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ALMA MATER STUDIORUM-UNIVERSITA DI BOLOGNA _____________________________________________________

FACOLTA di SCIENZE MATEMICHE FISICHE E NATURALI

Corso di Laurea Specialistica in Conservazione e Gestione del Patrimonio Naturale

EFFETTO DELLAGGIUNTA DI BIOCHAR SULLA RESPIRAZIONE DEL SUOLO, SULLA DINAMICA DELLE RADICI E SULLA LISCIVIAZIONE DELLAZOTO

Relatore: Prof. Paolo Trost laborato finale di: Marco Tinti Correlatori: Prof. Giustino Tonon, Dr. Maurizio Ventura
Sessione I Anno Accademico 2010- 2011

Indice

PARTE GENERALE

1 Introduzione

1.1 Dinamica e variabilit naturale del clima


Con il termine clima si intende linsieme delle condizioni meteorologiche e ambientali che caratterizzano una regione geografica, mediate su un tempo sufficientemente lungo. Il clima un sistema dinamico, attivo e complesso il cui stato determinato sia da cause esterne, le cosiddette forzanti, come i cambiamenti dellirraggiamento solare, che da cause interne, dovute alla variabilit intrinseca del sistema climatico stesso. Il motore del sistema climatico il Sole (forzante esogena) che riscalda la superficie terrestre con intensit variabile (decrescente) con la latitudine causando un gradiente termico tra i poli e l'equatore laddove l'insolazione rispettivamente minima e massima. In conseguenza di ci e della rotazione terrestre, il ripristino dell'equilibrio termico planetario latitudinale affidato alla circolazione generale dell'atmosfera la quale pu essere suddivisa in tre grosse macrocelle per emisfero: la cella di Hadley che va dalla fascia equatoriale fino a quella tropicale, la cella di Ferrel che copre le medie latitudini e la cella polare che staziona sui poli fino al circolo polare. Ognuna di queste celle comunica con la confinante scambiandosi masse d'aria a temperatura e umidit diverse.

La superficie del nostro pianeta si scalda a causa dellenergia ricevuta dal Sole sotto forma di radiazione luminosa. Non tutta lenergia incidente viene, per, assorbita: una parte di essa viene riflessa, sia dalla superficie terrestre che dall'atmosfera, senza contribuire a modificare la temperatura della Terra. La frazione di energia incidente che viene riflessa misurata dallalbedo. Se non vi fossero latmosfera e loceano, la temperatura di equilibrio della superficie del nostro pianeta sarebbe regolata semplicemente dalla distanza della Terra dal Sole e dall'albedo terrestre. La temperatura media della superficie terrestre sarebbe di circa -18 C, molto minore di quella effettivamente osservata. La presenza del sottile strato di atmosfera attorno alla Terra introduce una significativa ridistribuzione del calore fra la superficie terrestre, la bassa atmosfera e gli strati atmosferici alti. I raggi solari incidenti attraversano latmosfera e vengono in parte riflessi e in parte assorbiti dalla superficie terrestre e dalloceano, che si scaldano e riemettono, a loro volta, parte dellenergia assorbita in forma di radiazione infrarossa. Una frazione di questa assorbita da alcuni gas presenti in atmosfera: innanzitutto il vapor dacqua, a cui si aggiungono, in ordine di concentrazione, il biossido di carbonio (anidride carbonica, CO2), il metano (CH4) e lozono (O3). Insieme, queste sostanze costituiscono i pricipali "gas serra" (GHG, "GreenHouse Gases"). Lenergia assorbita dai gas serra viene riemessa in tutte le direzioni, contribuendo a riscaldare la superficie terrestre. La temperatura della superficie terrestre, quindi, raggiunge in media i +15 C, ben 33 C in pi rispetto ai -18 C della temperatura di equilibrio radiativo in assenza di atmosfera. Questo fenomeno, del tutto naturale, chiamato "effetto serra" (Fourier, Tyndall, Arrhenius, 1824). In prima approssimazione esso tanto maggiore quanto pi grande la quantit di gas serra presenti in atmosfera. La presenza dellatmosfera e delloceano permette anche un efficiente trasporto di calore dallequatore verso i poli. I tropici e le regioni equatoriali ricevono, infatti, pi radiazione solare di quanta radiazione infrarossa

riemettano, mentre il contrario avviene alle medie ed alte latitudini. Il sistema climatico trasporta calore dalle regioni tropicali verso i poli grazie alle correnti oceaniche, ne un esempio la Corrente del Golfo nelloceano Atlantico, che sposta acqua calda dai tropici verso nord e al sistema della circolazione generale dellatmosfera. La corrente profonda che si genera nel Nord dellAtlantico e quella circumantartica, infatti, costituiscono le due fonti principali della circolazione globale (Broecker, 1997); funzionando da nastri trasportatori di calore, il disegno delle loro geometrie in grado di influenzare il clima sullintero globo. Grazie a questo trasporto di calore, la differenza di temperatura fra equatore e poli minore di quella che si avrebbe in assenza di oceano ed atmosfera. Non consideriamo, quindi, il sistema climatico come statico ed invariabile, ma come un sistema complesso in continua evoluzione e cambiamento. I dati paleoclimatici lo confermano, indicando che negli ultimi tre milioni di anni il clima della Terra ha subito pesanti variazioni, caratterizzate dallalternanza fra periodi glaciali e interglaciali che hanno portato a cambiamenti nella temperatura media globale di alcuni gradi centigradi. Recenti studi condotti da Benjamin P. Flower, nell'ambito del Progetto Europeo EPICA svoltosi nella base antartica franco-italiana di DomeC evidenziano una diretta correlazione tra la concentrazione di CO2 e laumento di temperatura. Come mostrato in figura 1, dove evidenziata la variazione, negli ultimi 800 mila anni, della temperatura stimata dalla misura della concentrazione di deuterio (isotopo dell'idrogeno) nel ghiaccio (curva superiore) e della concentrazione di CO2 nelle bolle d'aria intrappolate nel ghiaccio stesso (curva inferiore), ricavate dall'analisi delle carote di ghiaccio antartico.

Figura 1: Curva superiore: anomalia di temperatura ricostruita dalle misure di concentrazione di deuterio nella carota di ghiaccio EPICA Dome C (lanomalia calcolata rispetto alla temperatura media dellultimo millennio). La curva in basso riporta i dati di concentrazione di CO2, ottenuti dallanalisi delle bolle daria intrappolate nel ghiaccio. I simboli riportati vicino alle curve indicano specifici momenti nellalternanza fra periodi glaciali e interglaciali. Come duso nella rappresentazione dei dati paleoclimatici, la scala del tempo, in migliaia di anni, indica la data di formazione/deposizione del ghiaccio rispetto al presente (BF: Before Present, ovvero prima del presente), e quindi aumenta andando verso il passato. In altre parole, il tempo reale scorre da destra verso sinistra.

Gli stessi studi confermano come la crescita della temperatura in fase di deglaciazione sia innescata da fattori diversi rispetto alla concentrazione di CO2 atmosferica, che inizia effettivamente a crescere in seguito all'aumento di temperatura. Dopo tale periodo iniziale, le maggiori concentrazioni di CO2 atmosferica aumentano l'effetto serra e dunque amplificano e accelerano il riscaldamento (Benjamin Flower et al.,2009). Questi fattori diversi sono inquadrabili nelle forzanti naturali del sistema climatico. Tali variazioni sono principalmente legate a cambiamenti nei flussi di energia; in prima istanza, alla quantit di energia solare che incide sulla Terra. Questa, pu variare, sia a causa di cambiamenti nella quantit di energia emessa dal Sole, che per la variazione dell'orbita della Terra (eccentricit, obliquit, posizione degli equinozi), con i conseguenti cambiamenti nella quantit e distribuzione stagionale dell'energia solare

incidente alle varie latitudini. Quindi in questa visione semplicistica del sistema climatico, possiamo confermare che in assenza di forzanti antropiche il sistema ha un suo ciclo, contraddistinto da una regolarit e da unalternanza fra periodi glaciali e interglaciali, associata, almeno in parte, alle variazioni dei parametri dell'orbita terrestre (ISAC-CNR, 2009). Sulle scale di tempo pi recenti, invece, la crescita della concentrazione di CO2 atmosferica di gran lunga pi rapida di quella osservata al termine di un periodo glaciale. Essa risulta coincidere, indipendentemente dallo stato climatico, con lavvento dellera industriale. Si stima che la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera, sia passata da un valore di 280 ppm dellera pre-industriale alle circa 367 ppm di oggi. Nella stazione meteorologica di Mauna Loa, nelle isole Hawaii, dove misurata regolarmente la concentrazione della CO2 dal 1957, si registrato un aumento da 315 ppm (parti per milione) nel 1958 a 385 ppm nel 2008. Il tasso annuo di crescita negli ultimi dieci anni, 1,9 ppm allanno, stato il pi alto da quando sono iniziate le misure dirette in continuo dellatmosfera (Keeling and Whorf, 2004). In Europa, la serie di misure pi lunga quella disponibile per il sito di Monte Cimone, mostrata in figura 2, che conferma il trend di crescita costante gi rilevato alle Hawaii.

Figura 2: Aumento delle concentrazioni di CO2 misurate presso lOsservatorio Meteorologico dellAeronautica a Monte Cimone (2165 m s.l.m.). Il ciclo legato ai processi di fotosintesi e respirazione degli organismi viventi, induce un'oscillazione annuale nella quantit di biossido di carbonio in atmosfera, in fase con il ciclo stagionale dell'emisfero nord. (Fonte: Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare.)

I flussi dovuti ad attivit umana, sebbene possano essere anche molto inferiori rispetto alle emissioni naturali, hanno caratterizzato in modo inequivocabile levoluzione della concentrazione di gas serra in atmosfera negli ultimi due secoli. Lentit delleffetto serra determinata dal bilancio tra attivit antropiche e la variabilit naturale. Leffetto dovuto alle emissioni antropiche in atmosfera, figura 3, stimato, con buon margine di sicurezza, in 1,66 W m-2 (IPCC, 2007).

Figura 3: Forzanti radiative medie sul bilancio energetico dellatmosfera dovute ad attivit antropiche (prime otto righe) e variabilit naturale (nona riga). Il bilancio netto riportato nellultima riga. Leffetto radiativo diretto degli aerosol la somma tra una forzatura positiva dovuta al black carbon ed una forzatura negativa dovuta agli aerosol riflettenti la radiazione luminosa. (IPCC, 2007)

Le cause di queste anomalie sindividuano principalmente nell'utilizzo di combustibili fossili; anche alcune pratiche forestali e agricole hanno un ruolo importante in tal senso; ricordiamo la deforestazione, che porta all'ossidazione dell'humus del suolo forestale; l'agricoltura taglia e brucia, praticata nelle zone tropicali; il prosciugamento di zone umide, che accelera la decomposizione della sostanza organica, e l'utilizzo di torba per scopi agricoli. Anche il metano (CH4) e lossido di diazoto (N2O) prodotti dalle attivit antropiche sono in grado di generare effetto serra ed hanno, inoltre, un lungo tempo di vita in atmosfera. Cos come, alcuni prodotti chimici di sintesi, quali gli idrocarburi alogenati e lesafluoruro di zolfo, immessi nel corso del XX secolo, e che hanno potenziale di effetto serra anche 29000 volte superiore a quello della CO2.

Figura 4: Variazione di deuterio nel ghiaccio antartico correlato alle variazioni di temperatura e alle concentrazioni di gas serra. I dati sono riferiti agli ultimi 650000 anni e le bande ombreggiate indicano i periodi interglaciali, Luthi et al. 2008.

Per meglio definire lapporto che ogni gas serra fornisce al riscaldamento globale, si introdotto il Potenziale di Riscaldamento Globale (Global Warming Potential, GWP). Questo valore, rappresenta il rapporto tra il riscaldamento in un determinato periodo di tempo, circa 100 anni, da parte di una data sostanza e il riscaldamento provocato dal biossido di carbonio. Cos definendo il GWP della CO2 , pari a 1; il metano a GWP pari a 21; i clorofluorocarburi pari a 5000 e lesafluoruro di zolfo, estremante potente, con un GWP pari a 29000. Anche per lozono (O3) troposferico, nonostante non possediamo sufficienti misure, dirette o indirette, che ci permettano di ricostruirne le variazioni secolari stato, tuttavia, possibile stabilire che le concentrazioni di O3 presso vari siti europei sono aumentate di un fattore compreso tra 1,5 e 2 fra gli anni '50 e gli anni '90, molto probabilmente a causa dellaumento dei precursori antropici (sostanze chimiche che portano alla formazione di ozono troposferico). Gli studi condotti presso siti alpini hanno evidenziato un trend positivo nel periodo 1991-2002 e hanno evidenziato un aumento delle concentrazioni di O3 presso lo Zugspitze (2962 m, Germania) pari al 12.6% per decade (1.3% per anno) (Scheel et al., 2002).

Nel periodo dal 1940 al 1980 stata, per, registrata una lieve diminuzione della temperatura media dell'atmosfera rispetto ai valori degli anni precedenti, a dispetto della crescente concentrazione di CO2. E ben noto che le emissioni di biossido di zolfo (o anidride solforosa, SO2) siano gradualmente aumentate dal 1940 fino a dopo il 1980, sia in America settentrionale sia in Europa, per effetto di un crescente impiego di derivati del petrolio e del carbone. Su tali aumenti, stato valutato che la produzione globale di SO2 sia aumentata da 38,8 Tg S (Teragrammi di zolfo) per anno nel 1940 a 94,1 Tg S per anno nel 1975, segnando un aumento medio del 7% annuo, associato a un aumento pi marcato nellemisfero settentrionale che in quello meridionale. Poich il biossido di zolfo si converte in parte in solfati, attraverso processi di ossidazione che hanno tempi caratteristici piuttosto brevi, si avuto un aumento delle concentrazioni di materiale particolato (solfati dammonio, principalmente) nelle aree pi antropizzate del pianeta a vocazione industriale/rurale, come lEuropa e gli Stati Uniti dAmerica. Tale aumento ha fatto aumentare lalbedo del sistema superficie-atmosfera, dato che i solfati dammonio sono altamente riflettenti e scarsamente assorbenti, determinando un effetto di raffreddamento dellatmosfera nelle aree continentali. Nel periodo dal 1960 fino al 1990 si osservata una continua diminuzione della radiazione solare in arrivo al suolo in stazioni continentali, dellordine di 6 - 9 W m-2, corrispondente a una diminuzione del 4 - 6% sullarco di 30 anni, per effetto della diminuzione di trasparenza atmosferica dovuta allaumento dello spessore ottico di questi aerosol di origine antropica (in primis solfati, carbonio organico e inorganico, nitrati e polveri) Con il graduale calo delle emissioni di SO2 registratosi nei paesi Occidentali verso il 1990 (per esempio, lEPA registra una diminuzione complessiva del 71% nelle emissioni di SO2 dal 1980 al 2008 negli USA) e con il brusco calo delle emissioni in tutto il territorio dellex Unione Sovietica, cessato leffetto di diminuzione della radiazione solare ed invece iniziato il graduale aumento di luminosit dellatmosfera al suolo (brightening). Queste osservazioni sono state recentemente confermate dalle misure dello

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spessore ottico dellaerosol nelle aree remote dellArtico, che confermano come la diminuzione delle emissioni di SO2, iniziata massicciamente dopo gli anni '80, abbia portato a una diminuzione dello spessore ottico dell'aerosol di circa il 2% per anno in Alaska e nelle Isole Svalbard e di pi del 6% nelle aree remote della Siberia che si affacciano sulloceano Artico. Gli aerosol di origine antropica hanno quindi impedito che il pieno potenziale di riscaldamento planetario dei gas serra potesse manifestarsi. Leffetto degli aerosol sul clima tuttavia molteplice ed estremamente complesso: la forzante di -0.5 W/m2 dovuta all'azione diretta delle componenti antropiche dellaerosol atmosferico in realt la risultante di componenti con effetto di raffreddamento e di una componente, chiamata black carbon, che, assorbendo la radiazione solare, esercita un marcato effetto riscaldante. Il black carbon emesso da processi di combustione sia di combustibili fossili sia di combustibili tradizionali. Stime pi recenti effettuate presso il Nepal Climate Observatory, suggeriscono che leffetto di riscaldamento globale dovuto al black carbon sia di +0.9 W/m2, rendendolo cos la seconda forzante positiva in ordine dimportanza, inferiore solo all'effetto della CO2 (S.Marcq et al. 2010) Le misure delle diverse forzanti radiative ottenute finora, indicano dunque che quelle di origine antropica sono di gran lunga predominanti. La variabilit solare diretta responsabile solo in parte delle fluttuazioni climatiche osservate negli ultimi secoli. In particolare, l'analisi accurata dei dati mostra che non c' nessuna correlazione significativa fra la variabilit del ciclo solare e il forte riscaldamento globale degli ultimi quarant'anni: la misura diretta dell'emissione solare, disponibile dal 1978, mostra, infatti, che sono presenti fluttuazioni dintensit associate con il ciclo undecennale delle macchie solari, ma non riscontrabile nessuna tendenza di crescita o decrescita dell'intensit. Analogamente, lipotesi che unapparente

correlazione tra attivit magnetica del Sole, intensit dei raggi cosmici galattici e copertura nuvolosa potesse essere, una rilevante causa di variabilit climatica stata smentita da analisi recenti (ISAC-CNR, 2009). Queste hanno mostrato che tale correlazione stata in realt generata da un

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incorretto trattamento dei dati e che, alla prova dei dati raccolti negli ultimi dieci anni, non risulta confermata. Laumento di temperatura e le attivit antropiche innescano processi che possono portare a variazioni importanti di molti altri parametri climatici, quali la concentrazione di vapore acqueo, la nuvolosit, il livello di aerosol in atmosfera, la temperatura, la salinit e lacidit oceanica. Questi parametri, oltre a determinare le condizioni di sostenibilit della vita sulla Terra, hanno a loro volta un effetto sulla temperatura terrestre, modificando la quantit di radiazione disponibile e/o le concentrazioni dei gas ad effetto serra, inducendo di conseguenza ulteriori cambiamenti attraverso i meccanismi di retroazione climatica. In conclusione, l'analisi dei dati disponibili indica che laccumulo di gas serra di origine antropica ha un effetto di riscaldamento a scala globale e costituisce la maggiore forzante sul bilancio radiativo terrestre e quindi sulla temperatura. I fattori naturali (variazioni nellattivit solare, eruzioni vulcaniche) hanno plausibilmente contribuito alle variazioni della temperatura globale nellultimo millennio, compreso il trend osservato nella prima met del XX secolo. Tuttavia le conclusioni di buona parte della comunit scientifica internazionale, concordano sul fatto che il rapido aumento delle temperature medie globali durante gli ultimi decenni del secolo scorso sia da attribuire, principalmente allaumento di emissioni dovute allattivit umana e che altamente improbabile che linnalzamento osservato della temperatura sia dovuto esclusivamente a fattori naturali.

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1.2 Riscaldamento globale e impatto del cambiamento climatico


E ormai divenuto evidente che il clima del nostro pianeta sta cambiando con una velocit che sembra crescere di anno in anno. Laumento sempre costante dei principali forcings del sistema atmosfera-oceano,

essenzialmente le emissioni dei gas clima-alteranti, sembra essere il principale candidato di questo cambiamento. Su scala globale la temperatura (minima) media dellaria cresciuta di circa 1 C dal 1860 a oggi e il riscaldamento del XX secolo probabilmente il pi alto degli ultimi 10 secoli. Il gruppo di climatologia storica ISAC-CNR evidenzia che dieci anni pi caldi della storia in Italia sono tutti successivi al 1990. Lanomalia media di questi primi dieci anni del XXI secolo di 1,2 C in pi rispetto al periodo di riferimento. La primavera 2009 si situa al quarto posto tra le pi calde negli ultimi duecento anni con +1,76 C rispetto alla media 19611990, e lestate al quinto posto con + 1,87 gradi. Maggio 2009 si pone al terzo posto tra i mesi di maggio pi caldi degli ultimi due secoli con +2,9 C. Maggio 2009 stato anche il maggio pi secco degli ultimi 200 anni e anche agosto si collocato al quarto posto per scarsit di precipitazioni tra i dati di quel mese. Le proiezioni dei modelli climatici stimano un incremento medio globale della temperatura dellaria tra 1,5 a 6 C dal 1990 al 2100 (National Accademy of Science, Washington, 2006). Se questi scenari si verificassero, sarebbe un evento che non ha precedenti negli ultimi diecimila anni. Pur con differenze talvolta anche elevate, la maggior parte delle aree europee ha mostrato degli aumenti di temperatura sino a 0,8 C in media nel secolo scorso. Tale tendenza non stata omogenea su tutto il periodo ma, al contrario, sembra essersi verificato un netto aumento sino al 1940, poi una flessione sino al 1970 e infine un nuovo drastico aumento dagli anni 70 a oggi. In particolare, durante la decade 1980-1990, il riscaldamento stato molto elevato, con aumenti variabili tra 0,25 e 0,5 C rispetto alla media di lungo periodo. Queste caratteristiche sono maggiormente evidenti alle medie ed alte latitudini. (Schoenwiese et al., 1990).

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Il riscaldamento globale sta inducendo importanti effetti sull'atmosfera, sull'idrosfera, sulla criosfera, sulla biosfera e sulla complessa rete dinterazioni e di cicli biogeochimici che intercorrono fra loro. Le temperature globali pi alte sono associate a un maggior contenuto di calore delle acque oceaniche, sia in superficie sia in profondit. A causa della dilatazione termica dell'acqua e della fusione dei ghiacci terrestri, nell'ultimo secolo il livello del mare aumentato di circa 1.8 mm/anno, con notevoli differenze da un bacino allaltro e una forte tendenza all'accelerazione della crescita nelle ultime decadi. Nei prossimi decenni, l'aumento del livello dell'acqua potr portare alla scomparsa di numerosi territori abitati in prossimit di coste basse o dei grandi delta fluviali. Questaspetto preoccupante anche per quanto riguarda le coste del Mediterraneo, ove vi sono grandi concentrazioni di popolazione proprio nella zona passibile di sommersione marina o di danni da parte delle onde. Inoltre, l'analisi dei dati riguardanti il nord Atlantico ha indicato che la maggiore temperatura oceanica ha portato ad un aumento dell'intensit degli uragani, con ovvie conseguenze negative sulle regioni da essi colpite e possibili estensioni dei danni anche a regioni abitualmente immuni. La quantit di ghiaccio marino nella regione polare artica diminuita fortemente, sia in copertura totale sia in spessore. Dal 1975 al 2000, lo spessore medio del ghiaccio marino artico diminuito di circa il 33%, da 3,7 a 2,5 metri circa.

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Figura 5 Trend di crescita del livello degli oceani 1870-2006. Church and White, 2006

La copertura dei ghiacciai terrestri nell'area polare dell'emisfero nord diminuisce di 160 miliardi di tonnellate lanno. Le osservazioni satellitari mostrano che tra il 1996 e il 2005 il deficit del bilancio di massa della calotta polare che ricopre la Groenlandia pi che raddoppiato, soprattutto a causa del grande aumento nella velocit di scorrimento dei ghiacciai verso il mare nella fascia latitudinale fino a 70 N. La ragione di questaumento non stata ancora del tutto chiarita, anche se esso appare connesso al riscaldamento globale. Se questaumento della velocit di scorrimento si sposter a latitudini pi alte, il contributo della calotta groenlandese all'innalzamento del livello del mare potrebbe aumentare significativamente. Le ricerche sulla dinamica della fusione dei ghiacciai continentali indicano, inoltre, la possibilit di fenomeni dinstabilit, che possono comportare inaspettati e rapidi collassi verso il mare delle masse ghiacciate. In seguito a ci, il livello del mare potrebbe iniziare a crescere a un ritmo molto maggiore rispetto a quello odierno.

