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JILLIAN LAUREN

LE MIE NOTTI NELLHAREM

Traduzione di Sabrina Placidi Some Girls. My Life in a Harem Copyright Jillian Lauren, 2010 2011 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. ISBN 978-88-200-4986-7 92-1-11

NOTE DI COPERTINA

Jillian una bella ragazza di diciotto anni, che a New York conduce una vita sregolata e costellata di eccessi. Sogna di fare lattrice e durante un casting molto particolare viene scelta per un lavoro misterioso; lunica cosa che sa che il compenso da favola. Presto scopre di essere destinata a far parte dellharem del principe Robin, il fratello minore del sultano del Brunei. Circondata dal lusso sfrenato, quale mai aveva osato neppure immaginare, Jillian dedica tutta se stessa a cercare di compiacere il suo principe. Ma, fra telecamere nascoste dietro gli specchi e telefoni sotto controllo, la sua vita e quella delle moderne concubine si trasforma in un claustrofobico reality show, in cui, fra colpi bassi e feroci invidie, le ragazze si affrontano in una sensuale lotta per conquistare il posto di favorita. Notte dopo notte, il rapporto di Jillian con Robin muta di continuo in una girandola che d le vertigini: dalla bruta sottomissione, ripagata con magnifici gioielli e fiumi di denaro, alla complicit, a temporanei abbandoni in favore di unaltra, a ritorni ora passionali ora puramente aggressivi. Dopo lunghi mesi a corte, in un palazzo opulento e inaccessibile che pare trovarsi fuori dal mondo reale e dal tempo, Jillian decide di tornare negli Stati Uniti. Ma non pi la stessa ragazzina ribelle che entrata nellharem: quellesperienza estrema le ha portato una nuova consapevolezza di se stessa e della vita. In questo straordinario libro, che ha incantato e turbato decine di migliaia di lettori, Jillian racconta con scrittura ispirata e febbrile le sue segrete notti nellharem.
Jillian Lauren, nata nel New Jersey, si trasferita giovanissima a New York. Dopo la pubblicazione di questo libro si dedicata completamente alla scrittura. Vive a Los Angeles con il marito e il figlio.

LE MIE NOTTI NELLHAREM


A Scott. Lamore redime ogni peccato Ringraziamenti Un grazie speciale va a Becky Cole, Alexandra Machinist, Patti Smith, Jim Krusoe, Leonard Chang, Joe Gratziano, Anne Dailey, Colin Summers, Nell Scovell, Claire LaZebnik, al gruppo di scrittura Writers Sunget, a Robert Morgan Fisher, Tammy Stoner, Ivan Sokolov, Suzanne Luke, Carol Allen, Catharine Dill, Amber Lasciak, R.P. Brink, il Wooster Group, Richard Foreman, Lindsay Davis, Sean Eden, alla dottoressa Keely Kolmes, a Julie Fogliano, Jennifer Erdagon, Jerry Stahl, Shawna Kenney, Bett Williams, Austin Young, Lily Burana, Lynnee Breedlove, Gabrielle Samuels, Sherri Carpenter e, sempre, a Scott Shriner. Desidero esprimere la mia pi profonda gratitudine alla mia famiglia e a tutte le persone che hanno condiviso la mia storia. Prologo Poich la moglie gli era stata infedele, lo sci la fece decapitare e dichiar che tutte le donne sono malvagie e pertanto meritevoli di essere punite. Ogni notte il gran visir gli portava una nuova vergine da sposare, che la mattina dopo lo sci faceva immancabilmente giustiziare. Quando troppe di queste albe sanguinose si furono succedute, la figlia maggiore del visir, nonch sua prediletta, chiese di essere offerta allo sci per la notte a venire. Il gran visir protest, ma la fanciulla, nota in tutto il regno per le sue capacit di persuasione, insistette. Sul finire del giorno lo sci spos la figlia del visir, mentre questultimo era chiuso a piangere nei suoi appartamenti, ch non avrebbe retto alla cerimonia. Allinizio, la prima notte di nozze della ragazza non fu diversa da quelle delle altre sciagurate vergini andate spose allo sci prima di lei; verso il mattino, tuttavia, la nuova moglie cominci a raccontargli una storia. Quando la luce rosea dellalba si insinu lungo gli orli delle tende, il suo racconto non era ancora terminato. Lo sci concesse alla donna un altro giorno di vita, poich non avrebbe tollerato di farla ammazzare prima di avere sentito come andava a finire la storia.

La notte successiva la fanciulla termin il suo racconto, ma prima che il sole sorgesse al di sopra della cupola della moschea palatina ne inizi un altro, avvincente quanto quello della notte appena trascorsa. Ciascuna delle mille e una notte che seguirono si concluse con un racconto lasciato a met. Ma, dopo tutto quel tempo, lo sci si era ormai innamorato della ragazza. La ferita del suo cuore si era rimarginata, la sua fiducia nelle donne rinnovata, e lo sci le risparmi la vita. Cos narra, naturalmente, la storia di Sherazade. la storia di noi che raccontiamo storie. Appoggiamo la testa al ceppo con la speranza di essere risparmiati, augurandoci che avrete voglia di sentire unaltra storia, che finirete per amarci. Cerchiamo la storia che ci salver la vita. Mille e una notte: quasi tre anni. pi o meno il lasso di tempo in cui si svolge questa storia. Rimarrete ad ascoltarmi? E quasi mattino, ormai. 1 Il giorno in cui partii per il Brunei presi la metropolitana per il Beth Israel, tra Manhattan e Brooklyn, trascinandomi dietro una valigia verde a fiori. Lultima volta in cui avevo usato la valigia era quando avevo lasciato per sempre la mia stanza alla Hayden Hall della New York University. Avevo tirato fuori dallascensore a forza tutte le mie carabattole e le avevo scaricate sul marciapiede, per poi prendere un taxi e portare tutto nel Lower East Side, dove unamica di una mia amica affittava una stanza. La volta ancora precedente era stata mia madre ad aiutarmi a svuotarla di tutti i miei vestiti autunnali da studentessa, dei pigiami con il mio nome cucito e dei sacchetti a chiusura ermetica pieni di biscotti con le gocce di cioccolato fatti in casa. Ogni volta che aprivo la cerniera, quella valigia conteneva un insieme completamente diverso di progetti accuratamente ripiegati. Ogni volta che ci rimettevo dentro le mie cose ero di nuovo in fuga. Tirai su la valigia fino al terzo scalino, mi riposai e poi ripresi a trascinarla finch il rettangolo di luce in cima alle scale si spalanc sul vivace brusio della Quattordicesima Strada. Sotto il cappotto avevo la camicia zuppa di sudore. Non mi ero resa conto di averci messo dentro cos tanta roba. Ero rimasta davanti allarmadio per ore sperando che labito perfetto si sarebbe materializzato come per magia in una nuvola di scintille, che lavrei visto librarsi attraverso la porta sorretto in volo da una schiera di uccelli azzurri. Cavolo, avrei preso parte a un ballo reale! Stavo per incontrare un principe! Davvero la mia fata madrina mi avrebbe lasciata partire con quel penoso assortimento di vestiti? A quanto pareva era cos

Alla fine avevo ripiegato su due tailleur di sartoria, tre abiti da ballo stile anni Cinquanta, una bracciata di biancheria vintage utilizzabile sopra o sotto i vestiti, due prendisole stile hippie, un paio di calzoncini di pelle e qualche paio di scaldamuscoli luccicanti. Tutto quellabbigliamento, che proprio adatto non era, pesava troppo. O chi lo sa, magari era il peso della colpa per latto di vigliaccheria che mi accingevo a commettere abbandonando mio padre in un letto dospedale per imbarcarmi in unavventura in un Paese straniero. Quale che ne fosse la ragione, ancora non avevo imparato a mettere in valigia solo lindispensabile. Mi diressi verso lospedale, mi immisi nel flusso dei pedoni e mi lasciai portare. Mio padre doveva operarsi per unernia iatale paraesofagea, una malattia per cui lo stomaco risale attraverso unapertura del diaframma detta iato e si dispone allaltezza dellesofago. Il rischio che lernia si strozzi e che il sangue non riesca pi a irrorarla. Le ernie iatali sono molto frequenti nelle persone sovrappeso e negli individui sottoposti a forti stress, caratteristiche entrambe ascrivibili a mio padre. Nel 1991 la chirurgia dellernia iatale implicava un intervento invasivo e rischioso, con una grossa incisione che andava dallo sterno fino alla schiena. Allinizio avevo detto a mia madre che sarei rimasta con loro per aiutarli come meglio potevo, ma quando era arrivata lofferta di lavoro dal Brunei avevo cambiato idea. Forse questa mia compulsione alla fuga perenne era scritta ineluttabilmente nei miei geni. Ispirata dalla canzone They Call the Wind Mariah tratta dal musical di Broadway Paint Your Wagon, la mia madre naturale mi aveva chiamata Mariah. Forse sapeva che presto avrei preso il largo a bordo della culla aerea di un 747. Il nome Mariah non resistette a lungo. La mia mamma adottiva mi ribattezz Jill Lauren; non si ispir a nulla in particolare, semplicemente quel nome le piaceva. Da attrice teatrale dilettante, come me, pens che se mai avessi avuto bisogno di uno pseudonimo per il palcoscenico il nome Lauren mi sarebbe tornato utile. E cos stato. Forse ho preso il nome dal vento, ma io sono un segno di fuoco, sono figlia del calore e del sole. Sono nata il giorno di Ferragosto nel 1973, a Highland Park, nellIllinois. La storica sentenza Roe contro Wade, che dava alle donne una maggiore libert di scelta di abortire, era stata proclamata il 22 gennaio di quellanno, e aveva colto la mia madre biologica, quasi al terzo mese di gravidanza, ancora avvolta negli strati di piumino che la isolavano dallinverno di Chicago. Non so se avesse preso in considerazione lidea di abortire mentre il suo esile corpo da ballerina si trasformava in una cosa ingombrante e fuori controllo, quando il suo frivolo fidanzato un giorno prese la loro auto e scomparve verso est, mentre il vento che soffiava dalle acque trasformando le strade fangose in lastre di ghiaccio mordeva ogni

centimetro esposto della sua pelle, resa pi sensibile e vulnerabile dalla gravidanza. A pi di mille chilometri di distanza, nei modesti appartamenti dirimpetto al Saint Barnabas Hospital di West Orange, nel New Jersey, un giovane mediatore di Borsa e sua moglie erano disperati perch non avevano figli. A quel tempo le adozioni sottobanco, quelle occulte e ci che mio padre definiva le transazioni sul mercato grigio erano una realt diffusa. I miei genitori si erano rivolti a un avvocato che sapeva di una persona che sapeva di qualcun altro che sapeva che a Chicago cera una ragazza incinta che stava cercando di dare in adozione il suo bimbo. In seguito, quello stesso avvocato fu radiato dallalbo e fin in prigione per il suo coinvolgimento in molte adozioni come la mia, poich lintermediazione finalizzata alla compravendita di neonati era proibita. E sul mercato grigio i neonati non costavano poco. In quel periodo i miei genitori non erano ancora ricchi, ma desideravano disperatamente una famiglia. Mangiavano cibo scadente, calzavano scarpe logore e aspettavano. Continuavano ad aspettare, mentre i vicini di casa riempivano dacqua le piscinette di plastica dei propri bambini. Continuavano ad aspettare, mentre mia madre per gentilezza prendeva parte, luna dopo laltra, a una serie di feste beneaugurali per future mamme, buttando nei cassonetti dellimmondizia i piccoli biberon-bomboniera pieni di caramelle mentre tornava a casa. I miei genitori aspettavano ed evitavano largomento, parlando piuttosto del mercato azionario, di tennis, dei vicini. Poi, finalmente, lavvocato si fece vivo e disse loro di saltare sul primo volo perch era nata la loro bambina. A quel tempo mia madre lavorava nei servizi sociali e giura che quel giorno era a casa a ricevere la telefonata perch la mattina aveva avvertito che non sarebbe andata a lavorare a causa di un inspiegabile mal di pancia: doglie psicosomatiche. Abitammo stipati in quellappartamento con una sola camera per due anni, finch gli affari di mio padre cominciarono a migliorare e i miei furono in grado di comprarsi una casa in un piccolo centro vicino, in una zona prestigiosa dove cerano delle buone scuole pubbliche. Sono cresciuta in una di quelle cittadine dove era obbligatorio avere una dentatura perfetta e vivamente consigliabile farsi regalare una rinoplastica in occasione del sedicesimo compleanno. I primi anni, tra me e mio padre, furono una specie di idillio. Era un uomo che sopra ogni cosa apprezzava laspetto esteriore e gli ottimi risultati, pertanto fin da piccola mi ero data da fare per dimostrarmi intelligente, brava nello sport e nella musica, e tutto per fare colpo su di lui. E ogni volta che non ci riuscivo, imbrogliavo o fingevo. Pap era pazzo della sua piccola complice, e ai miei occhi lui era il re del mondo. Ogni giorno lo aspettavo in cima alle

scale, e quando sentivo il rumore della porta del garage che si apriva correvo da lui per poterlo salutare appena scendeva dalla macchina, con quellaria cos importante, con le sue scarpe lucide e i completi di Brooks Brothers. Della mia vera mamma mi avevano raccontato solo che era una ballerina classica. Nelle mie fantasie la mia madre biologica era una versione a grandezza naturale della minuscola danzatrice che piroettava nel carillon foderato di raso. La mia ballerina di plastica aveva per capelli una microscopica pennellata di rosso e arti esili come stuzzicadenti. Non perdeva mai lequilibrio, non era mai costretta ad abbassare le braccia. Immaginavo la mamma atteggiata a un perenne arabesque, avvolta di candido tulle, con un diadema di scintillanti fiocchi di neve fra i capelli. Giravo la chiavetta ed ecco che si sprigionavano le note di apertura del Lago dei cigni, dapprima a tempo doppio, poi pi lentamente, finch non si fermavano con un plin. Eppure, a un certo punto tra linizio e la fine, la statuina di plastica ruotava alla velocit giusta. Ed era in quel momento che io alzavo le braccia e piroettavo con lei; in equilibrio fra il troppo veloce e il troppo lento, lei e io ci muovevamo in perfetta sincronia. Quando ripenso a quegli anni, la mia mamma adottiva una macchia indistinta dalle lunghe unghie laccate di rosso. E la mano che mi applica lossido di zinco sul naso, colei che porge biscotti e merendine, Sisifo che fatica in cucina. Forse questo il destino delle mamme nei ricordi dei figli, relegate alle cose ordinarie e perci condannate allinvisibilit. Ci rifletto adesso, quando osservo le mie amiche rincorrere i loro bambini intorno alla piscina brandendo flaconi di creme solari prive di additivi chimici. Sono certa che non esattamente cos, ma nei miei ricordi era mio padre ad accorrere alle mie urla quando la notte facevo un brutto sogno, era lui ad asciugarmi il sudore e ad accarezzarmi la testa finch mi riaddormentavo. Era mio padre ad allenare con entusiasmo le squadre di calcio e di softball nelle quali giocavo; lui mi aveva accompagnato a vedere Il lago dei cigni al Lincoln Center, mostrandomi un mondo in cui le ragazze si muovevano fluttuando come fiocchi di neve. Mentre guardavo le ballerine risplendenti sorto i riflettori dalla luce bianco-azzurra desideravo trovarmi al loro posto. Osservavo le danzatrici e pensavo di capire perch la mia vera mamma mi avesse data in adozione. Per essere tanto leggere bisogna rinunciare a qualcosa. Restare cos luminosa, cos libera, era una ragione sufficiente per abbandonare la propria figlia. Allingresso del Beth Israel la calca mi respinse in malo modo. Se non avevo una fata madrina che mi forniva abiti da sera sfavillanti, almeno ne avevo una che mi infondeva coraggio. Fin da quando, a sedici anni, avevo ascoltato per la prima volta Easter e avevo deciso che Patti Smith era il

barometro di tutto ci che di forte e giusto esiste al mondo, ogni volta che mi trovavo di fronte a una scelta difficile mi domandavo: Cosa farebbe Patti Smith? Era il metro con cui valutavo quale fosse la scelta pi autentica, la scelta pi estrema. Quando avevo dovuto decidere se accettare il lavoro nel Brunei avevo soppesato le alternative: restare o partire? Cosa farebbe Patti Smith? Lei partirebbe. Salirebbe sullaereo, destinazione una qualche terra esotica, e non si volterebbe mai indietro. Mentre entravo in ospedale, nella mia testa mi stavo gi accomodando al mio posto sullaeroplano, con limmagine della citt che svaniva sotto di me. Per essere quello di un ospedale, lingresso era alquanto elegante, ma il mio sguardo era attratto dai dettagli pi deprimenti: la forzata vivacit delle margherite finte, la giuntura di sporcizia irraggiungibile fra pavimento e pareti. A essere sincera, avvertivo sempre un nodo alla gola, un pizzico di ansia quando andavo a trovare mio padre, anche le volte in cui era in perfetta salute. Non avevo ancora dodici anni quando lidillio con lui svan lasciando entrambi, come quasi sempre accade, con il cuore infranto. Gli anni del liceo e quelli successivi trascorsero in continue lotte per la supremazia che ogni tanto sfociavano nella violenza. Mentre ero alle superiori, mio padre inizi a mangiare senza freni fino a trasformarsi in un obeso treno merci carico di rabbia, mentre io, a mia volta, mi affamavo in modo da offrire un bersaglio pi piccolo possibile alle sue invettive. Lui riuscito a perdonare se stesso grazie ad anni di psicoterapia, che per ha interrotto prima di arrivare alla parte in cui si impara che non si dovrebbe riversare eternamente sugli altri la responsabilit della propria infelicit. In ossequio alla migliore tradizione dei padri ebrei, la sua pi cara convinzione che, una volta che sar morto, io trascorrer il resto della mia vita a rimpiangere di essermi sempre dimostrata insensibile con lui. La canzone che secondo lui simboleggia questo suo sentimento Something Wonderful, tratta da Il Re ed io. Pap mi chiam la sera prima delloperazione. Ciao, tesoro. Ero seduto sul divano di fronte al caminetto a guardare Il Re ed io e quando Lady Thiang si messa a cantare Something Wonderful ho pensato a me stesso. Credo che mio padre sia lunico uomo al mondo capace di telefonarti per dirti che nel sentire una canzone gli venuto da pensare a se stesso. Non sopportavo quelle telefonate ridicole con cui intendeva proiettare su di me il sentimento che avrebbe voluto che provassi per lui. Something Wonderful una ballata romantica dedicata a un principe imperfetto ma pieno di fascino; fondarvi le proprie speranze un atto alquanto rischioso. A meno di non possedere unintera nazione e di saper ballare il valzer come Yul Brynner, difficilmente contare sul proprio fascino immortale potr bastare a

riscattare un comportamento da stronzo di prima categoria. Se in quel momento cruciale mio padre si identificava in Something Wonderful, immagino che io avrei potuto scegliere un brano di Grease: There Are Worse Things I Could Do, Potrei fare cose molto peggiori. Ed esistevano cose molto peggiori che accettare un lavoro che mi costringeva a partire per il Brunei il giorno in cui si operava mio padre. Di un Paese del Sud-Est asiatico chiamato Sultanato del Brunei avevo sentito parlare solo di recente. La descrizione del lavoro che dovevo svolgere era, nella migliore delle ipotesi, ambigua, ma io sognavo a occhi aperti che una volta arrivata l vi avrei trovato unavventura eccitante, un mucchio di soldi e un datore di lavoro che non aveva nulla da invidiare al principe azzurro. Mi si presentava lopportunit di scrollarmi di dosso il mio mantello da bohmienne e di reimmaginarmi sotto forma di esotico prodotto da esportazione, magari amante di un re oppure eroina di un romanzo di spionaggio. Su un piano pi realistico, avevo il sospetto di avere accettato di svolgere unattivit molto vicina alla prostituzione internazionale. Potrei fare cose molto peggiori. Avevo preparato i miei al fatto che sarei partita quel giorno. A loro avevo detto di avere ottenuto una parte importante in un film, che si sarebbe girato a Singapore, e che sarei dovuta partire immediatamente. Nel caso di successive domande sulla mia grande occasione, contavo di rispondere che la mia parte era stata tagliata. Giustificavo le bugie che stavo raccontando sognando che sarebbero diventate realt. Daccordo, probabilmente limmaginario film a Singapore non ci sarebbe mai stato, ma una volta che fossi diventata una star tutto sarebbe passato in secondo piano, tutto sarebbe diventato irrilevante. I miei genitori credevano nella mia carriera di attrice e avevano accolto stoicamente la notizia della mia partenza. Ancora prima che salissi sullaereo, per loro era gi iniziato il processo di accettazione della mia assenza. Sarei diventata la figlia prodiga, perennemente lontana, immersa in qualche avventura esotica che pochi nel mondo dei miei genitori avrebbero potuto concepire. Da quel giorno nellospedale Beth Israel i miei non fecero che aspettare il mio ritorno con la coda fra le gambe. Ero seduta con mia madre e mia zia sui seggiolini anatomici della sala dattesa fuori dal reparto di terapia intensiva, le giacche appese alle sedie. Mia zia una ex hippie dalla chioma arruffata che negli anni Sessanta ha vissuto nelle comuni dove si consumavano acidi come fossero noccioline, e dormito in Europa sui terrazzi, anche lei figlia prodiga per meriti propri. Di solito, quando io e lei ci incontriamo, ha inizio uninfinita maratona di chiacchiere. Quel giorno, tuttavia, non trovavamo argomenti, cos ci concentrammo sulle risposte al gioco a premi Jeopardy! che ci arrivavano dal televisore montato in un angolo

vicino al soffitto. Nella mia famiglia andavano tutti pazzi per quel quiz. Quello che mi piaceva di Jeopardy! era la premessa zen secondo cui tutte le risposte sono in realt delle domande. Mentre era malata terminale di cancro mia nonna era in grado di rispondere a tutti i quesiti senza alcuno sforzo, persino quando aveva la mente appannata dalla morfina. Mia zia e io ci tenevamo per mano e rispondevamo in coro. Chi Thomas Mann? Cos il Canale di Panama? Si faceva notare lassenza di mio fratello Johnny, che era lontano da casa per frequentare lennesimo collegio, probabilmente impegnato in quellesatto momento in qualche progetto di coltivazione di funghi psichedelici o di fuga dal pensionato per fare lautostop e andare a un concerto dei Phish. Mia madre se ne stava seduta e leggeva in silenzio. Aveva i capelli mesciati acconciati in un elegante chignon, gli orecchini di brillanti che scintillavano sotto i neon dellospedale. Quando c una situazione critica ospedali, funerali, gruppi di sostegno mia madre d il meglio di s. il tipo di donna che chiunque vorrebbe vicino quando le cose vanno male. Ci non significa che non fosse preoccupata per mio padre, ma solo che le preoccupazioni sono il suo habitat naturale. Quando mia nonna stava per morire, mia madre mi insegn che bisogna sentirsi a proprio agio negli ospedali, informarsi su dove tengono il ghiaccio, tenere sempre un occhio sugli orari in cui si devono somministrare i farmaci, fare amicizia con le infermiere. Se rimani seduta ad aspettare che qualcuno ti porti un bicchiere dacqua, puoi stare certa che morirai di sete. Andammo tutte e tre a mangiare un piatto di lasagne bisunte nel bar dellospedale. Ci sedemmo in una posizione scomoda, come tutte le altre persone presenti, stipate in gruppetti intorno al cibo tiepido. Da un tavolo occupato da un gruppo di medici con indosso il camice si levarono risa sonore. Non riuscivo a pensare a come dovesse essere mangiare in quel posto ogni santo giorno. In piedi, di fianco al tavolo dei medici ilari, cera il dottor Foster, il medico di mio padre. Era un giovane di bellaspetto con una folta chioma nera e gli occhiali di tartaruga. Il suo sguardo vag per la sala: gli occhi si soffermarono su di noi per un momento, poi passarono oltre senza dare segno di averci riconosciute. una prerogativa unica dei medici, quella di trovarsi nella stessa stanza con i parenti di un uomo di cui hanno appena maneggiato gli organi interni e non degnarli neanche di un cenno del capo. Guardai il dottor Foster mentre se ne andava. Quando avevamo parlato al termine delloperazione avevo notato in lui un modo di fare un po allusivo (s, certo, si era dimostrato elegante nella scelta dei tempi). Aveva accennato in maniera alquanto vaga ma inequivocabile alleventualit di bere qualcosa insieme da l a qualche giorno. In qualsiasi momento, immaginavo, la Jill di

un universo parallelo avrebbe potuto fare una scelta diversa, piegare un paio di centimetri verso sinistra e imboccare un altro sentiero. In quel momento mi immaginai una Jill parallela che restava a New York e cambiava il corso della sua vita, non andando in cerca di fama e di fortuna, ma piegandosi ai precetti delleducazione che aveva ricevuto: che accetta linvito a bere qualcosa con il dottor Foster; diventa la moglie di un medico, con un paio di polpacci torniti, un appuntamento fisso con il tennis e un diamante da due carati al dito. Che trova la sua realizzazione nei figli e nel volontariato. Che legge riviste di design e di cucina, fa la pasta in casa e poi se ne concede solo qualche forchettata. Che trascorre i weekend negli Hamptons e due settimane di vacanza ai Caraibi. Mia madre irradiava la serenit di un martire che si avvia verso il rogo. Si era arresa al suo destino. Mai, nemmeno una volta, lho vista tentare di evadere dal suo matrimonio con un uomo dispotico che la umiliava in continuazione. Mi chiedevo dove vivessero i suoi alter ego paralleli. Ripercorreva la strada fino a ogni bivio incontrato nella vita e si poneva delle domande, oppure era convinta che a indirizzare lago della sua bussola ci fosse qualcosa di superiore, di non avere altro destino che quello di vivere la sua vita esattamente comera? Quando rientrammo dal pranzo, io con una spessa fetta di formaggio che si andava rapprendendo nello stomaco, mio padre si stava risvegliando dallanestesia. Uninfermiera ci inform che nel reparto di terapia intensiva si poteva entrare solo una persona alla volta, perci la prima ad andare dentro fu mia madre. Riemerse dopo un quarto dora, imperturbabile, e lunica cosa che disse fu che adesso dovevo entrare io perch pap chiedeva di me. Mio padre oscillava tra coscienza e incoscienza. Dal suo corpo entravano e uscivano un centinaio di tubicini e fili elettrici. Aveva perso oltre venticinque chili, e nel giro di cos poco tempo che la sua pelle non si era ancora riadattata al suo nuovo corpo e gli penzolava come stoffa in eccedenza. Era come appassito. Conservo unimmagine di me e mio padre quandero piccola. Lui sdraiato sul letto e io dormo appoggiata alla sua pancia rotonda. Allora lui per me era enorme, una montagna. Ho limpressione di ricordarmi di quel momento. So che si tratta di un inganno della memoria, di una fusione tra foto e realt, perch ero poco pi che una neonata. Eppure giurerei di ricordarmi la sensazione del mio capo posato vicino al suo cuore. Adesso, con gli occhi azzurri iniettati di sangue perlustrava freneticamente la stanza. Fa male, disse con voce flebile e affaticata. Vedrai che dora in poi starai meglio. Mica lo sapevo, che avrebbe fatto cos male.

Rimasi in piedi accanto a lui, tenendogli la mano, consapevole che i miei denti in bocca, i miei piedi nelle scarpe e lorologio che portavo al polso mi dicevano che avrei dovuto essermene andata di l gi da dieci minuti per prendere laereo. Gli parlai della mia nuova, magnifica occasione lavorativa nel cinema, cosa che sembr metterlo di buon umore. Oh, ma guardati! disse. Avrei potuto semplicemente non presentarmi allaeroporto, sarei potuta rimanere per uscire a bere qualcosa con il dottor Foster, ma non era ci che avevo intenzione di fare. Non ero sicura di cosa mi riservasse il destino, ma era chiaro, senza ombra di dubbio, che il mio destino non era l. Rassicurai mio padre che lo avrei chiamato da Singapore tutti i giorni, quindi lo baciai sulla guancia e me ne andai. La sua voce mi insegu in un sussurro: Aggrappati forte alla tua stella e fatti portare pi in alto che puoi, Jilly. Ero una bugiarda. E me ne andai. In ascensore piansi per mio padre, per tutto ci che tra noi si era rovinato, per la mia allarmante avventatezza. Comunque, i miei occhi si asciugarono nellattimo stesso in cui posai il sedere sul sedile in vinile del taxi. Il mio rammarico, i miei dubbi: tutto pass in secondo piano di fronte alla meravigliosa sensazione di essere in partenza, la valigia verde a fiori nel bagagliaio, trenta dollari in tasca, il finestrino aperto per il caldo fuori stagione di quella giornata dinverno. A mano a mano che let avanza, e che lui va addolcendosi, mio padre ha cominciato a riscrivere la nostra storia e, assieme a essa, lopinione che ha di me. Saluta commosso ogni passo decisivo della mia vita, dal matrimonio al master e, citando Frost, commenta: Mia figlia si incamminata lungo la strada meno battuta, e questo ha fatto la differenza. Con ununica frase trita e ritrita riesce in un colpo solo a farmi un complimento e ad appiccicarmi a vita il marchio delloutsider. Ma se tu la poesia la leggessi davvero, mi viene da dirgli, vedresti che le due strade in sostanza si equivalgono. Che una sia meno battuta dellaltra solo limmaginazione del viandante. A ogni modo, mi trovavo a un bivio. E scelsi la strada che mi appariva pi selvaggia. Perch cos che desideravo essere. 2 Calcolando le due notti passate a Los Angeles e a Singapore, per arrivare nel Brunei ci vollero tre giorni di viaggio. Le lunghe ore di volo mi offrirono lopportunit di riflettere. Oggi la mia vita ha preso dei ritmi pi lenti, e anche se la luna cresce e cala e poi riprende a crescere, sembra che il tempo abbia segnato la mia esistenza

in maniera quasi impercettibile: le rughe della marionetta intorno alla bocca si sono fatte un poco pi profonde, riesco ad assumere pi facilmente una determinata posizione yoga, unamicizia si allentata o unaltra, invece, appena nata. Mi lancio in continui tentativi di abbandonare le brutte abitudini e di prenderne di nuove, pi sane. Di solito non mi riesce n luna n laltra cosa, ma ci non pregiudica nulla. Non pi. A volte compro un biglietto aereo. Ci sono una nascita, una morte, unoccasione da festeggiare, una tragedia. Ma, seduta su quellaereo per Singapore, avevo molto su cui riflettere e ancora di pi da sperare. A quellepoca la mia vita era un camion che procedeva a tutta birra e che saltando lo spartitraffico cambiava direzione ogni cinque minuti. Nel mio walkman ascoltavo un CD dei Talking Heads Chiss forse ti chiederai come sei arrivato qui Forse ve lo chiederete anche voi. S, insomma, cosa ci fa una brava ragazza come te su un aereo che la porta in un harem come quello? Permettetemi di fare qualche passo indietro. *** La storia del come arrivai nellharem cominci con una corsa a rompicollo sulla spiaggia di East Hampton a mezzanotte passata di una gelida notte di novembre. Mi ero lanciata in una corsa matta tra le dune illuminate dai proiettori, unespressione di terrore sul viso. Sotto le mie Reebok il terreno cedeva, facendomi rallentare landatura come se stessi correndo in sogno. Sulla sabbia si stagliavano lunghe ombre. Lunica cosa che mi aveva detto il regista prima di gridare azione! era di colpire tre segnali disposti lungo il mio percorso, ognuno dei quali era indicato da un sacchetto di sabbia a malapena visibile. Indossavo un abito da cheerleader giallo e blu, di quelli a strappo, chiuso con il velcro lungo i fianchi, mentre i miei capelli castani erano legati in due stretti codini, ciascuno fissato in fondo con un fiocco di raso giallo. Laria salmastra mi raschiava la gola e mi faceva salire la pelle doca lungo le braccia e le gambe nude. Avevo compiuto diciotto anni tre mesi prima; sarei potuta essere davvero una cheerleader. Colpii maldestramente il primo sacchetto e mi storsi una caviglia. Come da sceneggiatura, una mano spettrale spunt dalle tenebre e mi strapp di dosso la maglietta. Io diedi fiato al mio migliore urlo alla Janet Leigh e continuai a correre, adesso seno al vento, in direzione del sacco di sabbia successivo, mentre le fitte di dolore si diffondevano per tutta la gamba. Ero l. Cero per davvero. Ero Patti Smith con i codini e gridavo con tutto il fiato che avevo in gola davanti a una cinepresa. E chi se ne strafregava se era solo un dozzinale film di vampiri che sarebbe uscito in videocassetta in Florida? Era pur sempre un film. Era un inizio. Era una pietra incastonata

temporaneamente nella Strada di Mattoni Gialli che mi avrebbe portata, come la piccola Dorothy, a essere tutto ci che desideravo: una rifulgente stella dello schermo e del palcoscenico. Ero determinata a essere amata in maniera cos totale e incontrovertibile che non sarei mai pi rimasta a penzolare aggrappata allorbita esterna di alcunch. Quel film, quel basso, bassissimo piolo della mia scala verso il successo, si intitolava Valerie. Era la storia di una liceale talmente ossessionata dai vampiri che alla fine si trasformava in uno di loro e iniziava a spargere il terrore nella sua scuola. Due settimane prima avevo risposto a un annuncio apparso su Back Stage che mi aveva portato in una di quelle villette di mattoncini di Newark dove vivono attempate signore polacche. Quel provino era diverso dalla maggior parte di quelli che mi era capitato di fare, provini nei quali ti ritrovavi ad aspettare in piedi assieme a un gruppetto di altre ragazze in un non meglio precisato studio di casting di Midtown, tutte quante faccia al muro a leggere sottovoce ognuna il suo copione, accompagnando la lettura con il movimento delle labbra e lalzarsi e labbassarsi delle sopracciglia. Conoscevo un poco la citt. La mia una di quelle antiche famiglie ebree di Newark i cui membri ottuagenari sono prede ambite per le interviste degli etnografi. Il mio trisnonno e i suoi fratelli erano arrivati su una nave da uno shtetl polacco. Tinti di una sfumatura color seppia, avevano cominciato con un carretto di frutta e poi avevano aperto una drogheria che in seguito era diventata una catena di negozi di alimentari. Iniziarono consegnando giornali in cambio di qualche penna e si ritrovarono a prescrivere medicinali. Erano medici, dentisti, imprenditori e magnati del settore immobiliare. Contribuirono a fondare la pi antica sinagoga di Newark, la stessa dove io e mio fratello celebrammo i nostri Bat e Bar Mitzvah. Se chiedete a mio padre, vedrete che vi racconter tutto: la nostra famiglia ha contribuito alla nascita di Newark. Noi amiamo Newark. Sebbene lui se ne fosse andato di casa gi da parecchio tempo, per anni i suoi genitori restarono gli unici bianchi del caseggiato. Si trasferirono solo quando mio nonno and in pensione e lui e la nonna erano ormai troppo vecchi per occuparsi della casa. Adesso mio padre vive in un agiato quartiere periferico a una ventina di minuti di distanza, eppure alla prima occasione vi dir che lui non un tipo con la puzza sotto il naso, che rimasto lo stesso di quando era ragazzino a Newark. Mio padre un uomo sentimentale: quando ero bambina mi portava a fare dei giri sulla sua Cordoba bianca e mi indicava la vecchia casa di Lyons Avenue, la Weequahic High School, il cimitero ebraico. Ne parlava in continuazione, tanto che i marciapiedi di Newark per me erano come casa mia, anche se in realt non ci avevamo mai vissuto, anzi, nemmeno eravamo mai scesi dalla macchina.

Cos, quando mi presentai allindirizzo che avevo annotato su un foglietto che tenevo nella borsa, mi sembr quasi di riconoscerla, quella villetta. Bussai alla porta e il viscido regista del film, con tanto di capelli ormai radi legati in una coda e un paio di jeans a vita alta, mi accompagn in un salotto dove ogni superficie era ricoperta da una ragnatela di centrini di pizzo e i mobili tutti incelofanati. Forse era la casa di sua madre. Il tavolinetto del soggiorno era stato spostato da una parte e al suo posto era stato piazzato un treppiede che reggeva una videocamera delle dimensioni di un tostapane. Mi collocai in piedi davanti alla videocamera e feci il mio provino, che consistette in nientaltro che togliermi la maglietta e urlare. Il regista e il suo assistente, accigliati, scrissero qualcosa su un blocco con il fermaglio a molla muovendosi sul divano e facendo scricchiolare la plastica che lo ricopriva. Due giorni dopo mi chiamarono per comunicarmi che ero stata scritturata nel ruolo della Vittima n. 1. Il regista aggiunse che siccome Butch Patrick, il tipo che negli anni Sessanta aveva recitato nel ruolo di Eddie Munster, era suo cugino, il progetto aveva delle ottime potenzialit. Si dice che non esistano piccoli ruoli, ma solo piccoli attori. Ma poich ancora non avevo capito che questo aforisma non risponde a verit, accettai il lavoro. *** Puntai verso il secondo sacchetto di sabbia, raggiunto il quale una mano entrava nellinquadratura e con uno strattone mi strappava di dosso la gonna. Il mio grido questa volta fu meno vigoroso, pi esausto. Attraversai lultima forca caudina correndo vestita solo delle mutandine, delle scarpe da tennis e dei calzini corti alle caviglie. Quando raggiunsi lultimo sacchetto di sabbia Maria, lattrice che interpretava Valerie, mi si par davanti bloccandomi la strada. Urlo. Stop. Maria era una bionda dallaspetto spiritato, palesemente anoressica. Intorno agli occhi lividi aveva cerchi bluastri che nemmeno il cerone riusciva a coprire. Con quella camicia da notte sdrucita e la luce intensa dei riflettori che la illuminavano da dietro sembrava unaliena, il corpo da silfide a sostenere chiss come un cranio che, al confronto, pareva enorme. Com che quella tipa era la protagonista mentre io ero solo la Vittima n. 1? Nellattesa che allestissero il set per la ripresa successiva, io e Maria ci avvolgemmo in una trapunta fregata in una casa vicina che si affacciava sulla spiaggia e che apparteneva ai genitori di qualcuno. Ci accoccolammo strette luna allaltra per riscaldarci. Sentivo i bordi aguzzi delle sue anche contro di me, senza alcuna protezione fra lei e il mondo esterno. Intorno a noi

trafficavano i membri della troupe, chi sistemando le luci e chi preparando la scena seguente che avremmo girato insieme. Per me era la scena finale. Il mio grande momento. Il regista venne a parlarci mentre il direttore della fotografia sistemava la camera per la ripresa. Si rivolse prima a Maria. Questo il tuo primo assassinio. Alla fine hai ceduto alla sete di sangue che per tutto questo tempo avevi cercato disperatamente di soffocare. Ti d una sensazione estatica, come un orgasmo, il potere, mentre ti impadronisci di lei. Assaporala. Prenditela comoda. Soprattutto quando la mordi. Poi si gir verso di me e si limit a dire: Tu lotta. Difenditi. Una ragazza della produzione, dallaria scialba e con indosso un giubbotto imbottito, berretto da sci e guanti di gomma fino al gomito, mescol in un secchio del sangue finto. Nella prima scena Maria avrebbe dovuto strapparmi di dosso lultima sottile barriera esistente fra il mio busto e la notte un paio di mutandine che mi ero portata da casa e che sarebbero state immolate per loccasione -, per poi costringermi a terra con la forza. La seconda scena rappresentava latto omoerotico della mia uccisione: arresami alla vampira, mi sarei ritrovata in un lago di sangue finto. La ragazza con il giubbotto sottoline rivolgendosi a entrambe la necessit di non sbagliare la prima, poich sarebbe stato impossibile ripulirmi e rifarla da capo. La scena della lotta fu pietosa. Maria era talmente debole che a malapena riusciva a tenermi i polsi con le mani, a me, che sono una riproduzione vivente delle carnose ragazze disegnate da Crumb, con i loro sederoni, le cosce forti e rotonde, la vita sottile e le tette prosperose, il che per dire che mi sarebbe bastata ununica spinta per ridurre le friabili ossa di Maria in un mucchietto di rametti secchi. Ma non avrei certo permesso che la sua fragilit rovinasse il mio grande momento, cos intrecciai le mie dita con le sue e iniziai a strattonarla di qua e di l come un pupazzo dei Muppet, cercando di dare limpressione che stessi lottando per difendere la mia vita da cheerleader. Quindi mi buttai allindietro e me la feci cadere addosso. Lei parve turbata. Urlo. Stop. La scena successiva era quella truculenta. La ragazza con il giubbotto aveva perfezionato la sua elegante mise da autentica macellaia con un grembiule di gomma nero. Il resto della troupe nascose un tubicino trasparente sotto la sabbia sistemandolo in modo da farlo riemergere dietro il mio collo. Mentre mi armeggiavano attorno, mi sdraiai con la schiena sulla sabbia e chiusi gli occhi cercando di non andare in iperventilazione.

Mi ritirai in me stessa colta da una strana sonnolenza, mentre la caviglia mi pulsava e mi bruciava. Mi chiesi se avrei potuto morire congelata. Dietro di me delle voci discutevano perch cera il timore che il sangue non uscisse dal tubicino, visto che aveva cominciato a rapprendersi e a formare una lastra ghiacciata di sciroppo di glucosio. La segretaria di edizione diede di gomito al regista e indic me, sdraiata per terra. Lui richiam la troupe. Okay. Luccisione. Forza, ripartiamo. Adesso la nostra vittima muore. Tutti in posizione. Maria si risistem addosso a me, gli occhi iniettati di sangue inghiottiti dalle orbite per il grande sfinimento e la fame. Controll che i denti aguzzi non si muovessero. La macellaia si avvicin con un bicchiere di carta e mi riemp la bocca con una nauseante poltiglia di sciroppo che avrei dovuto far colare fuori nel momento della resa. Silenzio sul set. Motore. Azione. Maria spalanc gli occhi nella sua migliore interpretazione di Bela Lugosi e si avvicin per il morso lento e drammatico. Non potevo contorcermi molto per via della collocazione precaria del tubo con il sangue, pertanto tentai di esprimere il panico con lespressione del volto. Immaginai che si trattasse di una di quelle sfide che fanno la differenza tra i dilettanti e i professionisti. E io, i dilettanti, li disprezzavo. Quando Maria si abbass per mordermi e dal tubo sprizz un fiume di roba che sembrava moccio gelato e che ci inzupp entrambe, lanciai un ultimo grido, assolutamente genuino. Mentre lei sollevava il viso verso la luna, la follia del massacro nello sguardo, io rantolavo in preda agli spasmi della morte. Alla fine giacqui immobile con la testa piegata di lato, il sangue che mi sgorgava da un angolo della bocca inerte, gli occhi fissi davanti a me. Stop. Fine delle riprese per la Vittima n. 1. Maria, tu va a pulirti per la prossima scena. A quel punto la mezza dozzina scarsa di persone presenti si esib in un entusiastico applauso, e la macellaia mi lanci al volo un asciugamano. Io me ne andai di corsa, zoppicando il pi velocemente possibile in direzione della casa. Sotto il portico, a sorvegliare lingresso, cera un assistente della produzione. La doccia esterna, mi intim. Ma si muore di freddo. Non sto scherzando.

Mi tolsi le scarpe e i calzini, ormai rosa, e contrariatissima mi avviai verso quello che di certo sarebbe stato il clou delle torture della serata. Scoprii per che a East Hampton, diversamente che sulle spiagge del New Jersey, le docce allaperto hanno lacqua calda e i soffioni le dimensioni di un frisbee. L, in piedi sulla piccola piattaforma di cemento, mi liberai i capelli aggrovigliati dagli elastici mentre lacqua bollente portava via con s la poltiglia appiccicosa e il freddo. Tutto ci che rimaneva delle ore appena trascorse erano il cielo di Long Island e loceano nero che ribolliva in lontananza. Cercai di scrollarmi di dosso anche il cattivo presentimento che mi frullava nelle budella. Era stato solo del sano, volgare divertimento, no? Il prossimo sarebbe stato un vero provino. La prossima volta avrei ottenuto una parte di quelle vere. Nella piccola taverna al piano inferiore della casa, sui divani drappeggiati di stoffa, stavano appollaiate quattro fanciulle prosperose. La truccatrice cercava di applicare vigorosamente il fondotinta sui loro corpi con una spugna, ma la frittella bianca continuava a non ubbidirle, lasciando residui troppo spessi e pastosi in alcuni punti, troppo leggeri e sbavati in altri. Le ragazze si ripetevano le battute a vicenda, preparandosi alle scene imminenti in cui loro, le mogli del vampiro, avrebbero iniziato Valerie alla loro congrega. Indossai i pantaloni della tuta, mi pettinai allindietro i capelli umidi e mi misi comoda, preparandomi a ci che ancora rimaneva di quella lunga notte. La stanza era tutta legno di ciliegio, cuscini di chintz e righe alla marinara. Su un tavolo nellangolo erano a nostra disposizione un litro di Diet Coke, una confezione di bottiglie di acqua minerale, una quantit di panini e qualche cornetto al formaggio. Aggirai quel penoso scenario, scovando invece langolo bar e andandomene quindi in giro con la bottiglia di Jameson, come se fossi la padrona di casa, dandomi le arie della garbata ospite che corregge con il whisky la soda di tutti gli invitati. Il whisky ravviv la festa. Lalcol rinfranc anche gli spiriti e cominciammo a parlare di strip club e di fidanzati, di Scientology e di irrigazioni rettali, di insegnanti di recitazione e dei ristoranti del centro. Meditammo sullimportantissimo interrogativo femminista: perch le donne vampiro vengono definite mogli del vampiro quando invece nessuno chiama i vampiri maschi mariti delle vampire? Nonostante lingiustizia perpetrata contro il nostro sesso, alla fine le mogli del vampiro andarono a girare le loro scene e io mi accoccolai su una poltrona, addormentandomi abbracciata a un cuscino su cui era ricamato un carlino a mezzo punto. Mi risvegliai quando le mogli del vampiro rientrarono, fresche di doccia e avvolte negli asciugamani, qualche sbaffo bianco sbiadito ancora

allattaccatura dei capelli. Il cielo iniziava a rischiararsi al pallore dellaurora e fuori era rimasta solo Maria, ancora impegnata nelle scene finali del film. Laiutoregista port dentro parte delle sequenze girate in serata e colleg una seconda videocamera alla tv. Ci riunimmo tutti per guardarle. Ero eccitatissima allidea di rivedermi. Pur tenendo in conto gli ovvi limiti della cosa, pensavo di aver fatto un lavoro eccellente. Guardammo forse qualche centinaio di scene girate prima delle mie, tutte insostenibili. Non avrei dovuto meravigliarmi se, quando finalmente feci la mia comparsa sullo schermo, lilluminazione era talmente scarsa che a malapena mi si vedeva. Ero un lampo di nastro giallo per capelli, un paio di tette bianche e ballonzolanti nelloscurit. Il primo piano sui miei spasmi di morte era indistinto, ed era chiaro che durante il montaggio sarebbe stato tagliato. Uscii stancamente in veranda per ammirare il sorgere del sole. Avevo deciso che non cera bisogno di vedere altro. Non si trattava di un lavoro decente, nemmeno se letto in chiave ironica. Si era trattato solo di unaltra notte senza chiudere occhio e di un altro stipendio a pagamento differito che non sarebbe mai arrivato. Se non altro, mi rimaneva la storia. Alla fine di tutte quelle notti surreali e prive di senso cera sempre la storia. Una delle mogli del vampiro, una ragazza di nome Taylor che era la copia sputata di Ellen Barkin, mi segu allesterno della casa. Infagottate dentro ai cappotti e alle trapunte, ci raggomitolammo insieme sul divano a dondolo. Taylor indossava un dolcevita J. Crew e sembrava fuori posto in mezzo alle tipologie da porno a basso costo che rappresentava il resto del cast di Valerie. Aveva una chioma di corposi capelli biondo ramato e una scottatura in via di guarigione sul naso lentigginoso. Rimanemmo a chiacchierare osservando il cielo al di sopra delloceano che passava da una pallidissima tonalit sorbetto allaltra: glassa di limone, rosa petalo e azzurro polvere. Insomma, cara, cosa fai quando non sei a congelarti le tette schizzate di sangue senza nemmeno essere pagata? Taylor parlava con un leggero accento del Sud, cosa che le permetteva di rivolgersi impunemente alle persone chiamandole cara. Le spiegai che facevo pratica presso il Wooster Group, una leggendaria compagnia teatrale del centro di New York. Trascorrevo lunghe giornate al Performing Garage, allangolo tra la Wooster e la Grand, dove consegnavo documenti per conto di Spalding Gray e andavo a prendere il caffellatte per Willem Dafoe. Assistevo alle prove mentre la regista Elizabeth LeCompte, sorta di sciamana postmoderna, decostruiva, ricostruiva e, come unostetrica, seguiva la nascita del loro ultimo iconoclastico capolavoro.

Quando Kate Valk o un altro sciccosissimo veterano del Wooster Group si facevano prendere dalla compassione per i loro studenti preferiti e come premio ci portavano a bere qualcosa al Lucky Strike, il locale dietro langolo, il vino mi faceva frizzare gli angoli screpolati della bocca. Ma i momenti migliori erano le ore che trascorrevo al Performing Garage. I miei amici che facevano pratica al Garage erano intenzionati a diventare gli attori di spicco della prossima corrente di teatro sperimentale newyorkese. Ne eravamo assolutamente convinti. Forse sono la migliore compagnia teatrale al mondo e io me ne sto l dentro a leccare le buste che spediscono per raccogliere fondi, dissi a Taylor. E come ti guadagni qualche soldo, quando non fai la schiava al servizio delle arti? Quando la gente mi faceva quella domanda di solito mentivo, ma per qualche motivo a Taylor raccontai la verit. Le confessai che mi dividevo tra il Baby Doll, un topless bar scalcagnato ma alla moda di Canal Street, e un infinitamente pi squallido, e per giunta per niente trendy, peep show di Times Square chiamato Peepland. Avevo cominciato a ballare dopo aver smesso di frequentare la Tisch School of the Arts della New York University. Mi avevano accettata a sedici anni grazie a un programma di pre-ammissioni; non avevo ancora preso la patente e i miei mi avevano gi spedita in un pensionato per studenti appollaiato dodici piani sopra Washington Square Park. Quando avevo abbandonato la scuola, sei mesi dopo, avevo dichiarato di preferire la proverbiale scuola della vita, ma mio padre non se lera bevuta. Davanti a un piatto di funghi e gamberetti al Jane Street Seafood, aveva immediatamente provveduto a tagliare il mio cordone ombelicale finanziario. Sei mesi fa dicevi: Oh no, a che mi serve il liceo, sono pronta per il college, aveva detto mentre il suo volto si trasformava dun botto in un pallone scarlatto gonfio dira. Ora invece sostieni che il college non serve, che sei pronta ad affrontare la vita. E la vita costa. Anche il college costa. Eccola, la solita saputella. Credi che la strada che stai prendendo sia divertente? Non otterrai un bel nulla. Vediamo come te la cavi, e poi vedremo se cambierai idea riguardo al college. E aveva ragione. La vita costava. E vivere a New York costa un occhio della testa, ovvero molto di pi di quanto guadagnassi io in veste di imbranatissima cameriera ai tavoli del Red Lion di Bleecker Street. Una delle altre ragazze che faceva lo stage nel Wooster Group lavorava al Kit Kat Club tra la Cinquantaduesima e Broadway e mi convinse che l sarebbero stati pi tolleranti riguardo alla mia naturale mancanza di abilit come cameriera. Un giorno la seguii al lavoro e girai per una quarantina di minuti fra i tavoli

prima di togliermi di dosso i miei straccetti e salire sul palco con uno striminzitissimo tanga preso in prestito. Alle persone che non hanno mai sfruttato economicamente la propria sessualit, quelle che invece lo hanno fatto, come noi, spesso ispirano unestrema gamma di emozioni: Perch siamo disposte a spogliarci per soldi? Cosa ci induce a fare quel passo per la prima volta? Cosa fa s che una ragazza a corto di denaro diventi una spogliarellista, unaltra una cameriera da Dennys e unaltra ancora una studentessa di medicina? Chiunque vorr trovare il perch. Certo vorrete tutti essere rassicurati sul fatto che quella che finir a vorticare aggrappata a un palo non sar vostra figlia. Un rapporto di merda con mio padre, una scarsa autostima, una smania di avventura ineluttabilmente determinata dagli astri, una storia di depressione e ansia, la tendenza allabuso di sostanze: buttate tutto nel calderone e mettetelo sul fuoco, ed ecco che vedrete emergere, gocciolante e in tutto il suo splendore, la prostituta ideale. Basta vedere chi trovate sulla lista di verifica. Ma non preoccupatevi, la vostra bambina non c. Lei non diventer mai come me. Ballando al Peepland e al Baby Doll mi garantivo il necessario per continuare a mangiare verdure saltate, passare qualche serata al Max Fish e affittare un appartamento in condivisione nel Lower East Side. Ma da qui a fare il bagno nello champagne ce ne correva. Lavori troppo, raccatti due dollarucci e per di pi ti rovinerai le ginocchia, fu il commento di Taylor. Hai gi diciotto anni? S, appena compiuti. Bene, perch Diane una che queste cose le controlla. Mica puoi mostrarle una carta di identit fasulla come si fa con un buttafuori mezzo brillo. Taylor mi allung un biglietto su cui compariva una scritta dorata a rilievo: crown club, con una piccola corona sopra la o e, in basso, un numero di telefono. Tir fuori dalla borsa una penna e vi annot sopra anche il suo numero. Diane gestisce lagenzia di escort per cui lavoro. la migliore di New York. Finora ti sei decisamente svenduta per pochi dollari. Vieni a lavorare con me e vedrai che la tua vita cambier in un battibaleno. Unagenzia di escort. Sembrava una cosa semplice, di classe. Nella mia mente vedevo Diane come una donna elegante in un tailleur-pantalone color crema, comode ballerine ai piedi e orecchini a perno con brillante. Malgrado la sua aria fredda e accorta, custodiva dentro di s un lato materno, come Candice Bergen in La casa dappuntamento di Mayflower Madam. Si sarebbe dimostrata una donna da ammirare, una persona che mi avrebbe dato una mano. Mi sarei stancata meno e avrei avuto pi tempo per inseguire la mia carriera da attrice.

Taylor mi cinse le spalle con il braccio. Adesso eravamo due amiche aggrappate luna allaltra per combattere il freddo e con lo sguardo rivolto alla distesa del cielo sgombro di nubi. Il sole era sorto. La troupe aveva imballato lattrezzatura e la stava caricando sui furgoni. Gli attori uscivano sotto il porticato alla spicciolata, nellattesa del viaggio di ritorno verso la citt. La casa dappuntamento era un bel sogno, ma sapevo che probabilmente non mi sarei messa in contatto con Diane. Lavorare come escort significava fare un passo troppo in l. A ogni modo, mi infilai il biglietto in tasca, nel caso avessi cambiato idea. 3 Il giorno del Ringraziamento del 1991 tirai fuori dal portafoglio il biglietto che mi aveva dato Taylor e composi il numero. Quando ti scopri a fare cose che non ti eri mai sognata di fare, spesso accade tutto un passo alla volta. Oltrepassi la linea di qualche centimetro, quindi avanzi in direzione di quella successiva. Magari un giorno ti senti improvvisamente sola. Oppure sei al verde, o depressa, o solo incuriosita. Oppure te ne stai seduta sul divano a casa dei tuoi e ti senti soffocare lentamente, come se avessi premuto sul viso un invisibile cuscino di ricordi. E a quel punto sei gi diventata quel genere di ragazza, sei gi andata oltre E allora, unaltra telefonata che sar mai? Io e Sean, il mio ragazzo, stavamo trascorrendo le vacanze con la mia famiglia. Avevo riflettuto parecchio se farlo venire a casa mia, ma il desiderio di averlo vicino aveva avuto la meglio sui miei dubbi. Forse ero innamorata di Sean, per quanto circostanziassi la cosa con la convinzione che lamore romantico non fosse altro che una cospirazione sfruttata come strategia commerciale dal sistema capitalista e dai mezzi di informazione come narcotico per cenerentole. Prima di conoscere Sean mi ero dedicata a un appuntamento dietro laltro, a una cotta dietro laltra, a un ragazzo dietro laltro (e anche a un paio di ragazze), senza mai battere ciglio di fronte al rapido esaurirsi della fiamma, senza mai aspettarmi che qualcuno rimanesse con me. Quando incontrai Sean avevo diciassette anni. Facevo la spogliarellista gi da sei mesi e non avevo mai avuto un vero fidanzatino, nemmeno quando andavo a scuola. E poi, ecco che un pomeriggio lui passa dal Performing Garage per salutare degli amici. Sean era magro, con gli occhi grandi e dolci e i capelli scuri e ispidi tenuti lunghi fino alle spalle. Aveva delle magnifiche dita da musicista. Artista squattrinato dal pedigree aristocratico, attore di talento e chitarrista,

condivideva un tugurio composto da due camere proprio di fronte a Streits, la fabbrica di matzo. Io abitavo in un orrendo bilocale in condivisione su Ludlow Street, proprio dietro langolo. Il nostro primo appuntamento trascorse mangiando involtini primavera e bevendo birra sulla terrazza sul tetto del mio appartamento. Sopra di noi il cielo era gonfio di basse nubi cariche di pioggia. Allimprovviso arriv il boato di un tuono, che ci fece scattare in piedi e una sinfonia di allarmi fra le automobili parcheggiate nel cortile sottostante riemp laria. Mentre enormi goccioloni bombardavano il tetto impermeabilizzato, Sean e io rimanemmo l sopra a inzupparci completamente, lui chino su di me a prendermi il viso tra le mani e baciarmi, con baci lenti che sapevano di birra, mentre gli avanzi della nostra cena cinese galleggiavano nei piatti. Fu cos romantico. Bellissimo. Era lappuntamento pi bello che avessi mai vissuto e Sean era il ragazzo migliore che avessi mai conosciuto, fino a quel momento. Per lui non era un problema il fatto che mi spogliassi. Anzi, qualche volta venne anche a vedermi. Gli piacevano le scarpe e trovava la faccenda in qualche modo solleticante. Stava sempre ad ascoltare le mie avventure, anche se dentro di s covava qualche dubbio. Mangiavamo da El Sombrero o la pizza di Two Boots e la sera tardi andavamo a bere al Max Fish con i nostri amici, tutti facenti parte di qualche gruppo musicale o progetto teatrale. Compravamo della pessima coca in Avenue B e poi ce la sniffavamo sulla copertina del suo vinile di Houses of the Holy dei Led Zeppelin bevendo gin tonic nelle tazze da caff e chiacchierando tutta la notte di arte, di livelli di alienazione, dei media, del fatto che desideravamo fare una vera esperienza della vita. Dopo un po di tempo immaginai di essere innamorata, ma ogni volta che lo dicevo tenevo le dita incrociate, nel caso stessi sbagliando. Sean e io arrivammo a casa dei miei genitori con lo stesso autobus che avevo preso un migliaio di volte negli anni del liceo quando andavo in citt alle lezioni di recitazione o di danza o, mentendo e raccontando ai miei che restavo a dormire da unamica, ai concerti rock. Gli alberi avevano gi perso quasi tutte le foglie, ma il prato era ancora di un verde brillante. La casa grigia a due piani, risalente agli anni Settanta, era unasserzione non assertiva, un fiero monumento allo status quo. Ogni casa di quella via era una variazione sullo stesso tema, una diversa configurazione degli stessi mattoncini Lego. I miei genitori ci accolsero alla porta di ingresso con abbracci anche troppo entusiastici. Non avevo mai visto mio padre cos magro. Lernia iatale gli rendeva quasi impossibile nutrirsi. Quando la sua guancia tocc la mia, sentii che era fredda e madida. Si vedeva lontano un miglio che era malato e la cosa mi fece impressione. Cosa avrei fatto se gli fosse successo qualcosa? Era

sempre stato una roccia, una di quelle persone che ritiene che solo i deboli abbiano bisogno dei dottori e che andare dal dentista sia uno spreco di tempo. Mi invit a salire al piano di sopra, io inciampai e mi ressi con le mani per non cadere. Ehi, miss porchetta! Ti sei rimessa a mangiare, eh? Rivolgendosi al mio ragazzo, invece, disse: Non graziosa? Una volta ballava per tutta la casa e noi la chiamavamo Katrinka. Powerful Katrinka, la Poderosa Katrinka, era un personaggio comparso in una serie di film muti e interpretato da Wilna Hervey, unattrice comica alta un metro e novanta per oltre centotrentacinque chili di peso. Era il nomignolo che mi aveva affibbiato mio padre quando, secondo lui, mi comportavo in maniera un po grossolana. Pap era una roccia, s, una roccia legata alla caviglia ogni volta che cadevo in acqua. Cos, ci misi un attimo a passare dalla preoccupazione per il suo stato di salute al desiderio che morisse di fame proprio l, durante la cena del Ringraziamento, con una tavola imbandita di ogni ben di Dio di fronte a lui. Mi sottrassi ai preparativi per la festa e andai a prendere una boccata daria nella taverna al piano di sotto. Mi sedetti sul divano componibile sotto una foto di famiglia in cui di recente avevo accettato, seppur controvoglia, di comparire. Ecco i membri della mia famiglia, tutti in piedi in posa rigida, su una chiazza derba nel cortile sul retro. La piattaforma bianca della piscina sta sospesa alle nostre spalle come un disco volante e la luce accecante del sole ci appiattisce fino a renderci macchie di colore a due dimensioni. A sostenere il torso porcino di mio padre ci sono due improbabili gambette ossute. Strizza gli occhi per via del sole, una vaga insoddisfazione incisa nelle zampe di gallina. Mia madre aveva la pelle luminosa, tesa e ancora giovanile, ma in quella foto appare rigida, come se qualcuno le avesse appena conficcato qualcosa nello sterno. Johnny, mio fratello, porta una testa da gorgone di trecce rasta in disordine che io, al suo fianco, compenso con la mia innocua T-shirt bianca e un sorriso forzato: lo stesso sorriso che compariva sul mio volto ogniqualvolta mi trovavo a casa dei miei genitori, un riflesso involontario inevitabile come uno spasmo muscolare della gamba dopo un colpo con il martelletto sulla rotula. Sean era in camera con Johnny ad ascoltare i Pink Floyd. Stavano con la testa affacciata alla finestra e Johnny gli passava lo spinello che solitamente teneva incollato al labbro inferiore. I miei genitori avevano adottato Johnny quando io avevo quattro anni. Quando arriv a casa ero sul pianerottolo in cima alle scale e lo stavo aspettando in punta di piedi, facendo penzolare i miei codini dalla ringhiera

di ghisa bianca. Mia madre sal tenendo in braccio un neonato che sembrava un burrito avvolto in una copertina bianca. Il piccolo aveva un faccino come una prugna e capelli neri che formavano dei riccioli come la glassa di un tortino. Mi innamorai allistante di quellessere caldo e minuscolo. Con il suo odorino di lattante, le sue braccine tenere e ciccione, i suoi grandi occhi blu, per me era un bambolotto di carne e ossa. Passavo ore a cullarlo sul divano, e adoravo fargli il solletico alle orecchie e riempire di baci il suo nasino in miniatura. Johnny non era un bambino facile. Non era n sveglio, n simpatico, n bramoso di piacere al prossimo come la sottoscritta. Che questo fosse da principio vero oppure no, non semplice allontanarsi dal proprio copione una volta che stato scritto per te. Secondo mio padre Johnny ha avuto problemi sin dallinizio, il che implica che ci che poi diventato gli episodi ossessivo-compulsivi, i disastrosi trip di acidi, lestremismo religioso non responsabilit sua. Mio fratello trascorse i primi anni della sua vita perennemente attaccato alla gamba di nostra madre, mentre io dormivo con indosso le magliette della squadra di softball dellazienda di mio padre. Avevamo scelto da che parte stare. Io amavo Johnny, ma amavo ancora di pi essere la cocca di pap. Oggi Johnny chassidico e vive a Gerusalemme. Passa le giornate recitando preghiere nella shul e, ogni tanto, lavorando come raccoglitore migrante di olive o venditore di bevande toniche a base di erbe coltivate biologicamente. Il suo sogno avere ognuno un pezzettino di terra, un gregge di capre e qualche olivo. Nel suo mondo, uomini e donne mangiano in stanze separate. un mondo che possiede una sua logica, ma in cui non c molto spazio per me. Ogni tanto ci sentiamo per telefono. Quando me ne ricordo, gli spedisco un regalo di compleanno per suo figlio. Mi piace attribuire a Johnny la colpa della distanza che ci separa. lui quello con il cappellone a tesa larga e un sistema di credenze arcaico, non io. La verit, tuttavia, che quando le cose cominciarono a prendere una brutta piega, io scappai di casa e lo abbandonai. Gli giurai che sarei tornata a riprenderlo, ma non lho mai fatto. Quel Ringraziamento scesi gi e mi accomodai sul divano senza stare ad ascoltarlo quando prov a raccontarmi che la sera prima mio padre gli aveva sbattuto il telefono in testa. Mia madre trafficava fra la sala da pranzo e la cucina, impegnata nelle misteriose arti dellapparecchiatura della tavola e della tempistica perfetta nella preparazione dei cibi. Nel soggiorno pap suonava il suo amato pianoforte, un piano a coda Steinway di dimensioni pi piccole del normale. Continu a suonare incessantemente una miscellanea di classici tratti da musical interpretati per met a una velocit tripla rispetto a quella originale. Suonava sempre come se da qualche parte, su un orizzonte che ogni volta si

allontanava e a cui nemmeno si avvicinava, ci fosse un brano di maggior rilievo. Era stato su quella stessa musica fuori tempo che le prime volte avevo cantato a tutta voce le canzoni di South Pacific accompagnandole con le mie piroette nel soggiorno. Se mio padre mi aveva ribattezzata Katrinka era per via di quelle piroette, ma io non avevo mai sentito parlare della Poderosa Katrinka. E continuai a ballare. Ero lAggraziata Katrinka, la Talentuosa Katrinka, generata da una donna tanto eterea che era volata via. Dopo la mia fuga a New York, riattraversare il confine del New Jersey era come infilare la testa dentro una busta di plastica. Pi mi trattenevo da quelle parti, pi lossigeno scarseggiava. Mi mancava laria, ero soffocata dalla casa, dalla musica, dai ritratti di famiglia, dalla mia famiglia in carne e ossa e dal mio ragazzo al piano di sopra che aveva visto tutto quanto. Forse fu questo il motivo per cui tirai fuori dal portafoglio il biglietto da visita che mi aveva lasciato Taylor. Stavo cercando di fare un buco nella busta, cercavo di respirare. Il Crown Club mi sembrava uno strumento affilatissimo, e in quel momento non riuscii a pensare a niente di meglio. La musica proveniente dal piano di sopra era abbastanza alta da permettermi di telefonare senza che nessuno sentisse. In realt non pensavo che mi avrebbero risposto il pomeriggio del giorno del Ringraziamento, e invece, ovviamente, qualcuno al Crown Club rispose. 4 Quando arrivai alla palazzina in arenaria nel quartiere di Midtown, venne ad aprirmi una moretta minuta con i capelli corti. Indossava una tuta da ginnastica ed era scalza; mi accolse con un sorriso. Diane nel suo studio, al telefono. Dovrai aspettare un minuto. Entra. Io sono Julie. La salutai e le strinsi la mano. Immaginai che stessimo usando il nostro vero nome, visto che ci stavamo presentando. Non so bene cosa me lo fece credere. In un locale di striptease avrei usato il mio nome darte appena varcata la soglia dingresso. Forse fu il fatto che il nome Julie mi sembr ordinario. Anche se non si pu mai sapere quale sia la logica che sta dietro alla maschera che si indossa quando si lavora. Forse Julie stava creandosi unaria da ragazza di provincia, e magari il suo vero nome era Jezebel. La seguii lungo un breve corridoio in un soggiorno monocromatico nei toni crema e vaniglia, dove trovai sedute Taylor e unaltra ragazza. Tutto era vaniglia: le pareti, i tappeti, i divani, i cuscini, il mobile in frmica. Lunica macchia di colore era un poster con uno dei papaveri arancioni di Georgia

OKeeffe appeso al muro sopra al divano. Mia nonna, nel corridoio, aveva una piccola stampa incorniciata di quello stesso, identico papavero. Sotto alla stampa cera una frase della OKeeffe: nessuno riesce a vedere davvero un fiore per vedere bisogna concedersi tempo, come nellamicizia. Poveri papaveri di Georgia, di nuovo rigettati nellinvisibilit, ormai prodotti di massa da appendere alle pareti di qualche studio medico del Midwest o di qualche agenzia di escort di Midtown. Julie si butt a sedere di fianco a una ragazza dai capelli lisci e flosci, magra come una modella, che parlava con un vago accento dellEuropa dellEst. Dopo essersi presentata, la modella si rimise subito a guardare Cuori senza et. Nella stanza cera odore di cibo cinese, anche se in giro non ve ne era traccia. Taylor salt su dalla sedia, mi trotterell incontro e mi abbracci. Sono cos contenta che sei venuta, esclam voltandosi verso le ragazze sul divano. Lei la ragazza che ho conosciuto mentre giravo quel film. Le tipe la guardarono inespressive. Indossavano tutte e tre una tuta da casa, ma avevano i capelli ben pettinati ed erano truccate e ingioiellate. Mi fecero venire in mente delle pattinatrici sul ghiaccio in attesa dellesibizione. Oltre il soggiorno cera una sala da pranzo riadattata come ufficio. Su un lungo tavolo addossato a una delle pareti cerano alcuni schedari rotanti e apparecchi telefonici. Lungo laltra parete erano collocati quattro armadietti per documenti color avorio. Dalla finestra in fondo si vedeva la citt, un quadrato di velluto nero scintillante in un mare per il resto inesorabilmente color crema. Di fronte al tavolo si trovavano due poltroncine con le rotelle. Una era occupata da una donna dal viso rotondo e le guance colorite che portava una fascia per capelli a disegni scozzesi fissata con un fiocco. La sua postazione di lavoro era gi decorata con una renna di pezza. Alz lo sguardo verso di me e Taylor, facendo segno di pazientare cinque minuti. Di fianco a lei, rivolto verso la finestra, stava sbraitando al telefono quello che appariva come un tailleur-pantalone sormontato da un cappello di fungo biondo rossastro. Il tailleur richiamava tanto il Queens. Diane, immaginai. Taylor sfrutt i successivi cinque minuti per dare avvio alla mia iniziazione. Mi port in un angolino e cominci a parlare in tono cospiratorio. E i vestiti dove li hai lasciati? Mi ero messa un miniabito verde di ciniglia con le maniche ad aletta, che, a mio giudizio, era la cosa pi elegante che avessi, abbinato a calze a rete e a un paio di dcollet con il tacco di cinque centimetri, quelle che mi avevano comprato i miei qualche anno prima per andare al tempio. Erano le mie uniche scarpe con il tacco che non avessero una suola spessa quanto il mio dizionario di inglese. Avevo ancora il soprabito nero appeso al braccio. Ho solo questi che indosso. Sul serio? Tutto qua, quello che hai?

