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Cap.

1 Lautore d inizio alla sua opera, esaltando le bellezze naturali, che riassume in una splendida e meravigliosa visione, tramite uno stile, pacato e nitido, consono alle sue capacit artistiche. Don Abbondio, parroco di uno dei tanti paesini che costellano il territorio di Lecco, in una mite sera autunnale del 1628, proprio in sul calar del sole, recitando il breviario, si dirige tranquillo verso casa. Sin dora il Manzoni ci fornisce i tratti salienti di questo personaggio, con precisa analisi psicologica. Ce lo descrive ed i fatti ne sono incontestabile conferma come persona poco amante di rischi e di preoccupazioni, che, pur di evitarli, capace di sottrarsi persino al suo ministero sacerdotale. E privo di ardire; la paura, che inevitabilmente affiora in lui in ogni istante, lo acceca e gli annulla ogni senso di giustizia e di carit. Mentre, appunto, don Abbondio, ignaro di quanto gli succeder, si gode un magnifico tramonto, giunto in prossimit di un bivio, intravede due persone armate e daspetto minaccioso: sono due bravi. Non potendo trovare via di scampo, onde accorciare quei momenti di angoscia, si dirige pi speditamente verso di loro, sfoggiando persino un falso sorriso. Quando si trova dinanzi a quei due, il cuore gli batte fortemente. Tra di loro si svolge un breve colloquio: il tono di don Abbondio mite, persuasivo; quello dei bravi perentorio. Essi, portatori della volont del potente signor don Rodrigo, in sostanza, vietano a don Abbondio di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Questo matrimonio non sha da fare, n domani, n mai , dicono. Don Abbondio, preso da terrore, tenta di discutere, vorrebbe spiegare i propri doveri; che non dipende da lui se due vogliono sposarsi, che egli non centra, che solo un servitore. Ma le minacce di morte e la fermezza sono tali, che il curato, seppure non solennemente, deve promettere che non celebrer il matrimonio; solo allora i due si allontanano. E don Abbondio, destinato a divenire uno dei personaggi pi importanti del romanzo, perplesso e col cuore palpitante, pu proseguire il suo cammino verso casa. Da questo primo quadro facile intuire come il curato sia incapace di lottare, di far trionfare la giustizia e il diritto sulla prepotenza. Egli, onde non subire conseguenze, non s immischia mai nella lotta; ma anche in lontananza il terrore lo pervade. Bisogna notare, per, che ai tempi di don Abbondio la legge non era osservata e che i ricchi e i nobili esercitavano ogni forma di sopruso e di violenza sui deboli e sugli inermi. Per questo don Abbondio che non per di pi, n ricco, n nobile, ma in quella societ, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro , perch fosse protetto, ubbid alla volont dei suoi parenti di farsi prete. Il curato ha davanti agli occhi la visione spaventosa dei bravi, gli par di sentire ad ogni istante le loro parolacce; sa pure che le minacce di quel signorotto non sono vane. E se la piglia con Renzo e Lucia, ragazzacci che, per non saper che fare, sinnamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro . Potesse dire a Renzo che nellimpossibilit di celebrare il matrimonio! Ma costui vorr delle spiegazioni, che il curato non potr dare. Tutti questi pensieri tempestano la sua mente, quando, finalmente, giunto a casa, chiama con tono angosciato Perpetua. Quando Perpetua al cospetto del suo padrone, e vedendolo stravolto, ne chiede il motivo. Don Abbondio dapprima reticente, ma poi, con il cuore in gola, le confida quanto i bravi gli avevano ordinato, se vuole salva la vita. Egli svela questo segreto alla sua domestica non solo per liberarsi in parte di un peso opprimente, ma anche nella speranza di ottenere da lei una soluzione al caso. Perpetua per la verit, pur non essendo donna di eccelse virt, ma dotata di quel comune buon senso, gli propone una logica via duscita: dire tutto al cardinale e invocare la sua protezione. Ma il curato, cui echeggia ancora la minaccia di morte, non accetta il consiglio, perch il cardinale non pu cancellare dalla mente di quei criminali lintenzione omicida; perch non pu levargli una schioppettata nella schiena. E cos don Abbondio, ancor pi angosciato che sollevato, e pentito daver parlato, si ritira nella sua camera, non senza avere esortato solennemente Perpetua a non far parola della faccenda. Cap.2 Dopo lincontro con i bravi, don Abbondio la notte non riesce a riposare, assalito da incubi; nel letto si gira e rigira, ha sempre presente le minacce, sa che lindomani un giorno di battaglia. Dopo tanto pensare, crede che la soluzione pi logica sia quella di temporeggiare; di indurre Renzo ad aver pazienza, anche perch sa che da l a poco inizia il tempo proibito per le nozze, e quindi avr due mesi a disposizione, durante i quali potranno verificarsi cose nuove. E un

monologo, quello di don Abbondio che mette in luce tutta la sua vilt e mediocrit. Intanto Renzo, ignaro di quanto si sta tramando ai suoi danni, con tutto lardore dei suoi ventanni, felice di poter sposare la donna che ama perdutamente, si presenta al curato. Ma laccoglienza fredda e sospetta di don Abbondio lo preoccupa; comunque, con quel rispetto e riverenza che si deve ad un ministro di Dio, chiede lora in cui fa pi comodo al curato di celebrare il matrimonio. A questo punto don Abbondio accavalla pretesti, frasi sconnesse e giustificazioni, contornati e complicati da parole latine che hanno il preciso scopo di confondere le idee al povero giovane, e ottenerne un ritardo per la celebrazione del matrimonio. Renzo si arrabbia, vuole delle spiegazioni, ma infine, pur se poco convinto, accetta che il matrimonio si celebri fra una settimana, e se ne va. Ma bastano alcune incaute parole di Perpetua, che incontra nellorticello, perch questa mandi in aria tutti gli sforzi persuasivi del curato. Il giovane arguisce infatti che c qualcosa che non va, qualcosa dingarbugliato, di cui vuole trovare il bandolo. Ritorna perci in canonica e mette alle strette don Abbondio, perch lo renda edotto del suo comportamento, a dir poco, ambiguo. Don Abbondio si rende conto che Renzo non se ne sarebbe andato da l, se prima non avesse conosciuta la verit; perci, per sfuggirlo, cerca di guadagnare luscita, ma Renzo, con mossa repentina, balza verso luscio, lo chiude e si mette la chiave in tasca. Voglio sapere dice Renzo chi quel potente che non vuole chio sposi Lucia. Le sue parole assumono un atteggiamento di minaccia, che accompagnate da un gesto involontario (la mano sul manico del coltello che gli esce dal taschino), costringono don Abbondio a pronunciare il nome di don Rodrigo. Ed una volta fatta tale confessione e preso coraggio, descrive a tinte fosche lincontro con i bravi del giorno precedente, e accusa Renzo di averlo cacciato in un bel guaio. Questi intuisce il dramma di don Abbondio, prende la chiave dalla tasca, apre la porta ed esasperato com, insensibile alle esortazioni di don Abbondio, senza promettere prudenza e silenzio, si dirige verso la casa di Lucia, accavallando nella stia mente propositi di vendetta contro il signorotto. Intanto don Abbondio, dopo un acceso dialogo con Perpetua, che accusa di leggerezza, per aver fatto delle confidenze a Renzo; per la paura del giorno avanti, per la notte insonne, per lo stato di ansiet in cui versa, e per le preoccupazioni dellavvenire, assalito dalla febbre. Renzo un giovane pacifico, non ama la violenza, ma per quanto ha fatto don Rodrigo, balena nella sua mente, per un solo istante, il proposito di ucciderlo. Giunto alla casa di Lucia, che gi indossa labito nuziale e dal cui volto traspare una soave luce di serenit, mentre circondata da una piccola folla festante, viene chiamata dalla piccola Bettina, mandata da Renzo. Lucia! per oggi tutto a monte le dice Renzo, quando gli vicina; ed in breve, con lanimo amareggiato, racconta del colloquio avuto con don Abbondio. Lucia, che ascolta con angoscia, quando sente il nome di don Rodrigo esclama: fino a questo segno! . Questa espressione insospettisce Renzo, in quanto Lucia, che conosceva le intenzioni di don Rodrigo, non gli aveva confidato nulla; ma subito Lucia lo tranquillizza, dicendo che non gli aveva detto nulla per non turbarlo; e va ad informare la madre, Agnese, che intanto si reca da Renzo. Nel frattempo Lucia, cercando di apparire il pi normale possibile, ritorna dalle donne per dir loro che il signor curato ammalato; e oggi non si fa nulla . Per costoro, sospettose e pettegole, il racconto poco convincente, per cui, sospinte da una mai celata curiosit, vogliono accertarsi della veridicit del fatto; perci si recano a casa del curato, per chiederne notizie. Sono finalmente placate e soddisfatte, quando Perpetua conferma che don Abbondio veramente colpito da una gran febbre. Cap.3 La casa di Lucia, che doveva essere luogo di gioia, invece sede di dolore. Dissipato subito ogni dubbio circa quanto le era capitato per la strada, (avere udito dalla bocca di don Rodrigo: scommettiamo , e il giorno dopo: vedremo, vedremo), e chiarito che ha celato lepisodio tanto a Renzo quanto alla madre su consiglio di padre Cristoforo, per non turbarli, i tre si scambiano confidenze e progetti, e pur nello sgomento del momento, tra di loro non vi ombra di diffidenza; i loro vincoli affettivi sono veramente saldi. Si tratta ora di trovare un rimedio al sopruso subito, escogitare un piano che possa evitare lostacolo frapposto da don Rodrigo. Lucia propone di andare lontano, di trovare lavoro in altri luoghi, ma Renzo scarta questa possibilit, perch ancora non sono marito e moglie. A questo punto Agnese, donna dal carattere forte, rimasta vedova in giovane et, per cui le continue lotte per lesistenza hanno fatto acquisire molta esperienza, che ha molto coraggio e che per Lucia disposta a qualunque sacrificio, mentre i due giovani sono smarriti e non sanno che partito prendere, ella, spavalda, si vanta di poter dare consigli, anche se non

sempre risultano preziosi. Esorta perci Renzo a recarsi da un avvocato, il dottor Azzeccagarbugli, un uomo di studio, che sa risolvere le situazioni pi ingarbugliate. Ma il dottor Azzeccagarbugli, che dovrebbe dare il suo aiuto a Renzo, si palesa uno schiavo del prepotente signorotto, disposto a difendere un bravaccio e non chi vittima di soprusi. E pronto ad agire per il proprio tornaconto, ma mai per il trionfo della giustizia; tanto vero che Renzo, senza poter replicare agli argomenti ostili del dottor Azzeccagarbugli, confuso, deluso, esasperato ed infuriato, costretto a tornarsene e riportare con s i quattro capponi che doveva dare in omaggio. Mentre Renzo fallisce nel suo tentativo, capita in casa di Agnese fra Galdino, un laico, cercatore di noci. Questi risponde ad Agnese che la cerca non va bene, perch c carestia; e poi, loquace com, racconta il miracolo delle noci, mentre Lucia si reca in unaltra stanza a prenderne abbastanza. Quando Lucia ritorna col grembiule carico di noci, fra Galdino aveva finito di raccontare il miracolo, e alla vista di tanta abbondanza, si prodiga in elogi e ringraziamenti. Date le noci, Lucia affida a fra Galdino lincarico di dire a padre Cristoforo di venire da lei, che ha gran premura di parlargli. Il cappuccino accetta volentieri, e sotto il peso dellabbondante carico, deve far presto per arrivare al convento. Intanto giunge Renzo e informa le due donne della sua missione fallita; ci nonostante, esse non si perdono danimo, trovano anzi la forza di rivolgere a lui parole di fede e di speranza, mirabile esempio di vigore morale e di fiducia in Dio. Nel frattempo sopraggiunta la sera, e i tre infelici, amareggiati dalle avversit, si scambiano la buona notte. Renzo molto agitato; suo intendimento ricevere giustizia da chi n preposto, perch diversamente costretto farsela da s. Ma giustamente il Manzoni osserva che lesasperazione che d a Renzo la sensazione di poter farsi giustizia o riceverla, in un periodo in cui le leggi non sono rispettate, e domina il sopruso e la violenza. Cap.4 Questo capitolo, al pari del primo, si apre con un inno alle bellezze della natura. La campagna intorno al convento di Pescarenico, dove alloggia padre Cristoforo, rigogliosa e ridente, in contrasto con i viandanti e i contadini del luogo, sui cui volti traspare miseria e fame. Il sole incomincia ad apparire allorizzonte, quando padre Cristoforo, con passo lesto, si dirige verso la casa di Agnese. Egli indubbiamente il personaggio religioso che, per il suo fervore di carit e di fede in Dio, raccoglie, meritatamente, le maggiori simpatie; combatte i prepotenti e aiuta e protegge i deboli; per questi ha sempre una parola di consolazione e un consiglio da dare; infiammato dallo spirito di carit, sente la missione per il bene altrui. Lautore traccia un quadro di padre Cristoforo, perch si conosca sin dora il suo eroismo e la sua fede. Egli divide la vita del cappuccino in due periodi: quella da giovane, in cui non aveva indossato ancora labito, ed era chiamato Lodovico; e quella impropriamente detta della conversione. Tra i due periodi, infatti non vi antitesi; il secondo periodo si deve ritenere come la continuazione e il completamento del primo. Lodovico, figlio unico di un ricco mercante, per volere del padre, istruito nel campo delle lettere ed educato ad abitudini signorili. Ma quando vuole frequentare i nobili della citt, capisce che per restare in loro compagnia deve fare atto di sottomissione e sopportare le loro offese, cosa che in contrasto con la sua indole. Infatti, venuto a diverbio con un nobile, per punire la sua arroganza e vendicare la morte di un compagno, costretto ad ucciderlo. Ci gli provoca una crisi di coscienza; capisce daver commesso un errore irreparabile nellusare la violenza, perci decide di indossare il saio, divenendo frate francescano e assumendo il nome di Cristoforo. Egli accetta cos il sacrificio e la penitenza per s, ma sar sempre strenuo lottatore contro ogni sopruso, ed in ogni vicenda della sua vita manifester una straordinaria nobilt danimo ed unansia di soccorrere i bisognosi e gli sventurati con alto sentimento di piet e carit cristiana. Per questo accorre con sollecitudine a casa di Lucia, perch sa che oggetto di una turpe e indegna persecuzione, perch teme che il consiglio datole, di non palesar nulla, per evitare il peggio, possa provocare tristi effetti. Cap.5 Quando, infatti, padre Cristoforo alla presenza delle due donne, non tarda a capire che i suoi timori erano giustificati. Conforta Agnese e Lucia, esortandole ad aver fiducia in Dio; quindi pensa come far desistere don Rodrigo dal suo indegno proposito, ed infine, decide di affrontarlo di persona, cos, se non sar riuscito nel suo intento, conoscer almeno fino a che segno giunger lostinazione del prepotente signorotto. Mentre padre Cristoforo assorto in questi gravi pensieri, giunge Renzo, il quale manifesta propositi di vendetta, ma il frate lo redarguisce energicamente, ed aggiunge che a metter fuori lunghie, il debole non ci guadagna . Esorta quindi anche Renzo di confidare in Dio, e dopo aver rivelato lintenzione ai tre di parlare personalmente con don Rodrigo, parte, passa dal convento, e poi si avvia verso il palazzotto di colui che intende ammansare . Il palazzotto, per la posizione in cui sorge, per la presenza di molti bravacci e di altre persone uomini e donne dallaspetto sinistro, per lammasso di armi e munizioni, sembra una vera e propria fortezza.

Passando in mezzo a tanta sbirraglia, padre Cristoforo vi giunge, mentre don Rodrigo sta desinando. Un vecchio servitore, che lo riconosce, con molta affabilit lo conduce fino alluscio della sala del convito. Da qui il cappuccino sente un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi . Padre Cristoforo vorrebbe ritirarsi, e attendere la fine del convito, ma apertosi luscio, il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, invita il frate ad entrare. Egli pu constatare come il signorotto sia circondato da amici che non cessano di riverirlo servilmente, a segno della sua smisurata potenza. E una corte, quella che appare al frate, formata col compiacimento e col concorso di sudditi vili. Vi si trova infatti, cosa scandalosa, il Podest di Lecco, per proprio interesse al servizio di don Rodrigo e non del popolo; il dottor Azzeccagarbugli, il famoso avvocato che rifiut di difendere Renzo, ed altre due persone che non fanno altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale. Appare evidente, come il signorotto, oppressore dei deboli e degli umili, sia circondato da persone indegne, tra cui brilla la figura del Podest, a cui spetterebbe di far cambiare idea a don Rodrigo; invece costui, unitamente al dottor Azzeccagarbugli, altro personaggio immorale, piuttosto che manifestare disprezzo, si mostra compiacente e rispettoso verso quel prepotente. Alla mensa di don Rodrigo, unica preoccupazione quella di ridere, di godere, di discutere su questioni marginali, ma nessuno pensa, con tanta carestia che corre, a chi soffre, a chi ha bisogno urgente di soccorso. Tutto questo ancora pi grave, perch si svolge alla presenza paziente e silenziosa del frate, come a volerlo umiliare o schernire, mentre attende di essere ricevuto. Ma, ecco finalmente, poich la seccatura non si poteva scansare , noncurante della lunga attesa del suo ospite, che don Rodrigo, lo invita in unaltra stanza. Cap.6 Padre Cristoforo, noncurante delle offese e delle provocazioni che si recano alla sua persona, con la sua pazienza, che giunge fino alleroismo, conferisce al colloquio un avvio pacato e sereno. Quando don Rodrigo chiede al cappuccino il motivo della visita, questi risponde: vengo a propone un atto di giustizia.... E continua parlando di coscienza e donore. Ma il tiranno, piuttosto seccato, taglia corto, dicendo che di tutte queste cose, lunico custode lui. Malgrado la buona intenzione di padre Cristoforo, di raggiungere il suo scopo, senza trascendere, per colpa di don Rodrigo la discussione diviene sempre pi concitata. E la spavalderia e larroganza del potente signorotto giungono fino allincredibile, tanto da proporre al suo rivale, se c qualche fanciulla che le preme molto, di mandarla da lui, che la protegger. A questo punto lumilt del frate sparisce e con solennit pronunzia a met una terribile profezia che fa tremare don Rodrigo, il quale, per reazione, allenta il freno ai propri istinti, lo copre dimproperi, e lo scaccia con modi villani. Padre Cristoforo frena dentro di s la sua ira e si allontana, deciso ad accettare la sofferenza per il bene altrui. Mentre volge benignamente il suo pensiero verso i suoi protetti, inaspettatamente, come per volere divino, il vecchio servitore, che prima laveva accompagnato fino alluscio della sala del convito, ansioso di salvare la sua anima, gli promette il suo aiuto. Egli assicura al frate che lo informer di tutti i piani che il suo padrone progetter. E cos padre Cristoforo, parzialmente rincuorato, con la fede sempre viva in Dio, si avvia verso la casa di Lucia. Intanto Agnese, come si detto prima, orgogliosa della sua maggiore et ed esperienza, che si vanta di poter dare dei consigli, anche se poi non risultano preziosi, con lapprovazione di Renzo, ma Lucia renitente, pensa al modo come far diventare i due marito e moglie. Ella, infatti, spiega a Renzo e Lucia che sufficiente, assistiti da due testimoni, dichiararsi a vicenda marito e moglie dinanzi al parroco. Anche cos il matrimonio regolarmente valido. In verit Lucia resta perplessa, vorrebbe che tutto si svolgesse in regola e non si ricorresse a degli espedienti. Ma Renzo, nella speranza di vincere lostinazione di Lucia, incomincia ad attuare il progetto di Agnese. Riesce a procurarsi come primo testimone Tonio. Questi accetta, in quanto Renzo promette che gli pagher il debito contratto con lavaro don Abbondio; anzi, Tonio, esultante, gli propone come secondo testimone il fratello Gervaso: basta offrirgli da bere e da mangiare. Il colloquio che si svolge allosteria tra i due non manca certamente di arguzia e vivacit. Quindi Renzo ritorna da Lucia tutto trionfante, e riprende il discorso nel tentativo di convincerla, quando, frettoloso come al solito, giunge padre Cristoforo. Cap.7 Nellatto di entrare, il frate, per non scoraggiare i tre protetti (i quali per la verit speravano poco dalla sua missione), quantunque facesse presente che non c nulla da sperare da don Rodrigo, confida tuttavia che per aiutarli ha gi in mano un filo (si riferiva alle informazioni che gli avrebbe fornite il vecchio servitore).

