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Volume : 3 Numero: 73 Data: Aprile 2012 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news
In collaborazione con: Megachip

IN QUESTO NUMERO
1 - Ladri, traditori e golpisti tecnici: morte allItalia, per legge - tratto da: www.libreidee.org (pag. 1/2) 2 - Fornero, magliette e caramelle: neanche il coraggio di farsi dittatori Di: Debora Billi (pag. 2) 3 - Sbarazzarsi di Equitalia si pu - Di: Lidia Baratta (pag. 2/3) 4 - La porta giusta - Di: Redazione Megachip (pag. 3/4) 5 - Di Pietro e Orlando, confessate il vostro appoggio al governo della finanza - Di: Lidia Undiemi (pag. 4/5) 6 - Stabilire un tetto per i redditi - Di: Sam Pizzagati (pag. 5/6) 7 - Nel mondo dei giganti - Di: Gianfranco Cord (pag. 6/7) 8 - Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare - Di: Gennaro Carotenuto (pag. 8)

Ladri, traditori e golpisti tecnici: morte allItalia, per legge - tratto da: www.libreidee.org
Il commento di Libre all'ultimo video editoriale di Giulietto Chiesa per L'Alternativa c'.

Il pareggio di bilancio? E un altro tassello del colpo di Stato strisciante, anticostituzionale,


che in corso in Italia dallo scorso autunno, cio con larrivo al governo della coppia Napolitano-Monti. Giulietto Chiesa non ricorre a perifrasi: parla di abuso di potere, firmato da un Parlamento di zombie, a legittimazione zero, dato che non rappresenta pi il popolo italiano. Pareggio di bilancio significa, in pratica, la fine dello Stato: niente pi investimenti, non un soldo destinato agli italiani. Per ogni tipo di sviluppo economico e sociale non rester che una strada: la privatizzazione generale dellItalia, per cessione diretta di beni e servizi o per via indiretta, cio attraverso il ricorso ai famigerati mercati finanziari internazionali. Un suicidio scientifico, per mano tecnica, proprio mentre la politica affonda non casualmente nel fango degli scandali, suggerendo la peggiore delle conclusioni: perch andare ancora a votare, visto che ormai la democrazia non serve pi? Proprio il pareggio di bilancio introdotto forzatamente nella Costituzione, in ossequio allultimo diktat della Commissione Europea retta da tecnocrati non-eletti, oscuri emissari delle lobby del super-potere mondiale, segna linizio della fine delle democrazia europee, gi amputate della loro sovranit vitale, quella monetaria: e se ora gli Stati non potranno pi neppure spendere a favore dei propri cittadini, come se cessassero di esistere. La confisca definitiva delle libert nazionali un piano europeo, che in Italia stato appoggiato da un vasto fronte istituzionale, che accomuna il presidente della Repubblica e il capo del governo, il governo stesso e i parlamentari che lo sostengono, cio Alfano, Bersani, Casini e tutti i loro scherani. Nel suo ultimo video-editoriale su Megachip, Giulietto Chiesa parla apertamente di alto tradimento: ipotesi di reato da aggiungere allelenco di imputazioni che lavvocato cagliaritano Paola Musu ha trasmesso alla Procura, con Paolo Barnard, denunciando Monti e Napolitano come golpisti. Siamo di fronte alla possibile fine della Repubblica italiana, sostiene Chiesa: se il Parlamento non sar pi autorizzato a decidere come spendere il denaro pubblico, non potr pi adempiere ai diritti e doveri riconosciuti dalla Costituzione. Grazie al pareggio di bilancio, il Parlamento (attuale e futuro) viene delegittimato totalmente. Quindi, non ci sar pi alcuna necessit della politica: Con assoluta chiarezza, gi oggi il governo dei tecnici dice sostanzialmente che non ci sar pi da discutere di nulla. Lanonimo club dei tecnocommissari insediati nel Palazzo sta per raggiungere lapogeo della sua significazione, mettendoci di fronte al fatto compiuto: Un governo dei tecnici, abilitato a prendere decisioni tecniche da una modifica costituzionale, trasformata a sua volta in atto tecnico e illegittimo. La prima, grande decisione: privatizzare tutto e tutti, perch solo vendendo quello che abbiamo accumulato nella nostra storia, tutta intera, che potremo ancora fare investimenti, cio pensare a una qualche forma di sviluppo. Parola di per s preoccupante, se si pensa allo sviluppismo cieco che ha creato la crisi: ma sviluppo anche quello dei diritti, delle pari opportunit per tutti, delle condizioni umane, della cultura. Bene, da domani non sar pi possibile: lo Stato sar costretto a dare solo 100, dopo aver preso 100 sotto forma di tasse. In pratica, come soggetto socio-economico attivo, la Repubblica non esister pi: privata di moneta sovrana e ora anche di capacit di spesa, potr finanziare investimenti solo

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svendendo ai privati i gioielli di famiglia, o facendo nuovi debiti presso i ben noti strozzini della finanza internazionale. E tutto questo, in base a una semplice decisione tecnica: senza pi alcun bisogno dei partiti, del Parlamento, di nessuna istituzione legata alla politica. Date unocchiata al cosiddetto quadro politico che abbiamo di fronte, dice Giulietto Chiesa: Lo sfacelo dei partiti a cui stiamo assistendo, sotto molti profili, sembra fatto apposta per assecondare questa grande operazione di discredito definitivo della politica. Operazione sottile, perch abbina due elementi: il discredito dei partiti-vergogna fa crollare quel che resta della credibilit della politica come strumento democratico. Vedo un rapporto netto aggiunge Chiesa tra il pareggio di bilancio e la grande canea sui lingotti doro e i brillanti della Lega, o sul partito della Margherita, o in generale sullondata di liquame che scivola sui partiti e nel quale i partiti nuotano. Sono due cose: una tecnica, che abolisce la politica, e laltra politica, cio la politica fangosa che abolisce i partiti. Risultato: Tra un anno dovremo votare, e ci sar una politica azzerata: tecnicamente e moralmente. E ci sar unantipolitica che ovviamente sar relegata ai margini, perch lintero sistema della comunicazione sar dispiegato per screditarla. Senza contare, naturalmente, la grande incognita: la massa degli astensionisti, che non andranno a votare. E allora possiamo aspettarci che venga fuori qualcuno che dir: ma perch andare a votare? Ha ancora senso andare a votare in queste condizioni?. Perch, attenzione: La crisi molto pi grave di quello che immaginiamo. Il crollo della democrazia rappresentativa avverr nel contesto di una furia di milioni di persone, private della loro illusione di consumo indefinito e gettate in una situazione in cui non potranno pi consumare, perch stiamo andando verso una recessione generalizzata e dovremo stringere la cinghia: tutti, salvo quello scarso 0,1% che ci ha portato in questa situazione. C poco sa scherzare: Il pericolo straordinariamente grande: non ce n mai stato uno grande come questo per la nostra vita e per il nostro futuro, oltre che per la nostra democrazia. Naturalmente, i media cantano tuttaltra canzone, mentre lItalia sta per precipitare verso il baratro: il pareggio di bilancio una strada pericolosa, senza ritorno, e segna latto finale dellesautorazione dei cittadini, linizio dello smantellamento definitivo dello Stato, dapprima disarmato con limposizione delleuro, moneta straniera da prendere in prestito a caro prezzo e ora neutralizzato anche come sindacato dei cittadini, privato di portafoglio, obbligato (per legge) a non spendere pi. Lo dicono in molti: dagli americani della Modern Money Theory alleconomista Paul Krugman, premio Nobel: il rigore e i diktat dellEuropa stanno preparando una catastrofe, un suicidio gi scritto. Lalternativa? Una sola: fermarli prima. Giulietto Chiesa auspica una rivolta generalizzata, di massa, contro questo potere. Rivolta? Ebbene s, perch saranno le condizioni sempre pi disperate a renderla attuabile: Dovunque possibile, dovremo rivoltarci e difendere il nostro territorio, con ogni mezzo legale di resistenza. Perch la legge siamo noi: e dunque, noi siamo lalternativa.

