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Gli Stati Uniti alle elezioni mai così disorientati

il boss mostra la strada all’america

I SONDAGGI FOTOGRAFANO uN pAeSe “che NON SA che peScI pReNDeRe”. INTeRpReTe Dell’ANImA uSA è ANcORA uNA vOlTA bRuce SpRINGSTeeN:

DeluSO DA ObAmA (che SOSTeNNe), pReOccupATO peR lA cAReNzA DI leADeRShIp, cONTINuA peRÒ A cANTARe: “INSIeme ce lA FAccIAmO”

di Cesare Fiumi

C ’è grande confusione, oggi, sotto il cielo stellato della bandiera. L’America è in marcia verso un’altra elezione ma nes-

suno, per ora, che indichi una direzione pre-

cisa, e sì che ce ne sarebbe bisogno, fosse solo quella di un’uscita d’emergenza dalla Nuova Depressione, visto che di un sogno nemmeno

a parlare. Raccontano infatti report e sondag-

gi che l’America, mai come stavolta – e non è questione di Barack Obama e di Mitt Romney –, «non sa che pesci pigliare». Come se il Grande

Pa ese avesse chia- ro solt anto qu el - lo ch e non vuole più sentir si dir e, per esempio, ch e la Cina possiede 1. 15 0 mi li ar di di dollari in bond americani e che i Brics tutti assieme

– ancora Cina, più

Brasile, Russia, India, Sudafrica, le economie emergenti del mondo – hanno il dollar o nel mirino o che il gendar me mondiale ha l’aspetto di un vecchio generale, sempre più acciaccato e mal soppor tato. Forse perché, come fa l’ultimo verso, dell’ultima “bonus track”, dell’ultimo Springsteen, “siamo stati

ingoiati/, scomparsi dal mondo”. Altro che

pesci da pigliare: pesci pigliati, ingoiati nel ventre della balena, come titola la ballata. Perché è ancora una volta questo Figlio Fonda- tore del sentimento popolare, riavvolgendosi dopo quasi trent’anni nella bandiera, l’unico

a trovare le parole per dire come stanno le co- se (e non stanno troppo bene). Riacquistando quel ruolo di speaker della Casa Media ame- ricana che nessun altro come lui sa interpre- tare, anche perché a nessun altro, rocker o

uomo di spettacolo in genere, è consentito di fare il portavoce della temperatura sociale.

E oggi Br uce Springsteen, 62 anni e 64 milio-

ni di dischi solo negli Usa – lui che quattr’an- ni fa lavorava per un sogno, Working on a Dream, per l’elezione di Obama – va cantan- do tutt’altr o, me -

scolando comune sentire e delusione per sonale, senza mai zucc her ar e:

“La st ra da delle buone intenzioni s’è fatt a arida co - me un osso/ Ce la caviamo da soli/ Ci aiutiamo fra noi/ dovunque sventola

questa bandiera”. Un patriottismo critico che sa di una messa in mora proprio di Barack, l’uomo che quattro anni fa disse: «Ho prova- to a diventare presidente perché non potevo essere Br uce Springsteen». O almeno di una presa di distanza, dopo la discesa in campo, sul palco del candidato Obama, a Cleveland, nel 2008, «perché questo è un momento duro per noi americani: il sogno americano non è mai stato così lontano dalla realtà». Presa d’atto di una condizione smarrita, che non è af fare democratico o repubblicano, che nessun candidato alla presidenza potrebbe

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Meno soldi facili, meno fede nella politica e di più nel lavoro, è il “verbo” del rocker: “Non c’è soccorso, la cavalleria è rimasta a casa”

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c’è soccorso, la cavalleria è rimasta a casa” 22 mai certi¾care, ma che scorre vene¾ca sulle

mai certi¾care, ma che scorre vene¾ca sulle

note di This Depression (“Non sono stato sem- pre forte, ma non mi sono mai sentito così debole”), si dispera in Death to My Hometown

(la mor te che ar riva in città sotto forma di “baroni” e “avvoltoi” che “ci hanno distrutto

le famiglie, le fabbriche/ e ci hanno preso la

casa”) e alla quale si ribella Jack of All Trade:

“Se avessi un’ar ma troverei quei bastardi e

gli sparerei a vista”. Disperazione e rabbia dell’America profonda, le ali spezzate, che trov a comunque una voce di speranza: “Ci

aiutiamo fra noi/ dovunque sventola questa bandiera/ tutti insieme ce la facciamo”.

