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a cura di Matilde

La coincidenza di territorio, cultura, popolo, stata una delle pi forti e diffuse motivazioni ideali e politiche per la nascita e la costruzione dello stato nazionale. Da qualche tempo tuttavia assistiamo ad un totale sovvertimento del rapporto tra gli spazi territoriali e gli spazi sociali. Nuove forme di migrazioni internazionali, nuovi sistemi di comunicazione, nuovi flussi finanziari, nuove entit politi- che, costituiscono relazioni che attraversano i vecchi confini e assumono come ambito per le loro pratiche socioculturali una multipolarit territoriale. Cos voler studiare le nuove relazioni tra cultura e territorio implica porre laccento sui processi del nomadismo contempora- neo nei suoi effetti a livello globale, a livello locale, a livello virtuale e a livello di esperienza quotidiana: come sogno e come vissuto. Partendo da una tipologia delle nuove forme di nomadismi descritti nelle loro tensioni e nelle loro contraddizioni, il volume raccoglie una serie di saggi che cercano di illustrare gli andamenti dei nomadismi incessanti che percorrono il nostro mondo, le modalit distintive con cui essi alimentano e al tempo stesso subiscono la complessit della contemporaneit, ponendo attenzione ad unetnografia dei traffici moderni dellincorporeo ma anche dei vissuti identitari e delle pratiche statali e parastatali che li avvolgono.

N O M A D IS C O N T E M P O R A N IM
NOMADISMI CONTEMPORANEI

R a p p o r t i t r a c o m u n i t l o c a l i, s t a t i - n a z i o n e e f l us s i c u l t u r a l i gl obali
M. C a lla ir G a lli Z. A. F ra n c e s c h iI. G. P a z z a g , B. R ic c io L. , , li , Urru

a cura di

Matilde Callari Galli

Callari

GuaraldiUniversitaria

Matilde Callari Galli insegna Antropologia culturale presso lUniversit di Bologna. Tra le sue opere: Antropologia culturale e processi educativi (La Nuova Italia, Firenze 1993); Lo spazio dellincontro (Meltemi, Roma 1996); In Cambogia. Pedagogia del totalitarismo (Meltemi, Roma 1997); Pensare la diversit. Per uneducazione alla complessit umana (con M. Ceruti e T. Pievani, Meltemi, Roma 1998); Se i bambini stanno a guardare (con G. Harrison, Clueb, Bologna 1999); Formare alla complessit (con F. Cambi e M. Ceruti, Carocci, Roma, 2002); La Tv dei bambini. I bambini della Tv (con G. Guerzoni, A. M. Giannotti, C. Rossi, BUP, Bologna 2003).

Galli

Second a edizione

15,00 euro

Guaraldi Universitaria

Antropologi a culturale

Guaraldi Universitaria
Antropologia culturale
a cura di I. G. Pazzagli

Seconda edizione: febbraio 2004 Prima ristampa: gennaio 2005 2004 by Guaraldi s.r.l. Sede legale: piazza Ferrari 22, Palazzo Fabbri Scala C 47900 Rimini Redazione: via Spica 1 (Rimini) 0541/52120 www.guaraldi.it E-mail: info@guaraldi.it ISBN 88-8049-220-9

MATILDE CALLARI GALLI (a cura di)

NOMADISMI CONTEMPORANEI
Rapporti tra comunit locali, stati-nazione e flussi culturali globali

con contributi di M. Callari Galli, Z. A. Franceschi, I. G. Pazzagli, B. Riccio, L. Urru

Guaraldi

Indice

Introduzione:

ETNOGRAFIA NOMADICA di Matilde Callari Galli I


NOMADISMI DELLA CONTEMPORANEIT

p. 7

di Matilde Callari Galli


1. Una premessa 2. La contaminazione degli spazi 3. Per una mappa dei nomadismi della contemporaneit 3.1. L analisi culturale 3.2. Processimigratori: ambiguit e prospettive 3.3. Le cultura della diaspora 3.4. Le culture dellemigrazione 3.5. I nomadismi turistici

p. 17 p. 19 p. 20 p. 24 p. 24 p. 26 p. 29 p. 32 p. 38

A VOLTE RITORNANO Fantasma e nomadismi nippo-occidentali di Luigi Urru


1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. I fantasmi e il lavoro dellimmaginazione Lantropologiae lo spaesamento della modernit Cultura di massa e adesione alla realt Esotismi, appropriazioni,transiti Dallo yojhan al kombini Il sakkaa per reinventare la societ In-conclusione

p. 51 p. 57 p. 62 p. 66 p. 70 p. 76 p. 78 p. 80

MEMORIA

CULTURALE , COSTRUZIONE IDENTI TARIA IN CONTESTO EUROPEO

ED EXTRA -EUROPEO ALLINIZIO DEL SECOLO

XX.
p. 83 p. 85 p. 87 p. 92

Una storia di vita di Zelda Alice Franceschi


1. Premessa 2. LEuropa a partire dallEuropa.LEuropa dopo lEuropa 3. Oltre la biografia,al di l dellidentit

Indice

4. Il ricordo della memoria, loblio: il narrare della storia 5. Viaggio e immigrazione: storie contemporanee, vecchie e nuove questioni 6. Conclusioni

p. 98 p. 102 p. 108

MIGRAZIONI TRANSNAZIONALI : IL Riflessioni antropologiche di Bruno Riccio

DECLINO DELLO STATO NAZIONALE

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p. 117 p. 119 p. 121 p. 127 p. 131 p. 136 p. 140

1. Introduzione 2. Lantropologiadelle migrazioni e letnografia della transnazionalit 3. I senegalesi in Italia come esempio di transnazionalit 4. Le ambivalenti politiche migratorie italiane allinterno della FortezzaEuropa 5. Vedere come lo stato:Lo sguardo sedentarista nei confronti delle migrazioni transnazionali 6. Riflessioni conclusive: etnografia translocale ed istituzionale

CONTESTI

UMANITARI E PERIFERI E EMERGENTI

: LA

COOPERAZIONE

INTER -

NAZIONALE E I NOMADISMI DELLA CONTEMPORANEIT

di Ivo Giuseppe Pazzagli


1. Premessa 2. La complessit dei nuovi contesti 3. Lantropologiae la cooperazioneallo sviluppo 3.1. Dallantropologiaimpegnata nei processidi sviluppo allantropologiadello sviluppo 3.2. I nuovi scenari della cooperazione e il ruolo delle Ong 4. I nuovi contesti della cooperazionee dellintervento umanitario: il caso del conflitto nella ex Iugoslavia 4.1. La scena italiana in rapporto alla crisi balcanica 4.2. La scena balcanicanella lettura degli operatori di CooperazioneItaliana 5. Conclusioni

p. 147 p. 149 p. 150 p. 150 p. 153 p. 155 p. 158 p. 161 p. 163 p. 166

INTRODUZIONE Etnografia nomadica di Matilde Callari Galli

La coincidenza di territorio, cultura, popolo, stata una delle pi forti e diffuse motivazioni ideali e politiche per la nascita e la costruzione dello stato nazionale: essa ha costituito ispirazione per opere letterarie e imprese belliche, per ribellioni e conflitti; stata la base di analisi politologiche, economiche, sociologiche e antropologiche; ha animato rimpianti e nostalgie tenaci sino a superare lo spazio di una vita. Da qualche tempo tuttavia assistiamo ad un totale sovvertimento del rapporto tra gli spazi territoriali e gli spazi sociali che sembra aver spazzato via la fiducia che linguaggi, pratiche culturali, relazioni sociali, espressioni simboliche, manufatti siano radicati, come origini e come successive modificazioni, a luoghi geograficamente identificabili. Nelle ultime decadi del secondo millennio tanto questa coincidenza quanto lo stato nazionale hanno subito numerosi e svariati attacchi da pi fronti: i violenti conflitti etnici scoppiati nei Balcani, in Somalia, in Indonesia, hanno svelato che lo stato nazionale un coacervo di gruppi diversi, spesso in conflitto fra loro, spesso pi simile ad una comunit immaginata (Anderson, 1983) che ad un tessuto di comunanze; molti stati nazionali sono scossi da tensioni separatiste cruent e ma anche e contemporaneament e altri sono messi in discussione da autorit locali che lottano per rafforzare le loro prerogative e da autorit sovranazionali quali lUnione Europe a o lASEAN, il GATT (General Agreement on Trade and Tariffa) o il WTO (World Trade Organization). Come scrive Habermas, da un punto di vista politico una delle idee pi importanti elaborate negli ultimi se9

