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TEST di AUTOVALUTAZIONE A] Consegna: Leggere attentamente il racconto di I.

Calvino e produrre un riassunto di circa 700730 parole (circa la met del testo originale). IL GIARDINO INCANTATO di Italo Calvino
Giovannino e Serenella camminavano per la strada ferrata. Gi c'era un mare tutto squame azzurro cupo azzurro chiaro; su, un cielo appena venato di nuvole bianche. I binari erano lucenti e caldi che scottavano. Sulla strada ferrata si camminava bene e si potevano fare tanti giochi: stare in equilibrio lui su un binario e lei sull'altro e andare avanti tenendosi per mano, oppure saltare da una traversina all'altra senza posare mai il piede sulle pietre. Giovannino e Serenella erano stati a caccia di granchi e adesso avevano deciso di esplorare la strada ferrata fin dentro la galleria. Giocare con Serenella era bello perch non faceva come tutte le altre bambine che hanno sempre paura e si mettono a piangere a ogni dispetto: quando Giovannino diceva: Andiamo l, - Serenella lo seguiva sempre senza discutere. Deng! Sussultarono e guardarono in alto. Era il disco di uno scambio ch'era scattato in cima a un palo. Sembrava una cicogna di ferro che avesse chiuso tutt'a un tratto il becco. Rimasero un po' a naso in su a guardare: che peccato non aver visto! Ormai non lo faceva pi. - Sta per venire un treno, - disse Giovannino. Serenella non si mosse dal binario. - Da dove? - chiese. Giovannino si guard intorno, con aria d'intendersene. Indic il buco nero della galleria che appariva ora limpido ora sfocato, attraverso il tremito del vapore invisibile che si levava dalle pietre della strada. - Di l, - disse. Sembrava gi di sentirne lo sbuffo incupito dalla galleria e vederselo tutt'a un tratto addosso, scalpitante fumo e fuoco, con le ruote che mangiavano i binari senza piet. - Dove andiamo, Giovannino? C'erano grandi agavi grige, verso mare, con raggere di aculei impenetrabili. Verso monte correva una siepe di ipomea, stracarica di foglie e senza fiori. Il treno non si sentiva ancora: forse correva a locomotiva spenta senza rumore e sarebbe balzato su di loro tutt'a un tratto. Ma gi Giovannino aveva trovato un pertugio nella siepe. - Di l. La siepe sotto il rampicante era una vecchia rete metallica cadente. In un punto, s'accartocciava su da terra come un angolo di pagina. Giovannino era gi sparito per met e sgusciava dentro. - Dammi una mano, Giovannino! Si ritrovarono in un angolo di giardino, tutt'e due carponi in un'aiola, coi capelli pieni di foglie secche e di terriccio. Tutto era zitto intorno; non muoveva una foglia. - Andiamo, - disse Giovannino e Serenella disse: - S. C'erano grandi e antichi eucalipti color carne, e vialetti di ghiaia. Giovannino e Serenella camminavano in punta di piedi pei vialetti, attenti al fruscio della ghiaia sotto i passi. E se adesso arrivassero i padroni? Tutto era cos bello: volte strette e altissime di foglie ricurve d'eucalipto e ritagli di cielo; restava solo quell'ansia dentro, del giardino che non era loro e da cui forse dovevano esser cacciati tra un momento. Ma nessun rumore si sentiva. Da un cespo di corbezzolo, a una svolta, s'alz un volo di passeri, con gridi. Poi ritorn silenzio. Era forse un giardino abbandonato? Ma l'ombra dei grandi alberi a un certo punto finiva e si trovarono sotto il cielo aperto, di fronte ad aiole tutte ben ravviate di petunie e convolvoli, e viali e balaustrate e spalliere di bosso. E sull'alto del giardino, una grande villa coi vetri lampeggianti e tende gialle e arancio. E tutto era deserto. I due bambini venivano su guardinghi calpestando ghiaia: forse le vetrate stavano per spalancarsi tutt'a un tratto e signori e signore severissimi per apparire sui terrazzi e grossi cani per essere sguinzagliati per i viali. Trovarono vicino a una cunetta una carriola. Giovannino la prese per le staffe e la spinse innanzi: aveva un cigolo, a ogni giro di ruota, come un fischio. Serenella ci si sedette sopra e avanzavano zitti, Giovannino spingendo la carriola con lei sopra, fiancheggiando le aiole e i giochi d'acqua. - Quello, - diceva Serenella a bassa voce di tanto in tanto, indicando un fiore. Giovannino poggiava e andava a strapparlo e glielo dava. Ne aveva gi dei belli in un mazzetto. Ma scavalcando le siepi per scappare, forse li avrebbe dovuti buttar via!