Com’è lontana la bandiera sfacciata sulla co- ver di Born in the Usa, otto elezioni fa, quan- do Ronald Reagan, alla vigilia della sua se- conda presidenza, provò a cavalcare – lui che era stato cowboy di celluloide – quel puledro selvaggio che era il Boss Springsteen di allora, durante un comizio in New Jersey, a due passi

© 2012 fRank STEfanko

REUTERS/JaSon REEd

© 2012 fRank STEfanko REUTERS/JaSon REEd COL PRESIDENTE ChE vOLEva “ESSERE BRUCE” Springste en, 29 dischi,

COL PRESIDENTE ChE vOLEva “ESSERE BRUCE” Springste en, 29 dischi, 20 Grammy Awards, 2 Golden Globe e un Oscar, sa rà in Italia a giugno:

il 7 a Milano, il 10 a Firenze e l’11 a Tr ieste

da Freehold, terra natale di Br uce in the Usa.

E ¾nì disarcionato per aver dichiarato che «il futuro dell’America resta nel messaggio di

speranza ch e si tr ov a nelle canzoni di un uomo ammirato da tanti giovani americani:

Br uce Springsteen del New Jersey».

A rileggere oggi quella frase, il vecchio Ron-

nie ci avev a pur e azzeccato, ma si ritr ov ò ugualmente maltrattato perché Born in the Usa ricordava, nel bel mezzo dell’edonismo reaganiano, i reduci del Vietnam senza più casa, amore, lavoro, lasciati soli “a bruciare

da dieci anni giù in strada”. «All’inizio quella

canzone volevo chiamarla Vietnam» spieghe- rà Bruce anni dopo. Certo è che, tre giorni do- po l’uscita di Reagan, dal palco di Pittsburgh,

il Boss rispose da par suo, sentendosi usato:

«Il

Presidente parlava di me l’altro giorno e

mi

domandavo quale fosse il suo Lp preferito.

Sono sicuro che non è certo Nebraska». E at- taccò Johnny 99 con le sue strofe disperate su disoccupazione, carcere, pena di morte.

Il Br uce di allora cantava, era il 1984, che era-

no nati in America anche quelli che l’America

dei soldi facili preferiva non sapere sotto la stessa grande bandiera. Oggi è diver so e la bandiera del Boss è quasi un lenzuolo corto:

“Mi sono addormentato su un mare scuro e stellato/ senz’altra coperta che la misericor-

dia di Dio”, canta appena prima che la bale-

na ingoi tutti. Per questo chiama a raccolta,

come una campana a martello, “I McNichols,

i Posalski, gli Smit h e gli Zerilli/ i neri, gli

irlandesi/ gli italiani, i tedeschi e gli ebrei”,

insomma l’America tutta, “le mani che han-

no costruito questo Paese e che continuiamo

a opprimere, ché Zerilli – degli Zerilli di Vico

La biografia “rock” di una nazione

Zerilli di Vico La biografia “rock” di una nazione “BORN” CON La GUERRa FREDDa Bruce nasce
Zerilli di Vico La biografia “rock” di una nazione “BORN” CON La GUERRa FREDDa Bruce nasce

“BORN” CON La GUERRa FREDDa Bruce nasce a Freehold, NJ, il 23 settembre 1949, mentre il presidente Harry Truman annuncia che in Urss c’è stata l’esplosione di «un’arma radioattiva».

c’è stata l’esplosione di «un’arma radioattiva». NESSUN SOLDaTO SPRINGSTEEN È il 1967. Il Boss dovrebbe
c’è stata l’esplosione di «un’arma radioattiva». NESSUN SOLDaTO SPRINGSTEEN È il 1967. Il Boss dovrebbe

NESSUN SOLDaTO SPRINGSTEEN È il 1967. Il Boss dovrebbe essere uno dei 500mila soldati americani stanziati quell’anno da Lyndon Johnson in Vietnam, ma «alla visita venni scartato».