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coli del secondo millennio, la nozione della sovranit degli stati-nazioni stata messa in discussione e si differenziata fra autorit locali, micro-regionali, nazionali, macro-regionali e globali (Habermas 1999). Nuove forme di migrazioni internazionali, nuovi sistemi di comunicazione, nuovi flussi finanziari, nuove entit politiche, costituiscono relazioni che attraversano i vecchi confini e assumono come ambito per le loro pratiche socioculturali una multipolarit territoriale. Storicamente tali entit integrate, dislocate territorialmente su vaste aree e composte di stili di vita, di relazioni sociali, di orientamenti ideologici, di sistemi simbolici, di manufatti che se non potevano essere definiti comuni potevano tuttavia essere tutti iscritti in uno schema di comprensione e di elaborazione comune, sono sempre esistiti: per duemila anni la Chiesa Cattolica stata unorganizzazione attiva a livello del mondo conosciuto e dotata di strutture e dinamiche multilocali e molti grandi imperi del passato possono essere ricondotti, in modo pi o meno diretto a questo modello. Oggi ci troviamo di fronte ad una espansione di idee generali, di stili di vita, di evocazioni di tradizioni lontane, di mode e costumi su base multilocale che riguarda lintero pianeta e che coinvolge, sia pure con modalit ed intensit diverse, la maggioranza dei gruppi umani. Essa dovuta ad una molteplicit di fattori, diversi ma spesso strettamente interrelati: nuovi sistemi di comunicazione, nuove tecnologie di trasporto , movimenti reali e virtuali di milioni di individui spinti ad immaginare o a raggiungere nuove patrie da ragioni molteplici e spesso concomitanti guerre, carestie, persecuzioni politiche, ricerca di maggior benessere e di libert ma anche di novit, di divertimento, di studio e di scambi intellettuali e su tutto, a confondere ed insieme ad amalgamare, una circolazione, anchessa globale e multilocale, dinamica e vertiginosa di immagini, di idee, di oggetti, di usi e costumi. (Giddens 2000; Callari Galli 2000; Callari Galli, Ceruti, Cambi 2003) La dislocazione multivocale di vissuti e di progetti su interi continenti e contemporaneament e la coesistenza, nella stessa
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Etnografia nomadica

area, di una gamma variegata di differenze mutanti e per la loro fluidit di difficile definizione, ha pesantemente indebolito il modello della coincidenza tra cultura e territorio, trasformando in un fenomeno che riguarda lintero pianeta una situazione che nel passato era limitata spazialmente e temporalmente: soprattutt o ha esteso come modello, almeno, e come chance di vita allintera umanit collegamenti, informazioni, mobilit un tempo riservate a gruppi ristretti. Anche se, come vogliono David Morley e Kevin Robins non tutti siamo soggettivit nomadiche e frammentate, anche se non tutti viviamo nello stesso universo post-moderno, anche se un numero ridotto di individui vive sino in fondo e con completezza i processi della globalizzazione, anche se la vita della maggioranza dellumanit a tuttoggi dominat a dagli aspetti localistici ancora ampiamente presenti nella nostra epoca e largamente diffusi nel pianeta, anche se miliardi di invidi nei loro vissuti reali vedono ridursi sempre pi le chances di vita, destinati a vivere nei microterritori nei quali sono nati (Morley, Robins 1995: 218), le lites di tutto il pianeta politiche e finanziarie ma anche culturali e scientifiche assumono ogni giorno di pi, come modelli da vivere, da elaborare, da pro- porre, da imporre, i processi della globalizzazione. Cos le dif- ferenze nel nostro pianeta assumono andamenti diversi dal passato, non sopportano pi opposizioni binarie che divido- no, in modo stabile e netto, le culture dominanti da quelle su- balterne, i centri del potere colonizzatore dalle periferie dei colonizzati. In queste condizioni completamente nuove, la cultura, sia quella legata al mondo delle arti sia quella diffusa dai mezzi di comunicazione di massa, ha cambiato tempi e luoghi della sua produzione: se ancora essa si connette a quanto nel pas- sato questo o quel luogo ha elaborato, ha diffuso, ha imposto dagli stili di vita ai valori, dalle arti al consumo e allo scam- bio di merci, dalle costellazioni di fede e di pratiche rituali al- le organizzazioni sociali e politiche nuovi luoghi, tran- snazionali e deterritorializzati quali genere, classe, etnicit si affiancano, si sovrappongono, confliggono per fornire allu- manit intera quei filtri attraverso i quali le dimensioni cul-

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turali, intese quali sistemi di significati socialmente organizzati ed espressi in forme definite, sono accettate e condivise di- venendo parte della percezione del proprio gruppo e delle al- terit che continuano a sussistere e a prodursi. I confini della colonizzazione continuano ad essere territoriali ed economici ma essi vengono mescolati, sovvertiti, resi dinamici dalla produzione di un immaginario non solo letterario come nel caso dellorientalismo esotico evidenziato dagli studi di Edward Said ma dipendente da forme di comunicazione sempre pi mobili. Ed ecco la wired identity vissuta nel traffico transnazionale di narrazioni e di immagini (Erny 1996; 2001), ecco una nuova mappa del potere mondiale costruita lungo le linee delle telecomunicazioni (Morley, Robins 1995), ecco lindividuo postmoderno che vive nellera della tecnomitica (Wark 1994), ricevendo informazioni, mutevoli e mobili, che cadono dal cielo, integrandole nelle interpretazioni locali e aspettandosi che gli orientament i cambino da luogo a luogo, di giorno in giorno. Davanti a questo ribollire di cambiamenti che investono molte delle certezze elaborate nei secoli precedenti dalle scienze sociali occidentali, lantropologia costretta a mettere in discussione insieme ai suoi orizzonti concettuali e alle sue pratiche metodologiche i suoi stessi fini, forse le sue stesse basi epistemologiche, rifiutando insieme le ansie universaliste degli esploratori delle leggi universali dellevoluzione della cultura e i relativismo dei cercatori di usi e costumi particolari, spesso esotici e stravaganti, stimolatori di curiosit, sempre postulati come autosufficienti e chiusi in s stessi. (Adam, Borel, Calame, Kilani 2002) Per non cadere nella trappola metodologica di postulare la possibilit di ricostruire la realt basandoci su opposizioni binarie, costretti a scegliere tra lesame delle informazioni non materiali e le chances di vita, tra la deterritorializzazione della cultura e i localismi pi radicati ed esasperati, abbiamo bisogno di recuperare nello sguardo antropologico quello strabismo a lungo invocato nella disciplina che invitava i suoi cultori ad essere insieme gli astronomi di un tempo con i loro lunghi cannocchiali puntati sulluniverso e gli orologiai
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Etnografia nomadica

dei secoli scorsi con le loro piccole lenti fissati su meccanismi minuti e circoscritti. E forse trasportando sul piano meto- dologico un invito che quando fu formulato era soprattutto geografico, a guardare lontano per studiare luomo (Lvi- Strauss 1978:71, 1984; Borel 1993). Questo progetto non ha un piano prestabilito da offrire, non intende proporsi come un paradigma concluso n come uno schema di riferimento teorico completo ed esaustivo. Piuttost o vuol essere unagenda per costruire sequenze di ricerche, su cui annotare nuove prospettive, nuovi luoghi e nuovi ambiti, senza rinunciare agli strumenti propri del passato della disciplina ma ponendone in primo piano alcuni, sviluppandoli maggiormente in confronto ad altri e al tempo stesso provando nuove strategie, applicando nuove tecniche, proponendo nuovi orientamenti e nuove prospettive. In questa linea mi sembra che si ponesse, anni fa, George Marcus quando proponeva unetnografia multisituata nel sistema Mondo, in cui la parola dordine per il ricercatore non pi stare, radicarsi, risiedere, ma seguire: seguire i migranti, seguire le produzioni dei prodotti, seguire le metafore, le narrazioni, seguire la vita, le biografie, seguire i conflitti (Marcus 1995: 98-105). Cos voler studiare le nuove relazioni tra cultura e territorio implica porre laccento sui processi del nomadismo contemporaneo nei suoi effetti a livello globale, a livello locale, a livello virtuale e a livello di esperienza quotidiana: come so- gno e come vissuto; implica studiare problemi che appaiono nella loro complessit solo se ci proponiamo di analizzare in- sieme livelli troppo spesso considerati separati nel dare il predominio alluno o allaltro: i processi globali che investo- no regioni ampie come pi continenti e gli aspetti locali, micro-regionali e nazionali. Ad applicare opposizioni binarie otteniamo risultati parziali, mai pienamente attendibili, spesso falsificanti i dinamismi sociali: infatti se diamo valore solo al primo livello quello globalizzante la dimensione spaziale sembra perdere la sua pregnanza a causa di appariscenti quanto superficiali ed effimeri processi di omogeneizzazione. Se invece
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Matilde Callari Galli