Cos arrivarono a uno spiazzo e finiva la ghiaia e c'era un fondo di cemento e mattonelle. E in mezzo a questo spiazzo s'apriva un grande rettangolo vuoto: una piscina. Ne raggiunsero i margini: era a piastrelle azzurre, ricolma d'acqua chiara fino all'orlo. - Ci tuffiamo? - chiese Giovannino a Serenella. Certo doveva essere assai pericoloso se lui chiedeva a lei e non diceva soltanto: - Gi! - Ma l'acqua era cosi limpida e azzurra e Serenella non aveva mai paura. Scese dalla carriola e vi depose il mazzolino. Erano gi in costume da bagno: erano stati a cacciar granchi fino allora. Giovannino si tuff: non dal trampolino perch il tonfo avrebbe fatto troppo rumore, ma dall'orlo. And gi gi a occhi aperti e non vedeva che azzurro, e le mani come pesci rosa; non come sotto l'acqua del mare, piena d'ombre informi verdi-nere. Un'ombra rosa sopra di s: Serenella! Si presero per mano e riaffiorarono all'altro capo, un po' con apprensione. No, non c'era proprio nessuno ad osservarli. Non era bello come s'immaginavano: rimaneva sempre quel fondo d'amarezza e d'ansia, che tutto questo non spettava loro e potevano esserne di momento in momento, via, scacciati. Uscirono dall'acqua e proprio l vicino alla piscina trovarono un tavolino col ping-pong. Giovannino diede subito un colpo di racchetta alla palla: Serenella fu svelta dall'altra parte a rimandargliela. Giocavano cosi, dando btte leggere perch da dentro alla villa non sentissero. A un tratto un tiro rimbalz alto e Giovannino per pararlo fece volare la palla via lontano; batt sopra un gong sospeso tra i sostegni d'una pergola, che vibr cupo e a lungo. I due bambini si rannicchiarono dietro un'aiola di ranuncoli. Subito arrivarono due servitori in giacca bianca, reggendo grandi vassoi, posarono i vassoi su un tavolo rotondo sotto un ombrellone a righe gialle e arancio e se ne andarono. Giovannino e Serenella s'avvicinarono al tavolo. C'era t, latte e pan-di-Spagna. Non restava che sedersi e servirsi. Riempirono due tazze e tagliarono due fette. Ma non riuscivano a stare ben seduti, si tenevano sull'orlo delle sedie, muovendo le ginocchia. E non riuscivano a sentire il sapore dei dolci e del t e latte. Ogni cosa in quel giardino era cos: bella e impossibile a gustarsi, con quel disagio dentro e quella paura, che fosse solo per una distrazione del destino, e che presto sarebbero chiamati a darne conto. Quatti quatti, si avvicinarono alla villa. Di tra le stecche d'una persiana a griglia videro, dentro, una bella stanza ombrosa con collezioni di farfalle alle pareti. E in questa stanza c'era un pallido ragazzo. Doveva essere il padrone della villa e del giardino, lui fortunato. Era seduto su una sedia a sdraio e sfogliava un grosso libro con figure. Aveva mani sottili e bianche e un pigiama accollato bench fosse estate. Ora, ai due bambini, spiandolo tra le stecche, si spegneva a poco a poco il batticuore. Infatti quel ragazzo ricco sembrava sedesse e sfogliasse quelle pagine e si guardasse intorno con pi ansia e disagio di loro. E s'alzasse in punta di piedi come se temesse che qualcuno, di momento in momento, potesse venire a scacciarlo, come se sentisse che quel libro, quella sedia a sdraio, quelle farfalle incorniciate ai muri e il giardino coi giochi e le merende e le piscine e i viali, erano concessi a lui solo per un enorme sbaglio, e lui fosse impossibilitato a goderne, ma solo provasse su di s l'amarezza di quello sbaglio, come una sua colpa. Il ragazzo pallido girava per la sua ombrosa stanza con passi furtivi, accarezzava i margini delle vetrine costellate di farfalle con le bianche dita, e si fermava in ascolto. A Giovannino e Serenella il batticuore spento riprendeva ora pi fitto. Era la paura di un incantesimo che gravasse su quella villa e quel giardino, su tutte quelle cose belle e comode, come un'antica ingiustizia commessa. Il sole s'oscur di nuvole. Zitti zitti Giovannino e Serenella se ne andarono. Rifecero la strada pei vialetti, di passo svelto, ma senza mai correre. E traversarono carponi quella siepe. Tra le agavi trovarono un sentiero che portava alla spiaggia, breve e sassosa, con cumuli d'alghe che seguivano la riva del mare. Allora inventarono un gioco bellissimo: battaglia con le alghe. Se ne tirarono manciate in faccia uno con l'altra fino a sera. C'era di buono che Serenella non piangeva mai.