Gli oceani svolgono un ruolo importane nel bilancio globale del carbonio, per via della capacit di cattura, da parte della biosfera marina, del biossido di carbonio disciolto nell'acqua. Laumento della pressione parziale di CO2 15

atmosferica porta a un maggiore assorbimento di biossido di carbonio nei mari e di conseguenza ad un graduale aumento dellacidit degli oceani, principalmente determinata dalla quantit di CO2 disciolta nell'acqua. La diminuzione del pH dell'acqua marina, che pu essere prevista in modo accurato, dunque legata all'aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera ed determinata dallattivit antropica. Lacidit dell'acqua un fattore importante per la dinamica degli organismi marini: sebbene alcuni organismi traggano beneficio da una maggiore acidit, la maggior parte delle specie marine, dai coralli alle aragoste ai molluschi, risente in modo fortemente negativo dell'aumentata acidit. Vi quindi un rischio significativo di degrado di molti ecosistemi marini. Laumento di acidit dell'oceano potrebbe quindi portare a una minore capacit di cattura della CO2 da parte della biosfera marina e, come conseguenza, potrebbe contribuire a un altro aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera. Nel giugno 2009, la necessit di adottare misure di mitigazione per limitare l'acidificazione dell'oceano stata oggetto di uno specifico documento prodotto dall'InterAcademy Panel on international issues (IAP), che raduna alcune delle pi importanti accademie scientifiche del mondo (inclusa l'Accademia dei Lincei italiana). Il riscaldamento, inoltre, induce una maggiore evaporazione sulla superficie terrestre e marina e una maggiore capacit della troposfera di mantenere vapore in condizioni sotto-sature. Questo comporta un aumento di vapor acqueo in atmosfera, con un effetto di amplificazione del riscaldamento, poich il vapore acqueo esso stesso un potente gas serra. Negli ultimi anni, questo meccanismo stato ampiamente dibattuto e la sua importanza stata messa in discussione, ipotizzando meccanismi di retroazione negativa che ne potrebbero annullare leffetto, ossia assumendo che il contenuto di vapore in troposfera non debba necessariamente aumentare al crescere della temperatura. Tuttavia, laumento della concentrazione di vapore acqueo in atmosfera stato recentemente confermato da osservazioni satellitari ed coerente con laumento di anidride carbonica e di temperatura a scala globale; questo ha confermato sia leffetto del riscaldamento globale

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sullaumento di vapore acqueo in atmosfera che l'importante ruolo di retroazione positiva giocato dal vapor d'acqua. Resta ancora di difficile quantificazione il ruolo della variazione della copertura nuvolosa indotta dall'aumento di vapor d'acqua. comunque, inopinabile che le precipitazioni siano aumentate tra lo 0,5 e l1% (per ogni periodo di 10 anni) durante il ventesimo secolo, soprattutto, alle medie e alte latitudini dei continenti dellEmisfero Nord, ed altrettanto evidente un aumento delle piogge nelle aree tropicali. Al contrario, nelle zone sub-tropicali (10-30N), le precipitazioni sembrano essere

drasticamente diminuite (-0.3% per decade). Unanalisi dettagliata della variabilit delle precipitazioni nellEmisfero Nord durante il periodo 19001988, ha evidenziato una tendenza negativa, a livello annuale e stagionale, a partire dal 1970 per tutte le latitudini a Sud di 60N (Dai et al., 1997). Lintensit dei fenomeni divenuta maggiore, soprattutto, alle medie e alte latitudini (aumento dal 2 al 4% della frequenza di piogge intense). In Europa la precipitazione annua molto aumentata fin dalla met del XIX secolo, con valori ben al di sopra della media dopo levento di siccit del 1940. Infatti, il maggior contributo al trend positivo si ha nella stagione invernale e in parte primaverile, sebbene in questa stagione laumento sia meno marcato. La stagione estiva mostra invece una lieve tendenza alla diminuzione nellarco degli ultimi 130 anni (Bradley et al., 1987). Dal punto di vista delle precipitazioni annuali, in questo secolo si osservato un generale aumento nel settore settentrionale europeo (dalle Alpi sino alle regioni scandinave), con aumenti variabili tra il 10% e il 50%. Anche in questo caso il contributo maggiore si evidenzia durante la stagione invernale. Nellarea geografica che si estende dal Mediterraneo attraverso lEuropa centrale sino alla Russia, le precipitazioni sono diminuite considerevolmente (sino al 20%, Piervitali et al., 1998). I cambiamenti globali del campo termico hanno unenorme influenza sulla struttura e sullevoluzione della circolazione atmosferica. A loro volta, le modifiche dei flussi di circolazione generale (ad esempio una diversa

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struttura della North Atlantic Oscillation, NAO) si riflettono sullevoluzione dei fenomeni a scala sinottica (3000-4000 km), sub-sinottica (500-2000 km), sino alla mesoscala (100-500 Km). Ad esempio, possibili cambiamenti climatici nella struttura della NAO inducono spostamenti nella dislocazione degli assi delle tracce dei cicloni (storm tracks) e delle correnti a getto polare e sub-tropicale, che tracciano le rotte preferenziali delle perturbazioni extra-tropicali (cicloni e anticicloni). Questi fenomeni interessano, ad esempio, il bacino del Mediterraneo caratterizzandone il tempo

meteorologico al suolo. L'aumento delle temperature ha, anche, avuto conseguenze rilevanti su molte specie animali e vegetali, sia terrestri sia acquatiche, che negli ultimi decenni hanno modificato i propri areali di distribuzione, spostandosi verso nord nell'emisfero boreale e/o verso altitudini maggiori nelle zone montane. Non tutte le specie rispondono allo stesso modo al riscaldamento globale, con il rischio di sfasamento (mismatch) fra le varie componenti delle comunit biologiche naturali con possibile perdita di biodiversit e cambiamento radicale, o eventualmente collasso, di alcuni ecosistemi. Questo problema amplificato dallattuale forte frammentazione degli habitat naturali dovuta a ostacoli di origine antropica (citt, autostrade e linee ferroviarie, alvei fluviali artificiali), che possono impedire gli spostamenti degli areali di piante e animali e indurre estinzioni locali o globali di molte specie.

1.3 Background della politica europea sul clima


Continuare a emettere gas serra a un tasso uguale o superiore a quello attuale, causerebbe un ulteriore riscaldamento e provocherebbe molti cambiamenti nel sistema climatico globale durante il XXI secolo; questi cambiamenti molto probabilmente potrebbero essere maggiori di quelli osservati durante il XX secolo. Gli esperimenti modellistici mostrano infatti

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che, se anche tutte le cause del forzante radiativo fossero mantenute costanti ai livelli dellanno 2000, nei prossimi due decenni si verificherebbe un ulteriore trend di riscaldamento di circa 0,1 C per decennio, causato principalmente dalla lenta risposta degli oceani. Se le emissioni restassero entro il range degli scenari ipotizzati dallo Special Report on Emission Scenarios dellIPCC (2000), ci si dovrebbe aspettare un riscaldamento circa doppio di questo (0,2 C per decennio). Anche se le concentrazioni di gas serra si stabilizzassero, il riscaldamento antropogenico e linnalzamento del livello del mare continuerebbero per secoli a causa delle scale temporali associate ai processi climatici e ai feedback (IPCC, 2007). La drammaticit di tali previsioni ha imposto agli Stati e alle organizzazioni internazionali di intervenire per ridurre le emissioni di gas clima-alteranti. LUnited Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza

sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite nel 1992. Il trattato punta al raggiungimento della stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico. Secondo il Protocollo di Kyoto del 1997, uno dei pi importanti accordi raggiunti dallUNFCCC, i paesi industrializzati aderenti sono obbligati a ridurre le emissioni di gas clima-alteranti anche lUnione Europea rettifica il trattato con il cosiddetto 20-20-20 fissando per il 2020 di ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. Per raggiungere l'obiettivo senza rinunciare al modello di sviluppo attuale e in attesa di disporre di tecnologie e fonti di energia non inquinanti, non per ipotizzabile la sola diminuzione delle emissioni, ma necessario sequestrare il carbonio (C) gi presente in atmosfera ed immobilizzarlo in pozzi (sink), quali foreste e terreni agricoli, dove rimanga fissato per tempi pi lunghi.

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1.4 Mitigazione e Ruolo dellAgricoltura


Lo stesso protocollo di Kyoto riconosce lagricoltura e la gestione forestale come le uniche attivit antropiche in grado di rimuovere CO2 dallatmosfera e mitigare leffetto serra. Nonostante siano responsabili del 25% delle emissioni totali annue di anidride carbonica, del 50% di quelle di metano e del 75% di quelle di protossido di azoto, (Tubiello et al. 2007), esse possono rappresentare uno strumento potenzialmente cruciale per la lotta al cambiamento climatico. Questo, perch, gli ecosistemi agrari, oltre alla conservazione della biodiversit, hanno unimportante funzione di carbon sink, grazie alla loro capacit di assorbire e immagazzinare carbonio atmosferico nel suolo e nella vegetazione. Rimuovendo anidride carbonica dallatmosfera, neutralizzano parte delle emissioni di CO2 legate alle attivit umane e contribuiscono, in modo indiretto, al contenimento dei gas serra. La gestione dei suoli agricoli permette quindi di agire su due fronti, quello della riduzione delle emissioni di gas serra come CO2, CH4, N2O e quello dell'assorbimento di CO2. Il Protocollo di Kyoto riconosce il contributo che pu essere fornito dallagricoltura e introduce la possibilit di contabilizzare l'incremento di carbonio nei terreni agricoli per il mantenimento degli impegni assunti dai vari paesi per la riduzione delle emissioni di gas-serra. L'ambito di azione per l'agricoltura comprende: adozione di pratiche che favoriscono il sequestro di carbonio nella biomassa e nei suoli; riduzione delle emissioni di CO2 e di altri gas serra; fornitura di biomassa per nalit energetiche in sostituzione di fonti fossili di energia. Nellambito degli accordi internazionali per la riduzione delle emissioni nette dei gas a effetto serra sono state incentivate alcune misure sia per aumentare il sequestro di carbonio atmosferico sia per diminuire le emissioni dirette ed indirette. Le possibili attivit possono essere cos sintetizzate: a) accumulo di carbonio sotto forma di sostanza organica nei suoli agricoli. La riduzione delle lavorazioni e la corretta gestione delle rotazioni colturali e dei residui possono contribuire ad aumentare il carbonio organico nel

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suolo rimovendolo dallatmosfera (Smith, 2007). Alcune pratiche come la non lavorazione del suolo possono accumulare fino ad 1 tonnellata di CO2 all anno. Ammettendo che possano essere applicate su tutta la superficie agricola italiana (circa 10 Mha) il sequestro potenziale potrebbe essere pari a 10 Mton CO2 per anno, circa il 2% delle emissioni nette italiane e circa il 40% del target di riduzione del protocollo di Kyoto in Italia. Tuttavia tali pratiche sono di difficile applicazione e verifica (ai fini di un eventuale indennizzo) e soprattutto hanno un carattere temporaneo e sono facilmente reversibili. comunque indubbio che laumento della sostanza organica dei suoli agricoli in genere correlata con la fertilit. b) afforestazione. La piantagione di colture con ciclo colturale poliennale e caratterizzate da grandi quantit di biomassa aumenta il tempo di residenza medio del carbonio nella biosfera e riduce quindi la concentrazione di CO2 atmosferica. La piantagione di colture arboree contribuisce pertanto a mitigare leffetto serra, anche se in conflitto con il deficit del bilancio agro-alimentare italiano. c) riduzione delle emissioni dirette e indirette. Le principali attivit si dovrebbero concentrare sulle emissioni di metano dal comparto zootecnico. Tutte le soluzioni indagate appaiono tuttavia di non facile applicazione, con eccezione per gli impianti di riciclo dei reflui zootecnici con recupero del biogas che hanno il duplice ruolo di ridurre lemissione netta e di produrre energia riducendo lutilizzo dei combustibili fossili. Unaltra tipologia di emissione, ancora poco studiata e conosciuta quella del protossido di azoto (N2O). Una molecola di N2O ha un potere riscaldante 300 volte superiori a quello di una molecola di CO2, pertanto lemissione di 1 kg di N2O dal suolo equivale allemissione di circa 300 kg di CO2. Nonostante la denitrificazione sia molto limitata nella maggior parte dei suoli agricoli italiani, eventi piovosi in prossimit delle fertilizzazioni soprattutto se localizzate possono provocare perdite di 2-3 kg di protossido per ettaro per anno e cio pari a 0,6-0,9 ton CO2 per ha anno. Lutilizzo in

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alternativa di fertilizzanti a lento rilascio di azoto, o la coltivazione di leguminose portano ad una significativa riduzione delle emissioni. d) biocombustibili e biocarburanti. La recente crisi energetica e laumento del prezzo del petrolio hanno portato molti governi (compreso quello italiano) a promuovere lo sviluppo di filiere per la produzione di biocombustibili e biocarburanti. Nonostante il loro sviluppo, importante fare una analisi basata sul bilancio dellintero ciclo di vita di questi prodotti valutando anche il bilancio di gas ad effetto serra (Rainer, 2007). Al fine di evitare uneccessiva competizione con le produzioni alimentari, sarebbe opportuno confinare la produzione di biocombustibili al solo utilizzo dei residui colturali e alla coltivazione dei terreni marginali e scarsamente produttivi ai fini alimentari.

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2 Il Sistema suolo-pianta-atmosfera

2.1 Il Carbonio
Il carbonio il pi abbondante componente della materia vivente. Attraverso il ciclo biogeochimico esso scambiato tra la geosfera, all'interno della quale si considerano i sedimenti e i combustibili fossili; l'idrosfera (mari e oceani); la biosfera e l'atmosfera. Tutte questi comparti della Terra sono considerabili a tutti gli effetti riserve di carbonio (carbon sinks). Il ciclo , infatti, solitamente inteso come l'interscambio dinamico tra questi quattro sotto-sistemi. Gli oceani contengono la maggior riserva di carbonio presente sulla Terra, sebbene essa sia solo in piccola parte disponibile all'interscambio con l'atmosfera.

Figura 6 Ciclo del Carbonio

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Circa 1500 miliardi di tonnellate di carbonio sono presenti nella biosfera. Il carbonio parte essenziale della vita sulla Terra. Esso gioca un ruolo importante nella struttura, biochimica e nutrizione di tutte le cellule viventi. E la vita gioca un ruolo importante nel ciclo del carbonio. Gli organismi autotrofi producono i loro composti organici usando il biossido di carbonio tratto dall'aria o dall'acqua in cui vivono. Per fare ci necessitano di una fonte di energia esterna. Quasi tutti gli autotrofi usano la radiazione solare a questo scopo e il loro processo di produzione chiamata fotosintesi. Un piccolo numero di autotrofi sfrutta fonti di energia chimica (in questo caso si parla di chemiosintesi). Gli autotrofi pi importanti per il ciclo del carbonio sono gli alberi delle foreste sulla terraferma e il fitoplancton negli oceani. Parte dei composti carboniosi consumata direttamente dalle piante nella respirazione cellulare, parte viene utilizzata nelle catene alimentari degli animali, parte dopo la morte della pianta, in maniera pi o meno rapida, viene degradata dai microrganismi del terreno. Gran parte del carbonio lascia la biosfera attraverso la respirazione. Quando presente ossigeno, si ha respirazione aerobica, che rilascia biossido di carbonio nell'aria o nell'acqua circostante, seguendo la reazione C6H12O6 + 6O2 6CO2 + 6H2O. Altrimenti si ha respirazione anaerobica, con rilascio di metano nell'ambiente circostante, il quale giunge fino all'atmosfera o all'idrosfera (ad esempio con i gas di palude o la flatulenza). La combustione di biomassa (ad esempio incendi boschivi, o legna usata per il riscaldamento) pu trasferire anch'essa un sostanziale quantitativo di carbonio nell'atmosfera. L'immagazzinamento di carbonio nella biosfera influenzato da diversi processi che si attuano su varie scale temporali: mentre la produttivit primaria netta segue un ciclo diurno e stagionale, il carbonio pu essere immagazzinato per diverse centinaia di anni negli alberi e fino a migliaia di anni nel suolo.

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Il carbonio pu anche lasciare la biosfera, quando la materia organica morta (come la torba) sedimenta e viene ricoperta da altri depositi sedimentari, incorporandosi nella geosfera. Lanidride carbonica, presente in atmosfera, pu essere assorbita nelle acque degli oceani sotto forma di bicarbonato ed essere stoccata anche in profondit. Sul fondo degli oceani si accumulano sedimenti derivati dalla decomposizione di organismi marini, gusci di calcite e aragonite, che possono trasformarsi in calcare attraverso il processo di sedimentazione e il cui ricircolo avviene in tempi lunghissimi. Alcuni di questi sedimenti, in determinate condizioni e in milioni di anni, possono originare giacimenti di petrolio, di carbone e di gas naturale, i quali, una volta estratti e utilizzati come combustibili per le attivit umane, si trasformano nuovamente in CO2 che ritorna in atmosfera chiudendo anche questo circolo. I mari contengono circa 36.000 miliardi di tonnellate di carbonio, in gran parte sotto forma di ione bicarbonato. La presenza di carbonio inorganico importante per la sua reattivit in acqua. Il carbonio scambiato rapidamente tra atmosfera e oceano. Nelle regioni oceaniche di upwelling, il carbonio rilasciato verso l'atmosfera. Al contrario, nelle regioni di downwelling il trasferimento di carbonio (CO2) avviene tra atmosfera e oceano. Questo scambio di carbonio diventa importante nel controllare il pH degli oceani, che possono comportarsi sia come sorgente sia come assorbente di carbonio a seconda delle condizioni.

2.1.1 Il Ciclo terrestre del Carbonio

Le piante acquisiscono la CO2 tramite una diffusione attraverso piccoli pori, gli stomi, posti nelle foglie che conducono fino ai cloroplasti dove avviene la fotosintesi. La quantit di CO2 dellatmosfera che viene fissata dalle piante, cio convertita in carboidrati durante la fotosintesi, prende il nome di produzione primaria lorda (gross primary productivity, GPP). Questa anche approssimativamente la quantit necessaria a sostenere la crescita 25

osservata nelle piante, supponendo che met della GPP sia incorporata nei nuovi tessuti delle piante (come ad esempio foglie, radici e legno), e l'altra met sia riconvertita in CO2 atmosferica dalla respirazione autotrofa, cio la respirazione dei tessuti della pianta (Lloyd e Farquhar, 1996; Warning et al., 1998). La crescita annuale delle piante la differenza tra fotosintesi e respirazione autotrofa, ed valutata come produzione primaria netta (net primary productivity, NPP). Il carbonio fissato nella NPP pu ritornare in atmosfera attraverso due processi: respirazione eterotrofa di organismi decompositori (Rh) (batteri e funghi che si nutrono di tessuti morti ed essudati); erbivori e combustione naturale o antropica (incendi). La maggior parte della biomassa morta entra nei detriti del suolo come materia organica e qui viene in parte respirata, a seconda dalla composizione chimica dei tessuti morti e delle condizioni ambientali (per esempio temperature basse, condizioni asciutte e precipitazioni rare fanno diminuire la

decomposizione). Concettualmente, possiamo distinguere molti serbatoi di carbonio nel suolo. Detriti e biomassa microbica hanno un tempo di ricambio corto (< 10 anni). Suoli modificati con carbonio umificato hanno un tempo di ritorno centennale. Suoli inerti (stabili o recalcitranti) di carbonio organico sono composti da molecole pi o meno resistenti ad una decomposizione ulteriore. Solo una frazione molto piccola della materia organica dei suoli, e una piccola frazione di biomassa bruciata, convertita in forma inerte (Schlesinger, 1990; Kuhlbusch et al., 1996). I processi naturali e i regimi di gestione possono ridurre o aumentare la quantit di carbonio immagazzinato nei suoli con tempi di ricambio nell'ordine dalle decine alle centinaia di anni (legno vivente, prodotti di legno e suolo modificato con materiale organico) e quindi influenzare l'evoluzione nel tempo della CO2 atmosferica durante il secolo. La differenza tra NPP e Rh determina la quantit di carbonio persa o accumulata nell'ecosistema, in assenza di disturbi che tendono a rimuovere tale carbonio dall'ecosistema (come raccolti o incendi). Questo bilancio di carbonio, o produzione netta dellecosistema (NEP), pu essere valutata a

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partire dalla quantit di carbonio stoccata nei diversi comparti del suolo, o attraverso misure sul flusso della CO2 tra zone di terreno e atmosfera.

2.1.2 Il carbonio Organico nel Suolo

Il suolo il maggiore serbatoio terrestre di carbonio organico. Si stima che contenga circa il doppio di quello presente in atmosfera e il triplo di quella sequestrato dalla vegetazione.

Figura 6 Il Ciclo del Carbonio negli Agroecosistemi, (Peressotti, 2009)

Le ampie dimensioni e il tempo di residenza relativamente lungo fanno di questo comparto un sink potenzialmente importante per lo stoccaggio del carbonio atmosferico. Gran parte del carbonio arriva al suolo sotto forma di foglie, rami e spoglie di animali, feci, cellule microbiche. Qui, a causa della complessa natura dei residui organici, numerose specie di microrganismi sono coinvolte nel processo di degradazione. Parte del carbonio convertito

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in CO2, parte viene incorporato nei tessuti microbici e parte viene convertito in humus che viene lentamente mineralizzato. La quantit di carbonio che ogni anno viene immobilizzata nel suolo ammonta a circa 110 1012 kg (circa il 15% della CO2 contenuta nell'atmosfera), mentre una quantit equivalente viene annualmente rilasciata in atmosfera dai processi di decomposizione nel suolo (Stevenson, 1986). La stabilit del carbonio nel suolo dipende per da diversi fattori, tra cui le condizioni climatiche: secondo Post et al. (1982) la quantit stoccata aumenta con l'aumentare delle precipitazioni, ed inversamente proporzionale alla temperatura. Secondo Tiessen et al. (1994), per esempio, il tempo medio di residenza della sostanza organica in un suolo indisturbato nella foresta pluviale venezuelana ammonta a meno di quattro anni. Il riscaldamento globale provocherebbe quindi una pi rapida

mineralizzazione della sostanza organica (Jenkinson et al., 1991) determinando cos l'instaurarsi di un feedback positivo. Infatti, mentre l'effetto dell'aumento della CO2 sulla fotosintesi raggiunge un punto di saturazione (oltre il quale le piante non riescono a utilizzare l'eccesso di CO2), l'emissione di CO2 dal terreno continua a crescere all'aumentare della temperatura. Secondo Cox et al. (2000) questultimo processo diventer prevalente intorno al 2050 e il carbonio stoccato nel suolo subir un decremento di circa 170 Gt C tra il 2000 e il 2100, accelerando il tasso dincremento della CO2 atmosferica. Anche la deforestazione e le normali pratiche agricole quali l'aratura, causano lalterazione della struttura del suolo e la sua ossigenazione, accelerano la decomposizione della sostanza organica. Per limitare le emissioni di CO2 ed aumentare la capacit di trattenere il carbonio nel suolo, ma anche per migliorarne le caratteristiche fisiche, vengono incentivate pratiche agricole meno impattanti, quali le arature superficiali o le colture permanenti (Cerri et al., 2004).

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2.1.3 La respirazione del suolo

La respirazione aerobica in generale un processo esoergonico, nel quale lenergia presente nei legami chimici dei composti organici (CH2O), formati durante i processi di fotosintesi, resa disponibile per lo svolgimento dei processi fisiologici di piante, animali e microrganismi. Tramite la respirazione aerobica il carbonio presente nel substrato organico ossidato a CO2, mentre lossigeno viene ridotto a H2O, liberando, cos, lenergia contenuta nei legami chimici.

CH2O + H2O + O2 = CO2 + 2 H2O + energia Il flusso di CO2 dal suolo (respirazione del suolo), risulta essere una delle maggiori componenti che caratterizzano il ciclo del carbonio in ecosistemi terrestri e a livello globale stimato essere di circa 50 - 75 Gt C anno-1, contribuendo quindi per il 20 - 40% al flusso totale di CO2, che dagli ecosistemi terrestri passa allatmosfera (Raich e Schlesinger 1992; Schimel 1995). Il flusso di CO2 ha origini da fonti diverse e le due principali sono (1) la respirazione eterotrofa, a carico dei microrganismi, i quali decompongono la sostanza organica del suolo (SOM), che a sua volta pu essere scomposta in lettiera fresca e sostanza organica nativa del suolo e (2) la respirazione autotrofa, a carico delle radici (Figura 7). A queste si possono aggiungere le fonti di CO2 relative ai processi chimici di ossidazione e di dissoluzione dei carbonati (Burton e Beauchamp, 1994).

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(C recente) Allocazione alle radici Dipende da: Fotosintesi Apporto di nutrienti Umidit del suolo Et del sistema Specie Radici e Micorrize vive

Fotosintesi Dipende da: Apporto di nutrienti Temperatura Umidit del suolo Luce Et del sistema Orizzonti organici

(C recente e vecchio) CO2

Respirazione autotrofa Dipende da: Allocazione Temperatura Umidit del suolo Riserve

Essudati

Microbi

Respirazione eterotrofa Dipende da: Allocazione Temperatura Umidit del suolo Qualit della lettiera C labile del suolo

Radici e Micorrize morte

C recalcitrante del suolo

Figura 7: Modello concettuale che propone le componenti del flusso di CO2 dal suolo e i fattori che le influenzano. modificato da Ryan et al., 2005

Leterogeneit della struttura del suolo, della temperatura, dellumidit, della densit di colonie batteriche e funghi e della densit radicale, e della presenza di sostanza organica nel suolo, influenza notevolmente il flusso di CO2, con valori variabili sia spazialmente sia temporalmente. Inoltre la variabilit della diffusione della CO2 nel suolo influenzata sia da gradienti di concentrazione sia dal variare della pressione atmosferica. La misura del flusso di CO2 dal suolo effettuata a intervalli orari o giornalieri ha una buona correlazione con la temperatura del suolo e/o con il suo contenuto in umidit (Janssens et al. 2000), ad esclusione di valori di umidit troppo bassa o troppo elevata. Infatti, nel caso di disponibilit limitata di acqua sia la respirazione batterica che radicale, risulta fortemente inibita. Oltre alla carenza dacqua vengono a essere meno disponibili anche le forme disciolte di carbonio (DOC, dissolved organic carbon), che rappresentano un substrato importantissimo per la respirazione eterotrofa del suolo (Billings et al. 1998). In condizioni di saturazione idrica, invece, il fattore limitante la scarsa aerazione che viene a crearsi nel suolo (Freijer e Leffelaar 1996).

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I processi di respirazione da parte della componente eterotrofa del suolo vengono anche influenzati dalla qualit del substrato presente, (gren e Bosatta 1996).