consideriamo la cultura della contemporaneit come unarticolazione processuale e dinamica tra globalizzazione e localismi, se seguendo Appadurai consideriamo la linfa vitale che la globalizzazione riceve dai processi di indigenizzazione dei suoi messaggi, allora lattenzione al territorio, allo stato nazionale, alla comunit divengono ancora e sempre rilevanti. E la critica epistemologica da tempo ci ha resi consapevoli che linterpretazione non deve risultare dalla somma di analisi parziali. Con lorientamento teorico che guarda alla complessit del fenomeno lintero piano metodologico muta: le unit danalisi non sono delimitate e identificate automaticamente nei gruppi locali o negli stati nazionali del passato, ma divengono configurazioni emergenti di pratiche sociali, di simboli, di stili di vita stabili nel tempo se non nello spazio. E conseguentemente dobbiamo prima di volerle comprendere e spiegare, cercare di identificarle e di descriverle. Questo volume raccoglie una serie di saggi che cercano di illustrare gli andamenti dei nomadismi incessanti che percorrono il nostro mondo, le modalit distintive con cui essi alimentano e al tempo stesso subiscono la complessit della contemporaneitt; rivolge anche la sua attenzione alle modalit con cui larcipelago di istituzioni che sembrano resistere ad essi si oppone ai cambiamenti e alle fusioni che sono in grado di provocare. Abbiamo avuto modo di presentare e di discutere questo ampio ambito problematico in un panel dedicato ai nomadismi della contemporaneit, da me coordinato nellambito di un Convegno Internazionale, organizzato dallIstituto per lEuropa centro-orientale e balcanica dellUniversit di Bologna, intitolato Nazionalismo, identit e cooperazione regionale. Compatibilit ed incompatibilit e svoltosi a Forl dal 4 al 9 giugno del 2002. Partendo da una tipologia delle nuove forme di nomadismi descritti nelle loro tensioni e nelle loro contraddizioni, si presentano letture metodologiche dei loro dinamismi, di quelli transnazionali e di quelli globali, di quelli reali e di quelli virtuali, ponendo lattenzione ad unetnografia dei
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Etnografia nomadica

traffici moderni dellincorporeo ma anche dei vissuti identitari e delle pratiche statali e parastatali che li avvolgono. Cultura, processi identitari, articolazioni delle differenze tra richiami al passato e nuove rappresentazioni, costituiscono lo scenario teorico comune su cui gli autori collocano le loro analisi e le loro riflessioni, tesi a mettere in luce, partendo dalle etnografie dei nuovi nomadismi, le loro logiche contaminate, i loro andamenti mutevoli, talvolta irregolari, le loro ibride sovrapposizioni, le lacerazioni ma anche le complicit che essi aprono.

Bibliografia: Abls M., 2001 [1983]. Politica gioco di spazi, Meltemi, Roma. Anderson B., 1996. Comunit immaginate, Manifestolibri, Roma. Appadurai A., 1996. Diversity and Disciplinarity as Cultural Artifacts, in Nelson C., Gaonkar D., (a cura di.), Disciplinarity and Dissent in Cultural Studies, Routledge, London. Borel M. J., 1993. Luniversal et le relatif: note sur lobjet anthro- pologique, in Berthoud G., Centlivees F., Giordano C., Kilani M., (a cura di.), Universalisme et relativisme. Contribution a un dbat dactualit Ed. Universitaires, , Fribourg. Callari Galli M., 2000. Antropologia per insegnare, B. Mondadori, Milano. Callari Galli M., Ceruti M., Cambi F., 2003. Formare alla complessit, Carocci, Roma. Erny J. N., 1996. On the Limits of Wired Identity in the Age of Global Media, in Identities, 2, n. 4, pp. 419-28. Erny J. N., 2001. Media Studies and Cultural Studies: a Symbiotic Conergence, in Miller T., (a cura di), A Companion to Cultural Studies, Blackwell, Malden-Oxford. Giddens A., 2000. Il mondo che cambia, Il Mulino, Bologna. Habermas J., 1999. Bestialitat und Humanitat, in Die Zeit, n. 18, p. 1. Lvi-Strauss C., 1978. Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano. Lvi-Strauss C., 1984. Lo sguardo da lontano, Einaudi, Torino. Marcus G., 1995. Ethnography in/of the World System: the
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Matilde Callari Galli

Emergence of multi-situated Ethnography, in Annual Review of Anthropology, vol. 24, pp. 95-117. Morley D., Robins K., 1995. Spaces of Identity: Global Media, Electronic Landscapes and Cultural Boundaries, Routledge, London. Pandolfi M., 2002. Moral Entrepreneurs , souverainets mouvant et barbels. Le bio-politique dans les Balkans postcommunistes, in Anthropologie et Socits, vol. 26, n. 1, pp. 29-50. Wark M., 1994. Virtual Geography: Living with Global Media Events, Indiana University Press, Bloomington.

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I NOMADISMI DELLA CONTEMPORANEIT di Matilde Callari Galli

Pi che unarte di apprendere, larte del viaggio , mi sembra, unarte di dimenticare, di dimenticare tutte le questioni di pelle, di odore, di gusto e tutti i pregiudizi (). Pi che di accrescere le nostre conoscenze si tratta oggi di spogliarcene. M. Leiris, Zbrage, p. 56

1. Una premessa Una lunga storia di nomadismo, svolto cacciando in piccoli gruppi, attraversando per centinai di millenni i paesaggi diversi del nostro pianeta, costituisce per la nostra specie una eredit difficile da dimenticare, per molti antropologi impossibile da cancellare. E la storia del sedentarismo, dei costruttori di citt, intensa e produttrice di un incredibile fervore di innovazioni e di cambiamenti culturali, appare breve un attimo, un battito di ciglia di una divinit se proiettata sullo sfondo dei milioni di anni che lhanno preceduta. Al suo interno, inoltre, possibile cogliere una tensione costante che tiene vivo, a livelli diversi, il desiderio del muoversi, lansia del nuovo, la ricerca di nuovi spazi, la scoperta di nuove modalit di interazione con paesaggi, comunit, culture. E i livelli parlano di migrazioni di piccoli gruppi o di intere popolazioni, di orde feroci che conquistano e abbattono imperi, di caravelle che scoprono nuovicontinenti, di confini naturali continuamente violati da una ricerca intellettuale avida e sempre insoddisfatta, da applicazioni tecnologiche sempre pi audaci nello spostare i limiti considerati dal proprio tempo insuperabili. Tutto questo ribollire di gruppi che si incontrano, si scontrano, si mescolano e si distruggono, subisce nel corso degli ultimi secoli un aumento sempre pi vigoroso dovuto ad una concomitanza di fattori: un aumento demografico mai verificatosi, nel nostro pianeta, in queste proporzioni, lo sviluppo differenziale dei diversi modi di produzione, lattrazione eser19

Matilde Callari Galli

citata in tutti i continenti dalle aree urbane, il potenziamento dei mezzi di comunicazione. E considerare i processi culturali in atto nella contemporaneit significa riconoscere che la dinamica culturale dellintero pianeta oggi condizionata, se non determinata, dal movimento pressoch costante di masse di individui: ogni anno quasi seicento milioni di individui varcano un confine internazionale per seguire le mode e le occasioni dei turismi di massa, mentre sono centinaia di milioni le persone donne e uomini soli, famiglie, intere comunit che emigrano per motivi economici, si ritrovano esuli o profughi a seguito di conflitti e deportazioni o scelgono sem- plicemente di vivere allestero, disegnando cos i loro destini allinterno di spazi tanto vasti quant o il pianeta; o ancora, per le loro attivit professionali, costellano la loro vita quotidiana con continui e ripetuti spostamenti. 2. La contaminazione degli spazi Sarebbe appropriato domandarsi perch gran parte del pensiero occidentale abbia per secoli rimosso questa realt sostituendol a con la convinzione di uno stato di natura che vede la nostra specie essere naturalmente sedentaria: dalla letteratura alle scienze sociali e al senso comune il viaggio, lo spostamento considerato una situazione eccezionale, che rompe equilibri e produce turbamenti. Ed anche quan- do sia considerato con favore riferito sempre ad individui o ad eventi che riguardan o momenti passeggeri, comunque straordinari, della storia individuale o del gruppo: Ulisse, leroe che con le sue avventure sembra annunciare lirre- quietezza della modernit, costretto alle sue peregrinazioni dal volere di dei avversi e insegue con tenacia temeraria il ri- torno alla sua petrosa isola. E la trasformazione del mito omerico, raccontata nel viaggio dantesco, appare pi come un destino fatale che come una scelta deliberata. In campo antropologico mi sembra che anche lo sforzo di Marvin Har- ris di presentare ironicamente la scelta della sedentariet come una necessit resa obbligatoria dalla volont dei cac20

