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29 MARZO - 4 APRILE 2012 | N. 10

sistema moda

Intervista a Rossella Ghigi

SE IL CORPO PIEGATO ALLE NECESSIT DEL PROFITTO

qualcosa di nascosto, di artefatto. Unassenza di espressione, un corpo che non corpo, ma pura forma. La sociologa Rossella Ghigi, ricercatrice presso lUniversit di Bologna, commenta cos alcune immagini di modelle che sfilano con lo sguardo spento e rivolto nel vuoto. Tra i temi di cui la studiosa si occupa, vi la costruzione sociale delle identit di genere, con particolare attenzione alla questione delle trasformazioni e delle modifiche del corpo. Le chiediamo di interpretare il messaggio racchiuso nelle movenze innaturali che si possono osservare in passerella e in quei fisici che la moda

continua a volere cos magri. Si tratta di un ideale di bellezza non opinabile, che viene presentato come efficace e facilmente raggiungibile. In verit, il sacrificio che si chiede a se stessi per adeguarsi a quegli esempi di magrezza comporta costi molto alti, e non detto che venga raggiunto da coloro che vi aspirano. Esiste una differenza notevole tra il modello stabilito e la realt. Nel corso degli ultimi decenni, si osservato un progressivo scollamento tra lindice medio di massa corporea delle indossatrici e quello delle loro coetanee. Sono state condotte delle ricerche che hanno assunto come metro di paragone il peso delle modelle che posano per la rivista Playboy

o delle vincitrici di miss America. A partire dagli anni cinquanta, si notato che lo scarto con le ragazze della stessa et ha raggiunto livelli sempre maggiori. Ci che oggi si propone alle giovani generazioni, un corpo del tutto artificiale, originato da un processo di manipolazione che rimane nellombra. Rassegna Un corpo estremamente magro come quello di alcune modelle, rappresenta davvero unimmagine di successo? Ghigi Quando mi capitato di sottoporre alle mie studentesse alcune fotografie di modelle molto magre, le opinioni espresse non si trovavano necessariamente in sintonia con quel tipo di aspetto fisico. Non vi

La precariet oltre la passerella


Lavoro non retribuito o malpagato, assenza di contratto, difficolt nel vedere formalmente ed economicamente riconosciuto il proprio ruolo. Il difficile mestiere di modella

Listante prima dellinizio di una sfilata tutto si ferma: le modelle in riga dietro le quinte, le sarte che allentano la tensione dopo lultimo rammendo, gli addetti alla sicurezza davanti alle porte sbarrate, i fotografi con le dita tese, pronte a scattare. Lo sguardo del pubblico fisso sulla passerella. Le aspettative per levento e la frenesia dei preparativi si condensano in questo attimo di attesa che precede lesplosione simultanea di musica, luci, flash e applausi. Le modelle avanzano singolarmente, prima del del corale che conclude lo spettacolo. La velocit con cui tutto accade mescola le sensazioni. Nella memoria rimangono alcuni particolari: il colore di una borsa, lintreccio di un tessuto. E magari uno sguardo. Quello delle modelle quasi sempre vuoto, inespressivo o arrabbiato. Perch? Ultimamente cos ci spiega una di loro che vuole mantenere lanonimato . tutta una commedia. Ci dicono di non muovere nulla del nostro corpo, fuorch le gambe. Dobbiamo solo camminare. Camminare in maniera innaturale, come fossimo macchine. Forse per non attirare troppo lattenzione su di noi, distogliendola cos dallabito che mostriamo. La verit che portiamo addosso unimmagine molto pesante. Sui corpi di queste donne, spesso poco pi che ragazzine, si riflettono stereotipi, pregiudizi e curiosit morbose. Possiamo facilmente reperire informazione dettagliate su cosa mangiano, ma conosciamo molto meno le condizioni di lavoro alle quali vengono sottoposte. Le super pagate esistono, ma la realt di tutti i giorni fatta di altro: contratti a termine, saltuariet, prestazioni non retribuite o compensate con scarpe e vestiti. C chi guadagna fino a 500 euro per una sfilata, laddove questa richiede circa 10 giorni di lavoro a orari prolungati, ma si possono guadagnare anche 200 o 100 euro. Ci che rende duro il nostro lavoro lazione continua, talvolta eccessiva, che viene esercitata sui nostri corpi. A volte vengono davvero maltrattati. Una volta mi chiesero di rifarmi il naso, ma non accettai. Una modella dovrebbe poter