2.2 Il ciclo dellazoto

Lazoto il pi importante dei macronutrienti: entra a far parte degli acidi nucleici, delle proteine e di una serie di composti di grande importanza biologica come i nuclei porfirinici. Il suo ciclo molto complesso in quanto comprende forme solide, solubili e insolubili, liquide e gassose. Lazoto soggetto a un grande dinamismo e, secondo le condizioni ambientali in cui si trova, una serie di reazioni, in cui spesso sono protagonisti i microrganismi, lo trasformano da una specie allaltra. Il processo che mette in relazione il pool dellazoto atmosferico (N2) con il suolo rappresentato dallazotofissazione, una serie di reazioni che convertono lazoto elementare in forma inorganica, principalmente in ammonio (NH4+) e nitrato (NO3 ), disponibile per le piante. La sostanza organica e gli ioni ammonio fissati costituiscono le principali riserve di azoto nel suolo (Petronici, 1991). Lazoto organico presente in gran parte degli apporti organici al suolo, nei prodotti umificati di resintesi e nelle biomasse degli organismi viventi (Sequi,1991). La componente organica quasi completamente non disponibile per le piante. Essa coinvolta in una serie di trasformazioni chimiche e meccaniche, disgregazioni fisiche e biochimiche (come idrolisi e ossidazioni) che rientrano sotto il nome di mineralizzazione. Le due forme inorganiche (NO3 e NH4+) rappresentano la frazione metabolicamente pi attiva, pur costituendo una frazione molto piccola (spesso minore del 2%) dellazoto totale; la nutrizione azotata delle colture dipende, infatti, dalla loro disponibilit e la velocit della maggior parte delle reazioni che compongono il ciclo dellazoto. La concentrazione di

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azoto inorganico nel suolo dipende dallandamento dei processi di mineralizzazione e dimmobilizzazione. Il primo definito come quella serie di reazioni che trasformano lazoto organico nella forma ammoniacale, reazioni operate generalmente dalla popolazione eterotrofa che utilizza i composti azotati organici come fonte di energia. Il secondo (il processo dimmobilizzazione dellazoto) invece definito come quella serie di reazioni che trasformano i composti inorganici (NH4+, NO3 , NO2 ) nelle forme organiche (Goldbeg e Nannipieri, 1991). Lammonio pu subire una serie di reazioni ossidative: la nitrosazione, che consiste nellossidazione dellammonio a nitrito (processo mediato da microrganismi come Nitrosomonas), e la nitrificazione, ultimo processo ossidativo che conduce alla formazione di nitrato (mediato da Nitrobacter) (Addiscott et al., 1990). Lo ione nitrato rappresenta il prodotto della completa ossidazione dellazoto organico e pu quindi accumularsi nel terreno; inoltre, essendo carico negativamente, non trattenuto dai colloidi del suolo, dotati a loro volta di cariche negative, ed mobile nella soluzione circolante (Addiscott et al., 1991). Infine gli output di azoto dal sistema avvengono tramite diversi processi. Lasportazione ad opera delle piante che utilizzano lazoto minerale, per costituire le proteine del protoplasma cellulare, la quale raggiunge valori sensibili al momento del raccolto. Si possono avere perdite per dilavamento e infiltrazione verso sistemi contigui quali le falde idriche quando la concentrazione di nitrati presente nel terreno superiore ai fabbisogni degli apparati radicali delle piante. I nitrati sono, infatti, idrosolubili e quindi facilmente vulnerabili a essere dilavati (Addiscott et al., 1991). La loro pericolosit ambientale deriva dal fatto che, una volta entrati nel sistema acquifero mediante un movimento verticale, essi possono poi essere dislocati per movimento orizzontale, andando ad accumularsi in bacini e riserve idriche poste anche a grande distanza dal luogo di originaria percolazione. La denitrificazione a causa della riduzione del nitrato a forme gassose come azoto elementare o ossidi dazoto procura delle perdite dellelemento in tutti

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i suoli ma si raggiungono valori quantitativamente significativi solo in suoli asfittici (Petronici, 1991). Altre vie di fuoriuscita dellazoto dal sistema suolo sono rappresentate dalla volatilizzazione, che comporta la perdita di azoto ammoniacale che passa in forma gassosa e dal ruscellamento, che pu trasportare per erosione particelle di argilla con adsorbito dellazoto ammoniacale.

2.2.1 Il dilavamento di azoto dai suoli

Le perdite di azoto per dilavamento riguardano specialmente la forma nitrica: esse possono raggiungere il valore del 99% dei nitrati presenti, mentre per la forma ammoniacale le perdite sono inferiori all1% (Petronici, 1991). La perdita di nitrati dipendente da vari fattori: oltre agli input di azoto da fertilizzanti commerciali, letame, atmosfera, risultano importanti anche gli output di azoto, dovuti alla raccolta e asportazione dei prodotti vegetali e/o animali. Assume importanza determinante il tipo di suolo, in particolare la granulometria e la struttura, il tipo di coltura e il tipo di copertura del suolo durante le stagioni (Park et al., 2000). La lisciviazione dei nitrati un processo naturale e non pu esistere nessun agroecosistema efficiente al 100% nelluso dellazoto. La maggior parte dei sistemi possono per essere migliorati cercando di arrivare alla fine della stagione colturale con la minor concentrazione possibile di nitrato nel suolo, con il risultato di ottenere una diminuzione della perdita di nitrati ogni inverno (Addiscott et al., 1991). Unazione per favorire questo, potrebbe essere lapplicazione al suolo, come fertilizzante, di biochar. Secondo Leehman et al. (2003) il biochar in grado di assorbire e trattenere i nitrati per diverso tempo impendendone la lisciviazione. L'inquinamento idrico provocato dai nitrati stato favorito dai metodi di produzione agricola intensiva, che hanno portato a un maggiore impiego di

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fertilizzanti chimici e alla pi forte concentrazione di capi di bestiame in piccoli appezzamenti. Un alto tasso di nitrati nellacqua pu provocare problemi di salute pubblica. Il principale rischio per la salute umana si ha quando i batteri intestinali riducono i nitrati in nitriti. Questi sono in grado di trasformare lemoglobina in metaemoglobina causando la condizione conosciuta come metaemoglobinemia, per cui il sangue perde la capacit di trasportare unadeguata quantit di ossigeno alle cellule. I sintomi osservabili sono cianosi e asfissia (Santamaria, 2002). La fascia di popolazione ritenuta pi a rischio quella dei neonati fino a sei mesi di et nei quali il 100% dei nitrati ingeriti vengono trasformati in nitriti (Virtuose et al., 1997), mentre negli adulti questa percentuale di circa il 10%. Lazoto insieme al fosforo rappresenta il maggior nutriente che controlla la produzione primaria negli ecosistemi acquatici e se presenti in quantit elevate, possono provocare fenomeni di eutrofizzazione, che si evidenziano in uneccessiva crescita di alghe; aumenta cosi il consumo di ossigeno, e la mancanza di questultimo provoca alla lunga la morte dei pesci. Infine oltre ai danni economici diretti, dovuti alla diminuzione del potenziale di utilizzo della risorsa (riduzione della qualit e quantit del pescato, riduzione dellafflusso turistico in zone balneari con acque di scarsa qualit), un altro problema fondamentale risulta la depurazione di queste acque. Disinquinare molto costoso e richiede scelte coraggiose e a lungo termine da parte della pubblica amministrazione. La direttiva 91/676/CEE, nota come "direttiva Nitrati" stata adottata dalla CEE nel 1991 a protezione delle acque sotterranee minacciate da uno sfruttamento eccessivo del suolo agricolo, con accumulo di nitrati. Con essa gli stati membri individuano sul proprio territorio le acque, di superficie o sotterranee, inquinate o che potrebbero essere inquinate, sulla base della procedura e dei criteri di cui nella direttiva e le zone vulnerabili che concorrono all'inquinamento. Inoltre gli Stati membri elaborano e applicano programmi di azione per le zone vulnerabili intesi a limitare l'impiego in

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agricoltura di fertilizzanti che contengono azoto e fissare restrizioni per l'impiego in agricoltura di effluenti di allevamento.

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3 Il Biochar: il carbone di origine vegetale


3.1 Le origini del Biochar: Terra Preta do Indios

Figura 8: Terra Preta do Indios, Manaus (http://philipcoppens.com/terrapreta.html)

Al contrario dei suoli fortemente alterati tipici della foresta amazzonica (soprattutto Ferrasol ed Acrisol), di colore rosso, poco fertili perch ricchi in caolinite, dal pH acido e ricchi in alluminio, i suoli denominati Terra Preta do Indios hanno un colore nero, un pH alcalino, ospitano microrganismi endemici (O'Neill, 2006) e sono particolarmente fertili.

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Fig 9: Profilo di sinistra rappresenta un oxisol poco fertile, confrontato con un profilo di destra denominato Terra Preta ricco di sostanze carboniose e altamente fertile, Manaus, Glaser 2007.

Essi sono inoltre caratterizzati da un alto contenuto in materiale carbonioso (oltre 70 volte pi dei suoli circostanti e fino a una profondit di 40-80 cm), prodotto dalla combustione incompleta di parti vegetali (probabilmente resti di fuochi per cucinare il cibo) e introdotto volontariamente nel terreno dalle popolazioni locali in migliaia di anni (SombroekWG, 1966 AmazzonsSoils). CAPD, Wageningen, NL - Glaser et al. 2004, Falco et al. 2003, Erikson et al. 2003). In realt i residui carboniosi da combustione incompleta di biomasse o combustibili fossili (black carbon) sono ubiquitari nei suoli e nei sedimenti, a causa dincendi di origine naturale e da fonti antropiche, che producono dall1% al 5% di Carbonio pirogenetico. Anche nel clima umido e temperato della Galizia sono stati studiati terreni contenenti notevoli quantit di black carbon risalente a focolari di oltre 8000 anni fa, che hanno causato l'accumulo di sostanze aromatiche in suoli ricchi didrossido di alluminio (Kaal et al. 2008). Secondo studi svolti in varie localit della Germania, il black carbon contribuisce notevolmente al contenuto di humus dei terreni situati in aree industrializzate, ma anche in zone pi remote, con

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apporti tra il 2.7% e il 13.1% del Carbonio organico (Brodowski et al., 2007). Frammenti di piante carbonizzate costituiscono anche una componente importante della frazione umica di suoli vulcanici giapponesi (Shindo et al. 2004). Le terre nere dell'Amazzonia hanno un alto contenuto di nutrienti e di sostanza organica stabile, e presentano un'elevata capacit di scambio cationico (Glaser et al., 2001, Steiner et al., 2004, Liang et al., 2006). Secondo Glaser et al., 2001, la frazione carboniosa deve la sua stabilit chimica e microbiologica alla sua complessa struttura policiclica aromatica, ed in grado di persistere nell'ambiente per secoli. Durante questo periodo, la sua struttura aromatica viene lentamente ossidata producendo gruppi carbossilici, e questo aumenta la capacit delle particelle carboniose di trattenere i nutrienti. Anche secondo gli agricoltori locali le terre nere amazzoniche sono molto pi fertili dei terreni circostanti, e la ricchezza in carbonio che conferisce questa capacit persiste anche dopo molti secoli dall'abbandono da parte delle popolazioni indigene consentendo coltivazioni senza uso di fertilizzanti (Glaser et al., 2001; German, 2002). Il carbone interrato dagli indios amazzonici per incrementare la produzione delle proprie colture potrebbe diventare un fattore chiave per la sostenibilit e la fertilit del suolo delle aree umide tropicali, ma potrebbe anche rappresentare, per l'elevata recalcitanza della sua struttura aromatica, un sink ideale per immobilizzare il carbonio e diminuirne le emissioni in atmosfera (Kuhlbusch et al., 1996). Al contrario della tecnica del taglia e brucia largamente utilizzata nelle zone tropicali, che impone un continuo nomadismo a causa della rapida perdita di fertilit del terreno, la carbonificazione e l'interramento dei residui vegetali forniscono al suolo consistenti quantit di sostanza organica stabile, con una forte capacit di trattenere i nutrienti. In un'epoca in cui il riscaldamento globale, dovuto all'effetto serra rappresenta uno dei pi grossi problemi ecologici e per l'umanit, la tecnica del taglia e carbonifica (slash and char) potrebbe diventare, inoltre un importante mezzo per prevenire il rilascio di grosse

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quantit di CO2 in atmosfera. Lo slash and char inoltre non richiede di abbattere nuove porzioni di foresta vergine, perch le biomasse da carbonificare provengono dallo stesso appezzamento coltivato e gran parte del carbonio (mediamente pi del 50%, secondo diversi esperimenti in laboratorio) viene trattenuto nel sistema (Lehmann et al., 2002). L'agricoltura slash and char non rappresenta soltanto un'alternativa a tecniche meno efficienti per le colture tropicali, ma anche in altri contesti pu diventare un mezzo economico e rispettoso dell'ambiente per migliorare le rese agricole e allo stesso tempo, se applicato su larga scala, per contenere le emissioni di anidride carbonica in atmosfera. La carbonificazione di biomasse e l'interramento nei suoli agricoli del carbone vegetale cos ottenuto potrebbero quindi rappresentare una nuova tecnica per gestire i residui vegetali, alternativa alla combustione, all'abbandono in superficie o all'interramento e anche al compostaggio, da cui si origina humus stabile destinato per alla progressiva e veloce decomposizione. Anche il dissodamento del terreno, che causa la perdita di circa il 12% del carbonio organico totale, non incide significativamente sulla quantit di carbonio pirogenetico. In sostanza il black carbon rappresenta un sink per il carbonio, poich lo rimuove da un ciclo a breve termine, lo inserisce in un ciclo a lungo termine (Forbes et al., 2006, Preston e Schmidt, 2006, Brodowski et al., 2005, Brodowski et al., 2007).

3.1.1 Gestione, produzione e ricerca

Per immobilizzare rapidamente e permanentemente grosse quantit di anidride carbonica attraverso linterramento di carbone vegetale, necessario utilizzare processi controllati che consentano di trasformare le biomasse in biochar con un alto rendimento. Il carbone vegetale viene prodotto tradizionalmente nelle carbonaie, costituite da cumuli di legna coperti da terreno per isolarla dall'aria e permetterne la trasformazione in condizioni di carenza di ossigeno. Sullo stesso principio si basano i processi industriali di pirolisi: la decomposizione termochimica di materiali organici 39

viene ottenuta mediante lapplicazione di calore in assenza di agenti ossidanti (O2). Reazioni radicaliche di cracking, a temperature di 400-800, causano la scissione dei legami delle molecole di partenza, e il riassemblamento successivo e originano, in quantit variabili secondo le condizioni di reazione e della durata del trattamento, un residuo carbonioso solido (char), un liquido nero viscoso (tar) e una miscela gassosa composta sostanzialmente da CO e H2 (syngas). Il processo esotermico, cio dopo l'apporto di calore iniziale si autosostiene, e porta alla formazione di quantit minime anidride carbonica. Processi di pirolisi vengono utilizzati industrialmente per lo smaltimento dei rifiuti, per produrre combustibili solidi, liquidi e gassosi e per la formazione di carboni attivi e intermedi chimici. Se lo scopo del trattamento , per l'immobilizzazione del carbonio per il contenimento dell'effetto serra, dovranno essere utilizzate le condizioni di processo che massimizzino la formazione di char. Le tecniche pi comuni di fast e flash pirolisi utilizzano tempi di residenza inferiori ai due secondi e temperature comprese tra i 350 e i 500 C. Alte pressioni di vapor d'acqua all'interno del forno, inoltre, aumentano la resa in carbone, agendo da catalizzatore (Antal et al. 2003). Come messo in evidenza da Gundale e De Luca (2006), Harris et al. (2007a, 2007b) e da Gaskin et al. (2007), la temperatura di pirolisi e il tipo di materiale usato determinano la formazione di biochar con caratteristiche diverse, tra cui, fra quelle dinteresse agronomico, differenze nelle concentrazioni di nutrienti, nella capacit di scambio cationico (CSC) e nel pH. Il biochar pu essere ottenuto a partire da svariati tipi di residui: stocchi di mais, gusci di noce arachide o karit, lavorazione delle olive, pula di riso, scarti di potatura e di lavorazione del legno, letame e pollina. Con opportune condizioni di pirolisi, dalla biomassa si ottiene, oltre al biochar, syngas combustibile, in cui si ritrova circa il 50% del carbonio iniziale (Lehmann 2007).

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Figura 10: Ciclo di produzione del biochar (Lehmann 2007)

Questo pu essere utilizzato, oltre che per ottenere gas tecnici come l'idrogeno, come fonte di energia per avviare una nuova pirolisi (il processo, una volta iniziato, esotermico), per essiccare le biomasse fresche da avviare a pirolisi o come combustibile per scopi diversi. In questo modo, la carbonificazione una tecnologia a bilancio negativo del carbonio (carbonnegative) in quanto solo met del carbonio assorbito dalla biomassa viene reimmesso in atmosfera, mentre la parte rimanente viene immobilizzata nel suolo ed ha un'altissima stabilit.

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Figura 11: Ciclo del carbonio in un sistema fotosintetico, carbone neutral (immagine di destra), confrontato con un ciclo del carbonio dove la biomassa vien sequestrata come

Con la combustione ossidante dei vegetali nelle centrali a biomassa, al contrario, quasi tutta la CO2 viene restituita all'atmosfera per la produzione di energia, determinando un bilancio pressoch in pareggio, se non viene prodotta CO2 durante la coltivazione della biomassa. Anche l'interramento dei residui colturali tal quali porta a una degradazione pressoch totale della sostanza, con liberazione del 100% del carbonio in atmosfera, ma in questo caso tutta l'energia contenuta nella biomassa viene persa. Per produrre la stessa quantit di energia persa si dovranno quindi utilizzare altre fonti, e nel caso si utilizzassero combustibili fossili, si avrebbe per unaltra liberazione di CO2. Altre fonti di energia rinnovabile, come il solare, l'eolico, il geotermico o l'idroelettrico, che non comportano emissioni di CO2, non consentono comunque di sequestrare anidride carbonica dall'atmosfera, rappresentando sistemi carbon-neutral. Solo la produzione di energia dalla pirolisi di biomasse e l'interramento del biochar prodotto, rappresenta una tecnica a bilancio negativo del carbonio; inoltre il riutilizzo dei residui anzich la coltivazione di piante a rapida crescita per la produzione di 42

biochar ed energia, eviterebbero la competizione con la produzione di derrate alimentari. Il biocarbone potrebbe conferire al terreno un notevole miglioramento delle qualit agronomiche, come sembrano indicare i suoli antropogenici ricchi di materiale carbonioso denominati terra preta. La capacit di scambio cationico (CSC) aumenta a causa dell'ossidazione della superficie del biochar, su cui, a differenza che sulle particelle di suolo, si pu evidenziare un alto rapporto O/C (Brodowski et al., 2005). Nonostante la recalcitanza e il lungo tempo di persistenza delle particelle carboniose nel suolo, le loro propriet non sono immutabili, ma si modificano nel tempo. Si assiste, infatti, alla formazione di gruppi funzionali fenolici e carbossilici, che conferiscono alle superfici delle cariche pH-dipendenti (Cheng et al., 2008). Allo stesso modo della sostanza organica, il biochar quindi in grado di trattenere notevoli quantit di cationi scambiabili, grazie anche alla sua elevata porosit e al conseguente altissimo rapporto superficie/volume. Secondo Lehmann et al. (2003) nei terreni antropogenici amazzonici, che contengono una gran quantit di nutrienti scambiabili, questi non subiscono lisciviazione, fornendo una spiegazione alla loro prolungata fertilit. Anche apportando azoto come fertilizzante, questo non viene dilavato ma rimane disponibile per le piante. Il pH del terreno subisce un incremento, a causa delle sostanze basiche contenute nel biochar; in suoli acidi viene quindi migliorata l'abitabilit da parte delle piante, che trovano maggior disponibilit di fosforo e minore di alluminio, fitotossico. Alcuni tra gli stessi cationi che conferiscono alcalinit al terreno, come calcio e potassio, sono anche dei nutrienti importanti, e si trovano in forma facilmente scambiabile (Chan et al., 2007; Yamato et al., 2006). Con l'ossidazione delle superfici, per, in breve tempo si formano numerosi gruppi funzionali acidi, che abbassano nuovamente il pH e possono incrementare la quantit di alluminio disponibile (Cheng et al., 2006). Il biochar conferisce inoltre struttura al terreno, e anche in terreni pesanti argillosi, che danno croste superficiali o che presentano problemi di eccessiva sodicit, ne migliora le propriet meccaniche diminuendone la

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forza di trazione (Chan et al., 2007), mentre solo aggiunte di quantit consistenti di biochar aumentano significativamente la capacit di campo e la capacit di ritenzione idrica (Chan et al., 2007; Gaskin et al. 2007). Grazie ai miglioramenti del suolo dovuti all'interramento di biochar, le rese agricole possono diventare molto maggiori (Nishio, 1996; Hoshi, 2001; Lehmann et al., 2003; Amata et al., 2006; Chan et al., 2007; Rondon et al., 2007). Una maggior fertilit si traduce inoltre in una maggior efficienza fotosintetica, in un maggior sviluppo della biomassa e quindi in un maggior sequestro di carbonio e, se la biomassa viene infine utilizzata per produrre biochar, il ciclo si autoalimenta. Un fattore limitante potrebbe essere per rappresentato dalla quantit di azoto disponibile (Chan et al., 2007). Il biochar ha, infatti, normalmente un rapporto C/N molto alto (intorno a 200), ma facendo opportune fertilizzazioni con azoto ammonico o ureico, questo potrebbe essere trattenuto e reso disponibile alle piante grazie all'elevata CSC. anche ipotizzabile una miscelazione alle biomasse in fase di pirolisi di ammoniaca (prodotta con l'idrogeno proveniente dalla pirolisi stessa, Day et al., 2004) o derivati (carbonato dammonio, idrazina, idrossilammina, urea) in modo da far depositare sali d'ammonio nei micropori del biochar (Bimer et al., 1998) oppure lutilizzo di sostanze organiche proteiche come materia prima della pirolisi. Dalla caseina, per esempio, possibile ottenere un biochar con oltre il 9% di azoto ed elevata porosit (Purevsuren et al., 2003). Peraltro, secondo Rondon et al. (2007) la capacit di fissazione biologica dell'azoto da parte di Rhizobium simbionti con leguminose (nel caso citato: Phaseolus vulgaris L.) viene incrementata dall'addizione di biochar nel suolo, costituendo un'ulteriore potenzialit di fertilizzazione dei terreni agrari. I cambiamenti nelle propriet chimico-fisiche del suolo ammendato con biochar determinano, infatti, mutamenti anche nell'ecosistema suolo; la disponibilit di nutrienti e l'elevata porosit creano degli habitat, dove i batteri terricoli e le ife fungine possono crescere al riparo dai predatori, consentendo lo sviluppo di efficienti simbiosi micorriziche (Nishio, 1996; Yamato et al., 2006; Warnock et al., 2007).

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In sostanza, a fronte di un aumento delle rese agricole, l'impiego del biochar comporta un apporto netto di nutrienti, una minore lisciviazione e il miglioramento della fertilit biologica, consentendo un minor impiego di concimi chimici, con minori spese per gli agricoltori e minor impatto sull'ambiente, minor consumo di risorse ed energia. La capacit di incrementare il pH del suolo, come altre propriet, dipende dalla temperatura cui stato ottenuto il biochar: pirolisi ad alta temperatura (800C) porta alla produzione di un biochar molto basico, in quanto vengono concentrati gli ossidi di Calcio, Potassio e Magnesio, poco volatili. Questo biochar risulta, tuttavia, povero in composti come NH4+ e PO43-, che volatilizzano a temperature inferiori (Gundale e De Luca, 2006). Attualmente le coltivazioni basate sulla sostenibilit ambientale e il rispetto dell'ambiente, si basano sull'utilizzo di compost, la cui produzione rilascia per una notevole quantit di CO2 in atmosfera (Harris e Hill, 2007). Finora stata considerata la mitigazione dell'effetto serra dovuto all'utilizzo del biochar soltanto in quanto sink in grado di immagazzinare carbonio. Come ricordato in precedenza, un altro importante gas sera lN2O, che ha un effetto 296 volte maggiore a quello della CO2 (IPCC, 2001) e viene originato principalmente dalla denitrificazione dei suoli in condizioni anaerobiche. Secondo Yanai et al. (2007), applicazioni di biochar riescono a ridurre lo sviluppo di N2O in terreni sottoposti a sommersione, dove normalmente si ha denitrificazione. Questo effetto non sarebbe dovuto a un'inibizione dei batteri denitrificanti causata dalla composizione del biocarbone, ma probabilmente alla sua struttura altamente porosa, in grado di equilibrare efficacemente aria e acqua tra macropori e micropori. Anche con elevate quantit d'acqua trattenuta, evidentemente c' ancora sufficiente aria nel terreno da contenere l'emissione di N2O. Un'ulteriore propriet del black carbon originato da combustioni di vario tipo e depositato nei sedimenti, e quindi anche del biochar, che ha una struttura analoga, consiste nella capacit di adsorbire e trattenere inquinanti persistenti e cancerogeni, in particolare quelli a struttura planare come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), proteggendo quindi gli organismi

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dalla bioaccumulazione (Koelmans, 2005). Secondo Chai et al. (2007), il desorbimento degli inquinanti dai sedimenti risulta rallentato anche da piccole quantit di black carbon, a causa della sua notevole capacit adsorbente e della sua ridotta velocit di diffusione. Questo fatto apre interessanti prospettive per l'utilizzo del biochar anche negli interventi di ripristino ambientale. A fronte del grande numero di studi che confermano l'efficacia del biochar, c da sottolineare come la fase di sperimentazione sia in una fase iniziale transitoria, dove i numerosi studi sono stati verificati in campo in climi tropicali e in condizioni controllate di laboratorio. Si presenta, quindi, la necessita di proseguire la sperimentazione in climi temperati valutando, come le molteplici condizioni dinamiche, influenzino lazione del biochar. Una spinta definitiva sia per lutilizzo che per la sperimentazione potrebbe venire dagli incentivi previsti dai trattati internazionali sulla riduzione dei gas serra in atmosfera, con l'inclusione di questa tecnica nel sistema di mercato delle quote di carbonio. Per fare ci necessaria per una quantificazione precisa del carbonio che pu essere sequestrato (Lehmann et al., 2006) e sono quindi necessari ulteriori studi sulla stabilit del biochar e sulle sue interazioni con gli altri componenti del suolo e con l'ambiente circostante.

