareti di pietre grigie e informi, su cui si rifletteva la luce bluastra del casco, oltre un migliaio di aperture che si spalancavano ai lati verso l'alto e verso il basso, pronte a inghiottirlo come enormi bocche nere. L'aria si faceva sempre pi rovente rendendogli faticoso respirare. Intorno, solo pietre, eppure nei tunnel sembrava aleggiare un odore greve. Lo ignor. Dopo un certo tempo arriv in un punto dove la rampa a spirale finiva, e si trov davanti a un trivio: tre aperture ad arco e tre scale strette che scendevano ripide in direzioni diverse, cos ricurve che non si vedeva pi in l di qualche metro. I piedi ormai gli dolevano: si mise a sedere, tolse gli sti-

vali, prese una scatola di carne affumicata e cominci a mangiare. Era circondato dall'oscurit, senza pi il rimbombo dei suoi passi, nel pi assoluto silenzio. Se non che... Tese l'orecchio. S, si sentiva qualcosa, un suono vago e distante, una specie di brontolio. Mastic la carne, poi si rimise in ascolto con pi attenzione e dopo un po' decise che i rumori provenivano dalla scala di sinistra. Finito di mangiare, si lecc le dita, infil gli stivali e si alz. Impugn il laser e cominci a scendere piano, cercando di non fare il mimmo rumore. Anche quella scala era a chiocciola, una spirale pi stretta di quella della rampa, senza diramazioni e con gradini molto piccoli. Faceva fatica a svoltare, ma almeno non c'era pericolo di perdersi. A mano a mano che scendeva, il suono si faceva pi forte e dopo un po' si rese conto che non si trattava di un brontolio, ma piuttosto di un ululato. Poco dopo il suono cambi di nuovo. Era difficile da definire, forse gemiti e latrati. La scala faceva una curva ancora pi stretta: Holt la segu e si ferm di colpo. Si trov davanti a una finestra in una costruzione di pietra grigia dalla forma insolita, che si affacciava sulla citt di pietra. Era notte e il cielo era trapuntato di stelle. Pi in basso, vicino a una vasca ottagonale, sei Dan'lai circondavano un Cedran. Ridevano con quei loro rapidi latrati rabbiosi, chiacchieravano tra loro e mordevano il Cedran ogni volta che tentava di muoversi. Pi alto di loro, il grosso verme era intrappolato nel cerchio, confuso e gemente, e ondeggiava di qua e di l. I grandi occhi viola brillavano mentre agitava gli artigli. Uno dei Dan'lai teneva qualcosa in mano: l'apr piano, era un lungo coltello dalla lama seghettata. Ne comparve un secondo e poi un terzo. Tutti gli uomini volpe erano armati. Ridevano tra loro; uno assal il Cedran da dietro, la lama argentea scintill e da un taglio nella carne lattea del Cedran Holt vide scorrere un liquido nero. Si sent un lungo gemito da far gelare il sangue; il verme si gir lentamente mentre il Dan'la balzava indietro: gli artigli si mossero pi veloci di quanto Holt avrebbe mai immaginato. Il Dan'la con il coltello ancora gocciolante fu sollevato in aria e cominci a scalciare. Abbaiava furiosamente, ma l'artiglio scatt e si richiuse, e l'uomo volpe cadde a terra tagliato in due. Gli altri si avvicinarono agitando i coltelli e ghignando: il lamento del Cedran si trasform in un urlo acutissimo. Sferr un secondo colpo con gli artigli e un altro Dan'la precipit senza testa nell'acqua. A quel punto, per, due gli tagliarono i tentacoli mentre un terzo gli trafiggeva il torace molliccio. Tutti i Dan'lai erano in preda a una folle eccitazione: i loro latrati

frenetici superavano l'urlo del Cedran. Holt sollev il laser, mir al Dan'la pi vicino e premette. Usc un fascio rabbioso di luce rossa. Di colpo cal una tenda, impedendo la vista. Holt allung un braccio per scostarla. Dietro c'erano un locale con il soffitto basso e una decina di gallerie che portavano in ogni direzione. Spariti i Dan'lai, sparito il Cedran. Si trovava molto al di sotto della citt, l'unica luce era quella azzurrata del suo casco. Lentamente, in silenzio, Holt raggiunse il centro del locale. Not che met delle gallerie era murata, le altre si aprivano come buchi neri. Da una arrivava un alito d'aria fresca. La percorse per un lungo tratto al buio: alla fine sbuc in una lunga sala piena di una caligine di un rosso brillante, formata da quelle che sembravano minuscole gocce di fiamma. Quell'ambiente si estendeva a destra e a sinistra a perdita d'occhio, con un soffitto alto, rettilineo; la galleria che l'aveva portato fino a l era solo una delle tante che si aprivano ai lati, di forma e dimensioni diverse, ma tutte nere come la morte. Holt fece un passo dentro quella nebbia rossastra, poi si gir e con il laser fece un segno sul pavimento di pietra della galleria alle sue spalle. Prosegu lungo la sala superando una serie infinita di tunnel. La nebbia era densa, ma era possibile attraversarla con lo sguardo e Holt vide che tutto quell'immenso locale era vuoto, almeno fin dove poteva vedere. Non riusciva per a individuarne le due estremit e i suoi passi non facevano alcun rumore. Cammin a lungo, quasi in trance, ormai dimentico della paura. Poi, di colpo, molto pi avanti, spunt una luce bianca. Holt si mise a correre, ma la luce era scomparsa prima che avesse percorso met della distanza verso la galleria. Qualcosa per lo spingeva a continuare. L'imboccatura della galleria, quando Holt l'ebbe varcata, era un arco alto, pieno solo di buio. Dopo pochi metri c'era una porta: Holt si ferm. L'arco si apriva su un alto cumulo di neve e su un bosco di alberi grigio ferro, uniti fra loro da fragili ragnatele di ghiaccio, talmente sottili che bastava un respiro per scioglierle o spezzarle. Gli alberi non avevano foglie, ma da aperture sotto ogni ramo facevano capolino fiori di un azzurro intenso. Nella gelida oscurit brillavano le stelle. Holt vide ergersi, all'orizzonte lontano, la staccionata di legno e i parapetti di pietra, la struttura sconnessa e contorta della Vecchia Dimora. Rest immobile a lungo, a osservare e ricordare. Cominci a soffiare un

vento pungente e una folata di neve attravers l'arco, facendolo rabbrividire. Holt si volt per tornare nella sala della caligine rossa. All'uscita dalla galleria c'era ad aspettarlo Sunderland, per met avvolto da quella nebbia che assorbiva i rumori. Mike! gli disse in un tono di voce normale, ma alle orecchie di Holt arriv solo un sussurro. Devi tornare indietro. Ho bisogno di te. Non posso fare le mie prospezioni se non procuri il cibo a me, Alaina e Takker... Devi tornare! Holt scosse la testa. La nebbia si addensava e formava spirali, la figura massiccia di Sunderland ne fu ricoperta e resa sfocata: alla fine Holt riusc appena a distinguerne il profilo. Poi la nebbia si dirad e Sunderland non era pi l: al suo posto c'era il boss del Capannone. La creatura stava eretta, in silenzio, i bianchi tentacoli si agitavano in cima alla vescica sul torso, e aspettava. Anche Holt aspettava. Dall'altra parte della sala una luce improvvisa si accese all'interno di una galleria. Le due attigue cominciarono a illuminarsi, poi le due pi in l. Holt guard a destra e a sinistra. Su entrambi i lati della sala partivano da lui onde silenziose, e a poco a poco tutti i portali si accesero: qua uno rosso cupo, l un alone biancazzurro, qui un amichevole giallo sole. Il boss si gir faticosamente e cominci ad arrancare lungo la sala. I rotoli di grasso nero bluastro rimbalzavano e sussultavano mentre avanzava, ma la caligine attenuava l'odore muscoso. Holt lo segu, sempre stringendo in mano il laser. Il soffitto era pi alto e Holt not che anche le porte di accesso erano pi grandi. Da una galleria spunt un essere screziato simile al boss, che attravers la sala ed entr in un'altra galleria. Si fermarono davanti a un'imboccatura rotonda e nera, alta il doppio di Holt. Il boss aspettava; Holt, con il laser spianato, entr. Si trov davanti a un'altra finestra o forse a un videodisplay; dalla parte opposta del buco rotondo di cristallo c'era un caos di urla e convulsioni. Rimase per un po' a fissarlo, e proprio quando cominciava a fargli male la testa quel movimento frenetico si solidific, se si poteva definire solida quella vista. Al di l del buco c'erano quattro Dan'lai seduti, con anelli jumper intorno alla fronte e un cilindro davanti a loro. Se non che... se non che... l'immagine era sfocata. Spettri, c'erano spettri, altre immagini che quasi si sovrapponevano alle prime, ma non del tutto, non completamente. Poi Holt vide una terza immagine, e una quarta, e improvvisamente quello che vedeva si spezz come se l'osservasse attraverso una serie infinita di specchi. Lunghe file di Dan'lai sedevano l'una sopra l'altra, confondendosi l'una con l'altra, rim-

picciolendo sempre di pi fino ad annullarsi. All'unisono... no, quasi all'unisono (perch qui un'immagine non si muoveva insieme al suo riflesso e l un'altra annaspava), si tolsero gli anelli jumper vuoti, si guardarono e cominciarono a ridere. Un riso folle, quel latrato acuto: ridevano, ridevano e Holt ebbe l'impressione che nei loro occhi ardesse la follia. Tutti (o, meglio, quasi tutti) inarcavano le spalle esili e sembravano pi feroci e animaleschi che mai. Se ne and. Nella sala il boss lo aspettava paziente. Holt lo segu ancora. Adesso c'erano altri esseri nella sala: Holt vide che si muovevano da una parte e dall'altra nella caligine rossastra. Sembrava che per lo pi fossero creature simili al boss, ma non erano le sole. Holt not un unico Dan'la, smarrito e spaventato, che continuava a sbattere contro le pareti. C'erano esseri un po' angeli e un po' aquiloni che volteggiavano silenziosi nell'aria, c'era qualcosa di lungo e sottile circondato da veli di luce lampeggiante, c'erano presenze che egli, pi che vedere, intuiva. Not creature dalla pelle lucente e dagli splendidi colori, con alti collari di ossa e carne, e animali sottili e sensuali che balzellavano alle loro caviglie e avanzavano con fluidi movimenti su quattro zampe. Avevano una pelle morbida e grigia, occhi liquidi e strane facce da esseri pensanti. Poi gli parve di vedere un uomo dalla carnagione scura e molto dignitoso, con divisa e berretto da navigatore. Holt s'irrigid e si mosse verso quell'apparizione, ma la nebbia lucente lo offusc e lo perse di vista. Si guard intorno: era sparito anche il boss del Capannone. Cerc nella galleria pi vicina: era un arco, come il primo. Al di l c'era una terrazza che si affacciava su un territorio aspro e arido, uno spiazzo pavimentato di mattoni attraversato da una grossa crepa. In mezzo a quella desolazione sorgeva una citt con le mura di gesso bianco e edifici squadrati. Era una citt morta, ma Holt la conosceva, in qualche modo: Cain gli aveva raccontato spesso di come i Hrangan costruivano le citt nei territori devastati dalle guerre tra Vecchia Terra e la Frangia. Con un po' di esitazione Holt tese una mano oltre l'arco, poi la ritir rapidamente. Al di l c'era un forno; non era un panorama, come del resto quello di Ymir. Ritorn nella sala e si ferm, cercando di ragionare. La sala si estendeva all'infinito nelle due direzioni; esseri che non aveva mai visto si incrociavano nella nebbia, in un silenzio mortale, senza quasi notare la presenza degli altri. Il Capitano era laggi, ne era certo, e c'erano Villareal, Susie Benet e forse anche gli altri... o forse erano stati laggi e adesso si trova-

vano altrove. Forse tutti avevano visto i mondi da cui provenivano chiamarli da un arco di pietra, forse avevano provato a raggiungerli e non erano pi tornati. Una volta superati gli archi, si chiese Holt, come si faceva a tornare indietro? Ricomparve il Dan'la, che ormai si trascinava, e Holt not quanto fosse vecchio. Da come avanzava si capiva che era completamente cieco, eppure... gli occhi sembravano sani. Poi Holt cominci a osservare gli altri e si decise a seguirli. Molti uscivano attraverso gli archi e raggiungevano davvero i paesaggi che si presentavano alla vista. I paesaggi... vide i mondi ullish in tutto il loro stanco splendore, con gli Ul-mennaleith che si radunavano a celebrare i loro culti... vide la notte senza stelle di Darkdawn, al margine superiore della Frangia, con sotto i sognatori del pianeta che vagavano... e Huul il Dorato (esisteva, dopotutto, anche se non era all'altezza delle aspettative)... e le navi fantasma dal centro della galassia, e gli esseri urlanti dei pianeti neri del Braccio Lontano, e le antiche razze che avevano rinchiuso i propri mondi entro sfere, e migliaia di mondi mai nemmeno sognati. Smise di seguire i viaggiatori silenziosi e cominci a vagabondare da solo: scopr che le vedute oltre gli archi cambiavano. Fermo davanti a una porta rettangolare che si apriva sulle pianure di ai-Emerel, pens per un momento al vecchio Cain, che aveva navigato tanto ma non abbastanza. Davanti a lui si ergevano le torri degli Emereli e volle vederle pi da vicino: di colpo nell'apertura della porta se ne stagli una. Ritrov al suo fianco il boss, che improvvisamente si era materializzato, pi rapido di come faceva al Capannone, e Holt fiss quel volto senza lineamenti. Poi pos il laser, tolse il casco (che non emanava pi luce, stranamente, come aveva fatto a non accorgersene?) e usc. Era su una terrazza; un vento gelido gli sferzava il volto, alle sue spalle c'era una parete nera di metallo emereli e davanti un tramonto dai riflessi arancioni. All'orizzonte si stagliavano altre torri e Holt sapeva che ognuna era una citt con un milione di abitanti, ma da l sembravano solo lunghi aghi scuri. Un mondo. Il mondo di Cain. Eppure doveva essere molto cambiato da quando narKarmian l'aveva visto l'ultima volta, duecento anni prima. Si chiese quanto. Non importava, l'avrebbe scoperto presto. Si volt per rientrare e si ripromise di ritornare presto in superficie, a prendere Sunderland, Alaina e Takker-Rey. Per loro, forse, laggi tutto sarebbe stato buio e terrore, ma Holt adesso poteva guidarli fino a casa. S,

