Sei sulla pagina 1di 674

MARIA VALTORTA (Il poema dell'Uomo-Dio) Nuovo titolo:

L' EVANGELO COME MI E' STATO RIVELATO


Edizione 2000 Rev Per speciale concessione del CENTRO EDITORIALE VALTORTIANO 20 % ON LINE Volume I La preparazione Volume II Il primo anno di vita pubblica Volume III Il secondo anno di vita pubblica: parte prima Volume IV Il secondo anno di vita pubblica: parte seconda Volume V Il terzo anno di vita pubblica: parte prima Volume VI Il terzo anno di vita pubblica: parte seconda Volume VII Il terzo anno di vita pubblica: parte terza Volume VIII Preparazione alla passione Volume IX La passione Volume X La glorificazione Presentazione da : 'La MADONNA negli scritti di Maria Valtorta' di P. Gabriele Maria ROSCHINI: Centro Editoriale Valtortiano 1996 [Professore della Pontificia Universit Lateranense, Professore nella Pontificia Facolt teologica ''Marianum'', Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi] E' da mezzo secolo che mi occupo di Mariologia: studiando, insegnando, predicando e scrivendo. Ho dovuto leggere perci innumerevoli scritti mariani, d'ogni genere: una vera 'Biblioteca mariana'. Mi sento per in dovere di confessare candidamente che la Mariologia quale risulta dagli scritti, editi ed inediti, di Maria Valtorta, stata per me una vera rivelazione. Nessun altro scritto mariano, e neppure la somma degli scritti mariani da me letti e studiati, era stato in grado di darmi, del Capolavoro di Dio, un'idea cos chiara, cos viva, cos completa, cos luminosa e cos affascinante: semplice insieme e sublime. Tra la Madonna presentata da me e dai miei colleghi e la Madonna presentata da Maria Valtorta, a me sembra trovare la stessa differenza che corre tra una Madonna di cartapesta e una Madonna viva, tra una Madonna pi o meno approssimativa e una Madonna completa in ogni sua parte, sotto tutti i suoi aspetti. ....... E' bene inoltre, che si sappia che io non sono stato un facile ammiratore della Valtorta. Anch'io infatti, sono stato, un tempo, tra coloro che, senza un'adeguata conoscenza dei suoi scritti, hanno avuto un sorrisino di diffidenza nei riguardi dei medesimi. Ma dopo averli letti e ponderati, ho dovuto -come tanti altri- lealmente riconoscere di essere stato troppo corrivo; e ho dovuto concludere: "Chi vuol conoscere la Madonna (una Madonna in p e r f e t t a

sintonia col Magistero ecclesiastico, particolarmente col Concilio Vaticano II, con la S.Scrittura e la Tradizione ecclesiastica), legga la Mariologia della Valtorta!". A chi poi volesse vedere, in questa mia asserzione, uno dei soliti iperbolici 'slogan' pubblicitari, non ho da dare che una sola risposta: "Legga, e poi giudichi..." . ....... N.B. Nello stesso libro Padre G.M Roschini spiega la differenza tra 'Rivelazioni pubbliche' come l'Antico e il Nuovo Testamento, e 'rivelazioni private'. Tra queste, nelle 'principali mistiche mariane', elenca, in ordine di tempo : 1) S. Ildegarda di Bingen (benedettina 1098-1179) 2) S. Matilde di Hefta (cistercense 1241-1299) 3) S. Geltrude la Grande (cistercense 1256-1302) 4) Beata Angela da Foligno (T. Francescana 'la maestra dei teologi' 1246-1309) 5) S. Brigida di Svezia ('la Mistica del Nord 1309-1373) 6) S. Caterina da Siena (terziaria domenicana 1347-1380; Dottore della Chiesa) ..... ..... ..... 18) Maria Valtorta (terziaria dell'Ordine dei Servi di Maria 1897-1961) /// Centro coordinamento Volontari: ' volontari.m.valtorta.roma@gmail.com ' Club Amici di Maria Valtorta : libera associazione on line su Maria Valtorta e le sue opere moderatore tel: 333 2992852 ' clubamicivaltortiani@yahoo.group.com ' http://it.groups.yahoo.com.group/clubamicivaltortiani/

Indice del Volume Primo NASCITA E VITA NASCOSTA DI MARIA E DI GESU' l. Pensiero d'introduzione. Dio volle un seno senza macchia. 2. Gioacchino e Anna fanno voto al Signore. 3. Alla festa dei Tabernacoli. Gioacchino e Anna possedevano la Sapienza. 4. Anna con un cantico annunzia di esser madre. Nel suo seno l'anima immacolata di Maria. 5. Nascita di Maria. La sua verginit nell'eterno pensiero del Padre. * = in linea *

6. Purificazione di Anna e offerta di Maria, che la Fanciulla perfetta per il regno dei Cieli. 7. La piccola Maria con Anna e Gioacchino. Sulle sue labbra gi la Sapienza del Figlio. 8. Maria accolta nel Tempio. Ella, nella sua umilt, non sapeva di essere la Piena di Sapienza. 9. La morte di Gioacchino e Anna fu dolce, dopo una vita di sapiente fedelt a Dio nelle prove. 10. Cantico di Maria. Ella ricordava quanto il suo spirito aveva visto in Dio. 11. Maria confida il suo voto al Sommo Sacerdote. 12. Giuseppe prescelto come sposo della Vergine. 13. Sposalizio della Vergine con Giuseppe, istruito dalla Sapienza ad essere custode del Mistero. 14. Gli Sposi arrivano a Nazareth. 15. A conclusione del Prevangelo. 16. L'Annunciazione. 17. La disubbidienza di Eva e l'ubbidienza di Maria. 18. Maria annuncia a Giuseppe la maternit di Elisabetta e affida a Dio il compito di giustificare la sua. 19. Maria e Giuseppe alla volta di Gerusalemme. 20. Partenza da Gerusalemme. L'aspetto beatifico di Maria. Importanza della preghiera per Maria e Giuseppe. 21. L'arrivo di Maria a Ebron e il suo incontro con Elisabetta. 22. Le giornate ad Ebron. I frutti della carit di Maria verso Elisabetta. 23. Nascita di Giovanni Battista. Ogni sofferenza si placa sul seno di Maria. 24. Circoncisione di Giovanni Battista. Maria Sorgente di Grazia per chi accoglie la Luce. 25. Presentazione di Giovanni Battista al Tempio e partenza di Maria. La Passione di Giuseppe. 26. Giuseppe chiede perdono a Maria. Fede, carit e umilt per ricevere Dio. 27. L'editto del censimento. Insegnamenti sull'amore allo sposo e sulla fiducia in Dio. 28. L'arrivo a Betlemme. 29. La nascita di Ges. Efficacia salvifica della divina maternit di Maria. 30. L'annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo. 31. Visita di Zaccaria. La santit di Giuseppe e l'ubbidienza ai sacerdoti. 32. Presentazione di Ges al Tempio. La virt di Simeone e la profezia di Anna. 33. Ninna-nanna della Vergine. 34. Adorazione dei Magi. E' "vangelo della fede". 35. Fuga in Egitto. Insegnamenti sull'ultima visione legata all'avvento di Ges.

36. La sacra Famiglia in Egitto. Una lezione per le famiglie. 37. Prima lezione di lavoro a Ges, che non usc dalla regola dell'et. 38. Maria maestra di Ges, Giuda e Giacomo. 39. Preparativi per la maggiore et di Ges e partenza da Nazareth. 40. L'esame di Ges maggiorenne al Tempio. 41. La disputa di Ges nel Tempio coi dottori. L'angoscia della Madre e la risposta del Figlio. 42. La morte di Giuseppe. Ges la pace di chi soffre e di chi muore. 43. A conclusione della vita nascosta. PRIMO ANNO DELLA VITA PUBBLICA DI GESU' 44. L'addio alla Madre e partenza da Nazareth. Il pianto e la preghiera della Corredentrice. 45. Predicazione di Giovanni Battista e Battesimo di Ges. La manifestazione divina. 46. Ges tentato da Satana nel deserto. Come si vincono le tentazioni. 47. L'incontro con Giovanni e Giacomo. Giovanni di Zebedeo il puro fra i discepoli. 48. Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro il loro incontro con il Messia. 49. L'incontro con Pietro e Andrea dopo un discorso nella sinagoga. Giovanni di Zebedeo grande anche nell'umilt. 50. A Betsaida nella casa di Pietro. L'incontro con Filippo e Natanaele. 51. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare Ges alle nozze di Cana. 52. Le nozze di Cana. Il Figlio, non pi soggetto alla Madre, compie per Lei il primo miracolo. 53. La cacciata dei mercanti dal Tempio. 54. L'incontro con Giuda di Keriot e con Tommaso. Simone Zelote sanato dalla lebbra. 55. Un incarico affidato a Tommaso. 56. Simone Zelote e Giuda Taddeo uniti nella sorte. 57. A Nazareth con Giuda Taddeo e con altri sei discepoli. 58. Guarigione di un cieco a Cafarnao. 59. L'indemoniato guarito nella sinagoga di Cafarnao. 60. Guarigione della suocera di Simon Pietro. 61. Ges benefica i poveri dopo aver detto la parabola del cavallo amato dal re. 62. Ges cercato dai discepoli mentre prega nella notte. 63. Il lebbroso guarito presso Corazim. 64. Il paralitico guarito a Cafarnao. 65. La pesca miracolosa e l'elezione dei primi quattro apostoli. 66. Giuda di Keriot al Getsemani diviene discepolo. 67. Il miracolo delle lame spezzate alla porta dei Pesci. 68. Ges, nel Tempio con l'Iscariota, ammaestra. 69. Ges istruisce Giuda Iscariota. 70. Al Getsemani con Giovanni di Zebedeo. Un paragone tra il Prediletto e Giuda di Keriot.

71. Giuda Iscariota presentato a Giovanni e a Simone Zelote. 72. Verso Betlem con Giovanni, Simone Zelote e Giuda Iscariota. 73. A Betlem, nella casa di un contadino e nella grotta della Nativit. 74. All'albergo di Betlem e sulle macerie della casa di Anna. 75. Ges ritrova i pastori Elia e Levi. 76. A Jutta dal pastore Isacco. Sara e i suoi bambini. 77. A Ebron nella casa di Zaccaria. L'incontro con Aglae. 78. A Keriot. Morte del vecchio Saul

MARIA VALTORTA L EVANGELO COME MI E STATO RIVELATO VOLUME I MARIA VALTORTA Il poema dellUomo-Dio: IL VANGELO COME MI E STATO RIVELATO

21. Larrivo di Maria a Ebron e il suo incontro con Elisabetta. 1 aprile 1944. Sono in un luogo montagnoso. Non sono grandi monti ma neppur pi colline. Hanno gioghi e insenature da vere montagne, quali se ne vedono sul nostro Appennino tosco-umbro. La vegetazione folta e bella e vi abbondanza di fresche acque, che mantengono verdi i pascoli e ubertosi i frutteti, che sono quasi tutti coltivati a meli, fichi e uva: intorno alle case questa. La stagione deve essere primavera, perch i grappoli sono gi grossetti, come chicchi di veccia, e i meli hanno gi legati i fiori che ora paiono tante palline verdi verdi, e in cima ai rami dei fichi stanno i primi frutti ancora embrionali, ma gi ben formati. I prati, poi, sono un vero tappeto soffice e dai mille colori. Su essi brucano le pecore, o riposano, macchie bianche sullo smeraldo dellerba. Maria sale, col suo ciuchino per una strada abbastanza in buono stato, che deve essere la via maestra. Sale, perch il paese, dallaspetto abbastanza ordinato, pi in alto. Il mio interno ammonitore dice: Questo luogo Ebron. Lei mi parlava di Montana. Ma io non so cosa farci. A me viene indicato con questo nome. Non so se sia Ebron tutta la zona o Ebron il paese. Io sento cos e dico cos. Ecco che Maria entra nel paese. Delle donne sulle porte - verso sera- osservano larrivo della forestiera e spettegolano fra di loro. La seguono con locchio e non hanno pace sinch non la vedono fermarsi davanti ad una delle pi belle case, sita in mezzo del paese, con davanti un ortogiardino e dietro e intorno un ben tenuto frutteto, che poi prosegue in un vasto prato, che sale e scende per le sinuosit del monte e finisce in un bosco di alte piante, oltre il quale non so che ci sia. Tutto recinto da una siepe di more selvatiche o di rose selvatiche. Non distinguo bene, perch, se lei ha presente, il fiore e la fronda di questi spinosi cespugli sono molto simili e, finch non c il frutto sui rami, facile sbagliarsi. Sul davanti della casa, sul lato perci che costeggia il paese, il luogo cinto da un muretto bianco, su cui corrono dei rami di veri rosai, per ora senza fiori ma gi

pieni di bocci. Al centro un cancello di ferro, chiuso. Si capisce che la casa di un notabile del paese e di persone benestanti, perch tutto in essa mostra, se non ricchezza e sfarzo, agiatezza certo. E molto ordine. Maria scende dal ciuchino e si accosta al cancello. Guarda fra le sbarre. Non vede nessuno. Allora cerca di farsi sentire. Una donnetta, che pi curiosa di tutte lha seguita, le indica un bizzarro utensile che fa da campanello. Sono due pezzi di metallo messi a bilico di una specie di giogo, i quali, scuotendo il giogo con una fune, battono fra di loro col suono di una campana o di un gong. Maria tira, ma cos gentilmente che il suono un lieve tintinnio, e nessuno lo sente. Allora la donnetta, una vecchietta tutta naso e bazza e con una lingua che ne vale dieci messe insieme, si afferra alla fune e tira, tira, tira. Una suonata da far destare un morto. Si fa cos, donna. Altrimenti come fate a farvi sentire? Sapete, Elisabetta vecchia e vecchio Zaccaria. Ora poi anche muto, oltre che sordo. Sono vecchi anche i due servi, sapete? Siete mai venuta? Conoscete Zaccaria? Siete... A salvare Maria dal diluvio di notizie e di domande, spunta un vecchietto arrancante, che deve essere un giardiniere o un agricoltore, perch ha in mano un sarchiello e legata alla vita una roncola. Apre, e Maria entra ringraziando la donnetta, ma.... ahi! lasciandola senza risposta. Che delusione per la curiosa! Appena dentro, Maria dice: Sono Maria di Giovacchino e di Anna, di Nazareth. Cugina dei padroni vostri. Il vecchietto si inchina e saluta, e poi d una voce, chiamando: Sara! Sara! E riapre il cancello per prendere il ciuchino rimasto fuori, perch Maria, per liberarsi della appiccicosa donnetta, sgusciata dentro svelta svelta, e il giardiniere, svelto quanto Lei, ha chiuso il cancello sul naso della comare. E, intanto che fa passare il ciuco, dice: Ah! gran felicit e gran disgrazia a questa casa! Il Cielo ha concesso un figlio alla sterile, lAltissimo ne sia benedetto! Ma Zaccaria tornato, sette mesi or sono, da Gerusalemme, muto. Si fa intendere a cenni o scrivendo. Lavete forse saputo? La padrona mia vi ha tanto desiderata in questa gioia e in questo dolore! Sempre parlava con Sara di voi e diceva: Avessi la mia piccola Maria con me! Fosse ancora stata nel Tempio! Avrei mandato Zaccaria a prenderla. Ma ora il Signore lha voluta sposa a Giuseppe di Nazareth. Solo Lei poteva darmi conforto in questo dolore e pregare Dio, perch Ella tutta buona. E nel Tempio tutti la rimpiangono. La passata festa, quando andai con Zaccaria per lultima volta a Gerusalemme a ringraziare Iddio davermi dato un figlio, ho sentito le sue maestre dirmi: Il Tempio pare senza i cherubini della gloria da quando la voce di Maria non suona pi fra queste mura. Sara! Sara! E un poco sorda la donna mia. Ma vieni, vieni, ch ti conduco io. Invece di Sara, spunta sul sommo di una scala, che fiancheggia un lato della casa, una donna molto vecchiotta, gi tutta rugosa e brizzolata intensamente nei capelli, che prima dovevano essere nerissimi perch ha nerissime anche le ciglia e le sopracciglia, e che fosse bruna lo denuncia il colore del volto. Contrasto strano con la palese vecchiezza il suo stato gi molto palese, nonostante le vesti ampie e sciolte. Guarda facendosi solecchio con la mano. Riconosce Maria. Alza le braccia al cielo in un : Oh! stupito e gioioso, e si precipita, per quanto pu, incontro a Maria. Anche Maria, che sempre pacata nel muoversi, corre, ora, svelta come un cerbiatto, e giunge ai piedi della scala quando vi giunge anche Elisabetta, e Maria riceve sul cuore con viva espansione la sua cugina, che piange di gioia vedendola. Stanno abbracciate un attimo e poi Elisabetta si stacca con un : Ah! misto di dolore e di gioia, e si porta le mani sul ventre ingrossato. China il viso impallidendo e arrossendo alternativamente. Maria e il servo stendono le mani per sostenerla, perch ella vacilla come se si sentisse male. Ma Elisabetta, dopo esser stata un minuto come raccolta in s, alza un volto talmente radioso che pare ringiovanito, guarda Maria sorridendo con venerazione come vedesse un angelo, e poi si china in un profondo saluto dicendo: Benedetta tu fra tutte le donne! Benedetto il Frutto del tuo seno! (dice cos: due frasi ben staccate). Come ho meritato che venga a me, tua serva, la Madre del mio Signore? Ecco, al suono della tua voce il bambino m balzato in seno come per giubilo e quando t'ho abbracciata lo Spirito del Signore mi ha detto altissime verit al cuore. Te beata, perch hai creduto che a Dio fosse possibile anche ci che non appare possibile ad umana mente! Te benedetta,

che per la tua fede farai compiere le cose a te predette dal Signore e predette dai Profeti per questo tempo! Te benedetta, per la Salute che generi alla stirpe di Giacobbe! Te benedetta, per aver portato la Santit al figlio mio che, lo sento, balza come un capretto festante, di giubilo, nel mio seno, perch si sente liberato dal peso della colpa, chiamato ad esser colui che precede, santificato prima della Redenzione dal Santo che cresce in te! Maria, con due lacrime che scendono come perle dagli occhi che ridono alla bocca che sorride, col volto levato al cielo e le braccia pure levate, nella posa che poi tante volte avr il suo Ges, esclama: Lanima mia magnifica il suo Signore e continua il cantico cos come stato tramandato. Alla fine al versetto: Ha soccorso Israele suo servo, ecc. raccoglie le mani sul petto e si inginocchia molto curva a terra, adorando Dio. Il servo, che si era prudentemente eclissato quando aveva visto che Elisabetta non si sentiva male, ma che anzi confidava il suo pensiero a Maria, torna dal frutteto con un imponente vecchio tutto bianco nella barba e nei capelli, il quale con grandi gesti e suoni gutturali saluta di lontano Maria. Zaccaria giunge dice Elisabetta, toccando sulla spalla la Vergine assorta in preghiera. Il mio Zaccaria muto. Dio lo ha colpito per non aver creduto. Ti dir poi. Ma ora spero nel perdono di Dio, poich tu sei venuta. Tu, piena di Grazia. Maria si leva e va incontro a Zaccaria e si curva davanti a lui fino a terra, baciandogli il lembo della veste bianca che lo copre sino al suolo, E molto ampia, questa veste, e tenuta a posto alla vita da un alto gallone ricamato. Zaccaria, a gesti, d il benvenuto e insieme raggiungono Elisabetta ed entrano tutti in una stanza terrena molto ben messa, nella quale fanno sedere Maria e le fanno servire una tazza di latte appena munto -ha ancora la spuma- e delle piccole focacce. Elisabetta d ordini alla servente, finalmente comparsa con le mani ancora impastate di farina e i capelli ancor pi bianchi di quanto non siano per la farina che vi sopra. Forse faceva il pane. D ordini anche al servo, che sento chiamare Samuele, perch porti il cofano di Maria in una camera che gli indica. Tutti i doveri di una padrona di casa verso la sua ospite. Maria risponde intanto alle domande, che Zaccaria le fa scrivendole su una tavoletta cerata con uno stilo. Comprendo dalle risposte che egli le chiede di Giuseppe e del come si trova sposata a lui. Ma comprendo anche che a Zaccaria negata ogni luce soprannaturale circa lo stato di Maria e la sua condizione di Madre del Messia. E Elisabetta che, andando presso il suo uomo e posandogli con amore una mano sulla spalla, come per una casta carezza, gli dice: Maria madre Ella pure. Giubila per la sua felicit. Ma non dice altro. Guarda Maria. E Maria la guarda, ma non linvita a dire di pi, ed ella tace. Dolce, dolcissima visione! Essa mi annulla lorrore rimasto dalla vista del suicidio di Giuda. Ieri sera, prima del sopore, vidi il pianto di Maria, curva sulla pietra dellunzione, sul corpo spento del Redentore. Era al suo fianco destro, dando le spalle allapertura della grotta sepolcrale. La luce delle torce le batteva sul viso e mi faceva vedere il suo povero viso devastato dal dolore, lavato dal pianto. Prendeva la mano di Ges, la accarezzava, se la scaldava sulle guance, la baciava, ne stendeva le dita.... una per una le baciava, queste dita senza pi moto. Poi carezzava il volto, si curvava a baciare la bocca aperta, gli occhi socchiusi, la fronte ferita. La luce rossastra delle torce fa apparire ancor pi vive le piaghe di tutto quel corpo torturato e pi veritiera la crudezza della tortura subita e la realt del suo esser morto. E cos sono rimasta contemplando sinch m rimasta lucida lintelligenza. Poi, risvegliata dal sopore, ho pregato e mi sono messa quieta per dormire davvero. E mi cominciata la suddescritta visione. Ma la Mamma mi ha detto: Non ti muovere. Guarda unicamente. Scriverai domani. Nel sonno ho poi sognato di nuovo tutto. Svegliata alle 6,30, ho rivisto quanto avevo visto da sveglia e in sogno. E ho scritto mentre vedevo. Poi venuto lei, e le ho potuto chiedere se dovevo mettere quanto segue. Sono quadretti staccati della permanenza di Maria in casa di Zaccaria.

22. Le giornate a Ebron. I frutti della carit di Maria verso Elisabetta. 2 aprile 1944. Vedo, e pare mattina, Maria che cuce, seduta nella sala terrena. Elisabetta va e viene occupandosi della casa. E quando entra non manca mai di andare a porre una carezza sulla testa bionda di Maria, ancor pi bionda sulle pareti piuttosto scure e sotto il raggio del bel sole che entra dalla porta, aperta sul giardino. Elisabetta si curva a guardare il lavoro di Maria - il ricamo che aveva a Nazareth- e ne loda la bellezza. Ho anche del lino da filare dice Maria. Per il tuo Bambino? No. Lo avevo gi quando non pensavo... Maria non dice altro. Ma io capisco: ...quando non pensavo di dover essere Madre di Dio Ma ora lo dovrai usare per Lui. E bello? Fino? I bambini, sai, hanno bisogno di tela morbidissima. So. Io avevo incominciato... Tardi, perch ho voluto esser sicura che non era un inganno del Maligno. Per quanto... sentissi in me una tal gioia che, no, non poteva venire da Satana. Poi.. ho sofferto tanto. Sono vecchia, io, Maria, per essere in questo stato. Ho molto sofferto. Tu non soffri... Io no. Non sono mai stata tanto bene. Eh! gi! Tu... in te non c macchia, se Dio ti ha scelta per Madre sua. E perci non sei soggetta alle sofferenze dEva. Il tuo Portato santo. Mi pare di avere unala in cuore e non un peso. Mi par di avere dentro tutti i fiori e tutti gli uccellini che cantano a primavera, e tutto il miele e tutto il sole... Oh! sono felice! Benedetta! Anche io, da quando ti ho vista, non ho pi sentito peso, stanchezza e dolore. Mi pare desser nuova, giovane, liberata dalle miserie della mia carne di donna. Il mio bambino, dopo aver balzato felice al suono della tua voce, si messo quieto nella sua gioia. E mi pare di averlo, dentro, in una cuna viva e di vederlo dormire sazio e beato, respirare come un uccellino felice sotto lala della mamma.... Ora mi metter al lavoro. Non mi peser pi. Ci vedo poco, ma... Lascia, Elisabetta! Ci penser io a filare e tessere per te e per il tuo bambino. Io sono svelta e ci vedo bene. Ma dovrai pensare al tuo... Oh! ne avr tutto il tempo!.. Prima penso a te, che sei prossima ad avere il piccolino, e poi penser al mio Ges. Dirle come dolce lespressione e la voce di Maria, come le si imperli locchio di un soave, felice pianto, e come Ella rida nel dirlo, questo Nome, guardando il cielo luminoso e azzurro, superiore alle possibilit umane. Pare che lestasi la rapisca solo a dire: Ges. Elisabetta dice: Che bel nome! Il Nome del Figlio di Dio, Salvatore nostro! Oh! Elisabetta! Maria si fa mesta mesta e afferra le mani che la congiunta ha incrociate sul seno gonfio. Dimmi, tu che, quando io venni, sei stata investita dallo Spirito del Signore e che hai profetizzato ci che il mondo ignora. Dimmi, che dovr fare per salvare il mondo la mia Creatura? I Profeti... Oh! i Profeti che dicono del Salvatore! Isaia... ricordi Isaia? Egli lUomo dei dolori. Per le sue lividure noi siamo sanati. Egli stato trafitto e piagato per le nostre scelleratezze... Il Signore volle consumarlo coi patimenti.... Dopo la condanna fu innalzato.... Di quale innalzamento parla? Lo chiamano Agnello e io penso... io penso allagnello pasquale, allagnello mosaico, e connetto questo al serpente innalzato da Mos su una croce. Elisabetta!... Che faranno alla mia Creatura? Che dovr patire per salvare il mondo? Maria piange. Elisabetta la consola. Maria, non piangere. E tuo Figlio, ma anche Figlio di Dio. Dio penser al suo Figlio, e a te che gli sei Madre. E se tanti saranno con Lui crudeli, tanti lo ameranno. Tanti!... Per i secoli dei secoli. Il mondo guarder al tuo Nato e benedir te con Lui. Te, sorgente da cui sgorga redenzione. La sorte del tuo Figlio! Innalzato a Re di tutto il creato. Pensa a questo, Maria. Re, perch avr riscattato tutto il creato e, come tale, ne sar Re universale. E anche sulla terra, nel

tempo, sar amato. Il mio nato preceder il tuo e lamer. Lha detto langelo a Zaccaria. Egli me lo ha scritto... Ah! che dolore vederlo muto, il mio Zaccaria! Ma io spero che quando il bambino sar nato, anche il padre sar liberato dal suo castigo. Prega tu che sei la sede della potenza di Dio e la causa della letizia del mondo. Per ottenere questo, come posso, offro al Signore la mia creatura: perch sua, avendola Egli prestata alla sua serva per darle la gioia dessere chiamata madre. E la testimonianza di quanto Dio mi ha fatto. Voglio si chiami Giovanni. Non forse una grazia, egli, il mio bambino? E non Dio che me lha fatta? E Dio, io pure ne sono convinta, ti far la grazia. Io pregher.. con te. Ho tanto dolore nel vederlo muto!... . Elisabetta piange. Quando scrive, perch non mi pu pi parlare, mi pare che mari e monti siano fra me e il mio Zaccaria. Dopo tanti anni di dolci parole, ora sempre silenzio dalla sua bocca. E ora, in specie, in cui sarebbe cos bello parlare di quello che ha da venire. Mi trattengo persino dal parlare per non vedere lui che si affatica a gesti a rispondermi. Ho tanto pianto! Quanto ti ho desiderata! Il paese guarda, chiacchiera e critica. Il mondo cos. E quando si ha un dolore o una gioia, si ha bisogno di chi capisce, non di chi critica. Ora mi pare che la vita sia tutta migliore. Sento la gioia in me da quando tu sei con me. Sento che la mia prova sta per essere superata e che presto sar del tutto felice. Sar cos, non vero? Io mi rassegno a tutto. Ma se Dio perdonasse al mio sposo! Poterlo sentire pregare da capo! Maria laccarezza e conforta e la invita, per distrarla, ad uscire un poco nel giardino assolato. Vanno sotto una pergola ben curata sino ad una torretta rustica, nei cui buchi nidificano i colombi. Maria sparge il becchime ridendo, perch i colombi le si precipitano addosso con un gran tubare e uno svolazzio che le fa cerchi di iridescenze intorno. Sul capo, sulle spalle, sulle braccia e le mani le si posano, allungando i becchi rosei per carpirle i granelli dallincavo delle mani, becchettando con grazia le rosee labbra della Vergine e i denti che le brillano al sole. Maria attinge da un sacchetto il grano biondo e ride in mezzo a quella giostra di avidit invadente. Come ti vogliono bene! dice Elisabetta. Sono pochi giorni che sei con noi e ti amano pi di quanto non amino me che li ho sempre curati. La passeggiata prosegue sino ad un recinto chiuso, in fondo al frutteto, dove sono una ventina di caprette coi loro caprettini. Sei tornato dal pascolo? chiede Maria ad un piccolo pastore che accarezza. S, perch mio padre mi ha detto: Va' a casa, ch fra poco piove e vi sono pecore prossime a figliare. Fa' che abbiano erba asciutta e lettiera pronta. Egli l che viene. E accenna oltre il bosco, da cui viene un belo tremulo. Maria accarezza un caprettino biondo come un bambino, che le si strofina contro, e insieme ad Elisabetta beve del latte appena munto che il pastorello le offre. Giungono le pecore con un pastore irsuto come un orso. Ma deve essere un buon uomo, perch porta sulle spalle una pecora che si lamenta. La posa piano e spiega: Sta per aver lagnello. Non poteva pi camminare che a fatica. Me la sono caricata addosso. Ho fatto tutta una corsa per fare a tempo. La pecora, zoppicante per i dolori, viene condotta nellovile dal bambino. Maria si seduta su un sasso e scherza coi caprettini e gli agnelli, offrendo fiori di trifoglio ai loro musetti rosei. Un caprettino bianco e nero le mette le zampette su una spalla e le fiuta i capelli. Non pane ride Maria. Domani te ne porto una crosta. Sta' buono, ora. Anche Elisabetta, rasserenata, ride. Vedo Maria che fila svelta sotto la pergola, dove luva aumenta il suo volume. Deve essere passato del tempo, perch gi le mele cominciano ad arrossire sulle piante e le api ronzano presso i fiori del fico gi maturi. Elisabetta tutt'affatto grossa e cammina pesantemente. Maria la guarda con attenzione e amore. Anche Maria, quando si alza per raccogliere il fuso che le caduto lontano, appare pi rotonda nei fianchi, e lespressione del volto mutata. Pi matura. Prima era una bambina, ora la donna. Le donne entrano in casa, perch la sera cala e nella stanza vengono accese le lampade. In attesa della cena, Maria tesse. Ma non ti stanca proprio? chiede Elisabetta accennando al telaio.

No. Siine sicura. A me questo caldo mi spossa. Non ho pi sofferto, ma ora il peso forte per le mie vecchie reni. Ftti coraggio. Presto sarai liberata. Come sarai felice, allora! Io non vedo lora di esser madre. Il mio Bambino! Il mio Ges! Come sar? Bello come te, Maria. Ho! no! Pi bello! Egli Dio. Io sono la sua serva. Ma dicevo: sar biondo o sar bruno? Avr gli occhi come il cielo sereno o come quelli dei cervi delle montagne? Io me lo figuro pi bello di un cherubino, coi capelli ricci e color delloro, con gli occhi del color del nostro mare di Galilea quando le stelle cominciano ad affacciarsi al confine del cielo, una bocchina piccina e rossa come il taglio di una melagrana che appena crepa per il maturar di sole, e per gote, ecco, un roseo come questo di questa pallida rosa, e due manine che starebbero nel cavo di un giglio tanto sono piccine e belle, e due pedini da starmi nel cavo della mano, e morbidi e lisci pi di petalo di fiore. Vedi. Io presto allidea che mi son fatta di Lui tutte le bellezze che mi suggerisce la terra. E sento la sua voce. Sar, nel pianto -perch un poco pianger per fame o per sonno il mio Bambino, e sar sempre un gran dolore per la sua Mamma, che non potr, oh! non potr sentirlo piangere senza averne il cuore trapassato- sar, nel pianto, come quel belato, che ora viene, di agnellino di poche ore, che cerca la mammella e il caldo del vello materno per dormire. Sar, nel riso che mi empir di cielo il cuore innamorato della mia Creatura -posso essere innamorata di Lui, perch il mio Dio ed amarlo da amante non contravvenire alla mia consacrata verginit- sar, nel riso, come questo festoso tubare di colombino, felice per essere sazio e contento sul tepido nido. Lo penso ai suoi primi passi... un uccellino saltellante su un prato fiorito. Il prato sar il cuore della sua Mamma, che star sotto ai suoi piedini di rosa con tutto il suo amore per non fargli incontrare nulla che gli dia dolore. Come lo amer, il mio Bambino! Il Figlio mio! Anche Giuseppe lo amer! Ma dovrai pur dirglielo a Giuseppe! Maria si oscura e sospira. Dovr pur dirglielo... Avrei voluto glielo avesse a dire il Cielo, perch molto difficile a dirsi. Vuoi che glielo dica io? Lo facciamo venire per la circoncisione di Giovanni... No. Ho rimesso a Dio lincarico di istruirlo sulla sua sorte felice di nutrizio del Figlio di Dio, ed Egli lo far. Lo Spirito mi ha detto quella sera: Taci. Affida a Me il compito di giustificarti. E lo far. Dio non mente mai. E una grande prova. Ma con laiuto dellEterno sar superata. Dalla mia bocca nessuno, fuorch te a cui lo Spirito lha rivelato, deve sapere quanto la benignit del Signore ha fatto alla sua serva. Ho sempre taciuto anche con Zaccaria, che ne avrebbe giubilato. Egli ti crede madre secondo natura. Lo so. E cos volli per prudenza. I segreti di Dio sono santi. Langelo del Signore non aveva rivelato a Zaccaria la mia maternit divina. Avrebbe potuto farlo, se Dio lavesse voluto, perch Dio sapeva che gi era imminente il tempo dellIncarnazione del suo Verbo in Me. Ma Dio ha tenuto nascosta questa luce di gioia a Zaccaria, che respingeva come impossibile cosa la vostra figliolanza tardiva. Mi sono uniformata al volere di Dio. E, lo vedi. Tu hai sentito il segreto vivente in me. Egli nulla ha avvertito. Finch non cadr il diaframma della sua incredulit davanti alla potenza di Dio, egli sar separato dalle luci soprannaturali. Elisabetta sospira e tace. Entra Zaccaria. Offre dei rotoli a Maria. E lora della preghiera prima di cena. E Maria che prega ad alta voce al posto di Zaccaria. Poi siedono a mensa. Quando non ci sarai pi, come rimpiangeremo di non avere pi chi prega per noi dice Elisabetta guardando il suo muto. Tu pregherai, allora, Zaccaria dice Maria. Egli scuote il capo e scrive: Non potr mai pi pregare per gli altri. Ne sono divenuto indegno da quando ho dubitato di Dio. Zaccaria, tu pregherai. Dio perdona. Il vecchio si asciuga una lacrima e sospira. Dopo la cena Maria torna al telaio.

Basta! dice Elisabetta Ti stanchi troppo! Il tempo prossimo, Elisabetta. Voglio fare al tuo bambino un corredo degno di colui che precede il Re della stirpe di Davide. Zaccaria scrive: Da chi nascer Egli? E dove ? Maria risponde: Dove i Profeti hanno detto e da chi lEterno sceglier. Tutto ben fatto ci che il nostro Signore Altissimo fa. Zaccaria scrive: A Betlem dunque! In Giudea. Landremo a venerare, donna. Verrai anche tu con Giuseppe a Betlem. Maria, curvando il capo sul telaio: Verr. La visone cessa cos Dice Maria: La prima delle carit di prossimo va esercitata verso il prossimo. Non ti paia un giuoco di parole. La carit si ha verso Dio e verso il prossimo. Nella carit verso il prossimo compresa anche quella che va a noi. Ma se ci amiamo pi degli altri, non siamo pi caritatevoli. Siamo egoisti. Anche nelle cose lecite occorre essere tanto santi da dare sempre la precedenza ai bisogni del prossimo nostro. State sicuri, figli, che Dio ai generosi supplisce con mezzi della sua potenza e bont. Questa certezza mi ha spinta a Ebron per sovvenire la parente nel suo stato. E alla mia attenzione di soccorso umano, Dio, dando oltre misura come Egli usa, unisce un impensato dono di soccorso soprannaturale. Io vado per portare aiuto materiale, e Dio santifica la mia retta intenzione col fare, di essa, santificazione del frutto del seno di Elisabetta e, attraverso a questa santificazione, per cui il Battista fu presantificato, annullare la sofferenza fisica della matura figlia dEva concepente ad et inusata. Elisabetta, donna di fede intrepida e di fiducioso abbandono al volere di Dio, merita di comprendere il mistero chiuso in me. Lo Spirito le parla attraverso il balzare del suo seno. Il Battista ha pronunciato il suo primo discorso di Annunziatore del Verbo attraverso i veli e i diaframmi di vene e di carne, che lo separano e insieme lo uniscono alla sua santa genitrice. N io nego, a lei che ne degna e alla quale la Luce si svela, la mia qualit di Madre del Signore. Negarla sarebbe stato negare a Dio la lode che era giusto dargli, la lode che portavo in me e che, non potendola dire ad alcuno, dicevo alle erbe, ai fiori, alle stelle, al sole, ai canori uccelli e alle pazienti pecore, alle acque canterine e alla luce doro che mi baciava scendendo dal cielo. Ma pregare in due pi dolce che dire da sole la nostra preghiera. Avrei voluto che tutto il mondo sapesse la mia sorte, non per me, ma perch a me si unisse per lodare il mio Signore. La prudenza mi ha vietato di rivelare a Zaccaria la verit. Sarebbe stato andare oltre lopera di Dio. E se io ero la sua Sposa e Madre, ero sempre la sua serva e non dovevo, perch Egli mi aveva amata oltre misura, permettermi di sostituirmi a Lui e di superarlo in un decreto. Elisabetta, nella sua santit, comprende e tace. Perch chi santo sempre remissivo e umile. Il dono di Dio deve farci sempre pi buoni. Pi da Lui riceviamo e pi dobbiamo dare. Perch pi riceviamo e pi segno che Egli in noi e con noi. E pi Egli in noi e con noi, e pi noi dobbiamo sforzarci a raggiungere la sua perfezione. Ecco perch io, posponendo il mio lavoro, lavoro per Elisabetta. Non mi lascio prendere dalla paura di non avere tempo. Dio padrone del tempo. A chi spera in Lui, anche nelle cose usuali, Egli provvede. Legoismo non affretta, ritarda. La carit non ritarda, affretta. Tenetevelo sempre presente. Quanta pace nella casa di Elisabetta! Se non avessi avuto il pensiero di Giuseppe e quello, quello, quello del mio Bambino che era il Redentore del mondo, sarei stata felice. Ma gi la Croce gettava la sua ombra sulla mia vita e, come suono funebre, sentivo le voci dei Profeti.... Mi chiamavo Maria. Lamarezza era sempre mescolata alle dolcezze che Dio versava nel mio cuore. Ed sempre andata aumentando sino alla morte del Figlio mio. Ma quando Dio ci chiama, Maria, ad una sorte di vittime per il suo onore, oh! dolce esser frante come grano nella mola, per fare del nostro dolore il pane che corrobora i deboli e l fa capaci di raggiungere il Cielo. Ora basta. Sei stanca e beata. Riposa con la mia benedizione.

23. Nascita di Giovanni Battista. Ogni sofferenza si placa sul seno di Maria. 3 aprile 1944. In mezzo alle ripugnati cose che ci offre il mondo di ora, scende dal Cielo -e non so come lo possa fare, dato che io sono come un fuscello in preda al vento in questi continui urti contro la malvagit umana, cos discorde da quanto vive in me- scende dal Cielo questa visione di pace. Ancora e sempre la casa di Elisabetta. In una bella sera d'estate, ancor chiara di un ultimo sole e pur gi ornata nel cielo da un arco falcato di luna, che pare una virgola dargento messa su un gran drappo azzurro intenso. I rosai odorano fortemente e le api fanno gli ultimi voli, gocce doro ronzanti nellaria cheta e calda della sera. Dai prati viene un grande odore di fieni asciugati al sole, un odor di pane quasi, di pane caldo, appena sfornato. Forse viene anche dai molti teli stesi ad asciugare per ogni dove e che ora Sara piega. Maria passeggia dando il braccio alla cugina. Adagio adagio vanno su e gi, sotto la pergola semioscura. Ma Maria ha occhio a tutto e, pur occupandosi di Elisabetta, vede che Sara impicciata a ripiegare un lungo telo che ha tolto da una siepe. Attendimi qui seduta dice alla parente. E va ad aiutare la vecchia servente, tirando la tela per raddrizzarla e piegandola poi con cura. Sanno ancora di sole, sono caldi dice con un sorriso. E per far felice la donna aggiunge: Questa tela, dopo la tua imbiancatura, diventata bella quanto mai. Non ci sei che te che sai fare cos bene. Sara se ne va gongolante col suo carico di tele fragranti. Maria torna da Elisabetta e dice: Ancora un pochino di passi. Ti faranno bene. E siccome Elisabetta, stanca, non vorrebbe muoversi, le dice: Andiamo soltanto a vedere se i tuoi colombi sono tutti nei loro nidi e se lacqua della loro vasca monda. Poi torniamo a casa. I colombi devono essere i prediletti di Elisabetta. Quando sono davanti alla rustica torretta dove i colombi sono tutti raccolti -le femmine nelle cove, i maschi davanti alle stesse e non si muovono, ma vedendo le due donne hanno ancora un cruccolio di saluto- Elisabetta si commuove. La debolezza del suo stato la soverchia le d dei timori che la fanno piangere. Si appalesa alla cugina. Se avessi a morire... poveri colombini miei! Tu non resti. Restassi tu nella mia casa, non mi importerebbe di morire. Ho avuto il massimo di gioia che donna possa avere, una gioia che mero rassegnata a non conoscere mai, ed anche della morte non posso lamentarmi col Signore perch Egli, ne sia benedetto, mi ha colmata della sua benignit. Ma c Zaccaria... e ci sar il bambino. Uno vecchio e che si troverebbe come perduto in un deserto senza la sua donna. Laltro cos piccino che sarebbe come fiore destinato a morir di gelo perch senza la sua mamma. Povero bambino senza le carezze della madre!... Ma perch triste cos? Dio ti ha dato la gioia desser madre, n te la lever quando essa piena. Il piccolo Giovanni avr tutti i baci della mamma e Zaccaria tutte le cure della sposa fedele sino alla sua tarda vecchiezza. Uno non morr lasciando laltro solo. Tu sei buona e mi conforti. Ma io sono vecchia tanto per avere un figlio. Ed ora che sto per averlo ho paura. Oh! no! C qui Ges! Non bisogna avere paura dove Ges. Il mio Bambino ti ha levato la sofferenza, tu lhai detto, quando era come un boccio appena formato. Ora che sempre pi si completa e gi vive come creatura mia -ne sento battere il cuoricino nella mia gola e mi par di avere posato su essa un uccellino di nido dal cuoricino pulsante leggero- lever da te ogni pericolo. Devi aver fede. Ne ho. Ma se morissi... non lasciare subito il mio Zaccaria. So che pensi alla tua casa. Ma resta un poco ancora. Per aiutare l'uomo mio nel primo dolore. Io rester per bearmi della tua e della sua gioia, e ti lascer quando sarai forte e lieta. Ma stai quieta, Elisabetta. Tutto andr bene. La tua casa non soffrir di nulla mentre tu soffrirai. Zaccaria

sar servito dalla pi amorosa ancella, i tuoi fiori saranno curati, e curati i colombi, e li troverai, questi e quelli, lieti e belli per far festa alla ben tornata padrona. Rientriamo, ora, perch tu impallidisci.... S, mi pare di soffrire di nuovo. Forse lora giunta. Maria, prega per me. Ti sorregger con la preghiera finch il tuo travaglio non sar finito in gioia. E le due donne rientrano lentamente in casa. Elisabetta si ritira nelle sue stanze. Maria, destra e previdente, d ordini e prepara tutto quanto pu occorrere, e conforta Zaccaria impensierito. Nella casa, che veglia in questa notte e dove ci sono voci estranee di donne chiamate in aiuto, Maria resta vigile come un faro in una notte di tempesta. Tutta a casa gravita su Lei. Ed Ella, dolce e sorridente, provvede a tutto. E prega. Quando non chiamata per questo o per quello, Ella si raccoglie in preghiera. E nella stanza dove si raccoglievano sempre per i pasti e per il lavoro. E con Lei Zaccaria, che sospira e passeggia turbato. Hanno gi pregato insieme. Poi Maria ha continuato a pregare. Anche ora che il vecchio, stanco, si seduto sul suo seggiolone presso la tavola e tace sonnacchioso, Ella prega. E quando lo vede dormire del tutto, col capo sulle braccia conserte appoggiate al tavolo, Ella si slaccia i sandali per far meno rumore e cammina scalza e, facendo meno chiasso di quanto pu farne una farfalla aggirandosi per una camera, Ella prende il mantello di Zaccaria e glielo stende sopra con una leggerezza tale che egli continua a dormire nel tepore della lana che lo difende dal fresco notturno, che entra a sbuffi dalla porta di sovente aperta. Poi torna a pregare. E sempre pi intensamente prega, in ginocchio, a braccia alzate, quando il lamento della sofferente si fa pi acuto. Sara entra e le fa cenno di uscire. Maria esce, coi suoi piedi scalzi, nel giardino. La padrona vi vuole dice. Vengo e Maria cammina lungo la casa, sale la scala... Pare un angelo bianco che si aggiri nella notte quieta e piena di astri. Entra da Elisabetta. Oh! Maria! Maria! Quanto dolore! Non ne posso pi, Maria! Quanto dolore si deve soffrire per esser madre! Maria prende le due mani rugose e gonfie e se le posa sulladdome arrotondato, tenendole premute con le sue manine lisce e sottili. E parla piano, ora che sono sole: Ges l che ti sente e vede. Confida, Elisabetta. Il suo cuore santo batte pi forte, poich Egli ora opera per il tuo bene. Lo sento palpitare come lo avesse fra mano e mano. Io le capisco le parole di palpito che mi dice il mio Bambino. Egli ora mi dice: Di' alla donna che non tema. Ancora un poco di dolore. E poi, col primo sole, fra le tante rose che aspettano quel raggio mattutino per aprirsi sullo stelo, la sua casa avr la rosa pi bella, e sar Giovanni, il mio Precursore. Elisabetta posa anche il volto sul seno di Maria e piange piano. Maria sta qualche tempo cos, poich pare che il dolore si assopisca in una sosta di ristoro. E accenna a tutti di star quieti. Resta in piedi, bianca e bella nel tenue chiarore di un lume ad olio, come un angelo presso chi soffre. Prega. La vedo muovere le labbra. Ma anche se non le vedessi muovere, capirei che prega dallespressione rapita del viso. Il tempo passa. E il dolore riprende Elisabetta. Maria la bacia nuovamente e su ritira. Scende svelta nel raggio di luna e corre a vedere se il vecchio dorme ancora. Dorme, e geme nel sonno. Maria ha un gesto di piet. Si rimette a pregare. Passa il tempo. Il vecchio si scuote dal suo sonno ed alza un volto confuso, come di chi mal si sovviene perch l. Poi ricorda. Ha un gesto ed una esclamazione gutturale. Poi scrive: Non nato ancora? Maria fa un gesto di diniego. Zaccaria scrive: Quanto dolore! Povera donna mia! Riuscir senza morirne? Maria prende la mano del vecchio e lo rassicura: Allalba, fra poco, il bambino sar nato. Tutto andr bene. Elisabetta forte. Come sar bello questo giorno -poich fra poco giorno- in cui il tuo bambino vedr la luce! Il pi bello della tua vita! Grazie grandi ha in serbo per te il Signore, e il tuo bambino ne lannunziatore. Zaccaria scuote il capo mestamente e accenna alla sua bocca muta. Vorrebbe dire tante cose e non pu. Maria comprende e risponde: Il Signore far completa la tua gioia. Credi in Lui completamente,

spera infinitamente, ama totalmente. LAltissimo ti esaudir pi che tu non osi sperarlo. Egli vuole questa tua fede totale a lavacro della tua diffidenza passata. D nel tuo cuore, con me: Credo. Dillo ad ogni battito del cuore. I tesori di Dio si aprono a chi crede in Lui e nella sua potente bont. La luce comincia a penetrare dalla porta socchiusa. Maria lapre. Lalba fa tutta bianca la terra rugiadosa. C un grande odore di terra umida e di verde, e i primi zirli di uccelli si chiamano da ramo a ramo. Il vecchio e Maria vanno sulla porta. Sono pallidi per la notte insonne e la luce dellalba li fa ancor pi pallidi. Maria si rimette i suoi sandali e va ai piedi della scala e ascolta. E quando una donna si affaccia, accenna e poi torna. Nulla ancora. Maria va in una stanza e torna con del latte caldo che fa bere al vecchio, va dai colombi, torna a scomparire in quella stanza. Forse la cucina. Gira, sorveglia. Pare abbia dormito il pi bel sonno, tanto svelta e serena. Zaccaria passeggia nervosamente su e gi per il giardino. Maria lo guarda con piet. Poi entra di nuovo nella stanza solita e, inginocchiata presso il suo telaio, prega intensamente, perch il lagno della sofferente si fa pi acuto. Si curva fino a terra per supplicare lEterno. Zaccaria rientra e la vede cos prostrata e piange, il povero vecchio. Maria si alza e lo prende per mano. E tanto pi giovane, ma pare Lei la mamma di quella vecchiezza desolata, e versa su essa i suoi conforti. Stanno cos luno presso laltra nel sole che fa rosea laria del mattino, e cos li raggiunge lannuncio festante: E nato! E nato! Un maschio! Padre felice! Un maschio florido come una rosa, bello come il sole, forte e buono come la madre. Gioia a te, padre benedetto dal Signore, che un figlio ti ha dato perch tu lo offra al suo Tempio. Gloria a Dio, che ha concesso posterit a questa casa! Benedizione a te e al figlio che ti nato! Possa la tua progenie perpetuare il tuo nome nei secoli dei secoli per generazioni e generazioni, e sia sempre in alleanza col Signore eterno. Maria con lacrime di gioia benedice il Signore. E poi i due ricevono il piccolo, portato al padre perch lo benedica. Zaccaria non va da Elisabetta. Riceve il bambino, che strilla come un disperato, ma non va dalla moglie. Ci va Maria, portando con amore il piccino, il quale tace subito non appena Lei lo prende fra le braccia. La comare che la segue nota il fatto. Donna dice a Elisabetta, il tuo bambino ha subito taciuto quando Ella lo ha preso. Guarda come dorme quieto. E lo sa il Cielo quanto inquieto e forte. Ora guarda! Pare un colombino! Maria posa la creatura presso la madre e la carezza ravviandole i capelli grigi. La rosa nata le dice piano. E tu sei viva. Zaccaria felice. Parla? Non ancora. Ma spera nel Signore. Riposa adesso. Io sto con te. Dice Maria: Se la mia presenza aveva santificato il Battista, non aveva levato ad Elisabetta la condanna venuta da Eva. Tu darai dei figli con dolore aveva detto lEterno. Io sola, senza macchia e che non avevo avuto coniugio umano, fui esente dal generare con dolore. La tristezza e il dolore sono i frutti della colpa. Io, che ero lIncolpevole, dovetti conoscere anche il dolore e la tristezza, perch ero la Corredentrice. Ma non conobbi lo strazio del generare. No. Non conobbi questo strazio. Ma credimi, o figlia, che non vi fu n vi sar mai strazio di puerperio simile al mio di Martire di una Maternit spirituale che si compita sul pi duro letto, quello della mia croce, ai piedi del patibolo del Figlio che mi moriva. E quale la madre che si trovi costretta a generare in tal modo? A mescolare lo strazio delle viscere, che si lacerano per i rantoli della sua Creatura morente, a quello delle viscere che si convellono per dover superare lorrore di dover dire: Vi amo. Venite a me che vi son Madre agli uccisori del Figlio nato dal pi sublime amore che abbia mai visto il Cielo, dallamore di un Dio con una vergine, dal bacio di Fuoco, dallabbraccio di Luce che si fecero Carne, e di un seno di donna fecero il Tabernacolo di Dio? Quale dolore per esser madre! dice Elisabetta. Tanto! Ma un nulla rispetto al mio.

Lasciami mettere le mani sul tuo seno. Oh! se nel vostro soffrire mi chiedeste sempre questo! Io sono leterna Portatrice di Ges. Egli nel seno mio, come tu lo hai visto lo scorso anno, come Ostia nellostensorio. Chi viene a me, Lui trova. Chi a me si appoggia, Lui tocca. Chi a me si volge, con Lui parla. Io sono la sua veste. Egli lanima mia. Pi, pi ancora unito, ora, di quanto non fosse nei nove mesi che mi cresceva in seno, il Figlio mio unito alla sua Mamma. E si assopisce ogni dolore, e fiorisce ogni speranza, e fluisce ogni grazia a chi viene a me e mi posa il suo capo sul seno. Io prego per voi. Ricordatevelo. La beatitudine desser nel Cielo, vivente nel raggio di Dio, non mi smemora dai miei figli che soffrono sulla terra. Ed io prego. Tutto il Cielo prega. Poich il Cielo ama. Il Cielo carit che vive. E la carit ha piet di voi. Ma, non ci fossi che io, vi sarebbe gi sufficiente preghiera per i bisogni di chi spera in Dio. Poich io non cesso di pregare per voi tutti, santi e malvagi, per dare ai santi la gioia, per dare ai malvagi il pentimento che salva. Venite, venite, o figli del mio dolore. Vi attendo ai piedi della Croce per darvi grazia.

24. Circoncisione di Giovanni Battista. Maria Sorgente di Grazia per chi accoglie la Luce. 4 aprile 1944. Vedo la casa in festa. E il giorno della circoncisione. Maria ha curato che tutto sia bello ed in ordine. Le stanze splendono di luce, e le stoffe pi belle, i pi begli arredi splendono per ogni dove. Vi molta gente. Maria si muove agile fra i gruppi, tutta bella nella sua pi bella veste bianca. Elisabetta, riverita come una matrona, gode felice la sua festa. Il bambino le posa in grembo, sazio di latte. Viene lora della circoncisione. Zaccaria lo chiameremo. Tu sei vecchio. E bene che il tuo nome sia dato al bambino dicono gli uomini. No davvero! esclama la madre. Il suo nome Giovanni. Deve testimoniare, il suo nome, della potenza di Dio. Ma quando mai vi fu un Giovanni nella vostra parentela? Non importa. Egli deve chiamarsi Giovanni. Che dici, Zaccaria? Vuoi il tuo nome, non vero? Zaccaria fa cenni di diniego. Prende la tavoletta e scrive: Il suo nome Giovanni e, appena finito di scrivere, aggiunge con la sua lingua liberata: poich Dio ha fatto grande grazia a me suo padre e alla madre sua e a questo suo novello servo, che consumer la sua vita per la gloria del Signore e grande sar chiamato nei secoli e agli occhi di Dio, perch passer convertendo i cuori al Signore altissimo. Langelo lha detto ed io non lho creduto. Ma ora credo e la Luce si fa in me. Ella fra noi e voi non la vedete. La sua sorte sar di non essere veduta, perch gli uomini hanno lo spirito ingombro e pigro. Ma il figlio mio la vedr e parler di Lei e a Lei volger i cuori dei giusti dIsraele. Oh! beati coloro che ad essa crederanno e crederanno sempre alla Parola del Signore. E Tu benedetto Signore eterno, Dio dIsraele, perch hai visitato e redento il tuo popolo suscitandoci un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo. Come promettesti per bocca dei santi Profeti, fin dai tempi antichi, di liberarci dai nostri nemici e dalle mani di quelli che ci odiano, per esercitare la tua misericordia verso i nostri padri e mostrarti memore della tua santa alleanza. Questo il giuramento che facesti ad Abramo nostro padre: di concederci che senza timore, liberi dalle mani dei nostri nemici, noi serviamo Te con santit e giustizia nel tuo cospetto per tutta la vita e continua fino alla fine. (Ho scritto fin qui perch, come vede, Zaccaria si volge direttamente a Dio) I presenti stupiscono. E del nome, e del miracolo, e delle parole di Zaccaria. Elisabetta, che alla prima parola di Zaccaria ha avuto un urlo di gioia, ora piange tenendosi abbracciata a Maria, che la carezza felice.

Non vedo la circoncisione. Vedo solo riportare Giovanni strillante disperato. Neppure il latte della mamma lo calma. Scalcia come un puledrino. Ma Maria lo prende e lo ninna, ed egli tace e si mette buono. Ma guardate! dice Sara. Egli non tace altro che quando Ella lo piglia! La gente se ne va lentamente. Nella stanza restano unicamente Maria col piccino fra le braccia e Elisabetta beata. Entra Zaccaria e chiude la porta. Guarda Maria con le lacrime agli occhi. Vuol parlare. Poi tace. Si avanza. Si inginocchia davanti a Maria. Benedici il misero servo del Signore le dice. Benedicilo poich tu lo puoi fare, tu che lo porti in seno. La parola di Dio mi ha parlato quando io ho riconosciuto il mio errore ed ho creduto a tutto quanto mera stato detto. Io vedo te e la tua felice sorte. Io adoro in te il Dio di Giacobbe. Tu, mio primo Tempio, dove il ritornato sacerdote pu novellamente pregare lEterno. Te benedetta, che hai ottenuto grazia per il mondo e porti ad esso il Salvatore. Perdona al tuo servo se non ha visto prima la tua maest. Tutte le grazie tu ci hai portato con la tua venuta, ch dove Tu vai, o Piena di Grazia, Dio opera i suoi prodigi, e sante son quelle mura in cui entri, sante si fan le orecchie che intendono la tua voce e le carni che tu tocchi. Santi i cuori, poich Tu dai Grazia, Madre dellAltissimo, Vergine profetizzata e attesa per dare al popolo di Dio il Salvatore. Maria sorride, accesa da umilt. E parla: Lode al Signore. A Lui solo. Da Lui, non da me viene ogni grazia. Ed Egli te la largisce perch tu lo ami e lo serva in perfezione, nei restanti anni, per meritare il suo Regno che il Figlio mio aprir ai Patriarchi, ai Profeti, ai giusti del Signore. E tu, ora che puoi pregare davanti al Santo, prega per la serva dellAltissimo. Ch esser Madre del Figlio di Dio sorte beata, esser Madre del Redentore deve esser sorte di dolore atroce. Prega per me, che ora per ora sento crescere il mio peso di dolore. E tutta una vita dovr portarlo. E se anche non ne vedo i particolari, sento che sar pi peso che se su queste mie spalle di donna si posasse il mondo ed io lo avessi ad offrire al Cielo. Io, io sola, povera donna! Il mio Bambino! Il Figlio mio! Ah! che ora il tuo non piange se io lo cullo. Ma potr io cullare il mio per calmargli il dolore?... Prega per me, sacerdote di Dio. Il mio cuore trema come fiore sotto la bufera. Guardo gli uomini e li amo. Ma vedo dietro i loro volti apparire il Nemico e farli nemici a Dio, a Ges Figlio mio... E la visione cessa col pallore di Maria e le sue lacrime che le fanno lucido lo sguardo.

Dice Maria: A chi riconosce il suo fallo e se ne pente e accusa con umilt e cuor sincero, Dio perdona. Non perdona soltanto, compensa. Oh! il mio Signore quanto buono con chi umile e sincero! Con chi crede in Lui e a Lui si affida! Sgombrate il vostro spirito da quanto lo rende ingombro e pigro. Fatelo disposto ad accogliere la Luce. Come faro nelle tenebre, Essa guida e conforto santo. Amicizia con Dio, beatitudine dei suoi fedeli, ricchezza che nessuna altra cosa uguaglia, chi ti possiede non mai solo n sente lamaro della disperazione. Non annulli il dolore, santa amicizia, perch il dolore fu sorte di un Dio incarnato e pu esser sorte delluomo. Ma rendi questo dolore dolce nel suo amaro e vi mescoli una luce e una carezza che, come tocco celeste. sollevano la croce. E quando la Bont Divina vi d una grazia, usate del bene ricevuto per dare gloria a Dio. Non siate dei folli che di un oggetto buono si fanno arma nociva, o come i prodighi che di una ricchezza si fanno una miseria. Troppo dolore mi date, o figli, dietro ai cui volti vedo apparire il Nemico, colui che si scaglia contro il mio Ges. Troppo dolore! Vorrei essere per tutti la Sorgente della Grazia. Ma troppi fra voi la Grazia non vogliono. Chiedete grazie ma con lanima priva di Grazia. E come pu la Grazia soccorrervi se voi le siete nemici? Il grande mistero del Venerd Santo si approssima. Tutto nei templi lo ricorda e celebra. Ma occorre celebrarlo e ricordarlo nei vostri cuori e battersi il petto, come coloro che scendevano dal Golgota, e dire: Costui realmente il Figlio di Dio, il Salvatore, e dire: Ges, per il tuo Nome, salvaci, e dire: Padre perdonaci. E dire infine: Signore, io non son degno. Ma se Tu mi perdoni e vieni a me, la mia anima sar guarita ed io non voglio, no, non voglio pi peccare, per non tornare ammalato e in odio a Te. Pregate, figli, con le parole del Figlio mio. Dite al Padre pei vostri nemici: Padre, perdona loro. Chiamate il Padre che si ritirato sdegnato dei vostri errori: Padre, Padre, perch mi hai Tu abbandonato? Io sono peccatore. Ma se Tu mi abbandoni, perir. Torna, Padre Santo, che io mi salvi. Affidate, allUnico che lo pu conservare illeso dal demonio, il vostro eterno bene, lo spirito vostro: Padre, nelle tue mani confido lo spirito mio. Oh! che se umilmente e amorosamente cedete il vostro spirito a Dio, Egli ve lo conduce come un padre il suo piccino, n permette che nulla allo spirito vostro faccia male. Ges, nelle sue agonie, ha pregato per insegnarvi a pregare. Io ve lo ricordo in questi giorni di Passione. E tu, Maria, tu che vedi la mia gioia di Madre e te ne estasi, pensa e ricorda che ho posseduto Dio attraverso ad un dolore sempre crescente. E sceso in me col Germe di Dio e come albero gigante cresciuto sino a toccare il Cielo con la vetta e linferno con le radici, quando ricevetti nel grembo la spoglia esanime della Carne della mia carne, e ne vidi e numerai gli strazi e ne toccai il Cuore squarciato per consumare il Dolore sino allultima stilla.

25. Presentazione di Giovanni Battista al Tempio e partenza di Maria. La Passione di Giuseppe. 5-6 aprile 1944. Nella notte tra il mercoled e il gioved della settimana santa, vedo cos. Da un comodo carro, al quale legato anche il somarello di Maria, vedo scendere Zaccaria, Elisabetta e Maria con in braccio il piccolo Giovanni, e Samuele con un agnello e una cesta col colombo. Scendono davanti al solito stallaggio, che deve esser la tappa di tutti i pellegrini al Tempio, per depositare le loro cavalcature. Maria chiama lometto che ne padrone e chiede se nessun nazareno giunto nella giornata di ieri o nelle prime ore del mattino. Nessuno, donna risponde il vecchietto. Maria resta stupita, ma non aggiunge altro.

Fa sistemare da Samuele il ciuchino poi raggiunge i due maturi genitori e spiega il ritardo di Giuseppe: Sar stato trattenuto da qualche cosa. Ma oggi verr certo. Riprende il bambino, che aveva consegnato a Elisabetta, e si avviano al Tempio. Zaccaria ricevuto con onore dalle guardie e salutato e complimentato da altri sacerdoti. E tutto bello, oggi, Zaccaria nelle sue vesti sacerdotali e nella sua gioia di padre felice. Pare un patriarca. Penso che Abramo gli doveva somigliare quando gioiva di offrire Isacco al Signore. Vedo la cerimonia della presentazione del nuovo israelita e la purificazione della madre. Ed ancor pi pomposa di quella di Maria, perch per il figlio di un sacerdote i sacerdoti fanno gran festa. Accorrono in massa e si dnno un gran da fare intorno al gruppetto delle donne e del neonato. Anche della gente si accostata curiosa e odo i commenti. Dato che Maria ha sulle braccia linfante mentre si avviano al luogo stabilito, la gente la crede la madre. Ma una donna dice: Non pu essere. Non vedete che Ella incinta? Il bambino non ha pi di pochi giorni ed Ella gi grossa. Eppure dice un altro non pu esser che Ella la madre. Laltra vecchia. Sar una parente. Ma madre a quellet non pu essere. Andiamo loro dietro e vedremo chi ha ragione. E lo stupore diviene ben grande quando si vede che colei che compie il rito della purificazione Elisabetta, la quale offre il suo agnellino belante per lolocausto e il suo colombo per il peccato. La madre quella. Hai visto? No! S! La gente bisbiglia incredula ancora. Bisbiglia tanto che un Ssst! imperioso parte dal gruppo sacerdotale presente al rito. La gente tace un momento, ma bisbiglia pi forte quando Elisabetta, raggiante di santo orgoglio, prende il bambino e si inoltra nel Tempio per farne la presentazione al Signore. E proprio quella. E sempre la madre che lo offre. Che miracolo mai questo? Che sar quel bambino concesso in cos tarda et a quella donna? Qual segno mai questo? Non sapete? dice uno che giunge trafelato. E figlio del sacerdote Zaccaria della stirpe di Aronne, quello che divenne muto mentre offriva lincenso nel Santuario. Mistero! Mistero! E ora parla di nuovo! La nascita del figlio gli ha slegata la lingua. Quale spirito gli avr mai parlato e resa morta la sua lingua per abituarlo al silenzio sui segreti di Dio? Mistero! Quale verit conoscer Zaccaria? Sia il figlio suo il Messia atteso da Israele? In Giudea nato. Ma non a Betlem e non da una vergine. Messia esser non pu. Chi dunque mai? Ma la risposta resta nei silenzi di Dio, e la gente rimane con la sua curiosit. Il cerimoniale compiuto. I sacerdoti festeggiano, ora, anche la madre e il piccino. Lunica poco osservata, anzi schivata quasi con ribrezzo quando si accorgono del suo stato, Maria. Finite tutte le felicitazioni, i pi tornano sulla via, e Maria vuole tornare allo stallaggio per vedere se giunto Giuseppe. Non giunto. Maria resta delusa e pensierosa. Elisabetta si preoccupa per Lei .Fino allora sesta possiamo restare, ma poi dobbiamo partire per essere a casa avanti la prima vigilia. E ancor troppo piccino per stare oltre nella notte. E Maria, calma e mesta: Rester in un cortile del Tempio. Andr dalle mie maestre... Non so. Qualcosa far. Zaccaria interviene con un progetto subito accettato come buona risoluzione. Andiamo dai parenti di Zebedeo. Giuseppe certo l ti cerca e, se non avesse a venire l, ti sar facile trovare chi ti accompagna verso la Galilea, ch in quella casa un continuo andare e venire di pescatori di Genezareth.

Prendono il ciuchino e vanno da questi parenti di Zebedeo, i quali altro non sono che quelli dai quali hanno sostato Giuseppe e Maria or sono quattro mesi. Le ore passano veloci e Giuseppe non compare. Maria domina il suo cruccio ninnando il piccolo, ma si vede che pensierosa. Come per nascondere il suo stato, non si mai levato il manto, nonostante il caldo intenso che fa sudare tutti. Finalmente un gran picchio alla porta annuncia Giuseppe. Il volto di Maria splende rasserenato. Giuseppe la saluta, poich Ella si presenta per prima e lo saluta con riverenza. La benedizione di Dio su te, Maria! E su di te, Giuseppe! E lode al Signore che sei venuto! Ecco, Zaccaria ed Elisabetta stavano per partire, per essere a casa avanti notte. Il tuo messo giunse a Nazareth mentre io ero a Cana per dei lavori. Ieri laltro a sera lo seppi. E subito partii. Ma, per quanto abbia camminato senza sostare, ho fatto tardi, perch sera perso un ferro dellasinello. Perdona! Tu perdona per essere stata tanto tempo lontana da Nazareth! Ma vedi, tanto felici erano davermi seco, che ho voluto accontentarli fino ad ora. Bene hai fatto, Donna. Il bambino dove ? Entrano nella stanza dove Elisabetta che d il latte a Giovanni, avanti di partire. Giuseppe complimenta i genitori per la robustezza del bambino che, staccato dalla mammella per mostrarlo a Giuseppe, strilla e scalcia come lo scorticassero. Ridono tutti davanti alle sue proteste. Anche i parenti di Zebedeo, che sono accorsi portando frutta fresca e latte e pane per tutti e un gran vassoio di pesce, ridono e si uniscono alla conversazione degli altri. Maria parla molto poco. Sta quieta e silenziosa, seduta nel suo angolino con le mani in grembo sotto il suo manto. E, anche quando beve una tazza di latte e mangia un grappolo duva dorata con un poco di pane, poco parla e poco si muove. Guarda Giuseppe con un misto di pena e di indagine. Anche egli la guarda. E dopo qualche tempo, curvandosi sulla sua spalla, le chiede: Sei stanca o soffri? Sei pallida e triste. Ho dolore a separarmi da Giovannino. Gli voglio bene. Lho avuto sul cuore da pochi momenti nato... Giuseppe non chiede altro. Lora della partenza di Zaccaria venuta. Il carro si ferma alla porta e tutti si avviano ad esso. Le due cugine si abbracciano con amore. Mara bacia e ribacia il piccino prima di deporlo sul grembo della madre, gi seduta nel suo carro. Poi saluta Zaccaria e gli chiede la benedizione. Nellinginocchiarsi davanti al sacerdote, il manto le scivola dalle spalle e le forme le appaiono nella luce intensa del pomeriggio estivo. Non so se Giuseppe le noti in questo momento, intento come a salutare Elisabetta. Il carro parte. Giuseppe rientra in casa con Maria, che riprende il suo posto nellangolo semioscuro. Se non ti spiace viaggiare di notte, io proporrei di partire al tramonto. Il caldo forte nel giorno. La notte invece fresca e quieta. Dico per te, per non farti prendere troppo sole. Per me cosa da nulla stare sotto il solleone. Ma tu... Come vuoi, Giuseppe. Credo io pure che sia bene andare di notte. La casa tutta in ordine. E lorticello. Vedrai che bei fiori! Giungi in tempo per vederli tutti fiorire. Il melo, il fico e la vite sono carichi di frutti come non mai, e il melograno ho dovuto sorreggerlo, tanto ha i rami carichi di frutti cos gi formati che mai si vide esser tali in questo tempo. Lulivo poi... Avrai olio in abbondanza. Ha fatto una fiorita miracolosa e non si perso un fiore. Tutti sono gi piccole ulive. Quando saranno mature, la pianta sembrer piena di scure perle. Non c che il tuo orto cos bello in tutta Nazareth. Anche i parenti ne sono stupiti. E Alfeo dice che questo un prodigio. Le tue cure lo hanno creato Oh! no! Povero uomo! Che devo aver fatto io? Un poco di cura alle piante ed un poco di acqua ai fiori... Sai? Ti ho fatto una fonte in fondo, presso la grotta, e vi ho messo una vasca. Cos non avrai ad uscire per aver acqua. Lho condotta da quella sorgente che sta sopra luliveto di Mattia. E pura e abbondante. Un piccolo rivolo lho condotto a te. Ho fatto un piccolo canale ben coperto, e ora

viene e canta come unarpa. Mi doleva che tu andassi alla fonte del paese e ne tornassi carica delle anfore piene dacqua. Grazie, Giuseppe. Tu sei buono! I due sposi tacciono, ora, come stanchi. E Giuseppe sonnecchia anche. Maria prega. Viene la sera. Gli ospiti insistono perch prima di mettersi in viaggio i due mangino ancora. Giuseppe mangia infatti pane e pesce. Maria solo frutta e latte. Poi partono. Montano sui loro ciuchini. Giuseppe ha legato sul suo, come nel venire, il cofano di Maria, e prima che Ella monti sul somarello osserva che la sella sia ben sicura. Vedo che Giuseppe osserva Maria quando monta in sella. Ma non dice niente. Il viaggio ha inizio sotto le prime stelle che cominciano a palpitare in cielo. Si affrettano alle porte per giungervi avanti che siano chiuse, forse. Quando escono da Gerusalemme e prendono la via maestra che va verso la Galilea, le stelle gremiscono ormai tutto il cielo sereno. E un grande silenzio per la campagna. Solo si sente cantare qualche usignolo e il battere degli zoccoli dei due asinelli sul terreno duro della via arsa dallestate. Dice Maria: E la vigilia del Gioved Santo. A taluni parr fuori posto questa visione. Ma il tuo dolore di amante del mio Ges Crocifisso nel tuo cuore e vi resta anche se una dolce visione si presenta. Essa come il tepore che si sviluppa da una fiamma, che ancora fuoco ma non gi pi fuoco. Il fuoco la fiamma, non il tepore di essa, che ne unicamente una derivazione. Nessuna visione beatifica o pacifica varr a toglierti quel dolore del cuore. E tienilo caro pi della tua stessa vita. Perch il dono pi grande che Dio possa concedere ad un credente nel suo Figlio. Inoltre non la mia, nella sua pace, visione disforme alle ricorrenze di questa settimana. Anche il mio Giuseppe ha avuto la sua Passione. Ed essa nata in Gerusalemme quando gli apparve il mio stato. Ed essa durata dei giorni come per Ges e per me. N essa fu spiritualmente poco dolorosa. E unicamente per la sanit del Giusto che mera sposo fu contenuta in una forma, che fu talmente dignitosa e segreta che passata nei secoli poco notata. Oh! la nostra prima Passione! Chi pu dirne la intima e silenziosa intensit? Chi il mio dolore nel constatare che il Cielo non mi aveva ancora esaudita rivelando a Giuseppe il mistero? Che egli lo ignorasse lavevo compreso vedendolo meco rispettoso come di solito. Se egli avesse saputo che portavo in me il Verbo di Dio, egli avrebbe adorato quel Verbo, chiuso nel mio seno con atti di venerazione che sono dovuti a Dio e che egli non avrebbe mancato di fare, come io non avrei ricusato di ricevere, non per me, ma per Colui che era in me e che io portavo cos come lArca dellAlleanza portava il codice di pietra e i vasi della manna. Chi pu dire la mia battaglia contro lo scoramento, che voleva soverchiarmi per persuadermi che avevo sperato invano nel Signore? Oh! io credo che fu rabbia di Satana! Sentii il dubbio sorgermi alle spalle e allungare le sue branche gelide per imprigionarmi lanima e fermarla nel suo orare. Il dubbio che cos pericoloso, letale allo spirito. Letale, perch il primo agente della malattia mortale che ha nome disperazione e al quale si deve reagire con ogni forza, per non perire nellanima e perdere Dio. Chi pu dire con esatta verit il dolore di Giuseppe, i suoi pensieri, il turbamento dei suoi affetti? Come piccola barca presa in gran bufera, egli era in un vortice di opposte idee, in una ridda di riflessioni luna pi mordente e pi penosa dellaltra. Era un uomo, in apparenza, tradito dalla sua donna. Vedeva crollare insieme il suo buon nome e la stima del mondo, per lei si sentiva gi segnato a dito e compassionato dal paese, vedeva il suo affetto e la sua stima in me cadere morti davanti allevidenza di un fatto. La sua santit qui splende ancor pi alta della mia. Ed io ne rendo questa testimonianza con affetto di sposa, perch voglio lo amiate il mio Giuseppe, questo saggio e prudente, questo paziente e buono, che non separato dal mistero della Redenzione, ma sibbene ad esso intimamente connesso, perch consum il dolore per esso e se stesso per esso, salvandovi il Salvatore a costo del suo sacrificio e della sua santit. Fosse stato men santo, avrebbe agito umanamente, denunciandomi come adultera perch fossi

lapidata e il figlio del mio peccato perisse con me. Fosse stato men santo, Dio non gli avrebbe concesso la sua luce per giuda di tal cimento. Ma Giuseppe era santo. Il suo spirito puro viveva in Dio. La carit era in lui accesa e forte. E per la carit vi salv il Salvatore, tanto quando non mi accus agli anziani, quanto quando, lasciando tutto con pronta ubbidienza, salv Ges in Egitto. Brevi come numero, ma tremendi di intensit i tre giorni della Passione di Giuseppe. E della mia, di questa mia prima passione. Perch io comprendevo il suo soffrire, n potevo sollevarlo in alcun modo per lubbidienza al decreto di Dio, che mi aveva detto: Taci! E quando, giunti a Nazareth, lo vidi andarsene dopo un laconico saluto, curvo e come invecchiato in poco tempo, n venire a me alla sera come sempre usava, vi dico, figli, che il mio cuore pianse con ben acuto duolo. Chiusa nella mia casa, sola, nella casa dove tutto mi ricordava lAnnuncio e lIncarnazione, e dove tutto mi ricordava Giuseppe a me sposato in una illibata verginit, io ho dovuto resistere allo sconforto, alle insinuazioni di Satana e sperare, sperare, sperare. E pregare, pregare, pregare. E perdonare, perdonare, perdonare al sospetto di Giuseppe, al suo sommovimento di giusto sdegno. Figli, occorre sperare, pregare, perdonare per ottenere che Dio intervenga in nostro favore. Vivete anche voi la vostra passione. Meritata per le vostre colpe. Io vi insegno come superarla e mutarla in gioia. Sperate oltre misura. Pregate senza sfiducia. Perdonate per essere perdonati. Il perdono di Dio sar la pace che desiderate, o figli. Null'altro per ora vi dir. Sin dopo il trionfo pasquale sar silenzio. E' la Passione. Compassionate il Redentore vostro. Uditene i lamenti e numeratene ferite e lacrime. Ognuna di esse scesa per voi e per voi fu patita. Ogni altra visione scompaia davanti a questa che vi ricorda la Redenzione compiuta per voi."

26. Giuseppe chiede perdono a Maria. Fede, carit e umilt per ricevere Dio. 31 maggio 1944. Dopo cinquantatre giorni riprende la Mamma a mostrarsi con questa visione che mi dice di segnare in questo libro. La gioia si rinnova in me. Perch vedere Maria possedere la Gioia. Vedo dunque lorticello di Nazareth. Maria fila allombra di un foltissimo melo stracarico di frutta, che cominciano ad arrossare e sembrano tante guance di bambino nel loro roseo e tondo aspetto. Ma Maria non per nulla rosea. Il bel colore, che le avvivava le guance a Ebron, scomparso. Il viso di un pallore di avorio, in cui soltanto le labbra segnano una curva di pallido corallo. Sotto le palpebre calate stanno due ombre scure e i bordi dellocchio sono gonfi come chi ha pianto. Non vedo gli occhi, perch Ella sta col capo piuttosto chino, intenta al suo lavoro e pi ancora ad un suo pensiero che la deve affliggere, perch lodo sospirare come chi ha un dolore nel cuore. E tutta vestita di bianco, di lino bianco, perch fa molto caldo nonostante che la freschezza ancora intatta dei fiori mi dica che mattina. E a capo scoperto e il sole, che scherza con le fronde del melo mosse da un lievissimo vento e filtra con aghi di luce fin sulla terra bruna delle aiuole, le mette dei cerchiolini di luce sul capo biondo, e l i capelli sembrano di un oro zecchino. Dalla casa non viene nessun rumore, n dai luoghi vicini. Si sente solo il mormorio del filo dacqua che scende in una vasca in fondo allorto. Maria sobbalza per un picchio dato risolutamente alluscio di casa. Posa conocchia e fuso e si alza per andare ad aprire. Per quanto labito sia sciolto ed ampio, non riesce a nascondere completamente la rotondit del suo bacino. Si trova di fronte Giuseppe. Maria impallidisce anche nelle labbra. Ora il suo viso pare unostia, tanto esangue. Maria guarda con occhio che interroga mestamente. Giuseppe guarda con occhio che pare supplichi. Tacciono, guardandosi. Poi Maria apre la bocca: A questora, Giuseppe? Hai bisogno di qualche cosa? Che vuoi dirmi? Vieni. Giuseppe entra e chiude la porta. Non parla ancora. Parla, Giuseppe. Che cosa vuoi da me? Il tuo perdono. Giuseppe si curva come volesse inginocchiarsi. Ma Maria, sempre cos riservata nel toccarlo, lo afferra per le spalle risolutamente e glielo impedisce. Il colore va e viene dal volto di Maria, che ora tutta rossa e ora di neve come prima. Il mio perdono? Non ho nulla da perdonarti, Giuseppe. Non devo che ringraziarti ancora per tutto quanto hai fatto qui dentro in mia assenza e per lamore che mi porti. Giuseppe la guarda, e vedo due grossi goccioloni formarsi nellincavo del suo occhio profondo, stare l come sullorlo di un vaso e poi rotolare gi sulle guance e sulla barba. Perdono, Maria. Ho diffidato di te. Ora so. Sono indegno di avere tanto tesoro. Ho mancato di carit, ti ho accusata nel mio cuore, ti ho accusata senza giustizia perch non ti avevo chiesto la verit. Ho mancato verso la legge di Dio non amandoti come mi sarei amato... Oh! no! Non hai mancato! S, Maria. Se fossi stato accusato di un tal delitto, mi sarei difeso. Tu... Non concedevo a te di difenderti, perch stavo per prendere delle decisioni senza interrogarti. Ho mancato verso te recandoti loffesa di un sospetto. Anche se solo un sospetto offesa, Maria. Chi sospetta non conosce. Io non ti ho conosciuta come dovevo. Ma per il dolore che ho patito... tre giorni di supplizio, perdonami, Maria. Non ho nulla da perdonarti. Ma anzi, io ti chiedo perdono per il dolore che ti ho dato. Oh! s, che fu dolore! Che dolore! Guarda, stamane mi hanno detto che sulle tempie sono canuto e sul viso ho rughe. Pi di dieci anni di vita sono stati questi giorni! Ma perch, Maria, sei stata tanto umile da tacere, a me, tuo sposo, la tua gloria, e permettere che io sospettassi di te? Giuseppe non in ginocchio, ma sta cos curvo che come lo fosse, e Maria gli posa la manina sul capo e sorride. Pare lo assolva. E dice: Se non lo fossi stata in maniera perfetta, non avrei meritato di concepire lAtteso, che viene ad annullare la colpa di superbia che ha rovinato luomo. E poi ho ubbidito... Dio mi ha chiesto questa ubbidienza. Mi costata tanto.... per te, per il dolore che te ne

sarebbe venuto. Ma non dovevo che ubbidire. Sono lAncella di Dio, e i servi non discutono gli ordini che ricevono. Li eseguiscono, Giuseppe, anche se fanno piangere sangue. Maria piange quietamente mentre dice questo. Tanto quietamente che Giuseppe, curvo come , non se ne avvede sinch una lacrima non cade al suolo. Allora alza il capo e - la prima volta che gli vedo fare questo- stringe le manine di Maria nelle sue brune e forti e bacia la punta di quelle rosee dita sottili che spuntano come tanti bocci di pesco dallanello delle mani di Giuseppe. Ora bisogner provvedere perch... Giuseppe non dice di pi, ma guarda il corpo di Maria, e Lei diviene di porpora e si siede di colpo per non rimanere cos esposta, nelle sue forme, allo sguardo che losserva. Bisogner fare presto. Io verr qui... Compiremo il matrimonio.... Nellentrante settimana. Va bene? Tutto quanto tu fai va bene, Giuseppe. Tu sei il capo di casa, io la tua serva. No. Io sono il tuo servo. Io sono il beato servo del mio Signore che ti cresce in seno. Tu benedetta fra tutte le donne dIsraele. Questa sera avviser i parenti. E dopo... quando sar qui lavoreremo per preparare tutto a ricevere.... Oh! come potr ricevere nella mia casa Dio? Nelle mie braccia Dio? Io ne morr di gioia!... Io non potr mai osare di toccarlo.!... Tu lo potrai, come io lo potr, per grazia di Dio!... . Ma tu sei tu. Io sono un povero uomo, il pi povero dei figli di Dio!... Ges viene per noi, poveri, per farci ricchi in Dio, viene a noi due perch siamo i pi poveri e riconosciamo di esserlo. Giubila, Giuseppe. La stirpe di Davide ha il Re atteso e la nostra casa diviene pi fastosa della reggia di Salomone, perch qui sar il Cielo e noi divideremo con Dio il segreto di pace che pi tardi gli uomini sapranno. Crescer fra noi, e le nostre braccia saranno cuna al Redentore che cresce, e le nostre fatiche gli daranno un pane... Oh! Giuseppe! Sentiremo la voce di Dio chiamarci padre e Madre Oh!. Maria piange di gioia. Un pianto cos felice! E Giuseppe inginocchiato, ora, ai suoi piedi, piange col capo quasi nascosto nellampia veste di Maria, che le fa una caduta di pieghe sui poveri mattoni della stanzetta. La visione cessa qui. Dice Maria: Nessuno interpreti in modo errato il mio pallore. Non era dato da paura umana. Umanamente mi sarei dovuta attendere la lapidazione. Ma non temevo per questo. Soffrivo per il dolore di Giuseppe. Anche il pensiero che egli mi accusasse, non mi turbava per me stessa. Soltanto mi spiaceva che egli potesse, insistendo nellaccusa, mancare alla carit. Quando lo vidi, il sangue mi and tutto al cuore per questo. Era il momento in cui un giusto avrebbe potuto offendere la Giustizia, offendendo la Carit. E che un giusto mancasse, egli che non mancava mai, mi avrebbe dato dolore sommo. Se io non fossi stata umile sino al limite estremo, come ho detto a Giuseppe, non avrei meritato di portare in me Colui che, per cancellare la superbia nella razza, annichiliva S, Dio, allumiliazione desser uomo. Ti ho mostrato questa scena, che nessun Vangelo riporta, perch voglio richiamare lattenzione troppo sviata degli uomini sulle condizioni essenziali per piacere a Dio e ricevere la sua continua venuta in cuore. Fede: Giuseppe ha creduto ciecamente alle parole del messo celeste. Non chiedeva che di credere, perch era in lui convinzione sincera che Dio buono e che a lui, che aveva sperato nel Signore, il Signore non avrebbe serbato il dolore desser un tradito, un deluso, uno schernito dal suo prossimo. Non chiedeva che di credere in me perch, onesto come era, non poteva pensare che con dolore che altri non lo fosse. Egli viveva la Legge e la Legge dice: Ama il tuo prossimo come te stesso. Noi ci amiamo tanto che ci crediamo perfetti anche quando non lo siamo. Perch allora disamare il prossimo pensandolo imperfetto? Carit assoluta. Carit che sa perdonare, che vuole perdonare. Perdonare in anticipo, scusando in cuor proprio le manchevolezze del prossimo. Perdonare al momento, concedendo tutte le attenuanti al colpevole. Umilt assoluta come la carit. Sapere riconoscere che si mancato anche col semplice pensiero, e

non aver lorgoglio, pi nocivo ancora della colpa antecedente, di non voler dire: Ho errato. Meno Dio, tutti errano. Chi colui che pu dire: Io non sbaglio mai? E lancor pi difficile umilt: quella che sa tacere le meraviglie di Dio in noi, quando non necessario proclamarle per dargliene lode, per non avvilire il prossimo che non ha tali doni speciali da Dio. Se vuole, oh! se vuole, Dio disvela Se stesso nel suo servo! Elisabetta mi vide quale ero, lo sposo mio mi conobbe per quel che ero quando fu lora di conoscerlo per lui. Lasciate al Signore la cura di proclamarvi suoi servi. Egli ne ha unamorosa fretta, perch ogni creatura che assurga a particolare missione una nuova gloria aggiunta allinfinita sua, perch testimonianza di quanto luomo cos come Dio lo voleva: una minore perfezione che rispecchia il suo Autore. Rimanete nellombra e nel silenzio, o prediletti della Grazia, per poter udire le uniche parole che sono di vita, per potere meritare di avere su voi e in voi il Sole che eterno splende. Oh! Luce Beatissima che sei Dio, che sei la gioia dei tuoi servi, splendi su questi servi tuoi e ne esultino nella loro umilt, lodando Te, Te solo, che sperdi i superbi ma elevi gli umili, che ti amano, agli splendori del tuo Regno.

27. Leditto del censimento. Insegnamenti sullamore allo sposo e sulla fiducia in Dio. 4 giugno 1944. Vedo ancora la casa di Nazaret. La piccola stanza dove abitualmente sta Maria per i suoi pasti. Adesso Ella lavora intorno a della tela bianca. Posa il lavoro per accendere una lucerna, perch scende la sera ed Ella non vede pi bene nella luce verdastra che entra dalla porta socchiusa sullorto. Chiude anche la porta. Vedo che ormai molto grossa nel corpo. Ma ancora tanto bella. Il passo sempre svelto, e gentile ogni suo atto. Nessuna di quelle pesantezze che si notano nella donna quando prossima a dare alla luce un bambino. Solo nel viso Ella mutata. Ora la donna. Prima, al tempo dellAnnuncio, era una giovinetta dal visetto sereno e ignaro, un viso da bambino innocente. Dopo, in casa di Elisabetta, al momento della nascita del Battista, il suo viso si era gi affinato in una grazia pi matura. Adesso il volto sereno, ma dolcemente maestoso, della donna che ha raggiunto la sua piena perfezione nella maternit. Non ricorda pi la sua cara Annunziata di Firenze, padre. Quando era fanciulla, io ve la ritrovavo. Adesso il volto pi lungo e magro, locchio pi pensoso e grande. Insomma quello che Maria anche ora in Cielo. Perch ora ha ripreso laspetto e let del momento in cui nacque il Salvatore. La sua eterna giovinezza di chi non solo non ha conosciuto corruzione di morte, ma nemmeno appassimento di anni. Il tempo non lha toccata, questa Regina nostra e Madre del Signore che ha creato il tempo; e se nello strazio del tempo di Passione -strazio che per Lei incominciato molto, molto avanti, potrei dire da quando Ges ha iniziato levangelizzazione- Ella apparsa invecchiata, questo invecchiamento era come un velo messo dal dolore sulla sua incorruttibile persona. Infatti, dal momento che Ella rivede Ges risorto, Ella torna la creatura fresca e perfetta che era avanti questo strazio, quasi che baciando le Piaghe Santissime, abbia bevuto un balsamo di giovinezza che annulla lopera del tempo e, pi ancora che del tempo, del dolore. Infatti, anche otto giorni sono, quando ho visto la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, io vedevo Maria bella, bella, bella e fatta dun subito pi giovane come scrivevo, e prima avevo scritto: Ella pare un angelo azzurro. Gli angeli non hanno vecchiaia. Sono eternamente belli delleterna giovinezza, delleterno presente di Dio che riflettono in loro. La giovinezza angelica di Maria, angelo azzurro, si completa e raggiunge let perfetta -che Ella ha portato seco nei Cieli, e che conserver in eterno nel suo santo corpo glorificato, quando lo Spirito inanella la sua Sposa e lincorona agli occhi di tutti- ora, e non pi nel segreto di una stanza ignota al mondo, col solo testimone di un arcangelo. Ho voluto fare questa digressione perch mi pareva necessaria. Ora torno alla descrizione.

Maria, dunque, ora si fatta veramente donna, piena di dignit e di grazia. Anche il suo sorriso mutato in dolcezza e maest. Come bella! Entra Giuseppe. Pare torni dal paese, perch entra dalla porta di casa e non da quella del laboratorio. Maria alza il capo e gli sorride. Anche Giuseppe le sorride. Ma pare che lo faccia a fatica, come chi preoccupato. Maria losserva interrogativamente. Poi si alza per prendere il mantello che Giuseppe si sta levando e lo piega e ripone su una cassapanca. Giuseppe si siede presso la tavola. Appoggia un gomito su essa e il capo sulla mano, mentre con laltra, soprappensiero, si pettina e spettina alternativamente la barba. Hai qualche pensiero che ti cruccia? chiede Maria. Ti posso consolare? Tu mi consoli sempre, Maria. Ma questa volta ho un grande pensiero.... Per te. Per me, Giuseppe? E che mai? Hanno messo un editto sulla porta della sinagoga. E ordinato il censimento di tutti i palestinesi. E bisogna andare a segnarsi nel luogo dorigine. Noi si deve andare a Betlemme... Oh! interrompe Maria, mettendosi una mano sul seno. Ti scuote, vero? E penoso. Lo so. No, Giuseppe. Non questo. Penso... penso alle Sacre Scritture: Rachele madre di Beniamino e moglie di Giacobbe dal quale nascer la Stella, il Salvatore. Rachele sepolta a Betlemme di cui detto: E tu Betlemme Efrata, sei la pi piccola fra le terre di Giuda, ma da te uscir il Dominatore. Il Dominatore che stato promesso alla stirpe di Davide. Egli nascer l... Credi... credi dessere gi nel tempo? Oh! Come faremo? Giuseppe completamente sgomento. Guarda Maria con due occhi pietosi. Ella se ne avvede. Sorride. A s, sorride, pi che a lui. Un sorriso che pare dica: E un uomo, giusto, ma uomo. E vede da uomo. Pensa da uomo. Compatiscilo, anima mia, e guidalo a vedere da spirito. Ma la sua bont la spinge a rassicurarlo. Non mente, ma storna il suo affanno. Non so, Giuseppe. Il tempo molto vicino. Ma non potrebbe il Signore rallentarlo per sollevare te da questa preoccupazione? Tutto Egli pu. Non temere. Ma il viaggio!.... Chiss che folla! Troveremo buon alloggio? Faremo a tempo a tornare? E se.... se dovrai esser Madre l, come faremo? Non abbiamo casa... Non conosciamo pi nessuno... Non temere. Tutto andr bene. Dio fa trovare un ricovero allanimale che genera. Vuoi che non lo faccia trovare per il suo Messia? Noi fidiamo in Lui. Non vero? Sempre fidiamo in Lui. Quanto pi forte la prova e pi fidiamo. Come due bambini mettiamo la nostra mano nella sua di Padre, Egli ci guida. Siamo tuttaffatto abbandonati a Lui. Guarda come ci ha condotti fin qui con amore. Un padre, anche il pi buono, non potrebbe farlo con maggior cura. Siamo suoi figli e suoi servi. Compiamo la sua volont. Nulla di male pu accaderci. Anche questo editto sua volont. Cosa mai Cesare? Uno strumento di Dio. Da quando il Padre decise di perdonare alluomo, ha preordinato i fatti perch il suo Cristo nascesse in Betlemme. Essa, la pi piccola citt di Giuda, non era, e gi la sua gloria era segnata. Perch questa gloria avvenga e la parola di Dio non sia smentita -e lo sarebbe se il Messia nascesse altrove- ecco che un potente sorto, tanto lontano da qui, e ci ha dominato, ed ora vuole conoscere i sudditi, ora , mentre il mondo in pace... Oh! che la nostra piccola fatica se pensiamo al bello di questo attimo di pace? Pensa, Giuseppe. Un tempo in cui non vi odio nel mondo! Ma pu esservi ora pi felice per il sorgere della Stella la cui luce divina e il cui influsso redenzione? Oh! non aver paura, Giuseppe. Se le strade sono insicure, se la calca render difficile landare, gli angeli ci faranno difesa e sponda Non a noi: al loro Re! Se non troveremo asilo, ci faranno tenda le loro ali. Nulla ci avverr di male. Non ci pu accadere: Dio con noi. Giuseppe la guarda e ascolta beato. Le rughe della fronte si spianano, il sorriso torna. Si alza senza pi stanchezza e pena. Sorride: Tu benedetta, Sole dello spirito mio! Tu benedetta che sai vedere tutto attraverso la Grazia di cui sei piena! Non perdiamo tempo, allora. Perch bisogna partire al pi presto e... tornare al pi presto, perch qui tutto pronto per il... per il... Per il Figlio nostro, Giuseppe. Deve esser tale agli occhi del mondo, ricordalo. Il Padre ha ammantato di mistero questa sua venuta e noi non dobbiamo alzarne il velo. Egli, Ges, lo far quando sar lora...

La bellezza del volto, dello sguardo, della espressione, della voce di Maria quando dice questo Ges, non descrivibile. E gi lestasi. E su questa estasi cessa la visione. Dice Maria: Non aggiungo molto, perch le mie parole sono gi insegnamento. Richiamo per lattenzione delle mogli su un punto. Troppe unioni si mutano in disunioni per colpa delle mogli, le quali non hanno quellamore che tutto -gentilezza, piet, conforto- verso il marito. Sulluomo non pesa la sofferenza fisica che grava sulla donna. Ma pesano tutte le preoccupazioni morali. Necessit di lavoro, decisioni da prendere, responsabilit davanti ai poteri costituiti e alla famiglia propria... oh! quante cose non pesano sulluomo! E quanto ha bisogno anche lui di conforto! Ebbene, legoismo tale che al marito stanco, sfiduciato, avvilito, preoccupato, la donna aggiunge il peso di inutili, e talora ingiusti, lamenti. Tutto questo perch egoista.. Non ama. Amare non soddisfare se stessi nel senso e nellutile. Amare soddisfare chi si ama, oltre il senso e lutile, dando al suo spirito quellaiuto di che ha bisogno per poter tenere aperte sempre lali nei cieli della speranza e della pace. Altro punto su cui richiamo lattenzione. Ne ho gi parlato. Ma insisto: la fiducia in Dio. La fiducia riassume le virt teologali. Chi ha fiducia segno che ha fede. Chi ha fiducia segno che spera. Chi ha fiducia segno che ama. Quando uno ama, spera, crede in una persona, ha fiducia. Altrimenti no. Dio merita questa nostra fiducia. Se la diamo a dei poveri uomini capaci di mancare, perch la si deve negare a Dio che non manca mai? La fiducia anche umilt. Il superbo dice: Faccio da me. Non mi fido di costui perch un incapace, un mentitore, un prepotente.... Lumile dice: Mi fido. Perch non mi dovrei fidare? Perch devo pensare che io sono meglio di lui?. E con pi ragione cos dice di Dio: Perch devo diffidare di Colui che buono? Perch devo pensare che io sono capace di fare da me?. Dio allumile si dona. Ma si ritira a chi superbo. La fiducia anche ubbidienza. E Dio ama lubbidiente. Lubbidienza segno che noi ci riconosciamo figli di Lui e riconosciamo Dio per Padre. E un padre non pu che amare quando un vero padre. Dio ci Padre vero e Padre perfetto. Terzo punto che voglio meditiate. Ed sempre fondato sulla fiducia. Ogni evento non pu accadere se Dio non lo permette. Sei dunque potente? Lo sei perch Dio lha permesso. Sei suddito? Lo sei perch Dio lha permesso. Cerca dunque, o potente, di non fare di questa tua potenza il tuo male. Sarebbe sempre tuo male anche se in principio pare sia male degli altri. Perch se Dio permette, non strapermette, e se tu passi il segno colpisce e ti frantuma. Cerca dunque, o suddito, di fare di questa tua condizione una calamita per attirare su te la celeste protezione. E non maledire mai. Lasciane a Dio la cura. A Lui, Signore di tutti, spetta di benedire e maledire i suoi creati. Va' in pace. 28. Larrivo a Betlemme. 5 giugno 1944. Vedo una strada maestra. Vi tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi a piedi va in fretta perch fa freddo. Laria tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra pi vasta, e i pascoli hanno unerbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette luna allaltra perch hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: Vieni presto, ch fa freddo! Il terreno a ondulazioni che si fanno sempre pi nette. E un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est. Maria su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella

quellarnese gi visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose pi necessarie. Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. Sei stanca? chiede ogni tanto. Maria lo guarda sorridendo e dice: No. Alla terza volta aggiunge: Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco. Oh! io! Per me niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere pi comoda e fare pi presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa' cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte Efrata. Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che : un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede. Hai freddo? chiede Giuseppe, perch il vento si leva. No. Grazie. Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perch scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto. Incontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grossa pecora dalle gonfie mammelle e d la scodella a Giuseppe che la offre a Maria. Dio vi benedica entrambi dice Maria. Tu per il tuo amore, e tu per la tua bont. Pregher per te. Venite da lontano? Da Nazareth risponde Giuseppe. E andate? A Betlemme. Lungo viaggio per la donna in quello stato. E tua moglie? E mia moglie. Avete dove andare? No. Brutta cosa! Betlemme piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo? Non molto. Ebbene.. io ti insegno... per Lei (e accenna a Maria). Cercate dellalbergo. Sar pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. E in una piazza, la pi grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi una fonte davanti, ed grande e basso con un gran portone. Sar pieno. Ma, se non trovate niente nellalbergo e nelle case, girate dietro allalbergo, verso la campagna. Vi sono delle stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nellalbergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perch la donna... non pu rimanere per la via. Forse l trovate un posto... e del fieno per dormire e per lasino. E che Dio vi accompagni. E Dio ti dia gioia risponde Maria. Giuseppe invece risponde: La pace sia con te. Riprendono la strada. Una conca pi vasta si mostra dal ciglione che hanno superato. Nella conca, su e gi per le chine morbide che la circondano, vi sono case e case. E Betlemme. Eccoci nella terra di Davide, Maria. Ora riposerai. Mi sembri stanca tanto... No. Pensavo... penso... Maria afferra la mano di Giuseppe e gli dice con un sorriso beato: Penso proprio che il tempo sia giunto. Dio di misericordia! Come facciamo? Non temere, Giuseppe. Abbi costanza. Vedi come sono calma io? Ma soffri molto? Oh! no. Sono piena di gaudio. Un gaudio tale, cos forte, cos bello, cos incontenibile, che il mio cuore batte forte forte e mi dice: Egli nasce! Egli nasce! Lo dice ad ogni battito. E il mio Bambino che bussa al mio cuore e dice: Mamma, son qui che vengo a darti il bacio di Dio. Oh!

che gioia, Giuseppe mio! Ma Giuseppe non nella gioia. Pensa allurgenza di trovare un ricovero e affretta il passo. Porta per porta chiede un ricovero. Niente. Tutto occupato. Giungono allalbergo. E pieno persino sotto i rustici portici, che circondano il grande cortile interno, di gente che bivacca. Giuseppe lascia Maria sul ciuchino dentro al cortile ed esce cercando nelle altre case. Torna sconfortato. Non vi nulla. Il rapido crepuscolo invernale comincia a stendere i suoi veli... Giuseppe supplica lalbergatore. Supplica dei viaggiatori. Loro sono uomini e sani. Qui vi una donna prossima a dare un figlio alla luce. Abbiano piet. Niente. Vi un ricco fariseo che li guarda con palese disprezzo e, quando Maria si accosta, si scansa come si fosse avvicinata una lebbrosa. Giuseppe lo guarda e un rossore di sdegno gli monta al volto. Maria posa la sua mano sul polso di Giuseppe per calmarlo e dice: Non insistere. Andiamo. Dio provveder. Escono e seguono il muro dellalbergo. Svoltano per una stradetta incassata fra questo e delle povere case. Girano dietro lalbergo. Cercano. Ecco delle specie di grotte, di cantine, direi, pi che di stalle, tanto sono basse e umide. Le pi belle sono gi occupate. Giuseppe si accascia. Hei! Galileo! gli grida dietro un vecchio. L in fondo, sotto quella rovina, vi una tana. Forse non c ancora nessuno. Si affrettano a quella tana. E proprio una tana. Fra macerie di qualche fabbricato in rovina vi un pertugio, oltre il quale vi una grotta, uno scavo nel monte pi che grotta. Si direbbe che sono le fondamenta dellantica costruzione, a cui fan da tetto le macerie appuntellate da tronchi dalbero appena sgrezzati. Per vedere meglio, poich vi pochissima luce, Giuseppe trae esca e acciarino e accende una lucernetta che trae dalla bisaccia che ha a tracolla. Entra, e un mugolio lo saluta. Vieni, Maria. E vuota. Non vi che un bue. Giuseppe sorride. Meglio che niente!... Maria smonta dal ciuchino ed entra. Giuseppe ha appeso la lucernetta ad un chiodo infisso in uno dei tronchi che fanno da piloni. Si vede che la volta piena di ragnatele, il suolo -terreno battuto e tutto sconquassato, con buche, ciottoli, detriti ed escrementi- sparso di steli di paglia. In fondo, un bue si volta e guarda coi suoi occhi quieti mentre del fieno gli pende dalle labbra. Vi un rozzo sedile e due pietre in un angolo presso una feritoia. Il nero di quellangolo dice che l si fa fuoco. Maria si accosta al bue. Ha freddo. Gli mette le mani sul collo per sentirne il tepore. Il bue muggisce e si lascia fare. Pare comprenda. Anche quando Giuseppe lo spinge in l per levare molto fieno alla greppia e fare un letto a Maria -la greppia doppia, ossia vi quella dove mangia il bue e, sopra, una specie di scansia con su dellaltro fieno di scorta, e Giuseppe prende quello- lascia fare. Fa posto anche al ciuchino che, stanco e affamato, si d subito a mangiare. Giuseppe scova anche un secchio capovolto, tutto ammaccato. Esce, perch fuori ha visto un rio, e torna con dellacqua per lasinello. Poi si impadronisce di una fascina di frasche messa in un angolo e cerca scopare un poco il suolo. Poi stende il fieno, ne fa un giaciglio, presso il bue, nellangolo pi asciutto e riparato. Ma lo sente umido, questo povero fieno, e sospira. Accende il fuoco e, con una pazienza da certosino, asciuga a manate il fieno tenendolo presso il calore. Maria, seduta sullo sgabello, stanca, guarda e sorride. Ecco pronto. Maria si accomoda meglio nel soffice fieno, con le spalle appoggiate ad un tronco. Giuseppe completa... larredamento stendendo il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta. Un riparo molto relativo. Poi offre pane e formaggio alla Vergine e le d da bere lacqua di una borraccia. Dormi, ora le dice poi. Io veglier perch il fuoco non si spenga. Vi della legna, per fortuna, speriamo duri e arda. Potr risparmiare lolio del lume. Maria si stende ubbidiente. Giuseppe la copre col mantello di Maria stessa e con la coperta che aveva prima ai piedi. Ma tu... avrai freddo, tu. No, Maria. Sto presso al fuoco. Cerca di riposare. Domani andr meglio. Maria chiude gli occhi senza insistere. Giuseppe si rincantuccia nel suo angolo, sullo sgabello, con degli sterpi accanto. Pochi. Che durino a lungo non credo.

Sono situati cos: Maria a destra, con le spalle alla... porta, semi nascosta dal tronco e dal corpo del bue, che si accosciato nella lettiera. Giuseppe a sinistra e verso la porta, in diagonale perci, e, avendo il volto al fuoco, ha le spalle verso Maria. Si gira per a guardarla ogni tanto e la vede quieta, come dormisse. Spezza piano le sue fraschette e le getta una per una sul fuocherello perch non si spenga, perch dia luce, e perch la poca legna duri. Non vi che il bagliore, ora pi vivo ora quasi morto, del fuoco. Perch il lume stato spento e nella penombra spicca soltanto il biancore del bue e del viso e delle mani di Giuseppe. Tutto il resto una massa che si confonde nella penombra greve. Non vi dettato dice Maria. La visione parla da s. A voi di capirne la lezione di carit, umilt e purezza che emana. Riposa. Vegliando riposa, come io vegliavo attendendo Ges. Egli verr a portarti la sua pace.

29. La nascita di Ges. Efficacia salvifica della divina maternit di Maria. 6 giugno 1944. Vedo ancora linterno di questo povero rifugio pietroso dove hanno trovato asilo, accumunati nella sorte a degli animali, Maria e Giuseppe. Il fuocherello sonnecchia insieme al suo guardiano. Maria solleva piano il capo dal suo giaciglio e guarda. Vede che Giuseppe ha il capo reclinato sul petto come se pensasse, e pensa che la stanchezza soverchi il suo buon volere di rimanere desto. Sorride dun buon sorriso e, facendo meno rumore di quanto ne pu fare una farfalla che si posi su una rosa, si mette seduta e da seduta in ginocchio. Prega con un sorriso beato sul volto. Prega a braccia aperte, non proprio a croce, ma quasi, a palme volte in alto e in avanti, n pare mai stanca di quella posa penosa. Poi si prostra col volto contro il fieno in una ancora pi intensa preghiera. Lunga preghiera. Giuseppe si scuote. Vede quasi morto il fuoco e quasi tenebrosa la stalla. Getta una manata di eriche fini fini e la fiamma risfavilla; vi unisce rametti pi grossi, e poi ancora pi grossi perch il freddo deve essere pungente. Il freddo della notte invernale e serena che penetra da tutte le parti di quella rovina. Il povero Giuseppe, presso come alla porta -chiamiamo pure cos il pertugio a cui fa da tenda il suo mantello- deve essere gelato. Accosta le mani alla fiamma, si sfila i sandali e accosta i piedi. Si scalda. Quando il fuoco ben desto e la sua luce sicura, egli si volge. Non vede nulla, neppure pi quel biancore del velo di Maria, che prima metteva una linea chiara sul fieno scuro. Si leva in piedi e lentamente si avvicina al giaciglio. Non dormi, Maria? chiede. Lo chiede tre volte, finch Ella si riscuote e risponde: Prego. Non abbisogni di nulla? No, Giuseppe. Cerca di dormire un poco. Di riposare, almeno. Cercher. Ma pregare non mi stanca. Addio, Maria. Addio, Giuseppe. Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere pi al sonno, si pone in ginocchio presso al fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente. Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa pi alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.

Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sent e prov nellora fulgida della sua Maternit. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei. La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, bench pi tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre pi sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide. La luce si sprigiona sempre pi dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in s quella che le pu venire dal Cielo. Ormai Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per essere data, si annuncia con unalba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo.... La volta, piena di crepe, di ragnateli, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato l da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera donice. Il fieno che pende dalla pi alta mangiatoia non pi erba: sono fili di argento puro che tremolano nellara con la grazia di una chioma disciolta. La sottoposta mangiatoia , nel suo legno scuro, un blocco di argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo... che ora il suolo? E un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi. E la luce cresce sempre pi. E insostenibile allocchio. In essa scompare, come assorbita da un velario dincandescenza, la Vergine... e ne emerge la Madre. S. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nellincavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo non sulla testa innocente, ma su, al centro del petto, l dove sotto il cuoricino che batte, batte per noi.... l dove un giorno sar la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato. Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e lasinello volge il capo e raglia. E la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali. Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava cos intensamente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue, ritto in piedi nasconde Maria. Ma Ella chiama: Giuseppe, vieni. Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio l dove . Ma Maria insiste: Vieni, Giuseppe e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore lInfante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente. Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guardano con un pianto beato. Vieni, ch offriamo al Padre Ges. dice Maria. E mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in

piedi tra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice: Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volont. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, mio sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volont, per la tua gloria e per amor tuo. Poi Maria si curva e dice: Prendi, Giuseppe e offre lInfante. Io? A me? Oh!, no! Non sono degno! Giuseppe sbigottito addirittura, annientato allidea di dover toccare Iddio. Ma Maria insiste sorridendo: Tu ne sei ben degno. Nessuno pi di te lo , e per questo lAltissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni. Giuseppe, rosso come una porpora, stende le braccia e prende il batuffolino di carne che strilla di freddo e, quando lo ha fra le braccia, non persiste nellintenzione di tenerlo scosto da s per rispetto e se lo stringe al cuore, dicendo con un grande scoppio di pianto: Oh! Signore! Dio mio! e si curva a baciare i piedini e li sente freddi, e allora si siede al suolo e se lo raccoglie in grembo e con la sua veste marrone e con le mani cerca coprirlo, scaldarlo, difenderlo dalla sizza dalla notte. Vorrebbe andare verso il fuoco, ma l c quella corrente daria che entra dalla porta. Meglio stare qui. Meglio, anzi, andare fra i due animali, che fanno da scudo allaria e che mandano calore. E va fra il bue e lasino e sta con le spalle alla porta, curvo sul Neonato per fare del suo petto una nicchia, le cui pareti laterali sono una testa bigia dalle lunghe orecchie e un grosso muso bianco dal naso fumante e dallumido occhio buono. Maria ha aperto il cofano e ne ha tratto lini e fasce. E andata al fuoco e le ha scaldate. Eccola che va a Giuseppe e avvolge il Bambino nella tela intiepidita e poi nel suo velo per riparargli la testolina. Dove lo mettiamo ora? chiede. Giuseppe guarda intorno, pensa... Aspetta dice. Spingiamo pi in qua i due animali e il loro fieno e tiriamo gi quel fieno l in alto e lo mettiamo qui dentro. Il legno della sponda lo riparer dallaria, il fieno gli far da guanciale e il bue col suo fiato lo scalder un pochino. Meglio il bue. E pi paziente e quieto. E si d da fare, mentre Maria ninna il suo Bambino stringendoselo al cuore e tenendo la sua guancia sulla testolina per dargli calore. Giuseppe ravviva il fuoco senza risparmio per fare una bella fiammata e scalda il fieno e, man mano che lo asciuga, perch non raffreddi, se lo mette in seno. Poi, quando ne ha raccolto tanto da farne un materassino allInfante, va alla mangiatoia e lo dispone che sia come una cunella. E pronto dice. Ora ci vorrebbe una coperta, perch il fieno punge, e per ricoprirlo... Prendi il mio mantello dice Maria Avrai freddo. Oh! non fa nulla! La coperta troppo ruvida. Il mantello morbido e caldo. Io non ho freddo per nulla. Ma che Egli non soffra pi! Giuseppe prende lampio mantello di morbida lana celeste cupo e lo accomoda in doppio sul fieno, con un lembo che pende fuor dalla greppia. Il primo letto del Salvatore pronto. E la Madre, col suo dolce passo ondeggiante, ve lo porta e ve lo depone, e lo ricopre con il lembo del manto e lo conduce anche intorno al capino nudo che affonda nel fieno, appena riparato da questo dal sottile velo di Maria. Rimane scoperto solo il visetto grosso come un pugno duomo, e i Due, curvi sulla greppia, lo guardano beati dormire il suo primo sonno, perch il calduccio delle fasce e del fieno ha calmato il pianto e conciliato il sonno al dolce Ges. Dice Maria: Ti avevo promesso che Egli sarebbe venuto a portarti la sua pace. La ricordi la pace che era in te nei giorni di Natale? Quando mi vedevi col mio Bambino? Allora era il tuo tempo di pace. Ora il tuo tempo di pena. Ma tu lo sai, ormai. E nella pena che si conquista la pace e ogni grazia per noi e per il prossimo. Ges-Uomo torn Ges-Dio dopo la tremenda pena della Passione. Torn Pace. Pace nel Cielo da cui era venuto e dal quale ora effonde la sua pace a coloro che nel mondo lo amano. Ma nelle ore di Passione Lui, Pace del mondo, fu privato di questa pace. Non avrebbe sofferto se lavesse avuta. E doveva soffrire. Completamente soffrire. Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternit divina. Ma non fu che linizio della redenzione

della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginit, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Poich il peccato dEva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosit, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire lalbero dalle radici. Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia. Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umilt verso Dio. Questa dovuta allAltissimo da ogni creatura. Lebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini? Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanit. E furono le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Ges e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di povert, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verit, giudicavano debole il mio modo di essere madre verso il mio Ges fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nellora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comprare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio. Ho vinto lavarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura. Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, lamore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. E naturale. Il figlio ci cresce in seno e non mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra. Se anche spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e pi vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se lamore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre. Ed io ho rinunciato, dal momento che lho avuto, al Figlio mio. A Dio lho dato. A voi lho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio. Ho vinto la golosit, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ci che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui pi di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare. Ho vinto la golosit del godere, perch mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne lho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, lho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mta. L dove era Dio. Lunica mia fame. Fame che non gola ma necessit benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui. Ho vinto la lussuria, la quale golosit portata allingordigia. Perch ogni vizio non frenato conduce ad un vizio pi grande. E la golosit di Eva, gi riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bast pi il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensit, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fato un angelo. Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: Ecco: sia fatta per Lui e da Lui la tua volont. Casto colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare lImpudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio unicamente mio sulla terra come era unicamente di Dio in Cielo: Questo mio e lo voglio. Eppure non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non pi carne ma angelo. Maria, la Vergine sposata allo Spirito, mor in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l'ha data. La femmina che avevo

riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce, acquist i mezzi per divenire creatura dei Cieli. Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come Giuseppe, vi ho portato pi in alto. La roccia del Calvario il mio monte degli Ulivi. Da l presi il balzo per portare ai Cieli lanima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche lultima traccia di Eva, lultima radice di quellalbero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso che aveva trascinato alla caduta lumanit, e che fino alla fine dei secoli e allultima donna vi morder le viscere. Da l, dove ora splendo nel raggio dellAmore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio. E tu, mia voce, riposa lanima tua nella luce di questalba di Ges per aver forza per le future crocifissioni che non ti saranno risparmiate, perch qui ti vogliamo e qui si viene attraverso il dolore, perch qui ti vogliamo e tanto pi alto si viene quanto pi si portato pena per ottenere Grazia al mondo. Va' in pace. Io sono con te.

30. Lannuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo. 7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini. [...]. Pi tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gi alberi spogli sembrano pi alti e neri sul suolo cos imbiancato, mentre i muretti, che qua e l sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara. Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nellestate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che d la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto intenso, e che cresce quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio. Un pastore si affaccia alla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo cos vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove tenebra. Tutto calmo. Ma quella luce stupisce. Il pastore chiama i compagni. Si affacciano alla porta tutti. Un mucchio duomini irsuti, di et diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di gi canuti. Commentano il fatto strano e i pi giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei pi vecchi. Di che temi, stolto? gli dice il pi vecchio. Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava landare. Ero anche ricco, allora... Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio -allora il vecchio era lui- mi disse: Grande avventura sta per venire nel mondo. E per noi fu sventura, perch vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi...

Ma il pastorello non lo ascolta pi. Pare non abbia neppur pi paura, perch lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un cero punto grida: Oh! e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte. Gli altri si guardano stupefatti. Ma cosa ha quello stolto? dice uno. Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore dice un altro. E il vecchio che ha parlato prima dice: Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini... Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo. L, l egli mormora sorridendo. Al di sopra dellalbero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come bella! Io vedo solo un pi vivo chiarore. Io pure. Anche io dicono gli altri. No. Io vedo come un corpo dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria. E un... un angelo! grida il bambino. Eccolo che scende e si avvicina... Gi! In ginocchio davanti allangelo di Dio! Un oh! lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto pi paiono schiacciati dallapparizione fulgente quanto pi sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano langelo, che sempre pi si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto. Non temete. Non porto sventura. Io vi reco lannuncio di una grande allegrezza per il popolo dIsraele e per tutto il popolo della terra. La voce angelica unarmonia darpa su cui cantino gole dusignoli. Oggi, nella citt di Davide, nato il Salvatore. Langelo, nel dire questo, apre pi grandi le ali e le muove come per un soprassalto di gioia, e una pioggia di faville doro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio. ... il Salvatore che Cristo. Langelo sfavilla di aumentata luce. Le sue ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo. ...Cristo, il Signore! Langelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sullabito di perla, si curva come se adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come sul petto, fra lombra dei sommi dellali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa immobile per lo spazio di un Gloria. Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ch per il Messia non vi fu tetto nella citt di David. Langelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi. Ma dai Cieli vengono tanti -oh! quanti!- tanti angeli simili a lui, una scala dangeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno allangelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci pi belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia conoscere il Paradiso, dove tutto armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: Ti amiamo! Il Gloria angelico si sparge in onde sempre pi vaste per la campagne quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come gi nella grotta per il bue e lasino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio. Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli...

...I pastori tornano in loro. Hai udito? Andiamo a vedere? E le bestie? Oh! non succeder loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!... Ma dove andiamo? Ha detto che nato oggi? E che non ha trovato alloggio in Betlemme? E il pastore che ha dato il latte, questo che parla ora. Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perch pensavo non trovassero alloggio, e alluomo ho dato il latte per Lei. E tanto giovane e bella, e deve esser buona come langelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e... chiss che freddo ha Colui che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!... Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi un agnello belante, e chi con delle pelli di pecora conciate. Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potr loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e cos bianca!... Un viso da gelsomino sotto la luna dice il pastore del latte. E li guida. Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dallinverno. Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dallopposta, di modo che non passano davanti alle stalle pi belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio. Entra! Io non oso. Entra tu. No. Guarda almeno. Tu, Levi, che hai visto langelo per primo, segno che sei buono pi di noi, guarda. Veramente prima gli hanno dato del pazzo... ma ora fa loro comodo che egli osi ci che loro non osano. Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda... e resta estatico. Che vedi? lo interrogano ansiosi a bassa voce. Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento..., sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce... Oh! che voce! Che dice? Dice: Ges, piccolino! Ges, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo Figlio!. Dice: Oh! potessi dirti: Prendi il latte, piccolino!. Ma non ce lho ancora!. Dice: Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere cos e non poterti dare conforto!. Dice: Dormi, anima mia! ch mi si spacca il cuore a sentirti piangere e vederti lacrimare!, e lo bacia e gli scalda i piedini con le sue mani, perch sta curva con le braccia gi nella mangiatoia. Chiama! Fatti sentire! Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci. Il pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio. Giuseppe si volge e viene alla porta. Chi siete? Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore. Entrate. Entrano e la stalla si fa pi chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro. Maria si volge e sorride. Venite dice. Venite! e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto langelo e lo attira a s, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.

Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati. E uno, pi ardito, dice: Prendi, o Madre. E soffice e pulita. Lavevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sar morbida e calda. E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga. Maria solleva Ges e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici. Si fanno pi arditi e uno propone: Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si d ai piccolini. Ho sette figli e so... Qui c il latte. Prendi, o Donna. Ma freddo. Caldo ci vuole. Dove Elia? Egli ha la pecora. Elia deve essere quello del latte. Ma non c. Si fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde. Chi vi ha guidati? Un angelo ci ha detto di venire e Elia ci ha guidati qui. Ma dove ora? La pecora lo denuncia con un belato. Vieni avanti, ti si vuole. Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il pi notato. Tu sei? dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: Sei buono. Mungono la pecora e con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e pi ancora quando, con langolino di tela ancora fra le labbruzze, Ges si addormenta nel caldo della lana. Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi umido. E poi... vi troppo odore di bestie. Non fa bene... e... non sta bene per il Salvatore. Lo so dice Maria con un grande sospiro. Ma non c posto per noi a Betlemme. Fa' cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa. Lo dir alla padrona mia dice quello del latte, Elia. E buona. Vi accoglier, dovesse cedervi la sua stanza. Appena giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi dar un posto. Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino... Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti, ci che ci stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ci che la nostra povert vi pu dare. Siamo pastori... Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare dice Giuseppe. Oh! non vogliamo! Anche lo poteste non vorremmo! Il Signore ce ne ha gi compensato. La pace lha promessa a tutti. Gli angeli dicevano cos: Pace agli uomini di buona volont. Ma a noi ce lha gi data, perch langelo ha detto che questo Bambino il Salvatore, che Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i Profeti dicono che il Salvatore sar il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perci ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli Altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perch hai meritato di portato! Comandaci come Regina, ch saremo contenti di sevirti. Che possiamo fare per te? Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora. Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli nato? S, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron.... Ci vado io dice Elia. Chi sono? Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina. Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nellestate vado su quei monti, perch i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria. Grazie, Elia. Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli E nato il Salvatore. No. Gli dirai: Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Ges nato, e di venire a Betlemme.

Cos dir. Dio te ne compensi. Mi ricorder di te, di voi tutti.... Dirai al tuo Bambino di noi? Lo dir. Io sono Elia. E io Levi. Ed io Samuele. E io Giona. Ed io Isacco. Ed io Tobia. Ed io Gionata. Ed io Daniele. E Simeone io. E Giovanni mi chiamo io. Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli. Ricorder i vostri nomi. Dobbiamo andare... Ma torneremo... E ti porteremo altri ad adorare!.. Come tornare allovile lasciando questo Bambino? Gloria a Dio che ce lo ha mostrato! Facci baciare la sua veste dice Levi con un sorriso dangelo. Maria alza piano Ges e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro... La visione mi cessa cos, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora. Dice Ges: Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. E la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dellEucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, cos come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. Ma voglio parlarti di unaltra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo. Una volta ti dissi, e ci detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche. Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente allangelo. Generosit: essi dnno tutta la loro ricchezza al loro Signore. Umilt: si accostano a dei pi poveri, umanamente, di loro, con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro. Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica. Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, e Elia va subito. Non rimanda. Amore, infine: essi non sanno staccarsi di l, e tu dici: lasciano l il loro cuore. Dici bene. Ma non bisognerebbe fare cos anche col mio Sacramento? E unaltra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo langelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo. A chi ha lanima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E che ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: Fammi baciare la veste di Ges. Lo dice a Maria. Perch sempre Maria quella che vi d Ges. E Lei la Portatrice dellEucarestia. E Lei la Pisside viva. Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre quando una creatura le dice: Dammi il tuo Ges, ch lo ami, fa trasecolare i Cieli in un pi vivo splendore di letizia, tanto felice.

Dille dunque: Fammi baciare la veste di Ges. Fammi baciare le sue piaghe. E osa di pi ancora. Di': Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Ges, perch ne sia beata. Vieni. Riposa. Come Ges nella cuna, fra Ges e Maria.

31. Visita di Zaccaria. La santit di Giuseppe e lubbidienza ai sacerdoti. 8 giugno 1944. Vedo il lungo stanzone dove ho visto lincontro dei Magi con Ges e la loro adorazione. Comprendo di essere nella casa ospitale dove stata accolta la sacra Famiglia. E assisto allarrivo di Zaccaria. Elisabetta non c. La padrona di casa corre fuori, sul ballatoio, incontro allospite che arriva, e lo conduce presso un porta e bussa. Poi si ritira, discreta. Giuseppe apre ed ha una esclamazione di giubilo vedendo Zaccaria. Lo fa entrare in una stanzetta piccola come un corridoio. Maria sta dando il latte al Bambino. Attendi un poco. Siedi, ch sarai stanco. E fa posto allospite sul suo giaciglio sedendosi al suo fianco. Odo che Giuseppe chiede del piccolo Giovanni, e Zaccaria risponde: Cresce florido come un puledrino. Ma ora soffre un poco per i denti. Non abbiamo voluto portarlo per questo. Fa molto freddo. Perci non venuta neanche Elisabetta. Non lo poteva lasciare senza latte. Se ne accorata. Ma cos rigida la stagione! E molto rigida infatti risponde Giuseppe. Mi ha detto luomo che mi avete mandato che eravate senza casa quando Egli nacque. Chiss quanto avrete dovuto soffrire. S, molto davvero. Ma la paura nostra era pi grande del disagio. Avevamo paura che nuocesse al Bambino. E per i primi giorni dovemmo stare l. Non mancavamo di nulla, per noi, perch i pastori portarono la buona novella ai betlemiti e molti vennero con doni. Ma mancava una casa, mancava una camera riparata, un letto... e Ges piangeva tanto, specie di notte, per il vento che entrava da ogni dove. Facevo un poco di fuoco. Ma poco perch il fumo faceva tossire il Bambino... e il freddo restava. Due animali scaldano poco, specie l dove laria entra da tutte le parti! Mancava acqua calda per lavarlo, mancava biancheria asciutta per cambiarlo. Oh! ha sofferto molto! E Maria soffriva nel vederlo soffrire. Soffrivo io... puoi pensare Lei che gli Madre. Gli deva latte e lacrime, latte e amore... Ora qui si sta meglio. Avevo preparato una cos comoda cuna e Maria laveva empita di un morbido materassino. Ma a Nazareth! Ah! se fosse nato l, sarebbe stato diverso!. Ma il Cristo doveva nascere a Betlem. Era profetizzato. Entra Maria, che ha udito le voci. E tutta vestita di lana bianca. Si levata labito scuro che aveva nel viaggio e nella grotta, ed tutta bianca nella sua veste, come gi lho vista altre volte. Non ha nulla sul capo, e nelle braccia ha Ges che dorme, sazio di latte, nelle sue candide fasce. Zaccaria si alza riverente e si inchina con venerazione. Poi si accosta e guarda Ges con i segni del pi grande rispetto. Sta curvo non tanto per vederlo meglio, quanto per dargli omaggio. Maria glielo offre e Zaccaria lo prende con una tale adorazione, che pare sollevi un ostensorio. E infatti lOstia quella che egli prende sulle braccia, lOstia gi offerta e che sar consumata dopo che si sar data agli uomini in cibo damore e di redenzione. Zaccaria rende Ges a Maria. Si siedono tutti e Zaccaria ripete a Maria il motivo per cui Elisabetta non venuta e il suo dolore. Aveva preparato in questi mesi delle tele per il tuo benedetto Figlio. Te le ho portate. Sono sul carro, da basso. Si alza e va fuori, e torna con un involto grosso e uno pi piccolo. Sia da quello grosso, di cui viene liberato subito da Giuseppe, come dallaltro, trae subito i suoi doni: una morbida coltre di lana tessuta a mano e dei lini e delle piccole vesti. Dallaltro, del miele, della candidissima farina e burro e mele per Maria e focacce impastate e cotte da Elisabetta e tante altre cosette, che dicono laffetto materno della riconoscente cugina per la giovane Madre. Dirai a Elisabetta che le sono grata, e a te pure sono grata. Lavrei vista tanto volentieri, ma comprendo le ragioni. E anche avrei voluto rivedere il piccolo Giovanni... Ma lo vedrete in primavera. Verremo a trovarvi. Nazareth troppo lontana dice Giuseppe.

Nazareth? Ma dovete rimanere qui. Il Messia deve crescere a Betlemme. E la citt di Davide. LAltissimo lha condotto, attraverso la volont di Cesare, a nascere nella terra di David, la terra santa della Giudea. Perch portarlo a Nazareth? Voi sapete come presso i giudei sono giudicati i nazareni. Domani questo Bambino dovr essere il Salvatore del suo popolo. Non bisogna che la citt capitale sprezzi il suo Re perch viene da una terra che essa disprezza. Voi sapete quanto me come cavilloso il Sinedrio e come sprezzanti le tre caste principali... E poi, qui, vicino ancora a me, potr aiutarvi alquanto e mettere tutto quanto ho, non tanto di cose materiali ma di doni morali, al servizio di questo Neonato. E quando sar in et di capire, sar beato di essergli maestro come al mio bambino, per ottenere poi che, fatto grande, mi benedica. Dobbiamo pensare che Egli destinato a tanta sorte e che perci deve potersi presentare al mondo con tutte le carte per vincere facilmente la sua partita. Egli, certo, posseder la Sapienza. Ma anche solo il fatto che un sacerdote gli sia stato maestro lo render pi accetto ai difficili farisei e agli scribi e gli spianer la missione. Maria guarda Giuseppe e Giuseppe guarda Maria. Sopra il capo innocente del Bambino, che dorme roseo e ignaro, si intreccia un muto scambio di domande. E sono domande velate di tristezza. Maria pensa alla sua casetta. Giuseppe pensa al suo lavoro. Qui tutto da rifare, in un luogo dove solo pochi giorni prima erano degli sconosciuti. Qui non c niente di quelle cose care lasciate l e preparate con tanto amore per il bambino. E Maria lo dice: Ma come facciamo? L abbiamo lasciato tutto. Giuseppe aveva lavorato tanto per il mio Ges, senza risparmio di fatica e di denaro. Aveva lavorato di notte, per poter lavorare per gli altri di giorno e guadagnare cos tanto da poter comprare i legni pi belli, la lana pi soffice, il lino pi candido per preparare tutto per Ges. Aveva costruito alveari e aveva perfino lavorato da muratore per dare unaltra sistemazione alla casa, perch la cuna potesse essere nella mia stanza e starvi sinch Ges fosse pi grande, e poi potesse dar posto al letto, perch Ges star con me sinch non sar giovinetto. Giuseppe pu andare a prendere ci che avete lasciato. E dove metterlo? Tu lo sai, Zaccaria, che noi siamo poveri. Non abbiamo che il lavoro e la casa. Questa e quello ci danno di che andare avanti senza fame. Ma qui... lavoro ne troveremo, forse. Ma avremo sempre da pensare a una casa. Questa buona donna non pu ospitarci continuamente. Ed io non posso sacrificare Giuseppe pi di quanto gi non lo sia per me! Oh! io! Per me non nulla! Penso al dolore di Maria, io. Al dolore di non vivere nella sua casa... Maria ha due lacrimoni. Penso che quella casa le deve esser cara come il Paradiso, per il prodigio che ivi le si compiuto... Parlo poco, ma capisco tanto. Non fosse per questo, non mi cruccerei. Lavorer il doppio, ecco tutto. Sono forte e giovane per lavorare il doppio di quanto usavo e provvedere a tutto. E se Maria non soffre troppo... e se tu dici che bene fare cos... per me... eccomi. Faccio quello che vi pare pi giusto. Basta che a Ges ci sia utile. E utile sar di certo. Pensateci e ne vedrete le ragioni. Si dice anche che il Messia sar chiamato Nazareno... obbietta Maria. Vero. Ma almeno, sinch non adulto, fate che cresca in Giudea. Dice il Profeta: E tu Betlem Efrata, sarai la pi grande perch da te uscir il Salvatore. Non parla di Nazareth. Forse quellappellativo gli sar dato per non sappiamo che motivo. Ma la sua terra questa. Lo dici tu, sacerdote, e noi... e noi... con dolore ti ascoltiamo... e ti diamo retta. Ma che dolore! ... Quando vedr quella casa dove divenni Madre?. Maria piange piano. E io capisco questo suo pianto. Oh! se lo capisco! La visione mi cessa su questo pianto di Maria. Dice, poi Maria: Lo capisci. Lo so. Ma mi vedrai piangere pi forte ancora. Per ora ti sollevo lo spirito mostrandoti la santit di Giuseppe che era uomo, ossia che non aveva altro aiuto al suo spirito che la sua santit. Io avevo tutti i doni di Dio

nella mia condizione si Immacolata. Non sapevo di esserlo. Ma nellanima mia essi erano attivi e mi davano spirituali forze. Ma egli non era immacolato. Lumanit era in lui con tutto il suo peso greve ed egli doveva innalzarsi verso la perfezione con tutto quel peso, a costo della continua fatica di tutte le sue facolt per voler raggiungere la perfezione ed essere gradito a Dio. Oh! santo mio sposo! Santo in tutte le cose, anche nelle pi umili cose della vita. Santo per la sua castit dangelo. Santo per la sua onest duomo. Santo per la sua pazienza, per la sua operosit, per la sua serenit sempre uguale, per la sua modestia, per tutto. Essa santit brilla anche in questo avvenimento. Un sacerdote gli dice: E bene che tu ti stabilisca qui, ed egli, pur sapendo a quanta maggior fatica va incontro, dice: Per me non nulla. Penso al dolore di Maria. Non fosse per questo, non mi cruccerei per me. Basta che ci sia utile a Ges. Ges, Maria: i suoi angelici amori. Non ha amato altro sulla terra, questo mio santo sposo. E a questo amore ha fatto servo se stesso. Lo hanno fatto protettore delle famiglie cristiane e dei lavoratori e di tante altre categorie. Ma non solo degli agonizzanti, degli sposi, degli operai, sibbene anche dei consacrati si dovrebbe farlo. Quale fra i consacrati della terra, al servizio di Dio, quale che sia, che si sia consacrato al servizio del suo Dio, accettando tutto, rinunciando a tutto, compiendo tutto con prontezza, con spirito ilare, con umore costante, come egli fece?. No, non ve n. E unaltra cosa ti faccio osservare, anzi due. Zaccaria un sacerdote. Giuseppe non lo . Ma pure osserva come colui che non lo ha lo spirito in Cielo pi del sacerdote. Zaccaria pensa umanamente e umanamente interpreta le Scritture perch, non la prima volta che lo fa, si fa troppo guidare dal buon senso umano. Ne stato putito. Ma ci ricasca ancora, bench meno gravemente. Aveva detto per la nascita di Giovanni: Come pu avvenire se io sono vecchio e mia moglie sterile? Dice ora: Per spianarsi la via, il Cristo deve crescere qui e, con quella radichetta di orgoglio che persiste anche nei migliori, pensa di poter essere lui utile a Ges. Non utile come vuole esserlo Giuseppe servendolo, ma utile facendogli da maestro.... Dio lo ha perdonato per la sua buona intenzione. Ma aveva mai bisogno il Maestro di maestri? Io cercai di fargli vedere la luce nelle profezie. Ma egli si sentiva pi dotto di me e usava questo sentire a suo modo. Avrei potuto insistere e vincere. Ma -ecco la seconda osservazione che ti faccio fare- ma ho rispettato il sacerdote per la sua dignit, non per il suo sapere. Il sacerdote , generalmente, sempre illuminato da Dio. Ho detto generalmente. Lo quando un vero sacerdote. Non la veste quella che consacra: lanima. Per giudicare se uno un vero sacerdote bisogna giudicare ci che esce dalla sua anima. Come ha detto il mio Ges, dallanima che escono le cose che santificano o che contaminano, quelle che informano tutto il modo di agire di un individuo. Orbene: quando uno un vero sacerdote, generalmente sempre ispirato da Dio. Degli altri, che tali non sono, occorre avere soprannaturale carit e pregare per loro. Ma mio Figlio ti ha gi messa al servizio di questa redenzione e non dico di pi. Sii lieta di soffrire perch aumentino i veri sacerdoti. E tu riposa sulla parola di chi ti guida. E credi e ubbidisci al suo consiglio. Ubbidire salva sempre. Anche se non in tutto perfetto il consiglio che si riceve. Tu vedi. Noi ubbidimmo. E fu bene. Vero che Erode si limit a far sterminare i bambini di Betlemme e dintorni. Ma Satana non avrebbe potuto spingere e propagare queste onde di livore ben oltre, e persuadere a uguale delitto tutti i potenti di Palestina per far sopprimere il futuro Re dei giudei? Avrebbe potuto. E sarebbe avvenuto nei primi tempi del Cristo, quando il ripetersi dei prodigi aveva destato lattenzione delle folle e locchio dei potenti. Come avremmo potuto, se ci fosse avvenuto, attraversare tutta la Palestina per venire dalla lontana Nazareth in Egitto, terra ospitale agli ebrei perseguitati, e farlo con un piccolo bambino e mentre infuriava una persecuzione? Pi facile la fuga da Betlem, anche se ugualmente dolorosa. Lubbidienza salva sempre. Ricordalo. E il rispetto al sacerdote sempre segno di formazione

cristiana. Guai -e Ges lha detto- guai ai sacerdoti che perdono la loro fiamma apostolica! Ma guai anche a chi si crede lecito sprezzarli! Perch essi consacrano e spezzano il Pane Vero che dai Cieli discende. E quel contatto li rende santi come un calice sacro, anche se santi non sono. A Dio risponderanno. Voi considerateli tali e non vi curate daltro. Non siate pi intransigenti del vostro Signore Ges, il quale al loro comando lascia il Cielo e scende per essere elevato dalle loro mani. Imparate da lui. E se sono ciechi, se sono sordi, dallanima paralitica e il pensiero malato, se sono lebbrosi di colpe troppo in contrasto con la loro missione, se sono dei Lazzari in un sepolcro, chiamate Ges che li risani, che li risusciti. Chiamatelo col vostro orare e col vostro soffrire, o anime vittime. Salvare unanima predestinare al Cielo la propria. Ma salvare unanima sacerdotale salvare un numero grande di anime, perch ogni sacerdote santo una rete che trascina anime a Dio. E salvare un sacerdote, ossia santificare: risantificare, creare questa mistica rete. Ogni sua preda una luce che si aggiunge alla vostra eterna corona. Va' in pace.

32. Presentazione di Ges al Tempio. La virt di Simeone e la profezia di Anna. 1 febbraio 1944. Vedo partire da una casetta modestissima una coppia di persone. Da una scaletta esterna scende una giovanissima madre con un bambino tra le braccia, avvolto in un panno bianco. Riconosco questa Mamma nostra. E sempre Lei, pallida e bionda, snella e tanto gentile in ogni suo atto. E vestita di bianco, col manto in cui si avvolge di un pallido azzurro. Sul capo un velo bianco. Porta con tanta cura il suo Bambino. Ai piedi della scaletta lattende Giuseppe presso ad un ciuchino bigio. Giuseppe vestito tutto di color marrone chiaro, sia nella tunica che nel mantello. Guarda Maria e le sorride. Quando Maria giunge presso il ciuchino, Giuseppe si passa la briglia dellasinello sul braccio sinistro e prende per un momento il Bambino, che dorme tranquillo, per permettere a Maria di accomodarsi meglio sulla sella del ciuchino. Poi le rende Ges e si incamminano. Giuseppe cammina al fianco di Maria, tenendo sempre per la briglia il somarello e facendo attenzione che questo vada dritto e senza inciampi. Maria tiene in grembo Ges e, come per tema che il freddo gli possa nuocere, gli stende addosso un lembo del suo mantello. Parlano pochissimo i due sposi, ma si sorridono sovente. La strada, che non un modello stradale, si snoda fra una campagna che la stagione fa nuda. Qualche altro viaggiatore si scontra coi due o li raggiunge, ma sono rari. Poi ecco delle case che si mostrano e delle mura che serrano una citt. I due sposi entrano in essa da una porta e comincia il percorso sul selciato (molto sconnesso) cittadino. Il cammino diviene molto pi difficile, sia perch vi del traffico che fa fermare tutti i momenti il ciuchino, sia perch lo stesso sulle pietre e sulle buche che sostituiscono le pietre mancanti ha continue scosse che

disturbano Maria e il Bambino. La strada non piana. Sale, sebbene lievemente. E stretta fra le case alte dalle porticine strette e basse e dalle rade finestre sulla via. In alto il cielo si affaccia con tante fettine di azzurro fra case e case, anzi fra terrazze e terrazze. In basso sulla via vi gente e vocio, e si incrociano altre persone a piedi, o su somarelli, o conducenti somarelli carichi, e altre dietro ad una ingombrante carovana di cammelli. Ad un certo punto passa con molto rumore di zoccoli e di armi una pattuglia di legionari romani, che scompaiono oltre un arco posto a cavalcione di una via moto stretta e sassosa. Giuseppe piega a sinistra e prende una via pi larga e pi bella. Vedo la cinta merlata, che gi conosco, in fondo ad essa. Maria smonta dal ciuchino presso la posta dove una specie di posteggio per altri somarelli. Dico posteggio perch una specie di capannone, meglio, di tettoia, dove paglia sparsa e dei paletti con degli anelli per legare i quadrupedi. Giuseppe d alcune monete ad un ometto accorso e con esse acquista un poco di fieno e attinge un secchio dacqua da un pozzo rudimentale che in un angolo, e li d al ciuchino. Poi raggiunge Maria ed ambedue entrano nel recinto del Tempio. Si dirigono prima verso un porticato, dove vi sono quelli che Ges poi fustig egregiamente: i venditori di tortore e agnelli e i cambiavalute. Giuseppe acquista due colombini bianchi. Non cambia il denaro. Si capisce che ha gi quello che gli occorre. Giuseppe e Maria si dirigono ad una porta laterale che ha otto gradini, come mi pare abbiano tutte le porte, quasi che il cubo del Tempio sia sopraelevato dal resto del suolo. Questa porta ha un grande atrio, come i portoni delle nostre case di citt, per darle unidea, ma pi vasto e ornato. In esso vi sono a destra e sinistra due specie di altari, ossia due costruzioni rettangolari, di cui sul principio non capisco bene l scopo. Sembrano delle basse conche, perch linterno pi basso dellorlo esterno che si sopraeleva di qualche centimetro. Non so se chiamato da Giuseppe o se venuto di suo, accorre un sacerdote. Maria offre i due poveri colombi ed io, che capisco la loro sorte, volgo altrove lo sguardo. Osservo gli ornati del pesantissimo portale, del soffitto, dellatrio. Mi pare per di vedere, con la coda dellocchio, che il sacerdote asperga Maria con dellacqua. Deve essere acqua, perch non vedo macchie sul suo abito. Poi Maria, che insieme ai colombini aveva dato un mucchietto di monete al sacerdote (mi ero dimenticata di dirlo) entra con Giuseppe nel Tempio vero e proprio, accompagnata dal sacerdote. Io guardo da tutte le parti. E un luogo ornatissimo. Sculture a teste dangeli e palme e ornati corrono sulle colonne, le pareti e il soffitto. La luce penetra da curiose finestre lunghe, strette, naturalmente senza vetri, e tagliate diagonalmente alla parete. Suppongo che sia per impedire agli acquazzoni di entrare. Maria si inoltra sino ad un certo punto. Poi si arresta. A qualche metro da Lei vi sono degli altri gradini e su questi sta unaltra specie di altare, oltre il quale vi unaltra costruzione. Mi accorgo che credevo di essere nel Tempio e invece ero in ci che contorna il Tempio vero e proprio, ossia il Santo, oltre il quale pare che nessuno, fuorch i sacerdoti, possano entrare. Quello che io credevo Tempio non perci che un chiuso vestibolo che da tre parti cinge il Tempio, dove chiuso il Tabernacolo. Non so se mi sono spiegata per bene. Ma non sono un architetto o ingegnere. Maria offre il Bambino -che si svegliato e gira i suoi occhietti innocenti intorno con lo sguardo stupito degli infanti di pochi giorni- al sacerdote. Questo lo prende sulle braccia e lo solleva a braccia tese, volto verso il Tempio, stando contro a quella specie di altare che sta su quei gradini. Il rito compiuto. Il Bambino viene restituito alla Mamma e il sacerdote se ne va. Vi della gente che guarda curiosa. Fra questa si fa largo un vecchietto curvo e arrancante, che si appoggia ad un bastone. Deve essere molto vecchio, direi certo oltre gli ottantanni. Egli si accosta a Maria e le chiede di dargli per un attimo il Piccino. Maria lo accontenta sorridendo. Simeone, che io ho sempre creduto appartenesse alla casta sacerdotale e invece un semplice fedele, almeno a giudicare dalla veste, lo prende, lo bacia. Ges gli sorride con la smorfietta incerta dei poppanti. Sembra che lo osservi curioso, perch il vecchietto piange e ride insieme e le lacrime fanno tutto un ricamo di luccichii insinuandosi fra le rughe e imperlando la barba lunga e bianca, verso la quale Ges tende le manine. E Ges, ma sempre un bambinello, e ci che gli si muove

davanti attira la sua attenzione e gli d velleit di afferrare quella cosa per capire meglio cosa . Maria e Giuseppe sorridono, e anche i presenti che lodano la bellezza del Piccino. Sento le parole del santo vecchio e vedo lo sguardo stupito di Giuseppe, quello commosso di Maria, e anche quelli della piccola folla, in parte stupita e commossa e in parte, alle parole del vecchio, presa da ilarit. Fra questi vi sono dei barbuti e tronfi sinedristi, che scuotono il capo, guardando Simeone con compatimento ironico. Lo devono pensare andato fuor di cervello per let. Il sorriso di Maria si spegne in un pi vivo pallore quando Simeone le annuncia il dolore. Per quanto Ella sappia, questa parola le trafigge lo spirito. Si avvicina di pi a Giuseppe, Maria, per confortarsi, si stringe con passione il suo Bambino al seno e beve, come unanima assetata, le parole di Anna, la quale, donna come , ha piet del suo soffrire e le promette che lEterno le addolcir di una forza soprannaturale lora del dolore. Donna, a Chi ha dato il Salvatore al suo popolo non mancher il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo pianto. Non mai mancato laiuto del Signore alla grandi donne dIsraele, e tu sei ben pi di Giuditta e di Giaele. Il nostro Dio ti dar cuore di oro purissimo per resistere al mare di dolore, per cui sarai la pi grande Donna della creazione, la Madre. E tu, Bambino, ricordati di me nellora della tua missione. E qui mi cessa la visione. Dice Ges: Due insegnamenti per tutti sgorgano dalla descrizione che hai data. Il primo: non al sacerdote immerso nei riti, ma con lo spirito assente, sibbene ad un semplice fedele si svela la verit. Il sacerdote sempre a contatto con la Divinit, volto alla cura di quanto ha attinenza con Dio, dedicato a tutto quanto pi alto della carne, avrebbe dovuto intuire subito chi era il Bambino che veniva offerto al Tempio quella mattina. Ma, perch potesse intuire, occorreva che avesse uno spirito vivo. Non unicamente una veste ricoprente uno spirito, se non morto, molto assonnato. Lo Spirito di Dio pu, se vuole, tuonare e scuotere come folgore e terremoto anche lo spirito pi ottuso. Lo pu. Ma generalmente, poich Spirito di ordine come ordine Dio in ogni sua Persona e modo di agire, Esso si effonde e parla non dico dove merito sufficiente a ricevere la sua effusione -allora ben poche volte si effonderebbe, e tu pure non ne conosceresti le luci- ma l dove vede la buona volont di meritare la sua effusione.. Come si esplica questa buona volont? Con una vita fatta, per quanto vi possibile, tutta di Dio. Nella fede, nellubbidienza, nella purezza, nella carit, nella generosit, nella preghiera. Non nelle pratiche, nella preghiera. Vi differenza minore fra la notte e il giorno che non fra le pratiche e la preghiera. Questa comunione di spirito con Dio, dalla quale uscite rinvigoriti e decisi a sempre pi essere di Dio. Laltra una abitudine qualunque, fatta per scopi diversi ma sempre egoisti, la quale vi lascia quelli che siete, anzi vi aggrava di una colpa di menzogna e di accidia. Simeone aveva questa buona volont. La vita non gli aveva risparmiato affanni e prove. Ma egli non aveva perduto la sua buona volont. Gli anni e le vicende non avevano intaccato e scosso la sua fede nel Signore, nelle sue promesse, e non avevano stancato la sua buona volont desser sempre pi degno di Dio. E Dio, prima che gli occhi del servo fedele si chiudessero alla luce del sole, in attesa di riaprirsi al Sole di Dio rutilante dai Cieli aperti al mio salire dopo il Martirio, gli mand il raggio dello Spirito che lo guidasse al Tempio, per vedere la Luce venuta al mondo. Mosso dallo Spirito Santo dice il Vangelo. Oh! se gli uomini sapessero quale Amico perfetto lo Spirito Santo, quale Guida, quale Maestro! Se lo amassero e lo invocassero, questo Amore della Santissima Trinit, questa Luce della Luce, questo Fuoco del Fuoco, questa Intelligenza, questa Sapienza! Quanto pi saprebbero di ci che necessario sapere! Vedi, Maria; vedete, figli. Simeone ha atteso tutta una lunga vita di vedere la Luce, di sapere compiuta la promessa di Dio. Ma non ha mai dubitato. Non si mai

detto: E inutile che io perseveri nello sperare e nel pregare. Ha perseverato. E ha ottenuto di vedere ci che non videro il sacerdote e i sinedristi pieni di superbia e di opacit: il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore in quelle carni infantili che gli davano tepore e sorrisi. Ha avuto il sorriso di Dio, primo premio della sua vita onesta e pia, attraverso le mie labbra di Bambino. Seconda lezione: le parole di Anna. Anche ella, profetessa, vede in Me neonato, il Messia. E questo, data la sua capacit di profezia, naturale. Ma ascolta, ascoltate ci che, spinta da fede e da carit, dice a Mia Madre. E fatevene luce al vostro spirito, che trema in questo tempo di tenebre e in questa Festa della Luce. A chi ha dato un Salvatore non mancher il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo, il vostro pianto. Pensate che Dio ha dato Se stesso per annullare lopera di Satana negli spiriti. E non potr vincere ora i satana che vi torturano? Non potr asciugare il vostro pianto, sgominando questi satana e mandando da capo la pace del suo Cristo? Perch non glielo chiedete, con fede? Fede vera, prepotente, una fede davanti alla quale il rigore di Dio, sdegnato da tante vostre colpe, cada con un sorriso e venga il perdono che aiuto, e venga la sua benedizione ad essere arcobaleno su questa terra che si sommerge in un diluvio di sangue voluto da voi stessi? Pensate: il Padre, dopo aver punito gli uomini col diluvio, disse a Se stesso e al suo Patriarca: Io non maledir pi la terra a causa degli uomini, perch i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male fin dalladolescenza; quindi non colpir pi ogni vivente come ho fatto. Ed stato fedele alla sua parola. Non ha pi mandato il diluvio. Ma voi quante volte vi siete detti ed avete detto a Dio: Se ci salviamo questa volta, se ci salvi, non faremo mai pi guerre, mai pi, e poi ne avete sempre fatte di pi tremende? Quante volte, o falsi e senza il rispetto per il Signore e per la parola vostra? Eppure Dio vi aiuterebbe ancora una volta, se la gran massa dei fedeli lo chiamasse con fede e amore prepotente. Mettete -o voi tutti che, troppo pochi per controbilanciare i molti che mantengono vivo il rigore di Dio, rimanete per a Lui devoti nonostante l'ora tremenda che incombe e cresce di attimo in attimo- mettete il vostro affanno ai piedi di Dio. Egli sapr mandarvi il suo angelo come ha mandato il Salvatore al mondo. Non temete. State uniti alla Croce. Essa ha vinto sempre le insidie del demonio, che viene con la ferocia degli uomini e le tristezze della vita a cercare di piegare alla disperazione, ossia alla separazione da Dio, i cuori che non pu prendere in altra maniera.

33. Ninna-nanna della Vergine. 28 novembre 1944. [...]. Stamane ho avuto un soave risveglio. Ancor fra le nebbie del sopore sentivo una voce purissima cantare dolcemente una lenta ninna-nanna. Pareva una pastorale natalizia tanto era lenta e arcaica. Seguivo quel motivo e quella voce sempre pi beandomene e tornando lucida sotto la sua onda. Finalmente lo sono stata e ho capito. Ho detto: Ti saluto, Maria, piena di Grazia! perch era la Mamma che cantava. E Lei ha rinforzato la voce dopo avermi detto: Anche io ti saluto. Vieni e sii felice! E lho vista. Nella casa di Betlemme, nella stanza da Lei occupata, intenta a cullare Ges per addormentarlo. Nella stanza era il telaio di Maria e dei lavori di cucito. Sembrava che Maria avesse sospeso il lavoro per dare il latte al Bambino, cambiargli le fasce, meglio, i panni, perch era gi un bambinello di qualche mese. Direi sei o otto al massimo, e che contasse riprendere il lavoro quando il Bambino fosse addormentato. Lora era verso sera. Il tramonto, gi quasi completamente compiuto, aveva sparso di bioccoli doro il cielo sereno. Delle mandre tornavano al chiuso, brucando le ultime erbe di un prato fiorito, e belavano alzando il musetto. Il Bambino stentava ad addormentarsi. Pareva un poco inquieto come per smania dei denti od altra piccola bua della puerizia. Ho scritto come ho potuto, nel buio di quellora appena appena mattinale, il canto su un pezzo di carta, ed ora lo copio qui. Nuvolette tutte doro - paion greggi del Signore. Sopra il prato tutto in fiore - un altro gregge sta a guardar. Ma se avessi tutti i greggi - che ci sono sulla terra lagnellino a me pi caro - saresti sempre Tu... Dormi, dormi, dormi, dormi... Non piangere pi... Mille stelle rilucenti - stan nel cielo a riguardare. Le soavi tue pupille - non le far pi lacrimare. I tuoi occhi di zaffiro - son le stelle del mio cuore. Il tuo pianto il mio dolore! - Oh! non piangere pi... Dormi, dormi, dormi, dormi... Non piangere pi... Tutti gli angeli splendenti - che ci son nel Paradiso fan corona a Te, innocente - per bearsi del tuo viso. Ma Tu piangi. Vuoi la Mamma - Vuoi la Mamma, Mamma, Ma... qui intorno a farti nanna. - Nanna, nanna, nanna, na... Dormi, dormi, dormi, dormi... Non piangere pi... Poi il ciel si far rosa - per laurora che ritorna e la Mamma ancor non posa - per non farti lacrimar. Ridestato dirai: Mamma! - Figlio! io ti dir, e col bacio amore e vita - insieme al latte ti dar... Dormi, dormi, dormi, dormi... Non piangere pi... Senza Mamma non puoi stare - neppur se sogni il Cielo. Vieni, vieni! Sotto il velo - io ti far dormir. Il mio petto per guanciale - le mie braccia a farti cuna. Non avere tema alcuna! - Io sono qui con Te... Dormi, dormi, dormi, dormi...

Non piangere pi... Io con Te ci sar sempre. - Sei la vita del mio cuore... Egli dorme... pare un fiore - posato sopra il sen... Egli dorme... Fate piano! - Forse vede il Padre Santo... Quella vista asciuga il pianto - del dolce mio Ges... Dorme, dorme, dorme, dorme e non piange pi... Dire la grazia della scena impossibile. Non che una madre che culla un piccino. Ma quella Madre e quel Piccino! Pu pensare perci che grazia, che amore, che purezza, che Cielo in questa piccola, grande, soave scena che mi letifica col suo ricordo, di cui resta a conferma la melodia che mi ripeto. Per poterla far sentire a lei. Ma io non ho la voce di argento purissimo di Maria, la voce verginale della Vergine!... E sembrer un organetto sfiatato. Non importa. Far come potr. Che bella pastorale sarebbe, da cantarsi intorno alla Culla di Natale! La Mamma prima tentennava lenta la cuna di legno. Poi, vedendo che Ges non si chetava, se lo preso in collo, seduta presso la finestra aperta, con a fianco la cunella, e, ondeggiando lievemente sul ritmo del canto, ha ripetuto la ninna-nanna due volte, fino a che il piccolo Ges ha chiuso gli occhietti, ha girato la testolina contro il petto materno e si addormentato cos, con il visetto schiacciato contro il calduccio di quel seno, una manina appoggiata sulla mammella materna, presso la sua guancina rosata, e laltra abbandonata in grembo. Il velo di Maria ombreggiava la Creaturina santa. Poi Maria si alzata con infinita cura e ha deposto il suo Ges nella cunella, lo ha coperto coi piccoli lini, ha steso un velo a riparo delle mosche e dellaria, ed stata a contemplarsi il suo Tesoro dormente. Teneva una mano sul cuore, una ancora appoggiata alla cuna, pronta ad ondularla se vi fosse minaccia di risveglio, e sorrideva, beata, stando un poco curva, mentre le ombre e il silenzio calavano sulla terra e invadevano la stanzetta verginale. Che pace! Che bellezza! Ne sono beata! Non una visione grandiosa e forse sar giudicata inutile nella massa delle altre, perch non rivela nulla di speciale. Lo so. Ma per me una vera grazia e tale la reputo, perch mi fa lo spirito placido, puro, amoroso come fosse ricreato dalle mani della Mamma. Penso che anche a lei piacer in tal senso. Siamo bambini noi. Meglio cos! Piacciamo a Ges. Gli altri, dotti e complicati, pensino ci che vogliono e ci dicano pure puerili. Noi non ce ne occupiamo, vero?

34. Adorazione dei Magi. E vangelo della fede. 28 febbraio 1944. Il mio interno ammonitore mi dice: Chiama queste contemplazioni che avrai, e che ti dir, i vangeli della fede, perch a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio. Vedo Betlemme piccola e bianca, raccolta come una chiocciata sotto al lume delle stelle. Due vie principali la tagliano a croce, luna venendo da oltre il paese, ed la via maestra che poi prosegue oltre il paese, l'altra andando da un'estremit all'altra dello stesso, ma non oltre. Alcune viuzze lo segmentano, questo piccolo paese, senza la pi piccola norma di piano stradale come noi lo concepiamo, ma anzi adattandosi al suolo che a dislivelli ed alle case sorte qua e l, secondo i capricci del suolo e del loro costruttore. Volte quali a destra e quali a manca, chi messa per spigolo, rispetto alla via che le costeggia, obbligano questa ad essere come un nastro che si sgomitola sinuosamente e non un rettilineo che va da qua a l senza deviare. Ogni tanto una

piazzetta, sia per un mercato, sia per una fontana, sia perch, costruito qui e l senza regola, rimasto uno scampolo di suolo sghimbescio su cui non possibile costruire pi nulla. Nel punto dove mi pare di sostare particolarmente proprio una di queste piazzette irregolari. Dovrebbe essere quadrata o quanto meno rettangolare. Invece venuta un trapezio tanto strano da parere un triangolo acuto smusso nel vertice. Nel lato pi lungo -la base del triangolo- vi un fabbricato largo basso. Il pi largo del paese. Di fuori un muraglione liscio e nudo, sul quale si aprono appena due portoni, ora ben serrati. Dentro invece, nel suo largo quadrato, si aprono molte finestre al primo piano, mentre sotto vi sono porticati che cingono cortili sparsi di paglia e detriti, con delle vasche per abbeverare cavalli ed altri animali. Alle rustiche colonne dei portici sono anelli per tenere legate le bestie, e su un lato vi una vasta tettoia per ricoverare mandre e cavalcature. Comprendo che lalbergo di Betlemme. Sugli altri due lati uguali sono case e casette, quali precedute e quali no da un poco dorto, perch fra esse vi quella che con la facciata sulla piazza, e quella col retro della casa sulla piazza. Sullaltro lato pi stretto, fronteggiante il caravanserraglio, ununica casetta dalla scaletta esterna che entra a met facciata nelle camere del piano abitato. Sono tutte chiuse perch notte. Non vi nessuno per le vie, data lora. Vedo aumentare la luce notturna piovente dal cielo pieno di stelle, cos belle nel cielo orientale, cos vive e grandi che paiono vicine e che sia facile raggiungerle e toccare quei fiori splendenti nel velluto del firmamento. Alzo lo sguardo per comprendere la fonte di questo aumento di luce. Una stella, di insolita grandezza che la fa parere una piccola luna, si avanza nel cielo di Betlemme. E le altre paiono eclissarsi e farle largo come ancelle al passare della regina, tanto il suo splendore le soverchia e annulla. Dal globo, che pare un enorme zaffiro pallido, acceso internamente da un sole, parte una scia nella quale, al predominante colore dello zaffiro chiaro, si fondono i biondi dei topazi, i verdi degli smeraldi, gli opalescenti degli opali, i sanguigni bagliori dei rubini e i dolci scintillii delle ametiste. Tutte le pietre preziose della terra sono in quella scia, che spazza il cielo con un moto veloce e ondulante come fosse viva. Ma il colore che predomina quello piovente dal globo della stella: il paradisiaco colore di pallido zaffiro che scende a fare di argento azzurro le case, le vie, il suolo di Betlemme, culla del Salvatore. Non pi la povera citt, per noi meno di un paese rurale. E una fantastica citt di fiaba in cui tutto dargento. E lacqua delle fonti e delle vasche di liquido diamante. Con un pi vivo raggiare di splendori la stella si ferma sulla piccola casa che sul lato pi stretto della piazzetta. N i suoi abitanti, n i betlemmiti la vedono, perch dormono nelle chiuse case, ma essa accelera i suoi palpiti di luce e la sua coda vibra e ondeggia pi forte tracciando quasi dei semicerchi nel cielo, che si accende tutto per questa rete dastri che essa trascina, per questa rete piena di preziosi che splendono tingendo dei pi vaghi colori le altre stelle, quasi a comunicare loro una parola di gioia. La casetta tutta bagnata da questo fuoco liquido di gemme. Il tetto della breve terrazza, la scaletta di pietra scura, la piccola porta, tutto come un blocco di puro argento sparso di polvere di diamanti e perle. Nessuna reggia della terra ha mai avuto od avr una scala simile a questa, fatta per ricevere il passo degli angeli, fatta per essere usata dalla Made che Madre di Dio. I suoi piccoli piedi di Vergine Immacolata possono posarsi sul quel candido splendore, i suoi piccoli piedi destinati a posarsi sui gradini del trono di Dio. Ma la vergine non lo sa. Essa veglia presso la cuna del Figlio e prega. Nellanima ha splendori che superano gli splendori di cui la stella decora le cose. Dalla via maestra si avanza una cavalcata. Cavalli bardati ed altri condotti a mano, dromedari e cammelli cavalcati o portanti il loro carico. Il suono degli zoccoli fa un rumore di acqua che frusci e schiaffeggi le pietre di un torrente. Giunti sulla piazza, tutti si fermano. La cavalcata, sotto il raggio della stella, fantastica di splendore. I finimenti delle ricchissime cavalcature, gli abiti dei loro cavalcatori, i volti, i bagagli, tutto splende unendo e ravvivando il suo splendore di metallo, di cuoio, di seta, di gemma, di pelame, al brillio stellare. E gli occhi raggiano e ridono le bocche, perch un altro splendore si acceso nei cuori, quello di una gioia soprannaturale. Mentre i servi si avviano verso il caravanserraglio con gli animali, tre della carovana smontano

dalle rispettive cavalcature, che un servo subito conduce altrove, e a piedi vanno verso la casa. E si prostrano, fronte a terra, a baciare la polvere. Sono tre potenti. Lo dicono le vesti ricchissime. Uno, di pelle molto scura, sceso da un cammello, si avvolge tutto in uno sciamma (veste etiope) di candida seta splendente, stretto alla fronte ed alla vita da un cerchio prezioso, da cui pende un pugnale o una spada dallelsa tempestata di gemme. Gli altri, scesi da due splendidi cavalli, sono vestiti luno di una stoffa rigata, bellissima, in cui predomina il color giallo, fatto questabito come un lungo domino ornato di cappuccio e di cordone, che paiono un sol lavoro di filigrana doro tanto sono trapunti di ricami in oro. Il terzo ha una camicia setosa, che sbuffa da larghe e lunghe brache strette al piede, e si avvolge in uno scialle finissimo, che pare un giardino fiorito tanto sono vivi i fiori che lo decorano tutto. In testa ha un turbante trattenuto da una catenella tutta a castoni di diamanti. Dopo avere venerato la casa dove il Salvatore, si rialzano e vanno al caravanserraglio, dove i servi hanno bussato e fatto aprire. E qui cessa la visione. Che riprende, tre ore dopo, con la scena delladorazione dei Magi a Ges. E giorno, ora. Un bel sole splende nel cielo pomeridiano. Un servo dei tre traversa la piazza e sale la scaletta della piccola casa. Entra. Esce. Torna allalbergo. Escono i tre Savi seguiti ognuno dal proprio servo. Traversano la piazza. I rari passanti si volgono a guardare i pomposi personaggi che passano molto lentamente, con solennit. Fra lentrata del servo e quella dei tre passato un buon quarto dora, che ha dato modo agli abitanti della casetta di prepararsi a ricevere gli ospiti. Questi sono ancor pi riccamente vestiti della sera avanti. Le sete splendono, le gemme brillano, un gran pennacchio di penne preziose, sparse di scaglie ancor pi preziose, tremola e sfavilla sul capo di colui che ha il turbante. I servi portano luno un cofano tutto intarsiato, le cui rinforzature metalliche sono in oro bulinato; il secondo un lavoratissimo calice, coperto da un ancor pi lavorato coperchio tutto doro; il terzo una specie di anfora larga e bassa, pure in oro, e tappata da una chiusura fatta a piramide, che al vertice porta un brillante. Devono essere pesanti, perch i servi li portano con fatica, specie quello del cofano. I tre montano la scala ed entrano. Entrano in una stanza che va dalla strada al dietro della casa. Si vede lorticello posteriore da una finestra aperta al sole. Delle porte si aprono nelle due altre pareti, e da queste sbirciano coloro che sono i proprietari: un uomo, una dona e tre o quattro fra giovinetti e bimbi. Maria seduta col Bambino in grembo ed ha vicino Giuseppe in piedi. Per si alza Ella pure e si inchina quando vede entrare i tre Magi. E tutta vestita di bianco. Cos bella nella sua semplice veste candida che la copre dalla radice del collo ai piedi, dalle spalle ai polsi sottili, cos bella nella testina coronata di trecce bionde, nel viso che lemozione fa pi vivamente roseo, negli occhi che sorridono con dolcezza, nella bocca che sapre al saluto: Dio sia con voi, che i tre si arrestano un istante colpiti. Poi procedono e le si prostrano ai piedi. E la pregano di sedere. Essi no, non siedono, per quanto Ella li preghi di farlo. Essi restano in ginocchio, rilassati sui calcagni. Dietro a loro, pure in ginocchio, sono i tre servi. Essi sono subito dopo il limitare. Hanno posato davanti a loro i tre oggetti che portavano, e attendono. I tre Savi contemplano il Bambino, che mi pare possa avere dai nove mesi ad un anno, tanto vispo e robusto. Egli sta seduto in grembo alla Mamma, e sorride e cinguetta con una vocina di uccellino. E vestito tutto di bianco come la Mamma, con sandaletti ai piedini minuscoli. Una vestina molto semplice: una tunichella da cui escono i bei piedini irrequieti, le manine grassottelle che vorrebbero afferrare tutto, e soprattutto la bellissima faccina nella quale splendono gli occhi azzurro cupi, e la bocca fa le fossette ai lati ridendo e scoprendo i primi dentini minuti. I ricciolini sembrano una polvere doro tanto sono splendenti e vaporosi. Il pi vecchio dei Savi parla per tutti. Spiega a Maria che essi hanno visto, una notte del passato dicembre, accendersi una nuova stella nel cielo, di inusitato splendore. Mai le carte del cielo avevano portato quellastro e parlato di esso. Il suo nome non era conosciuto, perch essa non aveva nome. Nata allora dal seno di Dio, essa era fiorita per dire agli uomini una verit benedetta, un

segreto di Dio. Ma gli uomini non le avevano fatto caso, perch avevano lanima confitta nel fango. Non alzavano lo sguardo a Dio e non sapevano leggere le parole che Egli traccia, ne sia in eterno benedetto, con gli astri di fuoco sulla volta dei cieli. Essi lavevano vista e si erano sforzati a capirne la voce. Perdendo contenti il poco sonno che concedevano alle loro membra, dimenticando il cibo, serano sprofondati nello studio dello zodiaco, E le congiunzioni degli astri, il tempo, la stagione, il calcolo delle ore passate e delle combinazioni astronomiche avevano a loro detto il nome e il segreto della stella. Il suo nome: Messia. Il suo segreto: Essere il Messia venuto al mondo. E si erano partiti per adorarlo. Ognuno allinsaputa dellaltro. Per monti e deserti, per valli e fiumi, viaggiando la notte, erano venuti in Palestina, perch la stella andava in tal senso. Per ognuno, da tre punti diversi della terra (India, Persia, Etiopia), andava in tal senso. E si erano trovati poi oltre il Mar Morto. Il volere di Dio li aveva riuniti l, ed insieme avevano proceduto, intendendosi, nonostante ognuno parlasse la sua lingua, e intendendo e potendo parlare la lingua del Paese per un miracolo dellEterno. E insieme erano andati a Gerusalemme, poich il Messia doveva essere il Re di Gerusalemme, il Re dei giudei. Ma la stella si era celata, sul cielo di quella citt, ed essi avevano sentito frangersi di dolore il loro cuore e si erano esaminati per sapere se avevano demeritato di Dio. Ma avendoli rassicurati la coscienza, si erano rivolti a re Erode per chiedergli in quale reggia era nato il Re dei giudei che essi erano venuti ad adorare. E il re, convocati i principi dei sacerdoti e gli scribi, aveva chiesto dove poteva nascere il Messia. Ed essi avevano risposto: A Betlemme di Giuda. Ed essi erano venuti verso Betlemme e la stella era riapparsa ai loro occhi, lasciata la Citt santa, e la sera avanti aveva aumentato gli splendori -il cielo era tutto un incendio- e poi, si era fermata, adunando tutta la luce delle altre stele nel suo raggio, sopra questa casa. Ed essi avevano compreso esser l il Nato divino. Ed ora lo adoravano, offrendo i loro poveri doni e pi che altro offrendo il loro cuore, che mai avrebbe cessato di benedire Iddio della grazia concessa e di amare il suo Nato, di cui vedevano la santa Umanit. Dopo sarebbero tornati a riferire al re Erode, perch egli desiderava adorarlo esso pure. Ecco intanto loro come a re si conviene possedere, ecco lincenso come a Dio si conviene, ed ecco, o Madre, ecco la mirra, perch il tuo Nato Uomo oltre che Dio, e della carne e della vita umana conoscer lamarezza e la legge inevitabile del morire. Il nostro amore vorrebbe non dirle queste parole, e pensarlo eterno anche con la carne come eterno lo Spirito suo. Ma, o Donna, se le nostre carte, e pi le nostre anime, non errano, Egli , il Figlio tuo, il Salvatore, il Cristo di Dio, e perci dovr, per salvare la terra, levare su S il male della terra, di cui uno dei castighi la morte. Questa resina per quellora. Perch le carni, che son sante, non conoscano putredine di corruzione e conservino integrit sino alla loro risurrezione. E per questo nostro dono Egli di noi si ricordi, e salvi i suoi servi dando loro il suo Regno. Per intanto, per esserne santificati, Ella, la Madre, dia il suo Pargolo al nostro amore. Che baciando i suoi piedi scenda in noi la benedizione celeste. Maria, che ha superato lo sgomento suscitato dalle parole del Sapiente e ha celato la tristezza della funebre evocazione sotto un sorriso, offre il Bambino. Lo pone sulle braccia del pi vecchio, che lo bacia e ne accarezzato, poi lo passa gli altri due. Ges sorride e scherza colle catenelle e le frange dei tre, e guarda curiosamente lo scrigno aperto pieno di una cosa gialla che luccica, e ride vedendo che il sole fa un arcobaleno battendo sul brillante del coperchio della mirra. Poi i tre rendono a Maria il Bambino e si alzano. Si alza anche Maria. Si inchinano a vicenda, dopo che il pi giovane ha dato un ordine al servo, che esce. I tre parlano ancora un poco. Non sanno decidersi a staccarsi da quella casa. Lacrime di emozione sono negli occhi. Infine si dirigono alluscita, accompagnati da Maria e Giuseppe. Il Bambino ha voluto scendere e dare la manina al pi vecchio dei tre, e cammina cos, tenuto per mano da Maria e dal Savio, che si curvano per tenerlo per mano. Ges ha il passetto ancor incerto dellinfante e ride picchiando i piedini sulla striscia che fa il sole sul pavimento. Giunti alla soglia -non si deve dimenticare che la stanza era lunga quanto la casa- i tre si

accomiatano inginocchiandosi ancora una volta e baciando i piedini di Ges. Maria, curva sul Piccino, gli prende la manina e la guida, facendole fare un gesto di benedizione sul capo di ogni singolo Mago E gi un segno di croce, tracciato dalle ditine di Ges, guidate da Maria. Poi i tre scendono la scala. La carovana gi l pronta che attende. Le borchie dei cavalli splendono al sole del tramonto. La gente si affollata sulla piazzetta a vedere linsolito spettacolo. Ges ride battendo le manine. La Mamma lo ha sollevato e appoggiato al largo parapetto che limita il pianerottolo e lo tiene con un braccio contro il suo petto perch non caschi. Giuseppe sceso con i tre e regge ad ognuno la staffa mentre salgono sui cavalli e sul cammello. Ora servi e padroni sono tutti a cavallo. Lordine di marcia viene dato. I tre si curvano fin sul collo della cavalcatura in un ultimo saluto. Giuseppe si inchina. Maria pure e torna a guidare la manina di Ges in un gesto di addio e di benedizione. Dice Ges: Ed ora? Che dirvi ora, o anime che sentite morire la fede? Quei Savi doriente non avevano nulla che li assicurasse della verit. Nulla di soprannaturale. Solo il calcolo astronomico e la loro riflessione che una vita integra faceva perfetta. Eppure hanno avuto fede. Fede in tutto: fede nella scienza, fede nella coscienza, fede nella bont divina. Per la scienza hanno creduto al segno della stella nuova, che non poteva che esser quella, attesa da secoli dallumanit: il Messia. Per la coscienza hanno avuto fede nella voce della stessa che, ricevendo voci celesti, diceva loro: E quella stella che segna lavvento del Messia. Per la bont hanno avuto fede che Dio non li avrebbe ingannati e, poich la loro intenzione era retta, li avrebbe aiutati in ogni modo per giungere allo scopo. E sono riusciti. Essi soli, fra tanti studiosi dei segni, hanno compreso quel segno, perch essi soli avevano nellanima lansia di conoscere le parole di Dio con un fine retto, che aveva per principale pensiero quello di dare subito a Dio lode ed onore. Non cercavano un utile proprio. Anzi vanno incontro a fatiche e spese, e nulla chiedono di compenso che sia umano. Chiedono soltanto che Dio di loro si ricordi e li salvi per leternit. Come non hanno nessun pensiero di futuro compenso umano, cos non hanno, quando decidono il viaggio, nessuna umana preoccupazione. Voi vi sareste messi mille cavilli: Come far a fare tanto viaggio in paesi e fra popoli di lingua diversa? Mi crederanno o mi imprigioneranno come spia? Che aiuto mi daranno nel passare deserti e fiumi e monti? E il caldo? E il vento degli altipiani? E le febbri stagnanti lungo le zone paludose? E le fiumane gonfiate dalle piogge? E il cibo diverso? E il diverso linguaggio? E... e... e. Cos ragionate voi. Essi non ragionano cos. Dicono con sincera e santa audacia: Tu, o Dio, ci leggi nel cuore e vedi che fine perseguiamo. Nelle tue mani ci affidiamo. Concedici la gioia sovrumana di adorare la tua Seconda Persona fatta Carne per la salute del mondo. Basta. E si mettono in cammino dalle Indie lontane. (Ges mi dice po che per India vuol dire l'Asia meridionale, dove ora Turchestan, Afganistan e Persia). Dalle catene mongoliche sulle quali spaziano unicamente le aquile e gli avvoltoi e Dio parla col rombo dei venti e dei torrenti e scrive parole di mistero sulle pagine sterminate dei nevai. Dalle terre da cui nasce il Nilo e procede, vena verde e azzurra, incontro allazzurro cuore del Mediterraneo, n picchi n selve, n arene, oceani asciutti e pi pericolosi di quelli marini, fermano il loro andare. E la stella brilla sulle loro notti, negando loro di dormire. Quando si cerca Dio, le abitudini animali devono cedere alle impazienze e alle necessit sopraumane. La stella li prende da settentrione, da oriente e da meridione, e per un miracolo di Dio procede per tutti e tre verso un punto, come, per un altro miracolo, li riunisce dopo tante miglia in quel punto, e per un altro d loro, anticipndo la sapienza pentecostale, il dono di intendersi e di farsi intendere cos come nel Paradiso, dove si parla un'unica lingua, quella di Dio. Un unico momento di sgomento li assale quando la stella scompare e, umili perch sono realmente grandi , non pensano che sia per la malvagit altrui che ci avviene, non meritando i corrotti di Gerusalemme di vedere la stella di Dio. Ma pensano che sia

per avere demeritato di Dio loro stessi, e si esaminano con tremore e contrizione gi pronta a chiedere perdono. Ma la loro coscienza li rassicura. Anime use alla meditazione, hanno una coscienza sensibilissima, affinata da una attenzione costante, da una introspezione acuta, che ha fatto del loro interno uno specchio su cui si riflettono le pi piccole larve degli avvenimenti giornalieri. Ne hanno fatto una maestra, una voce che avverte e grida al pi piccolo, non dico errore, ma sguardo allerrore, a ci che umano, al compiacimento di ci che io. Perci, quando essi si pongono di fronte a questa maestra, a questo specchio severo e nitido, sanno che esso non mentir. Ora li rassicura ed essi riprendono la lena. Oh! dolce cosa sentire che nulla in contrario a Dio! Sentire che Egli guarda con compiacenza lanimo del figlio fedele e lo benedice. Da questo sentire viene aumento di fede e fiducia, e speranza, e fortezza, e pazienza. Ora tempesta. Ma passer, poich Dio mi ama e sa che lo amo, e non mancher di aiutarmi ancora. Cos parlano coloro che hanno la pace che viene da una coscienza retta, che regina di ogni loro azione. Ho detto che erano umili perch erano realmente grandi. Nella vostra vita, invece, che avviene? Che uno, non perch grande, ma perch pi prepotente, si fa potente per la sua prepotenza e per la vostra idolatria sciocca, non mai umile. Ci sono dei disgraziati che, solo per essere maggiordomi di un prepotente, uscieri di un ufficio, funzionari di una frazione, servi insomma di chi li ha fatti tali, si dnno delle pose da semidei. E fanno piet!... Essi, i tre Savi, erano realmente grandi. Per virt soprannaturali per prima cosa, per scienza per seconda cosa, per ricchezza per ultima cosa. Ma si sentono un nulla, polvere sulla polvere della terra, rispetto al Dio altissimo, che crea i mondi con un suo sorriso e li sparge come chicchi di grano per saziare gli occhi degli angeli coi monili delle stele. Ma si sentono un nulla rispetto al Dio altissimo, che ha creato il pianeta su cui vivono e lo ha fatto variato mettendo, Scultore infinito dopere sconfinate, qua, con una ditata del suo pollice, una corona di dolci colline, e l un'ossatura di gioghi e di picchi, simili a vertebre della terra, di questo corpo smisurato a cui sono vene i fiumi, bacini i laghi, cuori gli oceani, veste le foreste, veli le nubi, decorazioni i ghiacciai di cristallo, gemme le turchesi e gli smeraldi, gli opali e i berilli di tutte le acque che cantano, con le selve e i venti, il grande coro di laude al loro Signore. Ma si sentono nulla nella loro sapienza rispetto al Dio altissimo, da cui la loro sapienza viene e che ha dato loro occhi pi potenti di quelle due pupille per cui vedono le cose: occhi dellanima, che sanno leggere nelle cose la parola non scritta da mano umana, ma incisa dal pensiero di Dio. Ma si sentono nulla nella loro ricchezza: atomo rispetto alla ricchezza del Possessore delluniverso, che sparge metalli e gemme negli astri e pianeti e soprannaturali dovizie, inesauste dovizie, nel cuore di chi lama. E, giunti davanti ad una povera casa, nella pi meschina delle citt di Giuda, essi non crollano il capo dicendo: Impossibile, ma curvano la schiena, le ginocchia, e specie il cuore, e adorano. L, dietro a quel povero muro, Dio. Quel Dio che essi hanno sempre invocato, non osando mai, neppure lontanamente, sperare di averlo a vedere. Ma invocato per il bene di tutta lumanit, per il loro bene eterno. Oh! questo solo si auguravano. Di poterlo vedere, conoscere, possedere nella vita che non conosce pi albe e tramonti! Egli l, dietro quel povero muro. Chiss se il suo cuore di Bambino, che pur sempre il cuore di un Dio, non senta questi tre cuori che, proni nella polvere della via, squillano: Santo, Santo, Santo. Benedetto il Signore Iddio nostro. Gloria a Lui nei Cieli Altissimi e pace ai suoi servi. Gloria, gloria, gloria e benedizione? Essi se lo chiedono con tremore di amore. E per tutta la notte e la seguente mattina preparano con la preghiera pi viva lo spirito alla comunione con il Dio-Bambino. Non vanno a questo altare, che un grembo verginale portante lOstia divina, come voi vi andate con lanima piena di sollecitudini umane. Essi dimenticano sonno e cibo e, se prendono le vesti pi belle, non per sfoggio umano ma per fare onore al Re dei re. Nelle regge dei sovrani, i dignitari entrano con le vesti pi belle. E non dovrebbero essi andare da questo Re con le loro vesti di festa? E quale festa pi grande di questa per loro?

Oh! nelle loro terre lontane, pi e pi volte si sono dovuti ornare per degli uomini pari loro. Far loro festa e onore. Giusto dunque umiliare ai piedi del Re supremo porpore e gioielli, sete e preziose piume. Mettergli ai piedi, ai dolci piccoli piedi, le fibre della terra, le gemme della terra, le piume della terra, i metalli della terra -sono ancora opera sua- perch esse pure, queste cose della terra, adorino il loro Creatore. E sarebbero felici se la Creaturina ordinasse loro di stendersi al suolo e fare un vivo tappeto ai suoi passetti di Bambino, e li calpestasse, Egli che ha lasciato le stelle per loro, polvere, polvere, polvere. Umili e generosi. E ubbidienti alle voci dellAlto. Esse comandano di portare doni al Re neonato. Ed essi portano doni. Non dicono: Egli ricco e non ne ha bisogno. E Dio e non conoscer la morte. Ubbidiscono. E sono coloro che per primi sovvengono la povert del Salvatore. Come provvido quelloro per chi domani sar fuggiasco! Come significativa quella resina a chi presto sar ucciso! Come pio quellincenso a chi dovr sentire il lezzo delle lussurie umane ribollenti intorno alla sua purezza infinita! Umili, generosi, ubbidienti e rispettosi luno dellaltro. Le virt generano sempre altre virt. Dalle virt volte a Dio, ecco le virt volte al prossimo. Rispetto, che poi carit. Al pi vecchio deferito di parlare per tutti, di ricevere per primo il bacio del Salvatore, di sorreggerlo per la manina. Gli altri potranno vederlo ancora. Ma egli no. E vecchio e prossimo il suo giorno del suo ritorno a Dio. Lo vedr, questo Cristo, dopo la sua straziante morte e lo seguir, nella scia dei salvati, nel ritorno al Cielo. Ma non lo vedr pi su questa terra. E allora per suo viatico gli rimanga il tepore della piccola mano, che si affida alla sua gi rugosa. Nessuna invidia negli altri. Ma anzi un aumento di venerazione per il vecchio sapiente. Ha meritato certo pi di loro e per pi lungo tempo. Il Dio-Infante lo sa. Ancora non parla, la Parola del Padre, ma il suo atto parola. E sia benedetta la sua innocente parola, che designa costui come il suo prediletto. Ma, o figli, vi sono altri due insegnamenti da questa visione. Il contegno di Giuseppe che sa stare al suo posto. Presente come custode e tutore della Purezza e della Santit. Ma non usurpatore dei diritti di queste. E Maria col suo Ges che riceve omaggi e parole. Giuseppe ne giubila per Lei e non si accora d'esser figura secondaria. Giuseppe un giusto, il Giusto. Ed giusto sempre. Anche in questora. I fumi della festa non gli salgono al capo. Resta umile e giusto. E felice di quei doni. Non per s. Ma perch pensa che con essi potr fare pi comoda la vita alla Sposa e al dolce Bambino. Non vi avidit in Giuseppe. Egli un lavoratore e continuer a lavorare. Ma che Loro, i suoi due amori, abbiano agio e conforto. N lui n i Magi sanno che quei doni serviranno ad una fuga e ad una vita desilio, nelle quali le sostanze dileguano come nube percossa dai venti, e ad un ritorno in patria dopo aver tutto perduto, clienti e suppellettili, e salvate solo le mura della casa, protetta da Dio perch l Egli si congiunto alla Vergine e si fatto Carne. Giuseppe umile, egli, custode di Dio e della Madre di Dio e Sposa dellAltissimo, sino a reggere la staffa a questi vassalli di Dio. E un povero legnaiuolo, perch la prepotenza umana ha spogliato gli eredi di Davide e dei loro averi regali. Ma sempre stirpe di re ed ha tratti di re. Anche per lui va detto: Era umile perch era veramente grande. Ultimo, soave, indicatore insegnamento. E Maria che prende la mano di Ges, che non sa ancora benedire, e la guida nel gesto santo. E' sempre Maria che prende la mano di Ges e la guida. Anche ora. Ora Ges sa benedire. Ma delle volte la sua mano trafitta cade stanca e sfiduciata, perch sa che inutile benedire. Voi distruggete la mia benedizione. Cade anche sdegnata, perch voi mi maledite. E allora Maria che leva lo sdegno a questa mano col baciarla. Oh! il bacio di mia Madre! Chi resiste a quel bacio? E poi prende con le sue dita sottili, ma cos amorosamente imperiose, il mio polso e mi sforza a benedire. Non posso respingere mia Madre. Ma bisogna andare da Lei per farla Avvocata vostra. Essa la mia Regina prima di essere la vostra, ed il suo amore per voi ha indulgenze che neppure il mio conosce. Ed Essa, anche senza parole ma con le perle del suo pianto e col ricordo della mia Croce, il cui segno mi fa tracciare nellaria, perora la vostra causa e mi ammonisce: Sei Salvatore. Salva.

Ecco, figli, il vangelo della fede nellapparizione della scena dei Magi. Meditate e imitate. Per il vostro bene.

35. Fuga in Egitto. Insegnamenti sullultima visione legata allavvento di Ges. 9 giugno 1944. Il mio spirito vede la seguente scena. E notte. Giuseppe dorme nel suo lettuccio nella minuscola stanzetta. Un placido sonno di chi si riposa dal molto lavoro compiuto con onest e solerzia. Lo vedo nelloscurit dellambiente, che appena rotta da un filo di luce lunare che penetra da una fessura dellimpannata lasciata accostata ma non serrata del tutto, come se Giuseppe avesse caldo nella piccola stanza o volesse avere quel filo di luce per sapersi regolare allalba e alzarsi sollecito. E volto su un fianco e nel sonno sorride a chiss quale visione che vede nel sogno. Ma il sorriso cambia in affanno. Sospira profondamente, come fa chi preso da un incubo, e si sveglia con un soprassalto. Si siede sul letto, si stropiccia gli occhi e si guarda intorno. Guarda verso la finestrella da cui viene quel filo di luce. E notte alta, ma egli afferra la veste stesa ai piedi del letto e, sempre stando seduto sul letto, se la infila sulla tunica bianca dalle corte maniche che aveva sulla pelle. Scosta le coperture, mette i piedi a terra e cerca i sandali. Se li mette e allaccia. Si alza in piedi e si dirige alla porta di fronte al suo letto, non a quella che ha al fianco dello stesso e che conduce nello stanzone dove furono accolti i Magi. Picchia piano, appena un tic-tic, con la punta delle dita. Deve sentire che lo si invita ad entrare, perch apre con attenzione la porta e la riaccosta senza rumore. Prima di andare alla porta ha acceso un piccolo lume ad olio, ad una sola fiamma, e si fa perci lume con questo. Entra. Ma in una camera di poco pi vasta della sua e nella quale vi un basso lettino presso una cuna, vi gi un lumino che arde, e la fiammella oscillante in un angolo pare una stellina dalla luce tenue e dorata che permetta di vedere senza dar noia a chi dorma. Ma Maria non dorme. E inginocchiata presso la cuna nella sua veste chiara e prega, vegliando Ges che dorme tranquillo, Ges che ha let che gli vidi nella visione dei Magi. Un infante di circa un anno, bello, roseo e biondo, che dorme con la testolina ricciuta affondata nel guanciale e una manina serrata a pugno sotto la gola. Non dormi? chiede Giuseppe a voce bassa e stupita. Perch? Ges non sta bene? Oh, no! Egli sta bene. Io prego. Ma per certo che poi dormir. Perch sei venuto, Giuseppe? Maria parla rimanendo inginocchiata dove era. Giuseppe parla a voce bassissima per non svegliare il Bambino, ma concitata. Bisogna andare via subito di qui. Ma subito. Prepara il cofano e un sacco con quanto puoi mettervi. Io preparer il resto, porter pi che posso... Allalba fuggiremo. Lo farei anche prima, ma devo parlare alla padrona di casa... Ma perch questa fuga? Ti dir poi meglio. E per Ges. Un angelo me lo ha detto: Prendi il Fanciullo e la Madre e fuggi in Egitto. Non perdere tempo. Io vado a preparare ci che posso. Non c bisogno di dire a Maria di non perdere tempo. Appena ha sentito parlare di angelo, di Ges e di fuga, ha compreso che vi un pericolo per la sua Creatura ed balzata in piedi pi bianca in viso di una cera, tenendosi una mano sul cuore, angosciata. E ha subito cominciato a muoversi lesta e leggera ed a sistemare gli indumenti nel cofano e in un ampio sacco che ha steso sul suo letto ancora intatto. E certo angosciata, ma non perde la testa e fa le cose sollecitamente, ma con ordine. Ogni tanto, passando presso la cuna, guarda il Bambino che dorme ignaro. Hai bisogno di aiuto? chiede di tanto in tanto Giuseppe, mettendo il capo dentro

la porta rimasta socchiusa. No, grazie risponde sempre Maria. Solamente quando il sacco pieno, e deve essere pesante, chiama Giuseppe perch laiuti a chiederlo e a levarlo dal letto. Ma Giuseppe non vuole essere aiutato e fa da s, prendendo il lungo involto e portandolo nella sua cameretta. Prendo anche le coperte di lana? chiede Maria. Pi che puoi prendi. Il resto lo perderemo. Ma pi che puoi prendilo. Ci far comodo perch... perch dobbiamo stare via molto, Maria!.... Giuseppe molto addolorato nel dire questo. E Maria si pu pensare come . Piega sospirando le coltri sue e di Giuseppe, e questi le lega con una fune. Lasceremo i trapunti e le stuoie dice mentre lega le coltri. Anche se prendo tre asinelli, non posso gravarli troppo. Dobbiamo fare lunga e disagevole via, parte fra montagne e parte nel deserto. Copri bene Ges. Le notti saranno fredde, tanto nelle montagne che nel deserto. Ho preso i doni dei Magi perch ci faranno comodo laggi. Quanto ho, lo spendo tutto per comperare i due asinelli. Non possiamo rimandarli indietro e devo acquistarli. Io vado senza attendere lalba. So dove cercarli. Tu finisci di preparare tutto. Ed esce. Maria raccoglie ancora qualche oggetto, poi, dopo aver osservato Ges, esce e torna con delle piccole vesti che paiono ancora umide, forse lavate nel giorno avanti. Le piega e avvolge in un telo e le unisce alle altre cose. Non c pi nulla. Si volge intorno e vede in un angolo un giocattolo di Ges: una pecorina intagliata nel legno. La prende con un singhiozzo e la bacia. Il legno porta le tracce dei dentini di Ges, e le orecchie della pecorina sono tutte morsicchiate. Maria carezza quelloggetto senza valore, di un povero legno chiaro, ma di tanto valore per Lei, perch le dice laffetto di Giuseppe per Ges e le parla del suo Bambino. Mette anche quello presso le altre cose sul cofano chiuso. Ora non c proprio pi nulla. Solo Ges nella sua cunella. Maria pensa che sia bene preparare anche il Bambino. Va alla cuna e la scuote un poco per svegliare il Piccino. Ma Egli ha solo un breve mugolio e si volta, continuando a dormire. Maria lo carezza piano sui ricciolini. Ges apre la bocchina ad uno sbadiglio. Maria si curva e lo bacia sulla gota. Ges finisce di destarsi. Apre gli occhi. Vede la Mamma e sorride, e tende le manine al seno di Lei. S, amore della tua Mamma. S, il latte. Prima dellora solita... Ma Tu sei sempre pronto a succhiare la tua Mamma, agnellino mio santo! Ges ride e scherza agitando i piedini fuori delle coperte, agitando le braccia con una di quelle allegrie degli infanti, cos belle a vedersi. Punta i piedini contro lo stomaco della Mamma, si curva ad arco e appoggia anche il capino biondo sul seno di Lei, e poi si butta indietro e ride con le manine afferrate ai cordoncini che stringono al collo la veste di Maria, tentando di aprirla. Nella sua camicina di lino Egli appare bellissimo, grassottello, roseo come un fiore. Maria si curva e, stando cos, attraverso la cuna come una protezione, piange e sorride insieme, mentre il Bambino cinguetta quelle parole, che non son parole, di tutti i bambinelli e nelle quali netta e ripetuta la parola mamma. La guarda, stupito di vederla piangere. Stende una manina verso le righe lucide del pianto e se la bagna nella carezza. E, vezzoso, si riappoggia al seno materno e ci si raccoglie tutto contro, carezzandolo con la manina. Maria lo bacia fra i capelli e se lo prende in collo, si siede, lo veste. Ecco, la vestina di lana infilata, ed ecco messi i sandaletti minuscoli. Gli d il latte e Ges succhia avido il buon latte della sua Mamma e, quando gli sembra che da destra ne venga pi poco, va a cercare la sinistra, e ride nel farlo, guardando da sotto in su la Mamma. Poi si addormenta da capo sul seno di Lei, la gotina rosea e tonda ancora contro la mammella bianca e tonda. Maria si alza piano piano e lo depone sulla trapunta del suo letto. Lo copre con il suo mantello. Torna alla cuna e piega le piccole coperture. Riflette se sia bene prendere anche il materassino. E tanto piccino! Lo si pu prendere. Lo mette, insieme al cuscino, presso le cose gi messe sul cofano. E piange sulla cuna vuota, povera Mamma, perseguitata nella sua Creatura. Torna Giuseppe. Sei pronta? E pronto Ges? Hai preso le sue coperte, il suo lettino? Non possiamo portare la cuna, ma almeno Egli abbia il suo materassino, povero Piccino che cercano a

morte! Giuseppe! Maria ha un grido mentre si afferra al braccio di Giuseppe. S, Maria, a morte. Erode lo vuole morto... perch ne ha paura... per il suo regno umano ha paura di questo Innocente, quella belva immonda. Cosa far quando capir che Egli fuggito, non so. Ma noi saremo lontani, ormai. Non credo che si vendicher cercandolo sino in Galilea. Gi sarebbe troppo difficile per lui scoprire che noi siamo galilei e tanto meno a Nazareth e chi siamo, di preciso. A meno che Satana non lo aiuti per ringraziarlo dessergli servo fedele. Ma... se ci avvenisse.... Dio ci aiuter lo stesso. Non piangere, Maria. Vederti piangere mi un dolore ben pi forte di quello di dover andare in esilio. Perdonami, Giuseppe! Non per me che piango, n per il poco bene che perdo. Piango per te... Hai gi dovuto sacrificarti tanto! Ed ora torni a non avere pi clienti, n casa. Quanto ti costo, Giuseppe! Quanto? No, Maria. Non mi costi. Mi consoli. Sempre. Non pensare al domani. Abbiamo le ricchezze dei Magi. Ci aiuteranno nei primi tempi. Poi trover lavoro. Un operaio onesto e capace si fa subito strada. Hai visto qui. Non mi bastano le ore al lavoro che ho. Lo so. Ma chi ti sollever dalla nostalgia? E tu, chi ti sollever dalla nostalgia di quella casa che ti cos cara? Ges. Avendo Lui, ho ancora quello che l ho avuto. E io, avendo Ges, ho la patria, sperata fino a pochi mesi sono. Ho il mio Dio. Lo vedi che non perdo nulla di ci che mi caro sopra ogni cosa. Basta salvare Ges e allora tutto ci resta. Anche non dovessimo pi vedere questo cielo, queste campagne, n quelle ancor pi care della Galilea, avremo sempre tutto perch avremo Lui. Vieni, Maria, ch lalba si inizia. E tempo di salutare lospite e di caricare la nostra roba. Tutto andr bene. Maria si alza in piedi, ubbidiente. Si avvolge nel mantello, mentre Giuseppe fa un ultimo fagotto ed esce carico di quello. Maria solleva delicatamente il Bambino e lo avvolge in uno scialle e se lo stringe al cuore. Guarda le pareti che lhanno ospitata per dei mesi e con una mano le sfiora. Beata casa, che ha meritato di essere amata e benedetta da Maria! Esce. Traversa la stanzetta che era di Giuseppe, entra nello stanzone. La padrona di casa, in lacrime, la bacia e saluta e, sollevando un lembo dello scialle, bacia sulla fronte il Bambino, che dorme tranquillo. Scendono per la scaletta esterna. Vi un primo chiarore dalba che d appena modo di vedere. Nella poca luce si vedono tre somarelli. Il pi robusto, carico delle masserizie. Gli altri, con la sella. Giuseppe si d da fare ad assicurare per bene cofano e involti sul basto del primo. Vedo legati a mazzo, e posti sulla cima del sacco, i suoi arnesi da falegname. Ancora saluti e lacrime e poi Maria monta sul suo ciuchino, mentre la padrona tiene Ges in collo e lo bacia ancora, poi lo rende a Maria. Monta anche Giuseppe, che ha legato il suo asino con lasino carico dei bagagli per essere libero di tenere a cavezza lasinello di Maria. La fuga ha inizio mentre Betlemme, che sogna ancora la fantasmagorica scena dei Magi, dorme quieta, inconscia di quanto lattende. E la visione cessa cos. Dice Ges: E anche questa serie di visioni cessano cos. Con buona pace dei dottori difficili siamo andati mostrandoti le scene che hanno preceduto, accompagnato e seguito il mio Avvento, non per esse stesse, che sono molto note per quanto svisate da elementi sovrapposti nei secoli, sempre per quel modo di vedere umano che, per dare maggior lode a Dio -e perci perdonato- rende irreale ci che tanto bello lasciare reale. Perch la mia Umanit e quella di Maria non ne escono sminuite, come non viene offesa la mia Divinit e la Maest del Padre e lAmore della Trinit Santissima da questo vedere le cose nella loro realt, ma anzi ne splendono i meriti della Madre mia e la mia umilt perfetta, come ne sfolgora la bont onnipotente delleterno Signore. Ma

ti abbiamo mostrato queste scene per potere applicare a te e ad altri il senso soprannaturale che ne esce e darvelo a norma di vita. Il Decalogo la Legge; e il mio Vangelo la dottrina che vi rende pi chiara questa Legge e pi cara a seguirsi. Basterebbero questa Legge e questa Dottrina a fare, degli uomini, dei santi. Ma siete cos intralciati dalla vostra umanit -che, in verit, soverchia di troppo in voi lo spirito- che non potete seguire queste vie e cadete; o vi fermate scoraggiati. Dite a voi e a chi vi vorrebbe portare avanti citandovi gli esempi del Vangelo: Ma Ges, ma Maria, ma Giuseppe (e gi, gi per tutti i santi) non erano come noi. Erano forti, sono stati subito consolati nel dolore, anche di quel poco dolore che hanno avuto, non sentivano le passioni. Erano gi esseri fuori della terra. Quel poco dolore! Non sentivano le passioni! Il dolore ci stato lamico fedele ed ebbe tutti i pi vari aspetti e nomi. Le passioni... Non usate un vocabolo malamente, chiamando passioni i vizi che vi traviano. Chiamateli sinceramente vizi, e capitali per giunta. Quelli non che li ignorassimo. Avevamo occhi e orecchi per vedere e udire, e Satana ci faceva danzare davanti e intorno questi vizi, mostrandoceli col loro lordume in opera, o tentandoci con le sue insinuazioni. Ma, la volont essendo tesa a voler essere graditi a Dio, questo laidume e queste insinuazioni, in luogo di ottenere lo scopo prefissosi da Satana, otteneva il contrario. E tanto pi esso lavorava e tanto pi noi ci rifugiavamo nella luce di Dio, per schifo della tenebra fangosa che esso ci mostrava agli occhi del corpo o dello spirito. Ma le passioni, nel senso filosofico, non le ignorammo in noi, Abbiamo amato la patria, e nella patria la nostra piccola Nazareth pi di ogni altra citt di Palestina. Abbiamo sentito gli affetti per la nostra casa, i parenti, gli amici. Perch non avremmo dovuto sentirli? Non ce ne siamo fatti schiavi perch niente deve esserci padrone fuorch Dio. Ma dei buoni compagni ce ne siamo fatti. Mia Madre ha avuto un grido di gioia quando, dopo quattro anni circa, tornata a Nazareth ed ha messo piede nella sua casa, ed ha baciato quelle pareti in cui il suo S le aperse il seno a ricevere il Germe di Dio. Giuseppe ha salutato con gioia i parenti e i nipotini, cresciuti di numero e di anni, ed ha goduto di vedersi ricordato dai concittadini e subito cercato per la sua capacit. Io sono stato sensibile alle amicizie ed ho sofferto come di una morale crocifissione per il tradimento di Giuda. E che perci? N mia Madre, n Giuseppe anteposero il loro amore alla casa o ai parenti, alla volont di Dio. Ed Io non risparmiai parola, se era da dire, atta ad attirarmi lastio degli ebrei e il malanimo di Giuda. Sapevo, e avrei potuto farlo, che sarebbe bastato del denaro per asservirlo a Me. Non a Me Redentore; a Me ricco. Io che ho moltiplicato i pani potevo anche moltiplicare il denaro, se volevo. Ma non ero venuto per procurare soddisfazioni umane. A nessuno. Tanto meno ai miei chiamati. Avevo predicato sacrificio, distacco, vita casta, umili posti. Che Maestro sarei stato e che Giusto, se a uno, solo perch era quello il mezzo di tenerlo, avessi dato denaro per il suo sensualismo mentale e fisico? Grandi nel mio Regno si diviene facendosi piccoli. Chi vuole esser grande agli occhi del mondo non atto a regnare nel mio Regno. E paglia per il letto dei demoni. Perch la grandezza del mondo in antitesi con la Legge di Dio. Il mondo chiama grandi coloro che, con mezzi quasi sempre illeciti, sanno prendere i posti migliori e, per farlo, fanno del prossimo uno sgabello sul quale salgono schiacciandolo. Chiama grandi coloro che sanno uccidere per regnare, moralmente o materialmente uccidere, ed estorcono posti e paesi ed impinguano s svenando altri nelle ricchezze singole e collettive. Il mondo chiama sovente grandi i delinquenti. No. La grandezza non nella delinquenza. E nella bont, nellonest, nellamore, nella giustizia. Vedete i vostri grandi quali attossicanti frutti vi offrono, colti nel loro malvagio demoniaco giardino interiore! Lultima visione, poich voglio parlare di essa e trascurare di parlare daltro -ch tanto inutile, perch il mondo non vuole udire la verit che lo riguarda- illumina un

particolare citato due volte nel Vangelo di Matteo, una frase ripetuta due volte: Levati, prendi il Fanciullo e sua Madre e fuggi in Egitto; Levati, prendi il Fanciullo e la Madre di Lui e torna nella terra di Israele'. E tu hai visto che Maria era sola nella sua stanza col Bambino. Molto combattuta, da coloro che per esser fango putrido non ammettono che uno di loro possa esser ala e luce, la verginit di Maria dopo il parto e la castit di Giuseppe. Sono disgraziati dallanimo tanto corrotto e dalla mente tanto prostituita alla carne, da essere incapaci di pensare che uno come loro possa rispettare la donna vedendo in lei lanima e non la carne, ed elevare se stessi vivendo in unatmosfera soprannaturale, appetendo non a ci che carne, ma a ci che Dio. Ebbene, a questi negatori del pi bello, a questi vermi incapaci di diventare farfalla, a questi rettili coperti dalla bava della loro libidine, incapaci di comprendere la bellezza di un giglio, Io dico che Maria fu e rimase vergine, e che lanima sola fu sposata a Giuseppe, come lo spirito suo fu congiunto unicamente allo Spirito di Dio e per opera di Lui concep lUnico suo portato: Io, Ges Cristo, Unigenito di Dio e di Maria. Non questa una tradizione fiorita dopo, per un amoroso rispetto della Beata che mi fu Madre. E verit, e fin dai primi tempi fu nota. Matteo non nacque secoli dopo. Era un contemporaneo di Maria. Matteo non era un povero ignorante vissuto nelle selve e facile a credere ad ogni fandonia. Era un impiegato alle imposte, direste ora voi; un gabelliere, dicevamo noi allora. Sapeva vedere, udire, capire, scegliere il vero dal non vero. Matteo non ud le cose per sentito dire da terzi. Ma le raccolse dal labbro di Maria, alla quale il suo amore per il Maestro e per la verit lo aveva spinto a fare domande. Non penso gi che codesti negatori della inviolabilit di Maria pensino che Ella abbia potuto mentire. Gli stessi parenti miei lavrebbero potuta smentire, se vi fossero stati altri figli. Giacomo, Giuda, Simone e Giuseppe erano condiscepoli di Matteo. Perci facile a questo confrontare le versioni, se pi versioni vi fossero state. E Matteo non dice mai: Levati e prendi tua moglie. Dice: Prendi la Madre di Lui. Prima dice: Vergine sposata a Giuseppe; Giuseppe suo sposo. N mi dicano, costoro, che ci era un modo di dire degli ebrei, quasi che dire moglie fosse uninfamia. No, negatori della Purezza. Dalle prime parole del Libro si legge: ... e si unir a sua moglie . E detta compagna sino al momento della consumazione sensuale del coniugio, poi viene chiamata moglie in diverse riprese e in diversi capitoli. E cos delle spose dei figli di Adamo. E cos di Sara chiamata moglie di Abramo: Sara, tua moglie'; e: Prendi tua moglie e le tue figlie detto a Lot. E nel libro di Rut scritto: La Mohabita, moglie di Mahalon. E nel primo libro dei Re detto: Elcana ebbe due mogli; e oltre: Elcana poi conobbe sua moglie Anna, e ancora: Eli benedisse Elcana e la moglie di lui. E sempre nel libro dei Re detto: Betsabea, moglie di Uria Eteo, divenne moglie di Davide e gli partor un figlio. E che si legge nellazzurro libro di Tobia, quello che la Chiesa vi canta alle vostre nozze, per consigliarvi di esser santi nel matrimonio? Si legge: Or quando Tobia con la moglie e col figlio arriv...'; e ancora: 'Tobia riusc a fuggire col figlio e con la sua moglie. E nei Vangeli, ossia in tempi contemporanei a Cristo, in cui perci si scriveva con linguaggio moderno, rispetto a quei tempi, e perci non da sospettare errori di trascrizioni, detto e proprio da Matteo nel cap 22: ...e il primo, presa moglie, mor e lasci la moglie al fratello. E Marco al capo 10: 'Chi ripudia la moglie.... E Luca chiama Elisabetta moglie di Zaccaria per quattro volte di fila, e nellottavo capitolo dice: Giovanna, moglie di Cusa. Come vedete, non era questo nome un vocabolo proscritto da chi era nelle vie del Signore, un vocabolo immondo che non era degno desser proferito e tanto meno scritto dove si tratta di Dio e delle sue opere mirabili. E langelo, dicendo: il Fanciullo e la Madre di Lui, vi dimostra che Maria gli fu Madre vera, ma non fu moglie a Giuseppe. Rimase sempre: la Vergine sposata a Giuseppe. E questo lultimo insegnamento di queste visioni. Ed una aureola che splende

sul capo di Maria e di Giuseppe. La Vergine Inviolata. Luomo era giusto e casto. I due gigli fra cui crebbi udendo solo fragranze di purezza. A te, piccolo Giovanni, potrei parlare sul dolore di Maria per il suo duplice strappo dalla casa e dalla patria. Ma non vi bisogno di parole. Comprendi che sia e ne muori. Dmmi il tuo dolore. Non voglio che questo. E pi di ogni altra cosa tu possa darmi. E venerd, Maria. Pensa al mio dolore e a quello di Maria sul Golgota per potere sopportare la tua croce. La pace e lamore nostro restano con te.

36. La sacra Famiglia in Egitto. Una lezione per le famiglie. 25 gennaio 1944 (ore 24). La soave visione della Santa Famiglia. Il luogo in Egitto. Non ho dubbi, perch vedo il deserto e una piramide. Vedo una casuccia a un sol piano, il terreno, tutta bianca. Una povera casa di molto povera gente. I muri sono appena intonacati e coperti di una mano di calcina. La casetta ha due porte, luna vicina allaltra, che mettono nei due unici ambienti della casa, nei quali, per ora, non entro. La casetta nel mezzo di un poco di terreno sabbioso, recinto da un riparo di canne confitte nel suolo, un molto debole riparo contro i ladri; pu servire unicamente di difesa contro qualche cane o gatto randagio. Ma gi, chi deve aver voglia di rubare dove visibile che non c ombra di ricchezza? Questo poco terreno che la siepe di canne recinge, siepe sulla quale, a farla pi fitta e meno misera, sono stati condotti degli arrampicanti che mi paiono modesti convolvoli -solo su un lato vi un arbusto di gelsomino in fiore e un cespuglio di rose delle pi comuni- stato coltivato pazientemente, nonostante il terreno sia arido e magro, a orticello. Vi noto delle modestissime verdure nelle poche aiuole del centro, sotto ad una pianta dalto fusto che non so capire che sia, la quale d un poco dombra sul terreno assolato e sulla casetta. A questa pianta legata una capretta bianca e nera, che bruca e rumina le foglie di alcuni rami gettati al suolo. E l vicino, su una stuoia stesa a terra, vi Ges bambino. Mi pare abbia un due anni, o due e mezzo al massimo. Giuoca con alcuni pezzetti di legno intagliati, che sembrano pecorine o cavallini, e con alcuni trucioli di legno chiaro, meno arricciolati dei suoi riccioli doro. Con le manine paffutelle cerca di mettere queste collane di legno al collo delle sue bestioline. E buono e sorridente. Molto bello. Una testolina che tutta a ricciolini doro fitti fitti, pelle chiara e delicatamente rosata, occhietti vivi, splendenti, di un azzurro carico. Lespressione naturalmente diversa, ma riconosco il colore degli occhi del mio Ges: due zaffiri scuri e bellissimi. Veste una specie di lunga camicina bianca, che sar certo la sua tunica. Ha le maniche sino al gomito. Ai piedi, per ora, nulla. I minuscoli sandali sono sulla stuoia e servono anchessi di giocattolo al Bambino, che mette sulla suola le sue bestioline e tira il sandalo per la cinghia come fosse un carrettino. Sono sandali molto semplici: una suola e due cinghie, che partono una dalla punta e una dal calcagno. Quella della punta, poi, si biforca a un certo punto, e un pezzo passa entro locchiello della cinghia del calcagno per venire poi ad allacciarsi con laltro pezzo, formando un anello al collo del piede. Un poco pi l, anche Ella allombra della pianta, la Madonna. Tesse ad un rustico telaio e sorveglia il Bambino. Vedo le mani sottili e bianche andare e venire gettando la spola sulla trama, e il piede, calzato da sandali, muovere il pedale. E vestita di una tunica color fiore di malva, un viola rosato come certe ametiste. E a testa nuda, e cos posso vedere che ha i capelli biondi bipartiti sul capo e pettinati semplicemente in due trecce, che le fanno un bel ciuffo sulla nuca. Ella ha le maniche lunghe e piuttosto strette. Nessun ornamento fuorch la sua bellezza e la sua espressione dolcissima. Colore del volto, dei capelli e degli occhi, forma del viso, sempre come quando la vedo.

Qui sembra giovanissima. S e no le si danno venti anni. Ad un certo punto si alza e si curva sul Bambino, al quale rimette i sandaletti e glieli allaccia con cura. Poi lo carezza e lo bacia sulla testolina e sugli occhietti. Il Bambino cinguetta e Lei risponde, ma non comprendo le parole. Poi torna al suo telaio, stende sulla tela e sulla trama un panno, prende lo sgabello su cui era seduta e lo porta in casa. Il Bambino la segue con lo sguardo senza importunarla quando Ella lo lascia solo. Si vede che il lavoro finito e viene la sera. Infatti il sole cala verso le sabbie nude e un vero incendio invade tutto il cielo dietro la piramide lontana. Maria torna. Prende per mano Ges e lo fa alzare dalla sua stuoia. Il Bambino ubbidisce senza resistenza. Mentre la Mamma raccoglie i giocattoli e la stuoia e li porta in casa, Egli corre trotterellando sulle sue gambette tornite verso la caprettina e le butta le braccine al collo. La carpetta bela e strofina il musino sulle spalle di Ges. Maria torna. Ora ha un lungo velo sul capo e unanfora in mano. Prende Ges per la manina e si avviano tutti e due, girando intorno alla casetta, verso laltra facciata. Io li seguo ammirando la grazia del quadro. La Madonna che regola il suo passo su quello del Bambino, e il Bambino che trotterella e sgambetta al suo fianco. Vedo i calcagni rosei alzarsi e posarsi, con la grazia propria de passi dei bambini, nella sabbia del sentieruolo. Noto che la sua tunichetta non lunga sino ai piedi, ma giunge soltanto sino a met del polpaccio. E molto linda, semplicissima, trattenuta alla vita da un cordoncino pure bianco. Vedo che sul davanti della casa la siepe interrotta da un rustico cancello, che Maria apre per uscire sulla via. Una povera via allestremo di una citt o paese che sia, l dove questo finisce nella campagna, che qui costituta di sabbia e di qualche altra casetta, povera come questa, con qualche gramo orticello. Non vedo nessuno. Maria guarda verso il centro, non verso la campagna, come attenda qualcuno, poi si avvia verso una vasca o pozzo che sia, che qualche decina di metri pi in su e sul quale delle piante di palma fanno un cerchio dombra. Vedo che anche il terreno, l, ha delle erbe verdi. Qui vedo venire avanti per la via un uomo non troppo alto ma robusto. Riconosco Giuseppe, che sorride. E pi giovane di come lo vidi nella visione del Paradiso. Sembra avere al massimo quaranta anni. Ha i capelli e la barba folti e neri, la pelle piuttosto abbronzata, occhi scuri. Un viso onesto e piacente, un viso che ispira fiducia. Vedendo Ges e Maria, affretta il passo. Ha sulla spalla sinistra una specie di sega e una specie di pialla, e con la mano tiene altri arnesi del mestiere, non come quelli di ora ma quasi uguali. Sembra che torni dallaver fatto qualche lavoro in casa di qualcuno. Ha una veste fra il color nocciuola e il marrone, non molto lunga -arriva un bel po' pi su della caviglia- ed ha le maniche corte sino al gomito. Alla vita una cinghia di cuoio, mi sembra. Una vera veste da lavoro. Ai piedi sandali intrecciati alla caviglia. Maria sorride e il Bambino manda dei gridetti di gioia e tende il braccino libero. Quando i tre si incontrano, Giuseppe si curva offrendo al Bambino un frutto che mi pare una mela, dal colore e dalla forma. Poi gli tende le braccia, e il Bambino lascia la Mamma e si rannicchia fra le braccia di Giuseppe, curvando il capino nellincavo del collo di Giuseppe, che lo bacia e ne baciato. Una mossa piena di affettuosa grazia. Dimenticavo di dire che Maria era stata sollecita a prendere gli arnesi di lavoro di Giuseppe, per lasciarlo libero di abbracciare il Bambino. Poi Giuseppe, che si era accoccolato al suolo per mettersi allaltezza di Ges, si rialza, riprende con la mano sinistra i suoi arnesi e tiene stretto sul petto robusto, con il braccio destro, il piccolo Ges. E si avvia verso casa, mentre Maria va alla fonte ad empire la sua anfora. Entrato nel recinto di casa, Giuseppe depone il Bambino, prende il telaio di Maria e lo porta in casa, poi munge la capretta. E Ges osserva attentamente queste operazioni e quella della chiusura della capretta in un piccolo sgabuzzino posto su un lato della casa. La sera cala. Vedo il rosso del tramonto farsi violaceo sulle sabbie, che per il calore sembrano tremolare. La piramide sembra pi scura. Giuseppe entra in casa, in una stanza della casa che deve essere officina, cucina, stanza da pranzo

insieme. Si vede che laltro ambiente quello destinato al riposo. Ma in quello io non entro. Vi un basso focolare acceso. Vi un banco da falegname, una piccola tavola, degli sgabelli, delle mensole con su le poche stoviglie e due lumi ad olio. In un angolo, il telaio di Maria. E molto, molto ordine e nitore. Dimora poverissima ma pulitissima. E questa una osservazione che faccio: in tutte le visioni riguardanti la vita umana di Ges, ho notato che tanto Lui come Maria, come Giuseppe, come Giovanni, sono sempre ordinati e puliti nella veste e nel capo. Abiti modesti e semplici acconciature, ma di una nitezza che li fa apparire signorili. Maria torna con lanfora e viene chiusa la porta sul crepuscolo calato rapidamente. La stanza rischiarata da una lucerna che Giuseppe ha accesa e messa sul banco, dove si curva a lavorare ancora intorno a delle piccole assi mentre Maria prepara la cena. Anche il fuoco rischiara la stanza. Ges, con le manine appoggiate al banco e la testina volta in su, osserva ci che fa Giuseppe. Poi si siedono a mensa, dopo aver pregato. Non si fanno, naturale, il segno della croce, ma pregano. E Giuseppe che prega e Maria risponde. Ma non capisco nulla. Deve essere un salmo. Ma detto in una lingua che m' affatto sconosciuta. Poi siedono a tavola. Adesso la lucerna sulla tavola. Maria ha in grembo Ges al quale fa bere il latte della capretta nel quale intinge delle fettine di pane tolte ad una pagnottella tonda, dalla crosta scura, e scura anche nellinterno. Pare pane fatto con segale o orzo. Certo ha molta crusca, perch bigio. Intanto Giuseppe mangia pane e formaggio, una fettina di formaggio e molto pane. Poi Maria mette Ges seduto su uno sgabelletto vicino a Lei e porta in tavola delle verdure cotte -mi sembrano lessate e condite come usiamo anche noi- e ne mangia Lei pure dopo che Giuseppe si servito. Ges rosicchia tranquillo la sua mela e sorride scoprendo i dentini bianchi. La cena termina con delle ulive o dei datteri. Non comprendo bene, perch per essere ulive sono troppo chiare e per essere datteri sono troppo duri. Vino, niente. La cena di povera gente. Ma tanta la pace che spira in questa stanza, che la visone di nessuna reggia pomposa me la poteva dare simile. E quanta armonia! Ges questa sera non parla. Non mi illustra la scena. Mi ammaestra col suo dono di visone e basta. Ne sia sempre e ugualmente benedetto.