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3.2 Propriet fisiche del biochar

3.2.1 Struttura del Biochar

In termini di struttura chimica, il biochar pu essere considerato come un composto altamente aromatico, contenente pile di strati grafitici allinterno, disposte in maniera casuale. Le caratteristiche fisiche del biochar dipendono non solo dalla materia organica di partenza, ma anche dai sistemi di carbonizzazione o pirolisi, con cui il biochar viene prodotto, incluse tutte le operazioni pre e post trattamento della biomassa e del biochar. Gi nel 1951, Franklin aveva osservato che la struttura del biochar era dipendente dalla temperatura di carbonizzazione e dalla biomassa di partenza. Il grado di alterazione delle strutture originali della biomassa, attraverso riarrangiamenti microstrutturali, attriti e formazione di fratture, dipendono principalmente dalle condizioni dei processi a cui essa esposta. Dato che biochar un termine usato per indicare solidi ad alto contenuto di carbonio formatisi come risultato di un processo di pirolisi della materia organica, tale materiale pu essere originato da una vasta gamma di biomasse. La struttura originale di partenza di molti tipi di biomasse rimane anche nel biochar prodotto (Laine et al, 1991; Wildman e Derbyshire, 1991) e ha un influenza determinante sulle propriet fisiche e sulle caratteristiche strutturali. Durante i processi di pirolisi, vi una perdita di massa (principalmente composti organici volatili) e un restringimento

disomogeneo di volume. Quindi, durante le conversioni termiche, lo scheletro di carbonio e i minerali formatisi conservano una porosit rudimentale e la struttura originale del materiale. La struttura cellulare di origine, che pu essere identificata nel biochar prodotto, contribuisce alla maggior parte della macroporosit presente (Wildman e Derbyshire, 1991). Anche la composizione chimica della biomassa di partenza gioca un ruolo importante sulla natura fisica del biochar prodotto. Fino alla temperatura di

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circa 120 C la materia organica inizia a subire delle decomposizioni termiche che portano alla perdita di umidit chimica. Nellintervallo tra 200C e 260C viene degradata lemicellulosa, la cellulosa tra 240C e 350C e la lignina tra 280C e 500C (Sjstrrm 1993). Pertanto, la proporzione tra questi componenti, influenzer il grado di reattivit e quindi il grado con cui la struttura fisica verr modificata durante i processi termici. Inoltre, da ricordare che presente una frazione di componenti inorganiche (ceneri) che avr implicazioni sulla struttura finale del biochar. Alcune condizioni di processo possono generare fusione o sinterizzazione delle ceneri, che rappresentano il peggior cambiamento nella composizione fisica e strutturale del biochar. I principali parametri di processo da tenere in considerazione durante la pirolisi, a causa del loro stretto legame con le propriet finali del biochar sono: la velocit di riscaldamento, la pi alta temperatura di trattamento (High Temperature Treatment HTT), la pressione, il tempo di residenza delle reazioni, il recipiente di reazione (orientamento, dimensioni, regime di miscelazione, catalisi, ecc.), pre-trattamenti (essiccamento, comminuzione, attivazione chimica, ecc.), la portata delle componenti accessorie (azoto, CO2, aria, vapore ecc.) e post-trattamenti (frantumazione, setacciatura, attivazione, ecc.). Tra tutti questi parametri citati quello da tener in maggior considerazione la HTT in quanto proprio la temperatura ad influenzare maggiormente i cambiamenti fisici fondamentali che avvengono nella materia (rilascio di volatili, formazione di intermedi sciolti e rilascio di tali intermedi). Il range di temperatura cui avvengono questi fenomeni dipende dal tipo di biomassa. (Lua et al., 2004)

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3.2.2 Influenza della struttura molecolare di partenza sulla morfologia del Biochar

La struttura molecolare di partenza del biochar ne determina sia larea superficiale, che la porosit. I materiali solidi carboniosi contengono al loro interno particelle cristalline (cristalliti) con diametri dellordine dei nanometri, composte da strati simili a quelli della grafite, ma non allineati (Warren et al., 1942). Attraverso le diffrazione a raggi X stato possibile osservare che la struttura del biochar in generale amorfa, ma con allinterno alcune strutture cristalline (Quadeer et al., 1941) formate da componenti aromatici altamente coniugati. Le aree cristalline possono essere visualizzate come pile di fogli di composti aromatici con collegamenti incrociati di tipo casuale. Come la grafite tali strutture sono buoni conduttori nonostante le loro piccole dimensioni (Carmona e Delhaes, 1978). Perci le microcristalliti sono spesso chiamate fase conduttiva. Le altre parti non conduttive che completano la struttura del biochar sono composti organici alifatici e aromatici di struttura complessa (compresi residui volatili) e componenti inorganici (ceneri inorganiche) (Emmerich et al., 1987). Tale struttura completata da spazi vuoti presenti nei pori (macro, meso e micro pori) e da fratture e morfologie delle cellule della biomassa di origine. Il processo di pirolisi allarga le cristalliti e favorisce un loro ordinamento spaziale. Temperature di trattamento sempre pi elevate incrementano ulteriormente queste caratteristiche (Lua et al. nel 2004).

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3.2.3 Area superficiale dei suoli e biochar

La forma, le dimensioni e il numero delle particelle solide determinano la superficie specifica, che una caratteristica molto importante per un suolo, dato che influenza tutti gli aspetti legati alla fertilit dello stesso, come contenuto dacqua e daria, cicli dei nutrienti e attivit microbica. La definiamo come: = =

dove S la superficie del granulo, M la massa, V il volume e la densit. Ad esempio la bassa capacit dei suoli sabbiosi di trattenere acqua e nutrienti parzialmente collegata alla bassa superfice specifica di tali suoli (Throe e Thompson, 2005). Le sabbie grossolane hanno una superficie specifica molto bassa (circa 0,01 m2/g), mentre le sabbie fini hanno una superficie specifica pi alta (circa 0,1 m2/g). Le argille si aggirano su valori che vanno dai 5 m2/g della caolinite a 750 m2/g della Na-Montmorillonite. I suoli contenenti unampia frazione di argille potrebbero avere unampia capacit di trattenere lacqua, ma magari una bassa areazione (Throe e Thompson 2005). Alti contenuti di materiale organico si sono dimostrati risolutivi per problemi sia di bassa ritenzione idrica nelle sabbie che di eccessiva ritenzione nelle argille (Throe e Thompson 2005). Esistono indicazioni su come il biochar potrebbe migliorare la qualit dei suoli dando molti pi benefici di una semplice aggiunta di materiale organico (Chan et al., 2007). La superficie specifica del biochar risulta essere pi alta di quella della sabbia e comparabile o pi alta di quella delle argille, di conseguenza produrr, quando aggiunto come ammendante, un netto incremento nella superficie specifica dei suoli. E da sottolineare che secondo esperimenti svolti sia in campo che in laboratorio, la massa microbica del suolo incrementa con laumento del contenuto di argille (Amato and Ladd, 1992;

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Juma, 1993; Muller and Hoper, 2004), e questa risposta associata allaumento dellarea superficiale (Juma, 1993).

La vasta area superficiale aumenta, anche, le capacit adsorbenti in grado di assorbire molti tipi di sostanze, attraendo le molecole nella loro superficie interna. Chiaramente la distribuzione e la dimensione dei pori sono i fattori che influiscono e determinano questo meccanismo. I micropori (diametro < 2nm) influiscono molto sullarea superficiale del biochar e sono responsabili dellalta capacit di adsorbimento di molecole di piccole dimensioni come gas e comuni solventi (Rouquerol et al., 1999). Per quanto concerne questa trattazione chiameremo micropori i pori con diametro minori di 2 nm, mesopori i pori con diametri compresi tra 2 nm e 50 nm e macropori i pori con diametro superiore a 50 nm. stato dimostrato che alte temperature e alti tempi di ritenzione durante le produzione di biochar tendano a generare un alto numero di micropori. Ci stato provato da Zhang et al. nel 2004: considerando un biochar prodotto da gusci di granturco, si nota che la frazione di porosit dovuta ai micropori superiore se il carbone preparato a 800C piuttosto che a 700C. Larea superficiale aumenta in generale allaumentare della temperatura fino a quando non si raggiungono temperature tali da innescare reazioni di deformazione che creano un decremento dellarea superficiale (Brown et al., 2006). I macropori invece svolgono sia funzioni di aerazione e funzioni idrologiche (Throe e Thompson, 2005), ma anche un ruolo rilevante nel movimento delle radici delle piante nel suolo e sono lhabitat di uno svariato numero di microrganismi. I microrganismi che utilizzano pori del suolo come habitat hanno dimensioni variabili in genere tra 0.5 m a 5 m e consistono principalmente in batteri, funghi, actinomiceti e licheni (Lal, 2006). Le dimensioni dei macropori del Biochar risultano essere ideali per ospitare fauna microbica di queste dimensioni (Lal 2006).

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3.3 Propriet nutrienti del Biochar e i loro miglioramenti nel suolo


3.3.1 Introduzione

Le propriet fisiche del biochar sono alla base del suo uso come strumento di controllo ambientale. Tali propriet possono essere direttamente o indirettamente correlate alle modifiche che il biochar induce nei suoli. I suoli hanno, in generale, delle loro propriet dipendenti principalmente dalla natura dei minerali e della frazione organica, oltre che dal loro rapporto e dal modo con cui esse sono associate. (Brady e Weil, 2008). Una volta addizionato il biochar a un suolo, esso influisce significativamente sulle propriet del sistema, influenzandone la profondit, la tessitura, la struttura, la porosit e la consistenza attraverso il cambiamento dell area superficiale apparente, la grandezza e la distribuzione dei pori e la densit. Laddizione di biochar al suolo potrebbe avere un impatto diretto sulla crescita delle piante, dato che la disponibilit di aria e acqua nella zona di crescita delle radici sono principalmente collegate alle propriet fisiche degli orizzonti del suolo. La presenza di biochar, influenzando le caratteristiche fisiche del suolo, potrebbe influenzare anche laffinit del suolo con lacqua, la sua aggregazione e la permeabilit, nonch la capacit di ritenzione dei cationi e la sua risposta ai cambiamenti di temperatura. Inoltre vari aspetti di natura biologica, circa la fertilit del suolo, possono essere collegati a tali propriet fisiche (Brady and Weil 2008). Nonostante il recente interesse circa limpiego del biochar in agricoltura, il suo utilizzo in realt ancora limitato. In termini di sviluppo del mercato, se il biochar potesse essere usato come additivo per aumentare la qualit del suolo e incrementare la produttivit, vi sarebbe sicuramente un crescente interesse verso il suo utilizzo (Day et al., 2004). A tal proposito uno dei punti di forza del biochar proprio il suo valore dal punto di vista dei nutrienti, forniti direttamente o indirettamente per via del miglioramento della qualit del suolo, che potrebbe diminuire luso di fertilizzanti di

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sintesi. Come misura del valore nutrizionale del biochar meglio considerare leffetto indiretto sulla disponibilit di nutrienti nel suolo piuttosto che leffetto diretto dovuto al contenuto di nutrienti del biochar stesso. Questultimo non , infatti, un buon indicatore della reale disponibilit degli stessi nutrienti per le piante (Keeney, 1982). Un esempio indiretto del valore nutritivo del biochar la sua abilit di ridurre le perdite di nutrienti per lisciviazione, con il risultato di incrementarne

lassorbimento da parte dalle piante. In accordo con Glaser et al. (2001), una delle ragioni della fertilit dei suoli Terra Preta amazzonici, la loro capacit di trattenere nutrienti.

3.3.2 Proprieta nutritive del Biochar e risposta delle colture

Dato che il biochar prodotto a partire da biomassa, ci si aspetta che sia composto prevalentemente da carbonio, ma che contenga un certo numero di macro e micro nutrienti vegetali. La composizione del biochar dipende molto dalla natura della biomassa di partenza e dalle condizioni di pirolisi. Le informazioni in letteratura circa i valori nutrizionali del biochar sono scarse. La maggior parte della ricerca sulla pirolisi si concentrata principalmente nel campo dellenergia e della qualit dei combustibili (Horne e Williams, 1996; Tsaiet al., 2006) e pi raramente sul biochar come additivo ai suoli. Spesso questultimo visto come combustibile per una produzione ulteriore di energia o come prodotto da utilizzare nei processi di depurazione (Horne e Williams, 1996). Per di pi le informazioni sul contenuto di nutrienti e propriet nutritive del biochar utilizzato negli studi agronomici non sono sempre state incluse nei risultati degli esperimenti, rendendo difficile lattribuzione al biochar di eventuali propriet agronomiche. La Tabella 1 riassume dati da vari studi sulla composizione elementale totale (C, N, P, azoto minerale), nonch sul pH del biochar stesso.

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Tabella 1: Contenuto di nutrienti, pH e contenuto di carbonati di vari biochar (Lehmann 2007)

La caratteristica pi importante di questi dati limitati e sfortunatamente incompleti lalta variabilit di tutti i parametri, con leccezione del pH, che solitamente alcalino (pH>7.0). Tuttavia, possibile produrre biochar avente valori di pH compresi tra 4 e 12 (Lehmann, 2007). Il contenuto di carbonio si pu posizionare nellintervallo tra 172 g kg-1 e 905g kg-1. Per quanto riguarda lazoto totale, il range va da 1,8 g kg-1a 56 g kg-1, mentre per il fosforo totale va da 2,7 g kg-1 a 480 g kg-1 e per il potassio, va da 1 g kg-1 a 58 g kg-1 (Tabella 1). Tale variabilit pu essere attribuita alle differenti materie prime utilizzate e alle diverse condizioni con cui il biochar viene prodotto. La variabilit nelle materie prime

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particolarmente evidente nel caso del fosforo totale, dove il pi alto contenuto presente nei biochar prodotti da materie prime di origine animale o da fanghi di depurazione rispetto a quello prodotto con materie prime di origine vegetale (legno). Similmente, il contenuto totale di azoto nel biochar prodotto da fanghi di depurazione (64 g kg-1; Bridle e Pritchard, 2004) e da pannelli ottenuti dalla pressatura dei semi di soia dopo estrazione dellolio (78.2 g kg-1; Uzun et al., 2006) risulta essere molto pi alto che nella biomassa di partenza. Sia il contenuto di N che di P del biochar copre intervalli che sono pi ampi di quelli riportati per un ampio spettro di fertilizzanti organici (tabella 2).

Tabella 2: Contenuto tipico di N,P eK dei comuni fertilizzanti organici, Lehmann 2007

importante notare che da materie prime simili possono essere prodotti biochar molto differenti. Per esempio, Chan et al. (2007) riportano un contenuto totale di azoto di 20 g kg-1 per un biochar prodotto da letami di pollo, mentre Lima e Marshall (2005) riportano in confronto un contenuto di azoto di 7,5 g/kg e 6,0 g/kg per due biochar prodotti entrambi a partire da pollina. Lampia differenza nel contenuto di azoto totale potrebbe dipendere dalla qualit della materia prima di partenza o dalle condizioni di pirolisi come la temperatura (450C nel primo caso e 700C nel secondo). Questa informazione potrebbe suggerire che le condizioni operative durante un processo di pirolisi determinano in modo significativo il contenuto di azoto, con perdite crescenti di questo elemento allaumentare della temperatura. importante notare che molti nutrienti, a seconde della forma in cui sono

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presenti, non necessariamente risultano veramente disponibili per le piante. In letteratura sono presenti pochi dati circa la disponibilit dei nutrienti contenuti nel biochar. Dai pochi dati disponibili risulta che lazoto minerale scarso, mentre il fosforo disponibile altamente variabile (Tabella 1). Gli studi di Bridle and Pritchard trattarono un biochar prodotto da fanghi di depurazione che nonostante lalto contenuto di azoto totale del 6,4%, risultava ad esempio avere un contenuto di azoto minerale (azoto ammoniacale e nitrico) trascurabile, anche dopo 56 giorni di incubazione (Bridle e Pritchard, 2004). Per contro, la quantit di potassio disponibile allinterno del biochar risulta essere tipicamente elevata ed stato frequentemente documentato un aumento dellassorbimento di potassio da parte delle piante dopo la miscelazione di biochar al suolo (Lehmann et al., 2003; Chan et al., 2007). Il rapporto C/N del biochar varia ampiamente tra 7 e 400, con una media di 67 (Tabella 1). Questo rapporto spesso usato come indicatore dellabilit di un substrato organico di mineralizzare e rilasciare azoto inorganico quando esso applicato ai suoli. Generalmente, per un substrato organico un rapporto C/N di 20 usato come limite critico al disopra del quale si verifica unimmobilizzazione dellazoto da parte dei microrganismi, che non lo rendono quindi disponibile per le piante (Leeper e Uren, 1993; Sullivan e Miller, 2001). Basandoci su questi valori, dato lalto valore del rapporto C/N di molti tipi di biochar, ci si potrebbe aspettare che si verifichi unimmobilizzazione microbica dellazoto e un deficit di azoto nelle piante in conseguenza della loro applicazione ai suoli. Tuttavia, non chiaro se lo stesso criterio usato per i substrati organici possa essere applicato anche al biochar. Il rapporto C/N dei suoli di Terra Preta generalmente pi alto di quelli Ferrasol adiacenti, ma nonostante questo i suoli di Terra Preta tendono ad avere una disponibilit di azoto maggiore (Lehmann et al., 2003). Inoltre, dato che la massa del biochar principalmente composta da carbonio organico altamente recalcitrante e non facilmente mineralizzabile, ci si pu aspettare che limmobilizzazione dellazoto sia trascurabile o transitoria, nonostante

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lalto rapporto C/N. Per quanto riguarda il fosforo, in 16 tipi di biochar esaminati da Chan et al. (2007) e prodotti da differenti biomasse, il fosforo estraibile con bicarbonati (maggiormente disponibile per le piante) risultato nellintervallo che va da 15 mg/kg a 11600 mg/kg. Per quanto riguarda gli elementi contenuti nel biochar in piccolissime concentrazioni, non si hanno molte informazioni. Alte concentrazioni di metalli pesanti sono state riscontrate in biochar prodotti da varie materie prime (fanghi di depurazione, rifiuti da conceria, Muralidhara, 1982; Bridle e Pritchard, 2004). In particolare Bridle e Pritchard (2004) riportano alte concentrazioni di rame, zinco, cromo e nichel nel biochar prodotto da fanghi di depurazione. Nel biochar prodotto da scarti di conceria, stata invece riscontrata unalta concentrazione di cromo, dato che gi nel rifiuto secco di partenza la sua concentrazione era del 2% in peso (Muralidhara, 1982). Il cromo allinterno della struttura del biochar tende a formare una struttura trivalente molto complessa con la materia organica, ma pu essere recuperato utilizzando una lisciviazione con acido solforico diluito (Muralidhara, 1982). Si sa poco circa la disponibilit di questi potenziali metalli tossici nel suolo. Alcuni biochar hanno una concentrazione abbastanza alta di carbonati (Tabella 2), che pu essere valutata dal materiale di calcinazione necessario per tamponare lacidit del suolo (Van Zweiten et al., 2007). Chan et al. (2007) hanno riportato un contenuto di carbonati variabile da meno dello 0,5% al 33% per biochar prodotti da differenti materie prime e sottoposte a diverse condizioni di pirolisi. La risposta del suolo in conseguenza dellaggiunta di biochar potrebbe essere completamente diversa a seconda del contenuto di nutrienti del suolo stesso. Dai dati disponibili, non pu essere definito un range di dotazione nutritiva del suolo ottimale per lapplicazione del biochar, a causa dellampia variabilit nelle sue propriet. Infatti, Glaser et al. (2002) affermano che i parametri ottimali per lapplicazione del biochar devono essere decisi caso per caso sia per quanto riguarda il suolo da migliorare che per quanto riguarda le colture.

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3.3.3 Risposta delle piante in relazione alle propriet del Biochar Prove dirette del valore nutritivo del biochar

Risposte positive, e in misura minore negative, sono state riportate in conseguenza dellapplicazione di biochar ai suoli sulla resa di varie colture in varie parti del mondo (Tabella 1).

Tabella 3: Effetto sulla resa di diverse colture in conseguenza dellapplicazione di biochar, in relazione ad alcune sue propriet, Lehmann 2007.

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I tentativi effettuati per collegare la risposta delle piante al contenuto di nutrienti del biochar usato negli esperimenti, sono stati limitati dal fatto che in molti studi il contenuto di nutrienti del biochar o il rapporto di applicazione non erano spesso forniti. Tra gli studi riportati nella Tabella 3 solo, uno attribuisce le risposte positive delle colture ai nutrienti forniti direttamente dal biochar (Lehmann et al., 2003). Questultimo riporta che, in un esperimento in vaso (in assenza di lisciviazione), con apporti di biochar ottenuto da legno, in dosi tra 68 t C/ha a 135 t C/ha si verificato un incremento di produttivit del 17% in piante di riso e un incremento del 43% della produttivit di piante di fagiolini. Gli autori dello studio attribuiscono questa risposta positiva allaumento della disponibilit di potassio e fosforo e forse anche al rame fornito dal biochar. Alcuni studi attribuiscono la risposta positiva delle piante a effetti che il biochar induce sulla disponibilit di nutrienti, piuttosto che a un aumento diretto dei nutrienti stessi (Iswaran et al., 1988; Wardle et al., 1998, Hoshi, 2001; Lehmann et al. 2003b; Chan et 2007c; Wan Zwieten et al. 2007). La risposta positiva dallapplicazione del biochar sarebbe quindi dovuta a un risparmio di nutrienti (in termini di fertilizzanti) o da un miglioramento dellefficienza dei fertilizzanti (maggiore produttivit per unit di fertilizzante applicato). Ci pu essere visto come una sorta di valore indiretto del biochar in termini nutritivi. Hoshi nel 2001, Yamato et al. nel 2006, Rondon et al. nel 2007 e Van Zweiten et al. sempre nel 2007 attribuirono la risposta delle piante allabilit del biochar applicato di incrementare o mantenere il pH del suolo. Hoshi nel 2001 sugger che il 20% di incremento in peso e il 40% di incremento in volume osservato in piante di t erano parzialmente dovuti allabilit del biochar di mantenere costante il pH del suolo. Questa abilit sarebbe quindi collegata alleffetto di calcinazione del biochar. In un esperimento in vaso, Van Zwieten et al. nel 2007 riportano un incremento dellaltezza del frumento di circa il 30-40%, in conseguenza dellaggiunta di biochar prodotto da rifiuti tritati di carta ad una dose di 10 t/ha in suoli acidi o non neutri. La presenza di carbonati nel

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biochar potrebbe promuovere la crescita del grano diminuendo la tossicit dellalluminio scambiabile, tipica dei suoli acidi. Un altro effetto dellapplicazione del biochar, non collegato col diretto apporto di nutrienti, quello legato alla neutralizzazione delle tossine (Wardle et al., 1998), al miglioramento delle propriet fisiche del suolo (ad esempio incrementando la capacit di trattenere lacqua, Iswaran et al., 1980) e alla riduzione della resistenza meccanica del suolo (Chan et al., 2007c). Questi ultimi riportano un effetto negativo sullaridit del suolo in un esperimento in vaso condotto su ravanelli in cui biochar, prodotto da rifiuti verdi era applicato da solo, con apporti superiori a 100 t/ha. Tuttavia, la sostanza secca prodotta veniva comunque incrementata del 266% quando veniva aggiunto fertilizzante azotato (100 kg N/ha) comparato a un controllo con la stessa quantit di azoto ma senza biochar. Gli autori hanno quindi concluso che lapplicazione di biochar aumenta lefficienza delluso del fertilizzante azotato attribuendo ci al

miglioramento delle condizioni fisiche del suolo. In aggiunta Lehmann et al. nel 2003 dimostrarono labilit del biochar di trattenere i fertilizzanti applicati e ridurne il dilavamento, con il risultato di un incremento dellefficienza delluso del fertilizzante. Questabilit collegata alla carica e alle propriet dellarea superficiale del biochar. Oltre a questi aspetti di carattere nutrizionale per le piante bene ricordare che lapplicazione del biochar al suolo potrebbe avere effetti benefici anche in campo ambientale, in quanto la capacit di trattenere i fertilizzanti si traduce in una riduzione dellinquinamento dovuto al dilavamento dei fertilizzanti stessi.

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3.3.4

Effetti

negativi

nelle

colture

prodotte

in

seguito

allapplicazione del biochar

Koshimoto e Sugiura (1985) riportarono decrementi nella produttivit di soia del 37% e del 71% quando veniva aggiunto biochar rispettivamente in rapporto 5 t/ha e 15 t/ha; gli autori attribuirono tale effetto al decremento di micronutrienti indotto dellaumento del pH del suolo dovuto allaggiunta del biochar. Un effetto negativo causato dellaumento del pH stato riscontrato anche da Mikan e Abrams nel 1995 che osservarono significativi ritardi nella crescita in specie di piante calcifughe su terreni carboniosi gi da 110 anni e attribuirono ci agli elevati livelli di pH e calcio in tali terreni. Quindi, mentre la natura alcalina e il valore di calcinazione del biochar potrebbero portare benefici a suoli acidi, portando a un aumento della produttivit, per alcune specie di piante queste propriet potrebbero essere deleteri Queste osservazioni mettono in evidenza limportanza di conoscere bene le propriet dei differenti biochar prima della loro applicazione al suolo.

3.3.5 Fattori che controllano le propriet nutrienti del Biochar

La composizione di nutrienti e la loro disponibilit dipendono sia dalla natura della materia prima, sia dalle condizioni del processo di pirolisi con cui il biochar viene prodotto.