Ma Renzo, che vorrebbe conoscere il dialogo nei minimi particolari, trattenendo malamente la furia che lo domina, tempesta il frate di domande, che a sua volta riferisce il contenuto del colloquio, ma fa notare di non essere in grado di ripetere letteralmente le parole di don Rodrigo, in quanto: le parole delliniquo che forte, penetrano e sfuggono. Detto ci, esorta tutti alla calma, ed in modo particolare Renzo, e si avvia verso il convento. Ma Renzo molto inquieto, furioso; sembra avere il demonio in corpo. Lucia tenta di calmarlo, dice che bisogna aver fede in padre Cristoforo, che prima o poi far trionfare la giustizia. Per Renzo, che giunto al limite di ogni sopportazione, insensibile alle esortazioni di Lucia, manifesta propositi vendicativi! intende fare giustizia da s. E nelle sue parole c una tale determinazione, che Lucia, onde evitare il peggio, acconsente che il matrimonio si faccia cos come lha prospettato Agnese. Il colloquio fra i tre vivace, secco, vibrante: un capolavoro di sottigliezza psicologica. A questo punto si danno la buona notte e Renzo, ormai placato, lindomani discute con Agnese fin nei minimi particolari il piano da attuare per il matrimonio. Si decide poi di mandare Menico, un ragazzetto sveglio, al convento di Pescarenico, da padre Cristoforo, per sapere se avesse notizie da comunicare circa le intenzioni di don Rodrigo. (Il frate le avrebbe ricevute come sappiamo dal vecchio servitore di don Rodrigo). Intanto don Rodrigo, che la sera precedente era stato canzonato dal cugino, conte Attilio, chiama il Griso e gli ordina con tono rabbioso che prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo . A tale ordine il Griso assicura il suo padrone, con risposte intelligenti e perspicaci, che tutto sar eseguito secondo il suo volere. A questo punto bisogna dire che il Griso, il capo dei bravi, un professionista del male: la sua vita costellata di azioni abominevoli. Accorto e intelligente pi del suo padrone, riceve ordini da costui e d consigli. Egli organizza per primo il rapimento di Lucia con scrupolosit e accortezza; fra laltro, per non essere riconosciuto, si traveste da pellegrino, studia pazientemente i punti strategici del paese e li sorveglia con i suoi uomini. Infatti quella mattina, intorno alla casa di Lucia vi uno strano avvicendarsi di persone, figure losche, accattoni, gente ambigua. Lo stesso Griso, con unimprontitudine che rasenta lincredibile, si introduce nella casa di Lucia, per chiedere la carit, dando in qua e in l certocchiate da spione . Di quanto hanno architettato don Rodrigo e il Griso, viene a conoscenza il vecchio servitore, il quale, pur consapevole a quale rischio si espone, in sul calar del sole, si reca al convento, per informare padre Cristoforo, come aveva promesso. Nel frattempo Renzo, Tonio e Gervaso, si avviano verso losteria, per concertare i dettagli dellimpresa, come da accordo precedente. Qui trovano un bravo innanzi alla porta e altri due allinterno dellosteria che, con aria sorniona, spiano chiunque entri. Ci insospettisce Renzo, tanto che chiede alloste chi fossero quei due; ma loste, falsamente, dice di non conoscerli; per, quando uno di quei bravi chiede alloste notizie di Renzo, Tonio e Gervaso, egli ne fa una descrizione esauriente. Nondimeno Renzo, insospettito, raccomanda prudenza ai due fratelli e, una volta terminata la cena, pagato il conto, tutti e tre se ne vanno. Fatti pochi passi, Renzo si accorge che seguito dai due cheran nellosteria: ci aumenta i suoi sospetti. Egli infatti corre il rischio di unaggressione, ma non succede nulla, perch a quellora le strade brulicano di persone. Quando Renzo, Tonio e Gervaso, giungono a casa delle due donne, era gi buio; cos tutta la compagnia, per vie secondarie e solitarie, si avvia verso la casa di don Abbondio. Lucia, tremante di paura, prende un braccio della madre e un braccio di Renzo e si muove, come strascinata . Una volta giunti davanti alla casa di don Abbondio, secondo un piano prestabilito, quando Perpetua verr ad aprire, Agnese si far vedere con i due testimoni, come se fosse capitata l per caso e, quando saranno entrati Tonio e Gervaso, penser lei, con pettegolezzi gi studiati, a distrarre Perpetua, per dar modo anche a Renzo e Lucia, senza essere notati, di entrare in casa di don Abbondio. Cap.8 Don Abbondio, ancora convalescente per la febbre causata dalla paura, per nulla sospettoso di quanto fra poco accadr, trascorre il tempo dedicandosi beatamente alla lettura, quando Perpetua, dopo un breve colloquio con Tonio, (lui dalla strada, lei dalla finestra), si reca dal curato, per riferire che Tonio vorrebbe pagare il suo debito. Superati i primi attimi dincertezza, don Abbondio acconsente che sia fatto entrare, dopo che gli stato largamente assicurato che si tratta veramente di Tonio, di cui pensa al saldo del debito. A questo punto, per il susseguirsi di tanti e cos complessi avvenimenti, la narrazione risulterebbe carente di chiarezza, se il Manzoni non fosse maestro impareggiabile nellarte del dire. Nel momento in cui, dunque, Perpetua apre il portone, per permettere lingresso a Tonio e a Gervaso, ecco spuntar dimprovviso Agnese che attira a s, un po lontano dalluscio, la domestica, con argomenti ben preordinati, che la riguardano personalmente. Ci consente a Renzo e Lucia lingresso furtivo alle spalle dei due testimoni.

Tutti e quattro cos salgono silenziosamente per le scale. Giunti sul pianerottolo, i due sposi si appoggiano al muro, mentre Tonio a voce alta dice: Deo gratias . Don Abbondio lo riconosce, lo invita ad entrare, ed egli tira a s il fratello. Tonio svolge la sua parte con disinvoltura e bravura: le sue battute sono un capolavoro di abilit. La conversazione fra i due si svolge con calma e naturalezza, quando, allimprovviso, giungono Lucia e Renzo; questi riesce a pronunziare interamente la formula del matrimonio, ma don Abbondio, ora tanto diverso da quello che era, con inconsueta rapidit, prima ancora che anche Lucia riesca a pronunciare la formula per intero, altrimenti il matrimonio sarebbe valido, provoca tale baldoria e tale caos, che tronca la parola a Lucia, quindi fugge e si rinchiude in unaltra stanza. Renzo intanto insegue il curato, Lucia prega Renzo di andar via, Tonio striscia a terra, in cerca della ricevuta rilasciata da don Abbondio; questi a voce alta invoca aiuto; e lo sentono Perpetua e il sagrestano. La prima, conosciuta la voce, corre verso il suo padrone, il sagrestano, lungi dal desiderio di introdursi nella mischia, non trova soluzione migliore, se non quella di suonare le campane a martello. Mentre in casa di don Abbondio si tenta il matrimonio, i bravi, secondo un piano ben prestabilito dal Griso, frugano la casa di Lucia, per rapirla. In questo frangente vi giunge Menico, latore di un messaggio di padre Cristoforo, che per incappa nelle grinfie dei bravi. E in questo momento che si odono i tocchi delle campane. I bravi cercano di disperdersi con la fuga, ma il Griso li riunisce e, ostentando una certa indifferenza, li guida verso il palazzotto del suo padrone; mentre Menico, una volta libero, di corsa si avvia verso il campanile, sicuro di trovar qualcuno. E trova infatti Agnese, Renzo e Lucia, ai quali comunica che la casa stata messa a soqquadro, e quindi consiglia tutti di recarsi al convento di Pescarenico, come vuole padre Cristoforo. Mentre savviano verso il convento, la gente, destata dal suon delle campane, incomincia ad affollare la piazza della chiesa ed a chiedere ansiosamente cosa fosse accaduto; ma don Abbondio, visto che Renzo e Lucia si sono allontanati, calma quella gente, dicendo che ora non c pi nessuno, che ogni pericolo cessato. Intanto i tre fuggiaschi , mandato Menico a casa con la ricompensa promessa, giungono al convento, dove sono attesi da padre Cristoforo. Questi consiglia le donne di andare al convento di Monza e Renzo al convento di Milano. In questo capitolo, forse il pi complesso del romanzo, la ricchezza degli episodi viene mirabilmente sincronizzata, per cui si potrebbe chiedere se ci sia o no un fondamento di verit. Ci per ha una importanza relativa; quello che interessa che lautore riesce a dar vita e concretezza ad un numero cos imponente di personaggi, sfoggiando uno stile e una chiarezza veramente sorprendenti. Chi mai avrebbe potuto impostare una scena cos grandiosa, con tanta nitidezza, se non un uomo dotato di una grande mente? Il linguaggio del Manzoni come una sinfonia in crescendo, come un mare che progressivamente da calmo diventa mosso, e quindi tempestoso, e poi ritorna mosso, ed infine calmo. Non altrimenti potrebbe definirsi lavvio silenzioso di Renzo e Lucia, il parlottare di Agnese e Perpetua, lagitarsi di don Abbondio, il suono delle campane, la ritirata dei bravi, la partecipazione del paese, ed infine il ritorno alla calma. Cap.9 Finalmente i tre viaggiatori, dopo una sera tanto agitata, per il matrimonio fallito, e il viaggio durato una notte intera, giungono a Monza. Qui, fatta colazione, la compagnia, con tanta tristezza nellanima, si separa: Renzo si avvia verso Milano; Agnese e Lucia, guidati dal buon barocciaio, verso il convento, dove il padre guardiano, apprendendo dalla lettera che la sorte delle donne sta tanto a cuore a padre Cristoforo, le conduce al monastero della signora, onde procurar loro col asilo. Diciamo subito che la signora, di cui parla il padre guardiano, Gertrude, figlia di un principe, alla quale lautore, per tracciarne li profilo, dedica questo capitolo e quello seguente. Gertrude vittima innocente dellorgoglio del padre, di un padre perfido ed indegno, che la costringe a divenire monaca, pur sapendo che in lei non c tale vocazione; tutto questo perch ossessionato dalla insufficienza di mezzi, idonei a conferire decoro al suo casato. E animato da questi insani propositi, fa subire la stessa sorte ai fratelli cadetti, di modo che tutte le sostanze restino al primogenito. Essa resta rinchiusa in convento per otto lunghi anni, fino a quattordici anni, et in cui pu pronunciare i voti. In tale periodo sono orditi inganni su inganni. Per distoglierla dal suo naturale istinto di partecipare alla vita attiva del mondo, si lascia intravedere la possibilit di raggiungere la pi alta carica della comunit. Ma un eventuale privilegio di supremazia in convento una consolazione evanescente, perch quando le compagne parlano di feste, di nozze, di vestiti e di pranzi, ella sente pesare un destino avverso su di s, e spera in quei momenti di poter negare il consenso di prendere il velo, e quindi potersi maritare e godersi il mondo . Per questo Gertrude; consigliata anche da una sua amica fidata, si decide a scrivere una lettera al padre, manifestando

timidamente le sue intenzioni di non prendere il velo. Per questa lettera, alla quale il padre non risponde, Gertrude ammonita dalla superiora per un grave fallo commesso, che per non viene rivelato. Dopo otto anni di permanenza in monastero, giunge il tempo, come vuole la regola, di tornare in famiglia, prima del voto. Qui accolta da tutti con indifferenza e diffidenza. La tattica del principe, che nulla chiede e nulla impone, chiara: far capire alla figlia che in convento, anche se destinata ad un umiliante accoramento, sta meglio che in casa. Tutti la guardavano come unindegna, come se fosse rea chiss di quale misfatto. Quando, poi, la cameriera la sorprende che aveva scritto un biglietto diretto al paggio, e che invece va a finire nelle mani del padre, i suoi guai aumentano. Per prima cosa rinchiusa, come se fosse un soggetto pericoloso, dentro una camera e sorvegliata a vista, mentre il paggio subito licenziato. Tappata in quella stanza e sorvegliata da quella dispettosa guardiana, che laveva sorpresa col biglietto in mano, sente uno struggimento insopprimibile, un bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, desser trattata diversamente . Perci, nella speranza di commuovere il padre, non osando affrontarlo personalmente, gli scrive una lettera, implorando il perdono . Cap.10 I contrasti, tra ci che si agita nellanimo di Gertrude e ci che le viene detto di fare, si accavallano con una rapidit impressionante. I peccati, le passioni e le responsabilit trovano sempre una valida attenuante, in quanto ella stata succube, e lo tuttora, dellegoismo e della violenza morale altrui. Tuttavia lautore, con impareggiabile finezza psicologica, dice che Gertrude, rifacendosi alla religione, avrebbe potuto condurre una vita meno agitata, avrebbe potuto mettere a tacere le sue passioni e gli istinti; ma aggiunge che presso i signorotti la religione non n sentita, n compresa nella sua essenza. Il principe, dunque, ricevuta la lettera della figlia la fa venire da lui e si dispone a battere il ferro, mentre caldo. Quando ella si trova al suo cospetto, con atto di umilt chiede perdono. Allora il principe, con inconsueta dolcezza ed usando tutta labilit di cui capace, risponde che il perdono non basta chiederlo, bisogna meritarlo. E si dilunga a parlare del suo errore, asserendo che tale errore un ostacolo alla vita del secolo, che piena di pericoli per lei.... A questo punto Gertrude pronunzia un s! ma un s da non interpretare come il consenso a farsi monaca; per la malvagit del padre lo fa apparire come tale, e quindi fuor di s per la gioia, non parla pi di colpa e di vergogna e chiama la famiglia, a cui partecipa con esultanza la decisione della figlia. Ora tutti sono gentili con lei e ne lodano il giudizio, mentre nel suo intimo Gertrude indispettita. Il giorno dopo si va a Monza, nello stesso convento in cui si trova adesso, ma prima della partenza il principe, con modi affabili e minacciosi in pari tempo, la istruisce molto bene, perch superi le prove che dovr sostenere, e fa presente anche di non parlare di imposizione, specie al cospetto del vicario. E cos la povera Gertrude, pensando che ritornare a casa significherebbe riprendere una vita dinferno e di terrore, senza averne volont e vocazione, costretta a dire: mi fo monaca di mio genio, liberamente . Mentre Gertrude esaminata circa le sue intenzioni di farsi monaca, il padre sulle spine, travagliato dal dubbio che la figlia, anche involontariamente, possa tradirsi; ma quando lesaminatore incontra il principe, si compiace con lui delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliola . Se tale notizia motivo di gioia per il principe, per Gertrude un rammarico incessante, come precipitare nellabisso. Ella deplora e commisera la sua giovinezza e la sua bellezza, destinate a strugersi in un lento martirio. Con un animo cos tormentato, ella prova avversione e odio per tutti: la sua condotta molto strana: ora rigorosa e austera, ora spensierata e sconveniente. Se per Gertrude costretta a rinunciare alle gioie del mondo, tuttavia nel monastero gode di distinzioni e privilegi , e fra questi, quello di potere abitare un quartiere contiguo alla casa di un certo Egidio, un giovane nefasto e scellerato. Tra i due si stabiliscono dei rapporti intimi, e ci da la forza a Gertrude di soffocare, ma non di spegnere, i suoi tormenti. Ella diventa infatti, pi tranquilla, quasi normale. Per tutto ci ha breve durata; presto ritorna ai soliti dispetti e ai soliti capricci: sente fortemente la prigione claustrale. Le suore, comunque, ormai abituate, tollerano questo suo comportamento fluttuante, attribuendolo al suo carattere bisbetico e leggero. Ma un giorno Gertrude, venuta a diverbio con una conversa, e maltrattatala, questa fa qualche allusione e aggiunge che un giorno parler. Da l a poco la conversa non si vista pi: si fanno allora delle ricerche ovunque, persino in Olanda, ma non se ne sa niente. Eppure, bastava che si scavasse l vicino, per trovarla. Ora Lucia e Gertrude, alla distanza di un anno di quanto avvenuto, si trovano luna di fronte allaltra. La monaca, intrepida e disinvolta, la tempesta di domande circa la persecuzione di don Rodrigo e la preferenza data a Renzo, e fa trasalire, stupire ed arrossire la povera Lucia. La quale, quando al cospetto della madre, confida tutto; ma Agnese risponde che i signori han tutti un po del matto .