Dice Ges: La lezione, a te e agli altri, te la danno le cose che vedi. E lezione di umilt, di rassegnazione e di buona armonia. Preposta ad esempio a tutte le famiglie cristiane, e specie alle famiglie cristiane di questo speciale e doloroso momento. Tu hai visto una povera casa. E, quel che doloroso, casa povera in paese straniero. Molti, solo perch sono dei passabili fedeli che pregano e ricevono Me-Eucaristico, che pregano e si comunicano per i loro bisogni, non per le necessit delle anime e per gloria di Dio -perch ben raro chi nel pregare non sia egoista- molti pretenderebbero di avere una vita materiale facile, ben riparata da ogni pi piccola pena, prospera, felice. Giuseppe e Maria avevano Me, Dio vero, per loro Figlio, eppure non ebbero neppure il povero bene desser poveri ma nella loro patria, nel paese dove erano conosciuti, dove almeno cera una casetta loro, e il pensiero dellalloggio non cera a mettere un assillo fra i tanti, nel paese dove, per essere conosciuti, era pi facile trovare lavoro e provvedere alla vita. Sono due profughi proprio per avere Me. Clima diverso, paese diverso, cos triste rispetto alle dolci campagne della Galilea, lingua diversa, costumi diversi, in mezzo ad una popolazione che non li conosce e che ha la abituale diffidenza delle popolazioni per i profughi e per gli sconosciuti. Privi di quei mobili comodi e cari della loro casetta, di tante cose umili e necessarie che l vi erano e che non parevano tanto necessarie, mentre qui, nel nulla che li circonda, sembrano addirittura belle come il superfluo che fa deliziose le case dei ricchi. Con la nostalgia del paese e della casa, col pensiero di quella povera roba lasciata l, dellorticello dove pi nessuno provvede, forse, alla vite e al fico e alle altre utili piante. E con la necessit di provvedere al vitto quotidiano, alle vesti, al fuoco giorno per giorno, a Me, bambino, al quale non pu essere dato il cibo che lecito dare a se stessi. E con tanta pena in cuore. Per la nostalgia, per lincognita del domani, per la diffidenza della gente che restia, specie nei primi tempi, ad accogliere le offerte di lavoro di due sconosciuti. Eppure, lhai visto. In quella dimora aleggia serenit, sorriso, concordia, e di comune accordo si cerca di farla pi bella, anche nel misero orto, perch sia pi simile a quella lasciata e pi confortevole. Non vi che un pensiero: quello che a Me, Santo, sia resa meno ostile la terra, meno misera a Me che vengo da Dio. Amore di credenti e di parenti che si estrinseca in mille cure, che vanno dalla capretta, acquistata con tante ore di lavoro in pi, ai piccoli giocattoli intagliati negli avanzi del legno, ai frutti presi per Me solo, negando a s un boccone di cibo. Diletto padre mio della terra, come sei stato amato da Dio, da Dio Padre nellalto dei Cieli, da Dio Figlio, divenuto Salvatore, sulla terra! In quella casa non vi sono nervosismi, bronci, visi scuri, e non vi rimprovero reciproco e tanto meno verso Dio, che non li colma di benessere materiale. Giuseppe non rimprovera a Maria desser causa del suo disagio, e Maria non rimprovera a Giuseppe di non saperle dare un maggiore benessere. Si amano santamente, ecco tutto, e perci la loro preoccupazione non il proprio benestare, ma quello del coniuge. Il vero amore non conosce egoismo. Il vero amore sempre casto, anche se non perfetto nella castit come quello dei due vergini sposi. La castit unita alla carit porta seco tutto un corredo daltre virt e perci fa, di due che si amano castamente, due perfezioni di coniugi. Lamore di mia Madre e di Giuseppe era perfetto. Perci era fomite ad ogni altra virt e specie a quella della carit verso Dio, benedetto ad ogni ora, nonostante che la sua santa volont fosse penosa alla carne e al cuore, benedetto poich sopra la carne ed il cuore era pi vivo e signore nei due santi lo spirito, e questo magnificava con riconoscenza il Signore per averli eletti a custodi del suo eterno Figlio. In quella casa si pregava. Troppo poco si prega nelle case, ora. Si alza il giorno e cala la notte, si iniziano i lavori e vi sedete alla tavola senza un pensiero per il Signore, che vi ha permesso di vedere un nuovo giorno, di poter giungere ad una nuova notte, che ha benedetto le vostre fatiche e concesso che vi divenissero mezzo a conquistarvi quel cibo, quel fuoco, quelle vesti, quel tetto che pure sono necessari alla vostra umanit. Sempre buono quello che viene da Dio buono. Anche se

povero e scarso, lamore gli d sapore e sostanza, lamore che vi fa vedere nelleterno Creatore il Padre che vi ama. In quella casa vi era frugalit. Vi sarebbe anche se il denaro non mancasse. Ci si nutre per vivere, non ci si nutre per far godere la gola, con insaziabilit di ingordi e con capricci di golosi, che si empiono fino ad appesantirsi e sprecano sostanze in cibi costosi senza un pensiero per chi di cibo scarso o privo, senza riflettere che, se essi avessero moderazione, molti potrebbero essere sollevati dal morso della fame. In quella casa si ama il lavoro. Lo si amerebbe anche se il denaro fosse abbondante, perch nel lavoro luomo obbedisce al comando di Dio e si libera dal vizio che come edera tenace stringe e soffoca gli oziosi, simili a massi immobili. Buono il cibo, sereno il riposo, contento il cuore quando uno ha ben lavorato e si gode il suo tempo di sosta fra un lavoro e laltro. Non alligna, nella casa e nella mente di chi ama il lavoro, il vizio dalle molteplici facce. E, non allignando questo, prospera laffetto, la stima, il rispetto reciproco, e crescono in una atmosfera pura i teneri virgulti, che divengono cos origine di future famiglie sante. In quella casa regna umilt. Quanta lezione di umilt per voi superbi! Maria avrebbe avuto, umanamente, mille e mille ragioni di insuperbirsi e di farsi adorare dal coniuge. Tante fra le donne lo fanno soltanto per essere un poco pi colte, o di natale pi nobile, o di borsa pi ricca del marito. Maria Sposa e Madre di Dio, eppure serve -non si fa servire- il coniuge, ed tutta amore per lui. Giuseppe il capo di casa, giudicato da Dio tanto degno desser un capo famiglia, da ricevere da Dio in custodia il Verbo incarnato e la Sposa delleterno Spirito. Eppure sollecito ad alleviare a Maria fatiche e lavori, e le pi umili occupazioni di una casa le fa lui perch Maria non si affatichi, non solo, ma come pu, per quanto pu, la ricrea e si industria a farle comoda la casa e lieto di fiori lorticello. In quella casa rispettato lordine. Soprannaturale, morale, materiale. Dio il Capo Supremo e a Lui viene dato culto e amore: ordine soprannaturale. Giuseppe il capo della famiglia e a lui viene dato affetto, rispetto, ubbidienza: ordine morale. La casa un dono di Dio come le vesti e le suppellettili. In tutte le cose la Provvidenza di Dio che si mostra, di quel Dio che provvede il vello alle pecore, la piuma agli uccelli, lerba ai prati, il fieno agli animali, i granelli e le fronde ai volatili e tesse la veste al giglio della convalle. La casa, le vesti, le suppellettili vanno accolte con gratitudine, benedicendo la mano divina che le fornisce e trattandole con rispetto come dono del Signore, senza guardarle con malumore perch povere, senza strapazzarle, abusando della Provvidenza: ordine materiale. Non hai compreso le parole scambiate nel dialetto di Nazareth, n le parole della preghiera. Ma le cose viste hanno dato una grande lezione. Meditatela, o voi tutti che ora tanto soffrite per aver mancato in tante cose verso Dio, e fra queste anche in quelle in cui non mancarono mai i santi Sposi che mi furono Madre e padre. E tu bati nel ricordo del piccolo Ges, sorridi pensando ai suoi passetti di infante. Fra poco lo vedrai camminare sotto una croce. E sar visione di pianto.

37. Prima lezione di lavoro a Ges, che non usc dalla regola dellet. 21 marzo 1944. Vedo apparire, dolce come un raggio di sole in una giornata piovosa, il mio Ges, piccolo bambino di un cinque anni circa, tutto biondo e bello nella semplice vesticciola celeste che gli scende sino a met dei polpacci torniti. Giuoca nellorticello con della terra. Ne fa dei mucchietti e sopra vi pianta dei rametti come facesse dei boschi in miniatura, coi sassolini fa le stradicciole, e poi vorrebbe fare un piccolo lago ai piedi delle sue minuscole colline, e prende perci un fondo di qualche vecchia stoviglia e lo interra sino

allorlo, poi lo empie dacqua con un orciolo che tuffa in una vasca, certo adibita a lavatoio o innaffiatoio del piccolo orto. Ma non ottiene altro che di bagnarsi la veste, specie nelle maniche. Lacqua sfugge dal piatto sbocconcellato e forse incrinato e.... il lago si asciuga. Giuseppe appare sulla porta e, zitto zitto, sta a guardare per qualche tempo il lavorio del Bambino e sorride. Infatti spettacolo che fa sorridere di gioia. Poi, per impedire che Ges si bagni di pi, lo chiama. Ges si volge sorridendo e, vedendo Giuseppe, corre a lui con le braccine tese. Giuseppe con un lembo della sua corta veste di lavoratore, asciuga le piccole mani terrose e bagnate e le bacia. E un dolce dialogo avviene tra i due. Ges spiega il suo lavoro e il suo giuoco e le difficolt incontrate nelleseguirlo. Voleva fare un lago come quello di Genezareth. (Da questo suppongo che gliene avevano parlato o che ve lo avevano condotto). Voleva farlo in piccolo per suo diletto. Qui era Tiberiade, l Magdala, l Cafarnao. Questa era la strada che conduceva, passando per Cana, a Nazareth. Voleva varare delle piccole barche nel lago -queste foglie sono barche- e andare sullaltra sponda. Ma lacqua sfugge... Giuseppe osserva e si interessa come di cosa seria. Poi propone di fare lui, domani, un piccolo lago, non col piatto sbocconcellato, ma con una piccola vasca di legno, ben stuccata e impeciata, sulla quale Ges avrebbe potuto varare delle vere barchettine di legno, che Giuseppe gli avrebbe insegnato a fare. Proprio ora gli portava dei piccoli attrezzi da lavoro, adatti a Lui, perch potesse imparare, senza fatica, ad usarli. Cos ti aiuter! dice Ges con un sorriso. Cos mi aiuterai e diventerai un bravo falegname. Vieni a vederli. Ed entrano nel laboratorio. E Giuseppe mostra un piccolo martello, una piccola sega, dei minuscoli cacciavite, una pialla da bambola, deposti su un bancone da falegname in erba: un bancone adatto alla statura del piccolo Ges. Vedi, per segare si mette questo legno appoggiato cos. Si prende la sega cos e, facendo attenzione di non andare contro le dita, si sega. Prova... E la lezione comincia. E Ges, divenendo rosso nello sforzo e stringendo le labbra, con attenzione sega poi liscia la piccola asse con la pialla e, anche se alquanto storta, gli pare bella, e Giuseppe lo loda e gli insegna a lavorare con pazienza e amore. Torna Maria, che certo era fuori di casa, e si affaccia alluscio e guarda. I due non la vedono, perch hanno le spalle voltate. La Mamma sorride nel vedere lo zelo con cui Ges lavora di pialla e laffetto con cui Giuseppe lo ammaestra. Ma Ges deve sentire quel sorriso. Si volge, vede la Mamma e corre a Lei colla sua assicciuola semipiallata e gliela mostra. Maria ammira e si curva a baciare Ges. Gli ravvia i riccioli scomposti, gli asciuga il sudore sul viso accaldato, ascolta con affetto Ges che le promette di farle uno sgabelletto per stare pi comoda quando lavora. Giuseppe, ritto presso al minuscolo banco, con la mano sul fianco, guarda e sorride. Ho assistito alla prima lezione di lavoro del mio Ges. E tutte la pace di questa Famiglia santa in me. Dice Ges: Ti ho consolata, anima mia, con una visione della mia fanciullezza felice nella sua povert, perch circondata dallaffetto di due santi che pi grandi di loro il mondo non ha. Si dice che Giuseppe fu il nutrizio mio. Oh! che se non pot come uomo darmi il latte con cui mi nutr Maria, egli spezz se stesso nel lavoro per darmi pane e conforto ed ebbe gentilezza daffetti di vera madre. Da lui ho imparato -e mai allievo ebbe un maestro pi buono- tutto quanto fa del bambino un uomo. E un uomo che si deve guadagnare il pane. Se la mia intelligenza di Figlio di Dio era perfetta, occorre riflettere e credere che non volli uscire clamorosamente dalle regole dellet. Perci, avvilendo la mia perfezione intellettiva di Dio al livello di una perfezione intellettiva umana, mi sono assoggettato ad avere a maestro un uomo e ad

avere bisogno di un maestro. Che se poi ho appreso con rapidit e buona volont, ci non toglie merito a Me dessermi fatto soggetto ad un uomo, e alluomo giusto desser stato colui che ha nutrito la mia piccola mente delle nozioni necessarie alla vita. Le care ore passate a fianco di Giuseppe, che come per un gioco mi condusse ad esser capace di lavorare, Io non le dimentico neppure ora che sono in Cielo. E quando guardo al padre mio putativo, rivedo il piccolo orto e il laboratorio fumoso, e mi pare di vedere affacciarsi la Mamma col suo sorriso che faceva doro il luogo e beati noi. Quanto avrebbero da imparare le famiglie da questa perfezione di sposi che si amarono come nessun altro si am! Giuseppe era il capo. Indiscussa e indiscutibile la sua autorit familiare, davanti alla quale si piegava riverente quella della Sposa e Madre di Dio e si assoggettava il Figlio di Dio. Tutto ben fatto quello che Giuseppe decideva di fare, senza discussioni, senza puntigli, senza resistenze. La sua parola era la nostra piccola legge. E, ciononostante, in lui quanta umilt! Mai un abuso di potere, mai un volere contro ragione solo perch era il capo. La Sposa era la sua consigliera soave. E nella sua umilt profonda Ella si reputava lancella del consorte, il consorte traeva dalla sua sapienza di Piena di Grazia lume di guida per tutti gli eventi. Ed Io crescevo come fiore protetto da due alberi gagliardi, fra questi due amori che si intrecciavano su Me per proteggermi ed amarmi. No. Finch let mi fece ignorare il mondo, Io non rimpiansi il Paradiso. Dio Padre e il Divino Spirito non erano assenti, poich Maria era piena di Essi. E gli angeli vi avevano dimora, poich nulla li allontanava da quella casa. E uno, potrei dire, aveva preso carne ed era Giuseppe, anima angelica, liberata dal peso della carne e solo occupata a servire Dio e la sua causa e ad amarlo come lo amano i serafini. Lo sguardo di Giuseppe! Placido e puro come quello di una stella ignara delle concupiscenze terrene. Era il nostro riposo, la nostra forza. Molti credono che Io non abbia umanamente sofferto quando la morte spense quello sguardo di santo, vegliante nella nostra casa. Se ero Dio, e come tale cognito della felice sorte di Giuseppe, e perci non addolorato per la sua dipartita che dopo breve sosta nel Limbo gli avrebbe aperto il Cielo, come Uomo ho pianto nella casa vuota della sua amorosa presenza. Ho pianto sullamico estinto. E non avrei dovuto piangere su questo mio santo, sul cui petto avevo dormito piccino e dal quale avevo per tanti anni avuto amore? Faccio infine osservare ai genitori come, senza aiuto di erudizione pedagogica, Giuseppe seppe fare di Me un bravo operaio. Giunto appena allet in cui avessi potuto maneggiare gli arnesi, senza lasciarmi poltrire nellozio, mi avvi al lavoro, e del mio amore per Maria si fece lausilio primo per spronarmi al lavoro. Fare gli oggetti utili alla Mamma. Ecco cos che si inculcava il dovuto rispetto verso la mamma che ogni figlio dovrebbe avere, e su questa rispettosa e amorosa leva si appoggiava linsegnamento per il futuro falegname. Dove sono ora le famiglie in cui ai piccoli si faccia amare il lavoro come mezzo di far cosa gradita ai genitori? I figli, ora, sono i despoti della casa. Crescono duri, indifferenti, villani verso i genitori. Li reputano servi loro. Schiavi loro. Non li amano e ne sono poco amati. Perch, mentre fate dei figli dei prepotenti bizzosi, vi staccate da essi con un assenteismo vergognoso. Di tutti sono i figli. Meno che vostri, o genitori del ventesimo secolo. Sono della nutrice, dellistitutrice, del collegio, se siete ricchi. Sono dei compagni, della strada, delle scuole, se poveri. Ma non vostri. Voi mamme li generate e basta. Voi padri fate lo steso. Ma un figlio non solo carne. E mente, cuore, spirito. Credete pure che nessuno pi di un padre e di una madre hanno il dovere e il diritto di formare questa mente, questo cuore, questo spirito. La famiglia c e ci deve essere. Non vi teoria o progresso che valga a distruggere questa verit senza provocare rovina. Da un istituto familiare sgretolato non possono che venire futuri uomini e future donne sempre pi depravati e cagione di sempre pi grandi rovine. E vi dico in verit che sarebbe meglio che non vi fossero pi matrimoni e pi prole sulla terra, anzich vi siano famiglie meno unite di quanto non siano le trib delle scimmie, delle famiglie non scuola di virt, di lavoro, di amore, di religione, ma caos in cui ognuno vive a s come ingranaggi disingranati che finiscono a spezzarsi.

Spezzate, spezzate. I frutti di questo vostro spezzare la forma pi santa del viver sociale, li vedete e li subite. Continuate pure, se volete. Ma non lamentatevi se questa terra diviene sempre pi inferno, dimora di mostri che divorano famiglie e nazioni. Voi lo volete. E tal vi sia.

38. Maria maestra di Ges, giuda e Giacomo.


29 0ttobre 1944. Dice Ges: Vieni, piccolo Giovanni, e vedi. Retrocedi, tenuta dalla mia mano che ti conduce, negli anni della mia fanciullezza. E quanto vedrai dovr essere inserito nel Vangelo della mia fanciullezza, dove voglio sia messa anche la visione della sosta della Famiglia in Egitto. Metterete cos: La Famiglia in Egitto, poi la prima lezione di lavoro di Ges bambino, poi quella che ora descriverai, la scena della maggiore et (promessa oggi 25-11), ultima la visione di Ges tra i dottori nel Tempio nella sua 12a Pasqua. Non senza motivo anche questo che ora vedrai. Ma anzi illumina punti e rapporti dei miei primi anni e fra i parenti. Ed un regalo per te, in questa mia festa della Regalit, per te che senti trasfonderti la pace della casa di Nazareth quando la vedi. Scrivi. Vedo la stanza dove solitamente sono presi i pasti e dove Maria lavora al suo telaio o di ago. La stanza vicina al laboratorio di Giuseppe, di cui si sente il lavoro solerte. Qui invece silenzio. Maria cuce delle strisce di lana tessuta certo da Lei, larghe un mezzo metro circa e lunghe pi del doppio, che mi sembrano destinate a divenire un mantello per Giuseppe. Dalla porta aperta sullorto-giardino si vedono siepi scapigliate di quelle margheritine azzurro-viola che comunemente sono dette Marie o Cielo stellato. Non so lesatto nome botanico. Sono in fiore, e perci deve essere autunno. Per il verde ancora folto e bello sulle piante, e le api, da due alveari addossati ad un muro soleggiato, vanno ronzando, danzando e brillando al sole, da un fico alla vite, da questa a un melograno pieno delle sue tonde frutta, quali gi scoppiate per eccesso di vigore e mostranti le collane di rubini succosi, allineate nellinterno dello scrigno verde-rosso a scomparti gialli. Sotto le piante Ges giuoca con due bambini su per gi della stesa et. Sono ricciuti, ma non biondi. Uno, anzi, proprio bruno: una testolina da agnellino nero che fa apparire ancor pi bianca la pelle del visetto rotondo, nel quale sono aperti due occhioni di un azzurro tendente al violaceo, bellissimi. Laltro meno riccio e di un color castano scuro, ha occhi castani e colorito pi bruno, ma con sfumatura rosea alle guance. Ges, con la sua testolina bionda fra i due pi scuri, pare gi annimbato di fulgore. Giuocano di buon accordo con dei piccoli carrettini, sui quali sono.... mercanzie diverse: foglie, sassolini, trucioli, legnetti. Fanno ai mercanti certo, e Ges quello che compera per la Mamma, alla quale porta ora un oggetto, ora un altro. Maria accetta con un sorriso gli acquisti. Ma poi il giuoco cambia. Uno dei due fanciulli propone Facciamo lEsodo attraverso lEgitto. Ges sar Mos, io Aronne, tu... Maria. Ma io sono un maschio! Non importa! Fa lo stesso. Tu sei Maria e ballerai davanti al vitello doro, che sar quellalveare l. Io non ballo. Sono un uomo e non voglio essere una donna. Sono un fedele e non voglio ballare davanti allidolo. Ges interviene: Non facciamo questo punto. Facciamo laltro: quando Giosu viene eletto successore di Mos. Cos non c quel brutto peccato di idolatria e Giuda contento di esser uomo e mio successore. Non vero che sei contento? S, Ges. Ma allora Tu devi morire, perch Mos muore, dopo. Io non voglio che

Tu muoia, Tu che mi vuoi sempre tanto bene. Tutti si muore... Ma Io prima benedir Israele, e siccome qui non ci siete che voi, benedir in voi tutto Israele. Viene accettato. Ma poi sorge una questione. Se il popolo dIsraele, dopo tanto andare, aveva ancora i carri che aveva nelluscire dallEgitto. Le idee sono contrastanti. Si ricorre a Maria. Mamma, Io dico che gli israeliti avevano ancora i carri. Giacomo dice di no. Giuda non sa a chi dare ragione. Tu sai? S, Figlio. Il popolo nomade aveva ancora i suoi carri. Nelle soste se li riparava. Su essi salivano i pi deboli e venivano caricate quelle derrate o quelle cose che erano necessarie a tanto popolo. Meno lArca, portata a mano, ogni altra cosa era sui carri. La questione risoluta. I bambini vanno in fondo allorto e da l, salmodiando, vengono verso la casa. Ges davanti e canta con la sua vocina dargento dei salmi. Dietro a Lui vengono Giuda e Giacomo sorreggenti una carriolina che elevata al rango di Tabernacolo. Ma, dato che devono fare anche la parte di popolo, oltre che di Aronne e Giosu, si sono legati, con le cinture disciolte, gli altri carri in miniatura al piede e avanzano cos, seri come fossero veri attori. Percorrono tutta la pergola, passano davanti alla porta della stanza dove Maria, e Ges dice: Mamma, saluta lArca che passa. Maria si alza con un sorriso e si inchina al Figlio, che passa raggiante in un nimbo di sole. Poi Ges si inerpica sul lato del monte che limita la casa, anzi il giardino; al disopra della grotticella si pone ritto, e parla a... Israele. Dice gli ordini e le promesse di Dio, indica Giosu come condottiero, lo chiama a S, e Giuda sale a sua volta sul balzo. Lo rincuora e benedice. Poi si fa dare una... tavoletta ( la larga foglia di un fico) e scrive il cantico e lo legge. Non tutto, ma una buona parte, e pare proprio lo legga sulla foglia. Poi congeda Giosu, che lo abbraccia piangendo, e sale pi su, proprio sullo scrimolo del balzo. E l benedice tutto Israele, ossia i due prostrati fino a terra, e poi si sdraia sullerbetta corta, chiude gli occhi e... muore. Maria, che rimasta sulla porta sorridendo, quando lo vede rimanere steso e rigido grida: Ges, Ges! Alzati! Non stare cos! La tua Mamma non vuole vederti morto! Ges si alza con un sorriso e corre a Lei e la bacia. Vengono anche Giacomo e Giuda. Anche loro hanno carezze da Maria. Come pu Ges ricordare quel cantico tanto lungo e difficile e tutte quelle benedizioni? chiede Giacomo. Maria sorride e risponde semplicemente: Ha memoria molto buona e sta molto attento quando io leggo. Io, alla scuola, sto attento. Ma poi mi viene sonno con tutto quel lamentio... Non imparer mai, allora? Imparerai, sta' quieto. Bussano alla porta. Giuseppe traversa lesto lorto e la stanza e apre. Pace a te Alfeo e Maria! E a voi pure, e benedizione. E il fratello di Giuseppe con la moglie. Un rustico carro, tirato da un forte ciuchino, fermo nella via. Avete fatto buon viaggio? Buono. I bambini? Sono nellorto con Maria. Ma i bambini accorrono gi a salutare la mamma. Anche Maria viene, tenendo Ges per mano. Le cognate si baciano. Sono stati buoni? Molto buoni, e molto cari. Tutti bene i parenti? Tutti. Vi salutano e da Cana vi mandano tanti regali. Uva, mele, formaggi, uova, miele... E

Giuseppe! Ho proprio trovato quello che volevi per Ges. E sul carro, in quella cesta rotonda. La moglie di Alfeo ride. Si china su Ges che la guarda coi suoi occhi sgranati, lo bacia su quei due lembi di azzurro e dice: Sai cosa ho per te? Indovina. Ges pensa e non trova. Io dubito lo faccia di proposito, per dare la gioia a Giuseppe di fare la sorpresa. Infatti Giuseppe entra, portando un cestone rotondo. Lo posa al suolo davanti a Ges, slega la fune che ne tiene a posto il coperchio, lo alza... e una pecorina tutta bianca, un vero fiocco di spuma, appare dormente fra il fieno ben mondo. Ges ha un: Oh! stupito e beato e fa per precipitarsi sulla bestiola, ma poi si volge e corre da Giuseppe, ancora curvo al suolo, e lo bacia e lo abbraccia ringraziandolo. I cuginetti guardano con ammirazione la bestiolina, che si svegliata e che alza il musetto roseo e bela cercando la mamma. La tirano fuori dal cesto, le offrono una manciata di trifoglio. Bruca guardandosi intorno coi miti occhi. Ges continua a dire: Per Me! Per Me! Padre, grazie! Ti piace tanto? Oh! tanto! Bianca, monda... unagnella... oh! e getta le braccine al collo della pecorina, pone il capo biondo sulla testolina bianca e sta cos, felice. Anche a voi ne ho portate due dice Alfeo ai figli. Ma sono scure. Voi non siete ordinati come Ges e avreste avuto pecore disordinate, se bianche. Saranno il vostro gregge, le terrete insieme e cos non sarete pi a zonzo per le strade, voi due, monelli, a fare a sassate. I bambini corrono sul carro e guardano le due altre bestiole pi nere che bianche. Ges rimasto con la sua. La porta nel giardino, le offre da bere, e la bestiolina lo segue come sempre lavesse conosciuto. Ges la chiama. Le mette nome Neve ed essa risponde belando festosa. Gli ospiti sono seduti a tavola, e Maria serve loro pane, ulive e formaggio. Mette anche unanfora con sidro o acqua melata, non so, vedo che di un biondo chiaro chiaro. Parlano fra loro mentre i bambini giuocano con le tre bestiole che Ges ha voluto unite per dare anche alle altre acqua e un nome. La tua, Giuda, si chiamer Stella perch ha quel segno sulla fronte. E la tua Fiamma perch ha colore di certe fiamme su eriche morenti. E accettato. I grandi dicono ( Alfeo che parla): Spero avere risolto cos la storia delle liti fra ragazzi. E stata la tua idea, Giuseppe, che mi ha illuminato. Ho detto: Mio fratello vuole una pecorina per Ges, perch giuochi un po'. Io ne prender due per quei ragazzacci, per farli stare un poco quieti e non avere sempre questioni con altri genitori per teste e ginocchia rotte. Un poco la scuola e un poco le pecore, riuscir a tenerli quieti. Ma questanno dovrai mandare anche tu Ges alla scuola. E lora. Io non mander mai Ges alla scuola dice Maria recisamente. E difficile sentirla parlare cos, e parlare prima di Giuseppe. Perch? Il Bambino deve imparare per essere a suo tempo capace di subire lesame di maggiorenne.... Il Bambino sapr. Ma a scuola non andr. E deciso. Saresti unica in Israele a fare cos. Sar unica. Ma far cos. Non vero, Giuseppe? E vero. Non c bisogno per Ges di andare ad una scuola. Maria stata allevata nel Tempio ed un vero dottore nella conoscenza della Legge. Sar la sua Maestra. Cos voglio anche io. Voi lo viziate, il Ragazzo. Non lo puoi dire. E il pi buono di Nazaret. Lo hai mai udito piangere, fare bizze, negare ubbidienza, non avere rispetto? Questo no. Ma lo diverr se continua ad essere viziato. Non viziare tenersi vicino i figli. E amarli con buon senso e buon cuore. Cos lo amiamo il nostro Ges e, dato che Maria pi istruita del maestro, sar Lei la Maestra di Ges. E quando sar uomo il tuo Ges sar una donnetta paurosa anche di una mosca.

Non lo sar. Maria una donna forte e sa educarlo virilmente. Io non sono un vile e so dare esempi virili. Ges una creatura senza difetti fisici e morali. Crescer perci dritto e forte nel corpo e nello spirito. Sta' sicuro, Alfeo. Non far sfigurare la famiglia. E poi ho deciso e basta cos. Avr deciso Maria, e tu... E se fosse? Non bello che due che si amano siano pronti ad avere lo stesso pensiero e lo stesso volere, perch a vicenda luno abbraccia il desiderio dellaltro e lo fa suo? Se Maria volesse cose stolte, le direi: No. Ma chiede cose piene di saggezza, ed io le approvo e le faccio mie. Ci amiamo, noi, come nel primo giorno... e cos faremo finch saremo in vita. Non vero, Maria? S, Giuseppe. E, mai sia, ma quando avesse uno a morire senza laltro, ancora ci ameremo. Giuseppe carezza sul capo Maria, come fosse una figlia fanciulla, e Lei lo guarda col suo occhio sereno e amoroso. La cognata interviene: Avete proprio ragione. Fossi buna io di insegnare! A scuola imparano il bene e il male, i nostri figli. In casa solo il bene. Ma io non so... Se Maria... Che vuoi, cognata? Di' liberamente. Tu sai che ti amo e sono lieta quando ti posso far piacere. Dicevo... Giacomo e Giuda sono di poco pi vecchi di Ges. Vanno gi a scuola... ma per quel che sanno!... Invece Ges sa gi tanto bene la Legge... Io vorrei... ecco, se ti dicessi di tenere anche loro, quando insegni a Ges? Io penso che diverrebbero pi buoni e pi istruiti. Sono cugini, infine, e che si amino come fratelli giusto.... Sarei cos felice! Se Giuseppe vuole, e tuo marito pure, io sono pronta. Parlare per uno o per tre uguale. Ripassare tutta la Scrittura gioia. Che vengano. I tre bambini, che erano entrati piano piano, sentono e stanno in attesa del verdetto. Ti faranno disperare, Maria dice Alfeo. No! Con me sono sempre buoni. Non vero che sarete buoni se io vi insegner? I due le corrono vicini, uno a destra, uno a sinistra, le mettono le braccia intorno alle spalle, le testoline sulle spalle, e promettono tutto il bene possibile. Lasciali provare, Alfeo, e lasciami provare. Io credo che non sarai malcontento della prova. Verranno ogni giorno dallora di sesta a sera. Baster, credilo. Io so larte di insegnare senza stancare. I bambini vanno tenuti avvinti e distratti insieme. Bisogna capirli, amarli ed essere amati, per ottenere da loro. E voi mi amate, non vero? Due grossi bacioni sono la risposta. Lo vedi? Lo vedo. Non ho che dirti: Grazie. E Ges che dir, vedendo la Mamma persa con altri? Che dici, Ges? Io dico: Beati quelli che stanno ad ascoltarla e drizzano la loro dimora presso la sua. Come per la Sapienza, beato chi amico di mia Madre, ed Io sono felice che coloro che amo siano suoi amici. Ma chi pone tali parole sulle labbra del Fanciullo? chiede Alfeo stupito. Nessuno, fratello. Nessun che sia del mondo. La visione cessa qui. Dice Ges: E Maria fu Maestra a Me, Giacomo e Giuda. Ecco perch ci amammo come fratelli, oltre che per la parentela, per la scienza e per il crescere uniti, come tre tralci sorretti da un unico palo. La Mamma mia. Dottore come nessun altro in Israele, questa dolce Madre mia. Sede della Sapienza, e della vera Sapienza, ci istru per il mondo e per il Cielo. Dico: ci istru, perch Io fui suo scolaro non diversamente dai cugini. E il sigillo fu mantenuto sul segreto di Dio, contro lindagare di Satana, mantenuto sotto lapparenza di una vita comune. Ti sei beata nella scena soave? Ora sta in pace. Ges con te.

39. Preparativi per la maggiore et di Ges e partenza da Nazareth. 25 novembre 1944. [...]. Ho avuto da Lui una promessa. Gli dicevo: Ges, come mi piacerebbe vedere la cerimonia della tua maggiore et! E Lui: Te la dar per prima cosa appena potremo esser noi senza che si turbi il mistero. E la metterai dopo la scena della Madre mia, mia maestra e maestra di Giuda e Giacomo, che ti ho data recentemente (29-10). La metterai fra questa e la Disputa nel Tempio. [...]. 19 dicembre 1944. Vedo Maria curva su un mastello, meglio, su una conca di terra cotta, che mescola qualcosa che fuma nellaria fredda e serena che empie lorto di Nazaret. Deve essere pieno inverno, perch, meno gli ulivi, tutti le piante sono brulle e scheletrite. In alto, un cielo tersissimo e anche un bel sole. Ma non tempera la sizza che tira e che fa sbattere fra loro i rami spogli e ondulare le ramette grigie e verdi degli ulivi. La Madonna tutta vestita di una pesante veste di un marrone quasi nero, e si legata davanti una rustica tela, come un grembiale, per proteggere la veste. Estrae dalla tinozza il bastone con cui dimenava il contenuto e ne vedo cadere gocce di un bel color arrubinato. Maria osserva, si bagna un dito con le gocce che cadono, prova il colore sul grembiale. Pare soddisfatta. Entra in casa ed esce con molte matasse di lana candidissima. Le tuffa una per una nella tinozza, con pazienza e accortezza. Mentre fa questo, entra, venendo dal laboratorio di Giuseppe, sua cognata Maria di Alfeo. Si salutano, si parlano. Viene bene? chiede Maria dAlfeo. Ne ho speranza. Mi ha assicurato quella gentile che proprio la tinta e il modo che usano a Roma. Me lo ha dato proprio perch sei tu e hai fatto quei lavori. Dice che neppure a Roma vi chi ricama come te. Ti devi essere accecata a farli... Maria sorride e fa un movimento col capo come per dire: Cose da nulla!. La cognata guarda, prima di porgerle a Maria, le ultime matasse di lana. Come le hai filate! Paiono capelli tanto sono fini e regolari. Fai tutto bene tu... e come svelta! Queste ultime verranno pi chiare?. S, per la veste. Il mantello pi scuro. Le due donne lavorano insieme alla tinozza. Poi estraggono le matasse di un bel colore porporino e corrono svelte a tuffarle nellacqua ghiaccia che empie la vaschetta, sotto alla sottile polla che cade con noterelle di risatine sommesse. Sciacquano e sciacquano, poi stendono su delle canne le matasse e le assicurano da ramo a ramo degli alberi.

Asciugeheranno bene e presto con questo vento dice la cognata. Andiamo da Giuseppe. C fuoco. Devi essere gelata dice Maria Santissima. Sei stata buona ad aiutarmi. Ho fatto presto e con meno fatica. Te ne sono grata. Oh! Maria! Che non farei per te! Starti vicino una festa. E poi... per Ges tutto questo lavoro. Ed cos caro, tuo Figlio!... Mi sembrer essergli anche io mamma, se ti aiuter per la sua festa di maggiorenne. Le due donne entrano nel laboratorio, pieno di quellodore di legni piallati proprio delle officine di falegname. E la visione ha un arresto... per riprendersi allatto della partenza per Gerusalemme di Ges dodicenne. Egli appare, bellissimo e tanto ben sviluppato da parere un fratello minore della sua giovane Madre. Gi le giunge alle spalle con la sua testa bionda e inanellata, le cui chiome, non pi corte come nei primi anni di vita, ma lunghe fino a sotto le orecchie, paiono un caschetto doro lavorato tutto a lucenti boccoli. E vestito di rosso. Un bel rosso di rubino chiaro. Una lunga veste che scende sino ai malleoli scoprendo solo i piedi calzati di sandali. La veste sciolta, con maniche lunghe e ampie. Al collo, alla base delle maniche, alla balza, una greca tessuta colore su colore, molto bella... (nel copiare la visione attendere il resto che sar sul nuovo quaderno). 20 dicembre 1944. Vedo entrare Ges insieme a sua Mamma nella stanza, dir cos, da pranzo, di Nazaret. Ges un bel fanciullo dodicenne, alto, ben formato, robusto senza esser grasso. Sembra pi adulto di quanto non sia, per la sua complessione. E gi alto, tanto che raggiunge la spalla della Madre. Ha ancora il viso rotondo e roseo del Ges fanciullo, viso che poi, con let giovanile e virile, si assottiglier e si far di un color senza colore, un colore di certi delicati alabastri, appena tendenti al giallo rosa. Gli occhi, anche gli occhi, sono ancora occhi di bambino. Grandi, bene aperti a guardare, e con una scintilla di letizia persa nel serio dello sguardo. Dopo non saranno pi cos aperti... Le palpebre si caleranno a mezzocchio per velare il troppo male, che nel mondo, al Puro e Santo. Solo nei momenti di miracolo saranno aperti e sfavillanti, pi ancora di ora... per cacciare i demoni e la morte, per guarire le malattie ed i peccati. E non saranno neppur pi con quella scintilla di letizia mescolata alla seriet... La morte e il peccato saranno sempre pi presenti e vicini, e con essi la conoscenza, anche umana, della inutilit del sacrificio, per la volont contraria delluomo. Solo in rarissimi momenti di gioia, per essere con dei redenti e specie con dei puri, bambini per lo pi, lo faranno brillare di letizia, questo occhio santo e buono. Ma ora con la sua Mamma, in casa sua, e di fronte a Lui San Giuseppe che gli sorride con amore, e sono i cuginetti che lo ammirano e la zia Maria dAlfeo che lo carezza... E felice. Ha bisogno di amore, il mio Ges, per essere felice. E in questo momento lo ha. E vestito di una sciolta veste di lana rosso rubino chiaro. Morbida, di tessitura perfetta nella sua compatta sottigliezza. Al collo, sul davanti, in basso delle maniche lunghe e ampie, e della veste che scende sino a terra, scoprendo appena i piedi calzati di sandali nuovi e molto ben fatti -non le solite suole fissate con striscerelle di cuoio al piede- una greca, non ricamata, ma tessuta in colore pi scuro sul rubino della veste. Deve essere opera della Mamma perch la cognata lammira e la loda. I bei capelli biondi sono gi pi carichi, nella loro tinta, di quando era fanciullino, con scintille di rame nelle volute dei boccoli che terminano sotto le orecchie. Non sono pi i ricciolini corti e vaporosi dellinfanzia. Non sono ancora le chiome ondulate e lunghe sino agli omeri, dove terminano in morbido cannolo, dellet adulta. Ma gi tendono pi a queste ultime nel colore e nella foggia.

Ecco il Figlio nostro dice Maria alzando la sua mano destra, nella quale la mano sinistra di Ges. Pare lo presenti a tutti e riconfermi la paternit del Giusto, che sorride. E aggiunge: Benedicilo, Giuseppe, prima di partire per Gerusalemme. Non fu necessaria la rituale benedizione per la sua andata a scuola, primo passo della vita. Ma ora che Egli va al Tempio per esser dichiarato maggiorenne, fllo. E benedici me con Lui. La tua benedizione... (Maria ha un sommesso singhiozzo) fortificher Lui e dar forza a me di staccarmelo un poco di pi... Maria, Ges sar sempre tuo. La formola non incider i nostri mutui rapporti. N io te lo contender, questo Figlio a noi caro. Nessuno come te merita di guidarlo nella vita, o mia Santa. Maria si curva e prende la mano di Giuseppe e la bacia. E la sposa, oh! quanto rispettosa e amorosa del consorte! Giuseppe accoglie quel segno di rispetto e damore con dignit, ma poi alza quella baciata mano e la posa sul capo della Sposa e le dice: S. Ti benedico, Benedetta, e Ges con te. Venite, mie sole gioie, mio onore e scopo. Giuseppe solenne. A braccia tese e palme volte a terra sopra le due teste chine, ugualmente bionde e sante, pronuncia la benedizione: Il Signore vi guardi e vi benedica. Abbia di voi misericordia e vi dia pace. Il Signore vi dia la sua benedizione. E poi dice: E ora andiamo. Lora propizia per il viaggio. Maria prende un ampio drappo di un color granata scuro e lo drappeggia sul corpo del Figlio. Come se lo carezza nel farlo! Escono, chiudono. Si incamminano. Altri pellegrini vanno per la stessa direzione. Fuori del paese le donne si separano dagli uomini. I bimbi vanno con chi pare loro. Ges resta con la Mamma. I pellegrini vanno, salmodiando per lo pi, per le campagne tutte belle nel pi lieto tempo di primavera. Freschi prati e fresche biade, e fresche fronde sugli alberi che hanno da poco fiorito. Canti di uomini per i campi e per le vie e canti d'uccelli in amore fra le fronde. Ruscelli limpidi che fan da specchio ai fiori delle rive, agnellini saltellanti presso le madri... Pace e letizia sotto il pi bel cielo daprile. La visione cessa cos.

40. Lesame di Ges maggiorenne al tempio. 21 dicembre 1944. Il Tempio in giorni di festa. Folla che entra ed esce dalle porte di cinta, che traversa cortili, atri, portici, che scompare in questa o quella costruzione sita nei diversi ripiani su cui disseminato lagglomerato del Tempio. Entra anche, cantando sommessamente dei salmi, la comitiva della famiglia di Ges. Tutti gli uomini prima, poi le donne. A loro si sono uniti altri, forse di Nazaret, forse amici di Gerusalemme. Non so. Giuseppe si separa, dopo aver con tutti adorato lAltissimo dal punto in cui, si capisce, gli uomini potevano farlo (le donne si sono fermate un ripiano pi basso) e col Figlio riattraversa, retrocedendo, dei cortili, poi piega da una parte ed entra in una vasta stanza che ha laspetto di una sinagoga. Non so come mai. Cerano anche nel Tempio le sinagoghe? Parla con un levita e questo scompare dietro una tenda a righe per tornare poi con dei sacerdoti anziani, credo siano sacerdoti, certo sono maestri nella conoscenza della Legge e destinati perci ad esaminare i fedeli. Giuseppe presenta Ges. Prima si sono ambedue profondamente inchinati ai dieci dottori, che si sono seduti dignitosamente su dei bassi sgabelli di legno. Ecco dice. Questo mio Figlio. Da tre lune e dodici giorni entrato nel tempo che la Legge destina per esser maggiorenni. Ma io voglio che lo sia secondo i precetti dIsraele. Vi prego osservare che per la sua complessione Egli mostra di essere uscito dalla puerizia e dallet minore. E vi prego esaminarlo benignamente e giustamente per giudicare che quanto qui io, suo padre, asserisco verit. Io lho preparato per questora e per questa sua dignit di figlio della Legge. Egli sa i precetti, le tradizioni, le decisioni, le consuetudini

delle fimbrie e delle filatterie, sa recitare le preghiere e le benedizioni quotidiane. Pu quindi, conoscendo la Legge in se stessa e nei suoi tre rami dellHalascia, Midrasc e Aggada, condursi da uomo. Perci io desidero esser liberato dalla responsabilit delle sue azioni e dei suoi peccati. Dora in poi Egli sia soggetto ai precetti e sconti di suo le pene per i mancamenti verso di essi. Esaminatelo. Lo faremo. Vieni avanti, fanciullo. Il tuo nome? Ges di Giuseppe, di Nazaret. Nazareno...Sai dunque leggere? S, rabbi. So leggere le parole scritte e quelle che sono chiuse nelle parole stesse. Come vorresti dire? Voglio dire che comprendo anche il significato dellallegoria o del simbolo che si cela sotto lapparenza, cos come la perla non appare ma nella conchiglia brutta e serrata Risposta non comune e molto saggia. Raramente si ode ci su labbra adulte; in un bambino, poi, e nazareno per giunta!... Lattenzione dei dieci si fatta sveglia. I loro occhi non perdono un istante di vista il bel fanciullo biondo che li guarda sicuro, senza spavalderia, ma senza paura. Tu fai onore al tuo maestro, che, per certo, era assai dotto. La Sapienza di Dio era raccolta nel suo cuore di giusto. Ma udite! Te felice, padre di tal figlio! Giuseppe, che in fondo alla sala, sorride e si inchina. Dnno a Ges tre rotoli diversi, dicendo: Leggi quello serrato da nastro d'oro. Ges apre il rotolo e legge. E il Decalogo. Ma, dopo le prime parole, un giudice gli leva il rotolo dicendo: Prosegui a memoria. Ges lo dice cos sicuro che pare legga. Ogni volta che nomina il Signore si inchina profondamente. Chi ti ha insegnato ci? Perch lo fai? Perch santo quel Nome e va pronunciato con segno interno ed esterno di rispetto. Al re, che re per breve tempo, si inchinano i sudditi, e polvere egli . Al Re dei re, allaltissimo Signore dIsraele, presente anche se non visibile che allo spirito, non si dovr inchinare ogni creatura, che da Lui dipende con sudditanza eterna? Bravo! Uomo, noi ti consigliamo di fare istruire il figlio tuo da Hillel o Gamaliele. E nazareno... ma le sue risposte fanno sperare da Esso un nuovo grande dottore. Il figlio maggiorenne. Far secondo il suo volere. Io, se sar volere onesto, non lo contraster. Fanciullo, ascolta. Hai detto: Ricordati di santificare le feste. Ma non solo per te, ma per tuo figlio e figlia e servo e serva, ma persino per il giumento detto di non fare, il sabato, lavoro. Or dimmi: se una gallina depone un uovo in sabato od una povera figlia, sar lecito usare quel frutto del suo ventre, oppure sar considerato obbrobrio? So che molti rabbi, ultimo il vivente Sciammai, dicono che luovo deposto in sabato contrario al precetto. Ma Io penso che altro luomo e altro lanimale o chi compie atto animale come il partorire. Se io obbligo il giumento a lavorare, io compio anche il suo peccato, perch io mi impongo con la sferza a farlo lavorare. Ma se una gallina depone luovo maturatosi nella sua ovaia, o una pecora genera il figlio in sabato, perch ormai maturo al nascere, no, che tale opera non peccato, n peccato , agli occhi di Dio, luovo e lagnello in sabato deposti. Perch mai, se tutto ed ogni lavoro di sabato peccato? Perch il concepire e generare corrisponde al volere del Creatore ed regolato da leggi da Lui date ad ogni creato. Or la gallina non fa che ubbidire a quella legge che dice che, dopo tante ore di formazione, l'uovo completo e va deposto, e la pecora non fa che ubbidire a quelle leggi messe da Colui che tutto fece, il quale stabil che due volte allanno, quando ride primavera sui prati in fiore, e quando si spoglia il bosco delle sue fronde e gelo stringe il petto alluomo, le pecore andassero ai loro connubi per dar poi, allopposto tempo, latte, carne e formaggi sostanziosi, nei mesi di pi aspra fatica per le messi, o di pi sofferente squallore per i geli. Se dunque una pecora, giunto il suo tempo, depone il suo nato, oh! questo ben pu esser sacro anche allaltare, perch frutto di ubbidienza al Creatore.

Io non lo esaminerei oltre. La sua sapienza supera le adulte e stupisce. No. Si detto capace di comprendere anche i simboli. Udiamolo. Prima dica un salmo, le benedizioni e le preghiere. Anche i precetti. S. Di' i midrasciot. Ges dice sicuro una litania di non fare questo... non fare quello... Se noi dovessimo avere ancora tutte queste limitazioni, ribelli come siamo, le assicuro che non si salverebbe pi nessuno... Basta. Apri il rotolo dal nastro verde. Ges apre e fa per leggere. Pi avanti, pi ancora. Ges ubbidisce. Basta. Leggi e spiega, se ti pare che ci sia un simbolo. Nella Parola santa raramente manca. Siamo noi che non lo sappiamo vedere e applicare. Leggo: 4 libro dei Re, capo 22, versetto 10: Safan, scriba, continuando a riferire al re, disse: Il Sommo Sacerdote Elcia mha dato un libro'. Avendolo Safan letto alla presenza del re, il re, udite le parole della Legge del Signore, si stracci le vesti e poi diede.... Vai oltre i nomi. ...questordine: Andate a consultare il Signore per me, per il popolo, per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro che si trovato, perch la grande ira di Dio s accesa contro di noi perch i nostri padri non ascoltarono le parole di questo libro, in modo da seguirne le prescrizioni'... Basta. Il fatto avviene molti secoli lontano da noi. Quale simbolo trovi in un fatto di cronaca antica? Trovo che non vi tempo per ci che eterno. E eterno Dio e lanima nostra, eterni i rapporti fra Dio e lanima. Perci ci che aveva provocato il castigo allora la stessa cosa che provoca i castighi ora, e uguali sono gli effetti della colpa. Cio? Israele pi non sa la Sapienza, la quale viene da Dio. E a Lui, e non ai poveri uomini, che occorre chiedere luce, e luce non si ha se non si ha giustizia e fedelt a Dio. Perci si pecca, e Dio, nella sua ira, punisce. Noi non sappiamo pi? Ma che dici, fanciullo? E i 613 precetti? I precetti sono, ma son parole. Li sappiamo ma non li mettiamo in pratica. Perci non sappiamo. Il simbolo questo: ogni uomo, in ogni tempo, ha bisogno di consultare il Signore per conoscerne il volere e ad esso attenersi per non attirarne lira. Il fanciullo perfetto. Neppure il tranello della domanda insidiosa ha turbato la sua risposta. Sia condotto nella vera sinagoga. Passano in una stanza pi vasta e pomposa. Qui, per prima cosa, gli raccorciano i capelli. I riccioloni vengono raccolti da Giuseppe. Poi gli stringono la veste rossa con una lunga cintura girata a pi giri attorno alla vita, gli legano delle striscioline alla fronte, al braccio e al mantello. Le fissano con delle specie di borchie. Poi cantano salmi e Giuseppe loda con una lunga preghiera il Signore e invoca sul Figlio ogni bene. La cerimonia ha termine. Ges esce con Giuseppe. Tornano da dove erano venuti, si riuniscono ai parenti maschi, comperano e offrono un agnello; poi con la vittima sgozzata, raggiungono le donne. Maria bacia il suo Ges. Pare sia degli anni che non lo vede. Lo guarda, fatto pi uomo nella veste e nei capelli, lo carezza... Escono e tutto finisce.

41. La disputa di Ges nel Tempio coi dottori. Langoscia della Madre e la risposta del Figlio. 28 gennaio 1944. Vedo Ges. E adolescente. Vestito di una tunica che mi sembra di lino candido, lunga sino ai piedi. Su questa si posa e si drappeggia un drappo rettangolare dun rosso pallido. E a testa nuda, coi capelli lunghi sino a met orecchie, pi carichi di tinta di quando lo vidi bambino. E un fanciullo robusto e molto alto per la sua et che, come dimostra il viso, molto fanciulla. Mi guarda e sorride tendendomi le mani. Un sorriso per che somiglia gi a quello che gli vedo da uomo: dolce e piuttosto serio. E solo. Non vedo altro per ora. Sta appoggiato ad un muretto su una stradellina tutta a sali e scendi, sassosa e con una fossa verso il centro che certo in tempo di pioggia si muta in rigagnolo. Ma ora asciutta perch giornata serena. Mi pare di accostarmi io pure al muretto e di guardare intorno e in basso come fa Ges. Vedo un agglomerato di case. Un agglomerato disordinato. Le case sono quali alte, quali basse, e vanno in tutti i sensi. Sembra, con un paragone molto povero ma molto somigliante, una manciata di ciottoli bianchi gettata su un terreno scuro. Le vie e viette sono come vene di quel biancore. Qua e l delle piante sporgono dai muri. Molte sono in fiore e molte sono gi coperte di foglie novelle. Deve essere primavera. A sinistra, rispetto a me che guardo, vi un grande agglomerato, fatto a tre ordini di terrazze coperte di fabbricati, e torri e cortili e porticati, al centro del quale si alza un pi alto, maestoso, ricchissimo fabbricato a cupole tonde, splendenti al sole come fossero coperte di metallo: rame od oro. Il tutto recinto da una muraglia merlata: dei merli fatti cosi (M) come fosse una fortezza. Una torre pi alta delle altre, posta a cavalcioni di una via piuttosto stretta e che in salita, domina nettamente quel vasto agglomerato. Sembra una sentinella severa. Ges guarda fissamente quel luogo. Poi torna a voltarsi, riappoggiando la schiena al muretto, come era prima, e guarda un monticiattolo che sta in fronte allagglomerato. Un monticiattolo assalito dalle case sino alla base, poi lasciato nudo. Vedo che una via termina l con un arco, oltre il quale non c che una via lastricata a pietre quadrangolari, irregolari e sconnesse. Non sono troppo grandi, non come le pietredelle strade consolari romane; sembrano piuttosto le classiche pietre dei vecchi marciapiedi viareggini (non so se ne esistano ancora) ma messe senza connessione. Una stradaccia. Il volto di Ges si fa tanto serio che io mi fisso a cercare su quel monticiattolo la causa di questa malinconia. Ma non trovo nulla di speciale. E unaltitudine nuda. E basta. In cambio perdo Ges, perch quando mi volgo, non pi l. E mi assopisco con questa visione. ...Quando mi risveglio col ricordo della stessa nel cuore, dopo esser tornata un poco in forze e in pace, perch tutti dormono, mi trovo in un posto che non ho mai visto. Vi sono cortili e fontane e porticati e case, ossia padiglioni, perch hanno pi la caratteristica di padiglioni che di case. Vi molta folla vestita allebraica antica, e molto vociare. Guardandomi intorno comprendo d'essere dentro a quellagglomerato che Ges guardava, perch vedo la muraglia merlata che lo cinge, la torre che lo vigila e limponente fabbricato che si erge nel centro e contro il quale si stringono i porticati, molto belli e vasti, e sotto i quali vi molta folla intenta chi a una cosa, chi ad unaltra. Comprendo di essere nel recinto del Tempio di Gerusalemme. Vedo farisei in lunghe vesti ondeggianti, sacerdoti vestiti di lino e con una placca preziosa al sommo del petto e della fronte e altri punti luccicanti sparsi qua e l sulle diverse vesti molto ampie e bianche, strette alla vita da una cintura preziosa. Poi altri che sono meno ornati, ma devono sempre appartenere alla casta sacerdotale, e che sono circondati da discepoli pi giovani. Comprendo che sono i dottori della Legge. Fra tutti questi personaggi mi trovo spersa, perch non so proprio che ci sto a fare. Mi accosto al gruppo dei dottori dove si iniziata una disputa teologica. Molta folla fa la stessa cosa. Fra i dottori vi un gruppo, capitanato da uno chiamato Gamaliele e da un altro, vecchio e quasi cieco, che sostiene Gamaliele nella disputa. Costui, che sento chiamare Hillel (metto l'h perch sento un aspirazione in principio al nome) mi pare

maestro o parente di Gamaliele, perch questo lo tratta con confidenza e rispetto insieme. Il gruppo di Gamaliele ha vedute pi larghe, mentre un altro gruppo, ed il pi numeroso, diretto da uno che chiamano Sciammai, ed dotato di quellintransigenza astiosa e retriva che il Vangelo tanto bene ci illustra. Gamaliele, circondato da un folto gruppo di discepoli, parla della venuta del Messia e, appoggiandosi alla profezia di Daniele, sostiene che il Messia deve ormai essere nato, perch da una decina danni circa, le settanta settimane profetate sono compiute da quando era uscito il decreto di ricostruzione del Tempio. Sciammai lo combatte asserendo che, se vero che il Tempio stato riedificato, anche vero che la schiavit di Israele aumentata, e la pace, che avrebbe dovuto portare seco Colui che i Profeti chiamavano Principe della pace, ben lontana dessere nel mondo e specie a Gerusalemme, oppressa da un nemico che osa spingere la sua dominazione fin entro il recinto del Tempio, dominato dalla Torre Antonia piena di legionari romani, pronti a sedare con la spada ogni tumulto di indipendenza patria. La disputa, piena di cavilli, va per le lunghe. Ogni maestro fa sfoggio di erudizione, non tanto per vincere il rivale, quanto per imporsi allammirazione degli ascoltatori. E palese questo intento. Dal folto gruppo dei fedeli esce una fresca voce di fanciullo: Gamaliele ha ragione. Movimento della folla e del gruppo dottorale. Si cerca linterruttore. Ma non occorre cercarlo. Non si nasconde. Si fa largo da s e si accosta al gruppo dei rabbi. Riconosco il mio Ges adolescente. E sicuro e franco, con due sfavillanti occhi pieni di intelligenza. Chi sei? gli chiedono. Un figlio di Israele venuto a compere ci che la Legge ordina. La risposta ardita e sicura piace e ottiene sorrisi di approvazione e benevolenza. Ci si interessa del piccolo israelita. Come ti chiami? Ges di Nazaret. La benevolenza si smorza nel gruppo di Sciammai. Ma Gamaliele, pi benigno, prosegue il dialogo insieme ad Hillel. Anzi proprio Gamaliele che con deferenza dice al vecchio: Chiedi al fanciullo qualcosa. Su che cosa fondi la tua sicurezza? chiede Hillel. (Metto i nomi in testa alle risposte per abbreviare e rendere chiaro.) Ges: Sulla profezia che non pu errare nellepoca e sui segni che lhanno accompagnata quando fu il tempo del suo avverarsi. E vero che Cesare ci domina. Ma il mondo era tanto in pace e la Palestina tanto in calma quando si compirono le settanta settimane, che fu possibile a Cesare ordinare il censimento nei suoi domini. Non lo avrebbe potuto se la guerra fosse stata nelllmpero e le sommosse in Palestina. Come era compto quel tempo, cos si sta compiendo laltro delle sessantadue pi una dal compimento del Tempio, perch il Messia sia unto e si avveri il seguito della profezia per il popolo che non lo volle. Potete avere dubbi? Non ricordate che la stella fu vista dai Savi dOriente e che and a posarsi proprio sul cielo di Betlemme di Giuda e che le profezie e le visioni, da Giacobbe in poi, indicano quel luogo come il destinato ad accogliere la nascita del Messia, figlio del figlio del figlio di Giacobbe, attraverso Davide che era di Betlemme? Non ricordate Balaam? Una Stella nascer da Giacobbe. I Savi dOriente, che la purezza e la fede rendevano occhi e orecchi aperti, hanno visto la stella e compreso il suo nome: Messia, e sono venuti ad adorare la Luce scesa nel mondo. Sciammai, con sguardo livido: Tu dici che il Messia nacque nel tempo della stella a Betlemme -Efrata? Ges: Io lo dico. Sciammai: Allora non vi pi. Non sai, fanciullo, che Erode fece uccidere tutti i nati di donna, da un giorno a due anni di et, di Betlemme e dintorni? Tu, tanto sapiente nella Scrittura, devi sapere anche questo: Un grido s sentito nellalto.... E Rachele che piange i suoi figli. Le valli e le cime

di Betlemme, che hanno raccolto il pianto di Rachele morente, sono rimaste piene di pianto, e le madri lhanno ripetuto sui figli uccisi. Fra esse era certo anche la Madre del Messia. Ges: Ti sbagli, o vecchio. Il pianto di Rachele s volto in osanna, perch l dove essa ha dato alla luce il figlio del suo dolore, la nuova Rachele ha dato al mondo il Beniamino del Padre celeste, il Figlio della sua destra, Colui che destinato a riunire il popolo di Dio sotto il suo scettro e a liberarlo dalla pi tremenda schiavit. Sciammai: E come, se Egli fu ucciso? Ges: Non hai letto di Elia? Egli fu rapito dal cocchio di fuoco. E non potr il Signore Iddio aver salvato il suo Emmanuele perch fosse Messia del suo popolo? Egli, che ha aperto il mare davanti a Mos perch Israele passasse a piede asciutto verso la sua terra, non avr potuto mandare i suoi angeli a salvare il Figlio suo, il suo Cristo, dalla ferocia delluomo? In verit vi dico: Il Cristo vive ed tra voi, e quando sar la sua ora si manifester nella sua potenza. Ges, nel dire queste parole, che sottolineo, ha nella voce uno squillo che empie lo spazio. I suoi occhi sfavillano pi ancora e, con mossa dimperio e promessa, Egli tende il braccio e la mano destra e li abbassa come per giurare. E un fanciullo, ma solenne come un uomo. Hillel: Fanciullo, chi ti ha insegnato queste parole? Ges: Lo Spirito di Dio. Non ho maestro umano. Questa la Parola del Signore che vi parla attraverso le mie labbra. Hillel: Vieni fra noi, che io ti veda da presso, o fanciullo, e la mia speranza si ravvivi a contatto della tua fede e la mia anima si illumini al sole della tua. E Ges viene fatto sedere su un alto sgabello fra Gamaliele e Hillel, e gli vengono porti dei rotoli perch li legga e spieghi. E un esame in piena regola. La folla si accalca e ascolta. La voce fanciulla di Ges legge: Consolati, o mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme, consolatela perch la sua schiavit finita... Voce di uno che grida nel deserto: preparate le vie del Signore... Allora apparir la gloria del Signore.... Sciammai: Lo vedi, o nazareno! Qui si parla di schiavit finita. Mai come ora siamo schiavi. Qui si parla di un precursore. Dove egli? Tu farnetichi. Ges: Io ti dico che a te pi che agli altri va fatto linvito del Precursore. A te e ai tuoi simili. Altrimenti non vedrai la gloria del Signore n comprenderai la parola di Dio, perch le bassezze, le superbie, le doppiezze ti faranno ostacolo a vedere ed udire. Sciammai: Cos parli ad un maestro? Ges: Cos parlo. E cos parler sino alla morte. Poich sopra il mio utile sta linteresse del Signore e lamore alla Verit di cui sono Figlio. E ti aggiungo, o rabbi, che la schiavit di cui parla il Profeta, e di cui Io parlo, non quella che credi, come la regalit non sar quella che pensi. Ma sibbene per merito del Messia verr reso libero luomo dalla schiavit del Male che lo separa da Dio, e il segno del Cristo sar sugli spiriti, liberati da ogni giogo e fatti sudditi delleterno Regno. Tutte le nazioni curveranno il capo, o stirpe di Davide, davanti al Germoglio nato da te e divenuto albero che copre tutta la terra e si alza al Cielo. E in Cielo e in terra ogni bocca loder il suo Nome e piegher il ginocchio davanti allUnto di Dio, al Principe della Pace, al Condottiero, a Colui che con Se stesso avr inebriato ogni anima stanca e saziato ogni anima affamata, al Santo che stipuler una alleanza fra terra e Cielo. Non come quella stipulata coi Padri dIsraele quando Dio li trasse dEgitto trattandoli ancora da servi, ma imprimendo la paternit celeste nello spirito degli uomini con la Grazia nuovamente infusa per i meriti del Redentore, per il quale tutti buoni conosceranno il Signore e il Santuario di Dio non sar pi abbattuto e distrutto. Sciammai: Ma non bestemmiare, fanciullo! Ricorda Daniele. Egli dice che, dopo luccisione del Cristo, il Tempio e la Citt saranno distrutti da un popolo e da un condottiero che verr. E Tu sostieni che il Santuario di Dio non sar pi abbattuto! Rispetta i Profeti! Ges: In verit vi dico che vi Qualcuno che da pi dei Profeti, e tu non lo conosci e non lo conoscerai, perch te ne manca la voglia. E ti dico che quanto ha detto vero. Non conoscer pi morte il Santuario vero. Ma come il suo Santificatore, risorger a vita eterna e alla fine dei giorni del mondo vivr in Cielo.

Hillel: Ascolta me, fanciullo. Aggeo dice: ...Verr il Desiderato delle genti... Grande sar allora la gloria di questa casa, e di questultima pi della prima. Vuol forse parlare del Santuario di cui Tu parli? Ges: S, maestro. Questo vuol dire. La tua rettezza ti porta verso la Luce ed Io te lo dico: quando il Sacrificio del Cristo sar compiuto, a te verr pace, perch sei un israelita senza malizia. Gamaliele: Dimmi, Ges. La pace di cui parlano i Profeti come pu sperarsi se a questo popolo verr distruzione di guerra? Parla e d luce anche a me. Ges: Non ricordi, maestro, cosa dissero coloro che furono presenti la notte della nascita del Cristo? Che le schiere angeliche cantarono: Pace agli uomini di buona volont. Ma questo popolo non ha buona volont e non avr pace. Esso misconoscer il suo Re, il Giusto, il Salvatore, perch lo spera re di umana potenza, mentre Egli Re dello spirito. Esso non lo amer, dato che il Cristo predicher ci che a questo popolo non piace. Il Cristo non debeller i nemici coi loro cocchi e i loro cavalli, ma i nemici dellanima, che piegano a possesso infernale il cuore delluomo creato per il Signore. E questa non la vittoria che Israele attende da Lui. Egli verr, Gerusalemme, il tuo Re, cavalcando lasina e lasinello, ossia i giusti di Israele e i gentili. Ma lasinello, Io ve lo dico, sar a Lui pi fedele e lo seguir precedendo lasina e crescer nella via della Verit e della Vita. Israele per la sua mala volont perder la pace e soffrir in s, per dei secoli, ci che far soffrire al suo Re, che sar da esso ridotto il Re di dolore di cui parla Isaia. Sciammai: La tua bocca sa insieme di latte e di bestemmia, nazareno. Rispondi: e dove il Precursore? Quando lo avremmo? Ges: Egli . Non dice Malachia: Ecco io mando il mio angelo a preparare davanti a Me la strada; e subito verr al suo Tempio il Dominatore da voi cercato e lAngelo del Testamento, da voi bramato? Dunque il Precursore precede immediatamente il Cristo. Egli gi come il Cristo. Se anni passassero fra colui che prepara le vie del Signore e il Cristo, tutte le vie tornerebbero ingombre e contorte. Dio lo sa e predispone che il Precursore anticipi di unora sola il Maestro. Quando vedrete questo Precursore, potrete dire: La missione del Cristo ha inizio. A te dico: il Cristo aprir molti occhi e molti orecchi quando verr a queste vie. Ma non le tue e quelle dei tuoi pari, che gli darete morte per la Vita che vi porta. Ma quando pi alto di questo Tempio, pi alto del Tabernacolo chiuso nel Santo dei santi, pi alto della Gloria sostenuta dai Cherubini, il Redentore sar sul suo trono e sul suo altare, maledizione ai deicidi e vita ai gentili fluiranno dalle sue mille e mille ferite, perch Egli, o maestro che non sai, non , lo ripeto, Re di un regno umano, ma di un Regno spirituale, e suoi sudditi saranno unicamente coloro che per suo amore sapranno rigenerarsi nello spirito e, come Giona, dopo esser gi nati, rinascere, su altri lidi: quelli di Dio, attraverso la spirituale generazione che avverr per Cristo, il quale dar allumanit la Vita vera. Sciammai e i suoi accoliti: Questo nazareno Satana! Hillel e i suoi: No. Questo fanciullo Profeta di Dio. Resta con me, Bambino. La mia vecchiezza trasfonder quanto sa al tuo sapere e Tu sarai Maestro del popolo di Dio. Ges : In verit ti dico che, se molti fossero come tu sei, salute verrebbe ad Israele. Ma la mia ora non venuta. A Me parlano le voci del Cielo e nella solitudine le devo raccogliere finch non sar la mia ora. Allora con le labbra e col sangue parler a Gerusalemme, e sar mia la sorte dei Profeti lapidati e uccisi da essa. Ma sopra il mio essere quello del Signore Iddio, al quale Io sottometto Me stesso come servo fedele per fare di Me sgabello alla sua gloria, in attesa che Egli faccia del mondo sgabello ai piedi del Cristo. Attendetemi nella mia ora. Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola. Beati quelli che in quella voce avranno udito Iddio e crederanno in Lui attraverso ad essa. A questi il Cristo dar quel Regno che il vostro egoismo sogna umano, mentre celeste, e per il quale Io dico: Ecco il tuo servo, Signore, venuto a fare la tua volont. Consumala, perch di compierla Io ardo. E qui, con la visione di Ges col volto infiammato di ardore spirituale alzato al cielo, le braccia aperte, ritto in piedi fra i dottori attoniti, mi finisce la visione. (e sono le 3,30 del 29).

29 gennaio 1944. Avrei qui da dirle due cose che la interessano certo e che avevo deciso di scrivere non appena tornata dal sopore. Ma siccome c dellaltro pi pressante, scriver poi. [...]. Quello che volevo dirle allinizio questa cosa. Lei oggi mi diceva come avevo potuto sapere i nomi di Hillel e Gamaliele e quello di Sciammai. E la voce che io chiamo seconda voce quella che mi dice queste cose. Una voce ancor meno sensibile di quella del mio Ges e degli altri che dettano. Queste sono voci, glielo ho detto e glielo ripeto, che il mio udito spirituale percepisce uguali a voci umane. Le sento dolci o irate, forti o leggere, ridenti o meste. Come uno parlasse proprio vicino a me. Mentre questa seconda voce come una luce, una intuizione che parla nel mio spirito. Nel non al mio spirito. E una indicazione. Cos mentre io mi avvicinavo al gruppo dei disputanti e non sapevo chi era quellillustre personaggio che a fianco di un vecchio disputava con tanto calore, questo che interno mi disse: Gamaliele - Hillel. S. Prima Gamaliel e poi Hillel. Non ho dubbi. Mentre pensavo chi erano costoro, questo indicatore interno mi indic il terzo antipatico individuo proprio mentre Gamaliel lo chiamava a nome. E cos ho potuto sapere chi era costui dal farisaico aspetto. [...]. 22 febbraio 1944.. Dice Ges: [...]. Torniamo indietro molto, molto. Torniamo al Tempio dove Io dodicenne sto disputando. Anzi torniamo nelle vie che conducono a Gerusalemme e da Gerusalemme al Tempio. Vedi langoscia di Maria quando, riunitesi le schiere degli uomini e delle donne, Ella vede che Io non sono con Giuseppe. Non alza la voce in rimproveri aspri verso lo sposo. Tutte le donne lavrebbero fatto. Lo fate per molto meno, dimenticando che luomo sempre il capo di casa. Ma il dolore che traspare dal volto di Maria trafigge Giuseppe pi dogni rimprovero. Non si abbandona Maria a scene drammatiche. Per molto meno lo fate, amando desser notate e compatite. Ma il suo dolore contenuto cos palese, dal tremito che la prende, dal volto che impallidisce, dagli occhi che si dilatano, che commuove pi dogni scena di pianto e clamore. Non sente pi fatica, non fame. E il cammino era stato lungo e da tante ore non sera preso ristoro! Ma Ella lascia tutto. E il giaciglio che si sta preparando e il cibo che sta per essere distribuito. E torna indietro. E sera, scende la notte. Non importa. Ogni passo la riporta verso Gerusalemme. Ferma le carovane, i pellegrini. Interroga. Giuseppe la segue, la aiuta. Un giorno di cammino a ritroso e poi laffannosa ricerca per la citt. Dove, dove pu essere il suo Ges? E Dio permette che Ella non sappia per tante ore dove cercarmi. Cercare un bambino nel Tempio era cosa senza giudizio. Che ci doveva fare un bambino nel Tempio? Al massimo, se sera sperduto per la citt ed era tornato l dentro, portato dai suoi piccoli passi, la sua voce piangente avrebbe chiamato la mamma ed attirato lattenzione degli adulti, dei sacerdoti, i quali avrebbero provveduto a ricercare i genitori con dei bandi messi alle porte. Ma non cera nessun bando. Nessuno in citt sapeva di questo Bambino. Bello? Biondo? Robusto? Eh! ce ne sono tanti! Troppo poco per poter dire: Lho visto. Era l e l! Poi, dopo tre giorni, simbolo di altri tre giorni di angoscia futura, ecco che Maria esausta penetra nel Tempio, scorre i cortili e i vestiboli. Nulla. Corre, corre, la povera Mamma, l dove sente una voce di bimbo. E fin gli agnelli col loro belare le paiono il pianto della sua Creatura che la cerca. Ma Ges non piange. Ammaestra. Ecco che Maria sente, oltre una barriera di persone, la cara voce che

dice: Queste pietre fremeranno.... Ella cerca di fendere la calca e vi riesce dopo molto stento. Eccolo, il Figlio, a braccia aperte, ritto fra i dottori. Maria la Vergine prudente. Ma questa volta laffanno soverchia la sua riservatezza. E una diga che abbatte ogni altra cosa. Corre al Figlio, lo abbraccia levandolo dallo sgabello e posandolo al suolo ed esclama: Oh! perch ci hai fatto questo? Da tre giorni ti andiamo cercando. La tua Mamma sta per morire di dolore, Figlio. Il padre tuo sfinito di fatica. Perch, Ges? Non si chiedono i perch a Chi sa. I perch del suo modo dia agire. Ai vocati non si chiede perch lasciano tutto per seguire la voce di Dio. Io ero Sapienza e sapevo. Io ero vocato ad una missione e la compivo. Sopra il padre e la madre della terra vi Dio, Padre divino. I suoi interessi superano i nostri, i suoi affetti sono superiori ad ogni altro. Io lo dico a mia Madre. Termino linsegnamento ai dottori con linsegnamento a Maria, Regina dei dottori. Ed Ella non se lo pi dimenticato. Il sole le tornato nel cuore avendomi per mano, umile e ubbidiente, ma le mie parole le sono pure nel cuore. Molto sole e molte nubi scorreranno nel cielo durante quei ventuno anni in cui sar ancora sulla terra. E molta gioia e molto pianto si alterner nel suo cuore per altri ventuno anni. Ma Ella non chieder pi: Perch, Figlio mio, ci hai fatto questo?. Imparate, o uomini protervi. Ho istruito e illuminato Io la visione, perch tu non sei in grado di fare di pi. [...].

VOLUME II Indice del Volume Secondo 79. Andando dai pastori. I gioielli di Aglae e una parabola sulla sua conversione. 80. Sul monte del digiuno e al masso della tentazione. 81. Al guado del Giordano con i pastori Simeone, Giovanni e Mattia. Un piano per liberare il Battista. 82. A Gerico. L'Iscariota racconta come ha venduto i gioielli di Aglae. 83. Ges soffre a causa di Giuda, che una lezione vivente per gli apostoli di ogni tempo. 84. L'incontro con Lazzaro di Betania. 85. Prima di andare al Getsemani, Ges e lo Zelote salgono al Tempio, dove sta parlando l'Iscariota. 86. L'incontro con il milite Alessandro alla porta dei Pesci. 87. Con pastori e discepoli presso Doco. Isacco resta in Giudea. 88. Dal pastore Giona nella pianura di Esdrelon. 89. Commiato da Giona e arrivo di Ges a Nazareth. 90. L'arrivo a Nazareth dei discepoli con i pastori.. 91. Prima lezione ai discepoli nell'uliveto presso Nazareth. 92. Seconda lezione ai discepoli presso la casa di Nazareth. 93. Terza lezione ai discepoli nell'orto di Nazareth e un conforto a Giuda d'Alfeo. 94. Guarigione della Bella di Corazim. Ges parla nella sinagoga di Cafarnao. 95. Giacomo d'Alfeo accolto tra i discepoli. Ges parla presso il banco di Matteo. * = in linea *

96. Ges risponde all'accusa di aver guarito in sabato la Bella di Corazim. 97. La chiamata di Matteo. 98. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade. 99. A Tiberiade nella casa di Cusa. 100. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non facile la vita dell'apostolo. 101. Ges interroga la Madre sui discepoli. 102. Incontro con l'ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa. 103. Sul Libano dai pastori Beniamno e Daniele. 104. Aava riconciliata con il marito. Notizie sulla morte di Alfeo e sul riscatto di Giona. 105. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone. 106. Cacciata da Nazareth e conforto alla Madre. Riflessioni su quattro contemplazioni. 107. Ges e la Madre da Giovanna di Cusa. 108. Discorso ai vendemmiatori e guarigione di un bambino paralitico. 109. Nei campi di Giocana e in quelli di Doras. Morte di Giona. 110. In casa di Giacobbe presso il lago Meron. 111. Incontro con Salomon al guado del Giordano. Parabola sulla conversione dei cuori. 112. Da Gerico a Betania. L'incontro con Marta, che parla di Maria. 113. Ritorno a Betania dopo la festa dei Tabernacoli. 114. Al convito di Giuseppe d'Arimatea. Incontro con Gamaliele e Nicodemo. 115. Guarigione del bambino colpito dal cavallo di Alessandro. Ges scacciato dal Tempio. 116. Al Getsemani con Ges, i discepoli parlano dei pagani e della "velata". Il colloquio con Nicodemo. 117. Lazzaro mette a disposizione di Ges una casetta nella piana dell'Acqua Speciosa. 118. Inizio di vita in comune all'Acqua Speciosa e discorso di apertura. 119. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Io sono il Signore Dio tuo. Ges battezza come Giovanni. 120. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non ti farai degli di nel mio cospetto. 121. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non proferire invano il mio Nome. La visita di Mannanen. 122. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Onora il padre e la madre. Guarigione di un ebete. 123. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non fornicare. L'affronto di cinque notabili. 124. La "velata" viene ospitata nella casetta dell'Acqua Speciosa. 125. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Santfica la festa. Il bambino dalle gambe fratturate. 126. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non ammazzare. Morte di Doras. 127. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non tentare il Signore Iddio tuo. Testimonianza del Battista. 128. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non desiderare la donna d'altri. Il giovane lussurioso. 129. La guarigione, all'Acqua Speciosa, di un romano indemoniato. 130. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non dirai falsa testimonianza.

Il piccolo Asrael. 131. I discorsi dell'Acqua Speciosa: Non rubare e non desiderare ci che d'altri. Il peccato d Erode. 132. Discorso conclusivo, all'Acqua Speciosa, prima della festa della Purificazione. 133. Il lavoro nascosto di Andrea. Una lettera della Madre a Ges, che deve lasciare l'Acqua Speciosa. 134. La guarigione di Jerusa a Doco. 135. L'arrivo a Betania e il discorso di Ges ascoltato dalla Maddalena. 136. Alla festa delle Encenie, in casa di Lazzaro, viene ricordata la nascita di Ges. 137. Ges torna all'Acqua Speciosa, che per deve abbandonare. 138. Commiato dal fattore dell'Acqua Speciosa e dal sinagogo Timoneo, che diviene discepolo. 139. Sui monti presso Emmaus. Il carattere di Giuda Iscariota e le qualit dei buoni. 140. A Emmaus, dal sinagogo Cleofa. Un caso di incesto. Fine del primo anno. SECONDO ANNO DELLA VITA PUBBLICA DI GESU' 141. Andando verso Arimatea con i discepoli e con Giuseppe di Emmaus. 142. Con i dodici verso la Samaria. 143. La samaritana Fotinai. 144. I samaritani invitano Ges a Sicar. 145. Il primo giorno a Sicar. 146. Il secondo giorno a Sicar e commiato dai samaritani. 147. Guarigione di una donna di Sicar e conversione di Fotinai. 148. Ges visita il Battista presso Enon. 149. La visita al Battista motivo di ammaestramenti ai discepoli. 150. A Nazareth dalla Madre, che dovr seguire il Figlio. 151. A Cana in casa di Susanna, che diventer discepola. L'ufficiale regio. 152. Maria Salome viene accolta come discepola. 153. Le donne dei discepoli al servizio di Ges. 154. Ges a Cesarea Marittima parla ai galeotti. Le stanchezze dell'apostolato. 155. Guarigione della piccola romana a Cesarea. 156. Annalia, la prima delle vergini consacrate. 157. Istruzioni alle discepole a Nazareth. 158. Sul lago di Genezaret con Giovanna di Cusa. 159. Discorso a Gherghesa. La risposta sul digiuno ai discepoli del Battista.

IL SECONDO ANNO DI VITA PUBBLICA MARIA VALTORTA

LAVANGELO COME MI E STATO RIVELATO Volume 2

91. Prima lazione ai discepoli nelluliveto presso Nazareth. 29 gennaio 1945. Vedo Ges con Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Giuda Taddeo, Simone e Giuda Iscariota e il pastore Giuseppe, uscire dalla sua casa e andare fuori Nazaret. Ma nelle immediate vicinanze, sotto un folto dulivi. Dice: Venite a Me intorno. In questi mesi di presenza e di assenza Io vi ho pesati e studiati. Vi ho conosciuti ed ho conosciuto, con esperienza duomo, il mondo. Ora Io ho deciso di mandarvi nel modo. Ma prima devo ammaestrarvi per rendervi capaci di affrontare il mondo con la dolcezza e la sagacia, la calma e la costanza, con la coscienza e la scienza della vostra missione. Questo tempo di furore solare, che vieta ogni lunga peregrinazione per la Palestina, sar usato da Me per la vostra istruzione e formazione di discepoli. Come un musico ho sentito ci che in voi discorde e vengo a mettervi in nota per larmonia celeste che dovete trasmettere al mondo, in mio nome. Trattengo questo figlio, (e accenna a Giuseppe) perch delego a lui lincarico di portare ai suoi compagni le mie parole, perch anche l si formi un nucleo valido che mi annunci non con il solo annuncio del mio essere, ma con le pi essenziali caratteristiche della mia dottrina. Per prima cosa vi dico che assolutamente necessario in voi amore e fusione. Cosa siete voi? Uomini di ogni classe sociale, e di ogni et, e di ogni luogo. Ho preferito prendere coloro che sono vergini di dottrine e di cognizioni, perch pi facilmente in essi penetrer con la mia dottrina, ed anche perch - essendo voi destinati ad evangelizzare coloro che saranno nellassoluta ignoranza del Dio vero - voglio che, ricordando la loro primitiva ignoranza di Dio, non ne abbiano sdegno, e con piet li ammaestrino, ricordando con quanta piet Io li ho ammaestrati. Io sento in voi unobbiezione: Noi non siamo dei pagani, anche se senza cultura intellettuale. No. Non lo siete. Ma non solo voi, sibbene anche quelli che fra voi rappresentano i dotti ed i ricchi, siete avvolti in una religione che, snaturata per troppe ragioni, di religione non ha che il nome. In verit vi dico che molti sono coloro che si gloriano di essere figli della Legge. Ma di essi otto parti su dieci non sono che idolatri che hanno confuso fra nebbie di mille piccole religioni umane la vera, santa, eterna Legge del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Perci, guardandovi lun laltro, tanto voi pescatori umili e senza cultura, come voi che siete mercanti o figli di mercanti, ufficiali o figli di ufficiali, ricchi o figli di ricchi, dite: Siamo tutti uguali. Tutti abbiamo le stesse manchevolezze e tutti abbisogniamo dello stesso ammaestramento. Fratelli nei difetti personali o nazionali, dobbiamo dora in poi divenire fratelli nella conoscenza della Verit e nello sforzo di praticarla. Ecco: fratelli. Voglio che tali vi chiamiate e tali vi vediate. Voi siete come una famiglia sola. Quando che una famiglia prospera e il mondo lammira? Quando unita e concorde. Se un figlio diviene nemico dellaltro, se un fratello nuoce allaltro, pu mai la prosperit di quella famiglia durare? No. Invano il padre di famiglia si sforza a lavorare, a spianare le difficolt, ad imporsi al mondo. I suoi sforzi restano senza riuscita, e perch i beni si sgretolano, le difficolt aumentano, il mondo deride per questo stato di lite perpetua che spezzetta cuore e sostanze, che unite erano potenti contro il mondo, in un mucchietto di piccoli, piccsi interessi contrari, di cui si approfittano i nemici della famiglia per sempre pi accelerarne la rovina. Cos non sia mai in voi. Siate uniti. Amatevi. Amatevi per aiutarvi. Amatevi per insegnare ad amare. Osservate. Anche ci che ci circonda ci insegna questa grande forza. Guardate questa trib di formiche che accorre tutta verso un luogo. Seguiamola. E scopriremo la ragione del loro non inutile accorrere verso un punto... Ecco qua. Questa loro piccola sorella ha scoperto con i suoi organi minuscoli e a noi invisibili, un grande tesoro sotto questa larga foglia di radicchio selvatico. E un pezzo di midolla di pane, forse caduta ad un contadino qui venuto a curare i suoi ulivi, a qualche viandante che ha sostato in questombra mangiando il suo cibo, o ad un bambino festoso sullerba fiorita. Come poteva da sola trascinare nella tana questo tesoro mille volte pi grosso di lei? Ed, ecco, ha chiamato una sorella e le ha detto: Guarda. E corri, presto, a dire alle sorelle che qui c cibo per tutta la trib e per molti giorni. Corri, prima che scopra questo tesoro un uccello e chiami i suoi compagni e lo divorino. E la formichina corsa, anelante per asperit di terreno, su, gi per ghiaie e steli sino al formicaio e ha detto: Venite. Una di noi vi chiama. Ha trovato per tutte. Ma da

sola non pu portarlo qui. Venite. E tutte, anche quelle che, gi stanche di tanto lavoro fatto per tutto il giorno, riposavano per le gallerie della tana, sono corse; anche quelle che stavano ammucchiando le provviste nelle celle di ammasso. Una, dieci, cento, mille... Guardate... Afferrano con le branche, sollevano facendo del loro corpo carretto, strascicano puntando le zampine al suolo Questa cade... laltra, l, quasi si storpia perch la punta del pane la inchioda in un rimbalzo fra la sua estremit e un sasso; questa, cos piccina, una giovinetta della trib, si ferma spossata... ma pure, ecco, ripreso fiato, riparte. Oh! Come sono unite! Guardate: ora il pezzo di pane tutto abbracciato da esse e va, va, lentamente, ma va. Seguiamolo... Ancora un poco, piccole sorelle, ancora un poco e poi la vostra fatica sar premiata. Non ne possono pi. Ma non cedono. Riposano e poi ripartono... Ecco raggiunto il formicaio. E ora? Ora al lavoro per recidere in briciole la grossa mollica. Guardate che lavoro! Chi taglia e chi trasporta... Ecco finito. Ora tutto in salvo e felici esse scompaiono dentro quella crepa, gi per le gallerie. Sono formiche. Nullaltro che formiche. Eppure sono forti, perch unite. Meditate su questo. Avete nulla da chiedermi? Io vorrei chiederti: ma in Giudea non ci torniamo pi? chiede Giuda Iscariota. E chi lo dice? Tu, Maestro. Hai detto di preparare Giuseppe perch istruisca gli altri in Giudea! Tanto te ne sei avuto a male, da non tornare pi l? Che ti hanno fatto in Giudea? chiede Tommaso curioso, e Pietro, veemente, nello stesso tempo: Ah! allora avevo ragione a dire che eri tornato sciupato. Che ti hanno fatto i perfetti in Israele? Nulla, amici. Nulla pi di quanto trover anche qui. Girassi tutta la terra, avr da per tutto amici mescolati ai nemici. Ma, Giuda, Io ti avevo pregato di tacere... E vero, ma... No, non posso tacere quando vedo che Tu preferisci la Galilea alla mia patria. Sei ingiusto, ecco. Anche l hai avuto onori... Giuda! Giuda... oh! Giuda. Tu sei ingiusto in questo rimprovero. E da te ti accusi, lasciandoti prendere dallira e dallinvidia. Io mi ero industriato a far conoscere solo il bene ricevuto nella tua Giudea, e senza mentire avevo potuto, con gioia, dire questo bene per farvi amare, voi di Giudea. Con gioia. Perch per il Verbo di Dio non esiste separazione di regioni, antagonismi, inimicizie, diversit. Vi amo tutti, o uomini. Tutti... Come puoi dire che preferisco la Galilea, quando ho voluto compiere i primi miracoli e le prime manifestazioni sul suolo sacro del Tempio e della Citt Santa e cara ad ogni israelita? Come puoi dire che faccio parzialit se di voi undici discepoli - ossia dieci, perch mio cugino famiglia, non amicizia - quattro sono giudei? E se vi unisco i pastori, tutti giudei, tu vedi di quanti di Giuda Io sono amico. Come puoi dire che non vi amo se, Io che so, ho regolato landare in modo di dare il Nome mio ad un piccolo dIsraele e di raccogliere lo spirito ad un giusto dIsraele? Come puoi dire che non vi amo, voi giudei, se alla rivelazione della mia Nascita e della mia preparazione alla missione ho voluto due giudei contro uno solo di Galilea? Mi rimproveri di ingiustizia. Ma esaminati, Giuda, e vedi se lingiusto non sei tu. Ges ha parlato con maest e dolcezza. Ma anche non avesse detto di pi, sarebbero bastati i tre modi come ha detto: Giuda allinizio del discorso per dare una grande lezione. Il primo Giuda era detto dal Dio maestoso che richiama al rispetto, il secondo dal Maestro che insegna una dottrina gi paterna, il terzo era preghiera di amico addolorato dal modo dellamico. Giuda ha chinato il capo mortificato, ancora iracondo, reso brutto dal suo affiorare di bassi sentimenti. Pietro non sa tacere. E almeno chiedi perdono, ragazzo. Se ero io al posto di Ges, non te la cavaci con delle parole! Altro che ingiusto! Sei senza rispetto, bel signorino! E cos che vi educano quelli del Tempio? O sei tu non educabile? Perch se sono loro... Basta, Pietro. Ho detto Io quanto era da dire. Anche da questo vi dar domani ammaestramento. E ora ripeto a tutti quanto avevo detto a questi in Giudea: non dite a mia Madre che suo figlio fu maltrattato dai giudei. Gi tutta accorata per aver intuito che ho pena. Rispettate mia Madre. Vive nellombra e nel silenzio. Attiva solo in virt ed orazione per Me, per voi, per tutti. Lasciate che le luci fosche del mondo e le aspre contese restino lungi dal suo asilo fasciato di riserbo e di purezza. Non mettete neppur leco dellodio dove tutto amore. Rispettatela. Ella coraggiosa pi di

Giuditta, e lo vedrete. Ma non forzatela, prima dellora, a gustare la feccia che sono i sentimenti dei disgraziati del mondo. Di coloro che non sanno neppure rudimentalmente cosa Dio e Legge di Dio. Quelli di cui vi parlavo in principio: gli idolatri che si credono sapienti di Dio e che perci uniscono idolatria a superbia. Andiamo. E Ges si avvia di nuovo verso Nazaret.

92. Seconda lezione ai discepoli presso la casa di Nazareth. 30 gennaio 1945. Ancora Ges istruisce i suoi, che ha portato allombra di un enorme noce che si spenzola dal suo posto, soprastante lorto di Maria, fin sullo stesso orto. La giornata burrascosa, prossima ad un temporale, e forse per questo Ges non si allontanato molto dalla casa. Maria va e viene dalla casa allorto, ed ogni volta alza il capo e sorride al suo Ges seduto sullerba, presso il tronco, e circondato dai discepoli. Ges dice: Vi ho detto ieri che quanto ieri ha provocato una parola imprudente sarebbe servito di lezione oggi. Ecco la lezione. Pensate certo, e vi sia regola nellagire, che nulla di quanto nascosto rimane sempre tale. O Dio che prende cura di rendere note le opere di un suo figlio attraverso i suoi segni di miracolo, o attraverso le parole dei giusti che riconoscono i meriti di un fratello. Oppure Satana che, attraverso la bocca di un imprudente - non voglio dire di pi - compie rivelazioni su ci che i buoni hanno preferito tacere per non eccitare lanticarit, o svisa la verit in modo da creare confusine nei pensieri. Perci viene sempre il momento che locculto viene reso noto. Ora abbiate sempre questo presente al pensiero. E vi sia freno nel male, senza peraltro darvi pungolo di bandire ci che il bene che compite. Quante volte uno fa per bont, vera bont, ma umana bont! Ed essendo umano, ossia essendo di non perfetta intenzione il suo agire, desidera sia noto agli uomini, e spuma e si arrovella nel vedere che resta ignoto, e studia il modo di farlo noto. No, amici. Non cos. Fate il bene e datelo al Signore eterno. Oh! Lui sapr, se bene per voi che sia, farlo noto anche agli uomini. Se invece questo potrebbe annullare il vostro agire da giusti sotto un rigurgito di compiacimento dorgoglio, ecco allora che il Padre lo tiene segreto, riserbandosi di rendervene gloria in Cielo al cospetto di tutta la Corte celeste. E chi vede un atto mai giudichi dalle apparenze. Non accusate mai, perch le azioni degli uomini possono avere talora brutti aspetti e celare altri motivi. Un padre, ad esempio, pu dire al figlio ozioso e crapulone: Vattene, e ci parere durezza e negazione dei doveri paterni. Ma non sempre lo . Il suo vattene condito di un pianto bene amaro, pi del padre che del figlio, ed accompagnato dalla parola, e dal voto che essa si avveri: Tornerai quando sarai pentito del tuo ozio. E anche giustizia verso gli atri figli, perch impedisce che un crapulone consumi in vizi ci che degli altri oltre che suo. Male, invece, se quella parola viene detta da un padre che lui in colpa, verso Dio e verso la prole, perch nel suo egoismo si giudica pi di Dio e reputa di avere diritto anche sullo spirito del figlio. No. Lo spirito di Dio e neppur Dio violenta la libert dello spirito di donarsi o meno. Per il mondo paiono uguali gli atti. Ma quanto diverso luno dallaltro! Il primo giustizia, il secondo arbitrio colpevole. Perci non giudicate mai alcuno. Ieri Pietro ha detto a Giuda: Che maestro hai avuto? Non lo dica pi. Nessuno accusi gli altri di quanto vede in uno o in lui. I maestri hanno una stessa parola per tutti gli scolari. Come avviene allora che dieci scolari divengono giusti e dieci divengono malvagi? E perch ognuno aggiunge di suo ci che ha nel cuore, e questo pesa verso il bene o pesa verso il male. Come pu allora il maestro essere accusato di aver male insegnato, se il bene da lui inculcato viene annullato dal troppo male che regna in un cuore? Il primo fattore di riuscita in voi. Il maestro lavora il vostro io. Ma se voi siete non suscettibili di migliorie, che pu fare il maestro? Che sono Io? In verit vi dico che non vi sar maestro pi sapiente, paziente e perfetto, di Me. Eppure, ecco, anche di qualcuno dei miei si dir: Ma che maestro ebbe?

Non vi fate mai soverchiare, nel giudicare, da motivi personali. Ieri Giuda, amando la sua regione pi che giusto non sia, ha reputato vedere in Me ingiustizia verso la stessa. Sovente luomo soggiace a questi elementi imponderabili che sono lamore patrio, o lamore ad una idea, e devia, come alcione disorientato, dalla sua mta. La mta Dio. Tutto vedere in Dio per vedere bene. Non mettere s o altra cosa al di sopra di Dio. E se proprio uno sbaglia... o Pietro! o voi tutti! non siate intransigenti. Lo sbagli che tanto vi urta fatto da uno di voi, non lo avete proprio mai fatto voi? Ne siete sicuri? E ammesso che non lo abbiate mai fatto, che vi resta a fare? Ringraziarne Dio e basta. E vigilare. Tanto vigilare. Continuamente. Per non cadere domani in quello che fino ad oggi stato evitato. Vedete? Oggi il cielo scuro per prossima grandine. E noi, scrutando il cielo, abbiamo detto: Non allontaniamoci da casa. Orbene, se cos sappiamo giudicare per le cose che, per quanto pericolose, sono un nulla rispetto ai pericoli di perdere lamicizia di Dio col peccare, perch non sappiamo giudicare dove pu essere pericolo per lanima? Guardate, ecco l mia Madre. Potete pensare in Lei tendenza al male? Ebbene, posto che amor la sprona a seguirmi, Ella lascer la sua casa quando il mio amore lo vorr. Ma stamane Ella, dopo avermene ancora pregato - perch Ella, la Maestra mia, mi diceva: Fra i tuoi discepoli vi sia anche tua Madre, Figlio. Io voglio imparare la tua dottrina, Ella che questa dottrina ha posseduto nel suo seno e prima ancora nel suo spirito, per dono dato da Dio alla Madre futura del suo Verbo incarnato - Ella ha detto: Per... Tu giudica se posso io venire senza che possa perdere lunione con Dio, senza che ci che mondo, e che Tu dici penetra coi suoi fetori, possa corrompere questo mio cuore che fu ed , e vuole essere, solo di Dio. Io mi scruto e, per quanto so, mi pare di poterlo fare, perch... (e qui si data senza sapere la pi alta lode) perch non trovo diversit dalla mia pace candida di quando ero un fiore del Tempio a questa che ho in me, ora che da pi di sei lustri sono la donna di casa. Ma io sono una indegna serva che mal conosce e pi male ancora giudica le cose dello spirito. Tu sei il Verbo, la Sapienza, la Luce. E puoi essere luce per la tua povera Mamma che accetta di non vederti pi, piuttosto che di essere non grata al Signore. Ed Io le ho dovuto dire, col cuore che mi tremava di ammirazione: Mamma: Io te lo dico. Non tu sarai corrotta da mondo. Ma il mondo sar imbalsamato da te. Mia Madre, lo udite, ha saputo vedere i pericoli del vivere fra il mondo, anche per Lei pericoli, anche per Lei. E voi uomini non li vedreste? Oh! che invero Satana in agguato. E solo i vigilanti saranno i vincitori. Gli altri? Chiedete degli altri? Per gli altri quel che scritto sar. Che scritto, Maestro? E Caino salt addosso ad Abele e luccise. E il Signore disse a Caino: Dove tuo fratello? Che ne hai fatto? La voce del suo sangue grida a Me. Or dunque sarai maledetto sopra la terra, che ha conosciuto il sapore del sangue umano per mano di un fratello che ha aperto le vene al fratello suo, n pi cesser questorrida fame della terra per il sangue umano. E la terra, avvelenata da questo sangue, ti sar sterile pi di una donna che let ha disseccata. E tu fuggirai cercando pace e pane. E non li troverai. Il tuo rimorso ti far vedere sangue su ogni fiore ed erba, su ogni acqua e cibo. Il cielo ti parr sangue e sangue il mare, e dal cielo e dalla terra e dal mare ti verranno tre voci: quella di Dio, quella dellInnocente, quella del Demonio. E, per non udirle, ti darai la morte. Non dice cos la Genesi osserva Pietro. No. Non la Genesi. Io lo dico. E non erro. Io lo dico per i nuovi Caini dei nuovi Abeli. Per coloro che, per non vigilare su se stessi e sul Nemico, diverranno tuttuno con lui. Ma fra noi non ve ne saranno, non vero, Maestro? Giovanni, quando il Velo del Tempio sar lacerato, una grande verit briller scritta su tutta Sionne. Quale, mio Signore? Che i figli delle tenebre invano sono stati a contatto con la Luce. Ricordalo, Giovanni. Sar io, Maestro, un figlio delle tenebre? No. Tu no. Ma ricordalo per spiegare il Delitto al mondo. Quale delitto, Signore? Quello di Caino? No, quello il primo accordo dellinno di Satana. Parlo del Delitto perfetto. Linconcepibile Delitto. Quello che, per comprenderlo, bisogna guardarlo attraverso il sole del divino Amore e

attraverso la mente di Satana. Perch solo lAmor perfetto ed il perfetto Odio, solo linfinito Bene e linfinito Male possono spiegare tale Offerta e tale Peccato. Sentite? Pare Satana oda e urli di desiderio di compierlo. Andiamo, prima che la nube si rompa in folgori e grandine. E scendono di corsa gi per il balzo, saltando nellorto di Maria mentre la tempesta scoppia veemente.

122. Terza lezione ai discepoli nellorto di Nazareth e un conforto a Giuda dAlfeo 31 gennaio 1945. Ges esce nellorto, che appare tutto lavato dal temporale della sera avanti. E vede sua Madre curva su delle pianticelle. La saluta, raggiungendola. Come dolce il loro bacio! Ges la cinge alle spalle col braccio sinistro e se la attira baciandola sulla fronte, al limite dei capelli, e poi si china per essere baciato sulla guancia dalla Madre. Ma quello che completa la soavit dellatto lo sguardo che accompagna il bacio. Quello di Ges tutto amore, pur con quel che di maestoso e protettore che ha; quello di Maria tutto venerazione per quanto sia tutto amore. Quando si baciano cos, pare che il pi adulto sia Ges e Lei una figlia giovanetta che riceve dal padre, o dal fratello di molto maggiore, il bacio del mattino. Hanno avuto danno i tuoi fiori dalla grandine di ieri sera e dal vento della notte? chiede Ges. Nessun danno, Maestro. Solo una grande spettinatura nelle fronde risponde, prima di Maria, la voce un poco rauca di Pietro. Ges alza il capo e vede Simon Pietro che, con la sola tunica pi corta, lavora a raddrizzare dei rami curvati in alto del fico. Sei gi al lavoro? Eh! noi pescatori dormiamo come i pesci: in ogni ora, in ogni luogo, ma per quel tanto che ci lasciano stare in riposo. E ci si fa labitudine. Questa mattina ho sentito cigolare la porta allalba e mi sono detto: Simone, Ella gi alzata. Su, svelto! Va' con le tue grosse mani a darle aiuto. Lo pensavo che Ella pensasse ai suoi fiori nella notte tutta vento. E non ho sbagliato. Eh! le conosco le donne... Anche mia moglie si rivolta nel letto come un pesce nella rete, quando c tempesta, e pensa alle sue piante... Poveretta! Qualche volta le dico: Scommetto che ti ruzzoli meno quando il tuo Simone sbattuto come un fuscello sul lago. Ma sono ingiusto, perch una brava moglie. Pare non vero che abbia per madre.. Bene: taci, Pietro. Questo non centra. Non sta bene mormorare e imprudentemente far sapere ci che bont tacere. Vedi, Maestro, che anche nella mia testa dasino entrata la tua parola? Ges risponde ridendo: Dici tutto da te. A Me non resta che approvare ed ammirare la tua sapienza di agricoltore. Ha gi legato tutti i tralci che si erano slegati, puntellato quel pero carico, e passato quelle funi sotto quel melograno cresciuto solo da una parte osserva Maria. Gi! Pare un vecchio fariseo. Non pende che dove gli fa comodo. E io lho lavorato come una vela e gli ho detto: Non sai che il giusto in mezzo? Vieni qui, testone, se no ti schianti per troppo peso. Ora sono dietro a questo fico. Ma per egoismo. Penso alla fame di tutti: fichi freschi e pane caldo! Ah! neanche lAntipa ha un pasto cos buono! Ma bisogna andare adagio, perch il fico ha rami tenerelli come il cuore di una fanciulla quando dice la sua prima parola damore, e io sono pesante, e i fichi pi buoni sono in alto. Si sono gi asciugati a questo primo sole. Devono essere una delizia. Ehi! tu, ragazzo. Non mi guardare solamente. Svegliati! Dammi quel cesto. Giovanni, che apparso dal laboratorio, ubbidisce, arrampicandosi anche lui sul grosso fico. Quando i due pescatori scendono, sono usciti dal laboratorio anche Simone Zelote, Giuseppe e Giuda Iscariota. Non vedo gli altri. Maria porta del pane fresco, piccoli pani scuri e tondi, e Pietro, col suo coltelluccio li apre e sopra vi apre i fichi, e offre prima a Ges e poi a Maria e agli altri. Mangiano con gusto nellorto rinfrescato

e tutto bello, nel sole di un mattino sereno, anche per la recente pioggia che ha deterso laria. Pietro dice: E venerd... Maestro, domani sabato... Non fai una scoperta osserva lIscariota. No. Ma il Maestro sa che voglio dire... Lo so. Questa sera andremo al lego, dove hai lasciato la barca, e veleggeremo per Cafarnao. Domani parler l. Pietro gongola. Entrano in gruppo Tommaso, Andrea, Giacomo, Filippo, Bartolomeo e Giuda Taddeo, che certo dormono altrove. Si salutano. Ges dice: Rimaniamo qui uniti. Cos ci sar anche un nuovo Discepolo. Mamma, vieni. Si siedono chi su un sasso, chi su un sediolo, facendo cerchio intorno a Ges, che si seduto sul banco di pietra che contro al casa, avendo a fianco la Madre e ai piedi Giovanni, che ha scelto di stare per terra pur di stare vicino. Ges parla, piano e con maest come sempre. A che paragoner la formazione apostolica? Alla natura che ci circonda. Voi vedete. La terra nellinverno pare morta. Ma dentro ad essa i semi lavorano e le linfe si nutrono di umori, depositandoli nelle fronde sotterranee - cos potrei chiamare le radici - per poi averne gran dovizia per le fronde superiori quando il tempo di fiorire. Anche voi siete paragonabili a questa terra invernale: brulla, spogliata, brutta. Ma su voi passato il Seminatore ed ha gettato un seme. Presso di voi passato il Coltivatore ed ha fatto gli scassi intorno al vostro tronco piantato nella terra dura, duro ed aspro come essa, perch alle radici giungesse nutrimento di umori delle nubi e dellaria, e lo fortificasse per futuro frutto. E voi avete accolto il seme e lo scasso, perch in voi buona volont di fruttificare nel lavoro di Dio. Ancora paragoner la formazione apostolica a quel temporale che ha percosso e piegato, e parve violenza inutile. Ma guardate quanto bene ha fatto. Oggi laria pi pura, nuova, senza polvere e afa. Il sole lo stesso sole di ieri. Ma non ha pi quellardere che pareva febbre, perch giunge a noi attraverso a strati purificati e freschi. Le erbe, le piante sono sollevate come gli uomini, perch la mondezza, perch la serenit sono cose che allietano. Anche i contrasti servono per giungere ad una pi esatta conoscenza e ad una chiarificazione. Altrimenti sarebbero soltanto cattiveria. E che cosa sono i contrasti se non i temporali che provocano le nubi di diversa specie? E queste nubi non si accumulano piano piano nei cuori coi malumori inutili, con le piccole gelosie, con le fumose superbie? Poi viene il vento della Grazia e le unisce, perch scarichino tutti i loro cattivi umori e torni il sereno. Ancora la formazione apostolica simile al lavoro che Pietro faceva stamane per dar gioia a mia Madre: raddrizzare, legare, sostenere, oppure sciogliere, a seconda delle tendenze e delle necessit, per fare di voi dei forti al servizio di Dio. Raddrizzare le idee sbagliate, legare le prepotenze carnali, sostenere le debolezze, tagliare alloccorrenza le tendenze, sciogliere le schiavit e le timidezze. Voi dovete essere liberi e forti. Come aquile che, lasciato il picco natio, sono solo del volo sempre pi alto. Il servizio di Dio il volo. Le affezioni sono il picco. Uno di voi oggi triste perch suo padre declina a morte. E vi declina col cuore chiuso alla Verit e al figlio che la segue. Pi ancora che chiuso, ostile. Ancor non gli ha detto lingiusto: Vattene di cui ieri parlavo, autoproclamandosi da pi di Dio. Ma il suo cuore serrato e le sue labbra suggellate non sono ancora capaci di dire neppure: Segui la voce che ti chiama. Non pretenderebbero, n il figlio, n Io che vi parlo, di sentir dire da quelle labbra: Vieni e con te venga il Maestro. E Dio sia benedetto per aver scelto nella mia casa un suo servo, creando cos una parentela pi eccelsa del sangue col Verbo del Signore. Ma almeno Io, per il suo bene, e il figlio, per ancor pi complesso motivo, vorremmo sentire in lui non parole nemiche. Ma non pianga questo figlio. Sappia che in Me non vi rancore n sdegno verso il padre suo. Ma solo piet. Sono venuto ed ho sostato, pur sapendo linutilit della sosta, perch un giorno questo figlio non mi dicesse: Oh! perch non sei venuto?! Sono venuto per dargli la persuasione che tutto inutile quando il cuore si serra nellastio. Sono venuto per confortare anche una buona che di questa scissura della famiglia soffre come di un coltello che le separi fasci di fibre. Ma tanto questo

figlio che questa buona siano persuasi che in Me non risponde astio ad astio. Io rispetto lonest del vecchio credente che fedele, anche se ha una fede deviata, a ci che stata la sua religione sino a questora. Tanti ve ne sono in Israele... Per questo vi dico: sar accettato pi dai pagani che dai figli di Abramo. Lumanit ha corrotto lidea del Salvatore e ne ha abbassato la soprannaturale regalit ad una povera idea di sovranit umana. Io devo fendere la dura scorza dellebraismo, penetrare, ferire per giungere al fondo e portare, l dove lanima di esso ebraismo, la fecondazione della nuova Legge. Oh! che invero Israele, cresciuto intorno al nocciolo vitale della Legge del Sinai, divenuto simile ad un mostruoso frutto dalla polpa a strati sempre pi fibrosi e duri, protetti dallesterno da un guscio tetragono ad ogni penetrazione, anche alla espulsione del germe, che lEterno giudica essere venuto il momento che crei la nuova pianta della fede nel Dio uno e trino. Io, per permettere che la volont di Dio si compia e lebraismo divenga cristianesimo, devo intaccare, perforare, penetrare, fare strada sino al nocciolo, e scaldarlo col mio amore, perch si desti e si gonfi, germogli, cresca, cresca, cresca, divenga la pianta potente del cristianesimo, religione perfetta, eterna, divina. E in verit vi dico che lebraismo sar perforabile solo per una parte a cento. Perci non reputo reprobo questo israelita che non mi vuole e che non vorrebbe darmi il figlio. Perci dico al figlio: non piangere per la carne ed il sangue che soffrono di sentirsi respinti dalla carne e dal sangue che li generarono. Perci dico: non piangere neppure per lo spirito. La tua sofferenza lavora pi di ogni altra cosa a pro dello spirito tuo e suo, di questo tuo padre che non comprende e non vede. E dico anche: non ti creare dei rimorsi per essere pi di Dio che del padre. A tutti voi dico: pi del padre, della madre, dei fratelli, Dio. Io sono venuto ad unire non secondo la terra, la carne e il sangue, ma secondo lo spirito e il Cielo. Perci deve disunire le carni ed i sangui per prendere meco gli spiriti atti al Cielo sin da questa terra, per prendere i servi del Cielo. Perci sono venuto a chiamare i forti, a farli ancor pi forti, perch di forti fatto il mio esercito di miti. Miti ai fratelli, forti verso il proprio io e lio del sangue famigliare. Non piangere, cugino. Il tuo dolore, Io te lo assicuro, opera presso Dio a pro di tuo padre e dei tuoi fratelli pi di ogni parola, non solo tua, ma anche mia. Non entra la parola dove il preconcetto fa barriera, credilo. Ma la Grazia entra. E il sacrificio calamita di grazia. In verit vi dico che quando Io chiamo a Dio, non vi altra ubbidienza pi alta di questa. E occorre farla senza neppure arrestarsi a calcolare quanto e come reagiranno gli altri al nostro andare verso Dio. Neppure deve arrestarsi per seppellire il padre. Di questo eroismo ne avrete premio, e premio non per voi soli, ma anche per coloro dai quali vi strappate con urlo di cuore, e la cui parola sovente vi percuote pi di una guanciata, perch vi accusa di essere figli ingrati e vi maledice, nel suo egoismo, come ribelli. No. Non ribelli. Santi. I primi nemici dei vocati sono i famigliari. Ma fra amore e amore bisogna saper distinguere e amare soprannaturalmente. Ossia amare pi il Padrone del soprannaturale che i servi di esso Padrone. Amare i parenti in Dio. E non pi di Dio. Ges tace e si alza andando presso al cugino che, a capo chino, frena a fatica il pianto. Lo carezza. Giuda... Io ho lasciato mia Madre per seguire la mia missione. Questo ti levi ogni dubbio sullonest del tuo agire. Se non fosse stato atto buono, lavrei fatto Io verso la Madre mia che non ha, oltre tutto, altri dopo Me? Giuda si passa la mano di Ges sul volto e annuisce col capo. Ma non pu dire altro. Andiamo noi due, da soli, come quando eravamo bambini, e Alfeo giudicava che Io ero il pi giudizioso fra i ragazzi di Nazaret. Andiamo a portare al vecchio questi bei grappoli duva doro. Che non creda che lo trascuro e che gli sono nemico. Anche tua madre e Giacomo ne avranno piacere. Gli dir che domani Io sar a Cafarnao e che suo figlio tutto per lui. Sai, i vecchi sono come i bambini: gelosi. E sospettosi sempre di essere trascurati. Bisogna compatirli... Ges scomparso, lasciando nellorto i discepoli, ammutoliti dalla rivelazione di un dolore e di una incompatibilit fra un padre e un figlio per causa di Ges. Maria ha accompagnato Ges sino alla porta, ed ora rientra sospirando con pena. Tutto finisce.

