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SONO un uomo fortunato.

Dopo un decennio, o gi di l, trascorso a Londra come corrispondente della RAI, sono passato a fare lo stesso lavoro a Parigi. La sorte, insomma, mi ha regalato la possibilit di vivere in immediata successione in due delle pi affascinanti metropoli del pianeta, e comunque nelle due citt che da qualche secolo si alternano nel ruolo di capitale d'Europa. "Chi stanco di Londra stanco della vita", ammoniva gi nel diciottesimo secolo il Dottor Johnson, "perch Londra ha tutto ci che di bello ed eccitante la vita pu offrire a un uomo." E dall'altra parte della Manica - all'epoca ancora risparmiata dall'insensata iattura del tunnel sotterraneo - Montesquieu gli faceva eco, anche se la sua Parigi non solo paradiso: " forse la citt pi sensuale al mondo e dove i piaceri sono pi raffinati, ma forse quella in cui la vita pi dura. Perch un uomo viva deliziosamente, bisogna che altri cento lavorino senza tregua". L'ingiustizia, s, ma nessun intello, nessun intellettuale francese, ha mai dubitato che sulla Senna risplenda il faro mondiale dell'intelligenza e della libert. Era ancora il Seicento, e gi Molire scriveva ne Le preziose ridicole: "Ritengo che fuori Parigi non ci sia salvezza per la gente per bene". Ahim, forse non appartengo alla categoria, perch a Parigi ci sono rimasto poco, meno di un anno: pi o meno tra le barricate innalzate dai giovani a marzo contro il contratto di primo impiego voluto dal premier Dominique de Villepin, l'Apollo della politica francese, e le primarie socialiste di novembre che hanno candidato all'Eliseo Sgolne Royal, novella Afrodite della gauche transalpina. A fine 2006, come alcuni di voi sapranno, sono stato richiamato a Roma per dirigere Radio Uno e i Giornali Radio RAI. E sono anzitutto io a chiedermi, cari lettori, perch ci ho messo nove anni prima di mettere mano al mio racconto sull'Inghilterra, mentre mi sono bastati nove mesi per affidare alla penna le mie impressioni sui francesi. Non fatico a trovare la risposta: perch i cugini gallici mi sono antipatici, e ho fretta di regolare i conti. Fretta, prima che svanisca l'indignazione per i loro eccessi burocratici. La rabbia per la loro arroganza. Il fastidio per il loro formalismo. L'insofferenza per la loro cucina affogata nelle. salse e ricoperta di panna. Getto fin da subito la maschera. Chi vorr seguirmi in questo viaggio tra usi e costumi della Douce France non si aspetti toni pacati e osservazioni spassionate. Pi che un diario di bordo, questo un giornale dell'anima: la quale, quotidianamente esulcerata dalla vicinanza degli insolenti parigini, tender a traboccare nell'invettiva da pamphlet. Ma, per onest, devo ammettere che un po' me la sonovoluta. Non ho dato retta al consiglio che pure non mi stanco di elargire agli altri: mai passare direttamente da Londra a Parigi. Dall' algida ma comoda indifferenza degli eredi di Wellington alla poliziesca curiosit dei

discendenti di Napoleone. Evoco questi due antagonisti con precisi intenti provocatori all'indirizzo dei cugini francesi, che patiscono attacchi di orticaria al solo sentire il nome del vittorioso generale inglese. Pensate che, ricevendo al castello di Windsor il presidente Chirac in occasione della celebrazione del centenario della Entente cordiale, la regina Elisabetta II ha dovuto per una sera cambiare il nome della Wellington Room in "Sala della musica". Altrimenti il "vecchio amico" Jacques se ne sarebbe rimasto a Parigi... lo stesso Chirac che a un convegno europeo a Bruxelles si alzato e se n' andato, perch l'ex presidente della Confindustria francese aveva pronunciato in inglese le prime frasi (solo le prime, per carit...) del discorso ufficiale. Se sperate che i francesi si siano un po' vergognati del loro leader, siete in errore. Tutti i sondaggi erano a suo favore, e pure l'autista che il giorno dopo mi portava in aeroporto non aveva dubbi: "Il faut, monsieur, rsister a cette vague anglaise", bisogna resistere a quest'ondata inglese. Con queste premesse, la storia tra me e Parigi non poteva che partire male. Ho vissuto nove anni a Londra senza mai entrare in un ufficio comunale e senza mai dover produrre un qualsivoglia documento d'identit. Un'indescrivibile sensazione di libert. Ecco, provate dopo di ci a metter piede in Francia: vi accadr, come minimo, quel che successo a me. Arrivo a Parigi in un gelido gennaio, e miracolosamente trovo subito casa non lontano dal mio ufficio RAI, all'angolo di avenue Montaigne. Bene, dico al padrone dell'appartamento, stendiamo il contratto. Bene, dice lui, ma prima occorre che lei apra un conto in banca. Mi precipito nell'agenzia della Banque Palatine, in me de la Pompe, Sedicesimo arrondissement: la filiale che serve anche la RAI, sanno che sono il nuovo capo della Sede, mi accolgono stendendo tappeti rossi. Vorrei aprire un conto, dico subito alla gentile direttrice. Bien sur, Monsieur, cinguetta lei, ma abbiamo bisogno del suo indirizzo di casa... Ma come faccio, Madame, se il proprietario non mi affitta casa prima che lei mi conceda il conto corrente?! Ci metto un'ora a uscire da questa tagliola tipo "comma 22" (se sei pazzo puoi chiedere l'esenzione militare, ma se la chiedi vuol dire che non sei pazzo...). E ne vengo a capo solo applicando il pi tipico metodo italiano: la raccomandazione. La Francia per me stata, in questo senso, una lenta preparazione al ritorno a casa. Vizi e virt sui due lati delle Alpi hanno molti punti di contatto. E forse anche per questo i difetti gallici mi sono risultati tanto irritanti. Come scorgere riflesso in uno specchio un brufolo dimenticato. Dopotutto, lo scrittore Jean Cocteau sosteneva che "i francesi sono italiani di malumore". E chi perdonerebbe i nostri tanti misfatti, a noi abitanti della Penisola, se per soprammercato fossimo pure malmostosi? I francesi, invece, non se ne curano. I loro cani sporcano i marciapiedi di Parigi quanto - e pi - dei nostri a Roma. La loro burocrazia pi

pesante e pi costosa della nostra (ma molto pi efficiente). I loro ragazzi non spiccicano una sillaba d'altra lingua che non sia il francese. I loro sindacati paralizzano il paese senza preavviso. Ma la Francia convinta di restare maestra al mondo, e non s'accorge che scivola lentamente in serie B. Se gli italiani si cullano nel perenne dibattito sul declino, i cugini d'Oltralpe continuano a crogiolarsi in una vuota ma tonitruante grandeur. l' arroganza che pi di ogni altra cosa li rende antipatici. Non che manchino di qualche ragione. Un paese in cui un cognome su dieci preceduto dalla particella nobiliare "de", pu vantare come pochi altri un passato di aristocratici maneschi. Non a caso, inglesi e francesi si autodefiniscono le due razze guerriere d'Europa. In entrambi i paesi non mancano castelli, imponenti raccolte d'arte (spesso bottino di guerra...) e snob di vario tipo. Ma tutti e due gli imperi si sono da tempo dissolti, e se gli inglesi possono fingere di essere contitolari di quello americano, ai francesi preclusa pure questa consolazione. Epper, pi passano i mesi, pi mi assale la nostalgia. Ora che Parigi lontana, mi manca il mio balcone sulla Tour Eiffel, le passeggiate sugli Champs-lyses, lo struscio elegante di avenue Montaigne, le architetture rinascimentali del Quinto arrondissement, l'aria ribalda di certe periferie vicino al mercato delle pulci di Saint-Ouen. Mi viene il sospetto che il mio livore antigallico nasca soprattutto da un'attesa tradita, da un amore che avrebbe voluto sbocciare ma ha trovato dall'altra parte dei cuori sordi. Perch, vero, Paris, c'est toujours Paris. Bella, languida, affascinante. Vi condurr per i suoi quartieri pi esclusivi come per le sue vie pi segrete. Questo fascino la compensa d'aver perduto ci a cui maggiormente teneva: la fiaccola dell'avanguardia. I nuovi Picasso o Modigliani sono piuttosto di casa a Londra o a New York. Coco Chanel se n' andata, e la moda s'inchina ai designer milanesi, o perfino inglesi. Assediata dalle banlieues di colore Parigi somiglia sempre pi a un gigante rachitico, condannato a non crescere. Ma prima di metterci in cammino, lasciate che ringrazi pubblicamente le persone che mi hanno aiutato in questa incursione nei costumi francesi. La prima, anche questa volta, mia moglie Iolanta. Non posso dire che con i francesi abbia vissuto un idillio, ma non ha perso niente della verve cronistica che aveva gi manifestato a Londra. E, tenuto presente che nel giro di un anno ha realizzato tre traslochi, penso che sarebbe giusto proporla per la Legion d' onore. Un grazie di cuore anche al resto della famiglia -mamma Annamaria, Serenella, Natasha - che, sebbene lontana, ha sopportato per telefono tutte le manifestazioni di irritazione e impazienza prodotte dall'eccesso di lavoro. Non mi stato facile scrivere e al tempo stesso dirigere l'informazione radiofonica del servizio pubblico pi una grande rete

come Radio Uno. Perci, questo diario non avrebbe visto la luce senza il sostegno e l'incoraggiamento dei miei carissimi amici della Sperling & Kupfer. L'amministratore delegato Marco Ferrano l'editore che tutti sognano. Antonella Bonamici l'editor ideale. Paola Caviggioli dirige l'ufficio stampa con la stessa creativit e l'appassionata competenza con cui sceglie i vini. E Alessandra Frigerio la pi infaticabile organizzatrice di eventi che abbia mai incontrato. A tutti gli altri che non cito chiedo scusa e rivolgo lo stesso un grazie sincero. Ma un pensiero particolare va ai miei collaboratori e amici dei mesi trascorsi a Parigi. Annie, Cristina e Michelle sono l il motore della RAI, ma soprattutto sono tre gran dame di testa e di cuore. Roger il principe dei cameramen, e non solo per via dell'aristocratica passione per golf e cavalli. Mario una specie di Archimede Pitagorico che risolve ogni problema. Li abbraccio tutti, e li ringrazio: per aver sopportato le mie intemerate contro la Francia, ma pure per avermi - senza darlo a vedere - insegnato ad apprezzare e amare le sue virt. Nascoste, magari, ma ci sono. La ville lumire stordisce sempre, e continuer a farlo, per le sue prospettive, il suo gigantismo monumentale, la dolcezza dei suoi Lungosenna. Certo, non c' foie gras del Prigord n ostrica di Bretagna che possa nascondere la nostalgia del primato perduto (perfino nel pallone...). Ma in fin dei conti proprio questo spleen a riconciliarci con i francesi, a farceli sentire pi vicini. Noi italiani ci siamo gi passati. E non potevamo neppure, come loro, annegare la malinconia nello champagne. Parigi, marzo 2007

XIX COM' DOLCE PARIGI... O NO!? ARRIVO a Parigi in tempo per le barricate. Quelle fasulle, purtroppo. Non lo dico per nostalgia da vecchio sessantottino, ma per disappunto professionale. Ero troppo giovane, in quel mitico Maggio di quasi quarant'anni fa, per seguire da reporter anzich da tifoso le battaglie

con i flics nei vicoli del Quartiere Latino. E oggi, che mi preparo a epici reportage con il casco in testa (i casseurs picchiano duro), non ci metto molto a capire che quella della primavera 2006 soltanto, come titola il britannico The Economist, una phoney revolution, una rivoluzione fasulla. I giovani francesi ribelli del 2006 mimano i loro padri, ma non per cambiare il mondo. Solo per conquistare, anche loro, il privilegio di un posto a vita. Del resto i fuochi del "nuovo '68" si spengono presto. Ma sono a loro modo istruttivi per capire che cosa diventata la Francia del Duemila, questo grande paese che ha egemonizzato l'Europa per due secoli e mezzo, e fatica ora ad adattarsi al ruolo della pi grande tra le medie potenze. Per la verit, se uno arriva da Londra a Parigi in aereo, come decido di fare al momento di trasferirmi, ha piuttosto la sensazione di sbarcare in un paese in via di sviluppo. Il lettore italiano, che ha la fortuna di scendere al nuovo terminal F dell'aeroporto Charles De Gaulle, penser che qui pesi la dichiarata gallofobia dell'autore. Ma giuro che in questo caso pregiudizi e antipatie non c'entrano. Il fatto che purtroppo venendo da Londra si arriva al terminal B dell' arogare di Roissy, e in questo caso il primo impatto con Parigi non pu che lasciare sbalorditi. Ville lumire? Di luce, per ora, non c' traccia. In questo immenso hangar grigiocemento, corridoi chilometrici si snodano al chiarore fioco di tubi neon semiconsumati. Non ci sono indicazioni, oppure ce ne sono troppe e contraddittorie, e tutte comunque solo in francese. Non provate a sedere sulle rare poltroncine se non volete rischiare una macchia d'unto sui pantaloni o - vista la sporcizia - forse anche peggio. Poich la struttura del terminal circolare, il nuovo arrivato che non sia dotato del quoziente intellettivo di Einstein rischia di girare in tondo prima di azzeccare il ripido sentiero verso l'uscita. Ripido? - vi chiederete - Come ripido? Sissignori. Il terminal B del De Gaulle probabilmente l'unico al mondo dove i tapis roulants non si muovono in piano ma vanno su e gi come fossero montagne russe: immaginate la fatica per impedire alle valigie di rotolarvi addosso scivolando all'indietro oppure, sul declivio della discesa, di rovinare sul malcapitato che si trova davanti a voi. Comunque, sopravvissuti al nastro trasportatore, superato l'arcigno poliziotto di frontiera che controlla il passa-porto, Parigi finalmente ci si spalanca dinanzi. Un momento. Non subito. Da Roissy agli Champslyses, dove abbiamo preso casa, se ne va un'ora buona, e visto che siamo in piena ora di punta l'autista ci informa che siamo pure fortunati. Impareremo presto che la pripherique, passaggio obbligato per chiunque debba andare in aeroporto, un incubo per tutti i parigini. Pi o meno come il Grande Raccordo Anulare a Roma: come giocare alla

roulette russa con l'aereo che dovete prendere. A volte ce la fate, altre volte no. Ma all'arrivo almeno, se non si ha fretta, non ci sono patemi d'animo, e ci si pu rilassare osservando il paesaggio. Non che ci sia molto da vedere lungo l'autostrada che taglia la cinta delle banlieues. La freccia che indica l'uscita Saint-Denis una volta evocava l'immagine dell'abbazia dove sono sepolti i re di Francia, oggi i fotogrammi bui e cupi della rivolta - quella s, autentica - dei giovani immigrati nell'autunno 2005. All'orizzonte si staglia alla nostra sinistra la sagoma bianca del SacrCoeur, gigantesca meringa collocata in cima alla butte Montmartre. Il meglio dell'arte del Novecento passato per le viuzze strette che tagliano la collina e adesso prosperano sui mille negozietti di souvenir. Al punto opposto della skyline, nella precoce sera invernale s'accende improvvisa la Tour Eiffel, come un ago lucente confitto nel buio. un'immagine che ipnotizza, ma genera pure un inquietante interrogativo: e se anche Parigi, tutt'intera, fosse ormai soltanto un souvenir? La cornucopia di avenue Wilson Per fortuna il giorno dopo il nostro arrivo sabato, e a due passi da casa, sulla prospettiva imponente del viale dedicato al pi idealista dei presidenti americani, la gente si accalca nel mercato all'aperto bisettimanale. La vita la spunta sui monumenti. Da escludere che in futuro Parigi dedichi non dico un'avenue ma anche solo una rue al detestato George W. Bush: ma d'altronde anche oggi - sic transit gloria mundi - sono decisamente pochi i parigini ai quali il nome Woodrow Wilson ricordi il padre della pace di Versailles e della Lega delle Nazioni, piuttosto che il largo e lungo marciapiede centrale, dall'Alma al Trocadero, trasformato due volte la settimana in bazar alimentare. Per chi arriva dall'Italia, forse, niente di eccezionale. I nostri mercati all'aperto, da Campo de' Fiori a Roma a quello del pesce a Catania, non temono certo concorrenza in fatto di leccornie. Ma per chi viene dall'altra parte della Manica, il classico march francese come un bagno nella fontana della vita. La dice lunga il fatto che a Londra, nel reparto alimentari di Harrod's, ogni volta che si vuole colpire il pubblico si allestisca un finto mercatino mediterraneo, mimando costumi e comportamenti dei venditori. In Francia, come da noi, non c' bisogno di imitazioni: offriamo solo gli originali, e sono ogni volta affascinanti. I turisti a Parigi conoscono soprattutto quel regno dell'abbondanza che si snoda nel Quartiere Latino, lungo la stretta e affollata rue Mouffetard. Il mercato di avenue Wilson meno pittoresco, ma altrettanto tentatore. Volete ostriche, bar-de-ligne (la spigola dell'Atlantico), anguille, montone, coquilles Saint-Jacques, testina di vitello? Oforse couscous, mezzeh libanesi, fragole di bosco e marroni di montagna, o ancora scalogno e finocchio, prezzemolo e sesamo? La Tour, l a due

passi, svetta giusto sopra le nostre teste, ma la luce del mattino la riduce a un titanico pezzo di ferro. E, quel che pi ci solleva (Iolanta gi quasi entusiasta), il mercato non ha un'aria da cartolina: pulsa di vita, e di golosit. Date un nome al vostro desiderio, e sui banchi del mercato Wilson lo troverete. Per di pi, a un prezzo ragionevole. Che non poco, per il quartiere forse pi caro di Parigi. Mia moglie, reduce dalle astronomiche spese londinesi, dove la frutta si vende a pezzo (60 centesimi un mandarino), passeggia affascinata tra le bancarelle. Incanto che sembra condiviso dai tanti anglosassoni arrivati per la spesa, armati di cesti di vimini e borse di tela, che si affannano a riempire fino all'orlo. I venditori, se non sono asiatici o nordafricani, sembrano venire in gran parte dalla campagna fuori Parigi: cordiali, sorridenti, pazienti con lo straniero che non padroneggia la lingua. Insomma, il contrario dei parigini. Parigi s' presa lo "spleen" Che cosa successo a quella che era la citt pi gaia del mondo? Perch diavolo i suoi abitanti sembrano avercela con ogni straniero che gli capita a tiro? Esito a unirmi al coro degli osservatori che lamentano la sgarberia dei padroni di casa, ma un'esperienza comune a ogni turista. Provate a entrare in uno dei tanti deliziosi negozietti che si aprono sulle stradine attorno a place des Vosges, il gioiello del Quarto arrondissement. Miriadi di boutique, di piccole gallerie d'arte, di profumerie e di bistrot. Giustamente, ora che il suo restauro finito, la piazza creata da Enrico IV e i suoi dintorni sono diventati una delle grandi attrazioni della capitale. Arrivano carovane di italiani (quasi tutti quelli che conosco a Roma hanno un pied--terre da queste parti...), di tedeschi, di europei dell'Est. I negozianti - uno immagina - dovrebbero avere stampato in faccia un sorriso smagliante da mattino a sera. E invece... "Bonjour, Madame!" Silenzio della vendeuse. Il malcapitato cliente saluta di nuovo a voce pi alta, nel caso la poverina fosse d'orecchio duro. No, solo maleducata. Guai poi a chiedere la taglia. Con disdegno questa fortunata aristocratica gallica vi chiede in quale inferiore nazionalit calcolate d'abitudine le vostre misure. Se tardate a capire la domanda ve la ripete parecchi decibel pi forte, in modo da rendere evidente all'universo mondo che disponete o di un francese limitato - quel dommage! che peccato! - o quanto meno di un intelletto limitato. In ogni caso, non aspettatevi che vi ringrazi se alla fine, nonostante tutto, decidete di fare un acquisto in questo dannato negozio. Uscito dalla boutique con il pacco che vi costato una cocente umiliazione, vostra moglie vi chiede sul telefonino di fermarvi in boulangerie prima di tornare a casa per pranzo. "Questione di un minuto, devi solo prendere la baguette." Se non si ancora fatta

l'esperienza, l'ipotesi di entrare, poniamo, da Vignon, la bottega d'alimentari giusto all'angolo di casa mia, pu anche risultare affascinante. Intanto sia chiaro che se vi immaginate una banale salsamenteria siete fuori strada. Vignon l'equivalente a tavola di un Armani nell'armadio. Le vetrine su me Clment Marot traboccano di ogni ben di dio, solo roba di prima scelta: aragoste Termidoro, caviale Beluga iraniano, granchio gigante di Bretagna, foie gras del Limousine... Per noi italiani di gusti pi rustici c' pure il prosciutto di Parma. Ma va a 80 euro al chilo: la tassa che si paga per vivere nell'Ottavo arrondissement, tra le sartorie pi chic e i marmi dell'Hotel Plaza Athne. Tuttavia, solo una baguette... Ma s, entriamo. C' folla davanti al bancone, ma per uno che viene dall'Inghilterra disporsi in coda naturale, come aprire l'ombrello se piove o piegarsi per allacciare le scarpe. Errore. evidente che nessun altro l dentro ha dimestichezza con la perfida Albione, per cui tutto un vociare e un urlarsi addosso. Bisogna giocare d'audacia. Arpiono un garzone che passa e gli chiedo il mio sospirato filone. Dimostro abbastanza autorit perch lui ne sfili uno dalla gerba del pane, ma quando allungo la mano per prenderlo, mi gela: "Nient' altro, Monsieur?" chiaro che non disposto a tollerare risposte negative. Ma da me non avr altro che un no. Mi faccio coraggio e lo dico. Ammutolito, lo sguardo carico di disprezzo, il giovanotto in camice bianco si decide a battere lo scontrino mentre io gli allungo una banconota da 5 euro. Senza una parola lui invece mi porge il tagliando e mi indica con un gesto secco la cassa nascosta dietro la porta d'ingresso. Una matrona dai pomelli rossi e i capelli color stoppia vigila come Caronte sulle sponde del fiume infernale. Mi avvicino, mi rimetto in coda, porgo lo scontrino e i 5 euro, e lei finalmente stampiglia un bel timbro vermiglio, PAGATO, sul quadratino di carta. Esausto, lo ritiro assieme alle monete di resto - 3 euro e mezzo, la baguette da Vignon costa il doppio del normale - e finalmente lo consegno all'odioso garzone ottenendo in cambio il mio pezzo di pane. Esco dal boulanger dopo diciassette minuti (cronometrati). Sogno la quiete del mio appartamento, in un grande palazzo haussmanniano di pietra bianca su me Marbeuf, e un bicchiere di bianco Sancerre ghiacciato. Dopo le prove che ho attraversato, mia moglie non me lo negher. Illuso. Ancora non finita. Nel vasto androne di casa, la gardienne sta effettuando le pulizie bisettimanali. Vedermi e buttarmi tra i piedi un secchio d'acqua tutt'uno. Sospetto che non abbia digerito il nostro primo incontro. Suon alla porta del nostro appartamento solo a trasloco terminato: "Bonjour monsieur. Sono la vostra portiera, Madame Le Grand" (mai dimenticare che in Francia sono tutti Monsieur e Madame, dal ciabattino al presidente, come se i sanculotti si fossero appropriati dell'etichetta di Corte...). Senza far caso al trucco

ineccepibile, agli occhiali Dior e al golfino d'angora rosa della curatissima signora sui sessanta, le chiesi se poteva anche sbrigare per noi le faccende di casa. Mi fulmin con lo sguardo prima di sibilare: "Le mander la mia domestica, Madame XY". "Bonjour Madame Le Grand", le dico con il pi cordiale dei sorrisi mentre evito di scivolare sulla pozza d'acqua che ha formato ai miei piedi. Lei fa un freddo cenno di riconoscimento con la testa, ma mi lascia passare. Ancora un passo, e sono in ascensore. Finalmente in salvo! Non pensate che si tratti solo di rari maleducati. La Francia sembra chiudersi in se stessa, e al posto della tradizionale insolenza sbarazzina, a suo modo simpatica e cordiale, inalbera adesso l'aria di chi "tiene il mondo in gran dispitto". Perch tanto fastidio verso gli altri, tanta burbanzosa sufficienza? Gli intellettuali si interrogano e dietro l'aggressivit quotidiana scorgono un paese che si teme impoverito e si scopre impaurito. Evidentemente non da adesso, per, se gi Cocteau - come abbiamo visto - definiva i suoi compatrioti italiani di cattivo umore. Un gran vegliardo come Jean d'Ormesson sostiene che i suoi connazionali sono diventati "cos inquieti e irritabili da apparire spesso in preda alla depressione, sull'orlo della crisi di nervi". E questo perch "ci che manca di pi in questo vecchio paese, cos a lungo all'avanguardia del movimento della storia, la speranza". Chiss se pure Madame Le Grand se n' accorta? A cena con i "revenants" Una sera a Parigi capita di incontrare un gruppetto di rispettabili persone che al "movimento della storia" non fanno pi caso da un pezzo. O forse non l'hanno mai fatto. Invito a cena in una gran casa elegante di avenue Ho-che, tra l'Arco di Trionfo e Parc Monceau: uno degli indirizzi che contano. Gli anfitrioni, anche. Due gentiluomini di mezz'et che formano una celebrata coppia di antiquari, sul lavoro e nella vita. La magione si presenta sontuosa. Ma non una sorpresa. Se Londra ama l'understatement anche ai vertici della societ, a Parigi vero il contrario. La ricchezza e il potere non sono riconosciuti come tali se non sono accompagnati da un'adeguata rappresentazione. A Parigi le residenze dei grandi, e degli aspiranti tali, aborriscono i toni bassi, il minimalismo, le luci soffuse. I soffitti delle case haussmanniane grondano stucchi elaborati e chandeliers di cristallo. Pesanti panneggi oscurano le finestre alla vista dei comuni mortali che passano per strada e tappezzerie di seta foderano le stanze come bomboniere. Ricordo su un numero di Paris Match un servizio fotografico dedicato al palazzo dei d'Ornano, i proprietari della cosmetica Sisley. Un incredibile trionfo barocco, una capriola della fantasia, tra specchiere e quadri, arazzi e pelle di zebra, poltrone Versace e in oro zecchino. E porcellane, argenti, avori... Ecco,

la casa dei nostri ospiti meno esagerata, ma rigurgita di cose belle. E soprattutto di bella gente. No, non la people, come i settimanali patinati definiscono collettivamente le star dello showbiz. Di cantanti, attrici, registi e chitarristi, stasera nemmeno l'ombra. Ho il sospetto che prima di diramare gli inviti, i padroni di casa chiedano le analisi del sangue. Per accertarsi che sia tutto rigorosamente blu. A mano a mano che vengo presentato agli altri ospiti, mi accorgo che stringo la mano -o, se signora, la bacio - a parecchi secoli di storia di Francia. Il vecchio duca de La Rochefoucauld, una secca principessa di Polignac erede dell'amica pi cara della sfortunata Maria Antonietta, li nell'angolo un conte de Noailles che chiacchiera cordialmente con la baronessa Bonaparte, discendente di uno dei fratelli di Napoleone... A suo modo un salotto progressista, visto che riconcilia l'ancien rgime e la pi fresca nobilt dell'Impero. I repubblicani, naturalmente, restano fuori. Se l'informalit la cifra dell'aristocrazia britannica -l'unica che ancora conti come classe nel mondo - qui in-vece, tra i nobili sopravvissuti alla Rivoluzione e alla Repubblica, l'etichetta celebra ancora i suoi trionfi. In parte la stessa lingua francese che come poche altre favorisce atteggiamenti e dialoghi pomposi - volete mettere la sonorit di un "Monsieur le Comte" con la sbrigativa deferenza di "Your Lordship", Vostra Signoria? Ma pesa soprattutto la tradizione, quella di una Corte francese che si vantava del pi complicato cerimoniale regio mai concepito. Scomparsi i Borbone, bruciate le Tuileries, svenduti i loro castelli, i titolati che affollano stasera questa splendida casa altoborghese evocano le feste dei revenants, che significa "fantasmi" ma designa pure gli aristocratici tornati in Francia alla caduta di Napoleone, ombre invecchiate dei potenti di un tempo. E, come loro, gli odierni discendenti hanno l'aria di aggrapparsi all'etichetta come a una ciambella di salvataggio. Si pu temere che da un momento all'altro qualcuno tiri fuori una parrucca incipriata. un gruppo di persone che sembra essersi isolato dalla storia; eppure la storia, che a Parigi spesso scorre pi turbinosa che altrove, si intrecciata molto e drammaticamente con le loro vicende personali e con quelle delle loro famiglie. Potrebbe nascerne una conversazione interessante, se riuscisse a librarsi sopra le generiche banalit beneducate. Ma i titolati francesi sparsi per questi salotti si guardano bene dall'affrontare argomenti pi impegnativi del prossimo torneo Roland Garros. Pochi paiono disposti a riconoscere che c' un mondo oltre i campi da tennis. Chi lo fa, in genere ha radici altrove. Come la simpatica principessa Magaloff, discendente di un' antica famiglia georgiana emigrata a Parigi dopo la rivoluzione bolscevica. O Alessandro di Iugoslavia, che si porta dietro con ammirevole

nonchalance ben due tragedie dinastiche. O, infine, la duchessa de La Rochefoucauld, che infatti, a dispetto del nome, non francese: una splendida americana quasi novantenne, arrivata in Europa al tempo in cui le ereditiere statunitensi immettevano sangue, e soprattutto soldi freschi, nelle vecchie famiglie nobili europee. Lo ha fatto anche lei, e non ne pare pentita, accanto al suo duca ormai sordo e svagato. La vita - dice - stata un gran ballo, anche se adesso la danza finita e gli eredi di una delle pi grandi casate di Francia vivono nell'appartamentino di un residence, generosamente offerto da Monsieur Cardin. "Ou elles sont les neiges d'antan..." Dove sono le nevi di un tempo, cantava il poeta, dove sono le dame e i cavalieri... Gi, dov' finita la Parigi della nostra immaginazione, quella che a cavallo dei due secoli passati mischiava Belle poque e avanguardia, il genio e l'assenzio, demimondaines e fascinosi apaches dal coltello facile? La sensazione che non solo i vecchi aristocratici abbiano smarrito la memoria, o comunque non vogliano disturbarla. Anche lei, la vecchia signora adagiata sulle rive della Senna, sembra attratta e inorridita a un tempo da un'incombente perdita di identit. O, forse, il guaio di Parigi che ha riempito troppa letteratura per non deludere il visitatore che pretende di riconoscerla attraverso le pagine dei libri. Parigi, invece, per i suoi padroni sempre stata un foglio di carta bianca, una pagina vuota su cui tracciare a piacere, con rapidi colpi di ruspa, i segni delproprio nome. Ogni nuovo regime un quartiere, una strada, un monumento. Ma anche da ogni nuovo leader un buco, una lacerazione irreparabile nella precedente topografia cittadina. Georges Pompidou strapp il mercato delle Hailes dal petto medievale di Parigi, e i suoi successori all'Eliseo hanno continuato a esigere ognuno la sua libbra di carne dal tessuto connettivo urbano. la teoria e pratica dei grands projets, a cui dai giorni della Rivoluzione la capitale non mai riuscita a sottrarsi. L'ultimo (per ora) dei suoi faraoni, Frangois Mitterrand, ha voluto anche spiegare qual era, secondo lui, la funzione dei grandi lavori: "Sono innanzi tutto questo", scriveva il presidente nella prefazione al volume Architectures capitales, "il partito preso di dar corpo con forza ad alcuni progetti maggiori, di pubblica utilit e che non prendano l'architettura alla leggera. Non impongono uno stile, ma partecipano a un'urbanistica volontaria che adatta la citt alla posta in gioco del prossimo secolo". Il risultato di questa "urbanistica volontaria" che la Parigi di cinquant'anni fa pressoch scomparsa e il restyling cittadino ha inghiottito non solo le case e le strade, ma anche interi ceti sociali, abitudini, stili di vita. Se volete sapere com'era la citt di Maigret non vi resta - per fortuna - che la sublime descrizione di Simenon.

Un italiano guarda affascinato e perplesso a questa Parigi camaleontica, che cambia pelle con la stessa facilit con cui noi cambiamo idea. Si conferma che la Francia ha uno Stato, istituzioni, potere politico. Il ceto dirigente e gli amministratori pubblici prendono decisioni e le realizzano. Nel tempo in cui in Italia si discute se fare o no la TAV, la Francia ne fa due. E la Repubblica democratica non si mostra pi impacciata della dittatura del Secondo Impero: se il barone Haussmann spian la citt dell'ancien rgime per aprire le vertiginose prospettive dei suoi viali, Mitterrand non stato certo pi timido nel disegnare il grande asse urbano che solca diritto Parigi da place de la Concorde sino all'Arc de la Dfense, passando per gli Champs-lyses, l'toile e l'Arco di Trionfo. Sarebbe una lezione, per l'italico vizio di procrastinare, se non si affacciasse anche un dubbio: ma ne varr la pena? Sar poi giusto che Parigi somigli sempre e soltanto ai suoi re? Un vecchio volume di fotografie che ho trovato sugli scaffali di una piccola libreria ad Amboise, nella valle della Loira, rivela una citt che non c' pi, cos diversa dal museo a cielo aperto attraversato da torme di turisti. Una Parigi esotica ed eccitante, una capitale alla rovescia perch interdetta al pubblico: la Parigi dei bassifondi e dei reietti che l'obiettivo di Patrice Molinard consegna al nostro immaginario, prima che si depositi per sempre nei raccoglitori fotografici dei musei. Una citt scrostata, tanto in centro quanto in periferia, attraversata senza sosta da schiere inquiete di accattoni, senzatetto, piccoli delinquenti che trovano asilo all'ombra del Pont-Neuf (prima che lo restaurassero) o al bancone ospitale di uno dei tanti bistrot. O magari nel pi incredibile e stupefacente dei luoghi pubblici, il bordello dei clochards, che esisteva prima della guerra nel vecchio quartiere di Saint-Paul. Sembra quasi di poter annusare dalle foto l'afrore di esistenze solitarie ed equivoche, di corpi poco lavati, di amori frettolosamente consumati, magari all'ombra del luna park, che il narratore di questa Paris insolite (Parigi insolita), Jean-Paul Clbert, descrive ancora come "un paradiso perduto"... Insomma, il fondale perfetto di un romanzo verista, ormai cancellato da ci che i tecnici chiamano asetticamente "rigenerazione urbana" e redveloppement, nuovo sviluppo. per questo che, secondo un rapporto dello Urban Land Institute, Parigi offre oggi pi opportunit rispetto a Londra per gli investimenti immobiliari. La capitale britannica gi un "mercato maturo", quella francese ha ancora spazi da "bonificare". Preparatevi, ruspe, a buttar gi un altro pezzo di memoria. La figlia del colonnello e il barone ungherese NEL novembre 2006 Le Nouvel Observateur, campione settimanale della sinistra intelligente, s'entusiasmava per il romanzo di Sgolne, e gi i capitoli del racconto: "L'infanzia di una combattente", "Come ha vinto la sua candidatura", "Come prepara il piano di battaglia". Le foto a tutta pagina della bella Madame Royal, baldanzosa e sorridente, appena

scelta dalle primarie socialiste per la corsa all'Eliseo, contribuivano a patinare il nuovo mito con l'ormai inevitabile glamour mediatico. vero, il vecchio e saggio fondatore Jean Daniel avvertiva nell'editoriale sulle "incertezze dello charme". Ma con tutta evidenza era lui il primo a lasciarsi soggiogare dal fascino, con toni perfino lirici. Dal versante di destra si rispondeva con pari lirismo: "Sarkozy, l'infanzia di un capo", titolava a inizio gennaio una commossa copertina di Le Point, sulla foto leggermente sfocata e d'antan di un Sarko giovanissimo ma gi in possesso del suo imperioso profilo aquilino. Le avessimo prodotte noi italiani, copertine del genere, sai i sorriseti di compatimento o la sdegnata condanna dell'italica tendenza al servilismo... Un anno a Parigi, con relativa frequentazione dei media locali, basta a far sentire qualsiasi cronista di un altro angolo di mondo un vero eroe della libert di stampa. Ma delle inclinazioni "anfibie" dei colleghi francesi mi occuper pi avanti. Torniamo ora a Sarko e Sgolne. Ben pi della corsa del primo, stata l'apparizione della madonnina informatica sulla scena politica a offrire la conferma e la misura della stanchezza dei francesi verso i "vecchi elefanti": cos che chiamano da queste parti quella classe politica inamovibile che sembra una prerogativa speciale dei paesi latini, almeno a giudicare da quanto accade nell'Esagono e in Italia (ma non in Spagna...). Per la verit vecchi elefanti vengono definiti soprattutto quei maggiorenti del Partito socialista che fino a ieri hanno dominato la scena, sin dai lontani giorni felici di Franois Mitterrand. Proprio per quei ricordi vittoriosi, rappresentano ancora una generazione di dirigenti non priva di meriti agli occhi dei militanti del PS, ormai avvezzi a collezionare sconfitte. Il guaio che i vincitori di ieri sono i principali responsabili dei disastri di oggi. Lionel Jospin, Jack Lang, Dominique Strauss-Khan, Laurent Fabius: padroni di tessere ma non dei sentimenti del popolo di sinistra. E a destra meno galli, forse, ma stessi vizi, e mentalit da clan. La sorpresa chiamata Sgolne tale che perfino un osservatore politico navigato e smaliziato come Alain Duhamel sembrava non essersi accorto di lei. Nel suo libro sui "Pretendenti del 2007" (pubblicato a fine 2005), elenca ben quindici possibili candidati alla presidenzadella Repubblica, ma nemmeno rammenta l'esistenza di Madame Royal. Tutti i soliti noti, da Chirac a de Villepin, da Lang a Sarkozy a Le Pen; sono ricordate persino la comunista Marie-George Buffet e l'ultr cattolica Christine Boutin. Non manca nemmeno il compagno di Sgolne, Franois Hollande, segretario del Partito socialista. Ma lei niente, nemmeno citata come madre dei loro quattro figli. Cos, questa signora che pare sbucata dal nulla riuscita a far credere ai francesi di non aver niente a che fare con il Palazzo immutabile della politica, con il museo delle cere che allinea da tempo immemorabile le

stesse facce, gli stessi metodi, gli stessi rituali. Si trattato in realt di un' invenzione fantastica, dal momento che Madame Royal, a dispetto del bel volto senza rughe, fa politica di mestiere da trent'anni: stata deputato, sindaco, ministro, infine presidente della Regione PoitouCharentes. Insomma, non ha saltato nessuna delle tappe tipiche del cursus honorum della Repubblica. A cominciare, naturalmente, dall'ENA, l'cole Nationale d' Administration, autentica fucina dei governi degli ultimi cinquant'anni. Ma prima - e pi - dei suoi concorrenti, Madame Royal capisce che la globalizzazione alla quale il suo paese si mostra tanto restio non ne sta cambiando solo l'economia, ma pure la politica. Basta affacciarsi dall'altra parte della Manica per rendersi conto che la gerontocrazia non inevitabile, e la corruzione neppure. A Londra un premier di cinquantaquattro anni, e al potere da dieci, viene giudicato gi vecchio e accompagnato alla porta. A Parigi Jacques Chirac rimasto ai vertici del potere dai giorni in cui Blair era bambino, cio per quattro decenni e mezzo, e solo all'ultimo istante si rassegnato a rinunciare a correre per un terzo mandato presidenziale. In quale altro posto al mondo (Italia esclusa) esiste una classe politica altrettanto autoreferenziale? E dove mai, oltre che in Francia, gli eletti considerano la rappresentanza alla stregua di una sinecura? Deputati, ministri e premier restano per decenni anche sindaci del lontano borgo natio, si tratti di un paesello o di una grande citt. In genere si fanno vedere un paio di volte l'anno, ma si ammantano della carica (con relative clientele elettorali) come i signori feudali dei titoli nobiliari connessi al possesso della terre. L'ex primo ministro Alain Jupp, maire di Bordeaux, Sarkozy, da sempre sindaco di Neuilly, l'ex ministro socialista Lang, eletto invece deputato nella sicura circoscrizione elettorale di Boulogne-surMer, dove non ha nemmeno casa ( ospite del miglior albergo)... Ma capisco che un italiano l'ultimo che pu scandalizzarsi. Non solo in Francia, ma qui pi che altrove, l'immagine della politica appare logora e screditata. Il potere un idolo infranto nel paese che ha inventato la Statolatria e la storica distinzione tra destra e sinistra. Sapete come and, quel giorno dell'estate 1789, quando i membri dell'Assemblea Costituente si divisero sulla questione del veto reale. Si formarono due gruppi, da una parte e dall'altra del presidente dell'assemblea: alla sua sinistra coloro che si opponevano al veto, alla sua destra i partigiani della prerogativa del re. Quel giorno si stabil la linea di demarcazione cruciale nella vita politica francese (e di quasi tutte le altre democrazie occidentali). Ma un fossato che Sgo e Sarko hanno pi volte attraversato in direzione opposta, tutti e due convinti che la Francia del ventunesimosecolo abbia bisogno in primo luogo del ricambio delle lite e delle idee.