l'avrebbe fatto. Ma non subito. Prima voleva vedere ai-Emerel, Vecchia Terra e gli uomini manipolati di Prometheus. S, poi sarebbe tornato. Pi tardi, un po' pi tardi. Il tempo scorre lentamente nella citt di pietra, soprattutto sottoterra, dove i Costruttori avevano intrecciato le reti dello spazio-tempo. Ma scorre, comunque, inesorabile. I grandi edifici grigi, ormai, sono tutti in rovina, le torri a fungo sono crollate, le piramidi ridotte in polvere. Delle mura antivento erette dagli ullish non rimane traccia, da millenni non atterrano pi navi. Gli Ul-mennaleith rimasti sono pochi; stranamente diffidenti, girano con animali corazzati alle caviglie; i Dan'lai si sono dispersi, travolti da una violenta anarchia dopo un millennio di balzi tra le stelle; i Kresh sono scomparsi; i Linkellar sono ridotti in schiavit; le navi fantasma sono ancora silenziose. Fuori di l, i Damoosh sono una razza in estinzione, anche se i pozzi di sapienza esistono ancora e riflettono, in attesa di domande che nessuno fa pi. Nuove razze attraversano mondi stanchi; quelle antiche avanzano e cambiano. Nessun uomo mai arrivato al centro della galassia. Il sole del crocevia dei mondi si oscura. Nelle gallerie deserte sotto le rovine, Holt vaga ancora da una stella all'altra. "The Stone City" copyright 1977 by George R.R. Martin. From "New Voice in Science Fiction" (Macmillan, 1977). FIORAMARI Quando alla fine lui mor, Shawn si accorse con vergogna che non sarebbe nemmeno riuscita a seppellirlo. Non aveva attrezzi per scavare, solo le mani, il coltello a lama lunga assicurato alla coscia e quello piccolo infilato nello stivale. Comunque non sarebbero serviti. Sotto la rada coltre di neve, il terreno gelato era duro come pietra. Lei aveva sedici anni (secondo il conto del tempo dei suoi genitori) e per met della sua vita il terreno era rimasto ghiacciato. Era Pieninverno e il gelo copriva il mondo. Pur sapendo che era inutile prima ancora di cominciare, prov comunque a scavare. Scelse un punto a pochi metri dalla rozza tettoia che aveva costruito come riparo per loro due, ruppe la sottile crosta di neve e la spazz via con le mani, poi inizi a colpire il terreno gelato con il coltello pi

piccolo. La terra, per, era pi dura dell'acciaio. La lama si spezz e la ragazza rimase a fissarla disperata: sapeva quanto fosse prezioso quel coltello e sapeva anche che cosa le avrebbe detto Creg. Allora cominci a graffiare quel suolo insensibile, piangendo, finch le dita le fecero male e le lacrime si gelarono sotto la maschera. Non era giusto lasciarlo senza sepoltura: le aveva fatto da padre, da fratello, da amante, era sempre stato buono con lei, e lei lo aveva sempre tradito. E adesso non poteva nemmeno dargli una tomba. Alla fine, non sapendo che altro fare, lo baci per l'ultima volta. Il ghiaccio gli ricopriva la barba e i capelli, e il viso era innaturalmente contorto per il dolore e il freddo, ma era comunque la sua famiglia. Fece cadere la tettoia sul suo corpo, nascondendolo sotto una rozza bara di rami e di neve. Era inutile, ne era convinta: i vampiri e i lupi del vento se ne sarebbero sbarazzati facilmente e avrebbero azzannato le sue carni. Ma non poteva abbandonarlo cos, senza una protezione. Gli mise ai fianchi gli sci e il grosso arco di legnargento con la corda spezzata dal gelo, ma tenne con s la spada e il pesante mantello di pelliccia: non erano un peso eccessivo da aggiungere al suo zaino. Lo aveva assistito per quasi una settimana, dopo che il vampiro lo aveva ferito, e in tutti quei giorni senza lasciare mai il riparo le scorte si erano quasi completamente esaurite. Adesso contava di viaggiare leggera e veloce. Si infil gli sci accanto alla rozza tomba che aveva fatto per lui, gli diede l'estremo addio e punt le racchette. Si lanci sulla neve nel tremendo silenzio del bosco, in Pieninverno, verso casa, verso il focolare e la famiglia. Era appena passato mezzogiorno. Al calar della sera si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta. Era pi calma ora, pi razionale. Si era lasciata alle spalle, insieme al corpo di lui, il dolore e la vergogna, come le era stato insegnato. Intorno, tutto era silenzio e gelo, ma quelle ore sugli sci l'avevano lasciata accaldata, quasi sudata sotto gli strati di cuoio e di pelliccia. I pensieri nella sua mente avevano la limpida chiarezza dei ghiaccioli che pendevano dai rami spogli e contorti degli alberi che la circondavano. Mentre la notte stendeva il suo manto scuro sul mondo, lei cerc riparo dal lato sottovento del pi grande di quegli alberi, un enorme tronco di tre metri di diametro con la corteccia nera. Distese il mantello di pelliccia sulla terra nuda e si rimbocc la cappa di maglia come coperta per difendersi dal vento che si stava alzando. Appoggi la schiena al tronco e, con il coltello sotto la cappa, caso mai ne avesse avuto bisogno, dorm un sonno

breve e vigile, svegliandosi in piena notte per riflettere sui propri errori. Il cielo era pieno di stelle: le intravedeva attraverso i rami neri e spogli sopra di lei. Tra gli astri dominava il Carro di Ghiaccio, che portava il freddo nel mondo, come aveva sempre fatto da quanto Shawn aveva memoria. Gli occhi azzurri del cocchiere la fissavano dall'alto, irridenti. Era stato il Carro di Ghiaccio che aveva ucciso Lane, pens amareggiata. Non il vampiro. Il vampiro lo aveva ridotto male quella notte, quando la corda dell'arco si era spezzata mentre cercava di difendersi con le frecce. Ma in un'altra stagione, grazie alle cure di Shawn, sarebbe sopravvissuto: il Pieninverno non gli aveva lasciato scampo. Il freddo si era insinuato in tutte le difese che la ragazza gli aveva fornito; aveva prosciugato Lane di tutta la sua forza, di tutta la sua fierezza; l'aveva ridotto a un ammasso bianco e rattrappito, torpido e pallido, con le labbra bluastre. Infine il cocchiere del Carro di Ghiaccio ne aveva reclamato l'anima. E si sarebbe preso anche la sua, ne era certa. Avrebbe dovuto abbandonare Lane al proprio destino. Creg l'avrebbe fatto e anche Leila... tutti. Non c'era mai stata speranza che sopravvivesse, non in Pieninverno. Nessuno sopravviveva. Gli alberi erano stentati e spogli in quella stagione, l'erba e le foglie morivano, gli animali si congelavano o si rintanavano sottoterra a dormire. Perfino i lupi del vento e i vampiri smagrivano e diventavano pi aggressivi, e molti morivano di fame prima del disgelo. Avrebbe fatto quella fine anche lei. Erano ormai in ritardo di tre giorni e avevano gi razionato i viveri quando il vampiro li aveva attaccati. Dopo Lane si era indebolito molto: al quarto giorno le sue razioni erano finite e Shawn, senza dirglielo, aveva cominciato a dargli parte del proprio cibo. Gliene restava pochissimo ormai, e Carinhall, la salvezza, distava ancora quasi due settimane a tappe forzate. In Pieninverno equivalevano a due anni. Raggomitolata sotto la cappa, pens per un attimo di accendere un fuoco. Ma il fuoco avrebbe attirato i vampiri: avvertivano il calore a tre chilometri di distanza. Si sarebbero avvicinati furtivamente, silenziosi, tra gli alberi, ombre scarne e scure, pi alte di Lane, con la pelle flaccida che ricadeva sugli arti scheletrici come un mantello scuro, nascondendo gli artigli. Forse, se fosse rimasta sdraiata ad aspettare, avrebbe potuto coglierne uno di sorpresa. Un vampiro adulto sarebbe bastato a nutrirla fino all'arrivo a Carinhall. Si dilett con quell'idea nel buio e l'abbandon con una certa riluttanza. I vampiri corrono sulla neve alla velocit di una freccia e quasi senza toccare il terreno: di notte era praticamente impossibile vederli. Lo-

ro, invece, l'avrebbero vista benissimo, sentendo il calore del suo corpo. Un fuoco acceso le avrebbe garantito solo una morte rapida e relativamente poco dolorosa. Rabbrivid e strinse ancora di pi il manico del coltello, per rassicurarsi. D'un tratto le sembr che dietro ogni ombra si nascondesse un vampiro e nel sibilo del vento le parve di riconoscere il sordo sbatacchiare della pelle flaccida di una di quelle bestie in corsa. Poi le arriv alle orecchie un altro suono, pi forte e molto reale, un sibilo furioso e acuto che Shawn non aveva mai sentito. E d'improvviso l'orizzonte fu soffuso di luce, un guizzo di spettrali radiazioni blu che disegn il profilo degli spogli scheletri della foresta e lampeggi vistosamente nel cielo. Shawn fece un profondo respiro, una boccata di ghiaccio gi per la gola, e balz faticosamente in piedi, temendo un improvviso attacco. Ma non c'era niente. Intorno tutto era freddo, nero, morto; solo quella luce era viva e baluginava in lontananza, quasi le inviasse un segnale. Rimase vari minuti a guardarla, ripensando al vecchio Jon e alle storie spaventose che raccontava ai bambini riuniti intorno al grande cuore di Carinhall. "Ci sono cose peggiori dei vampiri" diceva. Ricordandolo, Shawn si sent ritornare bambina, accoccolata sulla spessa pelliccia, con la schiena rivolta al fuoco, ad ascoltare Jon che raccontava storie di spettri e di ombre viventi, di famiglie cannibali che abitavano in grandi castelli fatti di ossa. Improvvisamente com'era apparsa, la strana luce sbiad e si spense, e con essa cess anche il sibilo acuto. Shawn, per, aveva memorizzato il punto dove era apparsa. Raccolse lo zaino, si avvolse nel mantello di Lane per sentire meno freddo e cominci a infilarsi gli sci. Non era pi una bambina ormai, si disse, e quella non era la luce di una danza di fantasmi. Qualsiasi cosa fosse, per lei poteva rappresentare l'ultima possibilit di salvezza. Afferr le racchette e si mosse in quella direzione. Viaggiare di notte era quanto mai pericoloso, lo sapeva bene. Creg glielo aveva ripetuto centinaia di volte, e anche Lane. Al buio, sotto la tenue luce delle stelle, era facile sbagliare strada, rompere uno sci, fratturarsi una gamba o peggio. Inoltre il movimento generava calore, e il calore attirava i vampiri dal profondo del bosco. Sarebbe dovuta restare sdraiata fino all'alba, quando i predatori notturni si ritirano nelle loro tane. Tutta la sua esperienza, tutto quello che aveva imparato, tutto il suo istinto glielo ripetevano. Ma era Pieninverno e a stare fermi il freddo mordeva anche attraverso la pelliccia pi calda. Lane era morto, lei aveva fame e quella luce era sembrata vicinissima, tanto vicina da far male. Cos la segu, avanzando

lentamente, con prudenza, e fu come se quella notte lei fosse protetta da un incantesimo. Il terreno era piatto, benevolo con lei, quasi gentile, il manto nevoso abbastanza uniforme di modo che una radice o un sasso non potessero prenderla di sorpresa e farla cadere. Dal buio della notte non sbucarono neri predatori e l'unico suono che si sentiva era quello che faceva lei muovendosi, il leggero scricchiolio della neve ghiacciata sotto gli sci. A mano a mano che procedeva, il bosco diventava sempre pi rado e dopo un'ora ne era uscita, e si era trovata in una landa desolata, piena di blocchi di pietra sparsi a terra e di rottami di ferro arrugginiti e contorti. Sapeva che cosa erano: aveva gi visto altre volte i ruderi di palazzi e case dove erano vissute e morte tante famiglie, e che poi erano crollati. Ma non aveva mai visto rovine cos grandi. La famiglia che aveva abitato in quel luogo, chiss quanto tempo prima, doveva essere stata molto numerosa: i resti delle case si estendevano su una superficie pari a cento volte quella di Carinhall. Si fece strada con attenzione tra le macerie dei muri ricoperte di neve. Arriv due volte alla base di costruzioni che parevano quasi integre e tutt'e due le volte prese in considerazione l'idea di cercare riparo tra quelle antiche mura di pietra, ma al loro interno non c'era niente che avrebbe potuto emettere quella luce, cos, dopo una breve ispezione, prosegu. Il corso d'acqua che incontr di l a poco la blocc per un certo tempo. Dall'alto argine dove si era fermata riusc a scorgere i resti di due ponti che una volta univano le rive opposte dello stretto canale, ma erano crollati entrambi da chiss quanto tempo. Il fiume, per, era ghiacciato, per cui non avrebbe avuto problemi ad attraversarlo. In Pieninverno la lastra di ghiaccio era spessa e compatta, e non c'era pericolo che si spezzasse facendola cadere in acqua. Mentre risaliva a fatica sull'argine opposto, vide il fiore. Era molto piccolo, con un grosso gambo nero che spuntava tra due sassi vicino alla riva del fiume. Nel buio della notte non sarebbe mai riuscita a vederlo, ma una delle racchette aveva spostato uno dei sassi coperti di ghiaccio mentre saliva arrancando, e il rumore le aveva fatto volgere lo sguardo proprio in quel punto. Sorpresa, afferr entrambe le racchette con una mano e con l'altra frug tra le pieghe degli abiti cercando un fiammifero. Si arrischi ad accenderlo, la fiammella dur poco ma fu sufficiente. Shawn lo vide. Un fiore, piccolo, minuscolo, con quattro petali azzurri, la stessa tonalit con sfumature pi chiare delle labbra di Lane poco prima che morisse. Un fiore l, vivo, sbocciato nell'ottavo anno di Pieninverno, quando tutto nel

mondo era morto. Shawn pens che non le avrebbero mai creduto, a meno che non avesse portato con s la prova fino a Carinhall. Tolse gli sci e cerc di cogliere il fiore. Fu un tentativo vano, come lo era stato quello di seppellire Lane. Il gambo era resistente come filo di ferro. Fece forza per vari minuti, poi, quando si rese conto di non riuscirci, cerc di ricacciare indietro le lacrime. Creg le avrebbe dato della bugiarda, della visionaria, l'avrebbe presa a male parole come faceva sempre. Alla fine, per, riusc a non piangere. Lasci il fiore dov'era e si arrampic fino alla cima dell'argine. Arrivata lass, si ferm. Sotto di lei, per metri e metri, c'era un campo interamente vuoto. In certi punti si erano ammucchiati grossi cumuli di neve, in altri sassi nudi e piatti, esposti al vento e al gelo. Nel mezzo sorgeva l'edificio pi strano che Shawn avesse mai visto, un'enorme lacrima tondeggiante, appollaiata sotto la luce delle stelle come un animale su tre zampe nere. Le zampe erano ricurve sotto la struttura, flesse e con le giunture ghiacciate: pareva un animale pronto a spiccare un balzo verso il cielo. Le zampe e l'edificio erano completamente ricoperti di fiori. I fiori erano dappertutto, not Shawn quando distolse lo sguardo dalla costruzione abbastanza a lungo per guardare. Spuntavano, isolati o a grappoli, dalle crepe del terreno, circondati dalla neve e dal ghiaccio, creando colorate isole di vita nella candida immobilit del Pieninverno. Cammin tra i fiori, tenendosi rasente alla struttura, fino a trovarsi accanto a una delle zampe: tese una mano inguantata per sfiorare incuriosita il giunto. Era di metallo: metallo, ghiaccio e fiori, come tutto il resto. Dove poggiavano le zampe, la roccia sottostante s'era incrinata formando centinaia di crepe, come se fosse stata sottoposta a un colpo fortissimo. Dalle fessure spuntavano viticci, neri e contorti, che si avvolgevano ai fianchi dell'edificio come ragnatele tessute da un ragno dell'estate. I fiori sbocciavano da quei tralci: osservandoli pi da vicino, Shawn si accorse che non erano affatto come il piccolo fiore che aveva scoperto in riva al fiume. Boccioli di vari colori, alcuni grossi come la sua testa, crescevano dappertutto in una profusione selvaggia, come se non fossero consapevoli che era Pieninverno, quando avrebbero dovuto essere anneriti e morti. Stava girando intorno alla costruzione in cerca di un'entrata, quando un rumore le fece voltare la testa verso il crinale. Un'ombra sottile guizz per un istante sulla neve e parve svanire nel nulla. Shawn ebbe un fremito e si nascose in fretta, appoggiando la schiena al-