B] Consegna: Leggere attentamente il racconto di I. Calvino e produrre un riassunto di circa 200 parole, massimo venti righe (circa la met del testo originale). COSCIENZA di Italo Calvino
Venne una guerra e un certo Luigi chiese se poteva andarci, da volontario. Tutti gli fecero un sacco di complimenti. Luigi and nel posto dove davano i fucili, ne prese uno e disse: Adesso vado a ammazzare un certo Alberto. Gli chiesero chi era questo Alberto. - Un nemico - rispose, - un nemico che ci ho io. Quelli gli fecero capire che doveva ammazzare dei nemici di una data qualit, non quelli che piacevano a lui. - E che? - disse Luigi - Mi pigliate per ignorante? Quel tale Alberto proprio di quella qualit, di quel paese. Quando ho saputo che ci facevate la guerra contro, ho pensato: vengo anch'io, cos posso ammazzare Alberto. Per questo son venuto. Alberto io lo conosco: un farabutto e per pochi soldi mi ha fatto fare una brutta parte davanti a una. Sono faccende vecchie. Se non ci credete, vi racconto tutto per disteso. Loro dissero che s, che andava bene. - Allora - fece Luigi - mi spiegate dov' Alberto, cos ci vado e ci combatto. Loro dissero che non ne sapevano. - Non importa - disse Luigi, - mi far spiegare. Prima o poi lo trover bene. Quelli gli dissero che non si poteva, che lui doveva fare la guerra dove lo mettevan loro, e ammazzare chi capitava, di Alberto o non Alberto loro non sapevano niente. - Vedete - insisteva Luigi - bisogna proprio che vi racconti. Perch quello proprio un farabutto e fate bene a farci la guerra contro. Ma gli altri non ne volevano sapere. Luigi non riusciva a farsi ragione: - Scusate, per voi se ammazzo un nemico o se ne ammazzo un altro lo stesso. A me invece di ammazzare qualcuno che magari con Alberto non ha niente a che vedere, dispiace. Gli altri persero la pazienza. Qualcuno gli spieg di tante ragioni e di come era fatta la guerra e che uno non poteva andarsi a cercare il nemico che voleva. Luigi alz le spalle. - Se cos - disse - io non ci sto. - Ci sei e ci stai! - gridarono quelli. - Avanti-march, un-du, un-du! - E lo mandarono a far la guerra. Luigi non era contento. Ammazzava dei nemici, cos, per vedere se gli capitava di ammazzare anche Alberto o qualche suo parente. Gli davano una medaglia ogni nemico che ammazzava, ma lui non era contento. - Se non ammazzo Alberto - pensava -ho ammazzato tanta gente per niente. - E ne aveva rimorso. Intanto gli davano medaglie su medaglie, di tutti i metalli. Luigi pensava: - Ammazza oggi ammazza domani, i nemici diminuiranno e verr pure la volta di quel farabutto. Ma i nemici si arresero prima che Luigi avesse trovato Alberto. Gli venne il rimorso di aver ammazzato tanta gente per niente, e siccome c'era la pace, mise tutte le medaglie in un sacco e gir per il paese dei nemici a regalarle ai figli e alle mogli dei morti. Girando cos, successe che trov Alberto. - Bene - disse - meglio tardi che mai - e lo ammazz. Fu la volta che lo arrestarono, lo processarono per omicidio e lo impiccarono. Al processo badava a ripetere che l'aveva fatto per mettersi a posto con la coscienza, ma nessuno lo stava a sentire.

C] Consegna: Leggere con molta attenzione larticolo di Jos Saramago e farne una sintesi di circa 320-350 parole (un terzo del testo originale) senza alterare il valore e la forza morale del messaggio. QUEL VECCHIO UOMO CHE ABBRACCIAVA GLI ALBERI di Jos Saramago
Sono nipote di un uomo che, presentendo che la morte lo attendeva all'ospedale dove lo stavano portando, scese nell'orto e and a dire addio agli alberi che aveva piantato e curato, piangendo e abbracciando ognuno di essi, come se di esseri amati si fosse trattato. Quell'uomo era un semplice pastore, un contadino analfabeta, non un intellettuale, non un artista, non una persona colta e sofisticata che decideva di lasciare questo mondo con un grande gesto che la posterit avrebbe ricordato. Si sarebbe detto che stava salutando ci che fino a quel momento era stato di sua propriet, ma di sua propriet erano anche gli animali che gli davano da vivere e lui non and da loro per salutarli. Si accomiat dalla famiglia e dagli alberi come se per lui fosse stato tutto la sua famiglia. Questo episodio accaduto, reale, non frutto della mia immaginazione. In tanti anni, non avevo mai sentito uscire dalla bocca di mio nonno parola alcuna sugli alberi in generale, e su quelli in particolare, che non fosse motivata da ragioni pratiche. Inoltre, non avrei potuto immaginare, nessuno avrebbe potuto immaginarlo, che l'ultima manifestazione cosciente della personalit del vecchio uomo avrebbe toccato la linea del sublime. Eppure accadde. Non sapr mai cosa mosse lo spirito di mio nonno in quellora estrema, cosa pens e prov, quale chiamata urgente guid i suoi passi insicuri fino agli alberi che lo aspettavano. Forse sapeva che gli alberi non possono muoversi, che sono legati alla terra dalle radici e che da queste non possono separarsi, se non per morire. Nel fondo del suo cuore, forse mio nonno sapeva, di un sapere misterioso, difficile da esprimere con le parole, che la vita della terra e degli alberi una sola vita. N possono gli alberi vivere senza la terra, n pu la terra vivere senza gli alberi. Qualcuno afferma persino che gli unici abitanti naturali del Pianeta siano essi, gli alberi. Perch? Perch si nutrono direttamente dalla terra, perch l'afferrano con le loro radici e da essa sono afferrati. Terra e albero, ecco la simbiosi perfetta. Pu darsi che qualcuno pensi che ci sia troppo lirismo in queste parole. possibile, perch, cos come la terra e gli alberi, il sentimento e la ragione vanno sempre uniti. Ma non stato per puro sentimento che mi sono unito alla campagna di Greenpeace per la protezione delle foreste primordiali e per un utilizzo dei prodotti forestali che non sia inquinante per l'ambiente. Meglio che piangere sul latte versato, sarebbe non rompere la brocca. La metafora appropriata, di questo si tratta. Quando i rappresentanti di Greenpeace mi hanno spiegato le ragioni oggettive del progetto e mi hanno chiesto di parteciparvi, ho capito che non mi bastava preoccuparmi per la situazione dell'ambiente come qualsiasi altra persona con una coscienza per i problemi del mondo, che era necessario che il mio impegno fosse reale, concreto. Ho chiesto loro cosa potevo fare e mi hanno risposto che avevo nelle mie mani l'arma pacifica con la quale potevo ingaggiare la battaglia: i libri, i libri che consumano quantit gigantesche di carta, i libri che divorano boschi e foreste a una velocit vertiginosa, ma anche i libri che possono essere stampati su una carta che rispetta nella sua produzione l'ambiente e che utilizza i boschi con criterio attento al bene comune, ossia, in maniera sostenibile. Il risultato il libro intitolato Las intermitencias de la muerte, e questo solo il primo passo. Tutte le opere che potr scrivere in futuro, tutte le riedizioni di quelle gi pubblicate, saranno stampate su carta approvata da Greenpeace, sia in Portogallo, sia in Spagna, sia in America Latina. quello che sta accadendo con Las intermitencias de la muerte, per il quale alle edizioni citate si sono aggiunte quella brasiliana, quella italiana e quella catalana, e spero che a breve vi si aggiungano anche quelle degli altri paesi che desiderino tradurre e pubblicare i libri che vado scrivendo. Concludo rivolgendo un invito e lanciando una sfida. Che altri scrittori collaborino in questo senso con Greenpeace, che altri editori si uniscano ai miei di adesso e, soprattutto, s, soprattutto, che i lettori, il pubblico, abbiano una maggiore coscienza che questa lotta anche loro. Difendere gli alberi difendere la Terra. Mio nonno lo sapeva e non sapeva n leggere n scrivere. Un vecchio analfabeta mi ha dato la migliore delle lezioni. Qui ve la offro, se la riterrete giusta e umana. So che per qualcuno lo stato: mi dicono che a Puerto Rico, una manifestazione in difesa di un bosco, che interessi speculativi volevano abbattere, ha marciato dietro a uno striscione che portava il nome di mio nonno, Jernimo, e che, come lui, le persone abbiano abbracciato gli alberi con una tale forza che il bosco stato salvato. So che un viale a Castril, un paese di Granada, porta il nome di Jernimo Melrinho, e quel viale, con quel nome, resta spiegato come la bandiera pi bella.