Candidati di plastica? Creature dei media e dei sondaggi? Prima di correre anche lui in suo soccorso, Jospin, il condottiero socialista battuto nel 2002, non faceva sconti all'icona tv scelta dalla sinistra: "L'elettronica non d il contenuto, la tecnica non sostituisce la politica". Sembrano battute di un socialista ottocentesco catapultato nell'epoca di Marshall McIuhan: "Il mezzo il messaggio", e Jospin avrebbe gi dovuto apprendere dalla sua dbcle presidenziale che non fa sconti nemmeno agli spiriti nobili. Disegnare un futuro pi rischioso a una Francia che ha paura del presente un'acrobazia complicata. Non un caso che a cimentarsi in questo difficile esercizio siano stati proprio due outsider. La donna socialista figlia di un militare e l'aristocratico gollista cresciuto senza padre e senza soldi. Entrambi maturati in famiglie spezzate; entrambi, in qualche modo, dei fuori casta in grado di sfidare le convenzioni dei rispettivi campi. Durante tutta la campagna elettorale i royalisti si sono dati da fare per costruire una bella storia edificante. Sgolne, figlia del colonnello Jacques, che si ribella al pap rac, reazionario, e misogino. lei stessa, che ha ben sette tra fratelli e sorelle, a dichiarare in un'intervista televisiva del 1994: "Mio padre mi ha sempre fatto sentire che io e le mie sorelle eravamo degli esseri inferiori". Al fantasma in kpi si contrappone l'immagine ardita di una donna anticonformista, femminista, refrattaria al matrimonio, tanto da generare quattro figli senza mai pronunciare il fatidico "s" al loro padre Hollande. Eppure ci vuol poco a capire da dove vengono certe sue posizioni che hanno fatto scalpore. Non lei che vuole affidare alle Forze Armate la rieducazione dei giovani delinquenti? Era tra i figli dei soldati che il colonnello Jacques spediva i suoi bambini... Non lei che detesta la volgarit contemporanea e denuncia la violenza in tv? Sembra di sentire le tirate del vecchio militare, cattolico di ferro e nemico della "decadenza". Sgolne, a quanto pare, non prega pi a tavola, ma detesta la blasfemia e difende le giovani musulmane che vogliono portare il velo. E quando celebra la nazione e le sue regioni, certo che ripensa al padre, che amava la Francia e la natia Lorena, al punto da disporre, nel suo testamento, preghiere perpetue per un condottiero del XV secolo che aveva liberato la sua provincia. I Royal, insomma, appartengono a una Francia scomparsa. Sgolne testimonia di un paese che la modernit ha occultato. Fatto di famiglie prolifiche, di disciplina e di virt, ma pure di pregiudizi e di segreti inconfessabili... Una Francia patriota, cristiana, silenziosa e dignitosa, che ogni tanto si affaccia allo straniero che lascia Parigi per la campagna. Una Francia che fa sorridere gli snob, la Parigi chic, i cittadini illuminati. Che infatti hanno sempre avvertito che Madame Royal non una di loro.

E Sarko? A chi appartiene il figlio dell'aristocratico ungherese Pal Sarkozy de Nagy-Bocsa e dell'avvocatessa Andre Mallah, famiglia ebraica di Salonicco? Di sicuro non a suo padre. Che lo abbandona bambino, assieme alla madre e ai due fratelli, e si limita al massimo a portare a colazione i figli una volta la settimana alla pizzeria Wagram, vicino al suo ufficio di fortunato pubblicitario. L'e-migrato ungherese, genio del disegno e del marketing, prospera e sperpera, colleziona limousine e donne, case e yacht in Thailandia, e i Matisse, i Max Ernst, i Picasso... Ma nemmeno un franco per la sua ex famiglia. Chiamato a versare gli alimenti, arriva in tribunale elegantissimo e con chauffeur, ma riesce a convincere il giudice che non possiede pi niente. Nicolas la prende male, lo afferra violentemente per un braccio, lui si divincola e lo annichilisce con uno sferzante: "Non vi devo niente". Forse per questo che Sarkozy si preso tutto, da solo. L'uomo che i nemici chiamano "l'americano", il dichiarato ammiratore di Blair, non fortunato con i padri. Nemmeno con quelli politici. Jacques Chirac sembrava tagliato per la parte. Anche lui, invece, lo ha rifiutato. E per l'ambizioso Nicolas stato un vantaggio: gli ha permesso di presentare la propria candidatura come un taglio netto con i maneggi della "chiracchia", il clan stretto dei fedelissimi. Non foss'altro perch appartiene a un'altra generazione, appare diverso da tutti i suoi concorrenti di destra. E i suoi legami con il passato, se ancora esistono per lui, non sembrano tali da arrestare il suo insaziabile appetito di azione e di potere. Lo ha gi dimostrato amministrando dopo Neuilly, la citt con le maggiori fortune del paese, anche il dipartimento pi ricco di Francia, il famoso "92", 1'Hauts-de-Seine. Un bilancio regionale di 1,7 miliardi di euro per meno di un milione e mezzo di abitanti. Insomma, un piccolo Eldorado di appena 175 chilometri quadrati che ospita 100.000 aziende e 880.000 salariati, e che solo nel quartiere finanziario della Dfense concentra 2 milioni di metri quadrati di uffici, 150.000 impiegati e 1500 imprese: in poche parole, il polo terziario pi denso d'Europa, che guarda senza complessi al modello anglosassone. Non a caso, anche la ricca base di potere dell'unico leader francese che non considera "americano" una parolaccia. La stanchezza verso la vecchia politica spiega la terza "novit" delle presidenziali: Frangois Bayrou. Leader centrista stagionato, apparentemente dotato di scarso carisma, ecco all'improvviso il campagnolo Bayrou - insegnante, allevatore di cavalli - emergere nei sondaggi come il terzo incomodo. L'uomo capace di impensierire Madame Royal e di battere nell'eventuale secondo turno il favorito Sarkozy. Di pi, in grado di mettere in crisi un bipolarismo a cui i francesi non credono pi, convinti come sono che una volta al potere la sinistra si comporta come la destra, e la destra copia le ricette della sinistra. Qualunquismo? Anche. Ma Bayrou lesto a capire che questo

gli apre uno spazio, e spariglia i giochi proponendo il "governo dei competenti", aperto a destra e a sinistra. Una Democrazia cristiana in salsa Termidoro in pieno Ventunesimo secolo? Appare improbabile, ma nelle istituzioni arrugginite della Quinta Repubblica ha il timbro della grande novit. In realt, bench sia stato anche lui pi volte ministro (con la destra), Bayrou sembra davvero il pi nuovo dei candidati, favorito soprattutto dalla sua autenticit, dalla semplicit del suo ambiente umano e politico. Cattolico osservante, padre di sei figli, sposato da trentacinque anni, Bayrou fiero del suo Barn, la regione dei Pirenei atlantici, e ci tiene a mantenere separata la vita privata nella sua fattoria dalla politica. arrivato a dire che "i maneggi della politica non mi piacciono. Non fanno parte della mia personalit". Piuttosto che alla tribuna dell'Assemblea Nazionale, sifa filmare da France 2 alla guida di un trattore verde in mezzo a un campo, i Pirenei sullo sfondo (e rivela che il padre morto cadendo da un carro di fieno). Si dichiara clintoniano e blairiano, ma ribadisce che il darwinismo sociale americano, "la sopravvivenza del pi forte" tipica del modello statunitense, non gli piace affatto. Come nel caso di Sgo, ma con pi forza, la Francia profonda, contadina, che si annusa compiaciuta nella sua immagine di uomo della campagna. Furbo ma diretto. Cos le presidenziali si sono trasformate in un mirabolante gioco di specchi. Sgolne, che era il simbolo della sinistra contro la destra, stata ben attenta a smarcarsi dal Partito socialista al quale appartiene. D' altra parte Sarkozy, a capo del movimento neogollista, era il campione della destra contro la sinistra, ma ha voluto incarnare la rottura con il presidente di cui era ministro. E tutti e due hanno bombardato i rispettivi quartier generali per strappare la nomination a furor di popolo, contro la volont dei generali. Gli stati maggiori dei vecchi partiti erano troppo impegnati a occuparsi della fureria per pensare alla strategia. E da tempo solo una stampa compiacente e una magistratura obbediente hanno evitato che la Quinta Repubblica rovinasse sotto gli scandali di una protratta Tangentopoli in salsa francese. Arsenico, affari e vecchi elefanti Il costo della politica, si sa, avvelena la vita delle democrazie. Soprattutto quando i partiti sono numerosi e tendono a moltiplicarsi. La Francia una democrazia presidenziale o, come sostengono molti, una monarchia repubblicana. Ma gli enormi poteri del capo dello Stato non impediscono una frammentazione della rappresentanza parlamentare: deputati e senatori contano poco, giacch sono l soltanto per approvare le decisioni prese all'Eliseo dal capo supremo, per la paga buona, spagnolesca l'etichetta, ottimo il ristorante interno, e tutto questo stimola la formazione di nuovi gruppi politici.

Magari se avessi un passaporto francese ne sarei tentato anch'io, dopo aver visitato la sala mensa del Senato. La cucina del Palazzo del Lussemburgo, dove mi invita un vecchio amico ammesso alla Stampa parlamentare, pu degnamente competere con parecchi locali pi noti e meno riservati. Le ostriche, per cominciare, sembrano appena uscite dalle acque limpide e fredde della Normandia, i funghi sono una delizia e il mitico agnello d'Aveyron si scioglie in bocca. Il rosso Saint-Emilion, uno dei migliori cru della Borgogna, e il dessert - mille foglie di frutta - all'altezza del pasto. Il decoro della sala, sobriamente art nouveau, non sfigura con gli splendori rinascimentali dei piani superiori, dove gli affreschi mitologici ordinati da Caterina de' Medici rifulgono d'oro e lapislazzuli. Quattro portate, il vino, la vista... e il privilegio. Tutto per 40 euro a testa. Conscio di aver contribuito ad accrescere il deficit dello Stato francese, mi consola pensare che il Tesoro repubblicano molto pi generoso verso i partiti. La Francia ha adottato il finanziamento pubblico dei gruppi politici, anche di quelli che non arrivano a conquistare un seggio in Parlamento. Com' noto, non cos ovunque. Non in Gran Bretagna, per esempio, e nemmeno in America. Mapoich la politica costa, nelle democrazie anglosassoni si riconosce esplicitamente l'esistenza di lobby interessate a sostenere questo o quel gruppo politico: l'importante che il contributo finanziario venga pubblicamente dichiarato e non superi una certa soglia. Oltralpe, invece, come da noi, paga Pantalone, e generosamente: i contribuenti francesi sborsano 1,66 euro per ogni voto, e a queste condizioni la politica appare un buon investimento anche per le formazioni pi eccentriche. Per esempio, un gruppo dal fantastico nome di "Eden, Repubblica e Democrazia" non ha preso voti bastanti per un seggio, ma pu ben consolarsi incassando ogni anno un assegno di 150.000 euro. Il guaio che nemmeno la generosit statale sufficiente a spegnere appetiti e tentazioni. Les affaires, gli affari, designano le storie sporche e segrete dello Stato. Un tempo erano "affari" di spie e di complotti, storie come quella della Maschera di ferro o il rapimento del duca d'Enghien (accusato di aver congiurato contro Napoleone): azioni torbide condotte in nome dell'interesse dello Stato. Cos fu ancora sul finire della Quarta Repubblica, o agli albori della Quinta del generale De Gaulle, quando i servizi segreti ricevettero l'ordine di rapire a Monaco il colonnello Antoine Argoud, accusato di aver fatto parte dell' organizzazione terroristica dell' OAS. Ma, appunto, allora si trattava di far scomparire chi, o cosa, nuoceva alla ragion di Stato. In seguito, a scomparire sono stati i soldi dalle casse pubbliche: fondi sociali stornati, tangenti su commesse, e via di questo passo. Non che la classe politica francese manchi di uomini di specchiata onest. A proposito di Charles De Gaulle, per esempio, si assicura che la

moglie provvedesse a saldare di tasca propria il conto dei pranzi offerti la domenica a tutta la famiglia. Di esemplare rigore pure personaggi come Antoine Pinay, Pierre Mends-France o, ai giorni nostri, Raymond Barre, Olivier Guichard e Michel Rocard. Ma accanto a questi, o dietro di loro, la corruzione ha consumato in profondit il tessuto connettivo della democrazia francese. C' chi si sporcato, come Alain Jupp o Henri Emmanuelli, non per arricchimento personale bens - ricorda niente al lettore italiano? - per il partito. Assai di pi, per, sono gli altri - politici e funzionari, ambasciatori e ministri - che nell'ultimo quarto di secolo hanno intascato pots-de-vin, bustarelle, a tutto spiano. C' la faccenda delle fregate vendute a Taiwan, che si collega oscuramente all' affaire Clearstream, un tentativo maldestro di far apparire Sarkozy come il beneficiario di tangenti sulla vendita delle navi da guerra. Per un certo periodo, il suo collega-rivale de Villepin stato sospettato di aver montato il caso ad arte. C' l'affare degli appartamenti di favore del Comune di Parigi che arriva a lambire l'Eliseo (Chirac stato sindaco della capitale). E, del resto, la regale residenza dei presidenti-monarchi addirittura battuta dagli scandali, veri o inventati: storie di sesso ai tempi di Pompidou, i diamanti di Bokassa nell'era Giscard, e soprattutto la vera e propria ondata di malaffare sotto il regno di Mitterrand. C' il caso di Roger-Patrice Pelat (amico del presidente, accusato di guadagni illeciti in Borsa), e poi quello del miliardario Bernard Tapie (condannato per corruzione), e l'affondamento della nave ecologista Rainbow Warrior. Per non parlare dei suicidi dell'ex premier Pierre Brgovoy e di Franois de Grossouvre (uomo di fiducia di Mitterrand) negli stessi uffici del-l'Eliseo. E quando morti come queste restano inspiegate, il clima politico si ammorba. La destra, d'altronde, non rimasta con le mani in mano. Ci sono stati deputati che hanno minacciato Chirac di denunciarlo ai giudici come complice in affari di peculato, distrazione di fondi, finanziamenti occulti che hanno gi prodotto condanne giudiziarie. E anche il vecchio-nuovo Sarkozy stato tirato in ballo da Le Canard enchain per una storia di appartamenti: vero o no che il lussuoso attico coniugale sull'esclusiva ile de la Jatte, a Neuilly, gli stato venduto a un prezzo di favore? E per di pi il costruttore ha pagato di tasca sua i lavori di miglioramento? Tutti negano, ma basterebbe passare dal notaio... Il risultato, al netto delle sentenze, che estrema destra ed estrema sinistra, un tempo quasi inesistenti, hanno sfruttato il discredito della classe politica per conquistare tra un quarto e un terzo dell'elettorato. La verit, come ha scritto Jean d'Ormesson, che "i calciatori sono popolari. I politici non lo sono pi". La Corte e il clan Raccontano che, appena entrato all'Eliseo, quell'uomo rinascimentale di nome Franois Mitterrand trovasse inadeguato alla propria statura

politica il vecchio palazzo presidenziale. Che in effetti non una reggia, ma poco pi di un htel particulier, come venivano chiamate sotto l'ancien rgime le magioni degli aristocratici. Mitterrand ci pens su qualche giorno, poi confid le sue intenzioni a uno dei consiglieri pi fidati, Jacques Attali: perch non lasciare gli spazi ristretti dell'Eliseo e trasferire la presidenza nel monumento pi imponente di Parigi, il complesso degli Invalides, che ospita pure la tomba di Napoleone? Il consigliere fatic alquanto a convincerlo che forse l'opinione pubblica non avrebbe compreso, e alla fine riusc a dissuadere lo smisurato ego presidenziale. Se non altro per questo, si guadagn lo stipendio, mentre il vecchio leader si rassegn ad accarezzare les Invalides con lo sguardo dalle finestre del ristorante Le Divellec, il suo preferito, ottima cucina bretone di mare con affaccio sulla celebre spianata. La megalomania mitterrandiana riflette le dimensioni epiche e magniloquenti che il potere tende sempre ad assumere in Francia. "Ieri un re si prendeva per lo Stato, oggi lo Stato si prende per il re", scriveva molti anni fa Alain Peyrefitte, intellettuale gollista pi volte ministro nella Quinta Repubblica, e la sua sconsolata osservazione appare valida ancora oggi. Sar un'eredit dell'assolutismo, o l'ultimo legato dell'antica grandeur, fatto sta che Parigi sembra incapace di vivere senza una Corte. storia vecchia, sin dai primi giorni dopo la Rivoluzione e il Terrore. Appena nominato Primo Console, Napoleone ancora non pensa al trono, ma subito si installa nella vecchia reggia delle Tuileries. E l, informa un rapporto recapitato dalle spie al re Borbone in esilio, Luigi XVIII, "ogni giorno Bonaparte aggiunge qualcosa all'etichetta della sua Casa e della rappresentanza". Del resto, in un paese in cui la portiera di casa mia nientemeno che "Madame la Gardienne" volete aspettarvi di meno dai vertici dello Stato? Cos, Repubblica o Consolato, Regno o Impero, Borbone o Bonaparte, ma anche Mitterrand o Chirac, la suprema magistratura repubblicana si sempre ammantata, e continua a farlo oggi, di porpora e lustrini. Che, badate, rivestono un autentico potere monarchico. Non a caso molti politologi parlano di Repubblica consolare, avendo in mente Napoleone, e i poteri dell'inquilino dell'Eliseo certo non sono minori di quelli del Primo Console. La carica tagliata su misura per "l'uomo della nazione", Charles De Gaulle, fa del suo detentore non solo il principale responsabile della politica estera e della difesa, ma soprattutto il sovrano reale del governo e del Parlamento. Se a Londra la regina regna ma non governa, a Parigi il presidente decide, il premier esegue, i ministri applicano e il Parlamento ottempera. Ma oltre ai poteri costituzionali ce ne sono altri, quelli propri della Corte. La possibilit di dispensare favori, di creare carriere, di giocare sulle

rivalit tra gli intimi. Ci sono i cortigiani, ci sono le amanti e i privilegi di cui godere, stranamente senza che l'opinione pubblica se ne dolga o scandalizzi. L'amante di Mitterrand alloggiata in un appartamento di Stato? Non c' giornale che ne parli. La medesima signora che accompagna il presidente in giro per il mondo a spese dello Stato? Nessun contabile si lascia sfuggire una sillaba. I media tacciono, la gente comprensiva. Come i suoi predecessori Capetingi sul trono, anche al presidente viene riconosciuta una sorta di impunit, che non ha uguali nelle societ democratiche dei giorni nostri. La Francia, pare, non sa farne a meno. Era questa anche l'opinione del visconte de Cormenin, incaricato nel 1848 di presiedere la commissione per la Costituzione della Seconda Repubblica. Cos riassumeva (solo per se stesso) quello che gli pareva essere il sentimento maggioritario tra i suoi connazionali: "Ci serve assolutamente una Corte. La pompa, lo sfarzo, le feste, il lusso, i palazzi sontuosi, insomma tutto il fracasso della rappresentazione reale". In effetti, di l a non molto, Napoleone III si sarebbe incaricato di rispondere a questo bisogno. Certo, non c' il rischio Bonaparte all'alba del ventunesimo secolo. Ma sar meno monarchico l'Eliseo del dopoChirac? Non azzardo scommesse. Di sicuro, come Mitterrand, per quanto pi alla mano, anche Chirac ha voluto lasciare alla Francia un'eredit di pietra, un monumento che lo ricordi: ossessione dei faraoni di tutti i tempi. E se quello spirito colto e sottile del "Florentin" ha legato il suo nome al nuovo Louvre e alla piramide, alla grande biblioteca e all'arco della Dfense, il suo successore ha realizzato la propria, personale Ara Pacis nel Museo di guai Branly, dedicato alle civilt extraeuropee, alle creazioni poco conosciute e apprezzate di culture finora schiacciate dall'eurocentrismo. Il museo bellissimo e affascinante, e traduce in esposizioni sontuose l'ammirazione che Chirac ha sempre manifestamente provato verso questi mondi. Ma il rischio che il suo posto nella storia francese rimanga legato piuttosto a una parola: chiraquie, la "chiracchia". E il termine non suggerisce buoni pensieri. La chiracchia stata un sistema di potere fondato sull'appartenenza e sul clan. La figlia, gli amici della figlia, le simpatie della moglie. I favoriti di oggi che diventano i reietti o i nemici di domani (vedi alla voce Sarkozy). I delfini - Jupp, Raffarin, de Villepin - nominati e cambia-ti con la stessa rapidit delle camicie. E sullo sfondo sempre l'ombra inquietante degli affari. Alla fine Chirac uscito di scena con un indice di popolarit tra i pi bassi (appena il 20 per cento) e un'immagine che il paese identifica con la vecchia politica, di cui sembra stanco. Persino Sarkozy, che come "erede" del gollismo aveva bisogno della sua pubblica benedizione a dispetto dei contrasti, stato ben attento a non amplificarla troppo:

l'abbraccio poteva diventare mortale, di fronte a un elettorato ansioso di "nuovo". Eppure, il giorno in cui il presidente settantaquattrenne ha pronunciato il suo addio televisivo - esattamente quarant'anni dopo la sua prima elezione come deputato, il 12 marzo 1967 -, amici e avversari gli hanno compattamente reso l'onore delle armi (con la sola eccezione del fascista Le Pen). Ondivago, pronto ad adeguarsi agli scarti dell'opinione pubblica, europeista ma anche "anti" all'occorrenza, liberista e dirigista, conservatore e progressista: insomma, l'uomo che ha regnato per dodici anni all'Eliseo un concentrato delle contraddizioni del suo paese. Non ha mai dubitato del destino della Francia, ma si rassegnato alla difficolt di cambiarla. Ha fatto della laicit repubblicana il suo dogma, ma la battaglia contro il velo islamico non ha reso la Rpublique pi inclusiva. Il "modello francese" rimasto sino alla fine il suo pallino: "Ci assomiglia", ha detto nell'ultimo discorso tv. " adatto al mondo di oggi, se sapremo modificarlo costantemente." Per ora proprio quello il problema. Nei suoi dodici anni di regno, la Francia si indubbiamente indebolita e ha perso il contatto con i primi della classe. Ma l'eredit di Chirac pi complessa. I suoi sentimenti antirazzisti sono sinceri e profondi. stato il primo presidente della Quinta Repubblica a riconoscere le colpe della Francia, che con la complicit delle autorit petainiste consegn i suoi ebrei ai nazisti. stato anche inflessibile e dignitoso nella sua opposizione alla guerra preventiva di Bush, interpretando uno stato d'animo prevalente in Europa. Esteso perfino nell'Inghilterra di Blair, che Chirac ha sempre visto come fumo negli occhi: "Che cosa vi aspettate da gente che mangia cos male?" esplose il presidente dopo un vertice europeo con il premier britannico, e si assicur che la battuta facesse il giro di tutte le cancellerie. Per oltre quarant'anni Chirac non ha vissuto un solo giorno della sua vita lontano dai luoghi del potere repubblicano: Assemblea Nazionale, Municipio di Parigi, Htel Matignon (residenza del primo ministro), Palazzo dell'Eliseo. E adesso che ne lontano, che stato costretto a lasciarli portandosi dietro i segreti di tutti, corre il pericolo concreto di finire sotto processo per scandali di vent'anni fa. Il fascicolo per lui pi minaccioso al tribunale di Nanterre, sul tavolo del giudice Alain Philibeaux, uno degli inquirenti francesi pi esperti in crimini finanziari. lui che ha investigato sul marcio accumulatosi al Comune di Parigi negli anni in cui Chirac era sindaco, dal 1977 al 1995. Assunzioni di favore, liste elettorali falsificate, valigette piene di soldi che cambiano repentinamente di mano: inclusa quella del leader. "Tutte bugie, calunnie e manipolazioni", denuncia l'ex presidente. Ma negli ultimi mesi prima di lasciare l'Eliseo ha nominato due magistrati amici alla guida dei tribunali di Parigi e Nanterre, e il fedelissimo Jean-Louis Debr alla testa

del potente Consiglio Costituzionale. Non si sa mai. L'immunit presidenziale finora lo ha protetto, ma non vuol certo rischiare domani di dover confidare nella grazia del suo successore. Sembrano cautele eccessive. Nessuno, nemmeno tra gli avversari, si augura di vedere Chirac perseguito dalla legge. "La pubblica opinione non lo accetterebbe mai", assicura Bruno Jeanbart, caporicercatore politico della societ di sondaggi OpinionWay. "Gli elettori francesi possono detestare un presidente, ma non accetterebbero di vedere il suo onore trascinato nel fango." Per molto meno Nixon perse il posto. Ma gli americani, si sa, sono esagerati. "Et Dieu cra la femme",ovvero anche Eva era francese ERO poco pi che bambino quando Roger Vadim con un film* s'invent due miti: Saint-Tropez e Brigitte Bardot. Per noi comuni mortali (nati per di pi nel profondo Sud d'Italia) due peccati egualmente irraggiungibili. Appartengo forse all'ultima generazione che ha identificato la Francia, e soprattutto Parigi, con il piacere dei sensi. La "citt degli amanti" ha scaldato le fantasie sessuali degli europei (e non solo...) almeno per un paio di secoli, prima che la liberazione femminile rendesse l'accoppiamento una pratica facilmente accessibile in tutto l'Occidente. In casa mia girava una leggenda, poco commendevole ma pi volte raccontata dalla mia nonna materna (che ancora chiamava Garibaldi "lu brigante"). Suo padre, un nobile proprietario terriero del Salento, aveva l'abitudine di mettere incinta la moglie puntualmente una volta l'anno (tredici i figli nati vivi) e di partirsene poi per lidi lontani, * Et Dieu cra la femme (1956), di Roger Vadim, uscito in Italia con il titolo Piace a troppi. possibilmente quelli della Senna o dell'Arno. E proprio da una di queste spedizioni tra le ballerine di can-can pare se ne sia tornato con un intero corpo di ballo, che provvide ad alloggiare, all'insaputa della consorte, in una remota casina di caccia vicino ai laghi Alimini. Non sono mai riuscito a verificare la fondatezza della storia, ma questo bisnonno pasci (e agli occhi moderni decisamente riprovevole) ha contribuito ad alimentare nella mia adolescenza l'idea di una Francia dolcemente sprofondata nei piaceri della carne. L'apparizione di B.B. in tenuta da Eva non faceva che confermarla. Che l'Esagono fosse la terra del peccato era del resto convinzione diffusa anche tra gli anglosassoni. Nel mio primo viaggio adolescenziale in Inghilterra scoprii quasi subito che per i locali il preservativo era la french letter, e che il french kiss era un bacio - diciamo cos particolare. Pi nobili riferimenti letterari sarebbero venuti in seguito da quel bellissimo romanzo di John Fowles da noi pubblicato con il titolo La donna del tenente francese. Insomma, nessun dubbio circa la provenienza e il passaporto del diavolo tentatore, sia in gonnella sia in

pantaloni. Se il maschio francese era obbligato a disputarsi con quello italiano la reputazione di amante latino, niente competizione per le francesi: la coquetterie non a caso una loro invenzione, arte magica e testimonianza di un'applicazione ingegnosa alla seduzione dell'uomo. Ma oggi che l'estasi si compra un tanto all'ora in ogni angolo di mondo, ancora la Francia il "paradiso delle donne"? Mi spiace deludervi, ma la fredda scienza sociologica annacqua parecchio questo vino speziato. Nella terra dove l'amore non che un segno di vitalit fisica, ancora 38 vent'anni fa la met delle francesi si dichiarava insoddisfatta della propria vita sessuale. E i tre quarti del restante 50 per cento confessavano di aver conosciuto anni di frustrazione prima di raggiungere infine l'appagamento. Per fortuna oggi le cose sono migliorate. Anche se ce ne hanno messo a crescere, i semi sparsi da Brigitte Bardot. Per lei, fantasma erotico inaccessibile, l'amore sembra essere attrazione immediata. Cos almeno la descrive in quegli anni lontani Marguerite Duras: "Quando un uomo l'attira, Brigitte va dritta da lui. Niente la ferma. Poco importa che lei si trovi in un caffe, a casa sua o da amici. Ella si getta subito su di lui, senza uno sguardo per l'uomo che lascia. Forse a sera ritorner a casa, forse no". Questa mangiatrice d'uomini nella realt molto pi romantica ed esposta alle ferite d'amore. Ma non questo che conta. E nemmeno il desiderio irresistibile che suscita nell'altro sesso. La novit sta nel fatto che Brigitte incarna la volont di trovare un nuovo stile di relazioni, dove la sensualit e il sesso occupano un posto pi importante. Non solo, come da tradizione, nel rapporto tra un uomo e la sua amante, ma pure tra marito e moglie. Del resto, a dispetto della loro eccellente reputazione, i maschi francesi parrebbero alquanto sbrigativi quando si viene al punto. E non solo un quarto di secolo fa, ma anche oggi, se vero che il tempo medio attribuito agli appuntamenti clandestini dell'ex presidente Chirac non supera - parola del suo autista - i dieci minuti, doccia compresa. Ma, tempistica a parte, gli uomini politici sembrano rappresentare il segmento di paese pi determinato a incarnare, anche nell'epoca nuova, l'immortale clich francese del seduttore. 39 Rondinelle e predatori La storia ha fatto il giro di ambasciate e cancellerie, ma, compita come sempre, la stampa francese ha continuato a ignorarla finch a rivelarla non ci ha pensato il discolo di famiglia, il solito Le Canard enchatn. Si mai sentito di un ministro degli Esteri di grande potenza (sia pure ex) che in piena notte litiga con l'amica per i corridoi di un albergo di lusso, devasta l'appartamento e infine si d alla fuga sotto una gragnuola di

posacenere? Lui, Philippe Douste-Blazy, capo delle feluche francesi nel governo de Villepin, sminuisce ma non nega, ed ecco perch nell'emiciclo dell'Assemblea Nazionale l'opposizione l'ha accolto per mesi con un mormorio: "Mamounia! Mamounia!" Il Mamounia essendo, come sanno gli amanti del Marocco, l'albergo pi esclusivo di Marrakech, dove il governo del reame ospita gli alti dignitari stranieri e dove "Douste", come lo chiamano gli amici, ha trascorso la notte dell'ultimo dell'anno 2005. O dove, piuttosto, avrebbe dovuto trascorrerla. Difficile dire che cosa sia effettivamente accaduto quella notte nella stanza 312 dell'hotel marocchino. Lui, il ministro, minimizza: "Un'accesa discussione, come ne accadono in tutte le coppie". Ma la lite con la sua compagna, la produttrice televisiva Dominique Cantien, stata assai poco discreta. I clienti al terzo piano dell'albergo ne hanno potuto seguire tutte le fasi direttamente nel corridoio, dove il capo della diplomazia francese e l'amica del cuore si sono affrontati con pochi indumenti addosso. Per sfuggire alla Erinni che lo incalzava da presso, Sua Eccellenza ha dovuto raggiungere la camera di una delle 40 guardie del corpo, e infine, alle 5 del mattino, infilare senza ulteriori indugi la porta d'uscita dell'albergo, diretto a Casablanca. Le Canard sostiene che il Mamounia ha subito danni a mobili e suppellettili per qualcosa come 30.000 euro: fattura comunque prontamente saldata dal tesoriere della generosa Corte marocchina. "Un falso!" s'indigna il ministro. "Al massimo avremo rotto un posacenere. E ho pagato il conto di 2467,33 euro con la mia carta di credito." Versione sostenuta anche dal direttore dell'albergo, ma non sarebbe pi semplice e definitivo presentare copia della fattura e del saldo? Un uomo politico anglosassone non avrebbe avuto requie finch non l'avesse spedita lui direttamente ai giornali. Ma in Francia la stampa - lo vedremo pi avanti -mostra un' annoiata noncuranza di fronte agli scandali sessuali del potere. Non chiaro se si tratti di un riflesso degli atteggiamenti dell'opinione pubblica o se sia vero il contrario, e cio che il silenzio dei giornali abbia indotto la gente a ritenere normale che un politico abbia un harem. Quello che certo che, quando si tratta di corna, il potere gode di una complice discrezione. E un politico che si mostri sessualmente morigerato rischia di non essere troppo popolare tra i compatrioti gallici. forte, per esempio, il sospetto che la monogamia di Lionel Jospin abbia una qualche responsabilit nell'umiliante sconfitta patita dal candidato socialista alle presidenziali del 2002. L'inventore della gauche plurielle, bench divorziato, non un estimatore degli amori plurali. Durante un lungo viaggio verso la Nuova Caledonia, nel 1998, sull'aereo

dell'allora primo ministro si verifica un episodio piccante: l'inviata di un importante giornale sperimenta le gioie del sesso d'alta quota, nella toilette del velivolo, con un membro della delegazione ministeriale. Di ritorno a Parigi, Jospin bacchetta il responsabile dei viaggi: "La prossima volta vorrei che l'aereo non diventasse un bordello". Quanto all'intraprendente collega, per qualche tempo stata costretta a rimanere a terra. Nemmeno ai ministri pi libertini risparmiata la ramanzina. Quando il quotidiano Libration descrive il responsabile degli Affari europei, Pierre Moscovici, come "un dandy, un seduttore, un epicureo, uno che non lascia mai un ricevimento senza rimorchiare una bella ragazza", il premier si rammarica: "Non una bella cosa, per te, questo genere di ritratto. Ma gliel'hai spiegato quel che fai per l'Europa?" Di ben altra tempra Jacques Chirac, Franois Mitterrand e Michel Rocard, sebbene quest'ultimo - per un certo tempo premier di Mitterrand - dica modestamente di s: "Non voglio essere assimilato ai grandi predatori". Alla stregua di un monarca, Mitterrand non si faceva scrupolo di scegliere le favorite anche tra le amanti dei suoi collaboratori, Rocard incluso. Il potere in Francia sembra costantemente bisognoso di rassicurarsi sulla propria virilit, senza alcuna distinzione tra destra e sinistra. Le memorie dei due chauffeurs del socialista Mitterrand e del gollista Chirac disegnano due ritratti curiosamente speculari, entrambi sempre con le brache in mano. Sono loro due, non c' dubbio, i campioni della "Presidenza fallica", come la definisce un libro che finalmente risponde a tutte le curiosit dei francesi in materia, Sexus Politicus di Christophe Deloire e Christophe Dubois. Mitterrand, sostiene il suo autista Pierre Tourlier, era "un uomo che amava circondarsi di belle donne, senza essere un consumatore inveterato". Il che non impedisce all'autista di disegnare una vera e propria mappa di Parigi con i nomi di tutte le piazze e le vie dove ha condotto il principale per appuntamenti galanti. Quanto a Chirac -giura il suo chauffeur, un certo Jean-Claude Laumond -non pensava ad altro che a quello. vero che l'autista non nasconde il risentimento per essere stato licenziato in tronco: ma d' altronde proprio la clandestina attivit sessuale del datore di lavoro pare essere stata la causa del licenziamento. la notte drammatica del 31 agosto 1997, la principessa Diana muore nel terribile incidente sotto il tunnel dell' Alma: ore storiche, ma il presidente della Repubblica francese introvabile. Alle 7 del mattino la consorte Bernadette sola a raccogliersi in preghiera davanti alle spoglie della sfortunata Lady Di. Del marito, ancora nessuna traccia. "Ma insomma, Monsieur Laumond, dov' mio marito questa sera?" continua a chiedere una furiosa Prima Dama. Qualche giorno dopo, l'autista allontanato: errore di calcolo, perch il testimone scomodo diventa vendicativo. E racconta tutto.

In America e in Gran Bretagna le lenzuola dei politici sono sottoposte a scrutinio costante. In Francia, tra silenzio e tolleranza, sembra che la Repubblica, in tutte le sue numerazioni, abbia gelosamente conservato in fatto di costumi - le abitudini libertine dell'ancien rgime. La potenza sessuale come metafora dell'onnipotenza politica: perci 1' erotomania ministeriale sempre stata un segreto di Pulcinella, lo scandalo che tutti fingevano di ignorare ma a tutti noto, e per molti degno di ammirazione. Nell'arco dei decenni la scena del governo e dell' Assemblea Nazionale produce personaggi che sembrano tratti di peso da una commedia di Georges Feydeau. Tra i satiri pi noti, e pi longevi a letto e in politica, figura certamente Edgar Faure, uno dei protagonisti della Quarta Repubblica, pi volte ministro e premier. lui che confida a un amico: "Quand'ero ministro, qualche donna mi ha resistito: una volta presidente del Consiglio, pi nessuna". Molto legato alla moglie, questo non gli impedisce di andare per tutto il paese a caccia di quelle che chiama le sue "rondinelle". Se i prefetti in provincia non gli forniscono, con il benvenuto, anche la chiave della porta di servizio, la loro carriera finita. Lo salva l'ironia. Perch Faure, oltre che alle donne, non sa resistere al bon mot, alla battuta di spirito. Qualcuno gli domanda se la sua ultima conquista, una scrittrice parigina, non sia troppo alta per le sue misure, e lui risponde, vantandosi: "Mio caro, non l'ho mai vista che in ginocchio". Poco dopo la morte della moglie, compare in Marocco (anche lui!) al braccio di una giovane donna meno bella del solito. Il direttore dell'albergo glielo fa notare, e lui di rimando: "Il fatto che sono in lutto..." La Quarta Repubblica pare insomma dominata da ci che i francesi chiamano le dmon de midi, il demone del meriggio. Un ministro della Giustizia viene trovato nel suo ufficio arrotolato con l'amante in un arazzo Gobelins. Un altro, quando un funzionario entra senza bussare nel suo ufficio, non si scompone e abbaia alla segretaria in ginocchio sotto il tavolo: "Allora Ginette! La trovate, questa gomma?!" Fosse venuta la battuta a Clinton, si sarebbe risparmiato l'affare Lewinsky. La Quinta Repubblica, s' visto, non pi morigerata. Anzi, essendo quella che pi s'avvicina al vecchio assolutismo reale, ha ripristinato i costumi propri di una Corte: compresa una certa utilizzazione del castello di Versailles, teatro di tante imprese amatorie dei sovrani di Francia, da Luigi XIV in avanti. Ecco, pare che l'eccitazione dell'accoppiamento nei letti delle favorite del Re Sole non abbia risparmiato parecchie eminenti figure del Senato della Repubblica. In effetti, un'ala del palazzo, prima di essere restituita al grande pubblico, era riservata alle necessit dei questori delle due Camere legislative. Pi che altro a rare cerimonie. Per esempio, i compleanni dei bambini, secondo le malelingue, che non avevano per contemplato la possibilit

di incontri ben pi intriganti. Per dirla con Olivier de Rohan, presidente della Societ degli amici di Versailles, "questi appartamenti erano diventati uno scopatoio". Pare che la frase "Vado a scopare a Versailles" fosse diventata di uso corrente tra gli onorevoli senatori, anche in compagnia delle legittime consorti. Del buon uso del tradimento (a letto) Si deve a Nicolas Sarkozy se anche la sessualit dei politici ha fatto un salto nella modernit. Finora abbiamo visto una caccia a senso unico, con piacenti signore nella parte di prede (si spera) consenzienti, secondo una tradizione che ai vertici delle istituzioni ha prodotto campioni assoluti come Enrico IV (vantava cinquantaquattro conquiste gi prima di diventare re...) e Luigi XIV. Ma si fa fatica a vedere Ccilia Sarkozy nel ruolo della "rondinella": non foss' altro che con il suo metro e ottanta d'altezza domina il marito di dodici centimetri, e con la sua bellezza - occhi pervinca, fisico da modella - lo offusca. Cos stavolta la commedia della seduzione inverte i protagonisti, ma, superati lo smarrimento e le occhiaie gonfie dei primi giorni dopo l'abbandono, Sarko semplicemente brillante nella sua gestione dei media. L'affaire della fuga e ritorno - pi volte ripetuti - di Ccilia stato un gran pezzo di teatro giocato senza scrupoli nel pieno della campagna elettorale. Ccilia, il grande amore, la madre del figlio Louis, la collaboratrice pi fidata, la regista della sua campagna d'immagine, la partner di uno show permanente che mescola impudicamente (almeno per gli standard francesi...) pubblico e privato. Ccilia che ritratta in atteggiamento intimo con il suo Sarko, Ccilia che fa la nuova Jackie in una versione gallica della coppia la Kennedy. E Ccilia che un bel giorno di maggio 2005 si invola verso New York con un tal Richard Attias, noto alle cronache solo come direttore pubblicitario della campagna elettorale del marito. Per qualche giorno Sarkozy pare distrutto, costretto nel ruolo pi ingrato del vaudeville francese: il marito cocu, tradito e abbandonato. Questione di poco. La moglie fedifraga appena partita quando lo sposo infelice trova sollievo con una giovane e bella giornalista, da tempo guarda caso - pilastro del servizio politico di Le Figaro, giornale di destra pi che tenero con il presidente dell'UMP (Union pour un Mouvement Populaire). Lui pronuncia una pubblica dichiarazione d'amore, lei nemmeno finge di resistere. E il politico che aveva perso la faccia trova subito modo di far sapere ai francesi che non se ne sta certo a piangere l'amore perduto. Tanto pi che un candidatoalla presidenza della Repubblica non pu - sostengono le convenzioni - restare troppo tempo celibe. All'Eliseo ci vuole una first lady, ripete un mantra finora indiscusso, sebbene un sondaggio del 2006 informi che solo il 4 per cento dei francesi non voterebbe un candidato a causa del suo divorzio.