Due sentimenti religiosi quindi, quello di Lucia e quello della Gertrude, che vanno su due binari opposti. Luna ricca di pudore e di fervore morale, laltra sfrontata, malvagia, corrotta, capace di commettere qualsiasi azione indegna. Questo uno dei motivi, per cui ci si deve preoccupare per lavvenire di Lucia, affidata alla protezione di Gertrude, anche se Agnese e la figlia sono felici di aver trovato, dopo tante tribolazioni, un luogo ospitale e al riparo da ogni inganno, secondo la loro convinzione. Cap.11 Mentre don Rodrigo in impaziente attesa dellarrivo del Griso, si abbandona a delle oziose considerazioni intorno a Lucia e a delle possibili conseguenze del suo rapimento. Quindi, quando, finalmente, il Griso gli si presenta con aspetto dimesso, e lo informa del fallimento della spedizione, don Rodrigo, non abituato alle sconfitte, prova una cocente delusione. Alluno e allaltro per nasce il sospetto che qualcuno abbia fatto la spia. Anche lironico cugino conte Attilio, che non perde occasione per beffeggiarlo, di questo avviso: anzi polarizza i suoi sospetti su padre Cristoforo, e si rammarica con don Rodrigo, per non aver saputo dargli una lezione, quando venuto ad importunarlo. Al riguardo il conte Attilio comunica al cugino che penser a punire quel frate impiccione, chiedendo lintervento del conte zio del Consiglio segreto, e annuncia la sua prossima partenza per Milano. Intanto lautore, con profondo spirito dosservazione, con ragionamenti sottili e con la ben nota impareggiabile maestria, descrive come il Griso, incaricato dal suo padrone di svolgere indagini, sia venuto a conoscenza di quanto avvenuto la notte precedente. E quando a don Rodrigo viene riferito che Lucia e Renzo sono separati: che luna si trova al convento di Monza, laltro si avvia verso Milano, nel suo intimo prova una grande allegrezza. Due pensieri balenano nella sua mente: mandare il Griso a Monza, alla ricerca di notizie pi precise intorno a Lucia, e impedire a Renzo che torni da lei. Nel frattempo Renzo, con lanimo amareggiato per il distacco da Lucia, e con il desiderio di vendetta, e la rabbia contro don Rodrigo, colpevole di tante disavventure, alle porte di Milano. Egli, purtroppo, vi giunge in un giorno di sommossa. La strada che percorre cosparsa di farina e di pani. Ne prende qualcuno e prosegue. E vede gente carica di farina e di pane, e pi avanti una confusione di persone. Tutto ci lo incuriosisce e gli d una sensazione di piacere. Ma non si immischia nel tumulto, si reca invece al convento dei cappuccini, indicato da padre Cristoforo. Qui chiede di padre Bonaventura, e poich momentaneamente assente, il frate portinaio, che gli aveva aperto, consiglia Renzo di aspettarlo in chiesa. Ma questi, piuttosto che seguire il consiglio del frate, si avvia verso il luogo della sommossa, e per poco non ne travolto. Cap.12 Questo capitolo dominato da uno stile nitido, da un ragionamento vigoroso e da una successione di fatti di non secondaria importanza. Non sembra fuori luogo premettere che il Manzoni fu appassionato studioso di economia politica e autore di piccole opere storiche. Non meravigli, dunque, se nel romanzo si inseriscono vicende storiche, che in definitiva ne sono un complemento. Per il secondo anno consecutivo vi una tale scarsit di raccolto, che il pane scarseggia, ed aumenta paurosamente il prezzo. La popolazione in fermento, non crede alla carestia ed esige che siano presi adeguati provvedimenti dallautorit. E quanto la gente chiede, trova lapprovazione del gran cancelliere Antonio Ferrer, rappresentante del governatore di Milano, don Gonzalo Fernandez, impegnato a comandare lassedio di Casale Monferrato. Il gran cancelliere con non lodevole decisione, almeno per quei tempi di carestia, abbassa il prezzo del pane ad un tal limite, che il popolino ne fa abbondanti provviste. I fornai brontolano; per loro la situazione insostenibile; e poi, continuando cos, il pane finir presto. Allora i decurioni informano don Gonzalo che, nellimpossibilit di venire, nomina una giunta che decide di rincarare il pane; tale decisione naturalmente gradita ai fornai, ma il popolo si oppone, diventa furioso; vuota le gerle dei garzoni e assale un forno, malgrado il ridicolo intervento del capitano di giustizia. La situazione tale, quando Renzo come si detto prima piuttosto che attendere padre Bonaventura in chiesa, arriva, spinto dalla curiosit, nel mezzo del tumulto. La gente discute concitatamente, incolpa lautorit; si sente vittima del suo sopruso. E allora la violenza aumenta: si distruggono frulloni e madie e si devastano i forni. Il popolo sempre pi concitato; reclama giustizia; e decide di andare dal vicario e di saccheggiarne la casa. Mentre la folla, dunque, con questi sentimenti bellicosi si avvia verso la casa del vicario, anche Renzo, vinto ancora una volta dalla curiosit, vi si reca; anzi, se finora stato semplice spettatore, dora innanzi diverr uno degli attori principali. Cap.13

La sommossa, davanti alla casa del vicario, diventa sempre pi furibonda. Si vuole la morte del vicario; ed egli, col cuore martellante, cerca un sicuro nascondiglio, in attesa dello sviluppo degli avvenimenti. In suo aiuto sono mandati dei soldati comandati da un ufficiale, il quale, dinanzi a quella accozzaglia di gente , rimane indeciso; i suoi soldati stanno fermi; quella ciurma di violenti pensa che essi abbiano paura. Frattanto un vecchio, dal passato non pulito, agitando un martello, una corda e dei chiodi, manifesta lintenzione di attaccare il vicario al battente della sua porta, ammazzato che Josse . Questo capitolo dedicato ai tumulti popolari, e il Manzoni vuol mettere in evidenza due fatti: la carica umana di Renzo, e il valore politico-morale del romanzo. Renzo, infatti, quando sente che si vuol uccidere il vicario, inorridisce e ha parole di sdegno; ma ecco che la folla gli si fa contro; lo accusa di essere un traditore, una spia del vicario, e vorrebbe linciarlo. Egli ammutolisce, ha paura, ma alla fine riesce a dileguarsi. Il romanzo ha anche una tendenza politico-morale; non infatti difficile capire da queste pagine quanto pesi loppressione nemica, quale odio si nutra verso gli oppressori e come sia sentita la libert patria. Nel frattempo, mentre si assale la casa del vicario, ecco spuntare in carrozza Ferrer, il gran cancelliere, luomo che aveva abbassato il prezzo del pane, lamico della povera gente. Qualche voce discorde dei pi facinorosi, che vorrebbero fare giustizia da s, ma i pi lo applaudono. Ancora una volta lautore, nel descrivere la figura del Ferrer, ci fornisce un saggio della sua maestria stilistica. Egli dunque, senza protezione alcuna, forse consapevole desserne loccasione, cerca di trarre il vicario da quella situazione incresciosa. Al suo passaggio il popolo, questo miscuglio accidentale duomini , pronto ad acclamare o a detestare, grida: In prigione il vicario! Viva Ferrer! Largo a Ferrer! . Anche Renzo, e questa volta non per semplice curiosit, si immischia nella folla, per facilitare il passaggio al gran cancelliere. Per la circostanza il Ferrer mostra un aspetto amorevole. Cerca di parlare, ma le acclamazioni glielo impediscono. Quando gli possibile ripete: pane, abbondanza, vengo a far giustizia . La carrozza del cancelliere andava a passo duomo, e spesso doveva fermarsi, perch la folla vi si ammassava intorno. Allora il vecchio Ferrer, con gesti dignitosi e con modi aristocratici, sorrideva e gesticolava. Il tratto da percorrere non era molto; ma, in quanto al tempo impiegato, sembrava un viaggio. Finalmente, con laiuto dei pi volenterosi, e tra questi uno dei pi attivi Renzo, a cui il cancelliere offre qualche sorriso di compiacenza, la carrozza giunge dinanzi alla casa del vicario. Questi, con sollievo del gran cancelliere, salvo, anche se per la paura bianco come un panno lavato . Il Ferrer lo prende sotto la sua protezione; lo fa salire sulla carrozza, mentre la folla manda un urlo di applausi e di imprecazioni . Durante il viaggio il vicario resta rannicchiato in un angolo, mentre il cancelliere ringrazia il popolo che fa ala e promette ancora che far giustizia. Ormai sono al sicuro da ogni pericolo; il vicario grato al gran cancelliere per il salvamento e aggiunge che dar le dimissioni. Di lui non si avranno pi notizie. Cap.14 Concluso il caso del vicario, la gente comincia a sgombrare il luogo, e mentre si avvia verso casa, forma dei crocchi. C chi loda il Ferrer e pronostica guai seri per il vicario ; chi mormora che il lupo non mangia il lupo . Ormai sera, Renzo abbandona lidea di cercare padre Bonaventura al convento; camminando guarda se vi unosteria, qualche luogo, ove si possa mangiare e dormire, ma simbatte in un crocchio: discorrevan di congetture, di disegni, per il giorno dopo . Anche Renzo, questo povero onesto montanaro, vuoi parlare, e cade nelle insidie di una citt travagliata da tanti problemi. E necessario innanzi tutto ribadire che Renzo, nel vedere il Ferrer cordiale, umano, spoglio di qualunque parvenza di superbia, prova per lui sentimenti di ammirazione, e lo reputa un protettore della gente povera e abbandonata, capace di risolvere tutti i problemi che riguardano il popolo. Con questi sentimenti e sospinto dalla sua passione, non esita ad attirare lattenzione su di s, pronunziando un discorso in difesa dei poveri. Egli mette in luce i soprusi e le ingiustizie che si commettono ai danni del popolo, e, per porvi rimedio, propone che bisogna andare avanti cos! . (Si riferisce ai tumulti della giornata). Qualcuno critica il suo discorso, ma la moltitudine applaude, e ci si concorda di rivedersi lindomani sulla piazza del duomo.

Tra la folla, ad ascoltare il discorso di Renzo, vi era un giovane, uno sbirro camuffato, il quale, apparentemente si dimostrava lieto di prestare i suoi servigi indicargli unosteria ma il suo vero scopo quello di condurlo in gattabuia. E Renzo, ingenuo ed onesto, si sarebbe prestato al gioco, se la stanchezza e la fame provvidenziali in quel caso non lavessero costretto a fermarsi alla prima osteria, rifiutando linvito dello sbirro di proseguire. Malgrado ci, la sua posizione si aggrava, in quanto ha gi confidato allo spione, che sotto il suo aspetto gentile e premuroso nasconde tanta malvagit, di provenire dal territorio di Lecco. Le sue imprudenze tuttavia non cessano: quando loste serve lo stufato, dice che, a causa dei disordini, quel giorno non ha pane; ma Renzo, candidamente, senza badare alle conseguenze, estrae un pane, che aveva raccolto in mattinata, e dichiara di averlo avuto gratis et amore , dichiarazione quanto mai compromettente, in quanto significa che quel pane era stato rubato. Intanto mangia di buon appetito e beve oltre misura, tanto che, in balia ai fumi dellalcool, e in spregio alle leggi, rifiuta di dichiarare al locandiere le sue generalit e il motivo per cui si trova in quella citt. Ma a cavare di bocca a Renzo il suo nome, se celibe o sposato con prole, pensa lo sbirro con un raffinato stratagemma. Ed un vero miracolo se ubriaco com cosa insolita per lui non pronunzia altri nomi compromettenti. A questo punto la spia se ne va, e alloste non resta che denunciare il povero Renzo, la cui posizione diviene pericolosa. Cap.15 Gi Renzo ubriaco fradicio, quando loste lo invita a mettersi a letto. Si regge malamente allimpiedi, e se non ci fosse stato il suo aiuto, da solo non sarebbe riuscito a salire al piano superiore. Tra Renzo, che vaneggia, e loste c uno scambio vivace di battute; poi, prima ancora che sia sopraffatto dal sonno, loste sottrae dalle tasche del suo cliente limporto che onestamente gli spetta, senza approfittare della rimanente somma, cosa che non avrebbe fatto un uomo senza scrupoli. In fondo loste non perfido; di Renzo, poi, ha un buon concetto. Se costretto a denunciarlo perch venuto alla sua osteria in compagnia di uno sbirro; se fosse venuto solo, avrebbe chiuso un occhio. Loste, cos ben descritto dal Manzoni, pur occupando breve spazio nel romanzo, un uomo di consumata esperienza. Alla moglie, che in sua assenza deve sostituirlo nellosteria, fa un quadro con chiarezza scultorea degli avventori; e raccomanda prudenza, poich quei clienti scapestrati, ne dicono di tutti i colori. Quando loste si trova dinanzi al notaio criminale, rende unesatta e onesta deposizione; non accumula accuse contro Renzo, anzi tenta di scagionarlo fin dove possibile. Infatti, quando il notaio chiede se il suo avventore stia preparando altri tumulti per domani, egli non esita a dire che andato a letto. Il giorno dopo, di buon mattino, il povero Renzo svegliato di soprassalto. Nella sua stanza vi sono due sbirri e il notaio per arrestano. Sorpreso desser chiamato per nome, poich non ricorda daverlo svelato, si svolge una schermaglia tra lui e il notaio. Quando a Renzo viene riferito che devono portarlo via, si oppone; gli sbirri, allora, vorrebbero usare la forza, ma il notaio fa cenno di aver pazienza, vuole condurre via Renzo damore e daccordo. Egli infatti aveva notato per le strade un certo movimento e ci lo preoccupava. Quando sono in cammino, il notaio, come a volersi accattivare la simpatia, ordina ai due sbirri di non far male a Renzo, al quale consiglia di essere prudente, di non girar la testa di qua e di l, di andare, insomma, raccolto e quieto . Vedrete, continuava a dirgli il notaio: di qui a unora voi siete in libert: c tanto da fare che avranno fretta anche loro di sbrigarvi: e poi parler io . Naturalmente Renzo non crede allaiuto che con tanta generosit dice di offrirgli il notaio; capisce benissimo che il suo interlocutore teme che per istrada si presenti qualche buona occasione per scappargli di mano . Daltra parte non bisogna credere che il notaio fosse una persona incapace o inesperta; egli un furbo matricolato ; solamente preoccupato per certi movimenti che ha visto e non desidera imbattersi in qualche crocchio di tumultuosi; sarebbe per lui una figura meschina. Ma Renzo, rammentandosi dellappuntamento fissato il giorno innanzi sulla piazza del duomo, spera in cuor suo di incontrare qualcuno dei suoi compagni; e si muove, si agita, guarda a destra e a manca, e il notaio alle spalle a sussurrargli: Giudizio, giudizio! . Ma Renzo, nel vedere tre persone inferocite che parlano di farina nascosta e di giustizia, incomincia a far loro dei cenni ed a tossire in modo non naturale. In poco tempo un gruppo di persone a ridosso di Renzo e degli sbirri. E il notaio di dietro continua a sussurrare: Badate a voi; giudizio, figliolo; peggio per voi, vedete, non guastate i fatti nostri; lonore, la riputazione . Intanto gli sbirri, che avevano messo ai polsi di Renzo i manichini (specie di manette), pensando di far bene, danno una stretta che gli fa emettere un grido di dolore. A quel grido accorre altra gente, circonda la comitiva , e vuol sapere cosa sia accaduto; e il notaio le cui previsioni si sono avverate bisbiglia che un malvivente, un ladro colto sul fatto.

(Ecco laiuto promesso). Ma Renzo, intuito che quello il momento giusto, per essere liberato, incomincia a gridare: figlioli! mi menano in prigione, perch ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo. Aiutatemi, non mabbandonate, figlioli! . Gli sbirri, allincalzare della folla, incominciano a svignarsela. Anche il povero notaio, pallido e sbigottito, cerca di far la stessa cosa, e studia tutte le maniere di comparire un estraneo . Finalmente anche lui riesce nel suo intento. Cap.16 Renzo, sfuggito alla sorveglianza degli sbirri, si propone di uscire non solo da Milano, ma dal ducato, perch pensa che, essendo il suo nome sui loro libracci, possano arrestarlo in qualunque momento, e perci spera di poter raggiungere il territorio di Bergamo, e rifugiarsi dal cugino Bortolo, che laveva invitato tante volte. Per andarvi, per, bisogna conoscere la strada; bisogna interrogare qualcuno, senza destare sospetti. Per questo Renzo, dopo avere esaminato laspetto di molti, sceglie una persona che andava in fretta, la quale esaudisce il suo desiderio. Mentre passa davanti al convento dei cappuccini, gli viene di pensare che se avesse ascoltato il consiglio del frate portinaio, di attendere padre Bonaventura in chiesa, non gli sarebbero capitati tutti quei guai grossi. Proseguendo il suo cammino, arriva nei pressi di porta orientale, presidiata da un mucchio di gabellini, e, per rinforzo, anche dei michelotti spagnoli ; compone, come meglio pu, il suo aspetto di indifferente, ma il cuore gli batte forte, e, come se andasse a spasso, esce. Egli cammina senza concedersi soste: sa di allontanarsi da Milano, ma non certo dandar verso Bergamo . Ed infatti, dopo tanto cammino, egli si allontanava da Milano, ma non si avvicinava di certo a Bergamo. Perci, un po stanco, e desideroso di ristorar le sue forze , si ferma brevemente in una casuccia solitaria, fuori dun paesello . Qui si rifocilla, e senza destar sospetti, si fa indicare la via di Gorgonzola, dove giunge verso sera. Alla prima osteria si ferma a chiedere un boccone, e una mezzetta di vino ; ma, che si faccia presto, soggiunge: perch ho bisogno di mettermi subito in istrada . Dice questo il povero Renzo, sia perch effettivamente aveva paura di fermarvisi a lungo, sia perch loste, credendo che dovesse dormire l, non gli chieda del nome e del cognome, e donde veniva, e per che negozio . Nellosteria si trovano i soliti oziosi clienti, che discutono dei fatti di Milano, avvenuti il giorno prima, e vorrebbero avere notizie pi recenti; perci uno di loro si presenta a Renzo, se per caso potesse ragguagliarlo; ma Renzo con grande abilit elude le domande. Non era passato gran tempo, che giunge un mercante da Milano, un tipo ben noto, che riferisce, esagerandole, le notizie desiderate. Da questo parolaio a buon mercato Renzo apprende che finalmente i disordini a Milano sono stati repressi, e nella citt regna la pace, come in un convento, perch quattro ribelli, colpevoli di saccheggio, saranno presto fucilati. Pensate diceva il mercante che quei facinorosi cominciavano gi a prendere il vizio dentrar nelle botteghe, e di servirsi, senza mettere mano alla borsa . Ma Renzo ha un sussulto quando il mercante racconta ai presenti, sempre pi incuriositi, che tra i rivoltosi vi era un forestiero, certamente uno dei capi, uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, n che razza duomo si fosse, arrestato dalla giustizia in una osteria, e poi sfuggito, e non si sa se a Milano o fuori citt. Renzo intuisce dal discorso del mercante che ricercato, quindi paga il conto e si incammina in direzione opposta a quella dalla quale era venuto. Cap.17 Le parole udite allosteria hanno agitato lanimo del povero Renzo, che convinto di essere cercato ovunque, per essere sbattuto in prigione; pertanto, lasciando Gorgonzola, combattuto da due diversi pensieri: correre per arrivare presto a Bergamo, o star nascosto. Fiducioso che loscurit non permetter a nessuno di riconoscerlo, decide di proseguire verso Bergamo. Imbocca subito una stradicciola a mancina , sicuro di allontanarsi da Milano, e intanto, con tanta rabbia in corpo, pensa di essere vittima della malvagit altrui, che quanto ha riferito quel mercante falso, che lui non ha commesso nulla di male, che lui ha rischiato desser travolto, per salvare il vicario, che quel fascio di lettere pura e semplice fantasia dei malvagi, che si tratta di una sola lettera, scritta da un religioso ad un altro religioso. E intanto, mentre si allontana sempre pi da Milano; la paura di essere inseguito o scoperto non gli d pi fastidio; lo infastidiscono, invece, le tenebre, la solitudine, la stanchezza cresciuta , e il dover camminare di notte, come un malvivente o ladro, giacch di notte si trova in strada solo un cavaliere in carrozza . Renzo, intanto, continua a brancolare nel buio, lontano dal consorzio umano; la campagna incolta, selvaggia; la sua