Ad alcuni per la lezione, ad altri per preservare l'esempio, ad altri per la rigorosa attenzione con la quale guardano il mondo, dico grazie. E continuiamo su questa strada perch ci sono dei buoni motivi. (testo originale 936 parole)

[Il premio Nobel Jos Saramago si unito alla campagna di Greenpeace Libri Amici dei Boschi, tesa a promuovere l'uso della carta FSC, un marchio che garantisce che il materiale impiegato riciclato od ottenuto con un utilizzo sostenibile delle foreste e che la carta stata prodotta con tecniche poco inquinanti.] Da La Repubblica del 17 giugno 2006.

D] Utilizzando al meglio le informazioni e i giudizi di Giorgio Montefoschi, in questa pagina dedicata a Pietro Citati, provate a ricavare una sintesi [quindici righe, massimo duecento parole].
L'ombra d'un lettore inquieto e ardente deposita i suoi fuggevoli contorni sulle pagine de La luce della notte. un personaggio al quale Citati immagina di affidare la lettura dei medesimi libri che egli stesso sta leggendo - con la certezza del cuore, la passione dell'intelletto - di volta in volta dissimulato in figure di lettori che sono anche qualcos'altro: viaggiatori nel passato; archeologi conversatori del II secolo d.C. interessati alle magie e ai misteri; modesti o febbrili intellettuali neoplatonici di quegli anni, disposti a occuparsi soltanto degli dei che qualcuno voleva morti per sempre; spettatori dei segreti gnostici; ascoltatori delle favole notturne narrate da Shahrazd; beffardi spiriti del XVI secolo, chiusi in una torre tappezzata di libri, ma aperta alle quiete visioni della campagna francese; amanti della contraddittoria, leggera mutevolezza del mondo; fedeli di Allah, consapevoli che la prima cosa creata fu il calamo, e che la creazione un racconto; visitatori delle gallerie del Louvre, in sosta davanti a Et in Arcadia ego, il quadro di Poussin nel quale rappresentata la morte ma anche il dominio sulla morte, da parte della nostra mente... Costoro, contemplano le grandi immagini che, nel corso dei secoli, ha prodotto la fantasia dell'uomo; percorrono gli ardui itinerari del pensiero; scrutano le parole, una parola accanto a un'altra parola, sapendo che il mondo narrazione, i miti sono il riflesso di Dio nel mondo, ma anche che Dio inconoscibile, e che la parola - come diceva Rm, il mistico persiano - appena un cenno, un movimento, che ci invita a scrutare un altro, enigmatico movimento che si perde nella lontananza. Poi, seguendo il medesimo destino dei propri sentimenti, delle fragilit e delle certezze, del buio e della luce che hanno accompagnato la parola, scompaiono e vengono inghiottiti - come accade alle parole, ai libri, ai miti - in una dimensione dell'anima ancora inquieta e ardente, che per non ha pi a che vedere con la pagina scritta, la letteratura, il confine delle vicende, il riflesso del mondo. [] Cos, la lieve sfasatura ottica, il gioco teatrale, prodotto dalla contemporanea presenza di molti lettori - un lettore che legge un libro che un altro sta leggendo: nella imitazione d'un perfetto desiderio della Biblioteca di Babele - sembra avere la sua conclusione incandescente. Tutto illusione: la lettura, la conoscenza intellettuale, quella mistica, tutto. Come accade agli uccelli pellegrini di Attr. Allorch, alla fine del pellegrinaggio, vedono solo se stessi riflessi nel Dio che hanno cercato tutta la vita: il r degli uccelli, Simurgh. All'inizio de La luce della notte, il lettore di Citati un viaggiatore delle steppe russe. Nella borsa da viaggio ha il IV volume delle Storie di Erodoto, l'Iliade e l'Odissea, Eschilo, le Metamorfosi di Apuleio, il Simposio e il Fedro, san Paolo e sant'Agostino. uno dei suoi lettori che amiamo di pi. [] Ora, il suo viaggiatore ha varcato i secoli. Con Plutarco, ha tremato davanti alle antiche statue degli dei. Ha ripercorso il mito di Osiride e di Iside: la grande madre, la regina della notte. Ha imparato che il dono supremo che un uomo possa raggiungere il divino; epper che il divino nascosto come un enigma. Ha parlato con Apuleio. Come Lucio, il protagonista del pi audace testo della mistica europea, si spogliato della tenera pelle di uomo, diventato asino e romanziere; scrutatore del divino nel caos. Ha conosciuto l'eros e il furore. Insieme a Psiche, l'anima chiamata dal dio Amore, ha osato alzare la lucerna per vedere ci che non si pu vedere. Nel meraviglioso paesaggio del plenilunio - perch gli uomini non possono conoscere gli dei altro che nella luce notturna - ha incontrato Iside, come, molti anni pi tardi, ne II Flauto Magico, accadr a Tamino. Sul bordo dei ruscelli che corrono alla periferia di Atene, stordito dal canto delle cicale, veicolo del canto celeste, ha seguito Socrate - il filosofo con gli occhi sporgenti come i polipi e i tori, molle e ondivago, che avrebbe amato Montaigne - per apprendere parole misteriose e semplici attorno all'Amore: al desiderio insaziabile di ricongiungerci all'unit primaria, a ci che abbiamo perduto. Finalmente, s' trasformato nei panni del modesto intellettuale platonico del II secolo che vorrebbe leggere san Paolo e le sue Lettere. Cosa scoprirebbe quest'uomo se davvero potesse leggere san Paolo? Fin qui, egli ha sempre pensato all'universo come un insieme in s perfetto e armonioso; una proiezione pervasiva della luce divina, costruita per sciogliere la dimensione temporanea nella quiete dell'eterno. Adesso, dalle Lettere, impara che Dio si manifesta nella storia degli uomini come scandalo, follia, stoltezza. Scopre che il mondo non stato creato da Dio perch Dio contempli se stesso; ma per la figura centrale della creazione, per l'uomo, al punto di spingere Dio a farsi uomo. Il letterato platonico stupito. Chi sono questi cristiani? Com' possibile che Dio vesta la carne umana? Cos' la resurrezione, a fronte dell'abbandono dolce del corpo e della trasformazione in spirito? Che dire del rifiuto del mondo? Di un'anima che, pur avendo la presenza dello spirito, attende di esser liberata e geme? Che dire dell'Amore: cos diverso dalla nostalgia del Fedro, cos pieno, gi tutto qui? Un Amore che l'unico infinito che l'uomo possiede; vince ogni conoscenza della mente; far dire a sant'Agostino: Non amavo ancora e amavo amare...; sar la linfa che per secoli nutrir l'Occidente? Egli non sa perch, come, quando, a quali condizioni nasce l'Amore. Neppure noi lo sappiamo. la fondamentale omissione, il segreto che Citati non pu svelare. Che nessuno potr svelare tra i molti lettori-