I nomadismi della contemporaneit

ciatori di abbandonare i sanguinosi e dolorosi metodi di controllo delle nascite cui li costringeva la loro economia non adatta a gruppi di larghe dimensioni sia rimasto, al suo apparire, alquanto inascoltato. Dalla convinzione di una sedentariet naturale, pi postulata che dimostrata, scaturisce un approccio tutto particolare allanalisi del nomadismo in base alla quale esso considerat o uninterruzione di una situazione in cui le singole culture si sviluppano attraverso il loro lungo radicamento in un determinat o territorio. Con questa visione la stessa dinamica culturale pressoch interamente riportata allinterno del grupp o esaminato: come ha scritto James Clifford, le radici precedon o sempre gli itinerari (1999: 3). Se invertiamo la prospettiva e postuliamo che il nomadismo, il viaggio non abbiano un carattere di eccezionalit ma siano momenti basilari della dinamica culturale, il territorio, i confini, le identit dei gruppi divengono prodotti culturali, non pi entit naturali ma elementi costruiti dalle pratiche dei contatti e degli spostamenti dei diversi gruppi nel corso della loro storia. La centralit del nomadismo emerge soprattutto alla fine del XX secolo in seguito al virulento sviluppo dei processi di globalizzazione che sembrano travolgere ogni regione del nostro pianeta; ed i processi innovativi propri della nostra contemporaneit, il loro affastellarsi affannoso, fanno esplodere quella coincidenza tra cultura e territorio che stata alla base del modello teorico e politico accettato e affermato dallOccidente soprattutto nei secoli XIX e XX. Le parole che indicano i caratteri del processo di globalizzazione individuate da Anthony Giddens riguardano principalmente il livello economico sottolineando le interazioni finanziarie che accomunano paesi lontani e diversi, la diffusione mondiale delle tecnologie moderne, le nuove forme della divisione e dellorganizzazione della forza lavoro, lemergen- za di un ordine militare mondiale. A queste dimensioni tuttavia se ne sono aggiunte altre, di carattere pi nettamente culturale che con le loro interazioni, con le loro ricadute rendono il quadro ancora pi dinamico e complesso: la cre21

Matilde Callari Galli

scita di reti e di corporazioni transnazionali; nuove tecnologie di informazione e di comunicazione che hanno contribuito ad una intensificazione della compressione spazio/temporale che ha avuto un impatto disorientante e distruttivo sulle pratiche politico/economiche usuali; un aumento vertiginoso negli spostamenti, nelle emigrazioni, nei viaggi internazionali con conseguenti e parallele trasformazioni nella vita sociale e culturale della maggioranza dei gruppi umani. Gli effetti di questi processi innovatori sono sfuggenti e contradditori. Se alcuni analisti sottolineano la prospettiva della nascita di una cultura globale cosmopolita sorretta dalla nascita di culture transnazionali, altri individuano una grande superficialit nel cosmopolitismo contemporaneo, una omogeneit tutta apparente, determinata dalladeguamento generalizzato a modelli consumistici rispondenti alla produzione economica capitalista la McDonaldizzazione del mondo (Barber 1998). E al di sotto di questa coltre si individua un mondo interdipendente a causa dei processi globali che tuttavia continua a produrre localismi esasperati, valorizzazioni di comunit etniche che sembrano sfidare le pi ampie unit politiche in cui sono incorporate rivendicando per s stesse diritti e riconoscimenti propri di nazioni e di stati; la riscoperta di radici e di storie che minacciano non solo le nuove unit transnazionali ma le stesse unit nazionali degli ultimi secoli. (Bhabha 1997). Ad un esame circostanziato appare infondata e approssimativa lipotesi sia della univocit della diffusione nel mondo di un unico modello consumistico sia linevitabilit dei processi di omogeneizzazione culturale ad essa conseguente. La dinamica interculturale della contemporaneit assai pi complessa di queste semplificazioni riduzionistiche. Come scrive Appadurai appena le forze innovative provenienti da diverse metropoli sono portate allinterno di nuove societ, esse tendono, in un modo o nellaltro, a subire un processo di indigenizzazione: questo vero della musica come degli stili abitativi, dei procedimenti scientifici come del terrorismo, degli spettacoli come delle norme costituzionali. In poche parole le singole culture possono riprodursi o ri22

I nomadismi della contemporaneit

costruire la loro specificit sottoponendo le forme culturali transnazionali ad un processo di indigenizzazione (Appadurai 1996: 19). Cos dobbiamo riuscire a sintonicizzarci, per usare unespressione di Robertson, tanto allistituzionalizzazione globale della vita-mondiale quanto alla localizzazione della globalit (Robertson 1999). In termini antropologici, applicando cio questo schema di riferimento alle nostre ricerche che muovono sempre da contesti circoscritti e specifici per poi accedere a pi ampie generalizzazioni, il concetto di deterritorializzazione mostra una sua intima e profonda dinamicit. Nella contemporaneit i processi e i prodotti culturali si svincolano dalla loro aderenza ad un determinato spazio, perdono le connotazioni territoriali , divengono mobili, a volte volatili, per iscriversi sempre e comunque in un particolare luogo. E appare suggestivo il suggerimento di Jonathan Inda e Renato Rosaldo di dividere in due il termine de/territorializzazione per indicare che dal punto di vista antropologico lo sforzo quello di dimostrar e che la deterritorializzazione contiene sempre una riterritorializzazione: questo significa, essi scrivono, che per noi la radice della parola limita lazione del prefisso, cos che mentre il de strappa la cultura dal luogo, la territorializzazione presente in un modo o nellaltro per riportarcela. Cos nessun processo di deterritorializzazione ha luogo senza una qualche forma di riterritorializzazione (Inda, Rosaldo 2002: 12). Usando altre parole, forse necessario non vivere in termini oppositivi globale e locale ma immaginare un incessante processo di deterritorializzazione che investe tanto il processo di globalizzazione quanto le forme che assume il localismo (Cavarero 2001; Callari Galli, Cambi, Ceruti 2003); linvito a cessare di usare concetti quali etnicit e identit per riaffermare i vecchi miti della premodernit, e a considerarli, invece, come processi dinamici che si costruiscono attraverso le pratiche dei contatti culturali. E si deve alla riflessione di Michel Foucaul t aver intuito che lo spazio, nella nostra contemporaneit, ci si offre sotto forma di relazioni
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di dislocazione (Foucault 1994: 13): la dislocazione che sostituisce sia la localizzazione propria della concezione spaziale medievale che lestensione con cui il pensiero galileiano laveva sostituita. Cos il tempo storico che aveva costituito il fulcro dellorganizzazione politica e culturale del XIX se- colo con le sue diadi sviluppo/sottosviluppo, progresso/tradizione, per Foucault nella contemporaneit sosti- tuito proprio dallo spazio: non pi quindi una grande storia che si sviluppa nel tempo ma una rete che incrocia dei punti e intreccia la sua matassa. 3. Per una mappa dei nomadismi della contemporaneit 3.1. L analisi culturale Non semplice individuare il contributo che le discipline antropologiche possano dare alla lettura di queste nuove realt culturali, ancora fluide e colme di contraddizioni. Una strada proposta negli ultimi anni sottopone ad una critica serrata lidea profondamente radicata nel pensiero e nel vissuto dellOccidente contemporaneo che considera i modelli di comunit e le attrazioni verso il localismo quali entit naturali ed innate: in effetti mi sembra che applicando anche ad essi i principi epistemologici della nostra metodologia sia possibi- le ricondurl i alla loro culturalit, considerandoli risultati di pratiche politiche e sociali che formano le identit. Se accet- tiamo di sfuggire alle trappole della metafisica della sedenta- riet (Malkki 1997: 61) del resto totalmente contraria ai ri- sultati delle nostre ricerche e dei nostri studi sulla storia della nostra specie se non consideriamo come ovvii e inevitabili il radicamento e lattaccamento alla comunit, se rifiutiamo di accettare acriticamente che le potenzialit affettive e i principi identitari scaturiscano unicamente ed automaticamente dalle esperienze legate ai luoghi in cui si vive e dalle relazioni quotidiane degli incontri faccia a faccia, vedremo con chiarezza che lesperienza apparentemente immediate e dirett a della vi- ta comunitaria, in realt costituita da un ben pi ampio ap-