la grande zampa pi vicina, poi lasci cadere tutto a terra e impugn con la sinistra la spada di Lane e con la destra il suo coltello, quindi rest immobile, maledicendosi per avere acceso quel fiammifero, quello stupido, insulso fiammifero, mentre ascoltava il flap-flap-flap mortale che avanzava su piedi artigliati. Si rese conto che era troppo buio, la sua mano scatt, ma l'ombra le piomb comunque addosso lateralmente. Il coltello sfrecci in quella direzione, di punta e di taglio, ma riusc solo a sfiorare il mantello di cute del vampiro, che lanci un grido di trionfo e la scaravent a terra. Shawn si accorse di sanguinare: sentiva un peso sul petto e qualcosa di nero e coriaceo le gravava sugli occhi. Cerc di colpirlo con il coltello, ma si rese conto di non averlo pi in mano. Lanci un urlo. Poi il vampiro grid e lei sent un'esplosione di dolore alla tempia: aveva sangue negli occhi, sangue in gola che la soffocava, sangue, sangue e nient'altro... Era azzurro, tutto azzurro, lieve, cangiante. Un azzurro chiaro che danzava, come quella luce spettrale che aveva sfavillato in cielo. Un azzurro tenue, come quello del piccolo fiore, dell'improbabile bocciolo sulla riva del fiume. Un azzurro freddo, come quello degli occhi del cocchiere del Carro di Ghiaccio, come le labbra di Lane quando l'aveva baciato per l'ultima volta. Azzurro, azzurro che si muoveva e non stava mai fermo. Tutto pareva confuso, irreale. C'era l'azzurro. Per tanto tempo, solo l'azzurro. Poi la musica. Una musica indistinta, una musica in qualche modo azzurra, strana, acuta e fugace, tristissima, solitaria, vagamente erotica. Una ninnananna, come quella che le cantava Tesenya, quando Shawn era piccola, prima che la vecchia perdesse le forze e si ammalasse e che Creg la mandasse fuori a morire. Tanto tempo era trascorso da quando Shawn aveva ascoltato quel canto: tutta la musica che conosceva era quella che facevano Creg con la sua arpa e Rys con la chitarra. Si sent fluttuare rilassata, le gambe e le braccia trasformate in acqua, un'acqua pigra, anche se sapeva che era Pieninverno e che poteva esserci solo ghiaccio. Sent mani morbide che la toccavano, le sollevavano la testa, le toglievano la maschera cos quel calore azzurro le accarezz le guance, poi scendevano gi, gi, le scioglievano i vestiti, le toglievano pelliccia e gli indumenti, la cintura, il giustacuore, i pantaloni. Avvert un fremito sulla pelle. Galleggiava. Tutto era caldo, molto caldo, e quelle mani le percorrevano ogni parte del corpo ed erano cos gentili, com'erano quelle di mam-

ma Tesenya, com'erano a volte quelle di sua sorella Leila o di Devin. Come quelle di Lane, pens, e quel pensiero piacevole la confort e la spron allo stesso tempo, e se lo tenne stretto. Era insieme a Lane, era al sicuro, al caldo e... rivide il volto di lui, l'azzurro delle labbra, il ghiaccio sulla barba dove gli si era gelato il fiato, il dolore che lo straziava e gli faceva contrarre il volto come una maschera. Ricord e di colpo si sent affogare dentro l'azzurro, si sent soffocare, lottare, urlare. Le mani la sollevarono e una voce sconosciuta sussurr qualcosa in una lingua che lei non capiva. Una tazza fu avvicinata alle sue labbra. Apr la bocca per urlare ancora, invece cominci a bere. Era un liquido caldo, dolce e profumato, riconobbe alcune spezie, ma altre non sapeva identificarle. T, pens, e le sue mani tolsero la tazza alle altre mani e bevve a grandi sorsate. Era in una camera piccola e buia, su un letto, appoggiata a un cuscino; i suoi abiti erano ammucchiati l accanto. Nell'aria fluttuava un vapore azzurro proveniente da un bastoncino acceso. Una donna era inginocchiata al suo fianco; indossava un abito fatto con pezzi di stoffa di vari colori; due occhi grigi la fissavano calmi da sotto la capigliatura pi folta e scompigliata che Shawn avesse mai visto. Tu... chi... La donna le carezz la fronte con una mano candida e morbida. Carin le disse con voce chiara. Shawn annu lentamente, chiedendosi chi fosse quella donna e come facesse a conoscere il nome della sua famiglia. Carinhall aggiunse la donna, e i suoi occhi sembravano divertiti e anche un po' tristi. Lin, Eris e Caith. Me li ricordo, bambina. Beth, la Voce di Carin, era cos dura. E Kaya, Dale e Shawn. Shawn? Sono io Shawn. Ma la Voce di Carin Creg... La donna fece un vago sorriso continuando ad accarezzarle la fronte. La sua mano era molto morbida. Shawn non aveva mai sentito niente di cos soffice. Shawn il mio amore disse la donna. La incontro ogni nove anni al Raduno. Shawn la fiss confusa. Cominciava a ricordare: la luce azzurra nel bosco, i fiori, il vampiro. Dove sono? domand. Sei in un posto in cui non ti saresti mai sognata di arrivare, bambina Carin rispose la donna, sorridendo della sua battuta. La ragazza not che le pareti della stanza mandavano scuri riflessi metallici. L'edificio! esclam. L'edificio con le zampe, tutti i fiori... S.

E tu chi sei? Sei tu che hai fatto la luce? Ero nel bosco, Lane era morto e avevo quasi finito il cibo, poi ho visto la luce azzurra... Era la mia, bambina Carin, mentre venivo gi dal cielo. Ero cos lontana, oh s, lontanissima, in luoghi di cui non hai mai sentito parlare, ma sono tornata. D'un tratto la donna si alz in piedi e cominci a volteggiare, e il suo abito sgargiante svolazz e brill, mentre il fumo azzurro le faceva da aureola. Io sono la strega, quella da cui ti dicevano di guardarti a Carinhall, bambina grid esultante, continuando a roteare finch, presa da un capogiro, si lasci cadere accanto al letto. Nessuno aveva mai parlato di una strega a Shawn, che pi che spaventata era incuriosita. Sei tu che hai ucciso il vampiro? le chiese. Sono una maga fu la risposta. Sono una maga e so fare magie, vivr per sempre. E anche tu vivrai per sempre, bambina Carin, Shawn, quando te l'avr insegnato. Potrai viaggiare con me e io t'insegner tutte le magie, ti racconter tante storie e potremo amarci. Tu sei gi il mio amore, sai? Lo sei sempre stata, al Raduno. Shawn, Shawn. Sorrise. No disse la ragazza. Era un'altra persona. Sei stanca, bambina. Il vampiro ti ha fatto male e non ti ricordi. Ma la memoria ti torner presto, vedrai. Si alz, attravers la stanza, spense il bastoncino con la punta delle dita, fece tacere la musica. Mentre la donna le dava le spalle, Shawn vide che i capelli le scendevano quasi fino alla vita, tutti arricciati e aggrovigliati, e mentre lei si muoveva si agitavano ribelli come le onde in mezzo al mare. Lei aveva visto il mare anni prima, quando non era ancora arrivato il Pieninverno, e se lo ricordava. La donna abbass le luci, non si sa come, e al buio disse alla ragazza: Adesso riposati. Con la mia magia ti ho fatto andare via il dolore, ma potrebbe tornare. In quel caso, chiamami. Ho altre magie. Shawn si sentiva molto insonnolita. S sussurr docilmente, ma quando la donna fece per andarsene, la richiam. Aspetta. La tua famiglia, madre. Dimmi chi sei. La donna si ferm, incorniciata da una luce gialla, una silhouette indefinita. La mia famiglia grandissima, bambina. Le mie sorelle sono Lilith, Marcyan, Erika Stormjones, Lamiya-Bailis e Deirdre d'Allerane. Kleronomas, Stephen Cobalt Northstar, Tomo e Walberg erano tutti miei fratelli, e miei padri. La nostra casa lass, oltre il Carro di Ghiaccio e io mi chiamo Morgan: questo il mio nome. Poi usc e chiuse la porta alle sue spalle, lasciando che Shawn si addormentasse.

"Morgan" pensava nel sonno. "Morganmorganmorgan." Quel nome ondeggiava nei suoi sogni come fumo. Era piccolissima, fissava il fuoco nel focolare di Carinhall, guardava le fiamme che lambivano e stuzzicavano i grandi ciocchi neri, odorava le dolci fragranze del legno di cirsio, e l accanto qualcuno stava raccontando una storia. Non era Jon, no: era prima che Jon diventasse il cantastorie. Era Tesenya, vecchissima, il volto grinzoso, che parlava con una voce stanca ma melodiosa, una voce da ninnananna che i bambini ascoltavano intenti. Le sue storie erano diverse da quelle di Jon, che parlavano sempre di combattimenti, guerre, mostri e vendette, che erano piene di orrore, sangue e coltelli, di spietate maledizioni lanciate dal cadavere di un genitore. Quelle di Tesenya non erano cos terrificanti: raccontava di un gruppo di sei viandanti, della famiglia Alynne, che un anno, nella stagione del gelo, si erano smarriti nei boschi. Erano finiti davanti a un enorme palazzo, tutto di metallo, e la famiglia che vi abitava li aveva accolti con un grande banchetto. I viandanti avevano mangiato e bevuto e, proprio mentre si stavano ripulendo le labbra prima di andarsene, erano arrivate altre portate e il banchetto era ricominciato. Gli Alynne erano rimasti, perch il cibo era il pi ricco e il pi gustoso che avessero mai assaggiato, e pi ne mangiavano pi aumentava in loro l'appetito. Per giunta, fuori del palazzo di metallo era calato il Pieninverno. Finalmente, quando era arrivato il disgelo, molti anni dopo, altri della famiglia Alynne erano andati in cerca dei sei scomparsi. Li avevano trovati morti nel bosco. Si erano tolti gli indumenti di pelliccia e addosso avevano solo panni di tela leggera. Le loro spade erano coperte di ruggine ed erano tutti morti di fame. Perch il nome del palazzo di metallo, spieg Tesenya ai bambini, era Morganhall, e la famiglia che vi abitava si chiamava Bugia, e il suo cibo era fatto di una sostanza vuota composta di aria e di sogni. Shawn si svegli. Era nuda e aveva i brividi. I suoi vestiti erano ancora ammucchiati accanto al letto. Si rivest in fretta, prima infil la biancheria, poi la camicia di lana nera, e sopra i pantaloni i gambali, la cintura e il giustacuore, tutti di cuoio, poi la sopravveste di pelliccia con il cappuccio e infine le cappe, il mantello di Lane e il suo di quando era bambina. Per ultima s'infil la maschera. Tese la pelle sul viso e la leg stretta sotto il mento. A quel punto era protetta dai venti del Pieninverno come dal contatto degli sconosciuti. Trov le sue armi appoggiate con cura in un angolo, insieme agli stivali. Con la spada di Lane stretta in mano e il fedele coltello infilato nel fodero, si sent di nuovo se stessa.

Varc la soglia, decisa a trovare gli sci e l'uscita. Trov invece Morgan, con un sorriso splendente e nervoso, in una camera di vetro e lucente metallo argenteo. La sua figura si stagliava davanti alla finestra pi grande che la ragazza avesse mai visto, una lastra di puro cristallo pi alta di un uomo e pi larga del grande focolare di Carinhall, pi pura perfino degli specchi della famiglia Terhis, che era famosa per i suoi soffiatori di vetro e fabbricanti di lenti. Al di l del vetro era mezzogiorno, un gelido mezzogiorno di Pieninverno. Shawn vide il campo di pietre, neve e fiori, e al di l il basso crinale che aveva risalito e, oltre ancora, il fiume gelato che si snodava tra le rovine. Sembri cos fiera e arrabbiata le disse Morgan, senza pi quello sciocco sorriso sulle labbra. Si era intrecciata la capigliatura ribelle con nastri e mollette d'argento ornate di gemme che brillavano quando si muoveva. Vieni, bambina Carin, togli quelle pellicce. Il freddo non ci pu raggiungere qui e, se anche fosse, potremmo sempre andarcene altrove. Ci sono altre terre, lo sai. Attravers la stanza. Shawn, che aveva appoggiato la punta della spada sul pavimento, la sollev di nuovo. Stammi lontana intim, con voce roca e strana. Non mi fai paura, Shawn replic Morgan. Non tu, la mia Shawn, amore mio. Super senza difficolt la punta della spada, si tolse lo scialle che portava, una garza leggerissima di seta grigia trapuntata di minuscole gemme cremisi e la drappeggi intorno al collo di Shawn. Vedi, io so che cosa stai pensando le disse, indicando i gioielli che, a uno a uno, cambiavano colore, da fiamma diventavano sangue, il sangue si coagulava e diventava marrone, il marrone si trasformava in nero. Hai paura di me, ecco tutto. Non temere. Non mi farai mai del male. Strinse lo scialle sotto la maschera di Shawn e sorrise. La ragazza fiss le gemme con orrore. Come hai fatto? chiese arretrando, incerta. Con la magia. Ruot sui talloni e torn danzando alla finestra. Morgan sa tante magie. Tu sai tante bugie ribatt Shawn. Io conosco la storia dei sei Alynne. Non ho nessuna intenzione di mangiare qui e di morire di fame. Dove hai messo i miei sci? Morgan sembr non udirla, aveva gli occhi annebbiati e pensosi. Non hai mai visto la casa degli Alynne d'estate, bambina? bellissima. Il sole sorge sopra la torre di pietra rossa e tramonta ogni giorno dietro il lago di Jamei. Lo sapevi, Shawn?

No rispose la ragazza in tono insolente e nemmeno tu lo sai. Perch parli della casa degli Alynne? Hai detto che la tua famiglia viveva sul Carro di Ghiaccio e aveva nomi che non avevo mai sentito, Kleraberus o che so io... Kleronomas la corresse Morgan con una risatina. Si mise una mano davanti alla bocca, per zittirsi, e si morsic distrattamente un dito, mentre una luce brillava nei suoi occhi grigi. A ogni dito portava anelli di metallo lucente. Avresti dovuto vederlo, mio fratello Kleronomas, bambina. met di metallo e met di carne, ha occhi splendenti come il cristallo e conosce pi cose di tutte le Voci che hanno mai parlato a Carinhall. Non vero. Sono ancora bugie! S che vero rispose Morgan abbassando la mano. un mago. Tutti noi lo siamo. Erika morta, ma si risveglia e rivive continuamente. Stephen era un guerriero, ha ucciso un miliardo di famiglie, pi di quelle che riesci a contare, e Celia ha scoperto tanti luoghi segreti che nessuno aveva mai visto prima. Nella mia famiglia tutti fanno magie. Assunse un'espressione maliziosa. Ho ucciso il vampiro, no? Come pensi che ci sia riuscita? Con un coltello! esclam testardamente Shawn. Ma era arrossita sotto la maschera. Morgan aveva ucciso davvero il vampiro, quindi Shawn aveva un debito con lei. E le aveva puntato contro la spada! Al pensiero di come si sarebbe infuriato Creg, lasci la presa sull'arma che cadde a terra con fragore. Si sent di colpo confusa. La voce di Morgan era amichevole. Tu avevi un coltello e una spada, per non sei riuscita ad ammazzare il vampiro, non ti pare, bambina? No. Attravers la stanza. Tu mi appartieni, Shawn Carin, sei il mio amore, sei mia figlia e mia sorella. Devi imparare a fidarti di me. Ho tante cose da insegnarti. Vieni. Prese la ragazza per mano e la port davanti alla finestra. Resta qui e aspetta, Shawn, aspetta e guarda, ti mostrer altre magie di Morgan. Dalla parete lontana, sorridendo, con i suoi anelli fece qualcosa su un pannello di metallo lucente con tante spie luminose quadrate. La ragazza guardava e di colpo fu presa dal panico. Il pavimento sotto i suoi piedi aveva cominciato a tremare e un urlo acuto e lamentoso attravers la maschera di cuoio e le penetr nelle orecchie, finch se le copr con le mani inguantate per farlo smettere. Per continuava a sentirlo, come una vibrazione che le arrivava fin nelle ossa. Le facevano male i denti e avvert un'improvvisa fitta alla tempia sinistra. E quello non era ancora il peggio.