letterati-poeti-filosofi-romanzieri d'Oriente e Occidente che affollano le pagine de La luce della notte: questo libro bellissimo, pi appassionante di un romanzo. La nascita dell'Amore come una immensa frattura che si produce nel cuore dell'uomo - assediato dalle tenebre, scontento della chiarezza dell'intelletto - che l'uomo in alcun modo si spiega. L'Amore come la grazia: non sappiamo perch ci illumina e ci riscalda. Come un immenso flutto musicale, l'Amore s'avanza nell'epoca in cui Cristo realizzer il suo Regno, e lo anticipa nella nostra. indefinibile e indescrivibile. Esattamente come Dio. Questo solo riusciamo a comprendere; consapevoli che solamente i libri, le parole che nessuno pu dissuggellare completamente, continuano a infuocare per secoli i nostri pensieri.

E] Consegna: Leggere attentamente il racconto di Elsa Morante e produrre un riassunto


Elsa Morante, Racconti dimenticati, Torino, Einaudi, 2002.

Innocenza
Certo non saggio lasciare in casa, soli, una nonna decrepita e un nipote che appena ora incomincia a cambiare i denti. La colpa di ci che pu accadere non ricadr su loro due, ma sugli altri. Il piccolo Camillo era rimasto solo in casa con la nonna. Questa nonna era sorda, e gli anni innumerevoli l'avevano succhiata fino a ridurla quasi un piccolo scheletro di legno. Non solo, ma per tenere insieme quei suoi quattro ossicini di legno, ella era costretta a fasciarsi stretta stretta sotto le sottane, come un fantolino. La sua testa minuscola e rotonda, quasi nuda di capelli, dondolava, e le palpebre grigie rimanevano sempre abbassate. Non era, lei, una di quelle nonne che raccontano favole: se ne stava tutta rannicchiata nel seggiolone dall'alto schienale, borbottando fra s parole che sdrucciolavano fra le sue gengive tremanti. E il nipote, tranquillo, seduto sullo sgabello, ricontava le pietre del pavimento (giacch da poco aveva imparato a contare). Mentre cos passavano il tempo, si ud bussare forte all' uscio. Camillo eccitato strill: - Nonna, bussano! - Ma no, no, non l'ora della minestrina, - borbott la nonna che, come si detto, era sorda. - Macch, nonna, ho detto che bussano! - strill pi forte il bambino. - La vuoi col brodo o col latte ? - chiese biascicando la nonna. Allora Camillo scosse il capo con rassegnazione, e, saltato gi dallo sgabello, corse ad aprire. Fu stupefatto al vedere una grande e bellissima signora in una pelliccia violacea, con riccioli scuri intorno al viso ovale e malato, le dita lunghe e candide intrecciate con languore. - permesso? chiese la signora, con una voce pigra, che pareva il suono dell'organo. E Camillo, inesperto com'era, disse: - Accomodatevi. La signora si sedette in anticamera, e il suo corpo, mezzo nudo sotto la pelliccia, pareva di statua; sennonch la faccia non era di statua, era di donna triste e pazza, e ogni tanto, per aumentare quest'apparenza, ella si scompigliava tutti i capelli. Cos spettinata, sembrava un nero temporale. Camillo pens che fosse suo dovere distrarla, e incominci a raccontarle della nonna: - Mia nonna, - disse, - ha gli orecchi sbagliati e non capisce niente. Se le dico due, capisce uno (avendo imparato da poco a contare, egli faceva sfoggio di esempi numerici). - Le nonne diventano cos, - balbett la signora con voce rauca. E accavall sfacciatamente le gambe nude.