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parato di relazioni sociali e spaziali. Ed oggi sempre pi numerosi sono gli studi culturali che mirano a fondare unanalisi della contemporaneit ponendo al centro dei loro interessi la diffusione dei fenomeni della globalizzazione, accompagnati, sostenuti, contraddetti da una cultura ad un tempo globale e frammentata, deterritorializzata e localistica. In particolare, attraggono la loro attenzione lintreccio del locale e del globale, la connessione tra globalizzazione e lemergenza di nuove forme di esclusione e di ineguaglianza, la relazione tra la transnazionalizzazione dei contesti specifici e la riarticola- zione contestuale dei flussi transnazionali umani, finanziari, di immagini, idee, informazioni (Appadurai 1996; Aug 1998; Callari Galli 1998; 2000). Sempre pi i nuovi nomadismi che percorrono la societ contemporanea divengono oggetto privilegiato ed emergente della ricerca e della riflessione culturale: da fonti diverse assistiamo ad un fiorire di nuovi concetti o ad una rivisitazione di vecchie terminologie, quali quella di diaspora, di trasmissione culturale, di turismo, di migrazione, di identit, usate tutti per render conto di ci che sembra un nuovo modello e un nuovo modo di vivere quel nomadismo che proprio da sempre della nostra specie. Sempre pi numerosi sono gli studi antropologici che abbandonand o lo schema teorico che ipotizza una dinamica culturale che si svolga interamente tra sistemi socioculturali unitari e saldamente legati ad un territorio , preferiscono parlare di culture ibride (Canclini 1989), di orizzonti culturali (Appadurai 1992), di contaminazioni (Callari Galli 1995; 1999; 2000), di logiche meticce (Amselle 1990), di strade (Clifford 1997), per non parlare di alcune anticipazioni che immaginavano ampi panorami in cui iscrivere vasti aggregati di popolazioni diverse sotto molti aspetti culturali ma riunificate proprio dai loro nomadismi (Lewis 1973), (Harrison, Callari Galli 1971). James Clifford auspica che lanalisi antropologica sappia contemplare accanto ai centri, ai villaggi, alle negoziazioni interne al gruppo anche i luoghi di passaggio, le mediazioni con i viaggiatori, gli spazi continuamente spostati e attraversati. Con questa prospettiv a si confondono i limiti tra
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centro e periferie, nuovi attori sociali emergono come protagonisti delle dinamiche culturali: traduttori, missionari, esploratori, amministratori degli aiuti internazionali, turisti, gruppi migranti, rifugiati, lavoratori pendolari e stagionali (Bhabha 1994; 1997; Mudimbe 1988). Non si pu, tuttavia, riposare tranquillamente su questi concetti: se la teoria della purezza originaria di questa o quella cultura priva di ogni fondatezza storica e con la sua falsit appare densa di pericoli sul piano concettuale e politico, porre alla base dellinterpretazione della contemporaneit libridismo quale unica condizione (Inda, Rosaldo 2002) non spiega i caratter i differenziali, rispetto al passato, che presenta lo scambio culturale causato e determinato dagli attuali processi di globalizzazione. Forse sarebbe opportuno inserire categorie pi accurate che seguendo ad esempio le suggestioni di Michail Bachtin distinguano un ibridismo organico, proprio di tutti gli incontri culturali avvenuti in tutte le epoche, da un ibridismo intenzionale che tramite linserimento nei processi di ibridazione della ricerca di shock non solo estetico come voleva Bachtin ma pi genericamente culturale dia maggior conto della immediatezza, direi quasi della voracit, dei processi di ibridazione attuali. Soprattutt o queste categorie dovrebbero consentire di esaminare i diversi ibridismi, le diverse contaminazioni, riferendole ai diversi contesti in cui si verificano e che si consideri, nellesplicitare le loro dinamiche, il ruolo esercitato dal differenziale di potere esistente tra le di- verse parti in contatto (Amhad 1995; Tomlinson 2001). 3.2. Processimigratori:ambiguit e prospettive I massicci movimenti di essere umani attraverso i confini internazionali che si stanno verificando da qualche anno, sono man mano divenuti uno dei problemi pi ambigui da un punto di vista teorico e pi difficile da affrontare da un punto di vista pratico-politico. Trascurati per lungo tempo anche dai demografi e dagli scienziati sociali sono ormai considerati un tema che implica livelli di analisi e di interpretazione e che investe molti livelli, da quelli etici a quelli
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legislativi, da quelli culturali ed economici a quelli della sicurezza sociale e a quelli dei diritti umani. Vorrei prima di procedere ad una loro sia pur rapida presentazione introdurre una precisazione di carattere soprattutto quantitativo che allontani o ridimensioni latmosfera di crisi e di allarme che circonda la rappresentazione sociale ampiamente diffusa sui processi migratori. I risultati delle analisi dinamiche e longitudinali compiute a livello mondiale nella sfera delle migrazioni internazionali, includenti sia i movimenti volontari che quelli forzati, non forniscono prove di aumenti numerici cos vertiginosi da giustificare lo stato di allarme ampiamente diffuso nei discorsi politici, nei mezzi di comunicazione di massa e nel linguaggio usuale e quotidiano. E questo vale tanto per i rilievi compiuti nel presente quanto nelle proiezioni realisticamente aperte sullimmediato futuro (Zolberg, Benda 2001). Alla luce di questo dato i discorsi pieni di allarme sui processi migratori che dalle aree della povert, del bisogno e della violenza si stanno riversando nelle aree del benessere e della democrazia appaiono colmi di una irrazionalit che non pu essere considerata solo una semplice esagerazione e una inutile e falsa percezione della realt. Come ha evidenziato Amartya Sen commentando i molti discorsi che circolano sulla cosiddett a bomba demografica, la mentalit caratterizzata da una stato di emergenza basato su una idea approssimata e falsa che prevede un imminente cataclisma conduce a risposte affannose che sono profondamente controproducenti (1994: 71). In realt la sensazione dilagante di vivere oggi una crisi nei processi migratori internazionali ha profondamente influenzato ogni possibilit di politiche alternative. In particolare spesso invocata per giustificare draconiane misure tese a proteggere i confini nazionali anche a danno di altre considerazioni quali i doveri umanitari nei confronti dei rifugiati, le politiche generose nei confronti delle riunificazioni familiari e lo stesso rispetto dei diritti umani. Visioni pi equilibrate dei flussi numerici sia dei processi migratori globali sia dei gruppi di rifugiati e analisi circostanziate delle cause che li determinano ci forniscono indi27

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rizzi pi appropriati e meno crudeli sui quali elaborare progetti e programmi futuri. Ed essi si organizzano intorno a due orientamenti principali: alleviare le condizioni economiche e politiche che alimentano i processi migratori verso i paesi del benessere e prevenire o rendere meno esplosivi i conflitti che generano i gruppi dei rifugiati. Rispetto al primo orientamento molti studi insistono sulla necessit di introdurre politiche economiche di sostegno nelle aree che producono il maggior numero di migranti basate sulla crescita, in esse, del libero mercato; questi studi tuttavia introducono la consapevolezza che esse necessitano di tempo, di sviluppo di politiche educative e di campagne di istruzione mirata: inoltre nellimmediato si auspica anche la nascita di accordi multilaterali che vedano regolare i flussi migratori sia nei paesi di arrivo che nei paesi di partenza basandosi non solo su fattori strettamente occupazionali ma introducendo anche negli accordi una forte carica di attenzione e di rispetto dei diritti umani in ambedue le aree, in quelle di partenza e in quelle di arrivo. Rispetto al secondo orientamento innanzi tutto dobbiamo precisare che negli ultimi anni i rifugiati non sembrano pi rappresentare una minaccia immediata per le democrazie del benessere per una serie di fattori: innanzi tutto il numer o dei rifugiati che cercano asilo in esse sembra essersi stabilizzato e molti di essi rimangono nelle regioni di residenza o nei loro immediati confini. Tuttavia il fatto che essi manchino di quella forma di aiuti che a buon diritto si aspetterebbero di ricevere dai propri governi va certamente considerato che proprio i loro governi sono spesso la causa della loro fuga crea, nei loro confronti, pesanti obbligazioni alla comunit internazionale considerata nella sua totalit. Se non si vuole concedere il diritto di asilo accogliendoli nei propri confini, non cessano i doveri di garantire il rispetto dei diritti umani nei loro confronti mentre si contraggono obblighi nei confronti delle aree che, bene o male, li accolgono e si deve proseguire il sostegno ad una politica che li reinserisca nei loro contesti nel momento in cui la situazione nel loro paese lo permetta.
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3.3. Le diaspora