Taylor mi guid subito verso il guardaroba e ne trasse tre completi stirati con la massima cura, le gonne corte ma di gusto, le giacche di taglio sartoriale. Mi venne da pensare che fosse la mise da lavoro delle pattinatrici. Mica vorrai sembrare una battona quando attraversi la hall di un albergo. Tailleur o abito, sexy ma tradizionale, tacchi di otto centimetri, calze autoreggenti, biancheria intima di quella costosa. Tutte cose che io non possedevo. Comunque proprio inguardabile non sei, aggiunse. Ho visto di peggio. A quel punto Diane aveva terminato la telefonata e dal suo ufficio mi fece segno di avvicinarmi. La prima occhiata che mi diede conteneva unintera conversazione. Di Candice Bergen in lei non cera proprio niente. Brusca e aggressiva, mi valut senza tante cerimonie per quella mercanzia che ero destinata a diventare. Dopo avermi rivolto qualche domanda preliminare, spar la mia descrizione alla ragazza del telefono con la fascia per capelli a disegni scozzesi, che mi present come Ellie. Ellie trascrisse su una scheda da archivio ci che le dettava Diane. Capelli: castano ramato. Occhi: nocciola. Ottantacinque, sessanta, novanta no, cento. Potrebbe anche mettere in bella evidenza il culo. Diciotto anni, formosa studentessa di teatro che di viso assomiglia a Winona Ryder. Cosa sei disposta a fare? Che intende dire? Cose come assecondare le fantasie dei clienti? Ehm s. A ogni risposta che davo, Ellie spuntava una casella sulla sua scheda. Fare la dominatrice? Certo. Roba lesbo? S. Cameriera sexy? Be, mica devo fare le pulizie per davvero, no? Questo un s, spieg a Ellie. Spogliarelli in privato? Diane si gir nuovamente verso Ellie e anticip la mia risposta finale, dicendo: Fa qualunque cosa. Ellie annu e spunt lultima casella. Sulla scheda cera una casella corrispondente a qualunque cosa? La frase di Diane era una definizione particolarmente accurata. Nei peep show e nei locali notturni in cui avevo lavorato, per soldi avevo compiuto pi atti indecenti io prima dei diciotto anni di quanti potrebbe prenderne in considerazione la maggior parte delle donne nel corso dellintera vita. Uno in pi non avrebbe fatto una gran differenza. Ma lavorare come escori era una cosa diversa, no? Finch ero rimasta in piedi al centro di quella stanza con

addosso il mio abitino da due soldi, mentre Ellie riempiva la casella qualsiasi cosa, ero stata la personificazione della spavalderia. Ma a quel punto i timori mi si riversarono addosso come una cascata. E se mi prendo qualche malattia? E se mi d il voltastomaco? E se qualcuno mi stupra? O se mi ammazzano? E se il passo che stavo per compiere avesse aperto nel mio cuore una crepa che non si sarebbe pi rimarginata? Hai con te la carta di identit e il passaporto? Mi avevano avvertita che al colloquio mi sarei dovuta presentare con due copie del documento di identit, cos le mostrai alle due donne. Fortuna aveva voluto che, pochi mesi prima, mi avessero regalato un passaporto per il mio compleanno. Mi ero lasciata affascinare da alcuni racconti della Parigi degli anni Venti e la cosa che pi speravo era di farvi approdare il mio culo, costasse quel che doveva costare. Sapevo che la Parigi di settantanni prima non esisteva pi da un bel pezzo, eppure continuavo a sentire risuonare nelle mie ossa il richiamo di quella citt. Mi bastava sentirla nominare per sprofondare felice e beata nei sogni a occhi aperti, per ore. Sarei voluta atterrare direttamente nel centro di Parigi, e una volta l avrei bevuto vino, scritto poesie e avrei lasciato che la Ville Lumire pervadesse la mia anima con la sua raffinatezza e le sue belle maniere. Avevo sperato di porgere il mio passaporto a un agente della dogana allaeroporto internazionale Charles de Gaulle, e invece eccomi l a consegnarlo a Diane, al Crown Club. Ma si tratta di un semplice scalo, dissi a me stessa, di una breve deviazione. Riguardo al mio look Diane si esib nella stessa gag di Taylor, e io promisi che mi sarei procurata qualche capo di classe appena avessi potuto permettermelo. Di l a qualche ora ero gi stata catapultata nella mia nuova occupazione. Taylor mi spieg che ero fortunata a ricevere una chiamata la prima sera di lavoro. Me la sarei cavata benissimo, mi rassicur, se non altro per let che avevo. Nellagenzia ero la pi giovane e la mia aria innocente mi sempre stata daiuto. I miei tentativi di fare la ribelle e la dura non hanno mai impressionato nessuno, nemmeno quando ce lho messa proprio tutta: sono una brava ragazza fino al midollo. Il che si rivelato utile durante le mie imprese meno agevoli. E cos quella sera stessa fui scelta perch mi presentassi nellappartamento di un famoso speaker radiofonico. Ellie, che fondamentalmente era la grassoccia assistente ruffiana che veste Laura Ashley e prepara biscotti, mi spieg come usare la mia macchinetta per carte di credito e mi diede istruzioni particolareggiate su come e quando doveva avvenire la transazione (subito dopo il mio arrivo), nonch su quali fossero le regole per fare il rendiconto finale.

Prima che uscissi alla volta del mio primo appuntamento galante, Taylor mi port in camera sua, mi fece sedere sul letto e mi diede qualche consiglio. Mi aveva presa sotto la sua ala. In sostanza il trucco consiste in questo: ottenere il pi possibile dando in cambio il meno possibile. Hai capito? Il tuo scopo far s che unora si trasformi in due ore e poi in tre, e dare a intendere che un pompino sia mille volte meglio di una scopata. Come Sherazade, dovevamo trovare un racconto talmente irresistibile che ci avrebbero trattenute unaltra ora pur di sentire come andava a finire. Certe notti un pianto, aggiunse. Ci sono sere che stiamo qui senza ricevere nemmeno una richiesta, ma poi ce ne sono altre in cui capita un colpo di fortuna: otto ore in limousine con qualche uomo daffari arrivato da fuori citt strafatto di coca e con il pisello moscio. Che compensa le serate no. E usa sempre il preservativo. Sempre, mi raccomando. Se glielo infili con la bocca, vedrai che non se ne accorgono nemmeno! Come nome darte per la mia attivit di escort scelsi Elizabeth, perch sembrava un nome vero e perch, assieme a Janice, Eduardo e altri, era stato uno dei miei pseudonimi durante i miei giochi di bambina. Ero stata Elizabeth la regina di Francia, Elizabeth e i tre orsi, Elizabeth la settima figlia dei Brady, Elizabeth leroina della Resistenza francese. Ora al mio curriculum cera da aggiungere Elizabeth la ragazza squillo, Elizabeth la bugiarda. Sean e io non avevamo quel tipo di rapporto in cui ci si controlla a vicenda ogni cinque minuti, quindi in realt non gli stavo mentendo; semplicemente, avevo omesso di dirgli dove mi trovassi e cosa facessi quella sera. Tuttavia, se avessi continuato a fare quel lavoro, alla fine sarebbe stato necessario ricorrere a una menzogna di base. Taylor mi diceva che, a volte, le ragazze raccontavano ai loro fidanzati di avere trovato un lavoro serale temporaneo. Dire che facevamo le cameriere sarebbe stata una bugia rischiosa, perch il ragazzo si sarebbe potuto presentare al lavoro per farci una sorpresa e cos saremmo state fregate. Nel caso di Sean, pensai che potevo lasciargli credere che facevo ancora la ballerina al night. Eppure, pur essendo una spogliarellista, fino a quel momento non ero stata il tipo che ricorreva spesso alle bugie. S, ai miei genitori ne raccontavo, ma agli amici no. Non al mio ragazzo, il mio ragazzo dalle bellissime mani. Sean mi aveva fatto conoscere Elvis Costello. Quella sera, mentre uscivo per mettere a segno il mio primo colpo, avevo in testa le parole di Almost Blue. C una parte di me che sempre sincera. Sempre. La parte restante di me (Elizabeth, la formosa studentessa di teatro che di viso ricorda Winona Ryder, fa qualsiasi cosa) scese da sola in strada e, fermato un taxi con un cenno della mano, si diresse verso un grattacielo dei quartieri alti.

Sembrava di essere in un film dalla colonna sonora piacevolmente jazz. Come una canzone damore newyorkese alla Woody Allen. Tra i personaggi c quello di una giovanissima attrice smarrita che finisce in un taxi alla volta di Manhattan per andare a letto con una celebrit della radio. Interprete principale: Mariel Hemingway. Interprete principale: la sottoscritta. Le riprese erano gi iniziate. Non potevo pi ripensarci. Scesi dal taxi, il fiato visibile nel freddo della notte, e mi ficcai le mani in tasca, quindi passai di fianco a un usciere che mi fece un cenno educato con la testa. Presi lascensore per salire a uno degli ultimi piani e bussai a una porta. Un attimo dopo il conduttore radiofonico aveva fatto la sua comparsa nel corridoio. Riconobbi la sua faccia: lavevo vista in metropolitana, sui manifesti pubblicitari della sua trasmissione attaccati allinterno dei vagoni. In mano teneva un bicchiere mezzo vuoto e gocciolante di condensa. La vestaglia a motivi cachemire ricadeva semislacciata sul davanti, e sotto si intravedeva un paio di boxer di seta. Tu devi essere Elizabeth. Posso offrirti qualcosa da bere, tesoro? Accettai subito la sua offerta, ignorando completamente il consiglio che mi aveva dato Taylor di rimanere sobria. Volevo essere raffinata e controllata come lei, ma per riuscirci dovevo fare ancora molta strada. Non desideravo di meglio che il confortante calore di un drink. Lo seguii allinterno dellappartamento, dove prese il mio cappotto e, dopo averlo buttato su una sedia, mi indic un divano di pelle nera. Mi accomodai mentre lui riempiva di nuovo il suo bicchiere di vodka tonic e ne preparava un altro per me. La casa era un classico appartamento da scapoli con una complicata apparecchiatura tv e stereo, cinque alte torrette porta-CD e una veduta panoramica sulla citt. Dandomi ancora le spalle, lo speaker radiofonico cominci a bombardarmi di domande. Forse labitudine, pensai. Mi chiese quanti anni avevo e cosa facessi quando non ero impegnata in quel lavoro. Gli dissi che avevo diciotto anni e che studiavo alla NYU. Tesoro, tu di anni ne hai pi di diciotto. Si vede. Il mio lavoro consiste nel capire le persone. Aveva gli occhi scintillanti di autocompiacimento mentre si sedeva accanto a me e mi porgeva il bicchiere, laltra mano posata sulla mia coscia. Non hai bisogno di mentirmi. Dai, su, quanti anni hai? Sembrava cos contento delle sue doti intuitive che pensai sarebbe stato meglio non contraddirlo. S, hai ragione. Ho ventanni. Mi laureo lanno prossimo. Continuando nella conversazione mi resi conto che sarei diventata brava. Mi stavo scoprendo un nuovo talento. Per tutto quel tempo, studiando recitazione, avevo tentato di tirare fuori in ogni momento lautenticit, cercando di denudarmi. Qui, invece, andavo alla ricerca del puro artificio,

ovvero lo scopo totalmente opposto, utilizzando per le stesse doti di ascolto e improvvisazione. Ero una brava spogliarellista, tutti mi dicevano che ero nata per quel lavoro. Non sono mai stata n la pi carina n quella con il corpo pi bello, per avevo qualcosa che infondeva nella gente la voglia di guardarmi. Cosa pi importante, avevo quel qualcosa che d alle persone limpressione di non essere invisibili. Gli uomini soli adoravano questa mia dote, non ne erano mai sazi. E a me veniva facile: si trattava di recitare, il che, dopotutto, era il mio campo. Cos, ebbi il sospetto che anche come squillo sarei stata cos: un talento naturale. Il conduttore radiofonico fu molto colpito quando seppe che studiavo teatro, cosa che in realt non facevo pi ormai da sei mesi. Io ho frequentato la scuola di teatro di Yale, mi raccont. Tu non ci hai mai pensato? S, una buona idea. La prender sicuramente in considerazione. Sam Shepard ti piace? Adoro Sam Shepard. Io e lui siamo ottimi amici. Magari un giorno ti posso organizzare unaudizione con lui. Mi fece fare un giro della galleria fotografica nel corridoio, costituita da una serie di foto in bianco e nero di lui pi giovane in qualche produzione off-Broadway. Erano tutte messe un po di sghembo, come se qualcuno avesse dato al muro un colpo abbastanza forte da farlo tremare. Forse era stato lui, barcollando tra la camera e la zona bar. Mi prese la mano e mi fece strada verso la camera da letto. Qua dentro c una cosa ganzissima che voglio mostrarti. Ti prego, fa che non sia un flacone di cloroformio e un set di strumenti chirurgici dantiquariato, pensai. Feci per chiedergli un altro drink, ma non me ne diede modo. Con uno squillo di trombe spalanc la porta di uno dei suoi guardaroba a muro e mi guid allinterno strattonandomi. Era una spaziosa cabina armadio rivestita dal pavimento al soffitto di stivali da cowboy di tutti i tipi. Accidenti! Grandioso. Sono famoso perch porto sempre gli stivali da cowboy, mi disse. Sono il mio segno distintivo. Ti va di spogliarti? Con le mani cercai la zip dellabito sulla schiena e avvertii una sensazione di gelo alle gambe, come quando ti scoprono in flagrante mentre combini qualcosa di brutto. No, non qui dentro, disse, e mi indic la camera. La camera da letto aveva le pareti tinte di grigio e dei tappeti berberi anchessi grigi. Lunico mobile nella stanza era il letto rosso granata, posto di

fronte a una serie di ante darmadio ricoperte da specchi. Lui si sedette sul bordo e mi guard mentre mi toglievo il vestito e le calze e li ripiegavo, lasciandoli cadere in un mucchietto nellangolo. Le calze a rete mi avevano impresso una ragnatela rosa sulle cosce. Mi rimisi le scarpe con il tacco senza togliermi il tanga, con il proposito di tenermelo addosso fino allultimo momento. Rimasi l, in piedi e imbarazzata, davanti a lui, che mi osserv per un istante senza mostrare alcuna reazione e poi inizi a rovistare nel cassetto del comodino. Una cosa era trovarsi nuda e mezza ubriaca su un palcoscenico con un sottofondo di musica, luci rosate e un pubblico chiassoso, unaltra starsene l impettita e in silenzio, illuminata dai faretti montati sul soffitto nella camera da letto di uno sconosciuto. Mi sentivo le braccia lunghe e goffe. Non sapevo dove mettere le mani. Alla fine optai per i fianchi, con i piedi in posizione da concorso di bellezza. Una posa un po artefatta, forse, ma non mi venne in mente niente di meglio. Hai mai provato il Rush? mi chiese. Aveva trovato ci che stava cercando: una boccetta di popper. No, stasera non mi va, ma tu fai pure. In quel momento avrei fatto la giocoliera con delle motoseghe pur di poter bere un altro bicchiere, ma non volevo perdere i sensi mentre ero al lavoro. Era la prima volta che vedevo del nitrito di amile lontano dalla pista da ballo di un locale per gay. Che il tizio fosse omosessuale? Dalle fantasie che mi avevano confessato i clienti del night avevo imparato abbastanza da sapere che lomosessualit pu avere moltissime sfumature. Il conduttore radiofonico si sfil di dosso vestaglia e boxer e in maniera spiccia mi disse di mettermi a quattro zampe sul letto rivolta verso gli armadi con le ante a specchio. Fino a quel momento mi aveva toccato la gamba solo una volta e preso la mano un paio di volte, ma a quel punto divent chiaro che aveva una certa avversione per il contatto epidermico. Era totalmente diverso dai tizi che venivano al night, che volevano sempre tenermi la mano come se si trattasse di un appuntamento romantico e a volte volevano portarmi al cinema. Non era il caso di quel tizio. Si inginocchi sul letto dietro di me, a cavalcioni sulle mie gambe, senza mai toccarmi. Solleva un po il culo, lasciamelo guardare. Feci ci che mi chiedeva, ma in realt non guard n il mio culo n nientaltro che appartenesse alla sottoscritta. Preferiva guardarsi allo specchio mentre si faceva una sega. Si pass una mano tra i capelli spelacchiati e contrasse i pettorali. Fammi vedere come ti lecchi le labbra. Strizzati insieme le tette, mi ordin, guardandosi dritto negli occhi per tutto il tempo.

Quando fu sul punto di venire, prese la bottiglia di popper dal comodino e inal forte finch gli occhi gli si rovesciarono allindietro, quindi croll scompostamente di lato. Lunica cosa che dovetti fare io fu spostarmi con delicatezza in modo da farlo venire sul copriletto invece che sulla mia schiena. Mi liberai dalle sue gambe e gli presi la boccetta che teneva in mano in equilibrio precario, quindi la posai sul comodino perch il liquido tossico non si rovesciasse. Dopo poco riprese conoscenza, e sorridendomi si asciug la saliva che gli colava sul mento. Bellissimo. stato grandioso. Nel riaccompagnarmi alla porta mi allung persino una bella mancia. Per i miei studi. Uscii dal palazzo oltrepassando il portiere e vidi che nel cielo stava vorticando una nevicata insolitamente precoce. Quella vista mi risvegli una strana sensazione nel petto. Mi piacciono le prime ore di neve a New York, prima che si consumino i giorni dellinverno e le strade si trasformino in una poltiglia di melma grigia. La prima neve a New York unesperienza magica, durante la quale, per un attimo, lintera citt si ricopre di un manto di quiete e candore. 5 Un mese dopo, Taylor e io facemmo il nostro ingresso nella hall del Ritz nel modo che ci era consueto: sicure di noi, caute, risolute. Con i tacchi di otto centimetri raggiungevamo entrambe il metro e settantacinque esatti. Taylor indossava, sopra una sottoveste bianca, un tailleur di sartoria marrone chiaro con una gonna cortissima; inoltre portava, come al solito, un girocollo di perle che le aveva regalato la nonna per il ventesimo compleanno. Il suo look tipico comprendeva un trucco leggerissimo e un guizzante carr fonato biondo ramato. Io ero come il suo negativo fotografico: la giacca del completo cucita stretta in vita, i capelli castani lunghi sulle spalle, e rossetto rosso. Rossetto rosso perch sopra ogni cosa vale la regola del niente baci. S, la storia di Pretty Woman vera. O, almeno, la parte che riguarda il niente baci. Per il resto una cretinata, per di pi offensiva. Perfezionai larte di non guardare nessuno negli occhi mentre ci dirigevamo verso gli ascensori. Ogni tanto mi confondevo davanti alle occhiate che mi lanciava la gente, la stoccata di disapprovazione seguita dal sogghigno compiaciuto, tutti cos compiaciuti nellessersi scoperti tanto scafati da aver saputo adocchiare la prostituta nellalbergo di lusso. Taylor mi aveva convinta a lasciare il ballo per lattivit di escort, garantendomi che avrei guadagnato soldi pi facilmente e, in generale, uno

stile di vita pi elevato. Nel giro di un mese avevo visitato quasi tutti gli hotel a cinque stelle di New York senza mai pernottarvi. Quando quel giorno varcammo la soglia del Ritz ero stanchissima e agitata. Avevo passato la serata precedente al St. Regis con un attempato commerciante darte italiano, che aveva continuato a sniffare vapori di coca e ammoniaca finch gli si era formata una patina gialla agli angoli della bocca, che quando parlava gli colava in lunghi rivoli filiformi. Aveva fumato sino a rendersi impotente, al che aveva ripiegato su una cassetta porno messa a disposizione dallalbergo rimanendo con le dita asciutte e nervose ficcate dentro di me per un lasso di tempo che mi erano sembrate nove ore, anche se in realt erano state solo due. Non vi erano dubbi che stavo guadagnando molti pi soldi di prima, ma non era sempre cos facile come mi aveva fatto credere Taylor. Alla fine scoprii che qualche volta lei lavorava anche al di fuori del Crown Club. Ogni tanto si dedicava a unattivit estremamente rischiosa, quella di derubare i clienti dellagenzia. Non posso dire che Diane mi facesse propriamente paura, ma non era lei a stare in cima alla scala. Sebbene non ci fosse mai capitato di vedere o sentire la mano invisibile che gestiva la prostituzione dalto bordo nella nostra zona, era buona regola dare per scontato che si trattasse di gente a cui era meglio non rubare. Ma Taylor era uno spirito libero con il coraggio di una leonessa, forse anche un po sociopatica. Era una persona che mi piaceva avere vicino, bramavo il suo affetto e la sua approvazione. Pensavo di assomigliarle. Anchio, nei miei sogni, ero intrepida quanto lei. Malgrado lesistenza apparentemente baldanzosa che conducevo, ogni notte, quando mi ritrovavo da sola, in preda a un panico irrazionale, guardavo letteralmente sotto il letto per vedere se ci fossero i mostri. Ogni notte controllavo tre volte che le porte e le finestre fossero chiuse e pretendevo con insistenza che lo facesse anche la mia coinquilina, Penny. Spesso, nelle prime ore del mattino mi risvegliavo dai terrori notturni, cosa che non mi ha mai abbandonato da quando ero bambina, e rimanevo seduta sul letto paralizzata dalla paura, tanto da dovermi ricordare di respirare. Non riuscivo nemmeno ad alzarmi per andare in bagno. Ma quando ero con Taylor non sapevo cosa fosse la paura. Potevo respirare liberamente. Mai, nemmeno una volta mi sono guardata alle spalle. Perci, quando mi chiamava per qualche lavoro non meglio precisato (feste di addio al celibato a Westchester, un professore della Columbia con fantasie masochistiche, un uomo daffari giapponese che amava parlare di clisteri mentre io e Taylor facevamo sesso), rispondevo sempre di s. Ci che mi spingeva a farlo non era esattamente il denaro. Avrei guadagnato le medesime cifre senza sconfinare dai limiti dellagenzia, ma gli atti di trasgressione che compivo con Taylor mi

davano la stessa sensazione di un tuffo nel vuoto, lidea che non sarebbe potuto accadere nulla, e che ne valesse la pena. La mia amica non aveva molte informazioni sul lavoro per cui avremmo sostenuto un colloquio quel giorno. Sapeva solo che un talent scout di Los Angeles le aveva parlato di un incontro con una donna che si trovava a New York per cercare ragazze che intrattenessero un ricco uomo daffari a Singapore. La paga era di decine di migliaia di dollari. E se poi ci rivendono a qualche bordello nel terzo mondo? le domandai mentre eravamo in ascensore. Oh, tu vedi sempre tutto nero. Taylor stava seguendo un corso di Dianetica. Era tutta proiettata verso il pensiero positivo e la liberazione dalle limitazioni derivanti dalle impronte lasciate dal passato (in questa vita e nelle precedenti) sulla trama della sua vita. Era convinta che il successo le appartenesse per diritto di nascita e che al suo raggiungimento mancassero solo una settimana o due. Era una fede contagiosa. Quando arrivammo alla stanza, ci apr un uomo in giacca e cravatta. Non riuscivo a stabilire di dove fosse: aveva un che di persiano, o comunque orientale. Taylor gli porse la mano ma lui la ignor, rientrando nella stanza per riunirsi al suo amico. Per il resto del pomeriggio i due uomini furono due silenziosi osservatori. Eravamo le ultime ragazze ad arrivare. Una donna si alz e venne a salutarci, presentandosi con il nome di Arabelle Lyon. Quando lavoravo come escort, in genere cercavo di non aspettarmi niente, di non fare supposizioni, ma Ari fu unautentica sorpresa. Ci strinse la mano e mi fulmin con un sorriso bianco latte. Era praticamente struccata e i suoi capelli avevano quel colore radioso che la maggior parte delle donne di un castano insipido ha a cinque anni. I due tizi appostati nellangolo erano misteriosi, ma furono laria alla Gidget e il nome francese di lei a farmi drizzare le antenne. Con una maschera del genere, non poteva che essere una figura losca. Mi guardai attorno. Cerano pi o meno sette ragazze allineate sui divani e tra loro un paio di sfigate, un paio che potevano farci della seria concorrenza e unanomalia di nome Destiny. Jesse? chiese Ari quando la ragazza si present. No. Destiny. C scritto anche sulla patente. Le extension biondastre e rovinate di Destiny avrebbero fatto impallidire Jon Bon Jovi, e per via delle lenti a contatto verdi sembrava uscita dal Bacio della pantera. Le unghie, lunghe sette-otto centimetri, erano decorate con righe zebrate fluorescenti che si intonavano con quelle dei guanti senza dita. Non aveva scelto il tailleur elegante, lei. Era pi forte di me, continuavo a fissarla. Ero ammaliata.

Ari si sedette di fronte a noi su una semplice sedia di legno. Sarebbe potuta benissimo essere una maestra dasilo in procinto di leggerci una favola. Inizi spiegandoci che lavorava per un ricco uomo daffari di Singapore che ogni sera organizzava delle feste per s e un gruppetto di amici. Stavano cercando delle ragazze americane che per un paio di settimane partecipassero alle feste in veste di ospiti e aggiunse che dopo la partenza avremmo ricevuto un dono in denaro. Un pensierino che si sarebbe aggirato intorno ai ventimila dollari. Ci rassicur dicendo che non ci sarebbe successo niente di male, che saremmo state trattate con rispetto, addirittura con mille attenzioni. Osservai la reazione di una delle ragazze che avevo inquadrato come una concorrente impegnativa. Era una bionda altissima con zigomi fuori misura. Si vedeva che pensava gi di avere il lavoro. Il che risvegli il mio spirito di competizione. Non sapevo se credevo alle parole di Ari o addirittura se desideravo imbarcarmi in quel lavoro misterioso e potenzialmente pericoloso, ma sapevo che volevo essere scelta. Ari ci fece delle domande. Avete mai fatto un viaggio allestero? Io sono stata a Londra e a Ibiza, ment Taylor per prenderla in giro. E in primavera ho in programma di visitare Bali. No, rispose la Sfigata n. 1. Io sono stata alle Hawaii, replic la bionda. Pensai che sarebbe stato meglio sorvolare sul mio viaggio in Israele con la famiglia. Dissi che ero stata alle Isole Cayman e che stavo mettendo da parte un po di soldi per andare a Parigi. Che poi era la verit. Conta anche il Bronx? fece Destiny. Naaa, dico per scherzare! Ari rimase in silenzio e pieg il capo, osservandola come se fosse un animale esotico. Poi, allimprovviso, riacquist il suo modo di fare professionale e ci spieg che per quel lavoro ci volevano maturit e rispetto per le altre culture e che stava cercando delle ragazze con le quali il suo datore di lavoro non avrebbe avuto difficolt a porsi in relazione. Rubai ad Ari un po del suo spirito da Gidget. Gidget gioca a fare la geisha. Io adoro viaggiare, dissi. Adoro conoscere nuove culture e alle feste sono unospite brillante. Sarei perfetta per questo lavoro. Avevo la sensazione di partecipare a una selezione per entrare nei Corpi di Pace, finch inizi la seconda parte del colloquio e ci spostammo nella stanza accanto per un provino fotografico. Il letto era stato spostato per fare spazio allimpianto di illuminazione. Ci appoggiammo in fila alla parete, aspettando il nostro turno per posare davanti allobiettivo. Un fotografo dallentusiasmo esagerato ci riprese una alla volta in biancheria intima, poi ci consegn il suo biglietto da visita, nel caso in futuro avessimo avuto bisogno di un primo piano a una tariffa vantaggiosa.

Lintera faccenda non mi convinceva, cos la dimenticai in fretta. Si era trattato solo dellennesimo pomeriggio trascorso in una stanza dalbergo in reggiseno e mutandine. E invece, nemmeno una settimana dopo, Ari mi telefon per informarmi che ero stata selezionata assieme a Destiny. Destiny, quella con i guanti senza dita, non Taylor. Temevo il momento in cui avrei detto a Taylor che io ero stata scelta e lei no. La conoscevo abbastanza da rendermi conto che la nostra amicizia dipendeva dallo squilibrio di potere fra me e lei, e io non volevo perderla. Era lunica amica che capisse quello che facevo ogni notte pur di lavorare e che continuava a volermi bene. Ero innamorata di Sean. I miei amici del teatro erano simpatici e dal punto di vista artistico e intellettuale erano molto pi sofisticati di Taylor, eppure restavano sempre al di l di un invisibile diaframma, la barriera che mi teneva separata dal resto del mondo, da chiunque non fosse una spogliarellista o una prostituta. Taylor era solidamente ancorata dal mio lato del muro, e io non volevo rimanere l da sola. Ari aggiunse che non lavorava per un uomo daffari di Singapore, ma per la famiglia reale del Brunei. La paga era migliore di quanto avesse dichiarato inizialmente, tuttavia non poteva pronunciarsi sullesatto importo. Le feste a cui avrei partecipato erano organizzate dal principe Jefri, il pi giovane dei fratelli del sultano, del quale sarei stata ospite personale. Allora replicai: Il principe di dove? 6 Ari mi disse che avrei dovuto spedirle il mio passaporto tramite FedEx in modo da ottenere immediatamente il visto. Da una parte mi immaginavo mentre ballavo la danza dei setti veli sotto la cupola di un palazzo, dallaltra avevo il timore di finire a fare la schiava bianca su uno squallido materasso. Potevo fidarmi di quella donna? Il mio istinto mi diceva di s. Si trattava di una storia troppo inverosimile per essere inventata. Ma come facevo a saperlo? Accettai linvito, immaginando che avrei potuto cambiare idea allultimo momento. Eccitata alla prospettiva di compiere un gesto cos azzardato senza che Taylor mi avesse istigato, mi recai a piedi allagenzia del corriere in Houston Street e spedii il mio passaporto a Los Angeles in busta sigillata. Alla mia coinquilina Penny non lo avevo ancora detto. Era unaspirante regista che quando non lavorava come praticante al Wooster Group o come cameriera in un ristorante italiano dei quartieri alti, si dedicava alla creazione di unambiziosa pice teatrale in cui recitavano alcuni nostri amici.

Penny e io prendemmo la linea F della metropolitana per raggiungere il loft di un amico a Park Slope che veniva utilizzato come sala prove. Avevo pensato di dirle del Brunei durante quello spostamento, ma per qualche motivo non ci riuscii. Avrei dovuto saltare le prove per un paio di settimane, ma non era quella la ragione principale della mia riluttanza. Penny era brillante, ambiziosa e si dava un gran daffare. Tutte caratteristiche che appartenevano pure a me, anche se io ero costantemente in cerca di un modo per eliminare la parte riguardante il gran daffare. Penny non esprimeva alcun giudizio morale sul mio cercapersone e sui miei giri in taxi a tarda notte, n sul fatto che ero lunica ragazza che percorresse Ludlow Street alle due di notte indossando un completo giacca-pantalone. Io, per, mi guardavo attraverso i suoi occhi e mi giudicavo. Per tutto il tempo delle prove non le dissi niente. Avevamo suddiviso il loft in quattro sezioni, in ognuna delle quali si svolgeva una pice diversa. La mia scena prevedeva una parrucca bionda comprata in un negozio, una trousse di cosmetici e una conversazione telefonica con il nostro amico Ed il poeta Meat (in contrapposizione a poeta Beat), un artista performativo che stava per conseguire il dottorato in filosofia tedesca. Il giorno del mio compleanno eravamo andati tutti a vederlo in azione e lui, mentre era in scena, mi aveva regalato una bistecca di compleanno (al posto di una torta di compleanno) cruda. Pi tardi, mentre bevevamo qualcosa da Max Fish, mi aveva consegnato un pacchetto contenente una moneta da un franco. Per quando andrai a Parigi. Avrei dovuto riprendere in considerazione il mio sogno di andare a Parigi. Magari, con questo nuovo lavoro avrei potuto pagarmi il viaggio. Mentre tornavamo verso casa in metropolitana, fissai il niente fuori dal finestrino, il mio viso che a sua volta mi fissava. Met del tragitto era trascorso in un gradevole silenzio fra coinquiline, quando finalmente mi rivolsi a Penny raccontandole del lavoro nel Brunei o perlomeno di ci che ne sapevo. Per un po lei non disse niente. Ma stai scherzando? Una volta stabilito che dicevo sul serio, ebbe il buonsenso di non tentare di dissuadermi. Rimase a riflettere per qualche secondo, poi mi sciorin un complicato piano di emergenza. Penny era una donna dazione. Quanto tempo abbiamo? Mi servono una copia della tua patente, della carta di credito e del passaporto. Dobbiamo inventarci una parola dordine segreta da utilizzare se dovrai comunicarmi che qualcosa sta andando storto sempre che tu riesca a metterti in contatto con me in qualche modo. Vediamo, cosaltro potremmo fare? Dopo un secondo, prosegu: Potremmo andare alla botnica.

Penny conosceva una botnica, un negozio di erbe e amuleti frequentato da seguaci della santera, dove andava a farsi purificare, a farsi leggere le carte o rivestire le candele. Io ai suoi talismani ci credevo e non ci credevo, ma ci sono momenti in cui mi faccio aiutare in qualsiasi modo. Per che cosa? A chiedere protezione. Mi trovai daccordo, per quanto fossi consapevole che se la mia scappatella fosse finita male, per salvarmi ci sarebbe voluto molto di pi che un guscio di noce di cocco e una candela. Ciononostante, sulla via di casa ci fermammo a comprare una candela per ottenere protezione. Sopra vi compariva unimmagine dellarcangelo Michele, il petto una corazza, i capelli un elmo scintillante, i piedi saldamente piantati sulla testa di Satana. Io avrei voluto la Madonna, ma la commessa insistette per darci Michele. Dubitavo che un uomo, per quanto angelico, sarebbe intervenuto in un caso come il mio. Comunque sia, accesi la candela. Per, giusto per sicurezza, pi tardi nel pomeriggio, zaino in spalla, me ne andai nei quartieri alti. Ero dellopinione che dovevo cercare di proteggermi anche con limperfetta corazza dellinformazione. Passai davanti alle bancarelle che vendevano incensi e ai leoni di pietra che sorvegliavano il colonnato dingresso della Public Library. In quanto allimpiego offerto da Ari, ero una pioniera: eravamo solo il secondo gruppo di ragazze americane a essere invitate alle feste del principe. Non cera nessuno a cui potessi chiedere, nessun modo concreto per appurare la validit dellofferta. Cos, poich si era ancora nellera paleolitica, lera preWikipedia, rimasi accampata nella biblioteca per lintero pomeriggio facendo ricerche sul Brunei e sulla sua famiglia reale. Sfogliai le pagine di enciclopedie, libri illustrati su carta patinata e un piccolo tascabile di quelli dove dovrebbe esserci scritto tutto (ma dove invece non stava scritto un granch) intitolato Il Sultano del Brunei: Luomo pi ricco del mondo. Il libro era perlopi un resoconto dei rapporti daffari di personaggi come Khashoggi e Al-Fayed. Appresi che il Brunei una monarchia assoluta islamica che si trova sulla costa settentrionale dellisola del Borneo. Ottenuta lindipendenza dalla Gran Bretagna nel 1984, il Brunei conserva tuttora forti legami culturali e diplomatici con la monarchia inglese. A quellepoca, grazie al petrolio e agli investimenti, il sultano del Brunei era luomo pi ricco del pianeta, anche se in seguito stato scalzato da Bill Gates. Copiai le informazioni su un quadernetto. Il Brunei occupa una superficie approssimativa di 5.770 chilometri quadrati lungo le coste nord del Borneo, il che significa che poco pi piccolo dello Stato del Delaware. Spesso definito anche Shellfare State, ha una popolazione di 374.577 abitanti, i quali ricevono

tutti istruzione e assistenza sanitaria gratuite a spese del sultano. Il sultano ha tre fratelli: Mohammed, Sufri e Jefri, che sarebbe stato il mio ospite. Lessi che il pi religioso dei tre era Mohammed, che aveva una sola moglie e spesso dava voce alle sue critiche nei confronti dei pi liberali (e libertini) fratelli. Trovai moltissime foto del sultano e delle sue mogli e una del fratello Mohammed, ma nemmeno una di Jefri. Con tutte le sue insegne reali e i suoi distintivi militari, il sultano aveva unaria assai solenne. Interagire con una persona come quella non sembrava affatto semplice. Tra le aspettative di unebrea borghese del New Jersey non compaiono dei tte--tte con unaltezza reale. La maggioranza delle mie compagne del liceo avevano lasciato la citt di origine per frequentare il college in posti come il Michigan o Syracuse, quindi dopo pochi anni erano ritornate a casa con le spillette di qualche associazione studentesca femminile e l erano rimaste per mettere su famiglia con un dentista o un optometrista. Finalmente, sulla quarta di copertina di un tascabile ingiallito, trovai una piccola foto del principe Jefri. Vi compariva con un casco da polo e una divisa blu, in piedi di fianco a un cavallo dal manto cos lucente che rifletteva la luce. Jefri sembrava un po bassino, ma sicuro di s e atletico, e sorprendentemente attraente. Nel suo sguardo colsi un che di freddo, un baluginio di cattiveria. Queste caratteristiche, unite a un baffetto alla Errol Flynn, lo facevano assomigliare a un dissoluto mascalzone di unaltra epoca. Era un vero principe azzurro in carne e ossa, ma con laggiunta di un che di canagliesco. Dun tratto, mi convinsi che alla fine nel Brunei ci sarei andata. L, nella biblioteca, mi preparai a decollare alla volta di quelluniverso parallelo popolato di feste e palazzi, immaginando che la mia vita a New York sarebbe rimasta immutata, in attesa del mio ritorno. Quella sera lo dissi a Taylor. Lei, secondo prassi, mi chiese una percentuale sui miei guadagni. Io, secondo prassi, le garantii che glielavrei fatta avere. Quando spiegai la situazione a Sean, ebbi il primo segnale che la mia partenza non sarebbe avvenuta senza strappi come invece avevo previsto. Qualche vittima ci sarebbe stata. Fino ad allora, al mio ragazzo avevo lasciato credere che facevo ancora la ballerina al night, ma mi sentivo una merda per avergli mentito. Nel momento in cui avevo accettato il lavoro nel Brunei, sapevo di dovergli raccontare la verit. Su questa cosa sar irremovibile, disse Sean in tono tranquillo. Questo non lo puoi fare. Ci trovavamo nel suo stretto cucinino, con la vernice gialla che si scrostava dalle pareti e le gambe cromate del tavolo macchiate di ruggine. E me li dai tu ventimila dollari?

Non si pu sempre ragionare in termini di soldi. Al night guadagni gi abbastanza. Il fatto che avesse ragione aumentava la mia rabbia e la mia determinazione a combattere. E il fatto di avergli mentito riguardo al mio lavoro al night mi faceva sentire in colpa e rafforzava ulteriormente la mia voglia di resistere. Per di pi, in qualche modo ero convinta che i miei rapporti professionali non avessero nulla a che vedere con il rapporto con Sean. Nel mio paesaggio emotivo erano separati da uno spazio di anni luce. Pensavo che avrebbe dovuto capire e, soprattutto, assicurarmi il suo beneplacito. solo che con questi soldi poi star tranquilla per un po. Non cos che funziona, con i soldi. Il denaro non toglie le preoccupazioni, le moltiplica. Si tratta soltanto di lavoro, ok? gli spiegai scandendo bene le parole, come se fosse diventato stupido allimprovviso. E una cosa che non centra nulla con me e te. Fu come se Sean si alzasse di trenta centimetri. Cazzo, sei completamente fuori! Non te ne rendi conto? Io non sono fuori! Sei tu che sei uno stronzo borghese con la mania del controllo. Ebbi limpressione che volesse picchiarmi. Riconoscevo quello sguardo: lo avevo visto mille volte negli occhi di mio padre. La differenza era che Sean non lo avrebbe mai fatto. Essendo cresciuta come ero cresciuta, ero convinta che ci significasse che non mi amava abbastanza. Io invece non ci pensai due volte e per dimostrarlo gli tirai un piatto in testa. Sean si scans e il piatto si infranse sulla parete dietro di lui. Tutto a un tratto mi sentii unidiota. Che umiliazione pulire la cucina dopo essersi presi a colpi di stoviglie. Lui si guard intorno con un sospiro. Si capiva che stava pensando la stessa cosa. Avrei dovuto vergognarmi di me stessa. Mi chiese di andarmene. Non riuscivo a comprendere come mai insistesse a frapporsi fra me e i miei desideri. Dopotutto si trattava solo di unavventura, una montagna di soldi, un principe straniero. Perch non potevamo darci un po di libert a vicenda? Intanto ero stata io quella che aveva guardato fra le sue lettere, ascoltato la sua segreteria telefonica, scavato nel suo appartamento per vedere se venivano alla luce reperti di qualche ex ragazza. Probabilmente sapevo che mi stavo comportando in maniera ipocrita, ma questo non serv a farmi cambiare atteggiamento, perch alla fine avrei fatto quello che volevo. Nessuno mi avrebbe impedito di salire su quellaereo. Mi fermai sul pianerottolo. Una rampa di scale pi su cera Sean fermo sulla porta; una rampa pi gi cera il portone che dava su Rivingtone Street. Amavo Sean, sul serio. Per lo amavo nella maniera sbagliata.

Non lasciarmi, gli dissi. Non sono io che ti lascio. Sei tu che te ne vai. 7 Impiegai gli ultimi trenta dollari che avevo per prendere un taxi dal Beth Israel allaeroporto Kennedy. Il terminal dei voli internazionali era una sorta di meccano di travi e soffitti svettanti che mi trasformarono da quella vena pulsante di senso di colpa che ero in unanonima viaggiatrice alla deriva nella luce del mezzogiorno. Quando si varca lingresso del JFK si spinti allinterno di uno stato liminale in base al quale non si pi qui ma non si ancora giunti da unaltra parte. Scorsi la mia compagna di viaggio, Destiny. Era di spalle e stava aspettando il suo turno al check-in. Davanti a s aveva una lunga coda. Con i capelli cotonati che miravano a sfiorare i lucernari, indossava un tubino di elastan con sfumature dal rosa allarancio, come un tramonto ai Tropici. Il corpino del vestito le strizzava le tette fino a ridurle in una massa informe. Mia madre dice che quando indossi quel tipo di corpetto il tuo seno finisce per assomigliare a una pagnotta di challah. Con la pagnotta di challah di Destiny si sarebbe potuta sfamare una nazione in via di sviluppo. La strinsi in un veloce abbraccio, notando che puzzava di lacca Aqua Net e Amarige. Viaggiavo assieme a una superspogliarellista. Alla faccia dellanonimato, del mistero e della mutevole identit che consente il viaggiare. Il programma prevedeva che volassimo fino a Los Angeles, dove avremmo pernottato per incontrare il giorno dopo Ari e una ragazza di nome Serena mai vista prima. Avremmo poi proseguito il viaggio per Singapore, dove ci saremmo fermate unaltra notte prima del breve volo che, il giorno successivo, ci avrebbe portate a Bandar Seri Begawan, la capitale del Brunei. La prospettiva di tutte quelle ore di viaggio in compagnia di Destiny mi spaventava un po. Di cosa avremmo parlato? Della sorprendente comodit degli zatteroni in lucite trasparente? Mentre ci avviavamo verso il gate, tutti gli occhi si alzavano dai rispettivi giornali per fissare Destiny. Il corridoio si trasform in una passerella. In men che non si dica il mio atteggiamento verso di lei cambi, passando dalla repulsione allattaccamento. Tenni lo sguardo fisso davanti a me. Ero abituata ad avere addosso lo sguardo fisso della gente: quando da adolescente frequentavo una scuola privata esclusiva avevo i capelli tinti di fucsia, una sera di luglio mi ero presentata in discoteca vestita da Maria Antonietta, a volte uscivo sui terrazzini a bere con le drag queen del Lower East Side. Gli occhi puntati su di me mi rendevano spavalda, mi inducevano a mostrare un

grado di sicurezza molto pi elevato di quanto non fosse in realt. Cosa avrebbe fatto Patti Smith, costretta ad affrontare tre giorni di viaggio da un continente allaltro in compagnia di una pellicola porno ambulante? Avrebbe raddrizzato la schiena e avrebbe ricambiato lo sguardo degli allibiti astanti con unespressione come a dire: Ti vedo. Anchio vedo te, testa di cazzo. Mentre avanzavamo lentamente lungo la rampa, venni a sapere che Destiny si faceva tutti i vestiti da sola, dipingeva quadri in acrilico, le piaceva fare sollevamento pesi, aveva posato su Hustler, amava Ges e produceva collage artistici. Mi rilassai un po al pensiero dei tre giorni che mi aspettavano. Forse sarebbero stati pi interessanti di quanto avessi immaginato. Scoprii anche che Destiny aveva lasciato a casa con sua madre la sua bambina di cinque anni. Il fatto che avesse lasciato sola la figlia non cambi il mio giudizio su di lei. Si fa quello che si deve fare, no? E a volte capita che si lasci a casa una bambina. Mentre i motori andavano su di giri, Destiny si mise una pastiglina azzurra sulla lingua e le si riempirono gli occhi di lacrime quando apr il portafoglio per guardare, una dietro laltra, una serie infinita di foto tessera della sua bimba. Io non riuscii a farmi spuntare una lacrima per nessuna delle persone che stavo lasciando, nemmeno per Sean. In questo consiste la libert, pensai. La mattina dopo, al risveglio, Destiny e io facemmo colazione sul balcone dellhotel dellaeroporto. Avevamo solo un paio dore prima di rientrare al Los Angeles International Airport, cos decidemmo di fare un giro a Venice Beach. Affascinate dalle immagini di Baywatch, volevamo immergere i piedi nel Pacifico, vedere i tuffi delle conigliette in bikini sulla spiaggia che giocavano a pallavolo, trascorrere una giornata in stile Surfin USA. E non rimanemmo deluse. Il vento spazzava la superficie del mare e teneva sgombro il cielo, facendolo virare verso quella sfumatura di celeste che i pittori utilizzano per rappresentare il paradiso. In una giornata di sole la luce di Los Angeles riempie il cuore di speranza; riesce persino a far assomigliare la passerella sgangherata che attraversa la spiaggia al set di un film illuminato alla perfezione. Dovevamo strizzare gli occhi, cos ci comprammo degli occhiali da sole, che sugli espositori luccicavano come caramelle. Quando ricordo la mia prima volta a Venice Beach, appaiono in alcune scene personaggi che vedo oggi quando cammino sulla passerella lungo la spiaggia. Sono quasi sicura che il tizio alto che si portava appresso chitarra e amplificatore elettrici ci sfrecci di fianco sui roller suonando Purple Haze. Ma non potrei scommetterci. Una cosa che so con certezza che cera la finta zingara munita di cartello in cui si offriva di prevedere il futuro, perch ricordo che mi url dietro che ero incinta. Di una bimba. Magari ti interessa sapere anche il resto.

La ignorai. Posso stare anche a sentire qualche imbrogliona che ti legge le carte sul lungomare, ma mi sembr veramente meschino che cercasse di adescare le donne ricorrendo a ci che spesso per loro o il desiderio pi caro o la paura pi grande. Io non ero interessata a una gravidanza fantasma. Be, se mi avesse detto: Sei in partenza per un posto esotico, oppure: Incontrerai un bel principe e ti innamorerai follemente, per starla ad ascoltare mi sarei fatta prestare cinque dollari da Destiny. Aiutai la mia compagna a scegliere le cartoline e le T-shirt per sua figlia. Mangiammo un boccone nella caffetteria di una piccola libreria affacciata sul lungomare, poi andammo a divertirci in spiaggia, sulle altalene. Mi rimasta una foto in cui indosso un paio di jeans neri e degli occhialoni scuri e rido come unisterica mentre inizio a dondolare allindietro, con i capelli al vento. Destiny riuscita a catturare il momento esatto in cui la spinta in avanti si arrestava e la gravit cominciava a riportarmi gi. Quel pomeriggio sul tardi ci trovammo con Ari in aeroporto. Notai che si era appena fatta la pulizia del viso e aveva una borsa da shopping monogrammata. La California non era come New York, conclusi. Nei posti che contavano dellindustria del sesso newyorkese avevo visto mercenarie nevrotiche e ben pettinate. O, in alternativa, delle Hells Angels. Accanto ad Ari alla biglietteria cera Serena, una Marilyn dei poveri con i capelli biondo platino, la pelle di porcellana e due maligni occhi azzurri. Aveva uno di quei nasini allins in cui, come avrebbe detto mia nonna, avrebbe potuto raccogliere delle gocce di pioggia. Non mi piacque fin dal primissimo momento. Come venni a sapere durante lattesa, Ari non aveva iniziato come procuratrice. Era una tipa simpatica del Nord della California, ricca, una ragazza che tra i suoi parenti aveva degli importatori di vini francesi, vini che rivendevano alla maggior parte dei ristoranti di classe della zona di San Francisco. Aveva iniziato a lavorare per la famiglia reale del Brunei gestendo le loro propriet immobiliari e come assistente personale. Tra i compiti inclusi in questa attivit cera quello di avere cura di una delle loro principesche propriet di Bel Air e di fare regolarmente avanti e indietro fra i due Paesi per incontrare il principe. Durante una delle sue visite nel Brunei, il principe aveva suggerito con nonchalance che la volta successiva si portasse dietro unamica, magari somigliante a Marilyn Monroe. Suppongo credesse che le strade di Los Angeles fossero piene di Marilyn Monroe, e che di sicuro chiunque ne conosceva almeno una. Nessuno gli raccont mai che Ari aveva passato al setaccio lintera metropoli prima di trovare Serena, una sosia di Marilyn con velleit di diventare una stella ma impiegata controvoglia come commessa in

un negozio del Beverly Center. La prima volta che Ari era tornata nel Brunei, si era portata a rimorchio anche Serena. Dunque, erano queste le donne con cui avrei viaggiato quasi fino allaltro capo del mondo: un paginone centrale di Hustler innamorata di Ges, lanima nera di Marilyn e uneducatrice di campi estivi per bambini fallita. Per Serena si trattava del terzo viaggio nel Brunei, ma non che traboccasse di consigli utili. Nemmeno dopo mezzora passata nel bar dellaeroporto a offrirle in continuazione bicchieri di chardonnay ero riuscita a sapere qualcosa in pi di ci che mi aspettava. Si beava della sua superiorit e al momento di varcare la porta della prima classe ci liquid con un piccolo saluto della mano da sopra la spalla, mentre io e Destiny rimanevamo in business class. Ci sgranchimmo spesso, ci lamentammo ancora pi spesso, trincammo champagne e chiedemmo altri biscotti alle graziose hostess dalle lunghe gonne decorate con draghi. Guardammo La Bella e la Bestia e alla fine dormimmo un po. La business class era una sorta di albergo volante, ma anche di un albergo volante dopo un po non se ne pu pi. Immaginai mia madre e mia zia in quel momento, probabilmente rannicchiate su qualche seggiola di plastica al capezzale di mio padre. Poi mi tolsi quel pensiero dalla mente. A che serviva preoccuparsi per una cosa che esulava dal mio controllo? Non aveva senso rimuginare su una decisione che ormai avevo preso. A Tokyo prendemmo la coincidenza e io rifeci le stesse cose, per un totale di circa diciotto ore. Cominciai cos ad apprendere la dura lezione su come avere fede e portare pazienza, cosa non facile per una ragazza smaniosa come la sottoscritta. Se avessi imparato meglio la lezione sarei diventata molto pi ricca. Mi stropicciai gli occhi e appoggiai la fronte al finestrino per guardare i chilometri e chilometri di blu temporalesco che scivolavano sotto di noi. Quando finalmente apparve la stretta striscia costiera di Singapore ero cos esausta che ogni volta che battevo le palpebre vedevo un alone intorno a tutte le luci e alle esplosioni di stelle sotto i miei occhi. La mia lingua e la mia testa si erano trasformate in una specie di manto di pelliccia. Era una vera fortuna che ci fosse Ari a fare da capo scout. Fu lei a prendere il controllo della situazione e a guidarci attraverso la dogana e poi in taxi fino allhotel. Durante il tragitto Serena si lasci sfuggire che in effetti lalbergo apparteneva alla famiglia reale e che il piano in cui avremmo alloggiato, il sessantatreesimo, era sempre ed esclusivamente riservato ai loro ospiti. Il Westin Stamford di Singapore lhotel pi alto del mondo, un cilindro che si innalza al di sopra del porto per ben settantatr piani. Quando arrivammo non avevo le energie per visitare il resto delledificio, men che meno per fare

un giro in citt. Ordinai un satay dal servizio in camera e crollai con le luci ancora accese. Quando riaprii gli occhi, otto ore pi tardi, in pieno jet lag e sveglissima, cominciava ad albeggiare. Scesi dal letto, abbracciandomi le costole nude, e tirai le pesanti tende, dietro le quali apparve un cielo blu mare che virava verso il cobalto. Oltre il balcone scintillavano ancora un paio di stelle. Uscii nellaria morbida e tiepida e osservai le piccole imbarcazioni su cui pescatori solitari uscivano silenziosi dal porto. Ero sola, alla met esatta dallaltro capo del mondo rispetto al punto da cui ero partita, e davanti a me avevo un oceano di ignote possibilit. Non cerano dubbi: era questa la sensazione che stavo aspettando di provare. 8 Allaeroporto di Bandar Seri Begawan trovammo ad accoglierci due uomini dallaria seria e dallabbigliamento coordinato: camicia bianca, cravatta e occhiali scuri. Era buffo quanto assomigliassero a degli agenti segreti. Che eccitazione pensare che avevano ricevuto il rapporto su di me, la protagonista del mio personalissimo film di spionaggio. Col senno di poi, mi rendo conto che si trattava effettivamente di agenti segreti. Mi ci volle un po di tempo prima di capire che ero unospite clandestina dei leader di un governo straniero, un governo estremamente ricco e dunque anche influente. I nostri viaggi nel Brunei erano agevolati dal lavoro di un intero apparato, ma noi non vedemmo mai luomo che manovrava tutto da dietro le quinte. Nel Brunei il modo di vestire, il cibo, la gestualit rispondevano a un complesso codice che io per non conoscevo. Sui muri dellaeroporto della capitale campeggiava una triade di gigantesche foto. Erano le stesse immagini che ornavano le pareti di tutti i ristoranti, di tutti gli uffici, le banche e i centri estetici del Paese. La fotografia al centro raffigurava Hassanal Bolkiah Al-Muizzaddin Waddaulah, il sultano del Brunei, un uomo che pi tardi mi sarebbe stato presentato come Martin. Nel ritratto il sultano indossa una giacca militare bianca ricoperta di medaglie, un copricapo rotondo e una fascia dorata sul petto. Un po pi in basso, ai due lati, stavano le foto delle sue due mogli: limponente prima moglie, Saleha, e la scandalosa seconda consorte, Miriam, un tempo hostess di volo della Royal Brunei Airlines. Le due mogli erano truccate come reginette di bellezza e indossavano elaborate vesti decorate con perline ed enormi diademi di brillanti. Mentre aspettavamo i bagagli accanto al nastro trasportatore, guardavo i ritratti e mi immaginavo dei bambini che giocano a fare i re e le regine: due

bambine si contendono il ruolo di regina e una delle mamme seda la lite dicendo che le regine possono anche essere due. Per dimostrarlo, la mamma ritaglia due corone di cartoncino giallo. Per un po le bimbe sono contente del loro copricapo con i denti seghettati, ma sotto sotto sanno che non esattamente come essere la sola e unica regina. E imparano che a volte bisogna sapersi accontentare. Le porte dellaeroporto si aprirono e lumidit del Sud-Est asiatico ci invest come un muro. Mi penetr nella pelle immediatamente, rallentando i miei movimenti. E impregn la mia valigia, facendomela sembrare dieci volte pi pesante. Inciampai con la punta della scarpa in una irregolarit del marciapiede e persi lequilibrio. La valigia vol per terra e io cominciai a roteare le braccia come in una gag comica. Come la Poderosa Katrinka. Riuscii a riprendermi prima di fare un ruzzolone. Nella mia piccola compagnia tutti si girarono a guardare e io accennai un passetto di danza. Lho fatto apposta! Ce la metto tutta per essere aggraziata, ma sono sempre stata la ragazza con le ginocchia sbucciate e i cerotti sui gomiti. La spogliarellista con velleit da ballerina classica; il clown che avrebbe voluto fare la trapezista. Ma proprio vero che a volte ci si deve accontentare. Ci infilammo in due Mercedes nere dai finestrini oscurati e percorremmo il perimetro della citt prima di immergerci in una specie di giungla. Il Brunei era verde, di un verde appiccicoso, rigoglioso e selvaggio, antico. Qua e l in mezzo agli alberi riuscii a scorgere unaccozzaglia di moderni palazzi occupati da uffici, case anonime e la cupola di qualche moschea. Mentre percorrevamo il lungomare riconobbi i kampung, i villaggi palustri di cui avevo letto durante la mia ricerca in biblioteca. I villaggi sono formati da baracche collocate su palafitte che si inclinano al di sopra delle torbide acque stagnanti. Limpressione era che quelle catapecchie potessero scivolare gi dalle loro precarie fondamenta da un momento allaltro. I ponticelli di legno che le collegavano non sembravano offrire al passaggio pedonale una base pi sicura di quella offerta dalle foglie di ninfea sotto di esse. Il sultano voleva donare alla gente che vive qui delle vere case, ma loro non hanno voluto andarsene, spieg Serena arricciando il naso. tutto cos antigienico. Non hanno nemmeno le fognature. Le sue parole mi richiamarono alla mente una storia che avevo sentito sulle trib nomadi della Persia. Negli anni Settanta lo sci, ossessionato dalla modernizzazione e dalla cultura occidentale, costrinse i nomadi a cessare le tradizionali migrazioni e a vivere unesistenza sedentaria allinterno di case in muratura. I nomadi sistemarono capre e cammelli nelle case e rimasero a dormire in tenda nei cortili. Dopo la rivoluzione e la deposizione dello sci, i

nomadi, forti della propria identit, scelsero di riprendere lantica vita. Sulle colline iraniane si possono ancora vedere le loro case abbandonate. Durante il tragitto riuscii a cogliere qualche fugace veduta in mezzo agli alberi, ma mi sarebbe piaciuto vedere di pi. Chiesi ad Ari se avremmo avuto un po di tempo per fare qualche giro turistico. Non ce ne sar occasione. Se chiedi il permesso in anticipo, ogni tanto puoi andare allo Yaohan, intervenne Serena. Lo Yaohan era il centro commerciale. Per ti devi mettere un berretto da baseball e le maniche lunghe e la gente non ti lever un attimo gli occhi di dosso. Una volta in un parcheggio ho incrociato un pervertito esibizionista. Adesso che ci trovavamo nel Brunei, Serena era pi sciolta. Si era infilata una pelle pi comoda. Era quella che sapeva pi di noi, la nostra guida turistica. Io, per, percepii anche qualcosaltro. Si fregava in continuazione il rilievo carnoso del pollice con lunghia del dito medio. Era un tic nervoso. Mi accorsi che, a mano a mano che snocciolava le sue conoscenze sul Brunei, il tic si intensificava: era evidente che qualcosa la rendeva ansiosa. Nel giro di una ventina di minuti arrivammo in una propriet che a occhio e croce aveva la stessa estensione di una piccola citt, circondata da alte mura a stucco color bianco sporco, al di sopra delle quali erano visibili solamente le chiome degli alberi e, in lontananza, una grande cupola azzurra. Ci fermammo di fianco a un posto di guardia dove cera un soldato che indossava uno di quei berretti che un tempo si vedevano in testa ai vecchi barman addetti al sifone del seltz. Un ex marine che frequentava il Baby Doll e che mi raccontava le sue storie di guerra mi aveva detto che nel gergo militare quel tipo di berretto viene chiamato bustina. In testa avevo un archivio profondo un chilometro dove registravo tutti i piccoli particolari come quello. Il soldato ci apr il cancello che, girando allindietro sui perni, rivel un complesso di edifici che sembrava un resort ricavato allinterno di Fort Lauderdale visto con la fantasia di Aladino. Di fronte a un palazzo su una collinetta erano disposte in semicerchio otto casette di quattro stanze ognuna. Intorno alla propriet girava una strada che noi percorremmo fino a una delle case, sotto il cui porticato cinque sorridenti domestiche di etnia thai con le divise rosa ci accolsero con un cenno della mano. Poi, quando ci fermammo, corsero verso le macchine e tirarono fuori le nostre valigie dai bagagliai cinguettando: Hello. How are you? Hello. How are you? Senza aspettare la nostra risposta. Allinterno, la casa era di per s una sorta di pacchiano minipalazzo rivestito di chilometri di marmo italiano e sontuosi tappeti. Le finestre erano

decorate con metri di tendaggi color pesca e qualcuno aveva sistemato delle enormi composizioni di fiori di seta in ogni recesso libero. Il mio sguardo colse un particolare bizzarro: in ogni stanza cerano almeno tre scatole di fazzoletti di carta, tutte con un bel coperchio dorato. Andai nel porticato sul retro e osservai la propriet intorno a me. Al di l di parecchi acri di prato erboso, parzialmente oscurato da una collinetta, sorgeva il palazzo. Era grande quanto un hotel. A sinistra, in cima alla strada, si vedeva un rettangolo luccicante di acqua turchese e, oltre la piscina, dei campi da tennis. Cominciava a imbrunire e mi resi conto di essere affamatissima. Mi tolsi le scarpe, quindi percorsi i segni lasciati da poco dallaspirapolvere sulla moquette color pesca e salii le scale per andare in cerca della mia camera. La mia valigia era stata portata in una stanza dove cera Destiny che stava gi disfacendo la sua. Ad Ari era stata data la camera padronale, a Serena una camera sullaltro lato del corridoio, mentre io e Destiny avremmo condiviso ununica stanza. Mi guardai intorno. Era un locale pieno di specchi con un unico, gigantesco letto al centro, un mobile con il lavabo incassato in un angolo e una parete di armadi dallaltro lato. Destiny non sembrava per niente impressionata. Ma chi ci vive qua dentro, un venditore di tappeti? Si infil una giacchetta con la zip. Le parole aerografate queen bitch rimbalzarono da una superficie allaltra della stanza: l dentro non cera nemmeno un punto in cui non fosse riflessa allinfinito unangolatura del nostro corpo. Quella Serena mi d tanto limpressione di essere una stronzetta, bisbigli Destiny cominciando a sistemare mucchietti di microscopici indumenti sul letto. Ci puoi giurare. Quando aprii la mia valigia mi sentii morire. Vista sullo sfondo della nostra sfarzosa camera da letto, apparivo per quello che ero: una cialtrona. Non avevo abiti da sera per due settimane. A dirla tutta, non ero neanche mai stata a un cocktail degno di tale nome. Mi ero portata dietro degli stracci comprati in qualche negozio di vestiti usati, completi da ragazza squillo e costumi da night, sperando che me la sarei cavata con laggiunta di qualche accessorio. Mentre appendevo le mie cose nellarmadio mi sentivo come se fossi aggrappata allo scafo di una barca e trascinata dalla corrente, mentre tutti gli altri erano sul ponte a bere champagne. Mi feci animo. Sapevo che ce lavrei fatta. Ce la facevo sempre. Cenammo nella sala da pranzo al piano di sotto intorno a un enorme tavolo di marmo rotondo. Serena indossava una vestaglia da camera e aveva gi i

bigodini tra i capelli, il volto umido di crema idratante. Quasi pronta e vestita di possibilit, era molto bella. Io avevo ancora addosso i vestiti del viaggio e mi sentivo ricoperta da una patina che non riuscivo a lavare via n dal viso, n dagli occhi. Le cameriere ci servirono un banchetto in grandi recipienti di alluminio. Era un quantitativo di cibo venti volte superiore a quello che saremmo mai state in grado di mangiare. Cerano deliziosi spaghetti alla thailandese imbevuti nellolio, piccanti pietanze di pollo, frutta, insalate e un intero vassoio di tartine e pasticcini. Dal vassoio della frutta emanava un odore di piedi sudici. Ari mi spieg che la colpa era di un frutto chiamato durian. Cominci a ragguagliarci sul protocollo. Il menu per il giorno dopo andava ordinato la sera prima. Qualunque cosa desiderassimo si sarebbe materializzata davanti a noi, per poi essere portata via non appena avessimo finito di mangiarla o di berla. Tutto tranne la papaya. Qui dentro non vedrete mai della papaya. Robin la odia, disse Serena, rimuovendo la salsa da un pezzetto di pollo con un cucchiaino. Chi Robin? Ari ci spieg che, con la sola eccezione del religiosissimo Mohammed, tutti i fratelli reali il sultano, il principe Sufri e il principe Jefri avevano dei nomignoli occidentali che avremmo dovuto usare in ogni occasione. Il principe Jefri lo avremmo chiamato Robin. Carino, un po Foresta di Sherwood, quasi femminile. Il buon Sir Robin. E io, la sua Lady Marian. Una volta per stuzzicarlo lho chiamato Jefri, raccont Serena. Non azzardatevi, ci ammon Ari. Dopo il giorno arriv la notte, e con la notte lora della festa. Per tenere il ritmo quasi non riuscii a cambiarmi le scarpe. Quando ci vestimmo per la festa scelsi il mio abito migliore perch era sexy ed era in effetti il capo dabbigliamento pi costoso che avevo. Speravo che mi avrebbe fatta sentire un po pi sicura di me. Destiny, Serena ed io attendemmo Ari nellatrio. A mano a mano che mi ci abituavo, la casa assomigliava meno a un palazzo e pi a una sala per banchetti. Mi immaginavo unorda di damigelle donore in posa lungo la scalinata. E invece eravamo solo in tre a guardarci un po imbarazzate, a rilevare a vicenda difetti e qualit in attesa dellarrivo di Ari. Giudicai di avere dalla mia, rispetto a Destiny e ai suoi artigli acrilici, la bellezza ma non leccentricit. Rispetto a Serena e ai suoi occhi da bambola cinese di porcellana, avevo pi sale in zucca ma meno avvenenza. Serena era appoggiata a una colonna, proprio di fronte a me. Lei era la bionda e io la bruna. Nel mondo del musical, lei sarebbe stata il soprano e io

il contralto. Io ero quella con il sedere grosso che recitava le sue battute per far ridere. Serena era lingenua dal vitino di vespa che alla fine conquistava il bello di turno. Pensando ai musical io sarei stata Rizzo e lei Sandy. Io Ado Annie e lei la tizia sul calesse. Ci guardammo in faccia finch, con un impercettibile cambio nella postura, lei mi archivi come una minaccia trascurabile. Una cosa che Sandy si scorda sempre che la canzone migliore di Grease ce lha Rizzo. Il palazzo era troppo distante per raggiungerlo a piedi, cos prendemmo i golf cart parcheggiati al riparo di una tettoia. Ari sal su quello di Destiny e io presi posto accanto a Serena, che in silenzio sterz lungo i sentieri sinuosi e illuminati, superando le piscine, i campi da tennis e le palme. Laria era umida e carica della fragranza dei fiori tropicali. Ero uscita dalla doccia da neanche unora, e gi mi sentivo nuovamente appiccicaticcia. La testa era tutta un vorticare di progetti: avrei sfruttato al massimo il tempo che mi accingevo a trascorrere in quel luogo. Mi sarei allenata a giocare a tennis. Mi sarei abbronzata. Avrei perso un paio di chili. E, magari, avrei fatto innamorare un principe e cos la mia vita sarebbe cambiata in un modo favoloso e inaspettato. Non vedevo lora di trovare una pillola magica che placasse linquietudine che mi formicolava perennemente sottopelle. Non so bene cosa mi portasse a pensare che lavrei trovata nel Brunei, ma non sarei stata la prima persona che spera di salire su un aereo che la porta dallaltra parte del mondo e di scoprire che la propria vera natura l che la aspetta. Visto da vicino, il palazzo mi ricord una foto che avevo visto dellHearst Castle, sulla costa californiana. Cerano cupole dorate, colonne e scalinate doppie in marmo che salivano verso lingresso principale arricciandosi come nastri. In genere si entra dallingresso laterale perch c meno da scarpinare, ma voglio farvi vedere latrio principale, disse Ari. Credo che vi piacer. Quando arrivammo in cima alle scale avevamo il fiatone. Entrammo in una sala che sembrava una cavernosa cattedrale al cui centro stava una fontana. Avevo limpressione di avere appena messo piede in una versione cinematografica di Salom. Ci mancava solo che da un momento allaltro uno stuolo di soubrette con i pantaloni da odalisca scendesse le scale per poi scatenarsi in un numero di danza alla Busby Berkeley. tutto vero, disse Serena. Cosa? Insomma, loro del tappeto oro per davvero, quel rubino un vero rubino, precis indicando una tigre di ceramica di fianco alla fontana. La tigre aveva tra le fauci una pietra rossa tondeggiante grande quanto una pallina da tennis.

