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SECOLO DITALIA

GIOVED 24 NOVEMBRE 2011

SHAKESPEARE-MANIA: MEGLIO IL GENIO DELLE ROCKSTAR


SPETTACOLI, LETTURE E DIBATTITI: IL DRAMMATURGO TORNA DI MODA
Leonardo Giordano
hakespeare torna di moda. Allultima Mostra del Cinema di Venezia il regista Thomas Ostermaier ha portato una versione alquanto originale dellAmleto riprendendo il vetusto modello romantico delleroe debole ed eternamente indeciso. Al Festival del Teatro dAvanguardia di Avignone invece Vincent Macaigne ha voluto stupire il pubblico con un Amleto bambino che vive in un castello gonabile accanto a una Gertrude e a un Claudio spesso impegnati in spogliarelli e nudi scandalosi. Anche in questo caso si riprende il mito freudiano dellAmleto in preda alle pulsioni edipiche che ne assillano la psiche e ne tormentano lesistenza. Unoperazione simile sta facendo proprio in questi giorni allo Young Vic di Londra lattore-regista Michael Sheen; la pice, pur registrando un grosso successo di pubblico, stata per oggetto di stroncature feroci di quotidiani del calibro del Guardian o del Daily Telegraph. In Italia invece Shakespeare torna di moda per tuttaltri motivi. Saggisti e anglisti di nuova generazione si stanno cimentando sul tema del retroterra cattolico della drammaturgia scespiriana. Ha cominciato Piero Boitani in un saggio del 2009 dallemblematico titolo de Il Vangelo secondo Shakespeare (Edizioni Il Mulino, Bologna 2009). Lungo questa scia ha continuato Elisabetta Sala col saggio biograco Elisabetta la Sanguinaria (Ares, Milano 2010) cui ha fatto seguire, per tipi della medesima casa editrice, una monograa sul tema dal titolo altrettanto emblematico: LEnigma di Shakespeare. Sul numero di maggio della rivista Studi cattolici, Peter Milward ha poi azzardato lardito parallelo tra lopera di Eugenio Corti e quella del drammaturgo inglese proprio sulla base della loro comune testimonianza cattolica in epoche che tale fede hanno, sia pure in modi diversi, avversato. Il vero antesignano per di questi studi stato litalianista Rocco Montano. Egli fu, negli anni Cinquanta e Sessanta, docente di Letteratura comparata presso varie e prestigiose universit americane. Nel 1987 gli fu assegnato da una giuria, composta da Augusto Del Noce, Geno Pampaloni e Renzo De Felice, il Premio Prezzolini. Il critico lucano coltiv in America un interesse particolare per lopera del Bardo di Stratford. Proprio la tesi di uno Shakespeare cattolico lo rese inviso allestablishment protestante che dominava Harvard. Secondo Montano lopera di Shakespeare ispirata da una fede che presenta tutti gli ingredienti della tradizione cattolica: la dottrina dellanima, che ha necessit di puricarsi con il pentimento e con il mutamento vero della propria esistenza (la vera conversione), la rinuncia a pratiche paganeggianti e magiche, la libert della coscienza di scegliere tra il bene e il male in opposizione alla teoria protestante della predestinazione. Questa visione del mondo sarebbe maturata sulle basi alquanto solide e corpose dellumanesimo cattolico importato nella terra di Albione attraverso gli studi di Erasmo e Tommaso Moro e sorretta dalle tesi pi vitali e profonde della controriforma: quelle di San Carlo Borromeo. Per Montano, tuttavia, di relativo interesse stabilire se Shakespeare fosse o meno consapevole del sottofondo cattolico della sua drammaturgia. Larte e le lettere sono epifenomeni che rivelano in supercie i profondi e magmatici mutamenti spirituali di unepoca, la temperie culturale che accompagna la transizione da unepoca allaltra della storia. Il prorompere di energie e di forze spirituali da questi sommovimenti spesso nisce per coinvolgere i singoli destini umani senza nemmeno lasciare il tempo o la possibilit di acquisirne consapevolezza lucida e piena. La tesi pi rivoluzionaria