Condizioni di processo nella produzione del biochar: temperatura, velocit di riscaldamento e tempo di residenza delle materie prime

La pirolisi pu convertire unampia gamma di materie prime in biochar. Tra queste troviamo biomassa vegetale ma anche materiale di rifiuto come pollina e fanghi di depurazione. Di recente, la conversione di questi

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materiali in biochar ha proposto unalternativa nella gestione di unampia gamma di rifiuti organici (e.g. Bridle e Pritchard, 2004; Shinogi, 2004; Hospido et al., 2005; Lima e Marshall, 2005). Data la grande differenza nelle propriet delle potenziali materie prime, il biochar pu avere un contenuto di nutrienti molto ampio, e disponibilit molto variabile. Per le stesse materie prime, il biochar prodotto altamente dipendente dalle condizioni con cui viene condotta la pirolisi. Tali condizioni sono principalmente la temperatura, la velocit di riscaldamento, la durata delle reazioni e la dimensione delle particelle (Shafizadeh, 1982; Williams e Besler, 1996; Demirbas e Arin, 2002; Uzun et al., 2006; Tsai et al., 2007). Mentre ben documentato che il biochar prodotto diminuisce allaumentare della temperatura e che la relazione tra biochar prodotto e temperatura varia al variare delle materie prime (Guha et al., 1986; Horne e Williams, 1996; Williams e Besler, 1996; Tsai et al., 2006), molta meno attenzione stata prestata per i cambiamenti associati alle propriet del biochar, in particolare al contenuto totale di nutrienti nonch alla loro disponibilit. La pirolisi una degradazione termica della biomassa in assenza di ossigeno, il cui risultato la produzione di un residuo solido (Biochar), liquido e gassoso (Demirbas e Arin, 2002). In accordo con Shafizadeh (1982), la pirolisi della cellulosa a temperature minori di 300C comporta una riduzione del peso molecolare (decarbossilazione e decarbonilazione), allontanamento di acqua, CO2 e CO, nonch formazione di biochar. Passando dalla temperatura di 300C a 500C, le molecole sono depolimerizzate rapidamente a unit di anidroglucosio che successivamente reagiscono per formare un prodotto di pirolisi di consistenza catramosa. A temperature pi alte i composti di anidro zuccheri subiscono reazioni di scissione, deidratazione, disproporzionamento e decarbossilazione per formare una miscela di composti gassosi e volatili a basso peso molecolare, nonch residuo di biochar. I complessi e vari cambiamenti che subisce la biomassa durante i processi termici sono responsabili sia della struttura chimica che della composizione del biochar, con significative implicazioni per il contenuto di nutrienti e

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specialmente per la loro disponibilit per le piante. Tecniche di caratterizzazione molecolare, utilizzate per capire i cambiamenti che avvengono nella composizione del biochar durante i processi di pirolisi della materia organica, indicano una diminuzioni della quantit di gruppi ossidrilici (-OH) e metilici (-CH3), e un incremento di doppi legami carbonio-carbonio (C=C) con laumento di temperatura (da 150C a 500C), suggerendo un passaggio da strutture alifatiche a strutture aromatiche. Da 550 C, molte bande infrarosse (IR), tranne quelle causate

dallallungamento del legame C-H aromatico e -OH, scompaiono, con il risultato di avere un biochar principalmente aromatico. Questa

trasformazione confermata dallanalisi dei rapporti H/C e O/C del biochar che diminuiscono allaumentare della temperatura. Quindi, i biochar preparati ad alte temperature (da 500C a 700C) sono ben carbonizzati, come indica il basso rapporto H/C e il basso contenuto di ossigeno (<10%), e hanno anche unelevata area superficiale. Per contro i biochar prodotti a basse temperature (da 300C a 400C) sono parzialmente carbonizzati, con un alto rapporto H/C, un alto contenuto di ossigeno, e hanno una bassa area superficiale. Come conseguenza di ci i biochar prodotti a basse temperature hanno sulla superficie una grande quantit di gruppi acidi e basici rispetto a quelli prodotti ad alte temperature. Quindi incrementando la temperatura durante il processo di pirolisi, si modifica la composizione molecolare del biochar, nonch le propriet di carica della superficie. I biochar prodotti a basse temperature hanno una grande quantit di ceneri inorganiche e hanno anche una maggiore concentrazione di difetti superficiali e allinterno dei grani rispetto agli stessi biochar prodotti ad alte temperature. Le ceneri minerali nei biochar a basse temperature si dissolvono pi facilmente dato che questi difetti sono spesso sede di reazioni con liquidi e gas. Questi cambiamenti potrebbero avere importanti effetti sul contenuto di nutrienti, nonch sulla loro disponibilit. La conversione delle strutture alifatiche in aromatiche comporta una riduzione del rapporto di mineralizzazione del carbonio. Questa riduzione nella mineralizzazione del carbonio organico, suggerisce una diminuzione della

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disponibilit di nutrienti nel biochar, a causa del fatto che N, P e S vengono legati in strutture aromatiche.(Lehmann 2007) La porosit del biochar subisce un incremento significativo passando da 400C a 600C e ci potrebbe essere attribuito a un incremento delle molecole dacqua rilasciate per deidrossilazione che agiscono come formatrici di pori o da agente attivante, cos da creare pori di dimensioni nanometriche (Bagreev et al., 2001). Questo incremento di porosit si traduce in un incremento dellarea superficiale. Quindi, le differenze strutturali, come funzioni della temperatura, hanno importanti conseguenze in termini di area superficiale e carica superficiale. Questi cambiamenti, a loro volta, potrebbero avere importanti effetti su propriet legate ai nutrienti. Ad esempio labilit dei nutrienti di trattenere cationi e anioni nel biochar dipende dalla capacit, di scambio cationico, (CSC) e anionico (ASC). Sicuramente, stato riscontrato in biochar prodotti a basse temperature che la CSC bassa, al contrario di quelli prodotti ad alte temperature (Lehmann, 2007). Inoltre, il biochar appena prodotto ha comprovato la sua bassa CSC rispetto alla materia organica dei suoli (Cheng et al., 2006, 2008; Lehmann, 2007). Sono state esplorate strategie per aumentare la CSC del biochar per esempio una volta che il biochar esposto ad acqua e ossigeno (O2), avvengono reazioni di ossidazione spontanea che sono molto simili a reazioni di arricchimento da parte di microrganismi, con il risultato di un forte aumento della CSC (Cheng et al., 2006, 2008; Liang et al., 2006).

Azoto

Lang et al. (2005) monitorarono i cambiamenti nel contenuto di C, H, O, S e N per varie materie prime di partenza (quattro tipi di biomasse da legno, quattro tipi di biomasse erbacee e due tipi di carbone) durante un processo di pirolisi con temperature tra 275 C e 1100 C. Tutte le biomasse perdevano almeno la met del loro contenuto di azoto, come composti volatili, a partire da 400 C. Durante la pirolisi di fanghi di depurazione il 64

contenuto totale di azoto ha subito un decremento variabile dal 3.8% (per temperature di 400C) a 0,94% (con temperature di a 950C, Tabella 3) a causa della perdita di composti volatili (Bagreev et al., 2001). In maniera analoga, Shinogi nel 2004 riport decrementi del contenuto di azoto, sempre in fanghi di depurazione, dal 5,0% (a 400 C) al 2,3% (a 800 C). Le perdite di azoto ad alte temperature sono anche accompagnate dal cambiamento della struttura chimica dellazoto rimante. In accordo con Bagreev et al. (2001), lazoto organico, probabilmente presente come gruppo funzionale amminico, viene gradualmente trasformato in composti di tipo piridinico che incrementano la basicit della superficie a partire da temperature di 600C. Questo cambiamento ha anche leffetto di ridurre la disponibilit dellazoto presente nel biochar. Questa conversione, che avviene tra 400C e 600C, porta come elemento aggiuntivo un aumento di 3,8 punti per il pH, il risultato di reazioni di deidrossilazione (Tabella 3). Dai pochi dati presenti, si pu dire che la disponibilit dellazoto nel biochar prodotto molto bassa. Per il biochar prodotto da fanghi di depurazione, nonostante il contenuto relativamente alto di azoto (6.4%), uno studio dincubazione con suolo in laboratorio e la capacit di campo indicano che anche dopo 56 giorni la quantit di azoto minerale trovata era trascurabile (Pritchard, 2003); questo indica che nel biochar da fanghi di depurazione lazoto presente fortemente resistente alla mineralizzazione e alla

decomposizione.

Cationi Basici

Yu et al. nel 2005 studiarono le forme chimiche e i rilasci di K e Na durante la pirolisi di paglia da riso da 400C e 1373C. Tra 473c e 673C, circa met del contenuto di metalli (rispettivamente 48% e 55% per K e Na) veniva perso per vaporizzazione, e arrivando alla temperatura di 1373C, le perdite diminuiscono, ma in totale arrivano a essere circa del 70%. Circa il 90% del contenuto totale di potassio nella paglia da riso, prima della 65

pirolisi, in forma solubile in acqua e per questo disponibile per le piante: questa la forma del potassio che viene persa quando la temperatura supera i 673C (Figura 41). Con un altro aumento di temperatura (>600C), una grande quantit del rimanente potassio presente in forma scambiabile o in forma estraibile con acidi. Wornat et al. nel 1995 trovarono che il biochar derivante da pino e da panico verga (erba della famiglia delle graminacee), prodotto a 625C, conteneva dal 15% al 20% di O, e usando la spettroscopia a energia dispersiva a raggi X (EDS), essi conclusero che sia il potassio che il calcio sono ben dispersi nella matrice del biochar e potrebbero essere legati allossigeno come fenossidi ionici. Tuttavia, pi aumentiamo la temperatura, pi aumentano le perdite di massa, nonch la possibilit che il potassio venga intrappolato in strutture di silicati, con una riduzione della biodisponibilit. Questi risultati sono supportati da quelli trovati da Shinogi nel 2004, che riport, durante la pirolisi di fanghi di depurazione, una riduzione del potassio biodisponibile dal 14 % a meno dell1%, ma un raddoppio di concentrazione totale di potassio (da 0,51% a 250C, a 1,12% a 600C)

3.3.6 Miglioramento dei valori nutritivi del Biochar: opportunit di ricerca Condizioni ottimali di pirolisi e ottime materie prime

Per quanto riguarda la scelta delle condizioni migliori di pirolisi al fine di ottenere un biochar che presenti le migliori caratteristiche per essere usato come additivo dei suoli, sono state compiute ancora poche ricerche. La ricerca di tali condizioni al fine di ottenere un additivo ottimo sono alla base per lo sviluppo del mercato del biochar. Per quanto riguarda composti prodotti a partire da verde organico, unindagine sui prodotti disponibili in 66

commercio ha rivelato unalta variabilit di contenuto di nutrienti, e questo visto come un intoppo per lo sviluppo del mercato (Chan et al. 2007a). Per quanto detto prima, la condizione di pirolisi che maggiormente influenza la quantit, il tipo e la disponibilit di nutrienti e la temperatura massima di pirolisi. Ma anche altri fattori come la velocit di riscaldamento e la dimensione delle particelle della biomassa possono risultare importanti. Dal punto di vista della conservazione delle risorse, sarebbe meglio cercare di mantenere la quantit maggiore possibile di nutrienti nel biochar prodotto. Tipicamente, una grande quantit di nutrienti come N, K e S sono persi ad alte temperature per volatilizzazione durante la pirolisi. A titolo puramente esemplificativo, basandoci sui precedenti dati di letteratura, pi del 50% di N, K e S sono generalmente persi quando la temperatura supera i 500C. Per di pi, vi sono evidenze che suggeriscono che i nutrienti rimanenti risultano sempre meno disponibili allaumentare della temperatura. Un esempio di ci pu essere il fosforo: anche se le perdite totali sono minime, la biodisponibilit diminuisce enormemente allaumentare della temperatura. Quindi per cercare di mantenere la maggior quantit di nutrienti bene non portare la temperatura di pirolisi sopra i 400C-500C. Inoltre da ricordare che le condizioni ottimali di pirolisi cambiano al cambiare della materia prima, ed quindi necessario eseguire ricerche e monitoraggio per le varie biomasse. possibile, tuttavia, ottenere un biochar con specifiche propriet nutrizionali utilizzando una co-pirolisi di varie biomasse.

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Disponibilit di nutrienti

necessario capire bene la disponibilit dei diversi nutrienti nel biochar, in particolare per quanto riguarda lazoto. Mentre il biochar generalmente povero di azoto minerale (principalmente nitrati e azoto ammoniacale), non ben chiaro se il biochar con differente contenuto totale di azoto, prodotto da differenti materie prime (Tabella 3), produce differenti effetti in termine di azoto fornito quando applicato ai suoli. La disponibilit, incluso il grado di mineralizzazione dellazoto organico presente nel biochar, quando viene aggiunto al suolo, sar determinata come se fosse un fertilizzante azotato a lento rilascio. Questa informazione anche necessaria per prendere decisioni circa il grado di applicazione del biochar, nonch in situazioni in cui debbano essere prese decisioni sullapplicazione di fertilizzanti azotati. In generale ci aspettiamo che il grado di mineralizzazione del biochar diminuisca allaumentare della stabilit del biochar stesso. Quindi, i rilasci e i benefici dellazoto da decomposizione di biochar stabile sono verosimilmente minimi se si considera il tempo di crescita delle piante. Per capire ci necessario per avere chiarimenti analizzare studi

sullincubazione, sia in campo sia in laboratorio, che comparano il potenziale di mineralizzazione dei vari biochar (Drinkwater et al., 1996).

Metalli pesanti

Visto linteresse corrente di utilizzare rifiuti organici di varia natura come materie prime per produrre biochar (Bridle e Pritchard, 2004; Shinogi, 2004), vi una preoccupazione in merito alleccesivo livello di metalli pesanti che saranno presenti nel biochar, ma soprattutto alla loro biodisponibilit. Alcuni di questi rifiuti organici potrebbero avere un contenuto alto di metalli pesanti (come Cd, Cu e Zn) (Hospido et al., 2005). Gli autori precedentemente citati hanno condotto una valutazione del ciclo di vita dei diversi trattamenti del biosolid, inclusa la digestione anaerobica e

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la pirolisi, e hanno visto che sono proprio i metalli pesanti ad avere il pi alto impatto ambientale. Di particolare interesse il cambio di disponibilit dei diversi metalli pesanti; tuttavia di recente sono state intraprese poche ricerche in questo campo. Si ritiene quindi necessaria un aumento dinteresse in questo campo per assicurare al biochar prodotto con tali materiali un alto grado di sicurezza ambientale.

Miglioramento delle qualit del biochar

Recentemente Day et al. (2004, 2005) si sono interessati della produzione di biochar arricchito con azoto. Il nuovo sistema produce biochar e gas di sintesi (H2 e CO2) a partire da biomassa e viene prodotto NH4HCO3biochar, quando lammoniaca si combina con biochar, acqua e anidride carbonica a temperatura e pressione atmosferica. Nel processo di carbonatazione dellammoniaca (CO2 + H2O + NH3 NH4HCO3) (Li et al., 2003) il biochar agisce da catalizzatore e lammonica richiesta pu essere prodotta o da H2 (co-prodotto nella formazione del biochar), o introdotta da fonte esterna. Ci che si ottiene un biochar arricchito di azoto, in cui sono presenti depositi fibrosi di carbonato di ammoniaca allinterno della struttura fine di pori del biochar (Day et al. 2005). Lefficacia di tale prodotto simile a quelle di un fertilizzante a lento rilascio di azoto, anche se non sono stati fatti test in campo circa la produttivit delle colture e circa le perdite per lisciviazione. Tuttavia il valore della lignina arricchita di azoto, usando reazioni chimiche tra la matrice lignea cellulosica e lammoniaca, come fertilizzante a lento rilascio dazoto stato provato da Ramirez et al. nel 1997. Inoltre venne riportato che nel suolo il fertilizzante di lignina arricchita con azoto mostrava pi basse concentrazioni di nitrati nellacqua di percolazione, rispetto a un fertilizzante inorganico (ammonio solfato). Nella fabbricazione del biochar arricchito con azoto, Day et al. nel 2004 indicarono che il biochar prodotto a temperature pi basse di 400C-500C era molto pi

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efficace sulladsorbimento dellammoniaca, rispetto ad uno prodotto a temperature pi alte (1000C).

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3.4 Propriet Biologiche del Biochar


Studi svolti in Giappone e pi recentemente negli Stati Uniti hanno mostrato che il biochar stimola lattivit di una grande variet di microrganismi del suolo dinteresse per lagricoltura e potrebbe avere una grossa influenza sulle propriet microbiologiche del suolo stesso (Ogawa et al., 1983; Pietikinen et al., 2000). La presenza, e le dimensioni dei pori nel biochar fornisce un habitat ideale per molti microrganismi proteggendoli dalla predazione e della siccit, fornendo a essi molti nutrienti minerali e composti carboniosi da cui ricavare energia. (Saito e Muramoto, 2002; Warnock et al., 2007). Con lo scopo di promuovere luso del biochar come mezzo per aumentare la fertilit dei suoli, sono stati condotti molti studi per capire come il biochar modifichi le propriet fisiche e chimiche del suolo e la sua opportunit come habitat per i microrganismi. Dato che gli organismi che vivono nel suolo forniscono una miriade di servizi allecosistema, capire come laggiunta di biochar influenza lecologia del suolo, un punto critico per garantire che la qualit e lintegrit del suolo stesso siano mantenute. Tra i servizi che compiono i microrganismi del suolo vi la degradazione della materia organica, lo svolgimento dei cicli biogeochimici e limmobilizzazione dei nutrienti inorganici, la filtrazione e la degradazione dei contaminanti del suolo, la repressione di patologie delle piante, laumento della porosit del suolo e laggregazione e infiltrazione dacqua (Coleman, 1986; Thies e Grossman, 2006; Paul, 2007). Il modo con cui batteri, funghi, protozoi e nematodi interagiscono con le piante nella rizosfera, influenzer enormemente labilit di queste ultime nellacquisire micro e macro nutrienti. Le propriet fisiche e chimiche del biochar potrebbero alterare molte delle funzioni biologiche del suolo discusse in precedenza. La natura e la funzione delle comunit microbiche dei suoli cambiano in funzione di molti fattori edafici, climatici e dipendenti dalla sua gestione (Thies e Grossman, 2006). Il modo con cui il biochar modifica lecosistema del suolo, potrebbe essere differente rispetto a quello indotto da altri tipi di additivi organici.

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3.4.1 Biochar come habitat per i microorganismi

La struttura porosa del biochar (Figura 12) grazie alla sua alta area superficiale, caratteristica che gli permette di adsorbire materia organica, gas e nutrienti; verosimilmente lhabitat migliore per ospitare la colonizzazione, la crescita e la riproduzione dei microrganismi, in particolare per batteri, attinomiceti e endomicorrize.

Figura 12: la struttura porosa del biochar favorisce la colonizzazione microbica, Yamamoto 2007.

Alcuni membri di questi gruppi potrebbero colonizzare la superficie in funzione delle caratteristiche fisiche e chimiche dei differenti biochar discusse in precedenza. Lo spazio poroso della biomassa pirolizzata, aumenta durante la carbonizzazione di diverse migliaia di volte ed legato alla pi alta temperatura di pirolisi (HTT) e al tipo di biomassa di partenza. Una stima dellarea superficiale dei diversi tipi di biochar potrebbe andare dalla decina alle poche centinaia di metri quadri per grammo. In funzione delle grandezza dei pori, i microbi potrebbero avere o no accesso allo spazio interno.

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Figura 13: ife derivanti da germinazione di spore di funghi micorrizici nei pori del biochar.

Vari autori hanno suggerito che i pori del biochar potrebbero agire come rifugio o micro-habitat per la colonizzazione; in tale habitat i microrganismi sarebbero protetti dai loro naturali predatori (Saito e Muramoto, 2002; Warnock et al., 2007), e soprattutto i microrganismi meno competitivi potrebbero trovare giovamento da una posizione pi riparata (Ogawa 1994). La variazione della dimensione dei pori osservata in particelle di biochar prodotti da varie materie prime e condizioni di pirolisi tale che la microflora potrebbe sicuramente crescervi ed essere protetta dai predatori, specialmente nei pori pi piccoli (Tabella 4). Lalta porosit del biochar potrebbe anche permettere di trattenere pi umidit.

Tabella 4: diametro dei pori nel biochar da legno e bamboo confrontati con l'intervallo di diametri dei principali microrganismi del suolo. Lehmann 2007.

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Pietikinen et al. nel 2000 riportarono che due biochar, uno preparato da humus e uno preparato da legno, avevano una maggiore capacit di trattenere lacqua (WHC) (2,9 ml/g materia secca) rispetto al carbone attivo (1,5 ml/g materia secca) o alla pomice (1,0 ml/g materia secca). Un incremento della WHC del biochar potrebbe tradursi in un aumento della WHC del suolo a cui esso viene aggiunto. Per i biochar con un alto contenuto di ceneri minerali, la porosit continuer a crescere dato che le ceneri minerali vengono nel tempo dilavate. Perci, la capacit di trattenere lacqua da parte del biochar fornisce ai microbi una superficie da colonizzare e i vari elementi e composti che vengono adsorbiti nel tempo e fungono da nutrimento per la crescita di questi ultimi. I pori pi piccoli attrarranno e tratterranno lacqua capillare in misura maggiore rispetto ai pori pi grandi (pi grandi di 10-20 m) sia nel biochar sia nel suolo. Lacqua il solvente biologico universale e la sua presenza nei pori del biochar aumenta la probabilit che questultimo venga colonizzato da microrganismi. In aggiunta allacqua, una variet di gas, tra cui anidride carbonica e ossigeno, sono disciolti nellacqua che satura i pori saturi, o occupano lo spazio dei pori stessi , o sono assorbiti chimicamente sulla superficie del biochar (Antal e Grnly 2003). Il rapporto tra pori riempiti daria e pori riempiti dacqua influenzer le concentrazioni relative dei gas, la loro velocit di diffusione, lestensione della superficie di assorbimento, e la predominanza di condizioni aerobiche o anaerobiche. Dove vi O2 a sufficienza sar dominante il metabolismo aerobico e quindi avremo principalmente gas generati da tale metabolismo (CO2). Quando cala la concentrazione di O2, gli organismi aerobi facoltativi potranno usare la respirazione anaerobica fino a che saranno disponibili gli accettori di elettroni idonei. I prodotti finali della respirazione anerobica variano a secondo dellaccettore finale di elettroni; i principali sono: ossido nitrico (NO), ossido nitroso (N2O), azoto (N2), acido solfidrico (H2S) e metano (CH4). Quindi la diffusione dellO2 allinterno dei pori e la presenza di accettori finali di elettroni, usati durante i processi di respirazione

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microbica, determineranno in larga parte la composizione dellatmosfera rimanente nei pori e quanto tale ambiente risulta ospitale per essere colonizzato da microrganismi. Umidit, temperatura, e pH sono i fattori ambientali che maggiormente influenzano labbondanza, lattivit e la diversit dei batteri presenti (Wardle, 1999). Analizzando studi svolti in diversi continenti, Fierer e Jackson (2006) trovarono che la diversit e la ricchezza delle comunit batteriche nei suoli differivano a seconda del tipo di ecosistema, ma che queste differenze erano largamente spiegate dal pH del suolo, con una diversit batterica alta nei suoli neutri e una pi bassa nei suoli acidi. Infatti, lattivit delle popolazioni batteriche fortemente influenzata dal pH: sia sotto condizioni acide che basiche, le proteine iniziano a denaturarsi e lattivit degli enzimi inibita, bloccando molti processi metabolici. Il biochar presenta pH molto differenti a seconda della materia prima utilizzata e della temperatura di pirolisi; tale pH sar anche funzione delle comunit microbiche che prolifereranno allinterno del biochar e attorno ad esso. In presenza di pH bassi, probabilmente, avremo una predominanza di funghi a causa del loro ampio range di tolleranza del pH, mentre la maggior parte dei batteri preferisce un pH neutro. Aggiungendo il biochar al suolo, sia esso acido o basico, si introducono cambiamenti significativi nella composizione delle comunit di

microrganismi del suolo, e cambier quindi il rapporto batteri/funghi, nonch la predominanza dei differenti generi allinterno di queste popolazioni. Inoltre lintroduzione di biochar nel suolo potrebbe alterare significativamente le funzioni di questultimo incidendo sulle attivit degli enzimi e quindi sullattivit dei microrganismi. Linfluenza del pH del biochar sulle colonie batteriche e sul loro metabolismo sar uninteressante area di ricerca per il futuro. I batteri e i funghi rimangono in prossimit delle zone in cui secernono enzimi extracellulari per degradare le macromolecole presenti

nellambiente, in modo da ottenere degli intermedi che possano essere processati allinterno delle cellule per scopi metabolici (Thies e Grossman, 2006; Paul 2007). Le superfici diventano molto importanti a tale riguardo

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indipendentemente che esse siano degli aggregati dei suoli, radici di piante, particelle di argilla, materia organica o biochar. Lattivit degli enzimi extracellulari sar regolata da come il substrato interagisce con la superficie del biochar. Se il sito attivo dellenzima ben esposto, funzionante e libero di interagire con il suo substrato, si avr un incremento dellattivit. Tuttavia se il sito attivo oscurato, ci potrebbe essere una diminuzione di attivit. Potrebbe accadere che alcune classi di enzimi siano pi o meno attive a seconda di come tali molecole interagiscono con la superficie del biochar in relazione alla loro composizione molecolare e alle loro caratteristiche di ripiegamento. Si sa ancora poco circa linterazione degli enzimi microbici extracellulari al variare della composizione del biochar e si rimanda perci a sviluppi di ricerca futuri.