94. Guarigione della Bella di Corazim. Ges parla nella sinagoga di Cafarnao. 1 febbraio 1945. Ges esce dalla casa della suocera di Pietro insieme ai suoi discepoli, meno Giuda Taddeo. Lo vede per primo un ragazzo e d lavviso anche a chi non lo vuole sapere. Ges, che va sulla riva del lago e si siede sul bordo della barca di Pietro, subito attorniato da cittadini che lo festeggiano per il suo ritorno e gli fanno mille domande, alle quali Ges risponde con la sua insuperabile pazienza, sorridente e placido come se tutto quel cicaleggio fosse unarmonia celeste. Viene anche larchisinagogo. Ges si alza per salutarlo. Il loro reciproco saluto pieno di orientale rispetto. Maestro, posso attenderti per listruzione al popolo? Senza dubbio, se tu e il popolo lo desiderate. Lo abbiamo desiderato per tutto questo tempo. Essi lo possono dire. Il popolo infatti lo dice con un nuovo gridio. E allora a met del vespro sar da te. Ora andate tutti. Devo andare a trovare uno che mi vuole. La gente si allontana a malincuore, mentre Ges con Pietro e Andrea va con la barca su lago. Gli altri discepoli restano a terra. La barca veleggia per breve tratto e poi i due pescatori la spingono in un piccolo seno fra due basse colline, che paiono essere state in origine una sola, franata al centro per erosione di acque o moto tellurico, formando un minuscolo fiordo che, per non essere norvegese, non ha abeti, ma solo scapigliati ulivi, nati non si sa come su quelle pareti scoscese, fra massi franati e scheggioni affioranti, e intreccianti le loro fronde, contorte dai venti del lago che qui devono lavorare non poco, fino a formare come un tetto sotto cui spuma un torrentello bizzoso, tutto rumore perch tutto cascate, tutto spuma perch casca di metro in metro, ma in realt un vero nanerottolo fra i corsi dacqua. Andrea salta in acqua per tirare la barca il pi possibile contro la sponda e legarla ad un tronco, mentre Pietro lega la vela e assicura un asse per far ponte a Ges. Per dice ti consiglierei a scalzarti, levarti la veste e fare come noi. Quel matto l (e accenna al torrentello) fa bollire lacqua del lago e non sicuro il ponte con quel rollio. Ges ubbidisce senza discutere. A terra si rimettono i sandali e Ges anche la lunga veste. Gli altri due restano con le corte sottovesti scure. Dove ? chiede Ges. Si sar inselvata, sentendo delle voci. Sai... con quel che ha addosso e indietro... Chiamala. Pietro urla forte: Sono il discepolo del Rabbi di Cafarnao. E c il Rabbi. Vieni fuori Nessuno d segni di vita. Non si fida spiega Andrea. Un giorno ci fu chi la chiam dicendo: Vieni che c cibo, e poi la prese a sassate. Noi labbiamo vista allora per la prima volta, perch, io almeno, non me la ricordavo quando era la Bella di Corazim. E che avete fatto allora? Le abbiamo gettato un pane e del pesce e uno straccio, un pezzo di vela rotta che tenevamo per asciugarci, perch era nuda. Poi siamo fuggiti per non contaminarci. Come siete tornati allora? Maestro... Tu eri via e noi si pensava che fare per farti conoscere sempre pi. Abbiamo pensato a tutti i malati, a tutti i ciechi, storpi, muti... e anche a lei. Abbiamo detto: Proviamo. Sai... molti... oh! per colpa nostra certo, ci hanno dato dei pazzi e non ci hanno voluto ascoltare. Altri invece ci hanno creduto. A lei ho parlato proprio io, Sono venuto solo con la barca e per pi notti di luna. La chiamavo, le dicevo: Sul sasso, ai piedi dellulivo, pane e pesce. Vieni sicura, e me ne andavo. Lei doveva aspettare di vedermi scomparire per venire, perch non la vedevo mai. La sesta volta la vidi ritta sulla riva, proprio dove sei. Mi aspettava... Che orrore! Non scappai pensando a Te... Mi

disse: Chi sei? Perch hai piet?. Ho detto: Perch sono un discepolo della Piet. Chi ?. E Ges di Galilea.. E vi insegna ad avere piet di noi?. Di tutti. Ma sai chi sono?. Sei la Bella di Corazim, ora lebbrosa.. E anche per me vi piet?. Lui dice che la sua piet su tutti, e noi, per essere come Lui, la dobbiamo avere per tutti.. Qui, Maestro, la lebbrosa ha bestemmiato senza volere. Ha detto: Allora anche Lui deve essere stato un grande peccatore. Le ho detto: No. E il Messia, il Santo di Dio. Volevo dirle: Sii maledetta per la tua lingua, ma non ho detto che quello perch ho pensato: Nella sua rovina ella non pu pensare alla misericordia divina. Allora si messa a piangere e ha detto: Oh! se il Santo non pu, non pu avere piet della Bella. Per la lebbrosa potrebbe... ma per la Bella no. Ed io che speravo.... Ho chiesto: Che speravi, donna?. La guarigione... tornare nel mondo... fra gli uomini... morire mendicante, ma fra gli uomini..., non come belva in covo di belve alle quali faccio orrore.. Le ho detto: Mi giuri che, se troni nel mondo sarai onesta? E lei: S. Dio mi ha colpita giustamente per il mio peccare. Il pentimento in me. Lanima mia porta la sua espiazione, ma aborre il peccato in eterno. Mi sembrato allora di poterle promettere in tuo nome salvezza. Mi ha detto. Torna, torna ancora... Parlami di Lui. Che la mia anima lo conosca prima del mio occhio... E venivo a parlarle di Te, come so... E Io vengo a dare la salvezza alla prima convertita del mio Andrea (perch Andrea che ha sempre parlato, mentre Pietro andato su per il torrente, saltando di sasso in sasso e chiamando la lebbrosa). Infine ella mostra il suo orrido volto fra le fronde di un ulivo. Vede ed ha un grido. E scendi dunque esclama Pietro. Non ti voglio lapidare! L, lo vedi? C il Rabbi Ges. La donna si lascia ruzzolare sul pendio, dico cos tanto scende veloce, e giunge ai piedi di Ges prima che Pietro torni presso il Maestro. Piet, Signore! Puoi credere che Io te la possa dare? S. perch sei santo e perch io sono pentita. Io sono il Peccato, ma Tu sei la Misericordia. Il tuo discepolo stato il primo ad avere misericordia di me ed venuto a darmi pane e fede. Mondami, Signore, prima lanima della carne. Perch io sono tre volte impura, e se una mondezza devi darmi, una sola, ecco, ti chiedo quella dellanima mia peccatrice. Prima di aver udito le tue parole, che egli mi ripeteva, io dicevo: guarire per tornare fra gli uomini. Ora che so, dico: esser perdonata per avere vita eterna. E perdono ti do. Nullaltro che questo, per... Che Tu sia benedetto! Vivr nella pace di Dio nella mia tana... libera... oh! libera dai rimorsi e dalle paure. Pi paura la morte ora che sono perdonata! Pi paura Dio ora che Tu mi hai assolta! Vai al lago e lavati. Sta dentro finch ti chiamo. La donna, miserrima larva di donna scheletrita, corrosa, dalle chiome spettinate, dure, canute, si alza dal suolo e scende nellacqua del lago, si immerge insieme al suo sbrendolo di veste che ben poco copre. Perch lhai mandata a lavarsi? E vero che il suo fetore ammorba, ma... non capisco dice Pietro. Donna: esci e vieni qui. Prendi quel telo che su quel ramo ( il telo usato da Ges per asciugarsi dopo il breve guado da barca a terra). La donna emerge ubbidiente, nuda affatto, essendosi spogliata del suo straccio nellacqua per prendere il telo asciutto. Il primo ad urlare Pietro che la guarda, mentre Andrea, pi schivo, le volta le spalle. Ma allurlo del fratello si volta e urla a sua volta. La donna, che aveva gli occhi tanto fissi su Ges da non occuparsi daltro, a quegli urli, a quelle mani che laccennano, si guarda.. E vede che, con la veste stracciata, rimasta nel lago anche la sua lebbra. Non corre, come sarebbe da pensarsi. Si accascia, raggomitolandosi sulla riva, vergognosa della sua nudit, emozionata al punto che rimane incapace daltro che non sia piangere con un lamento lungo e sfinito, che pi straziante di qualunque grido. Ges si avvia... la raggiunge... le getta addosso il telo, la carezza appena sul capo, le dice: Addio. Sii buona. Hai meritato, per la sincerit del tuo pentimento, la grazia. Cresci nella fede del Cristo. E ubbidisci alla legge della purificazione. La donna piange sempre, sempre, sempre... Solo quando sente lo struscio dellasse che Pietro ritira sulla barca, alza il capo, tende le braccia e grida: Grazie, Signore. Grazie, benedetto. Oh!

benedetto, benedetto!... Ges le fa un gesto di addio prima che la barca svolti lo sperone del piccolo fiordo e scompaia... ...Ges, ora, con tutti i discepoli, entra nella sinagoga di Cafarnao dopo aver attraversato la piazza e la via che ivi conducono. La notizia del nuovo miracolo deve esser gi corsa, perch vi molto sussurrio e molti commenti. Proprio sul limitare della porta della sinagoga vedo Levi, il gabelliere di Cafarnao, futuro apostolo Matteo. Se ne sta l, mezzo dentro e mezzo fuori, non so se vergognoso o se seccato da tutti gli ammicchi di cui fatto segno e anche da qualche epiteto poco piacevole che gli viene indirizzato. Due impaludati farisei raccolgono studiatamente i loro ampli manti, come avessero paura di raccattare la peste sfiorando con essi il vestimento di Matteo. Ges, entrando, lo fissa per un attimo e per un attimo sosta. Ma Matteo china il capo e basta. Pietro, appena passati oltre, dice piano a Ges: Sai chi quelluomo arricciato, profumato pi di una femmina? E Matteo il nostro esattore... Che ci viene a fare qui? E la prima volta. Forse non ha trovato i compagni, e le compagne soprattutto, con i quali passa il sabato, spendendo in orge quel che ci succhia in tasse duplicate e triplicate per averne per il fisco e per il vizio. Ges guarda Pietro cos severamente che Pietro diventa rosso come un papavero e china il capo, fermandosi, in modo che da primo diventa lultimo del gruppo apostolico. Ges al suo posto. Dopo dei canti e delle preghiere fatti col popolo, si volta per parlare. Larchisinagogo gli chiede se vuole qualche rotolo, ma Ges risponde: Non occorre. Ho gi il soggetto. E inizia: Il grande re dIsraele, Davide di Betlemme, dopo aver peccato pianse, nella contrizione del suo cuore, gridando a Dio il suo pentimento e chiedendo a Dio perdono. Davide aveva avuto lo spirito oscurato dalla caligine del senso, e questo gli aveva impedito di pi vedere il volto di Dio, e di comprenderne la parola. Il volto, ho etto. Nel cuore delluomo un punto che si ricorda del volto di Dio, il punto pi eletto, quello che il nostro Sancta Sanctorum, quello da cui vengono le sante ispirazioni e le sante decisioni, quello che profuma come un altare, splende come un rogo, canta come sede di serafini. Ma quando il peccato fuma in noi, ecco che quel punto si offusca tanto che cessa la luce, il profumo, il canto, e solo resta puzzo di pesante fumo e sapor di cenere. Ma quando torna la luce, perch un servo di Dio seco la porta alloscurato, ecco che allora costui vede la sua bruttezza, la sua condizione inferiore, e inorridito di s esclama come re Davide: Abbi piet di me, Signore, secondo la tua grande misericordia, e per la tua infinita bont lavami dal mio peccato, e non dice: Non posso essere perdonato, perci insisto nel peccare. Ma dice: Io sono umiliato, contrito io sono, ma, te ne prego, Tu che sai come nella colpa sono nato, di aspergermi e mondarmi perch pari a neve delle cime io ritorni. Ma dice ancora: Non di arieti e di bovi sar il mio olocausto, ma la contrizione vera del cuore. Perch io so che questa Tu vuoi da noi e non la disprezzi. Questo diceva Davide dopo il peccato e dopo che il servo del Signore, Natan, lo ebbe fatto pentito. Questo, a pi ragione, devono dire i peccatori, ora che il Signore non manda ad essi un suo servo, ma il Redentore stesso, il suo Verbo, il quale, giusto e dominatore non solo degli uomini, ma anche dei superi e degli inferi, sorto fra il suo popolo come la luce dellaurora, che al levarsi del sole al mattino brilla senza nubi. Avete gi letto come luomo, preda a Mammona, sia pi debole di un etico morente, anche se avanti era il forte. Sapete come Sansone fu nulla dopo aver ceduto al senso. Io voglio che voi conosciate la lezione di Sansone, figlio di Manue, destinato a vincere i filistei, oppressori dIsraele. Condizione prima per essere tale era che sin dal suo concepimento fosse tenuto vergine da ci che stuzzica il senso basso e fa connubio di viscere duomo con carni immonde: ossia vino e sicera e carni grasse, che accendono i lombi di un fuoco impuro. Condizione seconda: per essere il liberatore fosse sacro al Signore sin dallinfanzia, e tale restasse per continuo nazireato. Sacro colui che non solo esternamente ma internamente santo si conserva. Allora Dio con lui. Ma la carne carne, e Satana Tentazione. E Tentazione prende strumento per combattere Dio in un cuore e nei suoi santi decreti, con la carne che eccita luomo: con la donna. Ecco allora tremare la forza del forte, ed esso divenire un debole che sciupa la dote datagli da Dio. Ora ascoltate:

Sansone venne legato con sette corde dei nervi freschi, con sette corde nuove, fissato al suolo con sette trecce dei suoi capelli. E sempre egli aveva vinto. Ma non si tenta invano il Signore neppure nella sua bont. Non lecito. Egli perdona, perdona, perdona. Ma esige volont di uscire dal peccato per continuare a perdonare. Stolto chi dice: Signore, perdono e poi non fugge ci che lo induce a continuo peccato! Sansone, vittorioso tre volte, non fugge Dalila, il senso, il peccato, e annoiato a morte, dice il Libro, ed essendogli venuto meno lanimo, dice il Libro, svel il segreto: La mia forza nelle mie sette trecce. Non vi nessuno tra voi che, stanco della grande stanchezza del peccato, senta venirgli meno lanimo, perch nulla accascia quanto la mala coscienza, e sta per darsi vinto al Nemico? No, chiunque tu sia, no, non lo fare. Sansone dette alla Tentazione il segreto di vincere le sue sette virt: le sette simboliche trecce, le sue virt, ossia la sua fedelt di nazireo; si addorment stanco sul seno della donna e fu vinto. Cieco, schiavo, impotente, per aver rifiutato la fede al suo voto. N torn il forte, il liberatore che quando nel dolore di un pentimento vero ritrov la sua forza... Pentimento, pazienza, costanza, eroismo, e poi, o peccatori, Io vi prometto di essere i liberatori di voi stessi. In verit vi dico che non vi battesimo che valga, n vi rito che serva, se non vi pentimento e volont di rinunciare al peccato. In verit vi dico che non vi peccatore tanto peccatore, che non possa far rinascere col suo pianto le virt che il peccato ha strappate dal suo cuore. Oggi una donna, una colpevole dIsraele, punita da Dio per il suo peccato, ha ottenuto misericordia per il suo pentimento. Misericordia, ho detto. Meno ne avranno coloro che per essa non ne ebbero e sulla gi punita infierirono senza piet. Costoro non avevano lebbra di colpa in loro? Ognun si esamini... e abbia piet per averne. Io vi tendo la mano per questa pentita che torna fra i vivi dopo una segregazione di morte. Simone di Giona, non Io, ritirer lobolo per la pentita, che sulle soglie della vita, torna alla Vita vera. E non mormorate, voi grandi. Non mormorate. Io non ero quando ella era la Bella. Ma voi eravate. Altro non dico. Ci accusi di essere stati suoi amanti? chiede astioso uno dei due vecchi. Ognuno abbia di fronte il suo cuore e le sue azioni. Io non accuso. Parlo in nome della Giustizia. Andiamo. E Ges esce coi suoi. Ma Giuda Iscariota viene trattenuto dai due che pare lo conoscano alquanto. Odo che dicono: Anche Tu sei con Lui? E santo veramente? LIscariota ha uno di quei suoi disorientanti scatti: Vi auguro di giungere almeno a capire la sua santit. Ma ha guarito in sabato, intanto. No. Ha perdonato in sabato. E che giorno pi atto al perdono del sabato? Non mi date nulla per la redenta? Non diamo il nostro denaro alle meretrici. E offerto al Tempio santo. Giuda fa una risata irriverente e li pianta in asso, raggiungendo il Maestro che sta rientrando nella casa di Pietro, il quale gli sta dicendo: Ecco, il piccolo Giacomo appena fuor della sinagoga, mi ha dato oggi due borse in luogo di una, e sempre per incarico di quello sconosciuto. Ma chi , Maestro? Tu lo sai... Dimmelo. Ges sorride: Te lo dir quando avrai imparato a non mormorare su nessuno. E tutto finisce.

95. Giacomo dAlfeo accolto tra i discepoli. Ges parla presso il banco di Matteo. 2 febbraio 1945. E una mattina di mercato in Cafarnao. La piazza piena di venditori di ogni e pi disparata merce. Ges, che arriva nella stessa venendo dal lago, vede venirgli incontro i cugini Giuda e Giacomo. Si affretta alla loro volta e, dopo averli abbracciati con affetto, chiede premurosamente: Vostro padre? Che avvenuto? Nulla di nuovo per la sua vita risponde Giuda. E allora, perch sei venuto? Ti avevo detto: resta. Giuda abbassa il capo e tace. Ma quello che esplode, ora, Giacomo: E per colpa mia che egli non ti ha ubbidito. S. Per colpa mia. Ma io non ho potuto sopportare ancora. Tutti contro. E perch? Faccio forse del male ad amarti? Lo facciamo forse? Mi aveva fin qui trattenuto uno scrupolo di fare male. Ma ora che so, ora che Tu lo hai detto che sopra Dio neppure il padre , allora io non ho pi sopportato. Oh! ho cercato di essere rispettoso, di far capire le ragioni, di raddrizzare le idee. Ho detto: Perch mi combattete? Se il Profeta, se il Messia, perch volete che il mondo dica: La sua famiglia gli fu nemica. In un mondo che lo seguiva essa manc? Perch, se linfelice che voi dite, non dobbiamo essere noi di famiglia presso la sua demenza, per impedirle di essere nociva e di esserci nociva? O Ges, cos dicevo per ragionare umanamente, come loro ragionavano. Ma Tu lo sai che io e Giuda non ti crediamo folle. Tu lo sai che vediamo in Te il Santo di Dio. Tu lo sai che sempre ti abbiamo guardato come la nostra Stella maggiore. Ma non ci hanno voluto capire. Neanche pi ascoltare ci hanno voluto. Ed io sono venuto via. Fra la scelta, o Ges o la famiglia, ho scelto Te. Eccomi, se appena mi vuoi. Se poi non mi vorrai, allora sar il pi infelice degli uomini, perch non avr pi nulla. Non la tua amicizia e non lamore della famiglia. A questo siamo? O Giacomo mio, mio povero Giacomo! Non avrei voluto vederti soffrire cos, perch ti amo. Ma se il Ges-Uomo con te piange, il Ges-Verbo per te giubila. Vieni. Io sono certo che la gioia di essere portatore di Dio fra gli uomini aumenter di ora in ora il tuo gaudio sino a raggiungere la piena estasi nellora estrema della terra e nella eterna del Cielo. Ges si volge e chiama i suoi discepoli, che si erano fermati prudentemente qualche metro lontano. Venite, amici. Il mio cugino Giacomo ora dei miei amici e perci vostro amico. Quanto ho desiderato questora, questo giorno per lui, il mio perfetto amico dinfanzia, il mio buon fratello di giovinezza.! I discepoli fanno festa al nuovo venuto e a Giuda che da giorni non vedevano. Ti avevamo cercato a casa... ma eri sul lago. S, sul lago per due giorni con Pietro e gli altri. Pietro ha avuto buona pesca. Non vero? S, e ora, questo mi spiace, dovr dare tante didramme a quel ladro l... e accenna al gabelliere Matteo, che ha il banco assediato da gente che paga per il suolo, credo, o per le derrate. Sar tutto in proporzione, dico. Pi peschi e pi paghi, ma anche pi guadagni. No, Maestro. Pi pesco e pi guadagno. Ma se faccio peso doppio di pesca, quello l non mi fa pagare il doppio. Mi fa dare il quadruplo... Sciacallo! Pietro! Ebbene, andiamo proprio l vicino. Voglio parlare. Vi gente sempre presso quel banco di gabella. Sfido io! borbotta Pietro. Gente e maledizioni. Ebbene, Io andr a mettervi benedizioni. Chiss che un poco di onest non entri nel gabelliere. Stai pure tranquillo che la tua parola non passer per la sua pelle di coccodrillo. Vedremo. Che gli dirai? Nulla direttamente. Ma parler in modo che vada anche a lui. Dirai che ladro tanto chi assalta sulle strade come chi scortica i poveri che lavorano per avere il pane, non per le femmine e le ebbrezze? Pietro: vuoi parlare tu per Me?

No, Maestro. Non saprei parlare bene. E con lacre che hai dentro faresti male a te e a lui. Sono giunti presso al banco della gabella. Pietro fa per pagare. Ges lo ferma e dice: Dammi le monete. Pago Io, oggi. Pietro la guarda stupito e poi d una borsa di pelle con dei soldi. Ges aspetta il suo turno e, quando di fronte al gabelliere, dice: Pago per otto corbe di pesce di Simone di Giona. Le corbe eccole l, ai piedi dei garzoni. Verifica, se credi. Ma fra onesti non dovrebbe che bastare la parola. E credo tu mi creda tale. Quanto la tassa? Matteo, che era seduto al banco, al punto in cui Ges dice: Credo tu mi creda tale, si alza in piedi. Basso e gi anzianotto, su per gi come Pietro, mostra per il viso stanco del gaudente ed una palese confusione. Sta a capo chino sul principio, poi lo alza e guarda Ges. E Ges lo guarda fisso, serio, dominandolo con tutta la sua imponente statura. Quanto? ripete Ges, dopo un poco. Non vi tassa per il discepolo del Maestro risponde Matteo. E a voce pi bassa aggiunge: Prega per lanima mia. La porto in Me, perch raccolgo i peccatori. Ma tu... perch non la curi? E Ges gli volge le spalle subito dopo, tornando a Pietro che trasecolato di stupore. Anche altri sono trasecolati. Bisbigliano ammiccano... Ges si pone addossato ad un albero, a un dieci metri da Matteo e inizia a parlare. Il mondo paragonabile ad una grande famiglia i cui componenti fanno mestieri diversi e tutti necessari. Vi sono gli agricoltori, i pastori, i vignaioli, i carpentieri, i pescatori, i muratori, gli operai del legno e del ferro, e poi gli scrivani, i soldati, gli ufficiali destinati a speciali missioni, i medici, i sacerdoti. Di tutto, c. Non potrebbe il mondo esser fatto di una sola classe. Tutte necessarie, tutte sante, se tutte fanno ci che devono con onest e giustizia. Come si pu giungere a questo se Satana tenta da tante parti? Pensando a Dio che tutto vede, anche le opere pi nascoste, e alla sua legge che dice: Ama il tuo prossimo come ti ami, non fargli ci che non vorresti a te fatto, non rubare in nessun modo. Dite, o voi che mi udite: quando uno muore, porta forse seco le borse dei suoi denari? E anche se fosse cos stolto da volerle seco nel sepolcro, le pu forse usare nellaltra vita? No. Le monete divengono metalli corrosi sulla putredine di un corpo disfatto. Ma la sua anima altrove sarebbe nuda, pi povera del Giobbe beato, priva del pi piccolo quattrino, anche se qui e nella tomba essa avesse lasciato talenti e talenti. Anzi, udite, udite! Anzi in verit vi dico che con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo, ma anzi generalmente con esse si perde il Cielo, anche se ricchezze onestamente avute o per eredit o per guadagno, perch pochi sono i ricchi che sanno usare giustamente delle ricchezze. Che occorre allora per avere questo Cielo benedetto, questo riposo nel seno del Padre? Occorre non essere avidi di ricchezze. Non avidi nel senso di volerle ad ogni costo, anche mancando ad onest e amore. Non avidi nel senso che, avendole, si amino pi del Cielo e del prossimo, negando carit al prossimo che bisognoso. Non avidi per quanto le ricchezze possono dare, ossia donne, piaceri, ricca mensa, vesti di sfarzo che sono offesa a chi ha freddo e fame. Vi , s, vi una moneta per cambiare le monete ingiuste del mondo in valuta che vale nel Regno dei Cieli. Ed la santa furbizia di fare delle ricchezze umane, sovente ingiuste o causa dingiustizia, delle ricchezze eterne. Ossia guadagnare con onest, rendere ci che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco, sapendosene separare, perch prima o poi essi ci lasciano - oh! pensare a questo! - mentre il bene compiuto non mai pi ci lascia. Tutti vorremmo esser detti giusti e tali esser creduti, e come tali premiati da Dio. Ma come pu Dio premiare chi solo ha nome di giusto ma non ha le opere? Come pu dire: Ti perdono, se vede che il pentimento solo verbale, ma non accompagnato da vero mutamento di spirito? Non vi pentimento finch dura lappetito per loggetto per cui peccammo. Ma quando uno si umilia, quando uno si mutila del membro morale di una mala passione, che pu chiamarsi donna o oro, dicendo: Per Te, Signore, non pi di questo, ecco allora che veramente pentito. E Dio lo accoglie dicendo: Vieni, mi sei caro come un innocente ed un eroe.

Ges ha finito. Se ne va senza neppure voltarsi verso Matteo, che venuto presso il cerchio degli ascoltatori sin dalle prime parole. Quando sono presso la casa di Pietro, la moglie di lui corre incontro a dire al marito qualcosa. Pietro fa cenno a Ges di venirgli vicino. C la madre di Giuda e Giacomo. Vuol parlare con Te, ma non vuole esser vista. Come facciamo? Cos. Io entro in casa come per riposare e voi tutti andate a distribuire lobolo ai poveri. Tieni anche le monete della tassa non voluta. Va. Ges fa un cenno di commiato a tutti, mentre Pietro li arringa per persuaderli ad andare con lui. Dove la madre, donna? chiede Ges alla moglie di Pietro. Sulla terrazza, Maestro. Vi ombra ancora e fresco. Sali pure. Vi anche pi libert che in casa. Ges sale per la scaletta. In un angolo, sotto la folta pergola di vite, seduta su una panchetta messa presso il parapetto, tutta vestita di scuro, col velo molto calato sul volto, Maria di Alfeo. Piange piano, senza rumore. Ges la chiama: Maria! Zia cara!. Lei alza un povero viso angosciato e tende le mani: O Ges! Quanto dolore nel mio cuore! Ges le presso. La forza a stare seduta. Ma Lui resta in piedi col suo mantello ancor drappeggiato addosso, tenendo una mano sulle spalle della zia e laltra fra le mani di lei. Che hai? Perch tanto pianto? Oh! Ges! Sono scappata di casa dicendo: Vado a Cana a cercare uova e vino per il malato. Presso Alfeo tua Madre che cura come Lei sa fare, e sono tranquilla. Ma in realt sono venuta qui. Ho corso per tutte le notti per giungere qui pi resto. E non ne poso pi... Ma la fatica nulla. E il dolore del cuore che mi fa male!... Il mio Alfeo... il mio Alfeo... i miei figli... oh! perch fra quelli di un sangue tanta differenza, e questa essere come le due pietre di una macina per stritolare il cuore di una madre? Sono con Te Giuda e Giacomo? S? Allora sai... Oh! Ges! Il mio Alfeo perch non comprende? Perch muore? Perch vuol morire cos? E Simone e Giuseppe? Perch, perch non con Te ma contro di Te? Non piangere, Maria. Io non ho rancore per loro. Lho detto anche a Giuda. Io capisco e compatisco. Se per questo che piangi, non piangere pi. Per questo, s, perch ti offendono. Per questo e poi, e poi, e poi... perch non voglio che lo sposo mio muoia a Te nemico. Dio non lo perdoner... e io... oh! non lo avr pi neppur nellaltra vita... Maria proprio angosciata. Piange a grossi lacrimoni sulla mano sinistra che Ges le ha abbandonata, ed ogni tanto la bacia, e alza il suo povero volto straziato. No. dice Ges. No. Non dire cos. Io perdono. E se perdono Io... Oh! vieni Ges. Vieni a salvargli lanima e il corpo. Vieni... Dicono anche, per accusarti, gi dicono che hai levato due figli ad un padre che muore, e lo dicono per Nazaret, capisci? Ma dicono anche: Fa da per tutto miracoli e nella sua casa non li sa fare, e perch ti difendo dicendo: Che pu, se lavete cacciato quasi coi vostri rimproveri, se non credete? mi contendono. Hai detto bene: se non credete. Come posso fare dove non si crede? Oh! Tu puoi tutto! Io credo per tutti! Vieni. Fa un miracolo... per la tua povera zia... Non posso. Ges mestissimo nel dirlo. Ritto in piedi, stringendo al suo petto la testa della piangente, pare confessi la sua impotenza alla natura serena, pare chiamarla testimone della sua pena di non potere per decreto eterno. La donna piange pi forte. Ascolta Maria. Sii buona. Io ti giuro che se potessi, se fosse bene farlo, lo farei. Oh! strapperei al Padre questa grazia, per te, per mia Madre, per Giuda e Giacomo e anche, s, anche per Alfeo, Giuseppe e Simone. Ma non posso. Tu ora hai tanto male al cuore e non puoi capire la giustizia di questo mio non potere. Te la dico, ma non la capirai lo stesso. Quando fu lora del transito di mio padre, e tu sai se era giusto e se mia Madre lo amava, Io non lo trassi a vita ancora. Non giusto che la famiglia in cui un santo vive sia esente dalle inevitabili sventure della vita. Se cos fosse, Io dovrei essere eterno sulla terra, eppure presto morr, n Maria, la Santa Madre mia, potr strapparmi alla morte. Non posso. Quel che posso questo. E lo far Ges si seduto e si preso il capo della parente sulla spalla. Questo far. Prometterti, per questo dolore, la pace del tuo Alfeo,

assicurarti che non ne sarai divisa, darti la mia parola che la nostra famiglia sar riunita nel Cielo, ricomposta in eterno e che, finch Io viva ed oltre, infonder sempre alla mia cara parente tanta pace, tanta forza, sino a fare di lei una apostola presso tante povere donne che pi facile sar a te, donna, avvicinare. Sarai la mia diletta amica in questo tempo di evangelizzazione. La morte, non piangere, la morte di Alfeo ti libera dai doveri maritali e ti eleva a quelli pi sublimi di un mistico sacerdozio femminile, tanto necessario presso laltare della gran Vittima e presso tanti pagani che piegheranno pi lanimo davanti alleroismo santo delle donne discepole che non a quello dei discepoli. Oh! che il tuo nome, zia cara, sar come una fiamma nel cielo cristiano... Non piangere pi. Va' in pace. Forte, rassegnata, santa. Mia Madre... fu vedova prima di te... e ti conforter come Lei sa. Vieni. Non voglio che tu parta sola sotto questo sole. Pietro ti accompagner con la barca sino al Giordano e di l a Nazaret con un asinello. Sii buona. Benedicimi, Ges. Dammi forza Tu. S, ti benedico e ti bacio, zia buona. E la bacia teneramente, tenedola ancora a lungo contro il suo cuore sinch la vede calmata.

96. Ges risponde allaccusa di aver guariti in sabato la Bella di Corazim. 3 febbraio 1945. Ges a Betsaida. Parla stando ritto sulla barca che lo ha ivi portato e che quasi arenata sulla riva, tenuta legata ad un palo di moletto rudimentale. Molta gente, seduta a semicerchio sulla rena, lo ascolta. Ges ha appena iniziato il suo discorso. ... e qui vedo che mi amate anche voi di Cafarnao, voi che mi avete seguito, trascurando commerci e comodi pur di udire la parola che vi ammaestra. So anche che, pi che trascuranza di commerci e perci danno alla vostra borsa, questo vi porta derisione e pu portarvi anche danno sociale. Lo so che Simone, Eli, Uria e Gioacchino sono a Me contrari. Oggi contrari, domani nemici. E vi dico perch Io non inganno nessuno, n voglio ingannare voi, miei amici fedeli - che per nuocere a Me, per darmi dolore, per vincermi collisolarmi, essi, i potenti di Cafarnao, useranno tutti mezzi... Insinuazioni come minacce, derisioni come calunnie. Tutto user il Nemico comune per strappare anime al Cristo e farsene prede. Io vi dico: chi perseverer sar salvo; ma anche vi dico: chi ha pi amore alla vita e al benessere,che alla salute eterna libero di andare, di lasciarmi, di occuparsi della piccola vita e del transitorio benessere. Io non trattengo nessuno. Luomo essere libero. Io sono venuto a liberare vieppi luomo. E dal peccato, e ci per lo spirito. E dalle catene di una religione svisata, oppressiva, che soffoca sotto fiumi di clausole, di parole, di precetti, la vera parola di Dio, netta, breve, luminosa, facile, santa, perfetta. La mia venuta vaglio delle conoscenze. Io raccolgo il mio grano sullaia e lo batto colla dottrina di sacrificio e lo crivello col crivello della sua stessa volont. La pula, le saggine, le vecce, le zizzanie voleranno via leggere e inutili, cadranno pesanti e nocive e saranno pasto ai volatili, e nel mio granaio entrer solo il grano eletto, puro, solido, buono. Il grano: i santi. Una sfida corsa da secoli fra lEterno e Satana. Satana, inorgoglito dalla prima vittoria sulluomo, ha detto a Dio: I tuoi creati saranno per sempre miei. Nulla, neppure il castigo, neppure la Legge che loro vuoi dare li far capaci di guadagnarsi il Cielo, e questa tua Dimora da cui mi hai cacciato, cacciato me, lunico intelligente fra tuoi creati, ti rimarr vuota, inutile, triste come tutte le cose inutili. E lEterno rispose al Maledetto: Questo ancora potrai sinch il tuo veleno solo a regnare nelluomo. Ma Io mander il mio Verbo, e la sua parola neutralizzer il tuo veleno, saner i cuori, li guarir dalla demenza di cui li hai macchiati o insatanassati, ed essi torneranno a me. Come pecore sviate che ritrovano il pastore, essi torneranno al mio Ovile, e il Cielo sar popolato. Per essi lho fatto. E tu digrignerai i tuoi denti per rabbia impotente, l nel tuo orrido regno, prigione e maledetto, e su te verr ribaltata dagli Angeli la pietra di Dio e sigillata, e tenebre e odio saranno teco e coi tuoi, mentre luce ed amore, canto e beatitudine e libert infinita, eterna, sublime, sar dei miei. E Mammona con risata di scherno ha giurato: E sulla mia Geenna io giuro che quando sar lora io

verr. Sar onnipresente presso gli evangelizzati, e vedremo se io o Tu saremo vincitori. S, che Satana vi insidia per vagliarvi. Ed Io pure vi circuisco per vagliarvi. I contendenti sono due: Io e lui. Voi nel mezzo. Il duello dellAmore con lOdio, della Sapienza con lIgnoranza, della Bont col Male, su voi e intorno a voi. A stornare i colpi malvagi su voi, Io basto. Mi frappongo fra larma satanica e il vostro essere, e accetto di essere ferito in vostra vece perch vi amo. Ma i colpi allinterno di voi, voi li dovete stornare con la vostra volont, correndo verso di Me, mettendovi nella mia Via che Verit e Vita. Chi non voglioso di Cielo non avr il Cielo. Chi non atto ad esser discepolo del Cristo sar pula leggera che il vento del mondo seco trasporta. Chi nemico del Cristo seme nocivo che rinascer nel regno satanico. Io so perch siete venuti, voi di Cafarnao. E tanto ho la coscienza pura del peccato che mi si addebita, e in nome del quale inesistente peccato mi si mormora dietro, insinuandovi che udirmi e seguirmi complicit col peccatore, che non temo di rendere la ragione a questi di Betsaida. Fra voi, cittadini di Betsaida, vi sono degli anziani che non hanno dimenticato, per diverse ragioni, la Bella di Corazim. Vi sono uomini che con essa peccarono, vi sono donne che per essa piansero. Piansero e - oh! ancor non ero venuto a dire: Amate chi vi nuoce! - piansero e poi giubilarono quando la seppero morsa dalla putredine, trasudata dalle sue viscere impure allesterno del suo splendido corpo, figura di quella lebbra pi grave che le aveva roso lanima di adultera, omicida e meretrice. Adultera settanta volte sette, e con chiunque avesse nome uomo e avesse denaro. Omicida sette volte sette dei suoi concepimenti bastardi; meretrice per vizio e neppur per bisogno. Oh! vi capisco, mogli tradite! Comprendo il vostro giubilare quando vi fu detto: Le carni della Bella sono pi fetide e sfatte di quelle di una carogna giacente nel fosso di una via maestra, preda ai corvi ed ai vermi. Ma vi dico: sappiate perdonare. Dio ha fatto le vostre vendette, e poi Dio ha perdonato. Perdonate voi pure. Io lho perdonata anche in nome vostro, perch vi so buone, o donne di Betsaida che mi salutate col grido: Benedetto lAgnello di Dio! Benedetto Colui che viene in nome del Signore!. Se sono Agnello, e tale mi conoscete, se vengo fra voi, Io Agnello, voi dovete divenire tutte pecore mansuete, anche quelle che un lontano, ormai lontano dolore di sposa tradita, fa con istinti di fiera che difende il suo nido. Non potrei rimanere fra voi se tigri e iene foste, Io che Agnello sono. Colui che viene nel nome santissimo di Dio a raccogliere giusti e peccatori per portarli al Cielo, andato anche dalla pentita e le ha detto: Sii mondata. Va', ed espia. Questo lho fatto in sabato. E di questo mi si accusa. Accusa ufficiale. La seconda di aver avvicinato una meretrice. Una che fu meretrice. Ora non era che unanima piangente sul suo peccato. Ebbene, Io dico: lho fatto e lo far. Portatemi il Libro, scrutatelo, studiatelo, svisceratelo. Trovate, se vi riesce, un punto che vieti al medico di curare un malato, ad un levita di occuparsi dellaltare, ad un sacerdote di non ascoltare un fedele, solo perch sabato. Ed Io, se lo trovate e me lo mostrate, dir, battendomi il petto: Signore, ho peccato al tuo cospetto e a quello degli uomini. Non sono degno del perdono. Ma, se Tu vuoi essere pietoso al tuo servo, Io ti benedir finch duri il mio soffio vitale. Perch quellanima era una malata. E del medico hanno bisogno i malati. Era un altare profanato ed aveva bisogno che un levita lo mondasse. Era un fedele che andava a piangere nel Tempio vero del Dio Vero, ed aveva bisogno del sacerdote che ve lintroducesse. In verit vi dico che Io sono il Medico, il Levita, il Sacerdote. In verit vi dico che, se Io non far il mio dovere, sperdendo anche una sola delle anime che hanno pungolo di salvezza col non salvarla, Dio Padre me ne chieder conto e mi punir per questanima perduta. Ecco il mio peccato, secondo i potenti di Cafarnao. Avrei potuto attendere il giorno dopo il sabato a farlo. S. Ma perch tardare di altre ventiquattro ore a riammettere nella pace di Dio un cuore contrito? Era in quel cuore lumilt vera, la sincerit cruda, il dolore perfetto. Io ho letto in quel cuore. La lebbra era ancora sul suo corpo. Ma il cuore ne era gi guarito per il balsamo di anni di pentimento, di lacrime, di espiazione. Non aveva bisogno quel cuore, per essere avvicinato da Dio, senza per questa vicinanza rendere impura laura santa che circonda Iddio, altro che della mia riconsacrazione. Lho fatto. Ella uscita dal lago monda anche nelle carni. Ma ancor pi monda nel cuore. Quanti, oh! quanti di quelli che sono entrati nelle acque del Giordano, per ubbidire al comando del

Precursore, non ne sono usciti mondi come lei! Perch il loro battesimo non era un atto volontario, sentito, sincero di uno spirito che voleva prepararsi al mio avvento. Ma solo una forma per apparire perfetti in santit agli occhi del mondo. Perci era ipocrisia e superbia. Due colpe che aumentavano il cumulo di colpe preesistenti nel loro cuore. Il battesimo di Giovanni non che un simbolo. Vi vuol dire: Mondatevi dalla superbia umiliandovi a dirvi peccatori; dalle lussurie lavandovi dalle scorie di esse. Ma lanima che va battezzata con la volont vostra, per essere monda al convito di Dio. Non vi colpa tanto grande che non possa essere lavata dal pentimento prima, dalla Grazia poi, dal Salvatore infine. Non vi peccatore tanto grande che non possa alzare la faccia atterrata e sorridere ad una speranza di redenzione. Basta che egli sia completo nel rinunciare alla colpa, eroico nel resistere alla tentazione, sincero nella volont di rinascere. Io ora vi dico una verit che ai miei nemici sembrerebbe bestemmia. Ma voi siete i miei amici. Parlo specialmente per voi, miei discepoli gi scelti, e poi per tutti voi che mi ascoltate. Vi dico: gli angeli, spiriti puri e perfetti, viventi nella luce della Ss. Trinit e in essa giubilanti, nella loro perfezione hanno, e riconoscono di averla, una inferiorit rispetto a voi, uomini lontani dal Cielo. Hanno linferiorit del non potersi sacrificare, del non poter soffrire per cooperare alla redenzione delluomo. E che vi pare? Dio non prende un suo angelo per dirgli: Sii il redentore dellUmanit. Ma prende suo Figlio. E sapendo che, per quanto incalcolabile il Sacrificio e infinito il suo potere, ancor manca - ed bont paterna che non vuole fare differenza fra il Figlio del suo amore e i figli del suo potere - alla somma di meriti da contrapporre alla somma dei peccati che dora in ora lUmanit accumula, ecco che non prende altri angeli a colmare la misura e non dice loro: Soffrite per imitare il Cristo, ma lo dice a voi, a voi uomini. Vi dice: Soffrite, sacrificatevi, siate simili al mio Agnello. Siate corredentori... Oh! ecco: Io vedo coorti di angeli che, lasciando per un istante di roteare nellestasi adorante intorno al Fulcro Trino, si inginocchiano, volti alla terra, e dicono: Voi benedetti che potete soffrire col Cristo e per lEterno Dio, nostro e vostro! Molti non comprenderanno ancora questa grandezza. E troppo superiore alluomo. Ma quando lostia sar immolata, quando il Grano eterno risorger per mai pi morire, dopo esser stato colto, battuto, spogliato e sepolto nelle viscere del suolo, allora verr lIlluminatore superspirituale e illuminer gli spiriti, anche quelli pi tardi, rimasti per fedeli al Cristo Redentore, e allora comprenderete che non ho bestemmiato, ma vi ho annunciato la pi alta dignit delluomo, quella di essere corredentore, anche se prima non era che peccatore. Intanto preparatevi ad essa con purit di cuore e di intenti. Pi puri sarete e pi comprenderete. Perch limpurit, quale essa sia, sempre fumo che annebbia e appesantisce vista ed intelletto. Siate puri. Iniziate ad esserlo nel corpo per passare allo spirito. Iniziate dai cinque sensi per passare alle sette passioni. Iniziate dallocchio: senso che re, e che apre la via alla pi mordente e complessa delle fami. Locchio vede la carne della donna e cuncupisce la carne. Locchio vede la ricchezza dei ricchi e concupisce loro. Locchio vede la potenza dei governanti e concupisce il potere. Abbiate occhio pacato, onesto, morigerato, puro, e avrete desideri pacati, onesti, morigerati e puri. Pi puro sar il vostro occhio e pi puro sar il vostro cuore. Siate vigilanti sul vostro occhio, avido scopritore dei pomi tentatori. Siate casti negli sguardi se volete esser casti nel corpo. Se avrete castit di carne, avrete castit di ricchezza e di potere. Tutte le castit avrete e sarete amici di Dio. Non temete di esser beffati per esser casti. Temete solo di essere nemici di Dio. Un giorno udii dire: Sarai beffato dal mondo come bugiardo o come eunuco se mostri di non appetire alla donna. In verit vi dico che Dio ha messo il coniugio per elevarvi a suoi imitatori nel procreare e a suoi aiutanti nel popolare i Cieli. Ma vi uno stato pi alto, davanti al quale si inchinano gli angeli che ne vedono la sublimit senza poterla imitare. Uno stato che, perfetto quando dur dalla nascita alla morte, non per precluso a coloro che pi non sono vergini, ma strappano la loro fecondit, maschile o femminile che sia, annullano la loro virilit animale per divenire fecondi e virili solo nello spirito. E leunuchismo senza imperfezione naturale, n mutilazione violenta o volontaria. Leunuchismo che non vieta di accostarsi allaltare, ma anzi da esso sar, nei futuri secoli, servito e circondato laltare. Leunuchismo pi alto: quello a cui fa da strumento amputatore la volont di appartenere a Dio solo, e conservare a Lui casto il corpo e il cuore perch siano in eterno fulgidi della candidezza cara allAgnello.

Ho parlato per il popolo e per gli eletti fra il popolo. Ora prima di entrare a spezzare il pane e dividere il sale nella casa di Filippo, ecco che Io vi benedico tutti: i buoni per premio, i peccatori per infondere coraggio di venire verso Colui che venuto a perdonare. La pace sia con tutti voi. Ges scende dalla barca e passa fra la folla che gli si accalca intorno. Allangolo di una casa ancora Matteo che ha ascoltato da l il Maestro, non osando di pi. Giunto a quellaltezza, Ges si ferma e, come se benedicesse tutti, benedice ancora una volta, guarda Matteo, e poi se ne va di nuovo fra il gruppo dei suoi, seguito dal popolo, e scompare in una casa. Tutto ha fine.

97. La chiamata di Matteo. 4 febbraio 1945. [...]. Quasi subito dopo vedo questo. Ancora la piazza del mercato di Cafarnao. Ma in unora pi calda, in cui il mercato gi finito e sulla piazza sono solo degli sfaccendati che parlano e dei bambini che giuocano. Ges, in mezzo al suo gruppo, viene dal lago verso la piazza, carezzando bambini che gli corrono incontro e interessandosi alle loro confidenze. Una bambina mostra un graffio sanguinante sulla fronte e accusa il fratellino di averglielo fatto. Perch hai fatto male alla sorella? Non sta bene. Non lho fatto apposta. Volevo cogliere quei fichi e ho preso un bastone. Ma era troppo pesante e mi cascato addosso a lei... Li coglievo anche per lei. E vero, Giovanna? E vero. Vedi allora che tuo fratello non ti ha voluto fare del male. Voleva anzi darti una gioia. Perci ora fate subito pace e vi date un bacio. I buoni fratellini, e anche i buoni bambini, non devono conoscere mai il rancore. Su... I due bambini piangenti si baciano. Piangono tutti e due: una per il dolore dello sgraffio, laltro per il dolore di aver dato dolore. Ges sorride davanti a quel bacio condito di lacrimoni. Oh! ecco! Ora, perch vedo che siete buoni, i fichi ve li raccolgo Io. E senza bastone. Sfido io! Alto come , e col braccio cos lungo, arriva senza fatica a farlo. Coglie e distribuisce. Accorre una donna: Prendi, prendi, Maestro. Ora ti porto del pane. No. Non per Me. E per Giovanna e Tobiolo. Ne avevano voglia. E avete disturbato il Maestro per questo? Oh! che indiscreti! Perdona, Signore! Donna, cera da fare una pace... e lho fatta con loggetto stesso della guerra: i fichi. Ma i bambini non sono mai indiscreti A loro piacciono i dolci fichi e a Me... piacciono le loro dolci anime innocenti. Mi levano tanto amaro... Maestro... sono i signori quelli che non ti amano. Ma noi, popolo, ti vogliamo bene. E loro sono pochi, mentre noi siamo tanti... Lo so, donna. Grazie del tuo conforto. La pace sia con te. Addio, Giovanna! Addio Tobiolo! Siate buoni. Senza farvi del male e senza volervi del male. Non vero? S, s Ges rispondono i due bambinelli. Ges si incammina e dice sorridendo: Oh! ora che con laiuto dei fichi si messo sereno dove erano nubi, andiamo a... Dove dite che andiamo? Gli apostoli non sanno. Chi dice in luogo, chi laltro. Ma Ges scrolla sempre il capo e ride. Pietro dice: Io rinuncio. A meno che Tu non lo dica... Ho delle idee nere, oggi. Tu non lo hai visto. Ma quando sbarcavamo cera Eli, il fariseo. Pi verde del solito! E ci guardava in un modo! Lascialo guardare!

Eh! per forza. Ma ti assicuro, Maestro, che per fare pace con quello l non bastano due fichi! Cosa ho detto alla mamma di Tobiolo? Ho fatta pace con lo stesso oggetto della guerra. E cos cercher di fare pace riverendo, posto che secondo loro li ho offesi, i notabili di Cafarnao. Cos anche qualcun altro sar contento. Chi? Ges non risponde alla domanda e continua: Non riuscir probabilmente, perch manca la volont, in loro, di fare pace. Ma udite: se in tutte e contese il pi prudente sapesse cedere e, in luogo di accanirsi a voler ragione, conciliasse, magari spartendo a met quello che, anche voglio ammettere, fosse suo di diritto, sarebbe sempre meglio e pi santo. Non sempre uno nuoce col partito preso di nuocere. Delle volte fa male senza volere. Pensate sempre questo e perdonate. Eli e gli altri credono di servire Dio con giustizia agendo come fanno. Con pazienza e costanza, e tanta umilt e buona grazia, cercher di farli persuasi che un nuovo tempo venuto e che Dio, ora, vuole essere servito a seconda che Io insegno. La furbizia dellapostolo la buona grazia, larma la costanza, la riuscita lesempio e la preghiera per i convertendi. Sono giunti sulla piazza. Ges va diritto verso il banco delle gabelle, dove Matteo sta tirando i suoi conti e verificando le monete, che suddivide per categorie, mettendole in sacchetti di diverso colore e collocandoli in un forziere di ferro, che due servi attendono di trasportare altrove. Appena lombra gettata dallalto corpo di Ges si allunga sul banco, Matteo alza il capo per vedere chi il ritardatario pagatore. Pietro, intanto, dice, tirando Ges per una manica: Non c nulla da pagare, Maestro. Che fai? Ma Ges non gli d retta. Guarda fisso Matteo, che si subito alzato in piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non lo sguardo del giudice severo dellaltra volta. E uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire.. Matteo, figlio di Alfeo, lora suonata. Vieni. Seguimi! impone Ges, maestosamente. Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me lo dico... Vieni. Seguimi, Matteo, figlio dAlfeo ripete pi dolce. Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? Io... Io.. Matteo, figlio di Alfeo, Io ti ho etto il cuore. Vieni, seguimi. Il terzo invito una carezza. Oh! subito, no Signore! e Matteo, piangente, esce da dietro il banco, senza neppure occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di chiudere il cofano. Nulla. Dove andiamo, Signore? chiede quando presso Ges. Dove mi porti? A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio delluomo? Oh!... ma ... ma che diranno quelli che ti odiano? Io ascolto quel che si dice in Cielo, e l si dice: Gloria a Dio per un peccatore che si salva, e il Padre dice: In eterno la Misericordia si alzer nei Cieli e si librer sulla terra e, poich di un eterno amore, di un perfetto amore Io ti amo, ecco che anche a te uso misericordia. Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la casa. Gi purificata lho, per una speranza che avevo nellanima mia... ma che la ragione non poteva credere che fosse vera... Oh! io coi tuoi santi... e guarda i discepoli. S. Coi miei amici. Venite. Vi unisco. E siate fratelli. I discepoli sono talmente stupefatti che non hanno ancor trovato modo di dire parola. Hanno camminato in gruppo dietro a Ges e Matteo nella piazza tutta sole, e ormai assolutamente vuota di popolo, per un breve tratto di strada che arde in un sole abbacinante. Non c un vivente per le strade. Solo il sole e la polvere. Entrano in casa. Una bella casa dal largo portone che si apre sulla via. Un bellatrio ombroso e fresco, oltre il quale si vede un ampio cortile messo a giardino. Entra, Maestro mio! Portate acqua e bevande. I servi accorrono col richiesto. Matteo esce a dare ordini, mentre Ges e i suoi si rinfrescano. Poi torna. Ora vieni, Maestro. La sala pi fresca... Ora verranno amici... Oh! voglio sia fatta gran festa! E la mia rigenerazione... E la mia... la mia circoncisione vera, questa... Tu mi hai circonciso il cuore

col tuo amore... Maestro, sar lultima festa... Ora non pi feste per il pubblicano Matteo. Non pi feste di questo mondo... Solo la festa interna dellessere redento e di servire Te... di essere amato da Te... Quanto ho pianto... Quanto, in questi mesi... Sono quasi tre mesi che piango... Non sapevo come fare... volevo venire... Ma come venire da Te, Santo, con la mia anima sporca?... Tu la lavavi col pentimento e con la carit. Per Me e per il prossimo. Pietro? Vieni qui. Pietro, che ancora non ha parlato tanto sbalordito, viene avanti. I due uomini, ugualmente anziani, bassotti, tarchiati, sono di fronte, e Ges fra luno e laltro, sorridente, bello. Pietro, tu mi hai chiesto tante volte chi era lo sconosciuto della borsa portata da Giacomo. Eccolo, lo hai di fronte. Chi? Questo lad... Oh! perdona, Matteo! Ma chi lo poteva pensare che eri tu? e che proprio tu, nostra disperazione per la tua usura, fossi capace di strapparti tutte le settimane un pezzo di cuore dando quel ricco obolo? Lo so. Vi ho ingiustamente tassati. Ma ecco, io mi inginocchio davanti a voi tutti e vi dico: non mi cacciate! Egli mi ha accolto. Non siate da pi di Lui nella severit Pietro, che si trova ai piedi Matteo, lo alza di colpo, di peso, rudemente e affettuosamente: Su, su. Non a me n agli altri. A Lui chiedi perdono. Noi... va l, su per gi siamo tutti ladri come te... Oh! lho detto! Maledetta lingua! Ma sono fatto cos: quel che penso dico, quel che ho in cuore ho sul labbro. Vieni, che facciamo patto di pace e di amore e bacia sulle guance Matteo. Anche gli altri lo fanno, pi o meno affettuosamente. Dico cos perch Andrea sostenuto, per la sua timidezza, e Giuda Iscariota gelido. Pare che abbracci un fascio di rettili, tanto il suo abbraccio scostante e breve. Matteo esce, sentendo rumore. Per, Maestro dice Giuda Iscariota mi pare che ci non sia prudente. Gi ti accusano i farisei di qui, e Tu... Un pubblicano fra i tuoi! Un pubblicano dopo una meretrice!... Hai deciso di rovinarti? Se cos , dillo che... Che noi ce la filiamo, vero? termina Pietro ironico. E chi parla con te? Lo so che tu non parli con me, ma io, invece, parlo con la tua signora anima, con la tua purissima anima, con la tua sapiente anima. Lo so che tu, membro del Tempio, senti fetore di peccato in noi, poveri, che del Tempio non siamo. Lo so che tu, completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo ed erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno - ne vuoi altre di nobili parole? - ti senti male fra noi, come uno splendido agone capitato in una rete piena di ghiozzi. Ma che ci vuoi fare? Egli ci ha presi e noi... ci restiamo. Se ti senti male... va via tu. Respireremo meglio tutti. Anche Lui, che, lo vedi?, sdegnato per me e per te. Per me perch manco di pazienza e anche... s, anche di carit, ma pi con te che non capisci nulla, con tutta la tua tela di nobili attributi, e che non hai carit, non umilt, non rispetto. Nulla hai, ragazzo. Ma solo un gran fumo... e voglia Dio sia fumo innocuo. Ges ha lasciato che Pietro parlasse rimanendo ritto, severo, con le braccia conserte, la bocca ben serrata e gli occhi... poco raccomandabili. Alla fine dice: Hai detto tutto, Pietro? Anche tu hai purificato il tuo cuore dal lievito che cera dentro? Bene hai fatto. Oggi Pasqua dAzzimi per un figlio di Abramo. La chiamata del Cristo come il sangue dellagnello sulle vostre anime, e dove essa non scender pi la colpa. Non scender se colui che la riceve ad essa fedele. Liberazione la mia chiamata e va festeggiata senza lieviti di sorta. A Giuda non una parola. Pietro tace mortificato. Lospite torna dice Ges. E con degli amici. Non mostriamo ad essi altro che virt. Chi non riesce a tanto, esca. Non siate pari a farisei che opprimono con comandi che loro per primi non osservano. Rientra Matteo con altri uomini, e il convito ha luogo. Ges al centro, tra Pietro e Matteo. Parlano di molte cose e Ges con pazienza spiega a questo e a quello quanto vogliono. Vi sono anche lamenti sui farisei che li sprezzano. Ebbene, venite a chi non vi sprezza. E poi agite in modo che i buoni, almeno, non vi posano sprezzare risponde Ges. Tu sei buono. Ma sei solo!

No. Questi sono come Me, e poi... c il Padre Iddio che ama chi si pente e vuole tornare suo amico. E mancasse alluomo ogni cosa, ma restasse il Padre, non sarebbe gi piena la gioia delluomo? Il convito ai dolciumi, quando un servo fa un cenno al padrone di casa e gli dice qualche cosa. Maestro: Eli, Simone e Gioacchino chiedono di entrare e parlarti. Li vuoi vedere? Certo. Ma.. i miei amici sono pubblicani, Ed essi vengono per vedere proprio questo. Lasciamolo loro vedere. Non servirebbe il nasconderlo. Non servirebbe per il bene, ch il male aumenterebbe lepisodio sino a dire che qui erano anche meretrici. Entrino. Entrano i tre farisei, si guardano intorno con un riso cattivo e stanno per parlare. Ma Ges, che si alzato e andato loro incontro insieme a Matteo, li precede. Mette una mano sulla spalla di Matteo e gli dice: O veri figli dIsraele, Io vi saluto, e vi do una grande notizia che certo far giubilante il vostro cuore di perfetti israeliti, che sospira allosservanza della Legge da parte di tutti i cuori per dare gloria a Dio. Ecco: Matteo, figlio di Alfeo, da oggi non pi il peccatore, lo scandalo di Cafarnao. Una pecora rognosa di Israele si sanata. Giubilate! Dietro a lui altre pecore peccatrici si saneranno e la vostra citt, della cui santit tanto vi interessate, diverr gradita al Signore come santa. Egli lascia tutto per servire Dio. Date il bacio di pace allisraelita sviato che torna nel seno di Abramo. E vi torna coi pubblicani? In gaio convito? Oh! invero che una conversione propizia! Guarda l, Eli, quello Giosia, il procacciatore di femmine. E quello Simon dIsacco, ladultero. E quello? Ecco Azaria, il biscazziere nella cui bisca romani e giudei giuocano, rissano, si ubriacano e vanno a donne. Ma, Maestro. Sai almeno chi sono costoro? Lo sapevi? Lo sapevo. E voi, allora, voi di Cafarnao, voi discepoli, perch lo avete permesso? Mi fa stupore, Simone di Giona! E tu, Filippo, noto anche qui, e tu Natanaele! Ma io trasecolo! Tu, vero israelita! Come mai hai permesso che il tuo Maestro mangiasse coi pubblicani e i peccatori? Ma non c dunque pi ritegno in Israele I tre sono scandalizzati del tutto. Ges dice: Lasciate in pace i miei discepoli. Io lho voluto. Io solo. Eh! gi! si capisce. Quando si vuol fare i santi e non lo si , si cade presto in errori imperdonabili! E quando si allevano al non rispetto i discepoli - e ancor mi brucia la risata irriverente di costui, giudeo e del Tempio, a me Eli il fariseo! - non si pu che esser senza rispetto per la Legge. Si insegna ci che si sa. Ti sbagli, Eli. Vi sbagliate tutti. Si insegna ci che si sa. E vero. Ed Io, che so la Legge, la insegno a chi non la sa: ai peccatori, perci. Voi... vi so gi padroni della vostra anima. I peccatori non lo sono. Io ricerco la loro anima, la rid loro, perch a loro volta me la portino, cos come : malata, ferita, sporca, ed Io la curi e mondi. Sono venuto per questo. Sono i peccatori che hanno bisogno del Salvatore. Ed Io vengo a salvarli. Comprendetemi... e non mi odiate senza ragione. Ges dolce, persuasivo, umile... Ma i tre sono tre ispidi cardi tutti aculei... ed escono con mosse di disgusto. Sono andati!... Ora ci criticheranno dovunque mormora Giuda Iscariota. E lasciali fare! Fa' solo che il Padre non ti abbia a criticare. Non esser mortificato, Matteo, n voi, suoi amici. La coscienza ci dice: Non fate del male. Basta cos. Ges si risiede al suo posto e tutto ha fine.

249. Lincontro con la Maddalena sul lago

e lezione ai discepoli presso Tiberiade. 5 febbraio 1945. Ges con tutti i suoi - ormai sono in tredici, pi Lui - sono, sette per barca, sul lago di Galilea. Ges nella barca di Pietro, la prima, insieme a Pietro, Andrea, Simone, Giuseppe e i due cugini. Nellaltra sono i due figli di Zebedeo con gli altri: ossia lIscariota, Filippo, Tommaso, Natanaele e Matteo. Le barche veleggiano svelte, spinte da un vento fresco di borea, che appena increspa lacqua in tante rughettine, appena sottolineate da un filo di spuma che fa un tulle sullazzurro di turchese del lago sereno. Vanno, lasciandosi dietro due scie che alle basi si baciano, confondendo le loro spume gioconde in un unico riso di acque, perch vanno quasi di conserva, quella di Pietro appena pi avanti di un due metri. Da barca a barca, lontane pochi metri luna dallaltra, si scambiano parole e commenti. Da questi arguisco che i galilei illustrano e spiegano ai giudei i punti del lago, i loro commerci, le personalit che vi abitano, le distanze dal luogo di partenza e di arrivo, ossia Cafarnao e Tiberiade. Le barche non pescano, sono solo adibite a trasporto delle persone. Ges seduto a prua e gode visibilmente della bellezza che lo circonda, dal silenzio, di tutto quellazzurro puro di cielo e di acque a cui fanno anello sponde verdi, disseminate di paesi tutti bianchi fra il verde. Si astrae dai discorsi dei discepoli, molto in avanti sulla prora, quasi sdraiato su un fascio di vele, a capo sovente chino su quello specchio di zaffiro che il lago, come studiasse il fondale e si interessasse di quanto vive in quelle acque limpidissime. Ma chiss a cosa pensa... Pietro lo interroga due volte per sapere se il sole - che ormai, alzato del tutto da oriente, prende in pieno la barca nel suo raggio, non ancora rovente ma gi caldo - lo disturbi; unaltra volta gli dice se vuole anche pane e cacio come gli altri. Ma Ges non vuole nulla, n tenda n pane. E Pietro lo lascia in pace. Un gruppetto di piccole barche da diporto, quasi scialuppe, ma tutte ricche di baldacchini purpurei e di morbidi cuscini, taglia per traverso la strada alle barche dei pescatori. Suoni, risate, profumi, passano con esse. Sono piene di belle donne e di gaudenti romani e palestinesi, ma pi romani, o per lo meno non palestinesi, perch qualcuno deve essere greco; almeno cos arguisco dalle parole di un giovane magro, snello, bruno come unuliva quasi matura, tutto azzimato in una corta veste rossa, limitata da una pesante greca al fondo e tenuta alla vita da una cintura che un capolavoro di orafo. Dice: Ellade bella! Ma neppur la olimpica mia patria ha questo azzurro e questi fiori. E, invero, non stupisce che le dee labbiano abbandonata per qui venire. Sfogliamo sulle dee, non pi greche ma giudee, i fiori, le rose e gli omaggi... E sparge sulle donne della sua barca i petali di splendide rose, e altre ne getta nella barca vicina. Risponde un romano: Sfoglia, sfoglia, greco! Ma Venere con me. Io non sfoglio: io colgo le rose su questa bella bocca. E pi dolce! E si china a baciare, sulla bocca aperta al riso, Maria di Magdala, semisdraiata sui cuscini e col capo biondo in grembo al romano. Ormai le barchette sono proprio contro alle barche pesanti, e sia per imperizia dei vogatori, sia per giuoco di vento, per poco non cozzano. State attenti, se vi preme la vita urla Pietro inferocito mentre vira, dando un colpo di barra, per evitare il cozzo. Insulti di uomini e grida di spavento delle donne vanno da barca a barca. I romani insultano i galilei dicendo Scansatevi, cani di ebrei che siete. Pietro e gli altri galilei non lasciano cadere linsulto e Pietro specialmente, rosso come un galletto, ritto proprio sul bordo della barca che beccheggia fortemente, con le mani sui fianchi, risponde per le rime, non risparmiando n romani, n greci, n ebrei, n ebree. Anzi a queste dedica tutta una collana di appellativi onorifici che lascio nella penna. Il battibecco dura finch dura il groviglio di chiglie e remi non si dipanato, e ognuno va per la sua via. Ges non ha mai cambiato posizione. E rimasto seduto, assente, senza sguardi n parole per le barche e i loro occupanti. Appoggiato su un gomito, ha continuato a guardare la sponda lontana

come nulla accadesse. Gli viene gettato anche un fiore. Non so da chi, certo da una donna, perch sento una risatina femminile accompagnare latto. Ma Lui... niente. Il fiore lo colpisce quasi sul volto e casca sulle tavole, finendo sotto ai piedi del bollente Pietro. Quando le barchette stanno per allontanarsi, vedo che la Maddalena si alza in piedi e segue la traccia che le indica una compagna di vizio, ossia appunta i suoi occhi splendidi sul volto sereno e lontano di Ges. Quanto lontano dal mondo quel volto!... Di, Simone! interpella lIscariota. Tu che sei giudeo come me, rispondi. Ma quella bellissima bionda in grembo al romano, quella che si alzata in piedi poco fa, non la sorella di Lazzaro di Betania?. Non so nulla io risponde asciutto Simon Cananeo. Sono tornato tra i vivida poco e quella donna giovane... Non mi vorrai dire che tu non conosci Lazzaro di Betania, spero! So bene che gli sei amico e che ci sei stato anche col Maestro. E se ci fosse? E posto che ci , dico io, tu devi conoscere anche la peccatrice che la sorella di Lazzaro. La conoscono anche le tombe! E dieci anni che fa parlare di s. Ha incominciato ad esser leggera appena fu pubere. Ma da oltre quattro anni! Non puoi ignorare lo scandalo, anche se eri nella valle dei morti. Ne parl tutta Gerusalemme. E Lazzaro si rinchiuso allora a Betania... Ha fatto bene, del resto. Nessuno avrebbe pi messo piede nel suo splendido palazzo di Sionne, dove anche lei andava e veniva. Intendo dire: nessuno che fosse santo. In campagna... si sa!... E poi, ormai lei da per tutto, fuorch a casa sua... Ora certo a Magdala... Sar in qualche nuovo amore... Non rispondi? Puoi smentirmi? Non smento. Taccio. Allora lei? Anche tu lhai riconosciuta! Lho vista bambina, e pura, allora. La rivedo ora... Ma la riconosco. Impudicamente ripete leffigie della madre sua, una santa. E allora perch quasi negavi che il tuo amico lavesse per sorella? Le nostre piaghe, e quelle di coloro che amiamo, si cerca di tenerle coperte. Specie quando si onesti. Giuda ride verde. Dici bene, Simone. E tu sei un onesto osserva Pietro. E tu lavevi riconosciuta? A Magdala, a vendere il tuo pesce, ci vai di certo, e chiss quante volte lhai vista!... Ragazzo, sappi che quando si hanno le reni stanche di un onesto lavoro, le femmine non fanno pi voglia. Si ama solo il letto onesto della nostra sposa. Eh! ma la roba bella piace a tutti! Almeno, non fossaltro, si guarda. Perch? Per dire: Non cibo per la tua mensa? No, sai. Dal lago e dal mestiere ho imparato diverse cose, e una questa: che pesce dacqua dolce e di fondale non fatto per acqua salsa e corso vorticoso. Vuoi dire? Voglio dire che ognuno deve stare al suo posto, per non morire in malo modo. Ti faceva morire la Maddalena? No. Ho cuoio duro. Ma... me lo dici: ti senti male tu, forse? Io? Oh! non lho neppur guardata!... Bugiardo! Scommetto che ti sei roso per non essere su questa prima barca e averla pi vicina... Avresti sopportato anche me per essere pi vicino... Tanto vero quel che dico, che mi onori della tua parola, in grazia sua, dopo tanti giorni di silenzio. Io? Ma se non sarei stato neppur visto! Guardava continuamente il Maestro, lei! Ah Ah! Ah! e dice che non la guardava! Come hai fatto a vedere dove guardava, se non la guardavi? Ridono tutti, meno Giuda, Ges e lo Zelote, allosservazione di Pietro. Ges pone termine alla discussione, che ha mostrato di non udire, chiedendo a Pietro: Quella

Tiberiade? S, Maestro. Ora faccio laccostata. Attendi. Puoi metterti in quel seno quieto? Vorrei parlare a voi soltanto. Misuro il fondo e te lo so dire E Pietro cala una lunga pertica e va lento verso riva. Si pu, Maestro. Vado ancora contro la sponda? Il pi che puoi. C ombra e solitudine. Mi piace. Pietro va fin sotto riva. La terra lontana al massimo un quindici metri. Ora toccherei. Ferma. E voi venite accosto pi che potete e udite. Ges lascia il suo posto e viene a sedersi al centro della barca, su una panchetta che va da sponda a sponda. Di fronte ha laltra barca, intorno gli altri della sua. Udite. Vi parr che Io mi astragga talora dai vostri discorsi e sia perci un maestro infingardo che non sorveglia la propria scolaresca. Sappiate che lanima mia non vi lascia un momento. Avete mai visto un medico che studia un malato di un male ancora incerto e di contrastanti sintomi? Lo tiene docchio, dopo averlo visitato, lo sorveglia, e nel sonno e nella veglia, al mattino e alla sera, e nel silenzio e nel parlare, perch tutto pu essere sintomo e guida a decifrare il morbo nascosto e ad indicare una cura. Lo stesso faccio Io con voi. Vi tengo con fili invisibili, ma sensibilissimi, che si innestano in Me e mi trasmettono anche le pi lievi vibrazioni del vostro io. Vi lascio credere di essere liberi, perch vi palesiate sempre pi per quello che siete, cosa che avviene quando uno scolaro, o un maniaco, si crede perso di vista dal sorvegliante. Voi siete un gruppo di persone, ma formate un nucleo, ossia una sola cosa. Perci siete un complesso che si forma a ente e che va studiato nelle singole sue caratteristiche, pi o meno buone, per formarlo, amalgamarlo, smussarlo, accrescerlo nei lati poliedrici e farne un unico che perfetto. Perci Io vi studio. E studio su voi anche mentre voi dormite. Cosa siete voi? Cosa dovete divenire? Voi siete il sale della terra. Tali dovete divenire: sale della terra. Con il sale si preservano le carni dalla corruzione e con la carne molte altre derrate. Ma potrebbe il sale salare se non fosse salato? Con voi Io voglio salare il mondo per renderlo insaporito di sapore celeste. Ma come potete salare se mi perdete voi sapore? Cosa vi fa perdere sapore celeste? Ci che umano. Lacqua del mare, del vero mare, non buona a bere tanto salata, non vero? Eppure, se uno prende una coppa di acqua di mare e la getta in unidria dacqua dolce, ecco che pu bere, perch lacqua di mare tanto diluita che ha perso il suo mordente. Lumanit come lacqua dolce che si mescola alla vostra salsedine celeste. Ancora, se per un supposto si potesse derivare un rio dal mare e immetterlo nellacqua di questo lago, potreste poi voi ritrovare quel filo dacqua salata? No. Si sarebbe perso in tanta acqua dolce. Cos avviene di voi quando immergete la vostra missione, meglio: la sommergete, in tanta umanit. Siete uomini. S. Lo so. Ma, e Io chi sono? Sono Colui che ha seco ogni forza. E che faccio Io? Io vi comunico questa forza poi che vi ho chiamati. Ma che giova che Io ve la comunichi se voi la disperdete sotto valanghe di senso e di sentimenti umani? Voi siete, dovete essere, la luce del mondo. Vi ho scelti, Io, Luce di Dio, fra gli uomini, per continuare ad illuminare il mondo dopo che Io sar tornato al Padre. Ma potete voi dare luce se siete lanterne spente o fumose? No, che anzi col vostro fumo - peggio il fumo ambiguo allassoluta morte di un lucignolo - voi offuschereste quel barlume di luce che ancora possono avere i cuori. Oh! miseri quelli che cercando Dio si rivolgeranno agli apostoli e in luogo di luce avranno fumo! Scandalo e morte ne avranno. Ma maledizione e castigo ne avranno gli apostoli indegni. Grande sorte la vostra! Ma anche grande, tremendo impegno! Ricordatevi che colui a cui pi dato, pi tenuto a dare. E a voi il massimo dato, di istruzione e di dono. Siete istruiti da Me, Verbo di Dio, e ricevete da Dio il dono di essere i discepoli, ossia i continuatori del Figlio di Dio. Io vorrei che voi meditaste sempre questa vostra elezione, e ancor vi scrutaste, e ancor vi pesaste... e se uno sente di esser atto ad esser fedele - non voglio neppur dire: se uno non si sente che peccatore e impenitente; dico solo: se uno si sente atto ad esser solo un fedele - ma non sente in s nerbo di apostolo, si ritiri. Il mondo, per chi amante di esso, tanto vasto, bello, sufficiente, vario! Offre tutti i fiori e tutti i frutti atti al ventre e al senso. Io non offro che una sola cosa: la santit. Questa, sulla terra, la cosa

pi angusta, povera, erta, spinosa, perseguitata che esista. Nel Cielo la sua angustia si muta in immensit, la sua povert in ricchezza, la sua spinosit in tappeto fiorito, il suo essere erta in sentiero liscio e soave, la sua persecuzione in pace e beatitudine. Ma qui fatica da eroe esser santi. Io non vi offro che questo. Volete voi rimanere con Me? Non vi sentite di farlo? Oh! non vi guardate stupiti o addololorati! Mi sentirete fare ancora molte volte questa domanda. E quando la sentirete, pensate che il mio cuore nel farla piange, perch ferito dalla vostra sordit alla vocazione. Esaminatevi, allora, e poi giudicate con onest e sincerit, e decidete. Per non essere dei reprobi, decidete. Dite: Maestro, amici, io conosco di non essere fatto per questa via. Vi do bacio di commiato e vi dico: pregate per me. Meglio cos che tradire. Meglio cos... Che dite? Chi tradire? Chi? Me. La mia causa, ossia la causa di Dio - perch Io sono uno col Padre e voi. S. Vi tradireste. Lanima vi tradireste, dandola a Satana. Volete rimanere ebrei? Ed Io non vi forzo a cambiare. Ma non tradite. Non tradite la vostra anima, il Cristo, e Dio. Io vi giuro che n Io, n i fedeli a Me vi criticheranno, n vi additeranno allo sprezzo delle turbe fedeli. Poco fa un vostro fratello ha detto una grande parola: Le nostre piaghe e quelle di coloro che amiamo si cerca di tenerle nascoste. E colui che si separerebbe sarebbe una piaga, una cancrena che, nata nel nostro organismo apostolico, si staccherebbe per cancrena completa, lasciando un segno doloroso che con ogni cura terremmo nascosto. No. Non piangete, o voi migliori. Non piangete. Io non vi porto rancore, n sono intransigente per vedervi cos tardi. Siete appena presi e non posso pretendere che siate perfetti. Ma non lo pretender neppure fra anni, dopo aver detto cento e duecento volte le stesse cose inutilmente. Anzi, udite, fra anni sarete, almeno alcuni, meno ardenti di ora che siete neofiti. La vita cos.... lumanit cos... Perde lo slancio dopo il primo balzo. Ma (Ges si alza di scatto) ma Io vi giuro che Io vincer. Depurati per natural selezione, fortificati da soprannaturale mistura, voi migliori diverrete i miei eroi. Gli eroi del Cristo. Gli eroi del Cielo. La potenza dei Cesari sar polvere rispetto alla regalit del vostro sacerdozio. Voi, poveri pescatori di Galilea, voi ignoti giudei, voi, numeri fra la massa degli uomini presenti, sarete pi noti, acclamati, venerati di Cesare e di tutti i Cesari che ebbe e avr la terra. Voi noti, voi benedetti in un prossimo futuro e nel pi remoto dei secoli, sino alla fine del mondo. A questa sublime sorte Io vi eleggo. Voi che siete onesti nella volont. E, perch di essa siate capaci, vi do le linee essenziali del vostro carattere di apostoli. Esser sempre vigili e pronti. I vostri lombi siano cinti, sempre cinti, e le vostre lampade accese come di coloro che da un attimo allaltro devono partire o correre incontro ad un che arriva. E infatti voi siete, voi sarete, sin che la morte vi fermi, gli instancabili pellegrini alla ricerca di chi errante; e finch la morte la spenga, la vostra lampada deve essere tenuta alta e accesa per indicare la via agli sviati che vengono verso lovile di Cristo. Fedeli dovete essere al Padrone che vi ha preposti a questo servizio. Sar premiato quel servo che il Padrone trova sempre vigilante e che la morte sorprende in stato di grazia. Non potete, non dovete dire: Io sono giovane. Ho tempo di fare questo e quello, e poi pensare al Padrone, alla morte, allanima mia. Muoiono i giovani come i vecchi, i forti come i deboli. E allassalto della tentazione sono vecchi e giovani, forti e deboli, ugualmente soggetti. Guardate che lanima pu morire prima del corpo e voi potete portare, senza sapere, in giro unanima putrida. E cos insensibile il morire di unanima! Come la morte di un fiore. Non ha grido, non ha convulsione... china solo la sua fiamma come corolla stanca, e si spegne. Dopo, molto dopo talora, immediatamente dopo talaltra, il corpo si accorge di portare dentro un cadavere verminoso, e diviene folle di spavento, e si uccide per sfuggire a quel connubio... Oh! non sfugge! Cade proprio con la sua anima verminosa su un brulicare di serpi nella Geenna. Non siate disonesti come sensali o causidici che parteggiano per due opposti clienti, non siate falsi come i politicanti che dicono amico a questo e a quello, e poi sono di questo e di quello nemici. Non pensate di agire in due modi. Dio non si iride e non si inganna. Fate con gli uomini come fate con Dio, perch offesa fatta agli uomini come fatta a Dio. Vogliate che Dio veda voi quali voi volete essere veduti dagli uomini.

Siate umili. Non potete rimproverare il vostro Maestro di non esserlo. Io vi do lesempio. Fate come faccio. Umili, dolci, pazienti. Il mondo si conquista con questo. Non con la violenza e forza. Forti e violenti siate contro i vostri vizi. Sradicateli, a costo di lacerarvi anche lembi di cuore. Vi ho detto, giorni sono, di vigilare gli sguardi. Ma non lo sapete fare. Io vi dico: meglio sarebbe diveniste ciechi con lo strapparvi gli occhi ingordi, anzich divenire lussuriosi. Siate sinceri. Io sono la Verit. Nelle eccelse come nelle umane cose. Voglio siate schietti voi pure. Perch andare con inganno o con Me, o coi fratelli, o con il prossimo? Perch giocare di inganno? Che? Tanto orgogliosi qual siete, e non avete lorgoglio di dire: Voglio non esser trovato bugiardo? E schietti siate con Dio. Credete di ingannarlo con forme di orazioni lunghe e palesi? Oh! poveri figli! Dio vede il cuore! Siate casti nel fare il bene. Anche nel fare elemosina. Un pubblicano ha saputo esserlo prima della sua conversione. E voi non lo sapreste? S, ti lodo, Matteo, della casta offerta settimanale che Io e il Padre solo conoscevamo tua, e ti cito ad esempio. E una castit anche questa, amici. Non scoprite la vostra bont, come non scoprireste una figlia giovinetta agli occhi di una folla. Siate vergini nel fare il bene. E vergine latto buono quando esente da connubio di pensiero di lode e di stima, o da fomite di superbia. Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio. Non potete servire due padroni. Il letto nuziale non pu accogliere due spose contemporaneamente. Dio e Satana non possono dividersi i vostri amplessi. Luomo non pu, e non lo possono n Dio n Satana, condividere un triplice abbraccio in antitesi fra i tre che se lo dnno. Siate alieni da fame doro come da fame di carne, da fame di carne come da fame di potenza. Satana questo vi offre. Oh! le sue bugiarde ricchezze! Onori, riuscita, potere, dovizie: mercati osceni che hanno a moneta la vostra anima. Siate contenti del poco. Dio vi d il necessario. Basta. Questo ve lo garantisce come lo garantisce alluccello dellaria, e voi siete da ben pi degli uccelli. Ma vuole da voi fiducia e morigeratezza. Se avete fiducia, Egli non vi deluder. Se avete morigeratezza, il suo dono giornaliero vi baster. Non siate pagani, pur essendo, di nome, di Dio. Pagani sono coloro che, pi che Dio, amano loro e il potere per apparire dei semidei. Siate santi e sarete simili a Dio nelleternit. Non siate intransigenti. Tutti peccatori, vogliate essere con gli altri come vorreste che gli altri con voi fossero: ossia pieni di compatimento e perdono. Non giudicate. Oh! non giudicate! Da poco siete con Me, eppure vedete quante volte gi Io, innocente, fui a torto mal giudicato e accusato di peccati inesistenti. Il mal giudizio offesa. E solo chi santo vero non risponde offesa ad offesa. Perci astenetevi da offendere per non essere offesi. Non mancherete cos n alla carit n alla santa, cara, soave umilt, la nemica di Satana insieme alla castit. Perdonate, perdonate sempre. Dite: Perdono o Padre, per essere da Te perdonato dei miei infiniti peccati. Miglioratevi dora in ora, con pazienza, con fermezza, con eroicit. E chi vi dice che divenire buoni non sia penoso? Anzi vi dico: fatica pi grande di tutte. Ma il premio il Cielo e merita perci consumarsi in questa fatica. E amate. Oh! quale, quale parola devo dire per persuadervi allamore? Nessuna ve ne atta a convertirvi ad esso, poveri uomini che Satana aizza! E allora, ecco Io dico: Padre, affretta lora del lavacro. Questa terra e questo tuo gregge arido e malato. Ma vi una rugiada che lo pu molcere e mondare. Apri, apri la fonte di essa. Me apri, Me. Ecco, Padre. Io ardo di fare il tuo desiderio che il mio e quello dellAmore eterno. Padre, Padre, Padre! Guarda il tuo Agnello, e siine il Sacrificatore. Ges realmente ispirato. Ritto in piedi, a braccia aperte a croce, il volto verso il cielo, collazzurro del lago di dietro, nella sua veste di lino, pare un arcangelo orante. Mi si annulla il vedere su questo suo atto.

99. A Tiberiade nella casa di Cusa. 6 febbraio 1945. Vedo la bella e nuova citt di Tiberiade. Che sia nuova e ricca me lo dice tutto il suo insieme, che ha un piano regolatore pi ordinato di quello delle altre citt palestinesi e presenta un insieme armonico e civile, come neppure lo ha Gerusalemme. Bei viali e vie dritte, munite gi di un sistema di fognature per cui non stagnano acque e immondezze per le strade, vaste piazze con fontane, fatte di larghi bacini di marmo le pi belle. Palazzi gi arieggianti allo stile di Roma con porticati ariosi. Da alcuni portoni aperti in questora mattutina locchio vede ampi vestiboli, peristili di marmo decorati di tende preziose, di sedili, di tavolini; quasi tutti hanno al centro un cortile lastricato di marmo, con una fonte a zampillo, e vasche di marmo piene di piante in fiore. Insomma una imitazione dellarchitettura di Roma, abbastanza bene copiata e riccamente scimmiottata. Le case pi belle sono nelle vie pi prossime al lago. Le tre prime, parallele al medesimo, sono veramente signorili. La prima, lungo il viale che segue la dolce curva del lago, addirittura splendida. Lultima parte di essa un seguito di ville che hanno la facciata principale sulla via posteriore, e verso il lago hanno degli opulenti giardini che scendono sino ad essere lambiti dalle onde. Quasi tutte hanno un piccolo porticciolo, in cui sono barche da diporto con baldacchini preziosi e sedili purpurei. Ges pare sia sceso dalla barca di Pietro non nel porto di Tiberiade, ma in qualche altro luogo, forse dei sobborghi, e viene avanti per il viale lungo lago. Sei mai stato a Tiberiade, Maestro? chiede Pietro. Mai. Eh! lAntipa ha fatto le cose bene, e in grande, per adulare Tiberio! E un bel venduto, quello l!... Mi pare pi citt di riposo che di commerci. I commerci sono dallaltra parte. Ma ha anche molto commercio. E ricca. Queste case? Palestinesi? S e no. Molte sono di romani, ma molte!... eh! s! Per quanto piene di statue e simili fole, sono di ebrei. Pietro sospira e mormora: ...ci avessero levato solo lindipendenza... ma ci hanno levato la fede... Pi pagani di loro stiamo diventando!... Non per colpa loro, Pietro. Loro hanno le loro abitudini e non ci forzano a farle nostre. Ma siamo noi che ci vogliamo corrompere. Per utile, per moda, per servilismo... Dici bene. Ma il primo il Tetrarca.. Maestro, siamo giunti dice il pastore Giuseppe. Questa la casa dellintendente d'Erode. Sono fermi al limite del viale, dove questo presenta una biforcazione per cui il viale diviene la seconda delle vie, mentre le ville restano tra questa e il lago. La casa indicata la prima, bellissima, tutta avvolta in un giardino fiorito. Fragranze e rami di gelsomini e rose si spargono fino sul lago. E qui sta Gionata? Qui, mi hanno detto. E lintendente dellintendente. Lui capitato bene. Cusa non cattivo, ed giusto nel riconoscere i meriti del suo intendente. E uno dei pochi della corte che sia un onesto. Vado a chiamarlo? Va. Giuseppe va allalto portone e bussa. Accorre il portinaio. Confabulano tra loro. Vedo che Giuseppe ha una mossa di disappunto e che il portinaio mette fuori la sua testa grigia e guarda Ges, e poi chiede qualche cosa alla quale Giuseppe annuisce. Parlano ancora fra loro. Poi Giuseppe viene verso Ges, che ha atteso pazientemente allombra di un albero. Gionata non c. E sullAlto-Libano. E andato a portare in quellaria fresca e pura Giovanna di Cusa, molto malata. Dice il servo che andato lui perch Cusa a corte, e non pu venire via dopo lo scandalo della fuga di Giovanni il Battezzatore, e la malata peggiorava e il medico diceva che qui sarebbe morta. Per il servo dice di entrare a riposarti. Gionata ha parlato del Messia bambino e anche qui sei, di nome, conosciuto e atteso. Andiamo.

Il gruppo si muove. Il portinaio, che ha sbirciato, vede, e chiama altri servi, e spalanca il portone, fino allora socchiuso, e corre incontro a Ges con vero rispetto. Spargi, Signore, la tua benedizione su noi e su questa triste casa. Entra. Oh! come Gionata se ne dorr di non esserci! Era la sua speranza: vederti. Entra, entra, e con Te i tuoi amici. Nellatrio sono servi e serve di ogni et. Tutti rispettosamente proni nel saluto, e pur curiosi. Una vecchietta piange in un angolo. Ges entra e benedice col suo gesto e il suo saluto di pace. Gli offrono ristoro. Ges siede su un sedile e tutti gli si fanno intorno. Vedo che non vi sono ignoto osserva Ges. Oh! Gionata ci ha allevati col tuo racconto. E buono Gionata. Lui dice di esserlo solo perch il bacio che ti ha dato lo ha fatto buono. Ma anche perch lo . Io ho dato e ricevuto baci... ma, come dici tu, solo nei buoni questi aumentano la bont. Ora assente? Ero venuto per lui. Lho detto: sul Libano. L ha degli amici... E lultima speranza per la giovane padrona; e se questo non giova... La vecchierella nel suo angolo piange pi forte. Ges la guarda interrogativamente. E Ester, la nutrice della padrona. Piange perch non si pu rassegnare a perderla. Vieni, madre. Non piangere cos. invita Ges. Vieni qui presso a Me. Non detto che malattia voglia dire morte! Oh! morte! morte! Da quando ebbe quellunico parto infelice, ella mi muore! Le adultere hanno parti segreti e pur vivono, e lei, lei buona, onesta, cara, tanto cara, deve morire! Ma che ha ora? Febbre che la consuma... E come una lampada che arde a gran vento... ogni giorno pi forte, e lei pi debole. Oh! io volevo andare con lei. Ma Gionata ha voluto serve giovani, perch ella priva di forze e va mossa di peso ed io non sono pi buona.... Buona di quello, no... ma di amarla, s... Io lho raccolta dal seno di sua madre... ero serva sposa io pure, e avevo da un mese avuto un figlio, ed io le ho dato il latte, perch la madre, debole, non poteva... io da madre le ho fatto quando fu orfana, e appena sapeva dir mamma. Mi sono fatta canuta e rugosa vegliandola nelle sue malattie... io lho vestita da sposa, io lho condotta nel talamo... io ho sorriso alle sue speranze di madre... io ho pianto con lei sul nato, morto... Tutti i sorrisi e le lacrime della sua vita ho raccolto... Tutti i sorrisi e i conforti del mio amore le ho dato... e ora ella muore e non mi ha vicina... La vecchia fa pena. Ges la accarezza, ma non giova. Ascolta, madre, hai fede? In Te? S. In Dio, donna. Puoi credere che Dio pu tutto? Lo credo, e credo che Tu, suo Messia, lo puoi. Oh! gi si parla nella citt del tuo potere! Quelluomo l (accenna a Filippo) tempo fa parlava dei tuoi miracoli presso la sinagoga. E Gionata gli chiese: Dove il Messia?, e lui le ha detto: Non so. Gionata mi disse allora: Fosse qui, io te lo giuro, ella si sanerebbe. Ma Tu non eri qui... e lui andato via con lei... e ora ella morir... No. Abbi fede. Dimmi proprio quel che hai nel cuore: puoi credere che ella non morr per la tua fede? Per la mia fede? Oh! se vuoi quella, eccotela. Anche la vita prenditi, la mia vecchia vita... solo fammela veder sanata. Io sono la Vita. Do vita e non morte. Tu le hai dato la vita, un giorno, col latte del tuo seno, ed era povera vita che poteva finire. Ora con la tua fede le di una vita senza fine. Sorridi, madre. Ma lei non c... La vecchia fra la speranza e il timore. Lei non c, e Tu sei qui... Abbi fede. Ascolta. Io ora vado a Nazaret per qualche giorno. Ho anche l degli amici malati... Poi andr al Libano. Se Gionata torna entro sei giorni, mandalo a Nazaret, da Ges di Giuseppe. Se non viene, andr Io. Come lo troverai? Mi guider larcangelo di Tobia. Tu fortificati nella fede. Non ti chiedo che questo. Non piangere pi, madre.

La vecchia, invece, piange pi forte. E ai piedi di Ges e tiene il capo sulle ginocchia divine, baciando e lacrimando sulla mano benedetta. Ges, con laltra, laccarezza e, posto che altri servi dolcemente la rampognano di sfinirsi nel pianto, Egli dice: Lasciatela fare. Ora pianto di sollievo. Le fa bene. Siete contenti tutti che la padrona risani? Oh! tanto buona! Quando uno cos, non padrone, un amico e lo si ama. Noi lamiamo. Credilo. Vi leggo in cuore. Siate voi pure sempre pi buoni. Io vado. Non posso attendere. Ho la barca. Vi benedico. Torna, Maestro! Torna ancora! Torner. Pi e pi volte. Addio. La pace a questa casa e a voi tutti. Ges esce con i suoi, accompagnato dai servi che lo acclamano. Sei pi conosciuto qui che a Nazaret osserva tristemente il cugino Giacomo. Questa casa stata preparata da uno che ha avuto fede vera nel Messia. Per Nazaret Io sono il legnaiuolo... Nulla pi. E... e noi non abbiamo la forza di predicarti per quel che sei... Non lavete? No, cugino. Non siamo eroici come i tuoi pastori... Lo credi, Giacomo? Ges sorride guardando il suo cugino che tanto assomiglia al suo padre putativo, cos di un bruno castano negli occhi e nei capelli, e colorito nel volto brunetto, mentre Giuda pi pallido nella cornice della barba nerissima e dei capelli ondulati e ha i suoi occhi di un azzurro quasi violaceo, che vagamente ricordano quelli di Ges. Ebbene, Io ti dico che non ti conosci. Tu e Giuda siete due forti. I cugini crollano il capo. Vi persuaderete che non erro. Andiamo proprio a Nazaret? S. Voglio parlare a mia Madre e... e fare ancora qualche altra cosa. Chi vuole venire, venga. Tutti vogliono venire. I pi contenti sono i cugini: E per il padre e la madre, capisci? Capisco. Passeremo da Cana poi andremo l. Da Cana? Oh! allora andremo da Susanna. Ci dar uova e frutta per il padre, Giacomo. E certo anche del suo buon miele. Egli lo ama tanto! E lo nutre. Povero padre! Soffre tanto! Come pianta sradicata si sente mancare la vita... e non vorrebbe morire... Giacomo guarda Ges. Con muta preghiera... Ma Ges non mostra di vederlo. Giuseppe pure mor cos, di dolori, vero? S risponde Ges. Ma egli soffriva meno perch era rassegnato. E poi aveva Te. Anche Alfeo potrebbe avere Me... I cugini sospirano mesti, e tutto ha fine.

214. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non facile la vita dellapostolo. 7 febbraio 1945. S. Romualdo. Ges con i suoi per le belle colline di Galilea. Per sfuggire al sole ancora alto, per quanto volgente al tramonto, camminano sotto gli alberi, quasi sempre ulivi. Oltre quel ciglio Nazaret dice Ges. Fra poco ci siamo. Ora Io vi dico che al limite della citt ci separeremo. Giuda e Giacomo andranno subito dal padre loro, come il loro cuore desidera. Pietro e Giovanni distribuiranno ai poveri, che certo saranno presso la fontana, lobolo. Io e gli altri andremo a casa per la cena e poi penseremo al riposo.

Noi torneremo dal buon Alfeo. Glielo abbiamo promesso laltra volta. Ma per io verr solo per salutarlo. Cedo il letto a Matteo, che ancor non uso ai disagi dice Filippo. No. Tu no, che sei anziano. Non lo permetto. Ho avuto comodo giaciglio fino ad ora, ma che sonni dinferno vi facevo! Credi, ora sono cos in pace che mi pare dormire fra le piume anche se mi sdraio sui sassi. Oh! la coscienza quella che fa o non fa dormire! risponde Matteo. Si accende una gara di carit con Matteo fra i discepoli Tommaso, Filippo, Bartolomeo, che, si capisce, sono quelli che laltra volta erano in casa di questo Alfeo (che non certo il padre di Giacomo, perch costui parla con Andrea e dice: Un posto per te ci sar sempre come laltra volta, anche se il padre pi malato). Vince Tommaso: Io sono il pi giovane del gruppo. Il letto lo cedo io. Lasciami fare, Matteo. Un poco per volta ti abituerai. Credi mi pesi? No. Sono come un innamorato che pensa: ...sar sul duro, ma sono vicino al mio amore. Tommaso, uomo sui trentotto anni, ride gioviale, e Matteo cede. Nazaret ormai a pochi metri, con le sue prime case. Ges... noi andiamo dice Giuda. Andate, andate. I due fratelli vanno quasi di corsa. Eh! il padre padre mormora Pietro. Anche se ci fa il broncio, sempre il nostro sangue, e il sangue tira pi di una fune. E poi... Mi piacciono i tuoi cugini. Sono molto buoni. Sono molto buoni, s. E sono umili, tanto da non studiarsi neppure per misurare quanto lo sono. Credono sempre di esser manchevoli, perch il loro spirito vede il buono in tutti, men che in loro. Faranno molta strada... Ormai sono in Nazaret. Delle donne vedono Ges e lo salutano, anche uomini e bimbi lo fanno. Ma qui non vi sono le acclamazioni degli altri luoghi al Messia: qui sono amici che salutano lAmico che torna. Chi pi, chi meno espansivamente. In molti vedo anche una ironica curiosit nellosservare il gruppo eterogeneo che con Ges, e che non certo un gruppo di dignitari regali, n di pomposi sacerdoti. Accaldati, impolverati, vestiti molto modestamente, meno Giuda Iscariota, Matteo, Simone e Bartolomeo - e li ho messi in ordine decrescente di eleganza - paiono pi unaccolta di popolani in viaggio per qualche mercato, che non dei seguaci di un re. Il quale Re, di suo, non ha che limponenza della statura e soprattutto limponenza dellaspetto. Fanno qualche metro poi Pietro e Giovanni si staccano andando a destra, mentre Ges con gli altri procede fino ad una piazzetta piena di bambini vocianti intorno ad una vasca piena di acqua, alla quale le madri attingono. Un uomo vede Ges e fa un cenno di stupore gioioso. Si affretta verso di Lui e lo saluta: Ben tornato! Non ti attendevo cos presto! Tieni: bacia il tuo ultimo nipote. E il piccolo Giuseppe. E nato in questa tua assenza e gli porge un piccolino che ha fra le braccia. Giuseppe, lhai chiamato? S. Non dimentico il mio quasi parente e, pi ancora che parente, il mio grande amico. Ora ho tutti i nomi pi cari messi anche ai nipoti: Anna, la mia amica di quando ero piccino, e Gioacchino. Poi Maria... oh! quando nacque che festa! Me lo ricordo quando me la dettero a baciare e mi dissero: Vedi? Quel bellarcobaleno stato il ponte per il quale Essa scesa dal Cielo. Gli angeli usano quella via l, e davvero pareva un angiolino tanto era bella... Ora ecco Giuseppe. Se sapevo che tornavi tanto presto, aspettavo Te per la circoncisione. Ti ringrazio per il tuo amore ai nonni e al padre e Madre mia. E un bel bambino. Sia giusto in eterno come il giusto Giuseppe. Ges palleggia il piccolino che fa abbozzi di risatine piene di latte. Se mi attendi, vengo con Te. Aspetto che siano piene le anfore. Non voglio che mia figlia Maria si affatichi. Anzi, guarda, faccio cos. Do le brocche ai tuoi, se le prendono, e parlo un poco con Te, da solo. Ma certo che le prendiamo! Non siamo dei re assiri esclama Tommaso, e per primo afferra una brocca. Allora, guardate, Maria di Giuseppe in casa non c. E dal cognato, sai? Ma la chiave in casa mia. Fatevela dare per entrare in casa, nel laboratorio, voglio dire.

S, s, andate. Anche in casa. Poi vengo Io. Gli apostoli se ne vanno e Ges resta con Alfeo. Volevo dirti... Sono tuo vero amico... E quando uno vero amico ed pi vecchio, ed del luogo, pu parlare. Credo che debba parlare... Io... io non ti voglio consigliare. Tu sai meglio di me. Solo ti voglio avvertire che... oh! non voglio fare la spia, n metterti in cattiva luce i parenti. Ma io credo in Te, Messia, e... e mi fa male, ecco, vedere che essi dicono che Tu non sei Tu, che Tu sei un malato, che Tu rovini la famiglia e i parenti. La citt... Sai, Alfeo molto stimato e perci la citt ascolta anche loro, e ora malto e fa pena.... Anche la pena delle volte serve a far fare cose ingiuste. Vedi, io cero quella sera che Giuda e Giacomo difesero Te e la loro libert di seguirti... Oh! che scena! Io non so come tua Madre ci resista! E quella povera Maria di Alfeo? Le donne sono sempre vittime in certe situazioni di famiglia. Ora i cugini sono dal padre... Dal padre? Oh! li compiango! Il vecchio proprio fuori di s e, sar let e la malattia certo, ma fa cose da pazzo. Se pazzo non fosse, mi farebbe ancora pi pena perch... rovinerebbe lanima sua. Pensi che tratter male i figli? Ne sono certo. Mi dispiace per loro e per le donne... Dove vai? A casa dAlfeo. No, Ges! Non ti fare mancare di rispetto! I cugini mi amano al di sopra di loro stessi, ed giusto Io li paghi di uguale amore... L vi sono due donne a Me care.. Vado. Non trattenermi. E Ges si affretta verso la casa di Alfeo, mentre laltro resta pensieroso in mezzo alla via. Ges va veloce. Eccolo sul limite dellorto di Alfeo. Lo raggiunge un pianto di donna e urla scomposte di un uomo. Ges va ancora pi veloce per quei pochi metri che separano la via dalla casa, attraversa lorto tutto verde. E quasi sulla soglia della casa quando alla porta si affaccia la Mamma e vede il Figlio. Mamma!. Ges!. Due gridi damore. Ges fa per entrare, ma Maria dice: No, Figlio. E si mette sulla soglia a braccia aperte, le mani strette agli stipiti, una barriera di carne e damore, e ripete: No, Figlio. Non lo fare. Lascia, Mamma. Non accadr nulla. Ges calmissimo, nonostante laccentuato pallore di Maria certo lo turbi. Prende il polso sottile di Lei, stacca la mano dallo stipite e passa. Nella cucina sono sparse al suolo, e ridotte a viscida melma, le uova, i grappoli duva, il vaso di miele portati da Cana. Da unaltra stanza viene una voce querula di vecchio che impreca, che accusa, che si lamenta, in una di quelle collere senili cos ingiuste, impotenti, penose a vedersi e dolorose a subirsi: ... ecco la mia casa distrutta, divenuta zimbello di tutta Nazaret, ed io qui, solo, senza aiuto, colpito nel cuore, nel rispetto, nei bisogni!... Ecco che ti resta, Alfeo, per aver agito da vero fedele! E perch? Perch? Per un folle. Un folle che fa folli i miei stolti figli. Ahi! Ahi! Che dolori! E la voce di Maria dAlfeo, lacrimosa, che supplica: Buono, Alfeo, buono! Lo vedi che ti fai del male? Vieni, che ti aiuto a coricarti... Sempre buono tu, sempre giusto... Perch ora cos con te? Con me? Con quei poveri figli?... Niente! Niente! Non mi toccare! Non voglio! Buoni i figli? Ah! s! Davvero! Due ingrati! Mi portano miele dopo avermi fatto pieno dassenzio. Mi portano uova e frutta, dopo essersi cibati del mio cuore! Va' via, ti dico. Non voglio te. Voglio Maria. Lei sa fare. Dove ora quella debole femmina che non sa farsi ubbidire dal Figlio? Maria dAlfeo, cacciata, entra in cucina mentre Ges sta per entrare nella stanza di Alfeo. Lo vede e gli crolla addosso singhiozzando disperata, mentre Maria, la Vergine, va umile e paziente dal vecchio iroso. Non piangere, zia. Ora vado Io! Nooh! Non ti fare insultare! Pare pazzo. Ha il bastone. No, Ges, no. Ha colpito anche i figli. Non mi far nulla e Ges fermamente, sebbene dolcemente, mette da parte la zia ed entra. Pace a te, Alfeo. Il vecchio, che sta per coricarsi tra mille querele e rimproveri a Maria, perch non sa fare (prima

diceva che Lei sola sapeva fare), si volta di scatto. Qui? Qui a beffarti di me? Anche questo? No. A portarti pace. Perch cos inquieto? Ti peggiori. Mamma, lascia. Lo sollevo Io. Non ti far male e non farai fatica. Mamma, solleva le coperture. E Ges prende con cura quel mucchietto dossa rantolante, bolso, cattivo, piangente, misero, e lo appoggia con cura, come fosse un neonato, sul letto. Ecco, cos. Come facevo al padre mio. Pi alto questo cuscino. Starai sollevato e respirerai meglio. Mamma, metti qui, sotto le reni, quello l, piccolino. Star pi morbido. Ora cos la luce, che non gli colpisca gli occhi pur lasciando entrare aria pura. Ecco fatto. Ora... ho visto un decotto sul fuoco. Portalo, Mamma. E ben dolce. Sei tutto sudato e stai raffreddando. Ti far bene. Maria esce ubbidiente. Ma io... ma io... Perch sei cos buono con me? Perch ti voglio bene, lo sai. Io te ne volevo... ma ora... Ora non me ne vuoi pi. Lo so. Ma Io te ne voglio, e ci mi basta. Poi mi amerai... E allora... ahi!, ahi... che dolori! e allora, se vero che mi vuoi bene, perch fai offesa ai miei capelli bianchi? Non ti offendo, Alfeo, in nessun modo. Ti onoro. Onoro? Sono lo zimbello d Nazaret, ecco. Perch, Alfeo, dici cos? Zimbello in che ti faccio? Nei figli. Perch ribelli? Per Te. Perch deriso? Per Te. Dimmi: se Nazaret ti lodasse per la sorte dei tuoi figli, sentiresti lo stesso dolore? Allora no! Ma Nazaret non mi loda. Mi loderebbe se davvero Tu fossi un che va a conquista. Ma di lasciarmi per un poco men che demente, che va per il mondo attirandosi od e beffe, povero, in mezzo ai poveri! Ah! chi non riderebbe! Povera mia casa! Povera casa di Davide, come finisci! Ed io dovevo vivere tanto per vedere questa sventura? Vedere Te, tralcio ultimo della gloriosa stirpe, corromperti in demenza per troppa servilit! Ah! sventura su noi dal giorno che il mio imbelle fratello si lasci unire a quella insipida e pur prepotente donna, che su lui ebbe ogni imperio. Lho detto allora: Giuseppe, non per le nozze. Sar infelice!. E lo fu. Lui lo sapeva come era, e di nozze non ne aveva mai voluto sapere. Maledizione alla legge delle orfane eredi! Maledizione al destino. Maledizione a quegli sponsali. La Vergine erede tornata col decotto, in tempo per sentire le geremiadi del cognato. E ancor pi pallida. Ma la sua grazia paziente non turbata. Va da Alfeo e con un dolce sorriso lo aiuta a bere. Sei ingiusto, Alfeo. Ma hai tanto male che tutto ti perdonato. dice Ges, che gli sorregge il capo. Oh! s Tanto male! Dici che sei il Messia! Fai prodigi! Cos dicono. Almeno, per pagarmi dei figli che hai preso, mi guarissi. Guariscimi... e ti perdoner. Tu perdona ai figli. Comprendi la loro anima, ed Io ti dar sollievo. Se hai rancore, non posso fare nulla. Perdonare? Il vecchio fa uno scatto che naturalmente acutizza tutti gli spasimi, e ci lo inferocisce di nuovo. Perdonare? Mai! Va' via! Via, se devi dirmi questo! Via! Voglio morire senza essere oltre turbato. Ges ha un gesto rassegnato. Addio, Alfeo. Me ne vado... Devo proprio andare? Zio... devo proprio andare? Se non mi accontenti, s, vattene. E di' a quei due serpenti che il vecchio padre muore in rancore con loro. No. Questo no. Non perdere lanima tua. Non amarmi, se vuoi. Non credermi il Messia. Ma non odiare. Non odiare, Alfeo. Deridimi. Dimmi folle. Ma non odiare. Ma perch mi vuoi bene, se ti insulto? Perch son Quello che tu non vuoi riconoscere. Sono l'Amore. Mamma, Io vado alla casa. S, Figlio mio. Fra poco verr. Ti lascio la mia pace, Alfeo. Se mi vuoi, mandami a chiamare, a qualunque ora, e verr. Ges esce, calmo come niente fosse accaduto. Solo pi pallido. Oh! Ges, Ges, perdonalo geme Maria dAlfeo.

Ma s, Maria. Non ce n neppure bisogno di farlo. Ad uno che soffre tutto si perdona. Ora pi calmo, gi. La Grazia lavora anche allinsaputa dei cuori. E poi c il tuo pianto, e certo il dolore di Giuda e Giacomo e la loro fedelt alla vocazione. La pace nel tuo ambasciato cuore, zia. La bacia ed esce nellorto per andare a casa. Quando sta per porre piede nella via, ecco entrare Pietro e, dietro a questo, Giovanni, anelanti come chi ha corso. Oh! Maestro! Ma che stato? Giacomo mi ha detto: Corri a casa mia. Chiss come trattato Ges. Ma no, sbaglio. E entrato Alfeo, quello della fontana, e ha detto a Giuda: Ges a casa tua. e allora Giacomo ha detto cos... I tuoi cugini sono atterrati. Io non ci capisco nulla. Ma ti vedo... e mi rassicuro. Niente, Pietro. Un povero malto che i dolori rendono insofferente. Ora tutto finito. Oh! ne sono lieto! E Tu perch qui? Pietro interpella lIscariota che accorre lui pure, e il tono non molto soave. Ci sei anche tu, mi pare. Mi hanno pregato di venirci e ci sono venuto. Anche io ci sono venuto. Se il Maestro era in pericolo, e nella sua patria, io, che lho gi difeso nella Giudea, lo posso difendere anche in Galilea. A questo bastiamo noi. Ma non ce n bisogno in Galilea. Ah! Ah! Ah! Infatti! La sua patria lo espelle come un cibo indigesto. Bene. Ne sono contento per te, che ti sei fatto scandalo per un piccolo incidente avvenuto in Giudea, dove Lui sconosciuto. Qui, invece!... E Giuda termina con una fischiatina che un poema di satira. Senti, ragazzo. Sono poco in vena di sopportarti. Smettila, perci, se ti preme... qualcosa. Maestro, ti hanno fatto del male? Ma no, Pietro mio. Te lo assicuro. Andiamo pi svelti a consolare i cugini. Vanno, entrano nel grande laboratorio. Giuda e Giacomo sono presso il grande bancone da falegname, Giacomo in piedi, Giuda seduto su uno sgabello e col gomito sul banco, il capo sulla mano. Ges va a loro sorridente, per rassicurarli subito che il suo cuore li ama: Alfeo pi quieto, ora. I dolori si calmano e tutto torna pace. State quieti voi pure. Lo hai visto? E la mamma? Ho visto tutti. Giuda chiede: Anche i fratelli? No. Non cerano. Cerano. Non si sono voluti mostrare a Te. Ma a noi! Oh! se avessimo fatto un delitto, cos non saremmo stati trattati. E noi che venivamo volando da Cana per la gioia di rivederlo e portargli ci che a lui piace! Lo amiamo e... e non ci capisce pi... non ci crede pi. Giuda piega il braccio e piange col capo sul banco. Giacomo pi forte. Ma il suo viso esprime un interno martirio. Non piangere, Giuda. E tu, non soffrire. Oh! Ges! Siamo figli... e ci ha maledetti. Ma anche se questo ci strazia, no, non torniamo indietro! Siamo tuoi, e tuoi saremo anche se per staccarci da Te ci minacciano di morte! esclama Giacomo. E tu dicevi che non eri capace di eroismo? Io lo sapevo. Ma tu, da te lo dici. In verit tu sarai fedele anche contro la morte. E tu pure. Ges li carezza. Ma essi soffrono. Il pianto di Giuda empie la volta di pietra. E qui ho modo di vedere meglio lanima dei discepoli. Pietro, che ha il suo onesto viso addolorato, esclama: Eh! s! E un dolore... Cose tristi. Ma, ragazzi miei (e li scuote con affetto) non da tutti meritare quelle parole... Io... io mi accorgo che sono stato un fortunato nella mia chiamata. Quella brava donna di mia moglie mi dice sempre: E come fossi ripudiata, perch tu non sei pi mio. Ma dico: Oh! felice ripudio!. Ditelo anche voi. Perdete un padre, ma acquistate Dio. Il pastore Giuseppe, stupito, nella sua ignara sorte di orfano, che un padre possa essere cagione di pianto, dice: Credevo di essere il pi infelice perch senza padre. Mi accorgo che meglio

piangerlo morto, che nemico. Giovanni si limita a baciare e carezzare i compagni. Andrea sospira e tace. Si strugge di parlare, ma la sua timidezza lo imbavaglia. Tommaso, Filippo, Matteo, Natanaele parlano piano in un angolo col rispetto di chi presso un dolore vero. Giacomo di Zebedeo prega, appena intelligibilmente, perch Dio dia pace. Simone Zelote, oh! quanto mi piace il suo atto! Lascia il suo angolo e viene presso i due affitti, pone una mano sul capo di Giuda, laltro braccio attorno alla vita di Giacomo, e dice: Non piangere, figlio. Egli ce lo aveva detto, a me e a te: Vi unisco: tu che per Me perdi un padre e tu che hai cuore di padre senza aver figli. E non abbiamo capito quanto vi era di profezia nelle sue parole. Ma Egli sapeva. Ecco, io ve ne prego. Sono vecchio e sempre ho sognato desser detto padre. Accettatemi per tale ed io, come padre, vi benedir mattina e sera. Ve ne prego, accettatemi per tale. I due annuiscono fra singhiozzi pi forti. Entra Maria e corre presso i due afflitti. Carezza sulla testa morata Giuda e sulle guance Giacomo. E pallida come un giglio. Giuda le prende la mano e la bacia, e chiede: Che fa? Dorme, figlio. La mamma vi manda il suo bacio e li bacia ambedue. La voce aspra di Pietro esplode: Senti, vieni qui un momento, che ti voglio dire una cosa e vedo Pietro che afferra con la sua robusta mano un braccio dellIscariota e lo porta fuori, sulla via. E poi torna solo. Dove lhai mandato? chiede Ges. Dove? A prendere aria, se no finivo che laria glie la davo io in un altro modo... e non l'ho fatto solo per Te. Oh! ora si sta meglio. Chi ride davanti ad un dolore un aspide, ed io le serpi le schiaccio!... Qui ci sei Tu... e lho solo mandato al chiaro di luna. Sar... ma io diventer anche uno scriba, cosa che solo Dio pu farla in me che appena so che sono al mondo, ma lui, neanche con laiuto di Dio diventa buono. Te lo assicura Simone di Giona, e non sbaglio. No! Non te la prendere! Non gli parso vero di uscire da una tristezza. E pi arido di una selce al sole dagosto. Su, ragazzi! Qui c una Madre che pi dolce non lha neppure il Cielo. Qui c un Maestro che pi buono di tutto i Paradiso, qui ci sono tanti cuori onesti che vi amano sinceramente. Le burrasche fanno bene: fan cadere la polvere. Domani sarete pi freschi di fiori, pi svelti di uccelli, per seguire il nostro Ges. E su queste semplici e buone parole di Pietro tutto ha fine. Dice poi Ges: Dopo questa visione metterai quella che ti ho dato nella primavera 1944, quella in cui Io chiedevo alla Madre mia le sue impressioni sugli apostoli. Ormai le loro figure morali hanno gi dato sufficienti bagliori perch possa essere messa qui quella visione, senza creare scandalo in nessuno. Non avevo bisogno del consiglio di alcuno. Ma quando eravamo soli, mentre i discepoli erano sparsi in famiglie amiche o per le borgatelle vicine, durante le soste mie a Nazaret, come mera dolce parlare e chiedere consiglio alla mia dolce Amica, la Mamma, e avere conferma, dalla sua bocca di grazia e sapienza, di quanto gi Io avevo visto. Non sono mai stato altro che il Figlio con Lei. E fra i nati di donna non ci fu una madre pi madre di Lei, in tutte le perfezioni delle materne virt umane e morali, n ci fu figlio pi figlio di Me nel rispetto, nella confidenza, nellamore. Ed ora, che anche voi avete avuto un minimo di conoscenza coi Dodici, delle loro virt, dei loro difetti, del loro carattere, delle loro lotte, c ancora qualcuno che dice che mi fu facile unirli, elevarli, formarli? E c ancora qualcuno che giudica essere facile la vita dellapostolo, e per essere apostolo, ossia, sovente, per credersi tale, giudica avere diritto ad una vita piana, senza dolori, contrasti, sconfitte? C ancora qualcuno che, perch mi serve, pretende che Io sia il suo servo, e faccia miracoli a getto continuo in suo favore, facendo della sua vita un tappeto fiorito, facile, umanamente glorioso? La mia via, il mio lavoro, il mio servizio la croce, il dolore, le rinunce, il sacrificio. Lho fatto Io. Lo facciano coloro che si vogliono dire miei. Questo non per i

Giovanni, ma per i dottori malcontenti e difficili. E ancora per i dottori del cavillo dico che ho usato il termine zio e zia inusato nelle lingue palestinesi, per chiarire e definire una irrispettosa questione sulla mia condizione di Unigenito di Maria, e sulla Verginit pre e post parto di mia Madre, la quale mi ebbe per spirituale e divino connubio e, lo ripeto ancora una volta, non conobbe altre unioni, n ebbe altri parti. Carne inviolata, che neppure Io lacerai, chiusa sul mistero di un seno-tabernacolo, trono della Trinit e del Verbo incarnato.