Fornero, magliette e caramelle: neanche il coraggio di farsi dittatori - Di: Debora Billi
Quel che ha detto la Fornero ha uno strano retrogusto orripilante. Disgustoso. Quasi splatter.
Non siamo stati chiamati qui a distribuire caramelle. Se cerano da distribuire caramelle, lavrebbero fatto loro, i politici. Noi siamo stati chiamati a fare cose dure, spiacevoli. Non trovate anche voi? E non la prima volta, che svelano quasi ingenuamente il loro retropensiero da incubo. O forse sfacciatamente, chiss. Viene da rimpiangere il tempo delle innocue barzellettine del Berlusca. Ma il barzellettiere ha le sue colpe, sia ben chiaro, se costoro possono sputare sul sistema democratico e considerare la politica un passatempo per le vacanze. In fin dei conti, per ventanni ci hanno inculcato notte e d che i politici sono inutili, che gente che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, che gli imprenditori s che son seri; e poi lo hanno anche dimostrato fatti alla mano mandando in Parlamento burattini, papponi e ballerine di spessore nullo. Ora come possiamo riuscire ad indignarci se la democrazia viene sepolta con due battutine acide e un tratto di penna? Come aspettarsi una qualsiasi reazione popolare? La dittatura dei robot di Chicago la naturale conseguenza di questi ultimi ventanni. Il problema che il dittatore dovrebbe anzitutto avere il coraggio di proclamare il golpe, invece di far finta che sia tutto regolare. Con tutta la trafila che poi ne consegue: dissidenti, repressione, bombe, carceri, confino, giornali clandestini, partigiani, gente che simmola per la libert, invece di suicidarsi perch ha perso la pensione. Qui invece nulla: neanche la faccia ci mettono, neanche il diritto di borbottare augurandogli la morte ci viene riconosciuto. Come se fossimo in democrazia, dove pare brutto augurare la morte ai legittimi rappresentanti dei cittadini. Ai dittatori si augura la morte, e loro non vanno a offendersi in TV. Ai veri dittatori si provato persino a darla, la morte: e il mondo libero di solito applaude, come nel caso di Gheddafi. Ma deve essere un self proclaiming dittatore, ovvero uno che ha le palle di presentarsi come tale, le palle di prendersi questa responsabilit, e non nascondersi dietro le giacca di un Presidente novantenne per far finta che ci sia ancora una parvenza di processo democratico e costringerci al silenzio. Cavoli, ma cosa ho scritto? Che c pi libert di ribellione in una vera dittatura che in questa suadente eutanasia, che in questa ideologia mortifera, che in questi robot macellai che si sono sostituiti ad un vero governo e ad un vero Parlamento. Forse ho scritto una fesseria: non ha mai vissuto una dittatura, cosa ne posso capire. Datemi tempo per. Tra qualche mese sar unesperta dellargomento. Lo saremo tutti.

Sbarazzarsi di Equitalia si pu Di:

Lidia

Baratta

www.linkiesta.it

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A norma di legge, i Comuni possono non avvalersi della societ per la riscossione dei tributi. E tutto sembra andare meglio. Sbarazzarsi di Equitalia si pu. Niente pacchi bomba o proiettili, basta fare ricorso alla legge numero 166 del settembre 2011, che stabilisce che i Comuni possano non servirsi della societ creata da Agenzia delle entrate e Inps per la riscossione nazionale dei tributi. quello che ha fatto Luca De Carlo, il sindaco di Calalzo di Cadore, sulle montagne di Belluno, che dalla fine del 2011 ha deciso di affidare la raccolta coattiva dei crediti insoluti alla Comunit montana Valbelluna. In un momento di crisi e difficolt per le famiglie, dice De Carlo, abbiamo cercato di umanizzare il servizio disumano da sceriffo di Nottingham adottato da Equitalia, risparmiando per di pi ben 13 mila euro allanno. Gi alla fine del 2010, in base al decreto legislativo 446 del 1997 e alla legge 338 del 2000, il giovane sindaco veneto aveva affidato al servizio tributi della Comunit montana la riscossione delle tasse ordinarie, come l'imposta comunale sui rifiuti. Dal marzo scorso, poi, approfittando dellentrata in vigore della legge 166/2011, Equitalia stata estromessa pure dalla riscossione coattiva dei crediti insoluti, che pu portare al pignoramento dello