Fuori, infatti, dove tutto poco prima era freddo, lucente e immobile, una fosca luce azzurra si agitava danzando e tingendo ogni cosa. I cumuli di neve erano celeste chiaro, i pennacchi di polvere gelida sollevata dal vento erano ancora pi chiari e sull'argine del fiume, dove prima non c'era nessuno, andavano e venivano ombre blu. Shawn riusc a vedere che la luce azzurra si rifletteva sul fiume stesso e sulle rovine desolate oltre la riva opposta. Morgan, alle sue spalle, sorrideva; poi ogni cosa alla finestra parve sfumare e dissolversi, finch non ci fu pi nulla di visibile, solo colori, chiari e scuri, che scorrevano insieme come pezzi di arcobaleno mescolati in un enorme calderone. Shawn non si mosse dal suo punto di osservazione, ma con la mano strinse il manico del coltello e suo malgrado inizi a tremare. Guarda, bambina Carin! grid Morgan sopra quel terribile stridore. Shawn riusciva appena a sentirla. Siamo saltati in cielo, adesso, lontano da tutto quel freddo. Te l'avevo detto. Ora saliremo sul Carro di Ghiaccio. Fece un altro movimento sul pannello e il rumore spar, insieme ai colori. Al di l del vetro c'era il cielo. Shawn url spaventata. Si vedevano solo buio e stelle, stelle dappertutto, pi di quante ne avesse mai viste. Si rese conto di essere perduta. Lane le aveva insegnato a riconoscere tutte le costellazioni e lei cos sapeva orientarsi, trovare la strada per andare da un punto a un altro, ma quelle stelle erano sbagliate, diverse. Non riusciva a trovare n il Carro di Ghiaccio n lo Sciatore Fantasma, e neppure Lara Carin con i suoi lupi del vento. Non c'era niente che le fosse familiare, solo stelle, rosse, bianche, azzurre, gialle che la fissavano come milioni di occhi malvagi, tutte senza il minimo tremito. Morgan era in piedi alle sue spalle. Siamo sul Carro di Ghiaccio? chiese la ragazza con un filo di voce. S. Shawn trem, gett via il coltello che rimbalz rumorosamente contro una parete di metallo, e si volt a fissare la sua ospite. Allora siamo morte e il cocchiere sta portando le nostre anime lontano dal deserto di gelo. Non pianse. Avrebbe preferito non morire, soprattutto non in Pieninverno, ma almeno avrebbe rivisto Lane. Morgan cominci a sciogliere lo scialle che le aveva annodato intorno al collo. Le gemme erano nere, spaventose. No, Shawn Garin le disse in tono piatto. Non siamo morte. Vivi qui con me, bimba, e non morirai mai. Vedrai. Le tolse lo scialle e cominci a sciogliere i lacci della maschera

di Shawn. Quindi la sollev e la gett distrattamente a terra. Sei carina, Shawn, lo sei sempre stata. Me lo ricordo, tanti anni fa, me lo ricordo. Non sono carina. Sono troppo molle, debole, e Creg dice che sono troppo magra e che ho la faccia rincagnata. E non sono... Morgan la fece tacere posandole un dito sulle labbra, poi apr la fibbia sotto il mento e le fece scivolare dalle spalle il logoro mantello di Lane. Seguirono la sua cappa di bambina e la sopravveste, quindi le dita della donna si mossero verso i lacci del giustacuore. No fece Shawn, arretrando per un improvviso pudore. Si trov con la schiena contro la finestra e le sembr che quella spaventosa oscurit la opprimesse con tutto il suo peso. Non posso, Morgan. Io sono una Carin e tu non sei della mia famiglia; non posso. Il Raduno sussurr Morgan. Fai finta che sia il Raduno, Shawn. Sei sempre stata la mia amante preferita al Raduno. Shawn sent la gola secca. Ma questo non il Raduno insistette. Era gi stata a un Raduno, gi al mare, quando quaranta famiglie si erano ritrovate per scambiarsi notizie, mercanzie e amore. Ma era successo quando ancora non si era sviluppata e nessuno l'aveva presa: non era ancora una donna, quindi era intoccabile. Non il Raduno ripet ormai sul punto di piangere. Morgan fece un risolino. Benissimo, io non sono una Carin, ma sono Morgan dalle tante magie. Posso far succedere un Raduno. Attravers di corsa la stanza a piedi nudi e spinse di nuovo i suoi anelli contro il pannello, muovendoli di qui e di l in modo strano. Poi esclam: Guarda! Girati e guarda. Shawn, turbata, guard fuori. Sotto il doppio sole di Pienestate, il mondo era verde e splendente. Sulle placide acque del fiume si muovevano alcune barche a vela, e Shawn riusciva a vedere danzare e ondeggiare sulle loro scie i riflessi lucenti dei due soli, sfere di un tenue giallo burro galleggianti nel cielo. Anche il cielo appariva dolce e cremoso: nuvole candide si muovevano parallelamente alle lussuose barche della famiglia Crien, e non si vedeva nemmeno una stella. La riva lontana era punteggiata di abitazioni, alcune piccole come rifugi e altre addirittura pi grandi di Carinhall, torri alte e sottili come le rocce scolpite dal vento dei Monti Spaccati. Di qua e di l e in mezzo a quelle costruzioni si muoveva tanta gente, esseri scuri di bassa statura che Shawn non aveva mai visto, ma anche membri delle famiglie, tutti mescolati insieme. Sul campo di pietra c'erano non pi neve e ghiaccio, ma tante strut-

ture di metallo, alcune pi grandi di Morganhall, molte pi piccole, ognuna con i propri segni distintivi, e tutte posate su tre zampe. Fra una struttura e l'altra c'erano tende e cabine con i sigilli e le insegne delle famiglie. E le stuoie, le stuoie degli amanti con i loro colori allegri. Shawn vide persone che si accoppiavano e sent la mano di Morgan che si posava leggera sulla sua spalla. Lo sai che cosa stai vedendo, bambina Carin? sussurr la donna. Shawn si gir con un'espressione insieme spaventata e sorpresa negli occhi. il Raduno. Morgan sorrise. Hai visto? il Raduno e io ti reclamo. Festeggia con me. Le sue dita si protesero verso la fibbia della cintura di Shawn, che non oppose pi resistenza. Dentro le pareti di metallo di Morganhall le stagioni diventavano ore, le ore anni, mesi, settimane e di nuovo stagioni. Il tempo non aveva alcun senso. Quando Shawn si risvegli, sdraiata su una folta pelliccia che Morgan aveva steso sotto la finestra, l'estate aveva di nuovo lasciato il posto al Pieninverno; le famiglie, le barche, il Raduno... non c'erano pi. L'alba era arrivata prima di quanto desiderasse e Morgan, contrariata, fece scendere il buio. La stagione era freddissima, di un gelo inquietante, e dove avevano brillato le stelle dell'aurora ora nuvole grigie correvano attraverso un cielo color del rame. La cena fu consumata mentre il rame virava al nero. Morgan serv funghi e insalata fresca, pane nero con burro e miele, t alle spezie con latte e grosse fette di carne rossa al sangue, poi arriv il gelato al gusto di nocciola e infine un'abbondante bevanda calda a otto strati, ognuno di un colore e di un gusto diverso. La sorseggiarono da bicchieri di un cristallo incredibilmente sottile e a Shawn fece venire il mal di testa. Cominci a piangere, perch il cibo sembrava proprio vero ed era tutto buono, ma aveva paura che se ne avesse mangiato ancora sarebbe morta di fame. Morgan le sorrise, scomparve per un attimo e ritorn con alcune fette durissime di carne di vampiro essiccata: disse a Shawn di mettersele nello zaino e di masticarle tutte le volte che avesse sentito la fame. La ragazza le conserv a lungo, ma non le tocc mai. All'inizio cerc di tenere il conto dei giorni, segnando il numero dei pasti consumati, quante volte si era messa a dormire, ma il panorama fuori della finestra cambiava continuamente e la vita irregolare di Morganhall ben presto la confuse togliendole ogni speranza di raccapezzarsi. Per varie settimane (o forse qualche giorno) se ne preoccup, poi smise di pensarci. Morgan poteva fare tutto quello che voleva con il tempo, quindi era inutile

farsene un problema. Shawn chiese pi volte di andarsene, ma Morgan non la stava nemmeno a sentire. Si limitava a sorridere e con qualche stupefacente magia faceva dimenticare tutto alla ragazza. Una notte, mentre dormiva, Morgan fece sparire la spada e il coltello, e anche gli indumenti di cuoio e le pellicce, dopo di che la ragazza fu costretta a vestirsi come voleva lei, con nuvole di seta colorata e fantastici nastri, o niente del tutto. All'inizio Shawn se la prese, poi si abitu. I suoi vecchi abiti, comunque, sarebbero stati troppo caldi l a Morganhall. Morgan le faceva regali: sacchetti di spezie profumate d'estate, un lupo del vento fatto di vetro celeste, una maschera di metallo che consentiva di vedere al buio, oli profumati per il bagno, bottiglie di un denso liquore dorato che le dava l'oblio quand'era triste, lo specchio pi bello mai esistito, libri che Shawn non sapeva leggere, una serie di braccialetti di piccole pietre rosse che il giorno assorbivano la luce e la notte brillavano, cubi che al calore delle mani suonavano strane musiche, stivali di tessuto metallico, cos leggeri e flessibili che si potevano accartocciare nella palma di una mano, statuine di uomini e donne e ogni sorta di demoni. Morgan le raccontava tante storie. Ogni oggetto che regalava a Shawn ne aveva una: da dove veniva, chi l'aveva fatto e come era arrivato fin l. Morgan le spiegava ogni cosa. C'erano anche storie dei suoi parenti: l'indomito Kleronomas che aveva solcato i cieli alla ricerca del sapere, Celia Marcyan dalla curiosit insaziabile e la sua nave Shadow Chaser, Erika Stormjones, dilaniata dalla sua stessa famiglia e che continuava a tornare in vita, il feroce Stephen Cobalt Northstar, il malinconico Tomo, l'astuta Deirdre d'Allerane e la sua malvagia e spettrale gemella. Tutte queste storie, Morgan le raccontava con una magia. Su una parete c'era uno spazio dotato di una piccola fessura quadrata, in cui Morgan inseriva una scatola piatta di metallo; allora tutte le luci si spegnevano e i parenti defunti di Morgan tornavano in vita, fantasmi luminosi che si muovevano e parlavano e sanguinavano quando venivano feriti. Shawn aveva creduto che fossero reali, fino al giorno in cui, mentre Deirdre piangeva per i suoi figli uccisi, lei era corsa a consolarla e si era resa conto di non poterla toccare. Solo allora Morgan le aveva spiegato che Deirdre e gli altri non erano che spiriti richiamati dalla sua magia. Tante cose le raccontava Morgan. Era la sua maestra, oltre che la sua amante, ed era paziente quasi com'era stato Lane, anche se pi incline a divagare e a perdere interesse. Regal a Shawn una meravigliosa chitarra a

dodici corde e le diede i primi rudimenti per suonarla, le insegn anche un po' a leggere e la istru su qualche semplice magia, affinch potesse muoversi agevolmente sulla nave. Perch, le aveva spiegato, Morganhall in realt era non un edificio, ma una nave, una nave celeste, che poteva ripiegare le sue zampe metalliche e saltare da una stella all'altra. Le raccont dei pianeti, di terre oltre quelle stelle remote, e le disse che i doni che le aveva fatto venivano da lass, da luoghi pi lontani del Carro di Ghiaccio: la maschera e lo specchio arrivavano da Jamison, i libri e il cubo da Avalon, il braccialetto da High Kavalaan, gli oli profumati da Braque, le spezie da Rhiannon, Tara e Vecchia Poseidonia, gli stivali da Bastion, le statuette da Chul Damien, il liquore dorato da una terra cos remota che perfino lei ne ignorava il nome. Solo la statuirla in vetro del lupo del vento veniva da l, dal mondo di Shawn. Quell'oggetto era stato uno dei suoi preferiti, ma dopo quella rivelazione scopr che in fondo non le piaceva poi tanto. Gli altri le davano pi emozioni. Aveva sempre desiderato viaggiare, incontrare famiglie lontane in climi diversi, ammirare oceani e montagne. Ma era troppo piccola e quando era diventata donna Creg non l'aveva lasciata andare: diceva che era troppo lenta, troppo timida, troppo irresponsabile. Sarebbe dovuta restare tutta la vita a casa, dove le sue scarse qualit sarebbero state pi utili per Carinhall. Anche quel viaggio fatale che l'aveva portata fin l era cominciato per caso: Lane aveva insistito ed era l'unico abbastanza forte per tenere testa a Creg, la Voce di Carin. Morgan, invece, la faceva navigare tra le stelle. Ogni volta che la fiamma azzurra lampeggiava sul paesaggio di ghiaccio del Pieninverno e da chiss dove esplodeva il sibilo acuto, Shawn correva alla finestra e aspettava sempre pi impaziente che si schiarissero i colori. Morgan le fece vedere tutti i mari e tutte le montagne che avrebbe potuto sognare, e molto di pi. Attraverso la perfetta trasparenza del cristallo la ragazza vide i luoghi di tutti i racconti che aveva ascoltato: Vecchia Poseidonia con i suoi moli erosi dalle maree e le flotte di navi d'argento, le praterie di Rhiannon, le nere torri a volta di acciaio su ai-Emerel, le pianure spazzate dal vento e le alture scoscese di High Kavalaan, le citt isole di Port Jamison e Jolostar sul pianeta di Jamison. Morgan le raccont delle citt, e improvvisamente vide con occhi diversi le rovine sul fiume. Impar anche che esistevano altri modi di vivere, seppe delle arcologie, delle superfortezze e delle fratellanze, delle compagnie federate, della schiavit e degli eserciti. La famiglia Carin non le sembr pi il primo e ultimo esempio di sodalizio umano. Tra i mondi che toccavano, quello su cui scendevano pi spesso era A-