Sarko, evidentemente, non si fida dei sondaggisti e prospetta un inevitabile futuro di coppia alla giornalista innamorata. Ma proprio quando infine lei comincia ad accarezzare l'idea del nuovo ruolo, ecco la titolare rientrare in scena e riprendersi in un colpo solo il cuore e il potere del marito. I12 gennaio 2006, dopo essersi appartato con la moglie appena tornata a Parigi da New York, Sarkozy annuncia per telefono all'amica che tutto finito: "Non sono riuscito a voltare pagina". Nemmeno la moglie, per, a quanto sembra. In capo a due settimane Ccilia, con figlio e amante al seguito, riparte per New York, poi ritorna a marzo, poi riparte ancora. Negli intervalli il candidato presidente della destra riannoda la storia con la giornalista, puntualmente ripresa e raccontata da tutta la stampa, compreso il viaggio al mitico hotel Mamounia (anche loro, portasse jella...). Sposo ingannato, ingannevole seduttore: Sarkozy recita meravigliosamente la doppia parte, e i sondaggi registrano l'applauso del pubblico. Quando la candidatura certa, a fine giugno 2006, Ccilia riappare e si reinsedia accanto a lui, questa volta stabilmente. Dopo tutto, una coppia di facciata sempre stata la regola dell'Eliseo fino a oggi. "Amour fou" e amor di portafogli Sorprendente come nell'ipocrisia famigliare i sommi detentori del potere abbiano a lungo rispecchiato le pulsioni della Francia profonda, l'identica ansia di rispettabilit piccolo-borghese. Pur essendo l' amour fou, l'amore folle, un'invenzione francese, pare proprio che fino agli anni Sessanta del secolo scorso fosse soprattutto un brivido letterario. La conferma negli studi sull'opinione pubblica del tempo. N la passione fisica n l'amore romantico giocavano un grande ruolo nelle relazioni pi stabili tra i due sessi. La Francia solida, cattolica, contadina o operaia, non s'aspettava il "grande amore": solo poco pi di un quarto delle francesi pensava di averlo conosciuto, ma la maggioranza s'era comunque sposata a meno di trentacinque anni con uomini dotati di una migliore posizione sociale. Un terzo della popolazione non riteneva che un buon matrimonio fosse necessariamente basato sull'amore. E questa grosso modo, sembra di capire, la stessa opinione di Madame Bernadette Chirac. La consorte dell'ex presidente, l'uomo che per quarant'anni ha affascinato i francesi e ne ha sedotto le mogli, ha dovuto inghiottire fior di umiliazioni. In un'intervista televisiva a Patrick de Carolis si lasciata andare a una confessione sconcertante: "S, sono stata gelosa. E c'era di che esserlo! La fortuna di mio marito, credo, che sono stata una donna ragionevole. E poi c' la filosofia dell'et... Jacques sempre tornato al punto fisso. A ogni modo, l'ho pi volte messo in guardia: 'Il giorno che Napoleone ha abbandonato Giuseppina, ha perduto tutto'. Certo, ci sono stati momenti difficili. Ma le

convenzioni imponevano che, davanti aquesto tipo di situazioni, si offrisse una facciata e si tenesse botta". la generazione "vecchia Francia", cattolica e borghese, quella che non divorzia. Perch, assai pi che sull'amore, la famiglia si fonda sulle convenienze. E oggi? Non si fonda e basta. I matrimoni continuano a calare, galleggiando adesso a quota 268.000, 150.000 in meno rispetto al 1972. Ma... sorpresa! Per le nascite invece un vero e proprio boom: cominciato timidamente nel 2000, ha fatto registrare 830.000 beb nel 2006. il numero pi alto dal 1981, conferma l'Istituto centrale di statistica (INSEE), che fa delle francesi le campionesse d'Europa per tasso di fecondit, qualcosa in pi di due bambini per donna. Il resto d'Europa letteralmente stracciato. Non solo Germania, Italia e Spagna, con il loro misero 1,4, ma anche la met orientale dell'Unione, dove il saldo demografico si inabissa. E invece la nazione storicamente ossessionata da un debolissimo tasso di natalit oggi tutta una culla. Che cosa ha prodotto il miracolo? Stavolta, sembrerebbe, la politica ha svolto bene il suo compito. L'inversione di tendenza registrata negli ultimi lustri il risultato di una precisa strategia demografica statale, che utilizza il welfare in favore della maternit. L'et media in cui le francesi decidono di diventare mamme continua a salire (ora trent'anni), ma loro non devono preoccuparsene, non devono temere di rinunciare alla carriera in cambio di una culla. Al contrario. Le donne che lavorano sono in condizioni pi favorevoli per avere figli. Lo Stato le aiuta a mantenere il posto di lavoro, offre 1' asilo pubblico gratuito a partire dai due anni, le mense scolastiche, le colonie estive, gli asili nido per l'infanzia. Quasi la met dei 2 milioni e mezzo di bambini sotto i tre anni sono accuditi a spese della collettivit. E generose sovvenzioni statali, in termini di cospicue indennit o riduzioni fiscali, aspettano le famiglie, soprattutto se decidono di marciare verso il terzo figlio. Che l'obiettivo dichiarato della demografia repubblicana. Ma la vera rivoluzione che il 42 per cento di questi bambini nasce da unioni che non hanno ricevuto n la benedizione del parroco n la sanzione del sindaco. Coppie che non si sono sposate e non intendono farlo. Al pi si decidono a sfruttare i PACS (varati tra violente polemiche nel 1999) e le maggiori garanzie pensionistiche e assistenziali che questi garantiscono ai partner. Di diverso o identico sesso. Anche senza matrimonio omo, in questi anni la famiglia francese cambia radicalmente. Nessuno lo dice a chiare lettere, ma al boom delle nascite ha contribuito in modo determinante il gay baby-boom, giocando la sua parte nella trasformazione della Francia senescente, dalle culle vuote, nel paese con il pi alto tasso di natalit dell'Unione Europea. Secondo

l'Associazione dei genitori gay sono 200.000 i bambini che vivono in 100.000 coppie omosessuali. Le cifre ufficiali sono ovviamente molto pi basse, ma nessuno nega che il fenomeno sia in crescita. La met di questi beb frutto di un'unione eterosessuale precedente, il resto viene dall'adozione o dall'inseminazione artificiale: l'una e l'altra sono vietate in Francia alle coppie omosessuali, ma in Inghilterra, Spagna e Olanda, a portata di mano, anche gli omo possono adottare bambini. E per l'inseminazione artificiale basta un salto nel vicinissimo Belgio: da l che viene un'intera generazione di"bambini Thalys", come li chiamano scherzando in Francia, dal nome del treno che collega Parigi e Bruxelles. Le leggi e la politica fanno finta di ignorarli. Anche questo, dopo tutto, un paese latino e cattolico, dove nessuno si scandalizza per l'adulterio di Palazzo ma un omosessuale rischia molto, anche se si chiama barone di Charlus. Ma pure il personaggio di Proust troverebbe oggi molto pi facile vivere nell'Esagono. La societ e i costumi si adeguano molto pi rapidamente dei codici, e dunque nemmeno in uno sperduto paesino dell'Ardche qualcuno ha fatto una piega quando Astrid e Myriam sono andate a iscrivere a scuola la loro piccola Augustine. Lei, una bimba di cinque anni, quando disegna la sua famiglia, tratteggia due mamme e il gatto Ouille. Il pap no, perch non c'. Non sempre, in verit, i burocrati francesi si mostrano cos sensati. Questa la terra dei codici e dei regolamenti, quasi come l'Italia, e gli impiegati della Cassa assistenza malattie di Nantes si rivelano incomparabilmente pi ottusi di una maestrina di montagna. Karine ed Elodie hanno dovuto trascinarli in tribunale: Karine ha portato in grembo il loro bambino (risultato, ovviamente, dell'inseminazione in vitro), Elodie ne di fatto il padre, ma alla nascita del beb la Cassa di Nantes le ha negato i tre giorni di assenza autorizzata e le ferie pagate concesse dalla "Secu", la mitica Sicurezza Sociale, a tutti i padri di famiglia. La Corte ha dato torto alla coppia, ma a questo punto Elodie che, a sua volta incinta, andr in congedo maternit. Questo i burocrati non potranno negarglielo. Se anche il Crazy Horse ha bisogno del Viagra... La nuova famiglia, in Francia come altrove, pu apparire complicata, e magari anche un poco confusa nei ruoli, ma d'altronde nemmeno il vecchio matrimonio offre pi da un pezzo un porto sicuro. I favolosi divorzi concessi alle ex mogli dall'altra parte della Manica rimangono un miraggio per le donne francesi. Per gli imparruccati giudici inglesi ormai prassi riconoscere alle ex consorti dei ricchi il diritto a met della fortuna accumulata dal coniuge, o gi di l. Un facoltoso assicuratore londinese mai balzato prima agli onori della cronaca, si visto costretto a versare alla moglie abbandonata 48 milioni di sterline (sissignori, 72

milioni in euro), pi o meno il 40 per cento di un patrimonio sconosciuto ai pi. La storia fa i titoli dei tabloid britannici nelle stesse ore in cui, a cena da un amico dalle parti del Panthon, mi raccontano il trattamento riservato da un luminare della psichiatria parigina alla ex moglie. Ricchissimo, appartamenti in citt, chateau in campagna, cantine colme di vini d'annata, ha passato una vita a farsi pagare in nero, con i contanti depositati in una cassetta di sicurezza. Cos, quando ha deciso di piantare la signora dopo una vita insieme, stato tutto pi facile: ha semplicemente cambiato la serratura dell'appartamento e svuotato la cassetta in banca cinque minuti prima che lei si presentasse a rivendicare la sua parte. Generosamente, ora le consente di dormire sul sof nell'appartamentino usato come studio medico. Si aspetta che il giudice decida: ma su cosa, visto che di liquidi non c' traccia e che anche gli alloggi sono intestati a societ di comodo? L'ex moglie potrebbe vendicarsi denunciando il fedifrago al fisco, che qui - si sa -ha la mano pesante, come conferma la condanna in contumacia inflitta al cantautore Riccardo Cocciante. Ma ancora non l'ha fatto, non si sa se per mancanza di coraggio o di prove. Sar che l'amore diventato pi prosaico, e che anche in Francia tra i ricchi si vanno diffondendo i contratti prematrimoniali di moda a Hollywood: fatto sta che la gaiezza amorosa di Parigi sembra mummificarsi nelle collezioni dei musei o negli spettacoli immutabili del Crazy Horse. C' voluta l'apparizione in scena della moglie seminuda di un nouveau philosophe perch il teatrino dell' avenue George V tornasse a far notizia grazie a un briciolo di trasgressione. Arielle Dombasle, matura chanteuse sposata con Bernard-Henri Lvy, apparsa con poca biancheria sul piccolo palcoscenico del club dove da cinquant'anni i culi tutti uguali e perfetti di diverse generazioni eseguono sempre le stesse scollacciate coreografie: ci sono stato tre volte, e alla fine ho capito che l'erotismo soccombeva alla robotizzazione del desiderio. Ventri piatti e finti crini pubici davano l'impressione di un peccato ridotto a souvenir. Proprio come gli oggetti in bella mostra al Museo dell'erotismo, a due passi da place de Clichy. Sulla piazza i torpedoni scaricano orde di turisti inuzzoliti dalla visita al quartiere del sesso. Immagino che l'eccitazione duri poco alla vista della "civetta fallica", un uccello di porcellana dal cui cranio spunta un pene umano, o della fontana raffigurante una donna nuda accovacciata, due getti d'acqua sprizzanti dai capezzoli e un terzo che segue il cammino inverso nelle parti basse del corpo. Da non perdere la " sedia da cunnilinguo", che in mezzo a un buco centrale presenta una specie di ruota da mulino fornita di linguette di plastica, per un uso che appare tanto ovvio quanto sconsiderato. E per gli anglofili, ovviamente, la "poltrona dell'amore" del principe di Galles, poi divenuto re Edoardo

VII: un trespolo dove si suppone che gli amanti si accomodino uno a mezz'aria e l'altro sotto, lasciando la disposizione reciproca all'umore del momento. Dinanzi a un simile armamentario della passione viene da chiedersi quali nefandezze metter in vetrina nei musei di domani l'erotismo del nostro tempo. I video di stupri di gruppo filmati con il telefonino da bravi studenti sedicenni? I dettagliati siti Web dei cento club di scambisti che fioriscono a Pigalle e attorno agli Champs-lyses? In realt la sessualit della Francia media, a dispetto delle tradizioni letterarie, assai meno scapigliata e scalmanata che non - poniamo nell'Inghilterra contemporanea. Il tasso di gravidanza delle minorenni cinque volte pi basso che nell'isola, e l'alcol da queste parti funziona molto meno che a Londra come carburante di semi-inconsci accoppiamenti occasionali. Semmai stupisce che maschi e femmine dell'Esagono confessino una crescente difficolt a incontrarsi e affidino molte delle loro carte -come dappertutto nel mondo - alla possibilit di incrociare su Internet l'anima gemella cibernetica. Naturalmente immagino che questo non valga - ma poi, chi sa? - per le meravigliose creature (parlo delle donne, naturalmente) che si possono incontrare ai tavolini de L'Avenue, ristorante tres la mode e tres chic all'angolo tra avenue Montaigne e rue Franois I. Qui sono molte le mannequins, ma Parigi pullula di ristoranti e di donne,e non solo indossatrici: belle o brutte, le francesi hanno tutte (be', quasi tutte...) quella capacit di abbigliarsi, quel modo di muoversi e di guardarti, che suggerisce sempre una forte carica erotica. Dopotutto, e particolarmente ai suoi tempi, anche il mio povero bisnonno aveva qualche giustificazione. Falsi movimenti di marzo NELLA giovent francese la primavera scatena tempeste ormonali del tutto particolari: invece di scaricarsi a letto, esplodono in piazza. una faccenda di ormai regolare ciclicit. Tanto che perfino l'osservatore italiano, abituato a una classe politica non famosa per la sua lungimiranza, stenta a capire come mai a ogni botto i leader francesi si facciano cogliere di sorpresa, o cos diano a vedere. L'ultima volta (per ora), nel marzo 2006. La rivolta contro il CPE, il Contrat Premire Embauche (contratto di primo impiego), ha riportato le barricate sulle strade di Parigi. Per la capitale, noterebbe un vecchio cinico, stato quasi un fatto di colore locale, una ribellione fresca di giornata per rinverdire le memorie del Maggio '68, cos care pure ai turisti. A una prima occhiata, in effetti, la faccenda parrebbe confermare l'antico adagio marxiano secondo cui la storia si ripete sempre in farsa. Eppure c' poco da scherzare sulla rivolta di marzo. un caso da manuale del perverso rapporto

instauratosi in Francia tra la politica e la piazza. Arrivando pochi mesi dopo i moti delle 57 banlieues, la protesta dei giovani punteggiata dalle incursioni dei casseurs certifica l'indifferenza verso le istituzioni repubblicane. E la resa del governo, costretto ad abbandonare il provvedimento, rattrista gli intellettuali liberali di vecchia scuola, come Jacques Julliard: "Il declino della legge e del regime rappresentativo a vantaggio dell'opinione e della piazza fa ancora un passo avanti". Gli osservatori anglosassoni - tutt'altro che neutrali -sghignazzano, e non hanno tutti i torti. Dal '68 in poi, gli studenti francesi mimano regolarmente la rivoluzione ogni vent'anni, con tumulti accessori a intervalli pi brevi. Nel 1986 le manifestazioni studentesche di massa costringono il governo del gollista Chirac a ritirare la legge sulla selezione per l'ingresso all'universit. Nel 1991 sufficiente qualche dimostrazione per convincere il socialista Jospin a lasciar cadere la "sua" riforma universitaria. Nel 1995 gli studenti si alleano con i sindacati per piegare il governo Jupp, che abbandona la riforma del welfare e delle pensioni. Nel 2003 il premier chiracchiano JeanPierre Raffarin resiste alle contestazioni di piazza contro l'ennesimo tentativo di riforma pensionistica, ma poco dopo il presidente lo licenzia, dunque il risultato lo stesso. Difficile dar torto ai perfidi inglesi che se la ridono: "Una Francia senza scioperi? Non sarebbe pi la Francia". Facile dare lezioni da Londra, dove la signora Thatcher (non a caso "Lady di Ferro") ha cancellato perfino la consuetudine laburista di ricevere i sindacati a Downing Street. L'America, la Gran Bretagna... Qui stata addirittura abolita la contrattazione nazionale di categoria. Cosa possono capire di una terra come l'Esagono, che ospitaben undici sigle sindacali, oltre a svariate unioni studentesche di diversa tendenza e fascia d'et? In piazza, il 28 marzo 2006, ci sono tutte, per un'altra possente spallata al gi traballante premier de Villepin. E ci sono anch'io, con scorta di telecamera, nel lungo corteo fino alla spianata degli Invalides: giusto per convincermi, una volta per tutte, che questi ragazzi non hanno proprio niente a che fare con la rabbia dei loro padri sessantottini. Sociologi, leader politici e intellettuali a vario titolo hanno descritto la lotta contro il CPE anche come uno scontro tra generazioni. A me pare pi che altro la rappresentazione teatrale di una frattura generazionale, che questa volta non punta all' "assalto al cielo", ma pi modestamente a tredicesima e pensione. Non la sfida del contropotere, ma una grifagna disputa di privilegi. anche l'opinione di uno che il Maggio '68 lo conosce bene, per esserne stato uno dei capi. Dalle barricate del Quartiere Latino a leader dei Verdi europei, oggi Daniel Cohn-Bendit non ha dubbi: "Il Maggio fu un

movimento offensivo, che portava una visione positiva del futuro. Le proteste di oggi sono basate sulla difensiva, la paura dell'insicurezza e del cambiamento". Forse anche per questo dietro gli slogan e le facce dipinte da indiani metropolitani tira un'aria cupa, una voglia (non sempre) trattenuta di violenza. Ricordo le scritte sui muri dell'Universit di Roma ai miei tempi, citazioni eccitate dei giorni del Maggio: "Nous sommes tous des vietcongs", siamo tutti vietcong. Oggi tra questi ragazzi, anche quelli dall'aria pi tranquilla, bei visi di fanciulle, prime barbe di adolescenti, si sente spesso risuonare lo slogan: 58 59 "Nous sommes tous des casseurs", vandali, sfascia-tutto. Non la stessa cosa. Chiss se Mathilde, diciott'anni e una bella risata forte e roca, pensa davvero ci che dice: "Lanciare un cocktail Molotov su un gendarme non vale cento ore di lavoro per la collettivit", che una misura di rieducazione per reati minori. Max, che le sta accanto, elabora sul tema: "E uccidere unflic, non vale manco un'ora". Ma tanto cinismo pare soprattutto una maschera. Questi sono ragazzi che - raccontano - non si sono tirati indietro quando si trattato di lordare (con tutto...) le facciate delle agenzie di lavoro interinale, o di rovesciarne mobili e scaffali sui marciapiedi. Ma davanti alle violenze - vere - della racaille (la plebaglia, secondo la definizione sprezzante di Sarkozy), i delinquenti di borgata che di l a poco si scatenano anche sui compagni studenti, allora no, allora anche gli anarchici ridiventano legalitari. Sono strane, e non solo qui, in mezzo alla manifestazione, le reazioni prodotte dai voyous, i teppisti mascherati che aggrediscono e derubano ai margini del corteo, prima di scatenare la guerriglia urbana sulla spianata degli Invalides. L'occhialuta Rachel spiega che il motto "Siamo tutti casseurs" va letto come segno di solidariet verso azioni politiche e non di banditismo. L'anarco-roussoviano David opina che "bisogna andare verso i giovani di periferia, non abbiamo parlato abbastanza con loro". Ma Franois, anche lui ex libertario, taglia corto: "Chi spoglia i liceali, vuole rompere il movimento". Insomma, va bene prendere a sassate i poliziotti, ma guai a strappare il cellulare di mano a un compagno di lotta o sfilare con la forzagli eleganti stivaletti a una graziosa liceale che si sgola generosamente contro de Villepin. A fine serata, dopo ore di botte e saccheggi, quando si contano gli arrestati (488 solo a Parigi) e i feriti (500 tra i poliziotti dall'inizio di marzo), un ragazzo parecchio "alternativo" si aggira confuso e tumefatto sulla spianata degli Invalides, teatro degli incidenti peggiori. La sua fidanzata finita all'ospedale e lui ancora non ci crede che a salvargli la testa siano stati gli odiati CRS (Compagnies Rpublicaines de Scurit), i gendarmi repubblicani. Racconta: "Le bande hanno

cominciato a rapinare le ragazze. Li abbiamo caricati, assieme al servizio d'ordine del sindacato, per togliergli dalle grinfie le nostre amiche. Ma erano dieci contro uno. Ci toccato farci proteggere dai flic". Dunque, anarchici contro canaglie: una volta alleati di ferro nella lotta di classe. Ma allora non c'erano ancora piumini griffati, jeans attillati e soprattutto telefonini Nokia o Samsung, la preda pi ambita dei razziatori e l'oggetto pi apprezzato dai contestatori. In piazza anche la sinistra estrema scopre che i protagonisti dei moti di banlieue di pochi mesi prima non sono affatto disponibili a lasciarsi "illuminare" dalle avanguardie rivoluzionarie. L'cole des Hautes tudes en Sciences Sociales, che spalanca paternamente le porte ai ragazzi dal cappuccio sul viso, paga la sua narvet con un saccheggio sistematico. Pi o meno quel che capita nelle stesse ore al sindaco socialista di Rennes, Edmond Herv, costretto a invocare la polizia per far evacuare il municipio occupato dai dimostranti. Che vergogna, per il partito! Un compagno-sindaco che si appella aiflics contro i compagni-studenti... 60 61 Il fatto che i giovani barbari calati dalle periferie, le cits dove si stipa l'immigrazione, mettono in luce un altro mal francese, tutto contemporaneo. Quello di una violenza giocosa e golosa, senza contenuto politico che non sia l'odio di classe allo stato bruto, alimentato dalle fratture urbane ed etniche. Un'incognita gigantesca sul futuro di questo paese. Ma di che si preoccupano, piuttosto, perfino intellettuali del calibro di Jean Daniel? Che "le immagini della televisione, mentre eccitano i casseurs, offrono un'immagine disastrosa del nostro paese e vengono sfruttate con compiacimento dalle catene tv anglosassoni. Non sarebbe pi raccomandato, pare, di venire a Parigi..." Capito? Poco ci manca che i teppisti mascherati vengano denunciati come agenti provocatori al soldo di Bush e Blair, l'"asse del male" anglosassone. Meglio "ranocchi" a Londra o mezze maniche a Parigi? La rivolta si spegne nel nulla non appena Chirac promulga la legge ma ne sospende l'applicazione. Addio, CPE. E addio pure al fascinoso Monsieur Galouzeau de Villepin. Il premier ammiratore di Napoleone aveva sognato che il contratto di primo impiego gli regalasse la sua personale Austerlitz, e invece si ritrova gi alla fine dei suoi Cento Giorni. Ma non ci sono vincitori. A trionfare, semmai, come dice CohnBendit, stata solo la paura. Questi ragazzi per strada temono di perdere la fetta di torta che davano per scontata. Una paura gonfiata, esagerata, anche dalle statistiche: il tasso di disoccupazione dei venticinquenni in Francia, si dice, oggi attorno al 30 per cento. Nel 1975, per la generazione dei padri, era al 6 per cento. Ma il calcolo odierno fatto solo in rapporto alla popolazione attiva; se invece si

calcola l'insieme della generazione, la disoccupazione crolla dal 30 all' 8 per cento. Un bel cambio di prospettiva. E non basta. I baby-boomers del '68 vivevano a vent'anni nella speranza, ma non nell' abbondanza. Il livello di vita era da due a tre volte pi basso, i beni culturali pi cari, gli appartamenti pi piccoli, l'universit preclusa alla maggior parte di loro, le vacanze rare, i parenti tirati. La societ nel suo complesso era meno libera, meno ricca, meno tollerante. Che cosa temono, allora, e cosa vogliono questi ragazzi che urlano in corteo: "Villepin au keircher", cio sotto il getto d'acqua a pressione con cui Sarkozy minacciava di ripulire le banlieues dai ribelli-spazzatura? Il primo ministro, non c' dubbio, si guadagnato il soprannome che pare gli abbia affibbiato Madame Chirac: Nerone. Come l'imperatore folle, si mostrato un piromane incapace di prevedere l'estensione dell'incendio che appiccava. Voleva dimostrare di avere les couilles, i coglioni, attributi che i politici francesi, come quelli italiani, amano vantarsi di possedere. Perci il premier-poeta (che uomo poliedrico!) pensava di far passare con un rapido colpo di mano una legge capace di introdurre un elemento di mobilit in un mercato del lavoro totalmente bloccato. Cos rigido che pure i sindacati erano pronti a trattare e negoziare. Ma non a subire un secco colpo di forbici: per i giovani sotto i ventisei anni, periodo di prova di due anni e licenziamento senza giusta causa. Perfino al MEDEF, la Confindustria francese, pareva un po' troppo. Figuriamoci a una 62 63 generazione che, stando a tutti i sondaggi, coltiva in maggioranza un sogno solo: diventare impiegati dello Stato. Non uno scherzo. Le rilevazioni statistiche sono categoriche. Tra il 70 e il 75 per cento dei giovani con meno di venticinque anni non ha che un desiderio: diventare un funzionario. La Francia che andava fiera delle proprie idee e della Dichiarazione dei diritti adesso pare felice di produrre dichiarazioni dei redditi e certificati di residenza. Dai filosofi dei Lumi ai lumini della burocrazia. Questa sclerosi delle aspirazioni giovanili pare oggi la peggiore malattia francese. La schiacciante maggioranza dei ragazzi sogna la sicurezza dell'impiego fisso nei ranghi dello Stato, e quel 25 per cento che rimane immagina di fare "l'artista" (sempre grazie ai generosi finanziamenti statali) oppure pensa semplicemente all'emigrazione. In quella terra dell'abbondanza che agli occhi dei giovani francesi sta appena dall'altra parte della Manica. Per i tabloid londinesi loro saranno pure spregiativamente frogs, ranocchi, ma i bonus generosamente distribuiti alla City di Londra non fanno distinzione di passaporti. Nelle modeste aspirazioni burocratiche di una generazione largamente scolarizzata sta la spiegazione della paradossale guerra del CPE. Il contratto di primo impiego mirava anzitutto a creare condizioni

d'assunzione pi favorevoli per i giovani con scarsa istruzione e in difficolt. Ma sono gli studenti dei licei e dell'universit a mobilitarsi pi massicciamente per ottenerne il ritiro. Anche se lampante che il loro percorso di ricerca del lavoro del tutto diverso da quello dei coetanei meno avvantaggiati. Ci che su di loro funziona come lo straccio rosso davanti al toro il punto della nuova legge che consente il licenziamento senza motivo. Questo mutamento di un elemento fondamentale del diritto del lavoro viene vissuto dagli studenti come una violazione della loro dignit. Ma non tutto. Al di l degli errori di presentazione della legge, il suo rigetto di massa, secondo il sociologo Jean-Pierre Le Goff, "comporta un rifiuto della realt con la quale questa giovent si deve confrontare. Viene messa in questione l'idea stessa di una valutazione basata sulle capacit acquisite da un professionista con l'esperienza, piuttosto che solamente sul diploma rilasciato dall'Educazione nazionale". Una scuola a Lumi spenti Ma che diploma, poi? Proprio mentre i quartieri chic di Parigi venivano messi a ferro e fuoco dai giovani incappucciati, un rapporto dell'OCSE, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, pronunciava una sentenza capitale contro il sistema educativo francese: antiquato, sottofinanziato, ultraregolato. Con il risultato che la Francia agli ultimi posti tra i trenta paesi dell'OCSE quanto a capacit dei ragazzi di leggere, scrivere e far di conto. Non solo la Francia, vero. La condanna riguarda l'intero sistema europeo dell'istruzione, che minaccia di privare le giovani generazioni della possibilit di competere nell'economia globale, reticolo di saperi quanto nessun' altra in passato. Ma lo scacco per Parigi particolarmente grave. Agli abitanti dell'Esagono piace da pazzi raffigurare gli americani come rozzi cowboy scervellati: come conciliare que64 65 sta sprezzante barzelletta con la circostanza che per finanziare l'universit gli yankees spendono il 2,6 per cento del loro prodotto interno lordo, mentre i raffinati eredi di Cartesio e Voltaire non vanno oltre 1'1,1 per cento (per non parlare dell'Italia, con lo 0,9 per cento)? La maggioranza degli studenti che raggiungono l'universit non affrontano alcuna selezione, e l'accesso praticamente gratuito: se i loro colleghi inglesi devono ingegnarsi a trovare 2-3000 sterline l'anno per pagare le tasse, i francesi se la cavano con meno di 200 euro l'anno. In sostanza ogni titolare di baccalaureato (l'equivalente della nostra maturit) pu contare su un posto. Le lezioni si tengono in aule sovraffollate, esperienza del resto ampiamente nota anche a noi italiani. Le statistiche dicono che la Francia annualmente spende meno per ogni studente universitario che per un liceale. Gli atenei hanno scarsa

autonomia e il pi della ricerca avanzata viene svolto altrove, negli appositi istituti nazionali. Con mediocri risultati. Il titolo che segue comparso su Le Monde il 28 ottobre 2006: "Si fa strada in Francia l'idea di associare le imprese alla ricerca universitaria". Capito? In Gran Bretagna i privati ci mettono il 27 per cento delle risorse necessarie all'insegnamento superiore, in America i grandi atenei rigurgitano di miliardi di dollari investiti dalle multinazionali, persino nella piccola Svezia la Fondazione Wallenberg (la pi potente dinastia industriale) finanzia generosamente da decenni i laboratori... E in Francia, paese leader del continente, ci arrivano adesso. Solo ora la classe dirigente di Parigi capisce che effettivamente il contributo delle imprese alla ricerca - appena il 6 per cento del finanziamento totale - una cifra ridicola, e conferma l'allarmante 66 diagnosi formulata anche da Eurostat. vero che tra i venticinque paesi dell'Unione lo Stato francese quello che spende di pi in questo ambito. Ma si tratta di finanziamenti a pioggia, non finalizzati a progetti, e il risultato l'incapacit di tradurre la spesa in brevetti, l'investimento in ritorno economico. La scarsit dei rapporti con il mondo della produzione fa s che le imprese francesi utilizzino in modo assolutamente inadeguato il lavoro dei ricercatori. Cos stando le cose, nessuna meraviglia che il tasso d'abbandono dell'universit raggiunga i due quinti. E che la graduatoria planetaria del sapere stilata dalla Jiao Tong University di Shanghai non contempli neppure un ateneo francese nella lista dei migliori quaranta al mondo. Si capisce forse meglio, allora, perch i giovani universitari abbiano tanta paura e sognino in massa di fare i travet. Per molti di loro, che uno o due anni dopo la laurea approdano nel settore privato, spesso con scarsa preparazione, difficile rompere il ciclo dei contratti a breve termine, con tutta la precariet e l'incertezza che ne deriva. L'impiego pubblico appare come il porto sicuro, al riparo dalla competizione imposta dall'economia di mercato, dalla richiesta incessante di innovazione e qualificazione, dalla globalizzazione. Sfide serie, che si coltivano soprattutto nell'ambito dell'impresa. Ma con quali armi, se non si ha la fortuna di uscire da una delle grandes coles? La generazione pi scolarizzata rischia paradossalmente di essere pure la pi impreparata. Pi facile, perci, considerare l'azienda privata una bestia nera, raffigurarla come il luogo dello sfruttamento, della negazione dei diritti, della cancellazione d'identit. E sognare la burocrazia statale 67 come un paradiso terrestre, assediato dai serpenti del "privato" e del profitto. A peggiorare le cose ci si mettono i vecchi, inossidabili tab francesi. Il governo di Parigi arrivato a censurare le pagine del rapporto OCSE che

mostrano come il gap nei risultati scolastici tra gli istituti dei quartieri ricchi e quelli delle zone povere sia superiore del 60 per cento a quello degli Stati Uniti. In parole povere, sembrerebbe che 1' "egalitaria" societ francese sia parecchio pi classista del paese simbolo del capitalismo. Una bestemmia, per le autorit parigine: che infatti hanno motivato la censura adducendo imprecisati errori di metodo nella stesura del rapporto. un rischio che in casa loro non corrono. Rilevazioni e rapporti, semplicemente, non si fanno. I gloriosi ideali dell'galit proibiscono con la forza della legge di identificare gli studenti per razza o radici etniche: in questo modo praticamente impossibile ogni serio monitoraggio dell'integrazione attraverso l'educazione. L'unica verifica resta il numero delle auto incendiate, nelle notti delle banlieues illuminate dalle molotov. Abbasso l'LSE, viva la PSE LSE? Scordatevela: il futuro si chiama PSE, vale a dire Paris School of Economics, che sin dal nome - l'avete gi capito - vuol essere la risposta francese alla celebrata London School of Economics, centro di eccellenza che ha sfornato negli ultimi decenni il fior fiore dei manager del pianeta. Gioved 22 febbraio 2007 il premier Dominique de Villepin ha posto fine a questo intollerabile affronto all'exception culturelle francaise, inaugurando la nuova scuola formata dalla collaborazione di sei prestigiosi istituti di ricerca. E poich in Francia si pensa sempre in grande - beati loro... -, i programmi prevedono gi un corpo di insegnanti e ricercatori forte di 350 unit. I corsi di specializzazione avanzata ospiteranno 900 studenti, tutti gi laureati, e il conto, che si annuncia salato, sar saldato in parte dallo Stato ma anche da privati e grandi imprese. AXA, massima compagnia francese di assicurazioni, ed Exane, societ di investimenti, ci metteranno ognuna un milione di euro a testa. Ad AXA servir pure a far dimenticare il "tradimento" commesso vendendo agli inglesi uno dei domaines Medoc pi pregiati nella lista dei grands crus. Ma le intenzioni della nuova scuola configurano un crimine anche pi grave. Tanto per cominciare, nessun rappresentante dello Stato sieder nel consiglio d'amministrazione. Sembra poco, ma nel paese in cui l'amministrazione statale vi tiene d' occhio pi del vostro coniuge, quasi una rivoluzione. In realt la nascita della PSE conferma che la Francia dell'educazione superiore un sistema a due velocit. Da una parte le scuole di massa e di scarsa qualit, dall'altra gli istituti per le lite, le grandes coles dove viene selezionata per cooptazione la classe dirigente del paese. O almeno quella che resta in patria. significativo che la protesta studentesca della primavera 2006 abbia toccato in modo del tutto superficiale le grandi scuole. Per esempio, a

Parigi, l'Institut d'tudes Politiques, dove si formato lo stesso de Villepin, ha conosciuto poco o niente dei blocchi e delle violenze che 68 69 hanno investito le vicine universit della capitale, a cominciare dalla Sorbona. Lo stesso vale per le migliori scuole di business o di ingegneria, come il Polytechnique, l'HEC o l'ESSEC. I ragazzi che frequentano questi istituti aperti al mondo, a contatto con importanti realt economiche, sanno benissimo che le banche di Londra o New York saranno felicissime di accaparrarseli, in concorrenza con le stesse grandi imprese francesi che giocano senza impacci la partita della globalizzazione. Fuori dei confini francesi si parla soprattutto dell'ENA, l'cole Nationale d'Administration, la pi famosa ma probabilmente anche quella meno preparata per l'economia globale. In realt, solo una piccola parte degli allievi delle alte scuole finisce sui banchi dell'ENA; il resto frequenta istituti autonomi e altamente specializzati in settori come management e ingegneria. E il loro futuro appare luminoso. Uno studio del Nouvel Observateur mostra che il 96 per cento dei laureati nelle migliori scuole di ingegneria due anni dopo si sono gi assicurati lavori stabili a una retribuzione media annua di 30.000 euro. Per contrasto, nello stesso lasso di tempo solo il 45 per cento dei laureati in psicologia nelle universit statali trova impiego permanente. E il reddito medio non supera i 19.000 euro. Insomma, all'universit come per le strade e alle urne, la Francia appare un paese diviso in due. C' una met dinamica, altamente preparata, aggressiva sui mercati mondiali, che coincide grosso modo con il settore dell'impresa privata. L'altra met arretra di fronte alla globalizzazione, che avverte come una minaccia, e cerca di ripararsi, appena pu, nel fortino illusorio del pubblico impiego. Ecco, un'altra piccola Bastiglia che i fondatori della nuova PSE vorrebbero abbattere sta nell'obiettivo dichiarato del nuovo centro di eccellenza: colmare il deplorevole gap esistente tra la societ francese e la comprensione delle moderne dinamiche economiche. "Il solo libro di economia che si legge nelle nostre scuole Germinal", ha dichiarato al Financial Times, sotto il velo dell'anonimato, uno dei top manager dell'Esagono. chiaro che con tutta la passione che si pu provare per la letteratura verista di mile Zola, difficilmente un romanzo sulla nascita dei sindacati nelle miniere di carbone del diciannovesimo secolo potr offrire indicazioni utili a battere la concorrenza finanziaria della City o di Wall Street. Il fantasma anglosassone, che tanto agita le notti di attori, produttori cinematografici, scrittori e deputati, ministri e chansonniers, gioca in realt un ruolo-chiave anche in quest'ultima iniziativa. Se Parigi ha finalmente deciso, con qualche decennio di ritardo, di tentare di

contrastare le grandi istituzioni di ricerca economica del pianeta, proprio perch sono - quasi tutte - inglesi o americane. Harvard, LSE, MIT e Cambridge sono i pensatoi dove si forma l'lite economica dell'Occidente, e oggi anche di buona parte dell'Oriente. La Francia schiera l'eccellente centro di Toulouse, ma agli eredi di De Gaulle questa carenza appare intollerabile soprattutto, al solito, sotto il profilo della competizione con gli americani. Al momento del taglio del nastro de Villepin stato lapidario. La nuova scuola non solo dovr rivaleggiare con le migliori al mondo, ma pure favorire "la costruzione di una dottrina economica francese ed europea". Una puntualizzazione geografica che suona sospetta. Il vecchio 70 71 scozzese Adam Smith, inventore del liberalismo nonch dell'economia politica, sar da considerare un extracomunitario? Non aiuta nemmeno la chiarificazione offerta dal neodirettore della scuola, Thomas Piketty, che osserva: "Non sano che una manciata di universit americane debba monopolizzare la produzione della conoscenza economica". Parole sante, professore, ma come mai? In uno slancio di sincerit Monsieur Piketty ci offre qualche indizio. Avviare il progetto del nuovo istituto, rivela, " stato come creare Microsoft in Unione Sovietica". Se, insomma, la Francia fatica a staccarsi da Colbert per abbracciare Milton Friedman, sembra avere quanto meno una certa consapevolezza di ci che questo ritardo comporta. In primo luogo, la testarda resistenza dei suoi cittadini a ogni sforzo della classe politica di operare i necessari tagli al bilancio dello Stato. Forse per questo nei programmi della PSE figura pure un corso speciale di aggiornamento per insegnanti, con la segreta speranza - evidentemente - che un giorno nelle scuole si insegni anche la virt del rigore finanziario. Conoscenza esoterica finora riservata solo alle grandes coles, dove un'lite di giovani di talento viene cooptata direttamente dai banchi di scuola fino ai vertici dello Stato. Istituti come l'ENA, si sa, tengono in modo ossessivo alla propria individualit, custodiscono gelosamente le proprie tradizioni che rifiutano di mescolare con altre. Dunque gi un passo avanti rilevante che la PSE nasca dalla collaborazione di quattro grandi scuole pi la Prima Universit di Parigi e un centro nazionale di ricerca. Non meno importante il mix di finanziamento pubblico e privato: essenziale per offrire al nuovo istituto la flessibilitnecessaria a decidere quali ricerche finanziare e - dettaglio non secondario - come pagare i ricercatori. Appare del tutto irrealistico, si capisce, che la scuola parigina possa competere con gli stipendi accademici statunitensi. Non si vedono all'orizzonte donatori all'altezza di quelli che riempiono di miliardi di dollari i forzieri delle cattedrali americane del sapere. Ma a Parigi sperano comunque di fissare uno standard europeo di retribuzione, e

finora hanno avuto successo nell' attrarre, per esempio, economisti del calibro di Philippe Aghion, conosciuto per il suo lavoro sulla teoria della crescita endogena. vero che Aghion sfrutta al momento il permesso sabbatico di sei mesi dalla sua sede di Harvard, ma in ogni caso i francesi possono vantare un comitato di consulenti zeppo di star del pensiero economico, inclusi due Nobel come Joseph Stiglitz e Amartya Sen. Dovrebbero essere, si spera, una garanzia sufficiente a impedire che la "nuova dottrina economica europea" vagheggiata da de Villepin scivoli pericolosamente verso qualcosa che noi italiani conosciamo bene: l'autarchia. 72 73 5 Le mille Versailles dei burocrati L'ARRIVO di un corrispondente straniero a Parigi non affare di poco conto. Lo Stato francese, questa divinit che ha preso il posto dei sovrani assoluti ereditandone la sacralit, pretende di occuparsi di voi. E non c' modo di declinare cortesemente. Salvo la fuga. Il primo dovere del nuovo abitante dell'Esagono quello di dare prontamente segnale della propria esistenza alle autorit superiori. Soprattutto se appartenete a quella categoria sovversiva che sono i giornalisti: giustamente sospettoso, lo Stato vuole vederci chiaro, e vi invita a colloquio presso la sezione stampa straniera del ministero degli Affari esteri, altrimenti noto come Quai d'Orsay. Cristina, che in RAI si occupa dei delicati rapporti con le sacre emanazioni del potere, mi esorta a fissare subito un appuntamento con la funzionaria addetta e a non prendere l'incontro alla leggera. Mi si chiederanno dettagli anagrafici ma pure opinioni, esperienze, programmi. E solo dopo sar autorizzato a rimanere e a lavorare in terra di Francia, non senza aver prima richiesto la concessione della 75 preziosa tessera stampa. E quando dico preziosa, la parola va presa alla lettera. Lo Stato, come ogni buon genitore, severo ma generoso: perci la semplice appartenenza alla mia dubbia casta vale il considerevole sconto di 7500 euro sulla dichiarazione dei redditi. Attirato dall'esca fiscale, metto un altro piede nell'ingranaggio. Incarico Annie, mia fidata producer, di attivare subito la richiesta della tessera. Immagino che non sia troppo complicato. A Londra per entrare a far parte dell'Associazione Stampa Straniera bastava una telefonata, una foto formato passaporto e la firma in calce alla dichiarazione di identit. Perfino a Gerusalemme o a Mosca, altri miei precedenti posting, la faccenda si riduceva a sbrigative formalit. Efficiente come al solito, Annie arriva poco dopo con la lista dei documenti necessari qui a Parigi: forse ne basterebbero meno per richiedere un mutuo. Trascrivo l'elenco per dovere di cronaca:

Condizioni generali al 1 gennaio 2003 A - DOCUMENTI D'IDENTIT Carta nazionale d'identit francese (in caso di doppia nazionalit) o Passaporto valido con permesso di lungo soggiorno (per i giornalisti non residenti) Carta di soggiorno B - LETTERA indirizzata al ministero degli Affari esteri dall'organo di stampa che designa il giornalista in qualit di corrispondente permanente in Francia 76 fissando funzioni e salario (fornire busta paga o estratto conto bancario) C - Estratto conto bancario D - Due foto tessera E - Curriculum Vitae Tralascio il capitolo dedicato alle procedure per la consegna della tessera stampa. Per fortuna, risiedendo a Parigi, dovrei solo andare presso la prefettura di polizia con il certificato del ministero degli Esteri e l rivolgermi alla "Sala Europa". Ma se fossi cos sfortunato da abitare in provincia o nella banlieue, ci sarebbe un'altra pila di documenti da preparare. Ma gi quelli richiesti mi bastano. Pur rimettendoci lo sconto fiscale, preferisco lasciar perdere. Da almeno tre secoli, forse anche pi, la Francia vive nel culto della burocrazia, questa incarnazione visibile della remota divinit dello Stato. I funzionari, casta sacerdotale autoperpetuantesi, si nutrono di carta che restituiscono sotto forma di documenti: l'insieme del processo forma quello che i francesi chiamano paperasse, che sarebbe tutta la cartaccia - dalle bollette ai certificati, fino alle contravvenzioni - prodotta dallo Stato per riempirvi i cassetti di casa. Almeno per cinque anni, a norma di legge. Come il magma informe che s'infila in ogni interstizio e pian piano ricopre la terra in un orrido film sull'invasione degli alieni, cos il corpo dei funzionari ha occupato ogni angolo della societ francese. I giovani, s' visto, bramano di farne parte, i vecchi di lasciarlo con il conforto 77 di una sicura pensione. Nella funzione pubblica lavorano 5.200.000 persone, e oltre 3 milioni e mezzo ne godono al momento la pensione. In poche parole, non c' famiglia francese che non ne faccia parte. l'antidoto migliore contro ogni rivoluzione. Difficile immaginare che la Francia si rivolti contro se stessa. La crescita di questo gigantesco fungo stata inarrestabile. Nel suo Le mal francais* (dove il "male francese" , essenzialmente, una mentalit burocratica) Alain Peyrefitte ha dato voce alla frustrazione dei moderni

dirigenti politici di fronte allo strapotere degli alti gradi dell'amministrazione: ma il suo lamento ha un'anticipazione rivelatrice gi ai tempi, niente meno, di Luigi XIV, il creatore dello Stato centralizzato. Il Re Sole era un principe che si occupava di tutto, una presenza scrupolosa nella vita delle istituzioni, eppure - si duole il suo fidato marchese d'Argenson - "i dettagli affidati ai ministri sono immensi. Niente si fa senza di loro, ma niente con loro. In verit sono costretti a lasciare far tutto a dei commessi, che diventano i veri padroni". Sotto la monarchia c'era perfino un secrtaire de la main, uno scrivano incaricato di imitare la firma del re sui documenti ufficiali. La maggior parte degli autografi dei tre Luigi - XIV, XV e XVI -, che oggi i collezionisti si contendono, sono contraffazioni autorizzate, eseguite da oscuri funzionari. Ora che il sovrano non c' pi, la mole dei documenti sottoposti ogni giorno alla firma dei ministri tale che anche a loro non resta che seguire la stessa strada, incaricando un impiegato di firmare per loro. * Pubblicato in italiano con il titolo Il male latino: la Francia, i francesi e l'Europa (SEI, Torino 1978). I francesi adorano i documenti, ancor pi di noi italiani, che d'altro canto non siamo stati che pallidi imitatori. Come in un gioco di scatole cinesi, ogni certificato sembra concepito per confermarne un altro, in un rapporto con la burocrazia che rivela una sola costante: lo Stato non si fida di voi. D'altro canto, guai a pensare di poter vantare verso l'amministrazione pubblica lo stesso diritto alla trasparenza che si esige da voi. Lo scopro purtroppo a mie spese. Incarico la segretaria di spedire a Colonia, in Germania, degli importanti documenti sanitari. Per maggior sicurezza, lei va direttamente alla posta al-l' angolo di rue Clment Marot e provvede a far partire la missiva con un bollettino di raccomandata. Passano dieci giorni, e il mio medico a Colonia non ha ancora ricevuto nulla. La segretaria torna all'ufficio postale dove un impiegato la esorta ad avere pazienza e fiducia: "Vedr che il plico arriver". Lei insiste: ma non possiamo cercare di rintracciarlo? Ci vorrebbe una denuncia di smarrimento, ribatte l'uomo allo sportello, un po' seccato. "E allora facciamo la denuncia", insiste lei. "Ma non si pu", ribatte lui spazientito, "bisogna aspettare che passi almeno un mese." Dieci euro per una raccomandata, ed perfino meno rintracciabile di una semplice cartolina. La missiva, ovviamente, andata perduta. Ma questo pubblico sfogo, almeno, la mia vendetta sulle poste galliche. Che, come sempre succede in questi casi, compensano la bassa efficienza con alti costi. Lo sperimenta mia moglie. Nel mondo meraviglioso dei servizi postali britannici spedire un pacchetto in

qualsiasi angolo di mondo costa poco e non pone problemi. A Londra Iolanda era 78 79 un'habitu del negozietto in Grosvenor Street, vicino a casa, interamente gestito da immigrati indiani: alle pareti scatole di cartone di tutte le misure e per ogni destinazione si offrivano in vendita a meno di una sterlina. Convinta di poter contare anche a Parigi sulla stessa scelta, Iolanda entra nel solito ufficio di me Marot, e ne esce orripilata. Ai loro clienti le poste francesi non offrono che due modelli di scatole di cartone: una pi piccola a 23 euro e una grande il doppio a 47 euro. A Parigi la corrispondenza monopolio statale, a Londra il servizio privatizzato deve affrontare la concorrenza. Tuttavia sarebbe lecito aspettarsi qualcosina di pi in un paese che ospita un ufficio postale ogni 3530 abitanti, il doppio che in Germania, dove per le lettere arrivano il giorno dopo, mentre in Francia non si sa quando (e certe volte, ahim, non partono proprio...). Ma guai a parlar male ai francesi del loro settore pubblico. Secondo un sondaggio, l'82 per cento dei cittadini apprezza i funzionari che regolano ogni aspetto della loro vita: come s' visto, avendo tutti uno o pi impiegati statali in famiglia, la cosa non stupisce. Non restano che gli stranieri a permettersi qualche critica, ma un recente linciaggio tv suggerisce che pi saggio farle dopo che si partiti. L'americano Ted Stanger, ex corrispondente di Newsweek da Parigi quasi naturalizzato francese, ha osato scrivere un libro sui privilegi dei burocrati dell'Esagono, e lo ha presentato in un dibattito sull'emittente pubblica Antenne 2. Ha rischiato la ghigliottina immediata per aver riportato che, grazie al lassismo dello Stato, ci sono poliziotti che bossent, sgobbano, il 40 per cento in meno dal 1960, postini che beneficiano di 52 giorni di riposo l'anno, dipendenti dell'EDF (Electricit de France) che lavorano 32 ore ma sono pagati per 38. Falso? No, ma i tre giornalisti francesi in trasmissione s'indignano lo stesso. "Maniera ipocrita di prendersela con i piccoli privilegi per non toccare quelli grossi", tuona uno, di sinistra, come se i secondi potessero giustificare i primi. "Bisogna spiegare, anzi, prima capire", media imbarazzato l'inviato di Le Figaro, campione della destra, e dunque teoricamente di liberalismo e privatizzazioni. Ma il conduttore Laurent Ruquier quello che va pi per le spicce e, imitando l'intimazione di Sarkozy ai rivoltosi delle banlieues, mette quasi alla porta l'ospite americano: "La Francia, se non l'amate, lasciatela". Apoteosi invece per l'altro invitato, Alain Krivine, della Lega comunista rivoluzionaria (come l'Italia, anche la Francia dispone di almeno un paio di partiti comunisti). Una volta, quelli come lui - e come l'autore da giovane, mea culpa, mea maxima culpa... - pensavano che "lo Stato borghese si abbatte, non si cambia". Per il compagno Krivine, invece, il

servizio pubblico tricolore una specie di comunismo realizzato: nella sua arringa televisiva descrive infermiere appassionate, treni che arrivano al minuto, operai elettrici che ridanno di corsa la corrente dopo ogni tempesta meteorologica o sociale... Il socialismo? Elettrificazione pi impiegati statali (e in effetti, era proprio cos che funzionava, in Unione Sovietica...). 80 81 Abbasso l'"ancien rgime", viva i "regimi speciali" Nell'autunno 2006 Franois Fillon, ex ministro degli Affari sociali e stretto consigliere di Sarkozy, annuncia dalle colonne del quotidiano le Parisien che bisogner riformare i cosiddetti "regimi speciali" di ferrovieri, operai elettrici e del gas. I sindacati subito si insospettiscono: come mai questa sortita proprio mentre il Parlamento discute la privatizzazione di Gaz de France (per sottrarla a una possibile conquista da parte dell'italiana ENEL) e la Corte dei Conti si allarma per la situazione finanziaria prodotta dai "regimi" pensionistici dell'azienda ferroviaria, nonch di quelle di elettricit e gas? Perch piuttosto non si parla delle pensioni d'oro dei parlamentari o dei guadagni favolosi dei grandi manager del settore privato? Intanto, forse, perch questi ultimi non incidono sulla crescita del deficit pubblico, gonfiato dall'aumento incontenibile della spesa corrente dell'amministrazione. Non si pu dire che si tratti di una sorpresa: negli ultimi vent'anni lo Stato francese ha assunto un altro milione di impiegati, portando il totale - come si visto - oltre quota 5 milioni. Solo al ministero dell'Agricoltura, che si occupa di un numero sempre pi striminzito di coltivatori, lo staff cresciuto dell' 8 per cento. Alla Banca di Francia lavorano qualcosa come 14.000 impiegati, sebbene l'appartenenza del paese all'euro-zona significhi che l'istituto centrale non si occupa pi della politica monetaria: la Banca d'Inghilterra, che invece lo fa, dispone di appena 1836 dipendenti. Che, poveretti, non godono certo dei "diritti acquisiti" dei loro colleghi francesi. 82 Lavorare alla Banca di Francia somiglia in effetti a una vincita al lotto: alloggi gratuiti di funzione per circa un terzo dei dipendenti, un comitato d'impresa che distribuisce ogni anno un premio di oltre 2000 euro netti per salariato al costo totale di 80 milioni di euro, ovviamente un "regime speciale" di pensioni, e ancora lauti finanziamenti al cosiddetto budget sociale della venerabile istituzione, vale a dire la manna versata dalla Banca a tutte le attivit sociali e culturali dei lavoratori, dalle fornite cantine ai nidi d'infanzia... Il 17 ottobre 2006, data che avrebbe potuto diventare storica, il Senato francese, che si accingeva a ridiscutere almeno queste ultime prebende, ha dovuto invece ingloriosamente fare marcia indietro di fronte all'insormontabile resistenza del sindacato bancari: si poteva rischiare uno sciopero nel tempio della moneta?

Giammai. Cos Christian Noyer, governatore della Banca di Francia, ha ricevuto il mandato di negoziare in dolcezza con le rappresentanze sindacali. La riforma delle attivit sociali, perdiana, si far ma - ha avvertito il governatore - potr richiedere da un anno a... parecchi di pi! Les avantages acquis, i diritti acquisiti (e pertanto intangibili), sono insomma una formula magica che scende "per i rami" della pubblica amministrazione sino a investire, con una pioggia d'oro, anche le attivit economiche collegate. Ho citato poco sopra il ministero dell'Agricoltura, imponente carrozzone che gestisce un settore sempre pi piccolo dell'economia nazionale: ma gigantesco quando si tratta di distribuire la montagna d'oro costituita dagli aiuti agricoli europei. 6 miliardi di euro, il 40 per cento del budget agricolo dell'Unione, finisce in tasca ai francesi. O, piuttosto, a una piccola frazione di loro. 83 Dal 2006, infatti, gli aiuti non vengono pi gestiti direttamente da Bruxelles, ma dai singoli governi dell'Unione. E la Federazione dei sindacati dei coltivatori ha gi ottenuto dal gabinetto di Parigi l'impegno a ripartire le provvidenze nell'identica misura stabilita tra gli anni 2000 e 2002: in poche parole, i soldi andranno sempre agli stessi grandi imprenditori agricoli, con i produttori di cereali a fare la parte del leone, intascando 400-450 euro per ettaro contro i 57 per un allevatore di bestiame. Chi saranno i beneficati non peraltro dato sapere, vista la nota allergia statale alla trasparenza: si sa solo che al primo posto c' un risicoltore della Camargue, in Provenza, e che tra i primi dieci figura il principe Alberto di Monaco, grazie alla sua tenuta nell'Aisne. Indubbiamente gente bisognosa d'aiuto. Rispetto a queste "acquisizioni", non c' dubbio che i privilegi dei modesti salariati appaiano poca cosa, presi singolarmente. Ma tutti assieme aprono voragini nei conti dello Stato. E anche nella moralit pubblica. Gli insegnanti, per esempio, sono parecchio in fermento. Non solo per la sempre paventata riforma dei "regimi speciali" pensionistici, che sono ben 134, e vanno dai dipendenti della Comdie-Franaise ai lavoratori del commercio marittimo, passando per agricoltori, minatori, impiegati notarili e cos via. Nell'autunno 2006 a provocare la furia dei docenti stato il ministro dell'Educazione nazionale, Gilles de Robien, che ha deciso di dare una spolveratina a un vecchio decreto del 25 maggio 1950. Non l'ideale, sembrerebbe, per l' ammodernamento della scuola, ma in realt si tratta delle norme che da cinquantasette anni determinano l'impiego del tempo degli insegnanti nei collegi e nei licei. La conseguenza immediata stata la soppressione di uncerto numero di ore che vengono pagate ai professori anche se in effetti non le passano

con gli allievi: non saranno pi retribuiti 18 ore la settimana per le 17 di corsi effettivi. Il sindacato tuona che per gli interessati questo significa una perdita del 6 per cento di salario. Ma il ministero del Bilancio, che ha dato impulso all'iniziativa dopo aver chiesto un'ispezione contabile, ribatte che il volume delle ore pagate in pi corrisponde a 28.000 impieghi equivalenti a tempo pieno, pari al 6 per cento dell'intero corpo insegnante. Lodevole fermezza governativa. Peccato che non la si eserciti con pari rigore verso tutti i funzionari. Per esempio, non c' verso di togliere i super-bonus ai 354 conservatori delle ipoteche, tutti alti gradi in fine carriera, che grazie allo 0,1 per cento percepito su ogni transazione immobiliare raggiungono un salario di 140.000 euro l'anno. Non se ne parla di privare i tesorieri generali di indennit pari al 100 per cento del loro trattamento. E a nessuno passa per la testa di far rinunciare i prefetti del Rodano e della Drme alle residenze secondarie o agli appartamenti privati messi graziosamente a loro disposizione. L'elenco dei privilegi cos lungo, vasto e diffuso che sembra perfino intaccare qua e l l'innata fiducia dei francesi nei loro fonctionnaires. L'ultima rivolta dei sanculotti verso i privilegiati fu la memorabile notte del 4 agosto 1789. La folla parigina marci sulla reggia e strapp la fine delle prerogative feudali. Il guaio che la classe aristocratica era molto, ma molto pi ridotta. Come fare oggi con le sterminate legioni dei dipendenti pubblici? Un'inchiesta condotta dal Nouvel Observateur rivela chiari segni di stanchezza dei cittadini. Dopo tutto, qui si tratta degli eredi dei giacobini, e il vecchio istinto egalitario tutt'altro che assopito nei loro petti. Perci un buon 77 per cento considera immotivata la concessione di alloggi di servizio, per il 63 per cento sono ingiustificati i vantaggi "in natura" (macchina con autista, gratuit dei servizi, dall'elettricit al telefono), per il 62 per cento i regimi pensionistici speciali, per il 41 per cento il posto a vita dei burocrati, per il 36 per cento la durata delle vacanze degli insegnanti. Cos che alla fine un buon 47 per cento dei citoyens dichiara di non credere pi a nessuno: n stampa, n politici, n sindacati. Ma poi, se si guarda meglio in queste cifre, si scopre che ogni gruppo sociale protesta contro l'altro. la rabbia degli esclusi, non il trionfo della Repubblica. I dipendenti della SNCF, le ferrovie nazionali, se la prendono con lo sconto fiscale concesso ai giornalisti, e i miei confrres si vendicano puntando il dito contro i ferrovieri: loro viaggiano gratis (i quadri, in prima classe), e mogli e figli beneficiano di sedici biglietti gratuiti ciascuno ogni anno. Per, puntualizza la SNCF, pagano la prenotazione. Quando lo Stato va in viaggio premio

Come vedete, aveva ragione il vecchio d' Argenson, qualche secolo fa, quando paventava che i commessi sarebbero diventati i padroni. Gli alti funzionari decidono, il governo firma e il Parlamento tace. vero che, essendo quelli agricoli aiuti "delegati" dall'UE, non poteva comunque aprire bocca. Ma poi, che cosa avrebbe detto? Se l'amministrazione opaca, le assemblee legislative non paiono certo lucidate a Spic & Span. 86 Vincent Nouzille e Hlne Constanty sono due giornalisti autori di un'inchiesta dal significativo titolo Dputs sous influences (Deputati sotto influenza). E non si tratta, evidentemente, della grippe. Spiegano: "Non tutti, ma una parte non irrilevante dei deputati all' Assemblea Nazionale sono oggetto di tutte le attenzioni di gruppi industriali o associazioni d'altro tipo. Ci sono deputati multi-uso, come quello che un giorno difende gli interessi dei chirurghi, perch la sua professione, e il giorno dopo quello dei viticoltori, perch eletto in una circoscrizione ad alta produzione vinicola. Oppure un altro eletto, presidente di un gruppo di studio sull'industria chimica, sar molto ben disposto in materia, nella misura in cui la sua circoscrizione sar ben provvista di impianti chimici". Ma non si tratta di legittima difesa di interessi particolari, com' normale in tutte le democrazie? Il lobbying dopo tutto non vietato... "Eh no, qui parliamo di abusi. Si prenda un soggetto di bruciante attualit come il tabacco. Al momento dell'adozione del progetto di legge sul bando al fumo, la GSK, azienda produttrice di cerotti per smettere di fumare, ha sponsorizzato una serie di viaggi di deputati in Irlanda e in Italia, che sono pi avanti della Francia su questo terreno. Il laboratorio Pfizer ha pagato 30.000 euro per cofinanziare una giornata di colloqui parlamentari. E, nel campo opposto, i deputati contrari al divieto hanno ottimi legami con le case produttrici e con i tabaccai." Le lobby, in effetti, dovrebbero fornire materiale di riflessione agli eletti del popolo, ma sembra che in viaggio si rifletta meglio. Cos un deputato ha creato un'associazione sui trasporti pubblici che organizza tour planetari, grazie a una dotazione iniziale di 75.000 euro. La lobby 87 dei farmacisti ha scelto i Caraibi per convincere i rappresentanti del popolo a varare misure vantaggiose per la vendita dei cosiddetti "generici". E via trasvolando... Ufficialmente le lobby non hanno diritto di cittadinanza nell'augusto emiciclo dell'Assemblea Nazionale. Tuttavia qualche loro rappresentante si guadagnato, chiss come, un regolare passi con tanto di timbri e autorizzazioni. Per esempio, un ex capo di gabinetto ministeriale, divenuto pi lucrosamente lobbista per conto della BAT (British American Tobacco), si aggira ostentando il suo badge sui revers della giacca. Un altro, che fa l'assistente parlamentare di un deputato

bretone, prende per il salario da un distributore di acque minerali, ed talvolta difficile capire per quale dei suoi due datori di lavoro si stia dando da fare. Nouzille e Constanty, veri cani da tartufo sotto i marmi dell'Assemblea Nazionale, hanno calcolato che almeno un centinaio di assistenti parlamentari sono pagati dalle lobby e lavorano per loro. Pare che sia tutto legale, ma sotto il profilo etico? Il celebrato esprit de finesse nazionale non ne sembra affatto disturbato. A maggior ragione, chi mai potr criticare i viaggi a sbafo di chi comunque per lavoro sta sempre tra le nuvole? Air France, si sa, stata privatizzata, e la sua - nell'ultimo decennio - una storia di successo. Ma le vecchie abitudini da settore pubblico, i famosi "diritti acquisiti", sono duri a morire: i suoi dipendenti volano in "GP" (che vuol dire gratuity passenger), pagando i biglietti per i viaggi privati appena il 10 per cento della tariffa pi bassa. Ma, se non altro, il management si preoccupato che la prenotazione di questi voli speciali non tenga il personale inchiodato al telefono, e ha messo a disposizione dei dipendenti un sitoweb specifico, "GP Net". E poi si lamentano dell'efficienza alla francese... L'elenco dei privilegi continua con l'elettricit semigratuita per chi lavora all'EDF e il telefono a prezzi stracciati per gli impiegati di France Telecom. L'obiezione pi diffusa in Francia a chi critica il costo e la dilatazione eccessivi del settore pubblico, che per funziona bene. Ma sar vero? La "grandeur" finisce in bolletta Non c' che dire. Quando Iolanda e io ci installiamo nel cuore dell'inverno (e quello 2005-06 a Parigi stato severo) nel nostro appartamento di rue Marbeuf, ci accoglie un tepore materno. Tra richiesta d' allaccio e installazione passato qualche giorno, ma il gas fluisce benefico nella nostra caldaia autonoma mentre fuori nevica e tira vento. Un vento gelido arriva dentro casa giusto un mese dopo, con la consegna della prima bolletta di GDF, ovvero Gaz de France. Per tre settimane di consumo pi l'allaccio, oltre 900 euro! Parbleu, non pu essere! Chiamo il numero verde ed espongo le mie ragioni. Dall'altra parte del filo una gentile signorina (non sempre se ne trovano) risponde che in effetti si tratta di un consumo presunto basato sulle bollette del precedente inquilino. E io cosa c'entro, scusi?! Ha ragione, mi consola lei, ma se non paga le tagliamo il gas. E i miei soldi? Glieli rimborseremo alla prima lettura effettiva del contatore. Quando? "I nostri esattori passano due volte l'anno, per la prossima bisogna aspettare agosto". Devo esigere un colloquio con il capo turno, e far pesare tutta la mia vaga autorit di direttore 88 89 della RAI a Parigi, per ottenere che - a mie spese - venga qualcuno a leggere il contatore. A Londra mi avrebbero chiesto di farlo da me e

comunicare le cifre per telefono. Ma si sa, quegli stupidi inglesi si fidano dei cittadini, e non hanno mica un'amministrazione cos efficiente... A ogni modo, dopo un mese la cifra che ho pagato in eccesso (oltre 600 euro) mi viene accreditata sul conto in banca. Giusto in tempo per la nuova bolletta, stavolta poco pi di 400 euro: diavolo, in primavera? Mi attacco al telefono, e ricomincia la stessa storia: consumo presunto, lettura effettiva, rimborso tra qualche tempo. agosto quando riprendo i miei soldi. Non vorrei infierire, ma su scala - per fortuna - molto pi ridotta lo stesso problema ha afflitto i miei primi rapporti con Electricit de France. Disguidi? Errori che capitano? Pu essere, ma nel caso specifico i mitici servizi pubblici francesi hanno rivelato un'allarmante coazione a ripetere. Senza nemmeno una parola di scuse. Si coglie, nei commenti della stampa e dell'opinione pubblica, una soddisfazione malcelata ogni volta che oltre Manica un treno finisce fuori dai binari. come una conferma indiretta, ancorch luttuosa, della superiorit del cosiddetto "modello francese" rispetto a quello degli odiati rosbifs. Ora, nessuno vuole o pu negare che quella dei treni sia stata la peggio concepita, e ancora peggio realizzata, tra tutte le privatizzazioni della Thatcher. In mancanza di consistenti finanziamenti pubblici la rete ha finito per invecchiare: i binari sono diventati insicuri, i vagoni sporchi e arrugginiti. Proprio mentre la Francia affidava ai suoi TGV avveniristici e ultraveloci il compito di diffondere nel mondo la residua grandeur. I francesi hanno dunque tutte le ragioni di segnare su questo terreno un punto di vantaggio. Ma come mai i funzionari della Repubblica sono tanto distratti di fronte a un altro genere di problema l' amianto -che qui provoca una vera e propria ecatombe, con molte pi vittime del cancro di quante ne ammazzino i treni inglesi? Parigi giubila segretamente quando i black-out elettrici paralizzano New York o Londra. Se succede nella capitale francese (estate 2006), state tranquilli che colpa dei vicini tedeschi. Non pu certo dipendere dall'EDF, che viene orgogliosamente indicata come il pi grande produttore di elettricit al mondo. Giusto, a parte il dettaglio che la sua stazza non deriva dall'efficienza ma da un mercato domestico ultraprotetto. Ne sa qualcosa l'italiana ENEL, che si rotta i denti quando ha cercato di entrare nel recinto dell'Esagono. Eppure, in Italia l'EDF stata lasciata libera di fare i suoi affari (controlla Edison) e in Inghilterra ha potuto tranquillamente acquistare London Electricity, fornitore britannico di elettricit e gas: ottimo affare, quest'ultimo, per il gigante francese, che spende per il personale oltre Manica appena il 10 per cento del suo bilancio, contro il 25 per cento ingoiato dai dipendenti EDF. L' orgoglio gallico si rispecchia compiaciuto nei suoi servizi pubblici indicati come i migliori del pianeta. Ma, come si visto, non esenti da

errori: e purtroppo non sempre incruenti. A Mulhouse, nel 1999, diciotto persone hanno perso la vita per un'esplosione di gas. Gaz de France aveva annunciato il cambio di tutte le condutture entro il 2000, ma gli operai avevano "dimenticato" i cento metri di rue de la Madre: i lavori per quel tratto sarebbero costati 1900 euro. E, come denuncia l'Associazione delle vittime, l'ammodernamento della rete era gi stato realizzato 90 91 nella strada vicina addirittura nel 1995, ma qualcuno poi aveva deciso che non era il caso di andare oltre. Insomma, costare di pi non significa necessariamente funzionare meglio. E in ogni caso il costo crescente del settore pubblico sembra ormai una bomba a orologeria sotto l'economia francese. La spesa pubblica grava per il 54 per cento sul prodotto interno lordo, 7 punti pi dell'Italia e addirittura 13 punti in pi rispetto alla media dei paesi dell'OCSE. Un misto di grandeur e convenienza impedisce ancora ai cittadini della Rpublique di avvertire la pesantezza insostenibile della loro burocrazia. Chi se la sente di attentare a un "modello" che esalta la solidariet oltre gli egoismi di classe? Tutti i politici hanno sinora rinculato, e in fin dei conti la Francia di questo ventunesimo secolo, per quanto depauperata, non certo alla vigilia di una rivoluzione. vero, per quella del 1789 bast molto meno. Ad affondare il bilancio statale, si sa, fu l'appoggio alla guerra d'indipendenza americana. Ma i sanculotti di Parigi si convinsero che la ragione della loro miseria stava tutta nelle enormi spese della Corte, che funzionava allora come una macchina di consenso riservata alle classi che contavano. Eppure, a dispetto di tutte le prebende largite agli aristocratici, le spese folli di Luigi XVI per Maria Antonietta, lo scandalo della collana di diamanti, il tesoro ingoiato dai principi di sangue, insomma con tutto quel che costava ai francesi del tempo, la reggia di Versailles - assicurano gli storici - non pesava per pi del 5 per cento sul bilancio pubblico. Una frazione dei costi dello Stato padrone di oggi. Ma escluso che qualcuno marci contro l'odierna Versailles della burocrazia: un lavoratore francese su quattro gi accampato li dentro. 6 La Repubblica degli assistiti "VIVA le tasse", titolava a tutta prima pagina lo scorso febbraio il quotidiano Libration. Difficile poi stupirsi che le vendite della buona, vecchia Lib vadano a rotoli, e che anche l'ultimo mecenate, il barone Rothschild, si sia stancato di gettare soldi al vento. Si pu essere popolari con simili parole d'ordine? Ebbene, stupitevi, ma in Francia pu accadere. Stavolta, dietro il titolo provocatorio dell'ex giornale dell' ultrasinistra c' una fetta di opinione pubblica convinta che la campagna per la

diminuzione delle imposte, sottoscritta timidamente dalla destra di Sarkozy, sia pura demagogia. Libration si limitata a rilanciare una petizione in favore delle tasse firmata da nomi di rilievo, primo fra tutti Jacques Delors. S, proprio lui, l'ex presidente dell'Unione Europea, il socialista riformista che pi si dato da fare per svecchiare la gauche dell'Esagono. Ma le tasse, no: quello un tab. Il perch lo spiegano benissimo gli stessi sottoscrittori dell'appello, pubblicato in prima battuta dal periodico 92 93 Alternatives Economiques: "Noi tutti, assoggettati all'imposta sul reddito e, per alcuni di noi, all'imposta di solidariet sulla fortuna [in pratica la patrimoniale, N.d.A.], consideriamo questi prelievi come legittimi e siamo fieri di portare cos il nostro contributo alle spese pubbliche necessarie al progresso, alla coesione sociale e alla sicurezza della nazione". Pu qualcuno dissentire da questi nobili propositi? Ovviamente no. Il guaio che, a dispetto di un comportamento tanto altruistico, nemmeno una pressione fiscale al 44 per cento del PIL - quattro punti sopra la media europea - basta a contenere la crescita del debito pubblico. Sicch, in poche parole, "progresso, coesione sociale e sicurezza" dei francesi di oggi sono pagati semplicemente mandando in bancarotta quelli di domani. Be', in verit anche tra quelli di oggi parecchi dei pi locupletati non sono d'accordo a versare ogni anno nelle casse statali l'equivalente di sei mesi di lavoro, se non di pi. Il fenomeno degli ultimi mesi, inusuale per un paese come la Francia, la fuga fiscale di massa. Il caso Cocciante sembra avere messo le ali alla bella gente dell'Esagono. L'autore del musical Notre-Dame de Paris, successo mondiale, ha gi cercato rifugio in Irlanda. Nonostante ci, il ministero delle Finanze lo ha trascinato dinanzi al tribunale, chiedendo 6 milioni di euro di imposte arretrate. Ma all'epoca vivevo a Montecarlo, s' difeso lui. Figuriamoci, Monaco per il governo di Parigi solo un comunello di Provenza, la sua sovranit poco pi di una finzione. Poich l'artista non ha pagato, lui e la moglie sono stati condannati in contumacia a dieci mesi senza la condizionale. Se la severit voleva essere d'esempio alle celebrit, il risultato stato opposto. La grande fuga si accelerata. Svizzera e Belgio le mete preferite. Nelle Fiandre le due cittadine di Courtrai e Nchin, giusto oltre il confine francese, sono diventate il rifugio degli imprenditori miliardari con passaporto francese. I posti non hanno certo il glamour di Montecarlo, ma presentano un vantaggio: sono sull'autostrada tra Bruxelles e Lille, e la grande citt francese a soli venti minuti. Una legione di capitani d'industria si sposta sull'autoroute a quattro corsie: la mattina vanno a lavorare in Francia, dove hanno lasciato le loro imprese, la sera tornano a casa in Belgio.

Courtrai e Nchin sono rifugi per benestanti. Fissare la residenza in questa piatta campagna fiamminga permette ai grandi ricchi di sfuggire all'ISF, l'Imposta di Solidariet sulla Fortuna, vero incubo per i patrimoni francesi. Secondo l'economista Christian Saint-tienne, che ha stilato un dettagliato rapporto per il Consiglio di Analisi economica, in quindici anni pi di 10.000 industriali hanno lasciato l'Esagono e hanno in questo modo "delocalizzato" tra i 70 e i 100 miliardi di euro. Se fossero rimasti in Francia, pagherebbero tasse sul reddito per almeno 7 miliardi di euro: il doppio di quanto versato l'anno scorso come patrimoniale da oltre 450.000 contribuenti francesi. Questa benedetta ISF, fa capire lo studio, non per caso insensata? Ma Parigi non ci sente, perci chi pu fugge. Gli unici costretti a rimanere - il caso di dire - in campo, sono i calciatori: obbligati ad avere la residenza dove giocano, e quindi a pagare le tasse al fisco francese. Ma le altre star, tutte via. La riva settentrionale del lago Lemano diventata il rifugio preferito di tennisti e piloti, stelle di oggi come la celebrata Amlie Mauresmo, e di ieri94 95 Alain Prost, Yannick Noah, Guy Forget, Jean-Claude Killy. Alain Delon perfino diventato cittadino elvetico. E pure Anne-Marie Mitterrand, moglie di un nipote del presidente socialista scomparso, ha preferito trasferirsi da quelle parti. Non parliamo degli industriali: Peugeot, Bich, Defforey, Chandon (quelli del MoCt). I Mulliez (gruppo Auchan) hanno invece preferito il Belgio: un'anonima fattoria a Nchin, ma per fare la spesa vanno nel loro primo ipermercato, a cinque minuti dall'altra parte della frontiera. Per i tycoon la logica semplice. Finch lavorano, le azioni delle loro aziende non sono imponibili, ma con la pensione arrivano i guai. Meglio squagliarsela in tempo. I pi giovani, invece, preferiscono Londra. Fisco meno esoso e maggior facilit per chi vuole lanciare un'impresa o far carriera nel mondo finanziario. Si calcola che i francesi installati nella capitale britannica siano ben 200.000. Gli inglesi a Parigi appena 7000. Una sproporzione che vorr ben dire qualcosa... Ma la bomba scoppiata quando pure un simbolo nazionale come Johnny Hallyday ha tagliato la corda. Stufo a sua volta di finanziare la "coesione sociale", il cantante pi famoso di Francia ha raggiunto nel paradiso svizzero di Gstaad una gi numerosa popolazione di star francesi, da Daniel Auteuil a Emmanuelle Bart, da Charles Aznavour a Christian Jacq, lo scrittore dei faraoni. A quel punto ai socialisti, anche ai seguaci di Sgolne che fanno professione di fede blairiana, sono saltati i nervi. Arnaud Montebourg, portavoce della candidata (prima di essere "dimissionato" per una disastrosa gaffe sul di lei compagno Hollande) ha addirittura scritto un articolo per paragonare 96

gli espatriati fiscali ai nobili emigrati con i Borboni durante la Rivoluzione. Di pi, ha invitato l'Europa a combattere la Svizzera e gli altri paesi troppo permissivi dal punto di vista fiscale: "Grazie alle basse aliquote sui profitti delle societ, il governo di Berna sfila almeno 32 miliardi di euro l' anno agli altri paesi del continente". Apriti cielo. Gli svizzeri stizziti hanno piuttosto invitato i vicini a mettere ordine in casa loro. In attesa di vedere di nuovo marciare gli "straccioni di Valmy", questa volta contro la Confederazione Elvetica, si deve registrare che la querelle fiscale tornata a dividere destra e sinistra come ai vecchi tempi. Mentre Sgolne, sostenuta in questo da tutto il Partito socialista, ha invocato misure draconiane pur di difendere l'ISF, il rivale Sarkozy ha invece promesso l'abolizione della tassa di successione e una riduzione di quattro punti della pressione fiscale. Si vedr, ma intanto le tasse si sono rivelate sdrucciolevoli pure per la candidata socialista. Si saputo, infatti, che pure lei e il suo compagno pagano la tassa sulla fortuna, che in Francia una specie di stigmata sociale alla rovescia. Se la paghi vuol dire che sei ricco, e per una gauche ancora rigidamente classista come quella francese quasi un neo sulla fedina di un candidato socialista all'Eliseo. La verit che la soglia imponibile appare piuttosto bassa, 750.000 euro: bastano un appartamento modesto a Parigi e una villetta al mare - il caso della coppia Sgolne-Hollande per superarla. Accade - l'abbiamo visto - a 450.000 francesi, che nella quasi totalit restano a casa e pagano. I ricchi veri se la filano oltre frontiera, ufficialmente al ritmo di uno al giorno, ma in realt - pare molti di pi. Fra i 300 maggiori 97 patrimoni di residenti in Svizzera, almeno 30 sono francesi. Nemmeno il generale De Gaulle riuscirebbe a riportarli in patria. Tutti Don Chisciotte, ma paga Pantalone Le tasse per ora non scendono, ma in compenso sale il debito. I lettori, che anche da noi non ne possono pi di sentir parlare di deficit statale, mi odieranno, o forse si sentiranno consolati dal paragone con i lontani parenti d'Oltralpe. Perch l'Esagono ci si avvicina a passi da gigante. Dal 1980 il debito pubblico cresciuto ben cinque volte, fino a raggiungere l'astronomica cifra di 1,1 trilioni di euro. Equivale oggi al 66 per cento del prodotto interno lordo (contro il 42 per cento della Gran Bretagna), e questo senza calcolare il fardello del disavanzo pensionistico. A dispetto di un paio di miniriforme, la Ragioneria generale stima che il deficit totale di welfare e sanit oltrepasser nel 2009 i 37 miliardi di euro. "Se non si fa nulla, il debito pubblico raggiunger il 100 per cento del PIL entro il 2014 e il 200 per cento entro il 2032", prevede Michel Pbereau, presidente della banca BNP Paribas. "Negli ultimi venticinque