stipendio, del conto corrente, dei beni mobili e immobili dei cittadini. Anche questo servizio stato affidato alla Comunit montana Valbelluna, attrezzata per la riscossione delle tasse grazie ai contributi della Regione Veneto. Non cerano casi emblematici nel paese, anche perch la quasi totalit dei cittadini di Calalzo puntuale nel pagamento dei tributi, dice De Carlo, ma abbiamo avvertito qualche segnale di disagio. Cos, nonostante la legge numero 166 preveda che il passaggio della riscossione agli enti locali diventi obbligatorio dal 2013, continua De Carlo, noi non abbiamo voluto aspettare perch non volevamo pi essere complici di questa maniera di agire di Equitalia, che non fa differenza tra un poveretto che non ce la fa a pagare le tasse e i furbetti del quartierino. Affidando la riscossione alla Comunit montana, spiega, siamo invece in grado di monitorare i pagamenti, capire dove esistono le situazioni di disagio e intervenire prima che i calaltini rischino il pignoramento della casa. E il risparmio assicurato: calcolando che ogni Comune paga a Equitalia quasi 6 euro a cittadino, il ricavo complessivo per Calalzo di Cadore (2250 abitanti) di 13 mila euro. Un bel gruzzoletto, a cui Luca De Carlo ha subito riservato un posto nel bilancio comunale, reinvestendo i risparmi da "de-equitalizzazione" in servizi per i concittadini: bonus beb da 300 euro, bonus libri da 150 euro e un contributo al trasporto locale, che fa risparmiare 240 euro allanno a ogni studente. In questo modo, spiega De Carlo, eliminiamo le spese inutili. Con una novit: La percentuale di pagatori puntuali, aggiunge, maggiore di prima, perch lidea di dare soldi al proprio Comune, che poi li reinveste sul territorio, rende le tasse pi belle. Dopo Calalzo, la lista di citt de-equitalizzate si allunga di giorno in giorno. Si sono gi mossi il vicino Comune di Santo Stefano di Cadore e i sei municipi della destra e della sinistra del Piave. E sembra che anche Perarolo, Domegge e tutti i Comuni della Comunit montana Feltrina e Agordina siano intenzionati ad abbandonare Equitalia. Auspico che altri Comuni italiani, dice De Carlo, facciano lo stesso, anche perch con la crisi i casi di disagio dei cittadini potrebbero aumentare e il metodo di riscossione dei tributi adottato da Equitalia potrebbe colpire sempre pi persone. "una delle possibilit" di evoluzione della situazione. Come tu sottolinei, e ricordi, non affatto escluso che una tale possibilit ci venga imposta, nei mesi a venire, da coloro che hanno creato l'attuale disastro finanziario, economico e sociale. E allora, sicuramente, potremo misurare i meravigliosi vantaggi che essa ci procurer. Ma anche possibile che gli stessi dominanti che hanno forgiato questa Europa finanziaria, neoliberista e ingiusta, ritengano di tenere in piedi l'euro. Vorr dire che avranno concluso che per loro vantaggioso farlo. Noi, la grande maggioranza di Alternativa, decidemmo non - affatto - di restare dentro l'Euro (che sarebbe stato comico, visto che le nostre chances di influire su una tale decisione sarebbero state comunque risibili), ma decidemmo di non fare di queste due parole d'ordine (che sono due, e non una, ben distinte, anche se le solite imbelli semplificazioni le mettono insieme ogni volta) la nostra bandiera. Mi pare sia stata una decisione saggia. Per quanto concerne l'idea dell'uscita dell'Italia dall'Europa, la considerammo reazionaria. Io ribadisco che considero questa idea reazionaria, poich ritengo che l'Italia sia parte integrante dell'Europa; ritengo che la cultura italiana abbia avuto e dato, da questa interazione, il meglio di s, sotto ogni profilo; ritengo che, infine, solo all'interno dell'Europa l'Italia possa portare il suo contributo alla pace mondiale. Un'Europa di nazioni separate e divise tra di loro, nell'attuale, tumultuoso contesto mondiale, perderebbe ogni possibilit di influire sugli esiti delle gigantesche collisioni che si annunciano inevitabili. Un movimento, come quello che Alternativa intende contribuire a costruire, non pu guardare solo all'orticello nazionale, e deve, al contrario, guardare al mondo, consapevoli, come siamo o dovremmo essere, che le nostre sorti, anche quelle nazionali, anche quelle individuali, sono legate indissolubilmente all'insieme delle contraddizioni planetarie. Per quanto concerne l'uscita dall'euro, io credo che valgano, precisamente, tutte le domande che tu proponi alla nostra e altrui attenzione. Tutte questioni che hanno una stessa, comune risposta: il problema esclusivamente politico, cio dipende dai rapporti di forza politici che attualmente registriamo. L'idea stessa che una qualunque soluzione "tecnica", monetaria, o di altro genere, possa risolvere la questione dei rapporti di forza reali, nel paese, in Europa, o nel mondo, di una sconcertante ingenuit e la sua sola apparizione - come tu rilevi, qualcosa di simile a una moda, a una illusione, a una scorciatoia salvifica dimostra quanto grande sia il dominio ideologico che le classi dominanti sono in grado di esercitare anche all'interno delle

La porta giusta - Di: Redazione - Megachip


Lettera aperta di Paolo Bartolini a Giulietto Chiesa.

Noto con un certo disappunto che, in questa fase di transizione di


unintera civilt (il capitalismo il motore imballato di una civilt dellaccumulazione che non si riduce alla sfera produttiva ed economica, ma riguarda la psicologia delle persone, i rapporti tra generazioni, tra sessi, la distribuzione dei compiti sociali, la cultura, la comunicazione, ecc.), fioriscono su internet e nella galassia delle forze antisistema teorie unidirezionali, arricchite come si deve dalla solita messe di dati e ragionamenti impeccabili, che dovrebbero condurre ogni animale razionale a invocare luscita dalleuro e dallUnione Europea. A fronte dellattacco devastante operato dalle elite del capitalismo finanziario a spese di milioni di cittadini, il desiderio di riscatto dovrebbe incanalarsi verso lunico esito possibile: la sovranit monetaria. Ci che stupisce lassenza di qualunque domanda sugli esiti, per la popolazione, di una scelta cos rilevante (scelta che, va detto, potrebbe essere imposta dallalto prima di quanto immaginiamo). Ecco, allora, che le domande profane le facciamo noi: Fuori dallUE gli attacchi speculativi al nostro Paese finirebbero? Chi governerebbe il ritorno alla lira e con quali politiche? Crediamo forse che sarebbero le forze anticapitaliste ed ecosocialiste a impossessarsi del potere? E inoltre: luscita dalleuro infliggerebbe un duro colpo alla criminalit organizzata o ne risveglierebbe gli appetiti (in realt mai sopiti)? E poi: lItalia sarebbe indipendente rispetto alle influenze provenienti doltreoceano? Adesso che stiamo per entrare in recessione sarebbe vantaggioso per il popolo ritrovarsi con una moneta nazionale ampiamente svalutata? Vedete che le incognite sono molte, e parecchie altre ce ne sarebbero. Ma la proposta di uscire dalleuro in realt una scommessa che, poggiando su premesse logiche, deve poi per forza rompere gli indugi e spiccare il suo salto nel buio. Quando la casa brucia, certo bisogna uscirne. Ma scegliamo almeno la porta giusta. Paolo Bartolini Carissimo Paolo, le domande che poni, assolutamente ragionevoli, e dettate dal senso di responsabilit, sono le stesse, identiche, che ci ponemmo tutti insieme, noi di Alternativa, quando venne sollevata anche al nostro interno, come un aut-aut, la questione dell'uscita dall'euro e dall'Europa. Questione, in s, tanto legittima, che nessuno di noi pot e volle escluderla dal novero delle"possibilit". Era, ed ,