3.4.2 Biochar come substrato per i microorganismi del suolo

Il carbonio organico dei suoli gioca un ruolo importante nel ciclo dei nutrienti e nel miglioramento delle riserve dacqua disponibili per le piante, nella capacit di accumulo delle sostanze nel suolo e nella struttura del suolo stesso (Howart, 2007). Ricerche hanno catalogato il biochar come una sostanza relativamente inerte che viene alterata con il passare del tempo solo da pochi processi chimici o biochimici (Nichols et al., 2000). Tuttavia le propriet della sua superficie cambiano nel tempo dato che essa lentamente mineralizzata dopo lunghi periodi di tempo. Anche se il biochar non strettamente inerte, le velocit di decomposizione sono molto basse rispetto a quelle della materia organica non carbonizzata. Per esempio, negli studi di Liang et al. nel 2006 stata usata la spettroscopia NEXAFS sul campione di Black Carbon prelevati da diverse Terre Nere dellAmazzonia per mappare la distribuzione spaziale delle forme di carbonio sulle sezioni sottili delle particelle di carbone, con una risoluzione superiore a 50 nm. Al centro di tutte le particelle vi erano simili forme di carbonio, indipendentemente dallet del sito; tuttavia, a seconda dellet, esse differivano per la quantit di ossidazione superficiale, mostrando una 76

leggera degradazione superficiale, su tempi molto lunghi. Questi dati supportano lipotesi di recalcitanza del Carbon Black e indicano che le particelle sono stabili per tempi che vanno dalle centinaia alle migliaia di anni. Perci, le particelle del biochar non sembrano apparire come un substrato utilizzabile per il metabolismo microbico. Invece, i bio-oli residui presenti sulle particelle e i composti adsorbiti sulla loro superficie, sembrano essere lunica fonte di substrato disponibile, in tempi brevi, per supportare la crescita microbica. Le popolazioni microbiche dei suoli potrebbero essere influenzate sia dalla qualit sia dalla quantit di biochar aggiunto al suolo. Le qualit del biochar dipendono sia dalle materie prime con cui questultimo viene prodotto, sia dalle condizioni di pirolisi. La carbonizzazione Flash (McClellan et al., 2007) e alcune condizioni di pirolisi a basse temperature lasciano bio-oli residuali e derivati ricondensati sulla superficie del biochar (Steiner et al., 2008). In base alla composizione di questi oli residuali, essi potrebbero fungere da substrato per la crescita e per il metabolismo microbico, come proposto da Ogawa nel 1994 e da Steiner et al. nel 2008; tuttavia come mostrato McCellan et al. nel 2007 tali bio-oli potrebbero per essere tossici per le piante e anche per alcuni microbi. Le popolazioni microbiche che si stabiliranno sulla superficie del biochar saranno quelle che riusciranno a sviluppare enzimi capaci di degradare i substrati presenti. Pi complesso e inusuale il substrato, pi ristretta sar la popolazione in grado di usarlo effettivamente come fonte di energia e di carbonio, e pi lunghi saranno i tempi affinch tale substrato sia metabolizzato. possibile che gli organismi che colonizzano la superficie del biochar fresco, che possiede composti condensati sulla sua superficie, sia sostanzialmente diversa da quella che si stabilisce sulla superficie del biochar dopo che tali composti siano stati metabolizzati. Inoltre stato mostrato che sul biochar possibile un co-metabolismo batterico per lunghi periodi di tempo (Harner et al., 2004), e che il substrato carbonioso e i nutrienti inorganici che sono adsorbiti sulla superficie del biochar, dopo che i prodotti condensati e/o le ceneri sono scomparse, fungeranno da substrato

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per la colonizzazione degli organismi. Quindi, ci sar sicuramente una successione di colonizzazioni da parte degli organismi nel tempo al cambiare delle caratteristiche ambientali della superficie. Bio-oli, ceneri, acidi pirolignici (PA) (Steiner et al., 2008) e sostanze volatili (VM) tra le altre, sono identificati da vari ricercatori come responsabili della variet dei residui rimanenti sulla superficie del biochar nei momenti successivi alla pirolisi. I composti condensati che aderiscono alla superficie possono includere composti solubili in acqua come acidi, alcool, aldeidi, chetoni e zuccheri, che sono facilmente metabolizzati dai microbi del suolo. Tuttavia, a seconda della biomassa di partenza e delle condizioni di pirolisi, potremmo avere anche composti come idrocarburi policiclici aromatici, cresoli, xileni, formaldeide, acroleina e altri composti carbonilici tossici che potrebbero avere effetti battericidi e fungicidi (Painter, 2001). Ogawa nel 1994 e Zackrisson et al. nel 1996 hanno mostrato che queste sostanze vengono utilizzate come fonte di energia e di carbonio da microrganismi selezionati. Smith et al. nel 2002 suggerirono che la variabilit nellassorbimento dinamico di nutrienti e substrati contenenti carbonio da parte del biochar potrebbero alterare le interazioni competitive tra i microbi e i cambi di struttura e di dinamica delle loro comunit nel tempo. Pietikinen e altri nel 2000 indagarono labilit del biochar prodotto da Empetrum Nigrum, del biochar prodotto da humus, dei carboni attivati e della pomice nellassorbire il carbonio organico disciolto (DOC) e nel supportare le popolazioni microbiche. Questi quattro materiali sono stati aggiunti ad un mesocosmo in laboratorio. Humus non riscaldato stato posto in cima ad ogni materiale assorbente e il mesocosmo stato irrigato con un estratto di foglie secche. I carboni attivati hanno rimosso la quantit pi alta di DOC e la pomice ha dato il risultato peggiore, mentre con i biochar hanno dato un risultato intermedio rispetto ai due trattamenti precedenti. Tutti i materiali assorbenti sono stati colonizzati da microbi dopo un mese, ma lattivit respiratoria era maggiore nel caso dei due biochar. Sempre nello stesso esperimento, analisi microbiologiche effettuate

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tramite i profili degli acidi grassi fosfolipidici (PLFA) e saggi Biologic Ecoplate (Hayward, CA) hanno mostrato che allinterno dei vari materiali assorbenti si sono sviluppate differenti comunit microbiche. I principali componenti dellanalisi PLFA hanno mostrato che le comunit che si sviluppano nei due biochar sono molto simili tra di loro e che tali comunit sono molto diverse rispetto a quelle degli altri due casi (pomice e carbone attivato) (Pietikinen et al. nel 2000). Quindi il tipo di nutrienti e la loro disponibilit nei substrati associati a ciascun assorbente hanno portato alla formazione di diverse comunit microbiche. Differenze nelle comunit che colonizzano la superficie, a loro volta, genereranno, nei suoli in cui vengono addizionati questi assorbenti, differenze nella disponibilit di nutrienti per le piante e nel ciclo dei nutrienti stessi.

3.4.3 Effetti del Biochar sullattivit dei batteri del suolo

Nelle Dark Earth dellAmazzonia (ADE) che sono ricche di biochar, lattivit delle comunit microbiche, la biomassa e la composizione, sono significativamente differenti da quelle dei terreni adiacenti in cui non presente biochar (Thies e Suzuki, 2003). Vari studi sulle ADE, hanno mostrato che questi suoli, in confronto con quelli adiacenti, hanno una pi alta biomassa microbica con una maggiore percentuale di batteri e funghi, ma una pi bassa attivit respiratoria, e quindi una pi alta efficienza metabolica (ONeill, 2007; Liang, 2008). Per esempio Liang nel 2008 misur la CO2 sviluppatasi dopo 532 giorni per quattro ADE di varie et e per i loro territori adiacenti che contenevano poco biochar. Indipendentemente dallet del sito, lattivit microbica delle 4 ADE era simile, ed era dal 61% all80% (p<0,05) pi bassa di quella dei suoli adiacenti normalizzata allo stesso contenuto di C. Tuttavia la quantit di biomassa microbica era pi alta per le quattro ADE di una quantit che va dal 43% al 125% rispetto ai suoli adiacenti, quindi il quoziente metabolico (rapporto tra CO2 sviluppata e biomassa microbica

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presente) significativamente pi basso nelle ADE, indicando una pi alta efficienza metabolica della comunit microbica. Questa riduzione di CO2 sviluppata, da parte delle comunit microbiche, pu essere la causa che porta a un incremento di ritenzione e di stabilit della materia organica nelle ADE nel tempo, con riferimento al tipico impoverimento dei suoli altamente dilavati nella regione amazzonica. In studi in campo, condotti ad Aurora, nello stato di New York, i suoli minerali sono stati miscelati secondo vari rapporti (0,1 t/ha, 3 t/ha, 12 t/ha e 30t/ha) con biochar derivante da granturco. I suoli sono stati campionati alla fine del primo anno di raccolta e la respirazione in tali suoli stata misurata dopo un periodo di otto settimane (Jin et al., 2008). La respirazione totale e il rapporto di respirazione diminuivano con lincrementare del biochar aggiunto (Figura 14), proprio come osservato da Liang nel 2008 nelle ADE.

Figura 14: la velocit di respirazione diminuisce all'aumentare della quantit di biochar aggiunto al suolo; incubazioni di 20g con 50% di capacit di trattenere l'acqua, CO2 catturata in 0,5M di NaOH e quantificazione della conducibilit elettrica come misura della CO2. Jin et al. (2008)

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Il decremento nellattivit di respirazione osservato, in relazione allaggiunta di biochar, potrebbe indicare che questultimo sia un inibitore dellattivit dei microrganismi che colonizzano il biochar stesso, cambiando il rapporto batteri/funghi (o la struttura delle popolazioni), incrementando lefficienza delluso del carbonio, e facendo diminuire labbondanza delle popolazioni o combinazione di questi parametri. Cambiamenti potrebbero anche risultare dallassorbimento chimico della CO2 derivante dalla respirazione da parte delle superficie del biochar. Infatti, se la CO2 derivata della respirazione non fosse recuperata nei test, a causa di tale assorbimento, si avrebbe una sottostima dellattivit di respirazione microbica. Quale di questi scenari sia il principale meccanismo di guida per la riduzione della CO2 rilasciata dal biochar miscelato col suolo, ancora da capire. Evidenze dai suoli ADE (ONeill, 2007; Liang 2008) e le misurazioni sullaumento della biomassa microbica nellesperimento di Aurora, suggeriscono che labbondanza microbica aumenta nei suoli ricchi di biochar. Quindi, il decremento della biomassa non tra i meccanismi guida. Ci sostenuto dai risultati di Zaricksson et al. nel 1996, i quali investigarono gli effetti del biochar sulle propriet dei microbi del suolo in sei siti. Loro trovarono che la biomassa microbica era fortemente rafforzata nellhumus quando questo era posto adiacente a particelle di biochar. Steiner et al. nel 2008 studiarono leffetto dellaggiunta di differenti combinazioni di biochar, caolino sulla respirazione indotta da substrato (SIR) di comunit microbiche in suoli altamente dilavati su altopiani dellamazzonia. In un esperimento con tre mesocosmi separati, la respirazione basale venne misurata da 11 a 18 ore prima dellaggiunta di glucosio e della misurazione SIR. La respirazione basale non differiva tra i trattamenti costituiti da: Biochar da legno aggiunto in varie proporzioni. Varie combinazioni di caolino e biochar da legno Varie combinazioni di biochar, acqua e PA (un potenziale del substrato microbico) aggiunte al mesocosmo suolo.

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Quando veniva aggiunto il glucosio, tuttavia la respirazione indotta da substrato dei microbi del suolo, come misura dellevoluzione della CO2 totale nelle successiva 34 ore, aumentava allaumentare del quantitativo di biochar (0, 50, 100 e 150 g/kg) aggiunto al suolo, con e senza laggiunta di caolino. Aggiungendo solo acqua al biochar non vi era incremento della respirazione microbica. Perci quando veniva aggiunta al suolo della materia facilmente metabolizzabile (glucosio) lattivit microbica nel suolo aumenta esponenzialmente nel corso di un periodo di 15 ore. Modificando il suolo contemporaneamente con biochar, acqua e PA vi un incremento dellattivit microbica per un periodo breve (10 ore) prima che essa ritorni ai valori della respirazione basale. Quando viene aggiunto glucosio a questo trattamento, vi un incremento esponenziale dellattivit microbica per un periodo superiore a 15 ore, ma, la velocit di respirazione significativamente pi alta che nel trattamento Biochar+acqua+glucosio. Perci il PA aggiunto sembra essere un substrato metabolizzabile per le comunit microbiche. Steiner et al. nel 2008 usarono questi dati della SIR per calcolare la biomassa microbica e conclusero che il PA stimolava maggiormente la crescita microbica, rispetto alladdizione di solo biochar. Perci in generale il PA deve contenere un substrato facilmente metabolizzabile tale da supportare la colonizzazione microbica. La SIR stata usata come un mezzo per calcolare la biomassa presente nel suolo in molti suoli agricoli (Anderson e Domsch, 1978). Tuttavia, la possibilit che il biochar possa assorbire chimicamente la CO2, o che la CO2 possa essere fissata da associazioni chimiche con le particelle del biochar, non sono state prese molto in considerazione. La riduzione dellattivit respiratoria registrata in alcuni suoli temperati arricchiti con biochar e nei suoli ADE dei tropici (Liang 2008) contrastano con i risultati della respirazione osservati da Steiner et al. nel 2008 nel caso dellaggiunta di glucosio, suggerendo che la riduzione dellattivit respiratoria nei suoli arricchiti con biochar potrebbe, in parte, essere causata dai cambiamenti nella qualit del substrato o nella sua disponibilit.

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Effetti dellassorbimento chimico nellattivit biotica del suolo

La presenza del biochar nel suolo rafforza ladsorbimento dei DOC (Figura 15), dei nutrienti inorganici e di vari gas, ma anche di composti potenzialmente tossici, come pesticidi, metalli pesanti e metaboliti secondari tossici, che possono influire sullabbondanza, sulla diversit e sullattivit degli organismi del suolo. Per esempio Wardle et al. nel 1998 investigarono, in studi in serra, gli effetti a breve termine sulla crescita delle piante e sulla biomassa microbica a seguito di unaggiunta di biochar a suoli della foresta boreale. Trovarono che laggiunta del biochar allhumus raccolto da tre differenti sistemi boschivi, differenti nella vegetazione di sottobosco, incrementava la biomassa microbica del suolo e la crescita delle piante nei sistemi test. Loro suggerirono che il biochar agiva da adsorbente per i metaboliti secondari e fenoli che sono prodotti dalla decomposizione della vegetazione ericacea, con il risultato netto di un incremento nella disponibilit di nutrienti nel suolo. Se una sostanza chimica adsorbita biodisponibile o no, e, quindi, se il suo adsorbimento incrementa o decrementa lattivit microbica, sar dipendente dalle strutture molecolari della sostanza chimica, dai siti di legame della molecola, della superficie del biochar, dal tipo di biochar e dalle caratteristiche dei microrganismi in questione (Figura 15).

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Figura 15: potenziale adsorbimento simultaneo di microbi, materia organica del suolo, enzimi extracellulari e nutrienti inorganici sulla superficie del biochar. la disponibilit di carbonio, energia e nutrienti per la colonizzazione da parte di microrganismi, dipender dalla natura e dalla forza di tali interazioni e, nel caso degli enzimi, se ladsorbimento influenza laccesso ai siti attivi. Lehmann 2007.

La forza del legame varier anche in relazione del tipo dinterazione dominante tra sostanza chimica e superficie (come interazione idrofobica, legame covalente, forze di Van del Waals, scambio di cationi o anioni, o sostituzione ionica). Ladsorbimento sia del substrato che dei microrganismi sulla superficie del biochar, potrebbe produrre una concentrazione pi alta di substrato vicino alle cellule batteriche attaccate e, perci, potrebbe incrementare luso del substrato (Ortega-Calvo and Sainz-Jimenez, 1998). Le purine, gli amminoacidi e peptidi che entrano nella regione tra i fogli delle argille espanse, come lo montmorillonite, potrebbero non avere effetti sul metabolismo microbico in quanto le cellule non riescono ad avere accesso al substrato. Non ancora chiaro se ladsorbimento dei composti sul biochar inibisca i microbi, aumenti limmobilit dei nutrienti, o semplicemente fornisca ai microbi un sito protetto con adeguate risorse, lontano da organismi predatori (Pietikinen et al., 2000; Warnock et al., 84

2007). Considerando la complessit dellinterazione nel suolo tra biochar, nutrienti inorganici, minerali e microrganismi, molte questioni rimangono ancora da risolvere relativamente ai meccanismi che governano gli effetti diretti del biochar sugli organismi del suolo (per esempio interazione della superficie con le pareti o con le capsule cellulari) e gli effetti indiretti che possono risultare dai cambiamenti nelladsorbimento della materia organica, dei nutrienti, delle argille e di altri minerali. Sono quindi necessarie altre ricerche per capire bene i benefici del biochar come ammendante del suolo.

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3.5 Biochar, contabilit dei gas serra e mercato delle emissioni


3.5.1 Stabilizzazione del carbonio della biomassa

Le discussioni sul sequestro di carbonio al suolo sono tipicamente centrate sulle questioni inerenti la permanenza del carbonio nel suolo. Tuttavia, una questione importante se lincremento del carbonio stoccato nel suolo comporti anche un incremento di biomassa stoccata in totale nel sistema, oppure no. Se un incremento di carbonio nel suolo deriva da unimmissione di materia organica, senza che tale immissione sia il risultato di un aumento di produzione della materia stessa (dovuto al miglioramento della produttivit), allora il rilascio netto di carbonio in atmosfera potrebbe non essere stato ridotto: lincremento apparente del carbonio al suolo risulta semplicemente il trasferimento di materia organica da un punto a un altro. Il carbonio contenuto nel suolo gioca un ruolo fondamentale nel ciclo del carbonio. La capacit di accumulo di carbonio al suolo molto vasta: globalmente si stima che esso sia capace di contenere 2500 Gt di carbonio, includendo 1550 Gt contenute nella sostanza organica del suolo, paragonato con le 560 Gt di carbonio presente come vegetazione (Lal, 2008). Annualmente vengono catturate 120 Gt di carbonio allanno attraverso la fotosintesi, di cui circa il 50% trattenuto come biomassa, mentre il restante 50 % ritorna in atmosfera in seguito alla respirazione autotrofa. Perci, il flusso annuo di carbonio al suolo stimato essere di 55 Gt (Prentice et al., 2001). Il carbonio della biomassa che giunge al suolo si decompone attraverso lazione dei consumatori (fauna e microrganismi). In questo processo di mineralizzazione il carbonio contenuto nella materia organica respirato in atmosfera e simultaneamente vengono rilasciati nel suolo elementi nutrienti per le piante. Le frazioni labili della sostanza organica del suolo si decompongono rapidamente in un tempo che va da uno a cinque anni; le frazioni di materia organica pi stabili si decompongono in decenni o in secoli, mentre le frazioni pi recalcitranti si degradano in centinaia o migliaia di anni (Davidson and Janssens, 2006). Il risultato netto

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che la massa di carbonio aggiunto come biomassa viene rilasciato rapidamente in atmosfera come CO2. Per esempio Jenkinson e Ayanaba nel 1977 trovarono che negli ecosistemi tropicali una quantit che va dall80% al 90% (in funzione del tipo di suolo) di carbonio aggiunto al suolo come loglio e granturco persa in cinque o dieci anni. Se attraverso un cambio di gestione si riuscisse ad aumentare la proporzione di materia organica resistente alla degradazione, ci sarebbe un ritardo nel rilascio di CO2 che pu essere considerato come una riduzione delle emissioni. Una strategia che stata proposta da alcuni il compostaggio per stabilizzare la materia organica in forme resistenti alla decomposizione. Tuttavia, vi sono evidenze che il carbonio contenuto nel compost si decompone entro dieci anni (Gerzabek et al., 1997) o venti anni (Lynch et al., 2005), per cui il ricambio di carbonio stabilizzato nel compost simile a quello della materia organica non compostata aggiunta al suolo. A differenza del compostaggio, la pirolisi di biomassa crea un reale incremento di carbonio stoccato al suolo, perch tali processi stabilizzano il carbonio della biomassa e ne ritardano significativamente la decomposizione. La conversione di biomassa in biochar, fondamentalmente, altera le dinamiche di trasformazione del materiale vegetale nel suolo. La pirolisi rilascia immediatamente una porzione di carbonio contenuta nella biomassa e lenergia associata a questo rilascio di carbonio pu essere usata per la produzione di bioenergia. Questo rilascio iniziale pi rapido rispetto a quanto potrebbe accadere durante la decomposizione naturale. Comunque la maggior parte della porzione rimanente probabilmente stabile per almeno centinaia di anni quando viene aggiunta al suolo. Lehmann et al. nel 2006 hanno stimato che il passaggio dalle pratiche correnti taglia-e-brucia alle pratiche taglia-e-carbonifica (cio con pirolisi del materiale tagliato che altrimenti sarebbe stato bruciato nella foresta), potrebbe stabilizzare un ulteriore 0,2 Gt di carbonio, pari a 0,7 Gt di CO2 equivalente a livello globale. Inoltre il biochar derivante da rifiuti agricoli e da rifiuti derivanti da foreste (come residui di foresta, residui di segatura, materiale derivante da raccolti agricoli e rifiuti urbani), potrebbe

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stabilizzare in via conservativa 0,16 Gt di carbonio, pari a 0,6 Gt di CO2 equivalente all anno. Evelein (2008) ha stimato che per la Gran Bretagna potrebbe essere stabilizzata annualmente, come biochar, una quantit di carbonio compresa tra 0,5 Mt e 1 Mt (equivalente a 1,8 MtCO2e e 3,7 MtCO2e), utilizzando materie prime derivanti da rifiuti e foreste. Lehmann nel 2007 ha stimato che potrebbero essere stabilizzate come biochar 4,5 Mt di C (equivalenti a 16 Mt di CO2), negli Stati Uniti usando gli odierni rifiuti forestali e derivanti da raccolti agricoli, e utilizzando colture da biomassa a crescita rapida che possono essere coltivate su suoli altrimenti inutilizzati.

3.5.2 Riduzione delle emissioni di N2O e CH4 dal suolo

La gestione convenzionale delle biomasse porta spesso ad un rilascio di metano (CH4) o di ossido nitroso (N2O), risultanti dalla decomposizione della biomassa in condizioni anossiche. Per esempio, i rifiuti verdi urbani (derivanti dalle attivit di giardinaggio e potatura degli alberi) vengono portati in discarica, dove rilasciano quantit significative di metano, mentre i letami animali, ricchi sia di carbonio sia di azoto, spesso decomponendosi rilasciano metano e ossido nitroso. Questi sono gas serra rispettivamente di 25 e 298 volte pi potenti rispetto alla CO2 (Forster et al., 2007). Le strategie di gestione per evitare queste emissioni possono quindi contribuire significativamente alla mitigazione del cambiamento climatico. Molti rifiuti organici sono materie prime adatte per la produzione di biochar. La quantit di emissioni che si potrebbe evitare attraverso lutilizzo di rifiuti per la produzione di biochar, dipende sia dalla composizione delle materie prime che dalle condizioni adottate per il processo produttivo. Lapplicazione di biochar potrebbe anche contribuire significativamente alla mitigazione delle emissioni di CH4 e N2O in agricoltura. Lutilizzo di fertilizzanti azotati, la fissazione di azoto biologico da parte dei legumi, lurina e il letame degli animali da pascolo sono tutte fonti potenziali di emissioni di N2O. Lossido nitroso prodotto al suolo durante la 88

nitrificazione (cio la conversione N-NH4- a N-NO3) e attraverso la denitrificazione, per cui batteri eterotrofi aerobici denitrificanti causano la riduzione respiratoria del nitrato e del nitrito a N2O e azoto molecolare in condizioni anossiche (Wrage et al., 2005). Ricerche recenti (Yanai et al 2007) hanno mostrato che le emissioni di N2O e metano dal suolo verrebbero ridotte significativamente con lapplicazione di biochar. Anche Rondon et al. (2005) hanno trovato che, quando il biochar era applicato al suolo nel rapporto di 20 g/kg a colture di soia, le emissioni di metano venivano completamente soppresse e le emissioni di N2O venivano ridotte del 50%. La riduzione saliva aell80% per altre colture erbacee.

3.5.3 Influenza del biochar sui fertilizzanti e sugli input agricoli

Luso del biochar pu influire sulluso dei fertilizzanti in due modi: 1) Sostituendoli con altre fonti di fertilizzanti (dove il biochar prodotto con materie prime ricche di nutrienti) 2) Aumentando lefficienza con cui i fertilizzanti vengono usati, a causa della propriet del biochar che generano un aumento della ritenzione nel suolo

I fertilizzanti azotati sono caratterizzati da un alto impatto in termini di emissioni dovuto allalto consumo di energia associato ai loro processi di produzione. Quindi, dato che il biochar potrebbe ridurre la richiesta di fertilizzanti, si potrebbe pensare di avere, una riduzione delle emissioni dovute a tali processi. (Wood e Cowie 2004) Tuttavia non sono ancora del tutto chiari i processi con cui il biochar influenza le propriet fisiche del suolo, anche se recenti evidenze mostrano che il biochar pu influire sulle propriet strutturali del suolo variando la resistenza di questultimo e la sua capacit di trattenere lumidit e le infiltrazioni. Chan et al. nel 2007 hanno riportato che lincorporazione di biochar con un rapporto di 50 t/ha aumenta la capacit di ritenere lumidit del suolo e riduce la resistenza meccanica di questultimo. Il carburante 89

usato nella coltivazione direttamente legato alla resistenza meccanica del suolo (McKenzie and So, 1989); inoltre, in situazioni dove lapplicazione del biochar porta alla riduzione della resistenza meccanica del suolo, si avr una riduzione nelluso di carburante e delle relative emissioni associate. Il biochar migliora la capacit del suolo di trattenere lumidit e migliora anche linfiltrazione in alcuni suoli, e ci potrebbe condurre alla riduzione nella frequenza e nella durata dellirrigazione. Inoltre lapplicazione di biochar a colture che richiedono irrigazione e pascoli potrebbe ridurre le emissioni associate alluso di energia per lirrigazione.

3.5.4 Miglioramento della resa e dellefficienza agronomica

Il biochar ha mostrato la possibilit di migliorare lefficienza agronomica (che la resa del prodotto raccolto per unit di fertilizzante utilizzato). In situazioni di elevata produttivit questo beneficio potrebbe manifestarsi come un risparmio nelluso di fertilizzanti, mentre in situazioni di bassa produttivit potrebbe manifestarsi con un aumento della stessa. In situazioni dove la maggiore crescita delle piante deriva dallapplicazione di biochar, ci sar un sequestro maggiore di carbonio nella biomassa cresciuta. Questo potrebbe generare un incremento nei ritorni di materia organica al suolo, risultando in un aumento del sequestro di CO2 dallatmosfera. . molto probabile che il biochar possa ridurre i consumi di fertilizzanti contenenti azoto, potassio e fosforo richiesti, migliorando lefficienza nelluso dellazoto (Steiner et al, 2011).

3.5.5 Tasso di applicazione del biochar e durata dei benefici

Il tasso ottimale per lapplicazione del biochar ai suoli, e larea di terreno che deve essere trattata non pu essere stabilita a priori. Tipici rapporti di

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applicabilit variano nellintervallo che va da 5 t /ha a 50 t/ha, ma i tassi di applicazioni ottimali dipenderanno dal tipo di biochar, dal tipo di suolo e dalle specie che vogliamo coltivare. probabile che benefici in termini di aumento delle performance agronomiche e la riduzione delle perdite di nutrienti dureranno per un certo numero di anni.

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4 Analisi Metodologica
4.1 Metodologie per separare la respirazione microbica da quella radicale
Nello studio degli ecosistemi, soprattutto al fine di predire un loro comportamento in uno scenario di mutamenti climatici, importante riuscire a distinguere e quantificare il singolo contributo, da parte delle diverse fonti, del flusso totale di CO2. Definendo come produzione primaria ecosistemica (NEP: Net Ecosystem Productivity) il bilancio del C tra ecosistema e atmosfera; questo potr essere o positivo, caratterizzando lecosistema come deposito di C (sink), oppure essere negativo, classificandolo come fonte di C (source). Kuzyakov (2006) suggerisce cinque principali sorgenti del flusso di CO2 dal suolo: 1. la decomposizione microbica della SOM in suolo privo di radici o di lettiera fresca di alcun tipo, la cosiddetta respirazione basale 2. la decomposizione microbica della SOM in suolo contenente radici o residui vegetali, riferendosi al cosiddetto priming effect 3. la decomposizione microbica della lettiera vegetale 4. la respirazione microbica dei rizodeposti radicali (radici fini morte ed ad essudati radicali) 5. la respirazione radicale vera e propria.