Laurence Olivier nel celebre Amleto

espressa dallo studioso proprio quella concernente Amleto. Non il personaggio amato dai romantici, bel tenebroso sempre in preda ai suoi dubbi; non si tratta della vittima imbelle e impotente di un freudiano complesso edipico, come certa critica dimpronta psicoanalitica ha voluto presentarlo. Il principe di El-

Per Rocco Montano Amleto combattuto tra il senso dellonore che gli dice di vendicarsi e la consapevolezza che il sangue chiama sangue
sinore eroe deciso, determinato; non esita un istante a sventare il complotto sulla nave e a uccidere i sicari di Re Claudio o a battersi contro Laerte. Il dramma che egli vive racchiuso nella tragica dialettica tra il senso dellonore che gli suggerisce

di vendicarsi dellassassinio del padre, da una parte, e la consapevolezza che la vendetta sanguinosa e violenta, generatrice di altre vendette e spargimenti di sangue, lo farebbe sprofondare in quel regno delle ombre da cui mai nessuno ha fatto ritorno. Il dubbio amletico (essere o non essere) riveste un carattere pi ontologico che esistenziale. Lipotesi scaturente dallanalisi critica di Amleto trova ulteriore conferma nel dramma romanzesco La Tempesta alla cui conclusione Prospero, il protagonista, decide di deporre le armi della pratica magica, esercitata in unisola oceanica (una sorta di evasivo paradiso terrestre) e di rientrare nella storia, nella vita reale sfuggendo alla tentazione faustiana e gnostica del dominio sul mondo e del perfettismo utopistico. Suggello di queste tesi la recente asserzione del primate anglicano Williams: Penso che Shakespeare avesse probabilmente un retroterra cattolico e molti amici cattolici. Se lo dice lui...

CI FU ANCHE IL PASCOLI DEL DIALOGO RELIGIOSO ORIENTE-OCCIDENTE


Pierfranco Bruni
ei prossimi mesi si parler di Pascoli. A cento anni dalla morte oltre gli schemi preconfezionati occorre scavare nel Giovanni Pascoli non detto, non sottolineato, non annunciato. lultimo poeta di un Ottocento decadente e non uno dei primi poeti di un decadentismo che si apre alle innovazioni novecentiste. Giovanni Pascoli vive lunit linguistica risorgimentale con gli articolati innesti di dialetti e formazioni etniche abbastanza evidenti dal punto di vista espressivo soprattutto nel contesto dei primi scritti. Ma il suo Ottocento sembra disarticolarsi

intorno alle proposte tematiche dalle quali si evidenzia la forza innovativa che va allesterno della consapevolezza del progetto linguistico. come se la lingua, a volte, non trovasse la stessa temperie dei percorsi letterari. Pascoli non segue la letteratura come ssazione di una immagine meramente letteraria e ci lo chiarisce nei Poemi conviviali. Sembra dover fare i conti con un Pascoli che si confronta sia con lassurdo che con la dissolvenza. Lassurdo richiama lenigmaticit raccolta da Ionesco mentre la dissolvenza lattraversare, in questo caso specico, quella vacanza dellanima, che sar molto cara ad Alfonso Gatto, che condurr il poeta a superare i canti melanconici del suo primo impatto poetico per addentrarsi in una universalit che quella chiaramente omerica ma anche cristiana, profetica, musulmana che lascia Lultimo viaggio, quello dellXI libro dellOdissea per denirsi, anche su un prolo leopardiano, nella parabola della buona novella. Ulisse, Calipso, il viaggio, Alessandro ovvero