anni, ogni volta che si presentato un nuovo problema, il nostro paese ha risposto aumentando la spesa." Che pesa oggi per un 54 per cento del PIL, contro una media OCSE del 41 per cento (in Italia, pari al 48 per cento). L'ultimo caso, qualche mese addietro. La legge che si accinge a sancire il diritto di tutti a un alloggio garantito dallo Stato il risultato di una battaglia generosa che hacommosso tutto il paese, e perfino quei cuori di pietra dei giornalisti anglosassoni. Non a caso, del resto: giacch protagonisti sono stati i senzatetto di Parigi sostenuti da un gruppo autodenominatosi, con forte senso teatrale, "I Figli di Don Chisciotte". Infatti questi cavalieri lanciati contro i mulini a vento erano guidati da un talentuoso giovane attore, Augustin Legrand, fondatore con il padre e il fratello dell'associazione "Les Enfants de Don Quichotte". Agli inizi di novembre 2006 il giovane Augustin, che evidentemente se ne intende di comunicazione di massa, si trasforma volontariamente in un SDF, sans-domicilefixe: con due amici va a vivere per strada, e comincia a raccogliere le testimonianze dei sans-abri, i senzatetto, che poi diffonde attraverso Internet. A met dicembre un accampamento di cento tende rosse spunta sui due lati del canale Saint-Martin, angolo incantevole di Parigi contornato da palazzi esclusivi. Ma stavolta, invece di chiamare la polizia per allontanare le sgradite presenze, i ricchi borghesi scendono dai loro lussuosi appartamenti e vanno a passare a loro volta la notte sotto le tende accanto ai clochards. Natale. La Francia si commuove. Le elezioni incombono, e Chirac non ha ancora deciso se ricandidarsi o no. Nel dubbio, va in tv per gli auguri di fine anno e riesce a infilare la promessa di un alloggio decente, in tempi rapidi, per i 100.000 francesi costretti a vivere per strada. Senzatetto e figli di Don Chisciotte smobilitano, mostrando di prendere sul serio l'impegno di Chirac, sebbene sia identico a quello pronunciato alla vigilia delle presidenziali di dodici anni fa. I media si rallegrano perch ancora una volta ha vinto la solidariet. Il "modello francese" 98 99 conferma il suo carattere sociale, e lo Stato - come al solito - allarga i cordoni della borsa. Per una giusta causa, si dir. Non c' dubbio. Solo che la lista delle giuste cause in Francia particolarmente lunga. Per esempio, una giusta causa Paris-Plage, cio la spiaggia di Parigi che il Comune, auspice il sindaco Bertrand Delano, "costruisce" ogni anno ad agosto sulle rive della Senna? Migliaia di tonnellate di sabbia trasportate da lontano, bagnini, personale di servizio, guardie, animatori. Si divertono i bimbi che restano in citt, i giovanotti sfaccendati, qualche signora esibizionista prende il sole in topless, dai che c' la televisione... Quanto costa questo giochino alla municipalit della capitale? Perch invece non dirottare queste risorse verso i bisogni reali dei senzatetto? Non bastano

le annuali Notti Bianche a distrarre -paga sempre Pantalone - i buoni borghesi di Parigi? Non pensiate del resto che i clochards siano del tutto staccati dalle mammelle di questo Stato-mucca. Mentre smonta la tenda lungo il canale Saint-Martin, Jean-Luc, cinquantasei anni e da trenta una sacca sulle spalle come casa, fa un po' di conti: "Immaginiamo che uno abbia un affitto di 300 euro e una allocation logement [indennit per la casa, N.d.A.] di 217 euro. Vuol dire che deve pagare la differenza, pi il gas e l'elettricit, e ancora mangiare e vestirsi, con i 380 euro dell'RMI [il minimo sociale, N.d.A.]. Non ce la si fa". Verissimo, ma nel suo ragionamento Jean-Luc ha confermato che pure lui, vagabondo, pu contare su almeno qualcuna delle tante indennit che accompagnano i francesi dalla culla alla tomba e rendono la vita un po' meno amara. Non c' nessuno in Francia, dai pi ricchi ai pi umili, che non benefici di qualche forma di aiuto statale. La selva di sigle appare ai forestieri misteriosa come una foresta incantata: CMU, AGED, impiego-giovani, contributi famigliari, APA, prepensionamento, indennit rientro scolastico, assegno vacanze, aiuto personalizzato per l'alloggio, indennit genitore single, RMI... Quest'ultimo il minimo sociale fornito dallo Stato a chi non abbia altri mezzi di sostentamento. da apprezzare una societ che si preoccupa dei suoi ultimi. Ma giusto farlo anche quando questi hanno partner perfettamente in grado di mantenerli? L'RMI ha certamente permesso di sopravvivere dignitosamente a migliaia di persone che attraversavano un momento difficile.'Ma ha anche il suo lato negativo. Rischia anzitutto di demotivare la gente. Una coppia disoccupata che riceva due RMI finisce per guadagnare di pi che lavorando, soprattutto a salario minimo. Allora, per spingere gli svogliati verso il lavoro, si dovuta inventare l'indennit d'occupazione, comunque insufficiente, perch in certi casi si finisce col prendere solo 2-300 euro in pi lavorando a tempo pieno. La "coesione sociale", invocata da coloro che in suo nome sono pronti a pagare alte tasse, comporta anche che viva a spese dello Stato chi non veramente senza mezzi? Dopo qualche decennio l'interrogativo sembra essersi affacciato alla societ francese, se perfino i due principali antagonisti delle presidenziali, il "destro" Sarkozy e la "sinistra" Sgolne, se lo sono posto pi o meno negli stessi termini. Le ricette ovviamente divergono, ma 1' analisi sembra comune: non giusto che un lavoratore retribuito con un basso salario, spesso quello minimo, guadagni 100 101 meno di chi campa sull'assistenza pubblica. Per Sarko la soluzione sta nel legare il beneficio del welfare a una qualche forma di lavoro nell'interesse generale. Per Sgo nella creazione dell'ennesima

indennit, di "solidariet [ancora! N.d.A.] attiva", insomma un incentivo finanziario a riprendere a lavorare, destinato poi a decrescere nel tempo. Un incentivo per lavorare? In un paese dove la disoccupazione rimane bloccata tra 1'8 e il 10 per cento? Qualcosa non torna, nel welfare parigino, a meno che i francesi non siano diventati inavvertitamente un popolo di fannulloni. Lavorare pochi, lavorare poco Che nell'Esagono non ci si ammazzi pi di lavoro ormai una verit incisa nelle statistiche. Anche in questo caso sono i numeri indubitabili dell' OCSE a stabilire la classifica di chi lavora di pi, e chi meno, in Europa. Sull'arco dell'anno noi italiani - complimenti - siamo quelli che possono vantare il maggior numero di ore lavorative: 1791, seguiti a ruota dai britannici con 1672 ore. I francesi si piazzano al penultimo posto, con 1535 ore. Dietro di loro solo i tedeschi, con 1435 ore. I cugini gallici non sono per tanto pigri quanto sembra, perch la classifica di produttivit oraria li vede ancora in testa, di un'incollatura rispetto agli altri europei e perfino sugli americani, ma di quasi il 50 per cento rispetto a noi italiani. Allora perch l'economia francese perde costantemente terreno? un dato, questo, che nemmeno il pi sospettoso degli osservatori transalpini, del genere che intravede dietro ogni angolo complotti anglosassoni, pu negare. Il PIL., francese stato superato, di un buon 5 per cento, da quello britannico (sebbene i due paesi abbiano pressappoco la stessa popolazione): trent'anni fa, negli anni Settanta, era il contrario, e l'economia isolana misurava appena tre quarti di quella gallica. Ma non solo il confronto con l'eterno nemico rosbif che va male. In termini di ricchezza pro capite negli ultimi venticinque anni la Francia scivolata dal settimo posto nel mondo al diciassettesimo. Nel 2005 l'Indice delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano, pur apprezzando sanit e welfare nell'Esagono, lo ha collocato comunque al sedicesimo posto, gi dall'ottavo occupato nel 1990. Non c' abbastanza gente a lavorare, e quella che c' non lavora abbastanza. Risultato, il tasso di crescita annuale della Francia negli ultimi dieci anni stato costantemente sotto la media dell' OCSE. Certo, non tutti i francesi conoscono nel dettaglio queste cifre, ma tutti ne avvertono pi o meno distintamente gli effetti. E il risultato una societ spaventata, nervosa, oscuramente consapevole di non avere pi un futuro garantito. Secondo un sondaggio realizzato il 6 dicembre 2006 dall'Associazione Emmaus, il 48 per cento dei francesi pensa che sia possibile "che diventino un giorno dei senza fissa dimora", dei clochards. Purtroppo questi timori non appaiono del tutto infondati. Un'indagine dell'INSEE, l'Istituto Nazionale di Statistica e di Studi, fissa addirittura a 800.000 il numero dei connazionali che a un certo punto della loro vita

si sono trovati nella condizione di senza-domicilio-fisso. Quelli al momento sulla strada, come abbiamo visto, sono valutati 102 103 tra 90.000 e 100.000, e almeno 17.000 sono i bambini. Uno spaventoso isolotto di povert che galleggia sulle acque d'oro della Senna. Dormire sotto i ponti, mangiare la zuppa della carit, conquistare ogni tanto un letto decente nell'ostello dei poveri. "Bisogna aggiornare", afferma Marie-Thrse JoinLambert, ex presidente dell'Osservatorio nazionale sulla povert e l'esclusione, "l'immagine tradizionale del grognard, quel pregiudizio popolare che lo voleva un pigro parassita. In realt, colpisce l'eterogeneit di questa popolazione. Ci sono persone sole e senza lavoro, in gran parte uomini, e sono la maggioranza, quasi il 50 per cento. Un 20 per cento rappresentato da un gruppo pi giovane, con diploma e lavoro, ma senza alcun vincolo famigliare. Il terzo gruppo, pi consistente, rappresentato da donne, accompagnate, per i tre quarti, da bambini piccoli". Ubriaconi? Non pi del resto della popolazione. Anzi, piuttosto il contrario. Spiegano i sociologi che la paura concreta di scivolare in questa condizione ha modificato anche in profondit la relazione con il lavoro. Spiega Jacques Robin, uno dei fondatori della rivista Transversales Sciences/Culture: "L'instaurarsi di una disoccupazione di massa, a partire dalla prima crisi petrolifera negli anni Settanta, fa sviluppare una concezione del lavoro non pi identitaria ma assicurativa: non conta ci che si fa, anche per definirsi rispetto agli altri, ma bisogna restare a tutti i costi un `insider' per non passare dall'altra parte dello specchio, dove il peggio potrebbe prodursi". La svalutazione del lavoro si accompagna alla perdita della speranza, e anche in questo caso i numen alimentanole angosce. Il 44 per cento di chi perde il posto non ne ha ancora trovato un altro allo scadere dell'anno (contro appena il 6 per cento degli americani). Si capisce meglio perch i francesi siano cos gelosi della loro assicurazione sociale, per quanto alto ne sia il costo. Imposte e balzelli pagati oggi potrebbero rivelarsi domani la zattera di salvataggio. 105 104 7 Aiuto, i fondi si comprano gli Champs-lyses! LEILA ha ventisette anni e fa il mestiere principe del commercio in Francia: la cassiera. Infatti si dice "fiera" di esserlo, nel suo ipermercato Carrefour nella regione parigina. In realt per lei sembra che tutti i lavori si equivalgano: "Quel che conta un contratto, una paga che arriva puntuale, dei clienti generalmente cortesi". Questo un posto che

ha trovato nel settembre 2006, e non per sempre. Il contratto durer dieci mesi, ma lei si sente fortunata, perch prende il salario minimo, lo SMIC (circa 1250 euro), mentre ci sono colleghe "che vivono con appena l'85 per cento dello SMIC, solo perch hanno ancora un contratto di apprendistato e meno di ventisei anni". Anche Leila viene da parecchie esperienze precarie - cameriera in un fast-food, donna delle pulizie in un ufficio -, poi si sposata e ha smesso di lavorare alla nascita del figlio, che oggi ha quattro anni. Con gli orari che fa all'ipermercato, riesce a vedere il bambino non pi di un'ora al giorno, prima che vada a scuola: "Possibile che una madre che lavora non possa vedere il figlio diventare grande?" 107 Leila appartiene al secondo cerchio di quel mercato del lavoro a due velocit che il prodotto dell'infelice connubio tra disoccupazione strutturale ed eccesso di protezione del welfare. Prima ancora di portare sul banco degli accusati la famigerata legge sulle 35 ore settimanali, ci sono parecchi altri imputati da giudicare. Il contratto collettivo di lavoro uno di questi. Quello per i parrucchieri conta ben 144 pagine di commi e codicilli, ma quello di fornai e pasticceri che assume una dimensione epica: 480 pagine. Ovviamente molte di queste regole sono simili a quelle di quasi tutti i paesi occidentali, e provvedono garanzie e tutele per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Ma in alcuni casi l'unico obiettivo impedire alla gente di lavorare, anche se lo vuole. Ha fatto scalpore il caso del grande emporio di Louis Vuitton sugli Champs-lyses, il flagshop della celebrata firma di pelletteria sulla maggiore via commerciale di Parigi. Uno dei tanti regolamenti adorati dai francesi stabilisce che di domenica possano rimanere aperti solo gli esercizi commerciali dedicati alla ristorazione o alle attivit ludiche e culturali. E infatti boutique, atelier e templi della moda, che folle di orientali vengono appositamente a visitare, rimangono sbarrati nella giornata di festa. Vuitton, astutamente, ha allestito all'ultimo piano, il quinto, del suo maestoso palazzo una mini-libreria e uno spazio espositivo, che ogni domenica vengono gratuitamente aperti al pubblico come una normale galleria. Solo che per ammirare l'eventuale mostra fotografica o la personale di un certo artista, i visitatori devono attraversare tutto il negozio, regolarmente aperto, e nella maggior parte dei casi 108 si trattengono pi a lungo ad ammirare e comprare borse e scarpe piuttosto che libri e quadri. La soluzione accontenta tutti. La grande azienda del lusso moltiplica i profitti. Il sindacato interno soddisfatto perch l'apertura domenicale assicura trecento posti di lavoro. I dipendenti intascano le maggiorazioni da lavoro festivo. Ma le centrali sindacali friggono: non sia mai che le

tavole della legge siglate dalle confederazioni vengano stracciate da padroni e lavoratori che vogliono solo guadagnare! Dov' finita la legalit repubblicana? Trascinata in tribunale, perfino la potenza Vuitton (che appartiene all'uomo pi ricco di Francia, Bernard Arnault) perde il primo match. Si attende il ricorso, e i dipendenti tremano pi del principale: se la domenica si chiude, settanta persone andranno a casa. 35 ore, ma non una vita di piaceri La parabola Vuitton ripropone in un singolo caso il dilemma e il dibattito innescati su scala nazionale dalla famosa legge sulle 35 ore di lavoro settimanale, invece delle 39 standard, ma con lo stesso salario. il regalo che l'ex ministro socialista Martine Aubry ha lasciato ai francesi prima che le elezioni del 2002 mandassero a casa il governo Jospin. Perch 35 ore, invece che 36 e mezzo o 37, non chiaro, anche se i maligni sostengono che la scelta sia dettata soprattutto da scelte di comunicazione, piuttosto che da valutazioni economiche: un bel numero tondo fa pi effetto. Ma sui risultati della legge ci sono meno dubbi. Perfino la socialista Royal ha detto pubblicamente che 109 bisognerebbe cambiarla, perch in realt offre ai lavoratori pi disagi che vantaggi, ma poi ha dovuto rimangiarsi la parola dinanzi alla reazione indignata dei santoni del PS. Di fatto le nuove norme hanno procurato dei gran mal di testa tanto agli imprenditori quanto ai dipendenti. Per spalmare l'orario pi corto sull'arco di un anno, molti impiegati nel settore terziario hanno ottenuto tre settimane in pi di vacanze pagate, da aggiungere alle cinque gi previste dal contratto. Per loro un eccesso di tempo libero, per le aziende la difficolt di rimpiazzare uno staff spesso lontano. Gli imprenditori lamentano che anche le 35 ore abbiano incentivato l'assenteismo. Mancano i dati sul settore privato, ma quelli che arrivano dall'area pubblica sono alquanto preoccupanti. Tra gli impiegati delle amministrazioni locali, per esempio, il tasso di assenteismo cresciuto di quasi il 30 per cento tra il 1998 e il 2004. Ma bisogna riconoscere che in qualche modo le 35 ore hanno contribuito all'occupazione: fioriscono infatti le agenzie di servizi incaricate di controllare se i dipendenti non si trovano al loro posto di lavoro per una ragione valida. Nessuno invece in Francia sa dove dovrebbe trovarsi il luned di Pentecoste. Libration l'ha ufficialmente battezzata "la giornata pi stupida" dell'anno. Per carit, massimo rispetto per i Santi, ma il fatto che il luned di Pentecoste diventato qui il giorno del gran caos. La festivit tradizionale stata trasformata nel 2004, per volere dell'allora premier Raffarin, nella giornata della solidariet con gli anziani e i disabili. L'iniziativa fu generata dalla tragica estate del 2003, quando 15.000 persone gravate dagli anni o da un handicap furono uccise dal gran caldo. Da qui l'appello a uno sforzo di generosit: lavorare a

Pentecoste e devolvere la giornata di salario al finanziamento di misure per aiutare i pi deboli. Idea buona, come il ricavato: 2 miliardi di euro. L'applicazione, un fiasco. Gi al secondo anno crescono i mugugni, e per tacitarli il governo de Villepin ne fa una giornata festiva, ma lavorativa. O viceversa. Di fatto, la maggior parte dei servizi pubblici - scuole, poste, uffici restano chiusi, e gli impiegati a casa. Lo stesso per gli operai delle grandi imprese. Ma i salariati delle piccole e medie aziende timbrano regolarmente il cartellino senza sapere a chi affidare i figli rimasti senza lezioni. La grande distribuzione funziona, ma i trasportatori che dovrebbero rifornirla sono invece obbligati a restare fermi. Per i trasporti su strada vale infatti il divieto dei giorni festivi, e anche treni e aerei viaggiano a orari ridotti. In breve, la Francia si muove al rallentatore. E il principio pi caro ai francesi, la solidariet sociale, genera la baraonda di Pentecoste che i commentatori assimilano a una commedia ubuesca, richiamandosi al celebre re del-l' assurdo. Finisce cos che tra divieti di lavorare, anche se uno vuole, ed eccesso di protezione per chi un impiego ce l'ha, la creazione di nuova occupazione un'impresa. Spaventati dal costo del lavoro fisso, i titolari d'azienda preferiscono fare ricorso a contratti a breve termine. Vale a dire proprio quel genere di lavoro precario che la legislazione cerca in tutti i modi di evitare. Due terzi dei nuovi impieghi creati nel settore privato nella seconda met del 2006 sono precisamente di questa natura. Aveva ragione de Villepin, che a quanti denunciavano la maggiore precariet prodotta dal suo CPE, rispondeva: "Gi oggi il 110 111 70 per cento dei nuovi contratti sono precari: lavoro a tempo, interinali..." Il manager di una grande catena di fast-food conferma che in Francia il numero di dipendenti per ogni punto vendita solo due terzi di quello in Gran Bretagna: per il resto, si impiega staff temporaneo, a basso costo e qualificazione. Cos qui pi che altrove si creato un mercato del lavoro a doppio livello. Su quello pi alto si trovano i fortunati detentori di un posto buono, protetto, su quello pi basso i lavoratori pi giovani e meno preparati che si barcamenano tra precariet e disoccupazione. Non sono solo loro a pagare il prezzo di questa situazione, ma l'economia nel suo insieme. Se le grandi imprese francesi in generale se la cavano benissimo, quelle piccole arrancano. I profitti delle maggiori quaranta (quotate appunto al CAC 40, l'indice di Borsa parigino) sono cresciuti del 218 per cento tra il 1995 e il 2005. Quelli delle aziende fuori listino di Borsa sono aumentati nello stesso periodo di appena il 42 per cento. In media, secondo le statistiche della Confindustria francese, sette anni dopo l'avvio dell'attivit un imprenditore locale impiega solo il

7 per cento in pi di manodopera rispetto all'inizio. In Germania il 22 per cento e in America addirittura il 126 per cento. E il sistema non riesce comunque a proteggere i livelli di vita dei garantiti. Uno studio recente di tre economisti della Sorbona, guidati dal professor Robert Gary-Bobo, ha dimostrato che dal 1981 al 2004 i docenti di collegi, licei e universit hanno perso in media il 20 per cento del loro potere d'acquisto, e i maestri di scuola il 9 per cento. Il paradosso che nello stesso periodo il bilancio dell'Educazione 112 nazionale aumentato del 18,6 per cento. I salari stagnavano ma crescevano le pensioni, i contributi sociali e, soprattutto, il numero degli insegnanti. Lavorare meno, lavorare tutti? Forse, ma anche con meno soldi reali. Il calo del tenore di vita non ha punito solo l'esercito dei docenti. Per recuperare sul declino di produttivit gli imprenditori hanno cercato di ridurre il costo effettivo di un'ora di lavoro. Cos tra il 2000 e il 2004 l' aumento medio reale delle paghe stato di appena l'1 per cento. In pratica, ogni mese i lavoratori a salario fisso si sentono strizzare il portafogli. La vita a 35 ore non sembra proprio lastricata di piaceri... Vade retro, capitalismo? "Il liberalismo, come il comunismo, una perversione del pensiero umano." Chi lo dice? Un teologo della liberazione sudamericano? Un leader no-global tendenza "black bloc"? No, Jacques Chirac, ex presidente della Repubblica francese. vero che da giovane, prima di incontrare De Gaulle, flirtava con il Partito comunista, ma l'equivalenza tra Parlamenti occidentali (incluso, si suppone, quello francese) e Soviet, tra economia di mercato ed economia dei gulag, appare un po' forte anche a chi lo trova simpatico. La riflessione chiracchiana, contenuta nelle confessioni consegnate a Pierre Pan e pubblicate nel volume Chirac, l'inconnu de l'lyse (Chirac, lo sconosciuto dell'Eliseo), fa capire bene che l' anti-liberalismo in Francia non un monopolio della sinistra. Al contrario. una mentalit diffusa, che trova i suoi campioni proprio 113 nelle file delle lite. Monsieur de Villepin, lo stesso primo ministro che si rovinato politicamente nel tentativo di liberalizzare il mercato del lavoro, aveva esordito nell'incarico con la seguente dichiarazione: "La globalizzazione non un ideale. Non pu essere il nostro destino". In effetti tutti i sondaggi confermano che i francesi sono decisamente poco attratti dalle lusinghe dell'economia di mercato. Nell'autunno del 2006 un ricerca dell'istituto GlobeScan indicava che secondo il 71 per cento degli americani il libero mercato il miglior sistema possibile. Dello stesso avviso il 66 per cento dei britannici e il 65 dei tedeschi. Pure gli italiani sono d'accordo in larga maggioranza, al 55 per cento.

Ma i francesi, no: solo una minoranza del 36 per cento apprezza il capitalismo. Come vedete, Chirac in larghissima compagnia. Da dove nasce questa ostilit gallica verso il mercato, e di conseguenza verso riforme che rendano pi efficiente il paese? Per molti osservatori questione di mentalit, il famoso "male francese" di cui parla Alain Peyrefitte. I francesi sarebbero naturalmente conservatori e riluttanti al cambiamento. Questa convinzione sembra essere nutrita dai politici al potere. Franz-Olivier Giesbert, un giornalista intimo di Chirac per pi di vent'anni, ha scritto che, traumatizzato dalle rivolte di piazza, l'ex presidente "aveva finito per convincersi che la Francia non in grado di tollerare nessuna grande riforma". Secondo l'economista Elie Cohen, membro del governativo Consiglio per l'Analisi Economica, il problema che "l'opinione pubblica ancora fortemente influenzata dalle teorie marxiste e dalla retorica dell'eguaglianza. Basta dare un'occhiata all'esame di baccalaureato. Una delle tre principali materie si chiama 'Scienza economica e sociale', e non altro che un amalgama di sociologia ed economia in pillole, impastato in un radicalismo neo-marxista". Ma forse il professor Cohen potrebbe aggiungere che le diffidenze nazionalistiche hanno un peso non inferiore. E sono pane quotidiano per l'opinione pubblica. Diamo un'occhiata al settimanale Le Point. Sul numero del 22 febbraio 2007 Claude Imbert si scandalizza giustamente per la sortita di Chirac, che sembra confermare non solo 1' antiamericanismo del leader, ma pure il suo "altermondialismo". Dopo la condanna, l'editoriale si produce in un' appassionata arringa in favore dell'Occidente, dei suoi valori, dei meriti e delle ragioni dell'economia di mercato. Questo, sullo stesso numero che dedica la copertina alle "potenze segrete che controllano la Francia: i fondi pensione e di investimento che comprano il Paese e finanziano il suo debito". Ma si tratta ancora dello stesso settimanale (di destra) o il bollettino della Lega trotzkista? Le "potenze segrete" che si sono impadronite della Francia sono, manco a dirlo, i fondi di private equity e gli hedge funds angloamericani. Per i critici, nere e minacciose come le armate di occupazione hitleriane, se non peggio. L'elenco di Le Point sembra un vero grido di dolore: "Dopo i muri del Lido, l'H'tel Crillon e gli abiti haute-couture di Emanuel Ungaro, le calzature Andr, la lingerie Aubade, i surgelati Picard, sono ora i magazzini Printemps che stanno per finire nelle mani di un altro private equity, nome dato ai fondi di investimento che ritirano le imprese dalla Borsa per venderle pezzo a pezzo". Vogliono spogliare il gallo francese - si strazia il settimanale 114 115 "senza accorgersi che gi largamente spiumato". Non forse vero che i grandi fondi pensione anglosassoni possiedono il 20 per cento dei valori del CAC 40?

Per la verit, se si aggiungono anche le partecipazioni detenute da altri stranieri, come il fondo petrolifero norvegese, quasi la met del capitale dei quaranta maggiori gruppi francesi si trova nelle mani dei fondi. Un tasso di penetrazione record in Europa, che scandalizza gli sciovinisti del "modello francese", ma dimostra che la Francia non segna affatto il passo nel processo di mondializzazione. Del resto, basta mettere piede in un qualsiasi ipermercato della catena Carrefour per rendersene conto. I clienti possono comprarci di tutto, dalle biciclette al foie gras. Sugli scaffali fanno bella figura decine di marchi di sapone per lavatrice, dozzine di qualit di yogurt, tutti i possibili gusti del brand Tropicana, e le altre migliaia di articoli che affollano ormai la lista della spesa in ogni angolo di mondo. Come consumatori, i francesi sono perfettamente globalizzati, e molti dei beni che acquistano con etichette straniere sono in realt prodotti dalle loro stesse imprese. Proprio grazie al sistema che nei sondaggi dicono di non amare. "Penso che siamo totalmente capitalistici, solo non lo diciamo", sorride Laurence Parisot, donna, giovane, e presidente della Confindustria francese. Le grandi aziende francesi non sono meno globali delle loro omologhe anglosassoni. E fanno profitti record sui nuovi mercati, dall'India alla Cina. Non c' settore produttivo in cui l'Esagono non esibisca un'impresa leader: Renault (per le automobili), Michelin (pneumatici), Lagarge (cemento), Pernod-Ricard (bevande), Danone (ci-bi), AXA (assicurazioni), L' Oral (cosmetici), Carrefour (supermercati), LVMH (beni di lusso). E si potrebbe continuare. Sodexho, un'azienda di catering, addirittura nutre l'esercito americano, come fornitore di razioni. Il presidente di AXA, Claude Bbar - che anche a capo del think-tank Institut Montaigne - dichiara soddisfatto che questi grandi gruppi realizzano l' 80 per cento dei loro profitti fuori dei confini francesi. Saranno anche loro "potenze oscure", secondo Le Point? La Francia appare insomma un paese a doppia velocit. Da una parte la corsa al profitto e all'efficienza delle grandi imprese globalizzate, dall'altra il passo da mammut del settore pubblico. Dove, tuttavia, pure si cominciano a schiudere le porte agli strumenti del diavolo, come i fondi d'investimento. Dal 2004 l'ERAFP, cio l'Istituto per la Pensione Complementare della Funzione Pubblica, ha creato un fondo per raccogliere e far fruttare i contributi obbligatori di 4.600.000 dipendenti statali. L'ERAFP una potenza. Raccoglie ogni anno 1,5 miliardi di euro, che investe in obbligazioni statali della zona euro. Da qui al 2050 le sue riserve ammonteranno a 100 miliardi di euro. E in futuro potr investirne una parte anche in azioni, fino a un massimo del 25 per cento. Ma con un solo vincolo, spiega il direttore generale Philippe

la: "Escludiamo ogni investimento nel debito di Stati che praticano la tortura, la pena di morte e l'utilizzo dei bambini nei conflitti". Sar insomma un investimento "etico". I princpi innanzi tutto. Cos deliziosamente francese. 116 117 8 Dolce vita sulla Loira L'IDEA che fuori Parigi la vita fosse pi salubre stata sempre ben presente ai sovrani di Francia, ancor prima che Luigi XIV si stancasse del tutto dell'inquieta capitale e trasferisse la Corte a Versailles. Una certa familiarit con la storia dell'Esagono non vi salva tuttavia dall'estatica sorpresa che vi aspetta dietro l'alto muro di cinta della tenuta di caccia di Chambord, sulla Loira. Il castello di Francesco I, gioiello del Rinascimento francese, una delle pi strabilianti architetture fantastiche che l'uomo abbia mai realizzato. In materia posso dichiarare modestamente di essere un intenditore, avendo esplorato un certo numero di manieri in Inghilterra, Irlanda e Scozia, fantasmi inclusi. Ma una visita sia pur breve nella valle della Loira non solo vi riconcilia con gli scostanti gallici, qui molto pi cordiali che a Parigi, ma soprattutto rammenta - anche a noi sedicenti francofobici che questa terra ha prodotto una delle pi affascinanti civilizzazioni del pianeta. La Francia sempre in guerra sapeva come godersi la pace. Elementi di civilt pi recenti, diciamo relativi all'ultimo 119 ventennio, si segnalano in verit gi prima di raggiungere la Loira, lungo la A10, l'autostrada che conduce da Parigi verso sud-ovest. Sebbene di architettura molto pi modesta, i vespasiani collocati a intervalli regolari in linde aree di sosta immerse nel verde segnalano l'attaccamento dei francesi alla buona educazione e all'igiene pubblica: che si rivela pi radicato dell'attenzione all'igiene privata, giacch - come sapete perfino le magioni pi sontuose ignorano regolarmente il bidet e confinano il WC in ignobili sgabuzzini, spesso privi di lavabo. In autostrada, invece, potete stare tranquilli. Per fare la pip non avete bisogno di passare sotto le forche caudine della cassiera in un autogrill, come da noi in Italia. E nemmeno di rischiare la vita per soddisfare l'impellente necessit ai bordi della carreggiata. A maggior ragione non si capisce perch uguale attenzione ai bisogni in senso letterale - del pubblico non si riservi a Parigi. Il cielo vi guardi da un attacco di colite se vi trovate in un qualsiasi supermercato della capitale. Se chiedete dov' la toilette a una commessa del Monoprix sugli Champs-lyses, dove accompagnavo mia moglie a fare la spesa, vi guarder come se l'aveste molestata sessualmente. Se di buon umore, vi indicher il bar fuori all'angolo. Mi sono trovato una volta nel reparto libri del grande magazzino FNAC: sei piani di merci vicino alla

stazione della metropolitana di Ternes, cinquecento metri dall'toile. C' di tutto, dallo spillo all'elefante, come si dice. Ma non una toilette. "Deve andare fuori", mi ha detto una commessa. "Fuori dove?" ho replicato esasperato, "nell'aiuola?" E lei, disgustata: "Se non riesce a vedere il gabinetto... qui davanti..." In effetti, giusto fuori dalle porte a vetri, sul marciapiede, si staglia la sagoma verde-grigia di un vespasiano. A pagamento. Sapete, una monetina nella fessura, e la porta si spalanca. Non sempre. Non nel mio caso. Una lucina gialla avverte che l'inestimabile monumento fuori uso. Per fortuna all'angolo, come a ogni angolo di Francia, c' la solita brasserie. Un caff al bancone, e gi a volo verso gli agognati sotterranei. Forse per via della birra, nei bistrot i preziosi accessori non mancano mai. In un grande magazzino, invece, niente. Si vede che lo stato dei reni dei francesi eccellente... Complimenti alla sanit nazionale, ma mai possibile che in un posto visitato ogni giorno da migliaia di persone non venga considerato come servizio indispensabile un gabinetto decente? E a quale sensato general manager, in Inghilterra o in Italia, verrebbe mai in mente di tenersi un vespasiano davanti all'ingresso piuttosto che un bagno piastrellato nel seminterrato? Domande che invier per iscritto al consiglio d'amministrazione di FNAC, ma intanto devo dire che sulla strada verso la Loira la Francia fa onorevolmente ammenda. E a Chenonceau addirittura mi stupisce. vero che questo uno dei pi bei manieri di Francia, tra Amboise e Tours. vero che per la delicatezza del gusto profusa nella costruzione, a opera in gran parte di mani femminili, anche chiamato il "castello delle dame". Ma che a noi sciamannati turisti del ventunesimo secolo venga offerto come luogo di sollievo un angolo della vecchia orangerie lastricato (anche sui muri) di nobile travertino, be', testimonia che l'arte dell'ospitalit non si spenta con le antiche padrone del castello, grandi signore di Francia. Nemmeno la regina Caterina de' Medici, che qui dava feste leggendarie 120 121 per il loro sfarzo, avrebbe profuso tanta cura nei bagni pubblici come i proprietari attuali, la famiglia Menier (la citazione valga come riconoscimento d'onore). Non so se le toilette pubbliche rientrino tra gli elementi che determinano l'Indice dello Sviluppo Umano adottato dall'ONU, ma a mio avviso dovrebbero essere considerate come uno dei fattori di valutazione del savoir-vivre, concetto ed espressione che proprio la civilt francese ha imposto (ancora grazie) al resto del mondo. Ma sopravvivono le buone maniere in Francia? Ahinoi, avendomi seguito fino a questo punto, conoscete gi la mia risposta... Confermata d'altro canto dal moltiplicarsi delle iniziative che puntano a inculcare negli ex gentilshommes e nelle ex prcieuses le basi

elementari dell'arte di vivere. Pensate, per esempio, che il 18 ottobre 2006 stata celebrata la prima Festa di Saint-Aimable, San Gentile: speriamo che diventi il protettore delle commesse... A seguire, il 5 aprile 2007, stata indetta la Giornata nazionale della cortesia al volante (appuntamento che peraltro non sarebbe inutile importare in Italia). Ma non basta. Un fabbricante di bambole ha organizzato merende delle buone maniere, per "assaggiare" che gusto hanno. Nella banlieue parigina sono nate "brigate del buongiorno". E si moltiplicano le guide pratiche di buon comportamento in tutte le circostanze. Iniziative che testimoniano proprio l'assenza di quei codici di relazione che si vorrebbero suggerire. In effetti, per quanto carente, l'urbanit appare ancora molto quotata. Il 68 per cento dei francesi, dice un sondaggio, la considerano uno dei valori pi importanti da 122 trasmettere ai figli, appena dopo il rispetto e il senso di responsabilit. Ma tutti sanno che in giro non ce n' molta: i telefoni portatili dei ragazzini che squillano in classe (e non parliamo di altri loro utilizzi come videocamere...), l'aggressivit al volante, perfino la ripresa di quella pratica medievale che sputare per strada... I francesi evidentemente se ne vergognano, se si moltiplicano le scuole di buona educazione. Per il mondo degli affari, per esempio, dove essere giudicato un business gentleman sembra aiutare nella riuscita. Ma anche nei quartieri difficili. A Montpellier, nel quartiere di La Paillade, nata una cole de la Politesse (scuola della buona educazione) che dona ai giovani svantaggiati qualche strumento per non essere snobbati e aumentare, al tempo stesso, le loro possibilit di successo. La stessa preoccupazione assale anche i ceti medi. Al punto che un' aristocratica come Nadine de Rothschild, fondatrice della scuola ginevrina che porta il suo nome, stata invitata ad aprire succursali in Francia per dispensare pure qui i suoi corsi di maintien et savoir-vivre, contegno e saper vivere. Negli anni ruggenti dei castelli sulla Loira, allora s che se ne intendevano. Tra regine e amanti, cinghiali e foie gras Sfortunatamente, persino nella valle della Francia galante, l dove il Rinascimento ha conosciuto il suo massimo fulgore gallico, dopo le due del pomeriggio non si mangia. Quando arriviamo a Chambord, al termine della galoppata direttamente da Parigi, le due sono passate da 123 dieci minuti, e l'inflessibile cameriera del ristorante ricavato in un delizioso fienile, proprio di fronte allo stagno e al castello, ci dirotta verso gli snack bar allestiti dall'altra parte dello spiazzo. Iolanta e io dobbiamo accontentarci del pi triste croque-monsieur (pane tostato con formaggio filante e prosciutto) mai assaggiato in vita nostra. Lo

mandiamo gi ricordando con nostalgia i fantastici croques che ci serviva a mezzogiorno il caff francese sotto casa a Mayfair, cuore di Londra. Alla delusione si aggiunge l'abituale irritazione per una vita contagiata, ovunque, dalla pigrizia burocratica. L accanto, infatti, un'insegna appetitosa annuncia un negozio di delicatezze della Turenna, dal pied-de-cochon alle andouillettes (salsicce di trippa), ma naturalmente il locale chiuso. il ponte d'Ognissanti, e poich anche la salumeria dipende dallo Stato, via Ente del Turismo locale, il bottegaio se n' andato in vacanza come qualunque impiegato. Ma, se lo stomaco soffre, lo spirito gode. Si suppone, senz'altro a ragione, che il progetto di Chambord sia opera del vecchio Leonardo. Re Francesco I ospitava il genio italiano poco lontano, a Le Clos Luc. E quando decise di creare un edificio eccezionale al posto del vecchio padiglione di caccia, in questi boschi ricchissimi di selvaggina, fu anche al maestro da Vinci che chiese di cimentarsi. Leonardo fece appena in tempo a realizzare il modellino, che mor, nella primavera del 1519, lasciando all'architetto Boccadoro il compito di avviare la costruzione. L'impresa dur quasi trent'anni, e si prolung ulteriormente quando il figlio di Francesco, Enrico II, decise di aggiungere l'ala ovest e la torre della cappella. Anche lui mor, nel 1559, senza riuscire a vedere i lavori ultimati. un privilegio che lasci ai posteri, e lo spettacolo rende ampiamente ragione al giudizio dell'ospite forse pi illustre di Chambord, l'imperatore Carlo V. Lo visit ancora incompleto nel 1539 e ne fu cos rapito da dichiarare: "Chambord un compendio dell'industria umana". Stava per diventare pure il teatro di una seconda restaurazione monarchica in Francia, dopo la caduta di Napoleone III nel 1870. qui infatti che si install, dopo un esilio durato quarant'anni, Enrico conte di Chambord, ultimo pretendente al trono della linea diretta dei Borboni. I francesi, traumatizzati dalla guerra perduta contro la Germania e dalla rivolta della Comune, avevano gi eletto un'Assemblea Nazionale a maggioranza monarchica. I deputati offrirono la corona all'ultimo Borbone: diventer Enrico V. Lui, confermando lo scarso acume politico degli ultimi polloni della dinastia, si impunt sulla bandiera. Il 5 luglio 1871 pubblic un manifesto che si concludeva con queste parole: "Enrico V non pu abbandonare il vessillo bianco di Enrico IV". Stracciare il tricolore per tornare ai gigli di Francia? L'opinione pubblica insorse, i monarchici persero le elezioni parziali, Enrico se ne torn in Austria e, dopo due anni di negoziato, respinse pure l'ultimo compromesso: mantenere il tricolore ricamandovi i gigli della monarchia. L'Assemblea Nazionale si rassegn e proclam la Repubblica, che nel 1930 compr Chambord dagli eredi del re mancato per 11 milioni di franchi.