CHIARA CRISTILLI

svolgere il proprio mestiere grazie allaspetto che gi possiede, e non in base a ci in cui potrebbe trasformarsi. Si comincia presto, da adolescenti, e si scende dalla passerella che si ancora giovani. Alcune rimangono nel circuito della moda, ma con ruoli differenti. Nella maggior parte dei casi, lesperienza vissuta rappresenta una fase di lavoro transitoria, utile ad arrotondare o a sostenere le spese per gli studi. Anche per le modelle, proprio come succede a tante altre donne, conciliare la sfera privata con quella lavorativa non cosa semplice. Se si hanno spese fisse, la speranza di mantenersi con questo tipo di mestiere nulla. A patto di non essere disposte a seguire il calendario delle sfilate in giro per il mondo, cos da garantirsi continuit lavorativa. Una prospettiva che pu diventare ricca di stimoli e denaro, ma altres colma di rinunce e sacrifici. Grosso modo, funziona ovunque con le stesse modalit, sia che ci si trovi a Parigi, New York o Milano continua la nostra interlocutrice . Le agenzie di moda rappresentano un punto di riferimento molto importante. A volte sono come squali. Ricavano una percentuale dai nostri guadagni, ma non sempre ne conosciamo lentit. In questo modo, difficile avere un controllo effettivo della paga che percepiremo per un evento. Se poi lo si analizza dal versante della precariet, luniverso della moda risplende ancora meno. Il tema stato trattato in una ricerca del 2010, condotta dagli studiosi Adam Arvidsson, Giannino Malossi e Serpica Naro (anagramma di San Precario), un collettivo di lavoratori atipici del settore, costituitosi nel febbraio del 2005 in occasione della Settimana della moda a Milano. Lindagine, che ha per titolo Lavoro che passione! Le condizioni di lavoro nella moda in Italia, affronta una riflessione sul contrasto esistente tra limmagine convenzionale di una classe creativa considerata appagata e benestante

e la realt materiale e professionale che invece la contraddistingue. Linchiesta si concentra per lo pi su Milano. I soggetti presi in esame sono in maggioranza donne (67 per cento) e laureate (60 per cento). Non si tratta solo di giovani alle prime armi, ma anche di professioniste con esperienze pluriennali e diversificate in tutti gli ambiti immateriali del sistema moda, che vanno dalla comunicazione alla grafica, alla commercializzazione del prodotto. Il copione sempre lo stesso: lavoro non retribuito o malpagato, instabilit, assenza di contratto, difficolt nel vedere formalmente ed economicamente riconosciuto il proprio ruolo. Non solo. Noia, monotonia e azioni ripetitive sono diffuse, quasi si trattasse di una catena di montaggio. Questi proletari della moda, come amano definirsi loro stessi, sono ormai sempre pi numerosi proprio come nel comparto tessile in senso stretto anche in questo ramo di attivit. Un settore che, nel suo insieme, ha registrato a partire dal 2007 una perdita di 134.000 posti di lavoro. E, nonostante gli sforzi compiuti e i segnali di ripresa, le prospettive per il 2012 non possono dirsi per niente rosee. Pure la concorrenza si fatta spietata. Le agenzie vendono anima e corpo per assecondare le fantasie senza freno degli stilisti e guadagnarsi cos il mercato. Ma dentro limmagine di un fisico di modella scarno e manipolato si perde lessere umano, commenta con amarezza la nostra fonte. Gi, i fisici delle modelle. La Camera nazionale della moda italiana (Cnmi) ha sottoscritto nel 2006 il Manifesto nazionale di autoregolamentazione contro lanoressia. gi capitato di esser riusciti ad annullare una sfilata perch lo stilista di turno aveva scelto indossatrici eccessivamente magre: in quelle occasioni, la Cnmi ha avuto lopportunit di intervenire grazie a una visione preventiva, che per non sempre possibile. In occasione della Fashion Week dedicata alla moda femminile, tenutasi lo scorso febbraio a Milano, la Camera della moda ha inviato una lettera ai suoi soci e alle