mente tempestata da immagini orribili e da fantasmi: reminescenze infantili. Ha terrore, e recita delle preghiere, per sentirsi un po sollevato. Ora si addentra, anche se contro voglia, e con un certo ribrezzo, in un bosco; gli alberi si stagliano a guisa di mostri; il frusco delle foglie calpestate gli d fastidio, la brezza pungente gli penetra sino alle ossa: per il povero Renzo un momento drammatico, che lautore descrive con sublimi accenti poetici. Sembra esser preda del terrore; quella solitudine in un mare doscurit lo atterrisce; si ferma un istante, ed sul punto di tornare tra gli uomini, e di cercar un ricovero, anche allosteria . Ma ecco, come per un prodigio divino, un gorgoglo arrivare al suo orecchia, ascolta pi attentamente: lAdda . Corre verso il rumore, e vede luccicare lAdda, e in lontananza, al di l dellaltra riva, una macchia biancastra : Bergamo. Quindi, rincuorato, passa la notte in una capanna, non molto lontana dal fiume, in attesa dellalba. Renzo nella capanna non fa un sonno tranquillo; appena ha chiuso gli occhi, immagini odiose affollano la sua mente (il notaio, lavvocato Azzeccagarbugli, loste, don Rodrigo, ecc.), solo tre persone gli sono care e gli tornano gradite alla mente: padre Cristoforo, Lucia e Agnese. Allalba, con un cielo che prometteva una bella giornata , Renzo, data unocchiata a destra e a manca, e non scorgendo alcuno, si avvia verso il fiume, e qui un pescatore dietro compenso di una berlinga , lo trasporta a altra riva. Una volta messo piede a terra, senza pi la cautela di prima, ma con naturale disinvoltura, si avvia verso Bergamo. Mentre percorre lultimo tratto del suo viaggio, il suo animo si riempie di tristezza, nel vedere in quei luoghi tanta miseria e desolazione; ed felice di privarsi di quei pochi spiccioli rimasti, per soccorrere dei disgraziati che soffrivano la fame; per quella buona azione si sente riconfortato. La c la Provvidenza , pensava tra s. Sereno e fiducioso nel futuro, si abbandona a delle rosee previsioni, come la possibilit di trovar lavoro, di metter su casa, di chiamare Agnese e Lucia, e, finalmente, di sposare. Ma, mentre Renzo con la fantasia anticipa il suo futuro, ecco che giunge a Bergamo! Lincontro con Bortolo molto affettuoso; il cugino si dimostra cordiale e generoso; gli promette tutto il suo interessamento, far in modo che potr vivere tranquillamente, anche se tempo di carestia. Cap.18 Il giorno stesso in cui Renzo arriva a Bergamo, giunge un dispaccio al podest di Lecco, contenente un ordine di fare ogni possibile e pi opportuna inquisizione , per scoprire se un certo Lorenzo Tramaglino, sfuggito alle forze della giustizia, sia tornato al suo paese, di cui non si conosce il nome, ma si certi di trovarsi in territorio di Lecco, ed in tal caso, catturarlo, legarlo ben bene, condurlo in prigione e tenerlo l sotto buona custodia , e consegnarlo a chi sar incaricato di prenderlo. Lautorit vuole, quindi, un capro espiatorio per i fatti di Milano, e Renzo si addice pi di ogni altro. Il podest, dunque, accompagnato dal notaio e da una combriccola di sbirri, giunge al paese di Renzo, trova la sua casa chiusa; sfonda luscio, e una volta dentro, mette tutto a soqquadro, come in una citt presa dassalto . A poco a poco in paese si sparge la voce che Renzo scappato dalle mani della giustizia, che ne ha combinate delle grosse. Ma quanto pi gravi sono le accuse che si muovono a Renzo, tanto meno si crede ad esse, in quanto Renzo conosciuto per bravo giovine ; e si sussurra che sono insidie ordite da don Rodrigo, per rovinare il suo povero rivale . Ma questa volta don Rodrigo estraneo, e il Manzoni, con sottile ironia, conclude che si fa alle volte gran torto anche ai birbanti . Tuttavia don Rodrigo gode delle disavventure di Renzo, e con lui anche il conte Attilio, il quale, cessati i tumulti, parte per Milano, con lintenzione di giocare un tiro mancino a padre Cristoforo, colpevole, secondo lui, del fallimento del rapimento di Lucia. La partenza del conte Attilio coincide con il ritorno del Griso da Monza, il quale riferisce al suo padrone che Lucia ricoverata in un monastero, sotto la protezione di una contessa. Questa notizia mette il diavolo addosso a don Rodrigo , il quale, per non compromettere il suo prestigio e la sua autorit, deciso a portare a compimento la sua sporca impresa. Don Rodrigo sa che espugnare un convento cosa quanto mai ardua, specie se Lucia protetta da una principessa; tuttavia progetta un piano, sia pure rischioso, da attuarsi con lintervento di un potentissimo signore. Ma intanto, mentre travagliato da tale tormento, due nuove riescono in certo modo a placano: il trasferimento di padre Cristoforo da Pescarenico, e il ritorno di Agnese a casa sua. Quando Lucia per mezzo della fattoressa apprende che Renzo sfuggito miracolosamente allimpiccagione e che ricercato, sul punto di svenire. Ella, tribolando per la sorte del suo povero Renzo, vorrebbe avere notizie pi dettagliate; vorrebbe sapere dove si trovi e cosa faccia. Per sua tranquillit, finalmente, un uomo, su incarico di padre Cristoforo, riferisce che Renzo ha trovato ricovero in territorio bergamasco; altro non sa dire, e assicura che da l a qualche giorno il frate invier notizie pi esaurienti. Ma, poich le notizie tardavano a venire, Agnese decide di tornare al suo paese, onde

conoscere la situazione di Renzo. Passa, prima di giungere al paese, dal convento, e qui apprende, con suo sgomento che padre Cristoforo stato trasferito a Rimini. Il trasferimento del frate, da Pescarenico a Rimini, stata opera del conte zio del gran Consiglio, su esortazione del conte Attilio che con arguzia satanica ha saputo stuzzicare la sua boria nobiliare. Il conte zio un comune parente di don Rodrigo e del conte Attilio; di lui viene fatto un quadro chiaro e ricco di satira; descritto come un uomo senza cervello, che ha raggiunto una considerevole autorit, non per meriti personali, ma in virt del suo casato. Il conte Attilio, intanto, mantenendo un contegno di rispetto e di ossequio, in questo caso interessato, verso un parente pi anziano e pi autorevole, racconta, distorcendo la verit, che un frate insolente, un certo fra Cristoforo, per via di una donna, mette in pericolo il decoro e lonore del casato. Il conte zio allinizio non prende sul serio il discorso del conte Attilio; ma quando questi, con malizia camuffata, fa presente che quel frate va dicendo che ci trova pi gusto farla vedere a Rodrigo, appunto perch questo ha un protettore naturale, di tanta autorit come vossignoria; e che lui se la ride dei grandi e dei politici , il conte zio non esita ad erigersi a strenuo difensore di don Rodrigo. Egli reputa il contegno del frate offensivo allonore e al prestigio del suo casato, perci penser lui a colpirlo come si deve; e si lamenta, con boria da nobilone, che loro due (il conte Attilio e don Rodrigo), gli procurano pi fastidio che tutti questi benedetti affari di stato. Cap.19 Il conte zio, dunque, ferito nel suo orgoglio dal racconto del conte Attilio, ne accoglie linvito di interessarsi presso il padre provinciale, per lallontanamento dellincomodo padre Cristoforo. Lautore comunque non manca di lanciare i suoi strali, poich il padre provinciale con la sua decisione impedisce al frate di svolgere, secondo le regole, la sua missione di carit; di fare del bene a dei poveri perseguitati. Il dialogo, tuttavia, tra questo strano padre provinciale e il conte zio un capolavoro artistico: il loro linguaggio ricco di sottigliezze, di frasi pronunziate a met, di discorsi ambigui; e tutto ha un solo fine: impedire a padre Cristoforo di proteggere gli indifesi. Padre Cristoforo dice con sottile perfidia il conte zio al padre provinciale, per indurlo a trasferirlo un po amico dei contrasti . E per mettere ancora in cattiva luce il frate, non manca di giocare di fantasia. Mio nipote giovine; dice il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito, le... inclinazioni dun giovine . E giusto quindi che interveniamo noi che abbiamo pi anni e pi giudizio; bisogna allontanare il fuoco dalla paglia. Con questo colloquio il conte zio riusc a persuadere il padre provinciale a trasferire padre Cristoforo da Pescarenico a Rimini. La seconda parte di questo capitolo dedicata alla descrizione dun terribile uomo, al quale don Rodrigo si rivolge, per portare a compimento la sua impresa. Anche se costui un personaggio realmente esistito, ugualmente una stupenda e geniale creazione manzoniana. Di lui si scrisse molto, ma nessuno os palesare il suo nome. Il Rivola lo definisce un signore altrettanto potente per ricchezza, quanto nobile per nascita . Il Ripamonti lo giudica uomo che assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranit; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di fuorusciti, fuoruscito un tempo anche lui; poi tornato come se niente fosse... . E costui, che il Manzoni dice di esser costretto a chiamare lInnominato, al di sopra e al di fuori della legge, e arbitro delle faccende altrui, temuto e ossequiato da tutti. Superiore a tutti per ricchezze, coraggio e temperamento, ha molti amici subordinati , ed stato catastrofico con coloro che hanno voluto rivaleggiare con lui. Anche alcuni principi esteri si valsero della sua opera, per qualche importante omicidio . La sua casa, dice ancora il Ripamonti, era come unofficina di mandati sanguinosi . Unico lato positivo del suo carattere quello di essere leale, di non ricorrere ad intrighi meschini. Qualche volta ha prese le parti dei deboli e degli oppressi e ha costretto loppressore a riparare il mal fatto, a chiedere scusa ; ed in tal caso il suo nome, tanto temuto e odiato, stato benedetto, perch quella giustizia, allora, non si poteva ottenere da nessunaltra forza n privata, n pubblica . Perci don Rodrigo, che s un prepotente, ma non certamente un tiranno selvatico , non avendo n le forze, n la capacit, di rapire Lucia, e volendo dimorar liberamente in citt, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile , accompagnato dal Griso e dalla solita combriccola di bravi, una mattina si avvia al castello dellinnominato. Cap.20 Don Rodrigo, finora apparso autoritario e prepotente, quando nei pressi del dominio dellinnominato, sembra docile come un agnello; non manca persino di rispetto agli uomini dellinnominato; e quando giunge di fronte a lui, assume un atteggiamento di devota umilt, pur sapendo che ci che otterr da lui dovr pagarlo ad alto prezzo.

Ad ogni buon conto, linnominato, uomo di cui la durezza risentita dei lineamenti, il lampeggiar sinistro ma vivo degli occhi , stanno ad indicare una forza di corpo e danimo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine , dopo averlo ascoltato, Io licenzia, dicendo: tra poco avrete da me lavviso di quel che dovrete fare . Se per don Rodrigo impresa ardua rapire Lucia dal monastero, non lo invece per linnominato, perch pu servirsi, a suo piacimento, di uno dei pi stretti ed intimi colleghi di scelleratezze ; di quellEgidio, cio, amico di Gertrude, la signora, alla cui protezione stata affidata Lucia. Ma quel che accade agli uomini spesso imprevedibile. Linnominato, questuomo cos potente e temerario, sente che qualcosa lo tormenta, che il suo animo agitato. Costui, che ha commesso tanti misfatti a danno di poveri e di potenti, che non conosceva cosa significasse rimorso, adesso non si sente tranquillo. Quel Dio, di cui non si prendeva cura n di negare, n di riconoscere, gli pareva sentirlo gridare dentro di s ; per questo si era impegnato subito con don Rodrigo, per chiudere ladito ad ogni esitazione. Ma un uomo cos temuto e rispettato, non si lascia sopraffare da crisi momentanee. Perci chiama il Nibbio, uno dei pi destri e arditi ministri delle sue enormit , e gli ingiunge di recarsi a Monza, e che informasse Egidio dellimpegno contratto, e richiedesse il suo aiuto per adempirlo . E quando il Nibbio, prima ancora del previsto, ritorna con la risposta favorevole, linnominato gli ordina di eseguire, in compagnia di altri due sbirri, quanto aveva disposto Egidio. Viene predisposto, quindi, un piano impeccabile, complice Gertrude che, malgrado fosse presa da un forte rimorso, non osa ribellarsi alla volont delluomo con cui conduce una vita peccaminosa. Costei, dunque, il giorno stabilito, facendo a Lucia pi carezze dellordinario , la prega, con falsa amabilit, di farle un gran servizio , che pu farle solo lei, perch dice Gertrude: Ho tanta gente ai miei comandi; ma di cui mi fidi,nessuno . Il servizio, di cui ha bisogno la signora, (per attuare il piano di Egidio) consiste nellandare Lucia al convento dei cappuccini per unimbasciata. Lucia fu atterrita duna tale richiesta , e per evitare tale incarico scabroso, interpone pretesti e difficolt. Ma Gertrude, ammaestrata a una scuola infernale, con le sue arti e i suoi raggiri, sa vincere la ritrosia di Lucia, tanto che la poveretta risponde: e bene; ander, Dio maiuti!. Vittima inconsapevole e innocente di uninsidia diabolica, giunta in un punto in cui la strada affonda a guisa dun letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di volta, scaraventata dal Nibbio con violenza nella carrozza. Il terrore e langoscia di costei sono tali che, dopo alcuni tentativi di sfuggire alle mani di quei bravacci, sviene. Il Nibbio cerca di rincuorarla, ma non c nulla da fare; sembra che dorma e perci non pu sentire i conforti di quelle orribili voci. Non appena Lucia pu aprire gli occhi, come se si fosse svegliata da un sonno profondo, il primo gesto che fa quello di buttarsi ancora dalla carrozza; ma il Nibbio lesto a trattenerla, e con voce pi gentile che pu, le dice: state Zitta, che sar meglio per voi, non vogliamo farvi male. . Ma Lucia, atterrita e sconvolto, non potendosi liberare con la forza, tenta di commuovere quegli scellerati con le preghiere e le lacrime. Il suo aspetto buono, le sue implorazioni cos calorose, producono tuttavia un certo effetto come si vedr nellanimo del Nibbio. Intanto linnominato, questuomo nel cui animo sta germogliando il seme del rimorso per tutti i suoi efferrati delitti, attende larrivo della carrozza con uninquietudine, con una sospension danimo insolita. . Quando, finalmente, vede spuntar la carrozza da lontano, il suo turbamento singigantisce a tal punto, che sente lintimo bisogno, prima che Lucia giunga al suo cospetto, di far qualcosa per consolarla. Perci fa chiamare una sua donna, e quantunque non fosse un tipo adatto, per il suo aspetto da megera, le ordina di andare incontro a Lucia e di farle coraggio. Cap.21 La vecchia, dunque, ubbidisce lestamente agli ordini del suo padrone, si ferma alla Malanotte, (una specie di osteria) e attende larrivo della carrozza. Quando vi giunge, riferisce al Nibbio gli ordini dellinnominato, e quindi Lucia viene fatta salire sulla bussola della vecchia. Malgrado costei si prodighi di consolare Lucia, come meglio pu, non riesce nellintento. Lucia, infatti, sentendo una voce di donna, prova un conforto momentaneo, ma poi ricade in una angoscia pi penosa, nel vedere quel ceffo sconosciuto e deforme. Intanto il Nibbio si reca dallinnominato, e fatta una succinta relazione sul rapimento, parla con trepidazione e con accenti insoliti di Lucia, una creatura fragile e onesta, che con il suo piangere, pregare, e far certocchi, e diventar bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole... laveva commosso. Le parole del Nibbio sconvolgono ancor di pi lanimo e la mente dellinnominato. Perch non se ne penta, ordina al Nibbio di avvertire don Rodrigo, affinch venga a prelevare la preda; ma subito, vinto da un indicibile tormento, manda il Nibbio a riposare. Il suo tormento ancor pi grave, quando pensa che quella donna ha persino commosso il Nibbio, tanto da domandarsi se non vi sia un qualche demonio, o... un qualche angelo che la protegge .

Ma eccolo finalmente di fronte a questa donna piangente e desolata, accorata e terrorizzata, rannicchiata in terra, nellangolo pi lontano dalla porta. Nel vederla a terra, dopo aver redarguito la vecchia, linnominato invita Lucia, con tono imperioso, ad alzarsi; questa, invece, messasi subito in ginocchioni, con frasi schiette e vibranti, come: son qui, m ammazzi.., perch mi fa patire le pene dellinferno?... cosa le ho fatto?... Dio perdona tante cose per una opera di misericordia scuote e turba irrimediabilmente lanimo dellinnominato. E scorgendo nel contegno del suo tiranno una certa esitazione, lo prega caldamente di lasciarla libera. Ma linnominato, con una dolcezza da far trasecolar la vecchia dopo averle fatto coraggio e assicuratale che nessuno le far del male, se ne va, dicendo: domattina ci rivedremo . Intanto Lucia, rifiutato il cibo e il letto, in preda ad una terribile disperazione. Trova conforto nella preghiera, e perch possa essere pi accetta, la accompagna da unofferta, la pi cara in suo possesso: la sua verginit. Infatti, in ginocchio, rivolge queste parole alla Vergine santissima: fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre o Madre del Signore, e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto. Ora ella si sente un po tranquilla e fiduciosa; anzi le parole dellinnominato: ci rivedremo domattina le sembrano una promessa di salvazione . Ci invece non accade per linnominato; egli inquieto, incapace di prender sonno; il suo letto come un cumulo di spine. Egli con la mente passa in rassegna i crimini commessi, e ci sconvolge ancora una volta la sua coscienza, ed sul punto di suicidarsi; ma latterrisce e lo fa desistere il giudizio dellal di l, dove sar giudicato il suo operato. Allora lo assale un angoscia pi grave; ma ad un tratto, pensando alle parole pronunziate da Lucia: Dio perdona tante cose, per unopera di misericordia ha un attimo di sollievo, una speranza lontana . Ma, poi, i pensieri, che si scontrano nella sua mente, come le onde del mare in tempesta, non gli permettono di prendere alcuna decisione. Intanto sopraggiunge lalba; si ode un suono di campane, e nella vallata una folla che va verso la stessa direzione. Cap.22 Linnominato, viene informato da un bravo che tutta quella gente, cos festosa, va verso un paese vicino, per vedere il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano. La popolarit, il rispetto e la venerazione che il popolo dimostra verso il cardinale, fa nascere nellinnominato la speranza, parlandogli a quattrocchi che egli possa curare il suo spirito tanto in crisi, che possa pronunciare parole rasserenatrici. Presa, quindi, la decisione di parlare con il cardinale, si reca prima nella camera di Lucia, che intanto sta dormendo in un cantuccio; rimprovera la vecchia, per non aver saputo convincere Lucia a dormire sul letto, le raccomanda di lasciarla riposare in pace, e di riferirle, quando si sar svegliata che il padrone partito per poco tempo, che torner e che... far tutto quello che lei vorr. . E superfluo dire che la donna resta sbalordita per lo strano e insolito comportamento del suo padrone, che intanto mette di guardia un bravo, davanti alla porta della camera di Lucia, perch nessuno la disturbi; quindi, risoluto, si dirige verso il paese, dove si trova il cardinale; e giuntovi, avuta indicazione che egli si trova in casa del curato, va l, entra in un cortiletto, dove sono riuniti molti preti che lo guardano con aria di meraviglia e di sospetto, e chiede di voler parlare al cardinale. Prima che si svolga il colloquio tra linnominato e larcivescovo, lautore traccia un profilo di Federigo Borromeo; la descrizione, fatta con calore in tutta la sua splendida grandezza, risulta veramente efficace. Ancora giovinetto, manifestata la vocazione di dedicarsi al ministero ecclesiastico, oltre a dedicarsi alle occupazioni prescritte, decide di sua spontanea volont di insegnare la dottrina cristiana ai pi rozzi e derelitti del popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere glin fermi . Quantunque discenda da nobile famiglia, tutto il suo comportamento improntato alla pi servile umilt; teme le dignit, anzi cerca di evitarle, non per sottrarsi al servizio altrui, ma perch non si stima abbastanza degno, n capace di cos alto e pericoloso servizio. Poco pi che trentenne, infatti, ricusa larcivescovado di Milano, successivamente costretto ad accettare su ordine del papa. Riduce al minimo le sue esigenze, ed offre tutto ai poveri; per lui, infatti, le rendite ecclesiastiche sono patrimonio dei poveri. E merito suo la fondazione della biblioteca ambrosiana. Ma quel che pi spicca in lui la bont, la giovialit, la cortesia verso gli umili. Quanto scrive il Manzoni, per magnificare questo uomo di virt predare, non un parto di fantasia, ma realt evidente, tanto vero che riuscir a convertire, come per grazia divina, chi si era macchiato di tanti infami crimini: linnominato. Cap.23 Sebbene sia sconsigliato di ricevere linnominato, descritto come un appaltator di delitti, il cardinale, consapevole della sua missione, ordina che sia fatto entrare subito. Quando appare sulla soglia, gli va incontro e lo accoglie con cristiana carit, con affetto e con umile gioia; linnominato, invece, turbato da due passioni contrastanti: il desiderio e la speranza di trovare un refrigerio al tormento interno, da una parte, e dallaltra, una stizza, una vergogna di venir l come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, ad implorare un uomo. Ma Federigo