valon, che divenne il prediletto da Shawn. Su quel pianeta l'astroporto era sempre pieno di viaggiatori e la ragazza poteva ammirare altre navi che andavano e venivano su scie di luce azzurra. Da lontano riusciva a scorgere gli edifici dell'Accademia dell'Umano Sapere, dove Kleronomas aveva depositato tutti i suoi segreti, perch fossero riservati esclusivamente alla famiglia Morgan. Quelle torri frastagliate di vetro le riempivano l'animo di un desiderio quasi doloroso, di un dolore che in un certo senso agognava. Certe volte, su alcuni di quei mondi, ma soprattutto su Avalon, le sembr che qualche estraneo stesse per salire a bordo della loro nave. Li osservava venire, avanzare decisi mentre la meta si faceva a ogni passo pi evidente. Ma nessuno saliva mai a bordo, con sua grande delusione. Mai nessuno con cui parlare, nessuno da toccare, tranne Morgan. Shawn sospettava che Morgan, con un incantesimo, impedisse a chiunque di entrare o attirasse gli estranei verso un altro destino. Quale, non riusciva neppure a immaginarlo, Morgan era cos volubile che avrebbe potuto combinare di tutto. Una sera a cena si ricord della storia raccontata da Jon, quella del palazzo dei cannibali, e fiss con orrore la carne rossa che stava mangiando. Quella sera tocc solo la verdura e cos fece per molti pasti successivi, ma poi decise che quel comportamento era infantile. Pens se fosse il caso di chiedere a Morgan chi fossero quegli estranei che si avvicinavano alla nave, ma aveva paura di farlo. Si ricordava di Creg e di come s'infuriava se qualcuno gli faceva una domanda fuori luogo. Se Morgan ammazzava veramente tutti quelli che cercavano di entrare nella sua nave, non sarebbe stata una buona idea affrontare quell'argomento. Quando Shawn era solo una bambina, Creg l'aveva picchiata selvaggiamente quando lei gli aveva chiesto perch la vecchia Tesenya era andata fuori a morire. Shawn fece altre domande e si rese conto che Morgan non le rispondeva mai. Non diceva niente delle proprie origini, non spiegava da dove venisse il cibo o quale magia facesse volare la nave. Shawn chiese due volte di conoscere le parole magiche che le facevano andare da una stella all'altra, ed entrambe le volte Morgan replic irritata e non volle rispondere. Aveva anche altri segreti che non rivelava a Shawn. C'erano camere che restavano chiuse per lei, oggetti che non aveva il permesso di toccare, altri di cui Morgan non aveva mai parlato. Ogni tanto scompariva per quelli che sembravano giorni e Shawn si aggirava desolata, senza poter fare altro che fissare alla finestra le stelle che brillavano immobili. Quando si ripresentava, Morgan era triste e taciturna, ma solo per poche ore, poi tornava di umore normale. Normale per lei, ovviamente.

Non si stancava mai di canterellare, di danzare, a volte da sola, oppure insieme a Shawn. Parlava tra s e s in una lingua musicale che Shawn non conosceva. Alternava atteggiamenti seri, da madre assennata, in tre occasioni autoritaria come una Voce, ad altri in cui si lasciava andare a balbettii e risatine da bambina piccola. Talvolta sembrava sapesse chi era Shawn, ma in altri casi si intestardiva a confonderla con quella Shawn Carin che aveva amato a un Raduno. Era pazientissima e molto impetuosa, era diversa da tutte le altre persone che Shawn conosceva. "Sei una sventata" le aveva detto una volta. "Non potresti comportati cos se vivessi a Carinhall. Gli sciocchi muoiono, sai, e possono nuocere alla famiglia. Ognuno deve rendersi utile, e tu non lo sei. Creg ti costringerebbe a cambiare. Sei fortunata a non essere una Carin." Morgan l'aveva accarezzata e l'aveva fissata con uno sguardo triste negli occhi grigi. "Povera Shawn" le aveva sussurrato. "Sono stati molto duri con te. I Carin sono sempre stati cos. La casa degli Alynne era diversa, bambina. Saresti dovuta nascere Alynne." Dopo di che non aveva pi toccato l'argomento. Per Shawn le giornate passavano vuote; girovagava di giorno e faceva l'amore di notte. Pensava sempre meno spesso a Carinhall e pian piano si rese conto di essersi affezionata a Morgan come se fosse la sua famiglia. Anzi, ormai si fidava di lei. Fino al giorno in cui venne a sapere dei fioramari. Un mattino, alzandosi, Shawn si accorse che la finestra era piena di stelle e Morgan era scomparsa. Questo, di solito, voleva dire che l'aspettava una noiosa attesa, ma quel giorno stava ancora finendo la colazione che Morgan le aveva lasciato quando la donna ricomparve, con le mani piene di fiori celesti. Era ansiosa, agitata come Shawn non l'aveva mai vista. Le fece interrompere la colazione e la fece sedere sul tappeto di pelliccia vicino alla finestra, per intrecciarle i fiori tra i capelli. Li ho visti mentre dormivi, bambina le disse tutta contenta intanto che le annodava le trecce. I tuoi capelli sono lunghi ormai. Quando sei arrivata erano corti, tagliati male e brutti, ma adesso si sono allungati abbastanza, sono come i miei, e ti stanno meglio. I fioramari li faranno ancora pi belli. I fioramari? chiese Shawn curiosa. Si chiamano cos? Non lo sapevo. S, bambina rispose Morgan, continuando ad acconciarle i capelli.

Shawn le dava le spalle e non poteva vederla in faccia. Questi piccoli celesti sono i fioramari e crescono anche alle temperature pi rigide. Vengono da un pianeta che si chiama Ymir, molto lontano, dove ci sono inverni lunghi e gelidi quasi come i nostri. Anche gli altri fiori, quelli che crescono in viticci intorno alla nave, vengono da Ymir. Si chiamano fiordigelo. Il Pieninverno sempre cos cupo e grigio, per questo li ho piantati, per rendere tutto pi bello. Prese Shawn per una spalla e la fece girare. Adesso mi assomigli: vai a prendere lo specchio e guardati, bambina Carin. Eccolo l rispose Shawn e con un balzo super Morgan. Il piede nudo tocc qualcosa di umido e freddo; indietreggi con un grido: sul tappeto c'era una pozza d'acqua. Rabbrivid e rimase l, immobile, fissando Morgan. La donna non si era ancora tolta gli stivali: erano tutti bagnati. Dietro Morgan non c'era niente da vedere, solo oscurit e stelle sconosciute. Shawn ebbe paura: c'era qualcosa di sbagliato. Morgan la guardava a disagio. La ragazza si inumid le labbra, fece un timido sorriso e and a prendere lo specchio. Prima di andare a dormire Morgan fece sparire le stelle con la sua magia: fuori era notte, ma una notte gradevole, lontana dal gelido rigore del Pieninverno. Tutto intorno all'astroporto c'erano alberi frondosi che ondeggiavano al vento, la luna splendeva nel cielo rendendo ogni cosa pi bella e luminosa. Un mondo sicuro e buono in cui dormire, disse Morgan. Ma Shawn non prese sonno. Rimase seduta in camera, lontana da Morgan, fissando la luna. Per la prima volta da quando era arrivata a Morganhall, si mise a ragionare come una Carin. Lane sarebbe stato fiero di lei e Creg le avrebbe chiesto solo perch ci avesse messo tanto tempo. Morgan era rientrata con un mazzo di fioramari e con gli stivali bagnati per la neve. Eppure fuori non si vedeva niente, solo quel vuoto che secondo Morgan riempiva lo spazio tra le stelle. Morgan le aveva detto che la luce che aveva visto nel bosco era quella delle fiamme della sua nave che stava atterrando. Ma i fitti viticci dei fiordigelo erano cresciuti tutto intorno, dentro e sulle zampe della nave, e dovevano averci messo anni per farlo. Morgan non la lasciava mai uscire. Le faceva vedere tutto attraverso la grande finestra. Ma Shawn ricord che da fuori lei non aveva scorto alcuna finestra. E se quella era una finestra vera, dov'erano i rampicanti che le erano cresciuti intorno o il ghiaccio che si era formato sulla superficie e-

sterna? Tesenya glielo aveva raccontato da bambina: il nome del palazzo di metallo era Morganhall, e la famiglia che ci viveva si chiamava Bugia, il loro cibo era materia vuota fatta di sogni e d'aria. Shawn si alz e alla luce della luna si diresse dove aveva riposto i regali che Morgan le aveva fatto. Li osserv a uno a uno, prese in mano quello pi pesante, il lupo del vento in vetro. Era una scultura piuttosto grande e la ragazza doveva servirsi di entrambe le mani per sollevarla, una sotto il muso digrignante e l'altra sotto la coda. Morgan! grid. Morgan si mise a sedere ancora assonnata e le sorrise. Shawn mormor piccola mia, che cosa fai con il lupo del vento? Shawn fece due passi avanti e sollev la statua di vetro sopra la testa. Mi hai mentito. Non siamo mai andate da nessuna parte. Siamo ancora nella citt in rovina ed sempre Pieninverno. Il viso di Morgan era triste. Non sai quello che dici. Si alz a fatica. Hai intenzione di colpirmi con quell'oggetto, bambina? Non mi fai paura. Una volta mi hai puntato contro una spada e nemmeno allora mi hai fatto paura. Io sono Morgan dalle tante magie. Non puoi ferirmi, Shawn. Voglio andarmene ribatt la ragazza. Ridammi le mie armi e i miei vecchi vestiti. Voglio tornare a Carinhall. Sono una Garin, non una bambina. Sei tu che hai fatto di me una bambina. E dammi anche da mangiare. Morgan rise. Come sei seria! E se non lo facessi? Se non lo farai, lo getter dalla finestra. Agit con chiare intenzioni la statua di vetro. No fece Morgan, con un'espressione impenetrabile. Non vuoi farlo, bambina. S, invece, se non fai quello che dico. Tu non vuoi lasciarmi, Shawn Carin, non lo farai. Siamo amanti, ricordi? Siamo una famiglia. Io posso fare tante magie per te. La sua voce tremava. Mettilo gi, bambina. Ti far vedere cose che non ti ho mai mostrato prima. Ci sono tanti posti dove possiamo andare insieme, posso raccontarti tante storie. Mettilo gi. La stava implorando. Shawn prov un senso di trionfo, ma stranamente aveva gli occhi gonfi di lacrime. Perch sei spaventata? chiese con rabbia. Non sai aggiustare una finestra rotta con la tua magia? Perfino io la so riparare, e Creg dice che non sono capace di fare niente. Le lacrime le scorrevano silenziose lungo le guance. Fa caldo fuori, lo vedi, e la luna fa abbastanza luce per lavorare, e c' perfino una citt. Puoi rivolgerti a un vetraio. Non capisco

perch sei tanto spaventata. Non come se l fuori fosse Pieninverno, con il freddo, il ghiaccio e i vampiri in agguato nel buio, vero? No rispose Morgan. No. No ripet la ragazza. Ridammi le mie cose. Morgan non si mosse. Non erano tutte bugie. Se rimani con me, vivrai a lungo. Credo che sia per via del cibo, ma cos. Tante cose erano vere, Shawn. Non ti ho mai voluto ingannare. Desideravo il meglio per te, com'era stato per me all'inizio. Basta che fingi che sia tutto vero, sai? Dimentica che la nave non pu muoversi. meglio cos. La voce suonava giovane, spaventata: era una donna matura ma implorava come una bambina, con voce infantile. Non rompere la finestra. la cosa pi magica. Ci pu portare quasi ovunque. Ti scongiuro, non la rompere, Shawn, non lo fare. Era sconvolta. Le pezze svolazzanti del suo abito improvvisamente sembrarono sbiadite e lacere, gli anelli opachi. Era solo una vecchia fuori di senno. Shawn abbass la pesante statuetta di vetro. Rivoglio i miei vestiti, la mia spada e i miei sci. E da mangiare. Molto cibo. Portami tutto e forse non romper la tua finestra, bugiarda. Mi hai sentito? Morgan, senza pi le sue magie, annu e fece come chiedeva la ragazza. Shawn la osserv in silenzio. Non si scambiarono pi una parola. Shawn torn a Carinhall e l invecchi. Il suo ritorno fece sensazione. Era scomparsa per oltre un anno standard, a quanto le dissero, e tutti avevano creduto che fosse morta insieme a Lane. All'inizio, Creg non volle credere alla sua storia, imitato da tutti gli altri, finch Shawn non mostr una manciata di fioramari che le erano rimasti fra i capelli. Nemmeno allora Creg riusc ad accettare i particolari pi fantastici del suo racconto. Illusioni borbottava sono tutte illusioni. Tesenya aveva detto il vero. Se tornassi laggi, la tua nave magica non ci sarebbe pi: sarebbe sparita senza lasciare traccia. Da' retta a me, Shawn. Ma la ragazza non era sicura che Creg fosse del tutto convinto della propria affermazione. Aveva dato ordini precisi e nessuno della famiglia, uomo o donna, si avventur mai in quella direzione. Shawn trov che molte cose a Carinhall erano cambiate. La famiglia si era ridotta di numero. Il viso di Lane non era l'unico di cui lei sentiva la mancanza quando si sedevano a tavola. C'era stato pochissimo da mangiare durante la sua assenza, e Creg, com'era usanza, aveva mandato fuori a

morire i pi deboli e i meno utili. Jon era tra gli scomparsi e anche Leila non c'era pi. Leila, che era tanto giovane e forte. Se l'era presa un vampiro tre mesi prima. Ma non c'erano stati solo fatti dolorosi. Il Pieninverno era alla fine. E per quanto riguardava lei, Shawn si accorse che la sua posizione all'interno della famiglia era cambiata. Perfino Creg, ora, la trattava con un brusco rispetto. L'anno dopo, in pieno disgelo, partor per la prima volta e fu accolta alla pari nel consiglio di Carinhall. Chiam la figlia Lane. Si adatt facilmente alla vita della famiglia. Quando arriv per lei il momento di scegliere una professione, chiese di fare la mercante, e con sua sorpresa Creg non si oppose alla richiesta. Rys la prese come apprendista, e dopo tre anni ebbe un incarico per conto proprio. Il lavoro la fece viaggiare molto. Quando rientrava a casa, per, si accorgeva con sorpresa di essere diventata la cantastorie preferita dai bambini: tutti le dicevano che nessuno sapeva storie belle come le sue. Creg, sempre attaccato alle cose pratiche, sosteneva che le sue fantasie erano di cattivo esempio per i piccoli e non fornivano i giusti insegnamenti. In quel periodo, per, era molto malato, l'aveva colpito una febbre di Pienestate, e le sue critiche non contavano pi come una volta. Mor poco dopo, e Devin gli subentr: una Voce pi gentile e moderata di quella di Creg. La famiglia Carin visse una generazione di pace con lui, e il suo numero crebbe da quaranta individui a quasi un centinaio. Shawn fu spesso la sua amante. Era molto migliorata nella lettura grazie a lunghe ore di studio, e una volta Devin cedette al suo capriccio e le mostr la biblioteca segreta delle Voci, dove ogni Voce da secoli e secoli aveva tenuto un diario in cui registrava i fatti avvenuti nel corso del proprio servizio. Come Shawn sospettava, uno dei volumi pi grossi era intitolato Il Libro di Beth, la Voce di Carin, e risaliva a circa sessant'anni prima. Lane fu la prima dei nove figli di Shawn. Fu fortunata: sei sopravvissero, due generati con membri della famiglia e quattro nel corso dei Raduni. Devin le rese onore per avere portato tanto sangue fresco a Carinhall, e pi tardi un'altra Voce l'avrebbe citata a esempio per le sue straordinarie capacit commerciali. Viaggi in lungo e in largo, conobbe altre famiglie, vide cascate e vulcani, oceani e montagne, attravers i mari intorno al mondo con un brigantino Crien. Ebbe molti amanti e molto affetto. Jannis successe a Devin come Voce, ma fu un periodo sfortunato, e quando mor le madri e i padri della famiglia Carin offrirono a Shawn quella carica. Ma lei rifiut. Non le avrebbe permesso di raggiungere la felicit. Nonostante tutto