Maria Valtorta L'Evangelo come mi stato rivelato Indice del Volume Terzo 160. Incontro con Gamaliele sulla strada da Neftali a Giscala. 161. Guarigione del nipote del fariseo Eli di Cafarnao. 162. Le conversioni umane del fariseo Eli e di Simone d'Alfeo. 163. A mensa in casa del fariseo Eli di Cafarnao. 164. Il ritiro sul monte per l'elezione apostolica. 165. L'elezione dei dodici ad apostoli. 166. I miracoli dopo l'elezione apostolica. Prima predica di Simone Zelote e di Giovanni. 167. L'incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa 168. Aglae in casa di Maria a Nazareth. 169. Primo discorso della Montagna: la missione degli apostoli e dei discepoli. 170. Secondo discorso della Montagna: il dono della Grazia e le beatitudini. 171. Terzo discorso della Montagna: i consigli evangelici che perfezionano la Legge. 172. Quarto discorso della Montagna: il giuramento, 16 preghiera, il digiuno. Il vecchio Ismaele e Sara. 173. Quinto discorso della Montagna: l'uso delle ricchezze, l'elemosina, la fiducia in Dio. 174. Sesto discorso della Montagna: la scelta tra Bene e Male, l'adulterio, il divorzio. L'arrivo importuno di Maria di Magdala. 175. Il lebbroso guarito ai piedi del Monte. Generosit dello scriba Giovanni. 176. Nella sosta del sabato l'ultimo discorso della Montagna: amare la volont di Dio. 177. Guarigione del servo del centurione. 178. Tre uomini che vogliono seguire Ges. 179. La parabola del seminatore. A Corozim con il nuovo discepolo Elia. 180. Disputa nella cucina di Pietro a Betsaida. Spiegazione della parabola del seminatore. La notizia della seconda cattura del Battista. 181. La parabola del grano e del loglio. 182. Discorso ad alcuni pastori con il piccolo orfano Zaccaria. 183. La guarigione di un uomo ferito in casa di Maria di Magdala. * = in linea

184. Il piccolo Beniamino di Magdala e due parabole sul regno dei Cieli. 185. La tempesta sedata. Un insegnamento nell'antefatto. 186. I due indemoniati della regione dei Geraseni. 187. Verso Gerusalemme per la Pasqua. Da Tarichea al monte Tabor. 188. A Endor. La spelonca della maga e l'incontro con Felice chiamato poi Giovanni. 189. A Naim. Resurrezione del figlio di una ve dova. 190. L'arrivo nella piana di Esdrelon al tramonto del venerd. 191. Il sabato a Esdrelon. Il piccolo Jab e la parabola del ricco Epulone. 192. Una predizione a Giacomo d'Alfeo. L'arrivo ad Engannim dopo una sosta a Mageddo. 193. L'arrivo a Sichem dopo due giorni di cammino. 194. La rivelazione al piccolo Jab durante il cammino da Sichem a Berot. 195. Una lezione di Giovanni di Endor all'Iscariota e l'arrivo a Gerusalemme. 196. Il sabato al Getsemani. Ges parla della Madre e degli amori di diverse potenze. 197. Nel Tempio con Giuseppe d'Arimatea. L'ora dell'incenso. 198. L'incontro con la Madre a Betania. Jab cambia il suo nome in Margziam. 199. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Margziam per mezzo di Maria. 200. Aglae a colloquio con il Salvatore. 201. L'esame della maggiore et di Margziam. 202. Un rimprovero a Giuda Iscariota e l'arrivo dei contadini di Giocana. 203. La preghiera del "Padre nostro". 204. La fede e l'anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi. 205. La parabola del figlio prodigo. 206. Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania. 207. Alla grotta di Betlemme la Madre rievoca la nascita di Ges. 208. Maria Ss. rivede il pastore Elia e con Ges va da Elisa a Betsur. 209. La fecondit del dolore nel discorso di Ges presso la casa di Elisa a Betsur. 210. Le inquietudini di Giuda Iscariota durante il cammino verso Ebron. 211. Ritorno ad Ebron, patria del Battista. 212. Un'onda di amore per Ges, che a Jutta parla dalla casetta di Isacco. 213. A Keriot una profezia di Ges e l'inizio della predicazione apostolica. 214. La madre di Giuda si confida con la Madre di Ges, giunta a Keriot con Simone Zelote. 215. L'albergatore di Betginna e la sua figlia lunatica. 216. Le infedelt dei discepoli nella parabola del soffione. 217. Le spighe colte nel giorno di sabato. 218. L'arrivo ad Ascalona, citt filistea. 219. I diversi frutti della predicazione degli apostoli nella citt di Ascalona. 220. Gli idolatri di Magdalgad e il miracolo sulla partoriente. 221. Le prevenzioni degli apostoli verso i pagani e la parabola del figlio deforme. 222. Un segreto dell'apostolo Giovanni.

223. Una carovana nuziale evita l'assalto dei predoni dopo un discorso di Ges. 224. Nell'apostolo Giovanni opera l'Amore. L'arrivo a Btr. 225. Il paralitico della piscina di Betseida e la disputa sulle opere del Figlio di Dio.

191. Il sabato a Esdrelon. Il piccolo Jab e la parabola del ricco Epulone. 16 giugno 1945. "Consegna a Michea tanto denaro che domani egli possa ricompensare quanto oggi si fatto prestare dai contadini di questa zona" dice Ges a Giuda Iscariota, che generalmente amministra le... sostanze comuni. E poi Ges chiama Andrea e Giovanni e li manda in due punti in cui si pu vedere la strada o le strade che vengono da Jezrael. Chiama poi Pietro e Simone e li manda incontro ai contadini di Doras con l'ordine di fermarli presso il confine fra le due propriet. Infine dice a Giacomo e Giuda: "Prendete le cibarie e venite." Li seguono i contadini di Giocana, donne, uomini e bambini, e gli uomini portano due piccole anfore, piccole per modo di dire, che devono essere colme di vino. Pi che anfore sono giarre e conterranno su per gi quei dieci litri ognuna. (Prego sempre non prendere le mie misure per articolo di fede). Vanno l dove un folto vigneto, gi tutto coperto di foglie novelle, indica la fine dei possessi di Giocana. Oltre vi un largo fossato, mantenuto pieno d'acqua con chiss che fatica. "Vedi? Giocana si litigato con Doras per questo. Giocana diceva: 'Colpa di tuo padre se tutto rovina. Se non lo voleva adorare, almeno lo doveva temere e non provocare'. E Doras urlava, pareva un demonio: 'Tu ti sei salvato le terre per questo fosso. Le bestie non l'hanno varcato...'. E Giocana diceva: 'E allora come a te tanta rovina mentre prima i tuoi campi erano i pi belli di Esdrelon? E' il castigo di Dio, credilo. Avete passata la misura. Quest'acqua?... C' sempre stata e non essa che mi ha salvato'. E Doras urlava: 'Questo prova che Ges un demonio'. 'E' un giusto' urlava Giocana. E sono andati avanti per un pezzo, finch ebbero fiato, e dopo Giocana fece con grande spesa derivare acque dal torrente e scavare per cercare altre acque nel suolo e fare tutto un ordine di fossi a confine fra lui e il parente e li fece fare pi fondi, e a noi disse quello che ti abbiamo detto ieri... In fondo lui felice di quanto accaduto. Era tanto invidioso di Doras... Ora spera di poter comperare tutto, perch Doras finir col vendere tutto per due spiccioli." Ges ascolta con benignit tutte queste confidenze e intanto attende i poveri contadini di Doras, che non tardano a venire e che si prostrano al suolo non appena vedono Ges al riparo di un albero. "Pace a voi, amici. Venite. Oggi la sinagoga qui ed Io sono il vostro sinagogo. Ma prima voglio essere il vostro padre di famiglia. Sedete in cerchio, che vi dia un cibo. Oggi avete lo Sposo, e facciamo un convito di nozze." E Ges scopre una cesta e ne trae pani che d agli stupiti contadini di Doras, e dall'altra leva quelle cibarie che ha potuto trovare: formaggi, verdure che ha fatto cucinare e un piccolo caprettino o agnellino, cotto intero, che spartisce ai poveri disgraziati, poi versa il vino e fa circolare il rozzo calice perch tutti bevano. "Ma perch? Ma perch? E loro?" dicono quelli di Doras accennando a quelli di Giocana. "Loro hanno gi avuto." "Ma che spesa! Come hai potuto?" "Ci sono ancora dei buoni in Israele" dice Ges sorridendo. "Ma oggi sabato..." "Ringraziate quest'uomo" dice Ges accennando all'uomo di Endor. "E' lui che ha procurato l'agnello. Il resto fu facile averlo." Quei poveretti divorano - la parola - il cibo da tanto sconosciuto. Vi uno, piuttosto vecchio, che si stringe al fianco un fanciullo di un dieci anni circa; mangia e

piange. "Perch, padre, fai cos?..." chiede Ges. "Perch la tua bont troppa..." L'uomo di Endor dice con la sua voce gutturale: "E' vero... e fa piangere. Ma il pianto senza amaro..." "E' senza amaro. E' vero. E poi... io vorrei una cosa. E' anche desiderio questo pianto." "Che vuoi, padre ?" "Questo fanciullo, lo vedi? E' mio nipote. Mi rimasto dopo la frana di questo inverno. Doras neppure sa che mi ha raggiunto, perch lo faccio vivere come una bestia selvatica nel bosco e solo al sabato lo vedo. Se me lo scopre, o lo caccia o lo mette al lavoro... e sar peggio di un animale da soma questo tenero mio sangue... A Pasqua lo mander con Michea a Gerusalemme per divenire figlio della Legge... e poi... E' il figlio di mia figlia..." "Lo daresti a Me, invece? Non piangere. Ho tanti amici che sono onesti, santi e senza figli. Lo alleveranno santamente, nella mia via..." "Oh! Signore! Da quando ho saputo di Te l'ho desiderato. E pregavo il santo Giona, lui che sa cosa essere di questo padrone, di salvare il mio nipote da questa morte..." "Fanciullo, verresti con Me ?" "S, mio Signore. E non ti dar dolore." "E' detto." "Ma... a chi lo vuoi dare?" chiede Pietro tirando Ges per una manica. "A Lazzaro anche questo?" "No, Simone. Ma ce ne sono tanti senza figli..." "Ci sono anche io..." Il viso di Pietro pare fino affilarsi nel desiderio. "Simone, te l'ho detto. Tu devi essere il 'padre' di tutti i figli che Io ti lascer in eredit. Ma non devi avere la catena di nessun figlio tuo proprio. Non ti mortificare. Tu sei troppo necessario al Maestro perch il Maestro possa staccarti da S per un affetto. Sono esigente, Simone. Sono esigente pi di uno sposo gelosissimo. Ti amo con ogni predilezione e ti voglio tutto per Me e di Me." "Va bene, Signore... Va bene... Sia fatto come Tu vuoi". Il povero Pietro eroico nel suo aderire a questa volont di Ges. "Sar il figlio della mia nascente Chiesa. Va bene ? Di tutti e di nessuno. Sar il 'nostro' bambino. Ci seguir quando lo permetteranno le distanze, o ci raggiunger, e i suoi tutori saranno i pastori, loro che amano nei bambini tutti il 'loro' bambino Ges. Vieni qui, fanciullo. Come ti chiami ?" "Jab di Giovanni, e son di Giuda" dice sicuro il ragazzo. "S. Siamo Giudei noi" conferma il vecchio. "Io lavoravo nelle terre di Doras in Giudea, e mia figlia si sposata con uno di quelle parti. Lavorava ai boschi presso Arimatea e quest'inverno..." "Ho visto la sventura." "Il fanciullo si salvato perch quella notte era da un parente lontano... Veramente si portato il nome, Signore! L'ho detto subito a mia figlia: 'Perch? Non ricordi l'antico?" Ma il marito volle chiamarlo cos, e Jab fu." " 'Il fanciullo invocher il Signore e il Signore lo benedir e dilater i suoi confini, e la mano del Signore sulla sua mano, ed egli non sar pi oppresso dal male'. Questo gli conceder il Signore per consolare te, padre, gli spiriti dei morti, e confortare l'orfano. Ed ora che abbiamo separato il bisogno del corpo da quello dell'anima con un atto di amore al fanciullo, ascoltate la parabola che ho pensato per voi. Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti pi belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il pi potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile. Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perci non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone. I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati. Ma nella stessa citt vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l'altro era grande nella sua ricchezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancora pi grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell' Epulone. Ed era la

santit vera di Lazzaro. Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell'amore verso Dio e verso il prossimo. Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l'obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell'Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l'Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perch quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L'Epulone diceva cos. In realt era perch quella vista di miseria e di bont era un rimprovero continuo per lui. Pi pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai graziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perch per mezzo dell'uomo sarebbe morto, non concedendogli l'uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense. Un giorno Lazzaro mor. Nessuno se ne accorse sulla terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubil l'Epulone di non vedere quel giorno n poi quella miseria che egli chiamava 'obbrobrio' sulla sua soglia. Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l'anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo. Pass qualche tempo e mor l'Epulone. Oh! che funerali fastosi! Tutta la citt, che gi sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosit, per interesse presso gli eredi, si un al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al 'grande', al 'benefattore', al 'giusto' che era morto. Pu parola d'uomo mutare il giudizio di Dio? Pu apologia umana cancellare quanto scritto sul libro della Vita? No, non pu. Ci che giudicato giudicato, e ci che scritto scritto. E nonostante i funebri solenni, l'Epulone ebbe lo spirito sepolto nell'inferno. Allora, in quel carcere orrendo, bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternit, alzo lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci. E vide lass Abramo. Lontano ma fulgido, beato... e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?... Ed ora era bello della luce di Dio e della sua santit, ricco dell'amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio. Epulone grid piangendo: "Padre Abramo, abbi piet di me! Manda Lazzaro, poich io non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell'acqua e a posarla sulla mia lingua, per rinfrescarla, perch io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!" Abramo rispose. "Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene mentre tu non sapesti dai tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perci giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra. Inoltre non pi possibile farlo. I santi sono sparsi sulla terra perch gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l'uomo resta quello che - nel tuo caso, un demonio - inutile poi ricorrere ai santi. Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Cos di voi e di noi. Fummo insieme sulla terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l'amore. Ora siamo divisi. Fra voi e noi c' un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, n voi, che l siete, potete valicare l'abisso tremendo per venire a noi." Epulone piangendo pi forte grid: "Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito neppure l'amore fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono l'odio, ora ho capito, per quell'atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa l'Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perch ci sono, e a dire loro che l'inferno , ed atroce, e che chi non

ama Dio e il prossimo all'inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento." Ma Abramo rispose: "I tuoi fratelli hanno Mos ed i Profeti. Ascoltino quelli." E con gemito di anima torturata rispose l'Epulone: "Oh! padre Abramo! Far loro pi impressione un morto... Ascoltami! Abbi piet!" Ma Abramo disse: "Se non hanno ascoltato Mos e i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un'ora dai morti per dire loro parole di Verit. E d'altronde non giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso passato. Ora nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l'inutilit di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica." Questa la parabola, il cui significato cos chiaro da non meritare neppure una spiegazione. Qui veramente vissuto conquistando la santit il Lazzaro novello, il mio Giona, la cui gloria presso Dio palese nella protezione che d a chi spera in Lui. A voi s che Giona pu venire, protettore e amico, e ci verr se sarete sempre buoni. Io vorrei, e dico a voi ci che dissi a lui la scorsa primavera, Io vorrei potervi tutti aiutare, anche materialmente, ma non posso, ed il mio dolore. Non posso che additarvi il Cielo. Non posso che insegnarvi la grande sapienza della rassegnazione promettendovi il Regno futuro. Non odiate mai, per nessuna ragione. L'Odio forte nel mondo. Ma ha sempre un limite l'Odio. L'Amore non ha limite di potenza n di tempo. Amate perci, per possederlo a difesa e conforto sulla terra e a premio in Cielo. Meglio essere Lazzari che Epuloni, credetelo. Giungete a crederlo e sarete beati. Non sentite nel castigo di questi campi una parola d'odio, anche se i fatti lo potevano giustificare. Non leggete male nel miracolo. Io sono l'Amore e non avrei colpito. Ma visto che l'Amore non poteva piegare l'Epulone crudele, l'ho abbandonato alla Giustizia, ed essa ha fatto le vendette del martire Giona e dei suoi fratelli. Voi imparate questo dal miracolo. Che la Giustizia sempre vigile anche se pare assente e che, essendo Dio Padrone di tutto il creato, si pu servire, per l'applicazione di essa, dei minimi quali i bruchi e le formiche per mordere il cuore del crudele e dell'avido e farlo morire in un rigurgito di veleno che lo strozza. Io vi benedico, ora. Ma per voi pregher ogni nuova aurora. E tu, padre, non avere pi affanno per l'agnello che mi affidi. Te lo riporter ogni tanto perch tu possa giubilare vedendolo crescere in sapienza e bont sulla via di Dio. Sar il tuo agnello di questa tua povera Pasqua, il pi gradito degli agnelli presentati all'altare di Geov. Jab, saluta il vecchio padre e poi vieni al tuo Salvatore, al tuo Pastore buono. La pace sia con voi!" "Oh! Maestro! Maestro buono! Lasciarti!..." "S. E' penoso. Ma non bene che il sorvegliante qui vi trovi. Sono venuto apposta qui per evitarvi punizioni. Ubbidite per amore all'Amore che vi consiglia." I disgraziati si alzano con le lacrime agli occhi e vanno alla loro croce. Ges li benedice ancora e poi, con la mano del fanciullo nella sua, e con l'uomo di Endor dall'altro lato, torna per la via gi fatta alla casa di Michea, raggiunto da Andrea e da Giovanni che, finito il loro turno di guardia, si ricongiungono ai confratelli.

192. Una predizione a Giacomo dAlfeo. Larrivo a Engannim dopo una sosta a Mageddo. 17 giugno 1945. "Signore, quella cima il Carmelo?" chiede il cugino Giacomo. "S, fratello. Quella la catena del Carmelo, e la cima pi alta quella che d il nome alla catena." "Deve essere bello anche di l il mondo. Ci sei mai stato?" "Una volta, da solo, all'inizio della mia predicazione. E ai piedi di esso guarii il mio primo lebbroso. Ma ci andremo insieme, a rievocare Elia..." "Grazie, Ges. Mi hai compreso come sempre."

"E come sempre ti perfeziono, Giacomo." "Perch?" "Il perch scritto in Cielo." "Non me lo diresti, fratello, Tu che leggi ci che scritto in Cielo?" Ges e Giacomo procedono a fianco l'uno dell'altro, e solo il piccolo Jab, sempre per mano di Ges, pu udire la confidente conversazione dei cugini che si sorridono guardandosi negli occhi. Ges, passando un braccio sulle spalle di Giacomo per attirarselo ancora pi vicino, chiede: "Lo vuoi proprio sapere? Ebbene te lo dir ad indovinello, e quando ne troverai la chiave sarai sapiente. Ascolta: 'Radunati i falsi profeti sul monte Carmelo, si avvicin Elia e disse al popolo: 'Fino a quando zoppicherete da due parti? Se il Signore Dio, seguitelo; se lo Baal, seguite lui'. Il popolo non rispose. Allora Elia seguit a dire al popolo: 'Dei profeti del Signore sono rimasto io solo'; e, unica forza del solo, era il grido: 'Esaudiscimi, Signore, esaudiscimi affinch questo popolo riconosca che Tu sei il Signore Iddio e che hai di nuovo convertito i loro cuori'. Allora il fuoco del Signore cadde e divor l'olocausto.' Fratello, indovina." Giacomo pensa a capo chino e Ges lo guarda sorridendo. Fanno qualche metro cos, poi Giacomo dice: "Ha attinenza con Elia o col mio futuro?" "Col tuo futuro, naturalmente..." Giacomo pensa ancora, e poi mormora: "Sarei destinato io ad invitare Israele a seguire con verit una via? Sarei io chiamato ad essere l'unico rimasto in Israele? Se s, vuoi dire che gli altri saranno perseguitati e dispersi e che... e che... pregher Te per la conversione di questo popolo... quasi fossi un sacerdote... quasi fossi... una vittima... Ma se cos , incendiami da ora, Ges..." "Lo sei gi. Ma sarai rapito dal Fuoco, come Elia. Per questo andremo, Io e te soli, a parlare sul Carmelo." "Quando? Dopo la Pasqua?" "Dopo una Pasqua, s. E allora ti dir tante cose..." Un bel fiumicello che scorre verso il mare, fatto pieno dalle piogge primaverili e dalle nevi disciolte, ferma il loro andare. Accorre Pietro e dice: "Il ponte pi su, l dove passa la strada che da Tolemaide ve ad Enganmin (o Engannim)." Ges torna indietro docilmente valicando il fiumicello su un robusto ponte di pietra. Subito dopo si ripresentano altre montagnole e colline, ma di poca entit. "Saremo entro sera ad Engannim?" chiede Filippo. "Certamente. Ma... ora abbiamo il fanciullo. Sei stanco Jab?" chiede amorosamente Ges. "Sii sincero come un angelo." "Un poco, Signore. Ma mi sforzer a camminare." "Questo bambino indebolito" dice con la sua voce gutturale l'uomo di Endor. "Sfido io!" esclama Pietro. "Con la vita che fa da qualche mese! Vieni, che ti prendo in braccio." "Oh! no, signore. Non ti affaticare. Posso camminare ancora." "Vieni, vieni. Non sei certo pesante. Sembri un uccellino malnutrito" e Pietro lo issa a cavalluccio sulle sue spalle quadrate, tenendolo per le gambe. Vanno presto perch il sole ormai forte e invita e sprona a raggiungere le colline ombrose. Sostano in un paese, che sento chiamare Mageddo, per prendere cibo e riposo presso una fonte molto fresca e rumorosa per la molt'acqua che da essa sgorga nel bacino di pietra oscura. Ma nessuno del paese si interessa ai viaggiatori, anonimi fra i molti altri pellegrini pi o meno ricchi che vanno a piedi o su asinelli e mule verso Gerusalemme per la Pasqua. Vi gi un'aria di festa e molti bambini sono coi gitanti, esilarati all'idea della cerimonia della maggiore et. Due ragazzetti di agiata condizione, che vengono a giocare presso la fonte mentre vi Jab con Pietro, che se lo tira dietro allettandolo con mille cosette, chiedono al ragazzo: "Vai anche tu per essere figlio della Legge?" Jab risponde timidamente: "S", ma si nasconde quasi dietro a Pietro. "E' tuo padre questo? Sei povero, vero?" "Sono povero, s."

I due fanciulli, forse figli di farisei, lo scrutano ironici e curiosi e dicono: "Si vede." Infatti si vede... Il suo abitino ben misero! Forse il fanciullo cresciuto, e nonostante che l'orlo della veste, di un marrone stinto dalle intemperie, sia stato disfatto, l'abito arriva appena a met delle esili gambette brune, lasciando ben scoperti i piccoli piedi mal calzati da due informi sandali tenuti da funicelle che devono torturare il piede. I fanciulli, spietati per l'egoismo proprio in molti fanciulli, per la crudelt dei fanciulli non buoni, dicono: "Oh! allora non avrai un abito nuovo per la tua festa! Noi invece!... Vero Gioachino? Io tutto rosso, col manto uguale. Lui, invece, color del cielo, e avremo sandali con fibbie d'argento e una cintura preziosa e un talet tenuto da una lamina d'oro e..." "...e un cuore di pietra, dico io!" scatta Pietro, che ha finito di rinfrescarsi i piedi e di prendere acqua per tutte le borracce. "Siete cattivi, ragazzi. La cerimonia e la veste non valgono un ranocchio se il cuore non buono. Preferisco il mio bambino. Sgombrate, superbi! Andate fra i ricchi e abbiate rispetto a chi povero e onesto. Vieni, Jab. Quest'acqua buona ai piedini stanchi. Vieni che te li lavo. Dopo camminerai meglio. Oh! queste funicelle come ti hanno fatto del male! Non devi pi camminare. Ti porter in braccio finch siamo ad Engannim. L trover un sandalaio e ti comprer un paio di sandali nuovi." E Pietro lava e asciuga i piedini che da tempo non hanno avuto pi tante carezze. Il bambino lo guarda, tituba, ma poi si piega sull'uomo che gli riallaccia i sandali e lo circonda con le sue braccine scarne e dice: "Come sei buono!" e lo bacia sui capelli brizzolati. Pietro si commuove. Si siede per terra, l nell'umido, come si trova, e si mette in grembo il bambino e gli dice: "Allora chiamami 'padre'." Il gruppetto soave. Ges si avvicina con gli altri. Ma prima i due superbietti di poc'anzi, che erano rimasti l curiosi, chiedono: "Ma non tuo padre?" "E' padre e madre per me" dice sicuro Jab. "S, caro! Hai detto bene: padre e madre. E, cari i miei signorini, vi assicuro che non andr malvestito alla cerimonia. Avr anche lui un vestito da re, rosso come il fuoco e con una cintura verde come l'erba, e il talet bianco come neve." Per quanto l'accozzo non sia armonico, pure stupisce i due vanitosi e li mette in fuga. "Che fai Simone, Simone, nel bagnato?" chiede Ges con un sorriso. "Bagnato? Ah! s. Me ne accorgo ora. Che faccio? Mi rifaccio agnello con l'innocenza sul cuore. Ah! Maestro! Maestro! Bene, andiamo. Ma mi devi lasciare fare con questo piccolo. Poi lo ceder. Ma finch non un vero israelita mio." "Ma s! E tu ne sarai sempre il tutore, come un vecchio padre. Va bene? Andiamo, per essere a sera ad Engannim senza far troppo correre il bambino." "Lo porto io. Pesa di pi la mia rete. Non pu camminare con queste due suole rotte. Vieni." E caricandosi il suo figlioccio Pietro riprende felice la sua via, ormai sempre pi ombrosa, fra boschi di frutte varie, in un ascendere dolce di colli dai quali la vista spazia sull'ubertosa pianura di Esdrelon. Sono gi nei pressi di Engannim - che deve essere una bella cittadina, ben munita di acqua portata dai colli con un aereo acquedotto, probabilmente opera romana - quando li fa rifugiare sul bordo della via il rumore di un drappello militare che sopraggiunge. Gli zoccoli dei cavalli suonano sulla via che qui, nei pressi della citt, mostra una larva di pavimentazione affiorante dalla polvere accumulata insieme a detriti sulla via, vergine di ogni scopa. "Salve, Maestro! Come qui?" grida Publio Quintilliano smontando da cavallo e avvicinandosi a Ges con un aperto sorriso, tenendo per la briglia il cavallo. I suoi soldati si mettono al passo per secondare il superiore. "Vado a Gerusalemme per la Pasqua." "Io pure. Si rinforza la guardia per le feste, anche perch Ponzio Pilato viene per esse in citt, e vi Claudia. Noi siamo a staffetta di lei. Sono vie cos insicure! Le aquile fugano gli sciacalli" ride il soldato e guarda Ges. Continua poi pi piano: "Doppia guardia quest'anno, per proteggere le spalle del sozzo Antipa. Vi molto malcontento per l'arresto del Profeta. Malcontento in Israele e... malcontento, per riflesso, fra noi. Ma... abbiamo gi pensato a far giungere una... benigna suonata

di ...flauti al Sommo Sacerdote e compari" e a bassa voce termina: "Va sicuro. Tutti gli unghioni sono rientrati nelle zampe. Ah! Ah! Hanno paura di noi. Basta che ci si schiarisca la voce che lo prendono per un ruggito. Parlerai a Gerusalemme? Vieni presso il Pretorio. Claudia parla di Te come di un grande filosofo. E' bene per Te perch... il proconsole Claudia." Si guarda intorno e vede Pietro carico, rosso, sudato. "Quel bambino?" "Un orfano che ho preso con Me." "Ma quel tuo uomo fatica troppo! Fanciullo, hai paura venire per qualche metro a cavallo? Ti metter sotto la clamide e andr piano. Ti render a... a questo uomo quando saremo alle porte." Il bambino non fa resistenza, deve essere dolce come un agnello, e Publio lo issa con s in sella. E nel dare ordine ai soldati di andare adagio vede anche l'uomo di Endor. Lo fissa e dice: "Tu qui?" "Io. Ho cessato di vendere le uova ai romani. Ma i polli ci sono ancora. Ora sono col Maestro..." "Buon per te! Ne avrai pi conforto. Addio! Salve, Maestro. Ti aspetto a quel ciuffo d'alberi". E sprona. "Lo conosci? E ti conosce?" chiedono in molti a Giovanni di Endor. "Si, come fornitore di polli. Prima non mi conosceva. Ma una volta fui chiamato al comando a Naim, per fissare le quote, e c'era lui. D'allora, quando andavo a comprare libri o utensili a Cesarea, mi ha sempre salutato. Mi chiama Ciclope o Diogene. Non cattivo, e per quanto abbia odio ai romani pure non l'ho offeso, perch mi poteva essere utile." "Hai sentito, Maestro? Ha fatto bene il mio discorso al centurione di Cafarnao. Ora vado pi quieto" dice Pietro. Raggiungono il folto di alberi alla cui ombra si appiedata la pattuglia. "Ecco che rendo il fanciullo. Hai ordini, Maestro?" "No, Publio. Dio ti si mostri." "Salve" e rimonta e sprona, seguito dai suoi con grande sferragliar di zoccoli e corazze. Entrano in citt e Pietro col suo piccolo amico va a comperare i sandaletti. "Quell'uomo muore dalla voglia di un figlio" dice lo Zelote, e termina: "Ha ragione." "Ve ne dar a migliaia. Ora andiamo a cercare asilo per proseguire domani alla prima aurora."

193. Larrivo a Sichem dopo due giorni di cammino. 18 giugno 1945. Per le vie sempre pi affollate di pellegrini Ges prosegue verso Gerusalemme. Un acquazzone nella notte ha messo un poco di fango nelle vie, ma in compenso ha abbassato la polvere e resa nitida l'aria. Le campagne sembrano un giardino ben curato dal giardiniere. E vanno tutti solleciti perch sono riposati dalla sosta, e perch il bambino, nei suoi sandaletti nuovi, non soffre nel cammino, ma anzi, sempre pi confidente, cinguetta con questo e con quello, confidando a Giovanni che suo padre si chiamava Giovanni e sua madre Maria, e che perci lui vuole molto bene anche a Giovanni. "Ma gi" termina "voglio bene a tutti, e nel Tempio pregher tanto tanto per voi e per il Signore Ges." E' commovente vedere come questo gruppo di uomini, per la maggior parte senza figli, siano paterni e pieni di previdenze per il pi piccolo dei discepoli di Ges. Persino l'uomo di Endor si

ammorbidisce nell'aspetto quando obbliga il piccolo a bere un uovo, oppure si arrampica fra i boschi che fanno verdi le colline e le montagne sempre pi alte, spaccate da valloni nel cui fondo va la via maestra, per cogliere dei rametti aciduli di rovo o profumati steli di finocchio selvatico, e li porta al piccolo per mitigargli la sete senza aggravarlo d'acqua, e come lo distrae dalla lunghezza della strada facendogli osservare gli aspetti e i panorami diversi. L'antico pedagogo di Cittium, rovinato dalla cattiveria umana, risorge per questo bambino, una miseria come miseria lui stesso, e spiana le rughe della sventura e dell'amarezza in un sorriso buono. Se Jab gi meno miserello coi suoi sandaletti nuovi e il visetto meno triste, su cui non so che mano apostolica ha avuto cura di cancellare ogni segno della vita selvatica fatta per tanti mesi, accomodandogli i capelli fino allora incolti e polverosi ed ora resi soffici e pareggiati da una energica lavata, anche l'uomo di Endor, che ancora resta un poco perplesso quando si sente chiamare: Giovanni, ma che poi scuote il capo con un sorriso di compatimento verso la sua poca memoria, ben diverso. Giorno per giorno il suo viso perde quel che di duro che aveva e acquista una seriet che non fa paura. Naturalmente queste due miserie, che risorgono per la bont di Ges gravitano col loro amore verso il Maestro. Cari i compagni, ma Ges... Quando Egli li guarda o parla proprio a loro, la loro espressione diviene tutt'affatto felice. Dopo aver superato il vallone e poi un colle verde e bellissimo, dal sommo del quale si pu ancora intravedere la pianura di Esdrelon - cosa che fa sospirare al fanciullo: "Che far il vecchio padre?" e lo fa terminare con un sospiro ben triste e un luccicore di pianto negli occhi castani: "Oh! lui ben meno felice di me... ed cos buono!"; e il lamento del fanciullo getta un velo di tristezza in tutti ecco che si scende per una valle ubertosa, tutta coltivata di campi e di uliveti, e il lieve vento fa cadere la neve dei fiorellini delle viti e dei pi precoci fra gli ulivi. La pianura di Esdreolon perduta di vista per sempre. Una sosta per il pasto e ancora la marcia verso Gerusalemme. Ma deve avere molto piovuto, oppure essere un luogo ricco di acque sotterranee, perch le praterie sembrano un basso acquitrino tanto l'acqua luccica fra le erbe folte, salendo a lambire la via un poco sopraelevata, ma che perci non evita di essere molto fangosa. Gli adulti rialzano le vesti per non renderle una crosta di fango, e Giuda Taddeo si mette sulle spalle il bambino per farlo riposare e per poter attraversare pi presto la zona inondata e forse malsana. Il giorno al declino quando, dopo aver costeggiato nuove colline e superato un'altra valletta rocciosa ed asciutta, entrano in un paese elevato su un terrapieno roccioso e, facendosi strada fra i molti pellegrini, cercano alloggio in una specie di albergo molto rustico: una grande tettoia sotto cui stesa abbondante paglia, e nulla pi. Piccole lampadette accese qua e l illuminano le cene delle famiglie pellegrinanti, famiglie povere, come quella apostolica, perch i ricchi, per lo pi, si sono drizzati le tende fuori del paese, sdegnosi di contatti coi popolani del luogo e coi poveri pellegrinanti. E scende la notte e il silenzio... Il primo a cadere dormiente il bambino, che si reclina stanco in grembo a Pietro che poi lo sistema sulla paglia e lo copre con cura. Ges raduna gli adulti in una preghiera e poi ognuno si getta sulla lettiera per ristorarsi del molto cammino Il giorno di poi. La comitiva apostolica, partita al mattino, sta per entrare a sera in Sichem dopo aver superata Samaria, di bell'aspetto cinta di mura, incoronata di edifici belli e maestosi, intorno ai quali si stringono belle case, ordinate. Ho l'impressione che la citt, come Tiberiade, sia da poco ricostruita e con sistemi presi da Roma. Intorno, oltre le mura, una cerchia di terre fertilissime e ben coltivate. La strada che da Samaria conduce a Sichem si snoda scendendo di balzo in balzo, con un sistema di muri sorreggenti il terreno che mi ricorda i colli fiesolani, e con una magnifica vista su verdi montagne a sud, e su di una pianura bellissima che va verso ovest. La strada tende a scendere a valle, ma ogni tanto risale per valicare altri colli, dall'alto dei quali si domina la terra di Samaria con le sue belle colture a ulivi, a grani, a vigneti, sui quali vegliano dall'alto dei colli boschi di querce e d'altri alberi d'alto fusto, che devono essere una provvidenza

contro i venti che certo dalle gole tendono a formare vortici e che sciuperebbero le colture. Questa plaga mi ricorda molto i punti del nostro Appennino qui, verso lAmiata, quando locchio contempla insieme le colture piatte e cerealicole della Maremma e le colline festose e i monti severi che sorgono pi alti, allinterno. Non so come sia ora la Samaria. Allora era molto bella. Ora ecco che fra due monti, fra i pi alti della zona, si vede d'infilata una valle, e al centro di essa, fertilissima, irrigua, ecco Sichem. E' qui che Ges e i suoi vengono raggiunti dalla carovana fastosa della corte del Console che si trasporta per le feste a Gerusalemme. Schiavi a piedi e schiavi sui carri per tutelare il trasporto degli arredi... Mio Dio, quanta roba potevano portarsi dietro a quei tempi!!! E con gli schiavi carri veri e propri carichi di un po di tutto, e persino lettighe intere, e carrozze da viaggio: sono ampi carri a quattro ruote, ben molleggiati, coperti, sotto cui sono ricoverate le dame. E poi altri carri e schiavi... Una tenda si sposta, sollevata dalla mano ingioiellata di una donna, e appare il profilo severo di Plautina che saluta senza parlare, ma con un sorriso. E cos pure fa Valeria, che ha la sua piccina fra i ginocchi, tutta trilli e risatine. L'altro carro da viaggio, ancora pi pomposo, passa senza che nessuna tenda si scosti. Ma quando gi passato, si sporge sul dietro di essa, fra le cortine allacciate, il volto roseo di Lidia che fa un gesto di inchino. La carovana si allontana... "Viaggiano bene loro!" dice Pietro stanco e sudato. "Ma se Dio ci aiuta dopodomani sera saremo a Gerusalemme." "No, Simone. Io non posso che deviare andando verso il Giordano." "Ma perch, Signore?" "Per quel bambino. E' molto triste, e troppo lo sarebbe rivedendo il monte della sciagura." "Ma non lo vediamo! O meglio, ne vediamo l'altra parte... e... e ci penso io a tenerlo distratto. Io e Giovanni... Si distrae subito, povero tortorino senza nido. Andare verso il Giordano! Ohib! Meglio di qui. Via diretta. Pi breve. Pi sicura. No. No. Questa, questa. Lo vedi? Anche le romane la fanno. Lungo il mare e il fiume fumano le febbri, a queste prime acque d'estate. Qui sano. E poi... Quando si arriva se la si allunga ancora? Pensa in che orgasmo sar tua Madre dopo il brutto fatto del Battista!..." Pietro la vince e Ges acconsente. "Riposeremo presto e bene, allora, e domani all'alba partiremo per essere dopodomani sera al Getsemani. Andremo il d dopo, venerd, dalla Madre, a Betania, dove scaricheremo i libri di Giovanni, che vi hanno affaticato non poco, e troveremo Isacco a cui daremo questo povero fratello..." "E il bambino? Lo dai subito?" Ges sorride: "No. Lo dar alla Madre, che lo prepari per la 'sua' festa. E poi lo terremo con noi per la Pasqua. Ma dopo dovremo pure lasciarlo... Non ti ci affezionare troppo! O meglio: amalo come fosse un tuo nato, ma con spirito soprannaturale. Tu vedi, debole e si stanca. Anche a Me sarebbe piaciuto istruirmelo e crescerlo nutrito da Me nella Sapienza. Ma Io sono l'Instancabile, e Jab troppo giovane e troppo debole per fare le nostre fatiche. Noi andremo per la Giudea, poi torneremo a Gerusalemme per la Pentecoste, e poi andremo... andremo, evangelizzando... Lo ritroveremo per l'estate nella nostra patria. Eccoci alle porte di Sichem. Va' avanti con tuo fratello e con Giuda di Simone a cercare alloggio. Io verr sulla piazza del mercato e ti aspetter." E si separano mentre Pietro galoppa in cerca di un ricovero e mentre gli altri camminano a fatica per le strade, ingombre di gente urlante e gesticolante, di asini, di carri, tutti diretti verso Gerusalemme per la Pasqua imminente. Le voci, i richiami, le imprecazioni si mescolano ai ragli degli asini, facendo un rumore che rimbomba forte sotto gli androni gettati da casa a casa, con un rumore che ricorda il rombo di certe conchiglie accostate all'orecchio. L'eco va di voltone in voltone, dove gi le ombre si adunano, e la gente, come acqua sempre sospinta, si getta per le vie, vi si insinua cercando un tetto, una piazza, un prato per passarvi la notte... Ges, col bambino per mano, addossato ad un albero, attende Pietro sulla piazza, che per l'occasione sempre piena di venditori. "Che non ci veda nessuno e ci riconosca!" dice l'Iscariota. "Come riconoscere un granello fra la rena" risponde Tommaso. "Non vedi quanta folla?"

Torna Pietro: "Fuori citt vi una tettoia con del fieno. E non ho trovato altro." "Non cercheremo altro. E' fin troppo bello per il Figlio dell'uomo."

194. La rivelazione al piccolo Jab durante il cammino da Sichem a Berot. 19 giugno 1945. Come un fiume che si arricchisce per sempre affluenti, cos la via che da Sichem va a Gerusalemme si fa sempre pi folta di popolo, man mano che da altre vie secondarie i paesi riversano fedeli diretti alla Citt santa. Cosa che aiuta non poco Pietro nel tenere distratto il bambino, che rasenta i colli natii, sotto le cui zolle franate sono sepolti i genitori, senza avvedersene. Dopo una lunga marcia, interrotta - dopo che Silo, erta sul suo monte, stata lasciata a sinistra - per prendere riposo e cibo in una verde vallata sonante d'acque pure e cristalline, i gitanti si rimettono in cammino e superano un monticello calcareo, piuttosto nudo, su cui il sole picchia senza misericordia. Si inizia la discesa per una serie di vigneti bellissimi, che mettono i loro festoni sulle balze dei monti calcarei, ma solatii al sommo. Pietro ha un arguto sorriso e fa cenno a Ges, che a sua volta sorride. Il bambino non si accorge di nulla, intento come ad ascoltare Giovanni di Endor che gli parla di altre terre da lui viste e nelle quali crescono uve dolcissime, che per non servono tanto al vino quanto a fare dolciumi pi buoni delle focacce di miele. Ecco una nuova salita molto ripida poich, lasciata la via maestra, polverosa e affollata, la comitiva ha preferito prendere questa scorciatoia boscosa. E, giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, gi distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco, forse case nitide di calcina. "Jab" chiama Ges, "vieni qui. Vedi quel punto d'oro? E' la Casa del Signore. L giurerai di ubbidire alla Legge. Ma la conosci bene?" "La mamma me ne parlava e il padre mi insegnava i precetti. So leggere e... e credo sapere ci che 'essi' mi hanno detto prima di morire...". Il bambino, che accorso con un sorriso alla chiamata di Ges, piange ora, col capino basso e la mano che trema nella mano di Ges. "Non piangere. Senti. Sai dove andiamo? Questa Betel. Qui il santo Giacobbe fece il suo sogno angelico. Lo sai? Lo ricordi?" "S, Signore. Vide una scala che toccava dalla terra al Cielo, e su e gi andavano gli angeli, e la mamma mi diceva che nell'ora della morte, se si era stati sempre buoni, si vedeva la stessa cosa e si andava per quella scala alla casa di Dio. Tante cose mi diceva la mamma... Ma ora non me le dir pi... le ho tutte qui ed tutto quello che ho di lei...". Le lacrime scendono sul visetto tanto triste. "Ma non piangere cos! Senti, Jab. Ho anche Io una Madre che si chiama Maria, e che santa e buona e sa dire tante cose. E' pi sapiente di un maestro, e pi buona e bella di un angelo. Ora andiamo da Lei. Ti vorr tanto bene. Ti dir tante cose. E poi con Lei la mamma di Giovanni, anche lei tanto buona e di nome Maria. E la madre di mio fratello Giuda, anche lei dolce come un pan di miele, e anche lei ha nome Maria. Ti vorranno tanto bene. Ma tanto. Perch sei un bravo bambino, e per amor mio che ti amo tanto. E poi tu crescerai con loro e fatto grande sarai un santo di Dio, predicherai come un dottore il Ges che ti ha ridato una madre qui, e che aprir le porte dei Cieli alla tua madre morta, al padre tuo, e che te l'aprir anche a te, alla tua ora. Tu non avrai neppure bisogno di salire la lunga scala dei Cieli all'ora della morte. L'avrai gi salita durante la vita tua, essendo un buon discepolo, e ti troverai l, alla soglia aperta del Paradiso, ed Io ci sar, e ti dir: 'Vieni, amico mio e figlio di Maria' e staremo insieme." Il sorriso fulgido di Ges, che cammina un poco curvo per essere pi vicino al visetto alzato del bambino che gli cammina a lato con la manina nella sua, e il racconto meraviglioso rasciugano le lacrime e fanno spuntare un sorriso. Il bambino, che deve essere tutt'altro che stolto, ma che solo intontito dal tanto dolore e privazione che ha patito, interessato alla storia chiede: "Ma Tu dici che aprirai le porte dei Cieli. Non sono

serrate per il gran Peccato? La mamma mi diceva che nessuno poteva entrare finch non fosse venuto il perdono e che i giusti lo attendevano nel Limbo." "Cos . Ma poi Io andr al Padre dopo aver predicato la parola di Dio e... e avervi ottenuto il perdono, e dir: 'Padre mio, ora tutta la tu volont Io l'ho compiuta. Ora Io voglio il mio premio per il mio sacrificio. Vengano i giusti che attendono al tuo Regno'. E il Padre mi dir: 'Sia come Tu vuoi'. Ed allora Io scender a chiamare tutti i giusti, e il Limbo aprir le sue porte al suono della mia voce, e usciranno esultanti i santi Patriarchi, i luminosi Profeti, le donne benedette d'Israele e poi, sai quanti bambini? Come un prato in fiore di bambini di ogni et! E cantando mi verranno dietro, ascendendo al bel Paradiso." "E ci sar la mia mamma?" "Certamente." "Tu non mi hai detto che ci sar con Te sulla porta del Cielo quando sar anche io morto..." "Ella, e con lei il padre tuo, non avranno bisogno di essere su quella porta. Come fulgidi angeli intrecceranno sempre voli dal Cielo alla terra, da Ges al loro piccolo Jab, e quando tu sarai per morire faranno come fanno quei due uccellini, l, in quella siepe. Li vedi?" Ges prende in braccio il bambino perch veda meglio. "Vedi come stanno sulle loro piccole uova? Attendono che si schiudano e dopo stenderanno le ali sulla loro covata per proteggerla da ogni male e poi, quando sar cresciuta e pronta al volo, la sorreggeranno con le loro forti ali portandola su, su, su... verso il sole. I tuoi parenti faranno cos con te." "Proprio cos sar?" "Proprio cos" "Ma Tu glielo dirai di ricordarsi di venire?" "Non ce ne sar bisogno perch essi ti amano, ma Io lo dir loro." "Oh! come ti voglio bene!" Il bambino, ancora in braccio a Ges, gli si stringe al collo e lo bacia con una espansione cos gioiosa che commuove. Ges ricambia il bacio e lo posa. "Oh! bene! Ora andiamo avanti. Verso la Citt santa. Dobbiamo arrivarci verso sera di domani. Perch tanta fretta? Me lo sai dire? Non sarebbe lo stesso arrivare dopo domani?" "No. Non sarebbe lo stesso. Perch domani Parasceve e dopo il tramonto non si cammina che per sei stadi. Oltre non si pu perch incominciato il sabato e il suo riposo." "Si ozia dunque il sabato." "No. Si prega il Signore altissimo." "Come si chiama?" "Adonai. Ma i santi possono dire il suo Nome." "Anche i bambini buoni. Dillo, se lo sai." "Jaav" (questo piccolo dice cos: una G molto dolce che diviene quasi un J, e l'a molto lunga). "E perch si prega il Signore altissimo al sabato?" "Perch Egli lo ha detto a Mos, dandogli le tavole della Legge." "Ah! s? E che ha detto?" "Ha detto di santificare il sabato. 'Lavorerai per sei giorni, ma il settimo riposerai e farai riposare, perch cos ho fatto Io pure dopo la creazione.'" "Come? Il Signore si riposato? Si era stancato a creare? E ha proprio creato Lui? Come lo sai? Io so che Dio non si stanca mai." "Non si era stancato perch Dio non cammina e non muove le braccia. Ma lo ha fatto per insegnare ad Adamo, e a noi, e per avere un giorno in cui noi si pensi a Lui. E ha creato Lui, tutto, sicuro. Lo dice il Libro del Signore." "Ma il libro stato scritto da Lui?" "No. Ma la Verit. E va creduto per non andare da Lucifero." "Mi hai detto che Dio non cammina e non muove le braccia. Come allora ha creato? Come ? Una statua?" "Non un idolo, Dio. E Dio ... Dio ... lasciami pensare e ricordare come diceva la mamma mia, e meglio ancora di lei quell'uomo che va in tuo nome a trovare i poveri di Esdrelon... La mamma

diceva, per farmi capire Dio: 'Dio come il mio amore per te. Non ha corpo, ma pure c''. E quell'uomo piccolo, con un sorriso cos dolce, diceva: 'Dio uno Spirito eterno, uno e trino, e la seconda Persona ha preso carne per amore di noi, poveri, ed ha nome...'. Oh! mio Signore! Ma ora che ci penso... sei Tu!". Il bambino sbalordito si getta a terra adorando. Accorrono tutti credendo che sia caduto, ma Ges fa un cenno di silenzio col dito sulle labbra, poi dice: "Alzati, Jab. I bambini non devono avere paura di Me!" Il bambino alza la testa venerabondo e guarda Ges con mutata espressione, quasi di paura. Ma Ges sorride e gli tende la mano dicendo: "Sei un sapiente, piccolo israelita. Continuiamo l'esame fra noi. Ora che mi hai riconosciuto, sai se di Me si parla nel Libro?" "Oh! s, Signore! Dal principio a ora. Tutto parla di Te. Tu sei il Salvatore promesso. Ora capisco perch aprirai le porte del Limbo. Oh! Signore! Signore! E mi vuoi bene tanto?" "S, Jab." "No. Pi Jab. Dmmi un nome che voglia dire che Tu mi hai amato, che Tu mi hai salvato..." "Il nome lo sceglier insieme alla Madre. Va bene?" "Ma che voglia proprio dire cos. E lo prender dal giorno che diventer figlio della Legge." "Lo prenderai da quel giorno." Betel superata, e in una valletta fresca e ricca d'acqua sostano a prendere il cibo. Jab rimasto mezzo intontito dalla rivelazione e mangia in silenzio, accettando con venerazione ogni boccone che gli porge Ges. Ma piano piano si rinfranca e, specie dopo una bella giocata con Giovanni mentre gli altri si riposano sull'erba verde, torna a Ges insieme al ridente Giovanni e fanno un crocchietto a tre. "Non mi hai pi detto chi parla di Me nel Libro." "I Profeti, Signore. E prima ancora ne parla il Libro fin da quando cacciato Adamo e poi a Giacobbe e ad Abramo e a Mos... Oh!... Mi diceva mio padre che era andato da Giovanni - non questo, l'altro Giovanni, quello del Giordano - che egli, il gran Profeta, ti chiamava l'Agnello... Ecco, ora capisco l'agnello di Mos... La Pasqua sei Tu!" Giovanni lo stuzzica: "Ma quale il Profeta che ha profetato meglio di Lui?" "Isaia e Daniele. Ma... mi piace di pi Daniele, ora che ti amo come amo il padre mio. Lo posso dire? Dire che ti amo come ho amato mio padre? S. Ebbene, ora preferisco Daniele." "Perch? Chi parla tanto del Cristo Isaia." "S. Ma parla di dolori del Cristo. Invece Daniele parla del bell'angelo e della tua venuta. E' vero... lui pure dice che il Cristo sar immolato. Ma io penso che l'Agnello sar immolato d'un colpo solo. Non come dicono Isaia e Davide. Io piangevo sempre quando li sentivo leggere, e la mamma non me li disse pi." Quasi piange anche ora, mentre carezza una mano di Ges. "Non ci pensare per ora. Ascolta. I precetti li sai?" "S, Signore. Credo di saperli. Nel bosco me li ripetevo per non dimenticarli e per sentire le parole della mamma e del padre mio. Ma ora non piango pi (veramente c' un grande luccicore nelle pupille) perch ora ho Te." Giovanni sorride e si abbraccia il suo Ges dicendo: "Le mie stesse parole! Tutti i pargoli di cuore parlano uguale." "S. Perch le loro parole vengono da un'unica sapienza. Ora bisognerebbe andare, in modo da giungere a Berot molto presto. La gente cresce e il tempo minaccia. I ricoveri saranno presi d'assalto. E non voglio che vi ammaliate." Giovanni chiama i compagni, e si riprende la marcia fino a Berot attraverso una pianura non molto coltivata, come non assolutamente arida come era il monticello valicato dopo Silo.

195. Una lezione di Giovanni di Endor allIscariota e larrivo a Gerusalemme. 20 giugno 1945. Il cielo a pioggia e Pietro mi pare un Enea capovolto, perch in luogo di portare via il proprio padre ha sulle spalle il piccolo Jab, tutto ricoperto dal mantellone di Pietro. La testolina si vede emergere sopra il capo canuto di Pietro, che ha le braccia del piccolo attorno al collo e che ride, diguazzando nelle pozzanghere. "Ce la poteva risparmiare questa" brontola l'Iscariota, nervoso per l'acqua che viene dal cielo, che schizza sulle vesti dal suolo. "Eh! si potrebbero risparmiare tante cose!" risponde Giovanni di Endor fissando col suo unico occhio, che credo che veda per due, il bel Giuda. "Che vuoi dire?" "Voglio dire che inutile pretendere che gli elementi abbiano riguardi per noi, quando noi non ne abbiamo coi nostri simili, e in materia ben pi grave che non siano due gocce d'acqua o uno spruzzo di fango. "E' vero. Ma a me piace entrare in citt ordinato, pulito. Ho molte amicizie, io, e in alto." "Attento allora di non cascare." "Mi stuzzichi?" "Nooh! Ma sono un vecchio maestro e... un vecchio scolaro. Da quando vivo imparo. Prima ho imparato a vegetare, poi ho osservato la vita, poi ho conosciuto l'amarezza della vita, ho esercitato una inutile giustizia, quella del 'solo' contro Dio e contro la societ. Dio mi ha castigato con il rimorso, la societ con le catene, perci il giustiziato, in fondo, sono stato io. Infine, ora, ho imparato, sto imparando, a 'vivere'. Ora, essendo maestro e scolaro, tu capisci che mi viene naturale di ripetere le lezioni." "Ma io sono l'apostolo..." "E io sono un disgraziato, lo so, e non dovrei permettermi di insegnare a te. Ma, vedi, non si sa mai ci che si pu diventare. Credevo di morire onesto e venerato pedagogo in Cipro, e divenni omicida e ergastolano. Ma quando alzavo il coltello per farmi vendetta, e quando trascinavo la catena odiando l'universo, se mi avessero detto che sarei divenuto discepolo del Santo, avrei dubitato della mente di chi me lo avesse detto. Eppure... tu lo vedi! Perci chiss che anche a te, apostolo, io non posa dare qualche lezione buona. Per la mia esperienza. Non per la santit. Non ci penso neppure." "Ha ragione quel romano a chiamarti Diogene." "Gi. Ma per Diogene cercava l'uomo e non lo trov. Io, pi fortunato di lui, ho trovato una serpe dove credevo essere la donna e un cuculo dove vedevo l'uomo amico, ma dopo aver vagato per tanti anni, reso folle da questa conoscenza, ho trovato l'Uomo, il Santo." "Io non conosco altra sapienza che quella d'Israele." "Se cos , hai gi di che salvarti. Ora per hai anche la scienza, anzi la sapienza di Dio." "E' la stessa cosa." "Oh! no! Come un giorno nebbioso rispetto a uno pieno di sole." "Insomma, mi vuoi ammaestrare? Io non ne ho voglia." "Lasciami parlare! Prima parlavo ai bambini: erano svagati. Poi alle ombre: mi maledivano. Poi ai polli: erano gi migliori dei due primi, molto migliori. Ora parlo con me stesso non potendo ancora parlare con Dio. Perch me lo vuoi impedire? Ho mezza vista, la vita spezzata dalle miniere, il cuore malato da tanti anni. Lascia almeno che non mi sterilisca la mente." "Ges Dio." "Lo so, lo credo. Pi di te. Perch io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarit. Gli parla la mia anima... ma il labbro non osa. L'anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore." "E' vero, Giovanni. Io sento la tua anima." Ges entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce

di vergogna, l'uomo di Endor di gioia. "Io sento la tua anima, vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti giover essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso..." "Una volta, Maestro, e non molto, mi hai detto che male parlare col proprio io" osserva impertinente Giuda. "E' vero, l'ho detto. Ma era perch tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest'uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male." "Insomma, ho torto!". Giuda aggressivo. "No, hai dell'uggia nel cuore. Ma non sempre pu essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. E' carit pregare perch essa venga. E' carit anche questa. Ma guarda, ecco un bell'arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo gi oltre Atarot, il triste vallone superato, qui tutto coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell'orrenda libidine commessa dai gabaoiti. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda..." Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere. "Ma che ha, oggi, quello?" chiede Bartolomeo. "Taci, che Simone di Giona non senta. Evitiamo questioni e... non avveleniamo Simone. E' cos felice col suo bambino!" "S, Maestro. Ma non sta bene. Glielo dir" "E' giovane, Natanaele. Anche tu lo fosti..." "S... ma... Non deve mancarti di rispetto!". Senza volere alza la voce. Accorre Pietro: "Che c'? Chi manca di rispetto? Il nuovo discepolo?" e guarda Giovanni di Endor, che si discretamente ritirato quando ha capito che Ges correggeva l'apostolo, e che sta parlando con Giacomo d'Alfeo e Simone Zelote. "Neanche per idea. E' rispettoso come una fanciulla." "Ah! bene! Se no... eh! era in pericolo il suo occhio. Allora... allora Giuda!..." "Senti, Simone, non potresti occuparti del tuo piccolo? Me lo hai levato e poi vuoi occuparti di una conversazione amichevole fra Me e Natanaele. Non ti pare che vuoi fare troppe cose?" Ges sorride cos tranquillo che Pietro resta incerto sul suo giudizio. Guarda Bartolomeo... ma questo ha alzato il suo volto aquilino a scrutare il cielo... Pietro sente cadere il sospetto. L'apparizione della Citt, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d'orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto. Il sole ben caldo dell'aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d'acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano i mantelli. E cos fa Ges. Vedo che tutti fanno cos. L'entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Citt Santa era la 'vera' regina degli israeliti. Lo capisco bene quest'anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in un altro gruppo, i bambini con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello pi usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l'andatura diviene solenne, gi ieratica. In ogni gruppo c' il solista che d tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi pi buoni, come raddolciti dall'aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d'oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio. Qui - nella comitiva apostolica che si forma cos: davanti Ges e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l'Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo - qui Ges che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale, fuso, a renderlo pi prezioso a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda

Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Ges e il quasi basso di Tommaso che un baritono talmente profondo da non essere quasi pi tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro-pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali). Il piccolo Jab, voce d'angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perch lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: "Mi sono rallegrato per quello che mi stato detto: 'Andremo alla casa del Signore' ". E' veramente tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste. Ecco le mura ormai prossime. Ecco la Porta dei Pesci. Ecco le vie sopraffollate. Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo. Il viaggio verso Gerusalemme compiuto.

196. Il sabato al Getsemani. Ges parla della Madre e degli amori di diverse potenze. La mattina del sabato stata occupata, per la maggior parte del tempo, in ristoro dei corpi stanchi e delle vesti polverose e sgualcite dal viaggio. Nelle ampie cisterne del Getsemani, che l'acqua piovana ha fatto colme, e nel Cedron che fa tutto una sinfonia sui sassi, spumoso, pieno, per le acquate degli ultimi giorni, vi tant'acqua che un vero invito. E l'uno dopo l'altro i pellegrini, sfidando la frescura, scendono a tuffarvisi e poi, rivestiti a nuovo da capo a piedi, con ancora i capelli un poco stesi dagli spruzzi del torrente, attingono acqua dalle cisterne per riversarla in capaci vasche dove sono le vesti, colore per colore. "Oh! bene!" dice Pietro contento. "L si purgheranno e Maria le laver con minor fatica" (suppongo che sia la donna che al Getsemani). "Solo tu, piccolino, non ti puoi mutare. Ma domani...". Infatti ha una vesticciola pulita il fanciullo, tratta dal sacchettino suo, un sacchettino che potrebbe bastare ad una bambola tanto piccino. Ma la vesticciola ancora pi stinta e lacera dell'altra, e Pietro la guarda con apprensione mormorando: "Come faccio a portarlo in citt? Quasi quasi farei in due il mio mantello, perch con un mantello... si coprirebbe tutto." Ges, che sente questo soliloquio paterno dice: "E' meglio farlo riposare ora. Questa sera andremo a Betania..." "Ma io voglio comprargli la veste. Gliel'ho promesso..." "Lo farai certamente. Ma meglio consigliarsi con la Madre. Sai... le donne... hanno pi capacit di noi negli acquisti.... e ne sar felice di occuparsi di un bambino... Andrete insieme!" L'idea di andare con Maria a fare gli acquisti rapisce al settimo cielo l'apostolo. Non so se Ges esprima tutto il suo pensiero o se ne trattenga una parte, ossia quella che avrebbe detto come sua Madre ha un gusto pi fino che salva da accozzi di colori atroci. Fatto che ottiene lo scopo senza mortificare il suo Pietro. Si spargono per l'uliveto, cos bello in questo sereno giorno d'aprile. La pioggia dei giorni scorsi sembra avere inargentato gli ulivi e seminato fiori, tanto le fronde splendono al sole e sono numerosi i fioretti ai piedi degli ulivi. Gli uccelli cantano e volano da tutte le parti. La citt stesa l, in direzione ovest di chi guarda. Non si vede il formicolio della folla al suo interno, ma si vedono le carovane che vanno verso la porta dei Pesci ed altre porte di cui non so il nome, da questo lato est, e che poi vengono inghiottite dalla citt come fosse un famelico ventre. Ges passeggia osservando Jab che gioca allegro con Giovanni e con i pi giovani. Anche l'Iscariota, passata la stizza di ieri, allegro e giuoca. I pi anziani osservano e sorridono. "Cosa dir tua Madre di questo fanciullo?" chiede Bartolomeo. "Io dico che dir: 'E' molto esile' " dice Tommaso.

"Oh! no! Dir: 'Povero fanciullo!' " risponde Pietro. "Ti dir invece. 'Sono contenta che Tu lo ami' " obbietta Filippo. "La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parler. Se lo prender sul cuore" dice lo Zelote. "E Tu, Maestro, che dici che dir?" "Far quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penser e le dir nel suo cuore, e nel baciarlo dir solo: 'Che tu sia benedetto!' e lo curer come fosse un uccellino caduto dal nido. Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perch ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d'amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d'amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di pi al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perch la madre non la capiva e non sapeva dirle come si pu fare ad essere la 'pura' e la 'peccatrice' insieme. Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull'orlo di una fontana. Le fece la parabola dell'uccellino, dicendo che Dio l'aveva salvata in anticipo e che perci Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercit la sua prima maternit spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasci mai pi l'orto di Nazaret, consolando con i suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Mor poco prima che spirasse Anna... Aveva finito il suo compito... Mia Madre si era votata alla verginit per l'amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternit nel sangue e nello spirito. Perch la donna fatta per essere madre, ed aberrazione quando sorda a questo sentimento, che amore di seconda potenza..." Si sono accostati anche gli altri, piano piano. "Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?" chiede Giuda Taddeo. "Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi l'amore di prima potenza: quello che si d a Dio. Poi l'amore di seconda potenza: quello materno, o paterno, perch se il primo tutto spirituale, questo per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, s, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perch un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto vero ci che dico, che chi si vota all'infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne." "Io li amavo infatti molto i miei discepoli" dice Giovanni di Endor. "Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jab." L'uomo di Endor si china e bacia la mano di Ges senza parlare. "Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori" prega lo Zelote. "Vi l'amore per la compagna: amore di terza potenza perch fatto per met - parlo sempre dei sani e santi amori - di spirito e met di carne. L'uomo per la sposa un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori pi elevati." "E l'amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?" chiede l'Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e... feroci per l'osservazione. Ma Ges risponde placido: "No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perch Dio, dunque non necessita alcuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli Colui che , ossia il Tutto; e l'uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l'anima infusa dall'Eterno - senza quella l'uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell'aria - deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscer profanazione e distruzioni in eterno. L'amore dell'uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto 'cosa buona', in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: 'Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra...'. Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito cos: posto che nel creato avanti la colpa tutto

era regolato e basato sull'amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all'uomo: 'Crescete e moltiplicatevi'. 'Amate perci, dopo di Me, i vostri figli'. L'amore quale ora , il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l'esecrata fame del senso. L'uomo amava la donna e la donna l'uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l'intendiamo o, meglio, voi uomini l'intendete, ma secondo natura dei figli di Dio: soprannaturalmente. Dolci, primi giorni d'amore fra i due che erano fratelli, perch nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell'amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l'uomo provava l'amor di padre per la compagna 'osso delle sue ossa e carne della sua carne', cos come il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d'esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perch sentiva di avere in s qualcosa di quello splendido uomo che l'amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell'Eden! Dopo, nell'ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e parola: 'L'uomo lascer suo padre e sua madre e si unir alla sua moglie e i due saranno una carne sola'. Se non ci fossero stati i piloni dei tre amori suddetti, avrebbe potuto esserci l'amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L'amore di Dio fa Dio amico e insegna l'amore. Chi non ama Dio, che buono, non pu certo amare il prossimo, che in maggioranza difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternit nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perch il prossimo fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?" "S, Maestro, non avevo riflettuto." "E' infatti molto difficile risalire alle sorgenti. L'uomo ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio... Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono..." "E gli altri amori?" chiedono insieme Simone Zelote e l'uomo di Endor. "Il primo della seconda serie quello del prossimo. In realt il quarto in potenza. Poi viene l'amore alla scienza. Indi l'amore al lavoro." "E basta?" "E basta." "Ma vi sono molti altri amori!" esclama Giuda Iscariota "No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono 'disamori'. Negano Dio, negano l'uomo. Non possono perci essere amori, perch sono negazioni e la negazione odio." "Se io nego di acconsentire al male, odio?" chiede ancora Giuda Iscariota. "Miseri noi! Ma sei pi cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? E' l'aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?" esclama Pietro. "No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui facile parlare per l'appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti." "E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti quei cenci?" interroga Pietro. "Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!" "Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino... Dopo poco uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi... Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che brandellino e fra che sporco... hum! non so che combinerai." "Tu non ci pensare. Sono affari miei." "Oh! sta' certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi... Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perch, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi..." "Quando far male lo farai. Ma non sar mai perch io so fare... Non sono ignorante io..." "Lo sono io, lo so. Ma appunto perch lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento

buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuter per amore del suo Messia di cui io sono il servo pi infimo e pi fedele." "Fedeli siamo tutti!" ribatte arrogante Giuda. "Oh! cattivo! Perch offendi il padre mio? E' vecchio, buono. Non devi. Se sei un cattivo uomo e mi fai paura" dice Jab severo, rompendo il silenzio attento in cui era. "E due!" esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l'Iscariota ha sentito. "Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?" dice Giuda acceso di stizza. "Ma non sarebbe pi bello continuare la lezione del Maestro anzich sembrare tanti capretti imbizziti?" chiede il pacifico Tommaso. "Ma s, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. E' cos luminosa la sua infanzia! Ci fa l'anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!" esclama Matteo. "Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno pi dolce dell'altro..." "Lei te li ha narrati?" "Qualcuno. Ma molti pi Giuseppe, come il pi bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni pi vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret." "Oh! racconta..." prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all'ombra degli ulivi, con Jab al centro che guarda fisso Ges come udisse una paradisiaca fiaba. "Vi dir la lezione di castit che diede mia Madre, pochi giorni avanti l'entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri. Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l'incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perch Ella viveva moto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tutt'ora 'dei suoi sponsali', pi di ogni luogo. Quando perci era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano 'il Fiore di Nazaret' oppure 'la Perla di Galilea' o anche 'la Pace di Dio' a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagire. Ed era infatti tutto questo e pi ancora. E' il Fiore del Cielo e del creato, la Perla del Paradiso, la Pace di Dio... S, la Pace. Io sono il Pacifico perch sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave. Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con gravit gentile: 'Ve ne prego. Non mi sgualcite'. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d'azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo... oppure alla ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l'aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l'assicurarono che non le avrebbero sgualcita n veste n ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: 'Non penso a ci che si ripara. Parlo dell'anima mia. E' di Dio. E non vuole essere toccata che da Dio'. Le obiettarono: 'Ma noi baciamo te, non la tua anima'. Ed Essa: 'Il mio corpo tempio dell'anima e vi sacerdote lo Spirito. Il popolo non ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio.' Alfeo, che aveva allora otto anni e che l'amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: 'Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?'. Ancora in lui durava l'effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito. Ed Ella: 'Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l'anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come 'vero Vivente' a cui potr dare me stessa.' Ecco un episodio." " 'Vero vivente'!!! Ma sai che parola profonda!" esclama Bartolomeo. E Ges, umilmente con un sorriso: "Ella era la Madre della Sapienza." "Era?... Ma non aveva tre anni?"

"Era. Io vivevo gi in Lei, essendo Dio in Lei, dal suo concepimento, nella sua Unit e Trinit perfettissima." "Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?" chiede Giuda Iscariota. "Non lo sapevano." "E allora come pot dire Gioacchino che Dio l'aveva salvata in anticipo? Ci non allude al suo privilegio sulla colpa?" "Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verit soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. Perch era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternit. Ed era un umile. Non vi infatti giustizia dove superbia. Lui era giusto ed umile. Consol la Figlia per amor di padre. L'istru per sapienza di sacerdote, ch tale era essendo tutore dell'Arca di Dio. La consacr come Pontefice del titolo pi dolce: 'La Senza Macchia'. Un giorno verr che un altro canuto pontefice dir al mondo: 'Ella la Concepita senza Macchia', e dar al mondo dei credenti questa verit, come articolo di fede non impugnabile, perch nel mondo d'allora, sempre pi sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell'Increato. Perch DioRe ha per Regina, nel suo Regno, Maria." "Allora Gioacchino era profeta?" "Era un giusto. La sua anima disse come un'eco ci che Dio diceva alla sua anima amata da Dio." "Quando andiamo da questa Mamma, Signore?" chiede con occhi di desiderio Jab. "Questa sera. Che le dirai vedendola?" "'Ti saluto, Madre del Salvatore'. Va bene cos?" "Molto bene" conferma Ges accarezzandolo. "Ma oggi non andremo al Tempio?" chiede Filippo. "Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non vero?" "S, Signore." La moglie di Giona, il conduttore dell'uliveto, che si accostata piano piano, dice: "Perch non lo porti? Ne ha desiderio il bambino..." Ges la fissa con insistenza senza parlare. La donna capisce e lo dice: "Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare" e corre via lesta. Jab tira Giovanni per una manica: "Saranno severi i Maestri?" "Oh! no. Non avere paura. E poi non per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai pi sapiente di un dottore" lo conforta Giovanni. Gli altri sentono e sorridono alle apprensioni di Jab. "Ma chi lo presenter come fosse il padre?" chiede Matteo. "Io. E' naturale! A meno... che lo voglia presentare il Maestro" dice Pietro. "No, Simone. Io non lo far. Ti lascio questo onore." "Grazie, Maestro. Ma... ci sarai anche Tu?" "Certamente. Tutti ci saremo. E' il 'nostro' bambino..." Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: "Marco non me lo volle mai usare perch non gli piaceva il colore." Sfido io! E' atroce! E il povero Jab, cos olivastro come , sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede... e perci felice di quel mantello in cui pu drappeggiarsi come un adulto... Il pasto pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l'agnello." "Andiamo, allora." E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.

197. Nel Tempio con Giuseppe dArimatea. Lora dellincenso. 22 giugno 1945. Pietro proprio solenne mentre entra in veste di padre nel recinto del Tempio, tenendo per mano Jab. Sembra persino pi alto tanto procede impettito. Dietro, in gruppo, tutti gli altri. Ges l'ultimo, occupato in una conversazione serrata con Giovanni di Endor, che pare vergognarsi di entrare nel Tempio. Pietro chiede al suo protetto: "Ci sei mai stato?", avendo per risposta la frase: "Quando sono nato, padre. Ma non me ne ricordo", cosa che fa ridere di gusto Pietro, che la ripete ai compagni, che ridono pure loro dicendo bonari e arguti: "Forse dormivi e perci...", oppure: "Siamo tutti come te. Non ci ricordiamo di quando siamo venuti qui di nascita." Anche Ges chiede la stessa cosa al suo protetto e ne ha una risposta analoga o quasi. Perch Giovanni di Endor dice: "Eravamo proseliti e ci venni in braccio a mia madre, proprio per una Pasqua, perch sono nato ai primi di adar e la madre, lei era di Giudea, si mise in viaggio appena pot, per offrire in tempo il suo maschio al Signore. Forse troppo presto... perch si ammal e non guar pi. Io avevo meno di due anni quando rimasi senza madre. La prima sventura della mia vita. Ma ero il suo primogenito, l'unigenito rimasi per la sua malattia, ed ella era fiera di morire per avere ubbidito alla Legge. Mi diceva il padre. 'Ella morta contenta per averti offerto al Tempio'... Povera madre! Che offristi? Un futuro assassino..." "Giovanni, non dire cos. Allora eri Felice, ora sei Giovanni. Abbi presente la grande grazia che Dio ti ha fatto, questa sempre. Ma abbandona l'avvilimento di ci che fosti... Non sei tornato pi al Tempio?" "Oh! s. A dodici anni e da allora sempre finch... finch potei farlo... Dopo, quando avrei potuto farlo, non lo feci pi, perch te l'ho detto che culto avevo, uno solo: l'Odio... E anche per questo non oso inoltrarmi qui. Mi sento straniero nella Casa del Padre... Io l'ho abbandonato per troppo tempo..." "Tu vi torni preso per mano da Me che sono il Figlio del Padre. Se Io ti conduco davanti all'altare perch so che tutto perdonato." Giovanni di Endor ha un aspro singhiozzo e dice: "Grazie, mio Dio." "S, ringrazia l'Altissimo. Lo vedi che aveva spirito profetico tua madre, vera israelita? Tu sei il maschio sacro al Signore e non pi riscattato. Sei mio, sei di Dio, discepolo, e perci futuro sacerdote del tuo Signore nella nuova ra e religione che avr nome da Me. Io ti assolvo di tutto, Giovanni. Procedi sereno verso il Santo. In verit ti dico che fra questi che abitano questo recinto ve ne sono molti pi colpevoli di te e indegni di te di accostarsi all'altare..." Pietro intanto si industria di spiegare al bambino le cose pi degne di rilievo nel Tempio, ma chiama in suo soccorso gli altri pi colti, e specie Bartolomeo e Simone, perch si trova a suo agio con questi anziani in questa sua veste di padre. Sono presso il gazofilacio per fare le loro offerte quando li chiama Giuseppe d'Arimatea. "Qui siete? Da quando?" dice dopo i saluti reciproci. "Da ieri sera." "Il Maestro?" "E' l, con un discepolo novello. Ora verr." Giuseppe guarda il bambino e chiede a Pietro: "Un tuo nipotino?" "No... s... Insomma, nulla come sangue, molto come fede, tutto come amore." "Non ti capisco..." "Un orfanello... perci nulla come sangue. Un discepolo... perci molto come fede. Un figlio... perci tutto come amore. Il Maestro lo ha raccolto... e io me lo carezzo. Deve divenire maggiorenne in questi giorni?..." "Gi dodici anni? Cos piccino?" "Eh!... ma te lo dir il Maestro... Giuseppe, tu sei buono... uno dei pochi che buoni siano qui dentro... Dimmi, mi aiuteresti in questa faccenda? Sai... io lo presento come fosse mio figlio. Ma sono galileo e ho una brutta lebbra addosso..."

"Lebbra?!" esclama e interroga spaurito Giuseppe, scostandosi. "Non avere paura!... Ho la lebbra di essere di Ges! La pi odiosa per quelli del Tempio, salvo poche eccezioni." "Noooh! Non lo dire!" "E' la verit e va detta... Perci temo che saranno crudeli con il piccolo per via di me e di Ges. Poi non so come sappia la Legge, l'Halascia, l'Haggadha e i Midrasciot. Ges dice che sa assai..." "Eh! ma se lo dice Ges! Non avere paura!" "Pur di darmi un dispiacere quelli..." "Ci vuoi molto bene a questo piccolo! Lo tieni sempre con te?" "Non posso!... Io cammino sempre... Il bambino piccolo e gracile..." "Ma io ci verrei volentieri con te..." dice Jab, che si rassicurato per le carezze di Giuseppe. Pietro sfavilla di gioia... Ma dice: "Il Maestro dice che non si deve e non lo faremo... Ma ci vedremo lo stesso... Giuseppe.... mi aiuti?" "Ma s! Verr io con te. Davanti a me non faranno ingiustizie. Quando? Oh! Maestro! Dammi la tua benedizione!" "La pace a te, Giuseppe. Ho piacere di vederti e in buona salute." "Io pure, Maestro, e anche gli amici ti vedranno con gioia. Sei al Getsemani'? "Ero. Dopo la preghiera vado a Betania." "Da Lazzaro?" "No. Da Simone. Ho anche la Madre mia e la madre dei miei fratelli e quella di Giovanni e Giacomo. Verrai a trovarmi?" "Lo chiedi? Grande gioia e grande onore. Te ne ringrazio. Verr con diversi amici..." "Va' piano, Giuseppe, con gli amici!..." consiglia Simone Zelote. "Oh! li conoscete gi. Prudenza dice: 'L'aria non oda'. Ma quando li vedrete capirete che sono amici." "Allora..." "Maestro, Simone di Giona mi diceva della cerimonia del piccolo. Sei venuto mentre chiedevo quando intendete farla. Ci voglio essere io pure. "Il mercoled avanti Pasqua. Voglio che faccia la sua Pasqua da figlio della Legge." "Molto bene. E' inteso. Verr a prendervi a Betania. Ma luned verr con gli amici." "E' detto." "Maestro, ti lascio. La pace sia con Te. E' l'ora dell'incenso." "Addio, Giuseppe. La pace sia con te. Vieni, Jab. Questa l'ora pi solenne del giorno. Ve ne una analoga al mattino. Ma questa ancor pi solenne. Il mattino inizia il giorno. Ed bene che l'uomo benedica il Signore per esserne benedetto durante la giornata, in tutte le sue opere. Ma alla sera ancora pi solenne. La luce decade, cessa il lavoro, viene la notte. La luce che decade ricorda la caduta nel male, e veramente le azioni di peccato avvengono solitamente nella notte. Perch? Perch l'uomo, non pi distratto dal lavoro, pi facile ad essere circuito dal Maligno che getta i suoi richiami e i suoi incubi. Perci bene, dopo aver ringraziato Dio per averci protetto durante il giorno, supplicarlo perch si allontanino da noi i fantasmi della notte e le tentazioni. La notte, il sonno... simbolo della morte. Ma beati quelli che, avendo vissuto con la benedizione del Signore, si addormentano non nelle tenebre ma in una fulgida aurora. Il sacerdote che offre l'incenso lo fa per noi tutti. Prega per tutto il popolo, in comunione con Dio, e Dio gli affida la sua benedizione per il popolo dei suoi figli. Vedi quanto grande il ministero del sacerdote?" "Mi piacerebbe... Mi parrebbe di essere ancora pi vicino alla mamma..." "Se sarai sempre un buon discepolo e un buon figlio di Pietro, lo diventerai. Ora vieni. Ecco che le trombe annunciano che l'ora giunta. Andiamo con venerazione a lodare Geov." (Ges dice cos, con il G che diviene lungo: un Sgiveee molto cantato, e con le ultime e molto aperte come fossero quasi un a mentre quella che segue il g molto chiusa).

198. Lincontro con la madre a Betania. Jab cambia il suo nome in Margziam. 23 giugno 1945. Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania - e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania - Ges coi suoi cammina sollecito verso la citt di Lazzaro. E non vi ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall'altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Ges, e subito dopo accorrono Maria d'Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jab, sempre per mano di Ges, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre. Ges abbandona la mano di Jab e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l'aria, squillando come un assolo d'amore sul brusio della folla: "Figlio!", "Mamma!". Si baciano, e nel bacio di Maria l'affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l'ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l'estensione il pericolo in cui incorso... Ges la carezza, Lui che comprende, e dice: "Oltre il mio angelo, avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male." "Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!" "Volevo venire pi sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perch il tuo comando, Madre mia, come sempre fiorito in bene." "La tua ubbidienza, Figlio!" "Il tuo comando sapiente, Madre..." Si sorridono come due innamorati. Ma possibile che questa Donna sia la Madre di quest'uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che nella pienezza della sua bellissima virilit. "Non mi chiedi perch fiorito in bene?" chiede Ges sempre sorridendo. "So che il mio Ges non mi tiene nascosto nulla." "Mamma cara!". La bacia ancora... La gente si tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c' uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena. Quello che guarda pi di tutti Jab, che Ges ha lasciato andare quando corso ad abbracciare sua Madre e che rimasto solo, perch nell'affollarsi delle domande e delle risposte l'attenzione distratta dal povero bambino... Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto... ma infine non ce la fa e scoppia in pianto gemendo: "Mamma! Mamma!" Tutti, Ges e Maria per i primi, si volgono, e tutti, cercano riparare o sapere chi il bambino. Maria d'Alfeo accorre, e accorre Pietro - erano insieme - dicendo entrambi: "Perch piangi?" Ma prima che fra il suo grande pianto Jab possa trovare fiato per parlare, accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: "S, figliolino mio, la Mamma! Non piangere pi... e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino...". Si capisce che Ges, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: "E' un orfanello che ho preso con Me." Il resto lo ha intuito Maria. Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto. "Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere pi! Dammi un bacio..." Jab... non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria. Ma Ges ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Ges viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e

dice: "Ecco, Madre, l'altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando." "La tua ubbedienza, Figlio" ripete Maria, e poi saluta l'uomo dicendo: "La Pace con te." L'uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si gi mutato da quel mattino in cui il capriccio dell'Iscariota ha portato Ges a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo che sia cos, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente, 'pacificato'. Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jab in braccio, Ges tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo. Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Ges e il suo padrone. "La pace a te, Giuseppe, e a questa casa" dice Ges alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore. Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Ges chiede: "Perch, amici?" "Perch Tu non sei con noi, e perch tutti vengono a Te meno l'anima che vorremmo fosse tua." "Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!... Questa casa non che il nido da cui il Figlio dell'uomo voler ogni giorno dai cari amici, cos vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente pi vicini nell'amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si pu essere pi vicini di cos? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola." "Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!" Il grido di Maria d'Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di Ges si alza sollecita per andare al suo lavoro. Ma Marta la raggiunge: "Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti mander sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro." "Ho visto Giuseppe d'Arimatea, Lazzaro. Luned viene qui con degli amici." "Oh! allora quel giorno sei mio!" "S. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jab. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertir. Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa. "Il bambino" spiega Ges alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, " nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon..." "E' vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?" "Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se cosa sicura." "Se li vendesse... li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti." "Non credo che ci riuscirai. Giocana pronto a prenderli." "Vedremo... Ma continua il racconto. Che contadini sono? Quelli di prima li ha tutti sparsi." "S. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perch Doras non lo scorgesse... e vi dall'inverno..." "Oh! povero bambino! Ma perch?". Le donne sono tutte commosse. "Perch suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui vissuto perch non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso." "Ho fatto male, Signore?" chiede umilmente Isacco. "Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni." "Oh! miserello! Cos piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell'et... E

Ges? Che fiore!" dice Maria d'Alfeo. E Salome: "Anche i miei figli erano ben pi forti!" Marta mormora: "Veramente ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni." "Eh! la fame brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi... Cosa gli doveva dare il vecchio, se l si muore tutti di fame?" dice Pietro. "S, ha molto sofferto. Ma molto buono e intelligente. L'ho preso per consolare il vecchio e il bambino." "Lo adotti?" dice Lazzaro. "No. Non posso." "Allora lo prendo io." Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: "Signore, tutto a lui?" Ges sorride: "Lazzaro tu hai gi fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. E' il 'nostro' bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. Io gli voglio fare dono del mio manto regale: 'l'onesta povert'. Quella che il Figlio dell'uomo volle per S, per poter avvicinare tutte le pi grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono..." "Ah! S! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono." "Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?" "Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l'ho messo agli alveari. Ieri - vero, sorella? - aveva la lunga barba tutta d'oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. E' felice." "Lo credo! Che tu sia benedetto!" dice Ges. "Grazie, Maestro. Ma quel bambino ti coster! Mi permetterai almeno..." "Ci penso io alla sua veste di festa" strilla Pietro. Ridono tutti per l'impulsivit del grido. "Va bene. Ma avr bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare." Pietro, cos pregato, si commuove subito e dice: "Le vesti... s... Ma la veste per mercoled la prendo io. Me l'ha promesso il Maestro, e ha detto che andr con la Madre ad acquistarla domani". Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore. Ges sorride e dice: "S, Madre, ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest'uomo mi muore d'affanno. Lo consiglierai nella scelta." "Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Star molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora. "Rosso andr molto bene. Anche Ges era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso" dice dolcemente Maria. "Io dicevo cos perch vedo che Giuda, che bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull'abito rosso." "Ma queste non sono verdi, amico!" ride l'Iscariota. "No? E che colore allora?" "Questo colore detto 'vena d'agata'." "E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L'ho visto anche sulle foglie..." Maria Santissima interviene benigna: "Simone ha ragione. E' il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri..." "Ecco" e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde" termina contento Pietro. La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa. "Chiamate il piccino" prega Maria E il bambino accorre subito insieme a Giovanni. "Come ti chiami?" chiede Maria accarezzandolo. "Sono... ero Jab. Ma ora aspetto il nome..." "Lo aspetti?" "S, Jab vuole un nome che voglia dire che Io l'ho salvato. Tu lo cercherai, Madre. Un nome d'amore e di salvezza."

Maria pensa... e poi dice: "Marjiam (Maarhgziam). Tu sei la piccola stilla nel mare dei salvati di Ges. Ti piace? Cos ricorda anche me oltre che la Salvezza." "E' molto bello" dice contento il bambino. "Ma non un nome da donna?" chiede Bartolomeo. "Con una elle al fondo, invece della emme, quando questa stilla di Umanit sar adulto, potrete mutare il suo nome in nome d'uomo. Ora porta il nome che gli ha dato la Mamma. Non vero?" Il bambino dice di s e Maria lo carezza. La cognata la interpella: "E' bella questa lana" e tocca il mantellino di Jab. "Ma ha un tale colore! Che dici? Io la tingerei in rosso scurissimo. Verr bene." "Domani sera lo faremo. Perch domani avr la sua nuova veste. Ora non glielo possiamo levare." Marta dice: "Verresti con me, bambino? Ti porto qui vicino, a vedere tante cose, e poi si torna qui..." Jab non si rifiuta. Non rifiuta mai niente... ma pare un poco spaurito ad andare con la donna quasi sconosciuta. Dice timido e gentile: "Potrebbe venire con me Giovanni?" "Ma certo!..." Se ne vanno. E nella loro assenza le conversazioni continuano fra i vari gruppi. Narrazioni, commenti, sospiri sulla durezza umana. Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C' chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati... "Ma non lo avevano seguito?" "S. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia, e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo." "E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo quel nuovo discepolo. Per ora sta con me. Voglio che faccia la Pasqua con Me." "Io la far in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per Me e i compagni. Vengono tutti, quest'anno. E saremo con Gionata." "Anche quelli del Libano?" "Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni." "Vengono quelli di Giocana, lo sai?" "Davvero? Star alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedr e li porter con me." "Attendili proprio per l'ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l'agnello" "Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l'altro, il loro, servir loro per il ritorno. Rientra Marta con Giovanni e il bambino in una piccola veste di lino bianco con una sopraveste rossa. Sul braccio ha un mantello pure rosso. "Li riconosci, Lazzaro? Vedi che tutto serve?" I due fratelli si sorridono. Ges dice: "Io ti ringrazio, Marta." "Oh! Signore mio! Ho la malattia di conservare tutto. L'ho ereditata dalla madre mia. Ho ancora molte vesti di mio fratello. Care perch toccate dalla madre. Ogni tanto ne levo un capo per qualche bambino. Ora li dar a Margziam. Sono un poco lunghe, ma si possono rimborsare. Lazzaro, divenuto maggiorenne, non le volle pi... Un bel capriccio, tutt'affatto da pargolo... e l'ebbe vinta perch mia madre adorava il suo Lazzaro." La sorella lo carezza con amore e Lazzaro ne prende la bellissima mano, la bacia e dice: "E tu no?" Si sorridono. "E' una provvidenza questa" osservano in molti. "S, il mio capriccio ha fatto del bene. Forse mi sar perdonato per questo." La cena pronta e ognuno va al suo posto.... ...E' notte fatta quando Ges pu parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile l'uno presso l'altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano. Prima Ges che narra le cose avvenute. Poi Maria che dice: "Figlio, dopo la tua partenza, subito

dopo, venuta da me una donna... Ti cercava. Una grande miseria. E una grande redenzione. Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L'ho affidata a Susanna dicendo che era una tua guarita. E' vero. L'avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela... e molti con malvagi intenti. E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi ?" "Un'anima . Ma dimmi il nome, perch Io la possa accogliere senza errore . "Aglae . La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all'Acqua Speciosa, che per la sua rinata onest ha gi sofferto. Quanto!... Mi ha detto tutto... Che orrore!..." "Il suo peccato?" "Questo e... direi pi ancora: che orrore il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa..." "Lo so, Madre... dove Aglae?" "Giunger con Susanna avanti la Pasqua." "Va bene. Io le parler. Sar qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrer alla famiglia, l'attender. Non hai che da trattenerla, se viene. E' una grande redenzione, lo hai detto. E cos spontanea! In verit ti dico che in pochi cuori il mio seme attecch con la forza con cui attecch su questo terreno infelice. E dopo ne aiut la crescita, fino a completa formazione, Andrea." "Me lo ha detto." "Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?" "Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull'orlo di un abisso d'inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell'azzurro. Come sei Dio, mio Ges, quando compi questi miracoli!" Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna gi tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l'uno nell'amore dell'altra.

199. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Margziam per mezzo di Maria. 24 giugno 1945. La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l'aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono stati ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si vestono di una tinta d'oro che avviva i colori delle vesti e fa pi lucenti i colori dei capelli e delle pupille. Maria d'Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i capellucci di Margziam pareggiandoli con pi sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere. "Per ora cos" dice il servo. "Poi, quando avrai offerto a Dio le tue chiome da bambino, te li raccorcer per bene. Viene il caldo e starai meglio senza capelli sul collo. E ti si rinforzeranno. Sono aridi e friabili, trascurati. Lo vedi, Maria? Hanno bisogno di cure. Ora li ungo per tenerli al posto. Senti, bambino, che buon odore? E' l'olio che usa Marta. Mandorla, palma e midollo del pi fino con essenza rara. Fa molto bene. La mia padrona ha detto di tenere questo vasetto per il bambino. Oh! eco! Ora sembri il figlio del re" e il servo, che forse il barbiere della casa di Lazzaro, d un buffetto sulla guancia di Margziam, saluta Maria, e se ne va soddisfatto. "Vieni che ti vesto" dice Maria al bambino, che per ora ha unicamente una tunichella a maniche corte; credo sia la semplice camicia o quanto a quei tempi ne faceva funzione. E per la finezza del lino comprendo che faceva parte del corredo di Lazzaro bambino. Maria leva l'asciugatoio in cui era quasi fasciato Marjziam e lo riveste della sottoveste di lino increspata alla radice del collo e ai polsi,

e della sopraveste rossa, di lana, dall'ampia scollatura e dalle ampie maniche. Il lino splendente esce candidissimo dalla scollatura e dalle maniche della stoffa rossa opaca. La mano di Maria deve aver provveduto nella notte a regolare la lunghezza della veste e delle maniche, e ora va tutto bene, specie quando Maria gli cinge la vita colla morbida fascia della cintura terminata in un fiocco di lana bianca e rossa. Il bambino non sembra pi il povero esserino di pochi giorni sono. "Ora vai a giocare, senza sporcarti, mentre io mi preparo" dice Maria, accarezzandolo. E il bambino esce, saltellando contento, a cercare i suoi grandi amici. Il primo a vederlo Tommaso: "Ma come sei bello! Di nozze! Mi fai scomparire" dice il sempre allegro Tommaso, grassoccio, tranquillo. E lo prende per mano dicendo: "Vieni che andiamo dalle donne. Ti cercavano per darti l'imbeccata." Entrano nella cucina e Tommaso fa sobbalzare le due Marie curve sui fornelli gridando col suo vocione: "C' qui un giovanotto che vi desidera" e ridendo presenta il bambino che si era nascosto dietro la sua robusta persona. "Oh! caro! Ma vieni che ti do un bacio! Guarda, Salome, come sta bene!" esclama Maria d'Alfeo. "Davvero! Ora ha solo bisogno di farsi pi robusto. Ma ci penser io. Vieni che ti bacio anche io" risponde Salome. "Ma Ges lo affida ai pastori..." obbietta Tommaso. "Neanche per idea! In questo il mio Ges sbaglia. Cosa volete fare, e saper fare voi uomini? Litigare - perch, sia detto per caso, siete piuttosto litigiosi... come capretti che si amano ma si danno cornate - mangiare, parlare, avere mille bisogni, e pretendere dal Maestro tutta l'attenzione su di voi... altrimenti sono bronci... I bambini hanno bisogno delle mamme. Non vero... come ti chiami?" "Marjziam" "Ah! gi! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome pi facile!" "E' quasi come il suo! esclama Salome. "S. Ma il suo pi semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro... Tre sono troppe..." E' entrato l'Iscariota e dice: "Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l'antica lingua incorrotta." "Va bene. Ma difficile, e io ne levo una e dico Marziam. E' pi facile e non cascher il mondo per questo. Vero, Simone?" Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: "Che vuoi?" "Dicevo che il bambino lo chiamo Marziam. E' pi facile." "Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io cos. Ma come stai bene! Per anche io eh? Guardate!" Infatti tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento. Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: "Padre". Ecco Ges che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: "La pace sia fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace." Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli d un dolcetto. Tutti si riuniscono intorno a Ges. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui drappeggiato il mantello pi scuro, viene verso suo Figlio sorridendo. "Possiamo andare, allora" dice Ges. "Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto." "Ma certo! E poi... potr dire di aver potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore." "E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi..." "Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli... Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono..." "Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoled mattina.

All'ora di terza tutti alla Porta Dorata." "Io vengo con Te, Maestro" dice Giovanni. "Io pure" dice Giacomo suo fratello. "Ed anche noi" dicono i due cugini. "Vengo anche io" dice Matteo, e con lui lo dice Andrea. "E io? Vorrei venire anch'io... ma se vado per le spese non posso venire..." dice Pietro, preso fra due voglie. "Si pu fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemani per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui." "Io, se permetti, vado da alcuni amici... " dice Giuda Iscariota. "Ma l'ho detto. Fate quello che credete." "Allora io andr dai parenti. Forse gi venuto mio padre. Se c', te lo conduco" dice Tommaso. "Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele." "Ben detto" risponde questo a Bartolomeo. "E tu, Giovanni?" chiede Ges all'uomo di Endor. "Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?" "Veramente preferirei venire con Te... I libri... mi piacciono gi meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente." "Allora vieni. Addio, Lazzaro, a..." "Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascer, dopo i lebbrosi, andando al Getseman ad attenderti." "Andiamo. La pace a voi, donne." Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l'Iscariota per conto suo, entrando in citt probabilmente da quella porta che verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Ges e i compagni e poi entrano in citt dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino. "E ora andiamo da questi infelici!" dice Ges e, volgendo le spalle alla citt, va verso un luogo desolato situato sulle pendici di un colle roccioso che fra le due strade che da Gerico portano a Gerusalemme. Uno strano luogo fatto come a gradinate dopo la prima salita sulla quale si inerpica un sentiero, di modo che il primo balzo sopaelevato a picco per almeno tre metri sul sentiero, e cos il secondo. Arido, morto... Tristissimo. "Maestro" grida Simone lo Zelote "sono qui. Fermati che ti insegno la via..." e lo Zelote, che si era addossato alla roccia per avere un poco d'ombra, viene avanti e conduce Ges per un sentiero a gradini diretto verso il Getsemani, ma separato da questo dalla strada che dal Monte Uliveto va a Betania. "Eccoci. Fra i sepolcri di Siloan io vissi, e qui ci sono i miei amici. Parte di essi. Gli altri sono a Ben Innom, ma non possono venire... Dovrebbero traversare la strada e sarebbero visti." "Andremo anche da loro. "Grazie! Per loro e per me." "Ve ne sono molti?" "L'inverno ha ucciso i pi. Ma qui ce ne sono ancora cinque di quelli ai quali io avevo parlato. Ti attendono. Eccoli sull'orlo del loro ergastolo..." Saranno una decina i mostri. Dico 'saranno' perch se cinque sono ben visibili, in piedi, gli altri, e per il grigiore della pelle e per la deformit del volto e per il loro sporgere appena dalla sassaia, si distinguono cos male che potrebbero essere pi come meno. Fra quelli in piedi vi una sola donna. La dicono tale solamente i capelli incanutiti e incolti che cadono duri e sporchi gi per le spalle sino alla cintura. Ma per il resto non si distingue il sesso, perch la malattia, ben avanzata, l'ha scheletrita annullando ogni curva femminile, cos come negli uomini uno solo mostra ancora una traccia di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati dal morbo distruttore. Gridano: "Ges, Salvatore nostro, piet di noi!" e tendono le mani deformi o impiagate. "Ges, Figlio di Davide, abbi piet!"

"Che volete che Io vi faccia?" chiede Ges alzando il volto verso quelle miserie. "Che Tu ci salvi dal peccato e dalla malattia." "Dal peccato salva la volont e il pentimento..." "Ma, se Tu vuoi, puoi cancellare i nostri peccati. Quelli almeno, se non vuoi guarire i nostri corpi." "Se Io vi dico: 'Scegliete fra le due cose', quale volete?" "Il perdono di Dio, Signore. Per essere meno desolati." Ges fa un cenno d'approvazione, sorridendo luminosamente, e poi alza le braccia e grida: "Siate esauditi. Lo voglio." Esauditi! Pu essere per il peccato come per la malattia, o per tutte e due le cose, e i cinque infelici restano incerti. Ma incerti non sono gli apostoli, e non possono che urlare il loro osanna vedendo la lebbra sparire rapida come sparisce il fiocco di neve caduto su un fuoco. E allora i cinque comprendono di essere stati esauditi completamente. Il loro grido risuona come uno squillo di vittoria. Si abbracciano fra di loro e gettano baci a Ges non potendo precipitarsi ai suoi piedi, e poi si volgono ai compagni dicendo: "E voi non volete ancora credere? Ma che infelici siete?" "Buoni! Siate buoni! I poveri fratelli hanno bisogno di pensare. Non dite loro nulla. La fede non si impone, si predica con pace, dolcezza, pazienza, costanza. Quello che voi farete dopo la vostra purificazione, come Simone fece con voi. Del resto il miracolo predica gi di suo. Voi, guariti, andrete dal sacerdote al pi presto. Voi, malati, attendeteci a sera. Vi porteremo cibarie. La pace sia con voi." Ges scende di nuovo sulla via seguito dalle benedizioni di tutti. "Ed ora andiamo a Ben Hinnom" dice Ges. "Maestro... io vorrei venire. Ma comprendo che non posso. Vado al Getsemani" dice Lazzaro. "Vai, vai, Lazzaro. La pace sia con te." Mentre Lazzaro lentamente si avvia, Giovanni, apostolo dice: "Maestro, io lo accompagno. Fa fatica, e la stradetta non molto buona. Poi ti raggiungo a Ben Hinnom." "Vai pure. Andiamo." Passano il Cedron, costeggiano il lato sud del Monte Toft e entrano nella valletta tutta sparsa di sepolcri e di lordure, senza un albero, senza uno schermo al sole, che su questo lato meridionale si abbatte con tutti i suoi fuochi e arroventa il pietrame di questi nuovi scaglioni d'inferno, alla base dei quali fumano incendi puteolenti che aumentano il calore. E dentro a questi sepolcri, simili a forni crematori, vi sono dei poveri corpi che si consumano... Siloan sar brutto nell'inverno, umido come , e volto quasi a settentrione. Ma questo deve essere tremendo in estate... Simone lo Zelote getta un urlo di richiamo, e prima tre, poi due, poi uno ed un altro ancora vengono, come possono, fino al limite prescritto. Qui vi sono due donne, e una ha per mano un orrore di bambino che la lebbra ha preso specialmente nel viso. E' gi cieco... E vi un uomo dall'aspetto nobile, nonostante la misera sua condizione. Prende la parola per tutti: "Sia benedetto il Messia del Signore, che sceso nella nostra Geenna per trarre da essa coloro che sperano in Lui. Salvaci, Signore, ch noi periamo! Salvaci, Salvatore! Re della stirpe di Davide, Re d'Israele, piet dei tuoi sudditi. Oh! Germoglio della stirpe di Jesse, di cui detto che nel suo tempo non vi sar pi male, stendi la tua mano a raccogliere questi avanzi del tuo popolo. Fai sparire da noi questa morte, asciuga le nostre lacrime, perch cos detto di Te. Chiamaci, Signore, ai tuoi pascoli prelibati, alle tue dolci acque, ch sitibondi siamo. Portaci sulle eterne colline dove non pi colpa e dolore. Abbi piet, Signore..." "Chi sei?" "Giovanni, uno del Tempio. Contaminato forse da un lebbroso. Da poco, e Tu lo vedi, la malattia su me. Ma questi!... Vi chi attende la morte da anni, e questa fanciullina vi da quando ancor non camminava. Non sa che sia il creato di Dio. Quanto conosce o quanto ricorda delle meraviglie di Dio sono questi sepolcri, questo sole spietato e le stelle della notte. Piet per i colpevoli e per gli innocenti, Signore, Salvatore nostro." Si sono tutti inginocchiati tendendo le mani. Ges piange su tanta miseria e poi apre le braccia gridando: "Padre, Io lo voglio: salute, vita, vista e sanit su loro." Resta a braccia aperte pregando intensamente con tutto il suo spirito. Pare affinarsi e

alzarsi nella preghiera, fiamma d'amore, bianca e potente fra il potente oro del sole. "Mamma, io vedo!" il primo grido, e ad esso corrisponde l'urlo della madre che si stringe al cuore la sua bambina guarita, e poi quello degli altri e degli apostoli... Il miracolo compiuto. Giovanni, tu sacerdote, guiderai i compagni nel rito. La pace sia con voi. A voi pure porteremo cibo verso sera." Benedice e fa per avviarsi. Ma il lebbroso Giovanni grida: "Sui tuoi passi io voglio venire. Dimmi che devo fare, dove andare per predicare di Te!" "In questa terra desolata e nuda che ha bisogno di convertirsi al Signore. Sia la citt di Gerusalemme il tuo campo. Addio." "Ed ora andiamo dalla Madre" dice poi agli apostoli. "Ma dove ?" chiedono in molti. "In una casa che Giovanni sa. In casa della fanciulla guarita lo scorso anno." Entrano in citt, percorrono buona parte del popoloso sobborgo di Ofel fino ad una casetta bianca. Entra col suo dolce saluto nella casa la cui porta socchiusa, e ne esce la voce dolce di Maria e la argentina voce di Annalia e quella pi grossa di sua madre. La fanciulla si prostra adorando, la madre si inginocchia. Maria si alza. Vorrebbero trattenere il Maestro con la Madre. Ma Ges, promettendo di tornare in un altro giorno, benedice e si accomiata. Pietro se ne va felice con Maria. Tengono tutti e due il bambino per mano e sembrano una famigliola felice. Molti si volgono a guardarli. Ges osserva il loro andare con un sorriso. "Simone felice!" esclama lo Zelote. "Perch sorridi, Maestro?" chiede Giacomo di Zebedeo. "Perch vedo in quel gruppo una grande promessa." "Quale, Fratello? Che vedi?" domanda il Taddeo. "Vedo questo: che potr andarmene tranquillo, quando sar l'ora. Non devo temere per la mia Chiesa. Allora sar piccola ed esile come Margziam. Ma ci sar mia Madre a tenerla per mano cos e a farle da Madre; e ci sar Pietro a farle da padre. Nella sua mano onesta e callosa posso mettere senza preoccupazione la mano della mia nascente Chiesa. Egli le dar la forza della protezione sua. Mia Madre la forza del suo amore. E la Chiesa crescer... come Margziam... E' veramente il bambino-simbolo! Dio benedica mia Madre, il mio Pietro, e il loro e nostro bambino! Andiamo ora da Giovanna..." ...E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono gi ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio Ges e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore. Maria ha gi molto parlato, perch sento che Ges dice: "Tutto quanto mi hai detto ben giusto, e ne terr presente la giustizia. E anche per Annalia dico che giusto il tuo consiglio. Che l'uomo l'abbia accolto con tanta prontezza buon segno. Veramente l'alta Gerusalemme piena di ottusit e livore, potrei dire anche di lordura. Ma nel suo popolo umile vi sono perle di ignorato valore. Sono lieto che Annalia sia felice. E' una creatura pi del Cielo che della terra, e forse l'uomo, ora che entrato nel concetto dello spirito, lo intuisce e ne ha quasi un rispetto venerabondo. Il suo pensiero di andare altrove, per non turbare di un palpito umano il candido voto della fanciulla, lo dimostra." "S, Figlio mio. L'uomo avverte il profumo dei vergini... Mi ricordo Giuseppe. Io non sapevo che parole usare. Egli non sapeva il mio segreto... Eppure mi aiut a dirlo con una percezione di santo. Aveva sentito l'odore dell'anima mia... Vedi anche Giovanni?... Che pace!... E tutti lo cercano... Lo stesso Giuda di Keriot, per quanto... No, Figlio. Giuda non cambiato. Io lo so e Tu lo sai. Noi non parliamo perch non vogliamo dare inizio alla guerra. Ma anche se non parliamo, sappiamo... e anche se non parliamo, gli altri intuiscono... Oh! mio Ges! Mi hanno raccontato i giovani, oggi, al Getsemani, l'episodio di Magdala e quello della mattina del sabato... L'innocenza parla... perch vede per gli occhi del suo angelo. Ma anche i vecchi intravedono... Non hanno torto. E' un essere sfuggente... Tutto in lui sfuggente... ed io ho paura di lui ed ho sul labbro le stesse parole di

Beniamino a Magdala e di Marjziam al Getsemani, perch ho lo stesso ribrezzo per Giuda che hanno i bambini." "Non tutti possono essere Giovanni!..." "Ma non lo pretendo! Sarebbe un paradiso in terra, allora. Ma, vedi, Tu mi hai detto dell'altro Giovanni... Un uomo che ha ucciso... ma mi fa solo piet. Giuda mi fa paura." "Amalo, Madre! Amalo, per amor mio!" "S, Figlio. Ma non servir neppure il mio amore. Sar solo sofferenza a me e colpa in lui. Oh! perch mai entrato! Turba tutti, offende Pietro che degno di ogni rispetto." "S. Pietro molto buono. Per lui farei qualunque cosa perch lo merita." "Se ti sentisse direbbe col suo buon sorriso schietto: 'Ah! Signore, ci non vero!' E avrebbe ragione." "Perch, Madre?" Ma Ges sorride gi perch ha capito. "Perch Tu non lo accontenti dandogli un figlio. Mi ha detto tutte le sue speranze, i suoi desideri... e le tue ripulse." "E non ti ha detto la ragione con cui le ho giustificate?" "S. Me le ha dette ed ha aggiunto: 'E vero... ma io sono un uomo, un povero uomo. Ges si ostina a vedere in me un grande uomo. Ma io so di essere ben meschino, e perci... mi potrebbe dare un bambino. Mi ero sposato per averne... muoio senza averne'. E ha detto - accennando al bambino che, felice della bella veste comprata da Pietro, lo aveva baciato dicendogli: 'Padre amato' - ha detto: 'Vedi, quando questo esserino, che solo dieci giorni sono non conoscevo ancora, mi dice cos, io mi sento diventare pi morbido del burro e pi dolce del miele, e piango perch...ogni giorno che passa me lo porta via questo bambino...' " Maria tace osservando Ges, studiandolo in volto, aspettando una parola... Ma Ges ha messo il gomito sul ginocchio, la testa sulla mano, e tace guardando la distesa verde del frutteto. Maria gli prende la mano e la carezza e dice: "Simone ha questo grande desiderio... Mentre andavo con lui non ha fatto che parlarmene, e con ragioni cos giuste che... non ho potuto dire nulla per farlo tacere. Erano le stesse ragioni che pensiamo tutte noi, donne e madri. Il bambino non robusto. Fosse stato come eri Tu... oh! allora avrebbe potuto andare incontro alla vita del discepolo senza paura. Ma cos esile!... Molto intelligente, molto buono... ma nulla di pi. Quando un tortorino delicato non si pu lanciarlo a volo presto, come si fa coi forti. I pastori sono buoni... ma sempre uomini. I bambini hanno bisogno delle donne. Perch non lo lasci a Simone? Finch gli neghi una creatura proprio nata da lui, comprendo il motivo. Un piccino nostro come un'ncora. E Simone, destinato a tanta sorte, non pu avere ncore che lo trattengano. Ma per, devi convenire che egli deve essere il 'padre' di tutti i figli che Tu gli lascerai. Come pu essere padre se non ha fatto scuola con un bambino? Dolce deve essere un padre. Simone buono, ma dolce no. E' impulsivo e intransigente. Non c' che una creaturina che gli possa insegnare l'arte sottile del compatimento per chi debole... Considera questa sorte di Simone... E' bene il tuo successore! Oh! che la devo pur dire questa atroce parola! Ma per tutto il dolore che mi costa a dirla, ascoltami. Mai ti consiglierei cosa che non fosse buona. Marjziam... Tu ne vuoi fare un perfetto discepolo... Ma ancora bambino. Tu... te ne andrai prima ancora che lui sia uomo. A chi allora darlo, per completarne la formazione, meglio che a Simone? Infine, povero Simone, Tu sai come stato tribolato, anche per causa di Te, dalla suocera sua; eppure non ha ripreso un granello del suo passato, della sua libert di or un anno, per essere lasciato in pace dalla suocera, che neppur Tu hai potuto mutare. E quella povera creatura di sua moglie? Oh! ha un tale desiderio di amare e di essere amata. La madre... oh!... Il marito? Un caro prepotente... Mai un affetto che le sia dato senza troppo esigere... Povera donna!... Lasciale il bambino. Ascolta, Figlio. Per ora lo portiamo con noi. Verr anche io in Giudea. Mi porterai con Te da una mia compagna del Tempio, e quasi parente, perch da Davide viene. Sta a Betzur. La vedr volentieri, se ancora vive. Poi, al ritorno in Galilea, lo daremo a Porpora. Quando saremo nei pressi di Betsaida Pietro lo prender. Quando verremo qui, lontano, il bambino star con lei. Ah! ma Tu sorridi ora! Allora fai contenta la tua Mamma. Grazie, mio Ges" "S, sia fatto come tu vuoi." Ges si alza e chiama forte: "Simone di Giona, vieni qui."