culture

della

Robin Cohen ha osservato che il concetto di diaspora a lungo usato nelle scienze sociali, nelle opere letterarie e nelle analisi politiche ha una definizione ancora imprecisa e uno spessore teorico alquanto inconsistente (Cohen 1992). Restando fedele al riferimento biblico, attualmente il concetto di diaspora generalmente usato per definire la dislocazione di gruppi che in seguito a conflitti, persecuzioni politiche e religiose sono costretti ad abbandonare i loro luoghi di residenza abituale, mentre per cultura della diaspora si intend e la rete di relazioni che in conseguenza di queste dislocazioni unisce vaste aree geografiche e culturali anche assai difformi per caratteri, storia e specificit economiche e politiche. Laumento in termini numerici del fenomeno, la sua presenza in regioni assai distanti le une dalle altre, le interdipendenze che esso stabilisce con aspetti determinanti della politica e delleconomia internazionale hanno prodotto, in questi ultimi anni, un vistoso aumento delle riflessioni su di esso. Muovendo dalla definizione generica che lo indicava come un prodotto di comunit che sebbene fossero sparse in vaste aree mantenevano al loro interno profondi legami sociali e forti sentimenti identitari, gli studi oggi mettono in luce le relazioni che le culture diasporiche mantengono con le comunit di origine (Safran 1991) ma evidenziano anche quelle che stabiliscono con le comunit che li hanno accolti (Clifford 1994) e non trascurano di riflettere sulle reti che si stabiliscono fra le diverse culture diasporiche (Haller 2000). A questo proposito mi sembra molto rilevante porre alla base delle nostre ricerche una domanda finora poco presente nelle sue molteplici implicazioni: come si mescola la cultura tradizionale alle nuove pratiche che costruiscono lorizzonte culturale della diaspora ? Quanti sono, fra i popoli dei campi, gli individui che si nutron o dellimpianto ideologico che li fa re-inventare un loro passato indipendente e felice e quanti di essi, invece, non sono gi partecipi di una cultura interstiziale, carica di contaminazioni e di meticciati?
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molto importante sottolineare che investigare le strategie e le pratiche discorsive messe in atto dai singoli gruppi che vivono la diaspora rivela che lesperienza della dispersione e dellesilio rafforza anche i legami con il mondo pi vasto, fornendo visioni unitarie e complesse sia del locale che dellaltrove, sia della durezza presente che del rimpianto nostalgico. Inoltre eventi che pongono in pericolo lidentit nazionale, come accadde ad esempio nel 1990 allo scoppio della guerra in Croazia, possono avere leffetto di rivitalizzare e in un certo senso reinventare una identit comune tra tutti gli esiliati, i rifugiati, gli emigrati che a molti livelli informali, ufficiosi ma anche ufficiali intensificano i loro legami transnazionali (Al-Ali 2002: 25). A partire dal 1990, in Croazia, nei discorsi ufficiali il termine diaspora (dijaspora) usato per unificare due concetti sino ad allora ben distinti: quello che definiva i lavoratori temporaneamente allestero e quello che definiva con il termine apparentemente neutro ma colmo di connotazioni negative di emigranti (emi- granti) i fuoriusciti dalla Jugoslavia per motivi politici. (Po- vrzanovic Frykan 2002: 20) Numerosi sono gli stati nazionali che in questi ultimi anni hanno tentato, di stabilire, a livello istituzionale, legami con i gruppi che possiamo far rientrare nellambito in verit, ampio, fluido e piuttosto vago della cultura diasporica. Troviamo documenti di questi tentativi in realt culturali e politiche assai diverse che indirizzano i loro sforzi quasi unitariamente agli immigrati, ai fuoriusciti, ai gruppi scacciati da eventi bel- lici o da costrizioni politiche. Robert Smith, esaminando i tentativi messi in atto dal governo messicano per sviluppare le- gami stabili con i suoi cittadini che legalmente o meno sono immigrati negli Stati Uniti, individua, per queste azioni, tre ra- gioni che in linea di massima possono essere ritenute valide anche in molti altri contesti: impadronirsi di parte delle risor- se finanziarie prodott e nel nuovo paese, controllare i legami che si sono sviluppati tra la societ civile del luogo di origine e gli emigrati, riorganizzare lidentit nazionale che potrebbe essere indebolita per i contatt i stabiliti con la nuova cultura. (Smith 1998: 224 cit. in Koser 2002: 34).

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Un problema ancora poco esplorato riguarda la reale volont delle diverse comunit diasporiche di ritornare permanentemente nel paese di origine. A questo livello di analisi pu innanzi tutto risultare produttivo discutere le ipotesi che presentano le culture diasporiche come luogo di processi unificanti, mettendo in dubbio tanto quelle che appartengono alle politiche degli stati e dei rappresentanti delle comunit che quelli pi o meno accurati suggeriti dagli studiosi. Molte sono le ricerche che smentiscono il luogo comune in base al quale vivere lontano dalla propria comunit nazionale implichi automaticamente perdere la propria identit, le proprie tradizioni e la propria cultura: tuttavia lesperienza della dislocazione si struttura in base a tante variabili, talmente influenzata dalla politica locale nei confronti dei diversi tipi di nuovi ospiti(immigrati, rifugiati, clandestini) e insieme dalla politica internazionale nei confronti dei paesi di provenienza che i nuovi milieu culturali che si formano sono aperti a svariate soluzioni, spesso fluide e contingenti. Come ha scritto Stuart Hall, lesperienza della diaspora non definita dallessenza e dalla purezza ma dalla consapevolezza di una necessaria eterogeneit e diversit: da una concezione dellidentit che vive non in opposizione alla differenza ma con essa e attraverso essa; definita dallibridit (Hall 1989: 809). Va comunque ricordato che attraverso luso dei media, attraverso i collegamenti con gli stati nazionali e con gli organismi internazionali, le comunit diasporiche, e in generale le comunit transnazionali, possiedono buoni livelli di potere politico ed anche economico, buone capacit di costituire punti di aggregazione che superano le stesse appartenenze nazionali e/o etniche: e allora sovente esse sono o possono essere attori e agenti di cambiamenti politici sia nel loro paese di origine che in quello di accoglienza. E questa dinamica complessa e variamente articolata anche allinterno della stessa comunit diasporica, dimostra lerrore non solo teorico ma anche politico di riportare a modelli unici e generalizzanti le culture diasporiche, di considerare unitaria31

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mente le loro potenzialit quali agenti di cambiamento e di interpretare in modo univoco le finalit delle loro attivit. 3.4. Le culture dellemigrazione Per quanto riguarda lanalisi del fenomeno migratorio la nostra contemporaneit mostra differenze profonde con il passato. Le migrazioni sono oggi, come ieri, determinate da ragioni composite che affiancano, senza escludersi a vicenda, la ricerca di benessere alla necessit di sfuggire alla violenza della guerra e della persecuzione politica. E forse a questo livello le differenze con il passato sono pi quantitative che qualitative; grandi grupp i umani hanno sempre vissuto quasi contemporaneamente la diaspora della speranza, la diaspora del terrore, la diaspora della disperazione (Appadurai 1997). Le immagini dei treni del Kosovo non possono non richiamare alla nostra memoria i treni piombati dellOlocausto ma anche le navi di cittadini inglesi strappati alle carceri per popolare la riva fatale (Hughes 1990). Cos come i vestiti laceri, le scarpe sfondate, i fagotti di stracci dei kosovari della contemporaneit, ricordano i vestiti laceri, le scarpe sfondate, i fagotti di stracci documentati nel museo di Ellis Island, nella baia di New York, a ricordo della diaspora, anchessa carica di dolore e di speranza, che popol gli Stati Uniti dAmerica. Quello che oggi completamente nuovo che questi movimenti, queste diaspore, si muovono allinterno di un sistema di comunicazione ignoto nel passato, che d forma al desiderio e alloltraggio ma al tempo stesso anche agli adattamenti, alle scelte, alle ribellioni. Sono le trasmissioni televisive che portan o nelle nostre case e nelle nostre coscienze la marcia disperata di un popolo scacciato perch etnicamente non congeniale ad un territorio, sono le trasmissioni televisive che muovono i nostri antichi rimorsi costringendosi oggi, a differenza di ieri, a non poterci nascondere dietro lalibi della non conoscenza. Ma anche i vissuti delle vittime e dei carnefici sono attraversati, in parte determinati, comunque influenzati, dalla creazione di un immaginario collettivo
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che paradossalmente, proprio in un conflitto che pone alla sua base i principi di territorialit e di appartenenza etnica, trascende completamente gli spazi delle singole nazioni. Sono le trasmissioni televisive che spesso orientano e spingono individui e gruppi verso lesperienza migratoria: la rete che avvolge il nostro pianeta con le trasmissioni satellitari riempie tutti i continenti di immagini di ricchezza, di vita felice e libera aperta a tutti, e per quanto sia falsa e mistificante stato ed tuttora un fattore che d forma ed unifica il desiderio collettivo di milioni di individui: sovente poi i racconti stessi degli individui che vivono questa esperienza confermano agli occhi di chi non ancora partito il sogno: per non confessare le umiliazioni e i fallimenti di cui spesso la via dellemigrazione costellata, per allontanare dai propri familiari il dolore provato, per convincersi che la scelta fatta aveva una sua validit e una sua ragione. Allargando la nostra ottica, lintero spazio migratorio stravolto dallesistenza dei mezzi di comunicazione, dagli aeroplani ai fax, dalle trasmissioni televisive alle poste elettroniche, alle navigazioni in Internet: gli immigrati indiani guardano, in Gran Bretagna o in Italia, le telenovelas prodotte ne loro paese di origine, ricevono visite frequenti di parenti e amici; i tassisti pakistani percorrono le strade di Sydney ascol- tando le cassette delle preghiere registrate nelle lontane moschee del mondo musulmano, comunicano quotidiana- mente con le loro comunit; le antenne paraboliche che affol- lano le finestre dei centri di accoglienza predisposti in Emilia-Romagna per gli immigrati maghrebini portano, nelle loro povere stanze, le immagini e le voci dei loro paesi: pro- prio mentre si muore per una citt, per un villaggio, un cam- po, limmaginario collettivo si allarga, raggiunge spettatori appassionati che introdurranno in spazi culturali completa- mente diversi le immagini trasmesse nei loro paesi di origine. V poi un altro versante assai importante da aprire e, sia pure succintamente, da trattare: ed quello dellinfluenza che i mezzi di comunicazione di massa esercitano sul bacino di informazione e sullimmaginario collettivo che i cittadini di un paese oggetto di immigrazione posseggono sul feno33