Guglie, pinnacoli, frontoni e timpani, alti camini merlati, finestre ricamate, scalone a doppia rampa, archi acuti, scale elicoidali: il castello si offre come una creazione fantastica, un arabesco inciso nell'aria con la pietra, eppure124 125 come ha osservato lo storico Jean Jacquart - il frutto di "una vera e propria matematizzazione dell'architettura". Di certo Francesco I, che lo volle a costo di dissanguare il regno gi spremuto dalle guerre (per il fossato pretendeva di deviare la Loira, lo convinsero ad accontentarsi del Cosson...), era un tipo bisognoso di spazio. Il castello conta 440 stanze, 365 camini, 13 scale principali e 70 secondarie, pi un paio di terrazze che sembrano immettere direttamente in cielo. E nonostante ci, Sua Maest ogni tanto diventava melanconico. Su una vetrata della sua camera privata, impreziosita dal letto di velluto con ricami d'oro, fece incidere queste parole: SOVENTE LA DONNA MUTA OPINIONE, FOLLE COLUI CHE DI LEI SI FIDA. Massima che il figlio Enrico II non tenne in alcuna considerazione. Alla sua leggendaria amante Diana di Poitiers consegn non solo le chiavi del suo cuore ma sfortunatamente pure quelle del tesoro reale. Appena salito al trono, nel 1547, le don il castello di Chenonceau, a una cinquantina di chilometri da Chambord, dove lui teneva Corte. Diana aveva vent'anni pi di lui, ma i contemporanei testimoniano che era ancora molto attraente perfino in et avanzata, quando a pi di sessant'anni "era bella e affascinante come quando ne aveva trenta. Aveva soprattutto una carnagione bianchissima, senza alcun bisogno di belletti". E cos, lattea e ovviamente vestita da cacciatrice, la ritrae il dipinto del Primaticcio che fa bella mostra di s nella camera del re. Il sovrano la colma di favori e lei, abile amministratrice, sfrutta fino in fondo la sua posizione per accumulare denaro. Non solo dalle rendite delle tenute, dalla vendita del vino, dalle entrate fiscali. Perfino dall'imposta di 20 lire su ogni campana del regno riesce a farsi 126 assegnare la quota pi grossa da Enrico. E quella malalingua di Rabelais (che tra l'altro era della zona, vicino a Chinon) commenta tagliente: "Il re ha appeso tutte le campane del regno al collo della sua giumenta". Per fortuna Diana donna di buon gusto e il fiume di denaro aggiunge ogni incanto al maniero sulla riva dolcissima dello Cher. Cos, quando Enrico muore per un incidente durante un torneo, la vedova Caterina de' Medici sa dove colpire la rivale per farle male. Le toglie Chenonceau e si installa al suo posto, costruendo il ponte-galleria a due piani che offre dalle alte finestre una vista mozzafiato sul fiume e sui boschi. Banchetti, danze, fuochi d'artificio, perfino una battaglia navale sullo Cher in onore del figlio Carlo IX: la sovrana italiana trasforma il castello nello scenario

fastoso di ogni divertimento. Joie de vivre e veleni, la Corte di Francia sotto la "fiorentina". Chenonceau, "castello delle dame", testimonia che nella storia di Francia le donne hanno avuto un ruolo pi attivo, pi da protagoniste che in ogni altro angolo d'Europa. E non solo le grandi intellettuali dei salons parigini del Sette-Ottocento. Gi due-trecento anni prima, perfino in quest' angolo di campagna lontano da Parigi, una donna la vera, prima artefice di Chenonceau: Catherine Brigonnet, moglie di Thomas Bohier, amministratore generale delle Finanze sotto Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I. Lui va in giro per il regno tosando i sudditi per conto dei suoi reali padroni, lei tira su la residenza con gusto tutto femminile. Purtroppo i sovrani si accorgono che l'intendente esagera con la cresta e la dimora finisce al Tesoro, che allora si identificava con la cassa privata del sovrano. Sicch, come s' visto, il castello passa di dama in dama, 127 dall'amante Diana alla moglie Caterina, da questa alla nuora Luisa di Lorena, vedova inconsolabile dell'assassinato Enrico III, per finire poi nelle cure di una letterata, Madame Dupin, che qui ospit nientemeno che Jean-Jacques Rousseau. "Ci si divertiva molto in quel magnifico luogo", scrive il filosofo nelle Confessioni, "si facevano lauti pasti e io vi divenni grasso come un monaco." Se finanche lui, che anteponeva la meditazione alla digestione, non seppe resistere alle lusinghe gastronomiche della Tu-renna, figuratevi noi, comuni turisti del Novecento, una volta trovato aperto un buon ristorante. "AAA castello vendesi a prezzi stracciati" Si d il caso felice che il maniero cinquecentesco che ci ospita nel tour lungo la Loira alberghi non solo letti comodissimi ma pure una tavola di gran classe. La ex residenza rettangolare del signore di Noizay rimanda a un tempo in cui i conflitti della Fronda erano ormai alle spalle e l'aristocrazia piegata dai monarchi si votava piuttosto alla battaglia dei piaceri. La casa non ha torrioni, ma sale accoglienti. Soprattutto una: quella da pranzo. Fuori, nella sera autunnale, l'aria si fa frizzante. Dentro, che cenette indimenticabili, illuminate dai riverberi del caminetto e dai riflessi rubino di una bottiglia di Saint-Emilion! Due bicchieri, e vedrete che si diventa poeti. Preoccupata che in pochi giorni anch'io possa assumere la silhouette di Rousseau, mia moglie preme per un rapido ritorno a casa. Ma capitola davanti alle scaloppine di foie d'offe che si sciolgono in bocca, la cacciagione in salsina d'erbe, le 128 costolette d'agnello che sono cos tenere da farti sentire in colpa. Dir pi avanti che non sono un grande estimatore della cucina francese, quando si lascia sedurre dall'estro eccessivo dei suoi cuochi gallonati e inondare da fiumi di panna. Ma su questi raffinatissimi menu di campagna difficile avere la minima riserva.

Per smaltire l'eccesso di calorie qui non mancano davvero le occasioni di passeggiare. La campagna della Loira bella, dolce, pettinata come quella toscana. Meno severa, pi soffusa di malinconia. Come per la nostalgia di un Eden che non pu non essere dietro l'angolo. Ci assomiglia ancora parecchio, per esempio, il parco-giardino del castello di Villandry (un altro? s, non stupitevi, ce ne sono a centinaia...). Anche questa dimora, tanto per cambiare, risale ai tempi di Francesco I. Fu infatti costruita da uno dei ministri delle Finanze del re, Jean le Breton, ma a salvarla dalle offese del tempo, e a farne la meraviglia che oggi, stato nel Novecento un "borghese gentiluomo": uno vero, per, non quello della versione satirica di Molire. Joachim Carvallo, bisnonno dell'attuale proprietario, era un medico franco-spagnolo che lasci tutti gli altri impegni per dedicarsi solo a Villandry, aggiungendovi i giardini che ne fanno oggi un paradiso terrestre. Il parco che si spalanca davanti alle porte-finestre sembra rappresentare il prolungamento dei saloni interni. E dove altro, se non in Francia, a qualcuno poteva venire in mente di realizzare un intero giardino dedicato all'Amore, ogni spicchio corrispondente a una delle quattro varianti fondamentali di Eros? Cos i riquadri di bosso e di fiori offrono la versione in verzura dell'Amore tenero, cuori separati da piccole fiamme, dell'Amore appassionato, 129 ancora cuori ma spezzati, poi di quello volubile, dove i ventagli agli angoli evocano la leggerezza dei sentimenti, e infine dell'Amore tragico, lame di spade e fiori rossi a simboleggiare il sangue dei duelli. Di questi tempi, l'Amore anche sulla Loira si affida in verit a stimoli diversi. Torniamo verso Amboise. E l, sulla sponda del fiume, giusto di fronte allo storico ch&eau royal (s, anche questo di Francesco I, uffa...), si stagliano torrette di tutt'altro genere. la fabbrica dove la Pfizer, gigante farmaceutico americano, produce l'80 per cento del Viagra mondiale. Chiss se anche i Valois, sovrani erotomani, avrebbero apprezzato... Va rilevato, comunque, che da queste parti non si lamentano gli effetti prodotti dallo stabilimento Viagra in Irlanda, dove pare si sia registrato - nei paraggi dell'impianto - uno strano boom demografico. Sar discrezione, sar che non ne hanno bisogno, gli abitanti della zona non denunciano niente di singolare. Sebbene invece una particolarit sia facile da osservare proprio alle linee di produzione: l'assenza quasi totale di manodopera. Badate, da qui esce pressoch ogni confezione di Viagra comprato in qualsivoglia drugstore americano. La fabbrica di Amboise lo produce in ben 227 tipi, dal flacone di pillole al blister di compresse. Si contano 70 milioni di confezioni all'anno, etichettate in 44 lingue diverse. Ebbene, forse per evitare tentazioni, in giro per la fabbrica non si vedono esseri umani.

Nessuno manovra gli elevatori tra un piano e l'altro, nessuno riempie i pacchetti di pillole, nessuno li mette dentro le scatole. Lungo i corridoi veicoli senza conducenti, ma guidati da laser, scivolano silenziosamente, afferrano i pacchi che sono stati riempiti, li incartano, li etichettano 130 e li consegnano ai robot distribuiti lungo nastri trasportatori che pendono dal soffitto. Tutta l' operazione avviene in un silenzio surreale, vagamente sinistro. Orgogliosamente la direttrice, Marie-Gabrielle Laborde-Reyna, fa osservare che anche i visitatori pi addentro alle meraviglie dell'high-tech rimangono impressionati dal livello di automazione raggiunto dall'impianto di Amboise. Di sicuro anche Leonardo avrebbe apprezzato. Fa uno strano effetto questa cattedrale dell'alta tecnologia in un ambiente bucolico e ancora cos impregnato di civilt umanistica. Dopo tutto, queste sono le terre di Franois Rabelais, che nacque poco distante, a Chinon. E sempre a Chinon, secondo la leggenda, Giovanna d'Arco si present all'imbelle re Carlo VII quale "messaggera di Dio", per spronarlo a cacciare gli occupanti inglesi dalla Francia. una guerra tutta burlesca, invece, quella che Rabelais fa scatenare nel suo libro dai venditori di focacce del vicino villaggio di Lern, che litigano con i pastori di Seuilly. A percorrere in macchina le stradine di campagna vuote ma ben tenute, meglio asfaltate delle vie di Parigi, si ha la sensazione che qui sia mutato poco nei costumi dai tempi di Gargantua e Pantagruel. E invece, mentre le campagne continuano a mungere la florida vacca degli aiuti europei, ecco l, in mezzo ai campi, una fabbrica del futuro. Del futuro forse in tutti i sensi, quando pure l'Amore -tanto celebrato nei giardini di Villandry - sar acceso a comando da una pillola prodotta da un esercito di robot. Come che vada - e per fortuna ancora c' tempo -, l'impianto di Amboise testimonia che la modernit fa irruzione pure nella vecchia Francia, nella Loira apparentemente sonnacchiosa. Ma che in realt non lo per niente. 131 Tours, a poca distanza, un concentrato di industrie, nonch uno dei principali poli di ricerca del paese, particolarmente nel settore farmacologico. E viene il dubbio che l'Esagono sia meno refrattario all'innovazione di quanto la sua classe dirigente ami immaginare. Una sana predisposizione ai business, del resto, affiora perfino tra le pieghe dell'inclinazione romantica di Monsieur Carvallo, il creatore di Villandry. Milionario capace di precorrere i tempi e fondare, gi nel 1924, l'Associazione delle dimore storiche. Con un corollario economicamente decisivo: l'apertura al pubblico di questo genere di monumenti. Dall'altra parte della Manica, dove pure - si sa - i castelli abbondano, gli orgogliosi aristocratici inglesi arrivarono alla stessa

conclusione solo dopo la Seconda guerra mondiale, e sulla spinta piuttosto incalzante dell'ispettore delle tasse. Apertura dei manieri ai meno fortunati mortali in cambio di abbattimento delle imposte. In Inghilterra questo ha permesso a molte vecchie famiglie nobili di conservare il seggio ancestrale. Qui in Francia, invece, tra Rivoluzione e tasse sulla ricchezza, vi vendono un castello per un tozzo di pane. Magari non sono tantissimi i cittadini ansiosi di scambiare l'eccitazione di Saint-Germain o di place des Vosges per la sera precoce della campagna, sia pure nel suggestivo ambiente di un torrione ricco di scricchiolii. Per lo spazio abitativo medio per abitante a Parigi arriva appena a 28 metri quadrati. In queste condizioni, non meglio perfino dividere la mansarda con qualche fantasma? In effetti una passeggiata per le vie di Chinon rivela che l'immobiliare tira forte. Agenzie su agenzie, e nelle vetrine, a corredo di splendide foto irte di merli e torrette, compaiono prezzi cos 132 convenienti da accendere in mia moglie la voglia subitanea di diventare castellana. Maniero del sedicesimo secolo, ristrutturato, vigneto e piscina, 700.000 euro... Dimora signorile diciottesimo secolo, parco 6 ettari, bosco, 900.000 euro... Troppo? Allora appartamento 3 pices, edificio storico, 250.000 euro... Tenete conto che con questi soldi a Parigi non si compra nemmeno un monolocale. E, se per questo, neanche a Roma. Trasferirsi sulla Loira? E giocare a ptanque, a bocce, con rubicondi pensionati francesi? No, grazie, mia moglie rinuncia. Per... Nella piazza centrale di Chinon, proprio sotto la collina dell'imponente fortezza del re Giovanni Senza Terra - ricordate? il monarca inglese fratello "cattivo" di Riccardo Cuor di Leone -, la bionda Kathy sbarcata da Liverpool si frega metaforicamente le mani. La sua agenzia immobiliare va a gonfie vele. E lei conferma che i suoi connazionali, dopo aver comprato il comprabile in Provenza e Borgogna, sono cos eccitati dai bassi prezzi che si accingono a una nuova invasione di Anjou e Turenna. Proprio a Chinon, nel 1214, il malvagio Giovanni aveva dovuto rassegnarsi a cedere a Filippo Augusto tutti i feudi inglesi in Francia. Otto secoli dopo, vendicato. Orde di turisti d'oltre Manica, traghettate da Ryanair, arrivano a riconquistarli. Camere con vista... degli spiriti Nessuno ancora ha riferito di essersi imbattuto, tra le rovine del castello di Chinon, nel fantasma furente del re spossessato. Eppure, quanto a spettri, gli esperti assicurano che ogni angolo dell'Esagono - e soprattutto Loira, 133 Bretagna e Normandia - ne pullula tanto quanto le colline inglesi o la brughiera scozzese. un risvolto inatteso della Francia razionalista.

Sar che in fin dei conti anche questo, nella sua parte pi alta, un paese del Nord, bagnato da un cielo grigio e basso, lontanissimo dalle solari atmosfere mediterranee della Costa Azzurra. Le brume autunnali che calano sulla Loira e sui suoi castelli alimentano, come in tutti i luoghi ricchi di storia, tremori e attese dell'inspiegabile. Proprio come accade sulle Highlands, gli altipiani a nord-est di Edimburgo. Anche l ho visitato decine di haunted houses, case infestate, abitate da fantasmi. Ma, accidenti, non mi mai capitato di imbattermi in un solo spirito inquieto. Mi andr meglio in Francia? Dico subito che la mia curiosit da esploratore rester anche qui insoddisfatta. vero che le condizioni obiettive non favoriscono. A Chenonceau, per esempio, il dolcissimo "castello delle dame", qualcuno sostiene di aver incrociato il ghigno demoniaco dello spettro di Caterina de' Medici, moglie ingannata di Enrico II, che tira i capelli alla rivale Diana di Poitiers. La storia vanta parecchie testimonianze. E non nascondo che scendo nei sotterranei della cucina, sistemata a pelo d'acqua del fiume Cher, con la segreta speranza di assistere, complice la penombra, alla scenata di gelosia. Ma, siamo onesti, quale decente ectoplasma si presterebbe a offrire uno spettacolo cos poco decoroso in mezzo a centinaia di turisti? Chi non si accontenta delle leggende pu imitare Simon Marsden, un vero cacciatore di fantasmi, non a caso dotato di passaporto inglese. Lui va in giro da anni tra i picchi cupi dei Pirenei, la costa tormentata di Normandia, i giardini all'apparenza quieti delle dimore signorili, per 134 fissare sulla pellicola immagini sgranate in bianco e nero che suggeriscono una presenza, un'aura soprannaturale nella filigrana del paesaggio vuoto. Marsden sostiene di aver impresso sulla celluloide del film anche "avvenimenti inspiegabili", ma non li mostra per evitarsi le polemiche e le fatiche della prova. In verit molte volte "l' inspiegabile" gi racchiuso nell'aria sinistra dei luoghi, in una desolazione che sembra confermare il passaggio del male. Basta una foto contro il cielo plumbeo del castello di Orthez, sui Pirenei, per prestare fede al racconto truculento che avvolge questo torrione. Spaventoso e complicato affare di famiglia del quattordicesimo secolo: il figlio del signore del feudo, ingannato dallo zio, crede di offrire al padre un elisir d'amore per farlo innamorare di nuovo della madre, che l'uomo intende ripudiare. Si tratta invece di veleno, e il genitore lo scopre: comprensibilmente parecchio irritato, tortura mezzo parentado e pugnala a morte il figlio che crede traditore. Il fantasma del povero giovane perseguiter il padre fino alla morte, e anche oggi, pare, si aggira lamentandosi per le sale del castello. Se i fantasmi prediligono il Nord, streghe, maghi, indovini e fattucchiere allignano felicemente anche al Sud della Francia. Sembra quasi che il

lato cartesiano di questo paese proietti un'ombra abitata da ogni tipo di credenze, di mostri diabolici, di racconti terrificanti. E a bazzicare con gli spiriti delle arti nere non sono solo imbroglioni e illusionisti. Henri Broch, professore di fisica e direttore del laboratorio di zetetica (l'arte del dubbio) all'Universit di Nizza, spiega: "Certo, ci sono parecchie persone che esercitano il lucroso commercio dell'illusione. I ciarlatani sono legioni, tanto il soprannaturale si mescola col 135 denaro. Ma molti altri operano in perfetta buona fede e non chiedono, semmai, che un piccolo compenso per il loro disturbo". Ogni mistero, sostiene Broch, ha certamente una causa razionale, dai mobili che si muovono in una certa casa allo stregone che trova l'acqua in profondit con una bacchetta d'olivo. Su quest'ultimo fenomeno in Sudafrica hanno verificato che il mago dell'acqua localizza una sorgente con una buona percentuale di successo: si avvicina al 70 per cento. Ma per gli idrogeologi il tasso di successo si alza all' 87 per cento, e senza nemmeno bisogno che si muovano dal loro tavolo di studio. La scienza, insomma, vince a mani basse, il che non toglie che in Francia (ma non solo: noi ne sappiamo qualcosa...) la cifra d'affari generata dal business della magia sia superiore al budget della ricerca. Resistono misteri che al momento nessuno specialista di zetetica pare comunque in grado di risolvere. All'inizio del secolo scorso, un bel pomeriggio del 10 agosto 1901, due professoresse dell'Universit di Oxford, Charlotte Moberly e Eleanor Jourdain, si trovano in visita al Petit Trianon, la magnifica tenuta adiacente a Versailles che la regina Maria Antonietta aveva trasformato nel suo buen retiro o, secondo i pettegolezzi, nel discreto boudoir dei suoi amori segreti. Fa caldo, nessuno nel parco, le due inglesi continuano a camminare sperando di trovare qualcuno che indichi loro la strada. E in effetti finiscono con l'incrociare un paio d'uomini vestiti stranamente: giacche verdastre lunghe fino al ginocchio, tricorni. Sgarbatamente consigliano alle signore di tagliare attraverso il giardino. Le inglesi obbediscono, convinte che il singolare abbigliamento sia quello degli inservienti del parco. Ma ecco 136 che continuando la passeggiata avvertono improvvisamente una strana prostrazione, la conversazione si spegne... E si accorgono che un uomo, seduto sulla balaustra di un palazzo poco lontano, le osserva con insistenza e ostilit, come se fossero delle intruse, poi scompare con aria cattiva. Improvvisamente un altro sconosciuto, con una specie di largo sombrero in testa e una cappa nera gettata sulle spalle, si para davanti alle visitatrici e fa loro segno di non andare oltre. Le due donne si girano per tornare sui loro passi, ma fanno in tempo a scorgere una signora, che indossa un abito fuori moda, seduta su una poltrona proprio al centro

del prato. Il racconto di Miss Moberly preciso: "Sembrava occupata a disegnare o a leggere, un po' piegata in avanti. Ma quando noi siamo passate alla sua sinistra, lei ha voltato la testa e ci ha fissato. Il volto non era pi giovane e, bench grazioso, mancava per d'attrattiva. Aveva un cappello da sole, di paglia bianca, posato in qualche modo su una matassa di capelli biondi. E drappeggiata sulle spalle una leggera giacca estiva..." Le due inglesi trovano strano che a una turista sia concesso di fermarsi in un luogo vietato al pubblico, e in pi sono irritate dallo sguardo tutt'altro che amichevole lanciato loro dalla sconosciuta. Tuttavia non raccontano a nessuno la disavventura, ma qualche mese dopo decidono di tornare al Trianon. E l constatano che i luoghi sono cambiati. Gli edifici che avevano ammirato sono spariti. I sentieri che avevano percorso risultano sbarrati da vecchissimi muretti in mattoni. E proprio l dove la dama antipatica sedeva in mezzo al prato si spande adesso una magnifica macchia di rododendri. 137 Cosa hanno visto dunque Miss Moberly e Miss Jourdain? Una spiegazione viene offerta nel 1965 dallo storico Philippe Jullian. Nella sua biografia di Robert de Montesquiou, l'intimo di Proust, Jullian suggerisce che si siano trovate nel bel mezzo della festa in costume offerta da Madame Greffulhe, un'amica del poeta, non lontano dal Petit Trianon. Peccato, per, che la festa in questione si sia tenuta nel 1894, cio sette anni prima del viaggio delle due inglesi. Non solo: provato che il giorno della loro avventura la contessa Greffulhe si trovava a Londra all'hotel Astor, in compagnia della figlia. Il mistero rimane, a meno che non vogliate credere alla spiegazione degli esperti di paranormale. Le due Miss sarebbero state testimoni degli ultimi momenti di felicit della regina Maria Antonietta nella sua piccola reggia privata, lontano dal frastuono della Corte. Insomma, lo spirito delle visitatrici avrebbe, per cos dire, intercettato pensieri e sentimenti della sfortunata sovrana emessi con tanta emozione da impregnarne il luogo. Maria Antonietta, nel frattempo, comunque tornata ad abitare l'immaginario dei francesi grazie al film di successo dedicatole da Sofia Coppola. Ma se la regina era davvero la fraschetta dipinta dalla regista americana, appare improbabile che un qualche pensiero potesse sopravviverle.9 La Francia pi bianca del bianco Ci sono voluti cinquant'anni perch al primo tg della televisione francese approdasse una faccia nera. E un cervello di prim'ordine. Quando Harry Roselmack nel 2006 arrivato alla conduzione delle notizie serali di TF1, il canale pi visto di Francia, non solo ha riempito le prime pagine dei

giornali ma ha anche fatto un pezzettino di storia. Monsieur Le Pen, duce del Fronte nazionale, ha protestato - si capisce - contro la minaccia all' identit francese. Qualche anima bella ha rispolverato la retorica repubblicana - ricordate? galit - per negare l'importanza del colore della pelle. Sar, ma incredibilmente un paese con 6 milioni di immigrati, per lo pi africani, non mostrava in tv altro che visi pallidi. Come se fossimo ancora ai tempi di Marcel Dassault, che aveva proibito al Jours de France di pubblicare foto di indossatrici nere. Sul piccolo schermo, blacks - neri - e beurs (in slang, gli arabi nati in Francia) praticamente cancellati. Se non per le sequenze in cui la polizia li arresta. E fosse solo in televisione... Nel Parlamento nazionale 138 139 non c' un solo deputato o senatore proveniente dall'immigrazione non bianca. Non ci sono top-manager di colore. Si contano solo due prefetti e appena una manciata di sindaci. Senza la rivolta delle banlieues nell'autunno 2005, la Francia avrebbe allegramente continuato a "scordarsi" delle sue minoranze etniche. Manodopera scarsamente qualificata da confinare nelle periferie-ghetto, a poca distanza dalle catene di montaggio delle grandi fabbriche. Il fatto che le fabbriche in molti casi non ci sono pi, e i figli della speranza, nati nella Francia affluente, contemplano un futuro peggiore di quello dei padri. In fatto di razze e di integrazione, la differenza tra Gran Bretagna e Francia veramente visibile a occhio nudo. Arrivate all'aeroporto londinese di Heathrow, e al controllo dei passaporti vi accoglie un funzionario di chiara origine indiana o pachistana. Salite sul bus, e il conducente caraibico. Andate a spasso nella City, e al posto degli ormai scomparsi gentiluomini in bombetta trovate ragazzi di origine keniota che trattano decine di milioni di euro in obbligazioni. Entrate da Marks & Spencer, e alla cassa vi accoglie una simpatica ragazza con gli occhi a mandorla. Culture e colori tutti in bella vista. E in ogni angolo del Regno. Torniamo adesso a Parigi. I soli neri che ho visto sotto casa, per le strade dell'Ottavo arrondissement, sono stati i netturbini. Pi numerosi i beurs, ma solo sulle impalcature dei palazzi in restauro: l'edilizia il loro mestiere, e nel centro della capitale ci sono sempre lavori in corso. Certo, l'Ottavo, il Sesto e il Settimo sono quartieri ricchi, esclusivi, da sempre il cuore della Parigi che conta. Non mi risulta, per, che ai loro confini ci siano barriere visibili. 140 Tuttavia i ragazzi delle periferie di colore che si azzardassero da queste parti sanno che sarebbero guardati con sospetto, come intrusi pronti a delinquere. E il primo poliziotto di passaggio chiederebbe loro i documenti. Meglio evitare l'umiliazione, o il rischio - nel caso uno abbia

precedenti per furtarelli - e restarsene lontani. E poi, anche a voler tentare una passeggiata, come arrivarci? Parigi piccola (due milioni di persone nei venti arrondissements), e la banlieue a due passi. Clichy-sousBois, dove sono cominciate le sommosse dell'autunno, ad appena 15 chilometri dall'Arco di Trionfo. Ma per arrivare dalle cits, i ghetti dei casermoni-dormitorio, fin sulle magiche prospettive alberate degli Champs-lyses, ci vuole un vero viaggio. Il treno suburbano della RER, che assicura il collegamento con la citt, fa l'ultimo stop a Le Raincy; per prenderlo bisogna rassegnarsi a un lento, scomodo trasferimento in bus. Alla fine, se n' volata un'ora e mezzo, se tutto va bene. In meno tempo il TGV ad alta velocit copre i 220 chilometri di binari tra Parigi e Lille. Orgoglio della Francia agli occhi del mondo. Gli stranieri non vanno mica a Clichy, a parte gli immigrati... Per proprio a causa di Clichy che quando arrivato l'ottobre 2006, la Francia ha trattenuto il fiato. L un anno prima, il 27 ottobre, due ragazzi di origine maghrebina sono morti in modo atroce: uccisi da una scarica elettrica in una cabina di trasformazione, dove cercavano di nascondersi dalla polizia. Non avevano fatto niente, quella notte, ma con la fedina gi macchiata temevano l'arbitrio dei flics. La loro morte accidentale ha scatenato tre settimane di ferro e fuoco nelle periferie parigine e dell'intero paese. 10.000 auto incendiate, assieme a 233 edifici pubblici. 141 Scontri violentissimi con le forze dell'ordine. Arresti a pioggia, oltre 3000 persone, molti i giovanissimi. E infine la proclamazione dello stato d'emergenza. Perci un anno dopo la Francia aveva il cuore in gola. Ricomincer tutto di nuovo? No, per fortuna solo incidenti isolati, sebbene anche stavolta ci sia scappato il morto: la sfortunata passeggera di un bus di Marsiglia dato alle fiamme da ragazzi della sua stessa et e con lo stesso colore di pelle. Nero. Ma cambiato qualcosa in un anno nella banlieue? La Francia degli "invisibili" Nascosto nell'oscurit, un ragazzo prende un sasso e lo lancia sulla camionetta dei CRS, i gendarmi delle unit speciali, che passa lentamente per la strada, a non pi di una decina di metri. La pietra rimbalza rumorosamente sulla carrozzeria. "Figli di puttana!" sibila l'adolescente, grosso e scuro di pelle, all'indirizzo dei poliziotti. Visi nascosti sotto i cappucci, in agguato dietro un locale per la raccolta delle immondizie, altri cinque ragazzi hanno un solo obiettivo, come molti giovani della stessa et: assalire le ronde di polizia a ogni loro passaggio nel cuore della "cir dei 3000", a Aulnaysous-Bois, nel dipartimento Seine-SaintDenis. Le torri-dormitorio ospitano, o piuttosto tengono prigioniere, 18.000 anime. Compresi i sei

adolescenti che lanciano sassi nella buia serata invernale. Una scena di violenza abituale, come tante altre. Un anno dopo la rivolta, a Aulnay come a Clichy, a 142 Grigny, a Montreuil, ovunque nelle periferie dell'immigrazione, le tensioni rimangono fortissime. La Francia, che adora gli anniversari, pure quelli luttuosi, non ha passato sotto silenzio la scadenza. Giornali, settimanali e riviste di sociologia si sono tuffati nel disagio dei milioni di immigrati chiedendosi in coro che cosa si sia fatto nella banlieue dopo i roghi del 2005. All'apparenza, niente. O molto poco. Dieci adolescenti, a volte venti, cinquanta quando le violenze casuali assomigliano a vere rivolte, possono sempre prendere il potere, nel fondo della notte, ed esercitare questa illusoria potenza attaccando i flics, con lo scopo preciso di ferire o anche di uccidere. L'hanno fatto con gran fragore nella crisi dell'autunno 2005, bruciando le auto e affrontando a lungo, frontalmente, i keufs (jargon per i poliziotti). Sono pronti a ricominciare in qualsiasi momento, con qualunque pretesto: tanto i rapporti con le forze dell'ordine continuano a deteriorarsi. Il fatto che un anno corre troppo in fretta, e dodici mesi dopo i "fatti" la vita non cambiata attorno alle torri obbrobriose della Rosa dei Venti, il nome ufficiale del ghetto costruito negli anni Settanta per accogliere gli operai dell'officina Citroen. Sono sufficienti poche dozzine di adolescenti, quelli che finiscono sotto l'occhio sempre vigile delle telecamere e le penne rapide dei cronisti, bastano loro e le loro imprese notturne a dare al quartiere l'aspetto di un territorio in fiamme. E a contribuire all'immagine minacciosa dei "giovani delle banlieues" come una nuova orda barbarica che preme alle porte della Francia benestante. Ma all'ombra di questi ragazzi, nascosti dai loro profili aggressivi e crudeli, a Aulnay come in tutte 143 le altre cits dell'Esagono, vivono decine, centinaia di migliaia di persone che non lanciano pietre, non bruciano auto, non picchiano poliziotti. Sono gli "invisibili", le maggioranze silenziose delle banlieues, quelle che mentre le auto bruciavano non si facevano troppe illusioni: n sugli effetti della rivolta n sugli annunci ministeriali. Non avevano torto. Nelle cits i vecchi immigrati, pi che sulle promesse dei politici, continuano a far conto sull'unico servizio pubblico che non ha mai abbandonato i quartieri popolari: la Franaise des Jeux, il monopolio dei giochini, che con la sua lotteria Rapido rappresenta per la maggioranza la pi solida speranza di una vita migliore. Samir Ben Hadj Gacem, franco-tunisino cinquantenne, vive nella cit di Aulnay-sous-Bois ormai da ventitr anni, e non gli dispiace affatto, a dispetto delle tensioni. Tutti i suoi amici sono qui, spiega. E allora, cosa

c' che non va? Non va che difficile essere disoccupato da sei anni, e dover tirare su tre figli con un sussidio statale di 1000 euro al mese. "La miseria, ecco quel che ci fa male." E la miseria, si sa, non sparisce in un anno. I vecchi qui non hanno paura, sebbene all'esterno il quartiere abbia fama di un posto di tagliagole. Ma gli anziani circolano tranquillamente. "Sono i forestieri che si fanno attaccare. Quelli con la targa 75 o 92 [cio, rispettivamente, Parigi e Neuilly, N.d.A.}", spiega ancora Samir Ben Hadj Gacem. Furti nelle auto, il reato pi frequente. Spesso furti con violenza, commessi - anche questi - da minorenni. I vecchi preferiscono osservare e tacere. il prezzo del quieto vivere. "I ragazzini, se non li tocchi, se non li fai imbufalire, non sono un problema." Cos la strada, 144 nella banlieue, resta il regno degli adolescenti, e il teatro della loro violenza. Nella trincea dei gangster-beb I lugubri androni degli immobili in degrado e i parcheggi abbandonati alle erbacce sono il quartier generale di questa microdelinquenza del quotidiano, che periodicamente esplode come violenza urbana. La sera, come un'adunata generale dei ragazzi della cit. I giovani maschi scappano dagli appartamenti in cui i loro darons (padri) e daronnes (madri) si rinchiudono a guardare la tv, sui canali algerini, marocchini, francesi. Nella cit dei 3000, a Aulnay, non c' uno straccio di posto dove gli adolescenti possano andare: non una sala di ritrovo, non un posto dove sedere. Non restano che gli androni e i parcheggi. E a vent'anni solo l che puoi andare a trovare gli amici, a scambiare parole, strette di mano, qualche volta gli insulti... Ogni sera tirano avanti cos per ore, almeno fino a mezzanotte, ma d'estate anche fino alle due o alle tre del mattino. In questi raduni tra i ragazzi si stabilisce una straordinaria convivialit. Peccato che non succeda lo stesso con la polizia. Gli assembramenti, come li definisce la langue de bois poliziesca, sono fatti apposta per attirare l'attenzione degli agenti. E raramente questi si presentano in modo gentile. Controlli d'identit. Perquisizioni. Discussioni tese. Le relazioni con "quei bastardi di keufs" sono sempre tese. Cos le descrive Sofiane, vent' anni, faccia d'angelo che si prepara al concorso per l'amministrazione 145 pubblica: "Durante un controllo puoi prenderti spintoni, insulti. I flics arrivano nella cit e possono scaricarti addosso qualsiasi accusa. Non sai mai che cosa ti sta per capitare".

Meglio scappare che essere controllati, concordano tutti i ragazzi. la scelta che ha portato alla morte M. e Ah., fulminati nella cabina elettrica di Clichy. Della "mancanza di rispetto" da parte della polizia si dolgono pure ovviamente nell'anonimato - gli anziani come Abdel B., sessant'anni, manovale in Francia da quaranta. Ha cinque figli, il primogenito trentaduenne medico. "L'altra volta i poliziotti hanno fatto stendere i ragazzi per terra davanti al condominio, sotto gli occhi di tutti. Poi, coi loro cani, li hanno umiliati, capisce cosa voglio dire...Volontariamente." Anche i vicini confermano la violenza degli agenti, particolarmente dei CRS. La Repubblica da queste parti non altro che i resti anneriti del posto di polizia bruciato nella rivolta del novembre 2005. Da allora i "guardiani della legalit" non si sono pi fatti rivedere, e al municipio di Aulnay si rammaricano: "Che errore non tornare subito! Bisognava ripresentarsi il mattino dopo, mostrare che non si abbandona il terreno, che non ci si accontenta delle azioni spettacolari. Adesso per gli agenti sar ancora pi difficile ristabilire una presenza". Cos un anno dopo le relazioni con la polizia sono ulteriormente deteriorate, e la delinquenza di strada si aggravata. Le bande dei petits si arrangiano con tutto quello che trovano. Loro lo chiamano "il business". Furti, spaccio. una microeconomia criminale che permette di non sembrare "straccioni" privi di telefonino, lettore MP3, vestiti 146 firmati. A casa, non ci sono soldi da chiedere a pap. Per strada un giovanissimo agente di sicurezza mostra felice il suo portatile: acquistato per 6 euro, un buon prezzo per della roba rubata. Qualcun altro ti propone di rivestirti dalla testa ai piedi con abiti firmati a prezzi stracciati. Rubati o contraffatti, non chiaro. C' anche chi vende hashish ma il consumo da queste parti molto pi basso che davanti a qualsiasi liceo del centro di Parigi. La tragedia di questi giovanissimi la distanza siderale tra le loro aspettative e ci che la Francia sembra oggi in grado di offrire loro. Percorsi scolastici difficili, niente lavoro stabile, niente reddito, niente casa, niente macchina. Brahim, una ventina d'anni scarsi, diploma di elettrotecnico, furioso. Voleva continuare gli studi in una facolt, non l'hanno preso. Si messo a cercare un posto adeguato alla sua specializzazione. Senza successo. Non gli rimasto che accettare lavoretti interinali, oggi a imballare prosciutti, domani manovale nelle costruzioni. "Ho il diploma, e a che serve? Tanto finiremo come i nostri padri, alla catena di montaggio, in fabbrica." Ma i padri, che venivano dal bled, i villaggi d'Algeria, potevano accettarlo. "Noi no, non siamo schiavi."