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forze che sinceramente si propongono il cambiamento. L'idea, in sostanza, che la "sovranit monetaria" ci renderebbe, d'un tratto, sovrani e liberi, senza nemmeno proporsi di capire che una qualsiasi sovranit, in un contesto del genere, non sar pi possibile in assoluto. Senza nemmeno ricordare che noi non fummo affatto sovrani nemmeno quando lo eravamo ancora monetariamente, per la semplice ragione che la sovranit monetaria sempre stata solo una parte della sovranit reale, e, spesso, una piccola parte. Le tue domande, che sono anche le mie, conducono tutte, appunto, all'individuazione dei rapporti di forza. Senza la quale non c' generale capace di vincere una battaglia. Chi sarebbe in queste condizioni, in cui milioni e milioni non sanno nulla di ci che accade, a gestire l'eventuale ritorno alla lira? E come potrebbe avvenire un ritorno alla lira, quando tutti sappiamo ormai che avverrebbe in condizioni di recessione che si annunciano epocalmente "greche"? Infine una considerazione pragmatica, ma che potrebbe rivelarsi presto decisiva. La gran parte della gente, in Italia, ha paura della eventualit di un crollo repentino, non governato, dell'euro. Una forza politica che voglia costruire il consenso attorno all'idea di un drastico cambiamento di linea di governo deve fondarsi, prima di tutto, su un largo consenso popolare. Una secca proposta di uscita unilaterale dall'euro, di un ritorno autarchico, non avrebbe oggi alcuna possibilit di costruire un tale consenso. Altre sono le questioni che si pone il popolo, quello italiano come quello greco e quello spagnolo, o portoghese: difesa dell'occupazione, difesa del welfare state, moralizzazione della vita pubblica, ritorno alla solidariet e all'equit sociale. Lo dimostrano sia lo sciopero generale in Spagna, sia la grande, inedita manifestazione di Milano, alla quale abbiamo partecipato e contribuito ieri, occupando Piazza Affari. Pochi, quasi nessuno, nei grandi movimenti che stanno sorgendo in varie parti d'Europa, chiedono l'uscita dall'euro. Molti stanno cominciando a capire che il bersaglio deve essere spostato sui centri della finanza mondiale. Che cio il nemico molto pi grande dell'euro e che sparare sull'euro come cercare di svuotare il mare con un secchiello. Le mode, come si sa, durano una stagione. La nostra battaglia, se ci crediamo, durer molto di pi. Giulietto Chiesa

Di Pietro e Orlando, confessate il vostro appoggio al governo della finanza


Di: Lidia Undiemi - www.lidiaundiemi.it

"Ecco perch mi dimetto dai miei incarichi in IDV."


Raccontate la verit, gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa, lESM, ambiguamente definita fondo salva-stati, che, fra immunit, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli stati in difficolt in cambio della possibilit di potere imporre rigorose condizionalit da far gravare sulle spalle del popolo. Sapete benissimo che la ratifica del trattato ESM (non ancora in vigore) comporter lincremento delle politiche di austerity, ossia limposizione di ulteriori interventi lacrime e sangue che colpiranno soprattutto le fasce pi deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese. Un obiettivo politico che ovviamente travolger anche la vita dei vostri elettori, compresi quelli della sua amata Palermo, prof. Orlando. LIMU? Lart. 18? E solo linizio. Per comprendere la pericolosit di tale scelta, basta semplicemente osservare ci che accaduto in Grecia. La Troika ha concesso i piani di salvataggio in cambio di una serie di richieste che per Atene si sono tradotti in cessione di sovranit. Si pensi alle condizioni imposte in materia di tagli alla spesa, ai dipendenti pubblici e alle pensioni. In tal senso, la politica nazionale diventa oggetto di contrattazione finanziaria. Appoggiare questa idea di politica europea del governo Monti significa essere contro i lavoratori, gli imprenditori, i giovani, le donne, i bambini e gli anziani. Che senso ha strapparsi i capelli pubblicamente per dimostrare di essere contrari alla corruzione politica, al potere delle banche, alla riduzione dei diritti dei lavoratori e allaumento delle tasse e, contemporaneamente, sostenere la creazione di una struttura sovranazionale che pretende di gestire le risorse dei cittadini godendo di immunit di giurisdizione ed altri benefici di casta. Tutto ci agendo fuori dai canali democratici con lo scopo di lucrare sul debito pubblico imponendo ulteriori sacrifici agli italiani. Chi si avvantagger dellentrata in vigore dellESM? I poteri finanziari, in primis le banche. Lo Stato in difficolt potr

dei piani di finanziamento concessi dal fondo salva-stati soltanto se, oltre a cedere pezzi di sovranit riguardanti scelte di politica interna, si impegner a pagare un tasso di interesse il cui limite non stato nemmeno definito nel trattato, e intanto le banche hanno ottenuto un trilione di euro dalla BCE all1%. Poich lorganizzazione intergovernativa si riserva la possibilit di attingere al mercato finanziario per potere a sua volta erogare il prestito allo Stato, chi garantisce che non saranno le stesse banche (con un guadagno politico netto di almeno il 3%), o addirittura la criminalit organizzata a lucrare, mediante i finanziamenti dellESM, sul debito pubblico e ad incidere sulle decisioni politiche della nazione debitrice? E questa la vostra visione di cambiamento, di uguaglianza e di democrazia? Perch IDV non ha sollevato tali questioni nelle sedi istituzionali competenti, considerato che il trattato disponibile almeno dal mese di marzo del 2011? Il parlamento europeo si gi espresso a favore dellESM con 494 voti, non credo sia necessario aggiungere altro. Quello nazionale, invece, deve ancora decidere, ed per tale ragione che, fra mille sacrifici, ho lavorato tantissimo per realizzare una mozione parlamentare che toccasse largomento. La richiesta partita proprio da lei, prof. Orlando, e lho accolta con grande entusiasmo, anche perch stata frutto di una lunga conversazione sulla politica internazionale. Fidandomi del suo atteggiamento propositivo ho elaborato la bozza finale, che sostanzialmente richiama il contenuto del dossier che ho successivamente realizzato per informare la gente. Da questo momento in poi il nostro dialogo si praticamente interrotto e, qualche giorno dopo, il partito si espresso sul fondo salva-stati con le mozioni di fine gennaio dove stato omesso il contenuto del trattato ESM ampiamente argomentato nella mia proposta. Ho scritto anche a lei, on. Di Pietro, chiedendole di sostenere questa battaglia, ma non ho ricevuto nemmeno una risposta, e non la prima volta. Tantissime altre persone di IDV conoscono la vicenda, anche perch, per fortuna, cittadini, associazioni, movimenti e mezzi di informazione hanno appoggiato la battaglia, comprendendola e condividendola. Ho ricevuto da questo partito due incarichi (responsabile nazionale di una sezione del dipartimento Lavoro e responsabile regionale del dipartimento Lavoro Sicilia) che ho portato avanti gratuitamente e con grandi sforzi per circa due anni, seguendo importanti vertenze sul territorio nazionale. Ho lavorato tanto, ma limpegno non stato ricambiato, e non mi interessa esporre in questo momento altre questioni,.