quello che aveva fatto, non si sentiva una persona felice. Aveva troppi ricordi e spesso non riusciva a dormire la notte. Nel quarto Pieninverno della sua vita, la famiglia ormai ammontava a duecentotrentasette persone, tra cui un centinaio di bambini. La selvaggina era scarsa anche al terzo anno di gelo e Shawn vedeva avvicinarsi il periodo pi duro e freddo. La Voce era una donna gentile, per la quale era difficile prendere le decisioni che andavano prese, ma Shawn sapeva che il momento era vicino. C'era solo una persona pi vecchia di lei nella famiglia. Una notte prese un po' di cibo (appena sufficiente per due settimane di viaggio), un paio di sci e lasci Carinhall all'alba risparmiando cos alla Voce il peso di quell'ordine infausto. Non era pi cos veloce sugli sci com'era stata da giovane. Le ci vollero quasi tre settimane per quel viaggio, invece delle due previste, ed era smagrita e debole quando finalmente raggiunse le rovine della citt. La nave era sempre dove l'aveva lasciata. Nel corso degli anni il caldo e il freddo avevano frantumato le pietre dell'astroporto e i fiori alieni avevano sfruttato ogni fessura disponibile. Le pietre erano tappezzate di fioramari, e i viticci dei fiordigelo intorno alla nave erano due volte pi fitti di come Shawn li ricordava. I grandi fiori dai colori brillanti si agitavano al vento. Tutto il resto era immobile. Gir per tre volte intorno alla nave, aspettando che si aprisse una porta, che qualcuno la vedesse e comparisse. Ma anche se la parete metallica aveva avvertito la sua presenza, non arriv alcun segnale. Poco discosto dalla nave vide qualcosa che non aveva notato prima: una lapide con una scritta un po' sbiadita ma ancora leggibile, coperta solo dal ghiaccio e dai fiori. Si serv del coltello a lama lunga per rompere il ghiaccio e tagliare i viticci, e riusc a leggerla. Diceva: MORGAN LE FAY IMMATRICOLAZIONE: AVALON 476 3319 Shawn sorrise. Cos le aveva mentito anche sul nome. Comunque, non importava pi. Port le mani a coppa intorno alla bocca. Morgan grid. Sono Shawn. Il vento soffi via le parole. Fammi entrare, Morgan. Dimmi bugie, Morgan dalle tante magie. Mi dispiace. Raccontami le tue bugie, fammele credere. Non ci fu risposta. Shawn si scav una buca nella neve e si sistem in at-

tesa. Era stanca e affamata, e si stava avvicinando il buio. Riusciva gi a scorgere gli occhi azzurri del cocchiere del Carro di Ghiaccio tra le nuvole del tramonto. Quando finalmente si addorment, sogn Avalon. "Bitterblooms" copyright 1977 by Baronet Publishing Company. From "Cosmos", November 1977. LE SOLITARIE CANZONI DI LAREN DORR C' una ragazza che vaga tra i mondi. Ha gli occhi grigi e la carnagione chiara, almeno cos narra la storia, e i suoi capelli sono una cascata nera come il carbone con qualche striatura di rosso. Sulla fronte porta un cerchietto di metallo brunito, una corona scura che le tiene a posto i capelli e talvolta le ripara gli occhi dalla luce. Si chiama Sharra, e conosce i portali. L'inizio della sua storia ci sconosciuto, cos come la memoria del mondo da cui proviene. La fine? Non c' ancora, e quando arriver noi non lo sapremo. Abbiamo solo la parte centrale, o meglio uno stralcio, una piccola parte della leggenda, solo un frammento della ricerca. Un breve racconto, all'interno di una storia pi grande, di un mondo dove Sharra fece una sosta, e del solitario cantore Laren Dorr, e di come entrarono per breve tempo in contatto. Per un attimo ci fu solo la valle, immersa nella luce del crepuscolo. Il sole pendeva grande e viola sull'alto crinale, e i suoi raggi cadevano obliqui su una fitta foresta dove gli alberi avevano tronchi di un nero brillante e diafane foglie trasparenti. Gli unici suoni erano il verso dolente degli uccelli del lutto che escono di notte e lo scroscio impetuoso dell'acqua tra le rocce dell'agile ruscello che attraversava il bosco. Poi, varcando un portale nascosto, Sharra entr stanca e sanguinante nel mondo di Laren Dorr. Indossava un semplice abito bianco, ora sporco e intriso di sudore, e una pesante mantella di pelliccia lacerata sulla schiena; il braccio sinistro, nudo e sottile, sanguinava ancora da tre lunghe ferite. Apparve sulla riva del ruscello, tremante, e si guard intorno circospetta prima di inginocchiarsi per medicarsi le ferite. L'acqua, a causa della sua turbolenza, era di un verde scuro e fangoso. Non c'era modo di sapere se fosse pulita, ma Sharra era sfinita e assetata. Bevve, si lav il braccio come

meglio pot in quell'acqua sconosciuta e sospetta, e si fasci le ferite con bende ricavate dai propri vestiti. Poi, mentre il sole rosso calava lentamente dietro il crinale, si allontan dal ruscello per ripararsi in un angolo appartato fra gli alberi e piomb in un sonno esausto. Si svegli sentendo delle braccia attorno a s, braccia forti che la sollevarono senza sforzo per portarla chiss dove. Lei si dibatt, ma quelle braccia si limitavano a reggerla saldamente e a tenerla ferma. Piano disse una voce pacata, e nella foschia che stava salendo lei intravide la faccia di un uomo, un viso allungato dall'espressione gentile. Sei debole e sta calando la notte disse. Dobbiamo rientrare prima che faccia buio. Sharra smise di opporre resistenza, bench sapesse che avrebbe dovuto. Era molto tempo che lottava e si sentiva stanca. Lo guard, confusa. Perch? chiese. E poi, senza aspettare una risposta: Chi sei? Dove mi stai portando?. Verso la salvezza rispose. A casa tua? domand lei, mezzo addormentata. No disse l'uomo, con voce cos sommessa che Sharra riusciva a stento a udirla. No, non casa mia, ma andr bene lo stesso. Lei sent dei tonfi nell'acqua, come se la stesse portando al di l del ruscello, e davanti a loro, sul crinale, scorse la sagoma desolata, sbilenca, di un castello con tre torri stagliarsi nera contro il sole. "Strano" pens "prima non c'era." Si addorment. Quando si svegli, lui era l che la guardava. La ragazza era distesa sotto uno strato di soffici, calde coperte, su un letto con tende e baldacchino. Le tende per erano state tirate, e il suo ospite sedeva dall'altra parte della stanza, in una grande poltrona immersa nelle ombre. La luce delle candele tremolava nei suoi occhi, e le sue mani erano elegantemente intrecciate sotto il mento. Stai meglio? chiese l'uomo, senza muoversi. Lei si mise a sedere e si accorse di essere nuda. Rapida come il sospetto, pi veloce del pensiero, la sua mano and alla testa. Ma la corona scura era ancora l, al suo posto, intatta, il freddo del metallo contro la fronte. Si rilass, sprofondando nei cuscini e tir su le coltri per coprirsi. Molto meglio rispose, e nel dirlo si rese conto che le ferite erano sparite. L'uomo le sorrise, un sorriso triste e malinconico. Aveva un viso espressivo, capelli colore del carbone che si arricciavano in soffici boccoli e ricadevano sugli occhi scuri, un po' pi grandi del normale. Anche da sedu-

to, si vedeva che era alto e magro. Indossava un abito e una cappa di morbida pelle grigia, e sopra la malinconia come mantello. Segni di artigli sul braccio disse sorridendo meditabondo e i vestiti lacerati sulla schiena. C' qualcuno cui non vai a genio. Qualcosa precis Sharra. Un guardiano della soglia e sospir. C' sempre un guardiano a ogni portale. I Sette non vogliono che ci spostiamo da un mondo all'altro. E non mi hanno in particolare simpatia. Le mani dell'uomo si sciolsero da sotto il mento, per andarsi a posare sui braccioli di legno intarsiato della poltrona. Annu, sempre con il suo malinconico sorriso. Dunque, conosci i Sette e anche i portali replic, mentre gli occhi si spostavano sulla fronte della ragazza. Certo, la corona. Avrei dovuto immaginarlo. Sharra gli sorrise. Non lo hai immaginato, lo sapevi. E tu chi sei? In che mondo siamo? Nel mio mondo rispose lui pacatamente. Gli ho cambiato nome mille volte, ma non ho ancora trovato quello giusto. Una volta ce n'era uno che mi piaceva, che andava bene, ma l'ho dimenticato. stato tanto tempo fa. Io mi chiamo Laren Dorr, ossia questo un tempo era il mio nome, quando mi serviva averlo. Adesso, qui, sembra un po' sciocco, ma almeno non l'ho scordato. Il tuo mondo ripet Sharra. Allora sei un re? Un dio? S replic Laren Dorr, con una risata disinvolta. E non solo: io sono qualsiasi cosa voglio essere. Non c' nessuno qui intorno a contestarmi. Che cosa hai fatto alle mie ferite? chiese lei. Le ho guarite rispose stringendosi nelle spalle come per scusarsi. il mio mondo, ho dei poteri; forse non quelli che vorrei, ma sono comunque dei poteri. Oh fece Sharra, ma non sembrava convinta. Laren agit una mano con impazienza. Pensi che sia impossibile. Certo, la tua corona. Be', una mezza verit. Non potrei nuocerti con i miei... mmm, poteri, mentre la indossi, per posso aiutarti. Sorrise di nuovo, e il suo sguardo si fece pi dolce e trasognato. Ma non importa, anche se potessi non ti farei mai del male, Sharra. Credimi. passato cos tanto tempo. Sharra lo guard allarmata. Come fai a conoscere il mio nome? L'uomo si alz sorridendo e attravers la stanza per sedersi accanto a lei; poi le prese una mano prima di rispondere, stringendola delicatamente nella sua e carezzandola con il pollice. S, so come ti chiami. Sei Sharra, che

passa da un mondo all'altro. Secoli fa, quando le colline avevano un'altra forma e il sole viola ardeva scarlatto all'inizio del suo ciclo, vennero da me e mi annunciarono il tuo arrivo. Odiavo i Sette, e li odier sempre, ma quella notte accolsi con gioia la visione che mi avevano donato. Mi dissero soltanto il tuo nome, e che saresti arrivata qui, nel mio mondo. E un'altra cosa, ma questo era pi che sufficiente. Era una promessa, la promessa di una fine o di un inizio, di un cambiamento; e qualsiasi cambiamento gradito in questo mondo. Sono stato solo per mille cicli solari, Sharra, e ogni ciclo dura secoli. Qui pochi eventi scandiscono il passare del tempo. Sharra, accigliata, scosse i lunghi capelli neri e la fioca luce della candela fece risplendere le ciocche rosse. Mi precedono, dunque, di cos tanto? chiese. Conoscono il futuro? aggiunse poi in tono preoccupato, e lo guard. E l'altra cosa che ti hanno detto? Lui le strinse pi forte la mano, con grande delicatezza. Mi hanno detto che ti avrei amata rispose Laren. La sua voce continuava a suonare triste. Ma non era granch come profezia, avrei potuto farla anch'io. Tanto tempo fa - penso che allora il sole fosse giallo - mi resi conto che avrei amato qualsiasi voce che non fosse l'eco della mia. Sharra si svegli all'alba, quando raggi di luce rosso porpora filtrarono nella stanza attraverso un'alta finestra ad arco che la notte prima non c'era. Erano stati preparati dei vestiti per lei: un'ampia tunica gialla, un abito cremisi ornato di pietre preziose, un completo verde bosco. Scelse quello verde, e si vest rapidamente. Prima di uscire, si ferm a guardare fuori dalla finestra. Era in una torre che dava sui bastioni di pietra in rovina e su un polveroso cortile triangolare. Agli altri due angoli del cortile si ergevano due torri cilindriche a torciglione che ricordavano dei fiammiferi, con la punta a cono. C'era un forte vento che sferzava le file di stendardi grigi allineati lungo i muri, ma oltre a questo non vide alcun movimento. Al di l delle mura del castello, nessuna traccia della valle. Il castello con il suo cortile e le torri ritorte si trovava sulla sommit di una montagna, e in lontananza, in tutte le direzioni, si profilavano cime pi alte, offrendo un panorama di scarpate di pietre nere, pareti rocciose frastagliate e guglie di ghiaccio luccicanti dai riflessi violacei. La finestra era chiusa e senza spifferi, ma il vento dava l'impressione di essere freddo. La porta della camera era aperta. Sharra scese di corsa una scalinata di pietra ricurva, attravers il cortile ed entr nell'edificio principale, una bassa struttura di legno a ridosso del muro. Oltrepass innumerevoli stanze,

alcune fredde e vuote, a parte la polvere, e altre riccamente arredate, prima di trovare Laren Dorr, che stava facendo colazione. C'era un posto vuoto accanto a lui; la tavola era stracolma di cibi e bevande. Sharra si sedette e prese un biscotto caldo, sorridendo senza volere. Laren ricambi il suo sorriso. Oggi me ne vado disse lei, tra un morso e l'altro. Mi dispiace, Laren. Devo trovare il portale. Dorr aveva l'espressione di disperata malinconia che non l'avrebbe abbandonato mai. Lo dicevi anche stanotte replic con un sospiro. A quanto pare, ho aspettato invano. C'erano carne, vari tipi di biscotti, frutta, formaggio, latte. Sharra si riemp il piatto, un po' rattristata, evitando lo sguardo di Laren. Mi dispiace ripet. Aspetta un po' disse lui. Solo un poco. Penso che tu possa. Lascia che ti mostri quello che posso del mio mondo. Permettimi di cantarti qualcosa. I suoi occhi, grandi, scuri e molto stanchi, attendevano una risposta. Lei esit. Be'... ci vuole tempo per trovare il portale. Resta con me almeno per quel tempo. Ma, Laren, prima o poi dovr andare. Ho fatto delle promesse, capisci? Lui sorrise stringendosi nelle spalle, scoraggiato. S, ma ascolta: io so dov' il portale. Te lo posso indicare, senza che tu debba cercare. Resta con me, diciamo, un mese, secondo il tuo modo di misurare il tempo. Poi ti condurr al portale. Scrut Sharra. Hai cercato per cos tanto tempo, forse dovresti riposare. La ragazza mangi lentamente un frutto, pensierosa, lanciando di tanto in tanto un'occhiata a Laren. Forse vero dichiar alla fine, soppesando le parole. Naturalmente ci sar un guardiano. E tu mi potresti aiutare, allora. Un mese... non tanto. In altri mondi mi sono fermata di pi. Quindi fece cenno di s con la testa, e pian piano un sorriso le illumin il viso. S disse, continuando ad annuire. D'accordo. Laren le sfior la mano. Dopo colazione le mostr il mondo che gli avevano affidato. Si misero l'uno accanto all'altra su un piccolo balcone in cima alla pi alta delle tre torri, Sharra in verde scuro e Laren, alto e snello, in grigio. Restarono fermi, e Laren fece muovere il mondo attorno a loro. Fece volare il castello sopra mari perennemente agitati, dove lunghe teste nere di serpente sbucavano dall'acqua per guardarli passare; lo trasport in una grande