Borromeo, questuomo dallaspetto venerabile, sa trovare le parole adatte, per sconfiggere definitivamente linnominato. Dopo un breve silenzio, mettendo a suo agio lospite, manifesta tutta la sua gratitudine per la preziosa visita anche se essa, per il prelato, ha un po del rimprovero; poich sarebbe toccato a lui, pastore danime, a cercarlo. Con queste mosse sapienti si avvia il dialogo, in cui vi un susseguirsi di espressioni pregne di ardore divino e passione pastorale; una dolcezza mistica ed una soavit ineffabile, che dapprima stordiscono, poi vincono le residue resistenze diaboliche dellinnominato, finch il suo animo, come stretto in una morsa di ferro, a cui non pu sfuggire, vinto e piegato al bene. Infatti, quando il cardinale con modi affettuosi dice: E che? Voi avete una buona novella da darmi, e me la fate tanto sospirare? linnominato, come a volersi liberare dun peso che finora non aveva potuto scacciare, replica che lui non ha una buona nuova, ha linferno nel cuore. Ma Federigo risponde che Dio che lo agita e lo opprime; quello un segno della sua potenza e della sua bont; e aggiunge che per liberarsi da quelloppressione, basta che condanni la sua vita, che accusi se stesso, che se ne penta; solo cos Dio sar glorificato, e lui potr sperare nella salvezza dellanima. Aver la possibilit di salvare la sua anima, sentirsi vicino a Dio, per linnominato motivo di una gioia immensa, di una commozione profonda, di un turbamento potente, che sfociano in un pianto dirotto, in un pentimento senza limiti. A quella vista il cardinale Federigo, ringraziando Dio, per averlo fatto assistere ad un tale miracolo, stende le braccia al collo dellinnominato, il quale, dopo un debole tentativo di sottrarsi, con lo stesso impeto, abbraccia il cardinale, versando lacrime abbondanti, e implorando con calore e con amore Dio. Linnominato, luomo dal passato spietato e feroce, con lanimo infiammato dal desiderio di convertire in breve tutto il male che ha fatto, come suo primo atto di bont, manifesta lintenzione di liberare Lucia, prigioniera nel suo castello. Questo pegno del perdono di Dio, fa presente il cardinale che fa s che voi diveniate strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. . Accertatosi che tra i parroci convenuti c anche don Abbondio, venuto non di sua iniziativa, ma per linsistenza di Perpetua, il cardinale lo invita a recarsi in compagnia dellinnominato a casa di questo, per prelevare Lucia. Don Abbondio con sotterfugi tenta di sottrarsi allincomodo incarico, che gli provoca un gran terrore, ma di fronte alla decisione del cardinale deve ubbidire. Malgrado il cardinale Federigo faccia capire che linnominato non pi quellessere spietato dun tempo, che ora si votato al bene, don Abbondio ha sempre paura; nulla riesce a confortano; neppure laspetto sereno, durante il viaggio, del lettighiero e della donna scelta a confortare Lucia. Quanta differenza tra questo personaggio e il cardinale! Nel primo non c gesto che non sia ridicolo, che non mostri meschinit danimo, che non susciti disgusto e ilarit in pari tempo; nellaltro, invece, notiamo ogni azione volta al bene altrui, un gran fervore pastorale, una carit inesauribile, una nobilt danimo impareggiabile. In questo capitolo come si visto i personaggi di spicco sono tre: linnominato, il cardinale e don Abbondio; tre personaggi tanto diversi tra loro, ma descritti dallautore con mirabile arte con tratti inconfondibili che sembra proprio di vederli. Cap.24 Appena Lucia si svegliata, il suo primo pensiero quello di poter abbracciare la madre, e in ci confortata dalla vecchia, la quale dice che il suo padrone, momentaneamente assente, far tutto quello che ella vorr. Al di l della porta si sente intanto un rumore insolito; la vecchia apre e linnominato le ordina di uscire, e fa entrare don Abbondio con la buona donna, mentre lui, socchiudendo luscio, resta fuori. Lucia, nel vedere don Abbondio, quasi incredula, come se fosse fuori sentimento, rimane incantata. Nel frattempo la buona donna, con tutta la sua amabilit, si avvicina a Lucia per consolarla. Per lei la loro apparizione ha qualcosa dirreale, crede che sia un miraggio; non pu credere che don Abbondio, un uomo che non brilla certo per coraggio, possa trovarsi in quel luogo selvaggio, in mezzo a persone cos crudeli. Poi, rassicurata dalluno e dallaltra, ha la netta sensazione che si sia trattato di un miracolo, che sia stata la Madonna invocata da lei a mandarli. Ora convinta di trovarsi tra persone innocue, pronte ad aiutarla, che possono allontanarla da quel luogo di pene; ma subito le sovviene quel signore del giorno avanti; (lInnominato, che per Lucia non conosce) e quando don Abbondio riferisce che qui fuori che aspetta linnominato, comprendendo che si parla di lui, spinge luscio ed entra. A questo punto la scena ha toni patetici; Lucia, che prima desiderava vederlo, perch riteneva in lui la persona che lavrebbe potuta liberare, ora, trovandosi in mezzo a persone amiche, prova un ribrezzo che si dipinge nel viso. E linnominato, questuomo in cui avvenuta una cos prodigiosa conversione, che si sente colpevole nei confronti di Lucia, che intuisce il suo stato danimo, con profonda umilt le chiede perdono; al che Lucia, confortata e riconoscente, augura che Dio lo ricompensi per la sua misericordia.

Finalmente, con gran sollievo di don Abbondio, si parte. La buona donna con bont e squisitezza consola Lucia e non manca di farle presente che lei si trova in sua compagnia per volere del cardinale, che ha voluto anche che vi fosse in questoccasione don Abbondio, il quale, per la verit prosegue la buona donna - pi impicciato che un pulcino nella stoppa. Intanto don Abbondio sempre il solito; per tutto il viaggio, in un divertente soliloquio, mette in evidenza tutta la sua paura. Egli pi che per il presente, ha ora paura dellavvenire, e pensa tra s: Cosa dir quel bestione di don Rodrigo? Rimanere con tanto di naso a questo modo, col danno e con le beffe, figuriamo se la gli deve parere amara. E non esclude che se la possa pigliare con lui, che si trova immischiato in questa faccenda, senza sua intenzione. Quando la comitiva arriva in paese, il primo pensiero di don Abbondio quello di rifugiarsi nella sua pieve, dove pensa di essere al riparo da ogni insidia. Cos, preso il suo bastone, incarica linnominato di far le sue scuse a monsignore, in quanto lui deve tornare alla parrocchia addirittura, per affari urgenti e parte precipitosamente. Intanto Lucia, dopo tante tribolazioni, giunta in casa della buona donna, dove ospitata cordialmente e generosamente. Per lei, trovarsi accanto ad una donna munifica ed in un ambiente in cui non ha nulla da temere, significa ritrovare la pace dello spirito. Ma, appunto, ora che la sua mente non pi sconvolta da avvenimenti terribili, ricorda il voto pronunziato; pensa al suo Renzo, e nel suo intimo si sente colpevole; sa che ci recher tanto dolore al suo uomo; ma subito se ne pente di questo attimo di debolezza, perch in lei il sentimento religioso pi forte, e prega, intanto, affinch le sia concessa la forza di adempiere il voto. Superata la crisi del voto, pu riprendere la sua serenit, perch, nella casa in cui ospitata, anche il marito, che fa il sarto, e che persona molto religiosa, la miglior pasta del mondo , molto contento della presenza di Lucia, come se vi fosse scesa la benedizione del cielo. Mentre Lucia circuita da un sincero affetto, ad accrescerne la gioia, ecco sopraggiungere la madre, fatta venire per interessamento del cardinale. In un baleno, madre e figlia, sono nelle braccia luna dellaltra, e si abbandonano ad un pianto dirotto. Quindi, Lucia, su richiesta di Agnese, che conosceva solo in parte, e confusamente, ci che era capitato alla figlia, racconta tutte le sue traversie, ma nasconde la circostanza del voto, proponendosi di farne prima la confidenza al padre Cristoforo. Agnese da parte sua confida alla figlia che padre Cristoforo stato trasferito in un paese lontano e che Renzo in un luogo sicuro, in territorio bergamasco, ma nessuno sa esattamente dove. Mentre Lucia ringrazia il Signore, perch Renzo salvo, ecco comparire il cardinale, per rendere onore alla sventura, allinnocenza, allospitalit e al suo proprio ministero in un tempo. Egli accolto con riverente e commosso rispetto; ha parole affettuose per Lucia, messa a una gran prova, e fa delle domande, a cui Agnese, pi loquace del solito, come a volersi sfogare, risponde che tutti i preti fossero come lui, i poveri non soffrirebbero tanto; e quindi, incoraggiata dal cardinale, parla delle prepotenze di don Rodrigo nei confronti di Renzo e Lucia, e del rifiuto di don Abbondio di sposarli; ma del racconto fa un piccolo stralcio, nasconde, cio, il tentativo del matrimonio clandestino, ideato da lei; ma un intervento di Lucia, sempre scrupolosa ed onesta, riferisce anche questo episodio. Poi il discorso cade su Renzo; Agnese racconta quello che sa, e larcivescovo promette il suo interessamento. Rivolto poi ai padroni di casa, domanda loro se sarebbero stati contenti di ricoverare, per quei pochi giorni, le ospiti che Dio aveva loro mandate . Alla risposta lesta della buona donna: oh! s signore, il marito, che ha fama di uomo di cultura, desideroso di farsi onore alla presenza di cos degna ed autorevole persona, studia ansiosamente qualche bella risposta; pensa un momento, la sua mente invasa da un cumulo di idee confuse, fruga meglio, e finalmente pronunzia solo un enfatico: si figuri! cosa di cui non si dar pace. Questo capitolo, ricco di avvenimenti, si conclude con un palpitante e solenne resoconto dellinnominato circa la sua conversione. Egli infatti riunisce tutti i suoi dipendenti nella sala grande fa presente che la strada intrapresa finora conduce nel fondo dellinferno, che lui ha mutato vita, e che preferisce morire piuttosto morire che agire contro la legge di Dio, e li ammonisce che dora in poi nessuno di loro potr fare del male, perch non godr della sua protezione. Egli tuttavia spera che quanto avvenuto in lui, avvenga anche per coloro che lavorano alle sue dipendenze, che Dio, tanto misericordioso con lui, anche a loro mandi il buon pensiero. Tutti i servitori, anche se sbalorditi, ascoltano con rispetto e senza alcun segno di ostilit le parole dellinnominato, e pensano alla decisione da prendere. Intanto linnominato, che nel suo animo, per la prima volta sente una pace rasserenatrice, si avvicina a quel letto in cui la notte avanti aveva trovate tante spine, fruga nella sua mente, e trova le preghiere chera solito recitare da bambino, e nel recitarle prova una certa dolcezza in quel ritorno materiale alle abitudini della innocenza . Fiducioso, quindi, darrivare, con opere despiazione, a una coscienza nuova , si subito addormentato. Cap.25 Il giorno dopo, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio, di Lecco, si commenta apertamente la sua penosa vicenda, la

conversione dellinnominato, e sommessamente, ma con indignazione si parla di don Rodrigo, la cui prepotenza stata fortemente umiliata; n viene risparmiato il podest, sempre sordo e cieco e muto sui fatti di quel tiranno; il dottor Azzeccagarbugli che non aveva se non chiacchiere e cabale, additato al pubblico disprezzo senza tanti riguardi. Don Rodrigo, che ha gi la sensazione che la sua autorit comincia ad incrinarsi, letteralmente fulminato da quella notizia che in cuor suo attendeva tanto diversa. Sapendo per di pi che il cardinale sarebbe venuto da quelle parti, roso dalla rabbia, come un fuggitivo, in compagnia del Griso e di altri bravi, giurando di vendicarsi, parte per Milano. Il conte zio, invece, che conosceva i fatti come glieli aveva raccontati Attilio, avrebbe voluto che don Rodrigo fosse presente allarrivo del cardinale e far vedere in che stima fosse tenuta la famiglia da una primaria autorit. Allarrivo del cardinale nel paese di Lucia, una folla entusiasta ed acclamante lo accoglie: lunico a non associarsi don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa preoccupato di dovergli rendere conto del matrimonio. Ma larcivescovo Federigo, rivolto un discorso ai fedeli, si ritira nella casa di don Abbondio al quale chiede informazioni su Renzo, e se Lucia sia al sicuro in casa sua. Egli parla necessariamente bene di Renzo, anche se lo definisce un po collerico e in quanto a Lucia, dice che potr ritenersi al sicuro finch ci sar la sua presenza. Poich il cardinale non ha chiesto conto del rifiuto di maritare i due giovani, don Abbondio tutto felice, e non pensa che il cardinale, informato compiutamente da Agnese, vorr spiegazioni pi esaurienti in altra sede. Mentre il cardinale si preoccupa di trovare un luogo sicuro per Lucia, donna Prassede, una donna dalto rango, molto incline a far dei bene, anche se a modo suo, desidera di tenere Lucia con s. Con questa donna lautore implacabile, spietato; per lui essa vive nel nulla; nessuno trae giovamento dai suoi pensieri o dalle sue azioni. Ella stupida ed ottusa, come benefattrice, vorrebbe imporre le sue idee stravaganti a Lucia, convincerla cio che aveva fatto male a promettersi a Renzo, a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampa forca, insomma. Donna Prassede, quindi, fatta venire Lucia in compagnia della madre a casa sua, manifesta lintenzione di ospitarla; perci fa scrivere dal marito, don Ferrante, uomo di lettere, una missiva per il cardinale, latrice la stessa Agnese, il quale consiglia di accettare lospitalit di donna Prassede; cos la povera Lucia, come una barca in bala delle onde, dopo un solo giorno trascorso con la madre, dovr separarsi, per abitare nella villa della nuova protettrice. Intanto il cardinale, ospite di don Abbondio, con tono secco e senza preamboli, chiede il motivo per cui non ha unito in matrimonio Lucia e Renzo. Ancora una volta la figura del cardinale si erige in tutta la sua solennit nellesaltare la religione cristiana nella sua vera essenza. E quando don Abbondio, il solito pauroso, vorrebbe giustificare la definizione al suo dovere con le minacce ricevute dai bravi, il cardinale, forte del suo eroismo, lo incalza dicendo che la Chiesa non gli aveva promesso la sicurezza della vita, anzi laveva avvertito che lo mandava come un agnello tra i lupi, e poi gli chiede: Che sarebbe la Chiesa, se codesto vostro linguaggio fosse quello di tutti i vostri confratelli?. Agli argomenti del cardinale, solenni ma detti in tono pacato, don Abbondio, che sembra un pulcino negli artigli del falco, ad ogni sua battuta cade nel ridicolo, come quando vorrebbe giustificarsi per non aver celebrato il matrimonio, perch il coraggio uno non se lo pu dare . Il dialogo, per don Abbondio lungo e penoso, non arriva alla conclusione, perch il curato, oltre che addurre il pretesto della paura, non sa rispondere alla domanda posta dal cardinale con insistenza: Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato di fare?. Cap.26 Don Abbondio tace e nulla sa ribattere agli argomenti del cardinale, cos pieni di realt divina e di fervore; egli ha scolpite in mente, ed in modo incancellabile, le minacce di don Rodrigo; il prelato allora, interpretando il silenzio di don Abbondio come una colpa evidente, non esita a dirgli che ha ubbidito alla iniquit, senza badare a ci che il dovere prescrive, che se la paura gli ha impedito di fare quanto era suo dovere, poteva almeno avvertire il suo superiore. E mentre prosegue dicendo che liniquit non sempre si fonda sulle sue forze, ma anche sulla credulit e sullo spavento altrui, a don Abbondio viene in mente Perpetua, di cui non ha accettato il consiglio di riferire lincontro con i bravi al cardinale. Intanto il cardinale accusa don Abbondio di essere colpevole del traviamento di Renzo e delle tribolazioni di Lucia; il curato allora, pur non riuscendo a scacciare la paura, promette che se si presenter qualche altra occasione, non verr meno al suo ministero. Il giorno seguente, come stabilito, Lucia costretta per la seconda volta abbandonare il paese con tanta amarezza e rifugiarsi in casa di donna Prassede. Linnominato frattanto, tramite il cardinale, fa pervenire alla madre di Lucia cento scudi doro, per servir di dote alla giovine, o per quelluso che ad esse sarebbe parso migliore; e comunica anche che per qualunque servizio per lui sarebbe una fortuna mettersi a loro disposizione. Allalba del giorno seguente Agnese, mantenendo la promessa, si avvia verso la villa di donna Prassede, a visitar la figlia. Quando le due donne sono sole, Agnese informa a figlia del gesto generoso dellinnominato e dei suoi progetti, ora che hanno tanto denaro. Speriamo dice la madre che non sia successo nulla a Renzo, che ho sempre riguardato

come un mio figliolo e quando avr dato notizie, ti vengo a prendere io a Milano. . Ma vedendo che la figlia lascolta con freddezza, con una tenerezza senzallegria, e che accorata, ne chiede il motivo. Allora Lucia, alle domande pressanti della madre, pentita di non averla informata prima, risponde che non pu divenire pi moglie di Renzo, e, col petto ansante rivela il voto, descrivendo quella notte infernale, in cui si decisa di pronunciarlo. La madre si amareggia, ma non si arrabbia, parendole che sarebbe un prendersela col cielo. . Madre e figlia parlano anche di Renzo, solo e lontano, e pensano alle sue sofferenze. Ma a Lucia interessa soltanto che egli sia salvo, per il resto non deve pensar pi a quel poverino, anzi vuole che gli si invii una lettera, ma che la scriva una persona prudente e fidata, (il cugino Alessio) e lo informi che ha fatto voto e che metta il cuore in pace, e in pari tempo propone alla madre, che accetta liberamente e senza difficolt, poich a Renzo hanno troncato il suo avviamento, gli hanno portano via la sua roba,quei risparmi che aveva fatti di mandargli met della somma avuta dallinnominato. Lucia ringrazia la madre, per aver esaudito il suo desiderio, e con affetto profondo e sincero, le confida che ella sar felice quando potr viver accanto a lei. Con queste attestazioni di reciproco affetto le due donne si separarono. E passato gran tempo, e malgrado si fosse interessato segretamente anche il cardinale, di Renzo non si sa nulla di preciso; corrono delle voci, ma non hanno alcun fondamento di verit. Lo stesso governatore di Milano, don Gonzalo Fernandez aveva protestato col residente di Venezia, per avere accolto un ladrone pubblico Lorenzo Tramaglino, nel territorio bergamasco. Tutto questo fracasso intorno al nome di Renzo indusse Bortolo a trasferire il cugino in un altro filatoio, presentandolo col nome di Antonio Rivolta. Cap.27 In questo capitolo innanzi tutto il Manzoni si preoccupa di tracciare un quadro storico della Milano di quei tempi per dimostrare principalmente come quel governatore, don Gonzalo, nel susseguirsi di avvenimenti piuttosto complicati: la guerra per la successione ai ducati di Mantova e del Monferrato e i disordini popolari, non abbia altra preoccupazione se non quella di non ledere la sua vanit e il suo prestigio. E lindifferenza, lincuria, la mancanza dinteressamento, per risolvere i problemi della gente che soffre, non sono solo di don Gonzalo, ma anche dei diplomatici e degli uomini politici. Le proteste di don Gonzalo presso le autorit di Venezia, che hanno ospitato Renzo, hanno un solo scopo: non denigrare il suo prestigio in un momento cos critico per lui. Ma quando le acque si sono placate e tutto ritornato alla normalit, il governatore non ci pensa pi. Renzo, per, ignaro di tutto ci, costretto a vivere nascosto, e ci rende pi difficile far pervenire sue notizie alle donne, tanto pi che non sa n scrivere n leggere, e perci costretto a procurarsi una persona di fiducia, a cui confidare i suoi segreti, cosa quanto mai difficile. Finalmente, cerca e ricerca, Renzo trova la persona che scrive per lui; e quando Agnese riceve la prima lettera, poich anche lei, come Renzo, non sa n leggere n scrivere, corre dal cugino Alessio e se la fa leggere e spiegare: concerta con lui la risposta e si avvia cos un carteggio n rapido n regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato. Nel ricevere la prima lettera con i cinquanta scudi, Renzo rimane perplesso, non sa capacitarsi; e quando dal suo lettore apprende la ragione di quel denaro, anche se con poca chiarezza, e poi, per via di perifrasi, viene a parlar del voto, manca poco che non se la prenda col suo segretario, e in quella febbre di passioni, Renzo fa scrivere che lui non vuoi mettere il cuore in pace, e non lo metter mai, e che i denari li terr in deposito per la dote della giovine per metter su casa. Allorch Lucia apprende dalla madre che Renzo vivo e salvo, sente un gran sollievo, ma non desidera altro; ella lavora assiduamente per dimenticarlo, ma limmagine di Renzo si presenta alla sua mente di nascosto, furtivamente, di modo che se ne avvede dopo qualche tempo, quando ha preso consistenza. E evidente che Lucia vuole scacciare dalla sua mente luomo che teneramente ha amato, ma costui le appare da ogni parte, sia pensando al passato che allavvenire. E un dramma intimo quello di Lucia veramente commovente; una lotta disperata; e forse sarebbe riuscita a dimenticano; ma donna Prassede, impegnata per certe sue idee, a cancellarlo dalla sua mente parla spesso e male di Renzo, un rompicollo, un birbante, un ladro. E allora Lucia, sapendo quanto siano false le affermazioni della sua protettrice, per opposizione, sente per lui uninfinita tenerezza. Donna Prassede esercita la sua autorit anche sulle cinque figlie (tre monache e due sposate) e sulla servit, ma non sul marito, don Ferrante, uomo di studio che non gradisce n di comandare n di ubbidire. Costui trascorre lunghe ed inutili ore nel suo studio, sprofondato nella poltrona. Egli si interessa di filosofia antica e naturale, di stregoneria e magia, ma predilige la scienza cavalleresca e lastrologia, scienze quanto mai inutili. Egli si ingombrato il cervello di tante stupide cognizioni che quando ne parla veramente ridicolo. Cap.28 Questo un capitolo, in cui il Manzoni abbandona di nuovo i suoi personaggi, per tracciare un quadro storico degli avvenimenti successivi alla sedizione di San Martino, che ebbe come conseguenza un ribasso del prezzo del pane; un