Proprio di fronte alla porta dingresso scorsi quello che sembrava un Picasso; anche quello vero, immaginai. Seguimmo Ari dietro un angolo ed ecco che, nel punto in cui un corridoio divideva a met latrio principale, sopra un piedistallo si ergeva la statua di una ballerina di Degas, una bambina scolpita nel bronzo. Le mani unite dietro la schiena, teneva il petto in fuori con spavalderia, il piede spostato in avanti nella terza posizione. Era identica a quella che mi piaceva tantissimo andare a vedere da piccola, quando mio padre in certe particolari domeniche mi portava al Metropolitan Museum of Art. Dopo aver vagato per le magnifiche sale, ci sedevamo sulla scalinata a rimpinzarci di hot dog. Ogni volta sceglievamo una galleria diversa. Ci accomodavamo su una panca di fronte a un gigantesco Pollock, cercando, nascosti tra gli schizzi di vernice, i tori alla carica, gli iris in boccio e le scritte nel cielo lasciate dagli aerei. Incrociavamo gli occhi per tentare di riassemblare le figure fatte a pezzi da Picasso. In piedi, inondati di luce accanto allenorme parete di finestre che guarda il Tempio di Dendur, ci raccontavamo storie di viaggi nel tempo. Ma alla fine della giornata andavamo sempre a vedere le mie ballerine di Degas, magiche e cristallizzate nel tempo, inchiodate al muro come farfalle. Quando vide che stavo fissando le sculture, Ari mi disse che Robin era un avido collezionista darte. Aveva uninfinit di pareti da decorare. Robin possedeva altri palazzi residenziali, altri ancora dove vivevano le sue tre mogli, interi palazzoni di uffici dove sbrigava i suoi affari, nonch alberghi e propriet a Singapore, Londra e Los Angeles. Mi fece presente che comunque alcuni dei suoi pezzi preferiti erano proprio l. Ci trovavamo nel palazzo dove ogni sera lui si rifugiava per rilassarsi, il suo assolato palazzo dei piaceri. Forza, ci spron con un pizzico di trepidazione. Entriamo. Lopera di Degas era cos vicina che mi sarebbe bastato fare un passo per toccarla. E in effetti provavo unirresistibile compulsione a farlo davvero. Mi ripromisi di tornare l di nascosto e farlo in un secondo momento. Come i pellegrini che toccano i piedi del Ges della Piet sperando di ottenere una benedizione, io avrei toccato quelli della ballerina sperando in una grazia. 9 Entrammo in una sala al piano di sotto, dove ogni centimetro dei divani era occupato da belle donne in pieno relax. In diversi punti della stanza cerano piccole zone per sedersi fornite di bassi sof e poltroncine sistemati intorno a tavolinetti con il ripiano in vetro e tigri dargento e doro come base. Ogni zona era decorata da un quadro vivente di ragazze asiatiche, anchesse

somiglianti a tante tigri adagiate sulle rocce nella gabbia di uno zoo. Le schiene coperte dalle chiome lucide, erano chine luna verso laltra, come per sorreggersi a vicenda. Erano disposte su uno sfondo di tappezzerie blu intenso, tendaggi verde giada, un bancone di legno scuro e tappeti color crema. Le donne (forse una quarantina in tutto) erano di varie nazionalit: thailandesi, filippine, indonesiane, malesi. In fondo alla sala cera una pista da ballo con una sfera da discoteca ricoperta di specchietti che proiettava tutto intorno monetine di luce. Quando entrammo nella stanza tutti gli sguardi si fissarono su di noi, fatta eccezione per una ragazza che, persa in un momento di trance da karaoke, aveva gli occhi chiusi. Dietro le sue spalle, un grande schermo proiettava un video con una donna e un uomo su una giostra. In basso appariva una scritta in giallo che riportava enigmatiche parole in lingua straniera. Quando vide Ari, una donna bianca dallampia fronte, con gli occhiali di metallo e unaria un po sciatta, lasci il bancone del bar dove si trovava e attravers la sala per venirci incontro. Era Madge, lequivalente bruneiano di Julie, la direttrice di crociera di Love Boat. Madge era inglese e si occupava della gestione dei party e della casa, facendo in modo che il principe Jefri fosse sempre soddisfatto e che tutto andasse secondo i piani. Portava un telefono cellulare, che a quei tempi rappresentava ancora una visione esotica, agganciato a un lato della cintura, mentre dallaltro teneva un walkie-talkie. Ari e Madge si salutarono con un caloroso abbraccio e dopo qualche esagerato convenevole Madge ci present al nostro piccolo feudo. Ci erano stati riservati i posti donore, esattamente di fronte alla porta. Seguendo i suggerimenti di Ari e Serena, Destiny e io ci accomodammo sui profondi cuscini delle poltrone e ordinammo un bicchiere di champagne a una delle tantissime cameriere che restavano in piedi vicino a noi in attesa di una nostra richiesta. Nel Brunei era vietato bere alcol in pubblico, ma non alle feste del principe, dove scorreva a fiumi. Sorseggiavo il mio champagne, in preda al disagio. Era evidente che le conversazioni in atto nella sala vertevano tutte su di noi. Le altre donne ci osservavano e bisbigliavano e le loro parole straniere si libravano per la sala mescolandosi allo sdolcinato sound elettronico del pop asiatico riproposto al karaoke. Ari e Madge si scambiarono aggiornamenti su Londra e su varie persone a me ancora ignote. Poi Madge ricevette una telefonata alla quale and a rispondere nellingresso. Ari ne approfitt per darci qualche informazione sugli uomini che di l a poco avremmo incontrato: i reali, membri del governo, generali dellaeronautica e finanzieri di livello internazionale. Gli uomini che si accompagnano al principe sono i suoi amici pi stretti. Non rivolgete loro la parola a meno che non siano loro i primi a farlo. E non

mostrate mai le suole delle scarpe: nei Paesi musulmani considerato un gesto assai scortese. Mentre ricevevo istruzioni su quale fosse langolo migliore da formare con i piedi per non contravvenire alle tradizioni musulmane, pensai sardonica a cosa avrebbe detto il rabbino Kaplan se avesse potuto vedermi. Il tradizionalista rabbino Kaplan, il dinosauro dalle labbra sottili che era al mio fianco quando, sicura di me, avevo salmodiato in maniera comprensibile lHaftarah. Ero la cosa pi rara e meno cool che esistesse, la ragazza che aveva preso sul serio il suo Bat Mitzvah, la promettente studentessa di lingua ebraica. Tutto questo accadeva solo cinque anni prima. Mi sono sviluppata tardi e a quel tempo non avevo ancora bisogno di indossare il reggiseno. Rammentavo ancora quantera pesante la bacchetta dargento che usavamo per non perdere il segno durante la lettura del rotolo della Torah, un tesoro scritto a mano su pergamena. La carta di pecora sembrava al tempo stesso unta e polverosa, come una sfoglia spianata sottile sottile. Mentre stavo sul bimah, il rotolo sembrava avvampare alla luce degli alti finestroni di vetro colorato che si trovavano alle mie spalle. Avrei voluto annusare la carta, per vedere se sapeva di animale, di olio per cucinare, oppure di argento, di verit. Per qualche ragione pensavo che probabilmente avrebbe odorato di autunno, di foglie marce cadute per terra. Ma non lo seppi mai con certezza, perch ero troppo imbarazzata per abbassare il capo e annusare la Torah di fronte al rabbino. Credevo che, in qualche modo, Dio fosse dentro quel rotolo, nello spazio compreso fra una parola e laltra. Dio abitava lo spazio negativo, le volte dei corridoi silenziosi del tempio, lo spazio fra il tetto della mia casa e le nuvole, lo spazio fra i rami degli alberi. Non avevo dubbi sullesistenza di Dio, perch Lo sentivo. Dio era una presenza palpabile, un calore che mi seguiva. Mi rivolgevo a Lui in continuazione, tranne quando la sera me ne stavo terrorizzata dentro il mio letto, perch per quanto fossi certa della Sua esistenza in ogni altro momento, ero altrettanto sicura che in quei momenti Lui non ci fosse. Quando ero sola con i miei incubi dovevo ragionare in fretta e cominciare a trattare con i mostri. Ma tutte le trattative - gli accordi sottoscritti, le promesse fatte si dissolvevano al sorgere del sole. Il mio Bat Mitzvah fu celebrato quando avevo dodici anni, invece che a tredici. Alle bambine consentito celebrarlo in anticipo sullet, in particolare se il loro compleanno cade durante lestate e vogliono dare il ricevimento durante lanno scolastico, quando ci sono tutti. A quellepoca, nella nostra citt andava di moda far seguire la cerimonia del Bar o Bat Mitzvah da una festa a tema, e pi esagerata era meglio era. Per celebrare questo rito sacro che segnava lingresso nellet matura, questo simbolico attraversamento di

una soglia, alcuni miei compagni di classe organizzavano dei mini-carnevali, balli in costume in discoteca oppure balli in smoking. Per la festa di suo figlio uno degli immobiliaristi pi ricchi della citt affitt il Giants Stadium, e allevento parteciparono la squadra dei Giants, in carne e ossa, e le loro cheerleader in divisa. Mangiammo hot dog kasher nel ristorante dello stadio mentre una banda scandiva il nome del festeggiato, G-R-E-G, in mezzo al campo. Per la mia festa scelsi come tema gli spettacoli di Broadway. Ogni tavolo era adornato da una decorazione di stoffa e gommapiuma che rappresentava un particolare spettacolo. Il mio tavolo era dedicato a A Chorus Line. Nel foyer della sala ricevimenti cera un chiosco fotografico dove ci si poteva far stampare una foto per una copertina personalizzata della rivista di teatro Playbill. Per la precisione, la rivista si chiamava Jills Bill (attualmente, mi dicono, molto ambita dai collezionisti). Vicino allingresso della sala ricevimenti cera un tizio di nome RJ che si esibiva mangiando fuoco e facendo il giocoliere. Aveva preso parte al cast originale del musical Barnum e a quel tempo mi era sembrata una cosa fighissima. Forse avrei potuto riconoscere il segno premonitore della sciagura, se solo mi fossi fermata un secondo a riflettere che, con tutta probabilit, nella lista dei sogni di RJ non compariva lidea di esibirsi a un Bat Mitzvah di periferia. Mia madre si era data un gran daffare perch il mio Bat Mitzvah fosse esattamente come lo desideravo, dallabito con la borsetta e le scarpe abbinate (che avevo disegnato io ed erano decorate con una miriade di roselline di stoffa e cristalli Swarovski rosa), ai fiori, allarco decorato di palloncini, al buffet a base di gelati e mangia-e-bevi e al circense mangiatore di fuoco. Ma, assieme al mio ultimo morso di torta, evidentemente inghiottii anche il tarlo del dubbio che nei mesi successivi si sarebbe scavato una tana sempre pi ampia dentro di me. In effetti, se anche Dio mi aveva presa tra le sue braccia per farmi oltrepassare la soglia che segna il passaggio allet adulta, sarei stata delusa dalla stanza che avrei trovato dallaltra parte? Una stanza popolata da uno stuolo di preadolescenti viziate, la maggior parte delle quali non erano nemmeno mie amiche, intente a ballare come delle idiote alla musica dei B-52 con tanto di aragoste di gommapiuma in testa? Subito dopo cominciai a mettere in dubbio la saggezza divina. E non fu per colpa delle cheerleader dei Giants o delle aragoste di gommapiuma. E non fu neppure per lOlocausto o per la carestia in Africa che si consum la rottura fra me e Dio. Forse centrava Nathan, linsegnante di tiro con larco che avevo conosciuto in colonia quellestate, innamorandomene; linsegnante che concordava con Dio per quanto riguarda il valore del Bat Mitzvah, ovvero che le dodicenni sono ormai delle donne fatte. Forse dipese dal fatto che quando era saltata fuori la nostra storia ed eravamo stati trascinati in un

ufficio di fronte al responsabile del campo estivo e a tutti gli altri insegnanti della colonia, con i miei genitori allaltro capo del telefono, nessuno aveva fatto un passo avanti per difendermi. Nemmeno mio padre. Nessuno. Prima di quellesperienza mi ero spesso sentita un po sola, avvertendo quel genere di solitudine che deriva dal sospetto di essere diversa dalla gente che ti sta intorno non soltanto geneticamente, ma anche spiritualmente. Io ero la principessa di un altro regno abbandonata sugli scalini di casa da una madre che non poteva occuparsi di me perch lincantesimo di un mago malvagio laveva trasformata in un cigno. Ma dopo il licenziamento di Nathan, provai una solitudine di tipo diverso. Mi sentivo sola e mi vergognavo di me stessa. Non era colpa di un incantesimo se nessuno mi voleva pi bene, n i miei genitori, n Dio n chiunque altro; nessuno tranne un ragazzo pi vecchio di me di nove anni. La colpa non era di nessuno, ma solo mia. Se persi la fede in Dio non fu per una precisa relazione di causa-effetto. Si tratt piuttosto di un accumularsi di prove. Dapprima smisi di parlare con Dio, poi semplicemente fu come se mi dimenticassi di Lui. Poi, alle superiori, scoprii che cera un sacco di gente che la pensava come me riguardo a questa cosa di ignorare Dio. E fu un grande sollievo. E cos eccomi l nel Brunei, senza credere nel Dio degli ebrei, anzi convinta dellinfluenza deleteria di tutte le religioni organizzate, e ciononostante sentendomi allimprovviso molto, molto ebrea. La vostra testa non deve mai trovarsi pi in alto di quella di Robin. Se gli passate davanti mentre seduto, fate un inchino, prosegu Ari. Un inchino come? Lo vedrete. Ebbi un dj-vu da Il Re ed io. Quando sieder, siederete, mi inginocchier, vi inginocchierete. Eccetera eccetera eccetera. E attente a cosa dite. Anche quando pensate che non vi sentano, loro vi sentono. Quando pensate che non possano vedervi, loro vi vedono. Ci che intendeva dire era che nel Brunei era tutto sotto continua sorveglianza, persino nelle stanze da bagno. Ecco perch cerano tutti quegli specchi. Per le ragazze erano fonte di continue ansie e congetture. Dopotutto, non era esattamente come in Il Re ed io. Una donna filippina dallaria annoiata si alz da uno dei divani e attravers la sala venendo verso di noi, fermandosi qua e l per scambiare qualche parola con le ragazze che la affiancavano durante il tragitto. A quanto pareva era lunica donna nella sala a infrangere le invisibili barriere

che tenevano separati i vari gruppetti di ragazze riunite in conciliabolo. Era un po sopra la media dellet delle presenti, e con quel vestito nero dal collo alto e i pendenti di brillanti agli orecchi aveva un aspetto quasi matronale. Si present a noi con un accento vagamente britannico. Io sono Fiona. Benvenute nel Brunei. Serena si alz e la baci sulle guance. Sembravano felicissime di rivedersi e si salutarono come due consorelle di vecchia data, quindi si scambiarono gli ultimi pettegolezzi. Vedo che non si ancora tagliata i baffi, fu il commento di Serena quando Fiona si fu allontanata. Quella donna era lacerrima nemica di Serena e presto sarebbe stata la mia pi fedele alleata. Dopo unora mi ero gi pentita dellabito che avevo scelto. Mi ero messa il mio completino nero e mi sentivo rigida rispetto a Serena con il suo civettuolo abito fluttuante e lo chignon in stile Grace Kelly. Mi sentivo scomoda e continuavo a cambiare posizione, irrigidendo i muscoli delle gambe per non scivolare sul rivestimento della poltrona. Allimprovviso la musica del karaoke si ferm e le luci si abbassarono. Il DJ si ripropose nelle nuove vesti di tastierista. Le languide decorazioni sui divani abbandonarono le loro posizioni scomposte trasformandosi da punti interrogativi in altrettanti punti di esclamazione, accavallando graziosamente le gambe quando di fianco al tastierista prese posto una donna che inizi a cantare All Around the World di Lisa Stansfield. Lo sentii arrivare prima ancora che entrasse nella sala. Quella sera il principe Jefri fece il suo ingresso in pantaloncini corti e una luccicante felpa con la zip Sergio Tacchini. Aveva in mano una racchetta da squash, come se arrivasse direttamente dal campo da gioco. Quando fece la sua comparsa tutte le ragazze si illuminarono di determinazione. Le fotografie dicevano il vero. Visto di persona era bello, malgrado i capelli rigonfi verso lesterno, che facevano un po pornodivo, e i baffetti sottili. La sala fu attraversata da unondata di carisma. Era quasi visibile, come il calore che si irradia dallasfalto in una giornata destate. Lo seguivano una decina di uomini, tutti vestiti esattamente come lui. Lintero entourage si immobilizz quando il principe si ferm per dare una veloce occhiata allintorno. Il suo sguardo indugi su di noi, per la precisione su Serena. Con unespressione che simulava sorpresa, si fece avanti per salutare sia Serena sia Ari con un rapido bacio sulla guancia. Il principe aveva laria molto tirata, la muscolatura tonica arrotondata sulle ossa, il tutto tenuto insieme dalla pelle tesa. Emanava un forte profumo, come se si fosse spruzzato troppa acqua di colonia costosa. Si sedette a met, con una gamba appoggiata al

bracciolo della poltrona di Ari. Cosa dava ad Ari quellaria cos fuori luogo? Definirla con il termine dimessa non le avrebbe reso giustizia. Ari era come una fragola in una stanza piena di barrette di cereali alla fragola. Quando ci present a Robin, lui ci salut con un sorriso di maniera, per poi ignorarci e rivolgersi di nuovo a Serena. Lei si trasform in un manuale di gesti di falsa ritrosia e sguardi sensuali: mento abbassato, occhi rivolti verso di lui, risatine e piccoli scatti della testa, un leggero riaggiustarsi della gonna, delicati segnali lanciati con la gestualit delle mani. Ci rimasi male. Io ero molte cose, ma, ahim, mai delicata. Mentre parlava con Serena, il principe la guardava ammaliato; poi, per, qualcosa dallaltra parte della sala attir la sua attenzione. Lo osservai mentre il suo sguardo si spostava e la sua attenzione si faceva vacillante. In quel barlume di disinteresse da parte sua vidi una finestra che si apriva per me. Dopo aver annuito qualche altra volta, le diede una pacca sulla gamba e si allontan. Una volta che Robin si fu spostato al tavolo accanto, di fianco a me, come se fosse stato teletrasportato, si materializz Eddie, lossequioso braccio destro del principe. Eddie era proprio cos, furtivo a tal punto che non lo vedevi mai arrivare. Era troppo servizievole per metterci a nostro agio e ci chiedeva di cosa avessimo bisogno con due occhi sporgenti che davano limpressione di schizzargli fuori dalle orbite e atterrare sul davanzale di Destiny. Avremmo dovuto occuparci di intrattenere gli amici del principe? E cosa comportava lessere delle intrattenitrici? Non so bene perch la situazione mi apparisse cos deludente. Non ero certo cos schizzinosa quando si trattava dei clienti del Crown Bar. Erano puliti? I soldi ce li avevano? Erano relativamente sani di mente, o per lo meno non animati da tendenze omicide? I criteri su cui mi basavo erano quelli. Eppure, a un certo punto, nella mia mente ero diventata lamante di un principe. Eddie, comunque, si lev di torno alla svelta. Si avvicinarono a salutarci altri due uomini, Dan e Winston. A quanto pareva erano amici di Ari e Serena, e a differenza di Eddie non mi facevano venire la pelle doca. A ogni modo, anche loro poco dopo ripresero il loro giro. Nella sala cerano tre cantanti che si cambiavano spesso dabito; avevano talento, ma proponevano uno scadente medley di canzoni pop malesi e americane. Le canzoni americane erano del genere che si ascoltano nei supermercati, di quelle che ti fanno venire da piangere se per caso ti senti sola e stai comprando una scatola di cereali e degli assorbenti interni alle due di notte. La serata non era ancora finita e dovetti darmi dei pizzicotti sulle cosce perch non mi si chiudessero le palpebre. Mi sembrava di essere in unaula

sovrariscaldata nellora di matematica a colpirmi il polso con un elastico per non addormentarmi. Alla fine, il principe si sedette in una poltrona lungo la parete, accanto a Fiona. Dallaltro lato cera una poltrona vuota e, nonostante moltissime persone si chinassero verso di lui per parlargli, nessuno la occup. Gli altri uomini socializzavano e bevevano con le ragazze asiatiche. Alcuni avevano allungato il braccio intorno alle spalle di una ragazza oppure le tenevano la mano. A parte i veloci saluti allinizio della festa, tutti ci ignoravano. Mi domandai se non dovessi fare qualcosa di pi che starmene seduta su una poltrona a bere champagne, ma ero troppo stanca per pormi la questione. Era unora esageratamente tarda quando le luci si abbassarono ulteriormente e dalle casse degli altoparlanti risuon un brano dance che aveva avuto successo un paio di anni prima. La pista da ballo si riemp allistante di ragazze; gli uomini, invece, rimasero seduti a guardare. A forza di stare seduta avevo i muscoli irrigiditi e su quella poltrona mi sentivo come un cirripede, perci quando Destiny mi prese la mano e mi guid verso il centro della sala non protestai. Lunico percorso che conduceva alla pista da ballo era uno stretto corridoio che passava proprio di fronte alla poltrona del principe. Era tutta la sera che osservavo gli inchini delle donne che gli passavano davanti, e adesso era arrivato il mio momento. Imitai le altre, avanzando con passo leggermente strascicato e piegandomi allaltezza della vita, la testa abbassata. Mi veniva da ridere. Quasi mi aspettavo che il principe se ne saltasse fuori con un Tis a puzzlement! alla Yul Brynner. E invece ci ignor. Tuttavia, passando davanti a lui avvertii il suo sguardo pungente su di me e arrossii. Forse era stato linchino a farmi diventare timida tutto dun colpo? Con atteggiamento di sfida, Destiny tenne alta la testa e mi trascin via con uno strattone. Cazzo, io sono unamericana! disse quando ci trovammo fuori portata dorecchio rispetto a Robin. Mi dispiace, ma io gli inchini non li faccio. Quando arrivammo sulla pista Destiny fece la pazza, il che divert molto le altre ragazze che ballavano, attirando anche gli sguardi degli uomini. Attraverso il mare di ragazze riuscivo a intravedere il posto dovera seduto il principe, che piegava la testa verso Fiona e le bisbigliava qualcosa nellorecchio. Gli sguardi di tutti i presenti erano puntati su Destiny, con ununica eccezione: Robin stava decisamente fissando la sottoscritta. Fui attraversata dalla corrente elettrica che suscita il fatto di essere notata, di essere guardata, una scossa che ti accende una luce pi forte negli occhi. Le persone belle, quelle belle davvero, probabilmente vivono una vita che ronza perennemente di quella corrente. Distolsi lo sguardo, ma sentivo i piedi che si

muovevano sicuri sul pavimento e i miei fianchi perfettamente sincronizzati con la musica. Dopo unora dallinizio della discoteca, Robin si alz dalla poltrona. Gli uomini scattarono telepaticamente in piedi con un millisecondo di ritardo. Nelluscire dalla sala con Eddie al seguito, il principe strinse la mano a un paio di loro. Fece appena il tempo a salire le scale e a sparire alla vista, che la musica si ferm e le luci furono riaccese. Lintero gruppo degli ospiti si radun vicino alla porta. Madge era l di fronte a loro, con la mano sul walkie-talkie alla stregua di una pistolera con il suo revolver. Qualche minuto pi tardi dal suo fianco sal una voce gracchiante e incomprensibile. Madge si stacc lapparecchio dalla cintura e ringrazi la persona che stava allaltro capo, chiunque essa fosse; quindi si spost di lato. La gente usc dalla sala con aria stanca. Persino gli uomini erano come spogliarelliste in cerca di una notte di guadagni, persone completamente diverse da quelle che erano state una mezzora prima. Cosa stavamo aspettando? chiesi ad Ari mentre ci avviavamo verso le macchinine elettriche. Aspettiamo sempre che lui sia uscito dalledificio, nel caso cambiasse idea e tornasse indietro. Ma indietro non tornava mai. Gli piaceva solamente sapere che i suoi invitati era ancora tutti l ad aspettarlo.

10 Il principe era affascinante, dinamico, enigmatico, un giocatore di polo, un playboy, il ministro delle Finanze. Il principe mi ignorava nella maniera pi assoluta. Entro la fine della prima settimana ero ancora ai margini del microcosmo delle feste alla corte del Brunei. Serena faceva parte della cerchia ristretta, anche se non riuscivo ad afferrare fino in fondo come ci avvenisse. Destiny apparteneva a tuttaltra trib e se ne fregava altamente. Ari sembrava una di quelle capacissime direttrici di negozio che sono sempre simpatiche e amichevoli ma che, essendo comunque membri del management fino al midollo, non si azzardano a raccontare i segreti del capo. Ero ormai quasi a met della mia esperienza nel Brunei e diversamente da quanto progettato non mi ero abbronzata molto, non avevo preso in mano una racchetta, non mi ero innamorata di un principe e non ero dimagrita di mezzo chilo. Non facevi in tempo a trovare un appiglio per la giornata, ed ecco che la giornata era gi finita. Certi giorni passavo delle ore a leggere.

Provavo un enorme senso di realizzazione quando mi facevo le unghie. La confezione con il corso di francese in cassette che mi ero portata dietro era sullo scaffale, ancora da spacchettare. Una notte Ari mi aveva aiutata a mettermi in comunicazione telefonica con i miei per sapere come stesse mio padre. La sua salute era in lento ma netto miglioramento, sebbene non al punto tale da evitarmi una bella dose di sensi di colpa. Mio padre mi sembrava quello di una volta, anche se era un po mogio. Dalla voce si capiva invece che mia madre era esausta. Fui sbrigativa, con la scusa che mi chiamavano sul set. S, lo sapete, no? Il set del film che stavo girando a Singapore Il marted, il gioved e il sabato la festa durava fino alle quattro e mezzo del mattino. Gli altri giorni finiva alle tre e mezzo. Non andavamo a letto prima delle cinque, ma i pesanti tendaggi ci permettevano di dormire fino alluna o alle due del pomeriggio. Esauste, con i postumi della sbronza, affamatissime, ciabattavamo in vestaglia fino alla cucina, divoravamo il pranzo che ci era stato lasciato in grossi recipienti di latta messi in fila sui ripiani, quindi andavamo ad accasciarci davanti a un lettore di CD nel salottino al pianoterra. A volte usavamo la palestra interna o ci rilassavamo in piscina per prendere ci che restava del sole del tardo pomeriggio. Dopodich cenavamo e poi arrivava lora di prepararsi di nuovo per la festa. Ero delusa dal Brunei e da me stessa. Alla festa non avevo suscitato alcuna sensazione e le notti svanivano luna dietro laltra in una nebbia di chiacchiere di circostanza e champagne. Lunico aspetto positivo delle mie lunghe notti trascorse senza la considerazione di nessuno era la possibilit di osservare le sottili macchinazioni che animavano le interazioni sociali intorno a me. Le feste erano una capsula di Petri, un ambiente che forniva condizioni ideali per far nascere intense amicizie e ostilit ancora pi intense. Alla fine avevo capito che i tavoli erano organizzati in base alla nazionalit: malesi, thailandesi, filippine, indonesiane. E che esisteva una gerarchia secondo limportanza. Mi sfuggiva quale fosse lordine preciso, ma sapevo che in cima cerano le filippine e che le thailandesi occupavano il gradino pi basso. Per il loro status le filippine dovevano ringraziare Fiona, che era lamica preferita del principe, lunica che si sedesse accanto a lui. Del gruppo delle favorite del principe, o di uno dei suoi amici pi stretti, facevano parte altre ragazze, ma la loro posizione in graduatoria cambiava di volta in volta, il che generava inimicizie e alleanze allinterno delle varie fazioni. Per esempio, una volta Winston aveva avuto unamica allinterno della colonia indonesiana, ma poi le aveva dato il benservito preferendole una ragazza di nome Tootie, che si trovava a casa sua in quella che io avevo ribattezzato Little Thailand. Il risultato era che, al momento attuale, tra le thailandesi e le indonesiane era in atto una specie di guerra tra gang, della

quale, ovviamente, allesterno non trapelava alcunch. Quando si fanno la guerra, le ragazze optano per forme di crudelt meno chiassose di risse e sparatorie in mezzo alla strada. Aggirano la sfera fisica e mirano dritte al cuore dellavversaria. E lemorragia pi difficile da tamponare. Avevo scoperto, per esempio, che le thailandesi avevano assoldato le cameriere loro connazionali perch correggessero i drink delle indonesiane. Certe sere i drink erano troppo forti, certe sere troppo annacquati. Lo facevano per confondere loro le idee, cos le indonesiane si sarebbero ubriacate facendo la figura delle idiote, oppure non sarebbero state abbastanza brille e sarebbero rimaste troppo sveglie, troppo presenti. La situazione poteva cambiare nel giro di qualche giorno, dopodich la necessit di stringere una qualche alleanza faceva nuovamente di loro delle ottime amiche. Ottenni le mie informazioni da una bella ragazza thailandese di nome Yoya, con cui avevo fatto amicizia. Compariva da qualche parte sulla lista delle favorite del principe, ma nemmeno lei sapeva dire con esattezza in quale posizione. Yoya era un formoso confettino dagli occhi sfavillanti, con un viso pienotto da bambina e una treccia spessa come una coda di cavallo che le accarezzava il fondoschiena. Era una ragazza sveglia, irriverente, e moriva sempre dalla voglia di usare le poche parole inglesi che conosceva. Io avevo bisogno di staccare un po dalle americane, che ormai trovavo cos noiose da suscitarmi pensieri omicidi. Prima che arrivassero gli uomini, quando Serena era riuscita a farmi sbadigliare tanto da farmi venir voglia di un espresso con le sue improbabili storie di party hollywoodiani che abbondavano di nomi (Dunque, quella volta ero a un party a Hollywood e cera questo tizio con il viso s, come si dice, tinto di nerofumo, e per tutta la serata non fa che fare il galante con me e io penso: S, questa voce la conosco, ma certo, lho gi sentita e indovinate chi era? No, davvero, provate a indovinare! E va bene era Jack Nicholson. Insomma, non ero esattamente interessata a lui o qualcosa del genere, per gli ho lasciato il mio numero e ogni tanto lui mi chiamava per dirmi: Ciao, tesoro. Sono il tuo paparino), mi spostavo stancamente fino a Little Thailand. Lili, la migliore amica di Yoya, si sedeva sulle ginocchia di qualcunaltra per farmi spazio sul divano. Cos accoccolate ricostruivano per me delle storie bizzarre. Yoya parlava sempre di s in terza persona. Ieri Yoya andata a palestra tutta nuda. S, s, confermavano le altre sporgendosi in avanti e annuendo. Sei andata a fare ginnastica nuda? Per. E come mai? Da qualche parte qualcuno guarda, bisbigli lanciando unocchiata intorno a s per creare un effetto drammatico. Da qualche parte Robin guarda.

Avrei scommesso che mi prendevano in giro. Dai, mi stai prendendo per i fondelli No fondelli. Terribile andare a palestra cos. La macchina di step. Terribile. Oh, Yoya cos timida! scherz Lili. Yoya cos timida, convenne linteressata. Non capivo se stesse dicendo la verit o se fosse sarcastica. Forse entrambe le cose. Forse sotto sotto era davvero una timida, ma date le circostanze quello che diceva faceva ridere. Non cera bisogno che me lo dicesse Yoya: sapevo che tutto in quella stanza ruotava intorno a Robin. Tutto faceva parte di uno spettacolo allestito per lui, un intero pubblico per un uomo solo. Gli uomini, persino i suoi migliori amici, erano pagati per fargli da compagni di gioco, proprio come avveniva per le donne. Ma siccome Robin non dava segno di avere alcun interesse nei miei confronti, dedicavo i miei pensieri ad altri pubblici che nella mia testa avrebbero apprezzato moltissimo le mie doti artistiche. Bevevo champagne ed esaminavo i prismi di cristallo del lampadario e intanto facevo progetti sulla mia carriera dattrice. Come fare per ottenere il provino della vita? Come incontrare le persone giuste? Come fare per lasciare il segno come artista? E quello stronzo di Sean dovera? Soffriva disperatamente per la mia mancanza? Sarebbe tornato con me quando quellesperienza fosse stata solo un ricordo? Cosa stava succedendo al Performing Garage? E lo spettacolo di Penny come stava riuscendo? E anche se giudicavo gli Oscar scontati e ineleganti, cosa avrei indossato al momento di ricevere graziosamente la mia statuetta? A scuotermi dai miei sogni a occhi aperti fu Eddie, il quale, lasciandosi cadere di peso sul divano accanto a me, esord con una domanda nello stile brusco tipico dei bruneiani. Domani sera canterai tu? Non era una vera domanda. Se Eddie mi stava chiedendo di fare qualcosa era perch era stato Robin a dirgli di farlo. Guardai in direzione di Robin e vidi che lui e Fiona mi stavano facendo un cenno di incoraggiamento con la testa. Conclusi che si stavano divertendo alle mie spalle, ma a me faceva molto piacere essere stata scelta per qualcosa che dimostrasse che non ero solo un pezzo darredamento. Ma certo. Con molto piacere. Eddie sembr arcientusiasta. Gli ospiti di quelle feste, persino i pi sensibili, come Madge, si atteggiavano sempre come se ogni minima cosa fosse una questione di vita o di morte. Veniva da credere che se avessi rifiutato mi avrebbero immediatamente passata per le armi. Loro non sapevano che, alla mia maniera, ero davvero una cantante. Ero cresciuta cantando accompagnata al piano da mio padre ogni santa sera.

Scommetto un dollaro che, qualunque canzone tratta da un musical mi chiediate, sono capace di cantarvela. E di solito riesco a creare unatmosfera abbastanza coinvolgente da non farvi neanche accorgere del fatto che non possiedo una voce straordinaria. Agli esordi della mia magnifica carriera di cantante, ero stata la cantante. Tecnicamente ma solo tecnicamente eravamo in due. Facevamo casino in prima fila davanti agli altri che si esibivano con noi. Il resto del gruppo dei settenni della classe 5A portava dei cappelli a cilindro e bastoni che dopo essere stati spalmati di colla istantanea erano stati passati sui brillantini rossi; i nostri bastoni, invece, erano ricoperti di brillantini dorati. I cappelli e i bastoni dorati erano toccati a me e a Randy Klein. Ho il sospetto che fossimo state scelte per fare le soliste semplicemente perch sapevamo gi le parole. Io possedevo gli album di A Chorus Line, Cats e Grease e sapevo tutti i brani a memoria. Ogni canzone era accompagnata da un numero di danza provato e riprovato fino alla perfezione di fronte a un attento pubblico di animali di peluche allineati sul mio letto. Ci che mi mancava in talento, lo compensavo con limpegno e lentusiasmo. Se qualcuno mi avesse chiesto cosa volevo fare da grande, gli avrei risposto che volevo essere la gatta bianca di Cats, quella che nel momento clou del musical si esibisce da sola sotto la luce dei riflettori. Con lavvicinarsi dello spettacolo dei giovani talenti del campo estivo era stato stabilito un orario quotidiano destinato alle prove. Il nostro insegnante se ne stava a gambe incrociate in un angolo del Campetto di basket e faceva ripartire in continuazione un nastro in un grosso stereo portatile, biascicando unenorme palla di chewing gum e contando e scandendo i passi. Bastoni fuori. Due. Ora sulle gambe, su e gi. One. Singular sensation, every little step she takes. Girare. Dadadadadadada. Di nuovo: salto. A mio parere la coreografia era di una semplicit imbarazzante. Ogni cinque minuti ci riposavamo, approfittandone per bere succo di mela da confezioni accartocciate e per grattarci i morsi di zanzara sotto le calzemaglie. Quelle continue pause e la mancanza di impegno mi davano sui nervi. Le altre bambine erano lente e annoiate e invece di imparare i passi si guardavano i piedi. Il fatto di essere la solista mi induceva a fare la prepotente. Non dimenticate di sorridere, dicevo alle mie compagne. Il sorriso la cosa pi importante.

E non mi importava se loro alzavano gli occhi al cielo. Mica avevo bisogno di piacere a loro. Avevo bisogno che fossimo brave. Che tutti ci adorassero quando sarebbe arrivato il giorno dello spettacolo. Randy la pensava come me. Durante le pause ripassavamo lo schema dei passi luna di fianco allaltra. Insistevamo per fare una kick line in prossimit delle ultime battute della canzone, solo noi due. La mia idea era di dimostrare ai miei quantero brava, in modo da far cambiare loro idea e ottenere il permesso di partecipare a un campo estivo presso la Stagedoor Manor lanno dopo. Io volevo andare in quella colonia per ragazzi dove si faceva teatro, non in quella fatta di pomeriggi infiniti a giocare a pallone e a intrecciare cordini. Lo sapevano tutti che le ragazze dello Stagedoor Manor facevano strada entrando nel cast di Annie e Really Rosie. Negli spettacoli di Broadway i bambini andavano a letto tardi, frequentavano scuole speciali e trascorrevano le notti vagando tra la fossa dellorchestra e le impalcature, tra la scena e il pubblico, in quel magico reame dove i conflitti si risolvono grazie a un grande numero finale di danza. Ed era di quel reame che volevo diventare cittadina. E invece la risposta di mio padre alle mie ardenti preghiere fu: Se vuoi diventare una pattinatrice sul ghiaccio, una ballerina o una ginnasta o svolgere unaltra attivit particolare, allora ogni giorno ti dovrai alzare alle quattro di mattina per allenarti prima di andare a scuola, e non potrai farti degli amici, non potrai mai fare sport oppure mangiarti un gelato o andare alle feste o trovarti un ragazzo. Se vuoi diventare come la ragazza di Castelli di ghiaccio, allora non frequenterai mai il college, ti rovinerai i piedi e la schiena e la tua carriera prima dei trentanni sar gi finita. Va benissimo se lo prendi come un hobby, ma non lasciarti mai sfuggire di mano la situazione. Lo diceva con le migliori intenzioni, per cercare di risparmiarmi la delusione. Ero troppo in carne per il balletto: era solo una perdita di tempo. Ero troppo scoordinata per il pattinaggio. E avevo una voce troppo modesta per poter fare seriamente la cantante. Il suo motto era: Se non vuoi fallire, allora non provarci nemmeno. Ma io Castelli di ghiaccio lo avevo visto e sapevo che pap non aveva colto il punto. Sapevo che quando mi avrebbero vista nel mio ruolo di solista, la voce che si sarebbe nettamente distinta sopra le altre, il bastone ricoperto di brillantini dorati luccicante al sole del pomeriggio, i miei genitori si sarebbero convinti che ero tagliata per iniziare una carriera nella danza e nel canto, che sarei stata contentissima di rovinarmi i piedi. Che importava se mi sarei dovuta alzare presto. E dei ragazzi e dei gelati ormai non mi fregava pi un granch. Mi avrebbero ammirata nel mio splendore e il mio destino sarebbe apparso innegabile persino agli occhi di mio padre.

Il giorno dello spettacolo i miei genitori erano l, nei posti centrali delle prime file. Scattavano foto e con il movimento delle labbra mi dicevano che ero favolosa. Erano al settimo cielo. Mi riempirono di complimenti e di baci. Ma quando riattaccai con le mie richieste, ottenni la solita risposta: le svegliatacce mattutine e il gelato. Nonostante il mio sbalorditivo debutto come protagonista, non riuscii mai a frequentare lo Stagedoor Manor; restai invece condannata a un purgatorio di campeggi allaperto e giochi a squadre. Mio padre, tuttavia, assecond almeno parzialmente le mie aspirazioni artistiche. Dopotutto, il suo hobby coincideva con il mio. Anni pi tardi, me ne stavo in salotto di fianco al suo pianoforte a provare la mia canzone per laudizione per il saggio scolastico. Dato che non sei una cantante eccezionale, mi disse, devi stare attenta alla canzone che scegli e poi devi saperti vendere bene. Visto che era un ottimo mediatore di Borsa, esperto nella vendita di aria fritta, per quel provino io e lui scegliemmo di buon accordo Tits and Ass, tratta da A Chorus Line. Forse era una scelta bizzarra per una ragazzina di quattordici anni, ma serv allo scopo. Non bast a farmi avere la parte (quella and alla mia amica Alexis, che sapeva cantare davvero), ma io fui quella che si prese tutte le risate e tutta lattenzione. Era di me che la gente parlava. Dunque, ecco cosa ho imparato a fare: ancora oggi come pattinatrice sono una schiappa, ma mi so vendere bene. Qualunque cosa ci sia da fare, so essere molto convincente. Presi da parte Anthony, il tastierista. Qual la canzone preferita di Robin? Be, ci sarebbero un paio di canzoni in malay. Canzoni americane, dici? Non lo so. Tu quali conosci? Voglio cantare una canzone in malay. Quanto tempo hai a disposizione? Fino a domani sera. No, troppo difficile. Non ce la farai mai. Anglique, la prima cantante che si diceva oggetto di amore non corrisposto da parte del principe Sufri, ci sent e si intromise. Canta Kasih. la sua preferita. Puoi impararla, ti aiuto io. Anglique prese un foglio bianco da uno dei tanti raccoglitori con gli anelli di Anthony e, trovata una penna dietro il banco del bar, fece spazio sul ripiano di fronte a s e cominci a trascrivere il testo secondo la pronuncia fonetica. Aveva la calligrafia spumeggiante di una studentessa delle medie. una canzone damore. Kasih vuol dire tesoro.

Quindi rivide ogni singola parola assieme a me, correggendo la mia pronuncia. Anthony le diede unaudiocassetta che lei avvolse dentro il foglio con il testo della canzone. Basta che tu la canti senza tanti infiorettamenti, mi sugger, e ce la puoi fare. Ero commossa dallincoraggiamento di Anglique. Mentre mi metteva in mano la cassetta, la mia mente fu attraversata dal pensiero che un giorno sarebbe stata una buona madre. Quando tornai a sedermi sul nostro divano, Serena mi guard con occhi indagatori. Domani canti tu? mi domand. E cosa canti? Kasih. Oh, santo cielo. stato Anthony a suggerirti quella canzone? Ti ha detto che piace a Robin o qualcosa del genere? Io queste orrende canzoni pop non le sopporto. Comunque, domani canto anchio. E cosa canterai? Quello che voglio, io sono una cantante jazz. il mio lavoro. Canter Fever. A lui piace un sacco quando la canto. Gliela cantavo in continuazione. Anthony e io ci mettemmo daccordo per provare insieme il giorno dopo, alle quattro. Quella notte rimasi sveglia, con Destiny che dormiva accanto a me. Lei, che non sapeva cosa fosse linsonnia, era capace di mettersi la mascherina leopardata sugli occhi e di addormentarsi tre secondi dopo avere toccato il letto. Quanto la invidiavo! Come avrei fatto a imparare una canzone in una lingua sconosciuta per la sera dopo? Avrei dovuto scegliermi un piccolo numero sexy e in stile rtro come quello di Serena. Nonostante la spavalderia che avevo mostrato allinizio, ora lo stomaco in subbuglio per lagitazione non mi lasciava dormire. Rimisi la sveglia presto per il mattino dopo e mentre le mie coinquiline dormivano al piano di sopra, io mi sdraiai di fronte alle casse dello stereo e, tenendo il volume basso, provai e riprovai la canzone impaperandomi con il testo. Continuai a provare per tutto il giorno, finch non raggiunsi Anthony nelledificio principale. Entrai nel palazzo deserto passando dallingresso anteriore. La luce del sole si riversava nel salone attraverso le alte finestre, riflettendosi nellacqua della fontana. I fiori finti, che solitamente sembravano veri grazie alla strategica illuminazione notturna, mostravano le cuciture e le gocce di rugiada di plastica.

A sinistra cera una porta aperta che era stata chiusa la prima sera che avevo visto latrio dingresso. Era una sala da ballo con un lampadario delle dimensioni di unutilitaria. Un uomo stava passando la cera sui pavimenti con un macchinario. Pensai alla battuta preferita di mia nonna riferita al momento dellingresso a una festa: Un altro ballo? Che due palle, disse la regina. Se continua cos, divento re. Percorsi i corridoi rivestiti di tappeti e scesi nella sala delle feste. Era vuota, pulita come uno specchio, in attesa di riempirsi nuovamente di donne. Mi sono sempre piaciuti i saloni prima dellinizio della festa, e ancora pi magici sono i teatri durante il giorno, prima che le porte si aprano, prima che inizi lo spettacolo, quando tutte le luci sono accese e si vedono le assi e i freghi sul pavimento. Amo la sensazione di quando tutto ancora possibile. Dopo, quando la festa finita e tutto gi accaduto, di solito ci si deve inevitabilmente confrontare con il fatto che non tutto andato come speravamo. Anthony mi accompagn al piano. Io cantavo nel microfono sorridendo in direzione della poltrona vuota di Robin, ma appiattivo la melodia della canzone e incespicavo in continuazione nelle parole. Si capiva che Anthony non era convinto. Di canzoni non ne conosci altre? Ce la faccio. Una volta la cantavo bene e la volta successiva di nuovo male. Daccordo, mi sa che non ce la faccio. Troppo tardi. Anthony guard lorologio. Te la caverai benissimo. Ma se te la dimentichi, improvvisa. Fantastico. Lui ne sar entusiasta. Uscendo mi avvicinai alla statua della ballerina. Mi ricordai di avere letto da qualche parte che alla fine la ragazzina che aveva posato era diventata una prostituta, e che ai tempi di Degas la prostituzione era il destino di molte ballerine fallite. Accarezzai il bordo della sua scarpetta di bronzo nel punto in cui incontrava il piede. Se sei abbastanza ricco puoi possedere unopera darte come questa, piazzarla in un angolo dove nessuno la vedr mai, a parte una ragazza che passa anzi, una donna ancora a met e che un tempo, indossando quelle stesse scarpette, sognava di essere un cigno. Ogni volta che cantava la parola fever, Serena faceva scattare le mani in avanti e chinava leggermente un fianco. Ero contenta di constatare che non era una cantante di jazz.

Al nostro tavolo si era unita una ragazza nuova. Si chiamava Leanne ed era unattrice di soap di Hong Kong; era met cinese, met inglese e possedeva una sensualit misteriosa al cento per cento. Aveva uno sguardo sonnacchioso, i capelli ondulati tenuti sciolti e un accento inglese coniugato a una voce resa densa dalle sigarette: una specie di incrocio tra Janis Joplin e Lady D. Indossava un abito Armani di foggia semplice, lungo fino a terra. Non era la sua prima volta nel Brunei. Come Serena aveva un misterioso passato in quel Paese ma, diversamente da Serena, ammetteva tranquillamente di essere innamorata del principe. Non erano passati cinque secondi dal nostro incontro che gi me lo aveva confessato. Si distese sul divano con indolenza, le braccia lungo i braccioli in una postura di elegante abbandono. Ho rinunciato a un film pur di essere qui, ma lui non lo sa. Non posso stargli lontana. Quando sono partita lultima volta avevo giurato di non tornare mai pi, ma la sofferenza era insopportabile. In Leanne cera qualcosa di vero e qualcosa di artefatto. Istintivamente credevo nel suo amore per il principe, ma sapevo anche riconoscere unattrice quando ne incontravo una. E noi attrici scriviamo per noi stesse dei dialoghi terribili. Leanne e Serena sembravano in confidenza. Avevano un modo di fare da cospiratrici, come se fossero alleate e accomunate dallo stesso feroce sarcasmo contro Fiona. Qualche ora prima, le avevo sentite per caso mentre parlavano di lei. Serena stava raccontando che Fiona era stata scoperta mentre, in camera sua, faceva un qualche incantesimo vud filippino. Era lunica spiegazione: per accalappiare il principe quella zoccola era ricorsa alla stregoneria? Comera che pi invecchiava, pi ingrassava? E a proposito, quanti anni avr avuto? Mettevano paura, quelle ragazze. Erano cattive, cattivissime, ma anche cos familiari, cos ordinarie. E io, comero io? Lesatto contrario? Carina? No. Qual il contrario di cattiva? Senza carattere? Fui avvicinata da Eddie. La prossima a cantare sei tu? Mi ero messa il mio completo vintage pi bello e avevo truccato gli occhi con spesse righe di eyeliner liquido. Mi immaginavo come una versione leggermente pi in carne di Audrey Hepburn in Cenerentola a Parigi. Era loccasione che avevo per mettermi in luce, e anche se lavessi sprecata, se non altro non facevo gesti teatrali con le mani e non cantavo una canzone di Peggy Lee sentita gi migliaia di volte. Quando Anthony attacc lintro della canzone, nella mia testa si cre il vuoto. Non ricordavo pi niente di tutto ci che avevamo provato insieme. Ero sicura che sarei stata la protagonista di un vero e proprio incubo, di quelli in cui ti ritrovi su un palcoscenico senza avere memoria di cosa stai facendo l

sopra. Ma ho una qualche esperienza di spettacolo, e so che proprio quando sembra che la valanga stia per travolgerti che laffronti di petto e continui a muovere le braccia con tutte le tue forze per nuotare. Sorridi e sarai convincente. Kasih dengarlah hatiku berkata/Aku cinta kepada dirimu sayang Il principe mi lanci un sorriso impenetrabile mentre tamburellava con le dita su una gamba. Di fianco a lui sorrise anche Fiona. Cosa aveva in mente? Non mi sembrava quella donna drago che descrivevano Serena e Leanne. Finii la mia canzone e nella sala risuonarono gli applausi. Le mie amiche thailandesi mi acclamarono addirittura. Il sorriso sulla faccia di Serena era quello della seconda classificata al concorso di Miss America che pure era stata sicura fino allultimo di aggiudicarsi il titolo. Mentre passavo davanti al principe e facevo linchino per tornare al mio posto, lui si sporse in avanti e mi afferr per il braccio. Mi fermai e mi volsi verso di lui, ancora con la schiena piegata e la testa inclinata. Mi prese la mano fra le sue, che erano asciutte, morbide e perfettamente curate, dicendo: Meravigliosa. Poi mi lasci andare. S, sei stata bravissima, comment Fiona. Io venivo da New York. Lavoravo in un ambiente popolato di stelle del cinema. Mi era capitato diverse volte di essere oggetto di attenzione da parte di attori quasi famosi e, ogni tanto, a fine serata, di quelle di una rockstar. Il tocco di Robin, quella briciola di approvazione non avrebbe dovuto significare niente per me. Ma probabilmente nel giro di una settimana avevo subito un lavaggio del cervello, perch dopo il tocco di Mida del principe gongolai per lintera serata. Quando si abbassarono le luci e cominci la discoteca, andai nella toilette delle signore per ritoccarmi il rossetto. La mia attenzione cadde su un quadro davanti al quale ero passata ogni sera. Era la raffigurazione in classico stile orientalista di odalische di alabastro e delle loro serve dalla pelle scura che si rilassano intorno al bagno di un harem. Avevo studiato quel genere di pittura in storia dellarte, analizzando ogni singola pennellata intrisa di razzismo e imperialismo. E adesso, ecco qua una raffigurazione idealizzata di un harem dipinta da occidentali nellOttocento e che a centocinquantanni di distanza era stata appesa alla parete di un harem. Era unopera decisamente postmoderna. Un harem. Come mai non me ne ero resa conto prima? Non eravamo n le invitate a una festa, n delle prostitute. Eravamo le donne di un harem. 11

Anche nella prigione dorata di una bellissima camera sullisola del Borneo, in sogno la Gestapo veniva sempre a bussare alla mia porta. I nazisti erano stati una presenza preponderante nei miei incubi sin da quando, allet di otto anni, avevo letto Il diario di Anna Frank. Nei miei sogni io ero Anna e tenevo lorecchio incollato al pavimento per ascoltare il tonfo degli stivali sulle scale mentre salivano per prenderci e portarci via. Nei miei sogni ero Anna, ero gi morta, ma vagavo tra mucchi di scarpe e otturazioni. Cercavo le valigie. Sapevo che l in mezzo ci dovevano essere anche le mie. Stavo cercando di recuperarle, cos avrei potuto andarmene. Quando ero bambina i miei terrori notturni si erano infiltrati nella mia vita da sveglia. Ero ossessionata dallOlocausto. La lettura del diario della Frank mi aveva indotto a leggere altri libri che esprimevano unopinione senza speranza circa la natura umana. Mi ricordo in particolare di un libro che avevo preso in prestito dalla biblioteca comunale, con una stella di David in fiamme sulla copertina e una mappa dei lager stampata allinterno. Cerano anche delle foto. Sapete di cosa sto parlando: un bianco e nero sgranato, ombre tra le costole di un nero che pi nero non si pu, la pelle nuda delle pile di cadaveri di un bianco che pi bianco non esiste. Ero convinta che prima o poi ci sarebbe stato un nuovo Olocausto, che era solo questione di tempo, e mi domandavo quale sarebbe stata la reazione della mia famiglia quando i nazisti fossero venuti a cercarci. Come si fa a dire come si fatti davvero interiormente? A tutti piace pensare che ci comporteremmo in maniera coraggiosa. Nei film saremmo leroe di turno, quello che si sacrifica per salvare gli altri, lunico che fa la cosa giusta quando tutto il mondo intorno a lui fa quella sbagliata. Nei film la scelta giusta appare sempre chiara, e uscendo dal cinema ci sentiamo in pace con noi stessi perch possiamo dire: Io avrei fatto la cosa giusta. Nessuno dice mai: Io sarei stato il vigliacco. Io avrei tradito il mio vicino per salvarmi la pelle. Ma proprio cos che si comporta la maggior parte della gente. E ne ero consapevole gi a otto anni. Dunque, chi sarei stata quando sarebbero arrivati i nazisti? Mi sarei dimostrata coraggiosa? E i miei genitori? Avrebbero tentato di nasconderci, di scappare? Ci avrebbero uccisi piuttosto di non farci catturare, come gli israeliti a Masada? Si sarebbero ribellati lanciando pietre, come gli ebrei nel ghetto di Varsavia? Oppure avrebbero docilmente consegnato i propri documenti e poi cantato, mentre in fila si avviavano verso le docce? Sotto sotto avevo il sospetto che i miei non fossero tipi da reagire e lottare. Sapevo che sarebbe toccato a me difendere la mia famiglia, pertanto cercavo di essere pronta. Preparavo dei piani dettagliati su come saremmo scappati e su come

poi ritornare per combattere. Sapevo anche che i miei progetti di resistenza sarebbero stati probabilmente inutili, ma io ero determinata a lottare. Come facevo a essere sicura di essere quella coraggiosa, leroina? Dovevo esercitarmi su come muovermi, ripassare mentalmente lo scenario mille e mille volte. Per fare le prove sacrificavo ore di sonno. Temevo che se fossi stata colta di sorpresa mi sarei comportata in maniera non proprio stimabile. Avevo la sensazione che, nella parte pi profonda di me, non ci fosse una Anna Frank. Io non possedevo il suo spirito, la sua anima dotata di un amore cos grande, cos luminoso da renderla molto pi impermeabile del suo corpo. Per farmi dormire mia madre aveva tentato di persuadermi che vivevamo in unepoca diversa, che i nazisti non si sarebbero presentati un giorno a scuola per trascinarmi via. Io, per, continuavo a non convincermi. La giudicavo uningenua. Ma lei proprio non lo capiva che a fare questa cosa erano state delle persone, le stesse persone che vivevano intorno a noi? Le cose, in realt, non erano poi cos diverse. Non accadr di nuovo, mi spieg pazientemente la mamma per la centesima volta. per questo che ne conserviamo il ricordo, perch non succeda mai pi. La mamma di Anna Frank le aveva detto che non sarebbe successo, e invece successo eccome! La mia fissazione diurna per lOlocausto alla fine era svanita, ma gli incubi non erano mai cessati. Perci, non cera da meravigliarsi che nel Brunei stessi facendo quel sogno in cui la Gestapo stava bussando alla mia porta. Quando per riaprii gli occhi, i colpi alla porta continuarono, diventando a mano a mano sempre pi insistenti. Destiny e io balzammo a sedere sul letto e ci guardammo, ma n io n lei andammo ad aprire. Al nostro arrivo Ari aveva ritirato i nostri passaporti e li aveva consegnati a una guardia, dicendo che era per prolungare il visto o qualcosa del genere. Fino ad allora non mi ero mai separata dal mio, come un capello che non riesci a toglierti di bocca. un comportamento da ragazze sveglie recarsi nel Sud-Est asiatico per un lavoro discutibile e consegnare i propri documenti non appena arrivate? La situazione dei passaporti mi balen per la mente mentre socchiudevo la porta, il sangue che mi pulsava nel cranio e nel petto. Di fronte a me cera una guardia in uniforme. Indossava una giacca grigia di lana con il colletto alla coreana e uno di quei berretti da barman. Spalancai la porta e lui guard allarmato la mia camicia da notte. Non ancora pronta? Pronta per cosa?

Si deve preparare. In cinque minuti. Visto che non voleva dirmi cosa stesse succedendo, cera solo una domanda che si poteva formulare. Dalla risposta a questa domanda una ragazza capisce praticamente tutto ci che ha bisogno di sapere per prepararsi a qualunque prova la stia aspettando. Come devo vestirmi? Indossi un abito. Scarpe senza tacco. Niente trucco. Ma deve essere pronta in cinque minuti. Andiamo. Il pensiero fu di precipitarmi nella stanza di Ari, ma mi sovvenne che quella mattina era partita di buonora per gli Stati Uniti, dove doveva sbrigare delle faccende e trovare delle altre ragazze. La sera prima mi aveva assicurato che anche da sole saremmo state benissimo e che lei sarebbe tornata in tempo per controllare che la nostra partenza avvenisse senza intoppi. Guardai Destiny, che fece spallucce, anche lei come me assolutamente perplessa e visibilmente sollevata che toccasse a me e non a lei. Dopo dieci minuti, indossando un prendisole nero stampato a centifoglie rosa con una fila di bottoncini sul davanti e un paio di sandali, seguivo la guardia fuori dallingresso principale e salivo allinterno dellennesima Mercedes nera con i finestrini oscurati. Lauto odorava di nuovo e di pelle tiepida. Dove stiamo andando? La guardia fece finta di non capire, prese un telefono cellulare e fece una telefonata parlando in malay. Quegli uomini erano imperscrutabili, e sembrava che fossero in parecchi a essere messi a parte del segreto. Cosa pensavano del fatto di dover passare lintera giornata a scarrozzare in macchina le donne del principe? Mi sentivo stranamente calma, cos mi appoggiai comodamente al sedile. Guardai fuori dal finestrino osservando il mondo che sfilava. In realt non mi trovavo l. Ero in uno studio cinematografico, seduta immobile in una decappottabile, con i ventilatori a scompigliarmi i capelli e uno schermo dietro di me raffigurante una strada serpeggiante in mezzo alla giungla. Poi lo scenario cambiava e ci trovavamo a sfrecciare da un vicolo allaltro della citt. Da quando ero arrivata nel Brunei ero sempre stata relegata dietro un muro o dietro il finestrino di una macchina. Lauto si ferm allingresso posteriore di un palazzone di uffici, un alto parallelepipedo di acciaio e vetro come ce ne sono tanti. La guardia mi fece cenno di seguire un altro uomo in uniforme, che senza dire una parola mi fece entrare in un ascensore, guidandomi poi lungo un corridoio e infine allinterno di una stanza. Mi diede un bicchiere dacqua e mi lasci l dentro, chiudendo a chiave la porta dietro di s.

Linterno della stanza si accordava poco con laspetto esterno delledificio. Mi sarei aspettata di trovare un ufficio, e invece si trattava di un salotto riempito degli stessi elaborati arredi del palazzo, una distorta riproduzione in chiave contemporanea dello stile Luigi XIV. Limpressione era che larredatore del principe avesse personalit multiple. La superficie di una massiccia scrivania in mogano era sormontata da fotografie di quelli che immaginai fossero le mogli e i figli del principe. Le osservai, cercando di esaminarle attentamente, per poter comprendere almeno in parte come potessero essere le loro vite. La persona che compariva pi spesso nelle foto era un giovanotto che sembrava un enorme bambino troppo cresciuto, di solito con una divisa da polo. Si trattava di Hakeem, il figlio maggiore nonch erede di Robin? Possibile che quel gigante fosse la discendenza di Robin? Mi immaginavo il pingue adolescente che tutto compiaciuto se ne stava seduto in una vasca da bagno grossa come una piscina a giocare a battaglia navale usando barchette in scala. Le donne ritratte nelle foto erano uno splendore, uno splendore fatto di trucco pesante e rossetto lucido. Erano avvolte in vesti di broccato, con sciarpe trasparenti a coprire i capelli. Le mogli di Robin? Cera anche una bambina con i codini. Mi domandai a quale et li avrebbe sostituiti con il velo. Lei era la figlia? Il principe non compariva in nessuna foto assieme alle donne della famiglia, ma in un paio lo si vedeva in piedi al fianco di Hakeem. Non sapevo con precisione cosa stessi aspettando, ma speravo di essere in attesa di Robin. Forse avrei dovuto trovare strano guardare le foto delle sue consorti mentre attendevo il suo arrivo, ma dopo le notti passate a palazzo mi ero ormai abituata alla miriade di donne che gravitavano intorno al principe. Mi sistemai sul divano in una posa aggraziata, cercando di assumere unaria naturale. Laria condizionata aveva abbassato la temperatura della stanza a un livello polare, tanto che mi sorprendevo di non emettere nuvolette dalla bocca. Guardai scorrere, su un orologio dorato collocato sul tavolo dallaltra parte della stanza, dieci minuti, poi mezzora. Alla fine rinunciai al mio atteggiamento composto e mi tirai il vestito sulle ginocchia, sfregandomi le braccia rese ruvide dalla pelle doca. Mi raggomitolai formando la palla pi compatta che potevo, pur rimanendo pronta a srotolarmi e a riacquistare unaria sexy al primo movimento della maniglia. La porta, per, rimaneva chiusa a chiave. Era passata unora. Nella stanza non cerano n libri, n riviste, n un televisore. Camminai in cerchio. Mi risedetti sul divano. Cercai il bagno. Provai ad aprire la porta, ma rimaneva chiusa a chiave. Feci un tentativo con unaltra porta, anche quella sbarrata. Mi ributtai a sedere. Unaltra ora. Ero la

protagonista di un dramma di Sartre senza pubblico. Presi in considerazione lidea di fare pip in un cestino della spazzatura. Tremavo per il freddo, per la fame, per il nervosismo. Mi sforzavo di ragionare nonostante latroce mal di testa da astinenza da caffeina. Se si fossero scordati di me sarei marcita in quella stanza come Antigone, sepolta viva? Peggio ancora, sarebbe stata unattesa con uno scopo diverso dallessere prescelta come belle du jour di Sua Altezza? E se mi fosse stato riservato un altro destino? Se fossi scomparsa, chi mi avrebbe cercata? I miei genitori, di sicuro; ma da dove avrebbero cominciato la loro ricerca? Da un immaginario set cinematografico a Singapore? Chi avrebbero potuto considerare responsabile della mia scomparsa? Mi rendevo conto che sarei potuta svanire nel nulla in qualunque momento e che non ci sarebbe stato nessuno a cui dare la colpa. Ma mi stavo solo abbandonando al panico. Oltretutto, non potevo fare nulla: potevo forse, non so come, fabbricare una scaletta di corda con le strisce di cuoio bianco dei cuscini del divano e calarmi dalla finestra per scendere nelle strade di Bandar Seri Begawan? Chiusi gli occhi e cercai di riscaldarmi. Mi immaginai in un posto assolato, magari su una spiaggia. Troppo banale. Poi mi immaginai in uno dei quadri di Robin raffiguranti un harem, mentre immergevo le dita dei piedi nel bagno fumante di vapore. Troppo umido. Alla fine mi limitai a pensarmi a casa, dentro il mio letto, sprofondata sotto le coperte del futon piazzato sul pavimento del mio tugurio di Ludlow Street. Sentivo la nostalgia di casa. Non vedevo lora di tornare a New York e di ricominciare a fare la stagista al teatro, di tornare a essere una delle tante ragazze che prendono la metropolitana. Mi addormentai sul divano con le ginocchia sollevate e appoggiate contro il mento. Fui svegliata dal rumore della porta che si apriva e mi trovai a fissare Robin dal basso verso lalto. Indossava ununiforme grigia con delle medaglie sul risvolto. Era la prima volta che lo vedevo indossare qualcosa di diverso da un paio di pantaloncini e delle scarpe da tennis. Ora sembrava proprio un principe. Mi raddrizzai troppo in fretta, come una bambina sorpresa a sonnecchiare quando invece avrebbe dovuto fare i compiti. Ero vittima della sindrome di Stoccolma: impossibile non innamorarsi delluomo che ti salva, anche se lo stesso tizio che ti ha tenuta chiusa per quattro ore in una stanza gelida, oltretutto senza bagno. Provai un profondo senso di gratitudine e un altrettanto profondo desiderio di essere apprezzata dalla persona che avevo di fronte a me. In circostanze estreme, una combinazione del genere pu assomigliare molto da vicino allamore. Sei qui da molto? chiese sedendosi accanto a me e passandomi la mano sulla pelle gelata del braccio. S.

Sembrava divertito da questa circostanza. E sei infreddolita. Mi mise la mano dietro la nuca e mi avvicin a s per darmi un bacio delicato: non un bacio prepotente, e nemmeno sicuro di s, non il tipo di bacio che mi sarei aspettata da un famoso playboy come lui. Non ero caduta da uno schifoso lavoro come commessa direttamente fra le braccia di un principe, io. Erano le ragazze come Serena che fingevano di avere dato unocchiata alla fine dellarcobaleno e di averci trovato, per puro caso, una pentola piena doro. Cercai di non aggiungere lautoinganno allelenco dei miei difetti caratteriali. Sapevo che eravamo delle prostitute. Da qualunque angolazione la si guardi, quando sei costretta a partecipare allo stesso party ogni sera e ti ritrovi a fare sesso con il tizio che ha organizzato la festa, le mani piene di soldi quando ora di rientrare a casa, la verit che sei una puttana. Eppure, tutte le puttane hanno un po di oro da qualche parte dentro il cuore. Alcuni cuori sono soltanto placcati, altri sono doro massiccio; poi ce sono altri, come il mio, che sono divisi a met: una parte rilucente e una parte oscura. Sapevo di essere una prostituta, ma in qualche modo, quando il fascinoso principe si alz e prendendomi per mano mi fece attraversare la seconda porta presente nella stanza, che adesso non era pi chiusa a chiave, mi sentii come Cenerentola. Quasi mi aspettavo che si inginocchiasse e tirasse fuori dalla tasca una scarpetta di cristallo. In parte succedeva perch ero una sciocca romantica, in parte era a causa sua. In lui cera qualcosa. Come molti veri amatori di donne, bastava che Robin ti guardasse in un certo modo e tu, come dincanto, ti sentivi bellissima. Le donne sono pronte a passare sopra a qualsiasi forma di tradimento e crudelt, sono disposte a schiacciare la propria capacit di raziocinio sotto un tacco di cristallo, se un uomo riesce a farle sentire come se fossero degne di stare su un piedistallo dentro il Louvre. A ogni modo, la carrozza si ritrasform in zucca non appena Cenerentola rientr dal bagno e diede unocchiata alla stanza accanto, una camera da letto che solo limmaginazione di uno Hugh Hefner avrebbe potuto partorire. Le pareti erano drappeggiate della stessa seta nera e lucente di cui erano fatte le lenzuola e la testata del letto. Sul soffitto cerano degli specchi, specchi anche sulle ante degli armadi, erano visibili almeno tre videocamere, ovunque copriletti di cincill, e un televisore sistemato vicino al soffitto. Due sedie di pelle nera erano collocate di fronte a una scacchiera doro e dargento. Ripensai al commento di Serena quando avevamo varcato per la prima volta la soglia del palazzo: tutto vero. Veramente inutile. Ma chi si metteva a giocare a scacchi in quella stanza?

Il principe punt su di me uno sguardo diretto. Io mi alzai in piedi e lo fissai a mia volta. Che cosa fai in America? mi chiese. Faccio la studentessa. E lattrice. Lattrice, ripet, annuendo come se si trattasse di una notizia interessante. E magari anche qualcosaltro? E con un vago gesto della mano indic il letto. Mi sentii avvampare in viso. Serena. Quella stronza. Avevo fatto lerrore di menzionare lagenzia di escort un giorno mentre eravamo a pranzo, in un momento in cui avevo abbassato la guardia e lei stava facendo lamicona. Ovviamente era andata a riferirglielo. Avvertii una piccola sensazione di nausea. Non volevo essere considerata unescort, non in quel momento, non solo perch non era la parte che stavo recitando per Robin, ma anche perch non era la fantasia che stavo cercando di realizzare nella mia testa. Ricacciai indietro il formicolio di rabbia e mi stampai in faccia unespressione di candore. Eccoci, ceravamo. Potevo farcela. Mi sarei vendicata di lei. Va benissimo, prosegu lui. A me piacciono le attrici. Ne conosco tantissime. Sono piene di emozioni, mi sembra. E sono una compagnia molto piacevole. Su, adesso, vieni qui. Robin si avvicin e mi abbass una delle spalline dellabito. Io feci un passo in avanti verso di lui, gli presi le mani e le posai sui miei fianchi. Lui mi tir verso il letto e si sedette di fronte a me. Si appoggi le mani in grembo e mi guard in attesa di qualcosa, come se in vita sua non si fosse mai, nemmeno per un minuto, preoccupato di far felice qualcun altro, come se mai avesse preso in considerazione il fatto che potesse occorrere qualcosa di pi della sua semplice presenza per far sentire una persona a proprio agio. Principalmente perch non mi veniva in mente nientaltro da dire, lasciai cadere laltra spallina e mi feci scivolare labito di dosso, quindi mi inginocchiai davanti a lui e posai la mia testa sulle sue ginocchia. Feci scorrere le mani lateralmente lungo le sue cosce, ma lui mi afferr per i gomiti e mi tir su. Mi sedetti sulle sue gambe e restammo l a pomiciare per un minuto, poi lui si alz, e io, che cos tante volte avevo rinfacciato a mia madre le sue pellicce di visone, mi infilai sotto la coperta di pelo con uno slancio di gratitudine, sia perch qualcosa mi copriva, sia perch finalmente ero al caldo. Ero talmente infreddolita che la base delle mie unghie era diventata viola. Robin si svest come se si preparasse a entrare sotto la doccia, ripieg ordinatamente le sue cose sulla sedia degli scacchi e mi segu sotto la coperta di cincill. Profumava di un pulito compulsivo, di sapone e di acqua di colonia (goste di Chanel, come avevo scoperto andando in bagno). Era glabro, privo di pori, muscoloso. Non aveva cicatrici, non lasciava trapelare

alcuna emozione, non possedeva nulla di particolarmente umano da poter menzionare. Per tutto il tempo mi guard dritto negli occhi, con quei suoi occhi di ossidiana, un po infossati e da faina. Non fosse stato per la prova materiale, avrebbe potuto essere il genere di uomo che finge un orgasmo. Feci il miglior pompino del mio repertorio, ispirandomi ai film porno, insistendo molto sul contatto oculare, ma lui sembrava quasi annoiato. Era la prima volta che mi capitava. Robin portava intorno al collo una specie di talismano che assomigliava a una mezuzah. Quando ero piccola mio padre ne indossava uno simile. Ricordo che guardavo attraverso la sottile filigrana dargento per cercare di vedere la minuscola pergamena allinterno. Non ricordo cosa ci fosse scritto nella sua mezuzah. Qualcosa come Impara a memoria le parole che oggi ti detto e insegnale ai tuoi figli. Amavo ancora il suono di quelle preghiere, anche se ormai credevo nei segni zodiacali, negli spiriti, nei fantasmi e nelle muse, e forse anche negli angeli, ma non pi in Dio. La mia testa stava facendo quello che faceva con i clienti del club e con quelli dellagenzia e, a essere sincera, anche con i miei fidanzati. La mia testa andava da unaltra parte. Saliva in spirali uscendo dalla stanza, tanto che met delle volte dopo aver fatto sesso nemmeno me ne ricordavo. Era un po come prendere la stessa metropolitana che si presa gi un migliaio di volte: vaghi con il pensiero e arrivi alla tua fermata, cancellando dalla mente tutte le fermate intermedie. A volte ti distrai in maniera cos totale che quando torni bruscamente alla coscienza scopri di aver saltato la tua fermata e di essere ormai nel Queens. Ed proprio quello che accadde. Vagai con la mente e mi svegliai nel Queens. E quando mi svegliai, Robin mi stava scopando senza aver nemmeno indossato un preservativo e io non riuscivo a ritrovare la voce per dirgli di fermarsi. Lepidemia di AIDS era allora al massimo storico e conoscevo degli amici del teatro che stavano morendo a casa fra tormenti degni del Medioevo. Ma io ricacciai indietro il panico con la stessa rapidit con cui mi era montato dentro. Le ginocchia mi scivolavano sulla pelliccia e con le mani premevo forte contro la seta fredda della testata. Dopo, mi scrisse qualcosa sulla schiena con il bordo della sua catenina. Mi fece venire in mente un gioco che facevamo da piccole nei campi estivi. Chiudevamo gli occhi mentre unamica si sedeva di lato a noi tenendoci lavambraccio sollevato. Con lunghia la compagna scriveva qualcosa che dovevamo indovinare. Era praticamente impossibile indovinare affidandosi unicamente alla sensazione del tocco dellunghia sul braccio. In realt era un test per capire quanto conoscevi la tua amica, per vedere se eri capace di indovinare quale parola aveva scelto per scrivertela addosso.