Dall'altra parte della strada che taglia in due Aulnay non c' meno rabbia. la citt dei bianchi, i pochi che sono rimasti. Neri e maghrebini abitano a nord, nei casermoni scrostati, senza fiori, quasi senza negozi. I "Franais", come li chiamano con disprezzo i giovani beurs, vivono invece a sud in quartieri fioriti e lindi, dove il prezzo delle case al metro quadro aumentato del 250 per cento in sei anni. A nord prevale il sentimento d'ingiustizia, a sud la collera per "questi giovinastri senza rispetto 147 accusati di condurre la citt al degrado. I vecchi, che non hanno mai avuto un'arma, adesso vanno in giro provvisti di coltello. Il razzista Jean-Marie Le Pen qui arrivato primo nelle presidenziali del 2002, e anche quest'anno la sua presa sui bianchi non cambiata, compresi quelli un tempo iscritti al Partito comunista. Aulnay-sous-Bois un frammento di specchio in cui si riflette l'intera Francia, la riproduzione in scala di un paese diviso in due dalla segregazione etnica e razziale. Due citt, due mondi, separati e incatenati dall'odio. La Repubblica sotto il velo Il governo sostiene che il progetto era gi pronto pi di un anno prima della rivolta d'autunno. Fatto sta che i lavori sono cominciati dopo, ma non importa. A Aulnaysous-Bois stato finalmente avviato uno dei progetti di riqualificazione urbana pi importanti del paese. Una spesa di 260 milioni di euro per abbattere buona parte dei vecchi casermonidormitorio e offrire un alloggio pi decente a questi figli di un dio minore. La nuvola di polvere di un enorme cantiere avvolge la torre, rimasta isolata, dove ha sede l'Associazione delle donne. La direttrice, Aissa Sago, confessa un po' di turbamento, guardando fuori della finestra del suo ufficio: "Anche se sar meglio per il quartiere, fa sempre impressione vedere cadere la propria casa. Speriamo che possa migliorare le cose..." Difficile, se non cambia la prima ragione della mancata integrazione: la disoccupazione. A Clichy, per esempio, non c' nemmeno l'ufficio del lavoro. Il municipio si preoccupato di migliorare l'immagine della citt con una mostra fotografica che ha per titolo un gioco di parole non troppo originale: "Clichy senza clich". Ma chi non ha lavoro deve prendere l'autobus e andare in un sobborgo vicino per frugare tra le offerte d'impiego e parlare con un funzionario dell'agenzia governativa. Non che questo rappresenti ancora un passo decisivo. Molti di quelli che si sobbarcano il viaggio lamentano che le loro domande finiscono nel nulla. E sospettano che il nome dal suono straniero, o semplicemente il codice postale "sbagliato", allontanino il potenziale datore di lavoro. L'Universit I di Parigi ha fatto un esperimento interessante. Usando gli stessi curricula ha verificato che un nome tradizionale, da francese bianco, attira interviste di lavoro cinque volte pi di un nome

nordafricano. In un fondamentale dossier del 2004, l'Institut Montaigne (presieduto, come abbiamo visto, da uno dei grandi manager di Francia, Bbar di AXA) parla di discriminazione razziale "su una scala impensabile". Due anni dopo, nel 2006, un sondaggio della Commissione nazionale dei diritti dell'uomo conferma che la situazione non migliorata. I sentimenti xenofobi restano radicati. Il 30 per cento dei francesi si riconosce razzista, il 48 per cento pensa che ci siano troppi immigrati: ed colpa loro, accusa il 54 per cento, se non riescono a integrarsi. Perci il 58 per cento dei gallici "doc" conclude che "certi comportamenti possono talvolta giustificare reazioni razziste". Ma la Repubblica continua a tenere gli occhi chiusi e serrati. Per definizione, nel paese che ha inventato i diritti dell'uomo e del cittadino non pu esserci nemmeno il riconoscimento del diverso colore di pelle, figuriamoci di 148 149 una situazione che qualcuno descrive come "una spietata forma di apartheid". La Francia, si sa, paese di salde dottrine, e in tema di immigrazione quella ufficiale rigorosamente assimilazionista, sotto la pomposa definizione di "modello repubblicano". Il modello inglese, o comunitarista, proprio perch basato sul riconoscimento delle differenze tra le diverse comunit e culture, qui viene respinto come lesivo della trimurti della Rpublique. Senonch di galit e fraternit c' scarsa traccia in una Francia che si scopre multicolore solo nelle finali di Coppa del Mondo. Allora Zidane diventa sovrano, e per compiacere la folla il presidente della Repubblica che lo ospita all'Eliseo arriva perfino a mimare una testata al suo torace. Ma, al di fuori del pallone, quante possibilit hanno gli altri di farcela? La retorica repubblicana ha assorbito nei decenni passati italiani e portoghesi, polacchi e russi bianchi, ma non funziona con le ultime leve dal Maghreb. Quando i giovani beurs sventolano il tricolore, a Zidane che pensano, e ai suoi antenati algerini, non a Chirac e a Danton. Sono gli stessi che in occasione di Francia-Algeria, nel 2001, fischiarono la Marsigliese prima di invadere il campo. Gli stessi che appartengono alla vasta sottoclasse multietnica priva di lavoro e di sbocchi. "La disoccupazione distrugge tutti i modelli sociali", avverte Louis Schweitzer, presidente del consiglio di amministrazione della Renault e ora anche a capo della neonata Authority contro la discriminazione. Una novit che assomiglia a una piccola rivoluzione nel paese dove perfino illegale censire un individuo per le sue origini, la sua pelle, la sua religione. la famosa "laicit" della Francia, che nell'Esagono sembra aver preso il posto delle vecchie 150

credenze travolte dalla secolarizzazione. La "battaglia del velo" ha costituito l'episodio simbolo di uno Stato che reclama la sua onnipotenza, e ne fa il carattere fondamentale dell'identit nazionale. Per la verit, il divieto alle studentesse musulmane di coprirsi il capo a scuola va oltre la questione dell'integrazione razziale. stato ovviamente anche un modo (giusto? sbagliato?) per arginare quello che si percepisce come il pericolo potenziale dell' integralismo islamico. In termini puramente numerici, nessun altro paese europeo come la Francia vi sembrerebbe esposto, dal momento che sua la pi larga popolazione islamica del continente: 5 milioni di persone, l'8 per cento degli abitanti dell'Esagono. Attentati e minacce non sono mancati ma, come ricorda Claude Dilain, sindaco socialista di Clichy, "durante la sommossa non ho mai sentito nessun ragazzo dare un'auto alle fiamme in nome di Allah. Semmai, ho sentito parecchi musulmani gridare ai giovani 'andatevene a casa, in nome di Allah'". Ma le banlieues, essendo oggi diventate un accumulo di povert e disperazione, offrono fertile terreno di reclutamento per gli islamisti radicali. Delle 1600 moschee esistenti in Francia, solo 50 sono considerate militanti, stando alle informazioni che filtrano dai Renseignements Gnraux, i servizi segreti. Abbastanza per conquistare migliaia di giovani disoccupati e delusi. Due soprattutto le filiere della radicalizzazione. Le conversioni di fresca data e il proselitismo in prigione. Ben oltre la met dei detenuti nelle galere francesi sono musulmani e per i radicali pi facile spargere nelle celle il loro messaggio d'odio. Complessivamente, le unit 151 antiterrorismo hanno identificato un nocciolo duro di cinquanta-cento aspiranti terroristi, che godono del sostegno materiale e morale di poche altre centinaia di sospetti. Forse perch mai riconosciuta come tale, n sollecitata a farlo, la comunit musulmana in Francia mostra verso i gruppi radicali assai meno comprensione e solidariet rispetto a quella inglese. Come melting pot, crogiuolo di culture e di razze diverse, la patria del tricolore certo ben lontana dai successi americani, e all'orizzonte non si intravede alcuna Condoleezza Rice. Ma il radicato sentimento nazionale dei francesi de souche, di stirpe, sembra per il momento far aggio su eventuali altri sensi di appartenenza dei nuovi arrivati. Lo prova uno studio recente del Pew Centre: laddove l' 81 per cento dei musulmani britannici si sente prima musulmano e poi British, solo il 46 per cento di quelli francesi antepone la fede musulmana alla cittadinanza della Rpublique. Per la Francia una buona notizia. E altre potrebbero arrivarne dalla fine del mito della "Repubblica cieca ai colori", indifferente alle pelli e ai nomi. Per quanto animata dalle migliori intenzioni, la retorica

dell'uguaglianza serve poco contro la discriminazione razziale. Meglio sarebbe riconoscere apertamente la necessit di quella che gli anglosassoni chiamano "azione affermativa", per esempio canali privilegiati - come hanno gi sperimentato con successo due delle grandes coles, 1'ESSEC e Scienze Politiche - per gli studenti dotati che provengono dalle banlieues. Pi che dal velo, dai veli dell'ipocrisia che la Francia, come gi in passato, rischia di essere accecata. 152 Se Giovanna d'Arco diventa maghrebina C' voluto un secolo e un film per ricordare ai francesi che a salvare il paese non stata soltanto la Pulzella d'Orlans, candida vergine su candido destriero. Che ne sarebbe stato della Francia senza i 70.000 soldati coloniali morti nelle trincee di Verdun, nell'orribile carnaio del '15-'18? E non sono forse stati di nuovo i coloniali, nonni e padri dei blacks e dei beurs di oggi, a battersi sotto la gollista Croce di Lorena mentre il tricolore si macchiava di ptainismo e di collaborazionismo con i tedeschi? I francesi in questo ci somigliano, forse sono i comuni cromosomi latini. Siamo popoli dalla memoria corta, soprattutto quando si tratta di gratitudine. Ma pronti a commuoverci. Lo ha fatto la Francia intera quando andata al cinema a vedere Indignes, un film girato da Rachid Bouchareb, figlio di immigrati dall'Algeria. La storia di quattro poveri cristi prelevati dal bled algerino per essere inquadrati nelle truppe golliste e andare a liberare la Francia partendo proprio da lontano: lo sbarco in Sicilia, il fango e il freddo di Cassino, le battaglie in Provenza, infine il fronte del Reno. Furono 130.000 gli "indigeni" (o "autoctoni" secondo la dizione della burocrazia coloniale) che de Gaulle arruol in Marocco, Algeria e Senegal per combattere i tedeschi mentre i francesi "di stirpe" bevevano acqua di Vichy assieme ai gerarchi nazisti. I tirailleurs senegalesi, i tabors marocchini, gli spahis algerini - mal equipaggiati, peggio addestrati e inquadrati - furono usati come carne da cannone dagli ufficiali gollisti per far sedere la Francia al tavolo dei vincitori. E cosa hanno ottenuto in cambio? 153 Lo si apprende dagli atti del "processo Amadou Diop contro lo Stato". Nel 1996 Monsieur Diop, un vecchio senegalese ossuto e testardo, fece causa alla Francia. Aveva combattuto e dato il sangue contro i nazisti, ma la sua pensione era ormai una mancia ridicola. "Cristallizzata", come aveva stabilito la legge francese, sin dal lontano 1960, data d'indipendenza dell'ex colonia. Risultato netto all'anno 2000: per i commilitoni francesi, scatti e rivalutazioni avevano aggiornato l'indennit al costo della vita, per i "coloniali" niente. Con una sproporzione di 10 a 1.

Il Consiglio di Stato diede ragione a Diop, che nel frattempo era morto. Ma i deputati del popolo francese si inventarono un altro capolavoro di avarizia. Le pensioni dei reduci andavano calcolate in base al costo della vita nei rispettivi paesi: per un francese 630 euro al mese, per un senegalese 230, per un tunisino 61... Il film di Rachid Bouchareb ha fatto il miracolo. Ha riaperto la discussione, ha infiammato l'orgoglio degli immigrati che discendono da quei soldati, ha costretto il paese a rimangiarsi omert e reticenze. Sempre sensibile agli umori del suo popolo, sul finire della presidenza Jacques Chirac riuscito a legare il suo nome a un gesto degno. Ha disposto l'aumento della pensione ai superstiti - ancora 80.000 - di quell'armata di eroici straccioni. E ha abbattuto una discriminazione che offendeva non solo i bougnoules, i liberatori "neri" tanto disprezzati dalla Francia bianca, ma anche gli "immortali princpi dell' 89". E Chirac ha saldato anche un altro debito, stavolta non finanziario. Anche perch degli altri combattenti, quelli della Prima guerra mondiale, nessuno rimasto in vita per esigere una pensione. Pochi sanno fuori dalla Francia, e 154 all'interno pochi ricordano - nemmeno i libri di storia -, che nelle trincee di Verdun settantamila soldati musulmani (dal Maghreb, dall'Africa sopra il Sahara, dal Madagascar) morirono a fianco a fianco dei commilitoni francesi cristiani. Come i loro figli o nipoti vent'anni dopo, solo carne da macello arrivata in abbondanza dalle colonie. I caduti bianchi riposano in solenni sacrari. C' quello per cristiani. Quello per gli ebrei. Per le ossa dei maghrebini nient'altro che fosse comuni, senza nemmeno un cippo che ricordasse il loro eroismo. Un oblio atroce che dice di una volont collettiva di rimozione. Adesso finalmente, novant'anni dopo l'atroce battaglia che cost alla Repubblica 300.000 morti, anche per loro, soldati musulmani di Francia, c' a Verdun un cimitero, un monumento, le tombe sotto la mezzaluna. Chirac lo ha inaugurato a Douaumont nel giugno 2006. Lo avrebbe fatto anche senza la rivolta autunnale delle banlieues? lecito chiederselo. Ma importante che comunque lo abbia fatto. L'esempio, purtroppo, non pare seguito. Proprio mentre si sperava che affiorasse finalmente il profilo di una Francia colorata, l'ultimo scorcio di campagna elettorale ha spiattellato, nientemeno, che una "battaglia per l'anima della Francia", come ha riferito sarcasticamente il Times. E anche stavolta difficile dar torto alle critiche inglesi. La grande idea del "modernizzatore" Sarkozy stata infatti la promessa della creazione di un ministero dell'Immigrazione e dell'Identit nazionale. Per non essere da meno la socialista Sgolne ha assicurato agli elettori che "con me, la nostra identit nazionale non sparir con la globalizzazione e il

rinchiuderci in noi stessi". Di pi, Madame Royal si paragonata a Giovanna d'Arco, 155 sebbene i soli eserciti inglesi al momento presenti in Francia siano quelli dei turisti. La burocrazia statale naturalmente ci mette del suo. Se un francese ha bisogno del passaporto, o della carta d'identit, ed entrambi i genitori sono nati all'estero, sono guai: e stiamo parlando, secondo l'Istituto di statistica, di qualcosa come il 10 per cento di quanti vedono la luce in Francia ogni anno. Nei loro confronti oggi sono previste misure di sicurezza rafforzate. La concessione del documento - informa l'amministrazione - "esige un esame approfondito della nazionalit". In parole povere, devono offrire "la prova" che sono francesi, come per esempio il sociologo Kristian Feigelson: nato a Parigi, cresciuto a Parigi, da genitori scappati dall'Unione Sovietica negli anni Trenta. Ebrei, il padre sfuggito alla deportazione nazista e si guadagnato una medaglia al valore nella Resistenza. Oggi lo Stato chiede al figlio di presentargli il suo certificato di naturalizzazione, e il professor Feigelson ha l spiacevole sensazione di "appartenere a una sottocategoria di cittadini". Per strano che appaia, nessuno ha chiesto a Sarkozy se per il posto di ministro dell'Identit nazionale siano contemplati anche candidati di colore. Poich sembra improbabile, il sospetto di razzismo, magari al fine di acchiappare qualche elettore di Le Pen, appare giustificato. E si capisce con chi ce l'avesse, nel suo ultimo discorso dall'Eliseo, Jacques Chirac: "Cari compatrioti, mai nessun compromesso con l'estremismo, il razzismo, l'antisemitismo o il rifiuto dell'altro". Dopo tutto, non sarebbe la prima volta che la Francia si scorda di aver scritto la Dichiarazione dei diritti dell'uomo. 156 10 Tartufi e "maitres penser" A UN paese che medita, nientemeno, di introdurre il ministero dell'Identit nazionale, lo spettacolo serale degli Champs-lyses deve apparire a dir poco sacrilego. Diciamo la verit: sul viale pi famoso del mondo opera, ormai inarrestabile, una vera e propria "quinta colonna" che ogni giorno pugnala alle spalle l'avanguardia della civilt francese. La sua lingua, la sua cultura. L'ha scritto perfino Fernand Braudel, lo storico creatore degli Annales: "La Francia la lingua francese. Nella misura in cui non pi preminente, come fu nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, noi siamo in una crisi della cultura francese". E Braudel scriveva poco prima di morire, nel lontano 1985. Oggi, se il parametro la lingua, altro che crisi... Siamo al tracollo. E quei traditori l, sugli Champs-lyses - McDonald's e megastore, insegne in inglese,

dischi inglesi, libri inglesi -, be', non sono altro che collaborazionisti venduti al nemico. Perch che di nemico si tratti non c' alcun dubbio, come mi spiega con ammirevole esprit de gomtrie il 157 mio amico Marc, giornalista di sinistra a cui non ripugna avere un Rothschild per editore (Libration), purch si tratti del ramo francese. Attorno a un magnifico plat de mer chez Francis, sulla piazza dell'Alma, ascolta paziente - con l'aiuto di una dozzina di ostriche fines de claire - il mio elogio del liberismo anglosassone, prima di sbottare: "Trovo Londra insopportabile. Dopo tutto, vero che coi tedeschi ci siamo fatti tre guerre in cent' anni. Ma con gli inglesi sono sei secoli che continuiamo a combatterci". Il guaio proprio questo. Una larga maggioranza di francesi non si ancora accorta che la guerra finita. E, sfortunatamente per loro, l'hanno persa. Hanno perso il confronto decisivo per l'egemonia culturale. La luce della civilizzazione non si irradia pi dall'Esagono verso il resto del mondo, come Braudel continuava a credere ancora nel 1985. Peggio: sono proprio loro, i discendenti di Asterix, a essere esposti oggi all'irradiazione di societ pi dinamiche, anche culturalmente pi eccitanti. E Parigi soffre la sfida come una minaccia di novella colonizzazione. Asterix, sfortunatamente, batte Cesare solo in celluloide. E oggi anche al cinema resta da solo a combattere sulla pellicola, perch comunque in sala non c' pi nessuno. Sul viale che ospita le grandi parate repubblicane, la Francia dal pensiero arrogante consuma mestamente le sue disfatte quotidiane. Nei cinema che ne costellano i marciapiedi la produzione di Hollywood avanza senza incontrare resistenze, peggio delle divisioni corazzate di Guderian alle spalle della linea Maginot. I titoli americani superano i locali nella misura di quattro a uno, cinque a 158 uno, spesso anche pi. E fanno il pienone al box office, lasciando gli spiccioli ai raffinati prodotti della filmografia gallica. Un momento. Raffinati? I maggiori successi della cinematografia francese, nel-l' arco del mio soggiorno parigino, sono stati nell'ordine La Doublure (La controfigura, uscito in Italia con il titolo Una top model nel mio letto), commediola sugli inganni d'amore che, con l'aggiunta di qualche parrucca, potrebbe essere uscita dalla penna di un modesto teatrante del Seicento; a seguire, Camping, versione francese dei capolavori dei fratelli Vanzina, con un forte accento naturista nei suggestivi primi piani di parti anatomiche e nella presa diretta del suono, cio rutti, doppi sensi e altre sonorit; infine, critica entusiasta per l'ultima fatica di Grard Depardieu, un'originalissima pellicola in cui l'attore gigioneggia proprio

come Depardieu e, cantando in una balera, seduce una donna con trent anni e ottanta chili di meno. A proposito: come appare la Francia al cinema? Che cosa si mostra, che cosa si dice di questo paese sullo schermo? Una rivista specializzata come Vertigo ha tentato diligentemente di dare una risposta a questo interrogativo. Anzitutto bocciando senza appello uno dei pochi film di successo internazionale prodotto negli ultimi anni nell'Esagono. Nessuna piet per Il favoloso mondo di Amelie (2001), orribile esempio di "cinema ausiliario della politica turistica nazionale", cannoneggia Cyril Neyrat, "con il suo Montmartre di cartapesta, fossilizzato negli anni Cinquanta". Dove volgersi, dunque, per ricavare uno sguardo originale e fresco sulla Francia e i suoi paesaggi? Ma ovvio, esclama sulla stessa rivista Michelle Humbert: alla Nouvelle Vague che va resa giustizia "per aver immaginato 159 i racconti che permettono di leggere e inscrivere nei paesaggi il movimento attuale di un paese". Stiamo parlando, se ve lo foste scordato, di film di quarant'anni fa. E nel frattempo, niente? In effetti, brutte notizie. Secondo Madame Humbert "pochi cineasti, eccetto Rohmer, hanno saputo cogliere la Francia al presente, i suoi paesaggi e i loro mutamenti di film in film, quell'aria di niente". Ecco, sempre pattinando sul niente, uno dei registi pi originali, Alain Guiraudie, per fortuna ci rassicura: "Quello che per me molto francese questa capacit di gridare, di ribellarsi, questo gusto per la disputa". Tutto sommato, allora, meglio scendere in piazza che andare al cinema. E infatti. Le operette locali spariscono dal cartellone in tre settimane dinanzi a blockbuster americani come Il diavolo veste Prada, la Maria Antonietta di Sofia Coppola, gli orrori delle Torri Gemelle firmati da Oliver Stone. Stretti tra i film alla Pierino e l'esangue produzione "artistica" dei grandi ralisateurs (i registi colti che veramente si riducono di anno in anno), i francesi si rifugiano -come tutto il mondo tra le braccia generose dell'immaginario di Hollywood. E quel che peggio per i difensori dell'identit nazionale, non solo cedono alle immagini "straniere" ma anche alle parole. Non c' grande multi-sala che non offra, accanto alle copie dei film americani doppiate in francese, anche la versione originale: v.o., come riportano pudicamente le pagine di cinema dei quotidiani. 160 Ma quanto costa "l'exception culturelle"! Attenzione, per: il v.o. rigorosamente evitato dagli intellettuali. A vedere i film in originale ci saranno magari commercianti, garzoni di McDonald's, commessi dei grandi magazzini costretti a imparare l'inglese. Insomma, tutta gente che dovuta scendere a patti con il

nemico. Ma loro, les intellos, certamente no. Perch loro, i mandarini, l'inglese si rifiutano di impararlo. E comunque di parlarlo. Imbarazzante una serata di gala in quel tempio del genio che il Beaubourg. Grande avvenimento internazionale, centinaia di invitati da ogni angolo del mondo, e al nostro tavolo - oltre a Patti Smith, grande sacerdotessa del rock contemporaneo - anche la curatrice della mostra appena inaugurata e i principali responsabili di una delle grandi organizzazioni non governative francesi. Nessuno di loro, non foss'altro che in omaggio alla povera Smith, pronuncia una sola sillaba in inglese. "Anche i nostri ragazzi a scuola faticano a impararlo", confessa a mia moglie la consorte di un alto dirigente che, a differenza del marito, si invece decisa a studiarlo. Come pu in effetti una nazione che ha donato al mondo la mayonnaise (che deriva dalla vittoria navale a Puerto Mahn, Baleari, nel 1756), il croissant (che viene dal-l' Austria) e la femme fatale, rassegnarsi a pronunciare computer? In Francia, com' noto, si dice ordinateur e, per strano che appaia, a nessuno scappa da ridere. La dignit della Rpublique salva, l'invasione del perfido inglese bloccata. E dopo tutto i francesi possono sempre scaldarsi il cuore con il lungo elenco delle loro parole che si sono "infiltrate" nelle lingue di mezzo mondo. 161 Ne fornisce un divertente e dettagliato elenco Franck Resplandy, che ha messo tutto nero su bianco nel suo prezioso volumetto My rendez-vous with a femme fatale: magnifico esempio di franglais che certo getterebbe nel lutto i puristi dell'Accademia di Francia. Il suo glossario di prestiti linguistici si spande dai domini spirituali al terreno della carne. E a volte si produce una qualche commistione semantica. I russi, per esempio, chiamano il sesso maschile ekler, come il bign parigino dalla forma allungata. Gli slovacchi invece lo definiscono kokot, che in francese suona "gallina", ed bene saperlo se uno vuol fare cucina a Bratislava. Nessun dubbio invece sul polacco kotlet, per quanto indichi la scaloppina piuttosto che la costoletta. Se invece siete in Ungheria, attenti all'uso di kujon, che non significa quello che pensate: si pronuncia "cu-ion" e vuol dire cacciatore di gonnelle. Perfino l'inglese si mostra permeabile a espressioni che i francesi nemmeno conoscono pi. Per dire che ne hanno abbastanza, per esempio, gli anglosassoni se ne escono con un "Perdrix, toujours perdrix", cio "pernice, sempre pernice", che un'esclamazione attribuita al primo dei Borboni, re Enrico IV. Ci fu un tempo, si sa, nemmeno troppo lontano, in cui il francese era la lingua dei re e delle classi dominanti di mezzo mondo. Nelle pagine di Guerra e pace Tolstoj ricorda che per gli ufficiali zaristi era pi facile rivolgersi in francese ai loro pari grado napoleonici che intendersi in russo con l'esercito che comandavano. Purtroppo, nemmeno la fiera

consapevolezza del passato attenua (anzi, il contrario) nell'Esagono il rigetto della lingua di Shakespeare, divenuta nel frattempo la koin del mondo 162 moderno. Le motivazioni sono molteplici, a cominciare dall'orgoglio politico di una grande potenza ridotta al rango di medio paese. Pesa ancora di pi, certamente, la frustrazione generata dalla perdita di un primato, visto che la cultura francese ha dominato l'Europa, e quindi il mondo, per pi di due secoli. L'aggettivo "francese" probabilmente impreciso. Perch i raggi di questa civilizzazione emanano direttamente da Parigi, come ricorda ancora Braudel, sottolineando il "centralismo antico" della cultura nazionale. E perci la frustrazione soprattutto parigina, come testimonia il fatto che la provincia appare oggi pi internazionale della capitale, e pi disposta a sostituire oui con yes. A restringere ancor di pi il campo, si pu dire che nell'ultimo secolo l'irradiazione del genio francese sia partita addirittura da una zona particolare di Parigi, quella rive gauche che per una buona met del Novecento si impadronita dell'immaginario d'Occidente. Purtroppo al Caf de Flore e ai Deux Magots, nel cuore di Saint-Germain, non siedono pi da un pezzo Sartre e la de Beauvoir, Camus e Queneau, ed almeno da Bonjour tristesse, della scomparsa Sagan, che un romanzo francese non strappa l'attenzione del mondo. Se non una spiegazione, una descrizione dei fatti viene da Mavis Gallant, scrittrice canadese e parigina d'adozione. Qualche tempo fa, in un'intervista al Corriere della Sera, ha osservato: "Sono nata nel Canada francofono, ma l'inglese per me stata la lingua della libert. Ha un vocabolario molto pi ampio, mentre il francese ripetitivo, e solo se sei un genio riesci a muovertici dentro come Proust. In Francia, poi, la lingua decaduta assieme al livello 163 dell'istruzione scolastica. Quando arrivai a Parigi nel 1950 l'ultimo dei tassisti parlava come un poeta". Adesso, per trovare conducenti letterati bisogna invece passare dall'altra parte della Manica, dove l'inglese rifiorisce grazie ad autori dalla pelle scura e dai nomi non esattamente oxoniensi: Ali, Kureishi, Rushdie, Naipaul. vero che anche a Parigi tutti i maggiori premi letterari dell'autunno 2006 sono finiti a scrittori "d'outre-France", insomma delle ex colonie. Ma com' che invece nell'ile-de-France i vari Djamel e Khaled al massimo diventano cantanti di successo? Si vede che non sono stati ancora cooptati nella pi seducente creazione intellettuale della Francia degli ultimi vent' anni. Si scrive exception culturelle e si pronuncia manna di Stato. In sostanza, la Rpublique, che gi inghiotte con difficolt la concorrenza in economia, ha deciso di sospenderla del tutto in campo culturale. Quadri e libri, film e

commedie, musica e mimi, purch portino un nome francese, hanno tutti a che fare con la famosa "identit", e dunque meritano dallo Stato ogni appoggio concreto. Come l'asilo offerto a qualche "brigatista" nostrano, cos anche questa provvidenza un regalo del mitterrandismo alla Francia. Fu l' indimenticato ministro Jack Lang, dall'aria cos irresistibilmente kennediana, a varare la norma che destina al sostegno del genio gallico l'1 per cento del bilancio statale. Da allora, nessun governo si mai privato di questo fantastico investimento a pioggia che non migliora, pare, n la qualit n la diffusione dei film francesi, ma in cambio assicura formidabili serbatoi di consensi elettorali. Da che mondo mondo, com' noto, le sovvenzionistatali non bastano a creare capolavori. Di solito, al contrario, il gusto e l'intelligenza sono stimolati dalla sfida e dal confronto. Questa specie di IRI francese della cultura non ha impedito che Parigi perdesse, prima a vantaggio di New York e adesso di Londra, il ruolo di capitale dell'arte e dello show business. I pullman delle agenzie di viaggio continuano a scaricare vagonate di turisti davanti al Lido, al Moulin Rouge, al Paradis Latin ma al netto di piume e paillettes lo spettacolo monotono e ripetitivo. Niente a che vedere con gli scintillanti musical del West End londinese, dall'immortale Phantom of the Opera (Il fantasma dell'opera) allo scapigliato Bombay Dreams e all'irresistibile riproposizione del classico Anything Goes. Stesso discorso per la grande musica classica. La sala Pleyel ci ha messo un decennio a riaprire dopo i lavori di restauro, ma dove sono sulle rive della Senna le straordinarie orchestre che riempiono ogni serata londinese, da quella del Covent Garden, diretta da un genio come Antonio Pappano, alla London Symphony, alla Royal Philharmonic? Anche il mercato dell'arte ha preferito varcare la Manica. Galleristi, mediatori, collezionisti ora si danno appuntamento tra Kensington e Mayfair. In buona misura perch da queste parti si ormai realizzato un concentrato di ricchezza che non ha pari al mondo. Ma anche perch, all'inizio dileggiata e irrisa, la new british art ha aperto nuovi sentieri di ricerca, ha proposto stili e commistioni, artisti e personaggi: in breve, tutto ci che alimenta l'estro e produce stagioni creative. La direzione di marcia si invertita dai tempi remoti di Fragonard o pi recenti di Matisse, Lger, Derain. Allora le tele e il genio francesi varcavano la Manica per affollare le gallerie dei 164 165 nobili manieri inglesi, adesso Londra che fa tendenza, occupando perfino l'immaginario francese. Di recente al Museo di guai Branly l'artista anglo-nigeriano Yinka Shonibare ha esposto un'installazione intitolata Jardin d'Amour: tra le frasche di un giardino francese del diciottesimo secolo ricreato per l'occasione si intravvedono personaggi

senza testa ispirati a tre dipinti di Fragonard. Una metafora perfetta dell'odierno rapporto tra le due capitali d'Europa. Intendiamoci. Parigi resta una citt straordinaria dove l'arte ancora si respira nell'aria. Ma pi per i suoi formidabili giacimenti museali, come si usa dire adesso, che per la creativit dei suoi artisti viventi. Del resto, lo stesso onnipotente ministero della Cultura a riconoscere, in uno studio di qualche anno fa, che gli artisti francesi occupano in termini di notoriet planetaria solo il quarto posto (assieme agli italiani) dietro americani, tedeschi e britannici. Un po' colpa della lingua, certo, ma anche di un orgoglioso autoisolamento culturale fatto di rancori e rimpianti. E di rifiuto della sfida, della concorrenza. I francesi non creano. Conservano. Perci non pi un Picasso ma il Louvre - come titola Le Nouvel Observateur - che "va alla conquista del mondo". Non senza parecchie polemiche, che la dicono lunga su come vanno le cose in Francia. Grandina sul "Louvre delle sabbie" "I musei non sono in vendita", tuonava il 13 dicembre 2006 sul venerabile Le Monde un appello firmato prima di 166 tutto da tre ex direttori del Louvre - Franoise Cachin, Jean Clair, Roland Recht - e a seguire da oltre mille nomi altisonanti della cultura francese. A dar man forte, anche qualche artista alla moda come Mike Kelley, che denuncia la "disneylandizzazione" dei grandi musei, dove l'arte si consuma tra un sandwich e l'altro. A parte il fatto che non si capisce perch uno dovrebbe digiunare tra uno Chagall e un Kandinskij, tutta la polemica nasce dall'annuncio che anche il Louvre entra finalmente nel business internazionale delle esposizioni museali. Entro il 2012 una sezione con tanto di marchio aprir tra le sabbie dell' emirato di Abu Dhabi, sotto il padiglione disegnato e costruito da Jean Nouvel, lo stesso architetto di due edifici-simbolo della nuova Parigi, l'Istituto del mondo arabo e il Museo di guai Branly. Tra i felici principi del petrolio c' chi si diletta a costruire una pista da sci in pieno deserto, come il caso dell'emiro del Dubai, e chi invece investe in cultura, come il sovrano di Abu Dhabi. Sull'isola di Saadiyat, che in arabo significa felicit, il petrol-principe ha varato un progetto da far impallidire tutti i mecenati dei secoli precedenti. Al momento sulla lingua di terra disabitata dell'isolotto corrono ancora le gazzelle, ma ben presto questi 27 chilometri quadrati, a 500 metri dalla riva della capitale Abu Dhabi, saranno collegati alla terra ferma da un'autostrada a dieci corsie. Dalla polvere sorger una citt unica nel suo genere. Quartieri d'affari e residenziali per 150.000 persone, due terreni da golf, tre porti turistici, ventinove alberghi. Ma Saadiyat sar soprattutto un santuario culturale. Il celebrato architetto Frank Gehry sta costruendo un altro museo Guggenheim, il sesto nel mondo, Zaha Hadid

167 un centro dedicato alle arti teatrali, il giapponese Tadao Ando realizzer il Museo del mare. E il francese Nouvel, come s' detto, ha gi disegnato il Louvre del deserto. In cambio il Louvre originale, quello della Senna, ricever dal munifico emiro un assegno da 700 milioni di euro. "Il denaro importante, ma non l'unico motore dell'operazione", mette giudiziosamente le mani avanti il presidente del pi famoso museo del mondo, Henri Loyrette. E ha pure l'aria di crederci. In effetti il ministero della Cultura preferisce buttarla in politica, glorificando "l'estendersi della Francia" e "il dialogo su proposta di un paese arabo moderato". Sorvola, il ministro, sulla circostanza che il marchio Louvre sia servito anche a cementare - come sostengono i critici - gli eccellenti affari tra la Rpublique e gli Emirati arabi: quasi 3 miliardi di euro, soprattutto di costruzioni aeronautiche, il volume delle esportazioni francesi, contro 850 milioni di importazioni (al 90 per cento petrolio). Ma se pure la parziale cessione dell'etichetta con la Gioconda fosse tornata utile agli interessi economici del paese, oltre che direttamente a quelli del museo, che cosa ci sarebbe di male? Dove sarebbero mai "i rischi sul piano dell'etica professionale" denunciati dal Comitato francese di storia dell'arte, uno sdegnato organismo composto da cinquecento accigliati direttori e curatori di gallerie? La verit che la mescolanza di arte e commercio in Francia tab. "Un museo un business", ha avuto l'ardire di affermare Thomas Krens, direttore della Fondazione Guggenheim. Che altro vi aspettate da un americano? Par di vedere la smorfia di disgusto sulle labbra di Stphane Martin, curatore delle collezioni d' arte primitiva diguai Branly: "Lo scopo di un museo non fare profitti". Ma non dovrebbe nemmeno essergli proibito di accrescere le proprie risorse, e dunque gli incassi, senza aspettare le laute mance statali. Il contratto del Louvre con Abu Dhabi non contiene niente di indecoroso: quattro esposizioni all' anno per dieci anni, prestiti permanenti per un paio di lustri, cessione del marchio per due decenni, gestione della sezione locale sull'"isola della felicit". I 700 milioni di euro ricevuti in cambio equivalgono a quattro anni di bilancio del museo parigino. Ma non bastano a tacitare le anime belle che hanno conservato la loro innocenza grazie alle generose sovvenzioni dello Stato. Le proteste appaiono talmente ipocrite che perfino Jack Lang, proprio lui, l'ex ministro socialista inventore dell'I per cento alla cultura, sbotta contro "le verginelle di un' arte dottrinaria e imbalsamata". Che piaccia o no, le grandi gallerie stanno diventando dei "marchi", etichette esportabili con grandi benefici economici (non solo) in tutti gli angoli del pianeta. A New York la riapertura del MoMA (il Museo d'Arte Moderna), avvenuta nel 2005, avr un impatto economico di 2,3 miliardi di dollari nei primi tre anni. A Londra la nascita nel 2000 della Tate Modern, gemella

contemporanea della vecchia Tate Britain, ha moltiplicato i visitatori: la sola Modern ne ha attirati 8 milioni tra il 2004 e il 2006. Del resto proprio il Louvre stato il primo a giocare la carta dei grandi numeri. Nel 1989, anno d'inaugurazione della famosa Piramide, i visitatori sono stati un po' meno di 3 milioni. Nel 2006 sono arrivati a 8,6 milioni, di cui pi della met stranieri. E il trapianto all'estero di grandi istituzioni museali francesi ha gi importanti precedenti: 168 169 m un altro Centre Pompidou (il Beaubourg) nascer in Cina a Shanghai, un museo Rodin in Brasile a Bahia... Perch tanto chiasso proprio sull'operazione pi lucrosa, il Louvre tra gli arabi? puro conservatorismo o magari c' pure un filino di islamofobia? Mai dimenticare che, da Molire in poi, i tartufi sono una specialit francese. Ma dove vanno "les intellos"... Diciamo la verit, stata la charade pi appassionante di queste noiosissime elezioni francesi. Vanno o restano? Si spostano a destra o marciano a sinistra? Staranno con Sarko oppure con Sgo? L'atteggiamento dell'intellighenzia nella disfida elettorale ha alimentato come pochi altri argomenti la conversazione della Parigi che conta. Peccato che nessuno, tra giornali e settimanali, sondaggisti e ricercatori, abbia posto la sola domanda che conta: ma alla Francia interessa davvero sapere per chi votano Max Gallo e Andr Glucksmann, Alain Finkielkraut e Nicolas Baverez? Qui si misura con mano una rilevante differenza tra noi e loro. Anche in Italia a ogni importante vigilia elettorale si sente l'obbligo di fare la conta dei "professori", ma di solito i giornali se la sbrigano con qualche servizio-catalogo in pagina interna. Qui invece, sulle rive della Senna, si assiste al dilagare di interviste televisive, inchieste dei quotidiani, copertine dei settimanali. Il solito Observateur, termometro sensibilissimo delle conventicole parigine, mena la danza. La copertina del 21 febbraio, a due mesi 170 dal primo turno elettorale, sotto le immagini di cinque di loro - i pi fotogenici - lancia l'angoscioso interrogativo: "Les intellos - Svoltano a destra?" Se la questione suscita pochi fremiti nell'elettore francese, figuriamoci quanto gliene pu importare al lettore italiano. Perci mi guarder bene dal diffondermi sui risultati dell'accurata indagine, se non per registrare a titolo di cronaca che l'ex nouveau philosophe Andr Glucksmann ha fatto pubblicamente sapere su Le Monde del 30 gennaio "perch scelgo Nicolas Sarkozy". Mentre l'ex gemello bello, Bernard-Henri Lvy, dopo

una cena con Sgolne Royal, ci rivela a sorpresa di "essere sempre di sinistra, a dispetto di trent'anni di guerre continue". Ma effettivamente un'eccezione, giacch il grosso dell'intellighenzia parigina conferma un'inarrestabile tendenza a "destrizzarsi", sia pure rifiutando fermamente - si capisce - l'etichetta di "neoreazionari". Ma come, i "neocon" escono di moda perfino in America, e volete che proprio adesso qualcuno si mostri cos sorpassato da fregiarsi di questo titolo a Parigi? Quello che stupisce lo straniero che sebbene l'intellettuale francese "d'origine controllata" sia dato per morto ormai da parecchi anni, c' ancora qualcuno che "cerca di far parlare il cadavere", osserva con humour nero Marcel Gauchet, direttore della prestigiosa rivista le dbat. Macch, non ci si riesce nemmeno ricorrendo ai riti voodoo. E i socialisti, feriti dal cambio di gabbana di Glucksmann, si sono giustamente rallegrati all'idea che l'arruolamento del filosofo non conta niente in confronto all'effetto che produrrebbe uno Zidane. Dice l'avvocato JeanPierre Mignard, incaricato dal PS di organizzare i grandi 171 raduni attorno a Sgolne: "Come negare che lo sportivo ha ormai un impatto etico e politico decisivo sull'insieme della societ?" da un pezzo, insomma, che i flebili epigoni dei maitres-penseurs si sono autocondannati allo strapuntino nella disputa tra i cantanti-evasori fiscali che sostengono Sarkozy e gli attori innamorati di Madame Royal. Avversario implacabile della democrazia-spettacolo, non poi il filosofo Finkielkraut a vivisezionare con la pi grande seriet le canzoni di una Diam's, da lui consacrata come una novella Beauvoir dell'antirazzismo impazzito? Succede a furia di inseguire le mode. A forza di stare accanto ai rapper (pardon, rappeurs) in nome dell'emergenza umanitaria e promozionale, si finisce col subirne la concorrenza. Ci fu un tempo non troppo lontano in cui grandi voci della cultura potevano ancora pesare su una campagna elettorale. Ma i vari Bourdieu, Derrida, Vidal-Naquet sono stati spazzati via dal voto del 2002, con Le Pen che umiliava il socialista Jospin. Meglio, forse, stare zitti. O giocare la carta degli "umanisti reazionari", la cui densit di produzione libraria inversamente proporzionale alla capacit di pubblica indignazione contro l'orrore ceceno o il "fascislamismo". L'annotazione sarcastica di Franois Cusset, giovane professore di Sciences Po (l'Istituto di studi politici di Parigi) e dell'Universit di Columbia, per il quale "in fondo abbiamo assistito alle prime presidenziali dell'era post-intellettuale". Perfino Le Monde deve arrendersi all'evidenza. Il de profundis recitato in un inserto speciale del 22 marzo. Scrive Grard Courtois: "Per lungo tempo gli intellettuali francesi hanno avuto il monopolio del cuore e dell'indignazione 172