caverna sotterranea piena di echi, illuminata da una verde luce soffusa, con stalattiti gocciolanti che scendevano a sfiorare torri e le greggi belanti di capre di un bianco accecante al di l dei bastioni. Laren batt le mani e sorrise, e una giungla avvolta da un denso vapore li circond, con alberi che si arrampicavano l'uno sull'altro formando scale di caucci che salivano fino al cielo, giganteschi fiori di una decina di colori diversi, scimmie con le zanne che emettevano i loro strilli dalle mura. Batt di nuovo le mani, le mura sparirono, e improvvisamente la polvere del cortile era diventata sabbia: si trovavano su una spiaggia sconfinata lambita da un oceano triste e grigio, dove l'unico movimento visibile era il lento roteare sopra le loro teste di un grande uccello blu dalle ali di carta velina. Le mostr questo e molto altro ancora, e alla fine, quando in un posto dopo l'altro sembr incombere il crepuscolo, la riport sul crinale sopra la valle. E Sharra guard gi la foresta di alberi con la corteccia nera dove lui l'aveva trovata, e ud gli uccelli del lutto lamentarsi e piangere tra le foglie trasparenti. Non un brutto mondo disse, voltandosi verso di lui sul piccolo balcone. No, non male convenne Laren, con una mano sulla fredda balaustra di pietra e gli occhi puntati sulla valle sottostante. Una volta l'ho esplorato a piedi, armato di spada e bastone da passeggio. C'era molta gioia, una vera eccitazione, un nuovo mistero dietro ogni collina. Fece una risatina. Ma anche questo successo tantissimo tempo fa. Adesso so che cosa c' dietro ogni collina: l'ennesimo vuoto orizzonte. Laren la guard, stringendosi nelle spalle nel suo abituale gesto di rassegnazione. Suppongo che esistano inferni peggiori: questo il mio aggiunse. Vieni con me, allora propose Sharra. Cerca il portale insieme a me e lascia tutto. Ci sono altri mondi, forse meno insoliti e non altrettanto belli, per non sarai solo. Laren alz di nuovo le spalle. Lo fai sembrare cos facile disse in tono apatico. Conosco il portale, Sharra. Ci ho provato migliaia di volte. Il guardiano non mi ferma. Lo attraverso, do un'occhiata in un altro mondo e di colpo mi ritrovo di nuovo in questo cortile. No, non mi possibile andare via. Lei gli prese le mani tra le sue. Che tristezza. Stare cos tanto tempo da solo. Devi avere un carattere molto forte, Laren. Io dopo qualche anno sarei impazzita. L'uomo rise, con un po' di amarezza. Oh, Sharra, sono impazzito mi-

gliaia di volte. Mi curano, amore, mi curano sempre. Un'altra alzata di spalle, poi la circond con il braccio. Il vento era freddo e soffiava sempre pi forte. Vieni le disse. Dobbiamo rientrare prima che faccia buio. Salirono nella torre dove c'era la camera della ragazza, si sedettero tutti e due sul letto e Laren port del cibo: carne alla brace, nera fuori e rossa dentro, pane caldo e vino. Mangiarono e chiacchierarono. Perch sei qui? chiese Sharra, tra un boccone e l'altro, annaffiando le parole con il vino. In che modo li hai offesi? Chi eri, prima? Lo ricordo a stento, tranne che nei sogni rispose lui. E i sogni... passato cos tanto tempo, non riesco pi nemmeno a distinguere quelli veri dalle visioni frutto della mia follia. E sospir. A volte sogno che ero un re, un grande re in un mondo diverso da questo; il mio delitto era stato aver reso felici i miei sudditi, e nella felicit questi si rivoltarono contro i Sette, e i templi caddero in disuso. Un giorno mi svegliai nella mia stanza, nel mio castello, e mi accorsi che i servi erano spariti e, quando uscii, anche il mio popolo e il mio mondo non c'erano pi, e neppure la donna che dormiva al mio fianco. Ma ci sono anche altri sogni. Spesso ricordo vagamente che ero un dio, anzi un semidio. Avevo dei poteri, e conoscenze diverse da quelle dei Sette. Mi temevano, perch ero un degno avversario per ognuno di loro, e affrontandoli a uno a uno avrei vinto, ma non ero abbastanza potente per incontrarli tutti e sette insieme, e fu ci che mi costrinsero a fare. Poi mi tolsero quasi tutto il mio potere e mi abbandonarono qui. Fu una crudele ironia: come dio avevo insegnato che ci si deve aiutare a vicenda, che si possono allontanare le tenebre amando, ridendo e parlando, e cos i Sette mi privarono di tutto questo. Ma c' di peggio, perch ci sono anche momenti in cui penso di avere sempre vissuto qui, di essere nato qui un'eternit di tempo fa. E questi sono ricordi falsi, mandati per farmi soffrire ancora di pi. Mentre lui parlava, Sharra lo guardava. Laren teneva gli occhi puntati verso il lontano orizzonte, pieni di una nebbia di sogni e rimembranze sbiadite. Parlava molto lentamente e anche la sua voce ricordava la nebbia: scorreva, si addensava, nascondeva, e sapevi che c'erano misteri e cose l dietro, per impercettibili e lontani dalle luci, che tu non avresti mai visto. Laren si ferm, e i suoi occhi si rianimarono. Ah, Sharra esclam. Stai attenta a come ti muovi. Neppure la tua corona ti sar d'aiuto se dovessero schierarsi contro di te. E il pallido fanciullo Bakkalon ti far a pezzi, Naa-Slas si nutrir del tuo patimento e Saagael della tua anima.

Lei rabbrivid e tagli un altro boccone di carne, ma la sent fredda e dura in bocca, e di colpo si rese conto che le candele si erano lentamente consumate. Da quanto tempo lo stava ascoltando? Aspetta disse Laren, si alz e usc dalla porta che si apriva dove prima c'era la finestra. Adesso non c'era pi, solo pietra grigia irregolare; al calare degli ultimi raggi di sole tutte le finestre si erano trasformate in solida roccia. Laren ritorn poco dopo, con uno strumento musicale di legno nero scuro che emanava tenui bagliori, appeso al collo con una cinghia di cuoio. Sharra non aveva mai visto niente di simile. Aveva sedici corde, ognuna di differente colore, e barre di luce risplendente intarsiate nel lucido legno per tutta la sua lunghezza. Laren si sedette e appoggi la base dello strumento sul pavimento: la parte superiore superava di poco la sua spalla. Lo accarezz delicatamente, concentrato; le luci si accesero e di colpo la stanza fu piena di una musica effimera. Il mio compagno disse Laren sorridendo. Lo sfior ancora, e la musica sorse e mor, le ultime note senza una melodia. Poi accarezz le barre di luce e tutta l'aria scintill e cambi colore. Laren cominci a cantare. Io sono il signore della solitudine, vuoto il mio regno... ... Le prime parole si diffusero, nel canto dolce e lento della voce calda, distante e nebbiosa di Laren. Il resto della canzone... Sharra ascolt ogni parola, cercando di ricordarsene, ma poi le dimentic. La sfiorarono, la carezzarono, e si dileguarono di nuovo nella foschia: andavano e venivano cos rapidamente che non riusciva a fissarle. Insieme alle parole, anche la musica; triste, malinconica e piena di segreti, la attirava, piangendo, sussurrando promesse di mille storie sconosciute. Nella stanza le candele bruciavano pi vivide, e palle di luce si formavano e danzavano, fluttuando insieme, finch l'aria fu satura di colori. Parole, musica, luce: Laren Dorr intrecci tutto insieme creando per lei una visione. Lo vide come lui vedeva se stesso nei sogni: un re, alto, forte e fiero, con i capelli neri come i suoi e gli occhi vivaci. Gli abiti erano di un bianco abbagliante: pantaloni aderenti, camicia con maniche a sbuffo e un grande mantello che ondeggiava e si increspava al vento come un foglio di neve compatta. Sulla sua fronte sfavillava una corona d'argento, e una piccola spada dritta gli luccicava al fianco. Questo Laren pi giovane, questa vi-

sione onirica, si muoveva senza malinconia su uno sfondo di dolci minareti avorio e languidi canali azzurri. E tutto un mondo si muoveva attorno a lui: amici e amanti, e una donna speciale che Laren dipinse con parole e luci di fuoco, e c'era un'infinit di bei giorni e di risate. Poi, di colpo, l'oscurit. Lui era di nuovo l. La musica divent un lamento, le luci si affievolirono, le parole diventarono pi tristi e perdute. Sharra assistette al risveglio di Laren in un castello a lui familiare, ora deserto; lo vide cercare di stanza in stanza, e uscire all'esterno ad affrontare un mondo che non aveva mai visto prima. Lo vide lasciare il castello, incamminarsi verso le nebbie di un orizzonte lontano, nella speranza che quella caligine fosse fumo. Cammin e cammin, e ogni giorno nuovi orizzonti gli scivolavano sotto i piedi, e il grande sole cresceva, rosso, arancione e giallo, ma il mondo di Laren continuava a essere vuoto. And in tutti i posti che le aveva mostrato, e in altri ancora, e alla fine, sempre sperduto, desider tornare a casa, e il castello and da lui. Nel frattempo il bianco dei suoi abiti si era trasformato in grigio. E la canzone continu. Passarono giorni, anni, secoli, e Laren divent sempre pi stanco e folle, per non vecchio. Il sole brillava verde e viola, e di un biancazzurro duro e spietato, ma a ogni ciclo nel suo mondo c'era meno colore. Di questo cant Laren, e dei giorni e delle notti infiniti e vuoti, quando la musica e i ricordi erano la sua unica ancora di salvezza. Attraverso le sue canzoni, anche Sharra vide e sent. Quando la visione svan, la musica cess, la voce calda per l'ultima volta si dilegu e Laren si ferm, sorrise e la guard, Sharra stava tremando. Grazie le disse dolcemente, stringendosi nelle spalle. Prese il suo strumento e la lasci per la notte. Il giorno dopo, l'alba fu fredda e nuvolosa, ma Laren la port a caccia nella foresta. La loro preda era un animale bianco e magro, a met fra un gatto e una gazzella: troppo veloce per poterlo catturare facilmente e troppo adulto per poterlo uccidere. A Sharra non importava: cacciare era meglio che uccidere. Provava una gioia insolita e sorprendente in quella corsa nella scura foresta, reggendo un arco che non us mai e portando una faretra con frecce di legno nero ricavate dagli stessi alberi cupi attorno a loro. Erano tutti e due avvolti in pellicce grigie e Laren le sorrideva da sotto il cappuccio ricavato dalla testa di un lupo. Le foglie, chiare e fragili come vetro, scricchiolavano sotto gli stivali e si scheggiavano mentre loro correvano. Poi, senza aver sparso sangue ma esausti, tornarono al castello e Laren

imband un grande festino nella sala da pranzo principale. Si sorrisero l'un l'altra dalle opposte estremit del tavolo lungo quindici metri; Sharra guard le nuvole scorrere dietro la testa di Laren e poi la finestra diventare pietra. Perch fa cos? chiese la ragazza. E perch tu non esci mai la notte? Laren si strinse nelle spalle. Be', ho le mie ragioni. Le notti non sono, diciamo, buone da queste parti. Bevve un sorso di vino caldo speziato da una grande coppa tempestata di pietre preziose. Dimmi un po', Sharra, il mondo da cui vieni, quello da cui sei partita, ha le stelle? Lei fece cenno di s con la testa. S, passato molto tempo, per lo ricordo ancora. Le notti erano buie e nere, e le stelle erano piccoli puntini luminosi, fredde, dure e lontane. A volte potevi riconoscere delle forme; gli uomini del mio mondo, da ragazzi, davano dei nomi a quelle forme e narravano storie fantastiche su di esse. Laren annu. Penso che il tuo mondo mi sarebbe piaciuto disse. Anche il mio era pi o meno cos, ma le nostre stelle avevano mille colori e si muovevano nella notte come lanterne fantasma. A volte si avvolgevano in sottili velature per attenuare il loro splendore. E cos le nostre notti erano tutto un alternarsi di luci tremolanti e sfavilli. Spesso, allo spuntare delle stelle, andavo in barca con la donna che amavo. Cos potevamo ammirarle insieme. Ed era un buon momento per cantare. La sua voce esprimeva di nuovo una grande tristezza. L'oscurit era penetrata nella stanza, insieme al silenzio; il cibo era diventato freddo e Sharra riusciva a malapena a distinguere il viso di Laren a quella distanza. Allora si alz e si avvicin a lui, sedendosi con disinvoltura sul grande tavolo, accanto alla sua sedia. Laren annu e sorrise, e di colpo arriv una folata di vento, e tutte le torce alle pareti arsero di una vita improvvisa nella lunga sala da pranzo. Le vers altro vino, e le dita di Sharra indugiarono sulle sue quando prese il bicchiere. Anche noi facevamo cos disse la ragazza. Se il vento era abbastanza caldo e gli altri erano lontani, Kaydar e io amavamo sdraiarci insieme all'aperto. Esitante lo guard. Gli occhi di Laren la scrutavano. Kaydar? Ti sarebbe piaciuto, e penso che anche tu saresti piaciuto a lui. Era alto, con i capelli rossi e aveva il fuoco negli occhi. Kaydar aveva dei poteri, come me, ma i suoi erano superiori. E aveva una tale forza di volont. Lo presero una notte, non lo uccisero, lo portarono solo via da me e dal nostro mondo. Lo sto cercando da allora. Conosco i portali, indosso la corona

scura e non mi fermeranno facilmente. Laren bevve un sorso di vino e guard la luce delle fiaccole riflessa sulla coppa. Esistono infiniti mondi, Sharra. Ho tutto il tempo che occorre. Io non ho et, Laren, come te, del resto. Lo trover. Lo ami cos tanto? Sharra blocc un sorriso appassionato, tremulo e perduto. S, tantissimo disse, e anche la sua voce sembr perdersi nel ricordo. Mi ha reso felice. Siamo stati insieme poco, ma mi ha reso felice. Questo i Sette non possono togliermelo. Era una gioia anche solo vederlo, sentire le sue braccia intorno a me e guardare il suo modo di sorridere. Ah fece Laren, e sorrise, lasciando per trapelare uno stato d'animo molto abbattuto. Il silenzio si fece pesante. Alla fine Sharra si volt verso di lui. Ma abbiamo divagato molto dal punto da cui eravamo partiti. Non mi hai ancora detto perch le tue finestre si chiudono da sole la notte. Arrivi da molto lontano, Sharra, e hai attraversato numerosi mondi. Hai mai visto mondi senza stelle? S, Laren, tanti. Ho visto un universo dove il sole un tizzone incandescente con un unico mondo, e di notte i cieli sono grandi e vuoti. Ho visto la terra dei burloni accigliati, dove non esiste cielo e sibilanti soli bruciano sotto l'oceano. Ho attraversato le brughiere di Carradyne e ho visto stregoni neri accendere un arcobaleno per illuminare quella terra senza sole. Questo mondo privo di stelle disse Laren. E ti spaventa cos tanto che ti chiudi dentro? No, ma al posto delle stelle c' qualcos'altro. La guard. Lo vuoi vedere? Lei annu. Di colpo, cos come si erano accese, le torce si spensero. La stanza fu sommersa dall'oscurit, e Sharra scivol sul tavolo per guardare oltre la spalla di Laren. Lui non si mosse, ma le pietre che avevano sostituito la finestra si dissolsero in polvere e la luce filtr dall'esterno. Il cielo era nerissimo, ma lei riusciva a vedere distintamente, perch nelle tenebre c'era qualcosa che si muoveva. Emanava luce, e la terra del cortile, le pietre dei bastioni e il grigio degli stendardi riflettevano il suo bagliore. Perplessa, Sharra guard in alto. Qualcosa lass guard lei. Era pi grande delle montagne e occupava met del cielo e, anche se faceva abbastanza luce per vedere il castello,