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valide ma meno importanti dellESM. Non meritavo un simile trattamento, e non lo meritano nemmeno i cittadini. ei, prof. Orlando, mi ha delusa pi di tutti, perch possiede lo spessore culturale e politico per poter affrontare battaglie grandi come questa. Nonostante ci, non penso che lei abbia agito in malafede, ma questo non giustifica la sua indifferenza, che abbinata alle sue capacit si trasforma in una colpa imperdonabile. Ogni tanto penso a Scilipoti, e mi chiedo quali straordinarie capacit possieda questuomo per aver meritato di diventare parlamentare con IDV. Mi auguro che vi fermiate a riflettere, da soli, sul fatto che qui c in gioco la vita di intere generazioni, compresi i vostri familiari. Talvolta vi osservo, e vedo degli uomini talmente affannati a vincere le elezioni da perdere di vista se stessi e il vero significato della politica. Mi dimetto.

Stabilire un tetto per i redditi


Di: Sam Pizzagati* - www.monde-diplomatique.it

Mentre la povert solleva unanime indignazione combatterla


il solo modo per rendere il mondo pi giusto , raramente si percepisce la ricchezza come un problema. Ma la tempesta finanziaria fa riemergere il legame tra luna e laltra. Insieme allidea nata negli Stati uniti pi di un secolo fa di porre un tetto ai redditi pi alti. Tra le rivendicazioni dei militanti del movimento Occupy Wall Street, ce n una che affonda profondamente le sue radici nella storia degli Stati uniti: stabilire un tetto per i redditi alti. Dallepoca dorata del dopoguerra civile americano, le grandi mobilitazioni a favore della giustizia economica hanno sempre riproposto questa richiesta, oggi chiamata salario massimo. La formula, che non si riferisce solo al salario, ma alla totalit dei redditi annui, permette di creare un legame di contiguit con la nozione di salario minimo. il filosofo Felix Adler noto soprattutto per avere fondato e presieduto, allinizio del XX secolo, il National Child Labor Committee che, per primo, ha avanzato questa rivendicazione. Riteneva che fosse lo sfruttamento dei lavoratori, giovani e vecchi, a produrre quelle immense fortune private che esercitano uninfluenza corruttrice sulla vita politica americana. Per porvi un freno, proponeva di realizzare una fiscalit fortemente progressiva che, oltre una certa soglia, arrivasse anche al 100% dimposizione. Un tasso che avrebbe lasciato allindividuo tutto ci che pu veramente servire alla realizzazione di una vita umana e gli avrebbe tolto ci che destinato allo sfoggio, alla superbia, al potere (1). Malgrado lampio spazio dato dal New York Times allappello di Adler, bisogna aspettare il primo conflitto mondiale perch la nozione di salario massimo conosca una traduzione legislativa. infatti per finanziare lo sforzo bellico che i progressisti propongono di tassare nella misura del 100% i redditi superiori ai 100.000 dollari (cio 2,2 milioni di dollari nel 2010). Il gruppo che sostiene la misura, lAmerican Committee on War Finance, conta su duemila volontari disseminati in tutto il paese. Pubblica nei giornali dei tagliandi staccabili che i lettori possono firmare, impegnandosi cos a operare per la promulgazione rapida di una legge sulla limitazione dei redditi: una coscrizione della ricchezza, secondo le parole del comitato. Se lo stato ha il diritto di confiscare la vita di un uomo per soddisfare linteresse generale, allora deve certamente poter requisire la ricchezza di alcuni per le stesse ragioni, dichiara il suo presidente, lavvocato Amos Pinchot, davanti al Congresso, prima di sottolineare che il 2% degli americani detiene il65% dellinsieme delle ricchezze del paese. Gli Stati uniti, cos come qualsiasi altro paese, non possono condurre una guerra che serva sia gli interessi dei plutocrati che quelli della democrazia. Se la guerra serve Dio, non pu servire Mammona (2), conclude. Pinchot e i suoi compagni progressisti non hanno vinto la battaglia, ma la loro campagna ha profondamente modificato la fiscalit nazionale: il tasso dimposizione superiore sui redditi che superano il milione

di dollari passa dal 7% nel 1914 al 77% nel 1918. La paura rossa che segue la prima guerra mondiale (3) annienta le speranze di unAmerica pi egualitaria. Tornata al potere, la destra fa di nuovo degli Stati uniti una nazione accogliente per i molto ricchi. Negli anni 20 si assiste a un rapido processo di concentrazione della ricchezza. Al Congresso, democratici e repubblicani si battono per ottenere una riduzione delle tasse sugli alti redditi. Nel 1925, il tasso dimposizione massimo del 25%. Ma la crisi del 1929, che porta leconomia sullorlo del baratro, sposta nuovamente gli equilibri. Nel 1933, un quarto dei lavoratori americani senza lavoro. Ricompare la rivendicazione di un tetto dei redditi. In Louisiana, Huey P. Long, giovane senatore in ascesa, lancia il movimento "Condividiamo la nostra ricchezza", che si estender in tutto il paese. Propone di stabilire un tetto di 1 milione di dollari per i redditi annui individuali il che rappresenterebbe pi di 15 milioni di dollari nel 2010 e di 8 milioni di dollari per il patrimonio. Nel giugno 1935, il presidente Franklin Roosevelt scandalizza lAmerica facoltosa annunciando la sua intenzione di fare pagare i ricchi per risolvere la crisi. Crea allora una tassa del 79% sui redditi superiori a 5 milioni di dollari (circa 78 milioni di dollari nel 2010). La decisione e lassassinio di Long nellagosto 1935 allontana per un po lidea di un reddito massimo. Ma questa risorge nellaprile 1942. Roosevelt, inspirato da diversi sindacati, propone di creare un reddito massimo in tempo di guerra, fissato a 25.000 dollari per anno (circa 350.000 dollari nel 2010). Senza arrivare a tanto, nel 1944, il Congresso fissa il tasso dimposizione dei redditi superiori a 200.000 dollari a un livello ineguagliato: il 94%. I pi ricchi avrebbero un interesse personale e diretto al benessere dei meno ricchi. Nel corso dei due decenni successivi un periodo di grande prosperit per la classe media americana , il tasso dimposizione superiore si aggira attorno al 90%, prima di scendere a meno del 70% durante la presidenza di Lyndon Johnson (novembre 1963gennaio 1969). Con Ronald Reagan, il tasso si riduce ancora, per arrivare al 50% nel 1981, poi al 28% nel 1988. Oggi, al 35%. Ed gi troppo, secondo alcuni. Ma, fortunatamente per pi ricchi, la maggior parte dei redditi da loro dichiarati proviene dai guadagni da capitale, dai profitti realizzati grazie allacquisto e alla vendita di azioni, obbligazioni e altri attivi, i quali sono tassati solo nella misura del 15%. Una statistica riassume levoluzione: nel 2008, i quattrocento contribuenti pi ricchi hanno intascato 270,5 milioni di dollari ciascuno e pagato il 18,1% dimposte allo stato federale; nel 1955, avevano guadagnato 13,3 milioni di dollari(in dollari costanti, tenuto conto dellinflazione) e pagato il 51,2% di tasse. Il dibattito si spostato. Oggi, gli eredi di Adler, Pinchot e Long si focalizzano sulle imprese pi che sugli individui. Secondo loro, i diversi livelli del potere (locale, statale, federale) dovrebbero utilizzare il fatto che le imprese private ricevono soldi pubblici sotto forma di ordinazioni di stato, di sovvenzioni allo sviluppo economico o di vantaggi fiscali per esigere da loro nuove politiche salariali. Neppure un dollaro proveniente dalle imposte dovrebbe finire nelle casse di imprese che pagano i loro dirigenti dieci, venti, se