ribasso che risult fatale, in quanto la plebe, affamata, si abbandon ad uno sfrenato consumo, e troppo tardi se ne avvide delle conseguenze disastrose, perch cos facendo, non solo rendeva impossibile una lunga durata a goder del buon mercato presente, ma addirittura ne impediva una continuazione momentanea. Anche i contadini abbandonavano la campagna e si riversavano in citt; la situazione era destinata a precipitare; i tentativi di porvi rimedio non ottenevano alcun risultato efficace. Consumate le scorte, la fame divenne un male disastroso, pericoloso e inevitabile. In citt, chiusi negozi e fabbriche, la disoccupazione imperversa e la miseria si spande a macchia dolio. Accattoni di mestiere e mendicanti formano una lugubre e grossa schiera, ridotti a litigar lelemosina, che fanno pena a vedersi. Il cardinale Federigo in questa circostanza organizza i suoi soccorsi; forma tre coppie di preti che, seguiti da facchini carichi di cibi e di vesti, girano per la citt, per ristorare chi pi bisognevole. Ma linteressamento caritatevole del cardinale, unito alla generosit dei privati e ai provvedimenti dellautorit della citt, si dimostra inadeguato rispetto alla vastit del male. Per tutto il giorno nelle strade si ode un ronzio confuso di voci supplichevoli, la notte, un sussurro di gemiti, ma non si ode mai un grido di sommossa . Eppure, osserva il Manzoni, tra coloro che soffrivano cera un buon numero di uomini educati a tuttaltro che a tollerare, per cui conclude che spesso ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi. Se qualcuno era in grado di fare qualche elemosina, la scelta era ardua; all avvicinarsi di una mano pietosa, allintorno era una gara dinfelici, che stendevano la loro mano. Poich le strade diventano ogni giorno di pi un ammasso di cadaveri, trascorso linverno e la primavera, il tribunale di provvisione decide di radunare tutti gli accattoni, sani ed infermi, in un sol luogo, nel lazzaretto dove potranno essere aiutati a spese del pubblico. In pochi giorni gli infelici ospitati divengono tremila; ma i pi, o per godere lelemosine della citt o per la ripugnanza di star chiusi nel lazzaretto, restano fuori. Per cacciare dunque gli accattoni al lazzaretto, si deve ricorrere alla forza, e cos, in pochi giorni, il numero dei ricoverati sale a circa diecimila. Ma tale iniziativa, sia pur lodevole nelle intenzioni, per lammassarsi di tanti infelici in un sol luogo, per lorganizzazione carente e per linadeguatezza dei mezzi, insufficiente. La gente dorme per terra o su paglia putrida; il pane alterato con sostanze pesanti e non nutrienti; manca persino lacqua potabile; perci la mortalit cresce a tal punto che si comincia a parlare di pestilenza. Per porre rimedio a questa grave e pericolosa situazione, si mandano via dal lazzaretto tutti i poveri non ammalati, mentre gli infermi vengono ricoverati nellospizio dei poveri di Santa Maria della Stella. Finalmente, con il nuovo raccolto il popolo ha di che sfamarsi, ma la mortalit, per epidemia o contagio, anche se con minore intensit, si protrae fino allautunno, quandecco, implacabile, un nuovo flagello si abbatte sulla popolazione: la guerra. Infatti il cardinale Richelieu con il re, alla testa di un esercito, scende in Italia e occupa Casale, tenuto prima da don Gonzalo. Nel frattempo si dispone a calar nel milanese anche lesercito di Ferdinando, nel quale pare che covasse la peste, tanto che si fa divieto a chiunque, quando lesercito muove allassalto di Mantova, di comprar roba di nessuna sorte dai soldati. Ma tale divieto non preso in alcuna considerazione. Lesercito di Ferdinando, era per lo pi composto da bande mercenarie che mettevano a soqquadro tutti i paesi, asportando dalle case tutti gli oggetti di valore. Cap.29 La notizia della calata dellesercito nemico apporta scompiglio e paura in tutti, ma certamente in modo particolare in don Abbondio. Il Manzoni pare che si diverta nel descrivere ad ogni occasione lo sbigottimento e lo smarrimento di questuomo. Non v dubbio che il curato alla paura reale aggiunge quella immaginaria. Egli vorrebbe fuggire prima di tutti e pi di tutti; ma in ogni luogo e in ogni strada vede ostacoli insuperabili e pericoli spaventosi. E cos, stralunato e mezzo fuor di s, rincorre Perpetua per concertare una decisione, ma costei, affaccendata a nascondere in soffitta gli oggetti di maggior valore, rimanda ogni decisione a pi tardi, e se la piglia col suo padrone che in quei momenti potrebbe pure aiutarla, invece di venir tra i piedi a piangere e a impicciar. Intanto la gente scappa, per sfuggire alla barbarie nemica; ma don Abbondio, disfatto dal terrore, non riesce a coordinare le idee; prigioniero della sua paura. Perpetua per, sistemate alla men peggio le cose, e sotterrati i denari sotto il fico, sul punto di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna, quando Agnese, per loro sollievo, giunta opportunamente, propone di rifugiarsi dallinnominato, che le aveva promesso di aiutarla in qualunque circostanza. In quel castello, cos ben munito, sarebbero al sicuro. Ma don Abbondio perplesso, non sa prendere una decisione, e chiede il parere di Perpetua, che prontamente giudica la proposta di Agnese provvidenziale, come piovuta dal cielo.

Durante il viaggio verso il castello don Abbondio, tremebondo com, pensa che tutti complottino contro di lui, dalla persona pi umile allimperatore. E se la prende col duca di Nevers, con limperatore, col governatore che dovrebbe tener lontani i flagelli dal paese . Perpetua, premurosa ed interessata, ora che pu pensare con calma, angustiata per la roba nascosta in fretta e malamente. Don Abbondio, ormai non molto preoccupato per la vita, rimprovera a Perpetua di non aver la testa a posto; ma Perpetua, assumendo un aspetto stizzoso, mettendo i pugni sui fianchi respinge le accuse, e si lamenta che se la roba non stata sistemata bene, la colpa del suo padrone, sempre pauroso e tra i piedi, e perch non stata aiutata da nessuna. Anche Agnese ha i suoi guai; ma non amareggiata per eventuali danni che potr subire, ma perch pensa che con il precipitare degli avvenimenti, in autunno, Lucia non sar condotta da donna Prassede al paesino stabilito, e perci non potr riabbracciarla. Mentre si avviano verso il castello dellinnominato, don Abbondio accompagnato dalla fedele e inseparabile paura. Neppure quando si trova in casa del sarto, che abita sulla via che conduce al castello, e che Agnese propone di visitare, si sente tranquillo, malgrado gli si dica che il castello un luogo sicuro, che ogni gesto dellinnominato a volto a fin di bene, la servit rimasta gente da non temere. Che linnominato fosse cambiato, dopo lincontro con il cardinale, era la verit. Egli infatti, memore e pentito delle violenze commesse, e convinto che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe uningiuria riguardo a Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione, camminava senza scorta e senza armi. Ma nessuno gli fa del male; da quando ha sostituito la ferocia con la mansuetudine, con la bont, non vi pi persona che nutra sentimenti di vendetta, anzi ammirato da tutti, persino dalla forza pubblica. Il Manzoni in questo capitolo riesce a descrivere in modo meraviglioso, tutta la forza morale di questuomo conquistata sulle rovine dei suoi crimini, come il sorgere di un giorno radioso, dopo una notte tempestosa. Egli considera il suo castello come un asilo dei deboli; e quando sopraggiunge qualche fuggiasco o qualche sbandato, lo accoglie con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia . I suoi servitori, pochi e valenti armati ben bene, son pronti a difendere il castello da eventuali attacchi dei lanzichenecchi e cappelletti. Dispone altres che apprestino letti e ritirino gran quantit di cibi, per meglio accogliere i nuovi arrivati, sempre in numero crescente. Egli stesso non sta mai fermo; nellansia di far bene, d ordini e controlla di persona se tutto in regola, dentro e fuori del castello, su e gi per la salita, in giro per la valle . Certamente costui un uomo di prima grandezza che, in contrapposizione al suo passato, ha un fascino tutto particolare Cap.30 Nonostante che la maggior parte delle persone cerchi asilo e protezione nel castello, salendo dalla parte opposta a quello di don Abbondio, questi, vedendo che altri compagni di sventura si avviano verso il castello dalla sua parte, incomincia a borbottare, perch pensa che tanta gente attiri i soldati, che crederanno che lass ci siano tesori. N serve sapere a don Abbondio che il castello fortificato, in quanto, dice lui, proprio il mestiere dei soldati espugnare le fortezze. Insomma, costui, egoista ed inumano, noncurante dei mali altrui, vorrebbe il castello solo per s. Giunto alla Malanotte con Perpetua e Agnese, nel vedere un picchetto darmati, ripete tra s: son proprio venuto in un accampamento. Qui i tre scendono dal baroccio e sincamminano per la salita. Agnese alla vista di quei luoghi selvaggi prova una infinita tenerezza per la figlia, passata proprio per questa strada. Mentre don Abbondio con la solita paura addosso raccomanda alle due donne di essere prudenti e di non dire cose che posson dispiacere, specialmente a chi non avvezzo a sentirne, vedendo avvicinare linnominato, si toglie il cappello e fa un profondo inchino. Lincontro tra costui e i tre commovente. Linnominato felice di poterli ospitare; chieste ad Agnese notizie di Lucia, sistema i fuggitivi nel modo migliore. Durante la loro permanenza al castello (ventitr o ventiquattro giorni), non accade nulla di particolare, anche se bisogna stare allerta tutti i giorni, per lavvicinarsi dei lanzichenecchi nei dintorni. Informato che un paesetto stava per essere saccheggiato, linnominato raccoglie i suoi uomini e allimprovviso va addosso a quei ribaldi saccheggiatori, che precipitosamente fuggono, sparpagliandosi. Linnominato li insegue per un buon tratto; poi con i suoi uomini ritorna, e, passando per il paese liberato, riceve applausi e benedizioni. Intanto Agnese e Perpetua, donne operose e grate per lospitalit ricevuta, per non mangiare il pane a ufo, si rendono utili per buona parte della giornata con il loro lavoro. Don Abbondio, invece, pur potendo essere, come sacerdote, in quelle circostanze il pilastro morale, sta sempre rinchiuso nel castello, e se qualche rara volta vi esce, si allontana quanto un tiro di schioppo e, preso tutto dalla paura, unica sua preoccupazione di trovare un nascondiglio in caso di un serra serra. Al castello frequenta poche persone e conversa preferibilmente con le due donne. A tavola limita la sua presenza al minimo e parla pochissimo.

Finalmente lesercito nemico, apportatore di saccheggi e vandalismi, si allontana, e cos ognuno pu tornare alla propria casa. Lultimo a partire naturalmente don Abbondio, che teme ancora di incontrare soldati rimasti indietro. Il giorno della partenza linnominato fa trovare alla Malanotte una carrozza con un corredo di biancheria per Agnese, a cui consegna anche un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe in casa. La esorta anche di ringraziare Lucia da parte sua, in quanto, aggiunge: gi son certo che prega per me, poich le ho fatto tanto male. Dopo che don Abbondio e Perpetua ringraziano linnominato svisceratamente, la carrozza si muove, e i tre, di concerto, stabiliscono di fare una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa del sarto, dove apprendono notizie intorno alle ruberie dei lanzichenecchi, anche se non seran visti in quel paese. Proseguendo il viaggio, sotto i loro occhi si presenta un vero flagello: vigne scompigliate, come colpite da una tempesta di grandine; pali staccati, cancelli portati via; nei paesi, poi, usci sfondati, imposte fracassate, mucchi di cenci seminati per le strade; tutti segni premonitori, questi, di ci che troveranno a casa loro. Il danno patito da Agnese non di grande entit, e pu ripararlo con una piccola parte di denaro offerto dallinnominato. Invece i danni nella casa di don Abbondio sono veramente disastrosi: non c nulla di sano, ma avanzi e frammenti di quel che cera stato. Si vedono sparsi per la casa brandelli di biancheria, cocci di pentole e di piatti; il focolare un ammasso di tizzoni spenti, residuo di sedie, tavolo, armadio, panca di letto, doghe di botte. Il resto cenere e carbone, col quale i saccheggiatori hanno scarabocchiato i muri con figuracce orribili. Ma lo sbigottimento, la rabbia e i litigi di Perpetua e don Abbondio, raggiungono lincredibile, quando si avvedono che il denaro nascosto sotto il fico non ce pi. Per loro fortuna, a rendere meno doloroso il disastro, c Agnese col suo denaro. Ma i litigi tra Perpetua e don Abbondio hanno unappendice. Costei, venuta a conoscenza che alcune masserizie non sono state predate dai soldati, ma si trovano in casa di persone del paese, mette in croce il suo padrone per farsele restituire; per don Abbondio, a cui preme tenere buoni quei birboni, replica che non ne vuole sapere; quel che andato a andato. Ma Perpetua, inflessibile e puntigliosa, cerca sempre il pretesto per ricominciare, e non esita a spifferare al suo padrone che si lascerebbe cavar gli occhi di testa, pur di non incomodarsi. Tuttavia le traversie di don Abbondio sono poca cosa in confronti allimmane flagello che si abbatte su tanti infelici! Cap.31 Questo un capitolo in cui lautore non solo descrive la strage fatta dalla peste, portata con la calata delle truppe alemanne, ma mette anche in evidenza lincuria e lincapacit delle autorit per porvi rimedio. Egli indagher con diligenza e con correttezza morale, pur disponendo di documenti spesso contraddittori, per tracciare un quadro, succinto, ma chiaro, della peste che vuot sinistramente citt e villaggi per lungo tempo. Malgrado il medico Lodovico Settala, certo dellesistenza della peste, ne avesse informato il tribunale della sanit, non preso al riguardo alcun provvedimento; anzi si dice che quel male non peste, ma effetto consueto dellemanazioni autunnali delle paludi o effetto dei disagi e degli strapazzi, dovuti al passaggio delle bande nemiche. Anche quando il male si estende e aumenta di intensit, e il numero delle mortalit spaventevole, e i segni della peste sono inconfondibili, lautorit lenta ad interessarsi. Il nuovo governatore, Ambrogio Spinola, sostituto di don Gonzalo, insensibile e indolente alle sofferenze della gente, non indugia a confessare che pi preoccupato della guerra che della peste; anzi, per onorare la nascita del principe Carlo, primogenito di Filippo IV, malgrado il male imperversi, organizza pubbliche feste. Sebbene la peste ormai serpeggi pericolosamente, ci che desta meraviglia, oltre allincuria delle autorit, che quella parte di popolazione non ancora contagiata, non vuol sentire parlare di peste, non intende prendere alcuna precauzione, per restarne immune; se qualcuno ne fa cenno, accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. Quando le malattie divengono pi frequenti e le morti altrettanto numerose con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni ed altri segni ancora, che non lasciano dubbi sulla natura del male, quei medici che avevano sconfessato la peste, dovendo dare un nome al male tanto funesta ed implacabile, dicono che si tratti di febbri maligne, di febbri pestilenti un gioco di parole, anzi trufferia di parole con cui, pur riconoscendo lesistenza del male, si cerca di non farla credere agli altri. Quantunque la popolazione fosse decimata dal morbo, ogni giorno nel lazzaretto aumenta a tal punto che le autorit preposte non riescono a governare ordinatamente, e a porre rimedio alla sfrenatezza di alcuni rinchiusi; perci si affida il governo del lazzaretto ai cappuccini, guidati da padre Felice Casati. Costui, uomo dallanimo mansueto e vigoroso nello stesso tempo, coadiuvato da padre Pozzolonelli e da altri cappuccini, con spirito di sacrificio ed eroismo si prodiga per alleviare le pene degli infelici. Egli di giorno e di notte gira in lungo e in largo per il lazzaretto che rigurgita di ammalati, regala tutto ci che in suo possesso, placa i tumulti, minaccia e punisce.