Mi venne in mente anche un altro gioco, che avevo fatto anni dopo, nuda nel letto con i miei amanti: scrivevo il mio nome sulla loro schiena con il dito, facendo finta di solleticarli. Sulla schiena di Sean avevo scritto Ti amo molto tempo prima di dirglielo a voce. Non so cosa avesse scritto Robin. Mi sdraiai prona e Robin rimase accanto a me per tre secondi esatti, dopodich mi diede uno sculaccione, mi baci sulla guancia e salt gi dal letto come se avesse premuto il tasto per lespulsione di emergenza. Sono stato benissimo. Ho una riunione, sono in ritardo. Ebbi il buonsenso di non implorarlo di rimanere. Di non dirgli: Dammi unaltra possibilit e vedrai che ti convincer a restare. Il buonsenso mi diceva di non provarle nemmeno, quelle sensazioni, e invece le provai. Non era da me. Ero davvero presa da quelluomo (che non solo era luomo meno disponibile del pianeta, ma anche, molto probabilmente, una specie di maniaco del sesso che ogni volta, tra un incontro di lavoro e laltro, scriveva appunti sul corpo di una ragazza diversa), oppure semplicemente non volevo essere lasciata unaltra volta? Mentre Robin si faceva la doccia e si rivestiva per andarsene, io mi sistemai i capelli sul cuscino guardandomi nello specchio appeso al soffitto. Volevo lasciare un marchio indelebile nella sua mente, volevo trasformarmi in un ricordo che lo avrebbe preso alla sprovvista mentre era seduto in riunione o mentre viaggiava sul sedile posteriore della sua auto o mentre stava facendo una qualsiasi delle cose che fanno i principi. Al momento di andarsene aveva la stessa aria seria e accigliata di quando era entrato. Mi dissi che ero unambasciatrice personale di buone intenzioni, che da sola stavo migliorando le relazioni internazionali tra ebrei e musulmani. Non ero la prima ebrea a finire nel letto di un sultano. Hadassah cambi il suo nome in Ester per diventare la moglie del re di Persia. La festa di Purim stata introdotta proprio per celebrare la sua storia. Difficilmente, tuttavia, ci sarebbe stata una festa per commemorare le mie azioni. Ero ambasciatrice solo del mio portafoglio e del mio desiderio di essere desiderata. A malapena dipendevo dal mio culo, non stavo salvando nessuno. Uninfinit di donne era entrata nel letto di qualche re come avevo fatto io, ma nessuno aveva mai ascoltato le loro storie, anche perch a chi sarebbero interessate? Quando fui sicura che Robin non sarebbe rientrato, andai a farmi una doccia. Sulla parete di vetro e marmo nero della cabina scorrevano ancora i rivoli dacqua lasciati dal lavacro del principe. In piedi, con lacqua che mi colava sulla schiena, riandai con il pensiero alla mattina successiva alla prima notte passata a casa di Sean. Non me lero sentita di tornare a casa con labitino attillato che indossavo la sera prima, cos mi ero messa una delle sue

vecchie felpe del college e un suo paio di jeans, che avevo risvoltato pi volte per accorciare le gambe. Arrivai a casa esausta, sporca, i capelli maleodoranti per il fumo, eppure non volli lavarmi, per trattenere su di me lodore del suo corpo. Mi ero infilata a letto e avevo fatto un pisolino con i suoi vestiti addosso. Passarono tre ore prima che i miei sospetti che si fossero di nuovo scordati di me prendessero il sopravvento e mi abbandonassi al panico. Ehil. Aiuto. Sono qua dentro. Fatemi uscire! Presi a pugni la porta e strillai per un buon quarto dora prima che qualcuno venisse a liberarmi. 12 Quando varcai di nuovo la soglia del nostro alloggio era pomeriggio inoltrato. Speravo che le ragazze fossero in piscina, e invece erano stravaccate sui divani nel salottino al piano di sopra, con le gambe luna addosso allaltra, e guardavano Henry & June. Serena alz gli occhi e mi sorrise. Si allung sulla coscia di Leanne e prese una fragola dalla ciotola posata al centro del tavolinetto. Eravamo preoccupate per te, ment. Ricambiai il suo sorriso e la guardai dritta negli occhi. No, tutto a posto. Eccomi qua. Stai bene? chiese lei, con un piccolo moto di ansia mentre mordicchiava il bordo della fragola. Serena mangiava pochissimo. In quellesatto momento colsi negli angoli dei suoi occhi, al di sotto della sua mielosa falsit, qualcosa che non era crudelt. Era fame. Una sensazione per cui potevo avere un po di comprensione. Per un attimo la confusione ebbe il sopravvento, ma mi riscossi subito. Non avevo intenzione di mostrare le carte per prima solo perch entrambe stavamo morendo di fame. Com il film? Io adoro Henry Miller. Ah s? E tra i suoi libri qual il tuo preferito? Henry & June. Quello da cui tratto questo film. Devo assolutamente leggerlo. Magari me lo presti tu? Decisi che la menzogna di Serena che fingeva di aver letto un libro di Henry Miller inesistente la rendeva davvero meritevole della mia compassione. Quel pensiero don un piccolo slancio di compiacimento alla mia andatura, mentre le passavo davanti per raggiungere la mia stanza. Giurai a me stessa che non me la sarei pi presa, qualunque cosa lei mi dicesse. Non preoccuparti, disse dietro di me mentre ruotavo la manopola

della maniglia. Probabilmente non ti richiamer pi. Di solito non richiama pi. Il mio proposito era durato esattamente tredici secondi. Quella sera mi arricciai i capelli e stirai il mio ultimo vestito, un elegante vintage color smeraldo degli anni Cinquanta con la scollatura a cuore e la gonna a campana. Era il genere di vestito che mi faceva desiderare di avere le scarpe in pendant con la borsetta e di uscire con qualcuno che sapesse ballare il jitterbug. Sul comodino dal mio lato del letto cera una foto di mia nonna da giovane, tutta agghindata per uscire: indossava pi o meno il mio stesso vestito, completato da guanti bianchi con un bottoncino di madreperla al polso. Prima di sposarsi e di stabilirsi a Newark, mia nonna aveva girato il mondo. Aveva studiato con il famoso psicologo Alfred Adler a Vienna, dove aveva preso da una contessa in bancarotta una stanza in affitto allinterno di un appartamento da favola. Anche lei, come me, era stata unanima inquieta. Se fosse stata ancora viva avrei potuto raccontarle la verit riguardo al viaggio nel Brunei. Alle mie spalle Destiny stava infilando i piedi abbronzati, dello stesso colore e aspetto di un guanto da baseball, nei suoi zatteroni di lucite. Anche sul suo comodino cera una fotografia incorniciata: la foto di sua figlia, sorridente e baciata dal sole con loceano sullo sfondo. Le fotografie che portiamo con noi, le cornici che ben volentieri aggiungiamo al peso del nostro bagaglio, sono quelle delle persone che sappiamo continueranno ad amarci a dispetto di tutto. Quella sera alla festa Yoya e Lili si esibirono in una stuzzicante versione karaoke di Paradise by the Dashboard Light. Era evidente che lavevano provata, poich eseguirono anche una piccola coreografia, la parte pi interessante della quale era uno shimmy in corrispondenza del passaggio in cui si menziona il fatto di avere a malapena diciassette anni e di essere a malapena vestite: parole geniali, tanto pi commoventi in quanto riflettevano la condizione della maggior parte di noi ragazze in quella stanza. Pensai quello che penso sempre quando risento quella canzone: ci sono un sacco di canzoni che parlano dei diciassette anni. Questa cosa me laveva fatta notare una volta un uomo dai capelli lunghi, attraente e asciutto, simile nellaspetto a una specie di rivoluzionario cubano. Mi aveva trovata, separata dal gruppo delle mie amiche, confusa e visibilmente in pieno trip, a un concerto dei Grateful Dead allepoca in cui per la verit di anni ne avevo quattordici. Ma non mai una buona idea dire che si hanno quattordici anni, cos avevo detto di averne diciassette. E poi avevo aggiunto che mi ero persa.

Un sacco di canzoni parlano dei diciassette anni, aveva detto lui. E non ti sei persa. Sei solo fuori posto. Tornai in citt assieme a quel tizio, che mi port nel suo loft di artista sulla Quattordicesima Strada. Odorava di trementina e di sudore; sulla gamba destra dei suoi jeans si allungavano pennellate variopinte. Feci sesso con lui o, per essere pi precisa, lui fece sesso con me (era la mia prima volta) mentre io guardavo allucinazioni di cartoni animati nel buio dietro la sua testa. Mi dissi che valeva la pena non rimanere da sola in piena notte da qualche parte a Long Island. La mattina gli rubai trenta dollari dai pantaloni per tornare a casa. Scesi cinque rampe di scale con le scarpe in mano per non svegliarlo, poi me le rimisi ai piedi e corsi per due isolati fino alla stazione della metropolitana. Ai miei genitori spiegai che ero rimasta a dormire dalla mia amica Julie. Ricordo che pi tardi, quando le raccontai la storia, ci sganasciavamo dalle risate quando arrivavo al punto in cui lui diceva che cerano un sacco di canzoni sui diciassette anni. Sedevo diritta, in apparenza ridanciana, mentre le domestiche ci riempivano i bicchieri di champagne. Sebbene dessi le spalle alla porta, avvertii la presenza di Robin che camminava dietro di me e il mio corpo reag di riflesso, come se avessi appena ingollato tre tazze di espresso. Mi lisciai nervosamente la gonna e scostai dagli occhi un ricciolo che continuava a ricadere in avanti. Qualche minuto pi tardi, quando si spost nel mio campo visivo, Robin mi rivolse un fugace saluto mentre guardava oltre la mia testa. Dopodich non mi rivolse la parola per il resto della serata. Fece alzare Leanne dalla sua poltrona e convers fitto fitto con lei al banco del bar prima di prendere posto, come al solito, di fianco a Fiona. Leanne si rimise a sedere accanto a Serena. Sembravano particolarmente animate e interessate alla sottoscritta. La nausea mi saliva alla gola e io la ricacciavo indietro. Avevo voglia di strisciare sotto il tavolo, afferrare Serena per quel suo chignon francese del cazzo e sbattere quella sua faccina impertinente sul ripiano di vetro del tavolino. E invece mi unii alla conversazione, che verteva sulle compatibilit astrologiche. Robin, come ci inform Leanne, era uno Scorpione, ed ecco spiegati il suo carisma, la sicurezza, il potere, lirrefrenabile carica sessuale. Serena era un Toro, Leanne Pesci. Destiny disse che lei era cristiana, punto e basta, e che potevano anche prendersela in quel posto. Lo Scorpione un segno dacqua, continu Leanne. Come i Pesci. Per questo io e Robin nuotiamo insieme, ma spesso la carica emotiva insostenibile. Per tutti e due. Mi era difficile immaginare Robin in preda a unemozione insostenibile.

E tu di che segno sei? Leone. Fuoco, comment lei. Segu una pausa di silenzioso trionfo. Ogni sera, intorno a mezzanotte, Robin spariva per una mezzoretta. Mentre lui era via, noi ci guardavamo intorno per cercare di capire quale ragazza mancasse dalla stanza. Quella sera la poltrona vuota di Leanne era proprio di fronte a me. Svuotai il mio bicchiere di champagne pi in fretta del solito. Mi sarei trovata completamente sbronza ma sbronza di brutto se Robin non avesse interrotto presto la serata allontanandosi dalla festa con Fiona sottobraccio. Rimproverai me stessa per essermi lasciata ferire a tal punto. Quando ero andata in bagno per ritoccarmi il rossetto avevo riconosciuto sul mio volto lo stesso sorriso tirato che avevo visto su Serena e Leanne. Le ragazze degli altri tavoli, le asiatiche, non sembravano molto interessate ai movimenti di Robin. Naturalmente anche Leanne e Fiona erano asiatiche, ma loro erano sfuggite allesilio presso i tavoli meno prestigiosi grazie al fatto di essere famose e di parlare un perfetto inglese. Se allinizio delle danze Robin non era ancora tornato, spesso noi di condizione pi elevata rimanevamo in uno stato di vaga agitazione, a braccia conserte, mentre il resto dei presenti si alzava e si metteva a ballare. A fine serata le fortunate ballavano un lento come se si trovassero al ballo di fine anno, con la testa reclinata sulle spalle dei rispettivi amanti. A noi occidentali non era consentito trovarci un innamorato allinterno dellentourage del principe: ci toccava piuttosto competere luna contro laltra per aggiudicarci il principe in persona. Unaltra serata era trascorsa nel solito modo. Mentre guardavo i talloni delle sue scarpe sportive che salivano la lunga scalinata che portava alluscita, non mi presi neanche la briga di far finta di sorridere. Una mattina Serena ci svegli presto annunciandoci che aveva ottenuto un permesso speciale (da chi, era un mistero) per andare tutte allo Yaohan. Aveva con s anche una discreta quantit di denaro, i primi soldi che vedevo da quando eravamo arrivate nel Brunei. Diedi unocchiata ai biglietti, che Serena ci distribuiva come se tenesse il banco del Monopoli, ed eccolo di nuovo: il sultano, barbuto e distinto, che circolava sulle banconote arancioni, verdi e azzurre. Qual il tasso di cambio? Non lo so. Ma chi se ne importa? Ne abbiamo a volont. Copritevi i capelli. Voi non siete bionde, quindi non un gran problema, per copritevi comunque la testa.

Ci pigiammo dentro la Mercedes. Serena si sedette davanti a chiacchierare con lautista. Lei era riuscita a penetrare quel mondo, diversamente da me. Di l a tre giorni sarei tornata a casa avendo visto poco, compreso ancora meno e dopo essere stata assaggiata e poi scartata come un cremino allarancia in una scatola di cioccolatini assortiti. Cosa avevo di sbagliato? Perch arrivavo sempre a un passo da ci che desideravo e poi mi si chiudeva la porta in faccia allultimo secondo? vero, spesso ero io a gettare la spugna prima di essere rifiutata, ma questa volta non mi era stata concessa alcuna opportunit. Di fronte a una simile disperazione, a una ragazza rimane sempre lo shopping. Affrontammo lo Yaohan con gli occhi sgranati tipici dei turisti: ogni minima sciocchezza esotica ci pareva irresistibile, il denaro era privo di valore e avevamo la sensazione di trovarci in un videogioco pieno di fastidiose canzoni pop asiatiche e di commesse dagli ampi volti sorridenti che cantilenano in una lingua sconosciuta e se la ridono della tua stranezza; un videogioco in cui si acquista energia comprando assaggi di cibo, T-shirt, animaletti di peluche, saponi dal profumo dolciastro e lucidalabbra dai colori vistosi. Notai che nel Brunei la maggior parte delle donne, pur vestite sobriamente, non si coprivano il capo, come invece accade in altri Paesi musulmani. Erano lontane mille miglia da quelle sensazionali donne piene di stile che avevo potuto intravedere durante la mia breve sosta a Singapore. Leanne e io, messa da parte la rivalit della sera prima, facemmo coppia, con lei che mi accompagnava verso il banco dei trucchi Shu Uemura. Le commesse ci impartirono lezioni e ci dispensarono consigli, il tutto a gesti. Animata da spirito caritatevole, Leanne mi fece sedere su uno sgabello e mi mostr come truccarmi gli occhi in modo da non avere sempre laria di una in attesa di un provino per Gli uomini preferiscono le bionde. Che bella pelle, disse applicandomi il fard sugli zigomi. Sembri Biancaneve. Di dove sei? New Jersey. No, voglio dire, che cosa sei? Quella domanda mi sembrava sempre assurda. Che cosa sei? Una strega buona o una strega cattiva? No, sono solo Dorothy Gail, del Kansas. Russa. Polacca. Pensavo qualcosaltro. Sono stata adottata, aggiunsi. Interruppe la sua opera di assistenza e mi guard con una specie di interesse mescolato a qualcosa di simile alla comprensione. Sai chi sono i tuoi veri genitori? I miei veri genitori sono i miei genitori adottivi.

il genere di domanda a cui tutti i bambini adottati sono abituati a rispondere, una domanda sentita un milione di volte. Te la fanno talmente spesso che ormai non la senti nemmeno pi. Eppure fece lei. Lasciai cadere la conversazione. Non volevo addentrarmi nellargomento con lei. Se volevo andare oltre il mio atteggiamento di difesa nei confronti della mia famiglia dovevo discuterne con qualcuno che fosse in grado di capire pensieri pi complessi. Ma la verit era che aveva ragione lei. La verit era che mi facevo delle domande. La mia famiglia era la mia famiglia, eppure Eppure mi domandavo se la spiegazione alla mia irrequietudine risiedesse da qualche parte nel mio DNA, se da qualche parte nella mia biologia avrei potuto trovare la freccia che mi indirizzava verso la meta a cui ero destinata. Leanne mi gir verso lo specchio. Il trucco era leggero ma incantevole. Comprai tutto. Erano i primi trucchi che non avessi acquistato in un negozio Rite Aid e i primi consigli per la cura del corpo che non mi arrivassero da una drag queen o una spogliarellista. Leanne e io ci allontanammo ognuna con una voluminosa busta piena di colori e pozioni. Il mio prestigio andava aumentando: ero davvero una signora, con la mia trousse di ombretti e il mio denaro di provenienza incerta. Comprai anche del t dietetico e un nuovo paio di pantaloni da ginnastica, giurando a me stessa che la mattina dopo avrei fatto un po di palestra. Per lennesima volta in vita mia mi riproposi di costringermi ad avere un corpo pi snello e desiderabile. Fanculo la biologia. Potevo costruire me stessa secondo limmagine che pi mi aggradava. Ecco la libert che deriva dal non conoscere lorigine del colore dei propri occhi. Fatti in l, Audrey Hepburn. Anche se questo principe azzurro mi aveva scartata, ce ne sarebbe stato un altro, e questaltro non mi avrebbe scartata. Avrei fatto in modo che non accadesse. Per cena mangiai solo insalata e un po di pollo. Non ho bisogno di niente, ricordai a me stessa. Quasi di niente. Cerano monaci che sopravvivevano con un chicco di riso al giorno. Il bisogno solo unillusione. Esiste solo la volont, e i forti sanno vivere desiderando e non avendo. E siccome nessun altro si offriva volontario, sarei stata la cheerleader di me stessa. Sii forte. Forza, ragazzi! Mi sentivo una persona rinnovata, determinata. Dopo, tuttavia, quando mi fui seduta per usare i nuovi trucchi e mi guardai allo specchio, dovetti affrontare la realt. Il mio ruolo da cheerleader mi si sfil di dosso con la stessa rapidit con cui avevo perso il costume tenuto insieme dal velcro quando avevo interpretato la Vittima n. 1. Dal mio stomaco sal un cupo brontolio. Nonostante i discorsetti dincoraggiamento a me stessa sapevo che

non sarei mai morta di fame per diventare pi bella. E che potevo anche leggere tutti i libri della biblioteca senza uscirne pi intelligente di prima. Ecco qual era la verit. Non ero carina abbastanza, n intelligente abbastanza, n popolare abbastanza, n talentuosa abbastanza, n speciale abbastanza. Ero solo una trafficona come tante che talvolta, a suon di chiacchiere, era capace di ottenere ci che desiderava. Con o senza lombretto nuovo, la mia immagine allo specchio mi suscitava lo stesso ribrezzo di prima. Con un sospiro, scelsi un pennello e mi misi al lavoro. Quella sera Eddie, gli occhi sporgenti, agitato e viscido come al solito, si accomod su unottomana tra Serena e me. In genere gli uomini si sedevano su quelle ampie ottomane invece che sulle poltrone basse, probabilmente perch non si trattenevano a lungo in un posto. Le ragazze, invece, rimanevano parcheggiate sulla stessa poltrona per lintera serata, sprofondando un po alla volta e trasformandosi in tante marionette senza vita, finch poi entrava il principe e tutte quante raddrizzavano la schiena come se qualcuno avesse appena tirato la cordicella che avevano al centro della testa. Eddie si rivolse innanzi tutto a Serena. Tu canterai stasera? Ma certo che avrebbe cantato. La prima impressione che aveva avuto su di me era quella giusta. Non ero una minaccia per la sua gelida, impertinente biondezza. Di una cosa si pu sempre essere certi: che a conquistarsi il ragazzo sar il soprano. Poi Eddie si gir verso la mia poltrona, nella quale ogni minuto che passava mi sentivo retrocedere sempre pi nellombra. E tu canterai? O forse no. Serena palpit di irritazione. Tu canti adesso. Nellattraversare la sala per avvicinarmi al microfono avvertii un lieve tremore: era ladrenalina appena entrata in circolo. Non ero preparata. Erano passate tre sere da quando, miracolosamente, ero riuscita a cantare Kasih ed ero sicura che gli dei non sarebbero stati dalla mia parte una seconda volta. Ma mi sbagliavo su un sacco di cose. Cantai di nuovo benissimo, guadagnandomi sorrisi di approvazione tuttintorno, compreso quello del principe. Quando Serena si alz per cantare Someone to Watch Over Me, la sua esibizione fu piatta in maniera imbarazzante. Io la ascoltai con genuino piacere. Non era la Sandy che si credeva di essere. Durante il primo ritornello

Fiona richiam la mia attenzione e mi chiese di raggiungerla l dove sedeva accanto a Robin. Quando arrivai nel centro del potere, le tre poltrone lungo la parete, Robin si rivolse a me. Siediti qui, disse battendo la mano sulla poltrona alla sua sinistra. Fiona stava sempre seduta alla sua destra. Quella era lagognata poltrona della seconda delle sue favorite. Rimasi seduta l per il resto della serata, stando attenta a comportarmi garbatamente, tenendo le ginocchia bene unite e aprendo bocca quando mi si rivolgeva parola. Il fatto di sedere accanto a Robin mi teneva sotto tensione e allerta. Il principe chiacchier con Fiona per quasi tutto il tempo, ma ogni tanto si girava verso di me e mi faceva domande casuali. Ti piacciono i cavalli? Adoro i cavalli. Ho saputo che giochi a polo. In realt non adoro i cavalli. Ovvero, non ho nulla contro di loro, ma sono pi un tipo da cagnolino o gattino. Preferisco gli animali che possono stare assieme a te sul divano a guardare la tv. E in vita mia non avevo mai visto una partita di polo. Infatti. uno sport molto pericoloso. Stavo tirando a indovinare. Devi essere davvero coraggioso. Mi piacerebbe vederti mentre giochi. Credo che ne avrai loccasione. Che te ne pare del mio Paese? La nostra conversazione prosegu su questo registro. Cominciarono i brani da discoteca e restammo a guardare le ragazze che ballavano al ritmo di Things That Make You Go Hmmmm e Like a Prayer. Sulla pista da ballo tutte cantavano i ritornelli pi orecchiabili, anche se la maggior parte nemmeno sapeva cosa stesse dicendo. Quando si ubriacavano, asiatiche e occidentali davano fuori di testa allo stesso modo, giravano come trottole, sollevavano le gonne, si ammassavano luna sullaltra per fare il trenino. Era un modo per liberarsi dalla noia. Una noia da farti scoppiare il cervello. In quel momento, tuttavia, io non ero annoiata. Alle feste del principe, ministri e signore nella stessa misura vivevano secondo il proprio status, e il mio si era appena elevato di parecchio. Era unequazione complessa che variava ogni sera. Avevo superato il primo test: ero stata ignorata e la mia reazione era stata appropriata. Ci ero rimasta male ma non troppo, mi ero ingelosita ma senza esagerare. Se avessimo giocato a Scale e serpenti, io sarei appena approdata su quella larga scala a pioli che si arrampica in cima al tabellone saltando tutti gli spazi intermedi. Stavo per guadagnarmi un sacco di antipatie. Fiona si sporse in avanti per guardarmi, come per confermare qualcosa di cui stava parlando con Robin.

Secondo me, a mio fratello lei piacerebbe molto. Non credi anche tu? disse il principe rivolto a Fiona, ma a voce abbastanza alta perch lo sentissi. Lei annu. E con questo cosa diavolo intendeva dire? 13 Il sole che si rifletteva sui fianchi in vetroresina dello yacht era talmente accecante che quando distolsi lo sguardo vedevo ancora le macchie luminose. In confronto a quel panfilo, talmente mastodontico da assomigliare pi a una nave da crociera che a unimbarcazione privata, ero un essere minuscolo. Ad accogliermi sul ponte trovai dodici membri dellequipaggio. Lafa era tale che il labbro superiore e il sottoseno mi si imperlarono istantaneamente di gocce di sudore. Mi pentii di aver voluto indossare i pantaloni alla torero e il corto bolero di Destiny. Quella mattina, quando avevano bussato alla porta, avevo pensato che mi avrebbero rinchiusa in unaltra ghiacciaia porno, e invece mi avevano accompagnata in macchina fino al porto. Cosa avrei dato per un bikini, un cappello a tesa ampia e delle lucenti unghie smaltate di rosso da stringere intorno a un bicchiere di champagne. Non cos che ci si veste per una crociera sullo yacht di un principe? Comunque, che i miei straccetti fossero adeguati alloccasione o no, ero piuttosto compiaciuta alla prospettiva di una crociera di piacere con una dozzina di persone al mio servizio. Era proprio da me: barche di lusso e champagne per una femme fatale di livello internazionale che percorre ancheggiando la passerella mobile. Quando arrivai a bordo e mi ritrovai di fronte a loro, per, gli uomini e le donne dellequipaggio con le loro eleganti uniformi mi sembrarono confusi. Le loro pupille vagavano a destra e a sinistra, ciascuno controllava il proprio vicino per capire chi avrebbe detto o fatto qualcosa per primo. Fu il capitano, un giovane australiano cotto dal sole, a darmi il benvenuto, affidandomi subito dopo a due gioviali ragazze mentre il resto dellequipaggio tornava alle consuete occupazioni. Mi sa che pi o meno portiamo la stessa taglia, disse la pi corpulenta, una mora dallampia dentatura. Mentre mi portavano in giro per un lato del ponte e poi negli alloggi dellequipaggio sottocoperta, sinformarono su di me con voce cantilenante. Di solito fai parte dellequipaggio di una delle altre barche della famiglia? No.

Allora rimarrai qui con noi? Ci vorr solo un minuto per prepararti la cuccetta dove dormiva Allison. Se n andata gi da tre settimane, ma ormai pensavamo di salpare con un uomo in meno. Aprirono un armadio pieno di divise come le loro, ciascuna appesa ordinatamente dentro una busta di plastica, ogni stampella sistemata alla stessa distanza dalle altre. Sollevavano gli indumenti davanti a me valutando a occhio se potevano andarmi, e misero insieme un completo che sistemarono su un attaccapanni. Sono sempre stata convinta che le persone che appendono gli abiti in maniera ordinata siano migliori di me, persone dallanima pi candida. Sei stata assunta tramite Leslie? No. Davvero? Delle assunzioni adesso si occupa qualcun altro? A noi non stato detto niente, aggiunse la ragazza bionda. Aspettavano spiegazioni. Io tenevo duro e a mia volta aspettavo spiegazioni da loro. Le due marinaie avevano unaria cos pulita e sana che a guardarle quasi facevano male gli occhi. Ebbi limpressione che negli angusti alloggi dellimbarcazione non ci fosse posto n per il disordine, n per i segreti. Chiss come sarebbe stato vivere una vita su cui non si era costretti a mentire? Da quanto lavori come hostess di bordo? Veramente, io non sono una hostess. Ah. Non ci capivano pi niente. Si scambiarono unocchiata, poi tornarono a fissarmi. Non per essere sgarbata, disse la bionda, ma tu qui cosa ci fai? Una delle cose pi utili che ho imparato nel Brunei non fornire troppe informazioni. Avevo imparato a evitare di parlare finch non ero assolutamente certa di ci che stava succedendo. sempre meglio non scoprire di propria iniziativa le carte che si hanno in mano. Che cosa vi hanno detto? mi informai. Niente, rispose la mora. Ci hanno detto solo di salire sul ponte a dare il benvenuto alla nuova hostess di bordo. Ma allora, se non sei una hostess Capirai bene che siamo confuse. Be, allora diciamo che sono una hostess. E con questo si convinsero. Trovammo una divisa che mi stava a pennello. I pantaloni di poliestere inamidati mi tiravano un po in prossimit della sporgenza tra sedere e cosce, ma in genere i pantaloni mi donano. Non appena mi ritrovai vestita esattamente come loro, la conversazione con le due ragazze si fece pi sciolta. Convenimmo che mi sarei limitata a fare ci che

facevano loro. Avrebbero dovuto tenermi un corso accelerato, visto che entro unora il sultano e la sua famiglia sarebbero saliti a bordo per una crociera di un giorno. La formazione adeguata, completa di tutti i particolari, me lavrebbero fatta in un secondo tempo. Ero convinta che non ce ne sarebbe mai stata occasione, ma le ringraziai comunque. Mi stavo rendendo conto che il principe amava mettere le persone che aveva attorno in situazioni bizzarre, tanto per vedere come reagivano. Eravamo i suoi topolini da laboratorio. Mi domandai se non avesse qualcosa che non andava, una vena di sadismo o una personalit borderline. O semplicemente aveva troppi soldi e troppo potere. Le ragazze aprirono tre lattine di Diet Coke e mentre la sorseggiavamo mi spiegarono in cosa consisteva il lavoro. Lavoravano come assistenti a bordo di yacht ed erano state ingaggiate in Australia sei mesi prima con un equipaggio che era sempre rimasto lo stesso. Per entrambe era limpiego pi agevole che avessero mai avuto; da quando erano alle dipendenze del sultano nessuno era mai salito sulla sua imbarcazione per una crociera che fosse durata pi di un giorno. Lidea di fare la hostess di bordo non suonava male. Avrei passato le notti dondolando in una cuccetta e ascoltando lo sciabordio delle onde contro lo scafo. Le giornate, invece, le avrei trascorse passeggiando su e gi per il ponte con un drink. Nelle serate libere avrei bevuto merlot sotto un cielo pieno di stelle flirtando con il capitano. Forse avrei dovuto pensarci seriamente. Magari mi sarei potuta trattenere a bordo senza che nessuno dei responsabili si accorgesse che non avrei dovuto trovarmi l. Forse avrei dovuto approfittarne per liberarmi dal controllo del principe, prima di fare la brutta fine di Serena e Leanne. Le ragazze proseguirono nella descrizione del lavoro. Dovevamo prendere gli ordini di cibo e bevande, sparecchiare senza mai lasciare un solo bicchiere vuoto in giro. Aspettare in piedi di fianco alla porta di ogni stanza, pronte nel caso di qualsiasi richiesta. Dovevamo essere presenti e invisibili allo stesso tempo. Distribuivamo stuzzichini. Sistemavamo le stanze non appena qualcuno ne usciva, in modo che le ritrovassero in condizioni impeccabili nel caso vi fossero rientrati. Mi portarono anche in bagno per mostrarmi il trucco pi importante di tutti: come ripiegare il rotolo di carta igienica in modo che il primo strappo fosse in posizione perfetta dopo che qualcuno aveva usato la toilette. una cosa che adorano. Gli d la sensazione che gli stiamo sempre appiccicati come una cozza sullo scoglio. A ripensarci, forse il lavoro di hostess di yacht non faceva per me. Mi allontanai per un attimo dalladdestramento sulla carta igienica e bighellonai un po sul ponte, lasciando che il sole mi infondesse il suo calore attraverso la

rigida camicia bianca. Laria odorava di salmastro e del vago sentore di putrefazione portato dalla bassa marea. Era molto meno opprimente della giungla tropicale allinterno dellisola, e mi ramment le spiagge del New Jersey. Ogni estate andavo con la mia famiglia a Beach Haven, a Long Beach. L io e Johnny trovavamo una comitiva di ragazzacci intenti alle loro scorrerie. Un gruppetto di noi percorreva di corsa il tragitto che divideva loceano dalla piscina dellEngleside Motel e poi tornava indietro, per tuffarsi tra le onde spumose e poi di nuovo correre a rotta di collo sulla sabbia rovente e fiondarsi a palla di cannone nella parte pi alta della piscina. Cos, avanti e indietro per tutto il giorno, fermandoci solo qualche minuto a comprare un sorbetto alla vaniglia dal camioncino dei gelati. A fine giornata, cotti dal sole e con i capelli ancora incrostati di sabbia e sale, io e Johnny andavamo con i nostri genitori nella zona della baia, dove mangiavamo sandwich di molluschi fritti da Morrisons. Dopo cena facevamo una passeggiata sul molo e guardavamo le barche a vela che rientravano nel porto. Era questo, lodore della bassa marea che saliva dal porto, lodore che avevano le notti a Beach Haven. Le sensazioni che mi dava Beach Haven, invece, erano unaltra cosa. Ricordo che avevo limpressione che la mia pelle si squarciasse. Le luci del luna park, il sapore delle ciambelle zuccherate alla cannella che mangiavamo calde al mattino e il solletico dei granchietti in mezzo alla sabbia non erano sensazioni che mi arrivavano dallesterno, ma facevano parte del mio corpo. sempre stato cos. Il Brunei, invece, era allopposto. Ogni giorno che passava mi staccavo sempre di pi dal mio corpo. In ogni momento ero pi scollegata dal mondo circostante. Mi accorsi di questa perdita con un po di tristezza, ma anche con una sorta di soddisfazione. Non poter pi sentire il proprio corpo era in s come un porto sicuro, come una specie di libert. Da dove mi trovavo vidi fermarsi una carovana formata dalle onnipresenti Mercedes. Appena gli addetti alla sicurezza in borghese e le guardie in divisa emersero dalle auto e salirono a bordo, disponendosi a ventaglio per garantire la sorveglianza sulla nave, io mi ritirai in cabina. Il protocollo di sicurezza era allinsegna della discrezione. Una volta saliti a bordo, gli uomini erano la discrezione in persona. Se non si osservava attentamente si poteva anche non capire quale grado di protezione vigesse intorno alla famiglia reale, quanto stretta fosse la vigilanza su tutti noi. Ogni cosa era organizzata con estrema cura allo scopo di preservare lillusione di una vita normale per il sultano, i suoi fratelli e le loro famiglie; o, piuttosto, una raffinata versione di una vita normale sotto una campana di vetro, allinterno della quale qualsiasi bisogno o desiderio veniva soddisfatto ancora

prima che si manifestasse. Probabilmente pensavano che la carta igienica si ripiegasse magicamente in un triangolo perfetto ogni volta che avevano finito di usarla. Una situazione soffocante. Non cera da meravigliarsi se il principe non aveva voglia daltro che di scopare in continuazione. Le guardie in borghese indossavano completi eleganti e passeggiavano per la barca distribuendo ordini, passando in continuazione e senza sforzo alcuno dal malay a un inglese dallinflessione britannica e viceversa. Uno di loro rimase per un po a parlare con la hostess bionda. Comunicavano a bassa voce da un lato allaltro della stanza e a un certo punto la conversazione si spost su di me. Me ne accorsi perch la guardia mi diede una rapida occhiata e poi si ferm a riflettere prima di riprendere a parlare. Neanche lui aveva idea di cosa diavolo ci facessi l, ma sapeva pi di quanto sapesse lequipaggio del panfilo. Lui sapeva abbastanza. Quando mi inform che non avrei dovuto fare altro che stare nella cabina del sultano e prendere gli ordini dei drink, la hostess bionda mi si rivolse in tono piatto e inespressivo. Alla fine non mi sarebbe toccato pulire i bagni. Non sono sicura di cosa si fossero detti durante quella conversazione ma, di qualunque cosa si trattasse, fra loro e me si era innalzato un muro invisibile. La dentona mi disloc di fianco alla porta di un ampio salotto rivestito di lucido legno scuro e circondato da finestre. Mi lasciarono l in piedi, e per il resto della giornata lunica persona che mi rivolse la parola fu il barman, mentre preparava i bicchieri con le mie ordinazioni. Non rimasi per molto l in piedi a non fare nulla. Presto ci fu un trambusto e un branco di tate e di bambini mi pass accanto di corsa riversandosi nel salotto. Probabilmente non si trattava solo della famiglia ristretta, perch erano tantissimi. Subito dopo arrivarono il sultano e la regina. Il sultano appariva meno imponente rispetto alla raffigurazione sulle banconote. La regina era il doppio di lui e indossava un informe abito tradizionale che era tutto uno scintillio. Durante la navigazione la osservai: se ne stette seduta in silenzio per tutto il giorno, rispondendo con un sorriso grazioso a chi le rivolgeva la parola. Sembrava contenta di guardare i bambini che giocavano, ma non si alz mai dal suo posto per unirsi a loro. Per tutto il giorno non feci che portare bevande gassate alla famiglia reale e togliere i bicchieri vuoti quando avevano finito di bere. Vagai per la stanza offrendo vassoi di stuzzichini. La regina mi sorrise e mi guard negli occhi, e mi parve quasi dispiaciuta quando attir la mia attenzione per chiedermi di portare qualcosaltro da bere. Come se mi avesse disturbata o avessi altro da fare. Accidenti, mi sentivo unidiota. Secondo me, ero l a servire Coca-Cola ai figli di quel tizio per permettergli di poter dare una bella occhiata al mio culo. Il sultano era di una bellezza diversa da quella di Robin. Era un po pi anziano, pi serioso. I suoi baffi erano pi alla Magnum P.I. che alla Errol

Flynn. Mi ignorava. Cominciai a sospettare che ci fosse stato un errore di comunicazione. A qualcuno era venuta lidea di spedirmi sullo yacht, ma senza dire a nessuno, nemmeno al sultano, cosa vi stessi a fare. Ma alla fine della gita, quando lui e la regina uscirono dalla stanza, il sultano mi guard negli occhi per la prima volta, mi rivolse un sorriso dintesa e, addirittura, mi fece locchiolino. Io tentai di rispondergli con uno sguardo, nelle mie intenzioni, assolutamente irresistibile. Dopotutto lui era il sultano, e se dovevo passare di mano in mano volevo ricavarne tutto il bene possibile. Il mio istinto di sopravvivenza era entrato in azione. Non avevo alcun motivo di credere che se fossi stata sgradita, se fossi stata giudicata indesiderabile e non degna di interesse, mi avrebbero buttata gi da un dirupo o sbattuta nel portabagagli di una macchina sottraendomi al mondo per sempre, eppure ero pronta a lottare con tutte le mie forze per rimanere in equilibrio sulla precaria fune del favore reale. Forse non cera bisogno di una minaccia fisica; forse bastava la minaccia di sentirsi indegna damore. Con il senno di poi, fu un bene che dentro di me stesse montando la voglia di combattere, perch di l a poco ne avrei avuto bisogno. Quando attraccammo non cera nessuno a ricevermi, ma lo spettro di essere stata dimenticata non mi preoccupava pi. Restituii la divisa e feci un pisolino su una panca della cucina, finch il barman venne a scrollarmi una spalla per avvertirmi che un autista mi aspettava. Unaltra cosa utile che ho imparato nel Brunei la capacit di dormire, qualunque cosa o quasi accada intorno a me. Posso raggomitolarmi su una panchina in un centro commerciale, nella vasca da bagno di un hotel, sul pavimento di un aeroporto e addormentarmi nel giro di qualche secondo. Le cose si fanno pi difficili quando buio e sono da sola nel mio letto. Per qualche motivo, c meno rischio di avere incubi dormendo su una panchina. Quando arrivai al palazzo erano gi uscite tutte per andare al party. Mi spogliai e camminai per la stanza, mi lasciai cadere nella vasca e calcolai che avevo esattamente mezzora per raggiungere la festa prima dellarrivo del principe. Ci era stato fatto intendere che se non ci fossimo presentate alla festa sarebbe stato meglio per noi che stessimo morendo di malaria; in caso contrario, il rischio era di dover indietreggiare di dieci passi, finendo sullo scivolo dellimmondizia, ed essere punite, ignorate. Mi incipriai la pelle delicata del naso, che dopo i pochi minuti trascorsi sul ponte dello yacht si stava gi arrossando, quindi mi tirai su i capelli e saltai su un golf cart. Quando arrivai nel salone erano le dieci passate. Non ero riuscita ad arrivare in tempo: Robin era gi nella stanza, appoggiato al bordo del divano, intento a chiacchierare con Yoya. Lei teneva gli occhi spalancati e stava

gesticolando: sembrava una bambina che racconta a suo padre un evento particolarmente memorabile accaduto quel giorno nel cortile della scuola. Robin la ascoltava a braccia incrociate, un mezzo sorriso dindulgenza sulle labbra. Nella sua espressione captai un qualcosa che mi fece addirittura incespicare nel tappeto e perdere per un attimo lequilibrio. Il principe aveva unespressione tenera, spontanea. Dava limpressione di amarla. Non di un amore passionale, ma piuttosto di un amore paterno. Forse era solo unillusione ottica dovuta alle luci soffuse, un inganno del mio cervello, ma mi fece riflettere. Sebbene non avessero nemmeno gettato uno sguardo nella mia direzione, intorno a Serena e Leanne gravitava unenergia maligna, una tempesta che minacciava di scoppiare riversandosi sulla mia testa. La cosa mi turb. Ripresi il controllo di me stessa e mi avviai verso la mia poltrona, verso le nubi basse e minacciose, ma Eddie mi guid al passo facendomi uscire direttamente dalla stanza. Mi stava aspettando. Era Eddie che ogni santa sera dava il segnale alla ragazza che, secondo le disposizioni del principe, doveva uscire dal salone. E quella sera la prescelta ero io. Mi fece strada gi per le scale fino a una stanza in cui non ero mai stata. Era unenorme stanza rotonda provvista di porte lungo tutto il perimetro. Sembrava un gioco a premi. Dietro la porta numero tre c un frigorifero nuovo, dietro la porta numero sei c una tigre, dietro la numero sette c una camera da letto, dove Eddie mi deposit e poi chiuse la porta a chiave dallesterno. Sembrava che le stanze del palazzo si chiudessero tutte dallesterno. Robin arriv un quarto dora dopo. Allora, raccontami com andata la giornata. Che successo? Lhai conosciuto? Capii che per Robin contava molto lapprovazione del fratello riguardo alla sottoscritta. Scelsi una serie di particolari della giornata. Giudicai opportuno non menzionargli la moglie. Le mogli aleggiavano nellaria come segreti di famiglia che tutti fanno finta di non conoscere: sempre presenti, ma nessuno ne parla. Che te ne sembrato di mio fratello? Mi ha strizzato locchio. Mi ha sorriso. E stato carino. Ti ha fatto locchiolino? Robin sembrava soddisfatto e tir fuori una fotocamera digitale. Era la prima volta che ne vedevo una. Voleva farmi delle foto da mandare al sultano? Per noi due, disse il principe, rispondendo alla mia domanda telepatica. Quindi esisteva un noi due? Mi sentii sollevata. Non volevo essere passata a qualcun altro. Mi sarei sentita come se Robin mi avesse attaccato

unetichetta allorecchio e messa allasta al migliore offerente. Anche se ero un bene di propriet, volevo essere stimata molto pi di cos. Nella vita qualsiasi circostanza pu trasformarsi in normalit, se si lascia che accada. La ragazza che solo qualche settimana prima aveva caldamente consigliato alla sua amica in lacrime di mandare al diavolo quel farabutto traditore del suo ragazzo era capace, senza battere ciglio, di stare seduta sul bordo di un letto sperando di essere amata da un uomo che di amanti ne aveva almeno una quarantina, tutte sedute a quindici metri da quella camera e questo senza nemmeno contare le mogli! Da Patti Smith mi ero trasformata in Patty Hearst, la ricca americana sequestrata dai guerriglieri e innamoratasi del suo carceriere. Cosa avrebbe fatto Patty Hearst? Si sarebbe invaghita di Robin, se non altro per salvarsi dalla noia e dallo schifo, per risparmiarsi di provare disgusto per se stessa e per il prossimo. Era una trappola. Robin aveva studiato nelle migliori scuole dInghilterra, era potente sia nel regno delle finanze sia in quello della politica, era un narcisista patologico, un professionista della manipolazione, un sessodipendente e un campione nel collezionare donne. Non avevo scampo. Pensai che sicuramente non aveva mai conosciuto una come me. Forse io sarei stata diversa dalle altre. Forse io sarei stata la donna che lo avrebbe reso felice. E magari anchio ci avrei guadagnato un po di felicit. Colleg la fotocamera a un monitor su un tavolo sistemato per loccasione nellangolo della stanza, dopodich cominci a scattarmi delle foto. Dal letto su cui mi trovavo potevo vedere il monitor. Eccomi sullo schermo, una caricatura di pornodiva, una ragazzina dalla faccia tonda e dal culo pasciuto che indossava solo delle autoreggenti. Guardati. Sei perfetta, comment lui pi tardi facendo scorrere le foto. Non devi cambiare mai. Ero perfetta. Passami quel tuo berretto sciccoso, Patty. Dora in poi me lo metto io. Una volta che fummo rivestiti e pronti per rientrare alla festa, Robin mi porse una scatolina. Conteneva una catenina doro da cui pendeva un diamante a forma di cuore. Era il primo gioiello che mi regalava ed era molto meno sfarzoso dei Rolex con il quadrante con diamanti e delle parure di Bulgari che mi arrivarono in seguito, ma da parte sua si tratt di un regalo molto pi intimo e personale. Ero diventata una di quelle donne che aprono scatoline portagioielli per scoprire qual la sorpresa che vedranno scintillare sotto i loro occhi, una di quelle ragazze che si tirano su i capelli mentre qualcuno le aiuta a indossare una collana. La catenina sigl il nostro accordo. Quando tornai al mio posto sfoggiandola al collo, Serena e Leanne non mi degnarono neanche di uno

sguardo. Parlavano sottovoce, ma udii chiaramente la parola grassa. E poi la parola puttana. Ero esausta, ustionata dal sole, la pelle mi dava fastidio. Mi si riempirono gli occhi di lacrime. Non era solo per Serena e Leanne. Era per gli anni trascorsi chiusa nellaula darte allora di pranzo, a cercare rifugio dallo stesso genere di cattiveria, da quel mostrare i denti che di diverso allora aveva solamente il contorno di un apparecchio ortodontico. Magari avrete pensato che ormai fossi diventata immune a tutto questo, ma in realt a questo genere di crudelt non ho mai fatto labitudine. E mi rinfacciai duramente la mia debolezza: mai farti vedere mentre piangi. Sovrastando la musica, Fiona mi chiam, facendomi segno di raggiungerla. Andai a sedermi nel posto accanto a lei, una poltrona vuota a dividerci perch Robin stava facendo il suo giro. Mi sentivo il viso in fiamme e avrei voluto che i miei occhi riassorbissero le lacrime. Non volevo che qualcuno mi vedesse mentre me le asciugavo, cos ne lasciai cadere una sulle guance asciugandomi il mento quando mi avvicinai il bicchiere alle labbra. Fiona non fece cenno di notare le mie lacrime, n il fatto di avermi appena salvata. Era una donna meravigliosa. sempre stata inappuntabile. Io, invece, sono sciatta per natura. Come metto un punto di cucitura, ecco che ne salta subito un altro. Avevo bisogno di unalleata e Fiona faceva al caso mio. In realt non mi fidavo completamente di lei, per iniziavo a capire la sua strategia. Per lei era pi conveniente tenersi amica la ragazza alla sinistra di Robin. Ecco perch mi aveva dato una grattatina sulla schiena. Immaginai volesse che io ricambiassi le sue grattatine senza per tentare di spodestarla. Se era cos, per me andava benissimo. Se era cos che ci si sentiva a essere la seconda tra le favorite, non ci tenevo a sapere come fosse trovarsi nei panni di Fiona. 14 Per le due sere successive la ragazza che scompariva dalla festa fui io. Al segnale di Eddie sgattaiolai fuori dalla stanza e aspettai Robin nella camera della prima sera. Mentre aspettavo, seduta, mi ricordai di una festa di compleanno di met anno in onore di una ragazzina che non sopportavo, ma talmente popolare nella scuola che mi fu impossibile rifiutare linvito; talmente popolare che mia madre aveva insistito perch mi presentassi con abito e pettinatura nuovi; di famiglia talmente ricca e ridicola che una delle attivit durante la festa fu rappresentata da un alto contenitore di vetro che sputava banconote da un dollaro e tu dovevi afferrarne pi che potevi in trenta secondi. Me lero filata alla chetichella anche da quella festa.

Me lero svignata per incontrare un ragazzo, anche lui parecchio pi popolare di me. Gli si erano irrobustite le spalle prima degli altri ragazzi, ma in lui cera anche qualcosa di fosco. Sotto gli occhi gli si leggeva come una stanchezza, una sfumatura ditterizia sulla pelle olivastra. Nello zaino portava una confezione di siringhe di insulina. Nei cassetti delle scrivanie dei suoi insegnanti cerano delle bottigliette a forma di orso piene di miele, nel caso la sua glicemia subisse un brusco e pericoloso calo. Non so cosa avesse spinto Danny a scegliere me fra tutte le ragazze che cerano alla festa quella sera. Mi aveva fatto segno con un cenno della testa e ci eravamo trovati sul green del campo da golf, per poi passeggiare fianco a fianco sullerba. Io mi ero tolta prima le scarpette di raso rosa con le clip a forma di roselline, poi le calze bianche, per avere la sensazione dellerba sotto i piedi. Il prato brillava di un verde fluorescente e la notte era placida. Mi sdraiai sopra la sua giacca e ci baciammo nel fitto degli alberi; fu una dolce novit ottenere qualcosa di cos improbabile come un bacio di Danny Rosen mentre, con il naso allins, guardavo la luna piena di primavera. Defilarsi dalla festa del principe aveva poco di nuovo e di dolce, per portava con s un retrogusto simile. Essere desiderata e trovarsi in un posto cos insolito aveva in s qualcosa di simile alla magia. Simile, ma non del tutto. Avevo sempre un biglietto aereo per tornare a casa il giorno dopo. Ari aveva infatti programmato di rientrare da Los Angeles lindomani mattina per essere presente alla partenza mia e di Destiny. Ai party saremmo state rimpiazzate da una nuova messe di ragazze che Ari avrebbe portato con s. Avevo gi ripreso la mia valigia dal guardaroba al piano di sotto e avevo quasi terminato di prepararla. Robin, per, non fece cenno al mio biglietto nemmeno dopo che mi ebbe raggiunta nella solita camera. Ero delusa che mi lasciasse andare con tale facilit, ma cercai di consolarmi dicendomi che nel complesso era stata una bella esperienza. Non cera bisogno di buttarla troppo sul drammatico: ero consapevole che avrei superato la delusione amorosa per Robin e che dopotutto le settimane passate nel Brunei mi avrebbero dato lo spunto per un racconto divertente Alla fine di tutto, perlomeno rimane una storia da raccontare. Inoltre, sarei stata contenta di ricevere il denaro che mi spettava. Circolava voce che ti consegnassero una busta, un regalo, che infilavi dentro la borsetta e aprivi solo in un secondo momento. Tutte le ragazze davano per scontato che contenesse parecchio di pi di quanto ci fosse stato promesso. Dopotutto il principe non si era innamorato di me. Le mie fantasie con tanto di diadema in testa non volevano ancora saperne di smorzarsi, ma una buona parte di me era contenta di tornare a casa per ricongiungersi alle cose a

cui tenevo di pi: i miei amici, il teatro, quella magnifica storia damore che la citt di New York, la mia vita, che era solo agli inizi. Ero seduta nella mia poltrona e Fiona nella sua quando Robin fece la sua solita tranquilla passeggiata nella sala con il vodka tonic in una mano e uno scettro invisibile nellaltra. Quando eravamo sedute l, Fiona era contenta alla stessa maniera di chiacchierare o di restare in silenzio. Lei non era ipocrita come le altre ragazze. O, in alternativa, era di unipocrisia talmente raffinata che era impossibile percepirla. Cercai di memorizzare i volti delle ragazze, gli angoli tra le pareti e il soffitto, laspetto di Robin quando era di spalle. Incollai ogni particolare in un album fotografico mentale che avrei potuto tirare fuori e mostrare alla gente, verso lorario di chiusura, dopo una serata passata da Max Fish. Guardai Eddie che accompagnava Destiny fuori dalla sala per consegnarle la famigerata busta. Quando rientr nella stanza, lei mi fece locchiolino. La osservai mentre abbracciava le altre ragazze, gli uomini e le domestiche con cui aveva fatto amicizia. Tutti le volevano bene. Con quelle sue tette gigantesche, le sue mise stravaganti e il modo schietto di esprimersi, si era dimostrata una vera simpatia. Si fatta molto apprezzare, sottoline Fiona. Purtroppo per lei, non sempre popolarit e successo vanno di pari passo. Mi tenni pronta per quando Eddie mi avrebbe chiamata, ma non si fece avanti nessuno. Mi confidai con Fiona, dicendole che mi sentivo sempre pi agitata. Oh, rilassati. Tu non parti. Era la prima volta che sentivo dire che forse non sarei dovuta partire. Decisi di non crederle. Non era lei a gestire le cose l dentro. Non poteva sapeva tutto su come funzionavano. Ma prima che avessi il tempo di dirle che secondo me si sbagliava, Robin torn a sedersi al suo posto. La serata andava avanti e Eddie non si avvicinava, non diceva una parola, e cos Madge o chiunque altro. Avvertii il ronzio del panico accendersi nel mio petto. Perch non mi pagavano? Avevo combinato qualcosa di sbagliato? Ma poi Fiona, alzando gli occhi al cielo per lesasperazione, decise di affrontare largomento. preoccupatissima, pensa di dover tornare a casa. Lui fece finta di essere sorpreso. Vuoi andartene? Ma no, ovvio che non voglio andarmene. Ma ho il volo prenotato per domani. Rimarrai qui, naturalmente. Quindi si rivolse a Fiona: Perch non le dici le cose?

Ma io glielho detto. Ecco fatto. Mi riappoggiai allo schienale e feci mente locale. Sarei rimasta. E per quanto tempo? Non avevo pi vestiti, mi ero messa le stesse cose almeno tre volte. E poi avevo delle cose da fare, a casa. Dovevo fare cosa? Ripassai mentalmente la mia lista. I miei amici sarebbero rimasti l doverano. New York pure. Sean ormai provava schifo per me. Io e la mia famiglia avevamo affrontato situazioni ben peggiori: avremmo superato anche questa. E per quanto concerneva la mia carriera, le mie proteste non avevano alcun fondamento. Stavo facendo pratica in mezzo a un gruppo di gente in gamba, il che per non significava che io fossi in gamba come loro. Nel mio curriculum cerano la commedia ancora in divenire di Penny, tre recite ai tempi della scuola, due film da studenti e quella che, molto probabilmente, era la peggiore performance nel peggior film di vampiri che fosse mai stato girato. Obiettivamente, in mano non avevo niente. A parte qualche grandioso progetto. Ma quelli potevano aspettare. Avvertivo in me entrambe le estremit dello spettro delle emozioni: mi sentivo euforica e nauseata allo stesso tempo. Stavo trionfando, e stavo colando a picco. 15 i giorni trascorrevano, superando prima il limite delle due e poi quello delle tre settimane, e intorno al tavolo adesso stava seduto un nuovo assortimento di sfavillanti e ignare ragazze americane. Di fianco a me cera Taylor. Naturalmente aveva trovato il modo di venire nel Brunei. Dandole il tormento, convincendola con moine e lusinghe, ovvero persuadendola con lipnosi, aveva indotto Ari a farle avere un biglietto. Taylor non era una a cui si potesse dire di no. Allinizio fui cauta con lei, ma davanti a ogni altro genere di competizione la sua collera si era sedata e tornammo a essere le grandi amiche di prima. Questa volte le americane e le europee dalla casa numero cinque si riversarono nella casa numero sei. La gran parte delle ragazze asiatiche, fatta eccezione per Leanne e Fiona, alloggiava da unaltra parte, un posto che era pi simile a un college. Io e Taylor dividevamo una stanza nella costruzione numero sei. Leanne dormiva in una camera sullaltro lato del corridoio, mentre Serena aveva la camera padronale. Anche Ari occupava una camera padronale, ma nella numero cinque. Le attrici di secondo piano, quelle con le particine o che facevano una comparsata di un giorno (non affezionatevi, cambiano in continuazione), erano unamazzone bionda, una pallavolista di nome Kimmee, la groupie di un gruppo rock di nome Brittany che indossava un anello di fidanzamento donatole presumibilmente da Vince Neil, il leader dei Mtley Cre, e unantisemita che rispondeva al nome di Suzy, che mi

diede per la prima volta la gioia di sentire la parola ebreo utilizzata in una frase come: Ho fatto lebrea e ho contrattato sul prezzo di questi orecchini. Il principe aveva la possibilit di sposare quattro donne, ma ne aveva solo tre. Di conseguenza, la rivalit implacabile esistente tra le ragazze nel Brunei aveva come significato sottinteso la possibilit che il premio finale fosse una corona. E il gioco consisteva in questo: andare al di l di ogni supposizione, di tutte le invisibili gerarchie, ispirare lamore che vince ogni cosa per potersi trasformare dalla figliastra del mondo che si era giovanissima prostituta thailandese, playmate un po pi attempata, attrice bocciata ai provini, schiava in un negozio, zoccola illusa in versione rock a principessa. Da anatroccolo a cigno a un solo cenno del suo capo principesco. Alcune ragazze andavano e venivano, semplici volti intercambiabili nelle istantanee che per gioco ci facevamo nelle varie stanze della casa quando eravamo troppo sbronze e su di giri per prendere sonno (foto che in seguito mi avrebbero messa in imbarazzo, quando una delle ragazze le vendette al programma E! True Hollywood Story). Altre rimanevano pi a lungo a gingillarsi sotto il radar, come graziose decorazioni da divano. Alcune abbandonavano la panchina e si buttavano anima e corpo nel gioco. Nel Brunei subivano tutte, in qualche modo, una trasformazione, per la tensione emotiva, per la paranoia o per linsidioso senso di insicurezza che si fa strada in te quando ogni sera ti confronti con una stanza piena di altre ragazze. Voi cosa sareste state? Vi sareste fatte notare o sareste crollate? Sareste rimaste a combattere fino allultimo, o avreste preferito la fuga? *** Uno degli argomenti preferiti di discussione tra le ragazze era quello che raccontavano a genitori, fidanzati e mariti. Quando una pornostar fa la sua prima apparizione in un film, i capelli raccolti e un paio di occhiali sul naso prima di allungarsi sulla scrivania di un ufficio, la domanda che ci si pone sempre : Come lha detto ai suoi genitori? Serena raccont di avere inventato a beneficio dei suoi che frequentava il suo datore di lavoro. Al tipo con cui conviveva (il rosso che laveva accompagnata allaeroporto, che si era trasferito con lei a Los Angeles dal Kansas, non il suo ragazzo, come insisteva a dire lei) aveva raccontato di fare la bambinaia. A quanto capivo, Taylor non aveva i genitori. Non ne parlava mai e non faceva telefonate. Quando ci eravamo conosciute mi aveva inventato una storia riguardante una piantagione di peschi, quindi non avevo pi fatto domande, per risparmiarle di dover mentire. Stavo rimandando la cosa da troppo tempo e, a meno di non voler causare un incidente internazionale, era arrivato il momento di dire qualcosa ai miei genitori. Ogni volta che facevo una delle mie telefonate trafelate dal set delle

interminabili riprese del film a Singapore li sentivo sempre pi sospettosi. Vestita del mio pigiama con i gattini stampati, mi sedetti al mobiletto del telefono nellingresso rivestito in marmo, alzai la cornetta e composi il numero di casa. Fu una conversazione densa dimbarazzo, con la fastidiosa pausa delle linee telefoniche internazionali a ricordarci della distanza che ci separava. Raccontai che mentre ero impegnata nelle riprese del film avevo conosciuto un uomo e che adesso lavoravo per lui come assistente, e che si trattava del principe del Brunei. Di dove? domand mio padre. Del Brunei. E che cazzo sarebbe il Brunei? Avrei potuto inventarmi qualcosa di meno eloquente, qualcosa di cui, diversamente dalla denominazione di assistente, fosse meno facile decifrare il codice. Ma bisogna nascondere le bugie in mezzo alla verit, se non si vuole rimanerne attanagliati come da una trappola per dita cinese. Fu pi difficile di quanto credessi. I miei genitori erano confusi. Davano limpressione di essere preoccupati e incapaci di fare alcunch; mio padre che balbettava per la rabbia e passava la cornetta a mia madre, mia madre diplomatica fino alla morte che cercava di capire cosa cavolo stesse succedendo senza dare torto a nessuno. Me la immaginai con le dita serrate sullo schienale di una delle sedie della cucina, le nocche bianche; sul fornello elettrico alle sue spalle, mi figurai una pentola di sugo al pomodoro che bolliva. Quando torni a casa? Non sono sicura. Tra due settimane. Tre. O magari anche pi in l. Sentii il cappio del senso di colpa stringermisi intorno al collo. In fondo alla gola avevo un sapore acido. Tutte quelle bugie mi suscitavano una nausea di tipo fisico. Perdonatemi se come figlia non sono diversa da come sono, avrei voluto dire a entrambi. Mi dispiace anche che voi, come genitori, non siate diversi da come siete. Scusate se vi faccio del male. E per tutto il casino che sto combinando. Mi dispiace, eppure insisto a farlo. Dopo tutto quello che era successo tra noi, sentivo ancora limpulso irresistibile a dire che mi dispiaceva. Quando decisi di andarmene via di casa una volta per tutte, avevo sedici anni. So che era un sabato perch quel giorno avevo lavorato come babysitter. Digitai il codice per aprire la porta del garage ed entrai in casa dal piano di sotto. Mia madre era davanti allasse da stiro con indosso un paio di jeans e una felpa BeDazzled, la bocca serrata e le spalle squadrate, contro la luce prodotta dalla lampadina appesa al soffitto della lavanderia. In casa cera un

odore di biancheria e vapore. Stavo pensando alle mie letture per la scuola, al giovane Holden che nasconde la sua immaginaria ferita da colpo di pistola, ad aprile che il mese pi crudele: cose grandi, importanti. E le passai accanto senza fermarmi. Almeno un ciao potresti dirmelo. Ciao. Sempre senza fermarmi. Per mia madre non avevo tempo, ma io e mio padre di tempo luno per laltra ne trovavamo sempre un sacco. Ogni giorno esigeva una nuova manovra militare nel nostro stato di guerra permanente. Mia madre, invece, era come se non esistesse. Credo che soffrisse per il mio rifiuto. Guardami. Voleva un po di attenzione. Cosa hai combinato? Ho guidato la macchina ubriaca. Non parlarmi in quel modo. In quel modo come? Calcolando i pesanti passi provenienti da sopra di noi, mio padre era gi a met della scala. La mamma pos il ferro da stiro e si par davanti a me, intenzionata ad affrontarmi. Io cercai di schivarla, ma lei mi afferr per il polso. Vieni qua. E guardami. Ti sei drogata? Era la sua domanda preferita. Non esisteva comitato di cui non facesse parte: educazione contro le droghe a scuola, gruppi di consapevolezza sui casi di stupro, aste silenziose per la fiera della scuola. La commissione sulle droghe laveva resa paranoica. La verit che non mi drogavo poi cos spesso, e di certo non avevo assunto droghe quella notte, a meno di non voler contare il fatto che avevo succhiato il protossido dazoto della panna montata Cohens. Lasciami stare. E mi liberai il braccio con uno strattone. A quel punto mio padre era arrivato sul pianerottolo, e il gesto brusco che feci per liberarmi il polso dalla mano di mia madre fu da lui interpretato come un tentativo di colpirla. Pap era capace di muoversi con una rapidit incredibile. Era bassino, con una corporatura alla Humpty Dumpty, ma si sottrasse alle leggi della fisica con lo slancio della collera. Aveva gli occhi iniettati di sangue, fuori dalle orbite. Le vene che gli solcavano il collo si erano ingrossate in maniera innaturale e i capillari che aveva intorno al naso e sulle guance si erano fatti pi scuri nello sforzo di far fluire il sangue al viso tutto dun colpo. Ag con una tale sveltezza che a malapena lo vidi arrivare. Non provarti ad alzare le mani su tua madre!

Mi ritrovai la sua mano serrata sulla gola e barcollai allindietro finendo con la schiena contro il muro. Vergognati! Schifosa. Stronzetta ingrata che non sei altro. A ogni segno di punteggiatura mi tirava verso di s tenendomi per il collo e poi mi risbatteva la testa contro la parete. Quando mi lasci andare, crollai per terra e mi raggomitolai portando le ginocchia al petto. Era quello che io chiamavo il trucco della disobbedienza civile. Chiudevo gli occhi e mi appallottolavo su me stessa pi stretta che potevo, in modo da non offrire punti vulnerabili. E guardami quando parlo con te! Faceva avanti e indietro davanti a me, serrando ritmicamente i pugni. Le botte erano poca cosa in confronto alle parole. Il ricorso alle botte avveniva di rado, ma gli insulti erano una pratica quotidiana. Io sapevo che aveva torto, che era ingiustificabile, ma le sue parole restavano comunque la cosa che mi faceva pi male. Erano come un fiume che gli usciva dalla bocca e che lo faceva balbettare. Parlava in tutte le lingue del mondo, schiumando letteralmente dalla bocca. Fai schifo ti vesti come una sciattona del cazzo e diventi brutta s sei proprio un cesso e pensi che cos conoscerai della bella gente ma figurati pensi cos di incontrare un bravo ragazzo ma tu ci fai vergognare sei solamente una fottutissima delusione uno spreco un rifiuto di persona ma che ti successo eh che ti successo che ho fatto io per meritarmelo per meritarmi questa questa questa vita di merda questi stronzissimi figlioli siete una presa in giro s mi sento preso per il culo. Sapevo comerano gli scoppi dira di mio padre e sapevo come fermarli. Sapevo che per un minuto le cose sarebbero andate peggiorando, ma che presto sarebbe finita. Lo provocai. Be, tutto qua quello che sai dire? Come osi parlarmi cos, in casa mia? Mi afferr per i capelli scostandomi dalla parete. Ti sei drogata? Feci scattare linterruttore off. Mi lasciai andare a corpo morto e strabuzzai gli occhi allindietro. Lui mi mont addosso a cavalcioni e mi colp ripetutamente sul viso, alternando la mano aperta con il dorso della mano, che faceva pi male. Ogni volta che la sua mano mi colpiva, ripeteva la domanda: Ti sei drogata? Mi fischiavano le orecchie, e quel fischio era un filo. Io lo afferravo a un capo e mi tiravo su, leggera come laria, salendo fino al soffitto e uscendo fuori dalla stanza nel verde intenso della notte suburbana con lodore dellerba tagliata e i grilli, le luci accese dietro le tendine, il baluginio dei televisori dentro i soggiorni. Viaggiavo oltre West Orange e Newark, poi

percorrevo la Parkway e superavo lHudson senza mai guardare gi finch non vedevo New York, Seattle la citt di smeraldo -, con le sue guglie scintillanti al chiaro di luna. Una cosa di New York la sapevo. Sapevo che una volta arrivata l non sarei pi stata brutta. Mia madre stava in fondo alla scala dallaltro lato della stanza, le mani abbandonate lungo i fianchi. Sembrava uno di quei personaggi che nei film rimangono cristallizzati nel tempo mentre tutti gli altri continuano a muoversi. Lincantesimo si interruppe per il tempo necessario a lasciarle dire: Basta. Per favore. Adesso basta. Non ero sicura se stesse dicendo a mio padre, a me o a Dio. Pap si rialz e indietreggi. Sembrava confuso, smarrito. Immaginai di sapere cosa stesse pensando in quel momento: che la sua vita era tanto diversa da come aveva sperato che fosse, da quella che aveva cercato di avere, da quella che aveva sognato quando sognava di avere una famiglia. Che era cos diverso dalluomo che aveva creduto di essere. Mi fece pena. I miei figli sono una maledizione divina, disse voltando le spalle e uscendo dalla porta del garage. Quando mio padre perdeva le staffe in quel modo, nel giro di qualche ora (o, nei casi peggiori, il giorno dopo) alla mia porta veniva timidamente a bussare una persona completamente diversa che mi chiedeva se mi andava di scendere gi e ascoltare un po di musica davanti al caminetto acceso, oppure se avevo voglia di andare a prendere un gelato da Baskin-Robbins e noleggiare un film. Ho un caratteraccio, gli piace dire di s. Ma mi passa subito. Come se una veloce scarica di botte sia da preferire a una bella e lunga chiacchierata. Dopo lepisodio di quella sera, dissi a mia madre che me ne andavo di casa. E lei che inviava al campo estivo pacchi umanitari degni di un premio, che tutta contenta condivideva la macchina con altre persone per ridurre linquinamento, lei, presidente dellassociazione genitori e insegnanti, volontaria instancabile, meticolosa scrittrice di biglietti di ringraziamento, organizzatrice di cene impeccabili, che si prendeva cura di tutti gli amici e i parenti malati la giudic una buona idea. Mi consigli di prendere un diploma e di fare domanda di iscrizione al college con un anno di anticipo. Entrai alla New York University e mia madre mi port da Loehmann a comprarmi dei vestiti nuovi per il college. Tutte le volte che facevamo compere, era fin troppo generosa. Spesso ne pagava le conseguenze in un secondo momento, quando arrivavano a casa le fatture e mio padre sbraitava che era una sciagurata, unirrecuperabile. Non sapeva nemmeno tenere pulita la casa, diceva. Lunica cosa che sapeva fare era comprare roba. Questo genere di resa dei conti avveniva ogni volta che arrivava un sollecito di pagamento di una fattura, ma lei continuava comunque a fare shopping.