Sharra sapeva che era pi buio del buio. Aveva una forma grosso modo umana, indossava un lungo mantello e un cappuccio, sotto cui l'oscurit era ancora pi accentuata. Gli unici suoni erano il respiro leggero di Laren, il battere del proprio cuore e il lontano lamento di un uccello del lutto, tuttavia Sharra udiva una risata satanica riecheggiarle nella testa. La forma nel cielo guard gi verso di lei, dentro di lei, e Sharra sent nell'anima quella fredda oscurit. Congelata, non riusciva a muovere gli occhi, ma la figura si spost, si volt, sollev una mano, e allora apparve qualcos'altro lass al suo fianco, una minuscola sagoma umana con occhi di fuoco che si contorceva, urlava e la chiamava. Sharra emise un grido acuto e distolse gli occhi. Quando guard di nuovo, la finestra non c'era pi. Solo un muro di solida pietra e una fila di torce accese, e Laren che la teneva tra le sue forti braccia. Era solo una visione. La strinse a s, carezzandole i capelli. Un tempo la notte mi mettevo alla prova disse, pi a se stesso che a lei. Ma non ce n'era bisogno. Lass i Sette fanno a turno per guardarmi, uno alla volta. Li ho visti fin troppo spesso, ardenti di luce nera contro il buio vuoto del cielo, tenere prigioniere le persone che amavo. Adesso non guardo pi. Resto in casa e canto, e le mie finestre sono fatte di pietra-notte. Mi sento... sporca disse lei, ancora un po' tremante. Vieni di sopra, c' dell'acqua, cos puoi lavare via il gelo. E io canter per te. La prese per mano e la guid alla stanza in cima alla torre. Sharra fece un bagno caldo, mentre Laren preparava lo strumento e lo accordava nella camera da letto. Era pronto, quando lei arriv, avvolta dalla testa ai piedi in un grande e soffice asciugamano marrone. Sharra sedette sul letto, frizionandosi i capelli e aspettando. Laren fece apparire per lei delle visioni. Questa volta cant un altro sogno, quello in cui era un dio e nemico dei Sette. La musica era martellante, accompagnata da lampi e tremiti di paura, e le luci si fusero insieme a formare un campo di battaglia scarlatto, dove un Laren bianco accecante lottava contro le ombre e le figure dell'incubo. Erano sette, formavano un cerchio intorno a lui e attaccavano a turno colpendolo con lance di un nero assoluto, e Laren rispondeva con fuoco e tempesta. Ma alla fine loro ebbero la meglio. La luce scem e la musica si fece pi morbida e di nuovo triste, e l'immagine si offusc mentre scorrevano come un lampo secoli di sogni solitari. Quando le ultime note finirono di riecheggiare nell'aria e i bagliori sbiadirono, Laren ricominci. Questa volta era una canzone nuova, che non

conosceva bene. Le sue dita, sottili e aggraziate, esitavano e tornarono indietro pi volte, e anche la voce era incerta, perch componeva al momento parte del testo. Sharra sapeva perch: stava cantando di lei, era la ballata della sua avventura. Parlava di un amore ardente e di una ricerca senza fine, di mondi oltre i mondi, di corone scure e guardiani in attesa che lottano con artigli, inganni e bugie. Prese tutte le parole che lei aveva pronunciato e le us, trasformandole. Nella camera da letto si formarono panorami splendenti dove caldi soli bianchi bruciavano sotto oceani perenni sibilando in nuvole di vapore, e uomini antichi fuori dal tempo accendevano arcobaleni per scacciare le tenebre. Cant di Kaydar, e lo cant com'era davvero, seppe catturare ed estrarre quel fuoco che era stato l'amore di Sharra e glielo fece provare di nuovo. Ma la canzone si chiuse con una domanda, il finale indugiava nell'aria, continuando a riecheggiare. Entrambi avrebbero voluto riposare, ma sapevano che per il momento non c'era requie. Sharra piangeva. Ora tocca a me, Laren disse, e poi aggiunse: Grazie per avermi ridato Kaydar. Era solo una canzone rispose, stringendosi nelle spalle. da tanto tempo che non avevo una canzone nuova da cantare. E ancora una volta la lasci, sfiorandole con delicatezza la guancia sulla soglia, mentre lei era in piedi avvolta nell'asciugamano. Quando fu uscito Sharra chiuse a chiave la porta e pass da una candela all'altra, trasformando con un soffio la luce in oscurit. Poi lanci l'asciugamano sulla poltrona e si infil sotto le coperte, aspettando a lungo prima di scivolare nel sonno. Era ancora buio quando si svegli, senza sapere perch. Apr gli occhi tranquilla, si guard intorno nella stanza, ma non c'era niente di nuovo. Oppure s? Poi lo vide, seduto nella poltrona dall'altra parte della stanza con le mani intrecciate sotto il mento, come la prima volta. Gli occhi dell'uomo erano calmi e immobili, molto aperti e scuri in una stanza piena della notte. Pareva molto tranquillo. Laren? chiam piano, ancora incerta se quella forma scura fosse lui. S rispose, ma non si mosse. Ti ho guardato dormire anche la notte scorsa. Sono stato qui da solo pi a lungo di quanto puoi immaginare, e ben presto lo sar di nuovo. Anche quando dormi, la tua presenza un miracolo. Oh, Laren esclam lei. Ci fu un silenzio, una pausa, un soppesare e

una conversazione muta. Poi lei scost la coperta, e Laren la raggiunse. Entrambi avevano visto avvicendarsi i secoli. Un mese, un attimo erano pi o meno la stessa cosa. Dormirono insieme ogni notte, e ogni notte Laren cantava le sue canzoni mentre Sharra ascoltava. Conversarono durante le ore buie, e di giorno nuotarono nudi in acque cristalline che catturavano la gloria purpurea del cielo. Fecero l'amore su spiagge bianche di sabbia fine, e parlarono molto dell'amore. Ma niente cambi. E alla fine il tempo si avvicin. Alla vigilia della notte prima del giorno che sarebbe stato l'ultimo, al crepuscolo, camminarono insieme nella foresta scura dove lui l'aveva trovata. Laren, in quel mese con Sharra, aveva imparato a ridere, ma adesso si era fatto di nuovo silenzioso. Camminava piano, tenendola stretta per mano, e il suo umore era pi grigio della morbida camicia di seta che indossava. Alla fine, in riva al ruscello che scorreva nella valle, sedette e la tir vicino a s. Si tolsero gli stivali e lasciarono che l'acqua rinfrescasse i loro piedi. Era una serata calda, con un vento solitario e agitato e si cominciavano gi a sentire i primi uccelli del lutto. Devi andare le disse, tenendole ancora la mano senza per guardarla negli occhi. Non era una domanda, ma un'affermazione. S rispose la ragazza. La malinconia aveva contagiato anche lei, e c'erano note plumbee nella sua voce. Tutte le parole mi hanno abbandonato, Sharra disse Laren. Se potessi cantarti una visione, lo farei. La visione di un mondo un tempo vuoto, riempito da noi e dai nostri figli. Potrei offrirtelo. Il mio mondo possiede abbastanza bellezza, meraviglia e mistero, se solo ci fossero occhi per vederli. E se le notti sono abitate da demoni, be', gli uomini hanno gi affrontato notti buie, su altri mondi in altri tempi. Ti vorrei amare, Sharra, per quanto sono capace. Vorrei provare a renderti felice. Laren... inizi, ma lui la zitt con un'occhiata. No, potrei dire cos, ma non voglio. Non ne ho il diritto. Kaydar ti rende felice. Solo un pazzo egoista ti chiederebbe di rinunciare a quella felicit per condividere la mia miseria. Kaydar tutto fuoco e risate, mentre io sono fumo, canzoni e tristezza. Sono stato solo troppo a lungo, Sharra. Il grigio adesso fa parte della mia anima, e non vorrei averti rattristato. Eppure... Lei gli prese una mano tra le sue, la sollev e la sfior con un rapido ba-

cio. Poi la lasci andare, e appoggi la testa sulla sua spalla immobile. Prova a venire con me, Laren disse. Prendi la mia mano quando varchiamo la soglia, forse la corona scura ti protegger. Prover a fare qualsiasi cosa tu voglia, ma non chiedermi di credere che funzioner. Sospir. Hai infiniti mondi che ti aspettano, Sharra, e non riesco a vedere la tua fine, ma non qui. Questo lo so, e forse meglio cos. Non ho pi certezze, se mai ne avevo. Ho un vago ricordo dell'amore, credo che potrei richiamare alla mente a che cosa assomiglia, ma rammento che non dura mai. Essendo entrambi immutabili e immortali, come potremmo non finire per annoiarci? Allora ci odieremmo? Non voglio che questo accada. A quel punto la guard, con un dolente, malinconico sorriso. Penso che tu abbia conosciuto Kaydar solo per poco, per esserne cos innamorata. Forse sono troppo contorto, ma cercando Kaydar, potresti perderlo. Il fuoco un giorno si estinguer, amore mio, la magia sparir, e allora magari ti ricorderai di Laren Dorr. Sharra cominci a piangere, sommessamente. Laren l'attir a s, la baci e le sussurr dolcemente. No. Anche lei lo baci, e si strinsero l'un l'altra senza parlare. Quando alla fine il porpora era quasi virato al nero, si rimisero gli stivali e si alzarono. Laren l'abbracci e sorrise. Devo andare disse Sharra. Ma non facile partire, Laren, credimi. Ti credo rispose lui. E ti amo proprio perch partirai, perch non puoi dimenticare Kaydar e non dimenticherai la tua promessa. Tu sei Sharra che vaga tra i mondi, e penso che i Sette ti debbano temere molto pi di qualsiasi divinit io sia mai stato. Se tu non fossi come sei, non penserei cos tanto a te. Ah, una volta hai detto che avresti amato qualsiasi voce che non fosse stata l'eco della tua. Laren si strinse nelle spalle. Come ho spesso ripetuto, amore mio, questo succedeva moltissimo tempo fa. Erano tornati al castello prima che facesse buio, per un ultimo pasto, un'ultima notte, un'ultima canzone. Non andarono a dormire quella notte, e Laren cant per lei quasi fino all'alba. Non era una canzone particolarmente bella; una storia sconnessa, su un menestrello errante in un mondo imprecisato, ed era poco interessante anche quello che gli accadeva. Sharra non riusciva ad afferrarne bene il senso e Laren cantava senza partecipazione. Sembrava uno strano addio, ma entrambi erano turbati. Lui la lasci al sorgere del sole, dicendo che si sarebbe cambiato d'abito

e l'avrebbe raggiunta nel cortile. E in effetti la stava aspettando quando lei arriv, e le sorrise, calmo e fiducioso. Era tutto vestito di bianco: pantaloni aderenti, una camicia con le maniche a sbuffo e un pesante mantello che schioccava e ondeggiava al vento. Ma il sole purpureo lo striava con l'ombra dei suoi raggi. Sharra and verso di lui e gli prese una mano. Era tutta coperta di cuoio resistente e alla cintura portava un coltello, per affrontare il guardiano. I suoi capelli neri come il giaietto con qualche luccichio rosso e porpora sventolavano liberi come il mantello, ma la corona scura era al suo posto. Addio, Laren disse. Avrei voluto darti di pi. Mi hai dato abbastanza. In tutti i secoli che verranno, in tutti i cicli solari che ci aspettano, mi ricorder. Misurer il tempo basandomi su di te, Sharra. Quando un giorno il sole sorger e il suo colore sar blu come il fuoco, lo guarder e dir: "Questo il primo sole blu dopo l'arrivo di Sharra". Lei annu. Adesso faccio una nuova promessa. Prima o poi trover Kaydar. E, se riesco a liberarlo, torneremo insieme da te, per opporre la mia corona e i fuochi di Kaydar all'oscurit dei Sette. Laren si strinse nelle spalle. Bene. Se non mi trovi, lasciami un messaggio replic, e poi sorrise. Andiamo al portale. Hai detto che mi avresti mostrato la soglia. Laren si volt e indic la pi bassa delle tre torri, una struttura fuligginosa in pietra in cui Sharra non era mai entrata. Alla base c'era una grande porta di legno. Laren tir fuori una chiave. Qui? chiese lei, guardandolo esterrefatta. Nel castello? Gi rispose Laren. Attraversarono il cortile, fino alla porta. Laren inser la pesante chiave di metallo e cominci ad armeggiare con la serratura. Intanto Sharra diede un'ultima occhiata intorno e sent la tristezza opprimere la sua anima. Le altre torri sembravano spoglie e abbandonate, il cortile era trascurato e dietro le alte montagne di ghiaccio c'era solo un orizzonte vuoto. Non c'erano altri rumori, a parte quelli che faceva Laren con la serratura, e nessun movimento se non il vento costante che sollevava la polvere del cortile e faceva sbattere i sette stendardi grigi allineati lungo ogni muro. Sharra rabbrivid con un senso di solitudine improvvisa. Laren apr la porta. Nessuno spazio, solo un muro di nebbia in movimento, senza suoni, n luci, n colori. Il tuo portale, mia signora annunci il cantore. Sharra guard davanti a s, come aveva fatto tante volte in passato.

"Quale mondo trover ad aspettarmi?" si chiese. Non lo sapeva mai, ma forse nel prossimo avrebbe rivisto Kaydar. Sent la mano di Laren posarsi sulla sua spalla. Stai esitando le sussurr dolcemente. La mano di Sharra and al coltello. Il guardiano disse d'un tratto. C' sempre un guardiano. I suoi occhi lanciarono un rapido sguardo al cortile. Laren sospir. S, sempre. Certi tentano di farti a pezzi con gli artigli, altri di farti perdere l'orientamento oppure di ingannarti facendoti varcare la soglia sbagliata. Ci sono alcuni che ti trattengono con le armi, altri con le catene, altri ancora con le menzogne. E infine ce n' uno che cerca di fermarti con l'amore. Eppure era sincero, e non ha mai cantato niente di falso. E, stringendosi leggermente nelle spalle rassegnato, la spinse oltre la soglia. Lei lo trov, alla fine, il suo amante dagli occhi di fuoco? Oppure lo sta ancora cercando? Quale sar il prossimo guardiano che incontrer? Quando cammina di notte, straniera in una terra solitaria, il cielo ha le stelle? Io non lo so, e neanche lui. Forse nemmeno i Sette lo sanno: certo, sono potenti, ma non hanno tutti i poteri, e il numero dei mondi pi grande di quanto perfino loro riescano a contare. C' una ragazza che vaga tra i mondi, ma il suo cammino ormai perso nella leggenda. Forse morta, o forse no. Le informazioni si muovono lentamente da un mondo all'altro, e non tutto quello che si dice vero. Ma questo sappiamo: in un castello vuoto, sotto un sole purpureo, un solitario menestrello aspetta e canta per lei. "The Lonely Songs of Laren Dorr" copyright 1976 by Ultimate Publishing Co., Inc. From "Fantastic Stories", May 1976. FINE