Pietro ha uno scatto e fa di corsa gli scalini: "Che vuoi, Maestro?" "Vieni qui, uomo usurpatore e corruttore!" "Io? Perch? Che ho fatto, Signore?" "Mi hai corrotto la Madre. Per questo volesti essere solo. Che ti devo fare?". Ma Ges sorride e Pietro si rassicura. "Oh!" dice "mi hai fatto proprio paura! Ma ora ridi... Che vuoi da me, Maestro? La vita? Non ho pi che quella, perch mi hai preso tutto... Ma se vuoi te la do." "Non ti voglio prendere. Ma ti voglio dare. Per non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l'arma della parola materna. Avrai il bambino ma..." Ges non pu pi parlare perch Pietro, che si era inginocchiato, salta in piedi e bacia Ges con tale impeto che gli mozza la parola. "Ringrazia Lei, non Me. Ma per ricorda che questo ti deve essere di aiuto, non di ostacolo..." "Signore, non avrai a pentirti del dono... Oh! Maria! Che Tu sia sempre benedetta, santa e buona...". E Pietro, che riscivolato in ginocchio, piange proprio, baciando la mano di Maria... 200. Aglae a colloquio con il Salvatore. 25 giugno 1945. Ges rientra solo nella casa dello Zelote. La sera sta scendendo, placida e serena dopo tanto sole. Ges si affaccia alla porta della cucina, saluta e poi sale a meditare nella stanza superiore, gi preparata per la cena. Non pare molto lieto, il Signore. Sospira spesso e passeggia avanti e indietro per lo stanzone, gettando ogni tanto uno sguardo sulla campagna circostante, che visibile dalle molte porte di questa ampia stanza che fa da cubo sopra il piano terreno. Esce anche a passeggiare sulla terrazza, facendo il giro della casa, e si immobilizza sul lato posteriore a guardare Giovanni di Endor, che cortesemente attinge acqua ad un pozzo per offrirla alla indaffarata Salome. Guarda, scrolla il capo, sospira. La potenza del suo sguardo attira Giovanni, che si volge a guardare e che chiede: "Maestro, mi vuoi?" "No, ti guardavo solamente." "E' buono Giovanni. Mi aiuta" dice Salome. "Anche di questo aiuto Dio gliene dar compenso." Ges, dopo queste parole, rientra nella stanza e si siede. E' tanto assorto che non avverte il brusio di molte voci e lo scalpiccio di molti passi entro il corridoio di entrata, e poi due pedate leggere che salgono la scaletta esterna e si avvicinano allo stanzone. Solo quando Maria lo chiama alza il capo. "Figlio, giunta da Gerusalemme Susanna con la famiglia e mi ha subito accompagnato Aglae. La vuoi udire mentre siamo soli?" "S, Madre. Subito. E che non salga nessuno finch tutto finito. Spero avere tutto finito prima del ritorno degli altri. Ma ti prego di vegliare acci non ci siano curiosit indiscrete... in nessuno... e specie per Giuda di Simone." "Sorveglier con cura..." Maria esce per tornare dopo poco tenendo per mano Aglae, non pi infagottata nel suo mantellone grigio e nel suo velo calato sul davanti, non pi con i sandali alti e complicati di fibbie e di strisce che aveva prima, ma resa in tutto simile ad una ebrea per i sandali piatti e bassi, semplicissimi come quelli di Maria, per la veste di un azzurro cupo sulla quale drappeggiato il manto, e per il velo bianco messo come lo usano le donne ebree popolane, ossia semplicemente sul capo con un lembo gettato sulle spalle di modo che il viso ne velato ma non totalmente. L'abito comune a quello di infinite altre donne, e l'essere in un gruppo di galilei, hanno risparmiato ad Aglae di essere riconosciuta. Entra a capo chino, divenendo di porpora ad ogni passo che fa, e credo che, se Maria non la tirasse

dolcemente verso Ges, si sarebbe inginocchiata sulla soglia. "Ecco, Figlio, colei che ti cerca da tanto tempo. Ascoltala" dice Maria quando presso a Ges e poi si ritira, abbassando le tende sulle porte spalancate e chiudendo quella che pi prossima alla scaletta. Aglae si libera del sacchetto che ha sulle spalle e poi si inginocchia ai piedi di Ges con un grande scoppio di pianto. Scivola fino a terra e piange col capo appoggiato sulle braccia incrociate al suolo. "Non piangere cos. Non pi tempo. Piangere dovevi quando eri in odio a Dio. Non ora che lo ami e ne sei amata." Ma Aglae continua a piangere... "Non credi che cos ?" La voce si fa strada fra i singhiozzi: "Io lo amo, vero, come so, come posso... Ma, per quanto io sappia e creda che Dio Bont, non posso osare di sperare di avere il suo amore. Ho troppo peccato... Lo avr, forse, un giorno... Ma devo piangere tanto ancora... Per ora sono sola nel mio amore. Sono sola... Non la disperata solitudine degli anni passati. E' una solitudine piena del desiderio di Dio, perci non pi disperata... ma cos triste, cos triste..." "Aglae, come male ancora conosci il Signore! Questo desiderio di Lui ti prova che Dio risponde al tuo amore, che ti amico, che ti chiama, che ti invita, che ti vuole. Dio incapace di rimanere inerte davanti al desiderio della creatura, perch quel desiderio lo ha acceso Lui, Creatore e Signore di ogni creatura, in quel cuore. Lo ha acceso Lui perch ha amato di privilegiato amore l'anima che ora lo desidera. Il desiderio di Dio sempre precede il desiderio della creatura, perch Egli il Perfettissimo e perci il suo amore ben pi solerte e acceso dell'amore della creatura." "Ma come, come pu Dio amare il mio fango?" "Non cercare di comprendere con la tua intelligenza. E' un abisso di misericordia, incomprensibile a mente umana. Ma l dove l'intelligenza dell'uomo non pu comprendere, comprende invece l'intelligenza dell'amore, l'amore dello spirito. Questo comprende ed entra sicuro nel mistero che Dio e nel mistero dei rapporti dell'anima con Dio. Entra, Io te lo dico. Entra poich Dio lo vuole." "Oh! Salvatore mio! Ma allora io sono proprio perdonata? Amata proprio io sono? Lo devo credere?" "Ti ho mai mentito?" "Oh! no, Signore! Tutto quanto mi hai detto ad Ebron si avverato. Tu mi hai salvata come detto dal tuo Nome. Tu mi hai cercata, povera anima perduta. Tu mi hai dato la vita di quest'anima che io portavo in me morta. Tu mi hai detto che se ti avessi cercato ti avrei trovato. E fu vero. Tu mi hai detto che sei dovunque l'uomo ha bisogno di medico e di medicina. Ed vero. Tutto, tutto quanto hai detto alla povera Aglae, da quelle parole del mattino di giugno, alle altre dell'Acqua Speciosa..." "Devi allora credere anche a queste." "S, credo! credo! Ma Tu dimmi: 'Io ti perdono!' " "Io ti perdono in nome di Dio e di Ges." "Grazie... Ma ora... Ora che devo fare? Dimmi, Salvatore mio, che cosa devo fare per avere la Vita eterna? L'uomo si corrompe solo nel guardarmi... Io non posso vivere col tremito continuo di essere scoperta e circuita... In questo viaggio io tremavo ad ogni sguardo d'uomo... Io non voglio pi peccare n far peccare. Dammi la via da seguire. Qual che sia la seguir. Tu vedi che sono forte anche negli stenti... E anche se per troppo stento incontrassi la morte non ne ho paura. La chiamer 'amica mia' perch mi lever dai pericoli della terra, e per sempre. Parla, mio Salvatore." "Va' in luogo deserto." "Dove, Signore?" "Dove vuoi. Dove ti porter il tuo spirito." "Sar capace di tanto il mio spirito appena formato?" "S, perch Dio ti conduce." "E chi mi parler pi di Dio?" "La tua anima risorta, per ora..." "Ti vedr mai pi?" "Mai pi sulla terra. Ma fra poco ti avr redenta del tutto e allora verr al tuo spirito per prepararti

all'ascesa a Dio." "Come avverr la mia completa redenzione se non ti vedr pi? Come me la darai?" "Morendo per tutti i peccatori." "Oh! no! Tu no, morire!" "Per darvi la Vita devo darmi la morte. Sono venuto per questo in veste umana. Non piangere... Mi raggiungerai presto dove Io sar dopo il sacrificio mio e tuo." "Mio, Signore? Io pure morr per Te?" "S. Ma in altra maniera. Morir per ora la tua carne e per volere della tua volont. E' quasi un anno che sta morendo. Quando essa sar tutta morta, Io ti chiamer." "Avr la forza di distruggere la mia carne colpevole?" "Nella solitudine dove sarai e dove Satana ti assalir con livida violenza quanto pi tu diverrai dei Cieli, troverai un mio apostolo gi peccatore e poi redento." "Allora non il benedetto che mi parlava di Te? Egli troppo onesto per essere stato peccatore." "Non quello. Un altro. Ti raggiunger all'ora giusta. Ti dir quanto ancora non puoi sapere. Va' in pace. La benedizione di Dio sia su di te." Aglae, che sempre stata in ginocchio, si curva a baciare i piedi del Signore. Non osa di pi. Poi afferra il suo sacco, lo capovolge. Ne cadono semplici vesti, un piccolo sacchetto che risuona e un'anfora di un delicato alabastro rosa. Aglae ripone le vesti, raccoglie il sacchetto e dice: "Questo per i tuoi poveri. E' il resto dei miei gioielli. Non ho serbato che delle monete per viatico durante il viaggio... perch, se anche Tu non lo avessi detto, sarei andata in luogo remoto. E questo per Te. Meno soave del profumo della tua santit. Ma tutto quello che pu dare di meglio la terra. E mi serviva per fare il peggio... Ecco. Dio mi conceda di odorare almeno come questo, al tuo cospetto, in Cielo" e stappa l'anfora dal tappo prezioso spargendone il contenuto al suolo. Un odore acuto di rose sale a ondate dai mattoni che si impregnano dell'essenza preziosa. Aglae ritira l'anfora vuota. "Per ricordo di quest'ora" dice, e poi si curva ancora a baciare i piedi di Ges e si rialza, si ritira a ritroso, esce, chiude la porta... Si sente il suo passo allontanarsi verso la scala, la sua voce scambiare poche parole con Maria, e poi il rumore dei sandali che scendono la scala e poi pi nulla. Di Aglae non resta che il sacchettino ai piedi di Ges e l'aroma acutissimo per tutta la stanza. Ges si alza... raccoglie il sacchetto e se lo pone in seno, va ad una apertura che guarda sulla via, sorride vedendo la donna sola che si allontana nel suo mantello ebraico verso Betlemme. Fa un gesto di benedizione e poi va sulla terrazza e chiama: "Mamma." Maria sale lesta la scala: "L'hai fatta felice, Figlio mio. E' andata, con fortezza e con pace." "S, Madre. Quando torner Andrea mandamelo per primo." Passa del tempo, poi si sentono le voci degli apostoli che ritornano... Accorre Andrea: "Maestro, mi vuoi?" "S, vieni qui. Nessuno lo sapr, ma per te giustizia dirlo. Andrea, grazie in nome di Dio e di un'anima." "Grazie? Di che?" "Non senti questo profumo? E' il ricordo della Velata. E' venuta. E' salvata." Andrea diviene rosso come una fragola, scivola in ginocchio e non trova una parola... Infine dice: "Ora sono contento. Sia benedetto il Signore!" "S. Alzati. Non dire agli altri che venuta." "Tacer, Signore." "Vai pure. Ascolta, c' ancora Giuda di Simone?" "S, ci ha voluto accompagnare... dicendo... tante menzogne. Perch fa cos, Signore?" "Perch un ragazzo viziato. Dimmi la verit: vi siete litigati?" "No. Mio fratello troppo felice col suo bambino per avere voglia di farlo, e gli altri... lo sai... sono pi prudenti. Ma certo, in cuor nostro, siamo tutti disgustati. Ma dopo cena torna via... Altri amici... dice lui. Oh! e sprezza le meretrici!..." "Sii buono, Andrea. Anche tu devi essere felice questa sera..."

"S, Maestro. Ho anche io la mia invisibile ma dolce paternit. Vado." Ancora qualche tempo, poi salgono in gruppi gli apostoli col bambino e Giovanni di Endor. Li seguono le donne con le pietanze e i lumi. Ultimo viene Lazzaro con Simone. Appena entrano nella stanza esclamano: "Ah! ma veniva di qui!!!" e fiutano l'aria satura di profumo di rose, satura nonostante le porte spalancate. "Ma chi ha profumato cos questa stanza? Marta forse?" chiedono in molti. "Mia sorella non si mossa di casa, oggi, dopo le mense" risponde Lazzaro. "E chi allora? Qualche satrapo assiro?" scherza Pietro. "L'amore di una redenta" dice serio Ges. "Poteva risparmiarsi questo inutile sfoggio di redenzione e dare quanto ha speso per i poveri. Sono tanti e sanno che noi diamo. Io non ho pi un picciolo" dice irritato l'Iscariota. "E dobbiamo comprare l'agnello, affittare la stanza per il Cenacolo e..." "Ma vi ho offerto tutto io..." dice Lazzaro. "Non giusto. Perde il bello, il rito. La Legge dice: 'Prenderai l'agnello per te e la tua casa'. Non dice: "Accetterai l'agnello'." "Bartolomeo si volta di scatto, apre la bocca, ma poi la chiude. Pietro diviene cremisi nello sforzo di tacere. Ma lo Zelote, che in casa sua, sente di poter parlare, e dice: "Queste sono sottigliezze rabbiniche... Ti prego di lasciarle perdere e di conservare, in cambio, rispetto al mio amico Lazzaro." "Bravo, Simone!" Pietro scoppia se non parla. "Bravo! Mi pare anche che ci si dimentichi un poco troppo che solo il Maestro ha diritto di insegnare...". Pietro dice quel 'ci si dimentichi' con uno sforzo eroico per non dire: 'che Giuda dimentica'. "E' vero... ma... sono nervoso, ecco. Scusa, Maestro." "S. E anche ti rispondo. La gratitudine una grande virt. Io sono grato a Lazzaro. Come quella redenta fu grata a Me. Io spargo su Lazzaro il profumo della mia benedizione, anche per quelli, fra i miei apostoli, che non lo sanno fare, Io, capo di voi tutti. La donna ha sparso ai miei piedi il profumo della sua gioia di salvata. Ha riconosciuto il Re, ed venuta al Re, prima di molti altri sui quali il Re ha effuso molto pi amore che non su lei. Lasciatela fare senza criticarla. Non potr essere presente alla mia acclamazione, n alla mia unzione. La sua croce gi sulla sua spalla. Pietro, tu hai detto se era venuto un satrapo assiro. In verit ti dico che neppure l'incenso dei Magi, tanto puro e prezioso, era pi soave di questo, pi prezioso di questo. L'essenza stemperata nel pianto, e per questo cos acuta: l'umilt sostiene l'amore e lo rende perfetto. Sediamo a mensa, amici..." E con l'offerta del cibo cessa la visione.

Maria Valtorta L'Evangelo come mi stato rivelato Indice del Volume Quarto * = in linea

226. Un buon segno da Maria di Magdala. Morte del vecchio Ismaele. 227. Un episodio incompiuto 228. Marziam affidato a Porfirea 229. Discorso ai cittadini di Betsaida sul gesto di carit di Simon Pietro. 230. Guarigione dellemorroissa e resurrezione della figlia di Giairo. 231. A Cafarnao, Ges e Marta parlano della crisi che tormenta Maria di Magdala.

232. Guarigione di due ciechi e di un muto indemoniato. 233. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala. 234. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala. 235. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione. 236. La cena in casa di Simone il fariseo e lassoluzione a Maria di Magdala. 237. La richiesta di operai per la messe e la parabola del tesoro nascosto nel campo. Marta teme ancora per la sorella Maria. 238. Larrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria Ss. con Maria di Magdala. 239. La parabola dei pesci, la parabola della perla e il tesoro degli insegnamenti antichi e nuovi. 240. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena la preghiera di Ges. 241. Vocazione della figlia di Filippo. Larrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta. 242. Discorso sulla Verit al romano Crispo, unico ascoltatore di Ges a Tiberiade. 243. A Cana nella casa di Susanna. Le espressioni, i gesti e la voce di Ges. Disputa tra gli apostoli sulle possessioni. 244. Giovanni ripete un discorso di Ges sul creato e sui popoli che attendono la Luce. 245. Unaccusa dei nazareni a Ges, respinta con la parabola del lebbroso guarito. 246. Un apologo per i cittadini di Nazareth, che restano increduli. 247. Maria Ss. ammaestra la Maddalena sullorazione mentale. 248. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate. 249. Maria Ss. ammaestra Giuda Iscariota sul dovere preminente della fedelt a Dio. 250. Ai discepoli venuti con Isacco, la parabola del fango che diviene fiamma. Giovanni di Endor anima vittima. 251. Ai pescatori siro-fenici, la parabola del minatore perseverante. Ermasteo di Ascalona. 252. I1 ritorno da Tiro. Miracoli e parabola della vite e dellolmo. 253. Maria Ss. svela a Maria dAlfeo il senso della maternit spiritualizzata. La Maddalena deve temprarsi soffrendo. 254. Lincontro con Sintica, schiava greca, e larrivo a Cesarea Marittima. 255. Partenza delle sorelle Marta e Maria con Sintica. Una lezione a Giuda Iscariota. 256. Parabola sulla virt della speranza che sorregge la fede e la carit. 257. Ges e Giacomo dAlfeo in ritiro sul monte Carmelo. 258. Ges rivela a Giacomo dAlfeo quale sar la sua missione di apostolo. 259. Lezione sulla Chiesa e sui Sacramenti a Giacomo dAlfeo, che opera un miracolo. 260. Due parabole di Pietro per i contadini della pianura di Esdrelon. 261. Esortazione ai contadini di Doras, passati alle dipendenze di Giocana. 262. Una figlia indesiderata e il ruolo della donna redenta.

LIscariota chiede laiuto di Maria. 263. Guarigione delluomo dal braccio atrofizzato. 264. Una giornata di Giuda Iscariota a Nazareth. 265. Istruzioni ai dodici apostoli che iniziano il loro ministero. 266. I discepoli del Battista vogliono accertarsi che Ges il Messia. Testimonianza sul Precursore e invettiva contro le citt impenitenti. 267. Ges falegname a Corozim. 268. Lezione sulla carit con la parabola dei nccioli. Il giogo di Ges leggero. 269. La disputa con scribi e farisei a Cafarnao. Larrivo della Madre e dei fratelli. 270. La notizia delluccisione di Giovanni Battsta. 271. Partenza alla volta di Tarichea con gli apostoli rientrati a Cafarnao. 272. Rincarnazione e vita eterna nel dialogo con uno scriba. 273. La prima moltiplicazione dei pani. 274. Ges cammina sulle acque. La sua prontezza nel soccorrere chi lo invoca. 275. Quattro nuovi discepoli. Discorso sulle opere di misericordia corporale e spirituale. 276. Luomo avido e la parabola del ricco stolto. Le inquietudini e la vigilanza nei servi di Dio. 277. A Magdala, nei giardini di Maria. Lamore e la correzione tra fratelli. 278. I1 perdono e la parabola del servo iniquo. Il mandato a settantadue discepoli. 279. Incontro con Lazzaro al campo dei Galilei. 280. Il ritorno dei settantadue. Profezia sui mistici futuri. 281. Al Tempio nella festa dei Tabernacoli. Le condizioni per seguire Ges. La parabola dei talenti e la parabola del buon samaritano. 282. La delazione al Sinedrio riguardo ad Ermasteo, a Giovanni di Endor e a Sintica. 283. Sintica parla del suo incontro con la Verit. 284. La casetta donata, da Salomon. Quattro apostoli resteranno in Giudea. 285. Lazzaro offre un rifugio per Giovanni di Endor e Sintica. Viaggio lieto verso Gerico senza lIscariota. 286. A Ramot con il mercante Alessandro Misace. Lezione a Sintica sul ricordo delle anime. 287. Da Ramot a Gerasa con la carovana del mercante. 288. Discorso ai cittadini di Gerasa e lode di una donna alla Madre di Ges. 289. Il sabato a Gerasa. Lo svago di Marziam e il quesito di Sintica sulla salvezza dei pagani. 290. Luomo dagli occhi ulcerati. La sosta alla fonte del Cammelliere. Ancora sul ricordo delle anime. 291. Marziam scopre perch Ges prega ogni giorno allora nona. 292. A Bozra linsidia di scribi e farisei. 293. I1 discorso e i miracoli a Bozra dopo lirruzione di due farisei. Il dono della fede ad Alessandro Misace. 294. I1 ricco obolo lasciato dal mercante. Commiato dalla Madre e dalle

discepole. 295. I1 discorso e i miracoli ad Arbela, gi evangelizzata da Filippo di Giacobbe. Maria Valtorta Levangelo come mi stato rivelato VOLUME QUARTO

241. Vocazione della figlia di Filippo. Larrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta. 2 agosto 1945. 1La barca bordeggia il tratto da Cafarnao a Magdala. Maria di Magdala per la prima volta nella sua posa abituale di convertita: seduta sul fondo della barca ai piedi di Ges, che invece austeramente seduto su una delle panchette della stessa barca. Il viso della Maddalena oggi molto diverso da quello di ieri; non ancora il viso radioso della Maddalena che corre incontro al suo Ges ogni volta che Egli va a Betania, ma gi un viso sgombro da timori e da tormenti, e locchio, che prima era avvilito per quanto prima ancora era sfrontato, ora serio ma sicuro, e nella sua dignitosa seriet brilla ogni tanto una scintilla di letizia ascoltando Ges che parla con gli apostoli o con sua Madre o con Marta. Parlano della bont di Porfirea, cos semplice e cos amorosa, parlano dellaccoglienza affettuosa di Salome e delle donne di Bartolomeo e Filippo, e il medesimo dice: Se non fosse che sono ancora molto fanciulle, e la madre contraria a saperle per le vie, esse pure ti seguirebbero, Maestro. Mi segue lanima loro. Ed ugualmente santo amore. 2Filippo, ascoltami. La tua maggiore sta per essere promessa, non vero?. S, Maestro. Un degno sponsale e un buono sposo. Non vero, Bartolomeo?. vero. Ne sono garante perch conosco la famiglia. Non ho potuto accettare di essere io chi propone laffare, ma lo avrei fatto, se non fossi trattenuto presso il Maestro, con piena pace di creare una santa famiglia. Ma la fanciulla mi ha pregato di dirti di non farne nulla. Non le piace lo sposo? in errore. Ma la giovent folle. Spero si persuader. Non c motivo di respingere un ottimo sposo. A meno che No, non pu essere! dice Filippo. A meno che? Termina, Filippo sprona Ges. A meno che non ami un altro. Ma non possibile! Non esce mai di casa e in casa vive molto ritirata. Non possibile!. Filippo, ci sono amatori che penetrano anche nelle case pi chiuse; che sanno parlare a quelle che amano nonostante tutte le barriere e le sorveglianze; quelli che abbattono ogni ostacolo di vedovanze, o di fanciullezze ben custodite, o di altro ancora, e che prendono quelle che vogliono. E ci sono anche amatori che non possono essere rifiutati. Perch sono prepotenti nel volere. Perch sono seducenti nel convincere ogni resistenza, fosse anche quella del demonio. Tua figlia ama uno di questi. E il pi potente. Ma chi? Uno della corte di Erode?. Quella non una potenza!. Uno uno della casa del Proconsole, un patrizio romano? Non lo permetter a nessun costo. Il puro sangue dIsraele non avr contatti col sangue impuro. A costo di uccidere mia figlia. 3Non sorridere, Maestro! Io soffro!. Perch sei come un cavallo imbizzarrito. Vedi ombre dove solo luce. Ma sta quieto. Non che un servo anche il Proconsole, e servi sono i suoi patrizi amici, e sevo Cesare. Ma Tu scherzi, Maestro! Mi hai voluto fare paura. Non c nessuno pi grande di Cesare e pi padrone di lui. Ci sono Io, Filippo. Tu? Tu vuoi sposare mia figlia?!. No. La sua anima. Sono Io lamatore che penetra nelle case pi chiuse e nei cuori ancor pi serrati da sette e sette chiavi. Sono Io che so parlare nonostante tutte le barriere e sorveglianze. Sono Io che abbatto tutti gli ostacoli e prendo ci che voglio prendere: puri e peccatori, vergini e vedovi, liberi da vizi e schiavi di essi. E a tutti do ununica e nuova anima, rigenerata, beatificata, eternamente giovane. Gli sponsali miei. E nessuno pu rifiutare di darmi le mie dolci prede. Non padre, non

madre, non figli e neppure Satana. Sia che Io parli allanima di una fanciulla come tua figlia, o di un peccatore immerso nel peccato e tenuto da Satana con sette catene, lanima viene a Me. E nulla e nessuno me la strappa pi. N nessuna ricchezza, potenza, gioia del mondo, comunica la letizia perfetta che di quelli che si coniugano con la mia povert, con la mia mortificazione. Nudi di ogni povero bene, rivestiti di ogni celeste bene. Ilari della serenit di essere di Dio, solo di Dio Essi sono i padroni della terra e del Cielo. La prima perch la signoreggiano, il secondo perch lo conquistano. Ma nella nostra Legge ci non mai stato! esclama Bartolomeo. Spgliati delluomo vecchio, Natanaele. Quando io ti ho visto per la prima volta ti ho salutato dicendoti perfetto israelita senza frode. Ma ora tu sii di Cristo, non di Israele. Siilo senza frode e senza lacci. Rivestiti di questa nuova mentalit. Altrimenti non potrai capire tante bellezze della redenzione che Io sono venuto a portare alla Umanit tutta. Filippo interviene dicendo: E mia figlia dici che stata chiamata da Te? E che far ora? Io non te la contrasto di certo. Ma voglio sapere, anche per aiutarla, in che la sua chiamata. Nel portare i gigli di un amore verginale nel giardino di Cristo. Ce ne saranno tante nei secoli a venire...! Tante! Aiuole di incensi per controbilanciare le sentine dei vizi. Anime oranti per controbilanciare i bestemmiatori e gli atei. Aiuto a tutte le infelicit umane, e gioia di Dio. 4Maria di Magdala apre le labbra per chiedere, e lo fa arrossendo ancora, ma con pi spigliatezza degli altri giorni: E noi, le rovine che Tu edifichi, che diventiamo?. Quello che sono le sorelle vergini. Oh! Non pu essere! Abbiamo calpestato troppo fango e e e non pu essere. Maria, Maria! Ges non perdona mai a met. Ti ha detto che ti ha perdonato. E cos . Tu e tutti coloro che come te peccarono, e che il mio amore perdona e disposa, profumerete, pregherete, amerete, conforterete, rese consce del male e atte a curarlo dove , anime che per gli occhi di Dio sono martiri. Care perci come le vergini. Martiri? In che, Maestro?. Contro voi stesse e i ricordi del passato e per sete di amore e di espiazione. Lo devo credere?. La Maddalena guarda tutti quelli che sono nella barca, chiedendo conferma alla sua speranza che si accende. Chiedilo a Simone. Parlai di te e di voi peccatori in genere, in una sera stellata, nel tuo giardino. E i tuoi fratelli tutti ti possono dire se la mia parola non ha cantato per tutti i redenti i prodigi della Misericordia e della conversione. Me ne ha parlato, con voce di angelo, anche il bambino. Son tornata con lanima rinfrescata da quella sua lezione. Mi ha fatto conoscere Te meglio ancora di mia sorella, tanto che oggi mi sentivo pi forte per affrontare Magdala. Ora che Tu mi dici questo, io sento crescere la mia fortezza. Ho dato scandalo al mondo. Ma, te lo giuro, mio Signore, ora il mondo guardando me giunger a comprendere cosa il tuo potere. Ges le posa per un momento la mano sul capo, mentre Maria Ss. le sorride come Lei sa fare: paradisiacamente. 5Ecco Magdala stesa sul bordo del lago, con il sole sorgente in fronte, la montagna dArbela alle spalle che la protegge dai venti, e la stretta valle dirupata e selvaggia, da cui sbocca un torrentello nel lago, che si inoltra verso loccidente con le sue coste a picco, piene di una bellezza fascinosa e severa. Maestro grida Giovanni dallaltra barca ecco la valle del nostro ritiro e splende in volto come gli si fosse acceso un sole allinterno. La nostra valle, s. Lhai ben riconosciuta. Non si pu non ricordare i luoghi dove si conosciuto Iddio risponde Giovanni. Allora io ricorder sempre questo lago. Perch su di esso ti ho conosciuto. Lo sai, Marta, che qui ho visto il Maestro, una mattina?. S, e per poco si va tutti a fondo, noi e voi. Donna, credi pure che i tuoi rematori non valevano uno spicciolo dice Pietro che sta facendo la manovra di approdo.

Non valevano nulla n i rematori n quelli che erano con essi Ma sempre stato il primo incontro, e questo ha un grande valore. E poi ti ho visto sul monte, e poi a Magdala, e poi a Cafarnao Tanti incontri, tante catene spezzate Ma Cafarnao stato il luogo pi bello. L mi hai liberata. 6Scendono a terra dove gi sono scesi quelli dellaltra barca. Entrano in citt. La curiosit semplice o non semplice dei magdaliti deve essere come una tortura per la Maddalena. Ma la sopporta eroicamente, seguendo il Maestro che avanti, frammezzo a tutti i suoi apostoli, mentre le tre donne sono dopo di loro. Il bisbiglio forte. Lironia non manca. Tutti quelli che, finch Maria era la signora prepotente di Magdala, la rispettavano in apparenza per tema di rappresaglie, ora che la vedono e la sanno staccata per sempre dai suoi amici potenti, umile e casta, si permettono di mostrarle anche disprezzo e lanciarle epiteti poco lusinghieri. Marta, che soffre quanto lei di questo, le chiede: Vuoi ritirarti in casa?. No. Non lascio il Maestro. E Lui, prima che la casa sia purificata da ogni traccia del passato, non lo invito l dentro. Ma tu soffri, sorella!. Me lo sono meritato. E, soffrire, deve soffrire. Il sudore che le imperla la faccia, il rossore che la copre fin sul collo non sono solo dovuti al caldo. Traversano tutta Magdala andando nei quartieri poveri, fino alla casa dove sostarono laltra volta. La donna rimane di stucco quando, alzando il capo dal lavatoio per vedere chi la saluta, si trova di fronte Ges e la ben nota signora di Magdala, non pi pomposa, non pi ingioiellata, ma con la testa velata da un lino leggero, vestita di viola pervinca, un abito accollato, stretto, certo non suo nonostante che si sia lavorato a farlo tale, fasciata in un mantello pesante che deve essere un supplizio con quel calore. Mi permetti di sostare nella tua casa e parlare di qui a chi mi segue?. Ossia a tutta Magdala, perch tutta la popolazione ha fatto coda al gruppo apostolico. E me lo chiedi, Signore? Ma la mia casa tua. E si d da fare a portare sedie e panche alle donne e agli apostoli. Passando presso la Maddalena ha un inchino da schiava. Pace a te, sorella risponde questa. E la sorpresa della donna tale che lascia cadere il panchetto che ha tra le mani. Ma non dice niente. Latto per mi fa pensare che Maria trattasse i suoi sudditi piuttosto superbamente. E finisce di strabiliare, la donna, quando si sente chiedere come stanno i bambini, dove sono, e se la pesca ha dato buoni frutti. Bene stanno Sono a scuola o dalla madre mia. Solo il piccolo dorme nella cuna... La pesca buona. Mio marito ti porter le decime. Non occorre pi. Usale per i tuoi bambini. Mi lasci vedere il pargolo?. Vieni... 7La gente si affollata sulla via. Ges inizia a parlare: Una donna aveva dieci dramme nella sua borsa. Ma in un movimento la borsa le cadde dal seno, aprendosi, e le monete ruzzolarono per terra. Ella le raccolse con laiuto delle vicine presenti e le cont. Erano nove. La decima era introvabile. Dato che era prossima la sera e la luce mancava, la donna accese la lampada, la pos al suolo e presa una scopa si dette a scopare attentamente per vedere se era ruzzolata lontano dal luogo dove era caduta. Ma la dramma non si trovava. Le amiche se ne andarono stanche di ricerche. La donna spost allora il cassapanco, la scansia, il cofano pesante, smosse le anfore e gli orcioli posati nella nicchia del muro. Ma la dramma non si trovava. Allora si pose carponi e cerc nel mucchio delle spazzature, messo contro la porta di casa, per vedere se la dramma era rotolata fuori di casa mescolandosi agli avanzi delle verdure. E trov infine la dramma, tutta sporca, sepolta quasi dalle spazzature ricadute su di essa. La donna giubilante la prese, la lav, lasciug. Era pi bella di prima, ora. E la mostr alle vicine

che chiam di nuovo a gran voce, e che si erano ritirate dopo averla aiutata nelle prime ricerche, dicendo: Ecco! Vedete? Voi mi consigliavate di non faticare pi. Ma io ho insistito ed ho ritrovato la dramma perduta. Rallegratevi perci con me che non ho avuto il dolore di perdere uno solo dei miei tesori. 8Anche il Maestro vostro, e con Lui i suoi apostoli, fa come la donna della parabola. Egli sa che un movimento pu far cadere un tesoro. Ogni anima un tesoro e Satana, che astioso di Dio, provoca i mal movimenti per fare cadere le povere anime. C chi nella caduta si ferma presso la borsa, ossia va poco lontano dalla Legge di Dio che raccoglie le anime nella salvaguardia dei comandamenti. E c chi va pi lontano, ossia si allontana pi ancora da Dio e dalla sua Legge. C infine chi rotola nelle spazzature, nelle lordure, nel fango. E l finirebbe a perire con lessere arso nei fuochi eterni, cos come le immondezze vengono arse in luoghi acconci. Il Maestro lo sa e cerca instancabile, le monete perdute. Le cerca in ogni luogo, con amore. Sono i sui tesori. E non si stanca e non si ripugna di nulla. Ma fruga, fruga, smuove, spazza, finch trova. E trovato che abbia, lava lanima ritrovata col suo perdono e chiama gli amici, tutto il Paradiso e tutti i buoni della terra, e dice: Rallegratevi con Me perch ho trovato ci che si era smarrrito, ed pi bello di prima perch il mio perdono lo fa nuovo. In verit vi dico, che si fa molta festa in Cielo e giubilano gli angeli di Dio e i buoni della terra per un peccatore che si converte. In verit vi dico che non c cosa pi bella delle lacrime del pentimento. In verit vi dico che solo i demoni non sanno, non possono giubilare per questa conversione che un trionfo di Dio. E anche vi dico che il modo come gi un uomo accoglie la conversione di un peccatore misura della sua bont e della sua unione con Dio. La pace sia con voi. La gente capisce la lezione e guarda la Maddalena, venuta a sedersi sulla porta con il poppante fra le braccia, forse per darsi un contegno, e sfolla lentamente rimanendo solo la padrona della casetta e la madre sua sopraggiunta coi bambini. Manca Beniamino, ancora a scuola.

215. Discorso sulla Verit al romano Crispo, unico ascoltatore di Ges a Tiberiade. 3 agosto 1945. 1Quando la barca si ferma nel porticciolo di Tiberiade, accorrono a vedere chi giunge alcuni sfaccendati che passeggiano presso il moletto. Vi sono persone di ogni ceto e di ogni nazionalit. Perci le lunghe vesti ebraiche di tutti i colori, le zazzere e le barbe imponenti degli israeliti, si mescolano alle vesti di lana candida, pi corte e sbracciate, e ai visi glabri, dai capelli corti, dei romani robusti, e a quelle ancor pi ridotte che coprono i corpi snelli ed effeminati dei greci, che sembra abbiano assimilato fin nelle pose larte della loro nazione lontana, come statue di di scese sulla terra in corpi di uomini avvolti in tuniche molli, volti classici sotto chiome arricciate e profumate, braccia cariche di braccialetti che scintillano nelle movenze studiate. Molte donne di piacere sono mescolate a questi due ultimi generi di persone, perch i romani e gli elleni non si peritano di esporre i loro amori sulle piazze e per le vie, mentre i palestinesi se ne astengono, salvo poi praticare allegramente il libero amore con donne di piacere dentro le loro case. Ci appare nettamente perch le cortigiane, nonostante gli occhiacci che fanno loro gli interpellati, chiamano famigliarmente per nome diversi ebrei fra i quali non manca un infiocchettato fariseo. 2Ges si dirige verso la citt, proprio l dove la folla pi elegante si raduna pi fitta. La folla elegante, ossia romana e greca per lo pi, con qualche pizzico di cortigiani di Erode e di altri che credo ricchi mercanti della costa fenicia, verso Sidone e Tiro, perch parlano di quelle citt e di empori e navi. Le terme hanno i portici esterni pieni di questa folla elegante e oziosa, che perde cos il suo tempo discutendo su argomenti molto piccini, quali il favorito discobolo o latleta pi agile e armonico nella lotta greco-romana. Oppure cicaleggiano di mode e di banchetti, e prendono

appuntamenti per gite allegre andando ad invitare le pi belle cortigiane o le dame che escono profumate e arricciate dalle terme o dai palazzi, riversandosi in questo centro di Tiberiade, marmoreo, artistico come un salone. Naturalmente il passaggio del gruppo suscita curiosit intensa, e questa diventa addirittura morbosa quando vi chi riconosce Ges per averlo visto a Cesarea, e vi chi riconosce la Maddalena per quanto proceda tutta ammantellata e col velo bianco molto calato sulla fronte e sulle guance, di modo che per essere cos velata, e a capo chino per giunta, ben poco del suo viso si vede. il nazareno che ha guarito la bambina di Valeria dice un romano. Mi piacerebbe vedere un miracolo gli risponde un altro romano. Io lo vorrei sentir parlare. Dicono che un gran filosofo. Gli diciamo che parli? chiede un greco. Non te ne impicciare, Teodate. Predica nuvole. Sarebbe piaciuto al tragedo per una satira risponde un altro greco. Non inquietarti, Aristobulo. Pare che ora scenda dalle nuvole e vada al solido. Vedi che scorta di femmine giovani e belle? scherza un romano. 3Ma quella Maria di Magdala! urla un greco, e poi chiama: Lucio! Cornelio! Tito! Ma guardate l Maria!. Ma non lei! Maria cos! Sei ebbro?. lei, ti dico. Non posso ingannarmi anche se cos mascherata. Romani e greci si affollano verso il gruppo apostolico che taglia per sbieco la piazza piena di portici e fontane. Anche donne si uniscono a questi curiosi, ed proprio una donna che va quasi sotto il volto di Maria per vederla meglio e resta di sasso vedendo che proprio lei. Chiede: Che fai in questa guisa? e ride di scherno. Maria si ferma, si raddrizza, alza una mano e scopre il volto gettando indietro il velo. la Maria di Magdala signora potente su tutto ci che spregevole e padrona, gi padrona delle sue impressioni, che appare. Sono io, s dice con la sua splendida voce e con dei lampi negli occhi bellissimi. Sono io. E mi disvelo perch non abbiate a pensare che mi vergogno di essere con questi santi. Oh! Oh! Maria coi santi! Ma vieni via! Non avvilire te stessa! dice la donna. Avvilita fui fino ad ora. Adesso non pi. Ma sei folle? O un capriccio?. Vieni con me. Sono pi bello e pi allegro di quella prfica coi baffi che mortifica la vita e ne fa un funerale. Bella la vita! Un trionfo! Unorgia di gioia. Vieni. Io sapr superare tutti per farti felice dice un giovane brunetto dal volto volpino pur essendo bello, e fa per toccarla. Indietro! Non mi toccare. Hai detto bene: la vita che voi fate unorgia. E delle pi vergognose. Ne ho nausea. Oh! Oh! Fino a poco fa era la tua vita, per risponde il greco. Ora fa la vergine! ghigna un erodiano. Tu rovini i santi! Il tuo nazareno perder laureola con te. Vieni con noi insiste un romano. Venite voi con me dietro a Lui. Cessate di essere animali e divenite almeno uomini. Un coro di risate e di beffe le risponde. Solo un vecchio romano dice: Rispettate una donna. libera di fare ci che vuole. Io la difendo. Il demagogo! Sentilo! Ti ha fatto male il vino di ieri sera? chiede un giovane. No. ipocondriaco perch gli duole la schiena gli risponde un altro. Vai dal nazareno che te la gratti. Vado perch mi gratti il fango che ho preso in contatto con voi risponde lanziano. Oh! Crispo che si corrotto a sessantanni! ridono in molti facendogli cerchio intorno. 4Ma luomo detto Crispo non si preoccupa affatto di essere beffato e si d a camminare dietro alla Maddalena, che raggiunge il Maestro messosi allombra di un edificio bellissimo che si stende in forma di esedra su due lati di una piazza. E Ges gi alle prese con uno scriba che lo rimprovera di essere in Tiberiade e con quella compagnia.

E tu perch vi sei? Questo per essere a Tiberiade. E anche ti dico che pure a Tiberiade, anzi pi qui che altrove, vi sono anime da salvare gli risponde Ges. Non sono salvabili: sono gentili, pagani, peccatori. Per i peccatori Io sono venuto. Per far conoscere il Dio Vero. A tutti. Anche per te sono venuto. Non ho bisogno di maestri n redentori. Io sono puro e dotto. Almeno lo fossi tanto da conoscere il tuo stato!. E Tu da sapere quanto ti pregiudichi con la compagnia di una meretrice. Ti perdono anche in suo nome. Ella, nella sua umilt, annulla il suo peccato. Tu, per la tua superbia, raddoppi le tue colpe. Non ho colpe. Hai la capitale. Sei senza amore. Lo scriba dice: Raca! e volge le spalle. Per mia colpa, Maestro! dice la Maddalena. E vedendo il pallore di Maria Vergine, geme: Perdonami. Io faccio insultare tuo Figlio. Mi ritirer. No. Tu resti dove sei. Lo voglio Io dice Ges con voce incisiva e un balenare tale negli occhi, un che di dominio in tutta la sua persona che lo fa quasi inguardabile. E poi, pi dolcemente: Tu resti dove sei. E se qualcuno non sopporta la tua vicinanza, questo qualcuno se ne va, lui soltanto. E Ges si riavvia dirigendosi verso la parte occidentale della citt. 5Maestro! chiama il romano corpulento e vecchiotto che ha difeso la Maddalena. Ges si volge. Ti chiamano Maestro, e io pure ti chiamo cos. Desideravo sentirti parlare. Sono un mezzo filosofo e un mezzo gaudente. Ma forse Tu potresti fare di me un onesto uomo. Ges lo guarda fisso e dice: Io lascio la citt dove regna la bassezza della animalit umana ed sovrano lo scherno. E riprende a camminare. Luomo dietro, sudando e faticando perch il passo di Ges sollecito e lui grosso e vecchiotto, appesantito anche dai vizi. Pietro, che si volta indietro, ne avverte Ges. Lascialo camminare. Non te ne occupare. Dopo poco lIscariota che dice: Ma quelluomo ci segue. Non va bene!. Perch? Per piet o per altro motivo?. Piet di lui? No. Perch pi in distanza ci segue lo scriba di prima con altri giudei. Lasciali fare. Ma era meglio se avevi piet di lui che di te. Di Te, Maestro. No: di te, Giuda. Sii schietto nel capire i tuoi sentimenti e nel confessarli. Io veramente ho piet anche del vecchio. Si fatica, sai, a starti dietro dice Pietro che suda. A seguire la Perfezione si fatica sempre, Simone. Luomo li segue instancabile, cercando di stare vicino alle donne, alle quali per non rivolge mai la parola. 6La Maddalena piange silenziosamente sotto al suo velo. Non piangere, Maria conforta la Madonna prendendole la mano. Dopo il mondo ti rispetter. Sono i primi giorni quelli pi penosi. Oh! Non per me! Ma per Lui! Se gli dovessi fare del male non me lo perdonerei. Hai sentito lo scriba che cosa ha detto? Io lo pregiudico. Povera figlia! Ma non sai che queste parole fischiano come tanti serpenti intorno a Lui da quando tu ancora non pensavi di venire a Lui? Mi ha detto Simone che lo accusarono di questo fino dallo scorso anno, per avere guarito una lebbrosa, un tempo peccatrice, vista nel momento del miracolo e poi mai pi, vecchia pi di me che gli sono madre. Ma non sai che dovette fuggire dallAcqua Speciosa perch una tua disgraziata sorella era andata l per redimersi? Come vuoi che laccusino se Egli senza peccato? Con menzogne. E in che trovarle? Nella sua missione fra gli uomini. Latto buono viene agitato come prova di colpa. E qualunque cosa facesse mio Figlio, sarebbe sempre colpa per loro. Se si chiudesse in un eremo sarebbe colpevole di trascurare il popolo di Dio. Scende fra il popolo di Dio ed colpevole di farlo. Per loro sempre colpevole.

Sono odiosamente cattivi, allora!. No. Sono ostinatamente chiusi alla Luce. Egli, il mio Ges, leterno Incompreso. E sempre, e sempre pi lo sar. E non ne soffri? Mi sembri tanto serena. Taci. come se il mio cuore fosse fasciato di spine roventi. Ad ogni respiro io ne sono punta. Ma che Egli non lo sappia! Mi faccio vedere cos per sostenerlo con la mia serenit. Se non lo conforta la sua Mamma, dove potr trovare conforto il mio Ges? Su quale seno potr curvare il capo senza trovare ferita o calunnia per farlo? dunque ben giusto che io, al di sopra delle spine che gi mi lacerano il cuore, e delle lacrime che bevo nelle ore di solitudine, posi un morbido manto di amore, metta un sorriso, a qualunque costo, per lasciarlo pi quieto, pi quieto finch finch londa dellodio sar tale che nulla pi giover. Neanche lamore della Mamma. Maria ha due righe di pianto sul volto pallido. Le due sorelle la guardano commosse. Ma Egli ha noi che lo amiamo. Gli apostoli, poi dice Marta per consolarla. Ha voi, s. Ha gli apostoli Ancora molto inferiori al loro compito E il mio dolore pi forte perch so che Egli nulla ignora. Allora sapr anche che io lo voglio ubbidire fino allimmolazione se occorre? chiede la Maddalena. Lo sa. Sei una grande gioia sul suo duro cammino. Oh! Madre! e la Maddalena prende la mano di Maria e la bacia con espansione. 7Tiberiade finisce nelle ortaglie del suburbio. Oltre la via polverosa che conduce a Cana, limitata da un lato da frutteti, dallaltro da una serie di prati e di campi arsi dallestate. Ges si inoltra in un frutteto e sosta allombra delle piante folte. Lo raggiungono le donne e poi il trafelato romano, che proprio non ne pu pi. Si mette un poco scosto, non parla, ma guarda. Mentre riposiamo prendiamo il cibo dice Ges. L vi un pozzo e presso un contadino. Andate a chiedergli acqua. Va Giovanni e il Taddeo. Tornano con una brocca dacqua gocciolante dacqua, seguiti dal contadino che offre degli splendidi fichi. Dio te ne compensi nella salute e nel raccolto. Dio ti protegga. Sei il Maestro, vero?. Lo sono. Parli qui?. Non c chi lo desidera. Io, Maestro. Pi dellacqua che cos buona per chi ha sete grida il romano. Hai sete?. Tanto. Ti sono venuto dietro dalla citt. Non mancano in Tiberiade fontane di acqua fresca. Non fraintendermi, Maestro, o fare mostra di fraintendermi. Ti sono venuto dietro per sentirti parlare. Ma perch?. Non so perch e come. stato vedendo lei (e accenna la Maddalena). Non so. Qualche cosa mi ha detto: Quello ti dir ci che ancora non sai. E sono venuto. Date alluomo acqua e fichi. Che si ristori il corpo. E la mente?. La mente ha ristoro nella Verit. per quello che ti sono venuto dietro. Ho cercato la Verit nello scibile. Ho trovato la corruzione. Nelle dottrine anche migliori c sempre un che di non buono. Io mi sono avvilito fino a divenire un nauseato e nauseante uomo senza altro futuro che lora che vivo. Ges lo guarda fissamente mentre mangia pane e fichi che gli hanno portato gli apostoli. Il pasto presto finito.

8Ges, rimanendo seduto, principia a parlare come se facesse una semplice lezione ai suoi apostoli. Rimane vicino anche il contadino. Molti sono quelli che cercano la Verit per tutta la vita senza giungere a trovarla. Sembrano folli che vogliano vedere pur tenendo una cavezza di bronzo sui loro occhi e annaspano cercando convulsamente, tanto che sempre pi si allontanano dalla Verit, oppure la nascondono rovesciando su essa cose che la loro ricerca folle smuove e fa precipitare. Non pu che accadere loro cos, perch cercano l dove la Verit non pu essere. Per trovare la Verit bisogna unire lintelletto con lamore e guardare le cose non solo con occhi sapienti, ma con occhi buoni. Perch vale pi la bont della sapienza. Colui che ama giunge sempre ad avere una traccia verso la Verit. Amare non vuole dire godere di una carne e per la carne. Quello non amore. sensualit. Amore laffetto da animo ad animo, da parte superiore a parte superiore, per cui nella compagna non si vede la schiava ma la generatrice dei figli, solo quello, ossia la met che forma con luomo un tutto che capace di creare una vita, pi vite; ossia la compagna che madre e sorella e figlia delluomo, che debole pi di un neonato o forte pi di un leone a seconda dei casi, e che come madre, sorella, figlia, va amata con rispetto confidente e protettore. Ci che non quanto Io dico, non amore. vizio. Non conduce allalto ma al basso. Non alla Luce ma alle Tenebre. Non alle stelle ma al fango. Amare la donna per sapere amare il prossimo. Amare il prossimo per sapere amare Dio. 9Ecco trovata la via della Verit. La Verit qui, uomini che la cercate. La Verit Dio. La chiave per comprendere lo scibile, qui. La dottrina che senza difetto non che quella di Dio. Come pu luomo dare risposta ai suoi perch, se non ha Dio che gli risponde? Chi pu svelare i misteri del creato, anche solo e semplicemente quelli, se non il Fattore supremo che ha fatto questo creato? Come comprendere il prodigio vivente che luomo, essere in cui si fonde la perfezione animale con quella perfezione immortale che lanima, per cui di siamo se abbiamo in voi viva lanima, ossia libera da quelle colpe che avvilirebbero il bruto e che pure luomo compie, e si vanta di compierle? Io vi dico le parole di Giobbe, o cercatori della Verit: Interroga i giumenti e ti istruiranno, gli uccelli e te lo indicheranno. Parla alla terra e ti risponder, ai pesci e te lo faranno sapere. S, la terra, questa terra verdeggiante e fiorita, queste frutta che si gonfiano sulle piante, questi uccelli che prolificano, queste correnti di venti che distribuiscono le nubi, questo sole che non erra il suo sorgere da secoli e millenni, tutto parla di Dio tutto spiega Dio, tutto svela e disvela Iddio. Se la scienza non si appoggia su Dio, diviene errore che non eleva ma avvilisce. Il sapere non corruzione se religione. Chi sa in Dio non cade perch sente la sua dignit, perch crede nel suo futuro eterno. Ma bisogna cercare il Dio reale. Non le fantasie che di non sono ma solo deliri di uomini ancora avvolti nelle fasce della ignoranza spirituale, per cui non c ombra di sapienza nelle loro religioni e ombra di verit nelle loro fedi. 10Ogni et buona per divenire sapienti. Anzi, ancora in Giobbe questo detto: Sul far della sera ti sorger una specie di luce meridiana, e quando ti crederai finito sorgerai come la stella del mattino. Sarai pieno di fiducia per la speranza che ti attende. Basta la buona volont di trovare la Verit, e prima o poi essa si lascer trovare. Ma una volta che trovata sia, guai a chi non la segue, imitando i cocciuti di Israele che, avendo gi in mano il filo conduttore per trovare Iddio - tutte le cose che di Me sono dette nel Libro - non vogliono arrendersi alla Verit e la odiano, accumulando sul loro intelletto e sul loro cuore le macie dellodio e delle formule, e non sanno che per troppo peso la terra si aprir sotto il loro passo che crede essere di trionfatore e non che passo di schiavo dei formalismi, dellastio, degli egoismi, ed essi saranno ingoiati, precipitando l dove vanno i colpevoli coscienti di un paganesimo pi colpevole ancora di quello che dei popoli si sono dati, da se stessi, per avere una religione su cui regolare se stessi. No, che Io, cos che come non respingo chi si pente fra i figli dIsraele, cos non respingo neppure questi idolatri che credono in ci che fu loro dato da credere, e che dentro, nel loro interno, gemono: Dateci la Verit!. 11Ho detto. Ora riposiamo in questo verde, se luomo ce lo concede. A sera andremo a Cana.

Signore, io ti lascio. Ma poich non voglio profanare la scienza che Tu mi hai dato, partir questa sera stessa da Tiberiade. Lascio questa terra. Mi ritiro col mio servo sulle coste della Lucania. Ho l una casa. Molto mi hai dato. Di pi comprendo che Tu non possa dare al vecchio epicureo. Ma in quello che mi hai dato ho gi tanto da ricostruire un pensiero. E Tu prega il tuo Dio per il vecchio Crispo. Lunico tuo ascoltatore di Tiberiade. Prega perch prima della stretta di Libitina io possa riudirti e, con la capacit che credo poter creare in me sulle tue parole, capirti meglio e capire meglio la Verit. Salve, Maestro. E saluta alla romana. Ma poi, passando presso le donne sedute un poco in disparte, si inchina a Maria di Magdala e le dice: Grazie, Maria. Bene fu che ti conoscessi. Al tuo vecchio compagno di festini tu hai dato il tesoro cercato. Se giunger dove tu gi sei, lo dovr a te. Addio. E se ne va. La Maddalena si stringe le mani sul cuore, con un viso stupito e radioso. Poi a ginocchi si trascina davanti a Ges. Oh! Signore! Signore! dunque vero che io posso portare al bene? Oh! mio Signore! Ci troppa bont!. E curvandosi col viso fra lerba bacia i piedi di Ges bagnandoli di nuovo col pianto, ora riconoscente, della grande amorosa di Magdala.

216. A Cana nella casa di Susanna. Le espressioni, i gesti e la voce di Ges. Disputa tra gli apostoli sulle possessioni. 4 agosto1945. 1Nella casa di Cana la festa per la venuta di Ges di poco minore di quanto lo fu per le nozze del miracolo. Mancano i suonatori, non ci sono gli invitati, la casa non inghirlandata di fiori e rami verdi, non ci sono le tavole per i molti ospiti n il maestro di tavola presso le credenze e le idrie colme di vini. Ma tutto superato dallamore che ora dato nella sua giusta forma e misura, ossia non allospite, forse anche un poco parente, ma che sempre un uomo, ma allOspite Maestro di cui si conosce e riconosce la vera Natura e si venera la Parola come cosa divina. Perci i cuori di Cana amano con tutti se stessi il Grande Amico che si affacciato con la sua veste di lino allapertura dellorto, fra il verde della terra e il rosso del tramonto, abbellendo le cose tutte con la sua presenza, comunicando la sua pace non solo agli animi a cui rivolge il suo saluto, ma financo alle cose. Veramente sembra che, dovunque si volga il suo occhio azzurro, si stenda un velo di pace solenne e pur lieta. Purezza e pace fluiscono dalle sue pupille, cos come la sapienza dalla sua bocca e lamore dal suo cuore. A chi legger queste pagine parr forse impossibile quanto io dico. Eppure lo stesso luogo, che prima della venuta di Ges era un luogo comune, oppure era un luogo di movimento indaffarato che esclude la pace che si presuppone priva di organismi di lavoro, non appena Egli si presenta, si nobilita, e il lavoro stesso prende un che di ordinato che non esclude la presenza di un pensiero soprannaturale fuso al lavoro manuale. Non so se mi spiego bene. 2Ges non mai arcigno, neppure nelle ore di maggior disgusto per qualche azione che gli accade, ma sempre maestosamente dignitoso, e comunica questa dignit soprannaturale al luogo in cui si muove. Ges non mai n allegrone n piagnucolone, con la faccia squarciata dal riso n ipocondriaca, neppure nei momenti di maggiore letizia o di maggiore sconforto. Il suo sorriso inimitabile. Nessun pittore lo potr mai ripetere. Sembra sia una luce che gli si emani dal cuore, una luce radiosa nelle ore di maggior letizia per qualche anima che si redime o per qualche altra che si avvicina alla perfezione; un sorriso direi roseo, quando approva le azioni spontanee dei suoi amici o discepoli e gode della loro vicinanza; un sorriso, sempre per stare nei colori, azzurro, angelico, quando si curva sui bambini per ascoltarli, per ammaestrarli, per benedirli; un sorriso temperato di piet quando guarda qualche miseria della carne o dello spirito; infine un sorriso divino quando parla del Padre o della Madre sua, o guarda e ascolta questa Madre purissima.

Non posso dire di averlo visto ipocondriaco neppure nelle ore di maggore strazio. Fra le torture dellessere tradito, fra le angosce del sudore di sangue, fra gli spasimi della Passione, se la mestizia sommerge il fulgore dolcissimo del suo sorriso, non sufficiente a cancellare quella pace che pare un diadema di paradisiache gemme fulgente sulla sua fronte liscia e illuminante, della sua luce, tutta la divina persona. E cos non posso dire di averlo mai visto abbandonarsi a smodate allegrie. Non alieno ad una schietta risata se il caso lo richiede, riprende subito dopo la sua dignitosa serenit. Ma quando ride, ringiovanisce prodigiosamente, fino ad assumere un volto di giovane ventenne, e pare che il mondo ringiovanisca per la sua bella risata, schietta, sonora, tonata. Non posso ugualmente dire di avergli visto fare affrettatamente le cose. Sia che parli o che si muova, lo fa sempre con pacatezza pur non essendo mai lento o svogliato. Sar forse perch, alto come , pu fare passi lunghi senza per questo mettersi a correre per fare molta strada, e ugualmente pu raggiungere con facilit oggetti lontani senza avere bisogno di alzarsi per raggiungerli. Certo che, fin nel suo modo di muoversi, signorile e maestoso. E la voce? Ecco, io sono a momenti due anni che lo sento parlare, eppure delle volte quasi perdo il filo del suo dire tanto mi sprofondo nello studio della sua voce. E il buon Ges, paziente, ripete ci che ha detto e mi guarda col suo sorriso di Maestro buono per non fare che nei dettati risultino mutilazioni dovute alla mia beatitudine di ascoltarne la voce, gustarla e studiarne il tono e il fascino. Ma dopo due anni ancora non so dire di preciso che tono abbia. Escludo assolutamente il tono di basso, come escludo quello di tenore leggero. Ma sono sempre incerta se sia una potente voce tenorile o quella di un perfetto baritono dalla gamma vocale amplissima. Direi che questo, perch la sua voce prende delle volte delle note bronzee, fin quasi ovattate tanto sono profonde, specie quando parla a tu per tu con un peccatore per riportarlo alla Grazia o indica le deviazioni umane alle turbe; mentre poi, quando si tratta di analizzare e mettere allindice le cose proibite e scoprire le ipocrisie, il bronzo si fa pi chiaro; e diviene tagliente come schianto di fulmine quando impone la Verit e la sua volont, fino a giungere a cantare come lastra doro percossa con martello di cristallo quando si eleva inneggiando alla Misericordia o magnificando le opere di Dio; oppure fascia questo timbro di amore per parlare alla Madre e della Madre. Veramente allora fasciata di amore questa sua voce, di un amore reverenziale di figlio e di un amore di Dio che loda la sua opera migliore. E questo tono, sebbene meno marcato, usa per parlare ai prediletti, ai convertiti, o ai bambini. E non stanca mai, neppure nel pi lungo discorso, perch voce che riveste e completa il pensiero e la parola, rendendone la potenza o la dolcezza a seconda del bisogno. E io resto talora con la penna in mano, ad ascoltare, e poi trovo il pensiero andato troppo avanti, impossibile ad afferrarsi e l resto, finch il buon Ges non lo ripete, come fa quando sono interrotta per insegnarmi a sopportare pazientemente le cose o le persone moleste, che glielo lascio pensare quanto mi sono molestequando mi levano dalla beatitudine di ascoltare Ges 3Ora, a Cana, sta ringraziando Susanna dellospitalit data ad Aglae. Sono in disparte, sotto una folta pergola carica di grappoli che gi invaiano, mentre tutti gli altri prendono ristoro nella vasta cucina. La donna era molto buona, Maestro. Non ci fu certo un peso. Volle aiutarmi in tutti i bucati, nella pulitura della casa per la Pasqua, come fosse una serva, e lavor, te lo assicuro, come una schiava per aiutarmi a terminare le vesti pasquali. Prudente, si ritirava ad ogni persona che venisse, e fino con mio marito cercava non rimanere. Poco parlava alla presenza della famiglia, poco si cibava. Si alzava avanti giorno per ravviarsi prima che fossero desti gli uomini, ed io trovavo sempre il fuoco gi acceso e scopata la casa. Ma quando eravamo sole, mi chiedeva di Te e di insegnarle i salmi della nostra religione. Diceva: Per saper pregare come prega il Maestro. E ora ha finito di penare? Perch penare penava molto. Di tutto aveva paura e molto sospirava e piangeva. ora felice?. S. Soprannaturalmente felice. Libera dalle paure. In pace. Io ancora ti ringrazio del bene che le hai fatto. Oh! mio Signore! Che bene mai? Non le ho dato che amore in nome tuo, perch altro non so fare.

Era una povera sorella. Lo capivo. E io, per riconoscenza allAltissimo che mi ha tenuta nella sua grazia, lho amata. E hai fatto pi che se avessi predicato nel Bel Nidrash. Ora ne hai qui unaltra. Lhai riconosciuta?. E chi la ignora in queste contrade?. Nessuno, vero. Ma ancora ignorate, voi e le contrade, la seconda Maria, quella che sar sempre della sua vocazione. Sempre. Ti prego di crederlo. Tu lo dici. Tu sai. Io credo Di anche: Io amo. So che pi difficile compatire e perdonare uno che ha mancato, essendo dei nostri, che non uno che ha la scusa di essere pagano. Ma se il dolore di vedere apostasie famigliari fu forte, pi forte sia il compatimento e il perdono. Io ho perdonato per tutto Israele termina Ges, marcando le parole. Ed io perdoner per la mia parte. Perch penso che un discepolo debba fare ci che fa il Maestro. Sei nella verit, e Dio ne giubila. 4Andiamo dagli altri. La sera scende. Sar dolce il riposo nel silenzio della sera. Non ci dirai nulla, Maestro?. Non so ancora. Entrano nella cucina dove sono preparate le pietanze e bevande per la cena prossima. Susanna si fa avanti dicendo con un lieve rossore sul viso giovanile: Vogliono le mie sorelle venire con me nella stanza alta? Dobbiamo preporre presto le mense, perch poi dobbiamo stendere i giacigli per gli uomini. Potrei fare da sola. Ma ci terrei pi tempo. Vengo anche io, Susanna dice la Vergine. No. Bastiamo noi e servir a conoscerci, perch il lavoro affratella. Escono insieme mentre Ges, dopo aver bevuto dellacqua corretta con non so che sciroppo, va a sedersi con la Madre, gli apostoli e gli uomini di casa, al fresco della pergola, lasciando libere le serventi e la padrona anziana di ultimare le vivande. 5Si sentono venire dalla stanza alta le voci delle tre discepole che preparano le tavole. Susanna racconta il miracolo avvenuto per le sue nozze, e Maria di Magdala risponde: Cambiare lacqua in vino forte. Ma cambiare una peccatrice in discepola ancora pi forte. Voglia Iddio che io faccia come quel vino: che io diventi del migliore. Non ne avere dubbio. Egli muta tutto in modo perfetto. Qui ci fu una, e per giunta pagana, da Lui convertita nel sentimento e nella fede. Puoi dubitare che ci non avvenga per te che sei gi dIsraele?. Una? Giovane?. Giovane. Bellissima. E dove ora? chiede Marta. Solo il Maestro lo sa. Ah! allora quella di cui ti ho parlato. Lazzaro era da Ges quella sera e ha sentito le parole dette per lei. Che profumo cera in quella stanza! Lazzaro lo port nelle vesti per pi giorni. Eppure Ges disse superiore ancora il cuore della convertita col suo profumo di pentimento. Chiss dove andata? Io credo in solitudine. Lei in solitudine, ed era straniera. Io qui, e sono nota. La sua espiazione nella solitudine, la mia nel vivere fra il mondo che mi conosce. Non invidio la sua sorte perch sono con il Maestro. Ma spero poterla imitare un giorno per essere senza nulla che mi distragga da Lui. Lo lasceresti?. No. Ma Egli dice che se ne va. E allora il mio spirito lo seguir. Con Lui posso sfidare il mondo. Senza Lui avrei paura del mondo. Metter il deserto tra me e il mondo. E io e Lazzaro? Come faremo?. Come avete fatto nel dolore. Vi amerete e mi amerete. E senza rossori. Perch allora sarete soli, ma saprete che sono con il Signore. E che nel Signore vi amer. forte e netta, Maria, nelle sue decisioni commenta Pietro che ha sentito.

E lo Zelote risponde: Una lama diritta come il padre suo. Della madre ha le fattezze. Ma del padre ha lo spirito indomito. E colei che ha lo spirito indomito scende ora svelta venendo verso i compagni per dire che le mense sono pronte 6La campagna si annulla nella notte serena, ma per ora illune. Solo un tenue chiarore di astri serve a mostrare gli ammassi oscuri delle piante e quelli bianchi delle case. Nullaltro. Degli uccelli notturni svolazzano col loro volo muto intorno alla casa di Susanna, in cerca di mosche, rasentando anche le persone sedute sulla terrazza intorno ad una lampada che getta una lieve luce giallognola sui volti raccolti intorno a Ges. Marta, che deve avere un gran paura dei pipistrelli, getta uno strillo ogni qualvolta un nottolone la sfiora. Invece Ges si preoccupa delle farfalle che la lampada attira e con la sua lunga mano cerca di allontanarle dalla fiamma. Sono bestie molto stupide tanto le une che gli altri dice Tommaso. I primi ci scambiano per mosconi, le seconde prendono la fiamma per un sole e si bruciano. Non hanno neppure lombra di un cervello. Sono animali. Vuoi che ragionino? chiede lIscariota. No. Vorrei che avessero almeno listinto. Non fanno a tempo ad averlo. Parlo delle farfalle. Perch dopo la prima prova sono belle e morte. Listinto si sveglia e si fa forte dopo le prime penose sorprese commenta Giacomo dAlfeo. E i pipistrelli? Quelli dovrebbero averlo perch vivono per degli anni. Sono stupidi, ecco. Ribatte Tommaso. No, Tommaso. Non pi degli uomini. Anche gli uomini sembrano pipistrelli stupidi, molte volte. Volano, o meglio, svolazzano come ubriachi intorno a cose che non servono che a dare dolore. 7Ecco qua: mio fratello, con una buona sventolata del manto, ne ha abbattuto uno. Datemelo dice Ges. Giacomo di Zebedeo, ai cui piedi caduto il pipistrello che ora, sbalordito, si dimena sul pavimento con mosse goffe, lo prende con due dita per una delle ali membranose e, tenendolo sospeso come fosse un cencio sporco, lo depone in grembo a Ges. Eccolo qua limprudente. Lasciamolo fare e vedrete che si riprende, ma non si corregge. Un singolare salvataggio, Maestro. Io lo uccidevo del tutto dice lIscariota. No. Perch? Anche esso ha una vita e ci tiene gli risponde Ges. Non mi pare. O non sa di averla, oppure non ci tiene. La mette in pericolo!. Oh! Giuda! Giuda! Come saresti severo con i peccatori, con gli uomini! Anche gli uomini sanno che hanno una e una vita, e non si peritano di mettere in pericolo questa e quella. Due vite abbiamo?. Quella del corpo e quella dello spirito, lo sai. Ah! credevo alludessi a reincarnazioni. C chi ci crede. Non c reincarnazione. Ma due vite ci sono. Eppure luomo mette in pericolo tutte e due le sue vite. Se tu fossi Dio, come giudicheresti gli uomini che sono dotati di ragione oltre che distinto?. Severamente. A meno che non fosse un uomo menomato nella mente. Non considereresti le circostanze che rendono folli moralmente?. Non le considererei. Sicch tu, di uno che sa di Dio e della Legge, e che pure pecca, non avresti piet. Non avrei piet. Perch luomo deve sapersi reggere. Dovrebbe. Deve, Maestro. una vergogna imperdonabile che un adulto cada in certi peccati, soprattutto, tanto pi se nessuna forza ve lo spinge. Quali peccati secondo te?. Quelli del senso per i primi. un degradarsi senza rimedio. Maria di Magdala china la testa. Giuda prosegue: un corrompere anche gli altri, perch dal corpo degli impuri esala come un

fermento che turba anche i pi puri e li porta ad imitarli. 8Mentre la Maddalena curva sempre pi il capo, Pietro dice: Oh! l, l! Non essere cos severo! La prima a commettere questa imperdonabile vergogna stata Eva. E non mi vorrai dire che stata corrotta dal fermento impuro esalante da un lussurioso. Intanto sappi che, per conto mio, proprio niente si agita anche se siedo a lato di un lussurioso. Affari suoi. La vicinanza sporca sempre. Se non la carne, lanima, ed peggio ancora. Mi sembri un fariseo! Ma scusa, allora a questo modo bisognerebbe chiudersi dentro una torre di cristallo e starsene l, sigillati. E non ti credere, Simone, che ti gioverebbe. Nella solitudine sono pi tremende le tentazioni dice lo Zelote. Oh! bene! Rimarrebbero sogni. Nulla di male risponde Pietro. Nulla di male? Ma non sai che la tentazione porta alla cogitazione, questa alla ricerca di un mezzo termine per soddisfare in qualche modo listinto che urla, e il mezzo termine spiana la via ad un raffinamento di peccato nel quale unito il senso al pensiero? interroga lIscariota. Non so niente di questo, caro Giuda. Forse perch non sono mai stato cogitabondo, come tu dici, su certe cose. So che mi pare che siamo andati molto lontani dai pipistrelli e che bene che tu non sia Dio. Altrimenti in Paradiso ci resteresti da solo, con tutta la tua severit. 9Che ne dici, Maestro?. Dico che bene non essere troppo assoluti, perch gli angeli del Signore ascoltano le parole degli uomini e le segnano sui libri eterni, e potrebbe dispiacere un giorno sentirsi dire: Ti sia fatto come tu hai giudicato. Dico che se Dio mi ha mandato perch vuole perdonare tutte le colpe di cui un uomo si pente, sapendo quanto luomo debole per causa di Satana. Giuda, rispondi a Me: ammetti tu che Satana possa impossessarsi di unanima di modo da esercitare su di essa una coercizione che le diminuisce il peccato agli occhi di Dio?. Non lo ammetto. Satana non pu intaccare che la parte inferiore. Ma tu bestemmi, Giuda di Simone! dicono quasi insieme lo Zelote e Bartolomeo. Perch? In che?. Smentendo Dio e il Libro. In esso si legge che Lucifero intacc anche la parte superiore, e Dio, per bocca del suo Verbo, ce lo ha detto infinite volte risponde Bartolomeo. detto anche che luomo ha il libero arbitrio. Ci significa che sulla libert umana del pensiero e del sentimento Satana non pu fare violenza. Non la fa neppure Dio. Dio no, perch Ordine e Lealt. Ma Satana s, perch esso Disordine e Odio ribatte lo Zelote. Lodio non il sentimento opposto alla Lealt. Dici male. Dico bene perch, se Dio Lealt, e perci non manca alla parola data di lasciare luomo libero delle sue azioni, il demonio non pu a questa parola mentire, non avendo promesso alluomo libert di arbitrio. Ma pur vero che esso Odio e che perci si avventa contro Dio e luomo, e ci si avventa assalendo la libert intellettiva delluomo, oltre che la sua carne, e portando questa libert di pensiero a schiavit, a possessi per cui luomo fa cose che, se libero da Satana, non farebbe sostiene Simone Zelote. Non lo ammetto. Ma gli indemoniati, allora? Tu neghi levidenza urla Giuda Taddeo. Gli indemoniati sono sordi o muti o folli. Non lussuriosi. Hai solo questo vizio presente? chiede ironico Tommaso. Perch il pi diffuso e il pi basso. Ah! Credevo che fosse quello che conoscevi meglio dice Tommaso ridendo. Ma Giuda scatta in piedi come volesse reagire. Poi si domina e scende la scaletta allontanandosi per i campi. 10Un silenzio Poi Andrea dice: In tutto la sua idea non sbagliata. Si direbbe infatti che Satana ha possessi solo sui sensi: occhi, udito, favella, e sul cervello. Ma allora, Maestro, come si spiegano certe cattiverie? Quelle non sono forse possessioni? Un Doras, per esempio?.

Un Doras, come tu dici, per non mancare di carit a nessuno, e di ci Dio ti doni compenso, oppure una Maria, come tutti, lei per prima, pensiamo, dopo le chiare ed anticaritatevoli allusioni di Giuda, sono i posseduti pi completamente da Satana, che estende il suo potere sui tre gradi delluomo. Le possessioni pi tiranniche e sottili, quali si liberano solo coloro che sono sempre tanto poco degradati nello spirito da sapere ancora comprendere linvito della Luce. Doras non fu un lussurioso. Ma con tutto questo non seppe venire al Liberatore. In questo sta la differenza. Che mentre nei lunatici, e nei muti, sordi o ciechi, per opera demoniaca, cercano e pensano i parenti a portarli a Me, in questi, posseduti nello spirito, solo il loro spirito che provvede a cercare la libert. Per questo essi sono perdonati oltre che liberati. Perch il loro volere ha per primo iniziato la spossessione dal Demonio. E ora andiamo al riposo. Maria, tu che sai cosa lessere presi, prega per quelli che prestano se stessi ad intermittenze al Nemico, facendo peccato e dando dolore. S, Maestro mio. E senza rancore. La pace a tutti. Lasciamo qui la causa di tanta discussione. Tenebra con tenebra fuori nella notte. E noi rientriamo per dormire sotto lo sguardo degli angeli. E depone il pipistrello, che fa i primi tentativi di volo, su una panca, ritirandosi con gli apostoli nella stanza alta, mentre le donne con i padroni di casa scendono al piano terreno.

217. Giovanni ripete un discorso di Ges sul creato e sui popoli che attendono la Luce. 5 agosto 1945. 1Stanno tutti salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazaret. Le coste delle colline galilee sembrano create in quella mattina, tanto la recente burrasca le ha lavate e la rugiada le mantiene lucide e fresche, tutte un brillio al primo sole. Laria cos pura che discopre ogni particolarit dei monti pi o meno vicini e d un senso di leggerezza e di brio. Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle la vista si bea su uno scorcio del lago, bellissimo in questa luce mattinale. Tutti ammirano, imitando Ges. Ma Maria di Magdala, presto storce lo sguardo da quel punto cercando in altra direzione qualche cosa. I suoi occhi si posano sulle creste montane che sono a nord-ovest dal punto ove si trova, e pare non trovare. Susanna, perch presente anche lei, le chiede: Che cerchi?. Vorrei riconoscere il monte ove incontrai il Maestro. Chiedilo a Lui. Oh! non merita che io lo disturbi. Sta parlando proprio con Giuda di Keriot. Che uomo quel Giuda! sussurra Susanna. Non dice altro, ma si capisce il resto. Quel monte non certo su questa via. Ma qualche volta ti ci condurr, Marta. Cera unaurora come questa e tanti fiori E tanta gente Oh! Marta! Ed io ho osato mostrarmi a tutti con quella veste di peccato e con quegli amici No, non puoi essere offesa per le parole di Giuda. Me le sono meritate. Tutto mi sono meritato. E in questo soffrire a mia espiazione. Tutti ricordano, tutti hanno il diritto di dirmi la verit. E io devo tacere. Oh! se si riflettesse prima di peccare! Chi mi offende ora il mio pi grande amico, perch mi aiuta ad espiare. Ma ci non toglie che egli ha mancato. Madre, proprio contento di quelluomo, tuo Figlio?. Bisogna molto pregare per lui. Cos Egli dice. 2Giovanni lascia gli apostoli per venire ad aiutare le donne in un passaggio scabroso su cui i sandali scivolano, molto pi che il sentiero sparso di pietre lisce, come scaglie di ardesia rossastra, e di unerbetta lucida e dura, molto traditrici per il piede che su esse non ha presa. Lo Zelote lo imita e appoggiandosi a loro le donne superano il punto pericoloso. un poco faticosa questa via. Ma senza polvere e senza folla. Ed pi breve dice lo Zelote.

La conosco, Simone dice Maria. Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Ges fu cacciato da Nazaret dice Maria Ss. e sospira. Per bello da qui il mondo. Ecco l il Tabor e lHermon, e a settentrione i monti dArbela, e l in fondo il grande Hermon. Peccato che non si veda il mare come si vede dal Tabor dice Giovanni. Ci sei stato?. S, col Maestro. Giovanni, col suo amore per linfinito, ci ha ottenuto una grande letizia, perch Ges, l in cima, parl di Dio con un rapimento mai udito. E poi, dopo aver avuto gi tanto, ottenemmo una grande conversione. Lo conoscerai anche tu, Maria. E ti si fortificher lo spirito pi ancora che gi non sia. Trovammo un uomo indurito nellodio, abbrutito dai rimorsi, e Ges ne fece uno che non esito a dire che sar un grande discepolo. Come te, Maria. 3Perch, credi pure che verit ci che ti dico, noi peccatori siamo i pi cedevoli al Bene che ci prende, perch sentiamo il bisogno di essere perdonati anche da noi stessi dice lo Zelote. vero. Ma tu sei molto buono, dicendo noi peccatori. Tu sei stato un disgraziato, non un peccatore. Tutti lo siamo, chi pi chi meno, e chi crede di esserlo meno il pi soggetto a divenirlo se pure non lo gi. Tutti lo siamo. Ma i pi grandi peccatori che si convertono sono quelli che sanno essere assoluti nel Bene come lo furono nel male. Il tuo conforto mi solleva. Sei sempre stato un padre per i figli di Teofilo, tu. E come un padre giubilo di avervi tutti e tre amici di Ges. Dove lo avete trovato quel discepolo gran peccatore?. A Endor, Maria. Simone vuol dare al mio desiderio di vedere il mare il merito di tante cose belle e buone. Ma se Giovanni lanziano venuto a Ges non per merito di Giovanni lo stolto. per merito di Giuda di Simone dice sorridendo il figlio di Zebedeo. Lo ha convertito? chiede dubbiosa Marta. No. Ma ha voluto andare ad Endor e. S, per vedere lantro della maga... un uomo molto strano Giuda di Simone Bisogna prenderlo come Gi! E Giovanni di Endor ci guid alla caverna e poi rimase con noi. Ma, figlio mio, sempre tuo il merito, perch senza il tuo desiderio di infinito non avremmo fatto quella via e non sarebbe venuto a Giuda di Simone il desiderio di andare a quella strana ricerca. 4Mi piacerebbe sapere cosa ha detto Ges sul Tabor come mi piacerebbe riconoscere il monte dove lo vidi sospira Maria Maddalena. Il monte quello su cui pare ora accendersi un sole per quel piccolo stagno, usato dalle greggi, che raccoglie le acque sorgive. Noi eravamo pi su, dove la cima pare spaccata come un largo bidente che voglia infilzare le nuvole e portarle altrove. Per il discorso di Ges, credo che Giovanni te lo pu dire. Oh! Simone! Pu mai un ragazzo ripetere le parole di Dio?. Un ragazzo no. Tu s. Provati. Per compiacenza alle tue sorelle e a me che ti voglio bene. Giovanni molto rosso quando inizia a ripetere il discorso di Ges. Egli disse: Ecco la pagina infinita su cui le correnti scrivono la parola Credo. Pensate il caos dellUniverso avanti che il Creatore volesse ordinare gli elementi e costituirli a meravigliosa societ, che ha dato agli uomini la terra e quanto contiene e al firmamento gli astri e i pianeti. Tutto gi non era. N come caos informe n come cosa ordinata. Dio la fece. Fece dunque per primi gli elementi. Perch necessari sono, sebbene talora sembra che siano nocivi. Ma, pensatevelo sempre, non c la pi piccola stilla di rugiada che non abbia la sua ragione buona di essere; non c insetto, per piccolo e noioso che sia, che non abbia la sua ragione buona di essere. E cos non c mostruosa montagna eruttante dalle viscere fuoco e incandescenti lapilli che non abbia la sua ragione buona di essere. E non vi ciclone senza motivo. E non vi - passando dalle cose alle persone - e non vi evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilit o maternit abbondante, non lungo coniugio n rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie,

come non prosperit di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette. Ma locchio di Dio, ma il Pensiero senza limitazioni di Dio, vede e sa. Il segreto per vivere immuni da sterili dubbi che innervosiscono, esauriscono, avvelenano la giornata terrena, nel saper credere che Dio fa tutto per ragione intelligente e buona, che Dio fa ci che fa per amore, non nello stolido intento di crucciare per crucciare. 6Dio aveva gi creato gli angeli. E parte di essi, per avere voluto non credere che fosse buono il livello di gloria al quale Dio li aveva collocati, si erano ribellati e con lanimo arso dalla mancanza di fede nel loro Signore avevano tentato di assalire il trono irraggiungibile di Dio. Alle armoniose ragioni degli angeli credenti avevano opposto il loro discorde, ingiusto e pessimistico pensiero, e il pessimismo, che mancanza di fede, li aveva da spiriti di luce fatti divenire spiriti ottenebrati. Viva in eterno coloro che in Cielo come in terra sanno basare ogni loro pensiero su un presupposto di ottimismo pieno di luce! Mai sbaglieranno completamente, anche se i fatti li smentiranno. Non sbaglieranno almeno per quanto riguarda il loro spirito, il quale continuer a credere, a sperare, ad amare soprattutto Dio e prossimo, rimanendo perci in Dio fino ai secoli dei secoli! Il Paradiso era gi stato liberato da questi orgogliosi pessimisti, i quali vedevano nero anche nelle luminosissime opere di Dio, cos come in terra i pessimisti vedono nero anche nelle pi schiette e solari azioni delluomo, e per volersi separare in una torre davorio, credendosi gli unici perfetti, si autocondannano ad una oscura galera, la cui via termina nelle tenebre del regno infero, il regno della Negazione. Perch il pessimismo Negazione esso pure. 7Dio fece dunque il Creato. E come per comprendere il mistero glorioso del nostro Essere uno e trino bisogna saper credere e vedere che fin dal principio il Verbo era, ed era presso Dio, uniti dallAmore perfettissimo che solo possono effondere due che Di sono pur essendo Uno, cos ugualmente, per vedere il creato per quello che , occorre guardarlo con occhi di fede, perch nel suo essere, cos come un figlio porta lincancellabile riflesso del padre, cos il creato ha in s lincancellabile riflesso del suo Creatore. Vedremo allora che anche qui in principio fu il cielo e la terra, poi fu la luce, paragonabile allamore. Perch la luce letizia cos come lo lamore. E la luce latmosfera del Paradiso. E lincorporeo Essere che Dio, Luce , ed Padre di ogni luce intellettiva, affettiva, materiale, spirituale, cos in Cielo come in terra. In principio fu il cielo e la terra, e per essi fu data la luce e per la luce tutte le cose furono fatte. E come nel Cielo altissimo furono separati gli spiriti di luce da quelli di tenebre, cos nel Creato furono separate le tenebre dalla luce e fu fatto il Giorno e la Notte, e il primo giorno del creato fu, col suo mattino e la sua sera, col suo meriggio e la sua mezzanotte. E quando il sorriso di Dio, la Luce, torn dopo la notte, ecco che la mano di Dio, il suo potente volere, si stese sulla terra informe e vuota, si stese sul cielo su cui vagavano le acque, uno degli elementi liberi nel caos, e volle che il firmamento separasse il disordinato errare delle acque fra cielo e terra, acci fosse velario ai fulgori paradisiaci, misura alle acque superiori, perch sul ribollire dei metalli e degli atomi non scendessero i diluvi a dilavare e disgregare ci che Dio riuniva. Lordine era stabilito nel cielo. E lordine fu sulla terra per il comando che Dio dette alle acque sparse sulla terra. E il mare fu. Eccolo. Su esso, come sul firmamento, scritto. Dio . Quale che sia lintellettualit di un uomo e la sua fede o la sua non fede, davanti a questa pagina, in cui brilla una particella dellinfinit che Dio, in cui testimoniata la sua potenza - perch nessuna potenza umana n nessun assestamento naturale di elementi possono ripetere, seppure in minima misura, un simile prodigio - obbligato a credere. A credere non solo alla potenza ma alla bont del Signore, che per quel mare d cibo e vie alluomo, d sali salutari, d tempera al sole e spazio ai venti, d semi alle terre luna dallaltra lontane, d voce di tempeste perch richiamino la formica che luomo allInfinito suo Padre, d modo di elevarsi, contemplando pi alte visioni, a pi alte sfere. 8Tre sono le cose che pi parlano di Dio nel creato che tutto testimonianza di Lui. La Luce, il firmamento, il mare. Lordine astrale e meteorologico, riflesso dellOrdine divino; la luce che solo

un Dio poteva fare; il mare, la potenza che solo Dio, dopo averla creata, poteva mettere in saldi confini, dandole moto e voce, senza che per questo, come turbolento elemento di disordine, sia danno alla terra che lo sopporta sulla sua superficie. Penetrate il mistero della luce che mai si consuma. Alzate lo sguardo al firmamento dove ridono le stelle e i pianeti. Abbassate lo sguardo al mare. Vedetelo per quello che . Non separazione, ma ponte fra i popoli che sono sulle altre sponde, invisibili, ignote anche, ma che bisogna credere che ci siano solo perch questo mare. Dio non fa nulla di inutile. Non avrebbe perci fatto questa infinit se essa non avesse a limite, l, oltre lorizzonte che ci impedisce di vedere, altre terre, popolate da altri uomini, venuti tutti da un unico Dio, portati l per volere di Dio, a popolare continenti e regioni, da tempeste e correnti. E questo mare porta nei suoi flutti, nelle voci delle sue onde e delle sue maree, appelli lontani. Tramite , non separazione. Quellansia che d dolce angoscia a Giovanni questo appello di fratelli lontani. Pi lo spirito diviene dominatore della carne e pi capace di sentire le voci degli spiriti che sono uniti anche se divisi, cos come i rami sgorgati da ununica radice sono uniti anche se luno neppur vede pi laltro perch un ostacolo si frappone fra essi. Guardate il mare con occhi di luce. Vi vedrete terre e terre sparse sulle sue spiagge, ai suoi limiti, e nellinterno terre e terre ancora, e da tutte giunge un grido: Venite! Portateci la Luce che voi possedete. Portateci la Vita che vi viene data. Dite al nostro cuore la parola che ignoriamo ma che sappiamo essere la base delluniverso: amore. Insegnateci a leggere la parola che vediamo tracciata sulle pagine infinite del firmamento e del mare: Dio. Illuminateci perch sentiamo che una luce vi pi vera ancora di quella che arrossa i cieli e fa di gemme il mare. Date alle nostre tenebre la Luce che Dio vi ha data dopo averla generata col suo amore, e lha data a voi ma per tutti, cos come la dette agli astri ma perch la dessero alle terre. Voi gli astri, noi la polvere. Ma formateci cos come il Creatore cre con la polvere la terra perch luomo la popolasse adorandolo ora e sempre, finch venga lora che pi terra non sia, ma venga il Regno. Il Regno della luce, dellamore, della pace, cos come a voi il Dio vivente ha detto che sar, perch noi pure siamo figli di questo Dio e chiediamo di conoscere il Padre nostro. E per vie di infinito sappiate andare. Senza timori e senza sdegni. Incontro a quelli che chiamano e piangono. Verso quelli che vi daranno anche dolore perch sentono Dio ma non sanno adorare Dio, ma che pure vi daranno la gloria perch grandi sarete quanto pi possedendo lamore, lo saprete dare, portando alla Verit i popoli che attendono. 9Ges ha detto cos, molto meglio di come io ho detto. Ma almeno questo il suo concetto. Giovanni, tu hai dato una esatta ripetizione del Maestro. Solo hai lasciato ci che disse del tuo potere di capire Iddio per la tua generosit di donarti. Tu sei buono, Giovanni. Il migliore fra noi! Abbiamo fatto la via senza avvedercene. Ecco l Nazaret sulle sue colline. Il Maestro ci guarda e ci sorride. Raggiungiamolo solleciti per entrare in citt uniti. Io ti ringrazio, Giovanni dice la Madonna. Hai fatto un grande regalo alla Mamma. Io pure. Anche alla povera Maria tu hai aperto orizzonti infiniti. Di che parlavate tanto? chiede Ges ai sopraggiungenti. Giovanni ci ha ripetuto il tuo discorso del Tabor. Perfettamente. E ne fummo beati. Sono contento che la Madre lo abbia udito, Lei che porta un nome in cui il mare non estraneo e possiede una carit vasta come il mare. Figlio mio, Tu la possiedi come Uomo, e nulla ancora rispetto alla tua infinita carit di Verbo Divino. Mio dolce Ges!. Vieni, Mamma, al mio fianco. Come quando tornavamo da Cana o da Gerusalemme quando ero bambino, tu mi tenevi per mano. E si guardano col loro sguardo damore.

218. Unaccusa dei nazareni a Ges, respinta con la parabola del lebbroso guarito. 6 agosto 1945. 1La prima fermata che Ges fa a Nazaret alla casa di Alfeo. Sta per entrare nellorto quando si incontra con Maria dAlfeo che esce con due anfore di rame per andare alla fonte. La pace sia con te, Maria! dice Ges, e abbraccia la parente che, espansiva come sempre, lo bacia con un grido di gioia. Sar certo giorno di pace e gioia, Ges mio, poich Tu sei venuto! Oh! figli miei carissimi! Che felicit vedervi, per la vostra mamma! e bacia affettuosamente i suoi figlioloni che erano immediatamente dietro a Ges. State con me, oggi, non vero? Ho giusto il forno acceso per il pane. Andavo a prendere lacqua per non avere pi a sospendere la cottura. Mamma, andiamo noi dicono i figli impadronendosi delle brocche. Come sono buoni! Non vero, Ges?. Tanto buoni conferma Ges. Ma anche con Te, non vero? Perch se dovessero amarti meno di quanto mi amano, li avrei meno cari. Non temere, Maria. Essi sono per Me solo gioia. Sei solo? Maria se ne andata cos allimprovviso Sarei venuta anche io. Era con una donna Una discepola?. S. La sorella di Marta. Oh! Che Dio sia benedetto! Ho tanto pregato per questo! Dove ?. Eccola che giunge con mia Madre, Marta e Susanna. Infatti le donne stanno svoltando la via, seguite dagli apostoli. Maria dAlfeo corre loro incontro ed esclama: Come sono felice di averti per sorella! Dovrei dirti figlia perch tu sei giovane ed io vecchia. Ma ti chiamo col nome che mi tanto caro da quando lo do alla mia Maria. Cara! Vieni. Sarai stanca Ma certo anche felice e bacia la Maddalena tenendola poi per mano quasi per farle ancora pi sentire che le vuole bene. La bellezza fresca della Maddalena sembra ancora pi forte presso la persona sciupata della buona Maria dAlfeo. Oggi tutti da me. Non vi lascio andare e, con un sospiro danima che esce involontario, sfugge la confessione: Sono sempre tanto sola! Quando non c mia cognata passo le giornate ben tristi e solitarie. Sono assenti i tuoi figli? chiede Marta. Maria dAlfeo arrossisce e sospira: Con lanima s. Ancora. Lessere discepoli unisce e divide Ma come tu, Maria, sei venuta, pure loro verranno e si asciuga una lacrima. Guarda Ges che la osserva con piet, e si sforza a sorridere per chiedere: Sono cose lunghe, vero?. S, Maria. Ma tu le vedrai. Speravo Dopo che Simone Ma poi ho saputo altre cose, e si tornato a fare titubante. Amalo ugualmente, Ges!. Lo puoi dubitare?. Maria mentre parla prepara dei ristori per i pellegrini, sorda alle parole di tutti che le assicurano di non abbisognare di nulla. Lasciamo le discepole in pace dice Ges e termina: E andiamo per il paese. Te ne vai? Forse verranno gli altri figli?. Mi trattengo tutto domani. Staremo insieme, perci. Ora vado a trovare gli amici. La pace a voi, donne. Madre, addio!. 2Nazaret gi in subbuglio per larrivo di Ges, e con quella appendice di Maria di Magdala. C

chi si precipita verso la casa di Maria dAlfeo e chi verso quella di Ges per vedere, e trovando questultima chiusa rifluiscono tutti verso Ges, che traversa Nazaret andando verso i centro della stessa. La citt sempre chiusa al Maestro. In parte ironica, in parte incredula, con qualche nucleo di manifesta cattiveria che si svela con certe frasi pungenti, segue per curiosit ma senza amore il suo grande Figlio che essa non comprende. Anche nelle domande che gli rivolgono non c amore, ma incredulit e beffa. Ma Egli non mostra di rilevarle e, dolce e mite, risponde a chi gli parla. Di a tutti, ma sembri un figlio senza legame alla tua patria, poich ad essa non di. Sono qui per dare ci che chiedete. Ma preferisci non essere qui. Siamo forse pi peccatori degli altri?. Non vi peccatore per grande che sia che Io non voglia convertire. E voi non siete da pi degli altri. Neppure per dici che siamo migliori degli altri. Un figlio buono dice sempre che la madre sua migliore delle altre anche se non lo . Ti forse matrigna Nazaret?. Io non dico nulla. regola di carit verso gli altri e verso se stessi, quando dire che un buono non si pu, e quando non si vuole mentire. Ma la lode per voi sarebbe pronta a sgorgare sol che voi veniste alla mia dottrina. Vuoi dunque essere ammirato?. No. Soltanto ascoltato e creduto, per il bene delle anime vostre. E parla, allora! Ti ascolteremo. Ditemi voi su che vi devo parlare. Un uomo sui quaranta-quarantacinque anni dice: Ecco. Io vorrei che Tu entrassi da me e mi spiegassi un punto. Vengo subito, Levi. E vanno alla sinagoga mentre la gente si accalca dietro al Maestro e al sinagogo, stipando subito la sinagoga. 3Il sinagogo prende un rotolo e legge: Egli fece salire la figlia di Faraone dalla citt di Davide nella casa che egli le aveva fabbricata, perch disse: La mia moglie non deve abitare nella casa di Davide, re dIsraele, ch fu santificata quando in essa entr larca del Signore . Ecco, vorrei da Te il giudizio se questa misura fu giusta o meno, e perch lo fu. Senza dubbio fu giusta, perch il rispetto alla casa di Davide, santificata perch in essa era entrata larca del Signore, lo esigeva. Ma lessere moglie di Salomone non rendeva la figlia del Faraone degna di vivere nella casa di Davide? La moglie non diviene, secondo la parola di Adamo, osso delle ossa del marito e carne della sua carne? Se tale come mai pu profanare, se non profana lo sposo?. detto nel primo di Esdra: Voi avete peccato sposando donne straniere e aggiunto questo delitto ai molti di Israele. E una delle cause dellidolatria di Salomone proprio si deve a questi connubi con donne straniere. Dio laveva detto: Esse, le straniere, pervertiranno i vostri cuori fino a farvi seguire di stranieri. Le conseguenze le sappiamo. Ma pure non si era pervertito per avere sposato la figlia del Faraone, tanto che giunse a giudicare con sapienza che essa non doveva rimanere nella casa santificata. La bont di Dio non misurabile con la nostra. Luomo, dopo una colpa, non perdona, sebbene lui stesso sia sempre colpevole. Dio non inesorabile dopo una prima colpa, ma non permette per che impunemente luomo si indurisca nello stesso peccato. Perci non punisce alla prima caduta; allora parla al cuore. Ma punisce quando la sua bont non serve a convertire, e viene scambiata dalluomo per debolezza. Allora scende la punizione, perch Dio non si irride. Osso del suo osso e carne della sua carne, la figlia del Faraone aveva deposto i primi germi di corruzione nel cuore del Saggio, e voi sapete che una malattia scoppia non quando un solo germe nel sangue, ma quando il sangue corrotto da molti germi che si sono moltiplicati dal primo. La caduta delluomo al basso ha sempre inizio con una leggerezza apparentemente innocua. Poi la condiscendenza al male aumenta. Si forma labitudine alle transazioni di coscienza e alla trascuranza dei doveri e delle ubbidienze verso

Dio, e per gradi si giunge al peccato grande, in Salomone persino di idolatria, provocando lo scisma le cui conseguenze perdurano tuttora. 4Sicch Tu dici che occorre la massima attenzione e il massimo rispetto alle cose sacre?. Senza dubbio. Ora spiegami ancora questo. Tu ti dici il Verbo di Dio. vero?. Io sono tale. Egli mi ha mandato per portare sulla terra la buona novella a tutti gli uomini, e perch Io li redima da ogni peccato. Tu dunque, se tale sei, sei da pi dellarca. Perch non sulla gloria che sovrasta larca ma in Te stesso sarebbe Dio. Tu lo dici ed verit. E allora perch ti profani?. E per dirmi questo qui mi hai portato? Ma Io ti compatisco. Te e chi ti ha stuzzicato a parlare. Non dovrei giustificarmi perch ogni giustificazione cade spezzata dal vostro livore. Ma Io, a voi che mi rimproverate di disamore per voi e di profanazione della mia persona, Io dar giustificazione. 5Udite. Io so a che alludete. Ma vi rispondo: Siete in errore. Cos come apro le braccia ai morenti per riportarli alla vita e chiamo i morti per renderli alla vita, ugualmente apro le braccia ai pi veri moribondi e chiamo i pi veri morti, i peccatori, per riportarli alla Vita eterna e risuscitarli, se gi putridi, perch non muoiano pi. Ma vi porter una parabola. Un uomo per molti vizi diviene lebbroso. La societ degli uomini lo allontana dal suo consorzio e luomo, in una solitudine atroce, medita sul suo stato e sul suo peccato che in quello stato lo ha ridotto. Passano lunghi anni cos, e quando meno se lo aspetta il lebbroso guarisce. Il Signore gli ha usato misericordia per le sue molte preghiere e lacrime. Che fa allora luomo? Pu ritornarsene a casa sua perch Dio gli ha usato misericordia? No. Deve mostrarsi al sacerdote, il quale, dopo averlo attentamente osservato per qualche tempo, lo fa purificare dopo un primo sacrificio di due passeri. E dopo non una, ma due lavature di vesti, il guarito ritorna dal sacerdote con gli agnelli senza macchia e lagnella e la farina e lolio prescritti. Il sacerdote lo conduce allora alla porta del Tabernacolo. Ecco allora che luomo viene religiosamente riammesso nel popolo dIsraele. Ma ditemi voi: quando egli va per la prima volta dal sacerdote, perch ci va?. Per essere purificato una prima volta in modo da poter compiere la pi grande purificazione che lo riammette nel popolo santo!. Avete detto bene. Ma allora non del tutto purificato?. Eh no! Ancora molto gli manca ad esserlo; e secondo la materia e secondo lo spirito. Come allora osa accostarsi al sacerdote una prima volta quando del tutto immondo, e una seconda accostarsi anche al Tabernacolo?. Perch il sacerdote il mezzo necessario per poter essere riammesso fra i viventi. E il Tabernacolo?. Perch solo Dio pu annullare le colpe, ed di fede credere che oltre il santo velario riposi Dio sulla sua gloria, dispensando di l il suo perdono. Ma allora il lebbroso guarito non ancora senza colpa quando si avvicina al sacerdote e al Tabernacolo?. No. Certo che no!. Uomini di contorto pensiero e di non limpido cuore, perch allora mi accusate se Io, il Sacerdote e il Tabernacolo, mi lascio avvicinare dai lebbrosi dello spirito? Perch avete due misure per giudicare? S, la donna che era perduta, come Levi il pubblicano, qui presente ora con la sua nuova

anima e il suo nuovo ufficio, e con essi altri e altre, gi venuti prima di questi, sono ora al mio fianco. Vi possono essere perch ora sono riammessi nel popolo del Signore. Vi furono portati presso a Me dal volere di Dio che ha rimesso in Me il potere di giudicare e assolvere, di guarire e risuscitare. Profanazione sarebbe se in essi perdurasse la loro idolatria cos come permaneva nella figlia del Faraone, ma profanazione non perch essi hanno abbracciato la dottrina che Io ho portato sulla terra e per essa sono risorti alla Grazia del Signore. 6Uomini di Nazaret, che mi tendete tranelli non parendovi possibile che in Me sia la Sapienza vera e la giustizia del Verbo del Padre, Io vi dico: Imitate i peccatori. In verit essi vi superano nel saper venire alla Verit. E anche vi dico: Non ricorrete a bassi tranelli per potermi contrastare. Non lo fate. Chiedete, ed Io vi dar, come do ad ognun che a Me viene, la parola vitale. Accoglietemi come un figlio di questa terra nostra. Io non vi serbo rancore. Le mie mani sono piene di carezze, e il mio cuore del desiderio di istruirvi e farvi contenti. Tanto lo sono che se mi volete passer fra voi il mio sabato, istruendovi nella Legge Novella. La folla in contrasto di idee. Ma prevale la curiosit o lamore, e gridano in molti: S, s. Domani qui. Ti ascolteremo. Pregher perch cada nella notte lintonaco che vi opprime il cuore. Perch cada ogni prevenzione e, liberi da essa, voi possiate comprendere la Voce di Dio venuta a portare il Vangelo a tutta la terra, ma col desiderio che la prima zona capace di accoglierla sia la citt dove sono cresciuto. La pace a voi tutti.

246. Un apologo per i cittadini di Nazereth, che restano increduli. 7 agosto 1945 1Ancora la sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato, per. Ges ha letto lapologo contro Abimelec e termina con le parole: esca la lui un fuoco e divori i cedri del Libano. Poi rende al sinagogo il rotolo. Il resto non lo leggi? Bene sarebbe per far comprendere lapologo dice il sinagogo. Non occorre. Il tempo di Abimelec molto lontano. Io applico al momento di ora lapologo antico. Udite, genti di Nazaret. Voi gi sapete, per istruzione del vostro sinagogo, il quale fu istruito a suo tempo da un rabbi, e questo da un altro ancora, e cos via da secoli, e sempre con lo stesso metodo e con le stesse conclusioni, le applicazioni dellapologo contro Abimelec. Da Me sentirete unaltra applicazione. E vi prego, del resto, di saper usare della vostra intelligenza e non essere come corde appoggiate sulle carrucole del pozzo, che finch non sono logore vanno dalla carrucola allacqua, dallacqua alla carrucola senza mia poter cambiare. Luomo non un canapo obbligato, n un arnese meccanico. Luomo dotato di un cervello intelligente e lo deve saper usare di suo, a seconda dei bisogni e delle circostanze. Perch, se la lettera della parola eterna, le circostanze cambiano. Miseri quei maestri che non sanno saper volere la fatica e la soddisfazione di estrarre volta per volta linsegnamento nuovo, ossia lo spirito che le parole antiche e sapienti contengono sempre. Saranno simili a echi che non possono che ripetere, magari dieci e dieci volte, una sola parola, senza mettervene pur una di loro. 2Gli alberi, ossia lumanit raffigurata nel bosco dove sono radunate tutte le specie di piante, di arbusti e di erbe, sentono il bisogno di essere condotti da uno che si aggravi di tutte le glorie ma anche, ed peso ben maggiore, di tutti i gravami dellautorit, dellessere il responsabile della felicit o infelicit dei sudditi, il responsabile presso i sudditi, presso i popoli vicini e, ci che tremendo, presso Dio. Perch le corone o le preminenze sociali, quali che siano, sono date dagli uomini, vero, ma permesse da Dio, senza la quale condiscendenza nessuna forza umana pu imporsi. Cosa che spiega gli impensabili e improvvisi mutamenti di dinastie che parevano eterne, e di potenze che parevano intoccabili, e che, quando passarono la misura nellessere punizioni ai popoli o prova dei popoli, furono rovesciate dagli stessi, per permesso di Dio, divenendo nulla, polvere, talora fango di bassa cloaca. Ho detto: i popoli sentono il bisogno di eleggersi uno che si aggravi di tutte le responsabilit verso i sudditi, verso le nazioni vicine e verso Dio, ci che pi tremendo di tutto. Perch, se il giudizio della storia tremendo, e invano cercano interessi di popoli di mutarlo, perch eventi e popoli futuri lo renderanno alla sua prima tremenda verit, ancor peggio il giudizio di Dio, il quale non subisce pressioni da chicchessia, e non soggetto a mutamenti di umore e di giudizio, come troppo spesso gli uomini lo sono, e tanto meno soggetto a errori di giudizio. Occorrerebbe perci che gli eletti ad essere capi di popoli e creatori di storia agissero con la giustizia eroica propria dei santi, per non essere infamati nei secoli futuri e puniti da Dio nei secoli dei secoli. 2Ma torniamo allapologo di Abimelec. Gli alberi dunque vollero eleggersi un re e andarono dallulivo. Ma questo, albero sacro e consacrato ad usi soprannaturali, per lolio che arde davanti al Signore ed parte preponderante nelle decime e nei sacrifizi, che presta il suo liquido a formare il balsamo santo per lunzione dellaltare, dei sacerdoti e dei re, e scende con propriet direi quasi taumaturgiche nei corpi o sui corpi malati, rispose: Come posso io mancare alla mia vocazione santa e soprannaturale per avvilirmi in cose della terra? Oh! La dolce risposta dellulivo! Perch mai non imparata e praticata da tutti coloro che Dio elegge a santa missione, almeno da quelli, dico almeno? Perch in verit andrebbe detta da ogni

uomo in risposta alle suggestioni del demonio, dato che ogni uomo re e figlio di Dio, dotato di unanima che tale lo fa, regale, figlialmente divino, chiamato a destino soprannaturale. Ha unanima che un altare e una casa. Laltare di Dio, la casa dove il Padre dei Cieli scende a ricevere amore e riverenza dal figlio e suddito. Oggi uomo ha unanima, ed ogni anima essendo altare fa delluomo che la contiene un sacerdote, custode dellaltare, ed detto nel Levitico: Il Sacerdote non si contamini. Luomo dunque avrebbe il dovere di rispondere alle tentazioni del demonio, del mondo e della carne: Posso io cessare di essere spirituale per occuparmi di cose materiali e peccaminose?. 4Gli alberi andarono allora dal fico, invitandolo a regnare su loro. Ma il fico rispose: Come posso io rinunziare alla mia dolcezza ed ai miei soavissimi frutti per divenire vostro re?. Molti si volgono a colui che dolce per averlo re. Non tanto per ammirazione della sua dolcezza quanto perch sperano che per essere molto dolce finisca col diventare un re da burla, dal quale si possa attendere ogni consenso e sul quale permettersi ogni licenza. Ma la dolcezza non debolezza. bont. Giusta. Intelligente. Ferma. Non scambiate mai la dolcezza con la debolezza La prima virt, la seconda difetto. E appunto essendo virt comunica a chi la possiede una dirittura di coscienza che gli permette di resistere alle sollecitazioni e seduzioni umane, intese a piegarlo verso di oro interessi, che non sono gli interessi di Dio, rimanendo fedele al suo destino, ad ogni costo. Il dolce di spirito non ribatter mai con asprezza le rampogne altrui, non respinger mai con durezza chi lo reclama. Ma per, con perdoni e sorriso, dir sempre: Fratello, lasciami alla mia dolce sorte. Io sono qui per consolarti ed aiutarti, ma non posso divenire re, quale tu pensi, perch di ununica regalit mi curo e preoccupo, per lanima mia e per lanima tua: di quella spirituale. 5Gli alberi andarono dalla vite a chiederle di essere il loro re. Ma la vite rispose: Come posso io rinunciare ad essere allegrezza e forza per venire a regnare su voi?. Lessere re, e per le responsabilit e per i rimorsi, perch pi raro di diamante nero il re che non pecca e non si crea rimorsi, porta sempre a cupezze di spirito. La potenza seduce finch splende come un faro da lontano, ma quando la si raggiunta si vede che non che un lume di lucciola e non di stella. E anche: la potenza non che una forza legata dai mille canapi dei mille interessi che si agitano intorno ad un re. Interessi di cortigiani, interessi di alleati, interessi personali e di parentele. Quanti re giurano a se stessi, mentre lolio li consacra: Io sar imparziale, e poi non sanno esserlo? Come un albero potente che non si ribella al primo abbraccio delledera molle e sottile dicendo: tanto esile che non mi pu nuocere e anzi si compiace di esserne inghirlandato e di esserne il protettore che la sorregge nel suo salire, cos sovente, potrei dire sempre, il re cede al primo abbraccio di un interesse cortigiano, alleato, personale o di parentela che a lui si volge, e si compiace di esserne il munifico protettore. tanto poca cosa! dice anche se la coscienza gli grida: Bada!. E pensa non possa nuocergli n nel potere, n nel buon nome. Anche lalbero crede cos. Ma viene il giorno che, ramo dopo ramo, crescendo in robustezza e in lunghezza, crescendo nella voracit di suggere linfe del suolo e salire alla conquista di luce e di sole, ledera abbraccia tutto lalbero potente, lo soverchia, lo soffoca, luccide. Ed era tanto esile! E lui era tanto forte! Anche per i re, cos. Un primo compromesso con la propria missione, una prima alzata di spalle alla voce della propria coscienza, perch le lodi sono dolci, perch laria di protettore ricercato piace, e viene il momento in cui il re non regna, ma regnano gli interessi altrui e lo imprigionano, lo imbavagliano fino a soffocarlo e lo sopprimono se, divenuti pi forte di lui, vedono che egli non si affretta a morire. Anche luomo comune, sempre un re nello spirito, si perde se accetta regalit minori per superbia, per avidit. E perde la sua serenit spirituale che gli viene dallunione con Dio. Perch il demonio, il mondo e la carne possono dare un illusorio potere e godere, ma a costo della allegrezza spirituale che viene dallunione con Dio. Allegrezza e forza dei poveri di spirito, ben meritate che luomo sappia dire: E come posso accettare di divenire re nella parte inferiore se, venendo ad alleanza con voi, io perdo forza e allegrezza interna e il Cielo e la sua regalit vera?. E possono anche dire, questi beati poveri di

spirito che hanno solo la mira di possedere il Regno dei Cieli e sprezzano ogni altra ricchezza che quel regno non sia, e possono anche dire: E come possiamo venire meno alla nostra missione, che quella di maturare succhi fortificatori e di allegrezza per questa umanit sorella, che vive nellarido deserto della animalit e che ha bisogno di essere dissetata per non morire, per essere nutrita di succhi vitali come un bimbo privo di nutrice? Noi siamo le nutrici dellumanit che ha perduto il seno di Dio, che erra sterile e malata, che giungerebbe alla disperata morte, ai neri scetticismi, se non trovasse noi che, con lallegra operosit dei liberi da ogni laccio terreno, li facessimo persuasi che vi una Vita, una Gioia, una Libert, una Pace. Non possiamo rinunciare a questa carit per un interesse meschino. 6Gli alberi andarono allora dallo spino. Questo non li respinse. Ma impose patti severi: Se mi volete per re, venite sotto di me. Ma se non lo volete fare, dopo avermi eletto, io far di ogni spino tormento acceso e arder tutti voi, anche i cedri del Libano. Ecco le regalit che il mondo accetta per vere! La prepotenza e la ferocia sono, per lumanit corrotta, scambiate per vera regalit, mentre la mitezza e la bont vengono prese per stoltezza e bassi sentimenti. Luomo non si sottomette al Bene ma si sottomette al Male. Ne sedotto. E conseguentemente ne arso. Questo lapologo di Abimelec. 7Ma Io ora ve ne propongo un altro. Non lontano e per fatti lontani. Ma vicino e presente. Gli animali pensarono di eleggersi un re. Ed essendo astuti pensarono di eleggersi uno che non desse timore di essere forte o feroce. Scartarono dunque il leone e tutti i felini. Dissero di non volere le rostrate aquile n nessun altro uccello di rapina. Diffidarono del cavallo che con rapidit poteva raggiungerli e vedere le loro azioni; e ancor pi diffidarono dellasino di cui sapevano la pazienza ma anche le subite furie e i potenti zoccoli. Inorridirono di avere per re la scimmia perch troppo intelligente e vendicativa. Con la scusa che il serpente si era prestato a Satana per sedurre luomo, dissero di non volerlo a re nonostante i suoi vaghi colori e leleganza delle sue mosse. In realt non lo vollero perch ne conoscevano il silenzioso incedere, il forte potere dei suoi muscoli, il tremendo agire del suo veleno. Darsi come re un toro o altro animale munito di aguzze corna? Ohib! Anche il diavolo le ha dissero. Ma pensavano: Se ci ribelliamo, un giorno esso ci stermina con le sue corna. Scansa e scansa, videro un agnelletto grasso e bianco saltabeccare allegro su un prato verde, dando musate alla tonda mammella materna. Non aveva corna, ma aveva occhi miti come un cielo daprile. Era mansueto e semplice. Di tutto era contento. E dellacqua di un piccolo rio dove beveva tuffando il musetto rosato; e dei fioretti dai diversi sapori che appagano locchio e il palato; e dellerba folta in cui era bello giacere quando era sazio; e delle nuvole che parevano altri agnellini che scorrazzassero su quei prati azzurri, lass, e lo invitassero a giocare correndo sul prato come esse nel cielo; e, soprattutto, delle carezze della mamma che ancora gli permetteva qualche tiepida succhiata leccandogli intanto il vello bianco con la sua rosea lingua; e dellovile sicuro e riparato dai venti, della lettiera ben soffice e fragrante, nella quale era dolce dormire presso la madre. di facile accontentatura. senza armi n veleno. ingenuo. Facciamolo re. E tale lo fecero. E se ne gloriavano perch era bello e buono, ammirato dai popoli vicini, amato dai sudditi per la sua paziente mansuetudine. 8Pass del tempo e lagnello divenne montone e disse: Ora tempo che io realmente governi. Ora ho il pieno possesso della cognizione della mia missione. Il volere di Dio, che ha permesso che io fossi eletto re, mi ha poi formato a questa missione, dandomi capacit di regnare. dunque giusto che io la eserciti in modo perfetto, anche per non trascurare i doni di Dio. E vedendo sudditi che facevano cose contrarie alla onest dei costumi, o alla carit, alla dolcezza, alla lealt, alla morigeratezza, allubbidienza, al rispetto, alla prudenza, e cos via, alz la voce per ammonire. I sudditi si risero del suo belato saggio e dolce che non spauriva come il ruggito dei

felini, n come lo strido degli avvoltoi quando si calano rapidi sulla preda, n come il sibilo del serpente e neppure come labbaiata del cane che incute timore. Lagnello divenuto montone non si limit pi a belare. Ma and dai colpevoli per ricondurli al loro dovere. Ma il serpente gli sguisci fra le zampe. Laquila si elev a volo lasciandolo in asso. I felini con una zampata lo scansarono minacciando: Vedi che cosa c nella zampa felpata che per ora ti scansa soltanto? Artigli. I cavalli, e tutti i corridori in genere, si dettero a giostrare al galoppo intorno a lui, deridendolo. E i forti elefanti o altri pachidermi, con un urto del muso, lo gettarono qua e l, mentre le scimmie, dallalto degli alberi, lo bersagliarono di proiettili. Lagnello divenuto montone si inquiet, infine, e disse: Non volevo usare n le mie corna n la mia forza. Perch io pure ho una forza in questo collo, e sar presa a modello per abbattere ostacoli di guerra. Non volevo usarla perch preferisco usare amore e persuasione. Ma posto che non vi piegate con queste armi, ecco che user la forza, perch se voi mancate al vostro dovere verso me e Dio, io non voglio mancare al mio dovere verso Dio e voi. Qui sono stato messo per guidarvi alla Giustizia e al Bene, da voi e da Dio. E qui voglio che Giustizia e Bene, ossia Ordine regnino. E pun con le corna, leggermente perch era buono, un testardo botolo che continuava a molestare i vicini, e poi, col collo fortissimo, sfond la porta della tana dove un ingordo ed egoista porco aveva accumulato cibarie a scapito degli altri, e pure abbatt il cespuglio di liane eletto da due lussuriosi scimmiotti per i loro illeciti amori. 9Questo re si fatto troppo forte. Vuole realmente regnare lui. Vuole proprio che si viva da saggi. Ci non ci va a genio. Bisogna detronizzarlo decisero. Ma un astuto scimmiotto consigli: Non facciamolo altro che con lapparenza di un motivo giusto. Altrimenti faremo brutta figura presso i popoli e saremo invisi a Dio. Spiamo dunque ogni azione dellagnello divenuto montone per poterlo accusare con una parvenza di giustizia. Ci penso io disse il serpente. Ed io pure disse la scimmia. Uno strisciando fra le erbe, laltra stando sullalto delle piante, non persero mai di vista lagnello divenuto montone, e ogni sera, quando lui si ritirava per riposare dalle fatiche della missione, e per meditare sulle misure da adottare e le parole da usare per domare la ribellione e vincere i peccati dei sudditi, questi, meno qualche raro onesto e fedele, si riunivano per ascoltare il rapporto delle due spie e dei due traditori. Perch tali erano anche. Il serpente diceva al suo re: Ti seguo perch ti amo e se vedessi che sei assalito voglio potere difenderti. La scimmia diceva al suo re: Come ti ammiro! Ti voglio aiutare. Guarda, da qua io vedo che oltre quel prato si sta peccando. Corri!; e poi diceva ai compagni: Anche oggi ha preso parte al banchetto di alcuni peccatori. Ha finto di andare l per convertirli, ma poi, in realt, stato complice dei loro bagordi. E il serpente riferiva: andato fino fuori dal suo popolo, avvicinando farfalle, mosconi e viscidi lumaconi. un infedele. Commercia con stranieri immondi. Cos parlavano alle spalle dellinnocente, credendo che costui ignorasse. Ma lo spirito del Signore, che lo aveva formato alla sua missione, lo illuminava anche sulle congiure dei sudditi. Avrebbe potuto fuggire sdegnato, maledicendoli. Ma lagnello era dolce ed umile di cuore. Amava. Aveva il torto di amare. E aveva quello anche pi grande di perseverare, amando e perdonando, nella sua missione, a costo della morte, per compiere la volont di Dio. Oh! che torti questi presso gli uomini! Imperdonabili! E tanto lo erano che a lui procurarono condanna. Sia ucciso per essere liberati dalla sua oppressione. E il serpente si incaric di ucciderlo perch sempre il serpente il traditore 10Questo laltro apologo. A te capirlo, popolo di Nazaret! Io, per lamore che a te mi lega, ti auguro di rimanere almeno al grado di popolo ostile, e non oltre. Lamor della terra in cui venni bambino, in cui crebbi amandovi e avendo amore, mi fa dire a voi tutti: Non siete pi ostili. Non fate che la storia dica: Da Nazaret venne il suo traditore e i suoi giudici iniqui .