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meno: anche se da tempo gli studiosi dei milieu mediatici ci raccomandano grande prudenza nello stabilire effetti diretti e univoci tra immagini, informazioni e comportamenti degli utenti, molti studi dimostrano che i mezzi di comunicazione prima fra tutti la televisione la cui recezione, per la sua fruibilit, assai pi facile ed immediata di altri mezzi, quali i quotidiani, la fotografia e i film hanno avuto un ruolo determinante nel costruire un alone di alterit intorno agli immigrati, riunendoli tutti in unaura di estraneit, di sospetto rispetto alle loro vere intenzioni, sottolineando le loro devianze ed etichettandoli tutti spesso indiscriminatamente come potenziali delinquenti. Il caso delle influenze che la televisione italiana ha avuto e continua ad avere sullimmaginario che si negli ultimi anni costruito sugli immigrati albanesi pu essere un esempio di questa azione. Unenfasi eccessiva definita unossessione nazionale (Wood, King, 2001: 15) sul rapporto tra migrazione e criminalit, una continua descrizione degli effetti negativi della migrazione e delle difficolt di inserimento nella societ italiana e di contatto con gli italiani stessi, allontanano la maggioranza degli italiani dal considerare in termini strutturali questi effetti dellemigrazione: non li collegano, cio, con il mercato del lavoro nero e con un sistema corrotto e malavitoso largamente presente nel nostro paese prima dellarrivo degli immigrati albanesi ma finiscono con il considerare un prodotto dellimmigrazione lintera area dellillecito e della devianza (Campani 2001). interessante notare che mentre questo immaginario collettivo si andava formando in Italia, le nostre trasmissioni, piene di benessere, di gioia di vivere, di vacanza continue e dorate, avevano grande influenza fra i giovani che vivevano nelle citt dellAlbania e che su queste immagini da terra promessa costruivano non solo il loro progetto emigratorio ma i presuppost i critici per abbattere il regime di Enver Hoxha : soprattutto costituivano lorizzonte onirico, limmaginario per desiderare di costruire una nuova soggettivit politica e personale che li sottraesse alloscuro e triste clima del totalitarismo in cui erano immersi. (N. Mai 2001)
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3.4.1. Nuove domande per nuovi approccimetodologici Tutte le societ producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare. Mi sembra che queste parole di Zygmut Bauman possano essere una buona introduzione alla ricerca di nuovi orientamenti epistemologici per i fenomeni migratori, a patto, forse che siamo disposti ad introdurre una precisazione: per produzione bisogna intendere una processualit che riguardi alla pari noi e gli altri. In altre parole lantropologia della contemporaneit pone una totale identificazione tra il soggetto e loggetto del suo interesse, tra noi e gli altri e rifiuta di identificare noi con noi stessi, noi stessi in quanto italiani e autoctoni attribuendo tutte le categorie dellalterit allimmigrato, allo straniero. In questa logica divisoria tanto la tesi che limmigrazione sia un fenomeno altamente positivo dal punt o di vista dellarricchimento culturale ed economico del paese ospite quanto quella apparentemente opposta che considera il fenomeno migratorio un danno e un rischio da ridurre e contenere al massimo, condividono a guardar bene la stessa posizione teorica, nonostante che ovviamente le rispettive pratiche politiche risultino poi contrapposte e nemiche. Ambedue in realt considerano limmigrazione un fenomeno unitario, privo di riferimenti contestuali, senza processualit n dinamiche relazionali. Ed invece lo scenario della contemporaneit con le sue miscele di trasversalit e di deterritorializzazione, di spaesamenti e di localismi esasperati richiede un profondo cambiamento nello studio e nelle politiche dei rapporti interculturali: se intendiamo svolgere un ruolo propositivo e attivo in un mondo transnazionale, popolato da culture sempre meno dipendenti da modelli culturali ed educativi unitari e coesi, dobbiamo elaborare nuovi strumenti per rivolgerci ai nuovi vissuti collettivi, articolati e complessi, commistioni dinamiche di realt e fantasia. Ogni qualvolta che ci si avvicini ad esaminare o a gestire lincontro con una cultura diversa si dovrebbe rifiutare lidea di trovarsi di fronte ad una totalit culturale elaborata
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localmente e costituita da un coeso sistema di pratiche ripetitive ed autoriproducentesi, mai sfiorato da influenze e attrazioni esterne. Se parto da questa idea di cultura coesa, prodotta unitariamente in un determinato territorio, il problema di come accogliere il gruppo di immigrati che preme lungo le coste del nostro mar Adriatico consiste soprattutto nel valutare come il loro arrivo cambier la nostra cultura e come lincontro con noi muter la loro: in questottica la politica verso gli immigrati deve essere tutta rivolta a mantenere un ordine culturale ipotizzato pi che contestualizzato ed individuato. Quale cultura siamo pronti ad elargire loro? Quali fra i molti aspetti che compongono il nostro milieu culturale siamo disposti a mostrar loro e a rendere loro accessibili? Quale la cultura dei kosovari in fuga, quale quella degli albanesi e quale quella dei curdi e dei magrebini e degli iraniani riuniti sui motoscafi della disperazione da eventi diversi, da occasioni tutte drammatiche ma determinate pi dalla casualit cha da un piano prestabilito? Quanti di essi condividono, al momento del loro arrivo, tradizioni avite o invece non sono gi partecipi di una cultura interstiziale e carica di contaminazioni e meticciati? Quanto labbandono di queste aspirazioni verso una cultura nuova, comunque altra da quella da cui fuggono, non sar determinato proprio dalla insistenza da noi formulata e modulat a in mille modi sulla differenza? Per quanto essa possa inizialmente ammantarsi di tolleranza e di accettazione, inevitabilmente carica di distanza e di diffidenza lincontro, risveglia richiami di un passato che la durezza delle nuove condizioni di vita e di lavoro potr far apparire degno di rimpianto. In effetti questa visione dei contatti culturali postula la possibilit di separare con un taglio netto gruppi e prodotti culturali, cancellare dalle nostre analisi e dai nostri interventi le relazioni, i richiami le risonanze che costituiscono la realt ibrida delle pratiche sociali. Ed oggi il nuovo universo della comunicazione ha fatto emergere con grande evidenza le continue mediazioni, gli intrecci degli scambi, gli
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andirivieni dei prestiti che costituiscono la vera e multiforme realt della produzione culturale. Solo riconoscere che oggi il mondo interconnesso ed interdipendente , ci permette di individuare i limiti di gran parte delle politiche immigratorie che con le loro separazioni, con le loro distinzioni, nei loro aspetti pi estremi possono esser lette ed interpretate come un potente mezzo per mantenere gli equilibri di potere esclusivamente in favore di un noi che rischia di essere sempre pi assediato, isolato e lontano dalla realt. Inoltre a legare ed ancorare la cultura ad un determinato spazio si aprono una serie di interrogativi di carattere generale ai quali mi sembra che sia sempre pi urgente cercare di dare una risposta. Quale cultura per i molti individui che abitano tutti i confini di tutti gli stati nazionali del mondo? E quale cultura per i milioni di individui che dallinizio del XX secolo hanno abbandonato i loro spazi in seguito allemigrazione, alla deportazione, alla fuga da sistemi violenti e repressivi o dalla furia delle guerre? A qual punto della sua storia un gruppo pu esser definito subcultura? E questa definizione comprensiva di tutti i suoi aspetti, di tutti i suoi caratteri o solo di alcuni? E cosa dire della sostenibilit di questo concetto quando ci troviamo di fronte ad alcune subculture che in seguito alla fine del coloniasmo politico sono divenute culture dominante rispetto allorganizzazione territoriale e istituzionale ma non rispetto al loro potere economico? Aprendo il tradizionale concetto di cultura a queste problematiche si affermano oggi le analisi che si interrogano sui nuovi aspetti che assumono il cambiamento sociale e le trasformazioni culturali che avvengono non pi in spazi disgiunti ma in spazi interconnessi. la riterritorializzazione dello spazio scrivono Akil Gupta e James Ferguson che ci obbliga a riconcettualizzare, sin dalle loro fondamenta, le politiche delle comunit, della solidariet e della differenza culturale (Gupta, Ferguson 1997: 37). Allanalisi del rapporto tra una cultura che eleva laltro allo stato del s o che abbassa il s alla dignit dellaltro, si sosti37