lerrare, la solitudine e limmortalit nel mito, la partenza e il ritorno, lillusione e la disillusione sono rivelazioni che stringono la vita lungo i percorsi degli archetipi che in Pascoli convivono con una psicologia del perduto. Ma se Ulisse rimane nel viaggio concluso nella morte o resta il personaggio inclusivo nella visione dellimmortalit morte il Vangelo di Luca, II, 8 19 racconta il mistero della nascita di Cristo. Pascoli non contrappone il mito al sacro ma dispiega la sua parola lungo la comprensione della parabola. Con La Buona Novella Pascoli immette nella geograa poetica il dialogo religioso tra lOriente e lOccidente. Se Ulisse e Omero restano nella grecit profonda come limmaginario di un mito immortale la Nativit e Cristo non sono un immaginario ma lesperienza delleterno. Maria Belponer nel commentare, a premessa, i versi dellUltimo viaggio osserva: Odisseo, per eccellenza eroe della vita in Omero, diviene il simbolo della disillusione e del fallimento, in una riscrittura che rispecchia lo

smarrimento delluomo di n de sicle e fa di Odisseo addirittura un nostro contemporaneo (Maria Belponer, in Giovanni Pascoli, Poemi conviviali, Bur Rizzoli, 2010, pag. 104). Il mito trasgurato oltre la storia non una devianza. Ma la letteratura in ascolto della contemplazione vissuta sino alla lacerazione del presente. Pascoli sa che il presente vive nel contemporaneo ma non luguale atmosfera o luguale cerchio nellinnito della parola che cerca di raggiungere comunque linnito. I Poemi conviviali restano il fulcro centrale di un poeta che ha assorbito tutto lOttocento e che riuscito a staccare un orizzonte di nostalgia collocandolo in un tempo che fatto di memorie ritrovate. Il proustiano candore di Pascoli si stacca anche dal borgo natio per abitare la metafora dellinnito. Proprio nel momento in cui si trova dentro il cuore dellinnito Ulisse ripara con la sua ne tra le braccia di Calipso e il racconto della Buona novella un passaggio di fede tra lOccidente cristiano e lOriente cristiano.

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LA REALT FU PEGGIO DEI LIBRI DI SCIASCIA


CINQUANTANNI FA VENIVA PUBBLICATO IL GIORNO DELLA CIVETTA
Alberto Samon
trascorso mezzo secolo da quando uscito Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Un libro che ha fatto la storia della letteratura contemporanea, perch resta il primo esempio narrativo di denuncia circostanziata del fenomeno maoso e il primo giallo in assoluto sulla maa. Vista con gli occhi di un lettore di oggi, questopera sciasciana da cui nel 68 stato tratto lomonimo lm di Damiano Damiani potrebbe sembrare niente pi che una storiella puerile, ma a ben guardare, Il giorno della civetta ha rivoluzionato la narrativa italiana per molteplici aspetti. Il libro viene pubblicato da Einaudi nel 1961; in quel periodo lItalia vive lalba del suo miracolo economico che in Sicilia deve, per, fare i conti con una cappa politico-maosa di cui negli anni Sessanta nessuno parla, grazie anche a una rete di connivenze estesa a larghe fasce della societ isolana, classe politica inclusa. Nel libro il patto scellerato maa-politica delineato in modo esplicito, perch Sciascia trae spunto da una trama semplice come lomicidio di un certo Colasberna un modesto imprenditore edile assassinato su un autobus in un piccolo paese di provincia per tratteggiare i contorni di una mentalit diffusa e di protezioni indicibili, che nelle pagine del romanzo arrivano no ai palazzi romani del potere. Lalleanza fra maa e politica a quel tempo unillustre sconosciuta ed anche per questo che il libro segna una rivoluzione in piena regola. La portata di questi intrecci in quegli anni sottovalutata anche dallallora arcivescovo di Palermo Ernesto Rufni: commentando la strage di Ciaculli, il feroce attentato maoso avvenuto nel giugno del 1963 nellomonima borgata di Palermo, in cui persero la vita sette esponenti delle forze dellordine, lalto prelato respinge come calunnie le accuse di una Democrazia cristiana appoggiata dalla maa e mostra, sia pure in buona fede, di non avere del tutto compreso il problema maoso e le alleanze inconfessabili fra i boss e gli amministratori palermitani del tempo. Sono gli stessi anni in cui assessore ai Lavori pubblici del comune di Palermo don Vito Ciancimino, esponente della Dc, che nel 1970 diviene sindaco del capoluogo siciliano e nisce in cella solo nel 1984 dopo le accuse del pentito Tommaso Buscetta, che lo denisce organico alla cosca dei corleonesi e nelle mani dei capimaa Riina e Provenzano. Linizio e lo svolgersi del libro, poi, sono indicativi di due condizioni, grazie alle quali le cosche hanno potuto per anni spadroneggiare indisturbate: la paura e lomert. Nessuno ha visto niente. Nessuno si accorto dellomicidio dellimprenditore e allarrivo delle forze dellordine sullautobus non c pi traccia dei passeggeri; sono rimasti soltanto lautista e il bigliettaio. Il muro di silenzio attorno allagguato talmente impenetrabile che nega levidenza dei fatti pure la moglie di un testimone inghiottito dalla lupara bianca perch ha visto ci che non doveva vedere. La maa non esiste e se esiste nessuno lha vista. Per tutte queste ragioni, Sciascia , non soltanto un pioniere della vasta letteratura di genere che sarebbe nata negli anni successivi, ma acuto osservatore dei meccanismi di autotutela messi in atto dai boss maosi (in primis proprio la paura e lomert) per dettare le proprie regole nelle campagne e nelle citt