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non cinquanta volte pi dei salariati (4). Oggi lo stato federale rifiuta di firmare contratti con imprese che hanno pratiche di reclutamento razziste o sessiste. Lo stesso principio potrebbe essere invocato per rifiutare contratti a quelle che, con i salari esorbitanti dei loro dirigenti, aumentano le disuguaglianze economiche della nazione (5), sostiene un rapporto dellInstitut for Policy Studies. Lo scolpo ultimo? Un vero salario massimo, indicizzato sul salario minimo, che assumerebbe la forma di una fiscalit fortemente progressiva, cos come aveva proposto Adler un secolo fa. Il massimo sarebbe definito come un multiplo del minimo e ogni reddito superiore a dieci o venticinque volte questo minimo sarebbe colpito da unimposta del 100%. La disposizione incoraggerebbe e alimenterebbe quasi immediatamente una forma di economia solidale: per la prima volta, i pi ricchi avrebbero un interesse personale e diretto al benessere dei meno ricchi. Prima del movimento Occupare Wall Street, una simile prospettiva non era che una fantasia politica. Ora non pi. Segno dei tempi: due eminenti universitari americani, uno giurista a Yale e laltro economista a Berkeley, hanno pubblicato sul New York Times una convincente perorazione a sostegno di una riforma fiscale che limiti il reddito medio dell1% degli americani pi ricchi a trentasei volte il reddito mediano (6). Oggi il salario minimo considerato un dato sociale acquisito. Perch non il salario massimo? Note: * Ricercatore associato allInstitute for Policy Studies (Washington DC) e caporedattore del sito Too Much (http://toomuchonline.org). Autore di The Rich Dont Always Win: The Forgotten Triumph Over Ploutocracy, 1900-1970, That Created the Classic American Middle Class, Seven Stories Press, New York, in uscita a fine 2012. (1) Felix Adler, Proposing a system of graded taxation, The New York Times, 9 febbraio 1880. (2) The Public, New York, 28 settembre 1917. (3) Cio gli anni 1919-1920, segnati da un forte sentimento anticomunista. (4) I grandi manager americani guadagnano attualmente trecentoventicinque volte pi del salario settimanale medio. (5) Executive excess 2007: The staggering social cost of U.S. business leadership. 14th annual CEO compensation survey, Institute for Policy Studies, Washington, DC, 29 agosto 2007. (6) Ian Ayres e Aaron Edlin, Dont tax the rich. Tax inequality itself, The New York Times, 18 dicembre 2011. (Traduzione di G. P.)

Nel mondo dei giganti


Di: Gianfranco Cord - www.geopolitica-rivista.org

La storia di una scissione e della nascita, dalle due iniziali, di una


nuova dimensione che si autonomizza ed assume anche una precisa identit. questa in sintesi la tesi contenuta ne Il potere dei giganti. Perch la crisi non ha sconfitto il neoliberismo (Laterza, Roma-Bari, 2011) di Colin Crouch. Dopo lefficace Postdemocrazia il professore emerito di Governance and Pubblic Management presso la Business School dellUniversit di Warwick, torna con questo libro ai temi della realt attuale rapportandosi immediatamente al crollo finanziario del 2008-2009. Lo scenario che, dal punto di vista economico, appare agli occhi dellautore il seguente. Il sistema di idee economiche che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso stato dominante nel mondo occidentale e in molte altre parti del pianeta si suole definire con il termine di neoliberismo. Che cos, dunque, nello specifico questo sistema di idee economiche? Crouch dice che esso (nei suoi numerosi filoni e marchi) possiede una idea di fondo. Ossia che la libert dei mercati (dei luoghi, cio, in cui gli individui massimizzano i propri interessi materiali) sia il mezzo migliore per appagare le aspirazioni delluomo, e che i mercati siano sempre preferibili agli Stati e alla politica, i quali nel migliore dei casi sono inefficienti, nel peggiore mettono a repentaglio la libert. In definitiva con il neoliberismo abbiamo a che fare con un pensiero economico che predilige ed evidenzia sempre pi il ruolo del mercato a scapito di quello della politica (e dello Stato). A questo punto lo stesso Crouch dichiara: Le forze maggiormente avvantaggiate dal neoliberismo prime fra tutte le imprese globali, soprattutto del settore finanziario mantengono invece inalterata la loro importanza. Le banche sono emerse dalla crisi del 2008-2009 pi forti di prima, sebbene questultima fosse stata provocata proprio dai loro comportamenti: anzi, sono ritenute talmente importanti per leconomia di questo inizio di secolo da dover essere protette dalle loro stesse follie, mentre la maggior parte degli altri settori colpiti dalla crisi rimasta priva di protezione e i servizi pubblici ne sono usciti decisamente malconci e hanno subito pesanti tagli. Gli ingenti bonus pagati ad alcuni dirigenti delle banche sono stati al centro del dibattito seguito alla crisi, ma si continuato a pagarli asserendo che fossero necessari per riportare alla solvibilit il settore finanziario e con esso interi Stati -, sebbene quei premi venissero in parte pagati con i soldi dei contribuenti, attraverso i salvataggi. Il settore finanziario ha dimostrato come il resto della societ dipenda dal suo funzionamento, soprattutto nel mondo anglo-americano in cui questa forma particolare di attivit bancarie si particolarmente sviluppata. Protetta anche quando vengono tagliati gli altri settori, e in particolare i servizi pubblici, la finanza avr un ruolo sempre pi rilevante nella struttura economica dei paesi anglosassoni. Insomma, il neoliberismo non solo si salvato dalla crisi ma, se possibile, ne uscito ancora pi rafforzato. Evidentemente qui c qualcosa che deve essere considerato. Evidentemente ci troviamo alle prese con qualche implicazione di tipo nuovo che abbiamo sotto gli occhi ma che, forse, ancora non riusciamo a scorgere in tutta la sua perentoriet e rilevanza. Crouch in questo senso riesce ad aprirci gli occhi. La sua tesi infatti del tutto spregiudicata e densa di significative conseguenze non solo dal punto di vista della storiografia sociologica e della letteratura politica tout court. Il progetto di soluzione dellenigma che egli stesso si posto (e che si posto sotto i nostri occhi di cittadini non solo dellOccidente ma dellintero pianeta negli ultimi anni a ridosso del crollo finanziario che qui viene analizzato) , infatti, veramente originale e, in