Gli uomini vanno capiti, mi spiegava. Li lasci dire quello che hanno bisogno di dire e poi fai quello che ti pare. Mia madre voleva andare da Loehmann e io volevo andare nellunico negozio di vestiti punk del New Jersey, cos arrivammo a un compromesso. Anche se io ero terrorizzata da quello che nei camerini di Loehmann avevo visto addosso alle vecchie signore ebree, e lei era inorridita dalle svastiche tatuate su entrambi i lati della cresta della commessa del negozio punk, quel giorno ci trattammo con gentilezza. Con la faccia pienotta che ha dovrebbe scegliersi un altro taglio di capelli, fu lunico commento che la mamma fece sulla commessa. Pranzammo insieme, ma non ricordo di cosa parlammo. Cera un che di tenero in quel rito, lultimo giro di compere prima che me ne andassi per sempre dalla casa dei miei genitori. Era come se fossi una ragazza qualsiasi in partenza per il college. E in un certo senso era proprio cos. Cera del vero in entrambe le cose. Ero unadolescente anoressica, che rasentava la depressione, che si nascondeva dietro una chioma viola e fuggiva per avere salva la vita, ma ero anche una ragazza precoce con aspirazioni teatrali, unammissione per una buona scuola ottenuta in anticipo e un elenco numerato di sogni e progetti che occupava dieci pagine del mio diario. Ed esistevano simultaneamente anche due mamme: la mamma con gli occhi offuscati, lo sguardo perso nel vuoto e le mani ciondolanti lungo i fianchi mentre suo marito sgridava i suoi figli, e la mamma che cuciva etichette su tutte le lenzuola prima della mia partenza per il college. Quel giorno al telefono avevo sentito la voce di entrambe. Chiedile se ha ancora intenzione di venire con noi alle Cayman questanno, disse da dietro mio padre. Tesoro, ce la farai a tornare a casa in tempo per venire con noi alle Cayman? Ci farebbe molto piacere che venissi anche tu, fu la traduzione di mia madre. No, mamma. Non penso. Che ha detto? le domand pap. No. Ha detto di no. Questanno non potr venire. Cosa? Mi toccher stare solo con suo fratello? Dille che mi rovina le vacanze! Mia madre non tradusse questultimo commento, limitandosi invece a chiedermi: Sei sicura che vada tutto bene? Sto benissimo. Si tratta di un ottimo lavoro, non posso lasciarmelo scappare. Quando ebbi riattaccato, mi sentii sollevata al pensiero che ora conoscessero parzialmente la verit, ma anche perch per un po non li avrei

rivisti. Non cera nessuno in coda per il telefono, cos chiamai Sean. Lo chiamai e piansi. Mi mancava. Sentivo nostalgia di casa. Mi voltai e mi osservai nello specchio mentre il mio viso si faceva bianco come un cencio e si riempiva di chiazze. In segreto mi piaceva guardarmi mentre piangevo. Era come guardare il volto di unaltra persona. Mi serviva come prova del fatto che avevo dei sentimenti. A volte insistevo talmente tanto a recitare una parte che mi dimenticavo di cosa provavo veramente, e persino se avessi mai davvero provato qualcosa. E allora torna a casa, Jill. Torna a casa, fu la risposta di Sean. Sembrava stanco. Stanco di me. In seguito mi spieg che non era stanco di me, ma dispiaciuto per me, per ci che stavo diventando, perch si sentiva impotente a cambiare il percorso che avevo intrapreso. Non posso. E io non posso aiutarti. Chiamai anche Penny, la quale mi raccont che lo spettacolo stava procedendo anche in mia assenza, assicurandomi tuttavia che per me ci sarebbe sempre stato un posto. Una volta tornata a New York avremmo aggiunto delle parti al copione. Il problema era che non sapevo quando sarei tornata. Mi dispiaceva di non placare le ansie di mia madre, di non ritornare da Sean, di non esserci mentre Penny scriveva la nostra commedia, ma cera qualcosa che mi obbligava a restare l e che non riuscivo a spiegare a nessuno di loro. Non potevo prendere e andarmene. Non potevo andarmene e lasciare che Serena lavesse vinta. Non volevo essere quella che abbandona il gioco. Durante le feste ero spumeggiante di risate, ma quando rientravo negli alloggi ero assalita nuovamente dal malumore e dalla malinconia. Serena era implacabile. La mattina faceva portare via il cibo della colazione prima che io scendessi. Organizzava dei mimosa party sul bordo della piscina e dimenticava di invitarmi. Guardava film a tutto volume mentre stava nel salottino, che era di fianco alla mia camera, mentre io cercavo di riposare. Alle altre ragazze diceva che puzzavo, che ero una puttana con lherpes, unubriacona, una sciattona grassa e bulimica. E tutto quello che diceva veniva ascoltato in segreto da chi ci sorvegliava, tanto che dopo il suo commento sullherpes mi fecero fare una visita medica a sorpresa. Che Serena stava tramando alle mie spalle lo seppi da Taylor, che mi teneva informata perch anche lei la detestava, ma anche perch ero forse lunica amica che aveva nel Brunei, a New York o da qualsiasi altra parte; questo anche se tentava ancora di spillarmi una percentuale sui soldi che guadagnavo. Sdraiate insieme nel lettone, Taylor e io guardavamo le luci sul soffitto a gradini. Era una specie di soggiorno infossato al contrario.

Tenevamo la musica alta e lei mi bisbigliava allorecchio in modo che nessuno potesse sentirci. Cercava di convincermi a vendicarmi di Serena. Devi fargliela pagare. Non mi ascolta nessuno; danno tutti retta a lei. Robin per ti d ascolto. Secondo te perch lei si sta comportando in questo modo? Stavo cominciando a credere di ispirare in qualche modo un ancestrale istinto tribale che faceva detestare il diverso. Vedi, pisellina, non perch sei diversa, disse Taylor. Piantala di startene aggrappata a questa idea che hai di te stessa. perch sei meglio di lei. Perch lui preferisce te. Se per non entri l dentro e difendi ci che tuo, quella cagna riuscir a fargli cambiare idea. lo, per, non mi ricordavo di essermi mai vendicata di nessuno. Al contrario, mi chiudevo ancora di pi in me stessa; scappavo. Restavo aggrappata ai miei sogni di celebrit con la consapevolezza che quello era il luogo in cui trovava posto la mia vendetta. Ma Taylor aveva in mente qualcosa di molto pi immediato e sotto la sua egida stavo iniziando a ragionare sulla cosa. Stavo cominciando a convincermi che lo dovevo a me stessa. Dopotutto, non quello che si fa quando allimprovviso si entra a far parte di una corte reale? Si comincia a tramare. A complottare. Ricorrendo a ogni mezzo pur di cercare di conquistarsi una buona posizione. Ci si vendica. Non forse questo il tipo di persona che si desidera essere, piuttosto che la ragazza dallanimo buono e devoto, la ragazza a cui tutti mettono i piedi in testa, la ragazza che inevitabilmente si vorrebbe avesse meno spazio sullo schermo perch tutte le altre sono pi interessanti di lei? Devi farti valere. Potresti raccontare a Robin qualcosa che lo induca a rispedirla a casa, sugger Taylor, arrotolandosi distrattamente un mio ricciolo di capelli intorno al dito. troppo intelligente. Si accorgerebbe delle mie intenzioni. Non detto. Non se anche tu dimostri di avere cervello. Pi cervello di lui. E stai sicura che ne hai. Lui ha il suo tallone dAchille: accecato dal suo ego. Lesperienza di Taylor nel Brunei termin rapidamente, con mio grande dispiacere, interrompendo per sempre le nostre macchinazioni. Fu rispedita a casa al termine delle tre settimane e non fu pi richiamata. Taylor e Robin non erano sulla stessa lunghezza donda. Forse a suo modo Taylor era una ragazza in gamba, ma era troppo calcolatrice e non sufficientemente vulnerabile. Era esattamente come Robin, e lui se ne era accorto subito. Il principe preferiva le ragazze che poteva incantare, quelle che poteva far soffrire. Taylor era una brava attrice, ma aveva i suoi limiti. Non sapeva

recitare la parte della donna vulnerabile. A ogni modo, si era trattenuta abbastanza da avere seminato in me il germe della durezza, della freddezza. E a innaffiare il germe seminato da Taylor ci pens Fiona. Dopo la partenza di Taylor, il pomeriggio mi rifugiavo a casa sua per fumare e mangiare cioccolatini. Fiona era lunica ragazza del gruppo ad avere una casa tutta per s. Dormiva nella camera matrimoniale e utilizzava le altre due camere le due intere stanze come guardaroba. Aveva eliminato i letti e fatto portare degli appendiabiti da esposizione. I suoi tailleur, gli abiti, i completi da tennis, i vestiti eleganti, persino i pigiama, erano sistemati per tipologia e colore. Non se ne occupava lei di persona: con grandiosa consapevolezza dei diritti da lei acquisiti, delegava la cosa ad altri. Nel suo alloggio Fiona aveva il doppio del personale di quello che avevamo noi nei nostri, e tutti erano sempre indaffarati a svolgere un compito o un altro. Fiona si rivolgeva a loro parlando sempre in lingua thai e limpressione era che la apprezzassero molto. Io invece ai domestici mi rivolgevo sempre con tono di scusa. Avevo ancora molto da imparare. Fiona era stata unattrice televisiva popolare nelle Filippine. Mi raccont che Robin si era innamorato di lei vedendola in tv, che laveva cercata e invitata a fargli visita. Allinizio lei era rimasta affascinata, poi disgustata, ma alla fine il principe laveva conquistata. La prima sera nel Brunei era entrata nel salone delle feste riuscendone immediatamente. Al suo smarrimento Robin aveva risposto con i diamanti. Da un cassetto pieno zeppo di scatoline portagioie Fiona tir fuori una collana e la indoss per farmela vedere. Era un puma che si afferra la coda e si avvolgeva intorno al suo collo come una fiera fatta prigioniera e privata degli artigli. Fiona era nel Brunei gi da sei mesi. Bevemmo un t nel suo salotto mentre lei, allungata sul divano, fumava una sigaretta dietro laltra. Non si poteva fumare da nessuna parte, perch Robin detestava il fumo. Ma Fiona fumava lo stesso. Mi feci un bel pianto, con tanto di naso colante, e mi sfogai con lei. Le altre ragazze erano cos cattive. Taylor se ne era andata. Mi mancava New York. Mi mancava Sean. Stavo diventando sempre pi ansiosa, mi prendevo troppi doposbronza e ogni mattina mi svegliavo con una nuvola scura sopra la testa che non riuscivo a mandare via. Non le sopporto pi quelle stronze maligne. Non ce la faccio pi. Smettila di comportarti da stupida. Non sei qui per farti delle amicizie! disse lei. Stai commettendo uno sbaglio. Io non sono tua amica. Robin non tuo amico. E di certo non sono tue amiche quelle cretine. Lunico amico che hai il denaro. Volevo essere come Fiona. A quindici anni appena mi ero considerata ormai una donna belle fatta, ma adesso stavo cambiando idea.

E poi avrai occasione per rifarti di loro. Io ho le mie idee riguardo alle punizioni, prosegu. Che comprendono quasi sempre lo shopping. Qualche giorno dopo, una mattina sentii lormai familiare bussare alla porta, ma quando scesi in macchina trovai Fiona. Andiamo a fare compere, mi annunci. Robin vuole vederci con gli abiti tradizionali. Non preoccuparti: qualche abito vero ce lo compreremo pi tardi. Questo consideralo un antipasto. Lautista ci accompagn a fare il giro di diversi negozi malay tradizionali, dove fummo servite e riverite da donne pesantemente truccate e vestite di seta operata che ci agghindarono in sarong sia con bluse corte che lunghe dai colori vivaci, con tanto di scarpe gioiello, ornamenti per capelli e gioielleria a completare la mise. Ne avremmo comprati dieci ciascuna. Lautista sganci una banconota dietro laltra e trasport tutte le buste fino alla macchina. Quella sera Robin ci fece fare delle foto accanto alla fontana nel salone dingresso del palazzo. Me ne stavo l tutta avvolta in una veste tradizionale di seta rosa ornata di perline con un fiore finto, anchesso rosa, che mi luccicava tra i capelli. La maggioranza delle foto ritraevano me o Fiona da sole, ma in alcune pose comparivamo tutte e due, sedute mano nella mano luna di fianco allaltra, come una coppia ritratta in occasione del matrimonio. Fiona stava diventando pi di unamica; era una specie di sorella maggiore, seppure con un che di perverso. Avevo sempre desiderato una sorella. Quella sera ebbi limpressione che la mia posizione nella gerarchia dellharem mi rendesse partecipe di un qualcosa di antico. Sotto certi aspetti era una situazione terribile e pericolosa, ma per altri versi non era poi cos male stare in quel mondo di donne con un uomo enigmatico a spadroneggiare su tutte noi. Il nostro successivo giro di shopping fu di tuttaltro genere. Fiona e io eravamo sedute sui sedili posteriori dellennesima automobile, ma questa volta dirette allaeroporto di Bandar Seri Begawan, dove salimmo su un aereo privato alla volta di Singapore. Allinterno, il velivolo era rivestito in pelle bianca e tutti gli oggetti metallici erano laminati doro, mentre le pareti sembravano fatte di marmo bianco con venature dorate. Eleganti hostess di volo ci servirono da bere e poi il pranzo, mostrandoci una selezione di riviste da leggere. Grazie, Siti. Grazie, Jing, fu il saluto che Fiona rivolse alle hostess sorridenti al momento di scendere dallaereo. Imparava i nomi di chiunque e faceva in modo di ricordarseli tutti. La mia compagna di viaggio attraversava laeroporto come se fosse diretta da qualche parte, ma senza mai dare limpressione di avere fretta. Indossava

sempre scarpe con il tacco che le donavano un leggero ancheggiare, un movimento che non scadeva mai nel volgare ma era abbastanza pronunciato da attirare lattenzione degli uomini al suo passaggio. Imitai la sua andatura per tutto il tragitto, finch raggiungemmo lautomobile che ci attendeva, e poi di nuovo quando arrivammo allHilton, dove alloggiammo nella suite privata del principe. La suite, che occupava un intero piano e in cui serviva un intero staff di domestici, sembrava piuttosto una villa. Gli interni erano nel classico stile Robin, con unenorme fontana al coperto e una miriade di maniglie doro massiccio. Fiona aveva classe in tutto e per tutto, mentre io mi sentivo come una Courtney Love che percorre barcollante i saloni di Buckingham Palace. Decisi che se dovevo avere hostess di volo, autisti e cameriere al mio servizio, avrei dovuto perlomeno mostrarmi degna della parte. Iniziai a sforzarmi di non usare parole come cazzo e cio in ogni frase. Imitare laccento inglese di Fiona sarebbe stato troppo ma, a parte questo, ce la misi tutta perch le sillabe che pronunciavo fossero in sintonia con la sua dizione perfetta. Cercai di scrollarmi di dosso quanto ancora mi rimaneva, dopo anni di lezioni di recitazione, dellasprezza del New Jersey per barattarlo con la sua melliflua voce da contralto. Osservai come, durante la cena, stesse seduta con la schiena dritta come un fuso dando comunque limpressione di essere rilassata. Cominciai a tenere la forchetta nella sinistra, tagliando il pollo a tocchetti e riuscendo a parlare e a masticare con la bocca chiusa. Studiai Fiona come se si trattasse di un esercizio di tecnica attoriale. In effetti stavo proprio recitando una parte, anche se non si trattava di un ruolo da cui si sarebbe potuti uscire tanto facilmente. Non mi ero sbagliata quando, stando su quel terrazzo di Singapore, avevo avuto la sensazione di essere sul punto di subire una trasformazione. Quella sera passammo la notte allHilton e al mattino facemmo colazione con uova e bacon. Fiona mangiava come una signora, ma non lasciava nulla nel piatto. Lei non era a dieta. Ti accorgerai che Robin non tiene a lungo le ragazze magre, disse. Ma dimmi un po, come si fa a resistere a un uomo come lui? Aveva ragione. Come si fa a non apprezzare un uomo a cui piacciono le donne formose? Scansai il bacon ma, stupidamente, mi servii una porzione doppia di uova. Fu un vero piacere. Chiacchierammo della vita che facevamo a casa. Con i soldi guadagnati come attrice lei aveva gi comprato casa per s e per i genitori. Poi aveva regalato la sua casa alla sorella e, con i soldi (o meglio, con i regali) avuti da Robin, ne aveva comprata unaltra per s.

Io cercai di spiegarle in cosa consistesse il teatro sperimentale, e si capiva benissimo che per lei era la cosa pi idiota di cui avesse mai sentito parlare. Veramente artistico, comment educatamente. Dava limpressione di trovarmi, se non eccezionale, perlomeno divertente; se non una compagna di giochi alla sua altezza, perlomeno adeguata. Per quanto io sia convinta che il principe mi si stesse sinceramente affezionando, mi divent chiaro che la velocit della mia scalata non era dipesa dal fatto che Robin aveva perso la testa per me. La ragione era che Fiona voleva unamica. Era stata lei a scegliermi e a guidare linteresse del principe. Ho detto a Robin che questa volta dovevi venire con me a fare shopping, disse lei, tanto per ricordarmi chi comandava. *** Dopo colazione partimmo ognuna per conto proprio, accompagnata da un autista. Credevo che saremmo andate a fare spese insieme, ma quando lo avevo fatto presente a Fiona lei mi aveva liquidato sostenendo che non ci sarebbe stato spazio per tutte e due nello stesso negozio nello stesso momento, il che mi sembr assurdo. Accanto al mio autista stava seduta una guardia del corpo con una borsa-sacco Louis Vuitton piena di banconote, una specie di parodia di quella che nei film muti i rapinatori usavano per svaligiare una banca. La guardia del corpo mi chiese dove volessi andare. Dove si trovavano tutti i negozi di Singapore lo sapevo, si trattava solo di scegliere. Nominai i primi stilisti che mi vennero in mente: Dolce & Gabbana. Fatto. Singapore mi richiamava alla mente unutopia fantascientifica argentata situata sotto una camera a ossigeno. Come altrettante Singapore in versione microcosmo, i centri commerciali erano scintillanti e moderni. Il primo era bianco e luccicante e si ripiegava su se stesso in una spirale, come il Guggenheim. Nel negozio di Dolce & Gabbana palpai guardinga i vestiti, gli occhi fissi sui molti zeri del prezzo. Una commessa aspettava discreta dietro di me, togliendo dallespositore ogni cosa che avevo appena toccato. Quando aveva il braccio pieno di indumenti, li passava a unaltra ragazza, che li portava subito nel camerino di prova. Come i secchi dacqua che passano da una mano allaltra per spegnere un incendio. Quando andai a provarmi gli abiti, scoprii che a Singapore le commesse dei negozi di grandi firme erano un pochino diverse da quelle di Urban Outfitters. Entrarono in tre nel mio camerino, prendendosi addirittura la briga di togliermi gli abiti di dosso. Allinizio me la presi con calma, provandomi ogni cosa due volte, controllando il prezzo sulle etichette, chiedendo a tutte la loro opinione. Le commesse chiocciavano, lisciavano la stoffa e annuivano in segno di

approvazione. Io, accigliata, facevo le giravolte davanti allo specchio, finch la mia guardia del corpo si stuf e mi afferr per le spalle. Mi guard e mi disse: Questa solo la prima tappa dello shopping. Scelse un vestito posato sulla panca nel camerino, altri tre appesi alle grucce e li porse alla commessa, rivolgendosi a lei in malay. La ragazza li port sul banco. Prendili tutti. Magari non avrai unaltra opportunit nella vita. Scelse una borsetta illuminata da un faretto sulla mensola di vetro e la porse alla commessa che aveva vicino, che la port nella parte anteriore del negozio. Ma quanto posso spendere? Non volevo raggiungere il limite massimo di spesa e ritrovarmi con un mucchio di roba che non mi convinceva, specialmente se fosse stata lunica occasione di fare compere della mia vita. Forza, prendi questa roba e andiamo. Quando starai per sforare il budget ti avvertir. Chanel, Herms, Versace, Dior, Armani, Gucci. Completammo il primo centro commerciale per spostarci poi in un altro e in un altro ancora, finch ogni cosa, persino i capi pi costosi soprattutto i capi pi costosi iniziarono a sembrare robetta da poco e a darmi la nausea. Non ritirammo nemmeno le buste: ce le avrebbero spedite loro. Fu una vera frenesia. Ero come una mamma di periferia che vince alla lotteria e per dieci minuti ha la possibilit di prendere gratis tutto quello che pu da ToysRUs, correndo con il carrello tra gli scaffali del negozio e afferrando tutto ci che trova a portata di mano. Ero consapevole del mio scatenato consumismo. E i bambini cinesi di otto anni schiavizzati per cucire insieme quegli stracci dal prezzo assurdo? E la gente che moriva di fame? I senzatetto? Le nazioni intere assediate dalla miseria e dalla carestia? Interi isolati di New York dove i marciapiedi sono occupati da gente accampata dentro scatoloni? Ma ecco cosa mi dissi: non stavo spendendo i miei soldi, i soldi erano di Robin e lui non li spendeva per i senzatetto ma per la sua amante, e non sarebbe servito a niente se in quel momento non avessi comprato quel vestito; nessun lavoratore tessile sfruttato ci avrebbe guadagnato un centimetro cubico di aria fresca in pi. Ero una stupida a nutrire le pretese del buonismo borghese. Non mi dovevo comprare un vestito perch cera gente che moriva di fame? Il senso di colpa era di per s una forma di imbarazzo, una specie di performance da teatro sperimentale. Fiona mi avrebbe presa in giro. Avrebbe giudicato imperdonabile la mia stupidit. Mi convinsi che probabilmente Robin aveva altri modi per dimostrarsi luomo caritatevole che sicuramente era. Dopotutto, nel Brunei lassistenza sanitaria era garantita a tutti e tutti

potevano studiare gratuitamente. Che cera di male se il principe desiderava che le sue ragazze apparissero carine? Dopo lorario di chiusura dei negozi, alle nove di sera, gli uomini della vigilanza riaprirono le porte appositamente per noi. Le commesse si trattennero nei negozi in modo da consentirci di proseguire negli acquisti. Avevo le piante dei piedi doloranti, a forza di trottare con i sandali per i corridoi semibui dei centri commerciali chiusi. Presi a buttare vestiti di Chanel sul banco senza nemmeno provarmeli. Magari avrei potuto continuare fino a sfiorare il mio budget massimo di spesa, ma prima di riuscirci fu un muro di stanchezza a fermarmi, cos gettai la spugna. Tornammo verso lhotel che era quasi mezzanotte. Avevo iniziato a fare shopping alle undici di mattina. A ogni modo, qual era il mio budget di spesa? domandai alla guardia del corpo una volta in macchina. Non potevo credere di non averlo raggiunto. Di sicuro io ci avevo provato. Illimitato. Ed appannaggio solo di alcune ragazze. Solo di quelle molto speciali. Be, e allora quanto ho speso? Mi disse una cifra che mi lasci senza parole. Una cifra che superava, e di parecchio, lacconto pagato per la casa dove vivo attualmente. Una cifra da capogiro. Io e Fiona cenammo in silenzio. Ero disidratata, e gli spaghetti mi sembravano gommosi e privi di sapore. Ce ne andammo subito in camera, esauste. Lungo la parete erano disposte quindici valigie identiche, al cui interno cerano i miei vestiti nuovi gi ripiegati e sistemati. Mi sdraiai sul letto e strinsi forte le ginocchia al petto, cos forte da strizzarmi via il disgusto che mi sentivo in gola. 16 Lo specchio nel mio bagno aveva cominciato a distaccarsi dal muro giusto di un capello, ma comunque abbastanza perch vedessi una lucina rossa accendersi ogni tanto negli oscuri recessi che si trovavano dietro di esso. Trascinai le altre ragazze nella stanza perch me ne dessero conferma. Di certo cera solo che ogni tanto una luce si accendeva. Non cera nulla di nuovo nel fatto che ci spiassero, eppure era una cosa in grado di farti ammattire o di gettarti nella paranoia. Chi ci guardava? E perch lo facevano? Sebbene Taylor fosse tornata a New York e a me fosse stato concesso di tenere la stanza tutta per me perch avevo cos tanti vestiti nuovi da avere bisogno dellintero guardaroba, non mi sentivo mai davvero

sola. Era come avere un pisello sotto il materasso: sufficiente a farmi stare scomoda, ma non abbastanza evidente da farmi capire con precisione cosa non andasse. Ho sentito dire che la privacy uninvenzione del privilegio. Per quanto privilegiata potessi essere stata durante linfanzia e ladolescenza, di privacy non mi sembra di averne mai avuta. Pap aveva tolto le chiavi dalle serrature di casa. Mia madre aveva letto il mio diario dicendo che era caduto da un cassetto mentre la domestica faceva le pulizie. Per me non era una cosa scontata che nel mio appartamento di New York nessuno aprisse le porte senza bussare o frugasse nei miei cassetti e che non avessi bisogno di cifrare il mio diario in una maniera cos complicata da non capirlo pi nemmeno io quando poi lo rileggevo. Nel Brunei ero ripiombata in un mondo in cui nemmeno il foglio su cui scrivere era privato. Dovunque mi sedessi per scrivere le mie impressioni quotidiane, alle mie spalle cera uno specchio e, dietro quello specchio, una videocamera che registrava qualunque mio scarabocchio. Cosa poteva vedere la videocamera? Qual era la cosa di cui vergognarmi di pi? La ceretta ai baffi? Una schitarrata con chitarra immaginaria? Un vibratore? Non avrebbe potuto fregarmene di meno. No, se mi davo dellidiota era perch vedevano una ragazza seduta per due giorni sul pavimento della sua stanza a fissare le valigie senza trovare il coraggio di disfarle. Perch, non appena ci provava, la camera dava limpressione di essere stata svaligiata e cos rimaneva per altri tre giorni. Perch da tutto quel casino quella ragazza riusciva a tirare fuori una mise completa e a rendersi presentabile per la festa ogni santa sera, ma poi la mattina, al momento di svegliarsi, era di nuovo uno straccio. Le uniche cose che riusciva a fare erano leggere e ascoltare musica. Aveva smesso di fare ginnastica, smesso di nuotare, smesso di rispondere alle palle da tennis sparate da una macchina. Mi era piombata addosso con una velocit incredibile. In un punto imprecisato tra Singapore e il Brunei, dal cielo era spuntata una palla di cannone che mi aveva colpita con forza alla gola, facendomi perdere il fiato per il colpo. Ogni giorno giuravo che sarei cambiata, che sarei diventata efficiente e allegra come Ari, in gamba e spiritosa come Madge, venale e affascinante come Fiona, tutto tranne che indolente, fuori controllo, apatica. Tutto tranne comero io. Ero nella stretta tentacolare di una depressione che a singhiozzo ha contrassegnato tutto il corso della mia vita, a volte infliggendomi solo una puntura impercettibile, a volte immobilizzandomi completamente. Non era la prima volta che mi

arrendevo. Quando le ombre della depressione mi avevano offuscato il campo visivo ai tempi delle superiori, avevo dato la colpa a mio padre, alla scuola. Adesso che mi ero lasciata tutto alle spalle, capivo che mi ero sbagliata: la colpa era decisamente tutta mia. Mi accusavo di avere scarsa forza di volont, di essere pigra e troppo indulgente con me stessa. E lelenco delle imputazioni non finisce qui. Ero sicura che se solo mi fossi sforzata un po, se avessi praticato un po di yoga, cantato Hare Krishna, letto Freud e Jung e il Dalai Lama e Ram Dass, se avessi smesso di mangiare cioccolata e iniziato ad allenarmi, se avessi studiato con quelle cazzo di cassette di francese che mi ero portata dietro, allora sarei guarita. Ero certa che, se solo fossi riuscita a scalare quella fortezza, sarei arrivata molto in alto, trovando un cielo azzurro e assolato e aria fresca. Lass avrei scoperto una me stessa recuperabile invece che rovinata. Ma non avevo idea di quale specie di bestia avessi di fronte. Se allepoca qualcuno mi avesse suggerito che i miei problemi potevano dipendere da qualche difetto nelle connessioni cerebrali o da qualche esperimento chimico fallito dentro il mio cervello, avrei risposto che era come dire di non prendermi la responsabilit delle scelte che stavo facendo. Oggi, per, so che mi sbagliavo. Adesso, quando sono perseguitata dallo spettro della depressione, lo riconosco per quello che , senza smantellare sistematicamente la mia vita ogni volta che la depressione spunta da dietro un albero. A quellepoca, tuttavia, ero sicura che si trattasse di una cosa risolvibile, a patto che il mondo cambiasse pi alla svelta, o lo facessi io. Questa mia illusione era sostenuta in parte dal fatto che cambiare aria sembrava funzionare. Quando si modificava il mondo intorno a me, per qualche minuto la situazione nuova, ladrenalina e le endorfine riuscivano a scuotermi dalla melma del mio avvilimento. Ed era da quelle endorfine che mi stavo facendo trasportare, quando schizzai dal letto mettendomi finalmente a disfare le valigie portate da Singapore, preparandone nel contempo una per un viaggio in Malesia. Fiona e io avremmo fatto parte del seguito reale durante una missione diplomatica di due settimane a Kuala Lumpur. Come di consueto, fui informata della partenza soltanto il giorno prima. Credo che Ari fosse dispiaciuta per me, per il modo in cui venivo trattata dalle altre ragazze, ma solo moderatamente dispiaciuta. Era pagata profumatamente per il duro lavoro che svolgeva, ma non veniva mai ricoperta di gioielli e soldi come invece capitava alle altre ragazze. Inoltre, secondo lei, noi lavoravamo davvero poco. Questa cosa la irritava, ma Ari guardava alla situazione con obiettivit, mantenendo sempre unombra di scetticismo nei confronti del suo lavoro. Del resto, era passata dalloccuparsi di una propriet a Bel Air al trovare prostitute per un principe.

In primo luogo, le ragazze che Ari portava nel Brunei non erano quasi mai delle prostitute, anche se non ne vidi mai una rifiutare le avance del principe dopo aver visto come venivano ricompensate. Ciascuna delle persone che conobbi nel Brunei aveva un determinato prezzo, che Robin onorava immancabilmente. Soltanto una volta mi capit di sentire qualcuna che si diceva pentita, ma bast una grossa scatolina contenente un gioiello consegnata qualche giorno pi tardi per mettere a tacere il suo rimorso. A dire il vero erano le ragazze che avevano un lavoro come tanti, dei fidanzati normali e delle vite ordinarie quelle che si abituavano pi alla svelta, e con maggiore entusiasmo, al nuovo stile di vita. Mi sentivo in imbarazzo per loro, vedendo come sbavavano davanti ai Rolex che Robin regalava loro per il compleanno. Il fatto di essere sequestrate in un circolo di sole donne situato in un universo parallelo non significa che non si possa mantenere un minimo di dignit. Ari, in compenso, aveva dignit da vendere, e sembrava preservare la sua identit nonostante linflusso contaminante del Brunei. E, a casa, preservava anche un fidanzato, che si chiamava John. John era un imprenditore di successo. Aveva un occhio celeste e uno verde ed era di una bellezza assurda, come se fosse uscito dalla pubblicit di un dopobarba. Come se ci non bastasse, una volta alla settimana faceva volontariato come maestro di nuoto per i bambini autistici. Se vi piace il genere, proprio il protagonista perfetto di una commedia romantica. Per quanto Ari non avesse implicazioni sentimentali di alcun genere con gli uomini nel Brunei, il nome di John era tab. A donne come lei e Madge erano affidati compiti difficili per i quali erano necessari grossi quantitativi di denaro e informazioni riservate, ma a loro non era concesso avere un marito o dei fidanzati. O, se non altro, cera un comune accordo per cui della cosa non si doveva parlare. Se per Ari e Madge avere un fidanzato era uninfrazione alle regole, per le ragazze di Robin equivaleva a un suicidio. Se qualcuno lo avesse scoperto, ti avrebbero rispedito a casa con il primo volo. Persino Ari soffriva di solitudine nel Brunei, cos ogni tanto si metteva a chiacchierare con me. Sebbene in quel momento io non potessi annoverare laffidabilit tra le mie principali virt, probabilmente per lei rappresentavo comunque quanto di meglio potesse trovare. Non che si fidasse esattamente di me; si fidava del fatto che fossi abbastanza intelligente da sapere che non mi sarebbe convenuto mettermi contro di lei. Mi raccont dei suoi progetti matrimoniali senza mai menzionare la parola matrimonio. Mentre io facevo la valigia, lei era seduta a gambe incrociate sul letto e mangiava un avocado con il cucchiaino. Ora sto cominciando un po a preoccuparmi perch, naturalmente, hanno anticipato la mia partenza di quattro giorni rispetto al previsto e cos non

potr essere presente allappuntamento con quelli del catering e con lorganizzatrice. Con larchitetto pu parlarci il presidente. Non mi posso lamentare. Ari e John si sarebbero sposati di l a sei mesi. Si riferiva a lui con il nome in codice di presidente perch di cognome faceva Adams. A venticinque anni Ari si stava facendo costruire una casa a Malibu. Capivo che non vedesse lora di appendere al chiodo le scarpe da viaggiatrice e sistemarsi per metter su famiglia. Perch no, considerato tutte le cose che aveva gi visto in venticinque anni di vita? Non pu pensarci tua madre al posto tuo? S, alla fine mia madre che si sta occupando di tutto quanto. Lo so. Ma unoccasione che capita una sola volta nella vita e vorrei perlomeno vedere le mie partecipazioni prima che vengano spedite, rispose lei. Te lho gi detto che quando arrivi a Kuala Lumpur non devi uscire dallhotel per nessuna ragione a meno che non venga a prenderti una delle guardie? importantissimo. Poi, intervenendo nella scelta degli abiti da mettere in valigia, comment: Oh, bello questo vestito! Cos? Un Dior. Questo devi sicuramente portarlo. Chiusi le valigie e non mi presi nemmeno la briga di toglierle dal letto. Sapevo che qualcuno sarebbe passato a prenderle e che sarebbero magicamente riapparse a destinazione. Robin era in cerca della quarta moglie, e trattandosi di una quarta moglie non era del tutto improbabile che la scelta ricadesse su una delle ragazze che frequentavano le sue feste. Sarebbe stato impensabile per una prima o una seconda moglie, ma una volta che la discendenza reale garantita, i maschietti della famiglia hanno pi spazio per il divertimento. Certe volte pensavo a come sarebbe stato sposare Robin. Non sarebbe stato tanto male avere un marito che ti stava tra i piedi solo ogni tanto, specialmente se hai a disposizione uno staff di persone che soddisfa ogni tuo bisogno e un jet che ti porta a Singapore se te ne viene il capriccio. Ma essere libera di comprare tutto ci che desideri non vuol dire possedere la libert. Ero consapevole che, se avessi sposato il principe, non avrei pi recitato in teatro, non avrei mai girato lEuropa con lo zaino in spalla, non sarei mai pi andata al cinema con un amico maschio e neppure mai pi in un centro commerciale senza una guardia del corpo. Ogni tanto cadevo vittima di fantasie in cui diventavo una principessa. Sembrava cos strano che questa cosa rientrasse nellorbita delle mie possibilit. A quale ragazza americana cresciuta a film di Walt Disney non

era capitato di mettersi a letto con la profonda convinzione di poter essere risvegliata da un incantesimo malvagio grazie al bacio di un principe? Di scoprire, riaprendo gli occhi, di essere stata salvata senza nemmeno aver mosso un dito perch ci accadesse? Chi non si sarebbe fatta venire lidea di provare ad afferrare quellanello doro, quella corona di diamanti? Nel mio caso, tuttavia, il lavaggio del cervello non era stato totale. In realt sapevo che non volevo sposare Robin, neppure al culmine del mio successo alla sua corte nel Brunei. Se lo avessi fatto, non avrei pi passato romantiche serate di pioggia su un tetto. Dopo la trasferta per shopping a Singapore anche le ragazze che fino ad allora erano state neutrali nei miei confronti si erano fatte pi acide. Fu cos che, al momento di partire alla volta di Kuala Lumpur, uscii dalla mia stanza felicemente agghindata nel pi tradizionale completo Chanel di tweed rosa e grigio. Mi avevano provocato a tal punto, si erano dimostrate tanto malevole che non sentivo pi il bisogno di sminuirmi per avere la loro approvazione. Chi se ne fregava se quelle idiote non erano mie amiche. Ecco quale sarebbe stato il commento di Fiona, ed era proprio cos che, dopo settimane di cattiverie da parte loro, mi sentivo io. Era cos liberatorio. Un po come quando, nella preadolescenza, avevo scoperto i Ramones, che avevano sancito la mia iniziazione al mondo della musica punk. Avevo potuto crearmi una realt completamente diversa. Avevo potuto essere, e per mia scelta, diversa dagli altri ragazzini che avevano reso la mia vita uno schifo. Avevo potuto affermare, una volta per tutte, che non ero io ad avere qualcosa che non andava, ma loro. Al liceo passavo tutto il tempo con la cricca del teatro e nel laboratorio di ceramiche. Mi cucivo i vestiti da sola, mi tingevo i capelli ogni volta di un colore diverso e mi ero appassionata al punk rock. A causa dei colori funerei delle nostre mise, io e i miei amici fummo ribattezzati dai fighetti e dai ragazzi bene della scuola Children of Darkness, soprannome che noi facemmo nostro di buon grado, scrivendolo sulla parete accanto al nostro tavolo preferito nella mensa del liceo. I Children of Darkness erano uneccentrica combriccola di ragazzini che portavano strane pettinature e facevano cose come scrivere opere rock o disegnare fumetti autobiografici. Avevano aperto i loro mantelli gotici e i soprabiti sdruciti per accogliermi a braccia aperte. Qualunque cosa bizzarra mi inventassi per lesibizione dei giovani talenti della scuola, cera sempre chi mi applaudiva. Eravamo una trib. Ma la mia recente accettazione era accompagnata da uno sbaffo di eyeliner nero e da spille di sicurezza usate come ornamenti. E le mie bizzare performance agli spettacoli scolastici

passarono da Shuffle Off To Buffalo a cover acustiche di Siouxsie and the Banshees. Agli occhi di mio padre tutto questo aveva rappresentato una madornale deviazione da un comportamento accettabile, un imbarazzo per la famiglia e, per lui, unoffesa personale. Era perennemente sul punto di esplodere, tanto che, quando ero a casa, vedevo me stessa come una versione punk di Glinda del Mago di Oz che volteggiava su una nuvola rosa al di sopra di tutto. Ero intoccabile, proprio come quando alzai il braccio e feci un salutino con la mano alle vipere del Brunei. Au revoir! Cosa avrebbe fatto Patti Smith? Vaffanculo a tutte quante, avrebbe detto lei. Magari lavrebbe detto senza indossare un completo di Chanel, ma alle cose bisogna sempre dare unimpronta personale. La nostra carovana reale part da un aeroporto privato. Vidi circolare alcune facce conosciute (Dan e Winston e il dottor Gordon, che avevo gi visto alle feste), ma nessunaltra donna. Mi domandai se davvero avremmo visto di persona una delle mogli di Robin, ma di mogli e di Robin non si vide traccia. Cera solo un gruppetto di uomini che ci ignorava. Dan ci salut con un cenno della testa e Winston con un sorriso. Per me Winston era sempre stato il pi simpatico. Lui e Tootie, la sua ragazza, erano una coppia molto tenera e trascorrevano le serate a chiacchierare tenendosi mano nella mano. A volte guardandoli avvertivo una fitta di invidia, che per non durava a lungo. Di certo Tootie non stava guadagnando nemmeno un millesimo di quello che stavo guadagnando io, anche se il suo ragazzo sembrava davvero molto preso da lei. Eppure, se avessi dovuto scegliere, mi sarei tenuta i soldi. Io e Fiona viaggiammo di nuovo sul nostro aereo, che sicuramente un bel modo di viaggiare. Sbarcate allaeroporto di Kuala Lumpur, uno stretto cordone di sicurezza ci fece percorrere in fretta un corridoio fino a raggiungere direttamente le automobili in attesa. Quando si viaggia sotto lombrello della diplomazia, non esistono cose come pratiche da sbrigare alla dogana. Nessuno fece domande sulla nostra presenza. Io avevo imparato ad affidarmi agli altri e a non fare domande. Dissi a me stessa che ero come una foglia trascinata da un torrente. Vivevo attimo per attimo. In pratica, ero un monaco zen. Accompagnate dal nostro bodyguard personale, Fiona e io fummo condotte in albergo e depositate nelle nostre stanze, che erano luna di fianco allaltra. La guardia ci disse di non uscire a meno di non essere chiamate, e prese posizione fra la porta della mia camera e quella di Fiona. Mi congedai

da lei ed entrammo nelle nostre lussuose celle di prigione confinanti. Cinque minuti dopo mi telefon per fare due chiacchiere. Ma perch non possiamo nemmeno farci un po compagnia? chiesi. Non preoccuparti. La guardia non rester fuori dalla porta per tutto il giorno. Ci vediamo per cena. Comparve in pigiama un paio dore pi tardi, seguita dopo poco da una bottiglia di vino e dal servizio in camera. Mi invit a ordinare quello che preferivo. Una bottiglia di vino. O magari tre. Ma hai idea di quanta gente c in questo albergo? fece lei. Martin e Robin hanno ciascuno a disposizione un intero piano per il loro entourage e due superattici tutti per loro. Secondo te c qualcuno che fa caso allammontare del conto? Trascorrevamo la maggior parte delle nostre giornate in camera mia o nella sua ordinando caviale, che mangiavamo con il cucchiaio direttamente dal barattolino, guardando film e bevendo vino costoso. Caviale e champagne sono un orribile clich che per diventa favoloso quando stai seduta con indosso la tuta a guardare Today Show via satellite. Ci facevamo fare anche dei massaggi e ascoltavamo musica, ci acconciavamo i capelli a vicenda e una volta evademmo per andarci a fare la pedicure nel salone dellhotel. Per tutto il tempo che restammo l dentro ero cos nervosa da farmi venire lorticaria. Non so cosa facesse Fiona la notte. Non ne parlavamo. Robin mi ignor totalmente per sei giorni. Quando la sera Fiona mi lasciava sola, io leggevo Artaud e Hesse e davo di matto. Quando lessi le parole di Artaud non sono pi la mia presenza, pensai: Questa sono io. Io non sono pi la mia presenza. Non so pi nemmeno chi sono. Mi dissi che dovevo uscire di l il prima possibile, fare qualcosa di reale, essere libera. Telefonai a Johnny, che stava passando un breve periodo a casa tra lespulsione da un collegio e la partenza obbligata per un altro istituto. I miei erano preoccupati perch i disturbi ossessivo-compulsivi di mio fratello sembravano essere aumentati di intensit dallultima volta che lavevo visto. Nel corso dellultima telefonata, mia madre mi aveva raccontato che aveva sudato sette camicie per farlo uscire di casa, perch prima di varcare la soglia doveva completare una serie infinita di rituali. Johnny viveva rinchiuso in un mondo privato fatto di tic, scoppi improvvisi, grida, porte toccate, sputi nelle pozzanghere, cucchiai fatti tintinnare contro i bordi delle scodelle. Fratello. Sorella. Come stai?

Tranquillo. Tranquillo. Al momento sono domiciliato qui, nella propriet di famiglia. Ralph Reuben ha sentito dire da sua mamma che fai la schiava in Cina. A dire il vero, sono in Malesia. E la mamma di Ralph Reuben da chi lha saputo? Ha incontrato mamma da Shop Rite. Magnifico. A quanto pareva mia madre metteva a parte della mia situazione chiunque incrociasse al supermercato. Ti dispiacerebbe chiederle di essere un pochino pi discreta? Certo, glielo dir. Che deve farci attenzione. E tu adesso che hai intenzione di fare? gli domandai. Pap e mamma sarebbero molto lieti di farmi partire con destinazione unaltra scuola prestigiosa. Come mai hai lasciato la scuola, questa volta? Mi sentivo come quando andavo in chiesa con Anthony Dante. Mi piaceva tutto, a parte il punto della messa in cui tutti quegli esserini si scostavano dalle panche e si mettevano in ginocchio e io ero lunico che restava seduto. Ecco come mi sentivo in quella scuola: come lunico ebreo della messa. una sensazione che conosco. Persino quando si parlava del pi e del meno, Johnny era un poeta. Ero preoccupata per lui. Mi appariva fragile, semitrasparente. Con la poesia non si fa molta strada e il mondo non gentile con le persone che hanno evidenti problemi di salute mentale. Ma io ero a quasi cinquantamila chilometri di distanza e non potevo fare granch per cercare di convincerlo a tentare di risolverli una volta entrato nella nuova scuola. Non riuscivo nemmeno a convincere me stessa a fermarmi da qualche parte. Come facevo a dargli un consiglio che alle mie orecchie suonava come una condanna allergastolo? Ti voglio bene, fratellino. Mi manchi, gli dissi. Attraverso le linee telefoniche internazionali mi torn indietro leco della mia voce. Quelle parole non mi sembravano abbastanza. Poi segu la pausa che ormai avevo imparato a lasciare scorrere. Anchio ti voglio bene, sorellina. Seduta in camera da giorni senza che nessuno si ricordasse di me, ero in preda a una voglia disperata di tornare a New York, di riprendere le prove a teatro. Robin mi stava ignorando e il suo fascino su di me si allentava. La mia vita andava dissolvendosi di ora in ora mentre ero l a marcire in quella gabbia di stanza dalbergo. Quando cercai di parlare di Artaud a Fiona, lei mi rispose perentoria che Artaud era uno squilibrato e io una mocciosa. Ma proprio non ce la fai a stare seduta tranquilla per cinque minuti? Mica ti hanno chiesto di scavare fossati. Forza, stai qua dentro e scrivi tutte le

poesie che vuoi. Studiati una dozzina di nuovi monologhi. Fai tutto quello che hai voglia di fare. Il problema non il posto dove ti trovi. Ma Fiona era pi grande di me. Io non avevo idea del valore del denaro, non ci pensavo due volte prima di pranzare a burro di arachidi mangiato direttamente dal barattolo e di cenare piluccando patatine e dolcetti. In realt non mi era mai importato niente di essere povera, perci diventare ricca senza fare nulla non mi sembrava una gran cosa. Questo avveniva quando ancora nel mio cuore albergava la convinzione di avere davanti a me una magnifica carriera sui palcoscenici. Ero smaniosa ma combattuta. Al Brunei ancora non avevo completamente rinunciato, non ero disposta ad alzare bandiera bianca. Cos, quando mi chiamarono per dirmi che Robin mi invitava su da lui, ripresi vita. Il mio obiettivo era abbacinare. La mia speranza era di far scoccare una scintilla in grado di galvanizzare il suo interesse, il che, di riflesso, mi avrebbe fatto tornare la voglia di rimanere. Per ricevere il mio Oscar indossai un luccicante abito di Armani con una generosa scollatura sul retro. Robin era uno di quegli uomini che apprezzano un bel fondoschiena, e io cercavo di scegliere le mie mise di conseguenza. Fui scortata al piano di sopra dal nostro gorilla, dove, nella suite al superattico, si svolse una sfarzosa cena durante la quale io, lunica donna, sedetti di fianco a Robin. Riconobbi parecchi degli uomini seduti intorno al tavolo, ma cerano anche delle facce nuove, uomini con un accento diverso da quello di Robin e del gruppo di persone che solitamente lo accompagnava. Alcuni erano forse iraniani, altri britannici. Erano pi scherzosi del solito, come se stessero festeggiando il buon esito di qualcosa. Fu una di quelle serate che volano su un tappeto magico di champagne, bei momenti e tempismo pressoch perfetto, il genere di serata in cui ogni pezzo del puzzle si incastra perfettamente e tu ti senti brillante e bellissima. Si capiva che il principe era contento di me. Non cera traccia alcuna della sua consueta ombrosit o del biasimo che spesso dispensava attraverso i suoi sorrisi di plastica. Il volto di Robin rimase sgombro dalle nubi di insoddisfazione che preannunciavano castighi, il bando dal suo letto per giorni e giorni, lostentazione davanti al tuo naso di una rivale. Ma come succedeva ogni sera quando cera lui, la festa si trascin troppo a lungo e tutti, tranne lospite, erano ormai esausti da un bel pezzo. Robin era uno di quegli individui che non hanno bisogno di dormire e che hanno una cattiva opinione delle persone che trascorrono le loro brevi ore in questo mondo dormendo. Era uno di quegli insonni che, se fosse stato un uomo qualunque, avrebbe trascorso molte nottate a vegliare in solitudine. Ma dal momento che era un aristocratico ricco da fare schifo poteva, se lo desiderava,

pagare un intero party pieno di gente che rimanesse alzata giorno e notte a fargli compagnia. Alle quattro del mattino Robin si conged dagli ospiti e mi port nella camera della sua suite. Nella stanza cerano porte-finestre rotonde a tutta altezza, come se lintera citt scintillante facesse parte del nostro acquario privato. Scopammo con le tende aperte e le luci spente. Una volta terminato, mi aspettavo di essere congedata con il consueto sculaccione e un bacio sulla guancia. Invece, accadde lincredibile. Lui premette il pulsante di un telecomando per chiudere le tende, raggomitol il suo corpo intorno al mio, cingendomi con il braccio, e mi diede la buonanotte. Ero terrorizzata. Lintimit era un balzo troppo grande. In presenza di Robin, mi sentivo perennemente sulla corda per la tensione, mi atteggiavo al solo scopo di compiacerlo, senza mai pensare alle mie necessit. Ero bloccata in quellatteggiamento al punto da non riuscire nemmeno a scoprirmi i piedi bollenti per timore di disturbarlo. Rimasi l, sveglia, con i piedi che sudavano, il cuore che batteva forte, i crampi allo stomaco. Speravo che si addormentasse lui per primo, che si mettesse a russare o qualcosa del genere, cos avrei potuto rilassarmi. Feci finta di dormire. Sei sveglia. Non ci era cascato. Mi sentii una stupida. Alla fine mi diede un sonnifero e ne prese uno anche lui. Al risveglio, facemmo colazione insieme in camera e guardammo la CNN mentre lui si vestiva per andare al lavoro. Per il resto della trasferta a Kuala Lumpur, le nostre serate e mattinate trascorsero cos. Divent una cosa normale. Solo per un istante mi pass per la mente che adesso toccava a Fiona restare in attesa, tutta sola. La prima guerra del Golfo era terminata da poco, ma sui giornali e alla tv se ne vedevano ancora gli strascichi. Appena qualche mese prima avevo manifestato contro la guerra a Tompkins Square Park, ma ormai, l nel Brunei, sia la guerra sia Tompkins Square Park sembravano molto lontani. La maggior parte delle persone che mi chiede del Brunei d per scontato che si trovi in Medio Oriente, forse per via del petrolio e dellincarnato scuro della gente. Ma il Sud-Est asiatico molto distante dallIraq e io non avvertivo alcuna relazione tra i due luoghi. Una relazione, tuttavia, esisteva. Ogni sultano, ogni re, ogni presidente o primo ministro la cui ricchezza derivi dal petrolio si ritrova a scivolare sulla stessa onda nera. Robin aveva forti legami con il sistema petrolifero, di cui per mi sfuggiva la natura. Non potevo affrontare con lui largomento, non era esattamente per quello che mi trovavo nel suo Paese. Ci non mi impediva di farmi delle domande quando lo osservavo seguire i notiziari, che scorrevano in un flusso

continuo sovrapponendosi a qualunque altra attivit lui stesse svolgendo. Me ne stavo sdraiata nellenorme letto di un hotel di Kuala Lumpur, con la citt che ribolliva quaranta piani pi sotto, e guardavo lonnipresente CNN mentre Robin si preparava per andare a lavorare, di qualunque tipo di lavoro si trattasse. Mattina dopo mattina vedevo, fra le altre cose, il volto raggrinzito di Nelson Mandela che si rivolgeva al mondo parlando dello sgretolamento dellapartheid. A mano a mano che ai miei occhi Robin si trasformava in un qualcosa che assomigliava sempre pi a un amante e sempre meno a un datore di lavoro, ogni tanto mi arrischiavo a chiedergli quale fosse la sua opinione sugli avvenimenti che ogni giorno seguivamo ai notiziari. Solitamente, per, le sue risposte erano evasive, pertanto evitavo di fare troppe domande. Sapevo che nel Brunei non esisteva la libert di stampa, che il sultano era un dittatore (anche se mite) e che denigrarlo era un delitto gravissimo. Per quanto non si trattasse di cose ammirevoli, preferivo fare finta di nulla. Non ero nel Brunei in rappresentanza di Amnesty International. Non era il mio Paese. Non era un problema mio. Improvvisamente tutte le mie convinzioni politiche, i miei anni di attivismo, non contavano pi niente. Il che non significa che stessi diventando una sostenitrice sfegatata della teocrazia, della poligamia e del consumismo sfrenato, ma quello che pensavo io non aveva proprio alcuna importanza. Alle superiori ero andata a Washington in pullman per partecipare alle marce in favore dellaborto e ai raduni per i diritti degli omosessuali. Avevo scritto saggi sugli zapatisti e progettato di fare un viaggio nel Chiapas dopo il diploma. Ma nel Chiapas, alla fine, non ci sono mai andata. Decisi invece di far confluire il mio attivismo e le mie ambizioni artistiche e di unirmi alla gloriosa storia del teatro di protesta, finch scoprii che con il teatro di protesta di soldi se ne vedevano molto pochi e la dura realt dellautosufficienza inizi a erodere i miei ideali. Nel mio mondo bruneiano non cera posto n per larte n per lattivismo politico, e con il passare dei mesi quel mondo stava diventando la mia realt. Pi che alla fine dellapartheid, Robin era interessato al divorzio dei reali dInghilterra. E ancora di pi lo interessava il nastro della telescrivente con le notizie della finanza internazionale, che guardavamo in lingua inglese anche se, per quanto ne capivo io di indici Dow Jones e S&P, poteva anche essere in malay. Mio padre non mi aveva insegnato niente, probabilmente perch io non gli avevo mai chiesto di farlo. Per dissi a Robin che mio padre lavorava nel mondo della finanza, il che colp la sua attenzione per un minuto, dopodich perse velocemente interesse nella cosa. Io, invece, mi inventavo trovate carine per non farlo annoiare.

Una mattina lo presi in giro perch non voleva farsi il bagno con me. Io la mia vasca la posso dividere al massimo con una paperella, disse lui. Quel pomeriggio mandai uno degli uomini della sicurezza a procurarsi una paperella di gomma e la regalai a Robin perch non se ne stesse nella vasca tutto solo. Quel giorno rimase molto colpito dalla sottoscritta, pi del solito. Non avevo prestabilito di fare ci che feci, ma il germe che Taylor aveva seminato in me stava mettendo radici. A Robin piaceva fare il nome di Serena nel bel mezzo delle nostre conversazioni, soprattutto quando tra noi le cose andavano particolarmente bene e io ero tutta soddisfatta. Non ricordo come salt fuori, forse stavamo parlando di recitazione, o di canto. Se non sbaglio, Serena canta in una band a Los Angeles, no? chiese lui. S, ricordo che mi ha raccontato che si esibisce nella band del suo ragazzo, risposi io. Fu cos facile. Mi aveva servito loccasione su un piatto dargento. Ti ha detto proprio cos? domand lui in tono brusco. Che una cantante jazz? Finsi che il riferimento al suo ragazzo mi fosse sfuggito inavvertitamente. S, me lo ha detto lei. Quella mattina lo salutai con un bacio, poi mi avvicinai alla finestra e rimasi a lungo a guardare la citt. Passavano sempre un paio dore prima che una delle guardie venisse a prendermi per riportarmi nella mia stanza, dove sonnecchiavo, ordinavo il servizio in camera, leggevo un po, quindi mi vestivo e ricominciavo tutto da capo. Ma il momento della giornata che preferivo era quando Robin usciva per andare al lavoro, quel primo momento di quiete e solitudine. A volte, quando ne avevo abbastanza, chiamavo Fiona, ma ormai lei non restava pi in camera durante il giorno. Cercavo di non pensare a dove potesse essere. Ogni mattina salutavo Robin con un bacio e ogni sera cenavo seduta accanto a lui. Era come avere un fidanzato, a parte il fatto che era il fratello di un dittatore e che aveva gi tre mogli e una quarantina di altre amiche, tra le quali una cui stavo tentando di sottrarre la sua fonte di reddito. difficile spiegare perch lottassi tanto strenuamente per Robin. Talvolta lo trovavo affascinante, un eroe malvagio ma sensuale. A volte mi faceva sentire immensamente attraente. Altre mi dava limpressione di essere un coglioncello e sentivo lirresistibile impulso di spaccargli qualcosa sulla testa. Ma la triste, laida verit era che condividevo il suo letto e sentivo di essere parte di un gioco importante. Non so dire se fossi innamorata delluomo, ma senzaltro ero innamorata della sensazione, quasi in estasi. Probabilmente avevo confuso lamore con il potere. Il potere aveva lo stesso sapore di unostrica, come se avessi ingoiato lintero oceano, con tutti i suoi ricordi, la sua calma, il suo putridume e la sua

violenza. Aveva lo stesso sapore di unostrica che avevo mangiato una volta da bambina, un mollusco ancora vivo che cercava di ritrarsi. Mio padre adorava i frutti di mare. Un giorno, avr avuto sette anni, durante una gita a Boston mi port da Faneuil Hall e mise una dozzina di ostriche crude di fianco ad altrettante vongole crude. Infilz la prima ostrica, la intinse nella salsa cocktail e poi inghiott il tutto, sfidandomi a imitarlo. Intorno a noi si form un capannello di persone curiose di vedere la bimba che mangiava le ostriche. Tenni per un secondo la creaturina sollevata di fronte a me, e avevo tanta voglia di tirarmi indietro. Era la parte inferiore di una lingua, umidiccia e fatta per starsene nascosta. Me la infilai in bocca e tentai di masticarla, ma quella mi scivol indietro verso la gola, suscitandomi un conato di vomito. La gente si mise a ridere. Facevano il tifo. Dai, piccola, che ce la fai! Dopo un altro conato riuscii a capire come fare per aprire la gola e la inghiottii. Mi veniva voglia di vomitare, ma ingurgitai quellostrica e poi altre quattro. So che mio padre era fiero di me. E a ogni ostrica imparavo qualcosa di pi. Sono disgustose, sono buonissime e sei disposta a inghiottirle tutte fino allultima solo per dimostrare che ne sei capace. Avevo desiderato che mi accadesse qualcosa di folgorante e lavevo ottenuta. Ero unamante reale che girava per la camera in lingerie La Perla, osservando Kuala Lumpur dallalto di una suite in un superattico. E se avevo la sensazione che quellostrica mi stesse intossicando il sangue, se mi coglieva il vaghissimo pensiero che stesse avvenendo qualcosa di irreparabile, cercavo di non pensarci. 17 La guardia buss a met giornata per informarmi che avrei dovuto indossare un vestito da sera. Da quando ero arrivata in Malesia Robin mi aveva sempre convocata solo per la sera, perci la cosa mi parve strana. Entrati nellascensore, la guardia premette il pulsante per salire sul tetto. Il petto mi si strinse in una morsa di panico. Sapevo troppo e si stavano sbarazzando di me. Non potevo fare niente. Ero in trappola. Ero come uno di quei tipi nei film di gangster che, resosi conto di essere sul punto di prenderle di santa ragione per via di qualche sgarro che ha commesso ma non avendo scelta, sale comunque sullauto con il suo futuro assassino. Mi immaginai i titoli sulla stampa: Amante respinta si lancia dal tetto in Malesia. Narcotraffico: incontro degenera e prostituta americana muore allHilton di Kuala Lumpur. Ragazzina del Jersey scompare durante una vacanza nel Sud-Est asiatico.

Se non altro sarei morta indossando un abito da sera. Nessuno, per, mi scaravent gi dal tetto. Al contrario, sulla piattaforma datterraggio ad aspettarmi cera un elicottero che sollevava spirali di vento impazzite. Era la prima volta che salivo su un elicottero e le cuffie che mi porse il pilota mi rovinarono i capelli, che avevo cercato di raccogliere rapidamente. Mi immaginai come uneroina hitchcockiana dopo un inseguimento su una collinetta di gommapiuma, con tanto di ventilatori industriali ad attorcigliarle labito da sera. Il volo mi parve di una brevit ridicola, praticamente un salto dellUomo Ragno da un tetto a un altro. Tuttavia, osservando in basso il traffico congestionato che scorreva lungo le strade della citt, mi convinsi che quello che era stato un volo di tre minuti sarebbe equivalso a un viaggio di tre ore in macchina. Quel volo in elicottero, i viaggi da e per laeroporto e il panorama dalla finestra dellhotel erano tutto ci che avrei mai visto della capitale malese. Non mi sono mai giunti gli odori del cibo che si levano dal retro dei ristoranti, non ho mai comprato una sciarpa da un venditore di strada, mai ordinato direttamente una tazza di t, e nemmeno mai posato il mio piede su un marciapiede, se si trascura il tragitto dallhotel allautomobile, e comunque solo due volte. Ero stata in Malesia, eppure non cero stata. Ero stata nel Borneo, ma in realt non cero stata. Sulla piattaforma datterraggio trovai ad accogliermi due gorilla con gli occhiali a specchio, che mi introdussero attraverso la porta di unaltra suite dalbergo. Questa era immensa. Cominciai a sistemarmi i capelli, prendendomi un po di tempo per guardarmi attorno e prepararmi allennesima maratona di attesa. Mi voltai e, seduto su una poltrona doppia in fondo alla stanza, vidi il sultano. Dunque, non ero sola. Per lo spavento, feci un salto e per poco non urlai. Allora, che ne pensi del mio Paese? domand picchiettando con la mano il posto accanto a s. Robin mi aveva fatto la stessa domanda. Com ovvio, in quel preciso momento non ci trovavamo esattamente nel suo Paese, ma sapevo cosa voleva dire il sultano. Il mondo era la sua ostrica; qualunque luogo era il suo Paese. E non nel senso che intendeva John Lennon. Era come se si trovasse allaltro lato di un campo da football. Davanti a lui, sul tavolinetto basso, cera un servizio da t in porcellana fine con i bordi doro. Mentre prendevo posto accanto a lui, il sultano mi chiese di chiamarlo Martin e vers il t per entrambi. Parlare con Martin era pi facile che parlare con Robin. Era garbato, quasi gioviale, con un viso sorridente che incuteva meno soggezione rispetto al piglio severo che mostrava sulle banconote e sui cartelloni. Finimmo una tazza di t e ne bevemmo unaltra mezza prima di ritirarci in camera da letto. La suite nella quale incontrai il sultano del Brunei

era dieci volte pi grande dellintera casa dove vivo adesso. Nemmeno il papa avrebbe potuto immaginarsi uno spettacolo tanto sfarzoso. Alla fine ero stata passata di mano. Ormai, per, ero nel Brunei da un tempo sufficiente per capire che si trattava di un complimento piuttosto che di un insulto. Ero una specie di tributo da pagare, parte di un sistema di onore e rispetto tra fratelli. Ero un dono. Mi bast baciarlo per capire quanto Martin fosse diverso dal fratello. Era meno complicato, meno manipolatore, aveva meno pretese. Per capire meglio la differenza basti considerare quanto segue: Robin pretendeva di essere amato; a Martin era sufficiente che gli succhiassi luccello. esattamente quello che mi chiese educatamente di fare, dopo avermi detto di spogliarmi, di camminare avanti e indietro, girarmi e fare un balletto. Poi, cordiale e festoso, mi rimand allelicottero dichiarando che suo fratello aveva buon gusto. Non lo rividi pi, ma dopo quel giorno quando vedevo la sua faccia sui dollari del Brunei mi veniva sempre da sorridere. In seguito Anglique, la cantante amata dal principe Sufri, mi spieg che non avrei dovuto risentirmi se il sultano non mi avesse pi fatta chiamare. A dirla tutta, avrei dovuto sentirmi lusingata per il fatto stesso di averlo incontrato. Aggiunse che rarissimamente si scopava le ragazze occidentali, e che quando lo faceva non le teneva mai con s. Quella sera Robin era smanioso di sapere se ero piaciuta a Martin. Sembrava un bambino in cerca dellapprovazione paterna. Dietro i suoi occhi cera sempre una sorta di famelicit, il genere di fame che non si pu mai saziare fino in fondo, che ogni notte ti tiene sveglio fino alle cinque del mattino, che ti fa scopare una ragazza dietro laltra, comprare una Maserati dietro laltra. Sembrava un alcolista verso lora di chiusura del bar. Come qualcuno che riuscito ad avere tutto ci che desidera ma scopre con sgomento di sentirsi ancora vuoto. Non era la prima volta che mi veniva il sospetto che, malgrado la sua irriducibile ricerca del piacere, per lui fosse in effetti difficile divertirsi. Non esistono al mondo ragazze o automobili in numero sufficiente a soddisfare quel genere di appetito. Dormii fra le braccia di Robin e sognai che ero il sultano, o magari non proprio il sultano, ma comunque un uomo. Sono un uomo ed entro nel Kit Kat Club, sulla Cinquantaduesima, scosto le tende di spesse strisce di lam, scanso le colonne ricoperte di specchi e giro langolo. Mi siedo in uno dei separ di fianco al muro e pago una ragazza perch faccia la lap dance per me. In realt non riesco a vederla, ma avverto il suo calore. Non appena si siede su di me, mi sorprendo della sua completa nudit. Nel sogno cos morbida da intimorirmi. E penso: Puoi comprarti una ragazza, una ragazza calda e vellutata, tutta intera.

Non lo avevo mai capito prima. Non ero mai riuscita a comprendere perch si potesse desiderare di comprare una donna, fino a quel sogno. E nel sogno ero contentissima di essere un uomo. 18 Al rientro da Kuala Lumpur venni a sapere che Serena era partita. Partita? Partita. Guardaroba svuotati. Biglietto di sola andata. Partita, conferm Ari. Che splendida giornata! Serena era partita! Credo di avere addirittura ballato per la gioia. Poi, di colpo, mi resi conto. La causa della sua cacciata era forse stata la coltellata alla schiena che casualmente avevo insinuato nella conversazione a letto con Robin? E quandanche fosse stato cos, chi se ne importava? Avrei dovuto sentirmi trionfante. Lei aveva tentato di fare la stessa cosa a me, ma non aveva funzionato perch era stata troppo ovvia. Mi ritorn alla mente mentre mangiava quella fragola. So quale sensazione si prova passando la lingua sui minuscoli semi, pregustando il sapore, facendo finta, sempre facendo finta, che un morso possa bastare, che non ci sia bisogno di sentirsi sazia, soddisfatta. Avvertii una sensazione intensa e improvvisa. Non era esattamente senso di colpa. Era disgusto. Per Serena e per me stessa. Per larpia maligna che era stata, per quello che mi ero ridotta a essere in reazione al suo comportamento. Ma non era forse cos che desideravo essere? La donna spietata, quella che combatte e vince, a costo di emergere dalla lotta ricoperta di sangue? Il contrario di combattere non amare, scappare. A voi chi piacerebbe essere, chi si batte o chi scappa? Chiesi ad Ari come mai Serena fosse tornata in America, e lei, finalmente, vuot il sacco sulla mia rivale. Serena era sempre stata la numero uno prima dellavvento di Fiona, la prima ragazza occidentale approdata nel Brunei. Un tempo Robin laveva adorata, ma lei, come la moglie di Barbabl, non era stata capace di resistere allunica cosa che le era stata proibita. Ai tempi in cui erano appena iniziati i party affollati di ragazze, otto mesi prima, ad Ari, Serena e Leanne era consentito con regolarit di andare allHilton per un pranzo o una nuotata in piscina. Erano andate a fare acquisti a Singapore ed erano uscite per visitare lo zoo. Ognuna di loro aveva un appartamento a sua disposizione. Durante quellet delloro, il principe Hakeem, il figlio maggiore di Jefri (che ancora non avevo incontrato), partecipava alle feste ogni sera in compagnia di un amico di nome Arif, una versione piacente dellelefantiaco Hakeem. Arif cominci a farsi vedere nella piscina dellHilton in certi

particolari giorni, che guarda caso erano proprio quelli in cui allhotel cera anche Serena. Per organizzare i loro convegni segreti Serena usava il telefono. A quanto pare, alla nostra beneamata algida bellezza dagli occhi azzurri piaceva molto dire sconcezze al suddetto telefono, e non al principe. Robin utilizzava il telefono molto raramente: non aveva motivo di farlo, visto che cerano altre persone che si preoccupavano di telefonare per conto suo. Se desiderava parlare con qualcuno lo comunicava a uno dei suoi assistenti ed ecco che di l a poco si ritrovava davanti la persona di cui aveva chiesto. Serena era stata la nostra pioniera. Non sapeva che i telefoni erano sotto controllo, n aveva mai avuto il sospetto che le sue conversazioni private sarebbero state sottoposte al principe in persona, il quale non la affront mai apertamente, preferendo piuttosto citare di tanto in tanto, al momento pi opportuno, frasi estrapolate dai suoi colloqui con Arif. Immagino il suo divertimento nel sentire come il corpo di Serena si irrigidiva e calava di temperatura, nel vedere nei suoi occhi la paura e la colpa che non riusciva a mascherare, il leggero sudore che le imperlava la pelle, e nellassistere ai suoi disperati sforzi per tentare di compiacerlo in ogni modo, fingendosi ancora pi appassionata di prima. Il principe non la condann a una decapitazione sommaria, n le consegn un biglietto di sola andata perch tornasse in America. Che divertimento sarebbe stato? Non era nel suo stile. Se fosse stato il Grande Inquisitore e avesse fatto stirare qualcuno sulla ruota, avrebbe fatto in modo che la tortura durasse giorni e giorni. Avrebbe fatto girare la ruota ogni volta di cos poco che forse il condannato non si sarebbe neanche accorto di essere sottoposto a una tortura finch non avesse visto le proprie budella al suolo, accanto a s. No, il principe fece finta di averla perdonata. Continu a invitarla e a ospitarla su una delle poltrone, seguitando a ignorarla per mesi e mesi mentre lui flirtava con tutte le altre donne presenti nel salone, e in maniera pi diretta con la sua rivale. E la rivale sarei stata io. Ari mi raccont tutta la storia mentre mangiavamo sandwich al formaggio e spiedini di cocomero. Mi sentii invadere dal gelo. Fiona, la mia migliore amica, doveva esserne a conoscenza, eppure non me ne aveva mai parlato. Non che non mi avesse messa in guardia. Non sono tua amica, mi aveva detto. Unaltra lezione utile che ho appreso nel Brunei: quando una persona ti dice qualcosa come: Non sono tua amica, credici! Settimane prima, Taylor si era buttata accanto a me sul letto e mi aveva incitata a vendicarmi del trattamento che mi era stato riservato. Anche tu hai cervello, mi aveva bisbigliato nellorecchio. Ne avevo? Avevo fatto una mossa che in quel momento mi era sembrata quella giusta, ma era saltato fuori che gli altri giocatori coinvolti nel gioco

possedevano pi informazioni di me. Una volta partita Serena, dato che non ero pi utile ai piani escogitati da Robin per darle il tormento, sarei stata messa da parte? Le lotte intestine fra le ragazze lo divertivano molto. Mi avrebbe considerata meno seducente ora che non avevo pi una rivale? Sarei tornata a New York, ad aspettare da Ari una telefonata che non arrivava mai, le mie speranze ogni mese sempre pi tenui? E se pure avevo avuto un ruolo nella decisione di rimpatriare Serena, non mi ero forse dimostrata miope nelle mie macchinazioni? Fiona aveva previsto tutto? Mi aveva usata per sbarazzarsi di Serena, dando per scontato che, una volta uscita di scena lei, Robin avrebbe perso il suo interesse per me? Oppure era tutta una complicata soap opera che mi andavo costruendo nella testa? Avrei dovuto limitarmi a ci che sapevo fare bene: la carina, raccontare storielle divertenti e vendermi. Mi tornarono in mente le parole di mio padre, con una variazione: Dato che come squillo internazionale non sei niente di che, devi saperti vendere bene. Ero consapevole che da una gara con Fiona sarei uscita sconfitta, ma da lei avevo imparato abbastanza da poter giocare una buona partita. Ogni volta che cominciavo a dare di matto per la noia o iniziavo a odiarmi fino quasi a stare male ed ero sul punto di implorare che mi procurassero un biglietto aereo per tornare a casa, accadeva qualcosa che mi ributtava nella mischia. Robin si era comprato unaltra Lamborghini. Non appena ebbi messo piede nel salone delle feste, una guardia venne a prelevarmi per accompagnarmi allingresso posteriore del palazzo dove il principe mi raggiunse per farmi fare un giro sulla sua macchina. Entrai nellauto e le portiere si chiusero automaticamente dallalto, come il portello di una capsula del tempo. I sedili erano cos bassi che avevo limpressione di essere sdraiata per terra. Un dosso e mi sarei scorticata il sedere. Percorremmo velocemente strade costeggiate dalla vegetazione della giungla e illuminate solo dai nostri fanali. Stare in macchina con Robin era unaltra strana forma di intimit, come se fossimo stati una coppia qualunque con la possibilit di andare ovunque, a cena fuori oppure al cinema. Con lunica eccezione, forse, del fatto che eravamo diretti verso il solito posto dove andavamo ogni notte. Osservavo Robin che teneva gli occhi sulla strada. Sotto la sua pelle, dietro ai suoi occhi e nelle vene del suo collo pulsava qualcosa. Era come se si sforzasse per trattenersi dal lanciarsi a mille allora. Sembrava quasi non accorgersi della mia presenza. Mi domandai se desiderasse solo guidare senza fermarsi, andare in un posto dove non era un principe.