- Mia nonna non ha sangue, - aggiunse in fretta Camillo, - come una formica. Mia nonna non ha denti per mangiare. Anch'io da piccolo ero cos, ma adesso no. Guarda: qui c' un buchettino vuoto, ma presto spunter il dente nuovo. - Foglie, fiori e denti spuntano, - sentenzi la visitatrice con aria severa, fissandolo con occhi rabbuiati. - Mia nonna non esce mai di casa, - prosegu Camillo in tono saccente, - non cammina, come una sedia, come ... come il muro. Ma ogni tanto parla, e nessuno le d retta. Mia nonna ha novantacinque anni. - Novantaquattro primavere e basta, - corresse la signora. E detto questo si spettin con furia ed ebbe una specie di singhiozzo. - Primavera una stagione, - esclam Camillo, fiero della propria dottrina. - Quand'io sar grande, comprer una dentiera per la nonna, coi denti d'oro, e pure un carretto col ciuco per portarla a spasso. - Ah, ah, ah! Innocente! Innocente! - grid la signora balzando in piedi con una risata sfrontata e terribile. - Addio, mio bell'innocente. Me ne vado. - Non aspetti? - chiese Camillo deluso. - Ah, ah, ah, me ne vado, - ripet la signora, e Camillo si accorse che uscendo ella raccoglieva un non so che da un angolo e se lo nascondeva nel pugno, sotto la pelliccia; gli parve qualcosa come una bambolina di legno. - Che hai rubato? - le grid rincorrendola sulla scala. Ma quella, coi capelli al vento, sempre ridendo orribilmente se ne and, e pareva il tuono quando dilegua. Camillo furibondo ritorn dalla nonna, e la trov addormentata. Questo sonno dur in eterno. Soltanto adesso, fattosi grande, Camillo ha capito ogni cosa. Loggetto misterioso rubato da quella signora, e da lui creduto una bambolina di legno, era invece l'anima della nonna. Infatti quella bellissima signora, che lui stesso aveva lasciato entrare per innocenza, era la Morte.

F] Consegna: Leggere attentamente il passo di Alberto Moravia e produrre un riassunto


Alberto Moravia, Viaggiare in India in Unidea dellIndia, Milano, Bompiani, 1962- 2001.