La A112 in cui viaggiavano il generale Dalla Chiesa e la moglie Emanuela

siciliane. Protagonista del libro il capitano dei carabinieri Bellodi, nativo di Parma ma assegnato al piccolo paese siciliano in cui si svolge la trama, che tenta di scoprire la verit e assicurare alla giustizia mandanti ed esecutori del delitto, primo fra tutti don Mariano Arena, il boss del paese, con un curriculum criminale alle spalle di tutto rispetto. E anche nel delineare la gura di Bellodi,

Nel libro il capitano dei carabinieri venne solo allontanato dalla Sicilia, mentre ventanni dopo Dalla Chiesa ebbe una sorte ben diversa
lo scrittore, nativo di Racalmuto in provincia di Agrigento, si dimostra un anticipatore lungimirante: nella propria spasmodica ricerca della verit, il giovane servitore dello Stato si scontra, infatti, con i poteri forti, al punto che dopo avere ottenuto la confessione da parte degli stessi autori dellomicidio, que-

sti vengono prosciolti e il castello accusatorio nei loro confronti crolla, perch dallalto viene loro fornito un alibi che li scagiona. Lufciale praticamente lasciato solo, scaricato da chi avrebbe dovuto garantirlo e proteggerlo e rispedito in licenza a Parma. La vicenda narrata nel romanzo incredibilmente simile a quella tragica del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato a Palermo nel 1982 per combattere la maa, ma isolato, abbandonato al proprio destino e successivamente assassinato dallimplacabile vendetta di Cosa nostra. La differenza fra il libro e la realt dei fatti accaduti ventanni dopo che questi sono stati ben pi drammatici di quelli ipotizzati dalla narrazione di Sciascia. Lo scontro fra chi riuta e combatte la soffocante presenza maosa e fra quanti non reagiscono sta nella celebre frase che nel romanzo viene fatta pronunciare dallo stesso capomaa don Mariano Arena, che rivolgendosi al capitano Bellodi, distingue lumanit in cinque categorie, gli uomini, i mezzuomini, gli ominicchi, i piglianculo e i quaquaraqu, inserendo lufciale dei carabinieri nella non numerosa schiera degli uomini.