Addio. Siate retti nel giudicare e costanti nel volere. La prima cosa tutti voi, miei concittadini. La seconda quelli fra voi che non sono disturbati da pensieri disonesti. Io vado La pace sia con voi. E Ges, fra un silenzio penoso, rotto solo da due o tre voci che lo approvano, esce, mesto, a capo chino, dalla sinagoga di Nazaret. 11 seguito dagli apostoli. In coda a tutti sono i figli dAlfeo. E i loro occhi non sono certo gli occhi di un agnello mansueto Guardano severamente la folla ostile, e Giuda Taddeo non esita a piantarsi ritto di fronte al fratello Simone e a dirgli: Credevo di avere un fratello pi onesto e di carattere pi forte. Simone china il capo e tace. Ma laltro fratello, spalleggiato da altri di Nazaret, dice: Vergognati di offendere il fratello maggiore!. No. Mi vergogno di voi. Tutti voi. Non matrigna. Ma matrigna depravata questa Nazaret per il Messia. Per udite la mia profezia. Piangerete tante lacrime da alimentare una fonte, ma non serviranno a lavare dai libri della storia il nome vero di questa citt e di voi. Sapete quale ? Stoltezza. Addio. Giacomo aggiunge un saluto pi ampio con augurare luce di sapienza. Ed escono insieme ad Alfeo di Sara e a due giovanotti che, se ben li ravviso, sono i due asinai che scortarono gli asinelli usati per andare incontro a Giovanna di Cusa morente. 12La folla, rimasta interdetta, mormora: Ma da dove mai costui ha tanta sapienza?. E i miracoli donde li fa? Perch farli, li fa. Tutta la Palestina ne parla. Non il figlio di Giuseppe il legnaiolo? Tutti lo abbiamo visto, al banco del fabbro di Nazaret, fare tavole e letti, e aggiustare ruote e serrature. Non neppure andato a scuola, e solo sua Madre gli fu maestra. Uno scandalo anche questo che nostro padre ha criticato dice Giuseppe dAlfeo. Ma anche i tuoi fratelli finirono la scuola con Maria di Giuseppe. Eh! Mio padre fu debole presso la moglie risponde ancora Giuseppe. Anche il fratello di tuo padre, allora?. Anche. Ma proprio il figlio del legnaiuolo?. E non lo vedi?. Oh! Tanti si assomigliano! Io penso che sia uno che si dice tale ma non lo . E dove allora Ges di Giuseppe? Ti pare che sua Madre non lo conosca?. Qui ci sono i suoi fratelli e le sue sorelle, e tutti lo dicono parente. Non forse vero, voi due?. I due anziani figli di Alfeo annuiscono. Allora divenuto folle o indemoniato, perch ci che dice non pu venire da un operaio. Bisognerebbe non ascoltarlo. La sua pretesa dottrina delirio o possessione 13Ges fermo sulla piazza in attesa di Alfeo di Sara che parla con un uomo. E, mentre attende, uno degli asinai che era rimasto presso la porta della sinagoga gli riporta le calunnie dette nella stessa.

Non te ne addolorare. Un profeta generalmente non onorato dalla sua patria e dalla sua casa. Luomo tanto stolto che crede che per essere profeti occorre essere quasi esseri sua fuori della vita. E i concittadini e i famigliari pi di tutti conoscono e ricordano lumanit del loro concittadino e parente. Ma la verit trionfer sempre. Ed ora ti saluto. La pace sia con te. Grazie, Maestro, di avere guarito mia madre. Lo meritavi perch hai saputo credere. inerte il mio potere qui, perch qui non c fede. Andiamo, amici. Domani allalba partiremo.

247. Maria Ss. ammaestra la Maddalena sullorazione mentale. 8 agosto 1945. 1Dove faremo tappa, Mio Signore? chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette. A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Cos tuo fratello sar beato unaltra volta vedendo il mare e Ges sorride. Poi termina: Noi uomini avremmo potuto fare pi strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente. Non si lamentano mai. vero. Siamo pi facili a lamentarci noi ammette Bartolomeo. Eppure sono meno abituate di noi a questa vita dice Pietro. Forse lo fanno volentieri per questo dice Tommaso. No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria dAlfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verr, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se lamore non le spronasse. 2Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le pu dare la forza di subire questa tortura dice Ges. Perch glielhai imposta, allora, se sai che tortura? chiede lIscariota. Non buona cosa per lei

e non la per noi. Nullaltro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato stata completa. completa. Ci da vedersi. presto ora per dirlo. Quando si fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso dice lIscariota. Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima? chiede Matteo. Io no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore. Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perch tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?. Ma per amore di Te, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te. Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dalloggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. Lamore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle ed acque, perch tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che lamore esclusivista spesso egoismo. Sappi perci giungere ad amare anche gli altri per amore. S, Maestro. Loggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione. 3Lagglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per lindifferenza del luogo, Ges che cerca di calmarli. La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Ges li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi , dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, curvo, e stende la mano per ricevere lobolo che infatti riceve. La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo dacqua o a sole pietre arse dal sole. Ma la strada buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E l siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perch il panorama bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e l dove la catena del Carmelo - una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni pi belli del verde - finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dallestrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre citt fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro-Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perch la catena, pi alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.

Passano le ore nellombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il pi in alto possibile per vedere di pi. Ges si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e l si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio. Poi le pi anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria Ss. Con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella. 4La Maddalena, che si era sciolti i capelli, non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: Vado da Giovanni, ora che con Simone, a guardare con loro il mare. Vengo io pure risponde Maria Ss. Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti. Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si isolato Ges per pregare. Mio Figlio trova riposo nella preghiera dice piano Maria. La Maddalena le risponde: Credo che gli sia anche indispensabile lisolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo pi o meno lungo per poter ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto pi forte dopo. Per ora forte, pi tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro loceano della meditazione, per ricostruire ci che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre pi salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio gi dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico per che sempre molto pi utile allo spirito lelevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non gi per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che le ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perch lorazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti borbottio di labbra dal quale lanima assente. 5Ma parlare con Dio lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: Io ti amo. Nooh! Perch?. Perch mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore. Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore , prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Ges non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto pu essere materiale come morale, gridassi a Dio: Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perch io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido damore. Abbandonati, abbandonati allamore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. Lincendio consuma tutto ci che materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perch laria incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa pi leggera. Cos lamore allo spirito. Consumer pi presto la materia delluomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalit e lo fa puro ed agile per le ascensioni a Dio. 6Vedi l Giovanni? proprio un ragazzo. Ma pure unaquila. il pi forte di tutti gli apostoli. Perch ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione. Ma lui puro. Io Lui un ragazzo. Io.

Guarda allora lo Zelote. Non un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poich si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa et perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo divenuto virile nello spirito, e per essa il gi vecchio e stanco ritornato ad una virilit forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sar, anzi molto avanti, per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando amico di Ges diventata in lui necessit spirituale? Tuo fratello. Lazzaro mio? 7Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perch Dio te le mostra, come mi tratter Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perch io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli Ora lo comprendo. Ora che sa che pu parlare, che mi dir? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorder tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse male. Ma ora io non ho pi la malvagia forza del Male e tremo Che mi far Lazzaro?. Ti aprir le braccia e ti chiamer, pi col cuore che con le labbra, sorella diletta. tanto formato in Dio che non pu che usare questo modo. Non temere. Non ti dir una parola sul passato. Egli, come se io lo vedessi, l, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dellattesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno. Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito. Ma egli ti amer soltanto. Questo solo. 8Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore. Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione. Hai mai visto il mare, Madre?. Oh! lho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. E lho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Ges batteva le manine, felice di vedere cose nuove E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bont del Signore ci avesse fatto men duro lesilio a Matarea, in mille modi. La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacit di vedere e di udire. 248. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste 9 agosto 1445. 1 sera quando giungono a Betlem di Galilea. Si capisce che destino delle citt di questo nome essere adagiate su ondulate colline, fasciate di verde, di boschi, di prati, su cui pasturano greggi scendendo verso gli ovili per la notte. Laria rossa, vestigio del potente tramonto appena compiuto, piena di una pastorale musica di campani e di un tremolare di belati, ai quali si uniscono i gridi allegri dei bambini che giuocano e le voci delle madri che li chiamano. Giuda di Simone, va con Simone a cercare alloggio per noi e le donne. Al centro del paese

pietrificate.

lalbergo e l vi raggiungeremo. Mentre Giuda e lo Zelote ubbidiscono, Ges si volge alla Madre e dice: Questa volta non sar come allaltra Betlemme. Troveremo riposo, Madre mia. Pochi si muovono in questa stagione e non vi nessun editto. Con questa stagione sarebbe dolce anche dormire sui prati o in mezzo a questi pastori, fra gli agnellini e Maria sorride al Figlio, e sorride a dei pastorelli curiosi che la guardano fisso. 2Sorride in tal maniera che uno d di gomito allaltro e gli dice sottovoce: Non pu essere che Lei e si fa avanti, sicuro, dicendo: Ti saluto, Maria piena di grazia. Il Signore con Te?. Maria risponde con un ancor pi dolce sorriso: Eccolo il Signore e accenna a Ges, che si voltato a parlare con i cugini dando loro incarico di dare oboli ai poveri che si avvicinano con lamentose richieste. E tocca leggermente suo Figlio, la Madre, dicendogli: Figlio mio, questi pastorelli cercano di Te e mi hanno riconosciuta. Non so come. Certo di qui passato Isacco lasciando il profumo della rivelazione. Giovinetto, vieni qui. Il pastorello, un brunetto sui dodici-quattordici anni, robusto sebbene magro, dagli occhi vivi e nerissimi, dai capelli spioventi con una zazzera debano, avvolto nella sua pelle di pecora - e mi sembra una copia giovinetta del Precursore - si accosta con un sorriso beato, come affascinato, a Ges. La pace a te, fanciullo. Come hai riconosciuto Maria?. Perch solo la Madre del Salvatore poteva avere quel sorriso e quel volto. Mi fu detto: Un volto di angelo, degli occhi di stella e un sorriso che pi dolce del bacio di una madre, dolce come il suo nome che Maria, santo tanto da potersi curvare sul Dio neonato. Ho visto questo in Lei e lho salutata perch ti cercavo. Ti cercavamo, Signore, e... non osavo salutare Te per primo. Chi ti ha parlato di noi?. Isacco dellaltra Betlemme, promettendoci di condurci da Te come viene lautunno. Fu qui Isacco?. ancora per queste contrade, con tanti discepoli. Ma a noi pastori fu lui che parl. E noi abbiamo creduto alla sua parola. 3Signore, lascia che noi pure ti si adori come quei compagni nostri nella notte beata e, mentre gli si inginocchia nella polvere della via, getta un grido agli altri pastori che hanno fermato il gregge alle porte della citt (porte per modo di dire, perch non citt murata) l dove anche Ges si era fermato per attendere le donne ed entrare con esse in paese. Il pastorello grida: Padre, fratelli, amici, abbiamo trovato il Signore. Venite e adoriamo. E i pastori vengono ad affollarsi col gregge intorno a Ges e a pregarlo di non andare da altri ma di accettare la loro povera casa, poco lontana, per sua dimora e per quella dei suoi amici. un ampio ovile spiegano poich Dio ci protegge e vi sono stanze e portici colmi di fieno fragrante. Le stanze alla Madre e alle sue sorelle, perch donne sono. Ma per Te ve ne una. Gli altri possono dormire con noi sotto i portici, sul fieno. Io pure star con voi. E mi sar pi dolce riposo che se dormissi nella stanza del re. Andiamo per prima ad avvisare Giuda e Simone. Vado io, Maestro dice Pietro e se ne va insieme a Giacomo di Zebedeo. Sostano sul margine della via attendendo il ritorno dei quattro apostoli. 4I pastori guardano Ges come fosse gi Dio nella sua gloria. I pi giovani poi sono proprio beati, e sembra vogliano stamparsi nella mente ogni particolare di Ges e di Maria, che si curvata ad accarezzare degli agnelli venuti a drizzare il musetto, belando, contro i suoi ginocchi. Ce ne era uno, in casa di Elisabetta mia parente, che mi leccava le trecce ogni volta che mi vedeva. Lo chiamavo: amico perch mi era proprio amico come un fanciullo e appena poteva correva da me. Questo me lo ricorda tutto, come questi occhi di due colori. Non lo uccidete! Anche laltro fu lasciato vivere per questo suo amore per me. unagnella, Donna, e la volevamo vendere perch ha gli occhi di due colori e credo che da uno poco ci veda. Ma la terremo se tu vuoi. Oh! S! Gi io non vorrei mai che fosse ucciso nessun agnellino Sono cos innocenti e con una voce da bambino che chiama la mamma. Mi parrebbe di uccidere un bambino a uccidere uno di

questi. Ma allora, Donna, non ci sarebbe pi posto per noi sulla terra, se vivessero tutti gli agnellini dice il pastore pi anziano. Lo so. Ma io penso al loro dolore e a quello delle pecore madri. Piangono tanto quando si levano a loro i figli. Sembrano proprio madri come noi. E io non posso vedere soffrire nessuno, ma ho strazio per una madre straziata. un dolore diverso da ogni altro, perch a noi si lacerano non solo cuore e cervello per la percossa della morte di un figlio, ma fino le viscere stesse. Noi madri rimaniamo unite col figlio, sempre. Ed lacerarci tutte il levarcelo. Non sorride pi, Maria, ma ha un luccichio di pianto nellocchio azzurro e guarda il suo Ges che lascolta e la guarda, e gli posa una mano sul braccio, come se temesse che Egli fosse per esserle strappato dal fianco. 5Dalla via polverosa viene una piccola scorta di armati: sei uomini, unita a persone vocianti. I pastori guardano e parlano sottovoce fra di loro. Poi guardano Maria e Ges. Il pi vecchio parla: Allora stato bene che tu non entrassi in Betlem questa sera. Perch?. Perch quella gente, che ora passata entrando in citt, va per strappare un figlio a una madre. Oh! ma perch?. Per ucciderlo. Oh! no! Che ha fatto?. Anche Ges lo chiede e gli apostoli si affollano per sentire. stato trovato ucciso per la via del monte il ricco Gioele. Tornava da Sicaminon, pieno di denaro. Ma ladroni non sono stati, perch il denaro era ancora sul morto. Il servo che lo accompagnava disse che il padrone gli aveva detto di correre avanti per avvisare del ritorno, e per la via, diretto verso il luogo dove fu commesso lomicidio, vide solo il giovane che ora sar ucciso. Due, poi, del paese, giurano di averlo visto aggredire Gioele. Ora i parenti del morto esigono la sua morte. E se omicida Non lo credi?. Non mi pare cosa possibile. Il giovane poco pi di un ragazzo, buono, vive sempre con la madre di cui lunico figlio, e lei vedova, e vedova santa. Non gli mancano i mezzi. Non pensa alle femmine. Non rissoso. Non folle. Perch allora ha ucciso?. Ma ha forse dei nemici?. Chi? Gioele il morto o Abele laccusato?. Laccusato. Ah! Non saprei... Ma Non saprei. Sii schietto, uomo. Signore, una cosa che penso, e Isacco ci ha detto che non si deve pensare male del prossimo. Ma si deve avere coraggio di parlare per salvare un innocente. Se parlo, abbia io ragione o torto, dovr fuggire di qua perch Aser e Giacobbe sono potenti. Parla senza temere. Non sarai costretto a fuggire. Signore, la madre di Abele giovane, bella e saggia. Aser saggio non , e non lo Giacobbe. Al primo piace la vedova e al secondo il paese sa che il secondo un cuculo nel talamo di Gioele. Io penso che. Ho capito. 6Andiamo, amici. Restate pure, voi donne, coi pastori. Torner presto. No, Figlio. Io vengo con Te. Ges gi cammina sollecito verso linterno della citt. I pastori restano indecisi, ma poi abbandonano il gregge ai pi giovani che restano con tutte le donne, meno la Madre e Maria dAlfeo che seguono Ges, e si danno a raggiungere il gruppo apostolico. Alla terza strada che taglia la via principale di Betlem si incontrano con lIscariota, Simone, Pietro e Giacomo, che vengono in gi gestendo e vociando. Che fatto, Maestro! Che fatto! e che pena! dice Pietro sconvolto. Un figlio preso a forza alla madre per essere ucciso, e lei lo difende come una iena. Ma donna

contro degli armati! aggiunge Simone Zelote. Sanguina gi da molte parti dice lIscariota. Le hanno sfondato la porta perch si era barricata in casa termina Giacomo di Zebedeo. Vado da lei. Oh! s. Tu solo puoi consolarla. 7Piegano a destra, poi a sinistra, verso il centro del paese. Gi si vede laffollamento tumultuoso che si agita e pressa vicino alla casa di Abele, e delle grida laceranti di donna, disumane, feroci e pietose insieme, giungono fin qui. Ges affretta il passo giungendo ad una minuscola piazzetta, una curva della strada, che qui si allarga, pi che una piazzetta, nella quale il tumulto al colmo. La donna contende ancora il figlio alle guardie stando abbrancata con una mano, che divenuta artiglio di ferro, al rudere della porta abbattuta, e con laltra sta allacciata alla cintura del figlio, e se uno cerca di staccarla di l morde ferocemente, incurante dei colpi che riceve n delle strappate ai capelli, che le danno in maniera cos feroce che le rovesciano indietro il capo; e quando non morde, urla: Lasciatelo! Assassini! innocente! La notte che fu ucciso Gioele egli era nel letto al mio fianco! Assassini! Assassini! Calunniatori! Immondi! Spergiuri!. E il giovanetto, afferrato per le spalle dai catturatori, trascinato per le braccia, si volge indietro col volto sconvolto e urla: Mamma! Mamma! Perch devo morire se non ho fatto nulla?. un bel giovinetto alto e snello, dagli occhi oscuri e dolci, i capelli morati un poco mossi. La veste lacerata mostra il corpo agile e giovanile, quasi ancora di fanciullo. Ges, con laiuto di chi laccompagna, spezza la folla compatta come un masso e si fa strada fino al gruppo pietoso, proprio nel momento in cui la donna, spossata, viene strappata dalla porta e trascinata, come un sacco legato al corpo del figlio, per la strada sassosa. Ma ci dura pochi metri. Un pi fiero strattone divelle la mano materna dalla cintura del figlio, e la donna cade prona battendo duramente il viso al suolo, sanguinando pi ancora. Ma subito si rialza stando in ginocchio, tendendo le braccia, mentre il figlio, portato via velocemente, per quanto lo concede la folla che si apre a fatica, si libera il braccio sinistro e lo agita, storcendosi indietro e gridando: Mamma! Addio! Ricorda, tu almeno, che io sono innocente!. La donna lo guarda con occhi da pazza e poi piomba a terra svenuta. 8Ges si para davanti al gruppo dei catturatori. Fermatevi un momento Ve lo ordino!. E il suo viso non ammette replica. Chi sei? dice un aggressivo cittadino che nel gruppo. Non ti conosciamo. Scansati e lasciaci andare perch sia ucciso prima che la notte venga. Un Rabbi sono. Il pi grande. In nome di Jeov fermatevi o Egli vi fulminer. Intanto pare che fulmini Lui. Chi testimonio contro costui?. Io, lui e lui risponde quello che ha parlato prima. La vostra testimonianza non valida perch non vera. E perch lo puoi dire? Noi siamo pronti a giurarlo. Il vostro giuramento peccato. Noi peccare? Noi?. Voi. Come covate lussuria, come nutrite odio, come avete avidit di ricchezze, come siete omicidi, cos siete anche spergiuri. Vi siete venduti alla Immondezza. Potete compiere qualunque lordura. Guarda come parli. Io sono Aser. Ed Io sono Ges. Non sei di qui, non sei sacerdote n giudice. Nulla sei. Sei lo straniero. S, sono lo Straniero perch la terra non il mio Regno. Ma sono Giudice e Sacerdote. Non solo di questa piccola parte dIsraele, ma di tutto Israele e di tutto il mondo. Andiamo, andiamo! Abbiamo a che fare con un pazzo dice laltro testimone, e d uno spintone a Ges per scansarlo. Tu non farai nessun altro passo tuona Ges guardandolo con uno sguardo di miracolo che soggioga e paralizza, cos come rende vita e letizia, quando vuole. Tu non fai nessun altro passo.

9Non credi a ci che Io dico? Ebbene, allora guarda. Qui non c la polvere del Tempio, n lacqua di esso, e non ci sono parole scritte con linchiostro per fare lacqua amarissima che giudizio alla gelosia e alladulterio. Ma qui sono Io. E Io faccio giudizio. La voce di Ges uno squillo di tromba tanto penetrante. La gente si pigia per vedere. Solo Maria Ss. e Maria dAlfeo sono rimaste a soccorrere la madre svenuta. E Io faccio giudizio cos. Datemi un pizzico di polvere della via e un goccio dacqua in un orciolo. E, mentre che mi vengono date, voi che accusate e tu che sei accusato rispondete a Me. Sei tu innocente, figlio? Dillo con sincerit a Colui che ti Salvatore. Lo sono, Signore. Aser, puoi giurare di non aver detto che il vero?. Lo giuro. Non avrei motivo di mentire. Lo giuro per laltare. Scenda dal Cielo una fiamma che mi bruci se io non dico il vero. Giacobbe, puoi tu giurare di essere sincero nellaccusa e senza un movente segreto che ti spinga a mentire?. Lo giuro per Geov. Solo lamore per lamico ucciso mi spinge a parlare. Con costui io non ho nulla di personale. E tu, servo, puoi giurare di avere detto la verit?. Mille volte lo giuro, se occorre! Il mio padrone, il mio povero padrone! e piange velandosi il capo col mantello. Sta bene. Ecco lacqua ed ecco la polvere. E la parola questa: Tu, Padre Santo e Dio Altissimo, compi giudizio di verit per mio mezzo, acci vita e onore siano resi allinnocente e alla madre desolata, e degno castigo a chi innocente non . Ma per la grazia che ho agli occhi tuoi, non fiamma n morte, ma lunga espiazione venga a coloro che hanno commesso peccato. Dice queste parole tenendo e mani stese sullorciolo come fa il sacerdote allaltare durante la Messa, alloffertorio. Poi tuffa la destra nellorciolo e con la mano inzuppata dacqua spruzza i quattro sotto giudizio e fa loro bere un sorso di quellacqua. Prima al giovanetto, poi ai tre altri. Indi incrocia le braccia sul petto e li guarda. 10Anche la folla guarda, e dopo pochi momenti ha un urlo e si getta col volto al suolo. Allora i quattro che erano in fila si guardano fra loro e urlano alla loro volta: il primo, il giovanetto, di stupore, gli altri di orrore. Perch si vedono coperti nel volto di subita lebbra, mentre il giovanetto ne immune. Il servo si getta ai piedi di Ges che si scansa come tutti, soldati compresi, e si scansa prendendo per mano il giovanetto Abele perch non si contamini presso i tre lebbrosi. E grida, questo servo: No! No! Perdono! Lebbroso no! Sono stati loro che mi hanno pagato perch facessi ritardare fino a sera il padrone, per colpirlo sulla via deserta. Mi hanno fatto sferrare la mula apposta. Mi hanno insegnato a mentire dicendo che ero venuto avanti. Invece ero con loro ad ucciderlo. E dico anche perch lhanno fatto. Perch Gioele si era accorto che Giacobbe amava la giovane sua moglie e perch Aser voleva la madre di costui ed essa lo respingeva. Si sono accordati per liberarsi di Gioele e di Abele insieme e godersi le donne. Ho detto. Levami la lebbra, levamela! Abele, tu sei buono, prega tu per me!. Tu va da tua madre. Che uscendo dal suo languore veda il tuo viso e torni alla vita serena. E voi A voi dovrei dire: Vi sia fatto ci che fatto avete. E sarebbe umana giustizia. Ma Io vi affido ad una espiazione sovrumana. La lebbra di cui inorridite vi salva dallessere afferrati e uccisi come meritate. Popolo di Betlem, scansati, apriti come le acque del mare per lasciar andare costoro alla loro lunga galera. Tremenda galera! Pi atroce della rapida morte. Ed piet divina per dare loro modo di ravvedersi se vogliono. Andate!. La folla si addossa ai muri lasciando libero il centro della via, e i tre, ricoperti di lebbra come fossero malati da anni, vanno luno dietro laltro verso la montagna. Nel silenzio e nel crepuscolo che scende, e che ha fatto tacere ogni voce di uccelli e di quadrupedi, non si sente che il loro pianto. Purificate la via con acque abbondanti dopo avervi arso del fuoco. E voi, soldati, andate e riferite

che giustizia fatta secondo la pi perfetta legge mosaica. E Ges fa per andare dove sua Madre e Maria Cleofe continuano a soccorrere la donna, che rinviene lentamente mentre il figlio ne carezza le mani gelate e le bacia. 11Ma la gente di Betlem, con un rispetto quasi esterrefatto, prega: Parlaci, Signore. Tu sei realmente potente. Tu sei certo quello di cui parl luomo che di qui passato annunciando il Messia. Parler a notte, presso lovile dei pastori. Per ora vado a ristorare la madre. E va dalla donna che, seduta sul grembo di Maria dAlfeo, rinviene sempre pi, guardando il viso amoroso di Maria che le sorride, non raccapezzandosi, finch china lo sguardo sulla testa morata del figlio curvo sulle sue mani vacillanti e chiede: Sono morta io pure? questo il Limbo?. No, donna. Questa la Terra, questo tuo figlio, salvato da morte. E questo Ges, mio Figlio, il Salvatore. La donna ha un moto tutto umano, per prima cosa. Raduna le forze e si protende a prendere il capo chino del suo figliolo, e lo vede vivo e sano, lo bacia frenetica, piangendo, ridendo, ritrovando tutti i nomi della cuna per dirgli la sua gioia. S, mamma, s. Ma ora, guarda, non me. A Lui. A Lui che mi ha salvato. Benedici il Signore. La donna, ancora troppo debole per alzarsi o per porsi in ginocchio, stende le mani che tremano e sanguinano ancora, e prende la mano di Ges coprendola di baci e di lacrime. Ges le posa la mano sinistra sulla testa dicendole: Sii felice. In pace. E sii sempre buona. E tu pure, Abele. No, Signore mio. La vita mia e di mio figlio tua perch Tu le hai salvate. Lascia che egli vada coi discepoli come gi desiderava da quando furono qui. Io te lo dono con tanta gioia e ti prego di lasciare che io lo segua per servirlo e servire i servi di Dio. E la tua casa? Oh! Signore! Pu uno risorto da morte avere pi gli affetti che aveva prima di morire? Mirta uscita da morte e da inferno per Te. In questo paese potrei giungere ad odiare coloro che mi hanno torturata nella mia creatura. E Tu predichi lamore. Lo so. Lascia dunque che la povera Mirta ami il Solo che meriti amore, la sua missione, i sui servi. Ora sono ancora sfinita e non potrei seguirti. Ma non appena potr, permettimelo, Signore. Sar al tuo seguito e presso il mio Abele. Seguirai tuo figlio e Me con lui. Sii felice. Sta in pace, ora. Con la mia pace. Addio. E mentre la donna sorretta dal figlio e da alcuni pietosi rientra in casa, Ges, coi pastori, gli apostoli, la Madre e Maria dAlfeo, torna fuori del paese andando poi allovile sito allestremit di una via che finisce nei campi 12Un grande fal acceso per illuminare la riunione. Seduti a semicerchi sui campi, molti attendono che Ges venga a parlare. Intanto parlano loro degli avvenimenti del giorno. presente anche Abele col quale molti si congratulano dicendo che tutticredevano nella sua innocenza. Ma eravate pronti a uccidermi, per! Anche tu che mi avevi salutato sulla porta di casa proprio nellora in cui veniva ucciso Gioele non pu trattenersi da rispondere il giovanetto. E aggiunge: Ma io ti perdono nel nome di Ges. Ecco che Ges viene dallovile verso di loro. Alto, bianco-vestito, contornato dagli apostoli, seguito dai pastori e dalle donne. La pace a voi tutti. Se lessere venuto valso ad instaurare il Regno di Dio fra di voi, sia benedetto il Signore. Se lessere venuto valso a far brillare una innocenza, sia benedetto il Signore. Se lessere giunto in tempo per impedire un delitto serve anche a dare a tre colpevoli modo di redimersi, sia benedetto il Signore. Ora, di tutte le molte cose che porta a meditare questa giornata, e che mediteremo mentre la notte scende a fasciare di tenebre la gioia di due cuori e il rimborso di altri tre - e nelle sue tenebre nasconde come in velo pudico le lacrime gioiose dei primi e quelle brucianti degli altri, che per Dio vede - vi quella che indica come nulla inutile di quanto Dio ha dato per Legge. 13La Legge data da Dio, nominalmente molto osservata in Israele. Ma in realt non lo . La

Legge l, analizzata, sviscerata, spezzettata, fino a farla morire per torture di sottigliezze piccine. l. Ma come un cadavere mummificato non ha vita, respiro, circolazione di sangue nonostante abbia lapparenza di uno che sia immobile per sonno, cos la Legge non ha vita, respiro, sangue in troppi, troppi, troppi cuori. Su una mummia ci si siede come su uno sgabello.Su una mummia si possono appoggiare oggetti, vesti, anche lordure, se si vuole, ed essa non si ribella perch non ha vita. Cos troppi fanno della Legge uno sgabello, un appoggio, uno scarico per le loro lordure, certi che essa non si ribella nella loro coscienza perch essa per loro morta. Potrei paragonare molta parte dIsraele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano. Erano boschi e boschi di piante vive, nutrite da linfe, fruscianti al sole, belle di fronde, di fiori, di frutti. Facevano, del punto dove sorgevano, un piccolo paradiso terrestre, caro a uomini e animali che dimenticavano laridit desolata del deserto, la sete rovente che le sabbie danno alluomo penetrando con la loro polvere ardente nelle fauci. Dimenticavano il sole spietato che calcifica i cadaveri in poco tempo, scarnendoli, consumandone in polvere le carni e lasciando coricati fra le curve delle sabbie scheletri puliti come da un attento operaio. Dimenticavano tutto in questombra verde, frusciante, ricca dacque e di frutti che ristoravano, consolavano, rendevano ardimento a nuovi percorsi. Poi, per una ignota causa, come cose maledette, esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora a fare fuochi nei focolari delluomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere, e cacciare lumido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti pi esili divenuti simili ad alabastro che duro e molle insieme. Ma i rami pi robusti sono l, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono lacqua solo nel tempo delle piene feconde e che, per lansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte. Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco pi che un pargolo, come una delle pi tristi cose della terra. Cos mi erano parse finch non ho toccato, misurato, pesato, le cose totalmente tristi della terra perch sono le cose completamente morte. Le cose immateriali, ossia le virt e le anime morte. Morte le prima nelle anime, morte le anime perch si sono uccise. 14La Legge in Israele. Ma vi come le piante pietrificate sono nel deserto: divenute silice. Morte. Oggetto di inganno. Oggetto destinato a corrodersi senza servire. Anzi, nuocendo perch creano miraggi che allettano allontanando dalle oasi vere, facendo morire di sete, di fame, di desolazione, col loro attirare alla loro morte. Morte che attira altri a morte, come si legge in certe favole di miti pagani. Voi oggi ne avete avuto un esempio di cosa una Legge ridotta a pietra in unanima pure divenuta pietra. peccato di ogni genere e creatore di sventura. Questo vi serva a saper vivere e a saper far rivivere la Legge in voi, nella sua integrit che Io illumino con luci di misericordia. La notte alta. Le stelle ci guardano e con esse Dio. Alzate lo sguardo al cielo stellato ed elevate lo spirito a Dio. E senza critiche verso gli infelici gi da Dio puniti, e senza orgogli per essere senza il loro peccato, promettete a Dio e a voi stessi di non cadere nella aridit delle piante maledette dei deserti e delle valli dEgitto. La pace sia con voi. Li benedice e poi si ritira nellampio recinto dellovile, cinto da rustici portici, sotto cui i pastori hanno steso molto fieno a fare da letto ai servi del Signore.

250. Maria Ss. Ammaestra Giuda Iscariota sul dovere preminente della
fedelt a Dio. 10 agosto 1945. 1La mattina calma e solare favorisce la marcia su per delle colline messe sempre in direzione di ovest, ossia del mare. Bene abbiamo fatto a giungere ai monti nelle prime ore del mattino. Non avremmo potuto rimanere per la pianura sotto questo sole. Ma qui c ombra e fresco. Compiango quelli che seguono la via romana. Buona per linverno dice Matteo. Dopo queste colline troveremo il vento del mare. Tempera sempre laria dice Ges. Mangeremo l in cima. Laltro giorno era tanto bello. E di qui deve esserlo ancora di pi, perch il Carmelo pi vicino e pi vicino il mare aggiunge Giacomo dAlfeo. pur bella la nostra patria! esclama Andrea. S. C proprio di tutto. Monti nevosi e colline dolci, laghi, fiumi, piante di ogni genere, n vi manca il mare. proprio il paese di delizie che hanno celebrato i nostri salmisti, i nostri profeti, i nostri grandi guerrieri e poeti dice il Taddeo. Dinne qualche brano, tu che sai tante cose prega Giacomo di Zebedeo. Con la bellezza del Paradiso Egli ha formato la terra di Giuda. Del sorriso dei suoi angeli ha decorato la terra di Neftali e coi fiumi di miele del cielo ha dato sapore ai frutti della sua terra. Tutto il creato si specchia in te, gemma di Dio, da Dio data al suo popolo santo. Pi dolce dei grappoli pingui che maturano sulle pendici dei tuoi monti, pi soave del latte che riempie il petto delle tue agnelle, pi inebriante del miele che ha il sapore dei fiori che ti vestono, terra beata, la tua bellezza per il cuore dei tuoi figli. Il cielo disceso a farsi fiume che unisce due gemme, a farti pendente e cintura sulla tua veste verde. Il tuo Giordano canta, e ride un tuo mare, e laltro ricorda che Dio terribile, mentre pare danzino i colli nellora della sera come gaie fanciulle su un prato, e i tuoi monti pregano nelle albe angeliche o cantano lalleluia nellardore del sole, o anche adorano insieme alle stelle la tua potenza, Signore altissimo. Non ci hai chiuso fra serrati confini, ma davanti ci hai lasciato laperto mare per dirci che il mondo nostro. Bello eh! Proprio bello! Io non sono stato che sul lago e a Gerusalemme; per anni e anni non ho visto altro. Ora conosco solo la Palestina. Ma sono certo che niente di pi bello nel mondo dice Pietro pieno di orgoglio nazionale. Maria mi diceva che molto bella anche la valle del Nilo dice Giovanni. E luomo di Endor parla di Cipro come di un paradiso aggiunge Simone. Eh! ma la nostra terra! E gli apostoli, tutti meno lIscariota e Tommaso che sono insieme a Ges, un poco avanti, proseguono a lodare le bellezze della Palestina. Ultime vengono le donne, che non possono trattenersi dal raccogliere sementi di fiori per piantarle nei loro orticelli o nei loro giardini, e perch sono belli e perch saranno un ricordo del loro viaggio. 2Delle aquile, credo marittime, o avvoltoi, fanno larghi giri sulle creste delle colline, abbassandosi talora in cerca di preda. E una zuffa si accende fra due avvoltoi che giostrano, giostrano, perdendo penne, in un elegante e feroce duello che finisce con la fuga del vinto, che forse va a morire su di un picco remoto. Almeno cos giudicano tutti, tanto il suo volo stanco, da morente. Gli ha fatto male lingordigia commenta Tommaso. Lingordigia e lostinazione fanno sempre male. Anche quei tre di ieri! Misericordia eterna! Che brutta sorte! dice Matteo. Non guariranno mai? chiede Andrea. Chiedilo al Maestro.

Ges interrogato risponde: Meglio sarebbe chiedere se si convertiranno. Perch in verit vi dico che preferibile morire lebbroso e santo che sano e peccatore. La lebbra resta sulla terra, nella tomba. Ma il peccato resta nelleternit. 3A me piaciuto molto il tuo discorso di ieri sera dice lo Zelote. A me no, invece. Era molto severo per troppi in Israele dice lIscariota. Sei tu fra questi?. No, Maestro. E allora? Perch te la prendi?. Ma perch ti pu nuocere. Dovrei allora, per non incontrare nocumento, patteggiare ed esser complice coi peccatori?. Non dico questo. Non lo potresti fare. Ma tacere. Non inimicarti i grandi. Tacere acconsentire. Io non acconsento alle colpe. N dei piccoli, n dei grandi. Ma lo vedi cosa accaduto al Battista?. La sua gloria. La sua gloria? Mi pare la sua rovina. Persecuzione e morte per fedelt al nostro dovere sono gloria alluomo. Il martire sempre glorioso. Ma con la morte impedisce a se stesso di essere maestro, d dolore a discepoli e famigliari. Esce lui da ogni pena, ma lascia gli altri in pene ben maggiori. Il Battista non ha parenti, vero. Ma ha sempre doveri verso i discepoli. Anche avesse parenti, sarebbe uguale. La vocazione pi del sangue. E il quarto comandamento?. Viene dopo quelli dedicati a Dio. Una madre, Tu lhai visto, ieri, come soffre per un figlio. Madre! Vieni qui. Maria accorre presso Ges e chiede: Che vuoi, Figlio mio?. Madre, Giuda di Keriot sta perorando la tua causa perch ti ama e mi ama. La mia causa? In che?. Mi vuole persuadere ad una maggior prudenza perch Io non sia colpito come il nostro parente, il Battista. E mi dice che bisogna aver piet delle madri, risparmiandosi per esse, perch cos vuole il quarto comandamento. Tu che ne dici? Ti cedo la parola, Madre, perch tu ammaestri con dolcezza questo Giuda nostro. 4Io dico che non amerei pi mio Figlio come Dio, che giungerei a dubitare di essermi sempre ingannata, di esser sempre stata ingannata sulla sua Natura, se lo vedessi venire meno alla sua perfezione con abbassare il suo pensiero a considerazioni umane, perdendo di vista le considerazioni soprumane: ossia il redimere, il cercare di redimere gli uomini, per amore degli stessi e per a gloria di Dio, a costo di crearsi pene e rancori. Lo amerei ancora come un figlio traviato da una forza malvagia, per piet, perch mi figlio, perch sarebbe un disgraziato, ma non pi con quella pienezza di amore con cui lo amo ora che lo vedo fedele al Signore. A Se stesso, vuoi dire. Al Signore. Ora Egli il Messia del Signore e deve essere fedele al Signore cos come ogni altro, anzi, pi di ogni altro, perch Egli ha la missione pi grande di ogni altra che fu, che e che sar sulla terra, e certo ha da Dio gli aiuti proporzionati a tanta missione. Ma se gli accadesse del male non piangeresti?. Tutte le mie lacrime. Ma lacrime e sangue piangerei se lo vedessi fedifrago a Dio. Ci diminuir molto le colpe di quelli che lo perseguiteranno. Perch?. Perch tanto te che Lui quasi li giustificate. Non te lo pensare. Le colpe saranno sempre uguali agli occhi di Dio, sia che noi si giudichi ci che inevitabile, come che si giudichi che nessun uomo dIsraele dovrebbe essere in colpa verso il

Messia. Uomo dIsraele? E se fossero i gentili non sarebbe lo stesso?. No. Per i gentili non ci sarebbe che la colpa verso un loro simile. Israele sa chi Ges. Molto Israele non lo sa. Non lo vuole sapere. incredulo di proposito. Alla anticarit unisce perci lincredulit e nega la speranza. Calpestare le tre virt principali non colpa minima, Giuda. grave, spiritualmente grave pi dellatto materiale verso mio Figlio. Giuda, a corto di argomenti, si curva ad allacciarsi un sandalo rimanendo indietro. 5La vetta, o meglio, uno scrimolo che quasi sulla vetta, uno scrimolo che si protende tutto in avanti come volesse correre verso lazzurro riso del mare infinito, raggiunto. Un folto bosco di elci fa una luce di smeraldo chiaro, punteggiata da morbidi aghi di sole su questa cresta di monte che vaga, che ariosa, aperta sullormai prossima sponda marina, di fronte alla maestosa catena del Carmelo. In basso, ai piedi del monte dello scrimolo sporgente come per ansia di volo, dopo campicelli a mezza costa, vi una stretta valle con un torrente profondo, certo imponente per violenza delle acque nei tempi di piena, ora ridotto ad uno spumeggio dargento al centro del letto. Il torrente corre verso il mare rasentando la base del Carmelo. Una via core presso il torrente, soprelevata sullargine destro, congiungente una citt messa nel centro dellinsenatura della costa a quelle dellinterno, forse della Samaria, se mi oriento bene. Quella citt Sicaminon dice Ges. Vi saremo a sera fatta. Ora riposiamo perch difficile la discesa, sebbene fresca e breve. E, seduti in cerchio, mentre si arrostisce su un rustico spiedo un agnello, certo dono dei pastori, parlano fra loro e con le donne

251. Ai discepoli venuti con Isacco, la parabola del fango che diviene fiamma.
Giovanni di Endor anima vittima. 11 agosto 1945. 1 proprio sulle rive del profondo torrente che Ges trova Isacco con molti discepoli noti ed ignoti. Fra i noti sono il sinagogo dellAcqua Speciosa: Timoneo; Giuseppe, laccusato di incesto di Emmaus; il giovane che lasci di seguire il padre per seguire Ges; Stefano; il lebbroso Abele mondato un anno avanti presso Corozim col suo amico Samuele; vi il traghettatore di Gerico: Salomon; e altri, altri, altri, che riconosco ma dei quali non ricordo assolutamente il luogo dove li vidi n il nome. Volti noti, ed ormai sono tanti, tutti noti come volti di discepoli. E poi altri, conquiste di Isacco o degli stessi discepoli su nominati, che seguono il nucleo principale sperando di trovare di Ges. Lincontro affettuoso, gioioso, riverente. Isacco raggia nella gioia di vedere il Maestro e di mostrargli il suo gregge novello, e per premio chiede una parola da Ges, per la turba che ha con s. Sai un luogo quieto dove potersi riunire? Allestremit del golfo vi una spiaggia deserta, in cui sono casupole di pescatori, vuote di questa stagione perch malsane e perch la stagione della pesca dei pesci da salagione finita, ed essi vanno nella Siro-Fenicia alla pesca della porpora. Molti di essi gi credono in Te, per averti sentito parlare nelle citt di mare e per aver trovato i discepoli, e mi hanno ceduto le casette per i nostri riposi. Vi torniamo dopo una missione. Perch molto da fare su questa costa. perfettamente corrotta da tante cose. Vorrei giungere sino alla Siro-Fenicia, e lo potrei fare per mare, perch la costa troppo arroventata dal sole per farla a piedi. Ma io sono pastore, non marinaro, e fra questi non ve ne uno che sappia veleggiare. Ges, che ascolta attento, con un lieve sorriso, stando un poco curvo, Lui tanto alto di fronte al piccolo pastore, che come un soldato riferisce tutto al suo generale, risponde: Dio ti aiuta per la tua

umilt. Se qui sono noto per te, discepolo, non per gli altri. 2Ora chiederemo a quelli del lago se si sentono di veleggiare sul mare, e andremo, se potremo, in Siro-Fenicia. E si volta a cercare Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, che sono in animata conversazione con alcuni discepoli, mentre Giuda Iscariota dietro a fare i complimenti a Stefano, e lo Zelote con Bartolomeo e Filippo sono presso le donne. Gli altri quattro sono presso Ges. I quattro pescatori vengono subito. Ve la sentita di andare in barca sul mare? chiede Ges. I quattro si guardano, perplessi. Pietro si spettina i capelli mentre riflette. Poi chiede: Ma dove? Molto al largo? Noi siamo pesci dacqua dolce. No, lungo la costa fino a Sidone. Uhm! Credo che si possa. Che ne dite?. Lo credo anche io. Mare o lago sar sempre la stessa cosa: acqua dice Giacomo. Anzi, sar pi bello e pi facile dice Giovanni. Questo poi non so da che lo giudichi gli risponde suo fratello. Dal suo amore per il mare. Chi ama una cosa vede tutte le perfezioni in essa. Amassi cos una donna, saresti un sposo perfetto scherza Pietro, scuotendo affettuosamente Giovanni. No, lo dico perch ad Ascalona ho visto che le manovre sono uguali e la navigazione tanto dolce risponde Giovanni. E allora andiamo! esclama Pietro. Sarebbe per sempre meglio avere uno del luogo. Noi non conosciamo questo mare e questi fondali osserva Giacomo. Oh! Non ci penso neppure! Abbiamo Ges con noi! Prima non ero ancora sicuro, ma dopo che ha quietato il lago! Andiamo, andiamo col Maestro a Sidone. Forse c da fare del buono dice Andrea. Allora andremo. Procurerai le barche per domani. Fatti dare la borsa da Giuda di Simone. 3E, mescolati insieme, apostoli con discepoli - e non da dire con che festa molti lo sono, e sono quelli che gi sono ben noti a Ges - tornano sui loro passi andando verso la citt, girandola nella sua periferia fino a raggiungere la punta estrema della baia che si spinge come un braccio ricurvo in mare. L poche casupole, sparse sulla costa ghiaiosa e breve, rappresentano il posto pi miserabile della citt, il pi spopolato e saltuariamente abitato. Ora le casette - dei cubi di muro sgretolato dalla salsedine e dalla vecchiaia - sono tutte chiuse, e quando i discepoli le aprono, mostrano la loro miseria affumicata, le loro suppellettili ridotte proprio al minimo indispensabile. Ecco. Sono molto comode e pulite, se non belle dice Isacco che ne fa gli onori. Belle no, poverette. LAcqua Speciosa era una reggia al paragone. E cera chi si lamentava! borbotta Pietro. Ma per noi sono una fortuna. Certo, certo! Limportante avere un tetto e volersi bene. Oh! Guarda qua il nostro Giovanni! Come stai? Dove eri?. Ma Giovanni di Endor, pur sorridendo a Pietro, corre a venerare Ges che lo saluta con parole molto buone. Non lho fatto venire perch stato poco bene Preferisco resti qui. Sa tanto fare con i cittadini e con chi chiede notizie sul Messia! dice Isacco. Infatti luomo di Endor molto pi magro di prima. Ma il suo volto sereno. Lemaciazione gli nobilita i tratti, per cui fa pensare ad uno gi toccato dal duplice martirio della carne e dello spirito. Ges losserva e chiede: Sei malato, Giovanni?. Non pi di quanto lo fossi prima di vederti. E questo nella carne. Ma nellanima, se ben mi giudico, io sto guarendo dalle mie particolari ferite. Ges ne guarda ancora locchio pacato e la fronte scavata alle tempie e non dice altro. Ma gli pone una mano sulla spalla mentre entra con lui in una casetta, dove sono state portate le conche dacqua di mare per rinfrescare i piedi stanchi e brocche dacqua fresca per la sete, mentre fuori, su una rustica tavola ombreggiata da una larva di pergola di piante arrampicanti, si preparano le mense. Ed bello, mentre il crepuscolo cala e il mare mormora le preghiere della sera con il fruscio della

risacca sulla spiaggetta ghiaiosa, vedere la cena di Ges con le donne e gli apostoli, seduti al rozzo tavolone, mentre gli altri, parte seduti per terra, parte su sedili o ceste rovesciate, fanno cerchio alla tavola principale. Presto termina la cena e ancor pi presto sparecchiato perch le stoviglie erano ben poche, per i pi importanti ospiti. Il mare si fatto di un nero dindaco nella notte ancora senza luna. E tutta la sua imponenza si disvela in questora mesta e solenne propria delle coste marine. 4Ges, altezza bianca fra le ombre sempre pi oscure, si alza dalla tavola e viene al centro della piccola turba di discepoli, mentre le donne si ritirano. Isacco e un altro accendono sulla rena dei piccoli fuochi per illuminare e per tenere lontano i nuvoli di zanzare che forse vengono da acquitrini prossimi. La pace sia a voi tutti. La misericordia di Dio ci unisce in anticipo sul tempo fissato dando reciproca gioia ai nostri cuori. Io li ho scrutati tutti, questi vostri cuori moralmente buoni, come lo dimostra il vostro essere qui, in attesa di me, in formazione in Me, spiritualmente ancora imperfetti come lo dimostrano certe vostre reazioni, che confessano come ancora in voi perdura il vecchio uomo dIsraele con tutti i suoi concetti e preconcetti, e non ancora usciti da esso, come farfalla da larva, luomo nuovo, luomo del Cristo, che del Cristo ha lampia, luminosa, misericordiosa mentalit e lancor pi ampia carit. Ma non vi mortificate se Io ve li ho scrutati e letti in tutti i loro segreti. Un maestro deve conoscere i suoi scolari per poterli correggere nei loro difetti e, credetemi, se un buon maestro non si disgusta per i pi difettosi, ma anzi proprio su quelli egli si curva di pi, per migliorarli. Voi sapete che Io sono un buon Maestro. Ed ora vediamo insieme queste reazioni e questi preconcetti, vediamo di considerare insieme il motivo per cui qui siamo, e per la gioia che questo essere qui uniti ci d, sappiamo benedire il Signore che sempre, da un singolo bene, ottiene un bene collettivo. 5Ho sentito dalle vostre labbra la vostra ammirazione per Giovanni di Endor, tanto pi ammirazione perch egli si professa peccatore convertito, e su questa sua vecchia qualit e su quella nuova appoggia la sua tesi di predicazione presso coloro che vuole portare a Me. vero. Egli era un peccatore. Ora un discepolo. Molti di voi sono ormai venuti al Messia per suo merito. Vedete dunque che proprio con quei mezzi che il vecchio uomo di Israele sprezzerebbe, Dio crea il nuovo popolo di Dio. Ora Io vi prego di astenervi dal giudicare con giudizio malsano la presenza di una sorella che il vecchio Israele non comprende come discepola. Ho ordinato alle donne di riposare. Ma non era tanto lansia di dare loro riposo, quanto quella di poter dare a voi una santa valutazione di una conversione e di impedirvi di commettere peccato contro lamore e contro la giustizia, la ragione per cui ho dato quel comando che ha certo addolorato le discepole. Maria di Magdala, la grande peccatrice dIsraele, quella che non aveva scusa al suo peccato, tornata al Signore. E da chi aspetter ella fede e misericordia se non da Dio e dai servi di Dio? Tutta Israele, e con Israele gli stranieri che sono fra noi, quelli che molto la conoscono e che severamente la giudicano, ora che non pi loro complice negli stravizi, critica e deride questa risurrezione. Risurrezione. la parola esatta. Non il pi grande miracolo resuscitare una carne. miracolo sempre relativo perch destinato ad essere un giorno annullato dalla morte. Io non do immortalit al risuscitato nella carne, ma do eternit al risuscitato dello spirito. E mentre un morto nella carne non unisce la sua volont di risorgere alla mia, perci il merito da sua parte non c, nel risuscitato nello spirito presente la sua volont, anzi la prima ad essere presente. Perci non assente il merito del risuscitato. Questo non vi dico per giustificarmi. A Dio solo devo rendere conto delle mie azioni. Ma voi siete i miei discepoli. I miei discepoli devono essere dei secondi Ges. Non deve essere in loro nessuna ignoranza e nessuna di quelle inveterate colpe per cui tanti sono solo di nome uniti a Dio. 6Tutto suscettibile di buone azioni. Anche la cosa apparentemente meno atta ad esserlo. Quando una materia si presta alla volont di Dio, fosse anche la pi inerte, gelata, lurida, pu divenire moto, fiamma, bellezza pura. Vi orto un paragone tratto dal libro dei Maccabei.

Quando Nehemia fu rimandato dal re di Persia a Gerusalemme, nel ricostruito Tempio e sul purificato altere si vollero offrire i sacrifizi. Nehemia ricordava come, al momento della cattura da parte dei persiani, i sacerdoti addetti al culto di Dio prendessero il fuoco dellaltare e lo nascondessero in un luogo segreto, nel fondo di una valle, in un pozzo profondo e secco, e facessero cos bene e cos segretamente che solo essi seppero dove era il sacro fuoco. Questo ricordava Nehemia, e ricordando prese i nipoti di quei sacerdoti perch andassero al luogo che, avanti di morire, i sacerdoti avevano detto ai figli, e questi avevano detto ai figli ancora, tramandando cos il segreto di padre in figlio, e vi prendessero il sacro fuoco per accendere il fuoco del sacrifizio. Ma scesi i nipoti nel pozzo segreto, non fuoco trovarono, ma densa acqua, una melma putrida, fetida, pesante, l filtrata da tutte le ingombre cloache della devastata Gerusalemme. E lo dissero a Nehemia. Ma questi ordin che fosse presa di quellacqua e gli fosse portata. E, fatti porre le legna sullaltare, e sulle legna i sacrifizi, spruzz abbondantemente tutto, onde fosse aspersa ogni cosa con lacqua melmosa. Il popolo stupito e gli scandalizzati sacerdoti guardavano e fecero con rispetto, solo perch era Nehemia che ordinava. Ma quanta tristezza nei cuori! Quanta sfiducia! Come in cielo erano nubi a rendere triste il giorno, cos nei cuori era il dubbio a rendere melanconici gli uomini. Ma il sole ruppe le nubi e scese coi suoi raggi sullaltare, e le legna, spruzzate dellacqua melmosa, si accesero con grande fuoco che subito consum il sacrificio, mentre i sacerdoti pregavano con le preghiere composte da Nehemia e con gli inni pi belli di Israele, finch tutto il sacrifizio fu arso. E, per persuadere le folle che Dio pu anche con le materie meno atte, ma usate a retto fine, produrre prodigi, Nehemia ordin che il resto dellacqua fosse sparsa su grandi pietre. E le pietre spruzzate dettero fiamme e in esse si consumarono nella gran luce che veniva dallaltare. 7Ogni anima un fuoco sacro messo da Dio nellaltare del cuore, perch serva ad ardere il sacrificio della vita con amore al Creatore della stessa. Ogni vita olocausto se bene spesa, ogni giorno un sacrificio che va consumato con santit. Ma vengono i predoni, gli oppressori delluomo e dellanima delluomo. Il fuoco sprofonda nel pozzo profondo. E non per necessit santa, ma per stoltezza nefasta. E l, sommerso negli scoli di tutte le sentine dei vizi, diviene fango putrido e pesante, finch non scende il quel profondo un sacerdote e riporta alla luce del sole quel fango, posandolo sullolocausto del suo proprio sacrificio. Perch, seppiatelo, non basta leroismo del convertendo. Ci vuole anche quello di colui che converte. Anzi, questo deve precedere quello, perch le anime si salvano con il sacrificio nostro. Perch cos si giunge ad ottenere che il fango si muti in fiamma e Dio giudichi perfetto e grato alla sua santit il sacrificio che si consuma. allora che, non essendo ancora sufficiente a persuadere il mondo che un fango pentito ancor pi ardente di un fuoco comune, anche se fuoco consacrato - il quale fuoco comune serve solo ad ardere legna e vittime, ossia materie atte ad essere arse - ecco che questo fango pentito diviene tanto potente da accendere e ardere anche le pietre, materie incombustibili. E non vi chiedete da che viene a questo fango questa propriet? Non lo sapete? Io ve lo dico: perch nellardore del pentimento essi si fondono con Dio, fiamma con fiamma; fiamma che sale, fiamma che scende; fiamma che si offre amando, fiamma che si concede amando; abbraccio di due che si amano, che si ritrovano, che si congiungono, facendo una cosa sola. E dato che la fiamma pi grande quella di Dio, ecco che essa trabocca, soverchia, penetra, assorbe, e la fiamma del fango pentito non pi fiamma relativa di cosa creata, ma fiamma infinita di Cosa increata: dellAltissimo, Potentissimo, Infinito, di Dio. Questo sono i grandi peccatori convertiti veramente, totalmente convertiti, generosamente datisi alla conversione senza nulla trattenere del passato, ardendo per prima cosa se stessi, nella parte pi pesante, con la fiamma che si alza dal loro fango, corso incontro alla Grazia e toccato da Essa. In verit, in verit vi dico che molte pietre in Israele saranno investite del fuoco di Dio per queste fornaci ardenti che sempre pi arderanno, fino alla consumazione della creatura umana, e che continueranno ad ardere le pietre, le tiepidezze, le incertezze, le timidezze della Terra, dal loro trono in Cielo, veri specchi ustori soprannaturali che raccolgono le Luci Une e Trine per convergerle sulla umanit e accenderla di Dio. 8Vi ripeto che non avevo bisogno di giustificare le mie azioni, ma ho voluto che voi entraste nel

mio concetto e lo faceste vostro. Per ora, per altri casi consimili futuri, quando Io non sar con voi. Un deviato concetto, un farisaico sospetto di contaminare Iddio col portargli un peccatore pentito, non vi trattenga mai dal fare questa opera, che coronamento perfetto della missione alla quale vi destino. Abbiate sempre presente che Io non sono venuto a salvare i santi ma i peccatori. E fate voi il simigliante, perch il discepolo non da pi del Maestro, e se Io non ripugno da prendere per mano i rifiuti della Terra che sentono bisogno del Cielo, che lo sentono finalmente, e giubilando li porto a Dio, perch questa la mia missione, ed ogni conquista una giustificazione della mia Incarnazione mortificante lInfinito, non ripugnate a farlo neppure voi, uomini limitati, che pi o meno avete tutti conosciuto limperfezione, fatti della stessa natura dei fratelli peccatori, uomini che Io eleggo a salvatori perch sia continuata la mia opera nei secoli dei secoli della Terra, quasi che Io continuassi a vivere su di essa, in una secolare esistenza. E tale sar, perch lunione dei miei sacerdoti sar come la parte vitale nel grande corpo della mia Chiesa, di cui Io sar lo Spirito animatore, e intorno a questa parte vitale si accentreranno tutte le infinite particelle dei credenti a fare un unico corpo che dal mio Nome avr nome. Ma, se mancasse la vitalit nella parte sacerdotale, potrebbero le infinite particelle avere vita? In verit che Io, essendo in esso, potrei spingere la mia Vita fino alle particelle pi lontane, trascurando le cisterne ed i canali otturati e inutili, renitenti al loro ministero. Perch la pioggia scende dove vuole, e le particelle buone, capaci da se stesse di volere la vita, vivrebbero ugualmente la mia Vita. Ma che sarebbe allora il Cristianesimo? Una vicinanza di anime ed anime. Vicine eppure separate da canali e cisterne che non sono pi laccio che unisce distribuendo ad ogni particella il sangue vitale, venuto da un unico centro. Ma sarebbero muri e precipizi di separazione attraverso i quali le particelle si guarderebbero, umanamente ostili, soprannaturalmente afflitte, dicendo nei loro spiriti: Eppure eravamo fratelli e tali ancora ci sentiamo per quanto ci abbiano divisi!. Una vicinanza. Non una fusione. Non un organismo. E su questa rovina splenderebbe dolente il mio amore E ancora. Non pensatevi che ci valga solo per gli scismi religiosi. No. Serve anche per tutte le anime che restano sole perch i sacerdoti si rifiutano di sostenerle, di occuparsene, di amarle, contravvenendo alla loro missione che quella di dire e di fare ci che Io dico e faccio, ossia: Venite a Me voi tutti, ed Io a Dio vi condurr. 9Andate in pace, ora, e Dio sia con voi. La gente sciama lentamente, andando ognuno alle casette che li ospitano. Si alza anche Giovanni di Endor, che ha sempre preso appunti mentre Ges parlava, facendosi arroventare dal fuoco per poter vedere ci che scriveva. Ma Ges lo ferma dicendogli: Resta un poco con il tuo Maestro. E se lo tiene vicino fino a che tutti se ne sono andati. Andiamo fino a quel masso in riva allacqua. La luna sempre pi alta e si vede il cammino. Giovanni acconsente senza ribattere parola. Si dilungano dalle case un duecento metri circa e si siedono su un grosso masso, che non so se sia un rudere di molo, o una estrema propaggine di una scogliera sprofondata nel mare, oppure una rovina di qualche casupola semi inghiottita dalle acque, forse avanzatesi nei secoli sul litorale. So che mentre dalla spiaggetta si pu salire appoggiando il piede su incavi e sporgenze che fanno da scalini, dalla parte del mare la parete scende quasi dritta e si tuffa nellacqua glauca. Anzi, ora, per la marea, semicircondato dallacqua che borbotta e schiaffeggia leggermente questo ostacolo e poi fugge con suono di enorme aspirazione, e poi tace un momento, per tornare ancora, sempre con un moto e un suono regolare, fatto di schiaffi e di aspirazioni e silenzi come una musica sincopata. Si siedono proprio in cima a questo ammasso urtato dal mare. La luna fa una via dargento sulle acque e rende di un azzurro cupissimo il mare, che prima del suo sorgere non era che una distesa nerastra nel nero della notte. 10Giovanni, non dici al tuo Maestro la ragione per cui soffre il tuo corpo?. Tu lo sai, Signore. Ma non dire: soffre. Di: si consuma. pi esatto, e Tu lo sai, e sai che si consuma con giubilo. Grazie, Signore. Mi sono ravvisato io pure nel fango che diviene fiamma. Ma io non avr tempo di accendere le pietre. Mio Signore, io morr presto. Troppo ho sofferto per lodio del mondo e troppo io giubilo per lamore di Dio. Ma non rimpiango la vita. Qui potrei

ancora peccare, mancare alla missione alla quale ci destini. Gi due volte ho mancato nella mia vita. Alla mia missione di maestro, perch in essa dovevo saper trovare di che formare me stesso e non mi sono formato. Alla mia missione di marito, perch non ho saputo formare la moglie. Logicamente. Non avevo saputo formare me, e non potevo saper formare lei. Potrei mancare anche alla mia missione di discepolo. E mancare a Te non voglio. Sia dunque benedetta la morte se viene a portarmi dove non si pu pi peccare! Ma se non avr la sorte di discepolo insegnante, avr quella di discepolo vittima, e sar quella che pi assomiglia alla tua. Tu lo hai detto questa sera: Ardendo per prima cosa se stessi. Giovanni, una sorte che subisci o unofferta che fai?. Unofferta che faccio, se Dio non disdegna il fango che si fatto fuoco. Giovanni, tu fai molte penitenze. Le fanno i santi, Tu per il primo. giusto che le faccia colui che tanto ha da pagare. Ma Tu forse trovi che le mie non sono grate a Dio? Me le vieti?. Io non ostacolo mai le buone aspirazioni dellanima innamorata. Sono venuto a predicare coi fatti che nella sofferenza espiazione, e nel dolore redenzione. Non mi posso contraddire. Grazie, Signore. Sar la mia missione. 11Cosa scrivevi, Giovanni?. Oh! Maestro! Delle volte il vecchio Felice emerge ancora con le sue abitudini di maestro. Penso a Marziam. Lui ha tutta una vita per predicarti, ed , per la sua et, non presente alle tue predicazioni. Ho pensato di segnare certi insegnamenti che Tu ci hai dato e che il bambino non ha sentito perch intento ai suoi giuochi o lontano con uno di noi. Nelle tue parole anche minime tanta sapienza! Le tue conversazioni famigliari sono gi un ammaestramento, e proprio sulle cose di ogni giorno, di ogni uomo, su quei minimi che sono in fondo i massimi della vita perch accumulandosi formano una grande soma che esige pazienza, costanza, rassegnazione, per essere portata con santit. Pi facile compiere un grande ed unico atto eroico che mille e diecimila piccole cose che esigono una costante presenza di virt. Eppure non si giunge allatto grande, sia nel male come nel bene - io lo so per il male - se non si fa lungo accumulo di atti piccoli, apparentemente insignificanti. Io ho cominciato ad uccidere quando, stanco della frivolezza di mia moglie, le ho dato il primo sguardo sprezzante. Per Marziam ho segnato le tue piccole lezioni. E questa sera ho avuto desiderio di segnare la tua grande lezione. Lascer il mio lavoro al bambino perch si ricordi di me, il vecchio maestro, e perch abbia anche quello che altrimenti non avrebbe. Il suo splendido tesoro. Le tue parole. Me lo permetti?. S, Giovanni. Ma sii in pace su tutto, come questo mare. Vedi? Per te sarebbe troppo rovente andare nellardore del sole, e la vita apostolica veramente un ardore. Hai tanto lottato nella tua vita. Ora Dio ti chiama a S in questo placido raggiare di luna che tutto placa e fa puro. Cammina nella dolcezza di Dio. Io te lo dico: Dio contento di te. Giovanni di Endor prende la mano di Ges, la bacia e mormora: Eppure sarebbe stato anche bello dire al mondo: Vieni a Ges. Lo dirai dal Paradiso, uno specchio ustorio anche tu. Andiamo, Giovanni. Vorrei leggere ci che tu hai scritto. Eccolo, Signore. E domani ti dar laltro rotolo su cui ho segnato le altre parole. Scendono dal loro scoglio, e in un biancore splendidissimo di luna che ha mutato in argento la ghiaietta della riva, tornano alle case. E si salutano, Giovanni inginocchiandosi, Ges benedicendolo con la mano posata sul suo capo e dandogli la sua pace.

123. Ai pescatori siro-fenici, la parabola del minatore perseverante. Ermasteo di Ascalona. 12 agosto 1945. 1 Sono le prime ore del mattino quando Ges giunge davanti ad una citt sul mare. Quattro barche seguono la sua. La citt spinta in mare stranamente, come fosse fabbricata su un istmo. Anzi, come se un esile istmo ne congiungesse la parte tutta sporgente sul mare con quella stesa sulla riva. Vista dal mare sembra un enorme fungo, adagiato sulle onde col suo cocuzzolo e conficcato con le radici sulla costa: listmo il gambo. Al di qua e al di l di esso due porti; luno, quello di settentrione, meno chiuso, pieno di piccole imbarcazioni. Laltro, a meridione, ben pi riparato, di grossi navigli in arrivo o in partenza. Bisogna andare l dice Isacco, accennando al porto delle piccole barche. L stanno i pescatori. Girano lisola e vedo che listmo artificiale, una specie di diga ciclopica che unisce lisoletta alla terra ferma. Si costruiva senza miserie un tempo! Arguisco da questopera e dal numero dei navigli nei porti quanto la citt fosse ricca ed attiva nei commerci. Dietro alla citt, dopo una zona piana, sono collinette di bellaspetto, e molto lontano visibile il grande Hermon e la catena libanese. Arguisco anche che questa sia una delle citt che vedevo dal Libano. La barca di Ges sta intanto giungendo nel porto settentrionale, nella rada del porto, perch non attracca ma va lenta, a forza di remi, avanti e indietro, finch Isacco scorge quelli che cerca e li chiama a gran voce. 2 Vengono avanti due belle barche da pesca, e lequipaggio si curva sulle barche pi piccole dei discepoli. Il Maestro con noi, amici. Venite, se volete sentirne la parola. Entro sera torna verso Sicaminom dice Isacco. Subito veniamo. Dove andiamo?. In un posto quieto. Il Maestro non scende a Tiro, n alla citt di terra. Parla dalla barca. Scegliete un posto dombra e di riparo. Venite verso le rocce, dietro di noi. Vi sono seni quieti e ombrosi. Potrete anche scendere. E vanno in un rientramento della scogliera, pi a nord. La costa, spaccata a picco, fa da riparo al sole. Il luogo solitario. Solo i gabbiani e i colombacci vi fanno dimora, uscendo per le loro scorribande sul mare, e tornano con grandi stridi ai nidi nella roccia. Ma delle altre navicelle si sono unite a quelle di guida, formando una minuscola flottiglia. In fondo a questo minuscolo golfo vi una larva di spiaggia. Proprio una larva: una piazzetta sparsa di sassi. Ma un centinaio di persone ci possono stare. Scendono usando di uno scoglio largo e piatto, che sporge sulle acque fonde come un moletto naturale, e si dispongono sulla spiaggetta sassosa, lucida di sale. Sono uomini bruni, magri, arsi dal sole e dal mare. Delle corte sottovesti lasciano scoperte le membra agili e magre. molto visibile la diversit della razza coi giudei presenti, meno questa appare coi galilei. Direi che questi siro-fenici hanno pi somiglianza coi filistei lontani che con i popoli a loro pi vicini. Questi, almeno, che vedo io. 3 Ges si addossa alla costa e inizia a parlare. Si legge nel libro dei Re come il Signore comandasse ad Elia di andare a Sarepta dei Sidoni durante la siccit e la carestia che afflisse la Terra per oltre tre anni. Il Signore non mancava dei mezzi per sfamare il suo profeta in ogni luogo, n lo mand a Sarepta perch questa citt fosse ricca di cibo. No, che anzi l gi si moriva di fame. Perch allora Dio mand Elia Tesbite? Cera in Sarepta una donna di retto cuore, vedova e santa, madre di un fanciullo,

povera, sola, eppure non ribelle al tremendo castigo, non egoista nella sua fame, non disubbidiente. Dio la volle beneficare dandole tre miracoli. Uno per lacqua portata allassetato, uno per il piccolo pane cotto sotto la cenere quando ella non aveva pi che un pugno di farina, uno per lospitalit data al profeta. Le dette pane e olio, la vita del figlio e la conoscenza della parola di Dio. Voi vedete che un atto di carit non solo sfama il corpo, leva il dolore della morte, ma istruisce lanima nella sapienza del Signore. Voi avete dato alloggio ai servi del Signore ed Egli vi d la parola della Sapienza. In questa terra dove non viene la parola del Signore, ecco che un atto buono la porta. Io posso paragonare voi allunica donna di Sarepta che accolse il profeta. Anche voi qui siete gli unici che accolgono il Profeta. Perch se fossi sceso nella citt, i ricchi e potenti non mi avrebbero accolto, gli indaffarati mercanti e marinai dei navigli mi avrebbero trascurato, e inerte sarebbe rimasta la mia venuta. Ora Io vi lascer e voi direte: Ma che siamo noi? Un pugnello di uomini. Che possediamo? Un goccia di sapienza. Eppure Io vi dico: Vi lascio con lincarico di annunciare lora del Redentore. Vi lascio ripetendo le parole di Elia profeta: Lanfora della farina non si esaurir. Lolio non scemer fintanto che verr chi pi ampiamente lo distribuisca. Gi lo avete fatto. Perch qui vi sono dei fenici mescolati a voi al di l del Carmelo. Segno che voi avete parlato cos come vi fu parlato. Vedete che il pugnello di farina e la gocciola dolio non si esaurita, ma anzi sempre cresciuta. Continuate a farla crescere. E se vi parr che sia strano che Iddio vi abbia scelto per questa opera, non sentendovi atti ad eseguirla, dite la parola della grande fiducia: Far ci che Tu dici fidandomi sulla tua parola. 4 Maestro ma come comportarci con questi pagani? Questi noi li conosciamo per la pesca. Luguale lavoro ci accomuna. Ma gli altri? chiede un pescatore dIsraele. Il comune lavoro ci accomuna, tu dici. E allora non dovrebbe accomunare una comune provenienza? Dio ha creato gli israeliti come i fenici. Quelli del pino di Saron o dellAlta Giudea non differiscono da quelli di questa costa. Il Paradiso era stato fatto per tutti i figli delluomo. E il Figlio delluomo viene per portare al Paradiso tutti gli uomini. Lo scopo quello di conquistare il Cielo e dare gioia al Padre. Trovatevi dunque sulla stessa via ed amatevi spiritualmente cos come vi amate per ragioni di lavoro. Isacco molto ci ha detto. Ma noi vorremmo sapere di pi. possibile avere un discepolo per noi, cos fuori mano?. Mandaci Giovanni di Endor, Maestro. tanto capace di fare, ed abituato a vivere con dei pagani suggerisce Giuda di Keriot. No. Giovanni sta con noi risponde reciso Ges. E poi, volgendosi ai pescatori: Quando finisce la pesca della porpora?. Alle burrasche di autunno. Dopo il mare troppo agitato qui. Tornerete allora a Sicaminom?. L. E a Cesarea. Forniamo molto i romani. Potrete allora ritrovarvi coi discepoli. Intanto perseverate. 5 Vi a bordo della mia barca uno che io non volevo e che venuto in tuo nome, quasi. Chi ?. Un giovane pescatore di Ascalona. Fllo scendere e venire qui. Luomo va a bordo e torna con un giovinotto piuttosto confuso di essere oggetto di tanta attenzione. Lapostolo Giovanni lo riconosce. uno di quelli che ci hanno dato il pesce, Maestro e si alza per salutarlo. Sei venuto, Ermasteo? Qui? Sei solo?. Solo. A Cafarnao mi sono vergognato sono rimasto sulla costa, sperando. Che?.

Di vedere il tuo Maestro. E non ancora il tuo? Perch, amico, tergiversi ancora? Vieni alla Luce che ti attende. Guarda come ti osserva e sorride. Come sar sopportato?. Maestro, vieni da noi un momento. Ges si alza e va da Giovanni. Egli non osa perch straniero. Non ci sono stranieri per Me. E i tuoi compagni? Non eravate in molti? Non ti turbare. Tu solo hai saputo perseverare. Ma anche per te solo Io sono felice. Vieni con Me. Ges torna al suo posto con la nuova conquista. Questo s che lo daremo a Giovanni di Endor dice allIscariota. 6E poi parla a tutti. Un gruppo di scavatori scesero in una miniera dove sapevano esservi dei tesori, molto nascosti nelle viscere del suolo per. E iniziarono lo scavo. Ma il terreno era duro e faticoso per il lavoro. Molti si stancarono e gettarono i picconi andandosene. Altri si burlarono del capo squadra quasi trattandolo da stolto. Altri imprecarono alla loro sorte, al lavoro, alla terra, al metallo, e con ira percossero le viscere della terra spezzando il filone in briciole inutili, e poi, visto di avere fatto rovine e non guadagni, se ne andarono essi pure. Rimase solo il pi perseverante. Con dolcezza tratt gli strati di terra tenace per perforarla senza guastare, fece saggi, approfond, scav. Uno splendido filone prezioso finalmente messo allo scoperto. La perseveranza del minatore stata premiata, e con il metallo purissimo che ha scoperto egli pu ottenere molti lavori e acquistare molta gloria e molti clienti, perch tutti vogliono di quel metallo che solo la perseveranza ha saputo trovare l dove gli altri, infingardi o iracondi, non avevano nulla ottenuto. Ma loro trovato, per essere bello al punto da servire per lorafo, deve a sua volta perseverare nella volont di farsi lavorare. Se loro, dopo il primo lavoro di escavazione, pi non volesse patire pene, rimarrebbe un metallo grezzo e non lavorabile. Voi vedete dunque che non basta il primo entusiasmo per riuscire, n come apostoli, n come discepoli, n come fedeli. Occorre perseverare. Erano molti i compagni di Ermasteo, e nel primo entusiasmo avevano promesso di venire tutti. Lui solo venuto. Molti sono i miei discepoli e pi saranno. Ma la terza parte della met soltanto sapranno esserlo fino alla fine. Perseverare. la grande parola. Per tutte le cose buone. Voi, quando gettate il tramaglio per strappare le conchiglie delle porpore, lo fate forse una volta sola? No. Ma una dopo laltra e per ore, per giorni, per mesi, pronti a tornare sul posto lanno seguente, perch questo d pane e agiatezza, a voi e alle famiglie vostre. E vorreste fare diverso per le cose pi grandi quali sono gli interessi di Dio e delle anime vostre, se fedeli; vostre e dei fratelli, se discepoli? In verit vi dico che per estrarre la porpora delle vesti eterne occorre perseverare fino alla fine. 7 Ed ora stiamo da buoni amici finch lora del ritorno. Cos ci conosceremo meglio e sar facile il ravvisarci fra di noi. E si spargono nel piccolo seno scoglioso, cuocendo mitili e granchi rapiti agli scogli e pesci presi con piccole reti, dormendo su un letto di alghe disseccate dentro caverne aperte da terremoti o da onde nella costa rocciosa, mentre cielo e mare sono un abbacinante azzurro che si bacia allorizzonte, e i gabbiani fanno un continuo carosello di voli dal mare ai nidi, con stridi e sbatacchio di ali, uniche voci che insieme allo sciabordio dellonda parlino in queste ore di afa estiva.

252. Il ritorno da Tiro. Miracoli e parabola della vite e dellolmo. 13 agosto 1945. 1 La gente di Sicaminom, attirata dalla curiosit di vedere, ha assediato per tutto il giorno la localit dei discepoli in attesa del ritorno del Maestro. Ma le discepole, intanto, non hanno perso tempo, lavando le vesti polverose e sudate, e sulla spiaggetta tutta una allegra esposizione di vesti che asciugano al vento e al sole. Ora che sta per scendere la sera, e con la sera si farebbe sentire lumido del salmastro, esse si affrettano a raccoglierle ancora un poco umide e a sbatterle e stirarle in tutti i sensi prima di piegarle, perch appaiano ben ordinate ai rispettivi proprietari. Portiamo subito le sue vesti a Maria dice Maria dAlfeo. E termina: stata ben sacrificata ieri ed oggi in quella cameretta senzaria!. Comprendo cos che lassenza di Ges stata di pi un giorno e che in quel tempo Maria di Magdala, padrona di una sola veste, ha dovuto stare nascosta finch la sua dimprestito non fosse riasciugata. Susanna risponde: Per buona sorte non si lamenta mai! Non la giudicavo cos buona. E cos umile, devi dire; e riservata. Povera figlia! Era proprio il diavolo che la tormentava! Liberata dal mio Ges tornata lei, quale certo era da fanciulla. E, parlando fra loro due, tornano in casa a portare le vesti lavate. Nella cucina, intanto, Marta si affanna a preparare le vivande, mentre la Vergine pulisce le verdure in una conchetta di rame e poi le mette a lessare per la cena. Ecco. Tutto asciugato, tutto pulito e piegato. Ce ne era bisogno. Vai da Maria e dlle le sue vesti dice Susanna dando la veste a Marta. Le sorelle tornano insieme dopo poco. Grazie a tutte e due. Il sacrificio della veste non mutata da giorni mi era il pi penoso dice Maria di Magdala sorridendo. Ora mi sembra di essere tutta fresca. Vai a sederti l fuori, c un bel venticello. Ne devi avere bisogno dopo essere stata tanto chiusa osserva Marta la quale, essendo meno alta della sorella e meno formosa, ha potuto indossare una veste di Susanna o di Maria dAlfeo mentre le sue erano al bucato. Questa volta andata cos. Ma in avvenire ci faremo il nostro piccolo sacco, come le altre, e non avremo questo disagio dice la Maddalena. Come? Intendi seguirlo come noi?. Certamente. A meno che Egli non mi ordini il contrario. Vado ora sulla riva a vedere se tornano. 2Torneranno questa sera?. Lo spero risponde Maria Ss. Sto in pensiero perch andato in Fenicia. Ma penso che con gli apostoli e penso anche che i fenici forse sono meglio di tanti altri. Ma vorrei tornasse, anche per la gente che aspetta. Quando sono andata alla fonte mi ha fermato una madre dicendomi: Sei col Maestro galileo, quello che chiamano Messia? Vieni allora e guarda il mio bambino. un anno che la febbre lo tormenta. Sono entrata in una casetta. Povera creatura! Sembra un fiorellino che muoia! Lo dir a Ges. Ce ne sono anche altri che chiedono guarigione. Pi guarigione che insegnamento dice Marta. Luomo difficilmente tutto spirituale. Sente pi forti le voci della carne e i suoi bisogni risponde la Vergine. Per molti dopo il miracolo nascono alla vita dello spirito. S, Marta. Ed anche per questo che mio Figlio fa tanti miracoli. Per bont verso luomo ma anche per attirarlo, con quel mezzo, alla sua via, che altrimenti da troppi non sarebbe seguita. 3 Ritorna a casa Giovanni di Endor, che non era andato con Ges, e con lui molti discepoli diretti alle casette che abitano. Quasi contemporaneamente torna la Maddalena dicendo: Stanno arrivando. Sono le cinque barche partite allalba di ieri. Le ho riconosciute molto bene.

Saranno stanchi e assetati. Vado a prendere altra acqua. La fonte molto fresca. E Maria dAlfeo esce con le brocche. Andiamo incontro a Ges. Venite dice la Vergine. Ed esce con la Maddalena e Giovanni di Endor, perch Marta e Susanna rimangono ai fornelli, rosse e molto occupate di ultimare la cena. Costeggiando la riva giungono ad un moletto dove altre barche da pesca sono rientrate e stanno in riposo. Dalla punta di esso si vede bene tutto il golfo e la citt che gli d nome, e si vedono anche le cinque barche che filano leste, un poco piegate dalla corsa, con la vela ben tesa da un venticello di borea, ed esse propizio e di sollievo agli uomini affaticati dal calore. Guarda come Simone e gli altri si destreggiano bene. Seguono la barca del pilota a meraviglia. Ecco che hanno superato il frangente; ora prendono il largo per girare la corrente che forte in quel punto. Ecco adesso va tutto bene. Fra poco sono qui dice Giovanni di Endor. Infatti le barche si avvicinano sempre pi e gi sono visibili i loro ospiti. 4 Ges sulla prima insieme ad Isacco. Si alzato in piedi e la sua alta statura appare in tutta la sua imponenza finch la vela, ammainandosi, non la nasconde per qualche minuto. Poich la barca, virando, passa da prua di fianco per entrare al riparo del moletto, passando davanti alle donne che sono proprio in cima al moletto. Ges sorride per salutarle, mentre esse si danno a camminare svelte per giungere al punto di approdo contemporaneamente alla barca. Dio ti benedica, Figlio mio! dice Maria, salutando Ges, che scende sulla banchina. Dio ti benedica, Mamma. Sei stata in pensiero? A Sidone non cera chi cercavamo. Siamo andati fino a Tiro. E l abbiamo trovato. Vieni, Ermasteo Ecco, Giovanni. Questo giovane vuole essere ammaestrato. Te lo affido. Non ti deluder nellammaestrarlo sulla tua parola. Grazie, Maestro! Ci sono molti che ti attendono risponde Giovanni di Endor. Vi anche un povero bambino malato, Figlio mio, e la madre ti desidera. Vado subito da lei. So chi , Maestro. Ti ci accompagno. Vieni anche tu, Ermasteo. Comincia a conoscere la bont infinita del nostro Signore dice luomo di Endor. Scendono dalla seconda barca Pietro, dalla terza Giacomo, dalla quinta Giovanni, i quattro piloti, seguiti dagli altri apostoli o discepoli che erano con loro e che si affollano intorno a Ges e a Maria. Andate a casa. Vengo subito Io pure. Preparate intanto per la cena e dite a chi attende che sul finire del vespero parler. E se ci sono dei malati?. Li saner per prima cosa. Anche prima di cena, perch possano tornare a casa felici. Si separano, Ges andando con luomo di Endor ed Ermasteo verso la citt, gli altri rifacendo il cammino sulla spiaggia ghiaiosa, narrando tutto quanto hanno visto e udito, contenti come bambini che tornano dalla mamma. 5 contento anche Giuda di Keriot. Mostra tutti gli oboli che i pescatori di porpora hanno voluto dargli e soprattutto mostra un bel fagottello della preziosa materia. Questo per il Maestro. Se non la porta Lui, chi mai la pu portare? Mi hanno chiamato in disparte dicendo: Abbiamo delle preziose madrepore nella barca e abbiamo anche una perla. Pensa! Un tesoro! Non so come ci sia toccata tanta fortuna. Ma te le diamo volentieri per il Maestro. Vieni a vederle. Sono andato per accontentarli mentre il Maestro si era ritirato in una grotta a pregare. Erano bellissimi coralli e una perla, non grossa ma bella. Ho detto loro: Non vi private di queste cose. Il Maestro non porta nessun gioiello. Piuttosto datemi un poco di quella porpora per farne ornamento alla sua veste. Ne avevano questo mucchietto. Me lhanno voluta dare tutta, ad ogni costo. Tieni, Madre, fanne un bel lavoro, come tu sai, per il nostro Signore. Ma fallo, sai? Se Lui se ne avvede, vuole che la si venda per i poveri. E a noi piace vederlo vestito come si merita. Non vero?.

Oh! Si davvero! Io ci soffro quando lo vedo cos semplice in mezzo ad altri, Lui Re, essi peggio che schiavi, e tutti infiocchettati e lustri. E lo guardano come un povero indegno di loro dice Pietro. Hai visto, eh? Che risate quei signori di Tiro mentre prendevamo congedo dai pescatori?! gli risponde suo fratello. Io ho detto: Vergognatevi, cani che siete! Vale pi un filo della sua veste bianca di tutti i vostri fronzoli dice Giacomo di Zebedeo. Io vorrei, poich Giuda ha potuto avere questa cosa, che tu la preparassi per i Tabernacoli dice laltro Giuda, il Taddeo. Non ho mai filato con la porpora. Ma mi prover dice Maria Ss. toccando il serico stame lieve, soffice, di splendido colore. La mia nutrice esperta in questo. A Cesarea la troveremo. Ti far vedere. Imparerai subito, perch tu sai fare tutto bene. Io farei un gallone al collo, alle maniche e al basso della veste: porpora su lino bianchissimo o lana bianchissima, a palme e rosoni come sono sui marmi del Santo, e col nodo di Davide al centro. Starebbe molto bene dice la Maddalena, esperta di bellezze in genere. Marta dice: Nostra madre fece quel disegno, per la sua bellezza, sulla veste che Lazzaro ebbe per il suo viaggio nelle terre di Siria quando ne prese possesso. Lho conservato perch fu lultimo lavoro di nostra madre. Te lo mander. Lo far pregando per la madre vostra. 6 Le case sono raggiunte. Gli apostoli si spargono per radunare quelli che vogliono il Maestro, specie i malati E torna Ges con Giovanni di Endor ed Ermasteo. E passa salutando fra quelli che si pigiano davanti alle casette. Il suo sorriso una benedizione. Gli presentano limmancabile malato di occhi, quasi acciecato dalle oftalmie ulcerose, e lo risana. Poi la volta di uno, certo malarico, consunto e giallo come un cinese, e lo risana. Poi una donna che gli chiede un miracolo singolare: il latte per il suo petto privo di latte, e mostra un bambino di pochi giorni, denutrito e tutto rosso come per un riscaldo. Piange: Tu vedi. Abbiamo il comando di ubbidire alluomo e di procreare. Ma che giova se poi vediamo languire i figli? il terzo che genero e due li ho coricati nel sepolcro, per questo petto cieco. Questo gi muore perch nato nei calori, gli altri vissero luno dieci lune, laltro sei, per farmi piangere pi ancora quando morirono per malattia di visceri. Avessi il mio latte, non accadrebbe. Ges la guarda e le dice: Il tuo bambino vivr. Abbi fede. Va a casa tua e, come sarai giunta, offri la mammella al pargolo. Abbi fede. La donna se ne va ubbidiente col miserello, che si lagna come un gattino, stretto sul cuore. Ma le verr il latte?. Certo che verr. Io dico che le camper il bambino, ma che il latte non verr e sar gi miracolo se campa. morto quasi di stenti. Invece io dico che le viene il latte. S. No. I pareri sono vari come le persone. 7 Intanto Ges si ritira a mangiare. Quando esce per predicare di nuovo, la gente ancora di pi, perch la notizia del miracolo del bambino malato di febbri, compiuto da Ges appena sbarcato, si sparsa per la citt. Vi do la mia pace perch vi prepari lo spirito allintendere. Nella tempesta non pu giungere la voce del Signore. Ogni turbamento nuoce alla Sapienza perch essa pacifica, venendo da Dio. Il turbamento invece non viene da Dio, perch le sollecitudini, le ansie, i dubbi, sono opere del Maligno per turbare i figli delluomo e separarli da Dio. Vi propongo questa parabola perch meglio intendiate linsegnamento.

Un agricoltore aveva molti alberi, nei suoi campi, e viti che davano molto frutto, fra le quali una di qualit pregiata di cui era molto orgoglioso. Un anno questa vite fece molte fronde e pochi grappoli. Un amico disse allagricoltore: perch lhai troppo poco potata. Lanno di poi luomo la pot molto. La vite fece pochi tralci, ancor meno grappoli. Un altro amico disse: perch lhai troppo potata. Il terzo anno lagricoltore la lasci stare. La vite non fece neppure un grappolo e mise ben poche figlie, magre, accartocciate e sparse di ruggine. Un terzo amico, sentenzi: Muore perch il terreno non buono. Bruciala. Ma perch, se lo stesso terreno che hanno le altre e se la curo come le altre? Prima faceva bene! Lamico si strinse nelle spalle e se ne and. Pass un ignoto viandante e si ferm ad osservare lagricoltore tristemente appoggiato al tronco della povera vite. Che hai? gli chiese. Morti in casa?. No. Ma mi muore questa vite che amavo tanto. Non ha pi succo per fare frutto. Un anno poco, laltro meno, questo niente. Ho fatto quanto mi hanno detto, ma non giovato. Lignoto viandante entr nel campo e si accost alla vite. Tocc le foglie, prese in mano una zolla di terra, lannus, la sbriciol tra le dita, alz lo sguardo al tronco di un albero che sorreggeva la vite. Devi levare quel tronco. Questa sterilita da quello. Ma se il suo appoggio da anni?!. Rispondimi, uomo: quando tu mettesti questa vite a dimora come era essa, e come era esso?. Oh! Essa era un bel magliolo di tre anni. Lavevo ricavato da unaltra mia pianta e per portarlo qui avevo fatto una profonda buca, onde non offendere le radici nel levarlo dalla zolla natia. Anche qui avevo fatto una buca uguale, anzi ancor pi vasta, perch fosse subito a suo agio, e prima avevo zappettato tutta la terra allintorno perch fosse morbida per le radici, che potessero espandersi subito, senza fatica. Con ogni cura lho sistemata, mettendo sul fondo allettante concime. Le radici, tu lo sai, si fanno forti se trovano subito ci che le nutre. Meno mi occupai dellolmo. Era un alberello destinato solo a sorreggere il magliolo. Perci lo misi quasi superficialmente presso il magliolo, lo rincalzai e me ne andai. Attecchirono tutti e due, perch la terra buona. Ma la vite cresceva di anno in anno, amata, potata, sarchiata. Lolmo invece stentava. Ma per quello che valeva! Poi si fatto robusto. Lo vedi ora come bello? Quando torno da lontano ne vedo la cima svettare alta come una torre, e mi pare linsegna del mio piccolo regno. Prima la vite lo ricopriva, e non si vedeva la sua bella fronda. Ma ora guarda come bella l in alto, nel sole! E che tronco! Diritto, forte. Poteva sorreggere questa vite per anni ed anni, anche fosse divenuta uguale a quelle prese sul torrente del Grappolo dagli esploratori dIsraele. Invece. Invece te lha uccisa! Lha soverchiata. Tutto era buono per il suo vivere: il terreno, la posizione, la luce, il sole, le cure che le davi. Ma questo lha uccisa. divenuto troppo forte. Le ha legate le radici fino a strozzarle, le ha levato ogni succo del suolo, le ha messo un bavaglio al suo respiro, al suo bisogno di luce. Sega subito questa inutile e poderosa pianta, e la tua vite risorger. E meglio ancora risorger se tu, con pazienza, scaverai il suolo per mettere a nudo le radici dellolmo e per segarle, onde essere sicuro che non gettino polloni. Marciranno nel suolo colle loro ultime ramificazioni, e da morte diverranno vita perch diverranno concime, degno castigo al loro egoismo. Il tronco lo brucerai e ti dar utile cos. Non serve che al fuoco una pianta inutile e nociva, e va levata perch ogni bene vada alla pianta buona e utile. Abbi fede in ci che io dico e sarai contento. Ma tu che sei? Dimmelo perch io possa avere fede. Io sono il Sapiente. Chi crede in Me sar sicuro e se ne and. 8 Luomo stette un poco in forse. Poi si decise e mise mano alla sega. Anzi chiam i suoi amici per essere aiutato. Ma sei stolto?. Perderai lolmo oltre che la vite. Io mi limiterei a potarne la cima per dare aria alla vite. Non di pi. Dovr pure avere un sostegno. Fai un lavoro inutile. Chiss che era! Forse uno che ti odia a tua insaputa. Oppure un pazzo e va e via. Io faccio ci che mi ha detto. Ho fede in lui e seg lolmo presso la radice e, non contento, per un

largo raggio mise a nudo le radici delle due piante, con pazienza seg quelle dellolmo, badando di non ferire quelle della vite, ricopr la gran buca della vite, rimasta senza un sostegno, mise accosto un robusto paletto di ferro con la parola: Fede, scritta sopra una tavola legata in cima al palo. Gli altri se ne andarono crollando il capo. Pass lautunno e linverno. Venne la primavera. I tralci attorcigliati alla penzana si adornarono di gemme e gemme, prima serrate come in un astuccio di velluto argentato e poi socchiuse sullo smeraldo delle nascenti fogliette, e poi aperte, e poi allunganti dal tronco nuovi tralci robusti, tutti un fiorettar di fioretti e poi tutto un legar di acinelli. Pi grappoli che foglie, e queste ampie, verdi, robuste al pari dei penzoli di due, tre e pi grappoli ancora. E ogni grappolo un fitto di acini carnosi, succosi, splendidi. Ed ora che dite? Era o non era lalbero la ragione per cui la mia vite moriva? Aveva o non aveva detto bene il Sapiente? Ho avuto o non ho avuto ragione a scrivere su quella tavola la parola Fed? disse luomo agli amici increduli. Hai avuto ragione. Te beato che hai saputo aver fede ed essere capace di distruggere il passato e ci che ti fu detto nocivo. Questa la parabola. 9 Per il fatto della donna dal petto secco, ecco la risposta. Guardate verso la citt. Tutti si volgono verso la citt e vedono la donna di prima che corre e, pur correndo, non si stacca il figliolino dalla mammella piena, ben piena di latte, che il piccolo affamato succhia con una voracit tale che quasi si affoga. E la donna non si ferma altro che quando ai piedi di Ges, davanti al quale stacca un momento il bambino dal capezzolo, urlando: Benedici, benedici, perch viva per Te!. Superato questo momento, Ges riprende: E per le vostre ipotesi sul miracolo, avete avuto la risposta. 10Ma la parabola ha un senso pi ampio del piccolo episodio di una fede premiata. Ed questo. Iddio aveva messo la sua vite, il suo popolo, in luogo adatto, fornendolo di tutto quanto gli occorreva per crescere e dare sempre maggiori frutti, appoggiandolo ai maestri perch pi facilmente potesse comprendere la Legge e farne sua forza. Ma i maestri vollero superare il Legislatore e crebbero, crebbero crebbero fino ad imporsi pi della eterna parola. E Israele si sterilito. Il Signore ha mandato allora il Sapiente perch coloro che in Israele, con animo retto, si addolorano di questo sterilire e tentano questo e quel rimedio, secondo i dettami e i consigli dei maestri, dotti umanamente ma indotti soprannaturalmente e perci lontani dal conoscere il necessario da farsi per rendere la vita allo spirito di Israele, possano avere un consiglio veramente salutare. Or ben, che accade? Perch non riprende forza Israele e torna vigoroso come nei tempi aurei della sua fedelt al Signore? Perch il consiglio sarebbe: levare tutte le cose parassitarie cresciute a detrimento della Cosa santa - la Legge del Decalogo - quale stata data, senza compromessi, senza tergiversazioni, senza ipocrisie, levarle per lasciare aria, spazio, nutrimento alla Vite, al Popolo di Dio, dandogli un robusto, diritto, non piegabile sostegno, unico, dal nome solare: la Fede. E questo consiglio non viene accettato. Perci vi dico che Israele perir, mentre potrebbe risorgere e possedere il Regno di Dio, se sapesse credere e generosamente ravvedersi e mutare sostanzialmente se stesso. Andate in pace e il Signore sia con voi.

137.

Maria Ss. svela a Maria dAlfeo il senso della maternit spiritualizzata. La Maddalena deve temprarsi soffrendo. 14 agosto 1945. 1 ancora notte, una bellissima notte di luna calante, quando silenziosamente

Ges, con gli apostoli e le donne, pi Giovanni di Endor e Ermasteo, si accomiatano da Isacco, unico che sia desto, e iniziano il cammino lungo la riva. Il rumore dei passi solo uno scricchiolio leggero di ghiaietta premuta dai sandali, e nessuno parla fintanto che lultima casetta sorpassata da qualche metro. Certo, chi dorme in essa, o nelle altre che la precedono, non ha avvertito la tacita partenza del Signore e dei suoi amici. Il silenzio profondo. Solo il mare parla alla luna che volge a ponente, iniziando il tramonto, e racconta alle arene le storie del profondo colla sua onda lunga di alta marea che si inizia lasciando un sempre pi stretto margine asciutto sulla sponda. Questa volta le donne sono avanti, insieme a Giovanni, lo Zelote, Giuda Taddeo e Giacomo dAlfeo, che aiutano le discepole a superare piccole scogliere sparse qua e l, umide di salmastro e scivolose. Lo Zelote con la Maddalena, Giovanni con Marta, mentre Giacomo dAlfeo si occupa della madre e di Susanna, e il Taddeo non cede a nessuno lonore di prendere nella sua robusta e lunga mano - unaltra parte in cui egli assomiglia a Ges - la mano piccina di Maria per sostenerla nei passi difficili. Ognuno parla sottovoce con la propria compagna. Sembra che tutti vogliano rispettare il sonno della terra. Lo Zelote parla fitto con Maria di Magdala e vedo che pi duna volta Simone apre le braccia in atto di chi dice: cos e non c da fare altro, ma non sento ci che dicono, essendo i pi avanti. Giovanni parla solo di tanto in tanto con la sua compagna, accennandole il mare e il Carmelo la cui pendice volta a ponente ancora bianca di luna. Forse parla della via fatta laltra volta costeggiando il Carmelo dallaltra parte. 2 Anche Giacomo, in mezzo a Maria dAlfeo e Susanna, parla del Carmelo. Dice a sua madre: Ges mi ha promesso di salire lass solo con me, e di dirmi una cosa, a me soltanto. Che ti vorr dire, figlio? Me la riporti, poi?. Mamma, se un segreto, non te lo posso dire risponde sorridendo del suo sorriso cos affettuoso Giacomo, la cui somiglianza con Giuseppe sposo di Maria molto sensibile nei tratti e ancora pi nella pacata dolcezza. Per la mamma non ci sono segreti. Non ne ho, infatti. Ma se Ges mi vuole lass solo, e solo per parlarmi, segno che vuole che

nessuno sappia ci che vuole dirmi. E tu, mamma, sei la mia cara mamma che amo tanto, ma Ges sopra di te, e la sua volont anche. Per glielo domander, quando sar il momento, se posso dire a te le sue parole. Sei contenta?. Te lo dimenticherai di chiederlo. No, mamma. Io non ti dimentico mai, anche se mi sei lontana. Quando sento o vedo qualche cosa bella penso sempre: Se ci fosse la mamma!. Caro! Dammi un bacio, figlio mio. Maria dAlfeo commossa. Ma la commozione non uccide la curiosit. Torna allassalto dopo aver taciuto per qualche momento: Hai detto: la sua volont. Allora hai capito che ti vuol dire qualche sua volont. Su, almeno questo lo puoi dire. Questo te lo ha detto presenti gli altri. Veramente ero avanti con Lui solo dice sorridendo Giacomo. Ma gli altri potevano sentire. Non mi ha detto molto, mamma. Mi ha ricordato le parole e la preghiera di Elia sul Carmelo: Dei profeti del Signore sono rimasto io solo. Esaudiscimi affinch questo popolo riconosca che Tu sei il Signore Iddio. E che voleva dire?. Quante cose, mamma, vuoi sapere! Vai da Ges, allora, e te le dir si schermisce Giacomo. Avr voluto dire che, posto che il Battista preso, Lui solo resta profeta in Israele, e che Iddio lo deve conservare a lungo perch il popolo sia ammaestrato dice Susanna. Uhm! Ci credo poco che Ges chieda di essere conservato a lungo. Per S non chiede nulla... Su Giacomo mio! Dillo a tua madre. La curiosit un difetto, mamma; una cosa inutile, pericolosa, talora dolorosa. Fai un bellatto di mortificazione. Ohim! Non avr certo voluto dire che tuo fratello mi sar imprigionato, ucciso forse?! chiede sconvolta Maria dAlfeo. Giuda non tutti i profeti, mamma, anche se per il tuo amore ogni tuo figlio rappresenta il mondo. Penso anche agli altri perch perch nei profeti futuri siete certo voi. Allora allora se resti tu solo Se resti tu solo segno che gli altri, che il mio Giuda.. oh!. 3 Maria dAlfeo pianta in asso Giacomo e Susanna e, svelta come fosse una giovinetta, corre indietro, incurante della domanda che le fa il Taddeo. Arriva, come una che inseguita, nel gruppo di Ges. Ges mio, parlavo con mio figlio di quanto Tu gli hai detto del Carmelo di Elia dei profeti Tu hai detto Che Giacomo rester solo e di Giuda che avverr? mio figlio, sai? dice tutta affannata per langoscia e per la corsa fatta. Lo so, Maria. E so anche che tu sei felice che sia il mioapostolo. Vedi che tu hai tutti i diritti come madre, ed Io li ho come Maestro e Signore. vero vero ma Giuda il mio bambino! e Maria, in un intravedere di futuro, piange di gusto. Oh! Che lacrime mal spese! Ma tutto si compatisce ad un cuore di madre. Vieni qui, Maria. Non piangere. Ti ho gi confortata unaltra volta. Anche allora ti ho promesso che quel tuo dolore ti avrebbe dato grandi grazie da Dio, per te, per il tuo Alfeo, per i tuoi figli. Ges ha passato il braccio sulla spalla della zia, attirandosela ben vicina Ordina a quelli che erano con Lui: Andate avanti, voi!. Poi, solo con Maria Cleofe, riprende a parlare. E non ho mentito. Alfeo morto invocandomi. Perci ogni suo debito verso Dio stato annullato. Questa conversione verso il parente incompreso, verso il Messia non voluto riconoscere prima, lha ottenuta il tuo dolore, Maria. Ora questo otterr che lincerto Simone e il tenace Giuseppe imitino il tuo Alfeo. S, ma... Che gli farai a Giuda, al mio Giuda?. Lo amer ancora pi che non lo ami ora. No, no. C una minaccia in quelle parole. Oh! Ges! Oh! Ges!.

4 Maria Vergine torna indietro Ella pure, per consolare la cognata del dolore di cui ancora non conosce la natura, e quando la sa - perch la cognata, vedendola al suo fianco, piange ancora pi forte dicendoglielo - diviene pi pallida della stessa luna. Maria dAlfeo geme: Diglielo tu, che no, che no, la morte per il mio Giuda. Maria Vergine, ancor pi esangue, le dice: E posso chiedere questo per te, se neppur per la mia Creatura io chiedo salvezza dalla morte? Maria, di con me: Sia fatta la tua volont, Padre, in Cielo, in terra e nel cuore delle madri. Fare la volont di Dio attraverso la sorte dei figli il martirio redentivo di noi madri E daltronde Non detto che Giuda debba essere ucciso, o ucciso prima che tu muoia. La tua preghiera di ora, perch egli campi fino alla pi longeva et, come ti peserebbe allora, quando, in un Regno di Verit e di Amore, tu vedrai le cose, tutte, attraverso le luci di Dio e attraverso la tua maternit spiritualizzata. Allora, io ne sono certa, e come beata e come madre, tu vorresti che Giuda fosse simile al mio Ges nella sorte di redentore e arderesti di averlo presto con te, di nuovo, per sempre. Perch il tormento delle mamme di essere separate dai figli. Un tormento cos grande che credo perduri, come ansia damore, anche nel Cielo che ci accoglier. 5 Il pianto di Maria, cos forte nel silenzio di un primo annuncio dalba, ha fatto s che tutti tornassero indietro per sapere che accaduto, e cos sentono le parole di Maria Vergine e la commozione dilaga. Lacrima Maria di Magdala sussurrando: E io quel tormento lho dato a mia madre gi dalla terra. Lacrima Marta dicendo: reciproco dolore lessere separati fra figli e madre. Non sono senza luccichio gli occhi di Pietro, e lo Zelote dice a Bartolomeo: Che parole di sapienza per spiegare ci che sar la maternit di una beata!. E come da una madre beata saranno valutate le cose: attraverso le luci di Dio e la maternit spiritualizzata Fa restare senza respiro come davanti ad un luminoso mistero gli risponde Natanaele. LIscariota dice ad Andrea: La maternit si spoglia di ogni pesantezza del senso e diventa tuttala, detta cos. Sembra di vedere gi tramutate in uninconcepibile bellezza, le nostre madri. vero. La nostra, Giacomo, ci amer cos. Lo immagini come sar allora perfetto il suo amore? dice Giovanni al fratello, ed lunico che abbia una luce di sorriso, tanto il pensiero che la madre sua giunga ad amare in modo perfetto lo commuove gioiosamente. 6 Mi spiace di aver causato tanto dolore si scusa Giacomo dAlfeo. Ma ha intuito pi di quanto io non abbia detto Credimi, Ges. Lo so, lo so. Ma Maria si sta lavorando da se stessa, e questo un colpo pi forte di scalpello. Per le leva tanto peso morto dice Ges. Suvvia, madre. Basta di piangere! Questo mi duole. Che tu soffra come una povera femminetta che non conosce le certezze del Regno di Dio. Non assomigli per nulla alla madre dei fanciulli Maccabei rimprovera severo il Taddeo pur abbracciando sua madre, e finisce, baciandola sulla testa, fra i capelli brizzolati: Sembri una bambina che ha paura delle ombre e delle favole che le raccontano per spaventarla. Eppure lo sai dove trovarmi: in Ges. Che mamma! Che mamma! Piangere dovresti se ti fosse stato detto che io, in futuro, divenissi un traditore di Ges, uno che lo abbandona, un dannato. Allora s. Dovresti piangere anche sangue. Ma, se Dio mi aiuta, questo dolore non te o dar mai, madre mia. Voglio stare con te per tutta leternit. Il rimprovero prima, le carezze poi, finiscono per far cessare il pianto di Maria dAlfeo, che ora tutta vergognosa della sua debolezza. 7 La luce, nel trapasso dalla notte al giorno, diminuita, essendo tramontata la luna e non ancora iniziato il giorno. Ma un breve intermezzo crepuscolare. Subito dopo la luce, prima plumbea poi grigiolina, poi verdognola, poi lattea con infusioni di azzurro, infine chiara, quasi di un incorporeo argento, si afferma sempre pi, rendendo facile il cammino sul greto umido lasciato scoperto dalle onde, mentre

locchio si rallegra nella vista del mare che si fa di un azzurro pi chiaro, pronto ad accendersi di sfaccettii gemmei. E poi laria intride il suo argento di un rosa sempre pi sicuro, finch questo rosa oro dellaurora si fa pioggia di rosa rosso sul mare, sui volti, sulle campagne, con contrasti di tinte sempre pi vivi, che raggiungono il punto perfetto, per me sempre il pi bello del giorno, quando il sole, balzando fuori dai limiti doriente, getta il suo primo raggio sui monti e pendici, boschi, prati, e ampie distese marine e celesti, accentuando ogni colore, sia candore di nevi o di lontananze montane di un indaco che svaria nel verde diaspro, o sia cobalto del cielo che si impallidisce per accogliere il rosa, o sia zaffiro venato di giada e filettato di perle del mare. E oggi il mare un vero miracolo di bellezza. Non morto nella calmeria pesante, non sconvolto nella lotta dei venti, ma maestosamente vivo in un ridere di ondette sottili, appena segnalate da unincrespatura che si incorona di una crestina di spuma. Arriveremo a Dora prima che il sole bruci. E ripartiremo al tramonto. Domani a Cesarea sar finita la vostra fatica, sorelle. E noi pure riposeremo. Il vostro carro vi aspetta certo. Ci separeremo8Perch piangi, Maria? Dovr dunque vedere oggi piangere tutte le Marie? dice Ges alla Maddalena. Le duole lasciarti la scusa la sorella. Non detto che non ci si riveda e presto. Maria fa cenno di no col capo. Non piange per questo. Lo Zelote spiega: Teme di non saper essere buona senza la tua vicinanza. Teme di di essere tentata troppo fortemente quando Tu non sia vicino a tenere lontano il demonio. Me ne parlava poco fa. Non avere questa tema. Io non ritiro mai una grazia che ho concessa. Vuoi tu peccare? No? E allora sta tranquilla. Vigila, questo s, ma non temere. Signore piango anche perch a Cesarea Cesarea piena dei miei peccati. Ora li vedo tutti... Avr molto da soffrire nella mia umanit. Ne ho piacere. Pi soffrirai e meglio sar. Perch dopo non soffrirai pi di queste inutili pene. Maria di Teofilo, ti ricordo che sei figlia di un forte e che sei unanima forte e che Io ti voglio fare fortissima. Compatisco le debolezze nelle altre perch esse sono sempre state donne miti e timide, tua sorella compresa. In te non lo sopporto. Ti lavorer col fuoco e sullincudine. Perch sei tempra che va lavorata cos per non guastare il miracolo della tua e della mia volont. Questo sappilo tu e chi fra i presenti o fra gli assenti pu pensare che Io per il tanto che ti ho amata possa divenire debole con te. Ti concedo di piangere per pentimento e per amore. Non per altro. Hai capito?. Ges suggestionante e severo. Maria di Magdala si sforza ad inghiottire lacrime e singulti e scivola in ginocchio, bacia i piedi di Ges, e cercando di fare sicura la voce, dice: S, mio Signore. Far ci che Tu vuoi. Alzati allora, e sii serena.