La divisione delle singole componenti per molto difficile da ottenere se non a seguito di forti perturbazioni del sistema e la maggior parte dei metodi di separazione finisce per accoppiare due o pi componenti. Subke et al. (2006) riassumono a 4 gli approcci principali per la ripartizione del flusso di CO2 in uscita dal suolo: (1) esclusione radicale, (2) separazione fisica delle componenti, (3) tecniche isotopiche e (4) metodi indiretti.

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4.1.1 Esclusione radicale

Questa categoria comprende i metodi che stimano la respirazione radicale misurando la respirazione del suolo con e senza radici e ricavandola per differenza. In particolare una tecnica molto diffusa il trenching. Questa tecnica consiste nel tranciare tutte le radici ai bordi di unarea definita di suolo, in modo da interrompere tutti gli input di carbonio sotterranei provenienti dalle piante. La trincea deve superare la profondit degli strati interessati dalla presenza della maggior parte delle radici. Quindi la ricrescita radicale viene impedita mediante lapposizione di una barriera impenetrabile alle radici (tessuto non tessuto, pellicola di polietilene ecc.). Il maggior pregio di questo metodo quello di lasciare intatto il profilo del suolo. I limiti maggiori del metodo dipendono dal surplus di lettiera radicale che si viene a creare nel plot trattato in seguito al taglio delle radici vive, e dall'aumento di umidit dovuto alla mancata suzione radicale (Subke et al. 2006). Altri metodi che prevedono lesclusione fisica delle radici sono il girdling e la formazione di gap. Il primo consiste nella cercinatura (rimozione) di una striscia di corteccia di parecchi centimetri di altezza attorno alla circonferenza dei tronchi di tutte le piante presenti nel plot trattato. Questo metodo permette alle piante di mantenere attivo il trasporto di acqua verso le chiome nello xilema, interrompendo allo stesso tempo il flusso di assimilati dalle chiome verso le radici attraverso il floema. Con il metodo della formazione di gap la respirazione del suolo misurata sotto copertura viene confrontata con quella misurata nelle radure, per esempio nelle tagliate a raso dopo lutilizzazione. Tra i metodi di esclusione radicale, questo probabilmente quello caratterizzato dalla maggior perturbazione, a causa del drastico cambiamento di microclima tra la tagliata e il bosco.

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4.1.2 Separazione fisica delle componenti

Tra le tecniche di questo tipo di approccio rientrano la component integration. La component integration prevede la separazione fisica delle componenti che contribuiscono al flusso di CO2 dal suolo (radici, suolo setacciato e lettiera), seguito dalla misura del flusso di ognuna di esse, incubata separatamente a temperatura standard.

4.1.3 Tecniche isotopiche

Applicazione di fumigazioni con CO2 arricchita con C per creare una differenza di 13C tra la sorgente radicale e il suolo e la SOM. Le sperimentazioni di armi nucleari degli anni 50 hanno fatto culminare la concentrazione di
14

C negli anni 50-60, e ci permette di poter datare con

facilit la CO2 derivante dalla decomposizione della SOM e determinare quindi la componente eterotrofa del flusso (Trumbore 2000; CisnerosDozal et al. 2006).

4.1.4 Metodi indiretti

Il metodo della regressione il metodo indiretto usato per discriminare le componenti della respirazione del suolo. Questa viene correlata con la biomassa radicale nello stesso posto. La variazione nel flusso, viene quindi a dipendere dalla densit di radici (fini o totali) e lo intercetta sullasse delle ordinate della retta di regressione, lipotetico punto a biomassa radicale zero, corrisponde al contributo del solo flusso eterotrofo (Kucera e Kirkham 1971).

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4.2 Metodologie per stimare la perdita di azoto da suoli agricoli

I metodi pi diffusi per la misura dei flussi di lisciviazione attualmente utilizzati sono i lisimetri a cassone o a pesata, i lisimetri a suzione o a coppetta porosa, e le resine a scambio ionico. Il lisimetro a pesata consiste in un contenitore, generalmente metallico di grandi dimensioni, contente un campione rappresentativo di terreno e un locale sotterraneo che permette laccesso per lispezione dei dispositivi di rilevamento. Il cilindro sostenuto da un sistema di pesata a bascula. Il fondo ha un dispositivo di drenaggio che raccoglie l'acqua di percolazione. Intorno al cilindro applicato un dispositivo di recupero dell'acqua che ristagna o fluisce in superficie (acqua di ruscellamento). L'impianto completato da strumenti di misura di parametri climatici e geoclimatici (pioggia, temperatura dell'aria e del terreno, umidit atmosferica, ecc.). Il sistema permette la misura degli apporti idrici e delle perdite per percolazione profonda e ruscellamento. Inoltre la registrazione del peso del cilindro permette di rilevare le variazioni di peso e, per differenza, la quantit d'acqua persa per evapotraspirazione. I lisimetri a suzione, definiti anche coppe porose, sono comunemente utilizzati negli studi di lisciviazione per la raccolta di campioni delle acque di ritenzione del suolo (Williams et al., 1997). Questi strumenti sono composti da un tubo PVC che costituisce il contenitore di accumulo del campione, la cui estremit superiore di questa struttura tubolare chiusa ermeticamente mentre quella inferiore consta di una coppa porosa di materiale ceramico. I pori caratterizzanti il materiale della coppa presentano un piccolo diametro, nellordine dei m (max 1,3), che non consente, in seguito alla saturazione del poro, lattraversamento da parte della fase gassosa presente nel terreno; in questo modo il vuoto fatto allinterno dello strumento permane. Il principio su cui si basa lo strumento, consiste nel creare un gradiente di pressione tra il suolo e linterno della coppa porosa. Se lacqua di ritenzione viene mantenuta a pressioni matriciali inferiori rispetto a quelle negative esercitate nella coppa, lacqua si sposta dal suolo

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verso di essa fino al ripristino dellequilibrio tra le forze di pressione (Williams et al., 1997). I lisimetri a coppetta porosa, normalmente utilizzati nella stima della lisciviazione di nutrienti dal suolo hanno diversi problemi: la necessit di un facile accesso al sito sperimentale per la raccolta dei dati; la necessit di mantenere la tensione nei lisimetri; infine molti animali possono danneggiare lo strumento (Susfalk et al., 2002). Le resine a scambio ionico sono largamente utilizzate in laboratorio e in campo per determinare la disponibilit di azoto e fosforo nel suolo. Una resina a scambio ionico pu essere definita come una matrice polimerica (in genere granuli di pochi millimetri di diametro) in cui sono intrappolati o inglobati ioni, disponibili per lo scambio ionico. Esistono numerosissime resine a scambio ionico, la maggior parte delle quali sono a base di polistirene, in genere reticolato con divinilbenzene, a cui poi sono aggiunti gruppi funzionali in grado di catturare o rilasciare gli ioni. Sfruttando questa propriet, le resine sono in grado di intrappolare l'azoto presente in forma ionica nella soluzione del suolo (nitrato ed ammonio). Si distinguono resine a scambio cationico e resine a scambio anionico. Le prime scambiano un idrogenione H+ presente sul gruppo funzionale con i cationi presenti in soluzione quali Na+, K+, Ca++, Mg++, Cu++, Ni++, Pb++, Zn++, NH4 +. Tipici gruppi funzionali che si trovano sulle resine a scambio cationico ed in grado di scambiare idrogenioni, sono il gruppo solfonico: R-SO3H, il quale essendo il radicale di un acido forte, scambia con tutti i cationi presenti in acqua in un vasto range di pH, da cui lappellativo conseguente di resine cationiche forti e il gruppo carbossilico R-COOH, il quale essendo il radicale di un acido debole risulta dotato di una forte affinit solo nei confronti di cationi legati a bicarbonato, da cui lappellativo di resine cationiche deboli. Viceversa le resine anioniche scambiano tipicamente ossidrilioni, cio ioni OH- presenti sui loro gruppi funzionali con gli ioni presenti in soluzione (NO3-, Cl-, SO42-, HCO3-, CN-). Tipici gruppi funzionali in grado di rilasciare ossidrilioni e prendersi gli ioni presenti in acqua, sono il gruppo ammonico quaternario: R-N (CH3)3OH il quale

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essendo il radicale di una base forte scambia con tutti i tipi di anioni, da cui il nome di resine anioniche forti e il gruppo amminico R-NH3OH il quale essendo il radicale di una base debole dotato di una forte affinit di scambio solo con gli anioni di acidi forti, tipicamente Cl- e SO42-, da cui il nome di resine anioniche deboli. Negli studi ecologici le resine vengono generalmente utilizzata tal quale e posta a diretto contatto col suolo ad una profondit di 15-20 cm. Tuttavia, secondo Susfalk et al. (2002), la resina a contatto diretto col suolo non adatta per studi di lisciviazione perch molto sensibile alleterogeneit del suolo stesso. Il contenuto di nutrienti adsorbito delle resine risulta, infatti, molto variabile perch suscettibile alla temperatura e al contenuto idrico del suolo, e alla competizione con piante e microrganismi per lassorbimento dellazoto. Inoltre cos facendo, larea di suolo che influenza direttamente la resina non risulta ben definita, e di conseguenza difficile trasformare i valori di accumulo di nutrienti in valori di flusso di lisciviazione. Una tecnica innovativa per sfruttare le propriet delle resine a scambio ionico evitando questi inconvenienti, proposta proprio da Susfalk et al. (2002), quella di isolare la resina tra due strati di materiale inerte (sabbia o perline di vetro), in modo da evitare il contatto diretto con le particelle di suolo, giungendo alla costruzione di lisimetri a resine. Rispetto allimpiego di resine tal quali, i lisimetri a resina hanno il vantaggio, di essere meno propensi alla penetrazione da parte delle radici, inoltre la resina rimane intatta e mostra un contenuto di nutrienti con variabilit minore (Susfalk et al., 2002).

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4.3 Metodologia per studiare la dinamica degli apparati radicali


Esistono vari metodi che consentono di studiare gli apparati radicali e si dividono principalmente in due gruppi: metodi conservativi e metodi distruttivi. Qui analizzeremo solamente i conservativi, cio quelli che non comportano la distruzione dellapparato radicale, e per tale motivo utilizzati per le misure. I metodi conservativi permettono di osservare lo sviluppo degli apparati radicali direttamente nel terreno, attraverso la disposizione in esso di pareti in materiale trasparente, che permettono di visualizzare le radici che si sviluppano nelle immediate vicinanze. Caratteristica fondamentale di questo tipo di metodi la possibilit di eseguire in modo continuo le osservazioni, potendo cos valutare la velocit di accrescimento delle radici, la dinamica di sviluppo ed il turnover. Rientrano tra i metodi conservativi: rizotroni minirizotroni scanner ottico

I rizotroni sono delle strutture complesse, composte da pareti trasparenti installate in posizione verticale a ridosso del profilo del terreno, accessibili da un corridoio di dimensioni tali da consentire il passaggio di un uomo in piedi, al quale si affacciano le finestre per l'osservazione del suolo e delle radici. Le finestre di osservazione sono realizzate in vetro o in materiale acrilico trasparente e se installate sotto il livello del terreno mantengono il pi possibile lo stato di naturalit del terreno. Possono, per, essere applicate anche a camere di crescita, costituite da grandi contenitori di forma di parallelepipedo riempiti con terreno di riporto. Il metodo del rizotrone caratterizzato da: uso di grandi masse di terreno che pongono le piante in condizioni vicine a quelle di campo; controllo simultaneo e non distruttivo

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della parte aerea e radicale; accesso diretto al sistema radice-suolo con possibilit di eseguire campionamenti; possibilit di collegamento con strumenti di rilevazione e misura posti in luogo riparato. I rizotroni sono strumenti molto efficaci nel fornire dati descrittivi e quantitativi delle variazioni nel tempo di uno stesso sistema radicale. L'uso dei rizotroni per limitato dal loro elevato costo e dalla necessit di prestare una continua e dispendiosa manutenzione. I minirizotroni sono dei tubi di vario diametro e lunghezza realizzati in materiale trasparente (plexiglas o vetro) che vengono inseriti nel terreno in corrispondenza delle piante da analizzare; attraverso l'introduzione periodica in essi di adeguati apparati ottici possibile l'osservazione delle radici presenti all'interfaccia con il terreno circostante. In questo modo si pu effettuare un monitoraggio continuo nel tempo delle porzioni di apparato radicale cos individuato. I minirizotroni arrecano un disturbo limitato all'apparato radicale, mantengono una naturalit superiore ai rizotroni, richiedono una minore laboriosit per la messa in opera e hanno costi contenuti. Il metodo dello scanner ottico un metodo a basso costo che ci permette di monitorare i movimenti radicali attraverso periodiche scannerizzazioni di porzioni di suolo. Anche questo metodo comporto un disturbo limitato allapparato radicale consentendo una crescita in condizioni di naturalit. Lo scanner collegato ad un PC viene inserito in scatole di policarbonato, inserite a sua volta allinterno del terreno. Il pregio di questo metodo che permette di ottenere immagini di buona qualit facilmente analizzabili con programmi di elaborazione come WinRHIZO. Tuttavia, non ci sono attualmente prodotti disponibili per catturare immagini automaticamente, quindi laccuratezza dellanalisi sar determinata dalla periodicit in cui loperatore effettuer le misure.

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PARTE SPERIMENTALE

5 Scopo dello studio

Lo scopo del presente lavoro di tesi, condotto in un meleto della pianura padana, stato quello di valutare gli effetti dellaggiunta di biochar al suolo, separatamente sulla respirazione radicale ed eterotrofa. Mediante un metodo innovativo che utilizza scanner ad ampio schermo. Inoltre stata studiata la dinamica delle radici fini delle piante di melo, in modo da comprendere leventuale effetto del biochar sulla crescita e il turnover radicale. Infine, si indagato se laggiunta di biochar potesse influenzare la lisciviazione dellazoto, come riportato da diversi studi.

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6 Materiali e metodi

6.1 Descrizione del sito sperimentale


Lo studio stato condotto in un impianto di melo (Malus domestica), situato nel centro didattico sperimentale della Facolt di Agraria dellUniversit di Bologna. Il clima della stazione di tipo temperato continentale, con piovosit media attorno ai 700 mm annui, concentrata in autunno e primavera e spesso con siccit estiva pronunciata. La temperatura media annuale di circa 12C, con escursioni giornaliere non molto forti. La zona caratterizzata da inverni rigidi tra dicembre e febbraio con valori di temperatura media dei mesi pi freddi attorno allo zero ed estati calde con temperature medie di 20-23C . Il suolo di tipo limoso-argilloso (sabbia 18%, limo 50%, argilla 32%) e con pH subalcalino, caratterizzato dall 1,18 % di carbonio organico nel suolo (SOC) nei primi 30 cm e di 1,10 % nellorizzonte compreso tra 30 e 60 cm di profondit. Limpianto di melo realizzato con la cv. Mondial Gala innestata su M9 e allevata a spindlebush, stato effettuato nellinverno 1996/97, con sesto di 3,8 x 1,0 m, e una densit di 2630 piante ad ettaro, disposte su filari singoli con direzione SE-NW. Gli interfilari, larghi 2 m, sono inerbiti, mentre lungo i filari, il suolo stato mantenuto privo di vegetazione per una larghezza di 1,8 m, applicando, quando necessario, dei trattamenti con erbicidi non residuali. Il meleto provvisto di un impianto dirrigazione a microportata con ali gocciolanti al suolo lungo i filari e gocciolatori da 2 litri ora-1 posti ogni 40 cm. Limpianto riceve un apporto annuale di nutrienti di 80 kg N, 15 kg P e 100 kg K per ettaro, tramite fertirrigazione.

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6.2 Trattamento con biochar


Per la presente prova sperimentale sono stati utilizzati 2 filari del meleto (Fig.16), uno dei quali stato trattato nel Maggio del 2009 con biochar (Fig. 17). Il biochar proveniente da scarti di potatura di specie arboree, stato distribuito nella quantit di 1 kg m-2 sulla superficie del filare diserbato, e la sua incorporazione nei primi cm di suolo avvenuta tramite una leggera lavorazione superficiale.

Figura 16: Filari del meleto oggetto dello studi, Centro Sperimentale di Cadriano, Bologna

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Figura 17:Biochar aggiunto al suolo, Centro Universitario Sperimentale Cadriano, Bologna

Il materiale utilizzato, stato precedentemente analizzato nei laboratori di chimica agraria presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali. Il contenuto di elementi minerali stato determinato mediante ICP-OES simultaneo sequenziale (Ametek-Spectro), e il contenuto di carbonio e azoto tramite CHN. In tabella 6 vengono i riportati i risultati dellanalisi chimicofisica del biochar utilizzato negli esperimenti.

Elemento C N Al C/N Ca Cu Fe K Mg

Unit % % mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg


-1

Concentrazione 57.81 0.91 268 63.53 25000 97 333 13900 28700

mg kg-1 mg kg-1

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Mn Mo Na P S Zn As Be Cd Co Cr Cu pH

mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg


-1

84 2 11900 23300 481 104 0,005 0,001 0,001 0,002 0,002 0,002 9,8

mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 mg kg-1 -

Tabella 6: Caratteristiche chimiche e pH del Biochar impiegato nel presente lavoro

6.3 Misura della respirazione del suolo


Per la misura della respirazione del suolo si presa in considerazione solo la striscia diserbata in quanto sotto di essa si ritrovano quasi completamente gli apparati radicali delle piante arboree. Sono stati definiti 16 plot (composti ognuno da 2 collari in PVC), di cui 8 erano stati in precedenza isolati dallingresso delle radici con il metodo del trenching, cio mediante lo scavo, effettuato nel Maggio 2005, di trincee larghe 15 cm e profonde 50 cm su 4 lati. Il monolito risultante stato avvolto da un tessuto geotessile resistente alle radici, ma permeabile ad acqua e gas costituito da fibre in polipropilene unite termicamente (Dupont), le trincee sono state quindi riempite nuovamente col suolo originario. In questi plot si potuto dunque misurare in modo relativamente indisturbato

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la componente del flusso di CO2 dal suolo a carico dei soli organismi eterotrofi (Rh). I trenched plots nello stesso lato di una fila distavano tra loro 6 metri ed erano intervallati da due plots per la misura della respirazione totale (Rsoil), distanziati 2 metri luno dallaltro (Fig.18). Le misure della respirazione sono state eseguite sia nel filare trattato con biochar che nel filare non trattato, ogni 20 giorni circa e sempre alla stessa ora (dalle 11 alle 13).

N S
Trenching plot Control plot

Figura 18: Schema della disposizione dei trenched plots e dei collari lungo i filari del meleto

I collari di PVC (Fig.19) utilizzati per la misura della respirazione erano alti 12 cm con un diametro interno di 10 cm. Presentavano 2-3 ordini di fori di diametro di 0,8 cm nella parte interrata in modo tale da non ostacolare la diffusione orizzontale dei gas nel suolo e permettere, nei punti di controllo, la ricrescita delle radici fini nei primi centimetri. I collari sono stati inseriti nel suolo fino a lasciare un bordo di 3 cm al di sopra della superficie, in modo da svolgere lazione di supporto allo strumento utilizzato per la misura del flusso di CO2 e per tutto il periodo della prova non sono mai stati rimossi dal suolo.

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Figura19: Collari di controllo. Centro Sperimentale di Cadriano, Bologna

Il flusso di CO2 stato misurato tramite uno strumento portatile, composto da una camera chiusa dinamica del tipo SRC-1 (Soil Respiration Chamber) e di un analizzatore di gas a infrarossi EGM-4 (Environmental Gas Monitor, PP Systems). Il principio di cui si avvale lo strumento per definire la quantit di CO2 prodotta dal suolo, quello di misurare in un intervallo di tempo la variazione di concentrazione di CO2 in un volume noto di aria, contenuto allinterno di una camera cilindrica posta a contatto con il suolo. Linterno della camera cilindrica collegato tramite dei condotti per laria ad un IRGA (Infra-Red Gas Analyser) che misura laumento della concentrazione di CO2 dellaria nel tempo. Gli strumenti che utilizzano lIRGA per determinare la concentrazione di CO2, hanno il vantaggio di poter registrare il singolo dato di flusso totale in poco tempo (60-90 secondi) e quindi permettono di raccogliere numerosi dati al giorno (Davidson et al., 2002). In base a questi valori lo strumento calcola il flusso di CO2 fornendo poi il risultato come grammi di CO2 m-2 ora-1, utilizzando la seguente formula:

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R=

(Cn Co ) * V
Tn

Dove R: rappresenta il flusso di CO2 per unit di tempo (flusso di CO2/unit superficie/unit di tempo), Co: la concentrazione di CO2 allinizio della misurazione e Cn: la concentrazione di CO2 dopo lintervallo di tempo Tn, A: larea di suolo considerata e V: il volume interno del sistema chiuso. In concomitanza con le misure di respirazione sono stati misurati i valori di temperatura ed umidit del suolo. La temperatura del suolo stata misurata tramite una sonda STP (Soil Temperature Probe), mentre lumidit stata rilevata utilizzando una sonda ThetaProbe-ML2X (Delta T Devices, UK). Questo strumento rileva lumidit nei primi 6 cm di suolo.

6.3.1 Elaborazione dei dati

La relazione esistente tra flusso di CO2 e temperatura pu essere descritta da differenti tipi di modelli: lineari, esponenziali, sigmoidi. Tra gli studiosi non vi un consenso unanime sul tipo di relazione da utilizzare (Lloyd e Taylor, 1994), tuttavia i modelli di tipo esponenziale (ad esempio il modello Q10 o quello esponenziale semplice) sono utilizzati di frequente, sia per la semplicit di formulazione e applicazione sia perch generalmente riescono a spiegare unelevata percentuale della variabilit osservata (Buchmann 2000; Rey et al. 2002). Da un confronto sulleffetto dellutilizzo di funzioni diverse nella stima del flusso annuale emerso che le differenze sono minime (Janssens et al., 2003). Per i dati ottenuti in questa tesi si scelto di utilizzare un modello esponenziale semplice, espresso dalla formula

R = a*exp(b*t)

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Dove R la respirazione del suolo (g CO2 m-2 h-1), t la temperatura del suolo e a e b sono i parametri calcolati dalla regressione. La sensitivit della respirazione al variare della temperatura stata espressa attraverso il parametro Q10, dato dal rapporto tra la respirazione del suolo a una temperatura di riferimento (T) e la respirazione a una temperatura inferiore di 10 C (T-10) (Law et al., 1999; Xu e Qi, 2001; Kovalski et al., 2004; Suyker et al., 2004). Generalmente per le reazioni chimiche che avvengono a temperatura prossima a quella ambiente tale parametro uguale a 2 (legge di vant Hoff, 1898), ovvero la velocit specifica di reazione raddoppia allaumentare di 10 C della temperatura (Salisbury e Ross, 1999). Inoltre, per evitare effetti confondenti legati alla stagionalit dei fattori biotici e abiotici che influiscono sulla respirazione de suolo, come laumento dellattivit vegetative delle piante nella stagione estiva, sul Q10 ottenuto dalla misura in campo, (Reichstein and Beer, 2008), stato calcolato, per ogni data, il valore di flusso respiratorio normalizzato alla temperatura di 10 C (R10), impostando un valore di Q10 pari a 2, secondo la formula che segue: R10=R/e0.0693*(T-10)

I valori di R10 cos ottenuti sono stati poi messi in relazione con i valori di umidit del suolo. Tale procedura ha avuto lo scopo di verificare se vi fosse una relazione statisticamente significativa tra respirazione e disponibilit idrica ad temperatura costante.

Le relazioni tra la respirazione del suolo e le variabili ambientali, sono state testate mediante regressione semplice, ed i parametri calcolati mediante il programma Microsoft Excell.

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6.5 Stima della lisciviazione di nitrati dal suolo


Per stimare la lisciviazione dei nitrati dal suolo stata utilizzata una tecnica basata sullimpiego di resine a scambio ionico. In pratica sono stati costruiti appositamente dei lisimetri a resina, in modo simile a quanto descritto da Susfalk e Johnson (2002). Nello specifico 16,2 g di resina a scambio ionico, sono stati inseriti all'interno di tubi di PVC di 5 cm di diametro interno, intrappolati tra due fogli di tessuto di nylon con maglie di diametro inferiore a 200 m (Fig.20). Lo strato di resina stato interposto fra due strati di materiale inerte (perline di vetro), avente lo scopo di evitare il contatto diretto tra la resina e le particelle di suolo. La resina utilizzata (Amberlite MB-150, Rohm & Haas) una resina mista, composta da una parte cationica fortemente acida e una parte anionica fortemente basica. Essa quindi in grado di scambiare cationi ed anioni, captando le due forme di azoto minerale principalmente presenti nellacqua di lisciviazione (nitrato e ammonio).

Figura 20: Fasi di realizzazione dei lisimetri a resina

La quantit di resina utilizzata stata calibrata in modo da poter assorbire potenzialmente una quantit di ioni corrispondenti a pi di 400 kg di azoto

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per ettaro, considerando pari quantit di ammonio e nitrato nel lisciviato. Dieci lisimetri a resina, assemblati come descritto sopra, sono stati installati in aprile 2010 nei due filari del meleto oggetto di studio, 5 nel filare trattato e 5 nel controllo, secondo lo schema di figura 21.

Figura21: Disposizione dei collari (collars) e dei lisimetri (resin lysimetrs) nei filari del meleto oggetto di studio

I lisimetri sono stati inseriti ad una profondit di 20 cm, mediante escavazione di una buca, inserendoli lateralmente nel profilo di suolo in modo da mantenere il pi possibile indisturbata la porzione di suolo al di sopra di essi (Fig. 22). Una corda di nylon stata legata a ogni lisimetro per poterne identificare esattamente la posizione al momento della estrazione.

In aprile 2011 i lisimetri sono stati estratti dal suolo e portati in laboratorio dove sono stati disassemblati. La resina di ogni lisimetro stata sottoposta ad estrazione dellazoto inorganico mediante laggiunta di 100 ml di una soluzione di KCl 2M ed agitazione lenta (90 RPM) per 60 minuti. Gli estratti sono stati quindi filtrati con filtri Whatman 42, ed analizzati per determinare il contenuto di nitrato e ammonio tramite analizzatore automatico a flusso continuo (AxFlow AA3, Bran+Luebbe).

