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Non si tratta di fare del revisionismo, piuttosto di andare oltre lagiografia, tentando di superare il mito a favore di una maggiore

conoscenza della nostra storia. Una missione non facile quando si prende in esame Giacomo Matteotti, come ha fatto il professore dellUniversit di Padova Gianpaolo Romanato nella bella biografia Un italiano diverso (Longanesi) che ieri Giuseppe Parlato ha recensito su queste pagine. Del leader socialista assassinato dai fascisti ci resta oggi un santino, una descrizione eroica che in parte certamente vera, ma incompleta. Meno noti al grande pubblico sono i lati pi problematici del personaggio, due in particolare: le accuse di strozzinaggio rivolte alla famiglia Matteotti (di cui abbiamo gi parlato) e il rapporto del deputato socialista con le violenze del cosiddetto biennio rosso. Lo studioso parla di un clima di violenza e di guerra civile che, a opera dei socialisti e soprattutto delle leghe, imbarbar la provincia. Matteotti proveniva dal Polesine, e tratt in due discorsi parlamentari la drammatica questione del suo territorio. Il suo atteggiamento, tuttavia, fu ambivalente. Da un lato, alla Camera, il tono dei suoi discorsi era pi conciliante, a casa propria invece si poneva diversamente. In quelle zone legemonia socialista era fortissima, e Matteotti mostrava una singolare dicotomia, come lha chiamata sullOsservatore Romano un altro studioso di vaglia, Roberto Pertici: A Rovigo, rivoluzionario e ossequiente allestremismo oppressivo delle leghe del primo dopoguerra; alla Camera legalitario ed esperto di questioni tecniche e giuridiche. Meriti e peccati Pertici un moderato, parlando con Libero riconosce i meriti di Matteotti e prende in tutti i modi le distanze dal sensazionalismo. Ma nel suo articolo per lOsservatore spiega che Giacomo diede copertura politica (volente o nolente) al clima di violenza e di guerra civile. Quel clima di violenza e di dura sopraffazione Matteotti non lo crea, ma lo protegge e non lo frena, ci dice il professore, non si opponeva per non perdere il rapporto con il suo elettorato polesano. Del resto questa era la linea del suo schieramento. Il partito socialista, prosegue Pertici, era inebriato dalla prospettiva della rivoluzione russa, le direttive erano quelle di alimentare il clima rivoluzionario. Nella provincia italiana, specie nelle campagne, si cre dunque una situazione di violenza diffusa e pressione sociale fortissima. Ci furono i morti, certo, ma ci fu anche una violenza diciamo ambientale: i reduci della guerra venivano derisi, i mutilati erano presi in giro, si impediva ai Comuni di esporre la bandiera. Il presidente del Consiglio Nitti, nel 19, non fece festeggiare lanniversario della fine del conflitto per non indispettire i socialisti, mentre tutti i Paesi europei lo celebravano. Fu in questo quadro che si svilupp la reazione dei fasci, inizialmente appoggiata anche dai popolari e dai moderati, che la intendevano come un freno al caos socialista. Poi, ovvio, il fascismo prese unaltra strada. Rispetto alle violenze rosse, nel libro di Romanato si legge un ruvido articolo comparso sul giornale dei popolari del Polesine che condanna duramente gli esponenti del partito di Matteotti: Ci sono poche cose che corrompono tanto un popolo come labitudine dellodio; e voi, capi del socialismo polesano, questo sentimento lavete fomentato in tutte le guise. Anche Romanato estremamente cauto nei giudizi, e il suo libro tuttaltro che denigratorio nei confronti del deputato socialista, cosa che lo rende ancora pi importante e apprezzabile. A proposito delle coperture alla violenza politica, preferisce dire che Matteotti fu condizionato da avvenimenti che non sempre seppe o pot governare. Il Polesine era una provincia poverissima e marginale, dice a Libero, dove la lotta politica aveva poche mediazioni e facilmente degenerava nella rissa. Inoltre il socialismo locale fu sempre egemonizzato da spinte massimaliste, cio rivoluzionarie. I due maggiori leader, prima Nicola Badaloni e poi Matteotti, operarono per moderare tali spinte e incanalarle in unazione politica organizzata e pi disciplinata. Ma dopo la guerra, quando il conflitto si accese, Matteotti ebbe sempre meno spazio per le mediazioni, non avendo neppure pi la sponda di Badaloni. questa la fase, siamo nel cosiddetto biennio rosso, in cui Matteotti apparve in Polesine pi un piromane che un pompiere. Altra era invece la linea che teneva a Roma, dove il confronto era dialettico e non pugilistico. Questa duplicit gli fu rimproverata da tutti i suoi avversari, liberali, cattolici e fascisti. Lo studioso racconta che nelle terre di Matteotti regnava una violenza insostenibile, la quale contribu certo a suscitare una reazione nera. Il clima in Polesine, come anche nelle contigue province di Ferrara, Bologna e Mantova, era pesantissimo, di strisciante guerra civile, dice. La documentazione che ho portato nel libro conferma lesistenza di una situazione di violenza insostenibile, sia pure motivata da sacrosante richieste di giustizia sociale. Solo in Polesine ci furono una ventina di morti in poco pi di due anni. questo linferno da cui sorse lo squadrismo fascista, che, di suo, aggiunse allesercizio della violenza una metodo, una disciplina e unorganizzazione che i socialisti non avevano. Antiborghese Il problema, come nota Roberto Pertici, il tipo di riformismo che il partito di Matteotti propugnava. Lorizzonte era sempre quello della rivoluzione socialista, anche se con la convinzione che per realizzarla fosse necessaria una certa gradualit. I dirigenti dello schieramento rosso non si riconoscevano nelle istituzioni dello Stato democratico e borghese, anzi si consideravano estranei ad esse, le combattevano, per un certo periodo anche a costo di fomentare la violenza nelle province. Solo in seguito cambiarono rotta, ma ormai era troppo tardi, lavvento del fascismo si faceva inarrestabile. Giacomo Matteotti, prima di morire come ha scritto ieri Giuseppe Parlato aveva accentuato le sue posizioni anticomuniste, poi fu ammazzato come tutti sanno. Tent di combattere la dittatura incipiente, come chiunque gli riconosce. Proprio per questo bisogna raccontare anche come ag in precedenza.