Viaggiare in India
Un viaggio in India vuol dire una corsa attraverso l'uniformit di un Paese immenso e al tempo stesso straordinariamente unitario. Via via che i chilometri crescono sui cippi della strada maestra e i luoghi tanto sognati sfilano, dapprima incerto e poi sempre pi convinto, un senso di delusione si insinua nell' animo del viaggiatore in cerca di pittoresco. Nomi orientali che sulla carta geografica gli avevano fatto sperare chiss quali magie esotiche, stanno invece a indicare citt nelle quali, salvo alcuni monumenti molto noti, ma non eccezionali, tutto molto simile, cos che averne vista una vuol dire averle viste tutte. La citt indiana , infatti, nient' altro che un immenso bazar o assembramento di botteghe di tipo medievale, a prima vista pittoresca poi, ad uno sguardo pi attento, assai monotona, della monotonia sconvolta e un po' irritante che propria alla povert e alla mancanza di qualsiasi disegno urbanistico. N pi varia la campagna: grandi pianure di una serenit malinconica, immerse in una luce splendente e funebre, scialbe, sabbiose, sterminate. E alla fine albeggia la verit: l'India non un Paese bello come, per esempio, l'Italia, e neppure pittoresco come, per esempio, il Giappone. L'India un continente nel quale sono degni di interesse soprattutto gli aspetti umani. Da questo punto di vista, l'India certamente la nazione pi originale dell' Asia intera, almeno per noi europei che facciamo presto a scoprirvi somiglianze e affinit che cercheremmo invano in Cina o in Giappone. L'avventura politica, sociale, religiosa e artistica di quel ramo della stirpe nordica che invece di dirigersi verso l'Europa, discese nel subcontinente, per gli europei piena di fascino e di insegnamenti. Diremmo addirittura che non si pu capire del tutto la civilt europea se non si conosce lIndia. Ma lIndia vista con gli occhi del turista ignorante pu anche essere una delusione. Che cosa rimane, dunque, nella memoria, di un viaggio in automobile, poniamo, per i mille e pi chilometri della valle del Gange, da Nuova Delhi fino a Calcutta? Prima di tutto gli alberi, lungo le strade maestre. Sono alberi magnifici, i pi belli del mondo, enormi, membruti, aggravati di fitto pesante fogliame. Sotto questi alberi, lungo le strade, si veggono sedere, in atteggiamenti immobili e contemplativi gruppi di uomini e di donne che sembrano riposarsi delle fatiche dei campi; oppure un santone inginocchiato ed estatico, osservato con curiosit da famiglie di scimmie. Il pi impressionante di questi alberi il banyan, che potrebbe essere il simbolo vegetale dell'India come il cedro lo del Libano, specie di trib di alberi fusi insieme in un tronco multiplo, con i grandi rami carichi di radici aeree, pendule e grigie, simili a barbe. Altri alberi portano in cima a ciascun ramo un solo fiore rosso, come una fiamma. Strani scoiattoli striati che sembrano lucertole vivono in quantit su questi alberi; e al passaggio della macchina ne fuggono stuoli di piccoli pappagalli verdi. Altro ricordo: la jungla. Questa parola famosa designa in realt la variet indiana della nostra macchia. Sono vaste estensioni di terreno arido, ricoperto radamente di arbusti e di cespugli, con qualche grande albero qua e l che sovrasta con la chioma rotonda. La jungla per lo pi secca e polverosa, tutta percorsa da radure serpeggianti che sembrano sentieri. Ha un aspetto decrepito, maligno, selvaggio, ma di una selvatichezza particolare, dissimulata sotto un'apparenza di mediocrit. L dove sprofonda in qualche burrone roccioso o riveste una collina rupestre, la jungla suggerisce irresistibilmente la presenza dei grossi felini, leopardi, pantere, tigri, che hanno fama di abitarvi. I passaggi a livello si raccomandano alla memoria per gli incantatori di serpenti e i domatori di orsi che vi stanno in agguato, in attesa delle automobili dei turisti. Le sbarre si abbassano e scaturito da chiss dove, ecco, in quella solitudine, avvicinarsi l'uomo che tira per una lunga catena un orso enorme, con la museruola e il collare. L'uomo impegna con l'orso una finta lotta, quasi affettuosa, rotolando in terra con lui; nello stesso momento, sbuca l'incantatore che apre in fretta i suoi cestini, d degli scappellotti ai serpenti intontiti e restii a sollevarsi al suono del flauto. Ma il lunghissimo, sonnolento treno merci ha finito di sfilare e si allontana nella campagna. Le sbarre si rialzano: addio serpenti, addio orso. In India, soprattutto nel Nord, ci sono molti fiumi e non sempre questi fiumi hanno dei ponti. Cosi avviene che, ad un tratto, la bella strada asfaltata si trasformi in una pista polverosa e precipiti, tra due colline, verso un immenso specchio di acqua limacciosa e quasi immobile. L'automobile si ferma, i viaggiatori scendono e si affacciano alla sponda: tra le due rive scoscese, deserte, coronate di grandi alberi indolenti, il fiume sembra star fermo come uno stagno, nel sole che lo incendia a perdita d'occhio. Il traghetto un luogo tranquillo, decrepito, solitario, nel quale la vita pare sospesa da millenni. Aspettano contadini con le famiglie, mendicanti, vagabondi,