IN WEB GENERATION GIORGIO FABRIS PARLA DEI NUOVI GIOVANI CHE NON SI DANNO PROSPETTIVE

STILE DI VITA IRRIVERENTE (E SENZA FUTURO)


Dsire Ragazzi
occhio di Giorgio Fabris scanzonato, allegro e irriverente. Web Generation (Armando Curcio Editore) diverte e rallegra: se non altro, per la gioia di sentirsi diversi. La Web Generation, infatti, al di l della connotazione antropologica e anagraca emerge come protagonista emblematica e problematica di un aspetto rilevante della societ postmoderna. Com nata lidea di scrivere un romanzo sulla Web Generation? Limpegno a essere contemporanei anche a cinquantanni, a tenere il passo, a soddisfare una costante curiosit intellettuale. C chi scrive romanzi della memoria e chi invece di afdarsi alla memoria punta allosservazione della realt in continuo movimento, in continua fuga verso il futuro e cerca di inseguirla con la scrittura. Chi sono i personaggi? Gente che si potrebbe denire comune se questo aggettivo non lo si usasse solo nel senso riduttivo di insignicante; laddove questi personaggi signicano e come! una generazione che ne comprende, in termini demograci, almeno due o tre, compresa lultima, che fatta da ragazzini dai

nove ai tredici anni; una generazione nella quale sono rappresentati pressoch tutti i ceti sociali. Serpeggiano, questi personaggi, come un ume carsico che per afora allimprovviso con levidenza e lirruenza di un torrente in piena e travolge tutto quello che incontra, tutto o quasi tutto ci che cera prima. Qual il linguaggio usato dai giovani internauti? Diretto, scarno, incolore (lesplosione del porno talmente frequente da confondersi con il grigiore dellinsieme), monocorde, senza dignit dialettale, senza metafore (troppo incolto per averne), tutto rivolto al proprio ombelico, alle proprie pulsioni; e poi criptico, da setta: raccoglie giorno per giorno i lemmi nati nelle palestre delle scuole, negli spogliatoi delle squadrette di calcio, nelle discoteche; i neologismi che rimandano le periferie da un quartiere allaltro, da un vicolo allaltro, di giorno in giorno. Un linguaggio talmente povero da non meritare neppure laggettivo di folkloristico; un linguaggio in formazione, ancora primitivo: grafti in una grotta rispetto agli affreschi della Sistina. Il libro presenta una struttura che va oltre il semplice romanzo e ha un aspetto pedagogico...

Se ce lha involontario. La struttura non da romanzo tradizionale, vero: non c una trama vera e propria: si tratta di una navigazione, spesso a vista, attraverso un mare ancora inesplorato; senza tuttavia nutrire pretese antropologiche. La web generation pu essere metafora di un malessere generazionale? Non lo chiamerei malessere ma certo qualcosa di generazionale. Perch non lo chiamerebbe malessere? Perch non lo merita. Questi ragazzi stanno bene, sono soddisfatti di s, lontani anni luce dai Giovane Werther e dai Ferito a morte dei secoli scorsi e pi lontano ancora da Leducazione sentimentale; non hanno problemi ma solo bisogni indotti e pulsioni incontrollate; non sanno niente di s e del mondo perch non hanno contatto con il mondo della letteratura, che ignorano. I giovani hanno una comunicazione molto stringata... Non userei questo aggettivo, se non in modo estremamente riduttivo: stringata il pregio della comunicazione. C un motivo tecnico e riguarda il mezzo che usano per comunicare: gli sms e, anche, lurgenza,

listantaneit dei loro messaggi, sempre nati da esigenze epidermiche, da pulsioni (spesso compulsive) di segnalare la loro presenza, la loro esistenza in vita. Che poi tutto e solo ci che per essi conta: esserci ed essere riconosciuti. N passato, n futuro: solo il presente, nel suo inafferrabile trascorrere nellirrilevanza. Niente di serio, per, nel libro, come potrebbe apparire da questa intervista. Ho scritto questo libro in modo scanzonato, allegro e irriverente...