Johnson in Vietnam, ma «alla visita venni scartato». aLLa CaSa BIaNCa, IN FO RMa DI DIS
Johnson in Vietnam, ma «alla visita venni scartato». aLLa CaSa BIaNCa, IN FO RMa DI DIS

aLLa CaSa BIaNCa, IN FO RMa DI DISCO Jimmy Carter, nel ’79, decide di aggiornare

la disco te ca dei pres identi, fa ce ndo acquistare

anche Born to Run, uscito quattro anni prima.

acquistare anche Born to Run , uscito quattro anni prima. La GaFFE DI RONaLD REaGaN Nel
acquistare anche Born to Run , uscito quattro anni prima. La GaFFE DI RONaLD REaGaN Nel

La GaFFE DI RONaLD REaGaN Nel 1984, durante la campagna elettorale per il

suo secondo mandato, il presidente si “appropria”

di Born in the Usa e viene bacchettato dal Boss.

ap (6)
ap (6)
di Born in the Usa e viene bacchettato dal Boss. ap (6) La Ba LLaTa PER

La Ba LLaTa PER L’ 11 SETTEMBRE To cca a Bruce, e a chi se nnò, imbracciare la chitarra e ca ntare agli americani My City of Ruins, annunciando l’orgo glio dopo la tragedia.

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Equense – è il cognome della signora Adele, sua madre. Perché di nuovo, The Times they are A-changin’: ma in peggio, stavolta. «Nessuno capiva che il mondo stava cambian- do. Ma lui sì, e ci parlava direttamente, co - me fossimo degli adulti: Bob Dylan è il padre della mia patria musicale, ora e sempre», ha detto Springsteen il mese scorso. E Wrecking Ball, l’ultimo disco del Boss, è la presa rab- biosa, e profetica, di quel testimone: il sogno

americano mai così lontano dalla realtà come

il tema delle presidenziali: una condizione

psicologica – oltre che, per troppi, materiale

– con cui i candidati dovranno fare i conti.

Sta tutta qui la credibilità di Springsteen: in questo suo non chiamarsi mai fuori, che ci sia da suonare per Amnesty Inter national

o contro il nucleare. Che ci sia da ricordare Amadou Diallo in American Skin, il ragazzo disarmato, ammazzato con 41 shot dai poli- ziotti newyorkesi della Tolleranza Zero del sindaco Giuliani o il dramma dell’Aids in

Streets of Philadelphia. Che ci sia da parlare

contro la pena di mor te in Dead Man Wal- king; o da rivisitare l’America di Furore, o da riscrivere How Can

a Poor Man Stand

Suc h Ti mes and

Live? , una tr adi - tional del ’29, per aggior narla allo

sf acelo pr odott o

a New Orleans dal

ciclone Ka trina. Tanto che oggi “ho

il dito sul grilletto/

ma non so di chi ¾- dar mi/ quando guardo nei tuoi occhi vedo solo diavoli e polvere, siamo molto lontani da casa Bobbie”, i versi che aprono Devils&Dust,

ballata del 2005 sulla guerra in Iraq, sembra- no i fantasmi che hanno abitato la mente del soldato Bob Bales, quello che ha fatto strage di civili, lo scorso mese in Afghanistan.

Poi, dopo il primo Bush jr (e il My city of ruins del Boss per l’11 settembre), e il secondo Bush jr (c he rese vano il tour “Vote for change”, vota per cambiare, in cui Springsteen s’era speso non poco), Obama aveva rispolverato quel tesoro, scaricando sul suo iPod e sullo stesso Springsteen una ventata di vecchie no- te e di rinnovata ¾ducia. Da fargli dire “Sto

lavorando a un sogno/ e so che sarà mio un

giorno”. Per questo è dura, fa sapere Br uce, che stavolta scenda in campo a cantare.