Tutti i religiosi, e padre Felice in testa, durante il loro governo al lazzaretto, durato sette mesi, e dove si calcola siano stati ricoverati circa cinquantamila persone, accorrono ovunque per lenire le sofferenze e i mali altrui, noncuranti dei propri; opera quanto mai meritevole, perch esplicata senza nulla pretendere, solo per carit cristiana. Ora che il male evidente, che impossibile non ammetterlo, coloro i quali lavevano negato per cos lungo tempo, parlano di arti vene fiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di male . Ad inculcare bene questidea nella mente della popolazione, lo stesso re di Spagna, onde mettere in cattiva luce la Francia, sospetta di mire espansionistiche in territorio italiano, informa il governatore di Milano che quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi erano scappati da Madrid, che quindi il governo stia in guardia che non capitino a Milano. E come se ci non bastasse, come a volere accrescere la confusione, o a seminare il terrore tra la popolazione, o per cattivo gusto, o per qualche altro scopo recondito, si vedono le porte delle case e le muraglie per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra. Questa trovata, di facile presa sul popolo, che serve a scagionare in certo qual modo le autorit locali, provoca una situazione spaventosa in mezzo allinfuriare di tanto male. Fra le tante supposizioni che si fanno, incomincia a prendere consistenza quella secondo cui la peste stata causata da quella unzione velenosa. Bisogna quindi scovare gli untori! Cap.32 Proseguendo la descrizione delle vicende storiche, lautore ne fa un quadro sinistro e desolante. Alla peste che inclemente falcia vite umane e semina sofferenze infinite, si aggiunge la miseria generale, la mancanza di mezzi necessari, per porvi, quant possibile, rimedio. Ad aver cura della popolazione, dovrebbe essere il governatore, ma costui, impegnato nel prolungato assedio di Casale, trasferisce con lettere patenti, la sua autorit al Ferrer. A questo punto il Manzoni non manca di far presente, con sottile e pungente ironia, che i mezzi finanziari per alleviare i malanni della popolazione non si trovano, perch servono per una guerra la quale, dopo aver portato via, senza parlar dei soldati, un milion di persone, a dir poco, per mezzo del contagio, tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna; dopo aver desolati, come s visto di sopra, i luoghi per cui pass, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco atroce di Mantova; fin con riconoscerne tutti il nuovo duca, per escludere il quale la guerra era stata intrapresa. Poich il male imperversa sulla popolazione inerme, si fa richiesta al cardinale di una processione solenne per le vie della citt, portando il corpo di San Carlo. La richiesta non viene accolta dal prelato, perch teme che la fiducia si volga in scandalo, e perch il radunarsi di tanta gente possa accrescere il contagio. Per il perdurare e laggravarsi del morbo, gli uomini sono amareggiati, ma i mali non si attribuiscono a questa o a quella causa, per la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi, ma ad una perversit umana,a degli untori, a persone che cospargono un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo. E con questa errata convinzione, ed esasperazione nellanimo, si va alla ricerca di presunti untori. Si bastona perci un vecchio ottuagenario, reo, secondo lallucinazione dei presenti, di aver unto le panche della chiesa di santAntonio; si malmenano tre francesi, perch sospetti untori del duomo, poich hanno toccato una parete, per accertarsi se fosse di marmo. N tali episodi avvengono solo in citt; anche nelle campagne si ripetono fatti simili. Uno sconosciuto che si adagi a guardare in qua e in l, o che si butti gi per riposarsi, giudicato un untore; e allora tempestato di pietre, ed menato, a furia di popolo in prigione. Date le circostanze, (aumento delle mortalit, disagi crescenti, peste in estensione) i decurioni ed il popolo rinnovano la richiesta della processione al cardinale; questi resiste qualche tempo ancora, ma poi il senno dun uomo contro la forza dei tempi, e linsistenza di molti, cede, e fa la processione. Il giorno dopo, mentre regna una fanatica sicurezza che la processione debba aver stroncato la peste, le morti aumentano con un salto cos subitaneo, che si pensa ne sia stata causa la processione stessa. Ma la credenza popolare, diventa ormai una psicosi, attribuisce leffetto, non allinfinita moltiplicazione dei contatti fortuiti, ma alla facilit con cui gli untori abbiano potuto eseguire il loro empio disegno. E siccome, anche al pi attento osservatore, non era stato possibile scorgere untumi, macchie di nessuna sorte sui muri, n altrove, si dice che siano state sparse delle polveri venefiche e malefiche lungo la strada e i crocicchi e che queste si siano attaccate ai piedi scalzi di molti che avevano seguito la processione, o ai vestiti. Era invece il povero senno umano afferma lo scrittore Agostino Lampugnani che cozzava coi fantasmi creati da s. Il numero dei morti aumenta in modo impressionante, raggiunge al giorno punte di tremilacinquecento. La citt di Milano, che prima contava, da duecento a duecentocinquantamila abitanti, ora ridotta ad un quinto circa. Ogni giorno bisogna provvedere ad aumentare i serventi pubblici; specialmente monatti e apparitori: i monatti sono

addetti a levar dalle case, dalle strade, dal lazzaretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse e sotterrarli. Gli apparitori, invece, precedono i carri e avvertono la popolazione, mediante il suono di un campanello, che si ritiri al loro passaggio. Le necessit al lazzaretto sono cos gravi e imponenti che il personale laico scarseggia; mancano persino i medici ed difficile reperirli. Ma in questo tragico frangente spicca lopera e lassistenza degli ecclesiastici. Dove c dolore e sofferenza ci sono loro; e tra questi, pronta a dare lesempio e lincitamento, spicca la figura del cardinale Federigo. Ai parroci, di cui la peste aveva fatto larga strage, scriveva: siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un anima a Cristo. Ma se da una parte lopera dei religiosi come una sublimazione di virt, dallaltra non manca un aumento di perversit da parte dei monatti, sicuri dellimpunit, a causa del caos e quindi del rilasciamento dogni forza pubblica. Costoro sono arbitri di ogni cosa; nelle case entrano da padroni; minacciano di trascinare anche i sani al lazzaretto se non versano somme ingenti. Si dice persino che monatti e apparitori buttassero dai carri indumenti infetti, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi unentrata, un regno, una festa. Intanto la paura dellunzione, radicata e ingrandita, diventa unossessione, sfiora la pazzia. Si dubita e si sospetta di essere untori, non solo dellamico e del conoscente, ma anche di parenti intimi: marito e moglie, padre, madre, fratello; si temono persino la mensa e il letto nuziale. Cap.33 A fine agosto, quando la peste tocca il pi alto vertice di mortalit, giunge lora anche per don Rodrigo di rendere conto del suo operato. Ritornando insieme al Griso e a qualche bravo, da unorgia, in cui era stato uno dei pi allegri della compagnia, (aveva cantato anche una specie di elogio funebre del conte Attilio, portato via dalla peste due giorni prima) si sente stanco, abbattuto, con il respiro affannato e una forte arsura. Indubbiamente la peste, inclemente anche per lui, lha colpito. Ma egli ancora non vuole ammetterlo; attribuisce il suo malessere, al caldo o al troppo vino tracannato. Mentre il Griso per prudenza sta alla larga, giunti al palazzotto, don Rodrigo cerca di dormire; ma non ha un sonno tranquillo, spesso si sveglia, come se qualcuno lo scuotesse; finalmente si addormenta e fa i pi brutti e arruffati sogni del mondo. Sogna fra laltro padre Cristoforo nel momento in cui aveva iniziato a pronunziare la terribile profezia, e poi come un ossesso si sveglia; sente caldo; sente i battiti del cuore velocissimi; sente un dolore a sinistra; porta la mano, poi la vista, e vede un sozzo bubbone dun livido paonazzo; lassale il terrore della morte. Chiama a gran voce il Griso, che crede erroneamente essergli ancora fedele, mentre lui sta architettando un piano di tradimento. Quando giunge al suo cospetto, don Rodrigo, promettendo che gli far pi bene di prima, gli dice di chiamare un medico, e che venga subito. Il Griso va, ma invece di tornare con il medico per curargli la peste, vi conduce due monatti. Alla vista dei due monatti don Rodrigo diventa selvaggio come una belva; sente addosso una rabbia struggente; caccia una mano sotto il capezzale per prendere la pistola, lafferra, ma, prima che possa sparare, uno dei monatti gli subito addosso, lo disarma e gli fa un versaccio di rabbia insieme e di scherno. Don Rodrigo, ormai fuor di s, riunendo le residue forze, tenta di divincolarsi dalla presa del forzuto monatto, per uccidere quello scellerato del Griso, e poi che si faccia di lui qualunque cosa. Ma il monatto non cede e perci don Rodrigo, assalito da un delirio irrefrenabile, dopo un terribile grandurlo ed un ultimo pi violento sforzo per liberarsi, cade esausto, stremato. Dopo che il Griso e laltro monatto hanno messo a soqquadro tutta la casa e sottratto denaro e oggetti di valore, lo portano al lazzaretto. Anche il Griso ha la punizione che merita; mentre fruga, per procurarsi la sua parte di bottino, ha cura di non toccare i monatti; ma nella fretta resta vittima della sua avidit; egli infatti prende e scuote incautamente il vestito del suo padrone, per vedere se c denaro, ed contagiato di peste. Perci il giorno successivo, mentre sta gozzovigliando in una bettola; gli vengono meno le forze e cade privo di sensi. E muore prima che i monatti, dopo averlo depredato, lo portino al lazzaretto. Intanto Renzo, nascosto nel bergamasco sotto il falso nome di Antonio Rivolta, contagiato di peste e poi guarito, cessato il pericolo dessere ricercato, inizia la dolorosa ricerca di Lucia, questa volta con lapprovazione del cugino Bortolo, in precedenza tante volte sconsigliata. Il viaggio di Renzo colmo di ansia, inquietudine e desolazione. Ai suoi occhi, dopo lunghi tratti di tristissima solitudine, si presentano spettacoli orribili. Verso sera giunge al suo paese, ed assalito da una folla di rimembranze dolorose, mentre regna un silenzio tombale. La prima persona che incontra Tonio, a cui la peste gli tolse il vigore del corpo insieme e della mente. Infatti Renzo gli rivolge qualche domanda, ma Tonio, una volta cos sveglio, ora come incantato, balbetta parole sconnesse. Poi incontra don Abbondio, anche lui colpito dalla peste, col volto pallido e smunto. Quando il curato se ne accorge della presenza di Renzo, terrorizzato, perch potr essere ancora causa di guai. con un gesto di meraviglia scontenta, lo

esorta ad andarsene presto. Su richiesta di Renzo, che assicura che partir molto presto, don Abbondio dice di non sapere niente di Lucia, che Agnese si trova dai suoi parenti, a Pasturo, dove dicono che la peste non faccia il diavolo come qui, che padre Cristoforo andato via e non ne sa niente, e che Perpetua morta di peste. Dopo di che, sempre preso dalla paura, rinnova linvito di andarsene subito, tanto pi che ricercato. Proseguendo il cammino, Renzo passa davanti alla sua vigna: uno spettacolo orribile! Si avvicina alla sua casa: al rumore dei suoi passi, al suo affacciarsi, uno scompiglio, uno scappare incrocchiato di topacci; si caccia dentro; le sozzure trovate sul pavimento, ed altre schifezze, provano che l cerano stati i lanzichenecchi. Se ne va, mettendosi le mani ne capelli. E quasi buio, quando giunge a casa di un amico che sta con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e inselvatichito dalla solitudine. Lincontro patetico e affettuoso, e scoprono di essere molto pi amici di quello che avesser mai saputo dessere. Si scambiano parecchie informazioni, non certo allegre, cose da levarsi lallegria per tutta la vita; ma per, a parlarne tra amici, un sollievo. Il giorno dopo, di buon mattino, Renzo si avvia verso Milano, sperando di trovar Lucia. Dopo aver camminato tutto il giorno, per luoghi desolati e squallidi, la sera, giunto a poca distanza da Milano, pernotta in una cascina, avendo per letto un mucchio di fieno. La mattina dopo, in breve tempo, sbuca sotto le mura di Milano. Cap.34 Quantunque sia vietato entrare in Milano, senza bulletta di sanit, Renzo vi riesce con relativa facilit. Giunto allo stradone di santa Teresa, incontra finalmente una persona, dalla quale vorrebbe qualche informazione; ma quando gli vicino, costui, scambiandolo per un untore, alza un nodoso bastone in segno di minaccia, e gli grida: via! via! via! . Il povero Renzo, che non ha voglia di litigare, ma che ignora pure quanto la gente sia ossessionata dallidea del maleficio e veneficio, perplesso, prosegue per la sua strada. Ma una voce accorata di donna, circondata da una nidiata di bambini, dal terrazzino di una casuccia isolata, lo chiama. Renzo ci va di corsa e apprende che, dopo la morte del marito, hanno inchiodato la porta di casa, e non venuto nessuno, e questi poveri innocenti moion di fame. Renzo caccia i due pani che ha in tasca, e con spontanea generosit li offre alla donne. Proseguendo il suo cammino, per la prima volta, preceduto da un apparitore, vede un carro funebre, e poi un altro, e un altro ancora, e attorno i monatti che incitano i cavalli. I cadaveri sono ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi. Quella visione lo inorridisce, e prega per quei morti sconosciuti. Renzo cammina nella speranza di trovar qualcuno che glinsegni la casa di don Ferrante, padrone di Lucia; e si imbatte in un prete, al quale, facendo un gesto di riverenza, chiede appunto lubicazione di quella casa, al che, dopo che il prete risponde esaurientemente, Renzo gli raccomanda la povera donna dimenticata. Mentre Renzo si avvia verso la casa di don Ferrante, ai suoi occhi si presentano scene strazianti e orribili. Lungo la strada si vedono mucchi di cenci, qualche cadavere abbandonato, e poi una desolante solitudine. Se passa qualche viandante, caso raro, ha laspetto abbruttito dal dolore. Camminando in mezzo a tanto squallore, agli occhi di Renzo si presenta una scena patetica e piena di cristiana rassegnazione. Una donna, ancora giovane, con i segni del dolore sul viso, ma con un contegno sereno, rassegnato, va incontro ad un carro funebre, portando in braccio, amorevolmente, una sua bambina morta, ma tutta bene accomodata, coi capelli divisi sulla fronte, con un vestitino bianchissimo. Ella stessa adagia la figlia, che si chiama Cecilia, sul carro. Un monatto, ricevuto del denaro, assicura alla donna che la metter sotto terra cos, come vuole lei. Quindi, la donna, andando, dice al monatto di passare verso sera da casa sua, per prendere lei ed unaltra sua bambina, in procinto di morire. Ripresosi da quella straordinaria commozione, Renzo si imbatte ancora in altre scene di dolore. Ad un crocicchio vede una moltitudine di persone che viene condotta al lazzaretto. Molti, che volevano morire sul loro letto, vi vengono condotti a forza dai monatti. Intanto Renzo, su indicazione di un commissario, e con una nuova e pi forte ansiet in cuore, giunge finalmente alla casa di don Ferrante. Bussa al portone e una donna con un viso ombroso rispondendo contro voglia alle domande di Renzo, dice che Lucia al lazzaretto con la peste, e tronca il dialogo, chiudendo la finestra, donde si era affacciata. Renzo, afflitto e indispettito, afferra il martello, per picchiar di nuovo alla disperata e guarda in pari tempo se viene persona a cui chiedere informazioni pi precise; e vede una donna con un viso chesprimeva terrore e con gli occhi stralunati la quale, poich non riuscita a chiamare gente di nascosto, comincia a gridare come una forsennata: luntore, dagli! dagli! dagli alluntore! . Anche quella donna sgarbata, riaffacciatasi alla finestra, grida che costui (Renzo) uno di quei birboni che vanno in giro a unger le porte de galantuomini. Alle grida delle due donne, cerca di svignarsela, mentre la gente linsegue, lo incalza minacciosamente. Il povero Renzo,

vistosi a mal partito, divenuto sempre pi furioso e disperato, si ferma di fronte alla folla, sfodera un coltellaccio, brandisce in aria la lama in segno di minaccia. A questo punto i suoi persecutori, titubanti, si fermano, gesticolando e urlando. Per sua fortuna in quel momento passa una fila di carri funebri; senza perder tempo, prende la rincorsa e salta sul secondo. Qui si sente al sicuro; i suoi inseguitori non si avventeranno contro di lui. Infatti se ne tornano; ma alcuni, ancora vicini al carro, fanno versacci e gesti di minaccia. Allora uno dei monatti, i quali avevano accolto trionfalmente Renzo, credendolo veramente un untore, strappa un lurido cencio ad un cadavere e finge di buttarlo addosso a quegli ostinati, che fuggono precipitosamente. Renzo felice di essere uscito da una situazione, divenuta pericolosa, senza ricevere male n farne. Ora bisogna che si liberi dai monatti. Quando il carro giunge sul corso di porta Orientale, Renzo riconosce quel luogo; vi era passato una volta; e sa pure che il lazzaretto vicino. Ad una improvvisa fermata del carro, spicca un salto, ringrazia i monatti, e via verso il lazzaretto, dove giunge in un baleno. Appena messovi piede, fin dove si stende lo sguardo, vede un brulichio di malati; ovunque uno scenario di miseria e di dolore, che sbalordisce Renzo, stanco ormai di assistere a tanto strazio. Cap.35 Renzo sinoltra nel lazzaretto, fitto di una fiumana ondeggiante di languenti o di cumuli di cadaveri, ed molto commosso e sbigottito a quella vista. Cammina senza meta, di qua e di l, nella speranza di trovare viva la sua povera Lucia. Vi unafa insopportabile; non un alito di vento, ma aria pesante, resa ancora pi opprimente da una densa nebbia. La gente soffre, e i malati peggiorano precipitosamente, e la loro ultima lotta pi penosa. Renzo aveva girato un bel poco in cerca di Lucia, quando vede qualcosa che glinfonde tanta tenerezza e commozione. In un piccolo campo appartato, giacenti su materassini, lenzuola, od altro, vi sono bambinelli allattati da balie e da capre, che stanno dritte e ferme, per dare la poppa a questo o a quel bambinello. Renzo pi volte si stacca da quella visione, e pi volte vi ritorna, per guardare quelle creature con tutta la dolcezza che meritano. Allontanatosi definitivamente, unapparizione repentina gli ferisce lo sguardo e lo sconvolge: padre Cristoforo! Questi era rimasto sempre a Rimini; chiese ed ottenne di essere trasferito a Milano, quando scoppi la peste, felice di dar la sua vita per il prossimo . Renzo felice di quellincontro, ma non del tutto, perch padre Cristoforo ha il portamento curvo e stentato; il viso scarno e morto; ...una natura esausta si aiuta e si sorregge con uno sforzo dellanimo. Lincontro fra i due molto affettuoso. Renzo racconta con tutta lealt le sue peripezie; afferma con calore che mai ha fatto nulla di male; che si comportato sempre da cristiano. Padre Cristoforo crede nella sua innocenza; ma di Lucia non sa dirgli nulla; per indica il modo come rintracciarla, se ancora viva; indica, cio, malgrado sia vietato, la zona assegnata alle donne. Gli raccomanda di cercarla con fiducia e insieme con rassegnazione, perch al lazzaretto il popolo si rinnova sempre. Che vada perci, preparato a fare un sacrificio... . Anche Renzo combattuto dal dubbio se Lucia viva o morta; ma il suo animo avvelenato dallodio; dal desiderio di vendetta. Perci, con leggerezza, dice al frate che se non trova Lucia, trover quel furfante a Milano, nel suo palazzo, o anche a casa del diavolo, e far giustizia. A queste parole di odio e di violenza, al frate ritorna lantico vigore e laspetto solenne dun tempo! dagli occhi si sprigionano fiammate e un non so che di terribile. Prende per un braccio Renzo, lo invita a guardare tuttintorno, a vedere Chi giudica senza essere giudicato; Chi flagella e perdona; e poi, deluso del manifesto comportamento di Renzo, lo allontana, dicendo di non aver pi tempo per dargli retta, e si avvia verso una capanna dinfermi. Ma Renzo lo insegue e lo raggiunge; si pente e si addolora sinceramente per quelle parole di odio e di vendetta. Padre Cristoforo, diventa pi mansueto; Io ascolta, e poi gli parla daver visto tante persone offese che perdonavano; di persone che avevano recato offese e che soffrivano perch non potevano umiliarsi al cospetto delloffeso. Con parole sublimi fa capire a Renzo che perdonare un dovere, una necessit. Le parole solenni del frate hanno scosso e commosso il giovane, che si rende conto daver parlato da bestia e non da cristiano; ed ora, illuminato dalla grazia del Signore, pronto a perdonare don Rodrigo. Padre Cristoforo conduce, quindi, Renzo davanti a don Rodrigo, ricoverato da quattro giorni al lazzaretto in fin di vita, e dice che forse la salvezza di questuomo, che gli ha recato tanto male, dipende da lui, da un suo sentimento di perdono, di compassione e damore. Rivolto questinvito, il frate prega per don Rodrigo e lo stesso fa Renzo. Dopo un poco che sono assorti nella preghiera, al suono di una campana si muovono e nel separarsi, padre Cristoforo raccomanda a Renzo di andare a cercare Lucia preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrificio.