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LAVORO

&SINDACATO

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era, cio, il desiderio di possedere lo stesso corpo della modella. E tuttavia, la snellezza, anche molto marcata, veniva considerata come un ideale estetico cui tendere per apparire belle. Un obiettivo tutto sommato accessibile, che in persone gi predisposte pu condurre fino alle estreme conseguenze. Mi riferisco allanoressia, con il suo carico di sofferenza e le sue logiche. La malattia comporta una volont di dominio dei propri impulsi, che si concretizza attraverso il controllo della fame. Con il risultato che, alla fine, il corpo viene trasformato in pura forma, cos da difenderlo dalle minacce e dalle ingerenze che il mondo esterno esercita su di esso. Da qui la critica sociale negativa nei

confronti dei corpi deperiti delle indossatrici, quando questi vengono presentati come paradigmi di seduzione. Rassegna Proviamo a condurre questa riessione nel mondo del lavoro. In che modo il capitalismo interferisce con la concezione del corpo? Ghigi Il capitalismo assoggetta il corpo alle necessit della produzione e del profitto. Quanto teorizzato da Marx, a proposito delleffetto del lavoro sui corpi, ancora valido e attuale. Il salario deve essere quello minimo indispensabile per permettere al lavoratore di sopravvivere e di affrontare unaltra giornata colma di fatica. Egli dunque alienato dal lavoro, ma anche dal suo stesso corpo: ne dispone nella

misura in cui lo mette a disposizione del capitalista. Al corpo dei lavoratori in quanto tali, si aggiunge oggi quello dei consumatori. Se inseriti in un contesto produttivo, siamo chiamati a unetica del sacrificio e della rinuncia. In qualit di consumatori, siamo invece invitati continuamente a lasciarci andare al soddisfacimento immediato dei desideri e agli acquisti. Tutto ci genera una contraddizione molto forte che si esplicita chiaramente nel rapporto con il corpo. Basta sfogliare una rivista femminile per vederlo. A una donna si dice: sii snella. Ma subito dopo: concediti pure tutto quello che desideri. Senza contare che, in unepoca di precariet e di

grave crisi come quella attuale, il corpo rappresenta una certezza. Forse lunica possibile. Diventa cio un capitale su cui investire. Il corpo non pi un aspetto del nostro essere, ma un nostro possedimento, sul quale crediamo di poter esercitare la libert pi radicale. Rassegna Il corpo ha ancora qualche possibilit di ribellarsi? Ghigi Se guardiamo allattualit, dissentire attraverso il corpo senzaltro un elemento di continuit storica con il passato. Affinch una protesta di piazza abbia successo, necessario poter contare su un numero elevato di partecipanti che si facciano corpo sociale. La stessa primavera araba cominciata con il gesto estremo di un

lavoratore che ha immolato se stesso dando fuoco al proprio corpo, reagendo cos a una negazione dei diritti. Il corpo era lunica risorsa a sua disposizione. Quanto detto pu essere osservato anche in contesti pi vicini a noi, allorquando si investe sul proprio corpo quale strumento di ribellione. Ci nasce anche dalla sfiducia, dal non voler pi delegare la battaglia per la giustizia sociale. Ma il corpo non pi soltanto un mezzo di ribellione. Ne pure loggetto. Penso alle lotte delle femministe negli anni settanta, condotte anche attraverso una nudit volta a dissacrare la morale comune. Non una nudit iconica, ma reale nelle sue fattezze. C. C.

Il settore ha registrato, a partire dal 2007, una perdita secca di 134.000 posti di lavoro. E le prospettive per il 2012 non possono dirsi rosee

Foto di Angela Lo Priore tratta dalla mostra Manichini Mannequins

o scorso autunno mi trovavo a Cetinje, una cittadina del Montenegro. Andai a visitare unimmensa fabbrica dismessa, abbandonata in seguito alla guerra nei Balcani. Nel vedere quegli spazi fatiscenti, ma affascinanti, provai delle emozioni intense. Cos decisi di ambientarvi alcuni scatti che ritraessero donne nude somiglianti a manichini tutti uguali. Lidea era di rappresentare la fabbrica della bellezza, in un sistema in cui questa viene costruita in serie, usata, consumata e demolita. La fotografa Angela Lo Priore racconta cos la genesi del suo progetto artistico, approdato a Milano lo scorso 22 febbraio e durato una settimana, nei giorni della Fashion Week. La mostra, intitolata Manichini Mannequins, stata allestita presso lo showroom dellazienda di abbigliamento maschile Isaia. Le ragazze fotografate da Lo Priore sono prive di personalit, inespressive, immobili, disposte una in fila allaltra o in improbabili pose. Alcune indossano parrucche, altre portano una maschera che nasconde il volto e lo sguardo. Pi che esseri umani, sembrano oggetti usciti da una catena di montaggio, pronti per essere immessi nel mercato del fashion system. questo ci che il sistema richiede commenta lartista ed nei confronti di tale furto dellidentit che rivolgo la mia critica. Cetinje fu capitale del Regno di Montenegro, e di questo suo passato conserva gli splendori. Oggi una cittadina dagli aspetti desolanti e insieme meravigliosi, racconta Lo Priore. Un angolo di Europa dellEst, una piccola parte di un territorio solcato dai drammi della storia e dalla voglia di riscatto. Proprio da questi luoghi, provengono molte giovani che tentano la via del successo attraverso la moda. In parecchi casi si tratta di ragazzine affascinate da un mondo che immaginano agiato e luccicante. Con la cruda realt, per, imparano a fare i conti fin da subito. La maggior parte viene pagata pochissimo: 100, 200 euro a sfilata, dopo giornate intermina-