«OCCUPY HA RIDATO vOCE ALL’AMERICA» Perché la crisi s’è mangiata quasi tutto quel credito, anche se «io sto ancora con Obama», ha ripetuto, «per la legge sulla sanità e per- ché ha ucciso Bin Laden, ma ha inserito poca classe media nell’amministrazione ed è stato più amichevole di quanto pensassi con le cor-

porazioni». Gli “avvoltoi che ci spogliano” le

ossa, speculando sui drammi quotidiani, «che Occupy ha rimesso al centro dei discorsi». Bruce contro i Brics che fanno tremare l’Ame-

rica , dice oggi il cartellone dell’orgoglio ame- ricano. Solo che Springsteen non è mai stato un super er oe, né

cavalcato l’illusio- ne: per gl i ameri - cani solo “uno di noi”, che però toc- ca ascolt ar e per- ch é non si lascia im pig liar e nelle buone intenzioni, quando scopre che re st ano tali. E la

ve cc hia bandier a che il Boss è tornato a cantare sa troppo di

7° cavalleria: “Contavamo sulla nostra abilità e le nostre buone vele/ sulla fede che con Dio i giusti/ in questo mondo prevarranno/ ma sia-

mo stati ingoiati”. Dal ventre della balena. Co- me se Achab, quasi un padre fondatore e non solo in letteratura, avesse smarrito l’arpione.

E stavolta “non c’è soccorso, la cavalleria è ri- masta a casa/ nessuno sente suonare squilli di tromba”, canta in We Take Care of Our Own. Epperò, “insieme ce la facciamo”.

Come un Custer in buona fede che ci crede ancora, convinto che alla ¾ne il suo trombet- tiere Giovanni Martini (l’italiano che andò a chiedere aiuto e che si salvò a Little Big Horn) stavolta arriverà in tempo coi rinforzi di un patriottismo ritr ov ato. Se non fo sse ch e il trombettiere di Br uce, Clarence “Big Man” Clemons, lo ha lasciato orfano del suo sax. Meno soldi facili (il nuovo brano Easy Money)

e più lavoro, meno fede nella politica e più

nell’America, sembra dire oggi Springsteen, uno che ha sempre visto lontano e, canzone dopo canzone, da almeno trent’anni è la bio- gra¾a di una nazione.

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Per il trionfo di Obama, quattro anni fa, era in prima fila. Questa volta, fa sapere, è dura che scenda in campo a cantare

qUEL TOUR INUTILE CONTRO BUSH JR. Soltanto Woody Gut hrie, che a luglio avreb- be compiuto cent’anni, e Bob Dylan hanno

esplorato così a fondo il Male e il Bene del loro Paese. Ritrovandosi allineati nella biblioteca della Casa Bianca, quando Jimmy Carter, era

il 1979, af ¾dò a John Hammond, l’uomo che

scoprì Bob e intuì Br uce, di aggiornare la di-

scoteca del presidente che si ritrovò a far gira- re sullo stereo Blood on the Tracks di Dylan e Born to Run del Boss. Ma Ronnie Reagan, alla faccia del “ragazzo del New Jersey”, spedì tut -

to in cantina dove i dischi restarono con papà

Bush. E dove li lasciò pure Bill Clinton, alla faccia della tradizione orale americana, dove

le parole graf ¾avano nel segno e la puntina

strideva sulle contraddizioni della Grande Nazione, troppo impegnato, su nella stanza ovale, in altra interpretazione orale.

c½umi@corriere.it

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AlAn Schein PhotogrAPhy/corbiS

di Massimo Gaggi

AlAn Schein PhotogrAPhy/corbiS di Massimo Gaggi

la RaBBIa

Le contestazioni in una paLestra di un paesino deLL’ohio. iL Lavoro sui sociaL network dei “voLontari tecnoLogici deL presidente uscente”. La dura “Lezione” deL papà deL candidato cinque piccoLe storie e aneddoti neLLa corsa aLLa casa bianca per capire cosa si muove neLL’animo profondo degLi americani