Cap.36 Renzo, come gli era stato suggerito da padre Cristoforo, si avvia verso la cappella, e giuntovi, resta in coda alluditorio, donde pu vedere quasi un selciato di teste, di cui molte coperte di fazzoletti o veli, ma non potendosi scoprire nulla, rimane tocco e compunto dalla venerabil figura del predicatore, padre Felice. Il suo discorso tutto un fervore di carit verso Dio e verso il prossimo. Egli ricorda con parole sublimi che la vita un dono del Signore e che quindi giusto che si impieghi per opere buone; che i forti aiutino, dunque, i deboli! che i giovani aiutino i vecchi! E una carit questa che attenua i peccati e lenisce i dolori. Padre Felice, che nel lazzaretto ha speso tutte le sue energie per il bene degli infermi, preoccupato di non aver compiuto pienamente il suo dovere; di essere stato pigro; di essersi mostrato qualche volta impaziente o annoiato o severo; e per questo, con molta umilt, chiede perdono agli ammalati che lo ascoltano. Padre Felice non pronuncia parole che non esprimano amore, che non contengano un calore divino; egli chiama privilegio quello di servir gli appestati. Poi, prende una gran croce, e, alla testa degli ammalati, guida la processione. Renzo, ancora commosso per le belle parole pronunziate da padre Felice, si mette in un canto di una capanna, e con fiducia ispeziona una ad una, attentamente, le donne, dal cui viso traspare pallore e languidezza, cose da occupar tutto di compassione lanimo di chiunque. La processione si muove lentamente, ma dalla prima allultima fila sono per Renzo visi sconosciuti. Perduta la speranza di trovare Lucia in mezzo alle persone guarite, ne resta una molto pi tenue, ma alla quale Renzo si attacca con tutte le forze dellanimo; e si inginocchia e prega Dio, ma pi che una preghiera una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, desclamazioni, distanze, di lamenti, di promesse. Un po rincuorato, si alza e, attraverso uno steccato interrotto, penetra nel quartiere delle donne; guarda in ogni direzione: nessuna traccia di Lucia, ma spettacoli di miseria e di dolore. Giunto in un piccolo spazio fra due capanne, senza che minimamente se laspettasse, improvvisamente sente una voce che gli pare di Lucia; ascolta pi attentamente: s, la sua voce! Renzo per poco non sviene, ma si riprende subito, gira la capanna, vi entra, ed ecco apparirgli Lucia su di un lettuccio. Si pensi adesso allo stato danimo dei due giovani; ai sentimenti contrastanti: lei sconvolta e tremante; gentile, ma fredda e distaccata; lui, felice ed impetuoso, che sente rinascere in s la fiducia di una vita serena e piena damore; lei che cerca di allontanarlo: andate, andate, per amor del cielo! . E parla del voto, della promessa alla Madonna. Lui che ostinato, che non si arrende, che replica, dicendo che la Madonna non vuole promesse in danno del prossimo; e scruta nel suo cuore, un cuore da innamorato, e trova argomenti appassionati e convincenti. E Lucia si dibatte, resiste, si difende, anche se la sua difesa sar destinata a crollare. Poi parlano di padre Cristoforo. Lucia non ne sa pi nulla. Renzo riferisce che le condizioni di salute del frate sono alquanto precarie; egli dovrebbe essere assistito, e invece assiste gli altri; spende le sue ultime energie per il bene del prossimo. Anche Lucia ha parole di affetto e di piet per padre Cristoforo. Ella si commuove e si turba quando Renzo le riferisce che lui con il frate andato a visitare don Rodrigo, ricoverato nel lazzaretto in fin di vita, e che ha pregato per costui, come se si trattasse di un suo fratello. Anche Lucia pregher per lui, e gli perdoner il male arrecatole. Renzo non desiste, non lascia occasione per indurre Lucia a divenire sua moglie, e parla delle sue sofferenze, della sua vita raminga, dei suoi rischi. Ora va da padre Cristoforo e lo condurr da Lucia; penser lui a convincerla. Dopo averlo cercato un po, lo trova curvo su di un moribondo; Renzo attende in silenzio, finch il frate ha finito il suo ufficio, e racconta limbroglio del voto; ma padre Cristoforo non sa rispondere, vuole parlare prima con Lucia, e si avviano verso la sua capanna. Quando Lucia vede il suo buon padre Cristoforo, ha parole di stima e di affetto, ma anche di dolore per la sua salute. Il frate ha fretta; dopo avere ascoltato Lucia, non ravvede alcun impedimento al matrimonio, perch no si pu offrire la volont di un altro, verso il quale ci si obbligati, perci domanda a Lucia se vi siano altri impedimenti, e rispondendo lei di no, la scioglie dal voto. E dopo avere esortato i due giovani a tornare, con sicurezza e con pace ai pensieri di una volta, non manca di dare saggi consigli, di illuminare il percorso della loro vita; raccomanda anche di pensare non solo e non tanto alla vita temporale, da cui prima o poi ci si dovr separare, ma allal di l, dove si vive eternamente; ricorda infine, se Dio conceder loro figli, di educarli secondo i principi della religione cristiana. E poi il frate, come per lasciar loro il proprio testamento spirituale, consegna una scatola di legno con dentro il pane del perdono. Padre Cristoforo si interessa anche del prossimo futuro di Lucia, e apprende che la sua compagna di capanna, a cui la peste port via tutta la famiglia, che le stata come una seconda madre, vi provveder.

Intanto Renzo, ricevute alcune commissioni di Lucia per la madre, con padre Cristoforo, che spera di finire i suoi giorni in servizio del prossimo, si allontana. Renzo finalmente pu lasciare quel luogo di dolore andare a Pasturo, alla ricerca della madre di Lucia. Prima di partire il giovane si augura di potersi incontrare ancora con il frate, ma questi risponde: lass, spero. A noi sembra di vedere, non senza un sentimento di tenerezza e di commozione, lanima di costui ascendere verso la beatitudine eterna, tenuto conto della sua vita, cos tristemente travagliata. Cap.37 Appena Renzo esce dal lazzaretto, una grandine di goccioloni, prima radi ma impetuosi, poi fitti e violenti, si rovesciano sulla strada e sollevano una fragranza di polvere, un minuto polvero. Tuttavia Renzo, dopo unafa opprimente, non si inquieta per quei goccioloni che scendono a secchie, ma vi sguazza e respira a pieni polmoni; e sente nel suo intimo una gioia incontenibile; che il destino ha cessato di accanirsi contro di lui. La pioggia come un dono di Dio, come un miracolo, perch tra una settimana spazzer via la peste. Perci Renzo, con tanta gioia nel cuore, cammina senza pensare dove, come e quando, debba fermarsi; interessa andare avanti; arrivare presto al suo paese, parlare con qualcuno, e poi proseguire per Pasturo. E felice daver trovato Lucia, di sapere che diverr sua moglie, e, come un bambino, saltella, fa qualche sgambetto, si frega le mani. Mentre prosegue il suo cammino, con la mente rivive tutte le ansiet e i timori del giorno precedente: viva, morta, moribonda? Ma ora questi incubi sono passati; Lucia viva, e il Signore ha voluto premiare le loro tribolazioni, la loro costanza, la loro fede. A sera giunge a Sesto; lacqua scende sempre a catinelle, e Renzo, inzuppato ma non stanco, compra due pani e cammina, cammina, immerso nei ricordi del passato e nei piani per lavvenire. Giunto a Monza, notte profonda; la pioggia non cessa; la strada come una palude, o piena di pozze; i piedi si levano a fatica. Ma Renzo pazientemente avanza, avanza sempre. Non ancora lalba, quando raggiunge la riva dellAdda. Di questa notte fiabesca Renzo si ricorder pi tardi come se lavesse passata in letto a sognare. Alle prime luci dellalba il diluvio finalmente diminuisce; scende una pioggia sottile e lenta. Renzo prova una gioia immensa nel vedere il suo paese; e solo adesso, quando sta per raggiungere una delle sue mete prestabilite, si avvede di essere dalla testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; dalla vita alla punta de piedi melletta e mota. Descrizione chiara, efficace, secondo lo stile manzoniano. Pare proprio di vederlo, questo personaggio, semplice e schietto; pare daverlo davanti ai nostri occhi, non con limmaginazione, ma di persona; sembra che parli e che si muova. Costeggiando lultimo tratto dellAdda, d unocchiata malinconica a Pescarenico, e finalmente arriva al suo paese; in casa dellospite amico. Le solite manifestazioni daffetto; quindi lamico gli prepara un fuoco ristoratore, d indumenti asciutti, e offre qualcosa da mangiare. Ora finalmente si accorge di essere stanco; ma pu riposarsi e raccontare tante cose per tutta la giornata. Passa infatti tutta la giornata in casa dellamico, e non manca di aiutarlo in qualche lavoretto, perch Renzo di quelli che si stancano di pi a star senza far nulla, che a lavorare. Fa solo una scappatina alla casa dAgnese, per rivedere un certa finestra. Il giorno seguente, di buon mattino, sotto un cielo sereno e splendente, che fa sperare bene, va a Pasturo e trova Agnese. Quando sono luna di fronte allaltro, Agnese esplode in impeti di gioia, ma Renzo la consiglia di essere prudente; lui viene da Milano e potrebbe contagiar la peste a lei, che considera come una madre. Le dice subito, comunque, che Lucia guarita, e che verr presto. Poi si siedono in un punto dellorto su due panche, luno di fronte allaltra, e si raccontano tante, tante cose. Stabiliscono infine di sistemarsi nel bergamasco, dove Renzo ha gi un buon avviamento. Mentre Agnese, una volta cessato il pericolo, ritorner a casa sua, in attesa di Lucia, egli far qualche capatina, per vedere la sua mamma, e informarla di ogni cosa. Il giorno seguente, dopo aver pernottato in paese, in casa dellamico, va dal cugino Bortolo, che trova in buona salute, e non pi col timore di perderla. Ormai la peste va scomparendo; i paesi cominciano a movimentarsi; i lavori nei campi riprendono, anche se scarseggiano, ovviamente, gli operai. Il lavoro a Renzo, grazie anche alla sua bravura, non mancher; intanto ha trovato una casa grande e lha fornita di mobili e dattrezzi. Passati alcuni giorni, ritorna al paese nativo, divenuto quasi normale, e poi di corsa a Pasturo a prendere Agnese e condurla a casa sua, ove trova ogni cosa come laveva lasciata. Il suo primo pensiero di rendere la sua casa pi accogliente che pu, in attesa che arrivino la figlia e la sua buona accompagnatrice. Renzo nel frattempo, laborioso com, aiuta ora il suo ospite nella campagna, ora dissoda lorticello di Agnese. Del suo podere non si occupa, troppo abbandonato, come una parrucca troppo arruffata. Non mette piede neppure in casa, perch tutta sconquassata; anzi vorrebbe vendere tutto, e impiegare il ricavato nel nuovo paese.

In paese tutti accolgono festosamente Renzo, si congratulano con lui, e vogliono conoscere le sue peripezie. Per sua fortuna non corre pi pericolo; le autorit ormai non pensano pi al bando. Renzo e don Abbondio stanno alla larga luno dallaltro. Il curato per non sentir parlare di matrimonio e non veder davanti agli occhi don Rodrigo e i suoi bravi, o sentire il cardinale con i suoi argomenti; Renzo perch ha deciso di parlargliene a tempo opportuno, per non creare imbrogli o difficolt. Lucia intanto, uscita dal lazzaretto, sta facendo la quarantena in casa della sua benevola protettrice, durante la quale allestito il suo corredo. Ella parla della signora (Gertrude) che laveva ospitata nel monastero, e apprende dalla vedova che, caduta in sospetto datrocissimi fatti, trasportata in un monastero di Milano, accusatasi, si inflitta per la vita, volontariamente, il pi severo supplizio. Lucia apprende in paritempo, e se ne addolora, che padre Cristoforo morto. Giunto il giorno della partenza, Lucia esprime il desiderio di passare dai suoi vecchi padroni: donna Prassede e don Ferrante. La vedova la conduce, e giuntavi, apprende che luna e laltro sono morti. Don Ferrante, luomo dotto, non credeva alla peste; e per dar vigore alle sue affermazioni, faceva dei ragionamenti assurdi e strampalati, ai quali per lautore dice che non manca la concatenazione. Egli attribuiva la peste ad una fatale congiunzione di pianeti. La sua eresia e noncuranza ha fatto contrarre il male che lha condotto alla tomba, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. Cap.38 Questo l'ultimo capitolo, che si pu definire del trionfo del bene sul male. Tutto ha una conclusione felice, come a voler dimostrare che se le sventure e i dolori si sopportano con fede e cristiana rassegnazione, si premiati anche in questo mondo. Finalmente Lucia e la sua accompagnatrice arrivano a casa di Agnese, di sera. Il mattino seguente i due giovani si incontrano: Renzo ne entusiasta; Lucia invece lo saluta con riserbo, con discrezione, senza scomporsi. Lucia stata sempre cos: misurata nei gesti e nel parlare, e Renzo sa capirla. Egli se ne duole quando apprende che padre Cristoforo morto. Si intrattiene a lungo a parlare con Lucia; ora tutto cambiato: i minuti non gli sembrano ore, come quando attendeva il suo arrivo, ma al contrario, le ore gli sembrano minuti. Adesso, finalmente, Renzo dice che andr da don Abbondio, a prendere i concerti per lo sposalizio. E va con un aria scherzosa e rispettosa nello stesso tempo, pensando che ormai, cambiata la situazione, il prete non ostacoler il matrimonio. Ma il Manzoni fino allultimo non cessa di punzecchiarlo, di mettere in evidenza la sua paura, sempre viva, presente e ossessionante. Don Abbondio, infatti, alla richiesta di Renzo, comincia a tentennare, e lo consiglia di sposarsi altrove, col pericolo di quella cattura che ha addosso. Neppure quando Renzo gli riferisce che don Rodrigo moribondo, che anzi ormai sar andato, il curato riesce a liberarsi dalla paura. Dopo qualche altra botta e risposta, Renzo se ne va, per non perdere la pazienza, e per non rischiar di mancargli di rispetto; e si convince che proprio meglio andare a sposare dove andranno ad abitare. Laccompagnatrice di Lucia, ancora ospite di Agnese, anche per soddisfare la propria curiosit di conoscere questuomo, cos sensibile alla paura, propone di andare da don Abbondio con Agnese e Lucia, e tentare loro a fargli cambiare idea. Concertato il modo come prendere don Abbondio, le donne vanno allassalto. Arrivate a casa sua questi le fa accomodare, e poi si dilunga a parlare di Lucia, della peste, di Agnese, al fine di evitare, di proposito il discorso sul matrimonio. Le donne pi anziane sono allerta, attendono il momento propizio, per entrar nel discorso. Ma don Abbondio sordo da quellorecchio; non dice di no, ma volteggia, serpeggia, scivola. Ora trova il pretesto della cattura, ora consiglia di sposare altrove, visto che hanno gi intenzione di spatriarsi. Come il flusso e riflusso delle onde, don Abbondio si difende e le donne ripartono alla carica, e lui rimette altri pretesti, quando vi giunge Renzo, annunziando la morte di don Rodrigo e larrivo del signor marchese. Il curato ha un momento dincertezza, e perplesso; ma quando il sagrestano conferma la morte di don Rodrigo, allora don Abbondio cambia aspetto, umore e parere. Ora si sente rincuorato, libero dallincubo delle minacce di morte, dallangoscia del terrore. Egli intesse quasi un elogio funebre di don Rodrigo; dice che stato un gran respiro per questo povero paese. La peste, poi, se da una parte stata un vero flagello, dallaltra stata anche una scopa; ha spazzato via certi soggetti dai quali sarebbe stato alquanto difficile potercisi liberare. Don Abbondio diventato finalmente euforico, loquace, cordiale; pronto a sposar presto i due giovani; ora anche lui convinto che nessuno pensa pi alla cattura di Renzo; egli stesso, che una volta adduceva pretesti per guadagnar tempo, ora accelera i tempi.

Il giorno dopo don Abbondio riceve la visita, inaspettata e gradita, del signor marchese, colui che ho sostituito don Rodrigo dopo la morte, e gli porta i saluti del cardinale. Costui ha un aspetto cortese e dignitoso; chiede notizie di Renzo e Lucia su incarico del cardinale, ed esorta il curato ad indicargli il modo come si possa far loro del bene. Don Abbondio assicura che presto i due saranno marito e moglie; in quanto al modo di aiutarli, suggerisce al signor marchese di acquistare lui la terra e la casa di Renzo e quella di Agnese, perch, dice don Abbondio, quando i poveri vogliono disfarsi delle proprie cose, gli altri, le comprano per un pezzo di pane. Il marchese apprezza il suggerimento di don Abbondio; lo invita a fissare il prezzo, ma che sia alto, e gli propone, addirittura, di andare subito a casa della sposa. Intende cos compensare i due giovani dei guai procurati loro da don Rodrigo. Anche don Abbondio, tutto gongolante, finalmente si prodiga per il bene di Renzo; con modi garbati, camminando verso la casa di Agnese, prega il marchese, uomo di gran prestigio e autorit, di ottenere lassolutoria di Renzo. Il marchese lo ascolta e promette il suo interessamento. Giunti alla casa di Agnese, trovano le tre donne e Renzo, che rimangono allibiti, con il respiro sospeso. Per toglierli dal disagio, avvia lui la conversazione, parlando del cardinale; poi esorta don Abbondio a fissare il prezzo, che lui raddoppia, e conclude invitando la compagnia a desinare al suo palazzo, il giorno dopo le nozze. Ora per i due giovani, a coronamento delle loro traversie, come premio, giunge la dispensa, giunge lassolutoria, e giunge finalmente il giorno in cui Renzo e Lucia, in quella chiesa e per bocca di don Abbondio, si sposano. Il giorno dopo fanno trionfalmente il loro ingresso in quel palazzo, dove, essendo in vita don Rodrigo, si tramarono tante insidie ai danni della povera Lucia; lunico motivo di tristezza: lassenza di padre Cristoforo. Ora si pensa solo a fare i fagotti e a mettersi in viaggio per la nuova casa Tramaglino. Dopo affettuosi ringraziamenti e promessa di render visita alla vedova, dopo la tenera separazione di Renzo dallospite amico, dopo un caloroso saluto della famigliola a don Abbondio, verso il quale rimasto sempre un certo attaccamento affettuoso, dopo un doloroso addio al paese natio, ecco il terzetto nella nuova patria. Ora Renzo, dopo che gli avvenimenti hanno preso un corso favorevole, potrebbe essere felice; invece c qualcosa che turba la sua felicit. Nel paese adottivo si era molto sentito parlare, e parlato, di Lucia. Limmaginazione popolare vedeva Lucia di una bellezza sfolgorante, dallaspetto e dal contegno principesco, e invece, nel vedere una contadina come le altre piuttosto brutta, vi una delusione generale. Renzo, disgustato da tale atteggiamento paesano, compra, in societ col cugino Bortolo, un filatoio alle porte di Bergamo, dove Lucia, non aspettata, non soggetta a critiche, e finalmente pu vivere tranquilla e felice. Gli affari vanno a gonfie vele; non passato ancora un anno, per di pi, che viene alla luce una bella creatura, e poi tante altre, che costituiscono la gioia non solo di Lucia e Renzo, ma anche di Agnese, che, affaccendata, le porta in qua e in l, luno dopo laltro. Qui finisce la storia cos contrastata dei due giovani, dalla quale traggono un insegnamento, o meglio, una morale, essenzialmente cristiana: i guai vengono bens spesso, perch si dato cagione; ma che la condotta pi cauta e pi innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

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