bili di lavoro. La notoriet, poi, un lusso solo per poche. Angela Lo Priore, che gli ambienti della moda e delle celebrit li conosce bene e da vicino, riflette su questa triste condizione Fino agli anni ottanta-novanta, le modelle avevano un nome, un viso e anche una personalit. EraLA MOSTRA no star fantastiche che facevano sognare, e le sfilate consistevano in performance grandiose e impregnate di creativit. Oggi siamo di fronte allannullamento totale della persona, il cui unico compito in passerella sembra quello di servire da stampella per un vestito. singolare che una mostra fotografica del genere venga ospitata in uno showroom di abbigliamento maschile. Viene da chiedersi quale collegamento ci sia. Le fotografie scattate da Lo Priore contestano limmagine di una donna manichino. Per ci che ci riguarda, la nostra idea del corpo maschile non iconica, n necessariamente legata agli stilemi delle riviste di moda spiega Giovanni Mannucci, amministratore delegato dello storico marchio napoletano Isaia . C dunque un parallelismo tra il messaggio contenuto negli scatti e il modello cui ci ispiriamo nel creare i nostri abiti. Non quello delluomo palestrato, ma di una persona che vive la vita con serenit, dimostrando sicurezza nei confronti di quei canoni che riesce a rompere con disinvoltura. Il modo di vestire non deve tramutarsi in imposizione, ma in scambio di idee. Per noi C. C. un mezzo per esprimere anticonformismo.

Stampelle per un vestito

aziende partecipanti allevento, rinnovando lappello per lutilizzo di modelle e modelli che trasmettessero unimmagine di salute e solarit. Mario Boselli, presidente della Cnmi, ha molto a cuore la questione. Premesso che lanoressia un male che non origina dalla moda osserva , questa deve essere molto attenta a non diffondere degli esempi estetici che aggravino le condizioni di persone gi malate, o facciano insorgere situazioni latenti in chi predisposto. Una posizione condivisa da Valeria Fedeli, vicesegretaria generale della Filctem e presidente della Fse:Thc, la Federazione sindacale europea del tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. La sindacalista Cgil sottolinea quanto sia essenziale non trascurare mai linfluenza che lo stile e i messaggi trasmessi dalla moda hanno sui comportamenti sociali. Quando la moda dimostra creativit e bellezza, c una vittoria del made in Italy di cui andiamo soltanto fieri. Ci nondimeno, occorre sempre richiamare il settore alle responsabilit che detiene nella formazione della cultura e della mentalit collettiva. Nel 2007, Dolce&Gabbana lanci una campagna pubblicitaria che fece molto discutere per la rappresentazione di uno stupro di gruppo. Boselli e Fedeli condivisero una critica risoluta nei riguardi di quellimmagine ottusa e violenta. Il presidente della Cnmi, in particolare, espresse allepoca il proprio compiacimento per non annoverare D&G tra i soci della Casa della moda e tuttoggi non partecipa alle sfilate del marchio. A distanza di cinque anni, ci si domanda ancora il perch di una trovata pubblicitaria cos meschina, in un mondo dove la finzione e la messa in scena trovano pur sempre un loro senso. Alla fine, la commedia dello sguardo vuoto, inespressivo e arrabbiato recupera la sua autenticit, avendoci svelato fin dal principio una parte di abisso e di verit.

Fenomenologia di mister Tods http://goo.gl/6MHTZ Tessile: sindacati, preoccupa cessione...


http://goo.gl/hjOez

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