Che ne pensi? mi chiese, cogliendomi di sorpresa nel mezzo delle mie riflessioni. Penso che dovremmo partire e andare in Thailandia, ebbi la tentazione di rispondere. Senza portarci dietro nulla. Ci compriamo degli abiti nuovi quando arriviamo l, ci prendiamo una capanna sulla spiaggia a Phuket e ci tuffiamo tra gli scogli. Che ne pensi? ripet. Di cosa? Dellauto, rispose lui, irritato. Ma certo, la macchina. Come se potesse esistere qualcosaltro. Pensai a un aggettivo che potesse descrivere lautomobile, qualcosa che gli facesse piacere. Orrenda, ridicola, patetica, era ci che pensavo; ma ci che dissi fu: Forte. Forte? Non sembrava soddisfatto. Bellissima. una macchina bellissima. Nel Brunei laggettivo bellissimo si sprecava in ogni occasione. Ogni cosa era bellissima: la giungla, le collane, le ragazze, le automobili, le sue opere darte, la sua casa. Tutto apparteneva a lui. Era tutto uguale. La parola che lui voleva sentir dire era bellissimo. E la bellezza la possiedi; la tieni nel palmo della mano. *** Durante le nostre due settimane di assenza, alcune facce erano cambiate. La cosa pi notevole era che, partita Serena, alle feste era tornato a farsi vedere il principe Hakeem. Era come un bambolotto gonfiato, indubbiamente grosso il triplo di suo padre. Robin mi lasci alla porta dingresso e scesi le scale da sola. Hakeem era sul pianerottolo prospiciente la porta che dava sul salone delle feste, intento a giocare con un telecomando elettrico che azionava un modellino della Lamborghini dalla quale ero appena scesa. Stravaccate sulle scale, lima addosso allaltra, stavano due ragazze thailandesi tutte in ghingheri che sembravano in procinto di partecipare a una riunione di ex alunni, e che ridacchiavano divertite dal principe. Come tradizione imponeva, passando davanti a lui mi inchinai. Ma inchinarsi davanti a Robin e fare un inchino rivolto a un mio coetaneo che manovrava un gigantesco telecomando erano due sensazioni diverse. Quello al cospetto di Robin era un inchino di sottomissione, un atto sessuale. Nel caso di Hakeem, prevaleva il sarcasmo. Serena era stata sostituita da due ragazze nuove, Delia e Trish. Fui subito circondata dal gruppo delle thailandesi, che mi sommersero di feste e gridolini. Yoya, Tootie e Lili mi soffocarono di abbracci. Non riuscivo a capire perch fossero tanto affettuose con me. Forse perch, sfidando le convenzioni, in quello che era il nostro piccolo arcipelago al femminile spesso mi spostavo

verso la loro isola. Mi sedetti sul bordo del loro affollato divano chiedendo come si dicesse per favore e grazie in lingua thai, e loro mi ricambiavano trattandomi come unamica dinfanzia che non vedevano da tempo immemorabile. Certe ragazze nel Brunei erano brave ragazze, ragazze squisite. Fiona mi accolse con qualcosa di simile al calore, che per lei assomigliava molto allindifferenza ma differiva dal disdegno. Robin e i suoi cari amici entrarono mentre Anglique intonava unappassionata versione di How Am I Supposed to Live Without You? Con un colpetto sul braccio, pi o meno dopo unora dallarrivo degli uomini, Eddie mi fece cenno di uscire dalla stanza. Una guardia mi accompagn allingresso costellato di porte e ne apr una che non avevo ancora varcato. Dietro la porta numero due trovate una fornitura a vita di prodotti per la vostra auto, dietro la porta numero sei un mucchietto di lingotti doro, e dietro la porta numero tre un bagno. Un bagno veramente enorme. In un angolo, pennello in mano, avrebbe dovuto sedere un pittore orientalista. Al centro si trovava una vasca da bagno delle dimensioni di una piccola piscina, rivestita di minuscole piastrelle doro che riflettevano tremolanti raggi di luce per tutta la stanza invasa dal vapore. Di fianco alla vasca, un vassoio ricolmo di frutta, torta speziata al miele e cioccolata. La paperella di gomma che avevo comprato per Robin in Malesia galleggiava nellacqua, mestamente inclinata su un fianco. Non volevo infilarmi nella vasca e cominciare a sudare prima che lui arrivasse, ma con quel vestito addosso mi sentivo unidiota, cos appesi da una parte i miei indumenti e mi sdraiai nuda sul divano, come unodalisca uscita da uno dei suoi quadri. Lunica cosa che rovinava lassoluta autenticit della fantasia del bagno in un harem era il televisore montato nellangolo della stanza che, come di consueto, era sintonizzato a tutto volume sulla CNN. Suppongo che la sua idea fosse di dimostrarmi che, dopotutto, non aveva paura di fare il bagno assieme a una ragazza. Limpressione era che avesse allestito un piccolo interludio romantico per noi due, ma quando entr, Robin aveva unespressione dura, gelida. Mentre eravamo in macchina, appena qualche ora prima, a malapena mi aveva rivolto la parola. Tutta la confidenza conquistata in Malesia era svanita. Avevo il sospetto che fosse rimasto deluso perch non aveva pi trovato Serena al suo ritorno, e questo sebbene fosse stato lui a fare la telefonata che ne aveva decretato lesilio. Del resto, non gli avevo lasciato altra scelta: lui sapeva che Serena aveva un fidanzato e io sapevo che lui sapeva, perci era escluso che restasse. Se nera andata per colpa mia e, in assenza di altri da punire, il castigo toccava a me.

Per quanto Serena non fosse stata una vittima, ormai conoscevo Robin abbastanza bene da non sorprendermi che il suo atteggiamento nei miei confronti fosse cambiato tanto repentinamente. Non cera per forza una ragione precisa. Quando diventava freddo e distaccato mi innervosivo, ma ancora di pi quando ostentava gentilezza. Quando era gentile potevi star certa che stava preparando il terreno per la tua disgrazia. Forse la mia punizione sarebbe stata mite. Sei molto carina. Si cambi nellaltra stanza; quando rientr appese laccappatoio e si infil nella vasca, con lacqua che gli arrivava soltanto alla vita. Io scivolai di fianco a lui e lui mi gir senza nemmeno baciarmi. Mentre mi sbatteva avevo la sensazione di galleggiare verso il soffitto. Era il genere di scopata che nelle intenzioni doveva farti stare male, ma cos non fu. Ero sempre meno ancorata al mio corpo. A comando potevo uscire da me stessa con una capriola e lasciarmi dietro solo un ologramma. Sotto di me, in lontananza, lologramma si aggrapp alla vicina gamba del divano per darsi un appoggio. Ma io ero libera. Io non ero uno dei suoi sudditi. Io non ero soggetta neppure alle leggi della gravit. Dopo che lui si fu rivestito, un attimo prima che mi lasciasse per tornare alla festa, sperimentai una delle frasi in malay che avevo imparato a memoria. E questa lavevo serbata per unoccasione speciale. Aku cinta padamu, dissi. Come ho gi detto, il sultano da te pretendeva solo che gli succhiassi luccello, mentre Robin aveva bisogno del tuo amore. Le persone che hanno bisogno di essere amate da tutti sono infinitamente pi pericolose di quelle che si accontentano del potere e del denaro. Bisogna andare molto oltre per renderle felici. Mi fa piacere, replic lui. Quello che avevo detto non corrispondeva esattamente alla verit. Ci che provavo per lui era qualcosa che assomigliava allamore, ma non era precisamente amore. Era qualcosa che assomigliava allamore ma anche qualcosa che non assomigliava assolutamente a nulla. Quando rientrai nella sala, Fiona mi fece un cenno. Attraversai la stanza per riprendere il mio posto alla sinistra di Robin e attendere il compiersi del mio destino. 19

Il principe Sufri torn a frequentare i party al ritorno da un lungo soggiorno in Inghilterra. E dopo il suo arrivo le feste presero un tenore diverso. Tanto per iniziare la serata, ci spostavamo tutti sui campi da badminton ricavati allinterno di unenorme stanza che pareva un gigantesco hangar illuminato a giorno e dotati di una pavimentazione spugnosa in cui i tacchi alti sprofondavano, cos, per non inciampare, eravamo costrette a sollevare i piedi con cautela, come fossimo cavalli da parata. Quando Robin si faceva vedere sui campi di badminton, sfoggiava sempre unaria di sopportazione e di scarso interesse. Rimaneva in un angolo con me, le braccia conserte e lo sguardo spesso rivolto in direzione della porta. Ma Sufri era il fratello maggiore e Robin gli portava rispetto. Per noi il principe Sufri era semplicemente Ben, un nome che evocava gentilezza. Quando lo guardavo, nella mia mente cominciavo a sentire lomonima canzone dei Jackson che ascoltavamo ai tempi dei campi estivi. Ero sempre stata convinta che la canzone parlasse dellamico bruttino di qualcuno, finch la mia amica Liz mi aveva spiegato che in realt parlava di un topo. Il Ben in carne e ossa era sfigurato da una malattia della pelle che provocava la formazione di pustole grosse come biglie. Ari sosteneva che erano una conseguenza delle cure contro il cancro, anche se io ho visto un sacco di persone ammalate di cancro ma mai nulla di simile al disturbo che affliggeva lui. La mia nuova compagna di stanza, Delia, con cui stavo familiarizzando, ipotizzava che fosse una tara dovuta ai matrimoni endogamici dei reali. Ben aveva subito una laringectomia a causa di un tumore alla gola e poteva parlare solo attraverso una macchinetta delle dimensioni di un cellulare che avvicinava al collo tenendola in prossimit della laringe. Questa cosa, unita alla malattia della pelle, gli dava in tutto e per tutto laspetto e la voce di un rospo roseo e bitorzoluto. Le pustole gli alteravano i lineamenti, conferendogli unespressione stralunata. I capelli, fini e rossicci, gli stavano ritti in testa in tanti spunzoni sottili. La maggior parte delle ragazze americane erano spaventate a morte dal suo aspetto, cos mantenevano le distanze, per paura di rimanere contagiate, o che Sufri le prendesse in simpatia e si trovassero costrette ad accarezzare il paesaggio lunare della sua pelle. Io le giudicavo solo delle stupide. Dovendo scegliere fra un playboy e un mostro, scegliete sempre il mostro. I mostri ti trattano meglio. E nonostante io avessi gi un box assegnato nella scuderia del playboy, feci amicizia anche con Ben. Era rigenerante intrattenersi con una persona meno crudele, meno manipolatrice e pi entusiasta della sottoscritta di quanto Robin fosse mai stato. Quando guardavo Ben, vedevo me stessa girata al rovescio.

Anche Yoya e Tootie si strinsero intorno a Ben, e con il passare delle settimane noi tre ragazze diventammo sempre pi amiche. Mi confidarono la loro opinione sulle ragazze americane: eravamo delle piagnone viziate e irritanti. E parlavamo un inglese orrendo. Io non ero esentata dal loro giudizio. Secondo loro anchio ero una piagnona viziata. S, anche tu lamenti. Sempre piagnucoli e lamenti, mi conferm allegra Tootie. Davvero? S, ma ci piaci comunque, mi rassicur lei. Tu comunque nostra amica. Ben aveva qualche favorita tra le filippine e le indonesiane, ma non credo che da loro pretendesse molto di pi che qualche doppio di badminton in sua presenza. Un vero spettacolo, vedere giocare a badminton delle escort scalze e in abito da sera. Mentre assistevamo a quella scena, Ben mi confess di essere innamorato senza speranza di Anglique, che per rifiutava le sue avance e gli faceva restituire tutti i regali. Gli restituiva i regali? Ero senza parole. Nessuna donna mandava indietro quel genere di regali. Cose simili accadevano solamente nei film. Ci poteva indicare solo due cose: o Anglique era una donna eccezionalmente virtuosa, o Ben era un uomo eccezionalmente ripugnante. Mi augurai che si trattasse di una questione di principio. Provavo simpatia per Anglique e volevo credere che esistesse una donna che non si poteva comprare, e non una donna che non si faceva comprare da un rospo. Dopo avere assistito alle partite di badminton delle ragazze, Ben era solito guidare lintera carovana nel salone delle feste per assistere allesibizione canora di Anglique. Quando era presente lui le ragazze non si davano il cambio al microfono. Era lAnglique Show. Dopo un po Ben usciva dalla stanza, con il cuore visibilmente spezzato, le mani in tasca e la testa bassa. A quel punto, le cose tornavano a svolgersi come accadeva prima che lui tornasse dallInghilterra. Osservandolo mentre si allontanava, pensai che Ben, forse unico caso tra i fratelli reali, stava cominciando a provare lesperienza umanissima delle pene damore. Diversamente da Robin, non aveva bisogno di ottenere tutto ci che chiedeva prima di interrogarsi sul motivo della propria perenne insoddisfazione. Forse, in un certo senso, per i brutti e gli esclusi, per gli uomini sfigurati dalle pustole e per le ragazzine che pranzano in un bagno pur di evitare la mensa scolastica, pi facile. Noi non abbiamo le stesse aspettative di felicit. ***

Dopo la partenza di Serena ci furono alcuni cambiamenti. Il primo fu la mia nuova compagna di stanza, una ragazza genuina e assai pratica. Delia faceva la modella per costumi da bagno e aveva un fisico strepitoso, che tuttavia aveva ormai superato il suo momento di massimo fulgore; lei, pur essendone consapevole, miracolosamente non si era fatta intrappolare dal meccanismo della negazione. Invece di imbarcarsi in un intervento di chirurgia estetica radicale dietro laltro per tentare di far collimare il suo aspetto con let dichiarata sul curriculum, stava mettendo su unattivit come fotografa di matrimoni e ritratti. Con quel suo atteggiamento da cheerleader, ironico solo in parte, e i capelli biondi lunghi ben oltre la vita, nel Brunei riusciva a mantenere un passo fermo che poche erano in grado di vantare. Quando Robin la convoc per la prima e ultima volta di fatto il normale protocollo per tutte con lesclusione di poche -, lei non se ne crucci oltre misura. Anzi, si ingrazi Ari e Eddie, dava il via ai trenini quando ogni sera partiva la musica da discoteca e ogni tanto ballando si ubriacava e si metteva a ruotare con la gonna alta e svolazzante. Nel Brunei probabilmente Delia se la cav meglio della maggioranza di noialtre, pagando oltretutto un prezzo pi basso al diavolo, o a chiunque si occupi di riscuotere questo genere di tributi. Ai dignitari di passaggio piaceva molto inventarsi nuovi modi per guardare Delia la surfista, e di solito volevano che io le facessi compagnia. A volte ci chiedevano di stare per ore sedute a prendere il sole sul bordo della piscina in terrazza, molto oltre lorario in cui chiunque altro si guardava bene dallo stare fuori allaria rovente e appiccicosa. Portavamo con noi libri, un grosso stereo portatile e tonnellate di crema solare, per evitare di arrostirci. Non vedevamo mai nessuno, ma Madge ci inform che dietro le finestre opache del palazzo cerano sale conferenza e saloni da pranzo che si affacciavano sul piano della piscina, perci presumo che lo scopo della nostra presenza fosse di fungere da vista panoramica. A parte la veduta su me e Delia in costume da bagno, le uniche cose visibili dalle finestre del palazzo erano gli alloggi lungo la collina e, dietro quelli, i chilometri e chilometri di foresta tropicale che circondavano i confini della propriet. Ogni tanto si rivolgevano a me e a Delia perch ci producessimo in qualche altro intrattenimento. Un giorno una guardia si present alla nostra porta con dei completi da tennis. Ci accompagn sul campo da squash, dove seguimmo la lezione di uno stronzetto borioso di Dubai. Lui, per, non sapeva che mio padre mi aveva messo la racchetta in mano quando avevo allincirca quattro anni. Avevo smesso di giocare durante ladolescenza, ma ero ancora capace di colpire una palla. E salt fuori che Delia era atletica proprio come il suo

fisico sembrava suggerire. Anche se alla fine perdemmo, gli ambasciatori rimasero molto colpiti da noi due e quando la voce si sparse diventammo una divertente anomalia, tanto che spesso ci veniva chiesto di lasciare la festa per andare a giocare un doppio con un altro paio di dignitari con la bava alla bocca. Pensate un po: delle ragazze che erano brave a fare qualcosa! O, per essere pi precise, delle ragazze come noi che sapevano fare bene qualcosa! Malgrado questi progressi lassenza di una rivale, una nuova amica, un turbine di attenzioni di tanto in tanto la routine cominciava a sfiancarmi. Spesso Robin mi ignorava, e per giorni e giorni si limitava a rivolgermi solo qualche parola. Trascorsi molte serate seduta di fianco a una poltrona vuota, a chiacchierare del pi e del meno con Fiona. Ci scambiavamo pettegolezzi con fare lezioso, come se ci trovassimo ai bordi del campo durante un incontro di croquet. Una sera le nostre chiacchiere caddero su Yoya e Lili. Credo che il pi delle volte Robin le convochi tutte e due insieme. Sul serio? Che indecenza! Davvero. Ma vorresti sapere qualcosaltro di indecente? Senzaltro. Dimmi un po, secondo te Yoya quanti anni ha? Non lo so. giovane. Una bimba. Diciassette? Secondo te una diciassettenne una bimba? Meno. Sedici. Meno. Cosa? Ma terribile. Oh, non essere catastrofica. fortunata ad avere un lavoro. E anche Lili. Ma Lili nasconde uno scandalo ancora peggiore di quello di Yoya. Ti ascolto. Lili ha un paio di anni in pi di Yoya, ma quando aveva la sua et ha avuto un bambino. Non poteva lasciarlo ai genitori, perch loro non ne sapevano nulla. Per venire qui ha dovuto abbandonarlo in un orfanotrofio. E tu come fai a sapere tutte queste cose? Io so tutto. Volevo sapere di pi su quella storia. Era vera o inventata? Ma Robin si avvicin e porse la mano a Fiona senza nemmeno degnarmi di uno sguardo; si diressero verso lascensore sul retro e lasciarono la festa di buonora. Fiona era lunica a uscire dal salone delle feste assieme a lui. Non le chiedevo mai dove andassero. Nel corso delle nostre lunghe chiacchierate non avevamo mai parlato dei nostri rispettivi momenti con Robin. Non avevo idea di cosa facesse con lei, perci non ebbi mai la possibilit di fare un paragone. Grazie a questa studiata ignoranza potevamo essere amiche.

Le luci si riaccesero. Rimasi al mio posto, mentre gli altri ospiti aspettavano vicino alla porta, pronti a evadere appena fosse stato dato il via libera. Osservai Lili, la studiai. Cosa stavo cercando? Unombra di tristezza mai notata prima che mi confermasse il racconto di Fiona? Un frammento della sua maschera dolce e sorridente che avesse cominciato a sgretolarsi, tanto da mostrare sotto il suo volto deturpato, sfigurato dal lavoro della sua colpa? Pensai alle eventuali alternative a disposizione di Lili quando le era stato offerto il lavoro nel Brunei. Poteva fare la puttana pagando la collega meno gettonata perch le tenesse il figlio mentre lavorava, dato che i bambini in lacrime sono deleteri per gli affari; oppure poteva non fare la puttana, dire la verit alla famiglia ed essere trattata da puttana comunque. Poteva morire di fame in Thailandia assieme al suo bambino, oppure abbandonare il piccolo per fare delle cose a tre con un principe e guadagnare pi soldi di quanti ne avrebbe mai visti in vita sua, ringraziando la sua buona stella perch se ne stava con il sedere su quel divano invece di essere sbattuta sul materasso lurido di un bordello di Bangkok. Dun tratto fui attraversata da un pensiero: forse mia madre non era affatto una ballerina. Forse la mia fantasia del carillon era esattamente quello che era, una fantasia. Magari i miei genitori mi avevano raccontato che era una danzatrice classica perch in questo modo sembrava una favola, e le favole hanno un finale migliore delle storie vere. Forse anche le alternative che aveva avuto la mia mamma naturale erano state tra il peggio e il meno peggio. Quella notte feci un sogno ricorrente che non facevo da anni. Mi trovo, bambina, sulla spiaggia di Beach Haven, a giocare sulla battigia con secchiello e paletta. Un po pi in l mia madre e Johnny sono sdraiati a prendere il sole. In lontananza, in cammino verso di me presso il bordo dellacqua, c la mia mamma biologica. Non riesco a vederla in viso perch distante e ho il sole negli occhi, ma so che lei. Mi volto di nuovo verso il mare e vedo che dietro di me, mentre non stavo guardando, si sollevato uno tsunami, che vortica producendo schiume bianche e azzurre come in una stampa giapponese. Londa alta come una montagna e continua a crescere in altezza e violenza. Voglio scappare, avviso mia madre e mio fratello. Per vorrei anche correre in direzione dellaltra mia mamma, per trovare finalmente la risposta al mistero delle mie origini: svelta, prima che londa ci raggiunga e ci trascini tutti in mare. E mentre sono l inginocchiata, paralizzata dallindecisione allombra della grande onda, quella si abbatte su di me. Faccio una capriola nel flusso dei frangenti. Cerco di aggrapparmi al terreno, ma impossibile trovare appiglio nella sabbia; me la sento scorrere fra le dita e i capelli mentre lenorme massa dacqua spazza via tutto in un colpo solo.

Ne so quanto prima, e non si salvato nessuno. Una notte di noia dopo laltra, io rimanevo allancora sulla mia poltrona, negletta e ai margini, cercando di non cedere al panico, spettatrice mentre i nervi di alcune ragazze iniziavano a cedere ai raffinati giochetti sadici di Robin. Si diceva, per esempio, che Leann un tempo fosse stata in competizione con Fiona per il ruolo di favorita. Solitamente Robin la lasciava sospesa fra il terzo e il quarto posto, ma erano mesi che non chiedeva di lei. Non ero lunica a essere ignorata, l dentro. Vidi Leanne bere sempre di pi, farsi sempre pi magra e sguaiata. Trascorreva giornate intere in accappatoio, seduta sul divano a fumare e a guardare Pretty Woman, e le notti a farne di tutti i colori per cercare di attirare lattenzione del principe. Una sera, mentre Robin si stava congedando dalla festa, Leanne croll. Si gett a terra, si sdrai ai suoi piedi e lo afferr per le gambe. Singhiozzava, piangendo lacrime vere. Ti amo. Io ti amo. Perch non capisci che ti amo ancora di pi? Ripensai al mio ultimo scambio di battute con Sean: Ti amo. Non lasciarmi. Che mancanza di originalit. Quella fu forse lunica volta in cui potei scorgere sul volto di Robin una sincera sorpresa. Rimase paralizzato, come tutti gli altri. Alla fine Eddie si riscosse e riusc con fatica a staccare Leanne dalle gambe del principe. Lei, per, era pi forte di quanto lui immaginasse. Si liber da Eddie con uno strattone e per poco non sopraffece Robin, buttandosi in ginocchio e cingendogli la vita con le braccia. Lui non alz un dito, n per allontanarla da s, n per consolarla. Fu Madge, alla fine, a intervenire e a bloccarla. Nonostante quel comportamento irrispettoso, Robin non la sbatt fuori a calci. A dire il vero, credo che ne fosse compiaciuto. Cosa c di meglio di un pizzico di genuino dolore per ravvivare una serata? Ma ormai Leanne era esaurita; si trattenne per qualche altra settimana, poi se ne and di sua spontanea volont. Non pensai che avesse recitato; e comunque, qualora si fosse trattato di un ruolo in un film, si sarebbe aggiudicata un premio. Giurai a me stessa che non mi sarei ridotta come quella ragazza, che non mi sarei fatta distruggere da lui. Dopo la partenza di Leanne, cominciai a notare che spesso era Brittany ad assentarsi dalla sala durante la discoteca, e a tornare agli alloggi dopo pranzo. Adottai la tattica opposta a quella che aveva adottato Serena. Prima di tutto, quel metodo era stato fallimentare, e poi non era nella mia natura emarginare e tormentare il prossimo. Decisi invece di avvicinarmi a Brittany, sia pure con una certa circospezione, e quindi di farmela amica. Non era forse quello che Fiona aveva fatto con me? Ma mi stavo illudendo. Io non ero Fiona. Lei aveva fatto molto di pi che limitarsi a leccarmi il culo per ottenere qualche

informazione. Si era spinta oltre il mio tentativo, che non aveva nulla di originale, di tenermi stretta la mia nemica: Fiona mi aveva creata. Brittany parlava in continuazione del divano e della poltrona doppia in stile logoro-chic che aveva intenzione di comprare. Bianco, bianco, bianco, voleva sempre un divano bianco. Voleva divani bianchi con candelieri in ferro battuto su ciascun fianco e un letto a baldacchino in pendant sormontato da tende di seta bianca ultratrasparente, agitate dalla lieve brezza proveniente dalle portefinestre, cera da scommetterci. Ero convinta che stesse curando la scenografia di un suo video musicale i cui protagonisti sarebbero stati lei e Vince Neil. Hai parlato con Vince? la incoraggiavo. Be, in tourne. dura. Ci manchiamo molto, ma io ci credo, in noi due. Hai fede da vendere. Vince mi ha suggerito, nel caso mi venissero dei dubbi, di sedermi, stare completamente immobile, chiudere gli occhi e pensare al suo viso. Dice che cos riuscir a sentire cosa sta facendo e dentro di me capir che lui mi fedele. E poi, se mi concentro, lo potr sentire anche lui e sapr che lo sto pensando. E vuoi sapere una cosa? Funziona davvero! Se era sincera riguardo alle sue conversazioni con Vince, per il bene di Brittany mi augurai che Vince non stesse impiegando la stessa tecnica paranormale per sapere cosa stesse facendo lei. La mia nuova amica era interessante come il manuale di istruzioni di una lavastoviglie, per aveva una sua utilit. Per esempio, mi rivel il suo segreto per mantenere la linea. Il dottor Gordon, medico del principe e immancabile presenza alle sue feste, le stava passando delle pillole. Sono sicurissima che Robin ne fosse alloscuro, perch non avrebbe approvato che le sue ragazze si riducessero alla fame. Ora, io sono una che non dice mai di no alle pillole. E se siete il genere di persona che non dice mai di no alle pillole, allora il caso di rifiutarle sempre, senza eccezioni. Ma io questo ancora non lo avevo capito. Ne posso provare una? Ma certo. Sar fantastico. Possiamo fare la dieta insieme. E fare ginnastica insieme. Cos ci incoraggiamo a vicenda. Brittany tir fuori un flaconcino di plastica bianca pieno di capsule mezze azzurre e mezze trasparenti, di quelle che contengono ognuna un miliardo di minuscoli granuli. Ne misi una sul palmo della mano e me la infilai in bocca, perch cos che fanno certe ragazze. Offrite loro una pillola da un flacone con letichetta scritta in lingua straniera e se la metteranno in bocca senza starci a pensare due volte.

Grande! comment Brittany. Comincia con una e poi, un po alla volta, arriva fino a due. Nei diciotto anni dalla mia venuta al mondo, avevo gi iniziato qualcosa come quindicimila diete. La prima volta avevo nove anni. Ma ancora non ero contenta e non pensavo neanche lontanamente a smettere. Per la miseria, avrei continuato a fare la dieta finch non mi fossi piaciuta. Ero convinta che fosse possibile, per quanto levidenza dimostrasse che non funzionava. Non la dieta: quella di solito funzionava benissimo. Quello che non succedeva mai era che fossi soddisfatta di me stessa. Il paesaggio del mio corpo con il passare degli anni, i depositi e le erosioni, le sue stagioni viste luna accanto allaltra assomiglierebbero a un film al rallentatore che copre un periodo di mille anni in pochi minuti. Sono una ragazza formosa e ben piantata, con grosse mani da contadina e fianchi sui quali si potrebbe portare in equilibrio la cesta della biancheria. Solitamente tendo verso la fecondit della primavera, ma talvolta mi piego pericolosamente verso linverno. Mi piace, quando ci riesco, disfarmi delle mie foglie fino a restare con i rami spogli, secchi. Mi piace che il mio sangue scorra freddo come la neve, senza alcun combustibile ad alimentare il fuoco che lo riscalda. Fondamentalmente, sono una ragazzona in carne soggetta a crisi di anoressia e bulimia. E non c niente che mi faccia sentire meglio di quella piacevolissima sensazione di controllo che provo quando i numeri sulla bilancia cominciano a calare. Quando ero al liceo immaginavo di potermi sostentare con i minerali contenuti nellaria, come unorchidea. Cercavo di diventare magra, sottile, quasi trasparente, per non essere pi legata alla terra, alla mia famiglia e al suo doloroso smottamento. Funzionava in modo egregio. Finalmente ero leggera come una ballerina, le mie braccia erano eleganti nastrini, le mie costole una tastiera. Avevo la pelle azzurrognola, un corpo talmente immateriale che pareva vi potesse risplendere attraverso la luce dellispirazione, o addirittura la luce divina. Toccando il mio petto ossuto si poteva sentire il cuore battere cos vicino alla superficie che martellava forte come un giro di basso funky in un subwoofer. Senonch, non mi toccava nessuno. La gente distoglieva lo sguardo. Me ne accorgevo, ma ormai non mi importava pi. Ero impeccabile. Non mi ero mai sentita cos pulita. Le mie labbra erano diventate viola. Indossavo un maglione sopra laltro e mi riempivo le tasche di quarti di dollaro per anticipare gli attacchi a sorpresa dellinfermiera della scuola, che spuntava allimprovviso da dietro la porta e mi faceva salire a forza su una bilancia, sperando che la cifra segnata sul display fosse abbastanza bassa da giustificare la mia ospedalizzazione. Anche quando il sole ridava vita ai prati fangosi reduci dallinverno, io continuavo

ad avere freddo. Mi coprivo con scarponi, gonne lunghe e sottane. Raccoglievo i capelli in trecce e immaginavo di essere uneroina minata dalla tisi uscita da un romanzo di Jane Austen. In un condominio di Roseland, raggiungibile percorrendo un tratto della Route 10 per qualche chilometro, anche mia nonna era sempre pi magra, mentre al suo posto il cancro guadagnava forza e massa. Aveva un mesotelioma, un tipo di cancro che colpisce il rivestimento degli organi interni, preso respirando le fibre di amianto di cui era satura laria delle scuole di Newark, dove per tanti anni aveva lavorato come bibliotecaria. Il veleno pu colpire in molti modi. Un giorno, mentre le massaggiavo quella catena di nodi che era diventata la sua colonna vertebrale, mi disse che non voleva vedermi morire, che la sua morte era gi dura abbastanza. Mi implor di mangiare. Le sue parole furono sufficienti a spingermi ad aggiungere alla mia alimentazione una dose giornaliera di riso integrale, alghe e verdure. Pronunciai lelogio al suo funerale e poi, allincirca cinque minuti dopo che la sua bara era stata calata nella fossa, lasciai il New Jersey. Mia nonna era stata la mia migliore amica e io avevo trascorso il suo ultimo anno di vita con una fame cos smisurata da non riuscire a prestarle attenzione, talmente ossessionata da me stessa che avevo dimenticato di farle domande sulla sua vita, anche se sapevo che non sarebbe arrivata alla fine dellanno. Se non gliele facevo io, chi gliele avrebbe mai fatte? La nonna non aveva mai tenuto un diario, perci ormai i suoi ricordi non esistono pi, un tesoro sepolto senza una mappa per scoprirlo. Quando arrivai a New York iniziai a bere e a forza di bere mi rimisi a mangiare, cos nel giro di sei mesi avevo ripreso i venti chili persi, e anche qualcosa in pi. Unenorme quantit di tempo sprecato ad affamarmi, con la testa altrove e senza neanche essere capace di ragionare abbastanza lucidamente da chiederle almeno comera Vienna prima della guerra. Oltre ad aver commesso quel delitto, non avevo nemmeno imparato la lezione. Tanto che ero ancora al punto di prima, convinta che questa volta le cose sarebbero andate diversamente. Ingollai la pillola con una sorsata di t freddo, e nella mia testa non stavo ingoiando anfetamine o veleno, bens speranza e sostegno. Prendevo le pillole di fentermina e in segreto ricominciai a essere ossessionata dal perdere peso. Non che fossi sola: la maggioranza di noi ragazze assumeva anfetamine, a cui aggiungevamo le tisane lassative. Nonostante avessimo la possibilit di ordinare qualsiasi genere di cibo, chiedevamo pollo senza salse e verdure cotte al vapore, tentando di saziarci con linsalata verde condita con limone e aceto balsamico. questo il patto

con il diavolo stretto da molte donne che guadagnano grazie al proprio corpo. Gli altri adoreranno quel corpo, ma tu finirai per odiarlo. Dar piacere agli altri, mentre per te sar solo fonte di sofferenza. In palestra ci guardavamo allo specchio per controllare la comparsa di una cavit o di uno spigolo in pi, e intanto facevamo gli esercizi che Cindy Crawford ci mostrava su un enorme schermo a parete, il neo sul viso grosso come una pallina da tennis. Non mi stancavo mai di ammirare le mie clavicole. Prima della mia partenza per il Brunei Penny mi aveva prestato Il sesso delle ciliegie di Jeanette Winterson perch lo portassi con me. Lo lessi mentre la fame, pillole o non pillole, mi tormentava lo stomaco. Nel libro leroina tiene nascosto dentro di s un gigante, un mostro. Ero io. Solo che dentro di me non cera un gigante, ma uno scheletro. Dentro di me si annidava la ragazza anoressica con un gomito che ormai aveva una circonferenza pi larga di quella dellavambraccio. Ero quel genere di mostro. Ma, pensavo, quel mostro ero io, il mio vero io. Ecco in cosa consisteva la poesia, nel ridursi alle componenti essenziali. Magari Robin non se ne sarebbe accorto. O forse, al contrario, finalmente mi avrebbe notata di nuovo. Nel giro di qualche settimana avevo gi perso pi di sei chili, e una sera durante la festa Robin mi fece notare che stavo dimagrendo troppo. La cosa che incastra quando ti metti alla fame che allinizio ti senti da schifo, poi stai benissimo, finch ti rendi conto che non riesci pi a fermarti. Quando Robin accenn alla cosa, io avevo gi oltrepassato quel limite. Sapevo di mettere a repentaglio le mie opportunit di essere considerata, ma ormai non ragionavo pi secondo logica. Non volevo, non potevo riprendere a mangiare. Alimentata a efedrina e forza di volont, passavo il tardo pomeriggio sui campi da tennis, colpendo le palline che uscivano a ripetizione dalla macchina sparapalle. Ricordo una sera in particolare: finii di allenarmi allimbrunire, un imbrunire rosa cipria. Ero zuppa e spompata per il clima e la fatica. Andai alla piscina piccola, mi spogliai e mi infilai nellacqua. Quando mi fui rinfrescata, uscii dallacqua e mi sdraiai sul bordo, naso allins, a guardare la falce di luna che stava sorgendo dietro il palazzo. Le notti del Brunei erano belle da togliere il fiato. Adagiata allombra di un palazzo fiabesco, respirai unaria cos carica del profumo dei fiori che sarebbe stata da imbottigliare. Sono felice, fu il mio pensiero. In questo momento, lo qui da sola, tra la terra e le stelle, tra il pomeriggio vuoto e la serata piena di tormenti. Niente specchi. Niente abiti eleganti. Nessuno che pretenda qualcosa da me e niente che io desideri. E poi quellattimo ebbe fine e fu tempo di tornare agli specchi e agli abiti da sera.

Un mese inizi e fin senza che arrivassero le mestruazioni. Possibile che fossi incinta? Una gravidanza reale era la speranza di tutte, poich avere un figlio dal principe significava che qualcuno si sarebbe preso cura di te per tutta la vita. Naturalmente sarebbe stata una vita protetta sotto scorta armata. Ti avrebbero sistemata in un lussuoso appartamento di Singapore e non avresti mai pi avuto un uomo, non avresti neppure potuto andare a cena fuori senza essere sorvegliata. Allinizio mi colse la paura, poi cominciai a tramare. Il fatto di non tenere il bambino era fuori questione, ma prima avrei dovuto andarmene dal Brunei. E avrei dovuto farlo allinsaputa di chiunque. Sarebbe stato un segreto nostro, mio e del bambino. Un giorno gli avrei raccontato che suo padre era un principe favolosamente ricco e maledettamente affascinante, e che pur amando molto quelluomo ero dovuta fuggire dal Sud-Est asiatico per garantire una vita libera a me stessa e a lui. Una vita dura, forse, ma anche colma di un amore immenso. Il pensiero della gravidanza mi diede una nuova speranza, un nuovo motivo per resistere nel Brunei ancora per un poco. Avevo capito che la mia vita con Robin era destinata a finire e che avrei avuto bisogno di quanto pi denaro possibile. Mi tastai con la punta delle dita tuttintorno ai seni. Mi facevano male. Ed erano decisamente pi grossi di prima. Feci uno strappo alla dieta e alle cinque del mattino sgattaiolai nella cucina semilluminata per avventarmi sul vassoio dei dolci e ingozzarmi di bign alla crema. Non me ne preoccupai troppo: mi dissi che erano le voglie. Ma non cera nessun bambino. Stavo solo morendo di fame. E come iniziai a mangiare per due, perch in due immaginavo che fossimo, arrivarono le mestruazioni. Mi sedetti sul water, appoggiando il petto alle ginocchia. Mi resi conto che la mia fantasia segreta di maternit era nel migliore dei casi ridicola, nel peggiore sintomo di delirio. Oscillavo sullorlo di una crisi depressiva da mesi, e il giorno in cui vidi le macchie di sangue la bilancia si pieg definitivamente da una parte. Era ovvio che non potevo essere incinta. Ero logorata, malata. Niente avrebbe potuto vivere dentro di me. Ero intossicata da capo a piedi. Quando tornava, la depressione arrivava sempre strisciando, come monossido di carbonio che si insinua nello spazio sotto la porta: incolore, inodore, inavvertibile ladro di ossigeno e di vita se non viene scoperto in tempo. A malapena mi sforzavo di alzarmi dal letto quando era ora di andare alla festa. Passavo ore e ore nella vasca da bagno. Mi facevo sempre pi schifo. Ero ossessionata dallonnipresenza delle telecamere, dal fatto di essere sotto controllo. Mi immaginavo che gli uomini mi guardassero e ridessero di ogni mio difetto. Cominciai a credere che quegli osservatori invisibili fossero

spettri, spiriti, creature di un altro mondo che vivevano sotto il nostro stesso tetto anche se noi non potevamo vederle. Non ero lunica a sentirsi perseguitata. Si diceva che nei nostri alloggi albergassero i fantasmi. Una notte, nel pieno di una crisi isterica collettiva, quattro ragazze che alloggiavano nella casa numero sei uscirono correndo dalla porta dingresso, sostenendo che qualcosa di pesante, una presenza, qualcuno o qualcosa si era intrufolato nel loro letto. Fino ad allora mi ero chiesta (e in quel pensiero cera molto pi di un pizzico di misoginia) perch, ogni volta che un gruppetto di fanciulle si ritrova insieme, la cosa dovesse finire sempre come nel Crogiuolo di Miller. Adesso, per, non ero pi cos sicura che le mie compagne fossero state vittime di un abbaglio. Vedevo in continuazione delle ombre guizzare negli angoli della stanza, non facevo che guardarmi alle spalle quando percorrevo i corridoi bui. E, tanto per completare il quadro, Robin mi aveva messa da parte. Sera dopo sera sedevo sulla mia poltrona, mantenendo una perfetta postura e un sorriso forzato mentre lui continuava a ignorarmi. Quando superai i limiti della sopportazione, li implorai di farmi partire. Ad Ari raccontai che mio padre doveva subire unoperazione chirurgica e che dovevo assolutamente tornare a casa. Lintervento di pap cera stato gi da un bel pezzo, ma mescolare la verit con qualche bugia sempre una buona idea. Cos pi difficile dimenticarsi di cosa si detto. Ari si dimostr comprensiva e mi organizz il viaggio, insistendo tuttavia perch le garantissi che di l a tre settimane sarei stata di nuovo nel Brunei. Se solo non fossi stata cos insofferente, forse avrei resistito pi a lungo, accumulando un patrimonio ancora pi ingente. Ma io non sapevo cosa fosse la pazienza. Non mi rendevo assolutamente conto di quale genere di inaspettata fortuna mi fosse capitata. Pensavo che le parure Bulgari tempestate di diamanti e i compensi che aumentavano di centomila dollari alla volta cadessero dal cielo ogni tanto. A me stessa dicevo che forse sarei tornata, forse no. Nel Brunei certe ragazze andavano e venivano come ospiti per un weekend, mentre alcune assurgevano per un po al ruolo di signora del maniero. Io ero partita come reginetta del ballo, per poi diventare la pazza chiusa in soffitta. Ero pi fragile di quanto avessi mai potuto immaginare. Delia, che era pi vecchia, pi saggia e mentalmente pi stabile di me, cerc di convincermi a rimanere, ma io ero decisa. La verit era che, colpo di fortuna o meno, dovevo tornare a casa per salvaguardare quel poco che restava della mia salute mentale. Il giorno della mia partenza Robin si trovava a Londra per affari. Non riuscii nemmeno a dirgli addio.

20 Mentre preparavo i bagagli, dentro di me cera qualcosa che montava e decresceva, come una marea. Stavo per tornare a casa, a casa mia, New York, alla mia vita vera, dai miei amici veri e dai miei famigliari veri, e l avrei recuperato la percezione di chi ero davvero. Mi sarei voltata a guardare indietro? La sera prima della mia partenza, alla festa, il gruppo delle mie amiche asiatiche mi svolazz attorno. A loro non era mai stato concesso di tornare a casa, a meno che non si fosse trattato di una partenza definitiva, pertanto volevano sapere cosa avrei fatto, chi avrei incontrato, dove vivevo e come fosse la mia famiglia. Winston, gli occhi gentili dietro la montatura in metallo, mi chiese: Cosa farai quando sarai rientrata nel mondo reale? La mia risposta fu elusiva, cauta. Era il mio atteggiamento consueto, l nel Brunei, persino con Winston. Perch, questa non la realt? No, disse lui, con rara chiarezza. Nel Brunei tutti si comportavano come se le feste dovessero andare avanti allinfinito. Questa non la realt, per nessuno di noi. un sogno, e un giorno tutti ci dovremo risvegliare. Eddie mi port fuori, nellingresso, e si sedette con me sulle scale, ricoperte dal tappeto color pesca rilucente di fili di autentico oro. Mi consegn uno spesso blocchetto di banconote del valore di diecimila dollari di Singapore ciascuna, dopodich mi pos sulle ginocchia una grossa scatola quadrata, al cui interno trovai una parure doro Tiffany che non avrebbe sfigurato addosso a Cleopatra: un girocollo intrecciato con il suo completo di bracciale e orecchini. I gioielli, ormai, non mi impressionavano pi. Ci sarei rimasta male se, dopo tutti quei mesi, non avessi ricevuto un dono spropositato. Chiesi a Eddie di aiutarmi con il fermaglio. Quando rientrai nel salone, Fiona mi disse: Spero che tuo padre stia meglio. Mi guard come se mi avesse scoperta. So che ritornerai presto. Non ti dico addio, ma bon voyage. Aggiunsi la mia nuova parure alla collanina con il diamante a forma di cuore, allorologio di Cartier e a quello con il quadrante di diamanti ricevuti in precedenza da Robin, infilai gioielli e soldi nel mio bagaglio a mano e riuscii a far entrare il resto dei miei vestiti in quattro valigie. Ari mi spieg come riportare a casa pelle e bottino in sicurezza, quindi mi abbracci e mi consegn il mio passaporto, un biglietto aereo per gli Stati Uniti e un altro per il ritorno dopo tre settimane. Quando la macchina si allontan, le mie coinquiline erano tutte dietro la balaustra di marmo del porticato, agitando le mani in segno di saluto.

A Singapore entrai spavaldamente, come se sapessi cosa stavo facendo. Finsi di avere gi percorso in precedenza le strade di un Paese straniero da sola. Ero unagente della CIA, capace di parlare sette lingue e forte di un adeguato addestramento alle operazioni segrete. Ogni incertezza, ogni eventuale debolezza facevano parte della copertura. Ari mi aveva dato istruzioni di cambiare i soldi in una banca in modo da evitare le indagini fiscali che sarebbero inevitabilmente scattate se li avessi cambiati negli Stati Uniti. Nella fila allo sportello della banca, le persone stavano a tre centimetri da quella che li precedeva. Sentivo il puzzo della brillantina sui capelli delluomo che mi stava davanti e lalito al sapore di chewing-gum della donna alle mie spalle. Non ero pi una foglia in un torrente. Nella mia testa ormai ero quasi a casa e avevo una sacca da viaggio da riempire di contanti e altre stronzate da fare, e avrei voluto che quella gente scomparisse. Il petto mi si strinse in una morsa di panico e barcollai, incerta sulle gambe. Avvertii la tentazione di arrendermi al panico, di svenire, di sprofondare in una vellutata oscurit e risvegliarmi con il cranio sul pavimento di granito. Cercai di respirare. Chiusi gli occhi. C qualcosa, ogni volta che mi avvicino al traguardo, per cui comincio a sgretolarmi. Il mio mantra non recitava pi Sei una foglia in un torrente, ma Non rovinare tutto proprio adesso. Non-Rovinare-Tutto. Cosa avrebbe fatto Patti Smith? Innanzitutto, l dovero io lei non ci si sarebbe trovata. No, proprio no. Ero in mezzo alloceano senza la mia fata madrina a guidare lago della mia bussola. Quando mi aveva lasciata sola? Comunque non rovinai niente. Presi i miei soldi e li infilai, una mazzetta sopra laltra, nel mio sacco. Uscii dalla banca con mucchi e mucchi di banconote da cento dollari, tra i quali avrei potuto sprofondare. Ed eccomi rientrata nel mio film di spionaggio: percorro le strade di Singapore con una borsa piena di banconote controllando il mio riflesso nelle vetrine dei negozi per vedere se qualcuno mi sta seguendo. Fermo un taxi e mi faccio riportare allalbergo, dove far la consegna a un barman con una rosa gialla sul bavero. Stop. Scena seguente: la mattina della mia partenza. Quello che non mi era entrato nei due marsupi portasoldi me lo infilai nelle calze. Buttai via le scatole e indossai i gioielli, che dissimulai sotto una tuta abbondante, trasformandomi in una ragazza dalla vita larga e lo sguardo nervoso che portava un paio di massicci orecchini doro. Sudai per lintero volo, fino allaeroporto di Francoforte, dove ingurgitai avidamente del cibo cinese e bevvi Jack Daniels. Quando ripresi il mio interminabile volo avevo il voltastomaco e non ero nemmeno sufficientemente ubriaca.

Parecchie ore pi tardi, gli irti crinali, le vallate squadrate e i ponti svettanti, quella metropoli galleggiante da fumetto Marvel che New York vista dallalto, mi fecero venire le lacrime agli occhi. 21 Feci ritorno in una ventosa New York, tutta ornata dei fiori di aprile. Trascinai le mie valigie per le due rampe di scale, lasciandole sul pavimento nel bel mezzo della catapecchia che adesso avrei condiviso non solo con Penny, ma anche con Sam, un nostro amico regista. In mia assenza Penny e Sam avevano legato e lui si era praticamente trasferito nel nostro minuscolo appartamento, portandosi dietro la sua piastra per waffel e poco altro. Mi diedero il bentornato insieme, con una cena a base di waffel dolci e una gatta trovata nella bottiglieria del quartiere, che avevano chiamato Nada come il teatro underground sullaltro lato della strada, dove Penny lavorava alla biglietteria. Disfeci le valigie e infilai i miei vestiti firmati dentro un armadio in miniatura con gli stipiti delle ante che cominciavano a scrostarsi in lunghe strisce. Fino ad allora non avevo posseduto che un futon sul pavimento, una scrivania raccolta in mezzo ai rifiuti e un mucchietto di vestiti e dischi ammassati in un mobiletto da parete costruito inchiodando insieme delle casse. Alle finestre, a fare da tende cerano degli arazzi hippie. Ogni centimetro libero di superficie era occupato da polverose candele votive. No, non era decisamente un palazzo. Infilai il resto dei miei gioielli, che valeva oltre centomila dollari, in una scatola da scarpe dentro larmadio. Mi domandai se anche i topi, come le gazze, fossero attratti dalle cose luccicanti. Chiss, magari i ratti che vivevano nelledificio, grassi e sicuri di s, sarebbero entrati furtivi e, dopo aver smangiucchiato la scatola di cartone, se la sarebbero data a gambe con la mia parure di Tiffany. Infilai i vestiti che non entravano nel guardaroba dentro due valigie. Qualche giorno dopo presi un taxi e le portai con me nel New Jersey, pensando che avrei potuto lasciarle dentro larmadio nel garage dei miei. Misi le valigie in garage non appena arrivata, e gi dal piano di sotto arrivava lodore di cipolle e pollo arrosto. Era la prima volta dopo mesi che sentivo lodore del cibo cucinato da qualcuno. Dalla cucina mia madre url a mio padre, che era nel cortile sul retro: tornata Jill! come se fossi di ritorno dalla colonia estiva; come se quella fosse ancora casa mia. Ci incontrammo a met delle scale, mentre io salivo e lei scendeva, scambiandoci abbracci e qualche sorriso impacciato. A quanto pareva,

nonostante il passare del tempo, abbracciarla non era diventato pi facile. Era sempre imbarazzante, come abbracciare un lontano parente che ti ha conosciuta quando eri piccola ma di cui non conservi alcun ricordo. E questa cosa mi faceva sentire di merda, perch mia madre era una donna gentile che cucinava il pollo per me. Continuavo a sperare che con il passare del tempo, allontanandomi sempre pi dai miei, quel disagio sarebbe svanito, ma quando la abbracciai era tutto come al solito. Mio padre dava limpressione di avere gi ripreso la met del suo peso di prima e vibrava della stessa energia maniacale e svagata di sempre. Nelleccitazione di rivedermi, mi blocc con una mezza presa della testa e dondol avanti e indietro. Era fuori a piantare fiori e la sua camicia odorava di terriccio e di erba. Venti minuti pi tardi ero seduta sul divano grigio del salotto grigio e attraverso le strisce grigie delle veneziane verticali guardavo allesterno il giardino davanti a casa ristrutturato di recente. Naturalmente mi avevano chiesto come fosse andato il mio viaggio, accontentandosi delle mie risposte vaghe per poi passare ad altri argomenti. Credo che fossero sollevati di poter cambiare discorso. Avete tolto la siepe nel giardino davanti? domandai. Siepe? Quale siepe? replic mia madre. Ma prima l non cera una siepe? No, disse lei. Che strano. Conoscevo ogni angolo della casa: ogni motivo cinese, ogni costa di libro nello studio, ogni nascondiglio dei regali per Hanukkah, ogni singolo gioiello nei cassetti di mia madre, ogni bottiglia di liquore nel mobile bar. Sapevo dove mio padre teneva nascosta la sua piccola pistola, che aveva ereditato dal nonno. Eppure ogni tanto continuavo a ricordarmi le cose nel modo sbagliato, cose assurde come una siepe fantasma in giardino. Mi sembrava di non essere la ragazza che aveva vissuto in quella casa, ma piuttosto una persona di cui avevo letto in un racconto. Una storia che proprio non riuscivo a ricordare. Ehi, cretina, ma quanti anni hai vissuto in questa casa? aggiunse mio padre, sia pure in tono bonario. Gli piaceva moltissimo usare in senso affettuoso parole come cretino e coglione. Qualche settimana prima ero una femme fatale che beveva champagne guardando dallalto una citt straniera nellattesa che il principe rientrasse a casa dai suoi principeschi doveri. Ora ero una cretina con un foruncolo bastardo che mi cresceva sul mento e dovevo aspettare almeno due ore prima di potermi educatamente congedare e squagliarmela per ritornare in citt. Sentivo lemicrania in arrivo, come se qualcuno da dietro mi avesse agganciato locchio con un amo e avesse iniziato a strattonare la lenza.

Dopo cena mia madre, come sempre, tir fuori i regali. Mi consegn un berretto fatto alluncinetto preso in un mercatino dellartigianato, una maglietta con uno slogan femminista che aveva comprato durante una gita a Washington con lassociazione di cui faceva parte, e una collana di giada che era appartenuta a mia nonna. A lei io regalai lorologio di Cartier, che non mi faceva impazzire. Pensavo che mia madre avrebbe potuto sfruttarlo molto pi di me. Volevo darle qualcosa di bello. Fosse stato per me, avrei tenuto le mazzette da cento dollari in parte nel cassetto della biancheria intima, in parte nel mio classificatore, ma Sam mi prese per il braccio e mi accompagn alla banca in Canal Street perch aprissi una cassetta di sicurezza, dove per mi rifiutai di lasciare il Rolex. Volevo indossarlo. Perch non lo butti nellEast River? disse lui. Lascia perdere, quello un lavoro che ti succhia lanima. Resta qui con noi. Dai, forza, che aspetti? Buttiamolo nel fiume, quel coso. Sam era un regista teatrale, con una propensione ai gesti plateali. Nemmeno per idea. I gesti plateali equivalgono a perdere le staffe e a tirare un piatto contro il muro. Sono accompagnati da una sensazione di drammaticit ed espressivit, ma dopo averli compiuti si rimane come scemi perch non cambiato assolutamente niente. Quando qualcosa esplode, non lo fa svanendo nel nulla, bens lasciando un gran macello sul pavimento. Capita sempre che una scheggia di ceramica sfuggita al passaggio della scopa ti si infigga nel piede nudo rimanendoci per settimane. Mi tenni lorologio. Tre settimane volarono come fanno le settimane se lasci che sia New York ad avere la meglio. Mi godetti la mia modesta vita assieme a Penny e a Sam; la mattina leggevamo insieme il Times mentre bevevamo lespresso preparato con la macchina da caff che avevo appena comprato. Andavo in giro per la citt facendo shopping. Quando arriv il giorno di ripartire, chiamai Ari e le dissi che avevo bisogno di cambiare il biglietto. Le raccontai che mio padre aveva bisogno della mia assistenza per qualche altra settimana. No, proprio non sopportavo di dover rifare i bagagli e lasciare New York. Mi dicevo che avevo bisogno di una pausa, che presto sarebbe stato diverso. Mi comprai un paio di stivali da cowboy con inserti in autentico argento. Comprai anche una struttura per il letto. Mi era venuta unispirazione folle. Avevo deciso che avrei scritto un one woman show ispirato alle mie esperienze nellindustria del sesso. Un soggetto non molto originale, ma in quel momento mi sembrava unottima

idea. Di giorno mi sedevo in qualche caff per scrivere il mio capolavoro di performance art. Mi comprai una videocamera. E un microonde. Dopo la chiusura del teatro, la sera io, Sam e Penny sorseggiavamo Baileys sulla scala antincendio, parlando di memi e di trasmissione contagiosa delle idee. Dallaltra parte del Paese, la California meridionale era sconquassata dalle sommosse scoppiate a Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King. Discutemmo dellimpossibilit che scoppiasse una rivoluzione totale, considerato il lavaggio dei cervelli operato dal consumismo. La rivoluzione si sarebbe compiuta solo con un cambiamento della coscienza collettiva. Se ci che stavamo facendo non serviva ad accelerare in qualche modo tale cambiamento, allora il nostro era uno sforzo inutile. Che sollievo essere a casa, circondata dai miei amici. Potevo di nuovo parlare. Potevo di nuovo respirare. Trascorsero altre tre settimane e io rimandai ancora la partenza, mentre dallaltro capo della linea il tono di Ari si faceva spazientito. Mi comprai un paio di occhiali da sole Chanel che mi facevano sembrare una mosca. E siccome non si sa mai, mi comprai anche una pistola stordente. Sean rispose alle mie telefonate, ma demol ogni mia speranza di riconciliazione. Nel tentativo di togliermelo dalla testa, una sera Sam mi port a conoscere Andy, un suo vecchio compagno di Princeton. Sam buss allo stipite della porta, nel punto vicino al quale si trovava la tenda che separava la mia stanza dal resto dellappartamento. Mi disse che lo aveva chiamato Andy, dalla discoteca organizzata fino a tarda ora dentro il Windows on the World. Era l con Moby e voleva sapere se lo avremmo raggiunto. Sam mi aveva parlato del suo amico, un ex bambino prodigio che, da buon texano, non aveva mai abbandonato la sua predilezione per la birra in lattina e le partite di football. Accettai di uscire. Non avevo altri programmi. Una delle tante doti preziose che avevo imparato nel Brunei era la capacit di prepararmi per quasi ogni occasione in dieci minuti. Mi ero da poco tinta i capelli biondo platino, scoprendo che il vantaggio dellessere bionde non era uninvenzione della mia scarsa autostima, ma un dato incontrovertibile. E sebbene lossigenatura mi avesse bruciato il cuoio capelluto e riempito i capelli di doppie punte, tanto da costringermi a optare per un caschetto, ero contenta delle attenzioni in pi che ricevevo. Adesso la Marilyn ero io. Mi sistemai i capelli fissando i ricci con le forcine in dieci minuti esatti. Ero abituata ad agghindarmi per andare in discoteche frequentate dalle drag queen, quindi indossai delle ciglia finte e un bustier, stivaloni alti fino al ginocchio e calze zebrate. Quando arrivammo, per, lambiente era pi

musica tecno e pantaloni extralarge. In mezzo alle ragazze che ciondolavano intorno a Moby, vegane magrissime con il ciucciotto al collo e strani cappelli in testa, mi sentii un po fuori luogo. Andy componeva musica elettronica ed era al contempo un programmatore informatico, e si vedeva. Aveva i capelli stopposi, una dentatura orribile e un paio di espressivi occhi azzurro-grigi. Con Tom, un suo vecchio compagno di classe, aveva da poco fondato la Tomandandy, intorno alla quale si era creato un grande interesse. Avevano prodotto una hit dance molto in voga e scritto il brano musicale della scena di JFK di Oliver Stone in cui la testa del presidente esplode. Andy era imbranato e schivo, ma ogni volta che mi allontanavo dalla pista da ballo, lui era l ad aspettarmi con un bicchiere in mano, e la conversazione che seguiva si svolgeva urlando per sovrastare la musica, e ogni tanto lui mi sfiorava le orecchie con le labbra. questa la ragione per cui in discoteca la musica tanto alta, pensai. Non riuscivo a cogliere le parole. La sua voce era una componente stessa della musica. Cosa? urlavo. E lui si chinava nuovamente verso di me per ripetere ci che aveva detto. A fine serata lascensore affollato di gente, quello che ti faceva tappare le orecchie mentre scendeva come un proiettile dal centesimo piano, si blocc. Si ferm silenziosamente, senza cigolii o sobbalzi. Ci accorgemmo di essere fermi solo dopo qualche minuto. Una donna in abito giallo si irrigid, gli occhi fissi sui numeri dei piani che non cambiavano. Il suo ragazzo, che aveva troppo gel fra i capelli, si grattava il collo e strascicava i piedi. Un altro tizio cominci a discutere con luomo troppo imbrillantinato. Con il passare dei minuti, lascensore cominci a sapere di panico e sudore. Andy e io eravamo tranquilli. Ci sedemmo per terra a chiacchierare, come se fossimo stati soli. Sam mi ha detto che sei appena tornata da Singapore. Dal Brunei. In realt ero in un Paese che si chiama Brunei. Il sultano del Brunei. Precisamente. Cercai di dargli una descrizione veritiera, anche se non troppo fedele, del mio lavoro. Gli raccontai che ero stata ospite della famiglia reale, che facevo da ornamento sul divano durante i party che si tenevano ogni sera. Mi aspettavo una sua reazione, ma da quel che vidi non ce ne fu alcuna. Dal suo atteggiamento sembrava che gli stessi raccontando del mio lavoro come volontaria con i pazienti di un ospedale pediatrico. Mi ascoltava interessato, senza giudicarmi. Quel ragazzo era raro come un unicorno: in un modo o nellaltro, tutti gli uomini hanno una reazione quando gli confessi che sei una lavoratrice del sesso.

Se restassimo rinchiusi qui dentro per i prossimi tre giorni e la filodiffusione si bloccasse, qual la musica che ti piacerebbe ascoltare? gli domandai, giusto un attimo prima che i cavi ricominciassero a muoversi e la scatola sospesa nella quale eravamo seduti riprendesse il suo viaggio verso terra. Bruckner, mi rispose. Mi piacerebbe starmene seduto qui con te e ascoltare Bruckner. Era un punto avanti a me, perch lui aveva sentito parlare del sultano del Brunei mentre io non sapevo chi fosse Bruckner. Quando arrivammo al pianoterra, spossati ma legati dal fatto di essere scampati al disastro, uscimmo nella notte. Il distretto finanziario, svuotato di banchieri e dirigenti, assomigliava alle fiere rovine di una civilt perduta. Voglio mostrarti una cosa, disse. Mi prese per mano, mi guid fino a un punto esattamente a met fra le due torri, e si sdrai per terra senza dire nulla. Mi distesi accanto a lui. Guardammo in alto, verso i due monoliti identici che si elevavano fino a toccare le basse nubi notturne, e osservammo il loro lieve dondolio dovuto al vento. Pensai che si trattasse di unillusione ottica. No, disse. Si muovono davvero. Dal punto di vista architettonico un edificio molto pi solido se cede un poco. Anni dopo mi sarei ricordata di quella notte. Avrei ricordato come brillava New York vista dalla parete di finestre, come lintera citt desse limpressione di respirare al ritmo della musica dance che pulsava nel locale, che solo fino a qualche ora prima era stato un ristorante di classe. Di come mi era venuto in mente che, da bambina, ero stata seduta a un tavolo di quello stesso ristorante assieme ai miei genitori. Eravamo andati l a cenare una sera dopo un balletto. Forse era Il lago dei cigni. E mi sarei ricordata che, mentre tutti gli altri nellascensore si facevano prendere dallaggressivit e si mettevano a discutere, io e Andy ci eravamo seduti in mezzo a quel casino e avevamo parlato di Bruckner. Quando vidi cadere le due torri, quasi dieci anni dopo, ripensai alla notte in cui ero rimasta bloccata nellascensore allinterno del World Trade Center. Ripensai alla notte in cui avevo conosciuto Andy. La sera dopo, Andy mi invit nello studio di Tomandandy, un loft estremamente trendy di Soho ancora in corso di ristrutturazione. Scesa dal taxi, camminai indenne tra i ciottoli nonostante i tacchi. Lo studio di Andy occupava un intero piano di un vecchio edificio allangolo tra la Spring e la Greene. Quando le porte dellascensore si furono aperte, ricomparvero le vegane denutrite della volta precedente, intente a fumare presso i davanzali delle

finestre del corridoio. Le luci erano spente per qualche motivo, qualcosa che aveva a che fare con la sostituzione dellimpianto elettrico. Le stilose ragazze nellingresso erano illuminate soltanto dalle luci della strada e dalle braci delle sigarette accese vicino ai loro visi. Le oltrepassai, entrando in una stanza cavernosa che puzzava di vernice fresca. Al centro della stanza giaceva ammucchiata una incongrua citt fatta di computer e attrezzature musicali, che restava accesa grazie a un rumorosissimo generatore. Dappertutto strisciavano cavi attorcigliati. Nellangolo della stanza, inondato dalla luce azzurrina dello schermo del computer, cera Andy. Si volt verso di me aprendosi nel suo sorriso lupesco, i canini superiori cos strettamente accostati luno allaltro e appuntiti che sembrava gli stesse crescendo una doppia fila di denti. Capii che stavo guardando un pezzo del mio futuro. Quella sera, girando per il loft lasciato al buio, spostandomi da un gruppetto di newyorkesi annoiati a un altro, mi accorsi di una tendenza. Mi misi a chiacchierare con un autore cinematografico di Brooklyn e la sua ragazza, una modella importata dalla Norvegia. Il tipo disse che Andy era il suo migliore amico. Conobbi il PR di un locale che mi ripet la stessa cosa. E altrettanto fecero un programmatore UNIX e, praticamente, tutti quelli con cui mi intrattenni a parlare. In seguito, avrei scoperto che il motivo per cui molte persone sostenevano che Andy era il loro migliore amico, anche se lui a malapena si ricordava il loro nome, era che Andy era bravissimo ad ascoltare. Ispirava spontaneamente unintimit che obbligava gli estranei al bancone di un bar a raccontargli i loro segreti, e a volte si accendevano competizioni per assicurarsi la sua attenzione. Le persone che stavano attorno a Andy gli erano molto legate, ma i loro rapporti reciproci erano improntati alla rivalit. Andy e io sgattaiolammo via dalla festa e andammo a fare due passi. Limonammo in una viuzza di TriBeCa sotto una cupola di impalcature. Capii che Andy era una persona rara. Aveva bisogno di una robusta iniezione di disinvoltura, ma per quello non ci sarebbe voluto molto. Bast qualche altra uscita insieme ed eccomi intrufolata nella sua vita, installazione permanente nel suo studio e fonte di immense tragedie fra Andy e il suo socio, Tom. Mi inserii perfettamente nello schema secondo cui tutti amavano Andy e si odiavano a vicenda. Ero innamorata, innamorata davvero, di un ragazzo reale. Pensavo spesso a Robin, ma non ne sentivo affatto la mancanza. Quando per la seconda volta arriv la data della partenza, non mi presentai allaeroporto. Non avvertii Ari. Buttai il biglietto nella spazzatura e avanzai verso la mia nuova vita come se la vecchia non fosse mai esistita.