carretti coi buoi, talvolta una corriera affollata fin sul tetto. Tutta questa gente tace con un'aria di indifferenza assoluta, come se sapesse di dovere aspettare per l'eternit. Invece, sull' altra sponda, si distingue qualche cosa che si muove: la chiatta del traghetto. Si muove con lentezza, e ci mette quasi un'ora ad avvicinarsi e a rivelarsi per quello che : una specie di pontone o zattera, di enormi travi neri e stagionati, carica e traboccante di cose disparate, come il furgone di uno sgombero. Poi la chiatta si mette di fianco alla sponda; con fatica e svogliatezza la passerella gettata; e lo scarico incomincia. Corriera, carri con buoi, famiglie, mendicanti, vagabondi scendono; corriera, carri con buoi, famiglie, mendicanti, vagabondi salgono: la doppia operazione, tanta la somiglianza degli elementi, pare inutile. Finalmente la chiatta riparte verso l'altra sponda, ai colpi fiacchi dei lunghi remi stretti ed erti. I villaggi indiani certamente rimangono nella memoria, se non altro perch sono cos numerosi, mezzo milione circa in tutta l'India. Ve ne sono di due specie: il villaggio di sola abitazione e il villaggio che anche bazar. I villaggi di sola abitazione per lo pi stanno a qualche distanza dalla strada. Li si intravede, mentre si viaggia, in fondo a sentieri che serpeggiano tra le coltivazioni, con i tetti di paglia e un po' delle pareti di fango seccato che spuntano al di sopra dei campi. Uno stagno d'acqua morta, verde e tiepida, sparsa delle larghe foglie e dei fiori bianchi del loto, sta di solito al margine del villaggio, rispecchiando malinconicamente le sponde terrose e le vacche che vi stanno accovacciate. I villaggi sono puliti bench il suolo tra le case sia di terra battuta. Gli abitanti dei villaggi hanno per lo pi un aspetto attraente, gli uomini asciutti, ben fatti, nobili, le donne spesso belle, con portamenti pieni di dignit mentre vanno ad attingere al pozzo portando un' anfora sul capo o si avviano verso i pascoli con i bambini e le capre. Poco fuori del villaggio, in una radura erbosa, c' il luogo sacro con un piccolo altare unto di olio e sparso di fiori e tutt'intorno, spesso, enormi e grottesche statue di cartapesta colorata: guerrieri baffuti, cavalli bardati, elefanti e vacche. Il villaggio, diciamo cos, bazar si trova invece sulla strada maestra ai due lati dell' asfalto sul quale, come per un terremoto, ha rovesciato tutta la sua varia e misera mercanzia. Queste botteghe contengono un po' di tutto, ma tutto, salvo la frutta, sembra vecchio e di seconda mano: copertoni di biciclette, bottiglie di bevande sintetiche, stoffe per sari di poco prezzo, medicinali americani, scatolame inglese, utensili, cappelli e sandali. Talvolta questi umili empori stanno alla confluenza di due o anche quattro grandi vie provinciali e allora sul vasto crocevia, all'ombra dei grandi alberi fronzuti, interessante osservare la vita della strada che in India ha aspetti intimi e familiari quali, altrove, si possono trovare soltanto tra le quattro mura delle case: uomini e donne che chiacchierano accoccolati in terra, pellegrini e santoni che si spogliano o si rivestono e fanno le loro abluzioni purificatrici alla fontanella, famiglie che mangiano con compunzione i cibi comprati alle friggitorie, magari persino un cerusico ambulante che taglia le unghie dei piedi o netta le orecchie ad un suo cliente. Intanto greggi di bufali si aggirano intorno le pompe della benzina, corriere piene da scoppiare si fermano e poi ripartono, e un elefante altissimo, appesantito, si direbbe, dalla sua antica pelle tutta borse e grinze, va al lavoro fianco a fianco con un moderno trattore a cingoli di fabbricazione indiana. N si dimenticano cos facilmente i pernottamenti nelle rest-houses che sono locande statali alle quali si pu accedere soltanto con permessi speciali e in cui non ci si pu trattenere pi di una notte. Le rest-houses stanno per lo pi in localit sperdute dove non converrebbe metter su un albergo; e risalgono quasi tutte a cinquanta, settanta anni fa. Costruite dagli inglesi, per gli inglesi, esse ci permettono di capire la mentalit coloniale meglio di qualsiasi libro di storia o di sociologia. Di fuori hanno un bell' aspetto, con le loro mura grosse e bianche e le loro terrazze ad arcate; dentro sono, invece, dei musei involontari del gusto vittoriano. Stanzoni bui, di altezza smisurata; mobili Luigi Filippo, tetri e sgangherati; poltrone e divani con le molle rotte e le stoffe impregnate di muffa; letti dai baldacchini sbilenchi, sistemati, con sospetta precauzione, nel centro delle camere; bagni brutali e ignudi con la vasca e il lavandino di tipo militare, di cemento grigio; tutto nelle rest-houses sottintende l'idea sconfortante che i burocrati dell'impero indiano si facevano del comfort. In compenso i custodi bilingui ai quali sono affidate queste locande accolgono gli ospiti con il rispetto e le premure orientali che non tanto tempo fa erano riservate ai sahib britannici. Sar molto difficile, vero, strappare a questi buoni e devoti cerberi una coperta o un asciugamani supplementare dalla scarsa dotazione statale custodita gelosamente sotto doppi lucchetti negli armadi di mogano; ma la moglie del custode, che una brava cuoca, cuciner con perizia e amor proprio un pasto rustico, schiettamente indiano, molto superiore ai manicaretti infami che sono serviti negli alberghi pseudo-occidentali delle grandi citt turistiche. Si manger, dunque, nella squallida sala da pranzo su un solenne tavolo chippendale, di fronte ad una fila di stampe ingiallite con delle viste di Londra e di altre citt inglesi; alla fine del pranzo bisogner scrivere sul grande registro nome, cognome, professione, et, nazionalit, luogo di provenienza, luogo di destinazione, ora e minuti dell' arrivo, ora e minuti della partenza, numero del passaporto, numero della stanza e, se si vuole, qualche osservazione o apprezzamento sul luogo e l'ospitalit. Ma il conto, scritto dal custode su un foglietto con lunghe lettere svolazzanti simili a note di musica, sar incredibilmente basso. Poi non rester che coricarsi dopo aver

sprangato una dozzina tra porte e finestre del camerone; a meno che non si voglia uscire per una boccata d'aria, a contemplare dalla terrazza la pianura buia, addormentata sotto un cielo biancheggiante di stelle e ad ascoltare i latrati furtivi e spauriti degli sciacalli ai quali rispondono, con violenza, i cani da guardia. Alla fine ricorderemo gli arrivi nelle citt indiane quasi sempre improvvisi: un minuto prima si era in aperta campagna, tra i campi deserti, un minuto dopo si circondati dalla formicolante e febbrile folla urbana, tra catapecchie e casucce, sotto un'antica porta merlata dell'epoca musulmana. Ma queste sono le citt che esistevano prima della dominazione inglese. Arrivando a Calcutta, citt di pura origine britannica, si ha invece l'impressione sconcertante e deprimente di arrivare a Glasgow o a Liverpool: capannoni, alti forni, muri di mattoni rossi, fili di ferro spinati, stamberghe in stile gotico con tutti i vetri delle finestre rotti, straducce annerite dalla fuliggine e fiancheggiate di magazzini e di depositi, piazzali asfaltati con piramidi di barili e di casse. Soltanto una palma spennacchiata sopravvissuta tra questa tetraggine industriale o un piccolo tempio di Visn con il tetto a punta ricoperto di figure colorate in stile popolare ci ricordano che, tuttavia, siamo in India.