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qualche misura, anche provocatorio se si considera la visione classica che vuole mercato e Stato essere una diade del tutto autodefinita e conclusa. Infatti Crouch e qui sta la scissione introduce un terzo elemento ad integrazione e completamento di questa diade. O, forse, potremmo anche dire: ad estensione della stessa. Egli infatti afferma: Ci troviamo cos oggi a dover spiegare la strana morte mancata del neoliberismo. Al cuore dellenigma c il fatto che il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non favorevole come dice di essere alla libert dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nellambito delle vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte societ sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta lesistenza di questa terza forza, pi potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata gi nel Novecento e accentuata anzich attenuata dalla crisi, non affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma piuttosto su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro. In sostanza emerge adesso una terza dimensione, un terzo elemento, una terza sfera del rapporto e delle forze che regolano e disciplinano alcune delle dinamiche della societ. Di fronte a questi dilemmi la logora contrapposizione tra Stato e mercato entra in crisi, poich dellequazione fa ora parte una terza entit: limpresa gigante. Entra in scena cos un nuovo attore, qualcosa che con la sua stessa nascita e manifestazione riuscito a cambiare le carte in tavola per quanto riguarda la relazione intrattenuta dal neoliberismo con la crisi. Qualcosa che ha fatto si che la stessa crisi rendesse stabile e apparentemente intoccabile il neoliberismo, quello stesso neoliberismo per il quale il crollo finanziario che ha coinvolto le maggiori banche del mondo ha messo in dubbio queste idee. Insomma, quello che avvenuto nel 2008-2009 non ha minimamente messo in discussione il ruolo dei giganti aziendali, specialmente finanziari, nella societ contemporanea, ma piuttosto non ha fatto altro che accrescerne il potere. E sorta, dunque, una terza entit. La scissione dalla sfera del mercato si consumata e i giganti hanno assunto unidentit propria, una propria autonomia e una propria giurisdizione. La situazione che, di partenza, era una partita a due diventata adesso un incontro a tre. Ma, cosa sono questi giganti? Crouch dichiara: Un forte coinvolgimento delle imprese nel governo e nella politica rappresenta sempre un problema per una economia realmente liberista, ma lo soprattutto quando si tratta di quelle imprese che chiameremo giganti. Definiamo giganti quelle imprese che, grazie alla propria posizione di forza sui mercati, 1) sono in grado di influenzare questi ultimi avvalendosi della propria capacit organizzativa per porre in atto strategie di predominio sul mercato, e 2) possono farlo nellambito di varie giurisdizioni nazionali. Si verifica allora che questi giganti sono ormai talmente potenti da non potersi sottrarre allattenzione politica, sebbene gli attori politici abbiano scarse possibilit dintervento nei loro confronti. Ovvero: Nel momento in cui si fa soggetto politico, limpresa diventa centro autonomo di azione politica. Cio: Nel momento in cui interviene nella politica e nella societ, limpresa esce decisamente dallambito dei semplici scambi sul mercato. In sostanza i giganti in alcuni casi arrivano persino a mettere i governi nazionali in concorrenza tra loro. Questo accade perch essi non sono pi solo centri di pressione potenti, ma partecipano al processo politico dallinterno, con un ruolo importante. Poich non esiste un governo globale, dice Crouch, i giganti possono fissare le regole in modo sostanzialmente libero, per esempio accordandosi fra loro per definire standard o regole commerciali. Poich questo oggi il livello economico pi dinamico, le regole definite dalle imprese globali influenzano le condizioni

nazionali, minando lautorit dei governi. Si realizza una precisa congiuntura in cui Stato e mercato si coalizzano contro le imprese giganti. Oppure nella quale le imprese giganti e lo Stato si schierano contro il mercato. In ogni caso siamo di fronte al risultato di una scissione (dalloriginaria unica sfera del mercato) ed al venire al mondo della inedita dimensione dei giganti. Questi giganti operano adesso in maniera del tutto sganciata dallo Stato e dal mercato e quindi il conflitto tra Stato e mercato, che assorbe tanta della nostra attenzione, sostanzialmente superato. Lultimo passaggio da compiere, a questo punto, quello pi propriamente politico. Crouch afferma che il liberalismo in Europa, e soprattutto negli Stati ex socialisti, viene associato a partiti politici che sostengono una rigorosa applicazione alla vita economica dei principi di mercato (politicamente associati quasi sempre alla destra) e ampie libert civili (associate perlopi alla sinistra). In questo senso tre sono le domande che dobbiamo porci: nella condizione appena illustrata di predominio dei giganti, che cosa rimane della destra? Crouch risponde: quasi tutto che cosa rimane oggi a sinistra di quanto di destra? Crouch afferma: Viste le risposte qui sviluppate, non si prospetta certo un ritorno a uneconomia in cui domini lo Stato; ma rimane una prolungata e durevole tensione tra un quadrilatero di forze Stato, mercato, grande impresa e societ civile di cui una societ sana non pu fare a meno: se questa tensione creativa, pu stimolare linnovazione delle imprese e ridurre le disparit di potere; pi probabilmente, per, essa rester oscurata dal predominio della ricchezza delle imprese come comprendere quali sono i valori giusti dentro una societ di questo tipo? Crouch dice: La risposta sostanzialmente liberale. Nelle nostre societ frammentate sul piano normativo, i valori possono emergere soltanto dalle controversie e dai conflitti. Tuttavia possibile andar oltre, e sottolineare lesigenza di valori orientati a finalit collettive e pubbliche Il quadro dunque completo. I giganti hanno giocato il loro gioco. La proposta ermeneutica di Crouch pu dirsi sensata e certamente lo ma pu anche dirsi azzardata. Dipende tutto dallintendere a dovere quali sono i limiti e quali sono le competenze della sfera della politica nei confronti di quella economica. E soprattutto: quale potere concretamente ha oggi la politica di regolare il libero prodursi del predominio dei giganti nel cuore stesso di una realt che dovrebbe (per lo meno, dovrebbe) essere ancora ad altezza duomo?