, il privilegio del verbo e della rivolta, il prestigio del matre penser. Avanguardia illuminata della societ e della Repubblica, essi dicevano il giusto e proclamavano il vero, guidavano il popolo o cos credevano, convocavano i potenti davanti al tribunale dei valori. Questo tempo finito, con ogni evidenza". Seguono otto pagine a sei colonne corpo otto piene di interviste raccolte sotto il titolo: "Gli intellettuali giudicano le presidenziali". La sociologa Judith Revel, per esempio, si interroga su un concetto centrale della Francia post-rivoluzione: la citoyennet, ovverossia la cittadinanza, che non come da noi semplice dato anagrafico, ma un insieme di valori fondati direttamente sui principi dell' 89. "Che cos' una piena citoyennet quando la globalizzazione dissolve le frontiere economiche ma le stesse vengono riaffermate per negare la mobilit degli uomini?" si chiede affranta Madame Revel. L'antropologo Marc Abls rincara la dose: "L'entrata in scena dei cittadini desacralizza i candidati". E dagli, co"sti citoyens! Comunque vi risparmio gli altri tredici soloni interpellati dal giornale. Per fortuna che la prima di Le Monde continua a ospitare la vignetta di Plantu, il pi geniale commentatore politico dell'Esagono. Nel caso specifico, il gruppetto dei saggi disegnato, teste fumanti, in mezzo a una selva di schermi televisivi dominati dai volti dei candidati, e la di-da recita: "Intellettuali profondamente impegnati nella riflessione si pongono le questioni essenziali: 1. la societ francese completamente bloccata? 2. dove ci portano le presidenziali? 3. il 95 per cento dei sondaggisti sono veramente degli stronzi?" Soprattutto l'ultima una domanda che pu portare lontano. 173 Giornalismo alla maionese Se la figura del matre-penseur si dunque spenta senza suscitare particolare cordoglio, il tartufismo no, quello sopravvive. L'indignazione fintamente virtuosa, il silenzio pagato un tanto al chilo. Sbaglia chi pensa che l'omert sia una specialit italiana, segnatamente siciliana. I francesi mostrano di praticarla benissimo. E i migliori nel settore si rivelano i confrres del mio mestiere, i colleghi di giornalismo. Mi ha sinceramente lasciato di stucco, mentre intervistavo alla radio il presidente della Camera, Bertinotti, sentirlo elogiare il comportamento della stampa francese di fronte al "caso Mazarine" (la figlia naturale del presidente Mitterrand, nata dalla relazione adulterina con Anne Pingeot). Un "segreto" mantenuto vent'anni, fino a quando il settimanale rosa Paris Match pubblica le foto di padre e figlia che escono, salutandosi affettuosamente, dal solito ristorante Le Divellec. Secondo parecchie indiscrezioni lo scoop stato in realt organizzato, ma qui non questo che conta. La cosa sbalorditiva la vera e propria insurrezione della

stampa "rispettabile" contro le rivelazioni, che minacciano "di favorire la deriva verso un' informazione scandalistica all'inglese". Ricapitolando. La Francia ha avuto per quattordici anni un presidente che praticava come sport la caccia alla gonnella, e nessun giornale o giornalista ha mai nemmeno pensato che l'argomento potesse essere di pubblico interesse. L'amante ufficiale, madre della figlia illegittima, viveva stabilmente negli appartamenti dell'Eliseo, mentre la legittima consorte del presidente se ne restava nell'abitazione privata, e nessuno trovava niente da ridire. La figlia naturale cresceva nell'ombra, come una sorta di Maschera di ferro dell'era moderna, e nelle redazioni chi sapeva taceva, e lo trovava normale. C' da stupirsi che la penetrazione della stampa francese tra i concittadini sia la pi bassa d'Europa? Certo difficile identificare in questo giornalismo, incluso il paludato Le Monde, il modello che qualche nostro politico vorrebbe indicare. Tristissime le mattine a Parigi per chi arriva da Londra, abituato a cominciare la giornata sui tomi della stampa inglese. Un chilo e mezzo di carta inchiostrata che esige dal lettore professionista una buona parte delle prime ore del giorno. Al mio risveglio parigino, stentavo a credere ai miei occhi: nella busta lasciata davanti alla porta dall' edicolante non c'erano che tre smilzi fascicoli. le Parisien, Libration, Le Figaro. Dio, mi sono chiesto, dov' finita la Francia? Era tutta l dentro, nelle poche pagine di quotidiani zeppi di dichiarazioni politiche o di cronaca locale. Non un'inchiesta, non uno scoop. Il trionfo del giornalismo "anfibio". Rispettoso verso il potere, indifferente verso il lettore. Che ricambia di cuore. Pensate che gli undici principali quotidiani francesi, inclusi i maggiori provinciali, vendono in tutto due milioni di copie. Roba da far apparire perfino i pigri italiani un popolo di onnivori lettori. Sento gi obiettare i pi francofili dei miei amici: ma c' Le Monde, ci sono i settimanali... Eleganti, non c' che dire. Ma non esattamente penetranti. Il giornale del pomeriggio appare fiero e orgoglioso del suo algido distacco dalla vile materia delle notizie. Analisi a iosa. Statistiche, poche. Quanto agli hebdos, i settimanali, sono soprattutto 174 175 (come peraltro in Italia) bandiere di campi avversi, dichiarazioni d'appartenenza. L'Observateur conforta una sinistra che si sta abituando a perdere ma non rinuncer giammai, perdiana! ai dogmi della citoyennet. Le Point sempre impegnato a difendere la Francia dalle "potenze oscure" della finanza angloamericana, e via elencando. La contiguit dell'uno o dell'altro al potente di riferimento scontata. Perfino quando si tratta di grandi nomi. Raccontano che Mitterrand non lasciasse mai il suolo patrio senza avere accanto in volo Jean Daniel, padre padrone del Nouvel Obs, che pure ostentava una certa fronda verso l'Eliseo. Perch allora - gli hanno chiesto -portarselo sempre appresso? E il presidente, con un sorrisetto noncurante: "Non posso fare

altrimenti. Ogni volta che parto lui si mette davanti alle ruote dell'aereo. O lo prendo a bordo o gli passiamo sopra". Se sperate che la tl si riveli pi stimolante, o pi indipendente, lasciate perdere. Per chi si occupa di informazione le televisioni a ciclo continuo, tipo BBC News o Sky News, rappresentano ci che una volta era per i redattori il campanello della telescrivente. da li che spesso arriva il segnale d'allarme, l'annuncio della notizia quasi in tempo reale. Non contateci se per caso accendete LCI, la catena francese che dovrebbe trasmettere informazione 24 ore su 24. Da pranzo fino a cena tutto un dibattito, e nelle ore del mattino ricca di notizie su greggi sperdute nei Pirenei, bagnanti in difficolt in Bretagna, viaggi del presidente nell'Africa francofona, o ci che ne resta, perch perfino in Senegal o nell'ex Congo, oggi Zaire, i locali preferiscono passare alla lingua del nuovo Impero. Ah, dimenticavo... C' anche France 24, che Chirac ha 176 fortemente voluto come la risposta francese alla CNN. Paga sempre lo Stato, si capisce. Chi la vede, invece, ancora non si sa. Le interviste televisive confermano che l'idea condivisa di intervistatore e intervistato quella di una combine in cui "l'illustre ospite", specie se politico, l non per rispondere alle domande di un impiccione ma per trasmettere al pubblico la sua superiore sapienza. So bene che questo difetto non ignoto anche da questa parte delle Alpi, ma almeno i giornalisti italiani ne fanno oggetto di un' autoflagellazione continua. Niente di tutto questo per i confrres di entrambi i sessi, che davanti alla telecamera scuotono pensosi il ciuffo o il ricciolo ibernato nella lacca e continuano la marcia trionfale nella banalit. Diciamo che manca, a essere buoni, l'attitudine a mordere. Ma c' di peggio. Risultano labili da queste parti i confini della deontologia professionale. Con qualche clamoroso incidente. L'ultimo giusto nella recentissima campagna elettorale. Alain Duhamel uno dei politologi pi quotati di Francia. Perci la catena televisiva France 2 (pubblica) e la radio RTL se l'erano accaparrato in qualit di commentatore principe della competizione presidenziale. Ma ecco, il 16 febbraio, l'annuncio che Duhamel sospeso dalle trasmissioni fino al voto. Perch? Che cos' successo? La colpa di un video apparso su Internet, che riprende l'editorialista nel novembre 2006, mentre parla all'Istituto di studi politici di Parigi davanti a una platea di giovani dell'UDF (Union pour la Dmocratie Franaise), vale a dire il partito del candidato Francois Bayrou: " uno 177 che mi piace. Voterei per lui, per dirla tutta". vero che Duhamel parlava in una riunione privata, come si affretta a difenderlo l'interessato Bayrou, ma anche vero che nel momento in cui la

dichiarazione viene resa pubblica il suo ruolo neutrale di fronte all'audience televisiva irrimediabilmente compromesso. L'allontanamento dagli schermi pare una semplice questione di buon senso, e di buon gusto. Ma non ai politici francesi. Perfino il socialista Strauss-Khan, forse perch detesta Sgolne che l'ha battuto, dichiara la sanzione "ingiusta e ipocrita". Il risultato di un giornalismo quasi sempre schierato, e spesso succube, che non ci azzecca mai. Nel 2002 non aveva previsto il successo di Le Pen, nel 1995 aveva scommesso sulla vittoria di douard Balladur contro Chirac, risultando puntualmente smentito dai risultati. "Bisogna riconoscere che ci sbagliamo regolarmente", ammette Laurent Bazin, televolto di LCI, Europe 1 e adesso i-Tl. Ne deriva un discredito, soprattutto dei giornalisti politici, che conduce il pubblico delle trasmissioni televisive a fischiarli quanto e pi dei politici. "Abbiamo effettivamente un problema di credibilit", riconosce Renaud Dly, condirettore di Libration. "Soprattutto dopo l'inatteso successo di Le Pen nel 2002. La gente ci rimprovera la nostra arroganza, ci sospetta di voler orientare il voto e tuttavia, nello stesso tempo, di non farlo abbastanza". L'ultima sconsolata protesta viene da Michael Darmon, giornalista di France 2: "Dappertutto in Europa i responsabili politici si sottopongono all'interrogazione puntuale da parte dei giornalisti. In Francia i leader non fanno che parlare di dibattito. Ma alla prima domanda scomoda delegittimano l'intervista". 178 Ai nostri colleghi d'Oltralpe non resta che rifarsi nelle giurie letterarie. Che logomachie, in Francia! Quanto sangue (metaforico, per carit) sui premi! E che scoop, anche sui politici! L'ultima edizione del Prix Femina, per esempio, rester negli annali. Una giurata, Madeleine Chapsal, scacciata dalle altre, l' amica Rgine Deforges che si dimette per solidariet, e il perfido disegnatore Wolinski che le ritrae tutte assieme, Erinni furiose, mentre si insultano l'un l'altra, e sputano tutte assieme nella zuppa del premio. In mezzo alla rissa un'altra giurata, Roselyne Bachelot, coglie l'occasione per farsi un po' di pubblicit e dimostrare che anche in Francia il miglior giornalismo politico le canta chiare. Madame Bachelot ha infatti pubblicato un libro dal suggestivo titolo Le combat est une fte, la battaglia una festa. E nel capitolo "Lo schiaffo" dice infine una parola risolutiva sulla questione che ha tenuto sospesa la Francia: Jacques Chirac porta o no un apparecchio acustico? Senza giri di parole, la coraggiosa Roselyne risponde: "Mi sembra di s". Ma l'intrepida non si ferma qui e rivela al mondo che "tutti hanno i loro piccoli difetti. Sgolne Royal e Franois Mitterrand si sono fatti correggere una dentatura aggressiva. Yvette Roudy ha ammesso sportivamente il suo lifting e Jack Lang ha un eccellente parrucchiere. Quanto ai portatori di impianti capillari, sono troppo numerosi

all'Assemblea Nazionale perch io li denunci". Ecco un vero esempio di giornalismo d'inchiesta. Se Roselyne continua cos, non la faranno pi entrare al ristorante del Senato. 179 11 Finalmente a tavola PJ ANCHE i critici pi feroci della civilt francese devono inchinarsi reverenti di fronte a un paese che ha trasformato il banale gesto dell' alimentazione in un'arte. Veramente, e non per fare gli sciovinisti, i primi a compiere questo passo in Occidente siamo stati noi italiani. I cugini d'Oltralpe tendono a dimenticarlo, ma le basi della loro celebrata cucina sono state poste dai cuochi fiorentini arrivati a Parigi al seguito di Caterina de' Medici: allora che viene pubblicato il Cuisinier Franpais, vera bibbia dei fornelli gallici. Ma era quasi cinque secoli fa, quando nella Penisola eravamo ancora "plebe dispersa", e nel frattempo abbiamo avuto troppi guai a cui pensare. I francesi no, non si sono lasciati distrarre. Hanno ingoiato peste, guerre e rivoluzioni. Ma ogni volta che in tavola c'era abbastanza da mangiare, hanno saputo trasformare l'occasione in una festa del palato e degli occhi. Abitudine che viene gelosamente custodita ancora oggi. Non dunque un caso che il mio soggiorno parigino, e il racconto che ve ne ho fatto, si apra tra i banchi di leccornie 181 di avenue Wilson e si chiuda - come vedrete tra breve -alla tavola sontuosa del ristorante Taillevent, una vera caverna di Al Bab per ghiottoni. Il peccato di gola nell'Esagono non fa distinzioni di ceto, di classe, di ruoli sociali. E solo in Francia la cucina poteva anch'essa vedersi segnata dal grande discrimine destra-sinistra. "Manger, c'est voter", si diceva a Parigi negli Anni Folli, dopo che il gastronomo Curnonsky (scomparso nel 1956) aveva stabilito la Tavola delle corrispondenze tra i gusti dei suoi compatrioti e le loro idee politiche. Vi piace il sushi, il cibo organico, l'hamburger, e simili menu eclettici? Siete certamente di sinistra. Se invece andate pazzi per il pot-au-feu (il lesso di manzo), la poule au pot (la gallina bollita) o la blanquette (fricassea di vitello), be', allora non si scappa: siete di destra. Addirittura all'estrema destra se siete un amante dei grandi banchetti, bench il presidente Giscard d'Estaing fosse un moderato, e amasse ciononostante le tavole a tre stelle. Pi misurato Mitterrand, che prediligeva i ristoranti di pesce (il gi citato Le Divellec, o La Cagouille), dove il sabato a colazione si limitava a consumare qualche ostrica seguita da ceteaux, piccole sogliole in padella. "Frequentando i bistrot, ha desacralizzato la funzione presidenziale", si commuove ancor oggi il patron de La Cagouille, Gerard

Allemandou. Comunque, a tutti coloro che pensano che per far politica ci voglia stomaco, douard Herriot ha offerto cinquant'anni fa un punto di vista pi radicale. "La politica", diceva, " come l'andouillette (la salsiccia di trippa): si deve sentire un po' la merde ma non troppo." La passione dei francesi per il cibo rasenta talvolta 182 l'entusiasmo isterico delle adolescenti per un cantante pop alla moda. ben nota la festa che attende in autunno la prima bevuta del Beaujolais Nouveau, vinello appena fermentato che in Francia popolare come un tempo da noi la gazzosa (e anche come gusto non molto diverso...). Ma forse non tutti sanno che la stessa eccitazione accompagna l'arrivo delle ciliegie in primavera. L'evento viene annunciato con giorni di anticipo sull'effettiva apparizione delle primizie sui banchi di mercatini e supermarket. I giornali si soffermano con dovizia di particolari su qualit del frutto, sfumature di colore e consistenza della polpa, e sulla corretta formazione del prezzo. La discussione avviene con la massima seriet tra gli esperti arruolati dai quotidiani e i rappresentanti dei produttori, che al solito lamentano l'insufficienza delle provvidenze di Stato a fronte della rapacit dei grossisti. In breve, quando le cerises raggiungono Parigi costano un occhio della testa anche se hanno lasciato le dolci valli di Provenza per pochi centesimi. Se poi la primavera piovosa, le burlat, come si chiamano quelle precoci (dal nome dell' "inventore", un certo Monsieur Burlat), raggiungono quotazioni da antiquariato. Che ci crediate o no, nel maggio capriccioso del 2006 Fauchon, la mecca dei buongustai a place de la Madeleine, le vendeva a 45 euro al chilo. Incredulo perfino dinanzi al cartellino del prezzo in vetrina, sono entrato a chiedere. Il commesso sussiegoso mi ha confermato la cifra, aggiungendo che "dipende da variet, grossezza, origine, Monsieur". Mi andata meglio dal solito Vignon sotto casa, in rue Clment Marot: 19 euro e 95 al chilo, affare fatto. "Non saranno troppo care?" ho chiesto ingenuamente 183 alla fruttivendola. E lei: "Per questo quartiere, negozio e qualit, normale". Ma la gente le compra? "In questo quartiere, s." E negli altri? Pure. Ma per fortuna Parigi ha venti arrondissements, e non solo l'Ottavo o il Primo. Magari non saranno eccezionali, ma su scaffali e bancarelle "normali" nelle altre zone della citt potete gustare le burlat anche a 5-6 euro al chilo. E non solo quelle. La scoscesa me Mouffetard, dietro l' augusto colonnato del Panthon, vi riconcilia con le gioie della vita. Ah, le ondate olfattive che si levano da intere gallerie di formaggi! Di capra, di pecora, di vacca, di montagna e collina, pianura e palude... Solo noi italiani ne facciamo altrettanti, di formaggi, ma questo nulla toglie all'autentica grandeur francese in campo caseario. Qui gli odiati anglosassoni

possono solo ammirare e stupire. E tentare una dilettantesca imitazione. Ricordo una cena di tanti anni fa in un ristorante alla moda di Edimburgo, all'ombra del castello che domina la capitale della Scozia. Antipasto di molluschi, pietanza di ottimo manzo di Aberdeen e infine con grande stupore di noi commensali - il carrello dei formaggi, spinto personalmente dal proprietario. Quattro mezze forme di svariata pasta e consistenza, e accanto a ognuna la foto di una vacca diversa: " cheese stagionato nelle fattorie della zona", annunci orgogliosamente il trattore: "E questi sono i ritratti delle mucche che producono il latte per le diverse qualit: Caroline, Mary Anne, Gwendaline..." Vedete quali attenzioni pu generare la penuria... Quelle dei francesi, invece, hanno a che fare solo con l'abbondanza. Cielo, l'allarme nel settembre 2006, 184 quando i coltivatori d'ostriche del bacino d' Arcachon hanno incrociato le braccia! Impennata dei prezzi a Parigi, dove il cicciuto mollusco si consuma come da noi il baccal. Era successo che a fine agosto due anziani consumatori avevano lasciato questo mondo dopo un lauto banchetto a base d'ostriche. Coincidenza del tutto accidentale, verificher dopo qualche giorno l'autopsia, ma intanto per precauzione le autorit sanitarie bloccano la vendita delle ostriche d'Arcachon. Quando finalmente danno disco verde per la ripresa del commercio, sono i coltivatori che rifiutano di tornare sul mercato: non prima, proclamano, che venga loro restituito l'onore! "Vogliamo una comunicazione ministeriale", dichiara il portavoce dell'associazione regionale della conchiglicoltura, "che abbia lo stesso impatto e la stessa forza di quella che annunciava il blocco della vendita." E solo una sentenza di piena assoluzione ha riportato le ostriche di Arcachon sui banconi di Parigi, pure e candide come gigli (ma quanto pi buone!). Trimalcione sulla Senna In ogni angolo del mondo, ormai, i cuochi sono diventati celebrit e i loro ristoranti templi del nuovo culto della cucina. Ma in Francia, si sa, questa una religione antica, e parlar male dei suoi sacerdoti locali pu essere pericoloso. Non pi, per, che rischiare l'avvelenamento in alcuni dei pi celebrati santuari della nouvelle cuisine. Nouvelle? Mai abbastanza. Mi spiace dar l'idea di un anglofilo preconcetto, ma devo concordare parola per parola 185 con la critica severa di Nigella Lawson, paffuta sirena della gastronomia televisiva anglosassone (sta sempre in tv a pasticciare con le pentole): "La cucina francese? Ma chi la mangia pi! Tutto questo grasso, queste uova, tante salse pesanti e formaggi". Sentenza durissima, ma che contiene verit sgradite. Ai francesi, ovviamente. Il vecchio ricettario, che ancora domina in troppi posti di gran nome, sembra incapace di

liberarsi dell'ipoteca della crema in ogni piatto. A dispetto dei Ducasse e dei Robuchon, veri rivoluzionari ai fornelli, la media di ristoranti e brasseries offre onestamente menu mediocri. E soprattutto, sempre gli stessi da una cinquantina d'anni. Quando la smetter la chicchissima brasserie Lipp, in boulevard Saint-Germain, di offrire sempre e solo choucroute all' alsaziana? Meno male che al piano di sopra si incontra (o almeno, si vede) le tout Paris... Naturalmente una cena nel posto giusto, tipo l'H'tel Meurice o la Tour d'Argent (sebbene in perdita di stelle), costruita per offrirvi emozioni che non si limitano alle papille gustative, ma puntano a far centro anche sugli altri sensi. Sempre che prima, ovviamente, abbiate svuotato il vostro conto in banca per pagare quello del ristorante. Prendete per esempio l'H'tel Crillon: un'infilata di sale tutte marmi e cristalli, una legione di camerieri in frac e senz'ombra di barba sulle guance, flates di champagne e sigari dopo pranzo, atmosfera ovattata e conversazioni a bassa voce. Ci ho festeggiato un compleanno, e rester indimenticabile. Non solo per il conto, ma per la faccia dei camerieri quando mia moglie ha ordinato di riportare in cucina il primo piatto. Dopo averli attesi per mezz'ora, i ravioli all'astice erano intollerabilmente freddi: e se uno, 186 tra gli specchi e i marmi del Crillon, li paga 65 euro (a testa...) avr almeno il diritto di mangiarli caldi? Per sfuggire agli eccessi di panna, oltretutto dannosi per la linea, molti locali nuovi, dalla pretesa aria internazionale, scivolano all'opposto in un minimalismo insapore. Carpacci, insalate, olio di semi... C' chi ha costruito una leggenda sugli insipidi prodotti del suo orto. L'Arpge, in rue de Varenne, a due passi dal Museo Rodin, l'antro magico di Alain Passard, inventore della cucina "vegetale" e novello Mida che trasforma la cipolla in oro. Letteralmente. Quando il matre mi ha proposto dell' oignon gratin au jus de citron, ho pensato a una zuppa di cipolle (che apprezzo) con una scorza di limone. Un tragico errore. Si trattava proprio di cipolla grattugiata innaffiata di succo di limone e infilata dentro il forno. Euro 48. Pi fortunata, mia moglie ha scelto pomme de terre fume au bois de htre, fleur de sel, che sarebbe patata affumicata alla legna di faggio, con sale grosso. Euro 42. Vi avverto, se vi venisse in mente di ordinare l' astice delle isole Chausey, che gli euro in questo caso sono 140. Meglio saltare direttamente al dessert. Mi lascio tentare da una millefoglie al rabarbaro. Ottimo il vegetale bollito, purtroppo il cuoco ha dimenticato lo zucchero. Sono tra i pochi a lasciare questo posto, in cui - recita il motto - "il lusso nel piatto", non solo a stomaco vuoto, ma pure fortemente deluso. Ma chi a Parigi osa criticare un tre stelle Michelin? Passard un artista, un filosofo, un guru dell'orto. All'Arpge, si apprende dalla brochure, "non solo i piatti arrivano sempre a destinazione alla temperatura esatta, il

che dopotutto naturale in un ristorante di questo livello (bont loro, N.d.A.) ma anche la loro 187 presentazione non lascia nulla al caso". E se per caso vi lamentate di una carta di poche pietanze (ma a prezzi salatissimi), sappiate che Monsieur Passard non fa dell'innovazione a qualunque costo: "si accontenta di qualche ricetta nuova ogni anno, e resta fedele ai suoi classici, come i famosi pomodori sott'olio ai dodici sapori". Avete capito bene, pomodori sott'olio. Ma volete mettere come suona in francese? Tomates confites aux douze saveurs... A proposito, sarebbe un dessert. Ristoranti del genere sono la trasposizione a tavola della supponenza gallica. Il Maestro ama dire: "Ci sono sapori che sono come parole". Nel suo caso, e in parecchi altri, direi che si tratta soprattutto di chiacchiere. Ma sia lode invece agli innovatori, che non considerano gli ingredienti prescrizioni mediche e i clienti nemici da affamare. Alain Solivrs, allievo di Ducasse e ora chef di Taillevent, uno di questi. Sar che lavora in un locale storico, intitolato al padre della cucina francese medievale, quel Guillaume Tirel autore del trattato sulle carni, fatto sta che i piatti sulla tavola di Taillevent sono colorati, saporiti, pieni di inventiva, eppure leggeri. La crme brale de foie gras, le ostriche Gillardeau al riesling e al crescione ben dispongono a riguardo dell'universo, e se proseguite con l'anatra arrosto alle spezie o la triglia in padella vedrete anche gli esseri umani sotto una luce migliore. Gastronomia come questa, o - allo stesso livello - Philippe Legendre al ristorante Le Cinq dell'hotel George V, Joel Robuchon all'Atelier, il solito Ducasse al Plaza Athne o al Louis XV di Montecarlo, rappresentano la cucina francese al massimo del gusto e della gioia. Purch, ripeto, abbiate un cospicuo conto in banca. E i francesi medi, come mangiano? Dove mangiano? Si capisce che l'alimentazione quotidiana, qui come altrove, lontana da quella che si trasforma in un piacere. Per la vita culinaria d'ogni giorno sembra onestamente impari alla leggenda. Le statistiche rivelano impietose che il 96 per cento dei transalpini consuma alimenti surgelati, tre volte pi di noi italiani. E, secondo Le Monde, i francesi tra i venticinque e i trentacinque anni non imparano pi a cucinare. Con ci tradendo quello che secondo Francoscopie, un'inchiesta sociologica a tappeto coordinata da Grard Mermet, sarebbe addirittura "un atavismo gallico". Il professor Mermet ha ragione. Secondo gli studi di storici del calibro di Jullian, Thvenot e Lejeune, gli antichi Galli somiglierebbero come una goccia d' acqua a quelli descritti da Goscinny e Uderzo nelle strisce esilaranti di Asterix. Impulsivi, pittoreschi, conservatori, ma anche coraggiosi, ospitali e, giusto come i loro odierni discendenti, bons vivants, amanti della bella vita e della buona tavola. Insomma, non un caso che siano stati proprio loro a inventare la botte, spinti da un

bisogno leggendario di bere e fare festa. Ma evidentemente la resistenza atavica al nuovo e al forestiero si riflette pure sulla gastronomia. E spiega perch una delle caratteristiche pi eccitanti di una metropoli odierna, la multietnicit anche culinaria, a Parigi fatichi tanto ad attecchire. Per decenni solo le trattorie dei disprezzati rital (che sarebbero gli immigrati italiani) sono state tollerate accanto ai locali francesi, ma ovviamente parecchi gradini pi sotto. E ancora oggi perfino gli eredi pi prestigiosi dei ritrovi tricolori d'antan sono capaci di offrirti gli 188 189 spaghetti stracotti come contorno della cotoletta alla milanese. La situazione per fortuna tende a migliorare. Molti francesi si sono tanto abituati al couscous maghrebino da considerarlo ormai un piatto nazionale e Michelin ha concesso perfino una stella a un ristorante marocchino in rue du Boccador. Le catene di ristorazione libanesi e indiane moltiplicano le aperture un po' dappertutto in citt: con vietnamiti e cambogiani (antiche colonie), cinesi e giapponesi, assicurano ai parigini un'alternativa un po' pi eccitante dei soliti ris de veau, pot-au-feu, cassoulet, per non parlare della testina di vitello che ogni buon repubblicano consuma il 30 gennaio, giorno della decapitazione di Luigi XVI nel 1793. Che cuoricini, questi eredi dei sanculotti! L'arte di vivere e i re della truffa Una volta accertato, con l'autorevole avallo di storici e sociologi, che i francesi di oggi sono bons vivants quanto i Galli loro antenati, non stupir nessuno che Parigi risulti ufficialmente la citt pi fannullona del mondo. La classifica stata stilata dalla UBS, e voglio vedere chi osi mettere in dubbio l'affidabilit di una banca svizzera. Delicatissimi, peraltro, gli elvetici nell'enunciare i termini del problema. Il loro tredicesimo rapporto su "Costi e salari" nel pianeta osserva con linguaggio saponoso che "l'Europa continua a sedurre i lavoratori che attribuiscono grande importanza al tempo libero": ossia, in parole povere, che non amano lavorare troppo. E per fortuna, se lo possono permettere. La palma in questo concorso internazionale dipigrizia va incontestabilmente a Parigi. Tra le 71 citt analizzate, si piazza prima assoluta con appena 1481 ore di lavoro annuali e 27 giorni di vacanza l'anno. probabile che il primato sia largamente attribuibile all'introduzione delle 35 ore settimanali, ma certo noi italiani abbiamo tutto il diritto di chiedere i danni se qualcuno sostiene che siamo i campioni del dolce far niente. Roma, che pure con le sue 1747 ore annue non si ammazza di fatica, comunque solo quarantasettesima nella classifica della pigrizia, battuta pure da Milano. Ma che fanno i parigini con tutto il tempo libero

che si sono ritagliati? Ponti e week-end, dice la psicanalista Corinne Maier, che se n' occupata. E abbuffate. Una delle attivit ludiche preferite andare a tavola. I parigini arrivano tardi al lavoro, verso le 10, suppergi quando aprono anche i negozi; un'oretta dopo pausa caff, e a mezzogiorno si stacca per il pranzo. "E a Parigi si pranza davvero", insiste la Maier. "Il ristorante fa parte dello status sociale. Si torna al lavoro verso le 15, e poi per dimostrare il proprio zelo si resta in ufficio fino alle 19 o le 20." Tutto vero, confermo parola per parola. Se non ci credete, diamoci appuntamento sotto casa mia, in rue Marbeuf angolo rue Marot: l che a mezzogiorno in punto apre i battenti il Relais de l'Entrec6te, bistecca e patatine (o, come dicono i francesi, steak-frites) a prezzi imbattibili. La fila dei travet si snoda sul marciapiede fino alle 2 del pomeriggio, in un cicaleccio allegro da gita scolastica. Nessuno allo sportello postale? "Torni pi tardi." l'arte di vivere che il mondo invidia ai francesi. Viene per il sospetto che ad alimentarla almeno in parte 190 191 concorra un' altra arte meno ammirevole. Quella delle truffe. Sostiene Le Figaro che i connazionali siano les rois de la triche, appunto i re dell'imbroglio. Nel 2005 i magistrati di Francia hanno registrato 3.775.838 crimini e delitti. Di questi, i reati contro la persona non sono che un' infima parte. In compenso la folla anonima degli inappuntabili, inamidati "colletti bianchi" nasconde un esercito di truffatori a piede libero. Le frodi vanno dal lavoro nero alle false dichiarazioni, soldi spillati alla mutua, assegni scoperti, taccheggio nei grandi magazzini, evasione fiscale, viaggi a scrocco sui trasporti pubblici, con due veri e propri poli di eccellenza nel panorama europeo dell'intrallazzo: la truffa alle assicurazioni e la pirateria informatica. Parigi, insomma, non solo la regina dei blog, con tre milioni di siti attivi (come informa sempre la UBS), ma pure il paradiso degli scippatori in rete. E non il caso di trattarli con la bonariet riservata a una marachella. Ogni anno quasi 900 milioni di brani musicali e un milione di film vengono scaricati illegalmente via Internet da tre milioni di francesi. L'Esagono, inoltre, campione europeo nel furto dei programmi informatici, guadagnandosi il terzo posto mondiale dopo Cina e Stati Uniti. Sono ben 2 miliardi e mezzo di euro sottratti ai proprietari dei diritti. Ma una goccia rispetto al salasso inflitto ogni anno alle casse dello Stato. Con la manna colossale rappresentata dai 300 miliardi di euro della politica sociale, gli imbroglioni non hanno che da scegliere la mammella a cui attaccarsi. Tanto pi che i controlli sono scarsi e inefficaci. L'esempio pi clamoroso quello dell'indennit di disoccupazione: con 14 miliardi di euro di deficit 2005, la spesa pari a due volte il bilancio della giustizia (che costa 65 miliardi di euro). Ci si trova di tutto: false dichiarazioni, false ricerche d'impiego, false identit,

salari gonfiati artificialmente prima della rottura del contratto o della pensione, falsi licenziamenti, lavoro nero... Contro questo esercito del malaffare lo Stato ha schierato nel 2005 appena 158 ispettori: come dire uno ogni 10.000 disoccupati. Sempre che il controllore non sia in coda fuori dal Relais de l'Entrec&e. Ma del resto, se non bastano 5 milioni di impiegati ad assicurare il buon funzionamento del "modello sociale francese", quanti altri bisognerebbe arruolarne? La dimensione del saccheggio rivelata da un rapporto confidenziale dell'amministrazione reso pubblico nell'ottobre 2006 da Les Echos. Nella sola Parigi sono stati contati almeno 10.000 finti disoccupati, organizzati in bande specializzate nella produzione di documenti falsi. Nel febbraio 2006 la polizia ha smantellato una rete di 600 imprese-bidone. Pi recentemente, finito in gattabuia un parrucchiere che dichiarava di impiegare 400 persone. La stessa storia di truffa si ripete con i contributi famigliari, che distribuiscono ogni anno 60 miliardi di euro. E ovviamente con il servizio sanitario. Risultato: un costo per lo Stato, in frodi fiscali e assistenziali, calcolato tra i 30 e i 40 miliardi di euro nel solo 2006. Sono le cifre contenute nel rapporto annuale del Consiglio dei prelievi obbligatori, e per capirne bene la portata servir ricordare che il deficit statale francese di poco superiore ai 36 miliardi di euro. La stessa somma equivale al costo complessivo delle misure di riforma contenute nei programmi elettorali di Royal e Sarkozy. 192 193 Di fronte ai furti, l'amministrazione pubblica si stringe nelle spalle. "Non nella cultura degli organismi sociali dare la caccia ai poveri", puntualizza un dirigente a Parigi. Poveri? Sembrerebbero piuttosto degli Arsenio Lupin. Ascensore per le nuvole Ma lasciamo gli imbroglioni al loro destino e torniamo ai piaceri legittimi che la Francia sa ancora elargire. Il cibo, il lusso, il mito. Quest'ultimo, soprattutto. E il mito sulla Senna si presentava sempre avvolto in una nuvola di fumo. Spesso, denso, oleoso. il fumo delle "brune", la cicca che pende in ogni fotogramma dalle labbra di Jean Gabin. Le fumava JeanPaul Sartre, le tirava Serge Gainsbourg. Il primo non restava mai a corto di Gauloises, il secondo di Gitanes. L'uno e l'altro marchio sono stati per pi di mezzo secolo un simbolo della Francia tanto quanto la baguette o la Tour Eiffel. Io le scoprii all'universit, poco dopo il '68, seguendo la moda diffusa dal docente di Estetica, il carismatico Emilio Garroni. Abbandonai le "bionde" inglesi e mi iscrissi al partito delle Gitanes. Pacchetto blu, niente filtro. Per fare pi colpo, ogni tanto si passava alle papier mais, quelle con carta gialla, che certificavano maggiore sofisticazione intellettuale. In tutti i casi, gialle o bianche, per fumarle ci voleva una ciminiera piuttosto che polmoni. Ma quel fumo di tabacco bruno sapeva

di peccato, rive gauche ed esistenzialismo. Era insomma Parigi, e fa un certo effetto sapere che adesso le "brune" di Gabin si naturalizzano inglesi. Io ho smesso trent'anni fa, e anche in Francia non le fuma pi nessuno. A met degli anni Settanta tirava "brune" 1'80 per cento dei tabagisti gallici, oggi appena il 10 per cento. Si capisce che il produttore Altadis voglia vendere. E del resto la britannica Imperial Tobacco, che compra, non lo fa per Gitanes e Gauloises ma per i sigari, di cui Altadis primo produttore mondiale. Le "brune" da sole non valgono gli 11 miliardi di euro offerti dagli inglesi. Forse per questo che nessuno protesta, in un paese assillato dall'incubo di perdere i simboli della sua identit. Una nuova autostrada vicino a Bordeaux, in mezzo alle vigne del Medoc? Dio non voglia, gridano all'unisono vignaioli e ambientalisti, rischierebbe di uccidere il re dei vini francesi: quello Ch'teau Margaux che peraltro solo pochi eletti possono permettersi di bere, visto che costa una fortuna. E gli Champslyses? "Salviamoli dalle boutique", gridano assieme destra e sinistra, orripilate di fronte ai "troppi negozi di vestiti" sulla strada forse pi celebre del mondo. Ma giusto tanto allarme? O l'ennesima spia dell' atavico conservatorismo gallico? Non c' dubbio che negli ultimi dieci anni il profilo del viale lungo due chilometri sia cambiato profondamente. Via parecchie delle sale cinematografiche tradizionali sulla strada, via pure pizzerie e ristoranti, adesso a temere lo sfratto sono le librerie-discoteche Virgin e FNAC. Il canone d'affitto dei locali sui prestigiosi marciapiedi quintuplicato in pochi anni, passando da 2000 a 10.000 euro, e a questi prezzi solo le grandi catene d'abbigliamento riescono a tenere botta. Con 150.000 persone al giorno, 500.000 sabato e domenica, di cui il 70 per cento turisti, un negozio da queste parti vale cento campagne pubblici194 195 tane internazionali: "Vedono il marchio, i prodotti, per acquistare forse altrove e pi tardi", spiega Emmanuelle Gaye, portavoce di Adidas, 1500 metri quadrati di negozio al Rond-Point. "Ma cos gli Champs-lyses rischiano di banalizzarsi", contrattaccano i funzionari del Comune di Parigi. Che, com' noto, di sinistra, ma una volta tanto d'accordo con il governo di destra vuole tutelare la strada come una cattedrale. Controllo assoluto sul passaggio delle licenze. Divieto di spostare pure un'insegna, installare un tavolino, cambiare gli orari. Tempi duri per le boutique. Di nuove non se ne parla, e anche le vecchie si sentono nel mirino. "Le autorit vogliono trasformare Parigi in un museo", protesta - ma solo - Le Figaro. Basta? Macch. Le Journal de Paris a lanciare l'allarme nell'autunno 2006: "La me des Rosiers perde la sua anima ebraica". Diavolo, che succede a quest' angolo sopravvissuto della Parigi medievale nel Quarto arrondissement? Semplicemente che una grande catena americana di

jeans ha aperto per la prima volta sotto il suo nome un negozio in Francia. "Trecento metri quadrati in una corte sublime coronata da un tetto di vetro... l'ennesimo simbolo della mutazione commerciale di questa strada storica", si dispera il giornale. "In due anni 22 esercizi commerciali, soprattutto alimentari, spariti", denuncia severo Michel Kalifa, presidente dell'associazione commercianti e residenti. E la padrona di un banchetto di falafel, la polpetta fritta di pasta di ceci, sospira: "Siamo diventati un quartiere turistico, grazioso e ben frequentato, ecco tutto". Alla fine, per quanto sempre attento al politically correct, pure il sindaco Delano perde la pazienza: "Ma non vero che me des Rosiers ha perso le tracce della sua storia. Ci sono dei nuovi magazzini di moda, vero, ma che volete, una citt si muove!" Come l'ascensore che corre verso le nuvole in mezzo alle architetture d'acciaio della Tour Eiffel. A 150 metri d'altezza il ristorante Jules Verne pu vantare, ben pi che la sua singola stella Michelin, una vista strabiliante su Parigi. Anche qui, si cambia. scaduto il contratto siglato dal Comune di Parigi (ai tempi lontani del sindaco Chirac) con l'impero gastronomico Elior, e ad avanzare la propria candidatura alla successione stato il pezzo da novanta della gastronomia francese: Alain Ducasse, nientemeno. I parigini sono rassicurati. I turisti un po' meno. Gi con la vecchia gestione il menu degustazione toccava i 128 euro, a quali vette lo spinger Ducasse? E sapr resistere alla tentazione di riempire di lampadari di cristallo l'ambiente tutto nero? Qualcuno dice perfino un po' sinistro, ma l'effetto magnifico, la penombra dissolve le pareti nel cielo scuro della notte attorno alla Tour. Sar l'aria di Parigi che invoglia alle nostalgie? Mi rivedo seduto lass dietro la vetrata, ad alternare una forchettata di risotto e un'occhiata alla cupola degli Invali-des, un sorso di Chablis e uno sguardo innamorato dalla parte opposta, verso il Trocadero fulgido di luci. Forse aveva ragione l'ex ministro americano della Difesa, Donald Rumsfeld, l'autore del disastro iracheno, quando indicava nella Francia di Chirac la capofila della "vecchia Europa": solo che lui lo diceva come un insulto, e invece ha ragione Parigi a considerarlo un complimento. La "vecchia Europa" cultura, memoria, rispetto delle differenze. la citt che giustamente celebra come una stella 196 197 la donna che ha appena compiuto ottant'anni, e sessant'anni fa incarnava l'eterna giovinezza di Parigi, la rivolta, la trasgressione, la joie de vivre. La guerra era appena finita e nel quadrilatero di SaintGermain-des-Prs Juliette Grco, lunghi capelli sciolti e nemmeno un filo di trucco, rappresentava la musa degli esistenzialisti. Che concerto, il 7 febbraio, al Thtre du Chtelet. Era l'ultimo dei cinque appuntamenti con il pubblico, tutti a teatro esaurito, con i quali la Grco ha voluto festeggiare il compleanno. E si visto che i miti sono

in grado di sconfiggere il tempo. "Sono felice di essere ancora qui, di sentirmi cos piena di vita", ha detto lei prima di intonare i brani dell'ultimo album, Le temps d'une chanson. Ed in fin dei conti quello che potrebbe dire la citt che con lei si a lungo identificata. Quella Parigi che nell'autobiografia Juliette Grco descrive "traboccante di idee e desideri". Noi, che non abbiamo avuto la fortuna di conoscerla, sogniamo ancora di immergerci in una notte che porta i nomi di Camus, Mauriac, Simone de Beauvoir. E dietro le loro ombre, nel buio del club Tabou, pare di sentire allegra, irresistibile la tromba acrobatica di Miles Davis. No, non c' dubbio: la seducente citt sdraiata pigramente sulla Senna non racchiude pi lo spirito del tempo. Questa l'epoca in cui i nuovi intellettuali fondano imperi economici invece di spendere il loro genio in ponderosi torni di filosofia o in versi macerati nella tristezza. Parigi decade? Forse inevitabile. Ma con che stile. In quale altro posto al mondo gli scantinati del municipio, invece di racchiudere polverosi faldoni di cartacce, custodiscono 4680 bottiglie di grands crus millsims, insomma il 198 meglio del meglio dei vini di Francia? Era stato Chirac, nella sua stagione da sindaco della capitale, a volere che le cantine dell'Htel de Ville fossero all'altezza di un aspirante presidente. un tesoro che lo ha anticipato sul viale del tramonto. Sei mesi prima che Chirac lasciasse l'Eliseo i grands crus hanno abbandonato i loro scaffali sotterranei per andare all'asta e rimpolpare con il ricavato il bilancio cittadino. Non male, il risultato: quasi un milione di euro, due sole bottiglie del leggendario Romane-Conti vendute a 5000 euro l'una. Non ci sono pi, a comprarsele, granduchi russi e industriali tedeschi usciti dalla matita di Grosz. Ma altri - cinesi, giapponesi, "nuovi russi" hanno preso il loro posto, e il mito, come vedete, continua. I francesi, dal canto loro, imparano ad accontentarsi anche solo di modesti risarcimenti morali. Per esempio, nell'ottobre 2006 uno sbalorditivo sondaggio pubblicato dall'inglese The Independent ha informato che i britannici non sognano che la Francia: il 22 per cento di loro addirittura avrebbe preferito nascere nell'Esagono, e il 37 per cento sarebbe felice di scambiare il proprio passaporto con uno tricolore, se potesse portarsi dietro famiglia e amici. "Perch stupirsi?" ha ironizzato l'editorialista dell' Independent. "Chi non preferirebbe la vita piacevole dei francesi con la loro settimana di 35 ore, e l'impressione deliziosa che offrono di essere sempre in vacanza?" La mia producer Michelle ha strappato l'agenzia dalla stampante ed corsa a mostrarmela tutta eccitata, con l'aria di una che dice: tie'. Che soddisfazione, per i gallici. Stavano quasi per proclamare un giorno di festa nazionale.

Finito di stampare nel maggio 2007 presso la Mondadori Printing S.p.A. Stabilimento N.S.M. di Cles (TN) Printed in Italy