Andy era immensamente affascinante, guadagnava un sacco di soldi e faceva quasi sempre come dicevo io, il che ai miei occhi equivaleva a essere luomo perfetto. Nel giro di un mese convivevamo. Mio cugino, che era agente immobiliare, ci trov un appartamento allangolo fra la Mott e la Houston. Si trattava forse del palazzo residenziale pi brutto di tutta New York, uno di quei cubi di mattoni con gli infissi di ottone dozzinale e atrii di granito lucido. Il nostro palazzo era uno di quei pugni negli occhi precursori degli orrori di vetrocemento che oggi invadono il centro cittadino, sconfinando sempre pi verso est, in direzione del fiume, fino a che il Lower East Side sar ridotto a un ammasso di condomini da due soldi con Gap o Jamba Juice a occupare i fondi commerciali del pianoterra. Ma la ricerca di un appartamento a New York era uno strazio cui non avevo voglia di sottopormi. In preda alla mia caratteristica impazienza, presi la prima cosa che capit. Il nostro appartamento aveva una sola camera da letto e un cucinino delle stesse dimensioni di un Dolce Forno addossato alla parete del soggiorno. Preparai i bagagli e, nel giro di cinque ore, trasferii tutti i miei averi dalla mia stanza nella casa di Penny. Trasformai limmagine di Andy e gli diedi una casa, mentre lui pagava laffitto offrendomi qualcuno da amare. Comprammo un pitone. Scelsi un letto, una specchiera e un divanetto in un negozio di arredamenti economici sulla Sesta. I miei genitori venivano in citt per pranzare con me nei fine settimana e mia madre riforniva costantemente il nostro freezer di lasagne e minestra di pollo. Riscaldavo le sue cose per cena, definendo ci cucinare. Di fatto eravamo diventati grandi. Sotto molti aspetti era quello che sognavo, che vivessimo una vita normale pur continuando a essere dei totali fricchettoni. Una battona con pretese artistiche (ovvero unartista con tendenze da battona, a seconda della giornata) e un geniale hacker, che di giorno avevano il mondo nelle mani e la sera se ne stavano tranquilli a casa a guardarsi i classici del cinema e a mangiare gelato alla banana. Qualche rara sera, quando le stelle si allineavano, la nostra vita era proprio cos. Ma la verit che molte di quelle serate le trascorrevo da sola. Andy era un maniaco del lavoro e non era quasi mai a casa. Mi diceva che era la situazione ideale, visto che ero una ragazza che aveva bisogno dei suoi spazi. Andy per non era lunico ad avere una carriera. Anchio ne avevo una a cui pensare. Facevo audizioni, e avevo ripreso a lavorare qualche ora alla settimana per il Wooster Group. Riempivo quaderni di scarabocchi e idee per copioni. Quasi ogni pomeriggio raggiungevo a piedi lo studio di Andy, mi accomodavo sul lungo divano di pelle arancione fatto su misura e mangiavo sushi, guardando intanto Andy che lavorava componendo musica con la

complicata console del suo computer. Era cos pieno di talento e modestia, cos tremendamente intelligente. Lo invidiavo. Lui non doveva fare provini per nessuno n trombarsi nessuno, o fingere di essere qualcosa che non era, o leccare il culo a qualcuno oppure elemosinare una parte, un lavoro, unopportunit. A lui bastava essere se stesso. questo che ottengono dal mondo le persone eccezionali. Al resto tocca darsi un sacco da fare. Se io fossi soltanto me stessa, semplicemente Jill, non arriverei da nessuna parte. Non utilizzavamo mai metodi contraccettivi. Fatta eccezione per la mia piccola gravidanza isterica nel Brunei, non avevo mai preso sul serio la possibilit di restare incinta. Quando ero al liceo, a forza di non mangiare non avevo avuto le mestruazioni per un anno di fila, dopodich il mio ciclo non era pi stato regolare. Ero convinta che i miei organi interni si fossero pietrificati. Perci, non fu il fatto di non avere il ciclo a mettermi in allarme, a indicarmi che qualcosa non andava; semplicemente, lo sapevo. Il test, tuttavia, diede esito negativo. Lo rifeci pi e pi volte, e la mia dottoressa insisteva che gli stick sono affidabili. Quando alla fine chiesi di fare lesame del sangue ero ormai incinta di tre mesi. Andy rimase stranamente imperturbato quando mi presentai al suo studio con la notizia della gravidanza. Mi confort con un veloce abbraccio prima di rimettersi a lavorare, lasciandomi di sasso davanti alle porte arancioni dellascensore, con la receptionist che mi guardava. Probabilmente io e lei appartenevamo a segni zodiacali in conflitto, o qualcosa del genere, perch i nostri rapporti erano sempre aspri. Era lei che filtrava le mie telefonate quando Andy non voleva essere disturbato. Lui negava, ma io sapevo che era vero. Cercai di contenere le emozioni, riservandomi di dare sfogo ai miei sentimenti una volta che fossi arrivata in un luogo appartato. Appena entrata in casa, per, non riuscii pi a trovare in me stessa i sentimenti che avevo accantonato per un secondo momento. questo il lato rischioso della simulazione: ci si pu scordare persino di ci che si stava fingendo di non essere. Andy dava per scontato che avrei abortito, perch nel suo universo non esisteva altra opzione. Rientrato a casa cominci a parlare dei dettagli: a che ora avrebbe dovuto smettere di lavorare per portarmi in clinica e se avrebbe dovuto liberarsi per lintera giornata o per mezza. Io gli preparai un sandwich con bacon, pomodoro e lattuga e glielo servii sul nostro orrendo divano letto. Avevo scelto quellobbrobrio di divano nel tentativo di fare la parsimoniosa. Era di tela nera, pendeva da una parte, era pieno di bozzi e i cuscini, che scivolavano in continuazione, richiedevano di essere risistemati dieci volte al giorno. Quel mobile tanto stressante dominava lintero

soggiorno. Era un capo di imputazione nei miei confronti, un promemoria visivo del fatto che non ne azzeccavo mai una. Non ero abbastanza donna neppure per scegliere un divano decente. Non sono sicura di volermene sbarazzare, dissi. Solitamente Andy si adeguava ai miei desideri senza protestare. La sua era unottima tecnica: dava agli altri limpressione di avere il controllo della situazione, ma in realt faceva in modo che gli altri si occupassero di ogni cosa al posto suo. Certo che potevo decorare la casa come meglio credevo, linghippo stava nel fatto che dovevo fare tutto da sola. In questo modo quando le cose non funzionavano, come nel caso del divano, non era mai colpa sua. In quella circostanza, tuttavia, vidi un lato di Andy che prima non conoscevo. Fu determinato, tranquillo e diretto. A quanto pareva anche lui era in grado di avere una sua opinione. Forse laveva sempre avuta, ma semplicemente non laveva mai espressa. Se vuoi un bambino, disse, lo farai da sola. Ai tempi del liceo ero andata fino a Washington in pullman per unirmi alla marcia dei gruppi di pressione in favore dellaborto. Quando lorganizzazione antiabortista militante Operation Rescue aveva attaccato in forze New York durante la convention democratica, io mi ero unita alla National Abortion Rights Action League per difendere le cliniche abortiste. Ci riunivamo presso varie cliniche alle sei del mattino, serravamo le braccia gli uni con gli altri e proteggevamo le donne che vi entravano dai manifestanti urlanti e dai loro ingiustificabili cartelli insanguinati. Mi capitato poche altre volte di avvertire con tanta chiarezza che stavo partecipando alla lotta di ci che giusto contro ci che ingiusto. Noi avevamo ragione, loro torto. N a Andy n a nessun altro dissi quanto desiderassi tenermi il bambino, come il mio cuore si stringesse per protestare contro la decisione che avevo preso con la testa. Avevo diciannove anni e il mio ragazzo non voleva un figlio. Avrei masticato chiodi piuttosto che chiedere aiuto ai miei genitori. I miei amici erano artisti orientati alla carriera. La mia scelta era stata espressa chiaramente. Ero nella cucina di Penny, la mia vecchia cucina, davanti a una tazza di t. un lutto, disse lei, che aveva abortito qualche anno prima. Non mi pento di averlo fatto, ma il ricordo mi perseguita ancora. Diciannove anni fa la mia mamma naturale fece questa identica conversazione con la sua migliore amica. Alla fine lei scelse una soluzione diversa. Era una ragazza diversa da te, e anche i tempi erano diversi. Questa non la sua vita, la tua.

Ma nel prendere la decisione, pensai a mia madre probabilmente pi di quanto avessi mai fatto prima. E nella mia mente non era pi una ballerina dalle lunghe gambe sotto la luce di un riflettore; era una ragazza come me, imperfetta e in preda alla sensazione di essere assolutamente fottuta. Mi domandai se lei, come me, sotto sotto fosse stata convinta che il suo ragazzo sarebbe tornato sui suoi passi per dirle che non era sola. E negli occhi di lui ci sarebbe stato quel lieve tremolio, lo scintillio nello sguardo di un uomo che ha cambiato idea. Le avrebbe offerto una famiglia, una piccola trib bohemienne. E lei lo avrebbe contraccambiata. E la sua vita sarebbe stata diversa, inaspettatamente e meravigliosamente diversa. Quando avevo creduto di essere incinta, nel Brunci, la scelta di tenere il bambino a ogni costo mi era parsa cos semplice, cos nobile. Forse dentro di me avevo sempre saputo di non essere mai stata incinta. Pensai alla mia mamma adottiva che, fresca sposina, passa laspirapolvere sul tappeto marrone del suo appartamento nel New Jersey mentre un altro mese inizia e finisce senza che niente metta radici dentro di lei, nel suo ventre vuoto, scivoloso, su cui lei non pu nulla. Pensai a lei, che scandiva uno per uno gli interminabili minuti di ciascun mese finch ai medici si erano sostituiti gli avvocati e lidea di creare una famiglia era diventata un progetto di proporzioni tali che n lei n mio padre si sarebbero mai immaginati. Poi tra le sue braccia era arrivata la bambina, quella bambina perfetta, integra, che avvolta in una copertina rosa aveva dormito per tutto il volo tra Chicago e New York, inspirando ed espirando, profumata come una cosa nuova, tenera e incipriata. E la vita di mia madre era cambiata in maniera meravigliosa e inaspettata. E, per un momento, era stata felice. Era la fine dellestate, linizio di settembre, che solitamente il mio mese preferito a New York. Ma era questo ci che facevano le ragazze assennate, le ragazze postfemministe, le ragazze con un futuro, no? Prima ce la mettevano tutta per non rimanere incinte, ma se il disgraziato evento si verificava, armate di determinazione si recavano allassociazione Planned Parenthood a esercitare il diritto di scelta garantito loro dalle dure lotte delle madri. Facevano quello che dovevano fare e poi, magari, seguivano un breve percorso di psicoterapia. Lo facevano, accettando la cicatrice, per lo facevano. Un bambino era un intralcio inimmaginabile. Avere un figlio a diciannove anni era una cosa che facevano solamente le ragazze dei quartieri oggetto di riqualificazione urbanistica o nei caravan del Midwest, ragazze consapevoli che difficilmente il loro futuro sarebbe stato diverso da quello delle proprie madri. Mia madre, per, mi aveva cresciuta con la convinzione che la mia vita sarebbe stata sicuramente e indiscutibilmente diversa dalla sua.

Il corpo mio e la scelta mia, avevo urlato sulla scalinata del Campidoglio a Washington. E cos fu. Fu solo una mia scelta e fu da sola che mi sedetti in un ufficio al secondo piano di un palazzo da qualche parte a Midtown. Attesi in un corridoio gelido, con indosso una camiciola e pantofole di carta, la testa piegata per guardare Batman alla televisione. Le altre che aspettavano con me chiacchieravano con il candore tipico delle donne, con la serenit che si condivide nei saloni durante una manicure, in palestra, negli studi medici. Di fronte avevo unispano-americana con gli occhi verdi e la pelle color cacao. Aveva la pancia rotonda, ma gambe snelle e tornite che teneva accavallate. E la pelle doca. Alla vicina raccont che aveva gi tre figli e che era rimasta incinta pur prendendo la pillola. Efficace al novantanove per cento, un cazzo! sbuff. Le seggioline di plastica erano tutte occupate. Le mie braccia sfioravano le braccia delle donne sedute ai miei lati. Io non chiacchierai con nessuno. Pensai ai geni di Andy. I magnifici, brillanti geni musicali di Andy. Mi rendevo conto di essere sullorlo di un precipizio da cui non si tornava indietro, come mai mi era accaduto prima. Una parte di me si andava raffreddando, stava morendo. Forse quella parte di me che credeva cos fortemente nella giustizia, nella bont, che aveva fiducia nel fatto che mi sarei comportata meglio di mia madre, delle mie madri, che le avrei superate in splendore, e a un wattaggio incalcolabile. Le avrei battute di un migliaio di chilometri. E invece strascicavo i piedi su e gi per quel corridoio. E senza fare meglio di loro. Anzi, peggio, molto peggio. Spesso a un bambino adottato si dice: Tua madre ti amava talmente tanto che ti ha dato via perch tu potessi avere una vita migliore. Forse vero. Ma forse vero anche che, se avesse avuto una briciola di amore in pi, ti avrebbe tenuto con s. Non amavo abbastanza il mio bambino. Ma in quegli ultimi minuti lo amai, eccome. Sentivo che era con me. E nella testa mi galleggiavano i feti nei vari stadi di sviluppo, le sagome di gesso in esposizione al Museo di storia naturale, la mostra che mio padre mi aveva portato a visitare quandero piccola, il miracolo della vita. Chiss comera il suo volto? Comerano le sue palpebre. Le sue orecchie. Le manine unite allaltezza del minuscolo cuore pulsante. Giacevo sul tavolo nella piccola sala operatoria con le gambe tenute ferme nelle staffe, la camiciola sollevata allaltezza della vita e un asciugamano di carta di venti centimetri quadrati a coprirmi la parte alta delle cosce.

sempre stato difficile trovarmi le vene. Lanestesista fece vari tentativi, sospirando spazientita. Forse, se la smetti di tremare, riesco a infilarti questo ago nel braccio. Le tempie e lattaccatura dei capelli mi si bagnarono di lacrime silenziose. Alla fine avvertii un pizzico nella piega del gomito seguito da un gonfiore in fondo alla gola e poi da una sensazione di caldo torpore. Un attimo prima che dallo stato di dormiveglia passassi al niente assoluto, sognai dellospedale, di mio padre. Le vene non si vedono: si sentono. Era un sogno ricorrente, confinato almeno in parte nella memoria. Quando avevo dodici anni avevo delle cisti ovariche cos dolorose che i medici per poco non mi fecero unappendicectomia. A causa di questo problema andavo e venivo dallospedale, ma la cosa non mi dispiaceva: sempre meglio lospedale della scuola. Le persone si preoccupavano per me, mi portavano barrette di cioccolato e io mangiavo fagiolini mosci e pane bianco su cui spalmavo miniconfezioni di burro, trascorrendo lintera giornata in pigiama a guardare la tv. Mio padre si liberava dal lavoro per stare con me. Anche a lui piacevano gli ospedali. Il suo vero amore era la medicina. Sarebbe diventato un dottore, se non fosse stato per la sua incapacit di concentrarsi, la sua scarsa pazienza, i suoi modi bruschi quando era al capezzale di qualcuno. Ecco perch, dice lui, finito invece nella finanza. Un operatore sanitario incapace mi infilz il braccio con un ago. Era quella la parte che mi piaceva meno dello stare in ospedale. Io guardavo dallaltra parte, con le solite lacrime silenziose a rigarmi le guance. Mio padre osservava dallaltro lato della stanza, ma a un certo punto la rabbia ebbe la meglio sul suo senso del decoro e, afferrato luomo per il bavero, lo spinse verso la parete. Lo blocc al muro prendendolo per la gola e punt risolutamente un dito a un centimetro dal naso delluomo. Le vene non si vedono, cazzo di cretino che non sei altro. Le vene si sentono. Poi lasci andare luomo e si sedette di fianco a me, tastando delicatamente e con abilit la vena nellincavo del mio braccio, inserendovi il catetere della flebo al primo tentativo. Non so se quellepisodio fosse stata unallucinazione o un fatto realmente accaduto, ma di certo so che quando rivivo in sogno quel momento, sento per mio padre un amore sconfinato. Andy venne a prendermi alla clinica. Pianse nellascensore quando vide la mia faccia, ma poi mi lasci a casa e se ne ritorn al lavoro. Quando la sera

rientr, mi port del gelato e spost il televisore in camera, infrangendo la mia ferrea regola del bandire il televisore dalla camera da letto. Faceva male. Non era affatto come avere dei crampi, come mi avevano detto. Era come se qualcosa mi stesse dilaniando la carne per uscirmi dalla pancia. Riempii di sangue un pannolino dietro laltro. Andy trov un amico che aveva del Vicodin antidolorifico. Ne presi una compressa. Poi ancora unaltra, e come per magia mi ritrovai avvolta in una soffice nuvola di benessere che mi trasport in un sonno fortunatamente senza sogni. Quando mi risvegliai, sul lenzuolo sotto di me si era allargata una macchia rosso mattone, pi scura sui bordi, dove si era seccata. Qualcosa non andava per il verso giusto. Presi altri due Vicodin, pensando che se avessi avuto a disposizione un albero di Vicodin, una scorta infinita di Vicodin, i miei problemi sarebbero stati tutti risolti, si sarebbero sciolti nella terra come burro sul pane tostato. Nel pomeriggio non avevo ancora smesso di sanguinare, cos chiamai la mia dottoressa e le lasciai un messaggio. Meditai di fare un salto al pronto soccorso, ma il pensiero di affrontare un sabato pomeriggio in un pronto soccorso newyorkese mi fece ritornare al flacone di antidolorifico e al mio letto, dove mi sistemai degli asciugamani ripiegati sotto il bacino. Ci volle qualche giorno prima che lemorragia si placasse. La dottoressa mi spieg che dipendeva da una cosa chiamata residuo placentare, pezzetti di tessuto che non erano stati rimossi correttamente. Residui. Tu cerchi di raschiare via le conseguenze delle tue azioni ma il residuo rimane l. Lei la defin una cosa innocua, dolorosa e allarmante, ma in definitiva non pericolosa. Oggi, dopo essermi fatta iniettare nella pancia innumerevoli siringhe di potenti ormoni, dopo avere peregrinato da una clinica allaltra per affrontare una serie di terapie per la fertilit degne del film Specie mortale, nessuna delle quali andata a buon fine, talvolta mi domando se non si sia sbagliata. Mi raggomitolai abbracciata a un termoforo e guardai Law & Order. Quando fin, mi misi a guardare qualcosaltro. Il medico della clinica aveva detto che avrei potuto alzarmi e tornare alla vita normale dopo un paio di giorni, pertanto Andy non capiva come mai fossi rimasta a letto a guardare la televisione per quindici giorni. Non era per il dolore. Quello, dopo qualche giorno era scomparso. E dopo qualche altro giorno se nera andato anche leffetto del Vicodin, lasciandomi scoprire, al posto del tepore del nulla assoluto, un baratro, un cratere, un buco nero con le pareti foderate di residuo placentare. Volevo scomparire in quel buco nero e diventare tanto piccola che la sola forza della compressione sarebbe bastata a farmi esplodere in un miliardo di pezzi, a far esplodere la mia presunzione e le mie scelte incaute, linamovibile tristezza, la grossa pietra appesa allinterno della mia gola. Avevo voglia di

arrendermi e far esplodere quella me stessa che non trovavo da nessuna parte, la me irrequieta e scriteriata. Come in un personale Big Bang. Per favore, pregavo chiunque o qualunque cosa, fa che mi disintegri e che possa ricominciare tutto da capo. 22 Si chiamava Carrie Gardner. Un nome che suonava allegro, del Midwest, un nome comune, che poteva appartenere allhostess di terra di una compagnia aerea, a una cameriera di un Outback Steakhouse, a una maestra dasilo. Piano piano, malferma sulle gambe, da qualche settimana stavo riemergendo dalla mia depressione. Per ordine di Penny avevo cominciato ad andare da uno psicoterapeuta, un certo Paul Pavel. Ogni giorno prendevo la linea A della metro fino al suo appartamento nei quartieri alti. Era un uomo pieno di speranza come pochi, un uomo che dinverno salvava animali mezzo congelati a Central Park, un uomo che a sua volta era stato salvato, semicongelato in mezzo alla neve, dopo la liberazione di Auschwitz. Tendendo verso di me la sua mano, il suo braccio tatuato, Paul riusc a scongelare anche me. Mi guid facendomi uscire dalla parte pi oscura della depressione che si era scatenata in me dopo laborto. Paul era convinto, fra le altre cose, che le mie origini biologiche significassero per me molto di pi di quanto fossi disposta ad ammettere. Secondo lui esisteva un legame tra la perdita della mia madre biologica e il mio soffocante senso di colpa per laborto. E proprio mentre attraverso la terapia emergevano questi aspetti, Johnny mi chiam per rivelarmi il nome della donna che mi aveva data alla luce. Johnny era tornato a casa dallennesimo collegio per le feste di Yamim Noraim. Come al solito, io non avrei osservato le festivit, limitandomi a chiamare i miei per augurare loro shanah tovah, buon anno. E se dellipocrisia, del modo in cui i ricchi vivevano la religione, cos come della rigidit della dottrina non sentivo la mancanza, provavo una tristezza che non riuscivo a identificare. Forse le feste mi facevano rimpiangere il tempo in cui credevo in qualcosa di cos improbabile come Dio, ovvero lepoca in cui credevo di essere parte di un qualcosa. Un tempo, durante le feste di Yamim Noraim, le mie lontane cugine si accalcavano intorno a me nellingresso del tempio a braccia aperte e con i sorrisi tinti di rossetto, tutte profumate di Chanel n. 5. Ricordo che affondavo il viso in completi nuovi di lana troppo pesanti per un assolato giorno settembrino del New Jersey. Ricordo che zitta zitta uscivo dalla stanza del

piano di sotto dove si svolgeva lanimazione per i bambini e gironzolavo per il parco che circondava il tempio, con il sole che splendeva attraverso le foglie che si stavano ingiallendo, vivaci e traslucide come vetri colorati. Ricordo i pezzetti di mele intinti nel miele, talmente dolci che i denti facevano male. Johnny, che dieci anni dopo sarebbe diventato cos religioso da celebrare queste festivit, e anche tutte le altre, era dotato a quel tempo di un talento criminale. I nostri genitori ci avevano sempre raccontato di non avere informazioni sui nostri genitori biologici. Gli unici certificati di nascita che avessimo mai visto indicavano come nostri genitori il nostro pap e la nostra mamma adottivi. Qualunque documento precedente a quello era sigillato per sempre. Le carte erano perentorie, e i nostri genitori pure. Ma quel giorno mio fratello mi chiam dicendo che aveva scoperto la prova dellinattendibilit della versione dei nostri genitori. In realt pap e mamma possedevano delle informazioni sui nostri genitori biologici, che Johnny aveva scoperto scassinando una cassetta di sicurezza. Aveva portato alla luce informazioni dettagliate che lo riguardavano, perch lui era pi piccolo di me e aveva il vantaggio di avere goduto di norme e leggi sulladozione meno severe. In quanto a me, mio fratello aveva trovato un nome, un nome e una breve storia che aveva ricostruito dalla corrispondenza di un avvocato, pi un vecchio indirizzo. Tutto ci che so di quanto scoperto da Johnny lo ricavo dal ricordo di quella nostra conversazione. Non ho mai visto con i miei occhi quei documenti. Sono certa che oggi i miei genitori sarebbero disposti a mostrarmeli, ma proprio non riesco a chiederglielo. Per loro ancora un tasto dolente e per me una fonte di senso di colpa derivante dallavere indagato, anzi, in primo luogo, dal fatto che volevo sapere. Mi vergogno illogicamente di avere scoperto che ci hanno mentito. Ricordo vagamente che Johnny mi raccont di aver trovato dei ritagli di giornale in cui si parlava di un padre biologico che aveva tentato di riottenere la custodia del figlio. Ma forse si trattava solo della fusione delle mie vicende personali con un episodio di Law & Order o di un qualche frammento udito alla CNN. Fu un momento cos strano che non riesco a ricordare con esattezza ci che mi disse, se non una cosa: che cera la conferma di una storia che i miei genitori mi avevano sempre raccontato. Mi aspettavo di scoprire che anche quella storia fosse una bugia ma cos non era. I miei avevano detto la verit quando mi avevano raccontato che mia madre era una ballerina. Di quanto mi fossi aggrappata a questo piccolo particolare mi resi conto solamente quando ne ebbi conferma, una conferma che mi colm di una sensazione di profondo sollievo. Una giovane danzatrice classica di Chicago incinta ma non pu provvedere al bambino

Scrissi il nome e lindirizzo Highland Park, Illinois su un pezzetto di carta e lo infilai in un cassetto. Da qualche parte cera una donna che portava quel nome e che una volta aveva scritto quellindirizzo sui documenti ufficiali firmati per dare in adozione la sua bambina. La mia mamma nel carillon, chiusa al sicuro nella sua fodera di raso e con una colonna sonora sempre uguale a se stessa, una principessa tramutata per incanto nel corpo di un cigno. Carrie Gardner. Unhostess di terra, una cameriera di un Outback Steakhouse, una maestra dasilo. Un nome che non era una risposta, ma una domanda, un interrogativo cui decisi di trovare io una risposta. Del come, per, non ero ancora sicura. Al tempo, avevo labitudine di curiosare in uno dei numerosi chioschi di riviste internazionali che ci sono a New York, comprare qualche bella rivista patinata che non conoscevo e leggermela seduta in un caff, che spesso era il Caf Orlin, sulla Ottava. Prima dellavvento delle T-shirt Ed Hardy (e delle bottigliette dacqua, degli articoli da ufficio, delle motociclette e delle tende per la doccia), Don Ed Hardy era un artista che pubblicava una bella rivista darte intitolata Tattootime. Come presi in mano il giornale, rimasi affascinata. Ogni numero di Tattootime affrontava un argomento specifico: il neotribalismo, tatuaggi di vita e di morte, larte che viene dal cuore, tatuaggi legati alla musica e al mare. Come accade a molte persone attratte dai tatuaggi, il linguaggio figurativo e la storia del tatuaggio risvegli in me unemozione. Lartista tatuatore di San Francisco che ha fatto gran parte dei miei tatuaggi dice che gli dei del tattoo si annunciano quando il momento giusto. Diedi unocchiata alle persone ritratte nelle pagine di Tattootime e avvertii allistante una sensazione di fratellanza. Anchio ero un pirata, un marinaio, una prostituta, un gangster, uno spettacolo da baraccone, per nessuno lo sapeva. Nessuno lo vedeva. Mi resi conto che dovevo raggiungere un livello pi profondo di autenticit nel mio modo di vivere se non volevo finire a non essere niente e nello stesso tempo qualunque genere di cosa, per il resto dei miei giorni. Gli dei del tattoo si annunciarono a me. Niente di meno teatrale di cos. Avevo a malapena iniziato ad andare in cerca del mio primo tatuaggio che gi progettavo come avrei voluto che apparisse il mio corpo. Una volta che la mia storia fosse stata scritta a chiare lettere sulla superficie del mio corpo non avrei pi avuto la tentazione di ingannare le persone facendo credere loro che ero normale. I tatuaggi sarebbero stati il modo per esprimere il mio punto di vista radicale sulla permanenza e sulla transitoriet. Erano la lettera scarlatta che mi sarei orgogliosamente ricamata sul petto.

Leggendo Tattootime appresi che nellisola del Borneo, nella foresta pluviale del Sarawak, non molto lontano dagli yacht, dai palazzi e dalle collezioni di automobili dei reali del Brunei, vivono i membri della trib maori, che si tatuano il corpo da capo a piedi usando uno scalpello dosso. I loro tatuaggi spiraliformi dinchiostro nero hanno un significato sacro. I guerrieri maori ornano i propri corpi della loro ferocia. I loro disegni tribali sono migrati in Occidente per riapparire sulle braccia dei sollevatori di pesi di Venice Beach e dei punk di strada di Tompkins Square Park. Mentre io me ne stavo seduta nel palazzo del Brunei a intessere per Robin storie che svanivano nellaria, a qualche chilometro di distanza i membri di una trib stavano incidendo le loro storie sulla propria pelle. Erano questi, decisi, i pezzi mancanti della mia storia: dovevo ritrovare la mia madre biologica e dovevo farmi un tatuaggio. Volevo trovare me stessa e, al medesimo tempo, creare me stessa. Le due cose coincisero inaspettatamente. Studiando le riviste trovai lartista giusto. Si chiamava Guy Aitchison e viveva a Chicago. La cosa fantastica dei tatuaggi che non c spazio per il lusso del dubbio. Una volta presa una decisione, bisogna sostenerla. Una giovane danzatrice classica di Chicago incinta ma non pu provvedere al bambino 23 Sullaereo che mi portava a Chicago per la mia duplice missione mi appisolai, e nel dormiveglia pensai a Robin. Sarei dovuta essere su un aereo che mi riportava da lui, nel suo mondo. Chi cera, l, adesso? Chiss se unaltra ragazza era gi seduta sulla mia poltrona e, se cos era, lui si era gi completamente dimenticato di me? Non potevo dire che lui mi mancasse, n di provare nostalgia per quel mondo marcio nel suo complesso, ma cera una parte di me (e non era la parte Patty Hearst) affezionata a Robin. Una parte di me a volte rammentava il suo viso, ricordava di quando mangiavo le pesche dal vassoio dellhotel mentre il sole disegnava strisce bianche e tiepide sulle lenzuola e lui si rivestiva per andare al lavoro. Le ragazze nel Brunei non erano le uniche a dover recitare una parte. Anche Robin conduceva una vita che gli imponeva di recitare una parte dietro laltra. A volte persino i principi si stancano di fare i principi. Cerano momenti, a notte fonda, in cui Robin non ne poteva pi del ricevimento, e momenti al mattino in cui rimaneva a letto dieci minuti pi del dovuto prima di ottemperare al suo rigido programma giornaliero; e cerano momenti in cui

correva troppo forte con la macchina lungo le strade di campagna piene di curve, e io mi chiedevo se non avesse voglia semplicemente di continuare a guidare. Erano quei momenti a insinuarsi dentro di me quando avevo la coscienza allentata dal sonno, o mentre facevo una passeggiata nel parco o guardavo fuori dal finestrino di un aereo. Pensai anche a Andy, che era a casa. Non era venuto a salutarmi allaeroporto. Ovviamente, doveva lavorare. Ormai era di rado a casa mentre ero sveglia. Puntavo sempre sui cavalli sbagliati. Mi innamoravo solo di quelli che mi lasciavano con una sensazione di vuoto nello stomaco. In amore, ero un somaro. Per, a quanto dicono, il tatuaggio estremo ci che serve per trasformare un somaro in una zebra. Ed proprio ci che mi auguravo. Il mio primo tatuaggio molto esteso, uno di quelli che ti cambiano la vita. un serpente viola che si leva a spirali dal mio ombelico e mi copre tutto laddome, sbocciando in un giardino di fiori che scende lungo la coscia sinistra e adorna lintera vulva con mostruosi denti di spine. Oggi il mio tatuaggio compare in alcuni libri illustrati. Prima di iniziare, Guy tent saggiamente di farmi cambiare idea riguardo al tatuaggio sui genitali. Magari potresti farti qualcosa in qualche altra zona del corpo, e poi vedere che sensazione ti d. Io replicai che ero assolutamente sicura di quello che stavo facendo, che volevo trasformarmi. Lui scroll le spalle. Non compete agli artisti del tatuaggio impedire alla gente di fare stupidaggini o di avere comportamenti melodrammatici. Guy era famoso per i suoi paesaggi fantascientifici ectomorfici e i giardini di piante velenose tratteggiati nei pi squisiti dettagli. Per quanto la scelta della sede del mio primo tatuaggio non fosse delle pi prudenti, se non altro si tratta di un tatuaggio molto bello. Una delle domande pi banali che si sente fare una persona con molti tatuaggi quando cammina per la strada : Fa male? Un mio amico di San Francisco ha una maglietta con la scritta cazzo, fa male eccome! Mi and in tilt tutto il sistema nervoso. Quando Guy arriv a tatuarmi sulle costole, ebbi la sensazione che mi stesse lavorando sul collo. Ero attanagliata da spasmi, poi cominciai a sudare, ma alla fine raggiunsi una specie di intesa con il dolore, seguendo il suggerimento di lasciarmi andare. Quando hai le budella completamente ritorte, la sofferenza causata dal tatuaggio si trasforma in una metafora: un dolore intollerabile, eppure riesco a sopravvivergli. Il giorno dopo, avevo la sensazione di essermi procurata unorrenda escoriazione sulla pancia strisciando sullasfalto; avevo anche un po di febbre, per ero contentissima. Avevo la tessera discrizione a un nuovo

circolo. Mi presi una giornata di vacanza con Guy e la sua ragazza. Mangiammo qualche fungo psichedelico e andammo al Museo della scienza a vedere una mostra di insetti giganti. Il cielo di Chicago era ceruleo e il vento che si alzava dal lago soffiava attraverso il mio vestitino ultrasottile, dando un po di sollievo alla pelle infiammata. Quando entrammo nel museo, la donna della biglietteria chiese a Guy quanto costassero i suoi tatuaggi. la domanda pi frequente dopo: stato doloroso? Quel giorno, stando con Guy appresi la prima lezione: quando esibisci un tatuaggio e hai a che fare con la gente che ti guarda con gli occhi sgranati, devi abituartici, qualunque cosa accada. Ti trattano come un fenomeno da baraccone. E allora? Pensi di poterci fare qualcosa? Come si comporterebbe Patti Smith? Guy assomigliava al rocker Al Jourgensen, ma aveva occhi blu tendenti al viola. Alla donna rispose con un grugnito e uno sguardo acido che sembrava dire: Dar tuo figlio in sacrificio a Satana. Avevo trascorso un paio di giorni con lui e concluso che era per il cinquanta per cento uno sfigato con la fissa per la boxe e per laltro cinquanta un hippie che si calava gli acidi. Era un tipo delizioso. Satana non gli avrebbe aperto i cancelli dellinferno. Laria minacciosa era solo un modo di atteggiarsi, comunque la donna chiuse immediatamente la bocca. Gli insetti in mostra erano coloratissimi, alieni, fosforescenti. Ero appena entrata in un universo parallelo. Vidi il mio riflesso nella corazza lucente di uno scarabeo viola grosso il doppio di me. Forse era per gli allucinogeni, o per la febbre, oppure per la polverina magica degli dei del tattoo, fatto sta che ondeggiavo in preda a una sensazione di vertigine simile a quella che avevo provato sul balcone la prima notte a Singapore: eccola qui, la ragazza che vorrei essere, vera, sfrontata, disegnata con tratti spessi, in Technicolor, lontana quello che basta per non essere toccata, ma comunque pi vicina. Dopo il tatuaggio, ebbi la sensazione che qualcosa di fondamentale che mi riguardava fosse tornato al suo posto. Il giorno seguente presi un treno per Highland Park, alla ricerca di un altro tassello mancante. Non so bene cosa mi aspettassi, ma la stazione di Highland Park era un marciapiede nel bel mezzo di una periferia. Era uno di quei posti in cui la gente parcheggia la macchina e prende il treno per andare a lavorare in citt. Non avevo pensato a noleggiare unauto. Portavo sempre con me la patente, che usavo come documento didentit, ma non guidavo da quando me nero andata di casa, a sedici anni, e anche allora avevo guidato poco e male. Ero abituata alla metropolitana che mi lasciava praticamente davanti alla porta, in qualunque posto volessi andare.

Attraversai il parcheggio fino al ciglio di una strada che mi parve abbastanza trafficata e misi il pollice in bella vista, anche questo per la prima volta. Non avevo altra scelta, a meno che non volessi girare i tacchi e tornare da dove ero venuta. Ero sempre riuscita a compensare la mia mancanza di lungimiranza con la prontezza. Una Cadillac nera non guidata, fortunatamente, da un viscidone, mi accompagn fino allingresso dellHighland Park Hospital, una struttura di mattoni abbellita da lunghe aiuole di balsamina. Vagai per i corridoi alla ricerca della sezione archivi, dove ad accogliermi trovai sguardi vuoti. Qui non c niente che ti possa interessare, sentenzi una donna dagli artigli di un verde perlato. Che eleganza! dissi io commentando le sue unghie con una citazione da uno dei miei film preferiti di sempre, Cabaret. La sua espressione si fece, se possibile, ancora pi vuota. Ha presente, Sally Bowles? Le unghie verdi. Che eleganza, eh? No, non aveva presente. Potresti provare allufficio della Contea. Per il tuo certificato di nascita, disse. Ovviamente l non cera nulla che mi interessasse. E poi il mio certificato di nascita ufficiale ce lavevo gi, e non mi aiutava per niente. Anzi, cancellava del tutto la mia storia, come se non fosse mai esistita. Andai nel reparto maternit, visto che non mi veniva unidea migliore, e se me ne fossi andata via senza un altro tentativo mi sarei sentita molto frustrata. Quando al di l del vetro della nursery vidi i bambini che si contorcevano, avvertii la stessa fredda fitta di adrenalina che prova un taccheggiatore in un negozio. Perch avevo la sensazione di stare facendo qualcosa di male? Uscii con le prime avvisaglie di unemicrania e una calma piatta dal lato delle emozioni. Mi restava unultima possibilit. Ormai mi sentivo una professionista dellautostop, cos scroccai un altro passaggio fino allindirizzo che avevo scarabocchiato su un pezzetto di carta. I prati di Highland Park assomigliavano a quelli del ricco centro della cerchia suburbana dove ero cresciuta e mi suscitarono la medesima reazione: terrore. Guardai le belle case con le loro rimesse e mi sentii sopraffare dalla disperazione. Fui assalita dalla claustrofobia e davanti allocchio destro cominciarono a galleggiarmi delle macchie bianche. Mi sentivo come se met del mio cervello fosse sottoposto allesame di elettrodi alieni. Per qualche secondo pensai anche che stesse per venirmi un attacco dasma, ma si trattava solo di ipocondria. Quando mi addentro nei quartieri periferici mi vengono lasma, il mal di testa e altre malattie rare.

La donna non pi giovanissima che sedeva al posto di guida, la versione ebrea della moglie perfetta, mi fece la ramanzina perch andavo in giro con lautostop, quindi mi sottopose a interrogatorio riguardo la mia visita a Highland Park. Tamburellava sul volante con le sue unghie acriliche, frutto di unaccurata french manicure. Pensai a mia madre la mia vera madre, la mia mamma adottiva -, le migliaia di viaggi in auto che condivideva con altre persone, laria condizionata al massimo. Pensai ai suoi grandi occhiali neri dalla sfumatura viola, alle sue dita, gonfie per lartrite ma ancora belle e perfettamente curate, strette intorno al volante. Sto cercando una mia vecchia amicizia. Come si chiama? Vivo qui da un sacco di anni, magari la conosco. Un amico o unamica? Unamica. Si chiama Carrie Gardner. Gardner. Forse cera una Gardner quando mia figlia era alle medie, ma i genitori non li ho mai conosciuti. Ebbi limpressione che questa se la stesse inventando. Sembrava il genere di donna che non tollerava di essere presa alla sprovvista senza disporre di una risposta pronta. Sai, di solito non carico mai gli autostoppisti, ma ho capito subito che tu eri una brava ragazza. Mia figlia studiava in Michigan, ma poi ha lasciato la scuola. Ora segue i Grateful Dead dappertutto. convinta di essere unattivista. Che assurdit. E pensare che una ragazza cos intelligente. Vedendoti l ho immaginato che potevi essere mia figlia. Mi piacerebbe che a darle un passaggio fosse una persona perbene. Cosa avrebbe detto mia madre? Mia figlia era alla NYU, ma poi ha lasciato gli studi. Adesso fa avanti e indietro fra New York e il Sud-Est asiatico. convinta di essere unattrice. Che assurdit. E pensare che cos intelligente La donna diede unocchiata al mio foglietto spiegazzato e mi lasci di fronte a una villetta in stile ranch, priva di fronzoli e decisamente borghese. Sei sicura di non avere bisogno di nientaltro? mi chiese. S, sono a postissimo. Da qui ho chi mi riaccompagna. Grazie mille. Soppesai la possibilit di chiederle se mi avrebbe aspettata un minuto per poi riaccompagnarmi alla stazione. Non mi dava limpressione di avere granch da fare. Ma alla fine decisi di non chiederglielo. Sono assolutamente sicura che mi avrebbe risposto di s, ma non avevo pi voglia di continuare a parlare con lei, non sopportavo il fatto che mi ricordasse mia madre e il tradimento che stavo perpetrando posando i piedi in quel particolare pezzetto di giardino. Ad aprire la porta venne una donna con il volto da luna piena. Strizz gli occhi e si scost una ciocca di capelli dal viso. Mi disse di essersi trasferita l

solo da un anno e che non sapeva dirmi niente. Prima di lei in quella casa aveva abitato per anni una famiglia, di cui per non si ricordava il nome. Forse Carrie era della famiglia che aveva vissuto l ancora prima, o forse di quella prima ancora. Stava tirando a indovinare. Dopotutto, diciannove anni sono tanti. Diciannove anni di marosi in grado di far crollare qualsiasi castello di sabbia Carrie avesse potuto costruire in quella casa. E non c nessuno che viva qui nel quartiere da almeno diciannove anni? Non che io sappia. un quartiere abbastanza nuovo. Un quartiere di famiglie, disse la donna. Ma ripetimi un po, tu chi saresti? Nelle storie di fantasmi sempre una qualche orribile tragedia che lascia dietro di s una ferita, unaggressione tanto feroce che anche il tempo si fa da parte e consente a uno spirito di vagare e lamentarsi dellingiustizia subita. Ma che ne delle nostre banali tragedie personali, le piccole ingiustizie commesse senza che la polizia se ne interessi, quelle per cui non esiste udienza? Esse scivolano via, lavate dai mobili della cucina prima che arrivi la nuova famiglia con le sue scatole piene di stoviglie. Avrei forse potuto trattenermi un po di pi in quel quartiere e mostrare pi ampiamente la mia perizia di giornalista investigativa, ma allimprovviso mi era venuta la nausea e mi incalzava un mal di testa che mi debilitava sempre pi. Trovare un passaggio per la stazione fu pi difficile del previsto. Camminai per unora prima che qualcuno finalmente si fermasse; mi sentivo una scema e mi ero anche nascosta dietro un cespuglio per vomitare. Per il resto, non successe niente di memorabile. Non so bene cosa mi fossi aspettata. In qualche modo mi era sembrato che fosse importante poter annusare gli odori e vedere i colori di quella cittadina, ma non avevo sentito altro che lodore dello stesso autunno, degli stessi alberi, degli stessi vassoi dellospedale che potevo trovare dappertutto. E la mia visita alla nursery, il mio sentimentalismo, mi imbarazzavano. Sul treno, verso casa, appoggiai la testa al finestrino e pensai a Joni Mitchell. Ai tempi del liceo avevo deciso che sarei stata come lei, malgrado quel suo aspetto delicato, da elfo. Non le assomigliavo, naturalmente, se non sotto certi aspetti, che solo io potevo cogliere. Addirittura, quando ero da sola, cantavo come lei. Quandero sul palco, nelle produzioni di teatro musicale, ero la classica urlatrice, ma nel segreto dellintimit cantavo esattamente come Joni, la voce acuta e soffiata di una cantante folk. Su Rolling Stone avevo letto che Joni Mitchell aveva partorito una bambina che aveva dato in adozione. Era la bambina nata con la luna nel Cancro di cui parla nella canzone Little Green. Ero sicura di essere io, quella bambina. Non contava niente il fatto che io fossi un Leone. E nemmeno che lalbum Blue contenente Little Green fosse uscito nel 1971, due anni prima che io

nascessi. Neppure il fatto che avessi molto poco di quel folletto biondo e con gli occhi azzurri che era Joni Mitchell. Scartando tutte le prove contraddittorie, io sapevo, oltre ogni limite del buon senso, che la mia madre biologica era Joni Mitchell. Perch il suo spirito era lo stesso che albergava dentro me. E ci di cui avevo bisogno non era una mamma che mi avesse portata nel suo grembo. Di questo potevo fare benissimo a meno. Ci di cui avevo bisogno era scoprire il luogo da cui proveniva il mio cuore. Il mio cuore non voleva essere orfano per sempre. Mi feci fare il tatuaggio non per dire Io sono stata qui, come una firma sul cavalcavia di unautostrada, ma per dire Ecco, questa sono stata io. Eccoli qua, i paesaggi incisi dentro i miei occhi. Perch anche quando il tuo sogno svanisce, tua madre svanisce, il tuo bambino svanisce, la persona amata svanisce, persino allora ti rimane comunque la tua storia. Attraverso i miei tatuaggi, io sono testimone e documentarista di me stessa. Dopo il primo tatuaggio me ne sono fatta fare parecchi altri. Spesso le persone mi passano la mano sui tatuaggi come se fossero scritti in braille, e a volte la cosa mi d sui nervi. C gente che nemmeno mi conosce e mi afferra il braccio, tastandomi la superficie dellavambraccio. Per li capisco. I miei tatuaggi pulsano di storie. Appoggiandoci lorecchio sopra vi si pu sentire loceano a Beach Haven, linsistente bussare alla porta nel Brunei, il treno che si allontana dalla stazione di Highland Park. Lasciai che Highland Park scomparisse alle mie spalle. In quella citt non cera niente, nemmeno il pi piccolo indizio che provasse che in quella casa ci fosse mai stata una ragazza incinta di me che mi nutriva con i suoi pensieri, con le sue paure, che abitava forse con lultima famiglia senza nome o forse con quella prima ancora. Nessuno ricorda nulla. La mia missione a Highland Park era stata fallimentare, ma, se non altro, avevo capito qualcosa. Laria da quelle parti pesava un milione di chili, ma sul treno del ritorno mi ero sentita leggera come una piuma. Mi resi conto di quanto possa oscillare il peso del tempo: della pesantezza del passato, della leggerezza del momento presente. Quello che stavo cercando non era n a Highland Park n da nessunaltra parte. A volte, per sapere chi sei, pu bastare una canzone di Joni Mitchell. A volte lo scopri per caso, allalba su un balcone in un Paese straniero. E a volte la tua storia assomiglia alla schiena violacea di un serpente che si attorciglia sulla tua pancia, inciso per sempre nella profondit della tua pelle. 24

Un serpente tatuato mille volte meglio di un serpente vero. Bevvi un espresso e guardai dentro la gabbia di Varia, il mio temibile pitone burmese. Solo Shakti, la nostra donna delle pulizie una creatura alquanto strana, forse lei stessa in parte rettile -, riusciva a maneggiare Varia senza indossare guanti lunghi fino al gomito. Io volevo un animale, e siccome in casa nostra era negato laccesso a qualunque bestiolina tenera e pelosa, un giorno ero entrata in un negozio di animali e ne ero uscita con Varia. I serpenti mi erano sempre piaciuti e avevo pensato che sarebbe stato divertente averne uno. Mi sbagliavo. Non mi ero resa conto di quanto sarebbe stato traumatico nutrire il serpente con topi vivi. Ancora pi traumatica fu la risposta del tipo del negozio di animali: quando gli chiesi consiglio su come gestire il caratteraccio di Varia, mi sugger di tramortire il topo prima di offrirglielo, spiegandomi che questo lavrebbe aiutata a perdere listinto ad attaccare. Ero mortificata. Io, che da bambina, ispirata al tempio di Dendur esposto al Metropolitan Museum, avevo seppellito il mio criceto dentro una scatola da scarpe che avevo verniciato per farla assomigliare al sarcofago di un faraone e che per settimane avevo pianto accanto alla sua tomba in giardino. Ma il serpente lo avevo comprato io e quindi toccava a me prendermene cura. Cercai di dimenticare la ragazzina che con tanto amore aveva costruito elaborate casette per il suo criceto. Dopodich, ogni volta che Varia doveva mangiare, piangendo infilavo un topolino in un sacchetto di carta, quindi, profondendomi in scuse e richieste di perdono, sbattevo la busta contro il muro. Gettavo nel terrario la bestiolina, che si contorceva per le convulsioni. Prima di mangiarla Varia la ignorava per ore, mentre io soffocavo in preda al senso di colpa. Era raccapricciante. Andy non ne voleva sapere di dare da mangiare al serpente. Lhai voluta tu, la sfami tu. Era il fiasco del divano, ma moltiplicato per mille. Varia incarnava tutte le mie scelte sbagliate che, avviluppate in una stretta spirale, sibilavano rivolte a me dal fondo di una gabbia maleodorante. Quella mattina stavo rimuginando come cazzo fare a spostare quellenorme terrario e chi diavolo potessi convincere ad adottare un serpente cattivo, quando squill il telefono. Era il leggendario regista teatrale newyorkese Richard Foreman che mi chiamava per dirmi che ero stata scelta per un ruolo nella sua prossima commedia intitolata Samuels Major Problems. Quando riagganciai mi misi a urlare e ballare come una casalinga che ha appena ricevuto una chiamata dal Tonight Show della NBC. Telefonai a Andy per dargli la notizia, ma la sua segretaria mi rimbalz. Decisi di andare allo studio per dirglielo di persona. Poteva anche dire alla sua segretaria di non passargli le telefonate, ma non

avrebbe chiuso la porta in faccia alla sua ragazza! Vivere con un ammalato di lavoro, anche se pagava le bollette, non era proprio il massimo delle mie aspirazioni. Mentre andavo da Andy per comunicargli la novit, mi fermai al loft di Richard in Wooster Street a prendere il copione. Nello spettacolo recitavo assieme a Steven Rattazzi e Thomas Jay Ryan, entrambi attori dal formidabile talento. Interpretavo Maria Helena, una specie di Marilyn Monroe spettrale, diabolica, succube e balia. Nel mio soggiorno a New York non ci fu cosa pi bella che percorrere a piedi la distanza fra il mio appartamento in Mott Street e St. Marks Church per la prima giornata di prove. Era linizio di dicembre e sotto il cappotto il mio corpo fremeva di calore, mentre la punta del naso era congelata per via del vento che attraversava Second Avenue. In testa mi risuonava On the Street Where You Live, il mio insolito background nel teatro musicale che influiva sulla mia rinascita nellavanguardia. Varcai i cancelli di ferro battuto, passai in fretta di fianco alle porte sgangherate percorrendo le lastre di pietra del pavimento della chiesa, quindi attraversai il camposanto e arrivai al teatro, sul retro. Richard mette in scena pice teatrali che non sono esattamente tali; si tratta piuttosto di poemi tridimensionali o trattati filosofici raccontati come una filastrocca per bambini. Essere scelti per uno dei suoi spettacoli significa che dovrai assumere ogni oscura sembianza del suo subconscio e che, in sostanza, per qualche mese dovrai muoverti allinterno della sua mente. Cosa che in alcuni momenti era sublime e in altri un delirio. Richard era un vero tesoro, timido e geniale, ma anche tirannico, borioso e pieno di fissazioni. Ogni poco rivoluzionava lintero set aggiungendo ostacoli, come per esempio tre pali neri ad altezza costato che si mimetizzavano con il resto della scenografia provocando incidenti assai dolorosi. Durante la nostra pausa pranzo fece togliere tutti gli arredi di scena e inserire uno schermo di plexiglas fra gli attori e il pubblico. Nel corso di unaltra pausa pranzo fece applicare dei microfoni agli abiti dicendo che i dialoghi dovevano essere bisbigliati. Unaltra volta ancora rimise al loro posto tutti gli arredi di scena e cambi la forma del palcoscenico. Fu unesperienza divertentissima. La troupe era composta da persone affascinanti e alle feste eravamo tutti propensi a ubriacarci e a pomiciare. Il nostro costumista, Lindsay Davis, era una checca con la passione dellabbigliamento di pelle, con una risata contagiosa e un guardaroba pieno di piccoli cappelli appuntiti. Nel giro di poco io e Lindsay scoprimmo di essere anime gemelle. Andavo nel suo loft sulla Trentottesima per provare i costumi e finivo per passarci lintero pomeriggio; fumavamo erba e poi scendevamo a mangiare un pancake nel

ristorantino sotto casa. Mi cuc un magnifico abito nero che sembrava in tutto e per tutto un abito da cocktail anni Cinquanta, a parte il fatto che era completamente trasparente. Richard mi diede istruzioni di fasciarmi le gambe con del nastro isolante nero che si vedeva attraverso la stoffa sottile del vestito e riprendeva la diagonale di righe del palcoscenico, che ricordava uno strettissimo attraversamento pedonale. Il nastro isolante, che riapplicavo tutte le sere, mi lasciava sulle gambe segni che mi rimasero addosso fino alla fine della programmazione. Io ne andavo fiera: erano le mie cicatrici di guerra. Le prove proseguirono per tutto il mese di dicembre e lo spettacolo and in scena nei primi tre mesi del 1993. Prelevai qualche biglietto da cento dalla mia cassetta di sicurezza per comprarmi un abito da indossare alla cena che si sarebbe tenuta dopo il debutto. Era di velluto stropicciato bordeaux con un grappolo di rose in seta in fondo alla schiena. vero, avevo un armadio pieno di vestiti da sera che non indossavo mai, ma volevo mettere qualcosa comprato con i miei soldini in un negozio di Soho, e non un vestito comprato in fretta e furia e pagato da una guardia reale con un sacco pieno di soldi del Monopoli. Desideravo un abito che servisse a celebrare un evento importante come un sogno che si avverava. Perch era di questo che si trattava, lintera esperienza, dalla fatica delle prove allansia e alla nausea della sera della prima. I miei genitori, incoraggianti fino alleccesso, venivano in citt per vedermi almeno una volta alla settimana. I tre mesi di programmazione stavano per terminare e mio padre insisteva ancora a sostenere che non aveva idea del significato dello spettacolo, mentre mia madre continuava a portare alla gente della compagnia pagnotte di banana bread e vassoi di rugelach. Mio padre si divertiva a tormentare chiunque fosse seduto accanto a lui (e immancabilmente si trattava di Wallace Shawn, di John Malkovich o qualcuno del genere) pretendendo che il malcapitato, che trasaliva per lo spavento, gli spiegasse cosa diavolo stesse succedendo sul palco. Forse io sarei stata in grado di spiegarglielo, ma lui non me lo ha mai chiesto. Credo che preferisse, e di gran lunga, spaventare i rappresentanti del bel mondo. Recitare in Samuels Major Problems si rivel assai gratificante. Ottenemmo delle eccellenti recensioni sia sul New York Times sia su Village Voice. Le repliche non erano ancora finite che gi mi avevano chiamata per altre audizioni. Un giorno incontrai a pranzo Don DeLillo, che la sera prima era venuto a vedere lo spettacolo, e durante quel pranzo mi comportai come una testa di cazzo. Ma che ci volete fare, avevo il cervello in pappa Andy venne alla prima e credo che fosse orgoglioso di me. Un paio di altre volte lasci il lavoro per entrare a teatro a spettacolo gi iniziato. Certe sere,

dopo la fine dello spettacolo, usciva con noi attori e membri della troupe. Andavamo a bere qualcosa al Mona o al 7A. Da quel texano amante dellalcol che era, Andy conservava fascino e lucidit quando tutti gli altri erano gi ubriachi fradici. Lo adoravano tutti e, quando ci lasciammo, nessuno riusc a capire come mai. Accadde in maniera assurda. Prima del giorno in cui me ne andai di casa, Andy e io non avevamo neanche mai accennato alla possibilit di lasciarci. Lidea che avevo di Andy, la vita che avevo immaginato per noi due, era andata in pezzi prima che comparisse Mark. Prima di Mark, tuttavia, non mi ero resa conto che tra noi era finita. Non me ne ero accorta. Ero troppo impegnata. Essere me stessa era di per s gi un lavoro a tempo pieno, e stavo cercando di lasciare il segno sul volto di New York, come se sotto i tacchi delle mie scarpe ci fosse un marchio incandescente. Una sera, quando le luci del teatro erano gi spente, Andy mi propose di accompagnarlo a bere qualcosa al Mona per rivedere un vecchio amico del Texas, di passaggio e in arrivo da Los Angeles. Era un art director, ma aveva difficolt a tenersi stretto un lavoro in qualche film perch aveva un problema di dipendenza dalla cocaina. Ci vollero un paio di bicchieri prima che facessi due pi due. Quellamico del Texas era il tizio pi grande con cui Andy aveva avuto una relazione allet di dodici anni, una storia durata due anni e che si era conclusa con un arresto sul sedile posteriore di una station wagon. Sapevo che Andy aveva mantenuto i contatti con quelluomo, ma non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi seduta di fronte a lui allo stesso tavolo. Si approfittano dei pi sensibili, dei pi intelligenti, dei pi soli. Prima di partire per la colonia estiva lanno in cui compivo tredici anni avevo visto il film Vertigine e mi ero immaginata di essere come Natalie Wood. Dentro di me mi sentivo altrettanto impudente, altrettanto audace. E avrei riscritto il finale. Io non sarei mai diventata una casalinga logorata, una donna di casa come tante. Avevo una predilezione per le scarpe Keds e le fasce tra i capelli. Il primo anno, durante il campo estivo mi ero fatta delle mches aranciate con il SunIn e mi ero abbronzata con lolio solare per bambini. Ero convinta di assomigliare a una delle ragazze di Blue Hawaii, a parte il fatto che io non portavo il reggiseno. Ma avevo rubato un rasoio rosa usa e getta dal mobiletto doccia di Erica e mi ero depilata le gambe per la prima volta. Nathan era linsegnante di tiro con larco. Quando non ce lavevano con lui perch era troppo affascinante per una colonia scalcinata come quella, tutti lo avevano in simpatia. Aveva venturi anni ed era newyorchese, e circolava voce che facesse il modello per la Benetton. Quasi te lo potevi immaginare su

uno di quei cartelloni pubblicitari, mollemente appoggiato a qualche modella cosmopolita dalla pettinatura afro e la sciarpa a righe. Nathan si era ossigenato i capelli, che portava con la riga al centro e il ciuffo spiovente su un occhio. Portava pantaloncini color cachi tanto bassi in vita che gli si vedeva lelastico dei boxer. Mi faceva venire il mal di stomaco e gli attacchi dasma. Era pi bello di John Travolta in Grease e, qualche volta, nei Ragazzi del sabato sera. Addirittura pi figo di Elvis nel Delinquente del rocknroll e in Viva Las Vegas. Il campo di tiro con larco si estendeva lungo un pendio erboso dal lato femminile del campo, tra la torretta di osservazione e il piccolo laboratorio della terracotta. La nostra ora di libert, in cui potevamo scatenarci e fare quello che pi ci pareva, era prima di cena. Io decisi che la cosa che pi morivo dalla voglia di fare era imparare a tirare frecce. Non presi mai in mano un arco, per: mi limitai a razzolare intorno allarea di tiro, seduta sulla collinetta vicina con il mento appoggiato alle ginocchia. Una sera mi accorsi che faceva freddo e che Nathan indossava solo una Tshirt, perci tornai alla mia brandina per prendergli una felpa rosa extralarge della Benetton; era coperta di lanugine e sul davanti aveva stampata una grossa b bianca. Quando se la infil mi rendevo conto che tra noi si era instaurato un segreto, anche se ancora non capivo bene di cosa si trattasse. Io me ne stavo seduta in silenzio e lo guardavo tirare. Eravamo troppo distanti per poter parlare. Postura perfetta, disinvolto e sicuro di s, con la freccia ben appoggiata sullarco, la corda tirata verso il petto, calcolava altezza e angolazioni. Certe volte noi ragazze attraversavamo di soppiatto laccampamento per fare unirruzione allinterno del settore maschile. Mentre combinavamo i nostri scherzetti notturni a base di schiuma da barba e razzie di mutande, solitamente i nostri coordinatori fingevano di dormire. La notte prima di prestare a Nathan la mia felpa avevo messo la sveglia alle tre e lavevo nascosta sotto il cuscino. Avevo appoggiato i chewing gum sul comodino e avevo dormito facendo attenzione a non spettinarmi. Ma quella notte non era come tutte le altre notti, perch non avrei svegliato le mie amiche. La mia sarebbe stata una missione solitaria. Percorsi il tragitto tanto familiare con la tensione nelle gambe. Nelle tenebre che avvolgevano il raggio di luce della mia torcia danzavano ombre che mi disorientavano, ombre impregnate dei personaggi di tutte le storie macabre che si narravano durante il campeggio e che avevo sempre liquidato con disprezzo. Ero follemente eccitata e spaventata. Ladrenalina mi rendeva baldanzosa, guidandomi attraverso laccampamento finch la gomma bagnata delle mie scarpe da tennis non cigol sugli scalini verdi che portavano alla sua porta, che scricchiol quando la aprii. Percorsi il corridoio

tra le file di ragazzi addormentati nelle loro brandine succhiando la mia gomma alla menta, domandandomi se non lavrei dovuta inghiottire. La saliva mi scendeva per la gola come acido freddo. Tremavo. Nathan mi faceva stare male. Mi aveva intossicata. Per svegliarlo lo toccai sulla scapola, che era nuda e appuntita. Quando si alz a sedere sul letto mi superava in altezza di venti centimetri buoni. Era la prima volta che gli stavo tanto vicino. Nel buio non riuscivo a distinguere la sua espressione, ma non sembrava sorpreso. Allung la mano in avanti e mi bisbigli: Dammi il chewing gum. E quando mi baci pensai che le lingue sono come meduse vellutate. Gli uomini, poi, erano pi facili di quanto avessi immaginato. Ero sorpresa di aver ottenuto ci che desideravo. Ero riuscita a fargli infrangere le regole. Un bel colpo, giudicai. E se spesso desiderai di non essermi mai fatta coinvolgere da Nathan, e se avevo sentito disperatamente e fin dal primo momento di esserci dentro fino al collo anche se le nostre sedute di petting mattutino non si erano mai spinte troppo in l, io non volevo ammetterlo. Il pi delle volte, nemmeno a me stessa. In seguito, quando Nathan fu licenziato e io umiliata, il commento di mio padre fu: Ma secondo te come doveva andare a finire? questo che succede quando non si rispettano le regole. Quella sera avevo bevuto troppo. Ero stata irritabile e sarcastica, e alla fine li avevo salutati e me ne ero andata. Ero tornata a casa da sola, a piedi, ed ero crollata a dormire. Qualche ora dopo Andy rientr e si sedette sul bordo del letto. Strizzai gli occhi per vedere meglio la sua sagoma nella penombra azzurrina e mi resi conto confusamente che la persona che mi stava accarezzando il polpaccio, ma con una connotazione pi sessuale, non era Andy. Schizzai a sedere, svegliandomi dun colpo, in preda al terrore. Mi hanno licenziato. Ovviamente, era Mark. Nel mio incubo stavo sognando Nathan e al risveglio mi trovavo di fronte Mark. Ma lo sai che effetto mi fai? Ti vedo girare in calzoncini tutto il giorno. una cosa che mi fa impazzire. E non posso farci niente, e non posso nemmeno dirlo a nessuno. Andy? chiamai a voce alta. Si dovuto fermare al lavoro, a prendere una cosa, farfugli Mark. Ma come mai aveva le chiavi? Non dormiva da noi. Andy mi aveva detto che alloggiava in albergo. Nessuno vorr pi assumermi. Forse era uno psicopatico. Forse ce laveva con me perch vivevo con Andy e aveva intenzione di uccidermi. O magari era solo un pedofilo depresso e

alcolizzato come ce ne sono tanti. Nello stato in cui era, pensai che probabilmente sarei riuscita a bloccarlo. Dentro di me, allimprovviso, sulla paura prevalse un impeto di rabbia che mi sal lungo la gola minacciando di eruttare fuori come vomito. Ah s? E perch, Mark? Perch mi piacciono i ragazzini. Cos ti piace, dolcezza? Sei cos carina, cos morbida. Eh, bambolina, cos va bene? Sei bellissima. Perch mi piacciono i bambini, ripet lui. Ti vengo a prendere a scuola e ti porto a New York, cos andiamo a vedere qualche concerto o un film insieme, daccordo? Mi prender cura io di te. quello che desideri, no? Mi guardai intorno per cercare qualcosa che potesse fungere da arma. Dove cazzo era la pistola stordente? A che serve comprarsi una pistola stordente se poi non ti ricordi dove lhai infilata? Forse l il pericolo non era lui, ero io. Forse stavo per ucciderlo. Ma non lo feci. Mi limitai a urlargli di levarsi dalle palle e uscire dalla mia casa. Ma lui rimase seduto e inebetito, cos gli urlai contro unaltra volta. Glielo urlai che era gi uscito dalla porta. Forza, dolcezza, ora torna alla tua branda. Per promettimi che domani passi di nuovo. Pi tardi, quando Andy rientr, bersagliai di grida pure lui. Andy, che era alto e aveva le spalle larghe, si raggomitol singhiozzante su se stesso, abbracciando lo spigolo del letto. Non mi era mai passato per la mente di proteggerlo, che avremmo dovuto proteggerci lun laltra. Avevo dato per scontato che dovesse essere lui a proteggere me. Lasciai Andy perch aveva dato la chiave di casa mia a un avvoltoio, e non mi sentivo pi al sicuro, ma cerano anche altre ragioni. Lo lasciai perch non cera mai e io mi sentivo sola, perch non si faceva passare le mie telefonate e mi faceva sentire stupida, indesiderata. Il giorno dopo essere stata colta alla sprovvista da Mark mentre dormivo, andai a trovare Lindsay e con lui fumai erba e piansi. Anche Lindsay aveva bisogno di una spalla su cui piangere perch, di recente, aveva avuto una delusione damore. Il suo ragazzo se nera andato via di casa dopo dieci anni di convivenza, e Lindsay mi descrisse il silenzio malinconico al mattino, il bagno in perfetto ordine, la canna extra che si fumava per riuscire ad addormentarsi nella solitudine. Mi resi conto che anchio vivevo quelle stesse identiche esperienze, pur convivendo ancora con il mio ragazzo, il mio ragazzo forse gay, sicuramente molto nevrotico e confuso. A quanto pareva, al problema esisteva una soluzione ovvia: tirarmi fuori dalla relazione con

Andy, dalla quale non mi sentivo appagata, e diventare la nuova coinquilina di Lindsay. Quando me ne andai non fui tenera. Non vedevo lora di uscire da quel cubo bianco di appartamento che, comunque sia, non ero in grado di arredare. A nessuno sarebbe piaciuto avere sotto gli occhi i propri errori, le proprie inadeguatezze, i tentativi di creare un mosaico di piastrelle sulla parete del bagno ogni volta che andava a fare pip. Ero a un bivio, e imboccai la strada che mi sembrava portare alla libert. Un giorno, tornando a casa, Andy mi trov che stavo preparando le mie cose. Si sedette sul divano prendendosi la testa fra le mani, cosa che mi meravigli moltissimo. Avrei scommesso che avrebbe stappato una Budweiser e si sarebbe messo a giocare a Sonic il riccio. Ci eravamo allontanati talmente tanto che ormai non lo conoscevo pi. Io ero convinta che la distanza che si era creata fra noi fosse tutta colpa sua. Era lui quello assente. Che anchio fossi stata assente, non mi era passato per la mente. Oggi la cosa che pi mi manca del teatro non sono gli applausi: lesperienza di totale presenza che vivo quando sono sul palcoscenico. Secondo me c qualcosa in quel mondo circoscritto, nelladrenalina e nelle luci, che fa scomparire ogni insicurezza. La mia mente si svuota, il mio corpo trova il suo equilibrio e il mio cuore si apre. Non sono mai stata unattrice che si affida al metodo, che per riuscire a piangere pensa ai bambini che muoiono di fame o ai cuccioli di foca feriti ricoperti di sangue o alla nonna morta. Ci che amo del recitare che, quando lo faccio bene, non penso a nientaltro. E la verit che il teatro non lo si abbandona mai del tutto. In Samuels Major Problems il palcoscenico era tutta una ragnatela di spaghi legati dallo spigolo di una libreria fino alla gamba di una sedia, dal bordo di un candeliere a una lavagnetta posata in alto su uno scaffale. Nella vita reale lo spago c, ma invisibile. Anche se il corpo esce con o senza grazia dal lato sinistro del palco, si esce con quello spago legato al cuore. E per tutta la vita, quando scegli la strada sbagliata, quando meno te lo aspetti, ecco che ti senti strattonare. Non solo il teatro. Vedo il mio cuore vischioso che pulsa al centro di una ragnatela con la sua trama di fili di seta che si irradia verso lesterno, fili legati a tutte le cose che ho amato in vita mia, ogni cosa dalla quale pensavo di essermi allontanata pulita. 25

Dopo avere assistito al suo incredibile recital Post Porn Modernist, feci conoscenza con lartista performativa ed ex pornostar Annie Sprinkle. Rimasi affascinata dalle sue trovate, fatte di bindi indiani, speculum e vagine messe a nudo, e diventammo subito amiche. Annie una vera rivoluzionaria, che mi ha insegnato una nuova opportunit: non provare vergogna. Ed la stessa cosa che fa per molte persone. Ci incontrammo pi volte per il brunch e conobbi altre persone il cui lavoro si svolgeva a cavallo tra il mondo dellarte e lindustria del sesso. Erano quasi tutte pi famose di me (il genere di persone che poteva scambiare ricordi con Robert Mapplethorpe), ma nel mio diadema erano incastonati alcuni pezzi unici. Io ero la diciannovenne con la fica tatuata. La ragazza appena tornata dallharem del sultano del Brunei. Cos ogni volta mi presentava Annie. Posai per le foto che finirono sul mazzo di carte postmoderne da lei create, esperienza che mi catapult nel mondo della fotografia fetish, anche per artisti di una certa notoriet. Alcune delle mie esperienze come modella furono grandiose e mi riempirono di energia, altre invece mi succhiavano lanima e mi facevano sentire come quando un insegnante del liceo aveva cominciato ad accarezzarmi la spalla e io mi ero vergognata di dirgli di smetterla. Ci sono foto che, a rivederle oggi, mi mettono a disagio, ma nella maggior parte dei casi si tratta di foto belle che sono contenta di avere fatto. Io consiglio a tutte le diciannovenni di trovare un modo per spogliarsi davanti a un obiettivo. Fatelo. Anche se siete convinte di essere brutte. Perch quando riguarderete quelle foto tra quindici anni vi renderete conto che non lo eravate affatto. Per crearmi unidentit avevo sposato la causa della performance art, dellattivismo e del sesso come professione. Quando la gente mi faceva domande, rispondevo che ero unattivista del sesso in unottica femminista. Ero unartista di porno-performance. Arrivai persino a uscire un paio di volte con Camille Paglia perch veniva presentata come la paladina delle prostitute sacre, che equiparava le professioniste dellamore a dee del sesso. Ma non siglammo nessun accordo perch era troppo bassa e stronzetta per i miei gusti. Lei se nera andata stizzita e qualche tempo dopo, in unintervista a Playboy, aveva descritto un appuntamento galante quasi identico al nostro, sostenendo che se fosse stata un uomo avrebbe potuto prendere a pugnalate una donna capace di stuzzicarla in quel modo. Camille raccontava lepisodio come se il fatto di essere stata presa in giro lavesse messa in condizione di diventare un esempio di come le donne provochino a tal punto gli uomini da rendere giustificabile il ricorso alla violenza. Ma, per come la vedevo io, si era trattato solo di un appuntamento di cacca.