254. Lincontro con Sintica, schiava greca, e larrivo a Cesare Marittima. 15 agosto 1945. 1 Non vedo la citt di Dora. Il sole al tramonto, i pellegrini sono diretti a Cesarea. Ma la sosta a Dora non lho vista. Forse stata solo una sosta senza nulla di notevole da segnalare. Il mare sembra infuocato, tanto riflette nella sua calma il rosso del cielo, un rosso quasi irreale tanto violento. Sembra che sia stato versato sangue sulla volta del firmamento. Fa ancora caldo, nonostante laria marina renda

sopportabile questo calore. Camminano sempre lungo il mare, per sfuggire lardore del terreno asciutto, e molti si sono addirittura levati i sandali e rialzate le vesti per entrare in acqua. Pietro dichiara: Se non cerano le discepole mi mettevo nudo e andavo l dentro fino al collo. Ma deve uscire anche di l perch la Maddalena, che era avanti con le altre, torna indietro e dice: Maestro, io sono pratica di questa zona. Vedi l dove il mare ha quel filo giallo nel suo azzurro? L si butta un fiume, perenne anche in questi tempi di estate. E bisogna saperlo varcare. Ne abbiamo varcati tanti! Non sar il Nilo! Varcheremo anche questo dice Pietro. Non il Nilo. Ma nelle sue acque e sulle rive ci sono bestie dacqua nocive. Occorre non passare con leggerezza e scalzi per non essere feriti. Oh! Chi sono mai? Dei Leviatan?. Hai detto bene, Simone. Sono proprio dei coccodrilli. Piccoli, vero, ma sufficienti a non farti camminare per un pezzo. E che ci stanno a fare?. Ci sono stati portati per culto, credo, fin da quando qui regnavano i fenici. E ci sono rimasti, diventando sempre pi piccoli, ma non meno aggressivi perci, passando dai templi alla fanghiglia del fiume. Ora sono grossi lucertoloni, ma con certi denti! I romani vengono qui per partite di caccia e per divertimenti vari Ci sono venuta anchio con loro. Tutto serve per occupare il tempo. E poi le pelli sono belle e si usano per molte cose. Lasciate perci che per la mia esperienza vi guidi. Va bene. Mi piacerebbe vederli dice Pietro. Forse ne vedremo qualcuno, bench siano quasi sterminati tanto sono cacciati. 2 Lasciano la riva e piegano verso linterno, fino a trovare una strada maestra a met spazio tra le colline e il mare, e giungono presto ad un ponte molto arcuato, gettato su un fiumicello di letto piuttosto grande, ma ora povero dacque, ridotte al centro dellalveo che, dove non ha acqua, mostra falaschi e canne, ora semi arsi dallestate, in altre stagioni formanti certo minuscole isole fra le acque. Le sponde invece hanno cespugli ed alberi folti. Per quanto aguzzino lo sguardo, non vedono nessun animale e molti ne sono delusi. Ma quando stanno per finire il valico del ponte, il cui unico arco molto alto, forse per non essere invaso dalle acque in tempo di piena - una robusta costruzione forse romana - Marta d uno strillo acutissimo e scappa indietro terrorizzata. Un grossissimo lucertolone - non sembra pi di cos - avente per la testa classica del coccodrillo, sta per traverso sulla via, fingendosi dormiente. Ma non avere paura! grida la Maddalena. Quando sono l non sono pericolosi. Il brutto quando sono nascosti e ci si va sopra senza vederli. Ma Marta sta prudentemente indietro. Anche Susanna non scherza Maria dAlfeo pi coraggiosa nella sua prudenza e stando vicina ai suoi figli va avanti e guarda. Gli apostoli poi non hanno proprio paura e guardano facendo commenti sulla brutta bestia, la quale si degna di girare lentamente la testa per farsi vedere anche di fronte poi accenna a muoversi, e sembra voglia venire in direzione dei suoi disturbatori. Altro strillo di Marta che fugge pi indietro, imitata ora anche da Susanna e Maria Cleofe. Ma Maria di Magdala raccoglie un sasso e lo tira alla bestia e questa, colpita al fianco, scappa gi per il greto e si immelma nellacqua. Vieni avanti, paurosa. Non c pi dice alla sorella. Le donne tornano vicine. Per proprio brutto commenta Pietro. 3 vero, Maestro, che una volta davano loro per cibo delle vittime umane? chiede lIscariota. Era reputato animale sacro, rappresentava un dio e, come noi consumiamo il sacrificio al nostro Dio, essi, i poveri idolatri, lo facevano con i modi e gli errori che la loro condizione portava.

Ma ora pi? chiede Susanna. Io credo che non escluso che ancora si faccia, in luoghi idolatri dice Giovanni di Endor. Mio Dio! Ma li daranno morti, eh?. No. Li danno vivi, se li danno. Fanciulle, bambini, in genere. Le primizie del popolo. Almeno cos ho letto risponde sempre Giovanni alle donne che si guardano intorno spaurite. Io morirei di paura se dovessi andargli vicino dice Marta. Davvero? Ma questo nulla, donna, rispetto al vero coccodrillo. lungo e largo almeno tre volte tanto. E affamato anche. Questo era certo sazio di bisce o conigli selvatici. Misericordia! Anche bisce! Ma dove ci hai portato, Signore! geme Marta, cos spaurita che lilarit prende irresistibilmente tutti. Ermasteo, che ha sempre taciuto, dice: Non avere alcuna paura. Basta fare molto rumore e scappano tutti. Sono pratico. Sono stato nel basso Egitto pi volte. Si mettono in marcia battendo le mani o picchiando sui tronchi. E il punto pericoloso sorpassato. Marta si messa vicino a Ges e chiede spesso: Ma non ce ne saranno proprio pi?. Ges la guarda e scrolla il capo sorridendo, ma la rassicura: La pianura di Saron non che bellezza, e ormai ci siamo. Ma in verit oggi le discepole mi hanno serbato delle sorprese! Non so proprio perch tu sia cos paurosa. Non lo so neanche io. Ma tutto ci che striscia mi terrorizza. Mi pare di sentire il freddo di quei corpi, certo freddi e viscidi, su di me. E mi chiedo anche perch ci sono. Sono forse necessari?. Questo andrebbe chiesto a Colui che li fece. Ma credi che se li ha fatti segno che sono utili. Non fossaltro per far brillare leroismo di Marta dice Ges con un brillio arguto negli occhi. Oh! Signore! Tu scherzi e hai ragione. Ma io ho paura e non mi vincer mai. Lo vedremo questo 4Cosa si muove l, fra quei cespugli? dice Ges drizzando il capo e spingendo lo sguardo in avanti, verso un groviglio di rovi e altre piante dai lunghi rami portati allassalto di un muraglione di fichi dIndia, che sono pi indietro con le loro palette dure quanto i rami assalitori sono flessibili. Un altro coccodrillo, Signore?! geme Marta terrorizzata. Ma il frascare aumenta e ne sorge un volto umano, di donna. Guarda. Vede tutti questi uomini, incerta se fuggire per la campagna o imbucarsi nella galleria selvaggia. Ma vince la prima cosa e fugge con uno strido. Lebbrosa?, Pazza?, Indemoniata? si chiedono restando perplessi. Ma la donna torna indietro, perch da Cesarea gi prossima si avanza un carro romano. La donna come un topo in trappola. Non sa dove andare, perch Ges e i suoi sono ora presso il cespuglio che le era di rifugio e non vi pu tornare, verso il carro non vuole andare Nelle prime caligini della sera, perch la notte cade rapida dopo il tramonto potente, si vede che giovane e graziosa, malgrado sia lacera nelle vesti e spettinata. Donna! Vieni qui! ordina Ges imperiosamente. La donna tende le braccia supplicando: Non mi fare del male!. Vieni qui. Chi sei? Non ti faccio del male e lo dice cos dolcemente che la persuade. La donna viene avanti curva e si getta al suolo dicendo: Chiunque tu sia, abbi piet. Uccidimi ma non mi consegnare al padrone. Sono una schiava scappata. Chi era il tuo padrone? E tu di dove sei? Ebrea no di certo. Il tuo modo di parlare lo dice. E anche a tua veste. Sono greca. La schiava greca di Oh! piet! Nascondetemi! Il carro sta per arrivare. Fanno tutti gruppo intorno allinfelice raggomitolata al suolo. La veste lacerata dai pruni mostra le spalle solcate di colpi e decorate di sgraffi. Il carro passa senza che nessuno di chi in esso mostri interesse al gruppo fermo presso la siepe. Sono andati avanti, parla. Se possiamo, ti aiutiamo dice Ges mettendole la punta delle dita sulle chiome disfatte. 5 Sono Sintica, la schiava greca di un nobile romano al seguito del Proconsole.

Ma allora sei la schiava di Valeriano! esclama Maria di Magdala. Ah! piet, piet! Non mi denunciare a lui supplica linfelice. Non temere. Io non parler mai pi con Valeriano risponde la Maddalena. E spiega a Ges: uno fra i pi ricchi e sozzi romani che qui abbiamo. E come sozzo, crudele. Perch sei fuggita? domanda Ges. Perch ho unanima. Non sono una mercanzia (la donna si rinfranca vedendo di aver trovato dei pietosi). Non sono una mercanzia. Egli mi ha comprata. vero. Ma potr avere comprato la mia persona per abbellire la sua casa, perch io gli rallegri le ore con la lettura, perch lo serva. Ma non altro. Lanima mia! Non cosa che si compra!. Egli voleva anche quella. Come sai tu di anima?. Non sono illetterata, Signore. Preda di guerra fin dalla pi giovane et. Ma non plebea. Questo il mio terzo padrone ed un lurido fauno. Ma in me restano le parole dei nostri filosofi. E so che non solo carne in noi. Vi qualcosa dimmortale chiuso in noi. Qualcosa che non ha esatto nome per noi. Ma di recente il suo nome lo so. passato, un giorno, un uomo da Cesarea, facendo prodigi e parlando meglio di Socrate e Platone. Molto se ne parlato, nelle terme e nei triclini, o nei peristili dorati, sporcando il suo augusto nome col dirlo nelle sale delle orgie immonde. E il mio padrone, a me, proprio a me che gi sentivo di avere qualcosa dimmortale che solo a Dio spetta e non si compra come merce su un mercato di schiavi, ha fatto rileggere le opere dei filosofi per confrontare e cercare se questa cosa ignorata, che luomo venuto a Cesarea ha nominato anima, vi fosse descritta. A me, a me ha fatto leggere questo! A me che voleva asservire al suo senso! Ho cos saputo che questa cosa immortale lanima. E mentre Valeriano con altri suoi pari ascoltava la mia voce, e fra una eruttazione e uno sbadiglio tentava di comprendere, paragonare e discutere, io univo i loro discorsi, riportanti quelli dello Sconosciuto, alle parole dei filosofi e me le mettevo qui, e me ne facevo una dignit sempre pi forte, per respingere la sua libidine Mi ha battuta a morte, sere sono, perch lho respinto a colpi di denti e sono fuggita il giorno dopo... Sono cinque giorni che vivo in quel folto, cogliendo di notte more e fichi dIndia. Ma finir per essere presa. Mi cerca di certo. Costo molto denaro e piaccio troppo al suo senso perch mi lasci stare Abbi piet! 6Ti chiedo, tu sei ebreo e certo sai dove si trova, ti chiedo di condurmi dallo Sconosciuto che parla agli schiavi e che parla dellanima. Mi hanno detto che povero. Far la fame, ma voglio stargli vicino perch mi istruisca e mi rialzi. Vivere con bruti abbrutisce, anche se ad essi si fa resistenza. Voglio ritornare a possedere la mia dignit morale. Quelluomo, lo Sconosciuto che cerchi, ti davanti. Tu? O ignoto Dio dellacropoli, ave! e si curva fino con la fronte al suolo. Qui non puoi stare. Ma io vado a Cesarea.... Non mi lasciare, Signore!. Non ti lascio Penso. Maestro, il nostro carro certo al luogo convenuto, in attesa. Manda ad avvertire. Sul carro sar sicura come in casa nostra consiglia Maria di Magdala. Oh! S, Signore. A noi, al posto del vecchio Ismaele. La istruiremo di Te. Sar una strappata al paganesimo supplica Marta. Vuoi venire con noi? chiede Ges. Con chiunque dei tuoi purch non sia pi con quelluomo. Ma ma qui una donna ha detto che lo conosce? Non mi tradir? Non verranno nella sua casa dei romani? Non. Non avere paura. A Betania non vengono romani, e di quel genere soprattutto rassicura la Maddalena. Simone e Simon Pietro, andate a cercare del carro. Noi vi attendiamo qui. Entreremo in citt dopo ordina Ges.

7 Quando il pesante carro coperto si annuncia col rumore degli zoccoli e delle ruote e col lume penzolante dal suo tetto, quelli che attendevano, si alzano dalla proda, dove certo hanno cenato, e si fanno sulla via. Il carro si ferma traballando sul margine della via sconquassata e ne scendono Pietro e Simone, subito seguiti da una donna anziana che corre ad abbracciare la Maddalena dicendo: Non un momento, non un momento di ritardo a dirti che sono felice, a dirti che tua madre giubila con me, a dirti che tu sei tornata la bionda rosa della nostra casa, come quando dormivi nella cuna dopo avermi succhiato il seno e la bacia e ribacia. Maria piange fra le sue braccia. Donna, ti affido questa giovane e ti chiedo il sacrificio di attendere qui tutta la notte. Domani potrai andare al primo villaggio sulla via consolare e attendere l. Verremo entro lora di terza dice Ges alla nutrice. Tutto sia come Tu vuoi, benedetto Tu sia! Solo lascia che io dia a Maria le vesti che le ho portate. E risale sul carro con Maria Ss. e Maria e Marta. Quando ne tornano fuori, la Maddalena quale la vedremo in seguito, sempre: con una semplice veste, un ampio lino sottile per velo e un mantello senza ornamenti. Vai pure tranquilla, Sintica, Domani verremo noi pure. Addio saluta Ges. E riprende il cammino verso Cesarea 8 Il lungomare molto popolato di gente che vi passeggia al lume di torce o fanali portati da schiavi, respirando laria che viene dal mare, un grande refrigerio ai polmoni stanchi dellafa estiva. E chi passeggia proprio la classe dei ricchi romani. Gli ebrei sono chiusi nelle loro case e godono il fresco dallalto delle stesse. Il lungomare sembra un lunghissimo salotto in ora di visite. Passarvi vuol dire essere letteralmente analizzati in ogni particolare. Eppure Ges passa proprio di l per quanto lungo il lungomare, incurante di chi lo osserva, commenta e deride. Maestro, Tu qui? A questora? domanda Lidia seduta su una specie di poltrona, o lettuccio, portatole dagli schiavi sul limite della via. E si alza in piedi. Vengo da Dora ho fatto tardi. Vado in cerca di alloggio. Ti direi: ecco la mia casa e accenna ad un belledificio alle sue spalle. Ma non so se. No. Ti ringrazio. Ma non accetto. Ho con Me molti e gi sono andati avanti due ad avvertire persone che conosco. Credo mi ospiteranno. 9 Locchio di Lidia si posa anche sulle donne che Ges ha indicato assieme ai discepoli e subito ravvisa la Maddalena. Maria? Tu? Ma allora vero?. Maria di Magdala ha uno sguardo di gazzella accerchiata: torturato. E ne ha ragione perch non Lidia da sola da affrontare, ma molti e molti che la guardano Ma guarda anche Ges e si rinfranca. vero. Allora ti abbiamo perduta!. No. Mi avete trovata. Almeno spero di ritrovarvi un giorno, e con unamicizia migliore, sulla via che ho finalmente trovata. Dillo, ti prego, a tutti quelli che mi conoscono. Addio, Lidia. Dimentica tutto il male che mi hai visto fare, te ne chiedo perdono. Ma Maria! Perch ti avvilisci? Abbiamo fatto la stessa vita, dei ricchi e sfaccendati, e non c. No. Io ho fatto una vita peggiore. Ma ne sono uscita. E per sempre. Ti saluto, Lidia abbrevia il Signore e si avvia verso il cugino Giuda, che con Tommaso viene verso di Lui. Lidia trattiene ancora un attimo la Maddalena. Ma dimmi il vero, ora che siamo fra noi: tu sei veramente convinta?. Non convinta: felice, di essere la discepola. Ho solo un rimpianto, di non aver

conosciuto prima la Luce e di avere mangiato il fango invece di nutrirmi di Essa. Addio, Lidia. La risposta suona netta nel silenzio che si fatto intorno alle due donne. Nessuno dei molto presenti parla pi Maria si volge e, rapida, cerca di raggiungere il Maestro. Un giovane le si para davanti: la tua ultima pazzia? dice, e fa per abbracciarla. Ma, mezzo ubriaco come , non ci riesce, e Maria gli sfugge gridandogli: No, la mia unica saggezza!. Raggiunge le compagne, velate come maomettane tanto hanno ribrezzo di essere viste da quei viziosi. Maria dice trepida Marta hai molto sofferto?. No. E, ha ragione, e ora non soffrir mai pi per questo. Ha ragione Lui. Svoltano tutti in una vietta oscura per entrare poi in una casa vasta, certo un albergo, per la notte.

219. Partenza delle sorelle Marta e Maria con Sintica. Una lezione a Giuda Iscariota. 17 agosto 1945. 1 E di nuovo in cammino, piegando ad oriente, diretti verso la campagna. Ora gli apostoli e i due discepoli sono con Maria Cleofe e Susanna, dietro di qualche metro a Ges, che con sua Madre e le due sorelle di Lazzaro. Ges parla fitto fitto, Gli apostoli invece non parlano. Sembrano stanchi o sconfortati. Non li attira neppure la bellezza della campagna che veramente splendida, nelle sue lievi ondulazioni gettate sulla pianura come tanti cuscini verdi sotto i piedi di un re gigante, coi suoi colli di pochi metri messi qua e l a preludere le catene del Carmelo e della Samaria. Sia nel piano, che il sovrano del luogo, sia sulle decorazioni di questi piccoli colli e onde di terra, tutto un fiorire di erbe e un maturare di frutta. Deve essere un luogo irriguo nonostante le regione e la stagione, perch troppo florido per essere senza dovizia dacque. Comprendo adesso perch la pianura di Saron sia tante volte nominata con entusiasmo nella sacra Scrittura. Ma questo entusiasmo non per nulla condiviso dagli apostoli, che procedono come un poco imbronciati, unici che abbiano dei bronci in questa giornata serena e in questa plaga ridente. La strada consolare, molto ben tenuta, taglia col suo nastro bianco questa campagna bianca fertilissima e, data lora mattutina, ancora facile incontrare contadini carichi di derrate, oppure viaggiatori diretti a Cesarea. Uno, che raggiunge con una fila di asini carichi di sacchi gli apostoli e li costringe a scansarsi per fare posto alla carovana asinina, chiede con arroganza: Il Kison qui?.

Pi indietro risponde secco Tommaso, e brontola fra i denti: Pezzo di tanghero!. un samaritano e basta questo a dire tutto! risponde Filippo. 2 Ricadono nel silenzio. Dopo qualche metro, cos, come terminando un interno discorso, Pietro dice: Per quello che giovato! Valeva la pena di fare tanta strada?. Ma gi! Perch siamo andati a Cesarea se non ha detto una parola? Io credevo volesse fare qualche stupefacente miracolo per persuadere i romani. Invece dice Giacomo di Zebedeo. Ci ha portati alla berlina e basta commenta Tommaso. E lIscariota rincara: E ci ha fatto soffrire. Ma a Lui piacciono le offese e crede che piacciano a noi pure. Veramente chi ha sofferto in questo caso Maria di Teofilo osserva pacato lo Zelote. Maria! Maria! diventata il centro delluniverso Maria? Non soffre che lei, non eroica che lei, non da formarsi che lei. Se sapevo, divenivo ladrone e omicida per essere poi oggetto di tante premure scatta lIscariota. Veramente laltra volta che venimmo a Cesarea e Lui fece miracolo ed evangelizz, noi lo affliggemmo dei nostri malcontenti per averlo fatto osserva il cugino del Signore. che noi non sappiamo ci che vogliamo Fa cos e brontoliamo, fa lopposto e brontoliamo. Siamo difettosi dice serio Giovanni. Oh! Ecco laltro sapiente che parla! Certo che non si fa nulla di buono da tempo. Nulla, Giuda? Ma quella greca, ma Ermasteo, ma Abele, ma Maria, ma.... Non con queste nullit che Egli fonder il Regno risponde lIscariota, ossessionato dallidea di un trionfo terreno. Giuda, ti prego di non giudicare le opere di mio Fratello. una pretesa ridicola. Un bambino che vuole giudicare il maestro, per non dire: una nullit che vuole mettersi in alto dice il Taddeo che, se ha in comune il nome, ha per una invincibile antipatia per il suo omonimo. Ti ringrazio per esserti limitato a dirmi bambino. Veramente, dopo avere tanto vissuto nel Tempio, credevo di essere giudicato almeno maggiorenne risponde sarcastico lIscariota. 3 Oh! Come sono pesanti queste dispute! sospira Andrea. Davvero! Invece di fonderci, pi si vive insieme, ci si separa. E pensare che a Sicaminon Egli ha detto che noi bisogna essere uniti al gregge. Come lo saremo, se fra pastori non lo siamo? osserva Matteo. Non si deve allora parlare? Mai dire il nostro pensiero? Non siamo schiavi, credo. No, Giuda. Non siamo schiavi. Ma siamo degli indegni di seguirlo perch non lo comprendiamo dice calmo lo Zelote. Io lo comprendo benissimo. No. Non lo comprendi, e con te non lo comprendono, pi o meno, tutti quelli che lo criticano. Comprendere ubbidire senza discutere perch si persuasi della santit di chi guida dice ancora lo Zelote. Ah! ma tu alludi a comprendere la sua santit! Io dicevo le sue parole. La santit indiscussa e indiscutibile si affretta a dire lIscariota. E puoi scindere questa da quelle? Un santo avr sempre a possesso la Sapienza, e le sue parole saranno sapienti. vero. Ma fa degli atti nocivi. Certo per troppa santit. Lo concedo. Ma il mondo non santo, e Lui si crea delle noie. 4Ora, per esempio, questo filisteo e questa greca, credi tu che ci giovino?. Ma se io devo nuocere mi ritiro dice mortificato Ermasteo. Io era venuto con lidea di dargli onore e di fare cosa giusta. Gli daresti un dolore andandotene per questo motivo gli risponde Giacomo dAlfeo. Lascer credere che ho cambiato idea. Ora lo saluter e me ne andr. No davvero! Tu non te ne vai. Non giusto che per i nervosismi altrui il Maestro perda un discepolo buono scatta Pietro.

Ma se vuole andare cos per poco, segno che non sicuro della sua volont. Lascialo perci andare risponde lIscariota. Pietro perde la pazienza: Ho promesso a Lui, quando mi ha dato Marziam, di diventare paterno con tutti, e mi dispiace di mancare alla promessa. Ma tu mi ci porti. Ermasteo qui e qui resta. Sai cosa ti devo dire? Che sei tu quello che turbi le volont degli altri e le fai incerte. Sei uno che separa e che disordina. Ecco quello che sei. E vergognatene. Cosa sei? Il protettore dei Sissignore. Hai detto bene. So ci che vuoi dire. Protettore della Velata, protettore di Giovanni di Endor, protettore di Ermasteo, protettore di quella schiava, protettore di quanti altri sono trovati da Ges e non sono gli splendidi esemplari pavoneschi del Tempio, i fabbricati con la sacra calcina e le ragnatele del Tempio, gli stoppini fragranti di morchia dei lumi del Tempio, i come te, insomma, per rendere pi chiara la parabola, perch se il Tempio molto, a men che io non sia divenuto scemo, il Maestro da pi del Tempio e tu gli manchi. 5 Urla tanto che Ges si ferma e si volta e accenna a tornare indietro, lasciando le donne. Ha sentito! Ora sar afflitto! dice lapostolo Giovanni. No, Maestro. Non venire. Discutevamo per ingannare la noia del cammino dice pronto Tommaso. Ma Ges sta fermo in modo da essere raggiunto. Che discutevate? Ancora una volta devo dirvi che le donne vi superano?. Il dolce rimprovero tocca il cuore di tutti. Tacciono abbassando il capo. Amici! amici! Non siate oggetto di scandalo a coloro che solo ora nascono alla Luce! Non sapete che nuoce pi unimperfezione in voi che tutti gli errori che sono nel paganesimo, alla redenzione di un pagano o di un peccatore?. Nessuno risponde perch non sanno cosa dire per giustificarsi o per non accusare. 6 Presso un ponte, su un torrente secco fermo il carro delle sorelle di Lazzaro. I due cavalli pasturano collerba folta delle rive del torrente, forse secco da poco e perci con sponde ben nutrite di erba. Il servo di Marta e uno, forse il conducente, sono pure sul greto, mentre le donne sono chiuse nel carro, che tutto coperto da una pesante coperta fatta di pelli conciate che scendono a modo di cortine pesanti fino sul piano del carro. Le donne discepole si affrettano ad esso e il servo che le vede per primo d lallarme alla nutrice, mentre laltro si affretta a condurre i cavalli alle stanghe. Il servo intanto corre dalle padrone inchinandosi fino a terra. La anziana nutrice, una bella donna di colorito olivastro, ma piacente, scende lesta e va dalle sue padrone. Ma Maria di Magdala le dice qualche cosa e lei si dirige subito alla Vergine dicendo: Perdona Ma tanta la gioia di vederla che non vedo che lei. Vieni, benedetta. Il sole brucia. Sul carro ombra. E salgono tutte in attesa degli uomini, rimasti molto indietro. Mentre attendono e mentre Sintica, rivestita della veste che ieri aveva la Maddalena, bacia i piedi delle sue padrone - come si ostina a dirle lei, nonostante che esse le dicano che non per loro n serva n schiava, ma solo ospite in nome di Ges - la Vergine mostra il prezioso fagottello della porpora, chiedendo come si pu filare quella cortissima barbetta il cui stame rifiuta umidore e torcitura. Non si usa cos, Donna. Va ridotta in polvere e usata come qualunque altra tintura. Questa la bava della conchiglia, non un capello n un pelo. Vedi come friabile ora che secca? Tu la riduci in polvere fina, la setacci perch non rimanga nessun pezzo lungo che macchierebbe il filato o la stoffa. Meglio se tingi il filato in matasse. Quando sei sicura che tutta in polvere, la sciogli come si fa con la cocciniglia, o lo zafferano, o la polvere dellindaco, o altre di altre cortecce, o radici, o frutti, e la usi. Ferma la tinta con laceto forte per ultima risciacquatura.

Grazie, Noemi. Far come tu insegni. Ho ricamato con fili porporini, ma me li avevano dati gi pronti alluso 7Ecco Ges ormai vicino. ora di salutarci, figlie. Vi benedico tutte nel nome del Signore. Andate in pace portando pace e gioia a Lazzaro. Addio, Maria. Ricordati che hai pianto sul mio petto il tuo primo felice pianto. Perci ti sono madre, perch una creatura piange il suo primo pianto sul petto della sua mamma. Ti sono madre e tale ti sar sempre. Quello che ti pu pesare di dire anche alla pi dolce delle sorelle, alla pi amorosa delle nutrici, vieni a dirlo a me. Ti comprender sempre. Quello che non oseresti dire al mio Ges perch ancora intriso di una umanit che Egli in te non vuole, vieni a dirlo a me. Ti compatir sempre. E se poi vorrai dirmi anche i tuoi trionfi - ma questi preferisco tu li dia a Lui, come fragranti fiori, perch Lui e non Io il tuo Salvatore - io giubiler con te. Addio, Marta. Ora tu te ne vai felice, e in questa felicit soprannaturale perdurerai. Non hai dunque altro bisogno fuor di quello di progredire nella giustizia fra mezzo alla pace che nulla pi turba in te. Fllo per amor di Ges, che ti ha amata tanto da amare questa che tu ami completamente. Addio, Noemi. Va col tuo tesoro ritrovato. Come per il latte con cui la sfamavi, ora sfamati tu alle parole che essa e Marta ti diranno, e giungi a vedere nel Figlio mio, molto pi dellesorcista che libera i cuori dal Male. Addio, Sintica, fiore di Grecia, che hai saputo sentire da te sola che c qualcosa pi della carne. Ora fiorisci in Dio e sii la prima dei nuovi fiori della Grecia di Cristo. Io sono molto contenta di lasciarvi unite cos. Vi benedico con amore. Lo scalpiccio dei passi ormai vicino. Alzano la tenda pesante e vedono che Ges a un due metri dal carro. Scendono sotto al sole cocente che invade la via. Maria di Magdala si inginocchia ai piedi di Ges dicendo: Io ti ringrazio, di tutto. E anche molto di avermi fatto fare questo pellegrinaggio. Tu solo hai sapienza. Ora parto spogliata dei resti della Maria di un tempo. Benedicimi, Signore, per fortificarmi sempre pi. S. Ti benedico. Godi dei fratelli, e coi fratelli sempre pi frmati in Me. Addio, Maria. Addio, Marta. Dirai a Lazzaro che Io lo benedico. Vi affido questa donna. Non ve la dono. mia discepola. Ma voglio che le diate un minimo di capacit di intendere la mia dottrina. Poi verr Io. Noemi, ti benedico, e anche voi due. Marta e Maria hanno le lacrime agli occhi. Lo Zelote le saluta in particolare dando loro uno scritto per il suo servo. Gli altri hanno un saluto comulativo. Poi il carro si mette in moto. 8 E ora andiamo in cerca dombra. Dio le accompagniTanto ti spiace, Maria, che esse se ne siano andate? chiede a Maria dAlfeo che piange zitta zitta. S. Erano molto buone Le ritroveremo presto. E accresciute di numero. Avrai molte sorelle o figlie, se pi ti piace. tutto amore, sia il materno che il fraterno la conforta Ges. Purch ci non crei delle noie mormora lIscariota. Noie lamarsi?. No. Noie avere persone di altra razza e di altra appartenenza. Sintica, vuoi dire?. S, Maestro. Infine essa era oggetto del romano e appropriarsene male. Lo inquieter verso di noi e ci attireremo addosso Ponzio Pilato coi suoi rigori. Ma cosa vuoi che gli prema a Pilato se un suo dipendente perde una schiava? Lo conoscer quello che vale! E se un poco onesto, come si dice lo sia, in famiglia almeno, dir che quella donna ha fatto bene a fuggire. Se poi un disonesto, dir: Ti sta bene. Cos forse la trovo io!. I disonesti non sono sensibili ai dolori altrui. E poi! Oh! povero Ponzio! Con tutti i fastidi che gli diamo, ha ben altro che perder tempo per le querimonie di uno che si fa scappare una schiava! dice Pietro. E gli danno ragione in molti, deridendo le rabbie del lubrico romano. 9 Ma Ges porta la questione su un piano pi alto. Giuda, lo conosci il Deuteronomio?. Certamente, Maestro. E, non esito a dirlo, come pochi lo sanno.

Come lo giudichi?. Come portavoce di Dio. Portavoce. Dunque ripetente la parola di Dio?. Proprio cos. Hai ben giudicato Ma allora perch non giudichi che bene fare ci che esso ordina?. Io non lho mai detto questo. Anzi! Io trovo che proprio noi lo trascuriamo troppo seguendo la nuova Legge. La nuova Legge il frutto dellantica, ossia la perfezione raggiunta dellalbero della Fede. Ma nessuno fra noi lo trascura, per quanto mi risulta, perch sono Io il primo a rispettarlo e a impedire che gli altri lo trascurino. Ges molto incisivo nel dire queste parole. Riprende: Il Deuteronomio intoccabile. Anche quando trionfer il mio Regno, e col mio Regno la nuova Legge coi suoi nuovi codici e paragrafi, esso sar sempre applicato ai nuovi dettami, cos come le pietre squadrate di antiche costruzioni vengono usate per le nuove perch sono pietre perfette che dnno robuste muraglie. Ma ora non c ancora il mio Regno, ed Io, da fedele israelita, non faccio offesa n trascuranza al libro mosaico. Esso base del mio modo di agire e del mio insegnamento. Sopra la base dellUomo e del Maestro, il Figlio del Padre mette la celeste costruzione della sua Natura e Sapienza. Nel Deuteronomio detto: Non consegnerai al padrone lo schiavo che si rifugiato presso di te. Egli abiter con te nel luogo che gli parr, star tranquillo in una delle tue citt e tu non lo contristerai. Questo nel caso che uno sia costretto a fuggire da una schiavit inumana. Nel mio caso, in quello di Sintica, vi la fuga non verso una libert limitata, ma verso la libert illimitatadel Figlio di Dio. E vuoi tu che Io, a questa allodola fuggita al laccio dei cacciatori, metta di nuovo il filet per to e la renda alla sua prigione per levarle anche la speranza dopo la libert? No, mai! Benedico Iddio che, come landata a Endor ha portato questo figlio al Padre, landata a Cesarea ha portato questa creatura a Me perch Io la porti al Padre. A Sicaminon vi ho parlato della potenza della Fede. Oggi vi parler della luce della Speranza. Ma ora, in questo folto frutteto, sostiamo a mangiare e a riposare. Perch il sole arde come se linferno fosse aperto.

256. Parabola sulla virt della speranza che sorregge la fede e la carit. 18 agosto 1945. 1 Visti da alcuni vignaiuoli che passano per il frutteto, carichi di ceste di unuva bionda come fosse fatta con lambra, gli apostoli vengono interrogati. Siete pellegrini o forestieri?. Galilei siamo e pellegrini verso il Carmelo risponde per tutti Giacomo di Zebedeo, che con i compagni pescatori si sgranchisce le gambe per finire di vincere un resto di sonnolenza. LIscariota e Matteo si stanno svegliando sullerba su cui si erano sdraiati, e i vecchi, invece, stanchi, dormono ancora. Ges parla con Giovanni di Endor ed Ermasteo, mentre Maria e Maria Cleofe si tengono l vicine, ma stanno zitte. I vignaiuoli dicono: E venite da lontano?. Da Cesarea per ultima tappa. Ma prima eravamo a Sicaminon e pi l ancora. Veniamo da Cafarnao. Oh! che lunga strada in questa stagione! Ma perch non siete venuti alla nostra casa? l, vedete? Vi avremmo dato acqua fresca per ristoro alle membra e cibo, paesano ma buono. Venite ora. Stiamo per partire. Dio vi compensi lo stesso. Il Carmelo non fugge sul carro di fuoco come il suo profeta dice un contadino semiserio.

Non viene pi nessun carro dal Cielo a rapire i profeti. Non ci sono pi profeti in Israele. Si dice che Giovanni sia gi morto dice laltro contadino. Morto? E da quando?. Cos hanno detto alcuni venuti da oltre Giordano. Lo veneravate?. Eravamo suoi discepoli. Perch lo avete lasciato?. Per seguire lAgnello di Dio, il Messia che egli annunci. Vi ancora questo in Israele, uomini. E ben pi che un carro di fuoco occorrerebbe per fare degno trasporto di Lui in Cielo! 2Non credete al Messia?. Se ci crediamo! Abbiamo deciso che, finito il raccolto, lo andremo a cercare. Si dice che zelante allubbidienza della Legge e va al Tempio nelle solennit prescritte. Andremo presto ai Tabernacoli e staremo al Tempio tutti i giorni per vederlo. E se non lo troveremo andremo in cerca di Lui finch lo abbiamo trovato. Voi che lo conoscete, diteci: vero che sta a Cafarnao quasi sempre? vero che alto, giovane, pallido, biondo e che ha una voce diversa da tutti gli uomini, la quale tocca i cuori e fino le bestie e le piante la sentono?. Tutti i cuori meno quelli dei farisei, Gamala. Quelli si sono fatti pi aspri. Quelli non sono neppure bestie. Sono dei demoni, compreso quello di cui io porto il nome. Ma dite: vero che cos e che tanto buono che parla con tutti, consola tutti, guarisce i morbi e converte i peccatori?. Questo credete?. S. Ma vorremmo saperlo da voi che lo seguite. Oh! Se ci conduceste da Lui!. Ma non avete le vigne da curare?. Abbiamo anche lanima da curare, ed da pi delle vigne. a Cafarnao? Forzando il cammino, in dieci giorni potremmo andare e tornare. 3 l Quello che cercate. Ha riposato nel vostro frutteto ed ora parla con quel vecchio e quel giovane, avendo al fianco la Madre e la sorella della Madre. Quello! Oh! Che si fa?. Restano irrigiditi dallo stupore. Sono tutti occhi per guardare. La loro vitalit tutta raccolta nelle pupille. Ebbene? Tanto desiderio avevate di vederlo e ora non vi muovete? Siete divenuti di sale? stuzzica Pietro. No che Ma cos semplice il Messia?. Ma che volevate che fosse? Assiso su un trono folgoreggiante e coperto del regio ammanto? Lo credevate un nuovo Assuero?. No. Ma Cos semplice, Lui cos santo!. ben semplice perch santo, uomo. Bene, facciamo cos Maestro! Abbi pazienza, vieni qui a fare un miracolo. Ci sono qui uomini che ti cercano e che il vederti ha pietrificati. Vieni a rendere loro moto e parola. Ges, che si voltato sentendosi chiamare, si alza sorridendo e viene verso i vignaiuoli che lo guardano tanto stupefatti da parere impauriti. La pace sia con voi. Mi volevate? Eccomi e ha latto abituale delle braccia che si aprono tendendosi un poco come per offrirsi. I vignaiuoli scivolano in ginocchio e stanno zitti. Non temete. Ditemi ci che volete. Tendono i cesti colmi duva senza parlare. Ges ammira la splendida frutta e dicendo: Grazie stende una mano a prendere un grappolo, e inizia a mangiare i chicchi. O Dio altissimo! Mangia come noi! sospira quello chiamato Gamala. impossibile non ridere di questa uscita. Anche Ges ha un sorriso pi marcato, e quasi a scusarsi dice: Sono il Figlio delluomo!.

4 Ma il gesto ha vinto il torpore estatico, e Gamala dice: Non entreresti nella nostra casa, fino al vespero almeno? Siamo in molti, perch siamo sette fratelli con le spose e i bambini, pi i vecchi che attendono la morte con pace. Andiamo. Voi chiamate i compagni e raggiungeteci. Madre, vieni con Maria. E Ges si avvia dietro ai contadini, che si sono rialzati e camminano un poco di sbieco per vederlo camminare. Il sentiero piccolo, fra i tronchi degli alberi legati lun collaltro dalle viti. Giungono presto alla casa, anzi alle case, perch un piccolo quadrato di case con al centro un comune ampio cortile nel quale un pozzo, e vi si accede da un profondo corridoio che fa da vestibolo e che certo nella notte viene chiuso col portone pesante. La pace sia a questa casa e a chi vi abita dice Ges entrando e alzando la mano a benedire, per poi abbassarla ad accarezzare un puttino seminudo che lo guarda estatico, bellissimo nella sua camicina senza maniche che scivolata dalla spalla grassoccia, ritto sui piedini nudi, con un ditino in bocca e una crosta di pane unto dolio nellaltra manina. Davide, il bambino di mio fratello minore spiega Gamala, mentre un altro dei vignaiuoli entra nella casa pi prossima a dare lavviso e poi ne esce per entrare in unaltra e cos fa per tutte, di modo che visi di tutte le et si affacciano e poi si ritirano per ritornare dopo una sommaria toeletta. 5 Seduto allombra di una tettoia sporgente, alla quale fa da riparo un fico gigantesco, un vecchio col bastoncello fra le mani. Non alza neppure il capo, come niente lo interessasse. nostro padre spiega Gamala. Uno dei vecchi della casa, perch anche la moglie di Giacobbe ha portato qui il padre rimasto solo, e poi vi la vecchia madre di Lia, la pi giovane sposa. Nostro padre cieco. Gli si fatto il velo sulle pupille. Tanto sole nei campi! Tanto calore della terra! Povero padre! molto rattristato. Ma molto buono. Ora attende i nipoti perch sono la sua unica gioia. Ges si dirige dal vecchio. Dio ti benedica, padre. Chiunque tu sia, ti renda Dio la sua benedizione risponde il vecchio alzando il capo in direzione della voce. brutta la tua sorte, non vero? chiede Ges dolcemente, e fa segno di non dire chi che parla. Viene da Dio, dopo tanto bene che mi ha dato nella lunga mia vita. Come ho preso il bene da Dio, devo prendere anche la sventura della vista. Non eterna, infine. Finir sul seno dAbramo. Dici bene. Peggio sarebbe se fosse cieca lanima. Ho cercato di tenerla con la vista sempre. Come hai fatto?. Sei giovane tu che parli, la tua voce lo dice. Non sarai come quei giovani di ora che sono tutti ciechi perch sono senza religione, eh? Bada che grande sventura non credere e non eseguire ci che Dio ci ha detto. Un vecchio te lo dice, ragazzo. Se abbandonerai la Legge, sarai cieco in terra e nellaltra vita. Mai pi vedrai Iddio. Perch verr pure un giorno che il Messia redentore ci aprir le porte di Dio. Io sono troppo vecchio per vedere questo giorno sulla terra. Ma lo vedr dal seno di Abramo. Per questo non mi lamento di nulla. Perch spero che con queste ombre sconter quello che posso aver commesso di ingrato a Dio, e di meritarlo per la vita eterna. Ma tu sei giovane. Sii fedele, figlio, di modo che il Messia tu lo possa vedere. Perch il tempo vicino. Il Battista lo ha detto. Tu lo vedrai. Ma se avrai lanima cieca sarai come quelli di cui parla Isaia. Avrai occhi e non vedrai. Tu lo vorresti vedere, padre? chiede Ges posandogli una mano sulla testa bianca. Lo vorrei vedere. S. Ma per preferisco andarmene senza vederlo, anzich vederlo io e che i miei figli non lo riconoscano. Io ho ancora la fede antica e mi basta. Essi Oh! Il mondo dora!. Padre, vedi dunque il Messia, e sia coronata di giubilo la tua sera e Ges fa scivolare la sua mano dai capelli bianchi gi per la fronte sino al mento barbuto del vecchio come per una carezza, e intanto si curva per mettersi allaltezza del suo viso senile. Oh! Altissimo Signore! Ma io vedo! Vedo Chi sei, con questo volto ignoto eppure famigliare come gi ti avessi visto? Ma Oh! stolto che sono! Tu che mi hai reso la vista sei il Messia

benedetto! Oh! Oh!. Il vecchio piange sulle mani di Ges che ha afferrate, coprendole di baci e di lacrime. Tutto il parentado in subbuglio. Ges si libera una mano e carezza ancora il vecchio dicendo: S, sono Io. Vieni, che oltre il viso tu conosca la mia parola. E si dirige ad una scaletta, che porta ad una terrazza ombrosa per una pergola folta che lombreggia tutta. E tutti lo seguono. 6 Avevo promesso di parlare della speranza ai miei discepoli. La parabola eccola: questo vecchio israelita. Me lo d il Padre dei Cieli il soggetto per insegnare a voi tutti la grande virt che, come le braccia di un giogo, sorregge la fede e la carit. Dolce giogo. Patibolo dellumanit come il braccio traverso della croce, trono della salvezza come appoggio del serpente salutare alzato nel deserto. Patibolo dellumanit. Ponte dellanima per spiccare il volo nella Luce. Ed messa in mezzo fra lindispensabile fede e la perfettissima carit, perch senza la speranza non pu esservi fede, e senza speranza muore la carit. Fede presuppone speranza sicura. Come credere di giungere a Dio se non si spera nella sua bont? Come sorreggersi nella vita se non si spera in uneternit? Come poter persistere nella giustizia se non ci anima la speranza che ogni nostra buona azione da Dio vista e per darci di essa premio? Ugualmente, come fare vivere la carit se non c speranza in noi? La speranza precede la carit e la prepara. Perch un uomo ha bisogno di sperare per poter amare. I disperati non amano pi. La scala questa, fatta di scalini e di ringhiera: La fede i gradini, la speranza la ringhiera; in alto ecco la carit alla quale si sale mediante le altre due. Luomo spera per credere, crede per amare. 7 Questuomo ha saputo sperare. nato. Un bambino di Israele come tutti gli altri. cresciuto con gli stessi ammaestramenti degli altri. divenuto figlio della Legge come tutti gli altri. Si fatto uomo, sposo, padre, vecchio, sempre sperando nelle promesse fatte ai patriarchi e ripetute dai profeti. Nella vecchiaia sono scese le ombre sulle sue pupille ma non nel suo cuore. In esso rimasta accesa la speranza. Speranza di vedere Iddio. Vedere Iddio nellaltra vita. E, nella speranza di questa vista eterna, una, pi intima e cara: vedere il Messia. E mi ha detto, non sapendo chi era il giovane che gli parlava: Se abbandonerai la Legge sarai cieco in terra e in Cielo. Non vedrai Dio e non riconoscerai il Messia. Ha detto da saggio. Troppi sono ora in Israele che sono ciechi. Non hanno pi speranza perch lha uccisa in loro la ribellione alla Legge, che sempre ribellione, anche se velata da paramenti sacri, se non accettazione integrale della parola di Dio, dico di Dio, non delle soprastrutture che vi sono state messe dalluomo e che per essere troppe, e tutte umane, vengono trascurate da quelli stessi che le hanno messe, e fatte macchinalmente, sforzatamente, stancamente, sterilmente, dagli altri. Non hanno pi speranza. Ma irrisione delle verit eterne. Non hanno perci pi fede e pi carit. Il divino giogo da Dio dato alluomo perch se ne facesse ubbidienza e merito, la celeste croce che Dio ha dato alluomo a scongiuro contro i serpenti del Male perch se ne facesse salute, ha perduto il suo braccio traverso, quello che sorreggeva la fiamma candida e la fiamma rossa: la fede e la carit; e le tenebre sono scese nei cuori. Il vecchio mi ha detto: grande sventura non credere e non eseguire ci che Dio ci ha detto. vero. Io ve lo confermo. peggio della cecit materiale, che ancora pu essere guarita per dare ad un giusto la gioia di rivedere il sole, i prati, i frutti della terra, i volti dei figli e nipoti, e soprattutto ci che era la speranza della sua speranza: Vedere il Messia del Signore. Io vorrei che fosse viva nellanimo di tutto Israele, e specie in quelli che sono i pi istruiti nella Legge. Non basta essere stato nel Tempio o del Tempio, non basta sapere a memoria le parole del Libro. Occorre saperle fare vita della nostra vita mediante le tre virt divine. Voi ne avete un esempio: dove esse sono vive tutto facile, anche la sventura. Perch il giogo di Dio sempre giogo leggero, che preme solo sulla carne ma non abbatte lo spirito.

8Andate in pace, voi che restate in questa casa da buoni israeliti. Vai in pace, vecchio padre. Che Dio ti ami ne hai la certezza. Chiudi la tua giusta giornata deponendo la tua saggezza nel cuore dei pargoli del tuo sangue. Non posso rimanere, ma la mia benedizione resta fra queste mura pingue di grazie come i grappoli di questa vigna. E Ges vorrebbe andarsene. Ma deve almeno fermarsi tanto da conoscere questa trib di tutte le et, e di ricevere quanto gli vogliono dare fino a rendere le sacche da viaggio panciute come otri Poi pu riprendere il cammino per una scorciatoia fra le viti che gli indicano i vignaiuoli, che non lo lasciano altro che alla via maestra, gi in vista di un paesello dove Ges e i suoi potranno sostare per la notte.

220. Ges e Giacomo dAlfeo in ritiro sul monte Carmelo. 19 agosto 1945. 1 Evangelizzate nel piano di Esdrelon fintanto che Io torner fra di voi ordina Ges ai suoi apostoli in una serena mattina, mentre ai margini del Kison consumano un poco di cibo: pane e frutta. Gli apostoli non sembrano molto entusiasti, ma Ges li conforta dando una linea da seguirsi nel loro modo di regolarsi, e termina: Del resto avete con voi mia Madre. Sar una buona consigliera. Andate dai contadini di Giocana e cercate, nel sabato, di parlare con gli altri di Doras. Date loro dei soccorsi e confortate il vecchio parente di Marziam con le notizie del bambino, dicendogli che per i Tabernacoli glielo porteremo. Date molto, tutto quanto avete, a questi infelici. Tutto quanto sapete, tutto laffetto di cui siete capaci, tutto il denaro che abbiamo. Non abbiate paura. Come esce, entra. Di fame non moriremo mai, anche se vivremo di pane e frutta soltanto. E se vedete nudit date le vesti, anche le mie. Anzi, le mie per prime. Non rimarremo mai nudi. E soprattutto se trovate miserie che mi cercano, non le sdegnate. Non ne avete il diritto. Addio, Madre. Dio vi benedica tutti per bocca mia. Andate sicuri. Vieni, Giacomo. Non prendi neppure la tua borsa? chiede Tommaso vedendo che il Signore si avvia e non la raccoglie. Non ce n bisogno. Sar pi libero nel cammino. Anche Giacomo lascia la sua, nonostante che sua madre si fosse affrettata ad impinzarla di pane, formaggelle e frutta. Vanno via seguendo per un poco largine del Kison, poi, attaccando le prime pendici che portano al Carmelo, scompaiono alla vista dei rimasti. Madre, siamo nelle tue mani. Guidaci, perch non siamo capaci di nulla confessa umilmente Pietro. Maria ha un sorriso rassicurante e dice: molto semplice. Non c che ubbidire ai suoi ordini e farete tutto bene. Andiamo. Ma io non vado con loro. [] seguo Ges []. 2 Egli sale con il cugino Giacomo e non parla, e laltro pure non parla. Ges concentrato nei suoi pensieri; Giacomo, che si sente alle soglie di una rivelazione, tutto compreso di un amore reverenziale, di uno spirituale tremore, e guarda di tanto in tanto Ges che nella sua concentrazione ha di tanto in tanto una luminosit di sorriso sul volto solenne. Lo guarda come guarderebbe Dio non ancora incarnato e splendente di tutta la sua immensa maest, e il suo viso tanto simile a quello di S. Giuseppe, di un brunetto che non disdegna il rosso sul sommo dei pomelli, si fa pallido di emozione. Ma rispetta sempre il silenzio di Ges.

Per ripide scorciatoie, quasi non vedendo i pastori che fanno pascolare i loro greggi sui verdi pascoli che sono sotto i boschi di lecci, di roveri, di frassini e altre piante dalto fusto, salgono e salgono sfiorando coi mantelli i cespugli glauchi dei ginepri e quelli doro delle ginestre, oppure i ciuffi di smeraldo sparso di perle dei mirti, o le cortine semoventi dei caprifogli e delle vitalbe in fiore. Salgono lasciando indietro boscaioli e pastori fino a raggiungere, dopo un instancabile cammino, la cresta del monte, o meglio un piccolo pianoro addossato ad una cresta incoronata di roveri giganteschi, limitato da una balaustra di altri fusti ai quali fanno da base le vette degli altri alberi della costa, di modo che sembra che il praticello sia come appoggiato su questo frusciante sostegno, isolato dal resto del monte che le fronde sottostanti impediscono di vedere, con alle spalle il picco che lancia i suoi alberi verso il cielo e, sopra, il cielo aperto e, di fronte, laperto orizzonte che arrossa nel tramonto e che sconfina sul mare tutto acceso. Una fessura aperta fra la terra, che non frana solo perch le radici dei roveri giganti la tengono in una rete di tenaglie, si apre nel balzo, larga appena per quanto possa accogliere un uomo e non corpulento. Uno scapigliato cespuglio pare prolungarlo protendendosi orizzontalmente dal fianco del balzo. Ges apre la bocca per dire: Giacomo, fratello mio, qui sosteremo questa notte e, nonostante che la stanchezza della carne sia tanta, Io ti prego di passare la notte in preghiera. La notte e tutto il domani fino a questora. Unintera giornata non di troppo, per ricevere ci che Io ti voglio dare. Ges, Signore e Maestro mio, io far sempre ci che Tu vuoi risponde Giacomo, che si era fatto ancora pi pallido quando Ges aveva iniziato a parlare. Lo so. 3Andiamo ora a cogliere more e mirtilli per il nostro stomaco e a ristorarci ad una fonte che ho sentita qui sotto. Lascia pure il mantello nello speco. Nessuno lo prender. E insieme col cugino gira il balzo, cogliendo frutti selvatici dai cespugli del sotto bosco, e poi, qualche metro pi sotto, nella parte opposta a quella usata per salire, empiono le borracce, unica cosa che avevano portato seco, ad una chiaccherina sorgente che sbuca da un groviglio di radiconi, e si lavano per rinfrescarsi dal calore ancora forte nonostante laltezza. Poi risalgono al loro pianoro e, mentre laria tutta rossa sul cocuzzolo investito dal sole che sta per scomparire ad occidente, mangiano ci che hanno raccolto e bevono ancora, sorridendosi come due bambini felici o come due angeli. Poche parole: un ricordo di quelli lasciati in pianura, unesclamazione ammirata per lestrema bellezza del giorno, il nome delle due mamme Nulla di pi. Poi Ges attira a S il cugino e questo prende la posa abituale in Giovanni, del capo appoggiato sul sommo del petto di Ges, una mano abbandonata in grembo, laltra nella mano del Cugino, e stanno cos, mentre la sera scende in un grande cinguetto di uccelli che si ritirano nel folto, in un tinnulare di campani che si allontana e si fa sempre pi indistinto, e in un frusciare lieve di vento che carezza le cime rinfrescandole e animandole dopo il calore immobile del giorno, preludendo le rugiade. Stanno cos a lungo, e io credo che non sia che un silenzio di labbra, mentre gli spiriti, pi che mai attivi, intrecciano soprannaturali conversazioni.

258.

Ges rivela a Giacomo dAlfeo quale sar la sua missione di apostolo. 20 agosto 1945.

la stessa ora, ma il giorno di poi. Giacomo, che ancora ritirato nello spacco del monte e seduto tutto in un gomitolo col capo curvo fin quasi sulle ginocchia alzate e tenute abbracciate dalle braccia, o in profonda meditazione o dorme. Non capisco bene. Certo insensibile a ci che succede intorno a lui, ossia alla rissa di due grossi uccelli che per qualche motivo privato si battono ferocemente sul praticello. Direi che sono galli di montagna o galli cedroni o fagiani, perch hanno la grossezza di un galletto, penne

variegate, ma non hanno cresta, solo un elmetto di carne rossa come un corallo sul sommo del capo e sulle guance, e le assicuro che se la testa piccola il becco deve essere come uno spunzone dacciaio. Penne e sangue volano e cadono per laria e per terra, fra uno schiamazzio molto sensibile che ha fatto tacere fischi, trilli e gorgheggi fra i rami. Forse gli uccellini osservano la giostra feroce... Giacomo non sente niente. Ges invece sente e scende dalla vetta dove era salito e, battendo le mani, separa i contendenti che fuggono sanguinanti, luno verso la costa, laltro in cima a un rovere e di l si ravvia le penne ancora tutte irte e arruffate. Giacomo non alza il capo neppure per il rumore fatto da Ges, che sorridendo fa pochi passi ancora, fermandosi in mezzo al praticello. La sua veste bianca sembra tingersi di rosso sul lato destro, tanto forte il rosso del tramonto. Sembra proprio che il cielo si incendi. Eppure Giacomo non deve dormire, perch appena Ges sussurra, proprio sussurra: Giacomo, vieni qui, egli alza il capo dai ginocchi e scioglie il laccio delle braccia, sorgendo in piedi e venendo verso Ges. Si ferma di fronte a Lui, a un due passi di distanza, e lo guarda. Anche Ges lo guarda, serio eppure incoraggiante per un sorriso che non di labbra n di sguardi, e che pure visibile. Lo guarda fissamente, quasi volesse leggere tutte le minime reazioni ed emozioni del cugino e apostolo suo che, come ieri, sentendosi alle soglie di una rivelazione, diviene pallido e ancor pi lo diventa fino ad essere tuttuno con la sua veste di lino quando Ges alza le braccia e gli appoggia le mani sulle spalle, stando cos a braccia tese. Allora proprio Giacomo sembra unostia. Solo i miti occhi castano scuri e la barba castana mettono un colore su quel volto attento. 2 Giacomo, fratello mio, sai perch ti ho voluto qui, da solo a solo, per parlarti dopo ore di preghiera e di meditazione?. Giacomo pare faccia fatica a rispondere, tanto commosso. Ma infine apre le braccia per rispondere a bassa voce: Per darmi una lezione speciale, o per il futuro o perch io sono il pi incapace di tutti. Ti ringrazio fin dora, anche se un rimprovero. Ma credi, Maestro e Signore, che se io sono tardo ed incapace per deficienza, non per mala volont. Non un rimprovero ma una lezione, questa s, per il tempo in cui Io non sar pi con voi. Nel tuo cuore, in questi mesi, tu hai molto pensato a quanto ti ho detto un giorno, ai piedi di questo monte, promettendoti di venire qui con te, non solo per parlare di Elia profeta e per guardare il mare che splende l, infinito, ma per parlarti di un altro mare, ancor pi grande, mutevole, infido, di questo che oggi pare il pi placido dei bacini e forse fra poche ore ingoier navigli e uomini con la sua fame vorace. E non hai mai disgiunto il pensiero da quanto ti ho detto allora, da quello che la tua venuta qui avesse un riferimento al tuo destino futuro. Tanto che ora tu impallidisci sempre pi, intuendo che un grave destino, uneredit piena di una responsabilit tale da far tremare anche un eroe. Una responsabilit e una missione che vanno eseguite con tutta la santit possibile in un uomo per non deludere la volont di Dio. Non avere paura, Giacomo. Io non voglio la tua rovina. Perci, se a questo Io ti destino, segno che so che da essa non danno, ma soprannaturale gloria ne avrai. Ascoltami, Giacomo. Fai in te la pace, con un bellatto di abbandono in Me, per potere udire e ricordare le mie parole. Mai pi saremo cos soli e con lo spirito cos preparato ad intenderci. 3 Io me ne andr un giorno. Come tutti gli uomini che hanno un tempo di sosta sulla terra. La mia sosta cesser in modo diverso da quello degli uomini, ma cesser sempre e voi non mi avrete pi vicino altro che con il mio Spirito, il quale, te lo assicuro, non vi abbandoner mai. Io me ne andr dopo aver dato a voi quel tanto che necessario per far progredire la mia Dottrina nel mondo, dopo aver compiuto il Sacrificio ed avervi ottenuto la Grazia. Con questa e col Fuoco Sapienziale e settiforme, voi potrete fare ci che ora vi parrebbe pazzia e presunzione anche soltanto immaginare. Io me ne andr e voi resterete. E il mondo che non ha compreso Cristo non comprender gli apostoli di Cristo. Perci sarete perseguitati e

dispersi come i pi pericolosi al benessere di Israele. Ma, posto che voi siete i miei discepoli, dovete essere felici di subire le stesse afflizioni del vostro Maestro. Ti ho detto un giorno di nisam: Tu sarai quello che rimani dei profeti del Signore. Tua madre, per ministero spirituale, ha semi intuito il significato di queste parole. Ma, prima ancora che esse si avverino per i miei apostoli, a te, e per te, si saranno avverate. Giacomo, tutti saranno dispersi fuorch tu, e ci sino alla chiamata di Dio al suo Cielo. Tu resterai al posto a cui ti avr eletto Dio per bocca dei fratelli, tu discendente della stirpe regale, nella citt regale, ad alzare il mio scettro ed a parlare del vero Re. DIsraele Re e del mondo, secondo una regalit sublime che nessuno comprende fuorch coloro ai quali essa rivelata. Saranno tempi in cui ti occorrer una fortezza, una costanza, una pazienza, una sagacia senza confini. Dovrai essere giusto con carit, con una fede semplice e pura come quella di un bambino e nello stesso tempo erudita, da vero maestro, per sostenere la fede assalita in tanti cuori e da tante cose nemiche ad essa, e per confutare gli errori dei falsi cristiani e le sottigliezze dottrinarie del vecchio Israele, il quale, cieco da ora, sar pi che mia cieco dopo aver ucciso la Luce, e piegher le parole profetiche, e persino i comandi del Padre da cui Io procedo, per persuadere se stesso, onde darsi pace, e il mondo che Colui di cui si parla da patriarchi e profeti non ero Io. Ma che Io invece non ero che un povero uomo, un illuso, un folle per i pi buoni, un eretico indemoniato per i meno buoni del vecchio Israele. Io ti prego di essere allora un altro Me. No, che non impossibile! Non lo . Tu dovrai avere presente il tuo Ges, i suoi atti, la sua parola, le sue opere. Come se tu ti adagiassi nella forma di argilla usata da chi fonde i metalli per dare loro unimpronta, cos tu dovrai colarti in Me. Io sar sempre presente, tanto presente e vivo a voi, miei fedeli, che voi potrete unirvi a Me, fare un altro Me, solo che lo vogliate. Ma tu, tu che sei stato con Me dalla pi tenera et e hai avuto il cibo della Sapienza dalle mani di Maria, prima ancora che dalle mie, tu che sei nipote delluomo pi giusto che ebbe Israele, tu devi essere un perfetto Cristo. 4 Non posso, non posso, Signore! Dllo a mio fratello questo compito. Dllo a Giovanni, dllo a Simon Pietro, dllo allaltro Simone. Non a me, Signore! Perch a me? Che ho fatto per meritarlo? Non vedi che sono un ben povero uomo con una capacit sola: quella di volerti tanto bene e di credere fermamente a tutto quanto Tu dici?. Giuda ha un temperamento troppo forte. Andr molto bene dove c da abbattere il paganesimo. Non qui dove c da convincere al cristianesimo coloro che per essere gi popolo di Dio si credono nel giusto ad ogni costo. Non qui dove c da convincere tutti coloro che pur credendo in Me saranno delusi dallo svolgimento degli avvenimenti. Convincerli che il mio Regno non di questo mondo, ma quel Regno, tutto spirituale, dei Cieli, il cui preludio una vita cristiana, ossia una vita in cui i valori preponderanti sono quelli dello spirito. La convinzione si ottiene con ferma dolcezza. Guai a chi afferra alla gola per persuadere. Laggredito dir s al momento, per liberarsi dalla stretta. Ma poi fuggir senza pi voltarsi indietro e senza pi accettare discussioni, se non un perverso ma soltanto uno fuori strada. Fuggendo per andare ad armarsi e dare morte al prepotente assertore di dottrine diverse delle sue, se uno perverso o anche soltanto uno fanatico. E tu sarai circondato da fanatici. Fanatici fra i cristiani, fanatici fra gli israeliti. I primi vorranno da te atti di forza o il permesso, almeno, di compierli. Perch il vecchio Israele, con le sue intransigenze e le sue restrizioni, sar ancora agitante in essi la sua coda venefica. I secondi marceranno contro te e gli altri come per una guerra santa in difesa della vecchia Fede, dei suoi simboli, delle sue cerimonie. E tu sarai al centro di questo mare in tempesta. Tale la sorte dei capi. E tu sarai il capo di quanti saranno della Gerusalemme cristianizzata dal tuo Ges.

5Dovrai saper amare perfettamente per potere essere capo santamente. Non le armi e gli anatemi, ma il tuo cuore dovrai opporre alle armi e agli anatemi dei giudei. Non permetterti mai di imitare i farisei col giudicare letame i gentili. Anche per essi Io sono venuto, perch in verit per il solo Israele sarebbe stato sproporzionato lannichilimento di Dio in una carne passibile di morte. Che se vero che il mio Amore mi avrebbe fatto incarnare con gioia anche per la salvezza di unanima sola, la Giustizia, che pure parte di Dio, impone che lInfinito si annichili per uninfinit: il genere umano. Dolce, per non respingere, dovrai essere anche con loro, limitandoti ad essere incrollabile nel dogma, ma condiscendente per altre forme di vita non simili alle nostre, e tutte materiali, senza lesine allo spirito. Molto avrai a combattere coi fratelli per questo, perch Israele avvolto di pratiche. Tutte esterne, tutte inutili perch non mutano lo spirito. Tu invece sii, e insegna ad altri ad esserlo, unicamente preoccupato dello spirito. Non pretendere che i gentili mutino di improvviso le loro usanze. Tu pure non muterai di colpo le tue. Non stare ancorato al tuo scoglio. Perch, per raccogliere sul mare i rottami e portarli al cantiere per riformarli a nuova vita, occorre navigare e non stare fermo. E tu devi andare cercando i rottami. Ve ne sono nel gentilesimo e anche in Israele. Al termine del mare immenso Dio che apre le braccia a tutti i suoi creati. Siano essi ricchi di origine santa, come gli israeliti, oppure poveri perch pagani. Io ho detto: Amerete il prossimo vostro. Prossimo non solo il parente o il patriota. prossimo anche luomo iperboreo di cui non conoscete laspetto, prossimo anche quello che in questora guarda unaurora in zone a voi sconosciute, o che percorre i nevai delle catene favolose dellAsia, o beve ad un fiume che si apre un letto fra le foreste ignote del centro africano. E ti venisse un adoratore del sole, oppure uno che ha per suo dio il vorace coccodrillo, o uno che si crede il rincarnato Sapiente che ha saputo intuire la Verit, ma non afferrarne la Perfezione e darla per Salute ai suoi fedeli, oppure venire chiedendoti: Dammi la cognizione di Dio un nauseato cittadino di Roma o di Atene, tu non puoi e non devi dir loro: Io vi caccio perch sarebbe profanazione portarvi a Dio. Abbi presente che essi non sanno, mentre Israele sa. Eppure in verit molti in Israele sono e saranno pi idolatri e crudeli del pi barbaro idolatra che nel mondo sia, e non a questo o a quellidolo sacrificheranno vittime umane, ma a se stessi, al loro orgoglio, avidi di sangue dopo che in loro si sar accesa una sete inestinguibile che durer fino alla fine dei secoli. Solo il bere nuovamente e con fede quanto ha acceso quella sete atroce potrebbe estinguerla. Ma allora sar anche la fine del mondo, perch lultimo a dire: Noi crediamo che Tu sei Dio e Messia sar Israele, nonostante tutte le prove che ho dato e che dar della mia Divinit. 6 Veglierai e sorveglierai perch la fede dei cristiani non sia vana. Vana sarebbe se fosse solo di parole e di ipocrite pratiche. lo spirito quello che vivifica. Lo spirito manca nellesercizio macchinale o farisaico, che non che finzione di fede e non vera fede. Che varrebbe alluomo cantare le lodi a Dio nellassemblea dei fedeli, se poi ogni suo atto imprecazione a Dio, che non si fa zimbello del fedele, ma, nella sua paternit, conserva sempre le sue prerogative di Dio e Re? Veglia e sorveglia perch nessuno prenda il posto non suo. La Luce sar data da Dio a seconda dei gradi che avete. Dio non vi far mancare la Luce, a meno che la Grazia non venga spenta in voi dal peccato. Molti ameranno sentirsi dire maestro. Uno solo il Maestro: Colui che ti parla; e una sola Maestra: la Chiesa che lo perpetua. Nella Chiesa, maestri saranno coloro che saranno consacrati con incarico speciale allinsegnamento. Per fra i fedeli vi saranno quelli che per volont di Dio e per santit propria, ossia per loro buona volont, saranno presi dal gorgo della Sapienza e parleranno. Altri ve ne saranno, di per loro non sapienti, ma docili come strumenti nelle mani dellartiere, ed a nome dellArtiere parleranno, ripetendo come bambini buoni ci che il Padre loro dice di dire, pur

senza comprendere tutta lestensione di quello che dicono. Vi saranno infine quelli che parleranno come fossero maestri, e con uno splendore che sedurr i semplici, ma saranno superbi, duri di cuore, gelosi, iracondi, mentitori e lussuriosi. Mentre ti dico di raccogliere le parole dei sapienti nel Signore e dei sublimi pargoli dello Spirito Santo, aiutandoli anzi a comprendere la profondit delle divine parole - perch, se essi sono i portatori della divina Voce, voi, miei apostoli, sarete sempre i docenti della mia Chiesa, e dovete soccorrere questi soprannaturalmente stanchi dalla estasiante e grave ricchezza che Dio ha deposta in loro perch la portassero ai fratelli - cos ti dico: respingi le parole di menzogna dei falsi profeti, la cui vita non consona alla mia dottrina. La bont della vita, la mansuetudine, la purezza, la carit e lumilt non mancheranno mai nelle sapienze e nelle piccole voci di Dio. Sempre negli altri. Veglia e sorveglia perch gelosie e calunnie non siano nellassemblea dei fedeli, e neppure risentimenti e spirito di vendetta. Veglia e sorveglia perch la carne non prenda il sopravvento sullo spirito. Non potrebbe sopportare le persecuzioni colui che non ha lo spirito re sulla carne. 7 Giacomo, Io so che tu lo farai, ma da al tuo Fratello la promessa che tu non mi deluderai. Ma Signore, Signore! Io ho solo una paura: quella di non essere capace di fare. Signor mio, io te ne prego, d ad un altro questo incarico. No. Non posso. Simone di Giona ti ama, e tu lo ami. Simone di Giona non Giacomo di Davide. Giovanni! Giovanni, langelo dotto, fai lui tuo servo qui. No. Non posso. N Simone n Giovanni possiedono quel nulla che pure molto presso gli uomini: la parentela. Tu mi sei parente. Dopo avermi dopo avermi misconosciuto, la parte migliore di Israele cercher di avere perdono presso Dio e presso se stessa col cercare di conoscere il Signore che avranno maledetto nellora di Satana, e parr loro di avere perdono, e perci forza di mettersi nella mia via, se sar al mio posto uno del mio sangue. Giacomo, su questo monte si sono compiute delle ben grandi cose. Qui il fuoco di Dio consum non solo lolocausto, le legna, le pietre, ma anche la polvere e persino lacqua che era nella fossa. Giacomo, credi tu che Dio non possa fare pi simile cosa, accendendo e consumando tutte le materialit delluomo-Giacomo per fare un Giacomo-fuoco di Dio? Abbiamo parlato mentre il tramonto ha fatto di fiamma persino le nostre vesti. Cos, non meno fulgente o pi fulgente, credi tu che fosse il fulgore del carro che rap Elia?. Molto pi fulgente, perch fatto di fuoco celeste. E pensa allora cosa diventer il cuore divenuto fuoco per avere in s Dio, perch Dio lo vuole perpetuatore del suo Verbo nel predicare la Novella di Salute. 8 Ma Tu, ma Tu, Verbo di Dio, eterno Verbo, perch non rimani?. Perch sono Verbo e Carne. E col Verbo devo istruire, e con la Carne redimere. Oh! Mio Ges, ma come redimerai? A che vai incontro?. Giacomo, ricorda i profeti. Ma non allegorico il loro dire? Puoi Tu, Verbo di Dio, essere malmenato dagli uomini? Non vogliono forse dire che alla tua divinit sar dato martirio, alla tua perfezione, ma non di pi, non pi di cos? Mia madre si preoccupa per me e Giuda, ma io per Te e per Maria, e poi anche per noi, tanto deboli. Ges, Ges, se luomo ti soverchiasse, non credi Tu che molti di noi ti crederebbero reo e si allontanerebbero delusi da te?. Ne sono sicuro. Vi sar uno sconvolgimento in tutti gli strati dei miei discepoli. Ma poi torner pace, e anzi verr una coesione delle parti migliori, sulle quali, dopo il mio sacrificio e il mio trionfo, verr lo Spirito fortificatore e sapiente: il divino Spirito.

Ges, perch io non defletta e non abbia scandalo nellora tremenda, dimmi: che ti faranno?. una grande cosa ci che mi chiedi. Dimmela, Signore. Ti sar tormento saperla esattamente. Non importa. Per quellamore che ci ha uniti. Non deve essere nota. Dimmela e poi smemorami fino allora in cui dovr compiersi. Allora riconducila alla mia memoria insieme a questora. Cos non mi scandalizzer di nulla e non ti diverr nemico nel fondo del cuore. Non giover a nulla perch tu pure cederai nella bufera. Dimmela, Signore!. Io sar accusato, tradito, preso, torturato, posto a morte di croce. Noooh! Giacomo urla e si torce come se fosse lui colpito a morte. No! ripete. Se a Te cos, che faranno a noi? Come potremo continuare la tua opera? Non posso, non posso accettare il posto che mi destini Non posso! Non posso! Tu morto, sar un morto io pure, senza forza pi. Ges, Ges! Ascoltami. Non mi lasciare senza di Te. Promettimi, promettimi questo almeno!. Ti prometto che verr a guidarti col mio Spirito, dopo che la gloriosa Risurrezione mi avr liberato dalle restrizioni della materia. Io e te saremo ancora una cosa sola, come ora che mi sei fra le braccia, perch infatti Giacomo si abbandonato a piangere sul petto di Ges. 9 Non piangere pi. Usciamo da questora di estasi, luminosa e penosa, come uno che esce dalle ombre di morte ricordando tutto fuorch cosa latto-morte, spavento agghiacciante che dura un minuto e che come fatto-morte dura per secoli. Vieni, ti bacio cos, per aiutarti a dimenticare lonere della mia sorte dUomo. Troverai il ricordo a suo tempo come tu hai chiesto. Tieni, ti bacio sulla bocca che dovr ripetere le mie parole alle genti dIsraele, e sul cuore che dovr amare come Io ho detto, e qui, sulla tempia dove cesser la vita insieme allultima parola di amorosa fede in Me. Come verr, fratello a Me diletto, presso di te, nelle assemblee dei fedeli, nelle ore di meditazione, in quelle di pericolo e nellora della morte! Nessuno, neppure il tuo angelo, raccoglier il tuo spirito, ma Io, con un bacio cos. Restano abbracciati a lungo e Giacomo pare che quasi si assopisca nella gioia dei baci di Dio che lo smemorano dal suo soffrire. Quando alza il capo tornato il Giacomo dAlfeo, pacato e buono, tanto simile a Giuseppe, sposo di Maria. Sorride a Ges, un sorriso pi maturo, un poco triste, ma sempre cos dolce. Prendiamo il nostro cibo, Giacomo, e poi dormiamo sotto le stelle. Alla prima luce scenderemo a valle andando fra gli uomini e Ges ha un sospiro Ma termina con un sorriso: e da Maria. E a mia madre che dir, Ges? E che ai compagni? Senza domande non mi lasceranno. Potrai dire loro tutto quanto ti dissi, facendoti considerare Elia nelle sue risposte ad Acab, al popolo sul monte, e sulla potenza di uno amato da Dio per ottenere ci che si vuole da popoli interi ed elementi, e il suo zelo, che lo divora, per il Signore, e come ti ho fato considerare che con la pace e nella pace si intende e si serve Dio. Dirai loro che come Io ho detto a voi: Venite, cos voi, come Elia fece col suo mantello su Eliseo, voi col mantello della carit potrete catturare nuovi servi di Dio al Signore. E a quelli che hanno sempre preoccupazioni, di come ti ho fatto notare lallegra libert delle cose del passato che mostra Eliseo, liberandosi dai buoi e dallaratro. Di loro come ho ricordato che a chi vuole miracoli mediante Belzeb avviene del male e non del bene, come avvenne ad Ocozia, secondo la parola di Elia. Di loro, finalmente, come ti ho promesso che a chi sar fedele fino alla morte verr il fuoco purificatore dellAmore ad ardere le imperfezioni per portarlo direttamente al Cielo. Il resto per te solo.

252. Lezione sulla Chiesa e sui Sacramenti a Giacomo dAlfeo, che opera
un miracolo. 21 agosto 1945. 1 Ges lascia il pianoro del Carmelo e scende per i sentieri rugiadosi, attraverso ai boschi che si animano sempre pi di trilli e di voci, sotto il primo sole che indora la pendice orientale del monte. Quando la lieve nebbiolina del caldo si dissolve sotto al sole, tutta la pianura di Esdrelon si manifesta nella sua bellezza di frutteti e vigneti, stretti intorno alle case. Sembra un tappeto, per lo pi verde, con rare oasi giallastre, sparse in un turbinio di rosso, che sono i campi del grano segato dove ora fiammeggiano i papaveri, stretto dal castone triangolare dei monti Carmelo, Tabor, Hermon (il piccolo Hermon) e dai monti pi lontani, di cui non so il nome, che nascondono il Giordano e che si uniscono a sud-est coi monti della Samaria. Ges si arresta a guardare, pensosamente, tutta quella parte di Palestina. Giacomo lo guarda e dice: Guardi la bellezza di questa zona?. S, anche quella. Ma pi che altro, penso alle peregrinazioni future e alla necessit di mandarvi, e mandare senza indugio, i discepoli, non nel limitato lavoro di ora, ma in un vero lavoro missionario. Abbiamo zone e zone che ancora non mi conoscono, ed Io non voglio lasciare luoghi senza di Me. il mio affanno sempre presente: andare, fare, mentre posso, e fare tutto. Ogni tanto intervengono cose che ti rallentano. Pi che rallentarmi, impongono mutamenti nellitinerario da seguire, perch non sono mai inutili i viaggi che facciamo. Ma c ancora tanto, tanto da fare Anche perch, dopo unassenza da un luogo, Io ritrovo molti cuori tornati al punto di prima e devo tornare da capo. S, accasciante e disgustante questa apatia degli spiriti, questa volubilit e questa preferenza al male. Accasciante. Non dire disgustante. Il lavoro di Dio non mai disgustante. Le povere anime devono farci piet, non disgusto. Noi dobbiamo avere sempre un cuore di padre, di padre buono. Un buon padre non ha mai disgusto per le malattie dei figli. Non ne dobbiamo avere noi, per nessuno. 2 Ges, mi permetti di farti delle domande? Io, anche questa notte, non ho dormito. Ma ho molto pensato mentre ti guardavo dormire. Nel sonno sembri tanto giovane, Fratello! Sorridevi, con il capo appoggiato ad un braccio ripiegato sotto la testa, proprio una posa da bambino. Ti vedevo bene per la luna cos luminosa di questa notte. Io pensavo. E molte domande mi sono venute su dal cuore. Dille. Dicevo: bisogna che io chieda a Ges come potremo noi giungere a questo organismo, che Tu hai detto Chiesa e nel quale, se ho ben capito, vi saranno gerarchie, con la nostra insufficienza. Ci dirai Tu tutto quello che dobbiamo fare, o dovremo farlo da noi?. Io, quando sar lora, vi indicher il capo di essa. Non oltre. Durante la mia presenza fra voi gi vi indico le diverse classi con le differenze fra apostoli, discepoli e discepole. Perch queste sono inevitabili. Per Io voglio che, come nei discepoli deve essere rispetto e ubbidienza agli apostoli, cos gli apostoli abbiano amore e pazienza coi discepoli. E che dovremo fare? Sempre e solo predicarti?. Questa la cosa essenziale. 3Poi dovrete in mio nome assolvere e benedire, riammettere alla Grazia, amministrare i sacramenti che Io istituir. Che sono queste cose?. Sono mezzi soprannaturali e spirituali applicati anche con mezzi materiali, usati per persuadere gli uomini che il sacerdote fa realmente qualche cosa. Tu vedi che luomo se non vede non crede. Ha sempre bisogno di qualche cosa che gli dica che c qualcosa. Per questo, quando Io faccio miracoli impongo le mani, o bagno con la saliva, o do un boccone di pane intinto. Potrei fare miracolo anche col mio solo

pensiero. Ma credi tu che allora la gente direbbe: Dio ha fatto il miracolo? Direbbero guarito perch era lora di guarire. E attribuirebbero il merito al medico, alle medicine, alla resistenza fisica del malato. Lo stesso sar per i sacramenti: forme del culto per amministrare la Grazia, o renderla, o fortificarla nei fedeli. Giovanni, per esempio, usava limmersione nellacqua per dare una figura della mondezza dai peccati. In realt, pi che lacqua che lavava le membra, era utile la mortificazione di confessarsi immondi per i peccati fatti. Io pure avr il battesimo, il mio battesimo, che non sar semplicemente una figura, ma sar realmente detersione della macchia di origine dallanima e restituzione alla stessa dello stato spirituale che possedevano Adamo ed Eva avanti la loro colpa, qui aumentato ancora perch dato per i meriti dellUomo-Dio. Ma lacqua non scende sullanima! Lanima spirituale. Chi lafferra nel neonato, o nelladulto, o nel vecchio? Nessuno. Vedi che tu ammetti che lacqua un mezzo materiale, nullo su una cosa spirituale? Non sar dunque lacqua, ma la parola del sacerdote, membro della Chiesa di Cristo, consacrato al suo servizio, o di altro vero credente che in casi eccezionali lo sostituisca, quella che operer il miracolo della redenzione dalla colpa di origine del battezzato. 4 Va bene. Ma luomo peccatore anche di suo E gli altri peccati chi li lever?. Sempre il sacerdote, Giacomo. Se un adulto si battezzer, insieme alla colpa di origine si annulleranno le altre colpe. Se luomo gi battezzato e torna a peccare, il sacerdote lo assolver in nome del Dio uno e trino e per il merito del Verbo incarnato, cos come faccio Io coi peccatori. Ma Tu sei santo! Noi. Voi santi dovete essere perch toccate cose sante e amministrate ci che di Dio. Allora battezzeremo pi volte lo stesso uomo, come fa Giovanni che concede limmersione nellacqua quante volte uno viene a lui?. Giovanni nel suo battesimo non fa che una purificazione attraverso lumilt di colui che si immerge. Te lho gi detto. Voi non ribattezzerete chi gi battezzato, fuori che nel caso che lo sia stato con formula non apostolica ma scismatica, nel quale caso amministrabile un secondo battesimo previa netta domanda del battezzando, se adulto, di volerlo e netta dichiarazione di voler far parte della vera Chiesa. Le altre volte, per rendere lamicizia e la pace con Dio, userete la parola del perdono unita ai meriti di Cristo, e lanima, venuta a voi con vero pentimento e umile accusa, sar assolta. 5 E se uno non pu venire perch malato al punto di non poter essere rimosso? Morir allora in peccato? Alla sofferenza dellagonia unir quella della paura del giudizio di Dio?. No. Il sacerdote andr dal morente e lo assolver. Anzi gli dar la forma pi ampia di assoluzione, non complessiva, ma per ogni e singolo organo del senso, per cui luomo generalmente giunge al peccato. Noi abbiamo in Israele lolio santo, composto secondo la regola data dallAltissimo, e col quale vengono consacrati laltare, il pontefice, i sacerdoti e i re. Luomo realmente altare. E re diventa per la sua elezione al seggio del Cielo; pu dunque essere consacrato con lolio dellunzione. Lolio santo sar preso con altre parti del culto israelitico e incluso nella mia Chiesa, sebbene con altri usi. Perch non tutto in Israele male e va respinto. Ma anzi molti ricordi del ceppo antico saranno nella Chiesa mia. Ed uno sar lolio dellunzione, usato anche dalla Chiesa per consacrare laltare, i pontefici e le gerarchie ecclesiastiche, tutte, e per consacrare i re, ed i fedeli, quando diverranno i principi-eredi del Regno, oppure quando avranno bisogno del massimo aiuto per comparire davanti a Dio con le membra e i sensi mondati da ogni colpa. La grazia del Signore soccorrer lanima ed anche il corpo, se a Dio cos piace per il bene del malato. Il corpo molte volte non reagisce alla malattia anche per i rimorsi che gli turbano la pace per lopera di Satana che, per

quella morte, spera di guadagnare unanima al suo regno e anche portare disperazione i superstiti. Il malato passa dalla stretta satanica e dal turbamento interiore alla pace, mediante la certezza del perdono di Dio che gli ottiene anche lallontanamento di Satana. E posto che il dono della Grazia aveva a compagno, nei progenitori, quello della immunit dalle malattie e da ogni forma di dolore, il malato, restituito alla Grazia, grande quanto quella che di un neonato battezzato del mio battesimo, pu ottenere anche la vittoria sulla malattia. In questo aiutato anche dalla preghiera dei fratelli di fede, nei quali vi lobbligo della piet verso il malato, piet non solo corporale ma soprattutto spirituale, tendente ad ottenere salvezza fisica e spirituale del fratello. La preghiera gi una forma di miracolo, Giacomo. La preghiera di un giusto, tu lo hai visto in Elia, tanto pu fare. 6Ti comprendo poco, ma quello che comprendo mi riempie di riverenza per il carattere sacerdotale dei tuoi sacerdoti. Se ben comprendo, avremo con Te molti punti in comune: la predicazione, lassoluzione, il miracolo. Tre sacramenti, dunque. No, Giacomo. Predicazione e miracolo non sono sacramenti. Ma i sacramenti saranno di pi. Sette come il candelabro del Tempio e i doni dello Spirito dAmore. E in verit i sacramenti sono doni e sono fiamme, dati perch luomo arda davanti al Signore nei secoli dei secoli. Vi sar anche il sacramento per le nozze delluomo. Quello che accennato nel simbolo delle nozze sante di Sara di Raguele, liberata dal demonio. Esso agli sposi dar tutti gli aiuti per una santa convivenza secondo le leggi e i desideri di Dio. Anche lo sposo e la sposa divengono ministri di un rito: quello procreativo. Anche il marito e la moglie divengono sacerdoti di una piccola chiesa: la famiglia. Devono perci essere consacrati per procreare con benedizione di Dio e per allevare una discendenza nella quale si benedica il Nome S s. di Dio. E noi, i sacerdoti, chi ci consacrer?. Io prima di lasciarvi. Voi poi consacrerete i successori e quanti vi aggregherete per propagare la fede cristiana. Ci insegnerai Tu, non vero?. Io e Colui che Io vi mander. Anche questa venuta sar un sacramento. Volontario da parte di Dio S s. nella sua prima epifania, poi dato da coloro che avranno avuto la pienezza del sacerdozio. Sar forza e intelligenza, sar affermazione nella fede, sar piet santa e santo timore, sar aiuto di consiglio e sapienza soprannaturale, e possesso di una giustizia che per sua natura e potenza far adulto il pargolo che la riceve. Ma non puoi per ora comprendere questo. Egli stesso te lo far comprendere. Egli, il divino Paraclito, lAmore eterno, quando sarete giunti al momento di riceverlo in voi. E cos non potete per ora comprendere un altro sacramento. quasi incomprensibile agli angeli tanto sublime. Eppure voi, semplici uomini, lo comprenderete per virt di fede e di amore. In verit ti dico che chi lo amer e se ne nutrir lo spirito, potr calpestare il demonio senza averne danno. Perch Io allora sar con lui. Cerca di ricordare queste cose, fratello. A te spetter di dirle ai compagni e ai fedeli, molte e molte volte. Voi allora saprete gi per ministero divino, ma tu potrai dire: Egli me lo ha detto un giorno, scendendo dal Carmelo. Tutto mi ha detto perch io ero fin da allora destinato ad essere il capo della Chiesa di Israele. 7 Ecco unaltra domanda da farti. La pensavo da questa notte. Ma devo essere io a dire ai compagni: Io sar il capo qui? Non mi piace. Lo far se lo ordini. Ma non mi piace. Non avere timore. Lo Spirito Paraclito scender su tutti e vi dar i pensieri santi. Tutti avrete gli stessi pensieri per la gloria di Dio nella sua Chiesa. E non ci saranno mai pi quelle discussioni cos cos spiacevoli che ci sono ora? Anche Giuda di Simone non sar pi elemento di disagio?. Non sar pi, sta tranquillo. Ma divergenze ce ne saranno ancora. per quello che ti ho detto: veglia e sorveglia senza stancarti mai, facendo il tuo dovere fino in fondo.

Ancora una domanda, mio Signore. In tempo di persecuzione come mi devo comportare? Sembra, a quello che Tu dici, che io debba a restare solo dei dodici. Gli altri dunque se ne andranno per sfuggire la persecuzione. Ed io?. Tu rimarrai al tuo posto. Perch, se necessario che non siate sterminati finch non sia ben consolidata la Chiesa - e ci giustifica la dispersione di molti discepoli e quasi tutti gli apostoli nulla giustificherebbe la diserzione tua e labbandono da parte tua della Chiesa di Gerusalemme. Anzi pi essa sar in pericolo e pi tu dovrai vegliarla come fosse la tua creatura pi cara e in procinto di morte. Il tuo esempio irrobustir lo spirito dei fedeli. Ne avranno bisogno per superare la prova. Pi deboli li vedrai e pi li dovrai sostenere, con compassione e con sapienza. Se tu sarai forte, non essere senza piet per i deboli. Ma sostienili pensando: Io tutto ho avuto da Dio per giungere a questa mia forza. Umilmente devo dirlo e caritatevolmente devo agire per i meno benedetti dei doni di Dio e dare, dare la tua forza, con la parola, col soccorso, con la calma, con lesempio. E se fra i fedeli ce ne fossero di malvagi, causa di scandalo e di pericolo per gli altri, che devo fare?. Prudenza nellaccettarli, perch meglio essere pochi e buoni che molti e non buoni. Tu conosci il vecchio apologo delle mele sane e delle mele malate. Fa che non si ripeta nella tua chiesa. Ma se troverai tu pure i tuoi traditori, cerca ravvederli in tutti i modi, serbando i modi severi per mezzo estremo. Ma se si tratter solo di piccole colpe, individuali, non essere di una severit che sgomenta. Perdona, perdona Fa pi un perdono congiunto a lacrime e a parole damore che un anatema, a redimere un cuore. Se la colpa grave, ma frutto di un improvviso assalto di Satana, tanto grave che il colpevole sente il bisogno di fuggire dal tuo cospetto, tu va in cerca del colpevole. Perch egli agnello sviato e tu sei il pastore. Non temere di avvilire te stesso con lo scendere per le vie fangose, col frugare per stagni e i precipizi. La tua fronte si incoroner allora della corona del martire dellamore, e sar la prima delle tre corone E tu stesso sarai tradito, come lo fu il Battista, e tanti altri, perch ogni santo ha il suo traditore, perdona. Pi a questo che ad alcun altro. Perdona come Dio ha perdonato agli uomini e come perdoner. Chiama ancora figlio colui che ti dar dolore, perch il Padre cos vi chiama per bocca mia, e in verit non vi uomo che non abbia dato dolore al Padre dei Cieli. 8 Un lungo silenzio mentre attraversano pascoli sparsi di pecore brucianti. Infine Ges chiede: Non hai altre domande da farmi?. No, Ges. E questa mattina ho capito meglio la mia tremenda missione. Perch sei meno sconvolto di ieri. Quando sar la tua ora, sarai ancora pi in pace e capirai meglio ancora. Ricorder tutte queste cose tutte meno. Che Giacomo?. Meno quella che non mi lasciava guardarti senza pianto questa note. Quella che non so se me lhai proprio detta Tu - e dovrei crederla se detta da Te - oppure se stato uno sgomento del demonio. Ma come puoi essere tanto calmo se se quelle cose ti dovessero proprio accadere?. E tu saresti calmo se Io ti dicessi: Vi quel pastore che si trascina con fatica per larto storpiato. Vedi di guarirlo in nome di Dio?. No, mio Signore. Sarei come fuori di me pensando di essere tentato ad usurpare il tuo posto. E se te lo comandassi?. Lo farei per ubbidienza e non avrei pi nessuna agitazione, perch saprei che Tu lo vuoi e sarei senza tema di non saper fare. Perch certo Tu, nel mandarmi, mi daresti la forza di fare ci che Tu vuoi. Tu lo dici, e dici bene. Vedi dunque che Io, facendo ubbidienza al Padre, sono sempre in pace. Giacomo piange chinando il capo. Vuoi proprio dimenticare?. Ci che Tu vuoi, Signore. Hai due scelte: dimenticare oppure ricordare. Il dimenticare ti liberer dal dolore e dal silenzio

assoluto presso i compagni, ma ti lascer impreparato. Il ricordare ti preparer alla tua missione, perch non c che ricordare ci che patisce nella sua vita terrena il Figlio delluomo per non lamentarsi mai e per virilizzarsi spiritualmente, vedendo tutto del Cristo nella pi luminosa luce. Scegli. Credere, ricordare, amare. Questo vorrei. E morire, al pi presto, Signore e Giacomo piange sempre senza rumore. Non fossero le gocce del pianto che brillano sulla sua barba castana, non si capirebbe che piange. Ges lo lascia fare Infine Giacomo dice: E se in futuro Tu farai nuove allusioni al al tuo martirio, devo dire che so?. No. Taci. Giuseppe ha saputo tacere sul suo dolore di sposo che si credeva tradito e sul mistero del concepimento verginale e della mia Natura. Imitalo. Anche quello era un tremendo segreto. Eppure andava custodito, perch il non custodirlo, o per orgoglio o per leggerezza, sarebbe stato mettere in pericolo tutta la Redenzione. Satana costante nel vegliare e nellagire. Ricordalo. Il tuo parlare ora sarebbe danno a troppi, per troppe cose. Taci. Tacer e sar doppio peso. Ges non risponde. Lascia che Giacomo, al riparo del suo copricapo di lino, pianga liberamente. Incontrano un uomo con un bambino infelice legato alle sue spalle. tuo figlio? chiede Ges. S. Mi nato, uccidendo la madre, cos. Ora, morta anche mia madre, andando al lavoro me lo porto dietro per sorvegliarlo. Sono boscaiolo. Me lo sdraio sullerba, sul mantello, e mentre sego le piante egli si diverte coi fiori, misero figlio mio!. Hai una grande sventura. Eh! s! Ma ci che Dio vuole va preso con pace. Addio, uomo. La pace sia con te. Addio. A voi pace. Luomo ascende il monte, Ges e Giacomo scendono ancora. Quante sventure! Speravo che Tu lo guarissi sospira Giacomo. Ges non mostra di intendere. Maestro, se quelluomo avesse saputo che Tu sei il Messia, forse ti avrebbe chiesto il miracolo. Ges non risponde. Ges. mi lasci andare dietro a dirlo a quelluomo? Ho piet di quel bambino. Ho il cuore gi tanto pieno di dolore. Dammi almeno la gioia di vedere quel piccolo guarito. Vai pure. Ti aspetto qui. 10 Giacomo parte di corsa. Raggiunge luomo, lo chiama: Uomo, fermati, ascolta! Quello che era con me il Messia. Dammi il tuo bambino, ch io glielo porti. Vieni anche tu, se vuoi, per vedere se il Maestro te lo guarisce. Vai tu, uomo. Io devo segare tutto questo legname. Ho gi fatto tardi per causa del bambino. E se non lavoro non mangio. Sono povero e lui mi costa tanto. Io credo nel Messia, ma meglio che tu gli parli per me. Giacomo si china a raccogliere il bambino steso sullerba. Fa piano ammonisce il boscaiolo tutto un dolore. Infatti, non appena Giacomo fa per alzarlo, il bambino piange lamentosamente. Oh! che pena! sospira Giacomo. Una grande pena dice il boscaiolo lavorando di sega in un tronco duro, e aggiunge: Non potresti guarirlo tu?. Non sono il Messia, io. Sono un suo discepolo soltanto. Ebbene? I medici imparano da altri medici. I discepoli dal Maestro. Va l, sii buono. Non lo fare soffrire. Prova tu. Se il Maestro voleva venire qui, lo faceva. Ha mandato te o perch non lo vuole

guarire o perch vuole che lo guarisca tu. Giacomo perplesso. Poi si decide. Si raddrizza e prega come vede fare dal suo Ges, e poi intima: In nome di Ges Cristo, Messia dIsraele e Figlio di Dio, guarisci! e subito dopo si inginocchia dicendo: Oh! mio Signore, perdono! Ho agito senza il tuo permesso! Ma stata piet di questa creatura dIsraele. Piet, mio Dio! Per lui e per me, peccatore! e piange di gusto, curvo sul bambino disteso. Le lacrime cadono sulle gambine contorte e inerti. 11 Ges sbuca dal sentiero. Ma nessuno lo vede perch il boscaiolo lavora, Giacomo piange, il bambino lo guarda curiosamente e poi, carezzoso, chiede: Perch piangi? e stende una manina a carezzarlo, e senza avvedersene si siede da solo, si alza e abbraccia Giacomo per consolarlo. il grido di Giacomo quello che fa voltare il boscaiolo, che vede la sua creatura ritta sulle gambe non pi morte e contorte. E nel volgersi vede Ges. Eccolo! Eccolo! grida accennando dietro le spalle di Giacomo, che si volta e vede Ges che lo guarda con un viso di luminosa gioia. Maestro! Maestro! Io non so come fu la piet questuomo questo piccolo Perdono!. Alzati. I discepoli non sono pi del Maestro ma possono fare ci che fa il Maestro quando lo fanno con santo motivo. Alzati e vieni con Me. Siate benedetti voi due e ricordatevi che anche i servi di Dio fanno le opere del Figlio di Dio e se ne va tirandosi dietro Giacomo, che dice sempre: Ma come ho potuto? Io non capisco ancora. Con che ho fatto miracolo in tuo nome?. Con la tua piet, Giacomo. Col tuo desiderio di farmi amare da quellinnocente e da quelluomo che credeva e dubitava insieme. Giovanni presso Jabnia fece miracolo per amore, guarendo un morente con lungerlo pregando. Tu qui hai guarito col tuo pianto e la tua piet. E con la tua fiducia nel mio Nome. Vedi come pacifico servire il Signore quando nel discepolo retta intenzione? Ora andiamo lesti, perch quelluomo ci segue. Non bene che i compagni sappiano di ci, ancora. Presto vi mander in mio Nome (un gran sospiro di Ges) come Giuda di Simone arde di fare (un altro sospirone). E farete Ma non per tutti sar un bene. Svelto, Giacomo! Simon Pietro, tuo fratello, e anche gli altri, soffirebbero di sapere questo, come di una parzialit. Ma non lo . preparare fra voi dodici qualcuno che sappia guidare gli altri. Scendiamo nel greto di questo torrente coperto di fogliame. Faremo perdere le nostre tracce Te ne spiace per il bambino? Oh! Lo ritroveremo.

260.

Due parabole di Pietro per i contadini della pianura di Esdrelon. 22 agosto 1945.

1 Che cosa fate, amici, presso questo fuoco? chiede Ges, trovando i discepoli intorno ad un ben nutrito fuoco che splende nelle prime ombre della sera ad un crocevia della pianura di Esdrelon. Gli apostoli sobbalzano non avendolo veduto venire e dimenticano il fuoco per acclamare il Maestro. Sembra che sia un secolo che non lo vedono. Poi spiegano: Zitto! Abbiamo composto una questione fra due fratelli di Jezrael e sono stati cos contenti che ci hanno voluto dare ognuno un agnello. Abbiamo pensato di cuocerlo per darlo a quelli di Doras. Michea di Giocana li ha scannati e preparati e ora li mettiamo ad arrostire. Tua Madre con Maria e Susanna sono andate ad avvertire quelli di Doras di venire alla fine del vespero, quando lintendente chiuso in casa a sbevazzare. Le donne danno meno nellocchio Noi si cercato di vederli passando come viandanti per i campi, ma si fatto poco. Questa sera avevamo deciso di riunirci qui e dire qualche cosa di pi, per lanima, e farli stare bene anche col corpo, come Tu hai fatto le altre volte. Ma ora ci sei Tu e sar pi bello. Chi avrebbe parlato?. Mah! Un poco tutti. Cos alla buona. Non si capaci di pi, molto pi che Giovanni, lo Zelote e tuo fratello non vogliono parlare, e neppure Giuda di Simone, e anche Bartolomeo cerca di non parlare Ci siamo anche litigati per questo dice Pietro.

E perch non vogliono parlare quei cinque?. Giovanni e Simone perch dicono che non sta bene sempre loro Tuo fratello perch vuole che parli io dicendo che se non comincio mai Bartolomeo perch perch ha paura di parlare troppo da maestro e di non saperli convincere. Tu vedi che sono scuse. E tu, Giuda di Simone, perch non vuoi parlare?. Ma per le stesse ragioni degli altri! Per tutte insieme, perch tutte giuste. Molte ragioni. E una non detta. 2Ora giudico Io, e con giudizio inappellabile. Tu, Simone di Giona, parlerai come dice il Taddeo, che dice con saggezza. E tu, Giuda di Simone, anche parlerai. Cos una delle molte ragioni, quella nota a Dio e a te, cessa di esistere. Maestro, credi, non c altro cerca di ribattere Giuda. Ma Pietro lo soverchia dicendo: Oh! Signore! Io parlare Te presente? Non riuscir! Ho paura che Tu rida. Tu non vuoi essere solo; tu non vuoi essere con Me Che vuoi allora?. Hai ragione. Ma che devo dire?. Guarda tuo fratello che sta venendo con gli agnelli. Aiutalo, e mentre li cuoci pensaci. Tutto serve a trovare argomenti. Anche un agnello sulla fiamma? chiede incredulo Pietro. Anche. Ubbidisci. Pietro ha un sospirone proprio pietoso, ma non ribatte pi. Va incontro ad Andrea e lo aiuta ad infilare le bestie su un appuntito bastone che fa da spiedo, e si d a sorvegliare la cottura con una concentrazione nel viso che lo fa parere un giudice nel momento della sentenza. Andiamo incontro alle donne, Giuda di Simone ordina Ges. E se ne va verso i campi senza vita di Doras. Un buon discepolo non disprezza ci che il Maestro non disprezza, Giuda dice dopo qualche tempo e senza preamboli. Maestro, io non sprezzo. Ma, come Bartolomeo, sento che non sarei capito e preferisco tacere. Natanaele lo fa per paura di non eseguire il mio desiderio, ossia di illuminare e sollevare i cuori. Fa male anche lui, perch manca di fiducia nel Signore. Ma tu fai molto pi male perch in te non paura di non essere capito, ma disdegno di farti capire da poveri contadini, ignoranti in tutto fuorch nella virt. In questa veramente superano molti di voi. Non hai ancora capito nulla, Giuda. Il Vangelo proprio la Buona Novella portata ai poveri, ai malati, agli schiavi, ai desolati. Poi sar anche degli altri. Ma proprio perch gli infelici di tutte le infelicit abbiano aiuto e conforto, che essa data. Giuda curva il capo e non risponde. 3 Da un folto di piante sbucano Maria, Maria Cleofe, e Susanna. Madre, ti saluto! La pace a voi, donne!. Figlio mio! Ero andata da quei torturati. Ma ho avuto una notizia buona a non farmi soffrire oltre misura. Doras si liberato di queste terre e le ha prese Giocana. Non un paradiso Ma non pi quellinferno. Oggi lintendente lo ha detto ai contadini. Lui se ne gi andato, portando via sui carri fino allultimo chicco di grano e lasciando tutti senza mangiare. E posto che il sorvegliante di Giocana ha per oggi cibarie solo per i suoi, quelli di Doras avrebbero dovuto stare senza mangiare. proprio stata una provvidenza avere quegli agnelli!. Provvidenza anche che non siano pi di Doras. Abbiamo visto le loro case Porcili dice scandalizzata Susanna. Sono tutti felici, quei poveretti! termina Maria Cleofe. Io pure sono contento. Staranno sempre meglio di prima risponde Ges, che torna verso gli apostoli. Giovanni di Endor lo raggiunge con brocche dacqua che porta insieme ad Ermasteo. Ce le hanno date quelli di Giocana spiega dopo aver venerato Ges. Tornano tutti al posto dove rosolano i due agnelli fra dense nubi di fumo grasso. Pietro continua a rigirare il suo spiedo, e intanto rimugina i suoi pensieri. Invece Giuda Taddeo, tenendo abbracciato

alla vita il fratello, va avanti e indietro parlando fitto fitto. Gli altri, chi porta altre legna, chi prepara la tavola, portando grosse pietre per fare da sedile o da tavola. Non so. 4 Arrivano i contadini di Doras. Ancor pi magri e laceri. Ma cos felici! Sono una ventina e non c neppure un bambino n una donna. Poveri uomini soli La pace a voi tutti e benediciamo insieme il Signore per avervi dato un padrone migliore. Benediciamolo pregando per la conversione di quello che vi ha fatto tanto soffrire. Non vero? Sei felice, vecchio padre? Io pure. Potr venire pi spesso col bambino. Ti hanno detto? Piangi di gioia, vero? Vieni, vieni senza timore... dice parlando col nonno di Marziam, il quale gli bacia le mani tutto curvo e piangente e mormorante: Non chiedo pi nulla allAltissimo. Mi ha dato pi che non chiedessi. Ora vorrei morire per paura di vivere ancora tanto da ricadere nel mio soffrire. Un poco impacciati per essere col Maestro, i contadini si rinfrancano presto e, quando su larghe foglie, stese sulle pietre portate prima, vengono deposti i due agnelli e vengono fatte le parti, appoggiandola ognuna su una bassa e larga focaccia che fa anche da piatto, essi sono gi tranquilli, nella loro semplicit, e mangiano di gusto, saziando tutta la fame che hanno accumulata e raccontando degli ultimi avvenimenti. Uno dice: Ho sempre maledetto le locuste, le talpe e le formiche. Ma dora in poi mi sembreranno tanti messaggeri del Signore. Perch per essi che noi lasciamo linferno. E per quanto il paragonare le formiche e le locuste alle schiere angeliche sia un po forte, per nessuno ride, perch tutti sentono la tragicit che celata sotto quelle parole. La fiamma illumina questa accolta di persone, ma i volti non guardano la fiamma e poco guardano ci che hanno davanti. Tutti gli occhi convergono sul volto di Ges, distraendosene solo per qualche momento quando Maria dAlfeo, che si occupa di fare le parti, torna ad appoggiare nuova carne sulle focacce degli affamati contadini, e termina la sua opera avvolgendo due cosciotti arrostiti in altre larghe foglie, dicendo al vecchio parente di Marziam: Tieni. Un boccone per uno lo avrete anche domani. Intanto il sorvegliante di Giocana provveder. Ma voi. Noi andiamo pi leggeri. Prendi, prendi, uomo. Dei due agnelli non restano altro che le ossa spolpate e un persistente odore di grasso colato, che ancora bruciacchia sulle legna che stanno spegnendosi, surrogate nellilluminare dal chiarore della luna. 5 Anche i contadini di Giocana si uniscono agli altri. lora di parlare. Gli occhi azzurri di Ges si alzano cercando Giuda Iscariota che si messo vicino ad un albero, un poco nellombra. E vedendo che egli mostra di non capire quello sguardo, Ges chiama forte: Giuda!. giuoco forza alzarsi e venire avanti. Non ti appartare. Ti prego di evangelizzare per Me. Sono molto stanco. E se non fossi giunto questa sera, avreste ben dovuto parlare voi!. Maestro io non so che dire Fmmi almeno delle domande. Non sono Io che te le devo fare. A voi: che avete desiderio di udire o di avere spiegato? chiede poi ai contadini. Gli uomini si guardano lun laltro sono incerti Infine un contadino chiede: Noi abbiamo conosciuto la potenza del Signore e la sua bont. Ma ben poco sappiamo della sua dottrina. Forse ora ne potremo sapere di pi, stando con Giocana. Ma in noi viva la volont di sapere quali sono le cose indispensabili da farsi per ottenere il Regno che il Messia promette. Con quel nulla che possiamo fare, potremo ottenerlo?. Giuda risponde: Certo che voi siete in condizioni molto crucciose. Tutto in voi e intorno a voi congiura per allontanarvi dal Regno. La libert che non avete di venire al Maestro quando vi pare, la condizione di servi di un padrone che, se non una iena come Doras, , a quel che ci risulta, un molosso che tiene ben prigionieri i suoi servi - le sofferenze e lavvilimento in cui siete, sono altrettante condizioni sfavorevoli alla vostra elezione al Regno. Perch difficilmente in voi non saranno risentimenti e sentimenti di rancore, di critica e di vendetta verso colui che vi tratta duramente. E il minimo necessario amare Dio e il prossimo. Senza questo non c salvezza. Voi dovrete vigilare per contenere il vostro cuore in una sommissione passiva al volere di Dio, che si

palesa nella vostra sorte, e in una paziente sopportazione del padrone, senza neppure permettere al vostro pensiero la libert di un giudizio, che non potrebbe certo essere benevolo verso il padrone, n di ringraziamento verso la vostra verso il vostro Insomma, non dovete riflettere per non avere ribellioni in voi, ribellioni che ucciderebbero lamore. E chi non ha lamore non ha salvezza perch contravviene al primo precetto. Io per sono quasi certo che voi potrete salvarvi, perch vedo in voi la buona volont unita ad una mitezza danimo, che d buona speranza che saprete tenere lontano da voi lodio e lo spirito di vendetta. Del resto, la misericordia di Dio tanto grande che vi condoner quanto ancora manca alla vostra perfezione. 6 Un silenzio. Ges sta a testa molto china e non se ne vede lespressione; ma degli altri sono visibili i volti. E non sono veramente volti beati. Quelli dei contadini sono pi avviliti di prima, quelli degli apostoli e delle donne sono stupiti e direi quasi spaventati. Cercheremo di non far sorgere in noi nessun pensiero che non sia di pazienza e di perdono risponde il vecchio umilmente. Un altro contadino sospira: Certo sar difficile giungere alla perfezione dellamore, per noi che gi molto se non siamo divenuti assassini dei nostri torturatori! Lanimo soffre, soffre, soffre, e se anche non odia, fa fatica ad amare, come quei bambini macilenti che fanno fatica a crescere. Ma no, uomo. Io credo che, proprio perch avete tanto sofferto senza giungere ad essere assassini e vendicativi, voi avete lanimo pi forte del nostro nellamore. Voi amate senza neppure avvedervene dice Pietro per consolarli. 7E si avvede di avere parlato e si interrompe per dire: Oh! Maestro! Ma mi hai detto che dovevo parlare e di trovare largomento anche nellagnello che arrostivo. Io lho continuato a guardare per cercare delle parole buone per questi nostri fratelli, per il loro caso. Ma, certo perch sono uno stolto, non ho trovato nulla di appropriato e, non so come, mi sono trovato molto lontano, in pensieri che non so se dire stravaganti, e allora sono certo miei, o santi, e allora sono certo venuti dal Cielo. Io li dico, cos come sono venuti, e Tu, Maestro, me ne darai spiegazione o rimprovero, e voi tutti compatimento. Guardavo dunque per prima cosa la fiamma, e mi venuto questo pensiero: Ecco: di che cosa fatta la fiamma? Dalle legna. Ora la legna di per s non fiammeggia. Anzi, se non bene asciutta, non fiammeggia affatto, perch lacqua lappesantisce e impedisce allesca di accenderla. La legna quando