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Figura 22: Lisimetro interrato in corrispondenza del trattamento con biochar, visibile negli strati superficiali di suolo.

I dati riguardanti le quantit di azoto raccolte dai lisimetri sono state sottoposti ad analisi della varianza (ANOVA), per verificare la significativit delle differenze riscontrate tra i trattamenti, con un livello di confidenza dello 0,5 %.

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6.6 Analisi delle radici


Per ottenere informazioni riguardo alla dinamica radicale stato utilizzato uno scanner ottico (Dannoura et al., 2008), inserito allinterno di scatole di policarbonato di dimensioni di 50 30 10 cm.

Figura 23: Scatole in Policarbonato utilizzate per effettuare le scansioni.

Sono state inserite nel suolo 10 scatole, 5 per trattamento, ad una profondit di 45 cm, di modo che solamente i 10 cm superiori fossero allesterno della superficie del suolo. Le scatole sono state chiuse, dopo ogni misura, con un coperchio in policarbonato per evitare che lacqua vi penetrasse durante le piogge. Lo scanner ottico con sensore CCD (HP Scanjet G2710), con schermo di dimensioni 212.5 292.5 mm, collegato a un PC attraverso un cavo USB, stato utilizzato per scansionare il profilo del suolo, inserendolo allinterno della scatole. Le immagini sono risultate essere di buona qualit con una risoluzione di 300 dpi (dot per inch).

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Le immagini sono state prelevate periodicamente da novembre 2010 a maggio 2011.

Figura 24: Scanner utilizzato per effettuare le scansioni.

Le immagini sono poi state elaborate con il software WinRHIZO (WinRHIZO Tron MF, Regent Instrument, Qubec, Canada) per la valutare il numero delle radici, il diametro e la longevit. Come data di nascita delle radici stata considerata la data in cui esse erano osservata per la prima volta e come morte invece la data in cui scomparivano.

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7 Risultati

7.1 Respirazione del suolo


Nelle figure 25 e 26 sono mostrati gli andamenti dei parametri ambientali che influiscono sulla respirazione del suolo, cio umidit (Figura 26) e temperatura del suolo (Figura 25) per i plot trattati e non trattati con biochar. Le misure sono state effettuate con cadenza di 20 giorni ed ognuna la media di otto valori. Gli andamenti delle temperature non presentano sostanziali differenze, risultando essere praticamente identiche per entrambe le tesi. Risulta invece differente landamento dellumidit, per cui si riscontrato un leggero aumento (non significativo statisticamente) in corrispondenza del

trattamento con biochar su suolo non manipolato.

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Figura 25: Andamento delle temperatura (C) rispettivamente in suolo non manipolato e allinterno dei trenching. Le linee di colore rosso indicano i dati relativi alla tesi trattata con Biochar e quelle di colore azzurro la tesi di controllo non trattata. Ogni punto la media di 8 misure effettuate dalle ore 11.00 alle ore 13.00. Le barre indicano lerrore standard (ES) della media.

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0.7 0.6 0.5

suolo non manipolato

SWC (m3/m3)

0.4 0.3 biochar 0.2 control 0.1 0.0 m a m g l a s o n d g f m a m g mese l a s o n d g f m a

0.7 0.6

trenching

SWC (m3/m3)

0.5 0.4 0.3 biochar 0.2 control 0.1 0.0 m a m g l a s o n d g f m a m g mese l a s o n d g f m a

Figura 26: Andamento del trenching, rispettivamente. Biochar e quelle di colore misure effettuate dalle ore media.

contenuto idrico (SWC) del suolo non manipolato e allinterno dei Le linee di colore rosso indicano i dati relativi alla tesi trattata con azzurro la tesi di controllo non trattata. Ogni punto la media di 8 11.00 alle ore 13.00. Le barre indicano lerrore standard (ES) della

Le figure 27, 28, 29 riportano gli andamenti della respirazione totale (Rsoil), respirazione eterotrofa (Rh) e respirazione autotrofa (Ra). Ricordiamo che Rsoil la respirazione totale misurata su suolo non manipolato, risultante sia dalla respirazione eterotrofa ad opera dei microorganismi, e della respirazione autotrofa (delle radici). Dai grafici relativi alla respirazione totale ed eterotrofa risulta evidente il maggiore flusso di respirazione, nei primi mesi estivi successivi

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allapplicazione del biochar. Per quanto riguarda la respirazione totale, non si sono rilevate differenze significative tra la tesi trattata e non trattata. La respirazione eterotrofa ha invece mostrato un aumento in corrispondenza della tesi trattata con biochar. La differenza rilevabile nei mesi estivi, , in particolare maggio, giugno e luglio, mentre non risulta significativa nei mesi invernali, in cui le basse temperature mantengono bassi i tassi respiratori.

Rsoil
1,0 0,9 0,8 0,7 0,6 0,5 0,4 0,3 0,2 0,1 0,0 biochar control

g CO2 m-2 h-1

mamg l a s o n d g f mamg l a s o n d g f ma mese

Figura 27: Andamento dei flussi di carbonio relativi alla respirazione totale (Rsoil) le cui misurazioni sono state effettuate su suolo non manipolato. Le linee di colore rosso indicano i dati relativi alla tesi trattata con Biochar e quelle di colore azzurro la tesi di controllo non trattata. Ogni punto la media di 8 misure effettuate dalle ore 11.00 alle ore 13.00. Le barre indicano lerrore standard (ES) della media.

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1,0 0,9 0,8

Rh
biochar control

g CO2 m-2 h-1

0,7 0,6 0,5 0,4 0,3 0,2 0,1 0,0

mamg l a s o n d g f mamg l a s o n d g f ma mese


Figura 28: Andamento dei flussi di carbonio relativi alla respirazione eterotrofa Rh, le cui misurazioni sono state effettuate allinterno dei trenched plot. Le linee di colore rosso indicano i dati relativi alla tesi trattata con Biochar e quelle di colore azzurro la tesi di controllo non trattata. Ogni punto la media di 8 misure effettuate dalle ore 11.00 alle ore 13.00. Le barre indicano lerrore standard (ES) della media.

In figura 29 invece riportato landamento della respirazione autotrofa (Ra), calcolata come differenza tra i valori di Rsoil e Rh. Risulta evidente come la respirazione autotrofa sia minore in presenza di biochar, anche in periodi al di fuori della stagione vegetativa e soprattutto quando il tenore idrico del suolo piuttosto basso.

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1,0 0,9 0,8 0,7 0,6 0,5 0,4 0,3 0,2 0,1 0,0 -0,1 -0,2 -0,3 -0,4

Ra
biochar control

g CO2 m-2 h-1

mamg l a s o n d g f mamg l a s o n d g f ma mese


Figura 29: Andamento dei flussi di carbonio relativi alla respirazione autotrofa Ra, calcolata come sottrazione tra Rsoil e Rh. Le linee di colore rosso indicano i dati relativi alla tesi trattata con Biochar e quelle di colore azzurro la tesi di controllo non trattata. Ogni punto la media di 8

Nelle figure 30 e 31 i valori giornalieri di Rsoil ed Rh sono messi in relazione con la temperatura del suolo. Per isolare leffetto della temperatura, dai grafici sono stati eliminati i valori corrispondenti ad umidit del suolo limitante per la respirazione. Dai grafici possibile notare come il flusso di CO2 dal terreno sia per buona parte spiegato dalla variazione della temperatura del suolo, attraverso una relazione di tipo esponenziale. Nel suolo trattato con Biochar, la sensitivit apparente di Rsoil alla temperatura risulta maggiore rispetto al suolo non trattato, come evidenziato dai valori di Q10. Ci non si verifica per la respirazione eterotrofa, per cui per si nota un aumento della respirazione basale (espresso dallintercetta della curva esponenziale con lasse delle y), sempre in corrispondenza del trattamento con biochar.

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Figura 30: Relazione esponenziale tra temperatura e flusso respiratorio totale in suolo trattato con biochar e nel controllo.

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Figura 31: Relazione esponenziale tra temperatura e flusso respiratorio eterotrofo in suolo trattato con biochar e nel controllo. .

121

Figura 31: Relazione esponenziale tra temperatura e flusso respiratorio eterotrofo in suolo trattato con biochar e nel controllo. .

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I dati di respirazione standardizzati a 10 C, cio i valori calcolati di R10, sono stati poi messi in relazione con i valori di umidit del suolo. (figura 32). Dai grafici si nota come non vi sia una relazione univoca e facilmente identificabile tra i due parametri. Nonostante leliminazione delleffetto della temperatura, non quindi stata identificata una chiara relazione tra umidit del suolo e respirazione totale e riferita alle singole componenti.

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0.45 biochar 0.40 0.35 control

Rh

R10 (g CO2 m-2 h-1)

0.30 0.25 0.20 0.15 0.10 0.05 0.00 0.0 0.1 0.2 0.3 0.4 0.5 0.6

SWC (m3/m3)
0.45 0.40 0.35 control biochar

Rsoil

R10 (g CO2 m-2 h-1)

0.30 0.25 0.20 0.15 0.10 0.05 0.00 0.0 0.1 0.2 0.3 0.4 0.5 0.6

SWC (m3/m3)
Figura 32: Risposta dei flussi respiratori del suolo normalizzati alla temperatura di 10C (R10) allumidit del suolo nella Rsoil (a), e nella Rh (b). In ogni grafico sono distinte le due tesi trattata con biochar e controllo. Rsoil misurata nei controlli e Rh misurata nei trenching. Ogni punto la media relativa ad un momento della giornata (dalle ore 11 alle ore 13) della misura effettuata su 8 collari.

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7.2 Stima della lisciviazione di azoto dal suolo


La figura 33, mostra le quantit di azoto nitrico e ammoniacale estratte dai lisimetri, rispettivamente per la tesi con e senza biochar. Si nota unevidente diminuzione nella lisciviazione di azotato nitrico nella tesi trattata con biochar, mentre nessuna differenza significativa stata riscontrata per lazoto ammoniacale.

8,00 7,00

media

N-NO3 6,00 N-NH4 kg N /ha 5,00 4,00 3,00 2,00 1,00 0,00 controllo biochar

Figura 33: Media dellN-NO3 e N-NH4 accumulato nei lisimetri posizionati allinterno delle tesi trattate con biochar e di controllo.

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7.3 Analisi della dinamica radicale


In figura 34 viene evidenziata la probabilit di sopravvivenza delle radici, in funzione della loro longevit (durata). Dal grafico risulta chiaro come essa sia maggiore in presenza di biochar come confermato anche dalla tabella 7.

Probabilit di sopravvivenza

1,2 1 0,8 0,6 0,4 0,2 0 0 100 200 Durata (gg) 300 400 500
Controllo Biochar

Figura 34: Probabilit di sopravvivenza delle radici in presenza e in assenza del trattamento con biochar

Osservando invece la figura 35, dove viene riportato il numero di radici per m2, pi difficile riuscire a stimare se essa sia maggiore nella tesi trattata con Biochar o in quella di controllo. per evidente come il numero di radici sia pi variabile nel primo di anno di analisi e che tenda poi a stabilizzarsi, in numero, nellanno successivo.

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Numero di radici/m2

140 120 100 80 60 40 20 0 15/07/2010 15/08/2010 15/09/2010 15/10/2010 15/11/2010 15/12/2010 15/01/2011 15/02/2011 15/03/2011 15/04/2011

CK Biochar

Data

TRATTAMENTO

Figura 35: Densit radicale (numero di radici per m2) osservata in ogni data in presenza e in 2

assenza del trattamento con biochar

Numero/m

Durata (gg)

Lunghezza (cm) 1.9 1.6 **

Diametro (mm) 0.05 0.04 **

Controllo Biochar Significativit

1022 1114 n.s.

108 137 ***

Tabella 7: numero medio di radici osservate per m2 di superficie, durata, lunghezza e diametro delle radici osservate

In tabella 7 sono riportate le differenze tra suolo trattato con biochar e controllo rispettivamente per quanto riguarda il numero, la longevit, la lunghezza e il diametro delle radici. Si nota come il numero di radici per m2 non sia significativamente diverso nel controllo e nel trattato. La longevit (durata) delle radici risulta invece significativamente maggiore nella tesi trattata con biochar, mentre lunghezza e diametro risultano essere leggermente maggiori nel controllo.

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8 Discussione
Il biochar definito come un materiale solido carbonioso, contenente al proprio interno particelle cristalline composte da strati simili a quelli della grafite, ma non allineati (Waren, 1941). Studi con diffrazione ai raggi X evidenziano come queste strutture cristalline siano formate da pile di fogli di composti aromatici con collegamenti incrociati di tipo casuale (Carmona e Delhaes, 1978). Le altre parti che completano la struttura sono composti organici alifatici e aromatici di struttura complessa (compresi residui volatili) e componenti inorganici (ceneri inorganiche e bio-oli). Tale struttura completata da spazi vuoti presenti nei pori (macro, meso e micro pori) e da fratture e morfologie delle cellule della biomassa di origine (Emmerich et al., 1987). Questa struttura dipende essenzialmente dal materiale molecolare di partenza e dalla temperatura di pirolisi (Lua et al. 2004). Questultima determiner la conversione delle strutture alifatiche in aromatiche comportando una riduzione del rapporto di mineralizzazione del carbonio ed influenzer la formazione di bio-oli residuali e derivati ricondensati sulla superficie del biochar (Steiner et al., 2008). La riduzione nella mineralizzazione del carbonio organico, suggerisce una diminuzione della disponibilit di nutrienti nel biochar, a causa del fatto che N, P e S vengono legati in strutture aromatiche molto pi resistenti alla degradazione (Lehmann 2007). Ricerche hanno catalogato il biochar come una sostanza relativamente inerte che viene alterata con il passare del tempo solo da pochi processi chimici o biochimici (Nicholas et al., 2000). Tuttavia le propriet della superficie cambiano nel tempo, dato che essa lentamente mineralizzata dopo lunghi periodi. Anche se il biochar non strettamente inerte, le velocit di decomposizione sono molto basse rispetto a quelle della materia organica non carbonizzata, risulta quindi non apparire come un substrato idoneo per il metabolismo microbico. Invece, i bio-oli, le ceneri e i composti adsorbiti sulla superficie del biochar, sembrano essere lunica fonte di substrato

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disponibile, in tempi brevi, per supportare la crescita microbica. In base alla composizione degli oli e delle ceneri residuali, essi, potrebbero fungere da substrato per la crescita e per il metabolismo microbico, come proposto da Ogawa nel 1994 e da Steiner et al. nel 2008. Laumento della respirazione eterotrofa riscontrato nel frutteto di Cadriano nei primi mesi successivi al trattamento con biochar potrebbe essere dovuto proprio alla degradazione e mineralizzazione di questa sua componente labile, rappresentata da composti alifatici, ceneri e bio-oli. Tale incremento potrebbe essere dovuto alla presenza nel biochar di substrati appetibili dai microrganismi o da nutrienti minerali, che potrebbero stimolare la comunit microbica. Non si pu tuttavia escludere che esso sia, anche, dovuto ad un priming effect esercitato sulla sostanza organica nativa del suolo, ovvero come un aumento della sua decomposizione stimolato dalla presenza di biochar nel suolo. Lincremento di respirazione eterotrofa in conseguenza dellaggiunta di biochar stato comunque osservato anche nella seconda stagione estiva. Il persistere di tale aumento potrebbe essere dovuto allinstaurarsi di un cometabolismo batterico, anche, per lunghi periodi di tempo, come sostenuto da Hamer et al., nel 2004, e che il substrato carbonioso e i nutrienti inorganici che sono adsorbiti sulla superficie del biochar, dopo che i prodotti condensati e/o le ceneri sono scomparse, fungeranno da substrato per la colonizzazione degli organismi. Quindi, ci sar sicuramente una successione di colonizzazioni da parte degli organismi nel tempo al cambiare delle caratteristiche ambientali della superficie. Si passer da batteri che degraderanno le ceneri e i bio-oli a batteri che degradano sostanza organica presente nei terreni. La porosit del biochar pu fungere come rifugio o micro-habitat per i microrganismi e favorire quindi la sua colonizzazione; in tale habitat i microbi sarebbero protetti dai loro naturali predatori (Saito e Muramoto, 2002; Warnock et al., 2007), e microbi che sono naturalmente meno competitivi potrebbero trovare giovamento da una posizione pi riparata (Ogawa 1994). Vari studi sulle Dark Earth dellAmazzonia (ADE), hanno

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mostrato che questi suoli, in confronto con quelli adiacenti, hanno una pi alta biomassa microbica ed una maggiore percentuale di batteri e funghi di una quantit che va dal 43% al 125% rispetto ai suoli adiacenti (Thies e Suzuki, 2003). Questo aumento della componente microbica potrebbe spiegarci laumento nella respirazione basale ed eterotrofa riscontrato nei periodi successivi al trattamento con biochar e dopo il priming effect (Figura 26). Lo stimolo dellattivit microbica potrebbe essere dovuto anche ad un aumento dellareazione del suolo, come confermato da studi effettuati dal Dipartimento di Agronomia dellUniversit dellIowa. Laumento

dellaerazione potrebbe portare ad una maggiore disponibilit di O2 condizione necessaria, affinch, microrganismi aerobi possano degradare e mineralizzare efficacemente le sostanze labili . Il trattamento con carbone ha mostrato, inoltre, un chiaro effetto anche sulla respirazione autotrofa Ra, calcolata come differenza tra Rsoil e Rh (Figura 29). Questa risultata, infatti, minore in presenza di biochar, anche in periodi al di fuori della stagione vegetativa e soprattutto quando il tenore idrico del suolo era piuttosto basso. La diminuzione della respirazione radicale potrebbe essere dovuta sia ad una minore quantit di radici metabolicamente attive in corrispondenza del trattamento, sia ad una riduzione del loro metabolismo. Tuttavia, in base ai dati di dinamica radicale ottenuti per mezzo degli scanner, il numero di radici per unit di suolo risultato molto simile, con differenze non significative, sia nella tesi con Biochar che in quella di controllo, per cui la diminuzione della respirazione deve esser dovuta ad una diminuzione del metabolismo radicale. Tale risultato potrebbe essere confermato dalla maggiore longevit radicale osservata in presenza di biochar potrebbe . E infatti stato osservata una relazione inversa tra tasso metabolico e longevit radicale (Tjeerd et al., 2001). La struttura porosa del biochar che porta allaumento della sua area superficiale, responsabile dellelevata capacit di assorbimento idrico. E quindi possibile ipotizzare che il biochar possa influire negativamente sulla

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respirazione per via dellaumento del contenuto idrico e della pi scarsa aerazione del suolo trattato con biochar. La sensibilit della respirazione radicale alla scarsit di ossigeno infatti maggiore rispetto a quella microbica (Freijer e Leffelaar, 1996). Tuttavia nel frutteto di Cadriano non si riscontrato alcun effetto sul contenuto idrico del suolo non manipolato. Inoltre la diminuzione di respirazione radicale particolarmente evidente in condizioni di scarsa umidit del suolo, e ci porta ad escludere che sia dovuta a condizioni di anossia radicale.

Il monitoraggio della respirazione del suolo nel meleto ha messo in evidenza come il flusso di CO2 dal terreno sia per buona parte spiegato dalla variazione della temperatura del suolo, attraverso una relazione di tipo esponenziale, come gi suggerito da vari autori (Raich e Schlesinger, 1992; Lloyd e Taylor, 1994; Fang e Moncrieff, 2001; Janssens et al., 2003). Il trattamento con biochar ha aumentato la sensibilit di Rsoil alla temperatura, espressa dal valore di Q10 anche se questa rimane vicina al valore di 2 in accordo con quanto teorizzato da Vant Hoff (1898) e con i valori tra 1,8 e 2,4 riportati da Raich e Schlesinger (1992). Il pi alto valore basale di Rh rilevato in conseguenza del trattamento con biochar spiega chiaramente laumento della respirazione eterotrofa rilevato durante il monitoraggio. La relazione del flusso con lumidit non invece risultata altrettanto chiara, anche dopo la normalizzazione dei dati rispetto alla temperatura. Le motivazioni sono probabilmente da ricercare nella presenza di fonti di variazione diverse che possono aver influito sulla respirazione del suolo, quali la diversa quantit di lettiera e di sostanza organica del suolo, o la diversa densit radicale nel suolo dei diversi plot. La particolare disposizione dei filari del meleto in cui si svolta la sperimentazione (SENW), ha forse accentuato queste differenze rendendo difficile

linterpretazione dei dati in funzione delle sole variabili ambientali.

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Il trattamento con biochar ha influenzato significativamente la quantit di azoto lisciviato dal suolo rispetto al suolo non trattato. Le analisi dei lisimetri hanno infatti verificato le potenzialit del Biochar nel trattenere lo ione nitrato. I dati presenti in letteratura ci confermano questa potenzialit, tuttavia gli studi effettuati fino ad ora sono stati effettuati in laboratorio (Dowie et al. 2007; Dunish et al. 2007) o in condizioni controllate (Lehmann et al., 2007). Per cui le informazioni ottenute da studi in pieno campo e in climi temperati sono ancora piuttosto scarse. I meccanismi di trattenimento dei nutrienti da parte del biochar possono essere complessi: le cause si potrebbero identificare, in una visione semplicistica, nella carica di superficie che caratterizza il biochar, capace di legare ioni impedendo il loro trasporto attraverso lacqua di percolazione. Lelevata porosit delle particelle di biochar potrebbe contribuirebbe, inoltre, ad aumentare enormemente larea superficiale, incrementando le potenzialit di assorbimento. (Major et al. 2009; Moreno-Castilla 2004). Vista la differenza nel trattenere ione nitrato, piuttosto che ioni ammonio, si potrebbe ipotizzare che il biochar utilizzato nellesperimento di Cadriano sia caratterizzato in superficie da una carica principalmente positiva, in grado quindi di legare a se ioni nitrato carichi negativamente. Da sottolineare che il suolo non stato fertilizzato fin dallinizio dellesperimento. Possiamo, quindi, ritenere che tutto lazoto lisciviato si sia originato dalla decomposizione della materia organica del suolo o da residui azotati degli anni precedenti.

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9 Conclusioni
Nel complesso il presente studio evidenzia come il Biochar abbia interferito significativamente sulla respirazione eterotrofa, evidenziando incrementi sia sul breve periodo che nellarco dei due anni di analisi. Tuttavia non possibile, sulla base dei dati raccolti, stabilire la natura di tali effetti e in particolare comprendere se lo stimolo al processo ossidativo della sostanza organica sia a carico della sola componente labile del Biochar (composti alifatici, bio-oli e ceneri), o sia da attribuire ad un effetto positivo sulla decomposizione della sostanza organica originaria del suolo. Sarebbe quindi utile elaborare metodologie che determinino quale dei effetti sopra si verifichi effettivamente o quale sia predominante. Interessante sarebbe anche valutare quali siano i fattori che migliorano lossidazione delle sostanze presenti nel terreno: se i microrganismi decompositori aumentino in numero o se aumenti il loro metabolismo e quindi l'efficienza di mineralizzazione della sostanza organica. I risultati riguardanti la diminuzione della lisciviazione dellazoto sono molto positivi. Nello studio in esame, essi riguardavano solo lazoto prodotto dalla decomposizione della sostanza organica, in quanto il terreno non era stato fertilizzato. Esperimenti futuri potrebbero rivelare se il

biochar possa aiutare a trattenere lazoto aggiunto con i fertilizzanti. Questo potrebbe essere particolarmente importante per capire se il biochar pussa rappresentare un mezzo utile per ridurre perdite di N e massimizzare lefficienza dei fertilizzanti. Studi sul biochar hanno infatti mostrato la possibilit di migliorare lefficienza agronomica (che la resa del prodotto raccolto per unit di fertilizzante utilizzato). Tale effetto potrebbe essere dovuto proprio ad un miglioramento della capacit di trattenere gli elementi minerali nel suolo. In situazioni di elevata produttivit questo beneficio potrebbe manifestarsi come un risparmio nelluso di fertilizzanti, mentre in situazioni di bassa produttivit potrebbe manifestarsi con un aumento della stessa (Iswaran et al., 1988; Wardle et al., 1998, Hoshi, 2001; Lehmann et al. 2003b; Chan et 2007c; Wan Zwieten et al. 2007).

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La diminuzione della perdita di composti azotati potrebbe apportare non solo benefici legati alle propriet nutritive del suolo, ma anche e soprattutto di tipo ambientale, in quanto porterebbero ad una diminuzione dell

inquinamento delle falde e dei relativi costi per la depurazione delle acque. La minore perdita di azoto nelle acque superficiali e marine potrebbe inoltre ridurre il rischio di eutrofizzazione. Le capacit del biochar di trattenere i composti azotati potrebbe anche risultare utile nel trattenere inquinanti persistenti e cancerogeni, in particolare quelli a struttura planare come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), proteggendo quindi gli organismi dalla bioaccumulazione (Koelmans, 2005). Secondo Chai et al. (2007), il desorbimento degli inquinanti dai sedimenti risulta rallentato anche da piccole quantit di black carbon, a causa della sua notevole capacit adsorbente e della sua ridotta velocit di diffusione. Questo fatto offre interessanti prospettive per l'utilizzo del biochar anche negli interventi di ripristino ambientale. In conclusione, i risultati di questo studio sembrano confermare che il Il biochar possa essere utilizzato come ammendante al suolo, come dimostrato anche da studi effettuati in ambiente mediterraneo e soprattuto su culture a ciclo breve (Miglietta, 2011). Nonostante queste potenzialit, unite all immobilizzazione del carbonio nei suoli che contribuisce alla mitigazione di feedback negativi dovuti a gas serra, non c' ancora una diffusione effettiva del suo utilizzo. La spinta definitiva potrebbe venire dagli incentivi previsti dai trattati internazionali sulla riduzione dei gas serra in atmosfera, con l'inclusione di questa tecnica nel sistema di mercato delle quote di carbonio. Per fare ci necessaria per una quantificazione precisa del carbonio che pu essere sequestrato (Lehmann et al., 2006) e sono quindi necessari ulteriori studi sulla stabilit del biochar e sulle sue interazioni con gli altri componenti del suolo e con l'ambiente circostante.

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