La pice di arte performativa che stavo scrivendo prendeva via via forma, tanto che ero riuscita a terminare alcuni inserti video. Nel complesso, tuttavia, era unesperienza che mi ricordava di quando, una volta, avevo aiutato una mia amica spogliarellista a trasportare un futon. Come sollevavo uno spigolo di quel coso, ce nera un altro che crollava per terra. Pensavamo di averlo afferrato bene, facevamo qualche passo e quello cominciava a srotolarsi. Ci mettemmo allincirca tre ore a trascinarlo per dieci isolati e una rampa di scale. La mia pice teatrale era esattamente cos: ogni volta che ne reggevo saldamente una parte, ecco che crollava dallaltro lato. Sapevo che cos non andava bene, ma non avevo idea di come porvi rimedio. Penn Jillette, il pi alto del duo di illusionisti Penn Teller, viveva nel loft al piano di sotto. Penn e io eravamo amici gi parecchio tempo prima che mi trasferissi a casa di Lindsay. Andare a vivere nel suo palazzo fu una di quelle situazioni che ti fanno pensare a quanto piccolo il mondo. Penn aveva un amico, Colin, che era un genio del computer, e che saliva spessissimo al piano di sopra per passare un po di tempo con noi. Colin e io diventammo grandi amici (e lo siamo tuttora). Era un po come vivere in uno studentato. Prendevo lascensore e andavo gi per farmi risolvere qualche problema informatico oppure per portare qualche sandwich al tonno, poi tornavo su e dopo aver tolto di mezzo il tappeto mi facevo dare da Lindsay una lezione di two step sul pavimento del soggiorno. Rilassa quel braccio, principessa, mi diceva. Altrimenti mi pare di fare la lotta con un alligatore. Lindsay era un sostituto paterno. Non mi insegnava solo a ballare; faceva da pronto intervento quando esageravo con le mie mise appariscenti. Definiva il mio un guardaroba da baldracca e ogni volta mi faceva notare che Jackie Kennedy non si sarebbe messa le scarpe che indossavo io nemmeno morta. Io gli ricordavo che i miei vestiti erano stati comprati per consentirmi una carriera da prostituta e non da first lady. Lui ribatteva che distinzioni rigide come quelle erano solo segno dellinadeguatezza della mia immaginazione. Ogni tanto continuavo a indossare scarpe da due soldi, ma grazie ai suoi insegnamenti guadagnai un sacco di punti. Lindsay riusc anche a farmi tenere in ordine lappartamento, mi trascin in palestra e mi incoraggi a cucinare qualcosa, almeno ogni tanto. Ma anche unartista di porno-performance, anche unattivista femminista del sesso alla fine deve guardare alle cose come stanno. Era passato un anno da quando avevo lasciato il Brunei, e in quellanno avevo cambiato pettinatura ogni mese, comprato sedici paia di stivali da Barneys e un intero set di valigie Louis Vuitton (forse iniziative non propriamente degne di una Patti Smith). Per un anno avevo indossato un paio di jeans firmati dietro

laltro e raccolto ricevute dei pranzi fatti in giro per i locali della citt, un anno durante il quale avevo dormito tra lenzuola Pratesi e vagato tra le bancarelle dei mercatini delle pulci alla ricerca di mobilia antica di cui non avevo bisogno. Non ero lunica a vivere negli eccessi; era un modo di fare tipico di tutte le ragazze che erano state nel Brunei. Mi dicevo che, in confronto a loro, io ero parsimoniosa come Warren Buffett. Ogni tanto sentivo per telefono Delia, mi raccontava che nel momento esatto in cui le ragazze losangeline avevano nuovamente toccato il suolo della loro citt, tutte immancabilmente si erano recate alla concessionaria Mercedes-Benz di Beverly Hills e avevano comprato il modello pi costoso che cera in esposizione, generalmente scegliendo interni color crema. E se tutte compravano valigie Louis Vuitton, perch non potevo comprarmele anchio? Era un alimento base, un filone di pane, un mezzo litro di latte, giusto? Dopo un anno di una simile incoscienza il pozzo non era ancora completamente asciutto, ma di certo si cominciava a intravederne il fondo. Il teatro di Foreman mi aveva spalancato le porte e mi sarebbe bastato cogliere loccasione al volo per avere una seria opportunit di far decollare la mia carriera di attrice. Cosa avrebbe fatto Patti Smith? Patti Smith si sarebbe fatta avanti per prendersi ci che le spettava e fare le scarpe a tutti quanti. C chi lavrebbe amata, c chi lavrebbe odiata. Tutti, per, lavrebbero notata e nessuno si sarebbe dimenticato di lei. Eppure, ogni volta che mi sedevo a riflettere sulle opportunit a mia disposizione, diventavo irrequieta e ansiosa. Non ero nello stato danimo giusto per coglierle al volo. Mi assaliva la noia e mi mettevo a fare un sonnellino. Che fine aveva fatto la mia smisurata ambizione? Lavevo smarrita da qualche parte lungo la strada. Cercai di mettere a fuoco il punto esatto in cui avveniva la perdita, pensando di poterci mettere una toppa e ritrovare allistante quella motivazione che durante tutto il periodo del liceo ogni sabato mi aveva spinta a prendere il pullman alla volta di New York per le mie lezioni di danza. Ma quando andavo a controllare, trovavo tanti di quei buchi che non sapevo da che parte iniziare. Come autrice ero un fallimento. Passavo ore a guardare Amy Fisher su Court TV e facevo lunghe passeggiate fino a Columbus Circle. In una delle mie giornate meno accidiose andai a visitare lEmpire State Building. Lo vedevo dalla finestra di casa mia, cos una mattina mi infilai il giaccone vintage di pelle e andai a vedere comera dallinterno. Lungo il tragitto passai davanti a Macys e, distinto, virai bruscamente verso destra. Entrai nel settore uomini e mi avvicinai a uno dei banchi dove erano esposti i profumi. In mezzo al mucchio identificai una bottiglietta di

Egoiste, il profumo di Robin. La presi e me ne spruzzai un po su entrambi i polsi, quindi aspettai che lalcol evaporasse prima di avvicinare il polso al naso. Avvertii una fitta, lieve ma inequivocabile. Una volta salita in cima al grattacielo guardai gi attraverso la rete che serviva a trattenere monetine e qualunque cosa la gente gettasse di sotto. La citt sembrava un diabolico labirinto per cavie ricoperto di smog e butterato di buche. Avvicinai di nuovo il polso al naso e per qualche motivo ripensai allabitudine che aveva Robin di dirmi brava bambina. Sebbene fosse avvilente sentirsi rivolgere la parola in quel modo, come se avessi avuto cinque anni o fossi stata un cane, in un certo senso mi aveva comunque fatto piacere. Avevo avuto limpressione che fosse un segno di approvazione, un segno quasi di amore. Mi sembrava una vittoria. Probabilmente la ragazza che ero a New York assomigliava di pi alla vera Jill, ma quella che ero stata nel Brunei, se non altro, era mossa da uno scopo ben preciso. Mi sentivo forte. Non avevo dovuto confrontarmi con situazioni come la prospettiva che lo spettacolo che stavo scrivendo fosse un fiasco; non avevo fatto cose come procurarmi un aborto, o ferire qualcuno senza rifletterci troppo. Non mi ero trovata un buon lavoro come attrice per poi sentirmi comunque inutile e senza scopi. Nel Brunei, per quanto il cammino fosse irto di rischi, le regole erano elementari e lobiettivo assai chiaro. In quellanno trascorso a New York avevo speso anche una buona fetta dei soldi che avevo da parte, e a un certo punto mi ci ero abituata. Anzi, mi ero costruita una realt nella quale quel denaro era indispensabile. Il lavoro allinterno del mercato del sesso nasconde molte insidie, una delle quali labitudine al denaro. la ragione per cui molto spesso la spogliarellista che si mette a studiare alla fine si rivela essere solo una leggenda. S, effettivamente sono tante le ragazze che allinizio si iscrivono alluniversit, ma gli studi cominciano a perdere il loro fascino molto presto. Una laurea in sociologia non d lopportunit di introdursi nel mondo del lavoro con una qualifica tale da consentire guadagni immediati anche lontanamente paragonabili alle cifre che ci si ritrova in tasca quando si esce da un night. Ma c qualcosaltro, oltre al denaro. C la maschera che ti crei perch prenda il tuo posto quando stai tutto il giorno sulle ginocchia di qualche sconosciuto oppure giaci dimenticata tra le lenzuola di seta nera nella camera da letto dellufficio di un principe. E quella maschera pi sexy, pi sfrontata, pi scatenata di te, e inevitabilmente soffre molto meno di te. Se non cos, vuol dire che non sei stata molto brava a costruirla. E cos magari cominci a farle visita una volta ogni tanto, al di fuori del lavoro. Magari nel fine settimana, nel momento in cui sei a una festa e ti senti un po a disagio, o quando unamica ti ferisce, oppure esci con un uomo e ti senti vulnerabile. E

scopri che lei, la spogliarellista impudente, lescort raffinata, ti d una mano. E a quel punto, forse, cominci a portartela dietro un po pi spesso. Lavorare con il sesso unattivit pericolosa. Certo, pericolosa per le ragioni pi ovvie. Perch espone le donne a ogni genere di sfruttamento da parte dei protettori e di chi indossa abiti eleganti e si autodefinisce padrone del locale ma di fatto non altro che un pappone. Perch ci rende facili bersagli della violenza. Perch rischiamo di contrarre malattie. Ma il pericolo pi infido quello di non distinguere pi il limite tra la maschera che si indossa quando si lavora e la persona vera. E poi, affidereste davvero le decisioni pi importanti della vostra vita a quella ragazza che con tanta naturalezza indossa il perizoma in pubblico? Ma provate a concederle un mignolo e vedrete cosa succede. Dopotutto, una spogliarellista. Si prender tutto quello che riuscir a prendere. il suo lavoro. Sono cose che a quellepoca non volevo ammettere. Quando presi la decisione di tornare nel Brunei, mi dissi che avevo speso quasi tutti i soldi che avevo e mi ero dimenticata di visitare Parigi. Mi sarebbe bastato tornare solo unaltra volta nel Sultanato e questa volta avrei fatto tutto nella maniera giusta. Sarei andata a Parigi e, al ritorno, mi sarei trovata un buon agente, cos, in men che non si dica, sarei apparsa sui cartelloni e avrei visto il mio nome scorrere sullo schermo, proprio in cima allelenco degli interpreti. Mi dissi anche che avevo nostalgia di Robin, che non gli avevo detto addio come si deve. A posteriori, mi rendo conto che non era tanto di Robin che sentivo la mancanza, quanto di lei, della ragazza nella suite del superattico che ammirava dallalto Kuala Lumpur, una ragazza gi arrivata, che tutto il giorno non aveva nientaltro da fare che sognare. Colin sal dallappartamento di Penn e mentre io preparavo i bagagli, armeggi ancora un po sul mio computer. Qualche mese prima mi aveva convinta a comprare quella cosa nuova e bizzarra che rispondeva al nome di laptop. Ce la stava mettendo tutta per sistemarlo in maniera tale che potessi spedire delle e-mail dal Brunei. Immaginavo che mi avrebbero confiscato tutto, ma provarci non costava nulla. Secondo te sto facendo uno sbaglio? gli domandai. Lui, pragmatico come sempre, rispose: No. Assolutamente no. Le periferie sono piene di donne relegate a soffrire per tutta la vita mentre aspettano di avere due soldi da un cazzone. Diciamo che tu la sconti anticipatamente, dopodich puoi tenerti i soldi e fare tutto ci che desideri. Basta che questa volta abbia ben chiaro ci che vuoi, e vedrai che avrai successo. Tra uno scambio di parole e laltro Colin batteva sulla tastiera a velocit supersonica, parlando nel frattempo al telefono con qualche cliente.

Vedi, aggiunse, la cosa che mi fa impazzire che il principe sta comprando cos poco di tutto ci che gli potresti dare. Insomma, potrebbe dire: Scrivi una pice entro marted e mettila in scena entro venerd. Non che tutti siano interessati alle mie pice Eppure, con tutti quei soldi Una noia. In questo hai ragione. S, una noia mortale. Saresti capace di scriverti in testa un romanzo durante le feste del principe? Riflettei sulle sue parole. Non avevo mai pensato a scrivere un romanzo. Per lidea aveva un che di affascinante. S, poteva essere una buona idea. Non so. Potrei tentare. Potrei iniziare con un racconto breve. Provaci. Durante i party lo scrivi mentalmente, poi, quando la notte rientri in camera tua, lo batti al computer e me lo spedisci per posta elettronica. Non permettere a quei bastardi di privarti della fantasia. Laeroplano prese quota e io guardai le torri splendenti della mia citt trasformarsi in giocattolini lunghi e striminziti. Rimisi lorologio sullora di Singapore. Quando si affronta un lungo volo, ci si adatta meglio se si cambia lora da subito. In vita mia non avevo desiderato altro che andare a vivere a New York e fare lattrice. Ed ecco sotto di me New York che si faceva sempre pi piccina, e con lei la mia famiglia, le amicizie che avevo stretto e un certo numero di serie offerte di lavoro come attrice teatrale. E io, non so come, non vedevo lora che sparisse alla mia vista lasciandomi dintorno solo venti ore di azzurro. 26 Coprii il consueto tragitto come una sonnambula: da New York a Francoforte a Singapore al Westin Stamford, e poi il volo per Bandar Seri Begawan il giorno dopo. Ari mi aveva detto che al Westin avrei incontrato tre novizie e che avremmo avuto un giorno in pi per riposarci prima di affrontare lultima tratta del viaggio. E siccome Ari non poteva raggiungerci prima di una settimana, sarebbe toccato a me spiegare alle ragazze come funzionavano le cose. Mi aveva chiesto il favore di guidarle nelle procedure dimbarco allaeroporto di Bandar Seri Begawan e di assicurarmi che non avessero problemi. Si fidava ancora di me. Era una buona cosa. La volta precedente ero crollata nel sonno non appena messo piede nel Westin. Questa volta decisi di essere socievole, come penitenza per essere stata via tanto a lungo. Scesi al ristorante dellhotel per incontrare le nuove ragazze: Gina, una tipa non degna di nota, e Sheila. Mentre mi avvicinavo al tavolo osservai come stessero valutando il mio abbigliamento. Lunico

oggetto palesemente costoso che indossavo era la borsetta. Ormai avevo i cassetti pieni di borse Chanel e Herms. Ne avrei potuta cambiare una nuova ogni giorno del mese. Ma per il resto viaggiavo semplicemente in jeans e senza trucco. Quando mi videro, sul loro volto si dipinse unespressione di delusione. Loro indossavano degli abiti e avevano il viso pesantemente segnato dalleyeliner e dal lucidalabbra. Nel salutarle con un abbraccio cominciai a farmi unidea di cosa avesse voluto dire Ari quando aveva accennato al fatto che nel Brunei le cose stavano cambiando. Rispetto allultima infornata di ragazze, queste erano pi scaltre, di una furbizia che le avvolgeva come una nube di acqua di colonia. Sembravano appena uscite dal camerino di prova di un negozio Rampage ed emanavano lo stesso profumo che aleggiava nel reparto cosmetici di Bloomies. Mi fecero subito domande sui soldi. A malapena ci eravamo presentate e gi tutte si affannavano a chiedermi quanti soldi: quanti soldi si fanno a settimana? Quanti soldi si prendono nel complesso? E gioielli, te ne regalano? Dissi a loro quello che era stato detto a me: Non preoccupatevi, non rimarrete deluse. La pi pittoresca del gruppo, una voce stridula e una borsa che cadeva a pezzi, era Sheila. Quando tir fuori le foto del suo bambino di un anno, dal bordo della sua borsetta sventol un lembo di fodera strappata. Questo mio figlio, ci disse davanti agli onnipresenti piatti di satay e salsa di noccioline. Per quanto mi riguarda, la salsa di noccioline uno dei grandi contributi che il Sud-Est asiatico abbia dato al mondo. Tu sei single? mi chiese mentre ci servivano il terzo drink. S. Non so se te lhanno raccontato, ma sono stata Pet of the Year su Penthouse. Vivevo con i Guccione. Per me sono come la mia famiglia. Perci non sono del tutto estranea a questo tipo di vita. Perch, i Guccione oltre che fondatori della rivista sono padroni di unintera nazione? Sei spiritosa. Bob junior ti piacerebbe. Quando torni a casa vedo di sistemarti con lui. Vive a New York. Sei intelligente come lui. Gli andresti a genio. Ci intrattenne raccontandoci cosa succedeva nella piscina coperta dei Guccione, finch non decidemmo che la serata era durata abbastanza. Lindomani, gli occhi impastati per la stanchezza, facemmo un giro turistico della citt. Andammo allo zoo di Singapore che si dice sia favoloso, attento alle esigenze degli animali e via dicendo. Ci trascinammo nellafa appiccicosa accarezzando cuccioli di elefante. Gli sguardi dei flaccidi turisti occidentali e quelli dei locali erano attratti in ugual misura dalla mise di

Sheila: maglietta allombelico e calzoncini stretti. Le altre ragazze si divertirono allo zoo, al contrario di me. Non ci riesco mai. I gorilla, con le loro umanissime mani, mi mettono addosso unincredibile tristezza. Quando il giorno dopo ci imbarcammo tutte e quattro sul volo della Royal Brunei Airlines, mi dissi che quella sensazione di nausea e sprofondamento che provavo era tutta colpa del jetlag. Una volta arrivate a destinazione, vidi che Sheila, Gina e come-si-chiama costituivano solo una piccola frazione del nuovo gregge di belle ragazze. Dellultimo gruppo, un anno dopo era rimasta soltanto Delia, allegra come sempre, che teneva duro e zitta zitta ingrossava il suo conto in banca e faceva progetti per il futuro. Erano passati i giorni delle camere singole e delle telefonate illimitate. Ora cerano due appartamenti pieni di americane; come compagna di camera mi fu assegnata Sheila. Mi bast unora l dentro per capire che latmosfera era pi chiassosa, pi affollata, gestita con meno rigore. Presto scoprii che Sheila non era lunica ragazza a poter vantare unapparizione su Penthouse. Di playmate, reginette di bellezza e modelle di costumi da bagno ce nerano a bizzeffe. Quando ci riunimmo intorno al tavolo di marmo per il pranzo mi guardai intorno e pensai: cos? Un folto gruppo di conigliette e ragazze calendario, una fantasia da maschio adolescente diventata realt, sarebbe tutto qua? Erano solo delle ragazze, ragazze vere, con i loro difetti, ma le cui immagini erano state spalmate sulle pagine di una rivista e aerografate fino ad apparire lisce e seducenti. Forse la pensava cos anche Robin. Forse era per questo che continuava a farne arrivare delle altre per poi disfarsene senza tanti complimenti. Questo forte incremento della popolazione americana dellharem era la prima di una serie di mosse che stavano a indicare la progressiva cupidigia e decadenza di Robin. Stavo assistendo alla prima spolverata di neve della valanga che qualche anno dopo si sarebbe abbattuta su di lui. Quando accadde, io ero tornata dal Brunei da un bel pezzo e mi tenevo informata leggendo i giornali. In quel momento sarei stata seduta sul divano di unamica, a Los Angeles, la bocca aperta per lincredulit, e avrei visto Sheila che raccontava tutto ai giornalisti mentre sullo schermo passavano rapide delle foto di me a seno nudo, uno sbaffo digitale a mascherarmi gli occhi e le tette nel vano tentativo di nascondere la mia identit. Quel giorno, tuttavia, ebbi solo un vago sentore della trasformazione che stava avendo luogo nel mondo rinchiuso entro il perimetro del palazzo. Ero confusa. Quel mondo mi era sembrato irreggimentato secondo regole tanto rigide da apparirmi immutabile.

Alcune cose erano esattamente come prima. Ero l da unora e me ne stavo sdraiata sul divano a osservare una lucertola con la pancia appiattita contro il lucernario, quando si present una guardia che disse a me e a Delia di indossare il bikini e andare a prendere il sole alla piscina grande. Cosparsi ben bene di crema solare la mia pallida pelle da newyorkese e presi un asciugamano. Risalimmo di corsa la collinetta familiare a bordo del golf cart. Alla luce del pomeriggio il mio incarnato rifletteva una luce praticamente viola. Come se mi fossi trovata sotto una lampada a ultravioletti. E Fiona dov? Oh, carissima. Si vede che sei stata via per un bel po. La storia di Fiona era andata cos: dopo quasi un anno di soggiorno nel Brunei, Fiona possedeva un numero imprecisato di guardaroba pieni di vestiti firmati, case per s e per la sua famiglia nelle Filippine e una quantit di gioielli da fare invidia alla regina dInghilterra. A Natale, il principe Jefri le aveva regalato un milione di dollari in contanti e un anello di fidanzamento. Apparentemente, era quello il premio finale a cui tutte aspiravamo. Tutte tranne Fiona, a quanto pare. Lei rifiut la proposta di matrimonio del principe e salt sul primo volo per le Filippine portandosi dietro i suoi vestiti, i suoi soldi e la sua libert. Non cerano raffronti fra il suo tradimento e quello di Serena. Nessuno sapeva dove vivesse Fiona o come mettersi in contatto con lei. Io non lho pi vista, ma a volte il mio pensiero corre a lei. Penso a lei ogni volta che mi ricordo di come imparai davvero a camminare. Per il party di quella sera scelsi un miniabito di seta color avorio. Attraverso la seta si vedevano la sagoma indistinta del mio tanga firmato color carne e quella del mio tatuaggio. Mi esaminai attentamente allo specchio e per la prima volta da quando me lo ero fatto ebbi dei dubbi sulla mia capacit di giudizio. Non avevo idea di cosa ne avrebbe pensato Robin. Santo cielo, ma a chi pu venire in mente di farsi fare un tatuaggio sulla passera? Cosa mi era passato per la testa? Sarebbe rimasto disgustato? Nel salone delle feste il nostro piccolo regno era ormai cos affollato che eravamo costrette a starcene con i sederi appiccicati sullottomana. Stavamo in equilibrio sui braccioli delle poltrone. Le ragazze pi minute, ma minute sul serio, riuscivano a infilarsi in due in una poltrona sistemandosi proprio sul bordo dei cuscini. Un tempo, la zona della stanza occupata da noi sembrava la prima classe di un aeroplano in confronto al pullman di tutte le altre. Ora non cerano pi distinzioni. La curiosit delle ragazze nuove nei miei confronti dur s e no tre secondi. Ero gi stata l un anno prima? Ma la loro attenzione scemava. Largomento a cui ogni ragazza sembrava pi interessata era se stessa. Non capivo con

esattezza di cosa parlassero in ogni momento, ma se non altro le loro erano conversazioni vivaci. Ogni ragazza interrompeva la precedente pensando a come lultimo commento si potesse applicare alla propria persona. Io avevo una cugina che andava da un nutrizionista olistico che le ha detto che la carbonicazione favorisce la cellulite perch le bolle daria vengono catturate dalle cellule adipose. Varr anche per lo champagne? Non credo. Le modelle bevono tutte champagne e la cellulite non ce lhanno. Una volta ero con Dave Navarro al Sunset Marquis alle be, alle sei del mattino ed eravamo in quattro, be, nella sua stanza a guardare, s, cio, The Doors o qualcosa del genere e, insomma, eravamo strafatti e ci siamo scolati una cosa come una bottiglia di Cristal da seicento dollari. Accidenti quantera buono! Ma lo sapevate di quella ragazza francese che ha fatto entrare a Singapore della marijuana nascosta nellimbottitura della sua valigia ed stata condannata a morte? E tutti i governi che cercavano di salvarla. Vi ricordate? Ma loro se ne sono sbattuti e lhanno fatta decapitare lo stesso. Gi. S, vero, sono dei gran fascisti. Allaeroporto di Singapore non si pu nemmeno masticare la gomma. Qualcosa, dentro di me, era cambiato. Ascoltavo i discorsi delle ragazze e non mi veniva voglia di strangolarle. E, addirittura, non mi veniva nemmeno da strozzarmi con il laccio della borsetta. Tra le varie opzioni che mi si erano presentate, avevo scelto di tornare a sedermi su quella poltrona. Mi sentivo pi a mio agio nella gabbia di quello zoo di quanto mi fossi sentita nella giungla dasfalto. Mi ispirava alla riflessione, ma lo scorrere delle ore della mia vita in quella stanza mi infondeva anche serenit. Non avevo lillusione di una vita straordinaria a cui dover fare ritorno. Il sogno di celebrit che fino ad allora aveva illuminato il mio cammino stava cominciando a smorzarsi o addirittura a bruciare senza fiamma ed esaurirsi. Quasi si sentiva il puzzo di fumo. Tra poco Robin avrebbe fatto il suo ingresso nella sala delle feste. Ero nervosa. Mi accorsi che tenevo le spalle abbassate, tutta ingobbita come per placare il rimescolio che mi sentivo nel petto. Dovetti sforzarmi di raddrizzare la schiena, incrociare le gambe in una posa sensuale e fingere di divertirmi un mondo. Cerano stati degli avvicendamenti anche nel gruppo delle asiatiche, sia pure non cos drastici come fra le americane. Fui contentissima di rivedere le mie amiche, Yoya, Tootie e Lili, sebbene nei miei confronti paressero un po pi riservate di prima. Tootie era come sempre limmagine della giovinezza e della salute. Yoya aveva messo su qualche chilo sui fianchi ma aveva il viso pi scavato, come se dalle sue gote rotonde il peso si fosse ridistribuito

altrove. Suppongo che stesse crescendo. Doveva avere pi o meno sedici anni. Indossava un completo Chanel arancione e la sua alta treccia sembrava ancora pi lunga di prima. Quando Robin entr nella stanza il suo aspetto era quello di sempre. Aveva gli stessi pantaloncini da tennis, gli stessi capelli folti gonfiati dal phon vistosamente allindietro. Avanz a lunghi passi distribuendo qualche saluto, ma senza guardare in direzione della delegazione americana. Dietro di lui cerano Winston, Dan, il dottor Gordon e il resto della combriccola. Sapevo che non mi avrebbero salutata finch non lo avesse fatto Robin. E quando finalmente si volt verso di noi, incroci il suo sguardo con il mio e sul suo volto si dipinse unespressione di esagerata finta sorpresa. Ah, ci sei anche tu, disse prendendomi la mano e piegandosi per salutarmi con un bacio. Le ragazze si accalcarono luna addosso allaltra per fargli spazio, ma non ce ne fu bisogno. Non si sedette. Quella finta sorpresa mi diede un brivido: sapevo che conteneva sempre una velata allusione al fatto che avevi combinato qualcosa che non avresti dovuto. Quando Robin si mise a sedere, notai che al suo fianco non cera nessuna ragazza. Rimase seduto per un po con due dei suoi amici, poi cominci a fare il giro dei tavoli. Eddie mi salut e mi abbracci forte, poi mi port fuori dal salone accompagnandomi in una sala da pranzo dove cera un tavolo apparecchiato per una cena informale, con vassoi ricolmi di cibo al centro e dodici piatti disposti lungo il perimetro. Dopo poco fui raggiunta dagli amici di Robin e, per ultimo, dal principe in persona. Io presi posto alla sua destra. Durante la cena guardammo un film di Hollywood con sottotitoli in malay nel televisore dallenorme schermo che stava in un angolo della stanza. Gli uomini, come tanti scolaretti, tormentavano Dan facendo battute su una delle attrici. innamorato di lei, mi spieg Robin. In un qualsiasi altro posto, la cotta per una stella del cinema sarebbe rimasta confinata nel regno della fantasia. Nel Brunei, non mi sarei stupita di vedere apparire lattrice nel giro di qualche giorno, laria sbalordita, come se avesse varcato la soglia di un armadio a Mumbai per uscire dallaltro lato e ritrovarsi nel Sultanato. Durante la cena, Robin mi fece qualche domanda sullanno che avevo trascorso a casa. Sottolineai quanto mi fossi annoiata e quanto avessi sentito la sua mancanza. Gli raccontai che mio padre era stato male, che era questo il motivo che mi aveva trattenuto in America. Lui emise un suono inarticolato simulando comprensione, poi pass oltre. O non sapeva cosa fosse la compassione, oppure sapeva che stavo mentendo. Anche se non credo nellinferno, nella vendetta degli dei, nel castigo o nel karma, quando dico una bugia sulla salute dei miei genitori penso sempre

che probabilmente sar raggiunta da una tremenda punizione. Ma forse la punizione sta gi nel fatto di mentire. C forse bisogno di un castigo supplementare, oltre alla consapevolezza di essere capace di mentire dicendo che i propri genitori sono gravemente ammalati? Senza alcun preavviso, Robin interruppe quella strana cena e una scena del film alzandosi e prendendomi la mano. Mentre noi uscivamo dalla stanza, si alzarono anche tutti gli altri. Ora che avevo il tatuaggio, ero tornata a essere timida al momento di spogliarmi. Dovevo dargli una spiegazione? O era meglio non dire nulla? Il problema pi grosso era che il tatuaggio era in contraddizione con il mio ruolo da scolaretta, che consisteva nel fingere stupore di fronte a qualunque stupidaggine pronunciasse Robin. Eravamo nella camera che conoscevo bene. Lui si sedette sul bordo del letto mentre uscivo dal bagno. Ho una sorpresina per te. E mi sfilai dalla testa la sottoveste di seta. Davvero carino, disse lui, e mi tir sul letto sopra di s. Non aveva battuto ciglio e mi chiedevo come mai. Forse perch le trib degli uomini tatuati erano a un tiro di schioppo da l? Oppure per via dei milioni di film porno che aveva visto o delle migliaia di donne che si era scopato? Forse dipendeva semplicemente dal fatto che non cera pi nulla che lo impressionasse. Forse non era pi capace di vedere, perch non guardava. I suoi occhi erano ancora pi famelici dellultima volta che lo avevo visto. Il tocco del suo corpo sulla mia pelle fu letteralmente uno choc. Era come se avesse camminato per unora sul tappeto con i calzini ai piedi. Ero cos impreparata, cos sprovveduta. Fu come fare sesso vero con un uomo vero: emozionante e sgradevole. Sentivo le mie budella, i miei organi che cercavano protezione raggomitolandosi verso il diaframma. Mi ci volle un minuto per ritrovarmi, per riprendermi. Dovetti cercare dentro di me, a tastoni, linterruttore per spegnermi. E, quando lo trovai, quasi mi dispiacque premerlo. Per un po fui tentata di lasciarlo acceso, ma pensai alla reazione di Robin se gli avessi permesso di vedermi. Non avevo dubbi: avrebbe perso ogni rispetto nei miei confronti. Non sarei pi stata unavversaria degna per lui, e per il resto del mio soggiorno nel Brunei sarei rimasta a marcire in un angolo. Tornando alla festa mi fermai sulla porta a scambiare due parole con Madge. Sembrava sinceramente contenta di rivedermi, anche se non perdeva mai il suo perfetto aplomb britannico. Dal suo atteggiamento pareva che fossi stata via solo per il weekend. Quando era stressata, Madge aveva un viso che pareva quello del Buddha, ma la sua mano restava ferma e salda sul walkie-

talkie che portava al fianco. Mi accorsi che era sul chi vive e gliene chiesi il motivo. Oh, be, sai, una giornata piena, con re Hussein in citt e tutto il resto. Ho sentito dire che oggi lo hai incontrato. Ah s? No? stato qui per il pranzo Una delle sue rare sviste. Non che si trattasse di chiss che, ma mi aveva appena fatto capire chi cera dietro la finestra a godersi la vista sulla piscina. Oh, comunque, prosegu Madge, proprio un tipo adorabile. Bentornati in un mondo in cui c un obiettivo dietro ogni specchio e un re dietro ogni angolo. 27 La famiglia reale aveva iniziato a utilizzare il palazzo dei divertimenti per i pranzi e, talvolta, anche per alloggiare altri visitatori oltre alle ragazze del principe, perci cerano giorni in cui ci veniva ordinato di non uscire e di non farci vedere in giro. Durante il giorno non si poteva uscire dalle stanze, non ci si poteva affacciare sui balconi, n andare in palestra o in piscina: era come essere agli arresti domiciliari, avendo per a disposizione un gran numero di CD, vasche piene di schiuma e video per fare ginnastica. Le mie cassette di francese erano rimaste a casa. Guardarle su quello scaffale sarebbe stato troppo avvilente. Potevo per guardare qualcosa che mi ero portata dietro al posto delle cassette: il mio computer portatile. Ancora non sapevo bene cosa avrei voluto scrivere. Racconti? Poesie? Una commedia? Da tempo, ormai, avevo lasciato perdere il mio progetto di arte performativa, quindi avevo campo aperto. Il sistema di posta elettronica che Colin aveva installato funzionava alla perfezione. Ogni mattina collegavo il computer alla linea telefonica e gli spedivo le lettere che avevo scritto la sera prima. Riuscivo a farla franca perch era una cosa talmente nuova che nessuno in realt aveva capito cosa stavo facendo. Se lo avessero intuito, sono sicura che mi avrebbero impedito di continuare. A causa degli arresti domiciliari era impossibile giocare a tennis e il salotto brulicava tutto il giorno di ragazze cicalanti, quindi presi labitudine di nascondermi in camera mia, dove mi installavo sul letto e scrivevo con il portatile sulle ginocchia. Tenevo un diario fin da quando ero bambina, anche se a volte ero stata diligente nella stesura e altre mi ero limitata ad annotare solo qualche frase e i sogni che facevo; a ogni modo, sul mio comodino cera

sempre un diario. Di tutti i miei grandiosi progetti, avevo trascurato lunica cosa che avevo sempre fatto con costanza. In alternativa, decisi di usare il computer per tenere nota dei fatti quotidiani, e questa attivit, nella quale mi immersi completamente, fu la mia salvezza. Nel palazzo non avevo nessun posto dove andare e niente da fare, cos buttavo gi pagine e pagine descrivendo la vita nel Brunei e ne spedivo una copia per e-mail a Colin. Lui inizi a fare altrettanto. Mi inviava pagine in cui descriveva la casa in Canada che la sua famiglia aveva affittato per lestate, mi aggiornava sui pettegolezzi di famiglia, mi sciorinava le disgrazie della sua ragazza. Grazie a quelle e-mail avevo qualcosa a cui guardare con impazienza. Cominciai a prendere nota delle conversazioni, dei particolari, delle riflessioni. La scrittura mi offriva lopportunit di osservare con attenzione il mondo che mi circondava e la noia spar come dincanto. Allimprovviso avevo un motivo per stare nel Brunei che andava oltre lidea distorta che avevo di me stessa, il mio insano attaccamento a un principe depravato e quello, pi facilmente comprensibile, al conto bancario del suddetto principe. Robin continuava a scegliere ogni sera una ragazza fra quelle presenti alla festa; ogni tanto chiamava anche me, comportandosi come se fra noi non fosse cambiato nulla. Mi fece chiamare durante il giorno ununica volta. Fu abbastanza premuroso nei miei confronti da farmi capire che gli piacevo ancora, sebbene non abbastanza da poter posare nuovamente il sedere sulla poltrona che occupavo un tempo. Era proprio quanto mi aspettavo, e la situazione non mi infastidiva. Poi, per, qualcuno cominci a presentarsi la mattina alla porta di Gina. Gina aveva un volto semplice, grazioso, come la seconda classificata in una riunione di ex compagni di scuola di qualche citt dellIndiana. Tenne a specificare che lei non mostrava le tette in qualche inserto patinato, ma che era unattrice di prosa e una modella. Non aveva una bella pelle e quando non aveva addosso un chilo di fondotinta andava in giro per casa con una maschera di fango. Era bassina, con una vita sottilissima e un seno prosperoso, il che, immagino, aiuta molto. Aveva uno stile raccapricciante, una sorta di gusto da grandi magazzini in versione pi smaliziata. Indossava cose come scarpe grigio-marroni, che sarebbero state perfette per una riunione di insegnanti e genitori, abbinate a un rivoltante abito a stampe floreali di due taglie troppo piccolo e con lo scollo a barchetta. Stavo leggendo al tavolo di cucina quando lei rientr nellappartamento dopo il suo primo incontro privato con Robin. Si sedette accanto a me. Posai il libro. Posso parlarti? bisbigli.

Certo. Sono appena stata da Robin. Aveva gli occhi lustri. Oh no, ti prego, risparmiamela. Le accarezzai la schiena per calmarla. Cosaltro si dovrebbe fare quando una ragazza si mette a piangere? Respirava affannosamente, a ritmo irregolare. Non sapevo dove mi avrebbero portata, e proprio non me laspettavo. E e sapevo che tu sei ehm la sua ragazza. E allora io non voglio che tu ti arrabbi con me. Io non sapevo come dirlo. Ce lhai con me? La rassicurai. No, non ce lavevo con lei. Le dissi che non aveva nulla da temere, e poi lui era stato davvero carino, no? E poi, probabilmente, le sar capitato chiss quante volte quando era in America, e non era mai successo con un principe, no? Dopodich dalle mie labbra uscirono le identiche parole che aveva usato Serena con me: Non preoccuparti. Probabilmente non ti richiamer pi. Mi sbagliavo. La richiam, pi e pi volte. E non ci furono pi lacrimose confessioni con il cuore in mano. Gina assunse unaria saputa che, unita a una buona dose di falsa modestia, mi dava il voltastomaco. Dun tratto compresi che adesso io ero Serena e Gina era la sottoscritta. A posteriori provai comprensione per quanto Serena aveva dovuto sopportare quando mi vedeva tornare a casa ogni giorno, fresca di scopata e con il mio nuovo corredo di abiti e gioielli. Non cerano dubbi, faceva male. Solo che io non facevo la stronza come aveva fatto lei. Avevo gi visto abbastanza per capire che, come in passato ero approdata in quel punto inerpicandomi su una lunga, lunghissima scala, adesso vi ero atterrata sdrucciolando lungo uno scivolo altrettanto lungo. Ero determinata ad affrontare lo scivolone con tutta leleganza possibile. Tutto ebbe una battuta darresto quanto Robin part per fare lHaji alla Mecca. La sua partenza fece notizia: ogni giorno sulla prima pagina del Brunei Times compariva una foto di Robin con la sua veste bianca. Con lui erano partiti alcuni dei suoi amici pi stretti. Ai miei occhi il pellegrinaggio era un atto di assurda devozione. Robin mi pareva molte cose, ma di certo non devoto. Ero affascinata. Mi ero trovata nel Brunei durante il Ramadan e sapevo che gli uomini digiunavano durante il giorno, il che significava che la loro fede non era un totale bluff. Ma il pellegrinaggio alla Mecca era uniniziativa presa da Robin per salvaguardare la sua immagine pubblica, o perch per lui aveva davvero un significato? Mi domandai cosa chiedesse nelle sue preghiere, in cosa credesse davvero. Credeva in Allah? Credeva in qualcosa? Con Robin cerano state molte lunghe chiacchierate, per affrontare le quali mi ero tenuta al corrente di questioni politiche e finanziarie, nonch del

gossip riguardante i reali inglesi. Largomento fede, per, non era mai stato affrontato. Quando pregava chiedeva una notte serena di sonno? Chiedeva un amico vero, un amico per il quale non ci fosse bisogno di sborsare denaro? E in quanto a me, qual era loggetto delle mie preghiere? Durante la sua assenza le feste proseguirono, anche se furono di pi breve durata. Il principe Sufri si era innamorato di una ragazza malese che studiava a Londra. Mi confid di volersi dichiarare, una prospettiva che sembrava riempirlo di gioia. Fece qualche tentativo per appassionarsi nuovamente al badminton, ma il suo cuore era da unaltra parte, e cos ce ne andavamo tutti quanti a dormire presto. Prima di tornare nel Brunei, pi di una volta avevo fatto voto di restare sobria. Avevo giurato di non bere pi e di evitare tutto ci che mi faceva male, compresi lo zucchero e la caffeina. Una volta arrivata, per, i mattoni che formavano il muro della mia determinazione cominciarono a crollare a uno a uno. Nel giro di qualche settimana avevo ricominciato a bere tutte le sere e ad assumere le pillole per dimagrire. Mi dicevo che era tutta colpa delle circostanze in cui mi trovavo; se mai avessi smesso di assumere qualche sostanza, di certo non sarebbe successo l nel Brunei. Robin era partito per il suo Haji, e io stavo facendo il mio personale antiHaji. Ogni sera ballavo con Delia. Ridevamo come matte, ballando il jitterbug o la salsa al ritmo della musica hip-hop assieme alle nostre amiche thailandesi. La canzone preferita di Delia era Just Wanna Be Your Friend. Anthony la suonava almeno due volte ogni sera e alla fine era diventata una specie di Time Warp alla buona, o qualcosa del genere, come in un Rocky Horror Picture Show in cui tutti mimavano le parole e cantavano in coro, urlando frasi come Im so horny, Sono arrapato. Delia e io ci ubriacavamo a tal punto che spesso una delle due doveva riportare laltra a casa. Una volta inciampammo in cima alle scale e rovinammo rotolando fino allultimo scalino, per fortuna ricoperto come gli altri di moquette. Quando atterrammo, avevamo la gonna sollevata sopra la testa. Poco manc che tutti i presenti morissero dalle risate. Ogni sera bevevo e guidavo. Grazie a Dio si trattava solo di un golf cart. Una notte pigiai lacceleratore invece del freno, andando a sbattere contro il muro posteriore del garage. Fui scaraventata in avanti, urtando con il naso sullo specchietto retrovisore. Il naso aveva solo un taglio, ma si gonfi completamente. Aveva un aspetto orribile, ma per fortuna ebbi il tempo di guarire mentre Robin era via. Il mio perenne stato di ebbrezza ebbe almeno una conseguenza positiva. Una sera, ancora ubriaca, crollai mettendomi a singhiozzare sulla spalla di una ragazza che era stata Pet of the Month su Penthouse, una culona bionda con gli occhi verde-argento di nome Melody. Questa ragazza da paginone,

nello specifico, portava al dito una fedina che si diceva le avesse dato Vince Neil (lo stesso Vince Neil di Brittany, ma non lo stesso anello) e non faceva che parlare in un microregistratore a cassette perch stava progettando un libro intitolato Per come la vedo io, con il quale si proponeva di esprimere la sua saggezza di vita. Il libro, poi, non lha mai scritto; ho sentito dire che invece ha finito per consacrare la sua vita a Ges. Mancava una settimana al mio compleanno. I compleanni non mi hanno mai fatto impazzire; dicono che sia un atteggiamento comune tra i bambini che sono stati adottati. Tutte le ragazze cercavano di pianificare il loro soggiorno in modo da essere nel Brunei il giorno del loro compleanno, poich ci era sinonimo di gioielli, ma lidea di ricevere qualche oggetto prezioso non bastava a impedirmi di puntare dritta verso una celebrazione catastrofica. Un po per il rifiuto del principe, un po per il bere eccessivo, non me la passavo troppo bene. La mia discesa non stava avvenendo con eleganza, come mi ero ripromessa. Ero diventata la ragazza che alle feste si ubriaca e poi si mette a frignare. La mia adolescenza finita, e cosa ho combinato finora? Non voglio passare il resto della mia vita a nutrirmi di beveroni dietetici lasciando a met tutto quello che inizio. Mentre facevo a Melody il resoconto di tutte le pene dellanno passato, le ragazze sulla trentina alzavano gli occhi al cielo. Non ricordo cosa dissi con esattezza, ma so per certo che durante la conversazione devo aver accennato allinfruttuosa ricerca della mia madre biologica, perch Melody espresse la sua saggezza di vita fornendomi il nome e il numero di telefono di un investigatore privato di Denver. Quando mi svegliai, quellinformazione stava sul mio comodino. Mi sentivo mortificata al pensiero di aver riversato il racconto delle mie disgrazie su Melody, molto pi mortificata di quanto non mi fossi sentita in fondo alle scale con la gonna sopra la testa. Ciononostante, infilai il foglietto tra le pagine di un libro per tirarlo fuori in un altro momento. Pu sempre tornare utile il nome di un investigatore di Denver scritto con una grafia tondeggiante, con i cuoricini al posto dei puntini sulle i.

28 In assenza di Robin il cielo apr le sue cateratte e fu un susseguirsi di temporali, acquazzoni biblici violentissimi, che mi rammentarono la presenza, oltre le mura di quel palazzo, dellisola del Borneo, con le foreste

tropicali, i fiumi sotterranei e le celebri grotte. I monsoni battevano alle finestre della camera, ribadendo che esisteva un universo al di l di quegli scrigni preziosi che erano le nostre stanze. Fu allinizio della stagione delle piogge che decisi di mettere alla prova le mie doti letterarie scrivendo qualcosa di pi di una semplice pagina di diario. Quando finii il mio primo, orrendo racconto e lebbi spedito a Colin, una pioggia martellante risuonava dai lucernari sulla mia testa. Colin mi ripag della stessa moneta, cos iniziammo a scambiarci racconti via posta elettronica. I primi tempi glieli inviavo con un preambolo di scuse per le brutture che contenevano, ma alla fine lui mi scrisse che si rifiutava di accettare racconti che fossero preceduti da commenti autodenigratori. Non dovevo mai scusarmi, aggiunse, nemmeno quando facevo qualcosa di mediocre. Il primo racconto parlava di una ragazza che doveva accompagnare la madre a casa della nonna morta per inscatolare i servizi di porcellana. Mi ero ispirata a quella volta che, dopo la morte di mia nonna, ero andata a casa sua assieme alla mamma per impacchettare le sue porcellane. Il secondo, invece, narrava di una spogliarellista che vende lanima al diavolo pur di avere uno spettacolo tutto suo a Las Vegas. Era una metafora per qualcosa di cui per non ricordo altro. Mentre ero impegnata a scrivere e il principe era impegnato nel suo Haji alla Mecca, arriv una nuova cantante di pianobar. Si chiamava Iyen ed era una bella ragazza filippina con una passione per le code di cavallo e i pantaloni allodalisca trasparentissimi. Al suo ritorno, Robin si innamor di lei a prima vista. Dopo nemmeno due settimane Iyen portava al dito un anello grosso quanto lintero Brunei. In seguito ho cercato di scoprire se alla fine si siano sposati e, ammesso che lo abbiano fatto, se sono ancora insieme, ma il numero effettivo delle mogli del principe, e quante di loro siano ufficiali, rimane avvolto da un alone di mistero. A detta di un ex giornalista del Washington Post con cui ho avuto loccasione di parlare, sembra che il numero effettivo superi, e di parecchio, quello consentito. Robin mi trattava con gentilezza, e quando si sedeva a parlare con me nei suoi modi di fare non cera pi alcun segno di collera repressa. Non temevo pi le sue rappresaglie. Se prima ero stata viziata, adesso venivo punita per il fatto di essere una come tante. Fu a quel punto che capii che ero arrivata in fondo allo scivolo con un sonoro tonfo. Fidanzata o non fidanzata, mi port a letto qualche altra volta, e una sera mi port persino a fare un giro sulla sua nuova Aston Martin. Lelettricit fra di noi, per, si era dissolta. Tra le ragazze regnava un sentimento di rassegnazione: il principe si era innamorato, era cambiato. Ormai lo si vedeva di rado alle feste, se non quando veniva per ascoltare Iyen. Quei due

trascorrevano intere serate seduti sulle scale a chiacchierare mentre noi ce la ridevamo delle mise di lei, facendoci lidea che i nostri gusti straordinariamente raffinati fossero attribuibili alle ore passate a guardare le puntate di Style with Elsa Klensch. E ci chiedevamo come mai, nonostante fossimo ben pettinate, magre, e indossassimo abiti eleganti e costosi, il principe avesse preferito a noi una cantante di pianobar cicciottella e diversamente abile in quanto a gusto per labbigliamento. Festeggiai il mio ventesimo compleanno nel Brunei. Come regalo ricevetti non uno, bens due favolosi orologi, che mi furono consegnati da Eddie. Dopo la festa ufficiale, io e le mie coinquiline, una volta rientrate ai nostri alloggi, festeggiammo per conto nostro in camicia da notte con la torta e lo champagne che ci port dal palazzo uno stuolo di sorridenti cameriere. Se non altro mi ero fatta delle amiche. Anche se, in tutta onest, alle amicizie avrei preferito il potere. La mia amica Donna, una stupenda kickboxer americana di origini filippine, sollev la flte di champagne e, sforzandosi di imitare la parlata di Ricardo Montalbn, disse: Benvenuti a Fantasilandia, dove tutti i vostri sogni diventano realt. Pi o meno. Dormivo poco e male. Ogni notte, al termine delle feste, scrivevo fino allalba, quando i primi raggi di luce sfiorano quella regione del mondo con cento sfumature di azzurro e viola brillanti, rischiarandola e riempiendola di speranza. Scrissi a Colin che lunica cosa che volevo era provare desiderio per qualcosa. Avevo smesso di desiderare e l dove un tempo cera determinazione ora avvertivo un vuoto insopportabile. Nella sua e-mail lui rispose: Una volta, in Canada, al momento di salire su un kajak gonfiabile in cima a non so quali rapide, mi voltai verso mio fratello e gli chiesi: Secondo te sto per morire? No, replic lui, secondo me stai per divertirti un mondo. Visto da qui, non sembra nemmeno poi cos spaventoso. Be, visto da qui limpressione che qualcosa tornerai a desiderare, e anche piuttosto alla svelta. Spediscimi un altro racconto. Quattro mesi e cinque racconti dopo ripartii alla volta di New York. Portavo con me una busta di soldi ancora pi piena di prima e un bagaglio di gioielli per il quale ci sarebbe voluta una guardia armata. C qualcosa, nello spietato, freddo, rutilante linguaggio dei segni del potere che avrebbe indotto persino me, io, artista socialistoide e saltuariamente vegetariana, a farmi avanti e gridare: Ehi, stronzi, guardatemi: possiedo un tesoro, e me lo ha regalato un principe. Sono bellissima. Ma se lego si rafforza in men che non

si dica, un tesoro perde presto il suo valore, trasformandosi semplicemente in un altro orologio, in un altro paio di orecchini, in gioielli cos pacchiani da sembrare comprati da Patricia Field. Alla fine i gioielli perdono ogni valore affettivo e ci si ritrova a venderli a qualche commerciante del settore in un ufficio al secondo piano del distretto dei diamanti. Seduta di fronte a lui, osservi quellometto esaminare i tuoi gioielli con un cannocchialino microscopico, e ripensi al commento di tua nonna quando aspettavi sempre lultimo minuto prima di scrivere il tema dinglese: La pressione crea diamanti. Non sapevo con certezza che quello sarebbe stato il mio ultimo soggiorno nel Brunei, ma mentre salutavo Robin ebbi per istinto un barlume di decisione. Lo guardai bene, per stamparmi nella memoria il suo volto. E se non lavessi rivisto mai pi? Avevo preso una decisione che, tra tutte quelle possibili, era la meno degna di Patti Smith. Anche se mi aveva assistita la pi libera e pi punk delle fate madrine, avevo finito per diventare una propriet pagata fior di soldi; e anche se ero solo una propriet in affitto, avevo scisso la mia anima dal mio corpo cos in profondit che a fatica riuscivo a sentirmi la pelle addosso. Forse, se non avessi pi rivisto Robin, sarei stata libera di ritornare a essere me stessa. E sapevo che la strada per tornare indietro sarebbe stata molto lunga. 29 Linvestigatore impieg due settimane per trovare mia madre. Nella sua prima lettera, Carrie mi invi delle foto della sua famiglia. Foto scattate durante le vacanze, dove suo marito un uomo alto, i capelli radi, lo sguardo bonario e occhiali dalle lenti spesse. Si intuisce che la figlia pi grande, adolescente, ha bisogno di cure particolari. La pi piccola, forse intorno ai sei anni, una graziosa latinoamericana dal viso rotondo. Nella lettera mi diceva che entrambe sono state adottate. Carrie ha unaria fiera, gagliarda, con un sorriso diretto che non ha bisogno di rossetto. Lei e la sua famiglia sono in piedi davanti a una casa con i lati in alluminio, mucchietti di neve grigia e indurita sparsi per il pratino secco alle loro spalle, e tutti e quattro indossano lo stesso maglione natalizio. Una di quelle famiglie del Midwest che si potrebbero incrociare a Disney World. Aggiunsi me stessa a quel ritratto. Chi sarei stata se ogni giorno uscendo dal liceo fossi rientrata in quella casetta? Mi immaginavo una scena da film per adolescenti, in cui nella cameretta della protagonista si vedono i poster

dei divi del pop appesi al muro e nastrini azzurri attaccati tuttintorno alla specchiera. Parla al telefono con la sua migliore amica stando distesa sul letto, con i piedi appoggiati alla testata. La scena avvolta di una luce burrosa. Anche se mi rendevo conto che era una cosa ridicola, imbarazzante, per un attimo lasciai che la mia fantasia creasse un mondo in cui per me ci sarebbe stata una possibilit diversa da quella che stavo vivendo, un mondo nel quale avrei avuto magari strumenti migliori per compiere scelte migliori. In seguito Carrie mi sped altre foto, fotocopie a colori con le didascalie scritte a matita. Erano quasi tutte tratte da una versione di The Cross and the Sword andata in scena in un teatro regionale di Jacksonville nel 1972. Era l che aveva conosciuto Jim, il mio padre biologico. Ho trovato delle foto di tuo padre. Ho sempre pensato che saresti stata fortunata se, fisicamente, avessi preso da lui Non che io mi lamenti del mio aspetto La foto che preferisco quella in cui Jim al centro della scena in posa da eroe. Ha i capelli lunghi e ondulati, secondo la moda degli anni Settanta, sistemati dietro le orecchie, e indossa un costume rinascimentale. Presso una delle estremit della fila di ballerine alle sue spalle si vede Carrie con una corona di fiori tra i capelli, unampia gonna e una camicia da contadina. Si appoggia al pavimento su un ginocchio solo e tiene sollevato per aria un tamburello, lo sguardo rivolto verso Jim. Sono entrambi molto carini, ma lui persino pi bello di lei. Nella lettera Carrie mi racconta che Jim era un attore e un poeta di talento. Per me ha tutta laria di un donnaiolo, e di quelli scaltri. Lo si capisce dagli occhi. Il mio naso e la mia bocca ricordano molto quelli di Carrie, ma i miei occhi sono assolutamente gli stessi di Jim. Le nostre origini? Fondamentalmente anglosassoni e protestanti, immagino. Credo che Jim fosse di origine inglese. Il nome di mia madre era MacDowell, un nome scozzese. Il mio sangue un misto di sangue scozzese, tedesco e, credo, irlandese. Sono sempre stata convinta di avere laspetto di unebrea, unebrea newyorchese, unebrea russa. questo che dico quando la gente mi chiede a quale etnia appartengo. Sono unebrea russo-polacca. Quando, non molto tempo fa, ho risposto cos alla mia manicure, che russa, lei ha annuito e ha commentato: Lo sapevo. Ero una persona assolutamente indipendente e mi trovavo meglio quando potevo gestire le cose da sola. Quandero ragazza, raramente ero soddisfatta di quello che facevo, continuavo a volere qualcosa di pi dalla vita. Ma credo che non fosse una cosa strana, negli anni Sessanta e Settanta Credo di portare ancora dentro di me, da qualche parte, le idee di quegli anni. Mentre frugavo tra le vecchie foto e le vecchie carte, mi hai fatto venire in mente un sacco di vecchie sensazioni, gli ideali di allora. Sotto questo aspetto, a quanto pareva, assomigliavo molto di pi a Carrie che ai miei genitori adottivi, i quali avevano chiuso le finestre e avevano

aspettato pazientemente che gli anni Sessanta finissero, quasi come se si fosse trattato di un uragano. Le lettere di Carrie erano scritte su un foglio bianco a righe, con il bordo superiore leggermente dentellato: una scelta pratica, senza alcun melodrammatico ghirigoro. Per scrivere le sue lettere alla figlia biologica da tempo perduta aveva scelto un bloc notes da cucina. Certo che ho pensato spesso a te. Ultimamente mi ero domandata chi avrei potuto contattare per rendermi pi facilmente reperibile, nel caso tu volessi cercarmi. Spero di poterti dare tutto ci che desideri o di cui hai bisogno. Non sopporto di sentire le storie di persone adottate che cercano disperatamente la mamma naturale. Io ho sempre avuto la speranza che senza di me avresti avuto una vita felice e piena di soddisfazioni. Ma io la stavo cercando disperatamente? No, non proprio. Eppure cera qualcosa, qualcosa che stavo cercando disperatamente, e lei faceva parte di quel qualcosa. Dalle lettere di Carrie emergeva il racconto del peregrinare di una giovane donna da uninfanzia medio-borghese trascorsa a Bellevue, in Nebraska, a una breve esperienza alla University of Utah, a una carriera come ballerina a Chicago e a uno spettacolo in Florida, poi di nuovo a Chicago, dove si era messa nei guai con il ragazzo sbagliato al momento sbagliato, e poi ancora in Nebraska, dove si era sposata e aveva portato a termine gli studi, e infine nella periferia di Boise, nellIdaho, dove lavorava come tecnico sanitario e insegnante di danza e aveva finito per adottare due figlie. Dava limpressione di essere una donna intelligente ed equilibrata. N dozzinale, n fuori di testa, ma soltanto una donna che un tempo era stata irrequieta, con le idee confuse. Ti occupi tu del giardino? le chiedevo nelle mie lettere. Ti mai capitato di far volare un aquilone nel cielo tenendolo con due fili? Quando le telefonai per invitarla a farmi visita a New York, seduti al mio fianco sul divano di pelle nera del nostro loft cerano Lindsay e Colin. Immaginavo di essere pronta a mettere da parte un capitolo della mia storia e a iniziarne un altro. Cosa farebbe Patti Smith? Guarderebbe in faccia la verit senza battere mai le palpebre, mai, nemmeno una volta sola. Ho atteso nellaeroporto internazionale di Newark forse un centinaio di volte in vita mia, ma quella pi memorabile stata quando sono andata a prendere Carrie. Limmagine di lei che percorre il lungo corridoio con quella sua solida camminata per venirmi incontro marchiata a fuoco nella mia mente. Aveva unespressione dolce e i fianchi larghi, come i miei, indossava jeans a vita alta

e una camicia di flanella a quadri. Ci salutammo sorridendo nervosamente. Credo che sul volto di entrambe trapelasse un pizzico di rammarico per il fatto di aver voluto organizzare il nostro incontro. Sul momento era sembrata unottima idea, ma allatto pratico appariva troppo brusco, troppo accecante, come uscire da una stanza buia alla luce del sole. Il nostro ricongiungimento fu allinsegna dellimbarazzo e della tensione, ma la mia madre biologica una donna tosta. Vers ununica lacrima, che scusandosi si asciug subito. Io sono pi alta di lei. Mentre aspettavamo al ritiro bagagli, comment che avevo gli stessi occhi di mio padre. Lo sapevo gi, lo avevo visto dalle foto che mi aveva mandato. E con quegli occhi orientati sul nastro dei bagagli, feci finta di essere impegnata a cercare le sue valigie, anche se non avevo idea di come fossero fatte. Pi tardi, mentre mangiavamo cibo cinese sedute sugli alti sgabelli della cucina che fungeva anche da laboratorio sartoriale di Lindsay, Carrie mi raccont qualcosa in pi di Jim e della loro storia. Io mi sentivo strana, sproporzionata. Rispetto a quella stanza con i soffitti altissimi ero minuscola, ma accanto a quella donna minuta che era mia madre apparivo mastodontica. Le mie mani avvolte intorno alle bacchette mi sembravano grosse e mascoline in maniera imbarazzante. Avevo gli occhi gonfi e stanchi e ogni tanto mi si chiudevano di botto le palpebre. Eravamo innamorati. Al termine delle rappresentazioni si trasfer con me a Chicago, mi raccont Carrie. Dopo tutti quegli anni, dopo tutta la sofferenza che le aveva causato, lei si illuminava ancora quando parlava di lui. Era bellissimo, di grande carisma. Lui stava cercando unoccasione di lavoro a Chicago e vivevamo in un monolocale. Fra noi cerano delle discussioni. Mi ricordo di una volta che litigammo: Jim si era rotto una gamba e portava un gesso enorme. Stava nevicando forte, una vera tormenta, e lui si trascin per strada con la neve e tutto. Io mi infilai in macchina e lo seguii slittando a destra e sinistra, urlandogli di salire. Mi fece ridere. Lautomobile rimase bloccata in un mucchio di neve e ci tocc tornare a casa a piedi. Poi si fece pi evasiva. Non capivo bene se ero delusa oppure sollevata dal fatto che la vaghezza avesse preso il posto della schiettezza. Ascoltarla parlare di mio padre e dei momenti che avevano vissuto assieme aveva un che di sgradevole e imbarazzante, come quando si affronta largomento sesso con i propri genitori. Sarebbe bello fare comunella con la mamma e parlare liberamente di qualsiasi cosa, essere amiche. Ma non ci si riesce. In quel caso non stavamo neppure parlando di sesso. E, in realt, lei non era nemmeno

mia madre. Ciononostante, provai unistintiva repulsione per quellargomento. Mi dispiace, ma molte cose non me le ricordo. Credo di averle rimosse. Ogni tanto pensavo a come sarebbe stato vederti crescere con me, ma credimi, una relazione a lungo termine con |Jim sarebbe stata un disastro. A ogni modo, lui se ne and. Mi lasci che tu non eri ancora nata. Il suo racconto occup lo spazio dellintera cena, fino ai biscotti della fortuna. Era una bella storia, ma era come se non mi riguardasse. Allo stesso tempo, per, mi resi conto che era la storia che stavo aspettando di sentire da tutta la vita. Ed eccola, l, finalmente la potevo ascoltare. Finalmente avevo di fronte una persona che mi assomigliava. Che cosa strana, che brutta sensazione. Qualcosa dentro di me sbianc. Con Carrie non riuscivo a rilassarmi. Non ricordo granch di cosa facemmo quella settimana, a parte il fatto che trascorremmo parecchio tempo con Lindsay e Colin. Carrie conobbe i vari amici che frequentavano il nostro loft. Dimostrava interesse per chiunque le venisse presentato e sembrava sempre a suo completo agio, anche in quel mondo fatto di modaioli amanti del teatro e checche artistoidi. Per me era un vero sollievo; forse fino a quel momento mi ero preoccupata di ci che avrei trovato, avevo timore di scoprire in lei un qualche profondo indizio del mio carattere. Visitammo il Central Park e il Metropolitan. Incontrammo una sua amica che faceva parte del corpo di ballo delle Rockettes, una flessuosa bionda poco pi che quarantenne. Scoprii che le Rockettes erano il posto dove le ballerine vanno a morire. A quanto pare, si muovono ballerine attempate da tutti gli angoli degli Stati Uniti per partecipare allo spettacolo di Natale a New York. Lo spettacolo organizzato alla stregua di unoperazione militare, e in pratica essere una Rockette un po come essere di una nazionalit a parte. Lamica di Carrie era a New York per offrire il suo contributo, prendere qualche lezione e rispolverare qualche passo di danza. Come quasi tutti i bambini che vivono a pochi minuti di macchina da Manhattan, avevo visto parecchie volte le Rockettes. Ricordo in particolar modo i loro copricapi pelosi e le lunghissime gambe che si muovevano come un unico, armonioso ingranaggio. Era un vero piacere per gli occhi ammirare quella schiera omogenea di donne e le figure caleidoscopiche che i loro corpi disegnavano nello spazio. Che figata incontrare una Rockette al parco in tuta da ginnastica! Ci prendemmo un t nero, niente zucchero e guardammo le barchette telecomandate che sfrecciavano sulla superficie del Conservatory Water.

Carrie aveva deciso sul momento di prendere parte a una lezione di danza, al termine della quale avevamo progettato di cenare insieme. Andai a piedi a Columbus Circle e la raggiunsi allo Steps, la scuola di danza frequentata da tutte le ragazzine che partecipano agli spettacoli di Broadway. Io sono una discreta ballerina e solitamente mi so difendere, ma allo Steps le ballerine sono spietate. Quante volte mi sono seduta a piangere sugli scalini sul retro della scuola con le mie scarpette jazz sudate, pensando: Sono troppo grassa, non riesco a stare dietro alla coreografia, sono troppo pigra. Sarei potuta essere molto pi brava se solo ci avessi messo pi impegno, se da bambina fossi stata pi attenta durante le lezioni, se non mi fossi arresa puntualmente ogni volta che il gioco cominciava a farsi pi duro. Le ballerine hanno il collo lunghissimo, come i cigni, era solito dire mio padre. E non cera bisogno che aggiungesse altro. Le ballerine nascono cigni, e io capivo benissimo, come lo capiva chiunque, che ero nata anatroccola. Avrei dovuto imparare a trovare consolazione nel fatto che lacqua mi scivolava via dalla schiena. Arrivai allo Steps in anticipo e cercai di non farmi notare mentre guardavo la lezione di Carrie attraverso la finestra che si affacciava sulla sala. Stava prendendo parte a una lezione di danza jazz avanzata, livello che io non avrei nemmeno potuto tentare. Malgrado let, il fisico non pi da ballerina e una gamba perennemente gonfia a causa di un tumore della pelle che aveva reso necessaria lasportazione di un linfonodo, era di una bravura sorprendente. Cera qualcosa in lei che la rendeva eccezionale. Quando il suo gruppo prese posizione, in disparte vidi le danzatrici solitamente spocchiose, dallalto dei loro ventanni in meno, che la osservavano con rispetto. Linsegnante le rivolse un sorriso. Emanava vitalit, elettricit. Era la pi brava di tutte. Quando la lezione termin, un gruppetto di ballerine si riun intorno a lei. Si soffermarono a scambiare due chiacchiere mentre le allieve della lezione successiva entravano alla spicciolata. Se cera una persona che conosceva molti modi di formare una famiglia, quella ero io, che pure mi ero sempre sentita a casa nella mia combriccola di amici strampalati e intransigenti. E sapevo anche che i miei genitori, i miei veri genitori, vivevano nel New Jersey e mi amavano da impazzire, anche se talvolta non in maniera adeguata. Ma l allo Steps, in piedi dietro quel vetro, per la prima volta mi sentii attraversare da un lampo di rabbia. Per un attimo desiderai che Carrie fosse stata un pochino meno egoista, un pochino pi sicura di s, che avesse avuto giusto un pizzico damore in pi per me. Se mi fosse rimasta vicina, forse anchio avrei saputo danzare come lei. O questo che mi piaceva pensare. Ma io non ero capace di danzare in quel modo e, a essere sincera, ero stufa di desiderare di esserne capace.

Dopo la partenza di Carrie, rimasi seduta in aeroporto per un bel pezzo. Mi piazzai di fronte alle ampie vetrate e rimasi a guardare gli aerei che decollavano, atterravano e poi riprendevano il volo. Avevo solo ventanni, la stessa et che aveva lei quando mi aveva data in adozione. E quando feci lelenco delle enormi stronzate che avevo combinato negli ultimi due anni, quando visitai il mio squallido cimitero di aspirazioni sepolte, quando ripensai a tutto ci che avevo calpestato e rovinato, fui costretta a perdonarla. Quindici anni dopo, me ne stavo allungata sul divano in un appartamento affacciato sulla spiaggia, le finestre aperte da cui filtrava la brezza marina. La stanza si andava facendo buia e con mio marito guardavo il mare che assorbiva gli ultimi pallidi raggi di sole. Sette piani pi in basso, Patti Smith si stava esibendo sul molo di Santa Monica. Noi, per, al concerto non potevamo andarci perch io dovevo restare a letto: quel giorno ero stata sottoposta alla fecondazione in vitro. Non ero convinta che avrebbe funzionato, e infatti avevo ragione. Tuttavia, non ho mai dubitato del fatto che in qualche modo un bambino lo avremmo avuto, un bambino che ci avrebbe spalancato i cuori, che ci avrebbe aiutato a diventare pi compassionevoli. Malgrado il passare degli anni, la voce di Patti era salda come sempre. La distanza e il vento smorzavano la musica, ma potevo indovinare le parole. Oggi ho la risposta. Oggi credo. Cosa farebbe Patti Smith? Canterebbe per me. Mi perdonerebbe il fatto di essermi smarrita. Epilogo Sono passati diciassette anni da quando misi piede sullaereo che mi port per la prima volta a Singapore. Ho lasciato New York per trasferirmi a San Francisco poco tempo dopo essere rientrata dal Brunei, e non sono pi tornata indietro. Lasciare New York significa che New York si scorder presto di te. New York come un amante che hai abbandonato, quello che in qualche modo continuer a occupare un posto speciale per il resto dei tuoi giorni. Quando lo incrocerai per strada, lo riconoscerai molto prima che lui riconosca te. Dovrai decidere se chiamarlo oppure no. Sono io. Jill. Leggerai il suo nome sul giornale e il tuo corpo si ricorder di lui. Vedrai alla televisione dense colonne di fumo nero salire verso il cielo e ricorderai New York, come se qualcuno ti avesse appena trafitto il cuore con un aeroplano. Tuttavia, persino nel momento del dolore pi grande, New York non si ricorder di te. E per quanto il panorama che ho davanti mi

piaccia molto di pi da quando ho lasciato New York, a volte il pensiero di essere stata dimenticata mi brucia ancora. Oggi sono una donna sposata arroccata in unesistenza medio-borghese, e passo le mattinate bevendo t verde e guardando fuori dalla mia finestra panoramica i canfori rigogliosi e le jacarande color glicine che costeggiano la strada suburbana della California dove vivo. Quando mi fermo, a volte sento baluginare unemozione sconosciuta in qualche luogo imprecisato alla periferia della mia coscienza. Il momento prima c, il momento dopo sparita. Mi ci vuole un attimo prima di trovare un nome che le si addica. Potrebbe essere felicit. A mano a mano che mi addentro in questa foresta che la vita domestica, le fitte maniche di tatuaggi sulle mie braccia sono per i miei vicini unallusione a unaltra esistenza. Mi guardano in maniera strana quando porto loro i biscotti di Natale fatti in casa, consapevole di proiettare in qualche modo unimmagine distorta. E quando, durante una cena, accenno di striscio alla persona squallida che ero un tempo, mi guardano e scoppiano a ridere, senza capire bene se sto scherzando oppure no. Sono certa che anche Robin sta conducendo una vita che non si sarebbe mai aspettato. Nel 1997 una ex Miss America gli fece causa chiedendo un indennizzo di novanta milioni di dollari e accusandolo di averla drogata, stuprata e trattenuta contro la sua volont fino a ridurla allo stato di schiava sessuale. Le accuse sono state rigettate in virt dellimmunit diplomatica di Robin, ma a livello internazionale la vicenda ha causato enorme imbarazzo. Poco tempo dopo, quando Jefri stato accusato di avere sottratto una cifra approssimativa di trenta miliardi di dollari, le strade dei principe e del sultano si sono separate. Dopo parecchie udienze in tribunale, buona parte delle propriet del principe Jefri stata sequestrata e messa allasta. In tempi pi recenti non si presentato di fronte allAlta Corte inglese per rispondere allaccusa di oltraggio, perci ora c un mandato per il suo arresto. Seguo con una certa attenzione le sue traversie, domandandomi cosa far adesso e cosa ne sar delle sue mogli e dei suoi figli. In quanto a me, sto per affrontare di nuovo una lunga traversata in aeroplano. Qualche giorno fa mi arrivata una telefonata dallagenzia di adozioni a cui ci siamo rivolti io e mio marito: siamo stati informati che nostro figlio ha ottenuto il benestare del tribunale etiope e che la data della nostra partenza stata confermata. Fra due settimane incontrer per la prima volta il mio piccino di dieci mesi. Lho visto in fotografia e so che ha grandi occhi color cioccolato e che incommensurabilmente bello. Lui non ancora arrivato, ma gi ogni mattina apro le tendine a quadretti nella sua stanza. Rimango a guardare fuori dalla finestra immaginando che

effetto far a mio figlio, che per ora vive in un paesaggio tanto diverso. Mio figlio, che sta per affrontare un viaggio cos lungo per un bimbo tanto piccolo. Entrambi abbiamo percorso una lunga strada, ma alla fine ci siamo trovati. La storia di Sherazade la storia di chi narra storie, narrate con la speranza che ci salvino la vita. Mio figlio si chiama Tariku. In amarico significa la sua storia, ovvero tu sei la mia storia.