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Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare


Di: Gennaro Carotenuto

Cristina

Fernndez de Kirchner ha annunciato ieri linizio di un processo che porter ad una rinazionalizzazione di fatto del 51% della compagnia petrolifera YPF, svenduta da Menem nel 1992 alla spagnola Repsol. Dalla Spagna giungono quasi venti di guerra contro il governo argentino ad accultare da una parte la fragilit e lincapacit del governo Rajoy ad affrontare la crisi e dallaltra la verit sulla privatizzazione di YPF e sullazione delle multinazionali iberiche in America latina. Con la memoria di un elefante (che la battuta dispiaccia al Borbone non importa), ricordiamo alcune verit che Madrid non gradisce. cos che Repsol diventata una delle pi importanti compagnie petrolifere al mondo pur battendo la bandiera di un paese che in s non possiede una goccia di petrolio. Pagando profumate tangenti ai pi corrotti dei politici, profittando fino allultimo della stagione neoliberale, imponendo patti leonini sul mercato del lavoro, con uno scarsissimo rispetto per lambiente, prosciugando materie prime non rinnovabili dei paesi che ahi loro, avevano aperto le porte. Nessuno pi di Repsol pu essere perci allergico alle parole con le quali Cristina Fernndez de Kirchner ha annunciato il percorso legislativo che porter al recupero della propriet pubblica del 51% di YPF (giacimenti petroliferi fiscali): sovranit, beni comuni. Molti anni fa, alla met degli anni novanta, viaggiai da Buenos Aires a Madrid su di un volo Iberia fianco a fianco con un ingegnere petrolifero dellAGIP. Mi spieg molte cose su quellindustria e in particolare mi spieg quella che gi allora era la politica di rapina della compagnia petrolifera spagnola Repsol, che aveva beneficiato, pagando milioni di dollari in tangenti, della privatizzazione a prezzo di saldo della compagnia petrolifera nazionale YPF voluta dal governo Menem nel 1992. Mi spieg dettagli tecnici su come lAgip interrasse il petrolio estratto in attesa di tempi migliori (il prezzo del greggio allepoca, prima che il ciclone chavista riattivasse lOPEC, sotto la presidenza di Al Rodrguez, era bassissimo) mentre la politica degli spagnoli era seccare fino allultima goccia le riserve argentine e poi andare altrove. Tra la posizione di Repsol, e le bellicose, volgari (spesso brutalmente maschiliste) dichiarazioni che giungono da Madrid in queste ore contro Cristina Fernndez vi tutta la differenza tra la notte neoliberale

del prosciugamento delle risorse (altrui) come se non ci fosse un domani, e la necessit di qualunque paese di recuperare per lo Stato la sovranit su una politica energetica di lungo periodo che il libero mercato impedisce totalmente per le energie non rinnovabili. Repsol inoltre sottopone in maniera brutale unevidenza sotto gli occhi di tutti. Negli anni 90 Telefnica, compagnia spagnola, aveva imposto nellArgentina della parit col dollaro, in un regime di finto duopolio con France Telecom, il prezzo per telefonata pi caro al mondo. Quando allalba del 2002, crollato sotto le mobilitazioni popolari del que se vayan todos il regime neoliberale, il peso argentino ridusse il suo valore ad un terzo, lallora primo ministro Jos Mara Aznar, mise sul primo aereo il suo lobbysta di fiducia, Felipe Gonzlez. Lex primo ministro socialista spendeva tutto il suo prestigio per convincere gli argentina che ok, svalutate pure, ma a patto che le telefonate pi care al mondo le continuiate a pagare in dollari, di fatto con un ulteriore aumento del 300% per gli svalutati portafogli argentini. Alla fine di quellestate australe oltre 300.000 famiglie argentine si videro staccare il telefono che non erano pi in condizione di pagare a un prezzo di mercato fuori mercato. tutta cos la storia da vampiri delle multinazionali spagnole (ed europee) in America latina, dai disastri ambientali e di servizio commessi dallidroelettrica Unin Fenosa a quelli di Iberia con Aerolneas Argentinas, la miglior compagnia aerea del sud del mondo che fu comprata solo per essere completamente svuotata da Iberia. Nel 2006 lallora presidente Nstor Kirchner dovette espropriare la multinazionale francese Suez che da mesi sapeva perfettamente di star fornendo acqua da bere inquinata alle case di quasi un milione di argentini. questo il modello, lo stesso che ha fatto accumulare alla sola Texaco, nel solo piccolo Ecuador un debito per danni ambientali per 700 miliardi di dollari. Eppure in quello di YPF come in ogni altro caso la ricostituzione della sovranit dei paesi del Sud del mondo (in Argentina successo con la compagnia aerea, con le poste, con i fondi pensione e la salute) comporta sempre la stessa risposta: populismo, socialismo, antimercato, antidemocratico. Sarebbe invece democratico per gli europei imporre di pagare le telefonate pi care al mondo, democratico far bere acqua inquinata, democratico svuotare imprese, licenziare decine di migliaia di lavoratori (o licenziarli al venerd e riassumerli al luned a met stipendio), trattare interi paesi come dei fazzoletti usa e getta, prosciugarli

e buttarli via. Resta unaddenda. Il miracolo di lungo corso dei quali gli spagnoli vanno tanto orgogliosi, e che qualcuno ascrive perfino ad una presunta buona semina franchista, che in pochi anni ha creato un quinto paese grande e ricco in Europa Occidentale, aveva i piedi dargilla ma soprattutto unetica debolissima. Il miracolo spagnolo stato dovuto essenzialmente a due fattori. Da una parte un eccellente uso dei fondi di coesione europei, un piano Marshall del quale nessuno come la Spagna ha saputo beneficiare e che lItalia nel nostro Sud ha sprecato. Dallaltro la Spagna democratica ha liberato le sue energie economiche soprattutto tornando ad esercitare una politica di rapina in America Latina. La Spagna il paese che pi si arricch dal trentennio di distruzione neoliberale delle societ doltreatlantico. Le multinazionali iberiche, da Repsol a Telefnica, sopravanzano perfino gli Stati Uniti nel continuo esercizio di corruzione e lobby. questo il contesto nel quale i governi integrazionisti latinoamericani stanno ricostituendo da un decennio la sovranit della regione, affrontando mille difficolt in pace, democrazia e riducendo ovunque gli agghiaccianti parametri di povert e disagio sociale che la notte neoliberale aveva lasciato. Se volete chiamateli populisti e antidemocratici. Se ne giovano.

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