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tuisce unanalisi della cultura vista come luogo di differenziazioni e contaminazioni, con un dilagare di discriminazioni, con laffermarsi di omologazioni, con linsorgere di nuove differenze che raggiungono ritmi mai sperimentati prima dora. In questa prospettiva una pratica antropologica che voglia assumere allinterno dei suoi apparati teorici e delle sue pratiche metodologiche le nuove interdipendenze che caratterizzano lattuale commercio tra culture, che non voglia ignorare le frammentazioni e le fratture violente che si inseguono senza sosta nellattuale organizzazione spazio temporale, dovrebbe con decisione abbandonare i suoi tradizionali percorsi, porre al centro della sua riflessione i nuovi meticciati, le nuove contaminazioni culturali, scegliere come luogo privilegiato di attenzione le aree di confine, le aree incerte di nomadismo contemporaneo, rifiutando la centralit che la modernit affidava ad ununica cultura, ad un unico dominio. E forse trovare dei luoghi labili, fra i popoli della diaspora, dellesilio, delle migrazioni i suoi nuovi pensieri, le sue nuove parole. 3.5. I nomadismi turistici Sinora ho parlato dellansia di andare, di essere scacciati, di es- sere in pericolo, di arrivare e ricordare, di dimenticare e cam- biare. Ho considerato luoghi e tempi, immaginari vasti quan- to il mondo e accettazioni della materialit dura e dolorosa del percorso, di nomadismi reali e di nomadismi virtuali fatti nel- langolo di mondo che chiamo mio appartamento. Potrei aprire il mio intervento a molti altri esempi, rendendo il quadro meno sommario, pi complesso. Fra tutte le possibilit scelgo, in questa parte conclusiva, di accennare ad una forma di nomadismo che vorrei definire liminale, di soglia: e tratter del turismo, vale a dire di quegli spostamenti nello spazio che sono temporanei, a volte saltuari, a volte ciclici, legati, almeno apparentemente, alla scelta, al desiderio e che sembrano poter essere, per la loro apparente futilit, anche dimenticati. E che invece assumono per il
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numero di persone che coinvolgono, per le connessioni con settori assai rilevanti della societ contemporanea sempre maggior rilievo sia dal punto di vista dellanalisi culturale che dal punto di vista dei cambiamenti che introducono nel pa- norama mondiale. 3.5.1. Turismo ed analisi culturale della contemporaneit Il turismo rappresenta ad un livello pratico e teorico il convivere di molti aspetti contraddittori propri della nostra contemporaneit: unesperienza effimera ed aleatoria ma al tempo stesso ripetuta pi e pi volte nello spazio di un anno e di una vita: cos tanto occupa gli spazi e i tempi sia del mondo del benessere che del mondo della privazione, cos profondamente entra nelle abitudini diffuse tra centinaia di milioni di individui da poter essere considerato un elemento permanente della societ attuale nonostante che si svolga con ritmi sempre pi brevi e temporanei; avvicina ma al tempo stesso contrappone gruppi umani profondamente diversi; sottolinea la falsit della sua esperienza ma al tempo stesso ricerca quasi nevroticamente autenticit e tenuit; per molti aspetti unesperienza solitaria e individuale che al tempo stesso coinvolge negli stessi spazi e negli stessi tempi moltitudini tra loro ignote. Da qualche decennio ormai le scienze umane hanno rivolto la loro attenzione allanalisi del fenomeno turistico: divenuto una delle maggiori industrie del mondo ha rivelato le sue implicazioni molteplici e differenziate che sempre pi dimostrano legami profondi con gli apparati culturali del contatto fra gruppi diversi per storia, tradizioni, lingue, stili di vita e visioni del mondo. E sempre di pi appare profonda la relazione che lega le aspettative e le ripulse delle comunit coinvolte nel fenomeno turistico quella che accoglie e quella che visita ai problemi centrali nella riflessione antropologica contemporanea: innanzi tutto al concetto di cultura con i suoi corollari di eredit e di autenticit culturale, profondamente mutato da una realt in cui deterritorializzazione e localismo si susseguono e si alternano
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senza posa. E legato inoltre ai processi identitari che perdono il loro carattere unitario invasi da un susseguirsi costante di identificazioni superficiali e labili; ed infine alla circolarit dei rapporti che legano centro e periferie in uno scambio di elementi culturali globale ma allo stesso tempo dotato di un alto gradiente di differenziazione e di disuguaglianza (Callari Galli, Ceruti, Pievani 1998). Nellambito degli studi sul turismo, il dibattito si focalizza sugli effetti che le diverse forme di turismo hanno sia sulle co- munit/luoghi di attrazione turistica sia sulle comunit/luoghi da cui muovono i turisti. Il turismo, cos come stato prati- cato nella maggior parte delle regioni del mondo, e come continua ancora ad essere praticato, introduce violenti cam- biamenti nella vita dei paesi che ospitano, spesso travolge i loro costumi, i loro valori etici e religiosi, il loro ambiente ecologico, i loro insediamenti urbani. Tanto pi il turismo contemporaneo coinvolge aree caratterizzate da differenziali di potere nei loro aspetti economici, politici e sociali, tanto pi sembra balzare in primo piano la carica predatoria che anima oggi come ieri il rapporto tra le diversit gestito dai grandi della terra. Per rispettare tuttavia lo schema della complessit che ho posto sin dallinizio a base di questo intervento, va subito aggiunto che anche le comunit di origine dei turisti sono mutate, sia pure ad un livello pi superficiale, per la ricerca esoticache travalica il breve e comunque limitato arco di tempo del soggiorno e prosegue immettendo nelle nostre citt abitudini alimentari, oggetti, vestiti, cerimonie e feste altre da noi, che saldandosi con altri rapporti interculturali alcuni dei quali ben pi radicati e drammatici hanno profondamente stravolto i nostri gusti e lo stesso nostro rapporto con lalterit (Abram, Waldren, McLeod 1997). 3.5.2. Leggere il turismo contemporaneo Se si accetta questo commistione continua del fenomeno turistico, difficile applicare al suo interno separazioni e distinzioni nette, dividendo con taglio il turista dal non
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turista, il turista stagionale da quello estemporaneo. La stessa distinzione introdotta molti anni fa da Smith (1989 [1978]) tra turista ed ospite appare oggi inadeguata e impedendo molte ulteriori suddivisioni si dimostra poco utile per unanalisi antropologica accurata. Ad esempio, numerosi autori con le loro ricerche hanno dimostrato che lo stesso termine paese ospite in realt unisca persone che con il turista hanno rapporti profondamente differenziati, comprendendo individui che traggono benefici dal turismo, altri che lavorano in strutture adibite allaccoglienza, altri che con i turisti hanno rapporti occasionali e sporadici e altri ancora che ignorano la presenza dei turisti nel loro paese (Harrison 1992). Del resto le difficolt che incontriamo ad identificare una comunit ospitante ricalcano in gran parte le difficolt che incontriamo oggi a definire con chiarezza una comunit, ad individuare i suoi confini, a descrivere le sue caratteristiche, a stabilire la sua aderenza ad un determinato territorio. Il lungo dibattito che ha opposto negli anni 80 numerosi antropologi affannati ad identificare o a negare la possibilit di individuare i confini simbolici di una comunit (Cohen 1985) sembra oggi essersi risolto abbandonando i modi tradizionali di considerare la presenza di una comunit nel territorio, cessando di considerarla una entit ma cercando invece come avvenuto per il concetto di cultura di valorizzare le sue forme espressive e le sue relazioni. Molte, dunque, sono le difficolt che incontriamo nel disegnare una tipologia delle diverse forme di turismo presenti oggi nel mondo: ci troviamo di fronte ad una massa di individui centinaia di milioni che ogni anno, per periodi di tempo variabili, con modalit diverse si allontanano dalle proprie case per visitare regioni dai caratteri alquanto disparati: partono da luoghi diversi e raggiungono luoghi diversi, avendo scopi diversi. Anche ci che sembrerebbe unificarli il viaggiare se esaminato nella sua radicalit li accomuna ad altri milioni di individui, sino a coinvolgere lintera nostra specie che lungo il suo percors o evolutivo ha scelto, per la maggioranza del tempo, il nomadismo e non la sedentariet.
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Ed allora, invece di inseguire le macrodistinzioni presenti nella letteratura per distinguere le diverse forme del turismo (Smith 1989; Smith e Eadington 1992; Graburn 1995) e che mio avviso sono deboli per leccessivo livello di generalizzazione che contengono e per la loro provvisoriet, preferisco esporre caratteri, potenzialit, rischi dellapplicazione al fenomeno turistico del concetto di cultura. 3.5.2.1. Turismo culturale ed eredit storico-

Il turismo a causa dei potenti interessi economici che in grado di convogliare sui suoi progetti riesce anche ad influenzare, e talvolta addirittura a determinare, la percezione che una comunit ha della sua eredit culturale: indicare un tratto culturale, un oggetto, un monumento o unidea come parte delleredit di un gruppo, attribuirli ad una determinata epoca, significa partecipare alla costruzione sociale del suo passato, significa illuminare un universo simbolico, oscurandon e inevitabilmente altri: dando un determinato ordine al passato, in realt si prefigura lordine del presente. Esercitare il controllo del passato significa svolgere importanti ruoli nei processi identitari: cos scegliendo una determinata versione di un evento storico si legittimano relazioni sociali che travalicano lambito delle relazioni quotidiane al cui ordine sembrano appartenere le relazioni turistiche svolgono importanti funzioni nei processi politici, nella suddivisione del potere fra i diversi gruppi che costituiscono la comunit. Una buona esemplificazione di questo processo ci fornito dalle ricerche che John Allcock ha svolto in Macedonia e in Croazia (Allcock 1995). Nel primo caso la scelta di presentare ai turisti i resti di alcuni edifici sacri attribuendoli alla fede e alla ritualit cristiana tacendo che per secoli essi erano divenuti luoghi di culto islamici ha un alto significato simbolico ed assume forti valenze identitarie e politiche: infatti unaperta rivendicazione dellantichit e della continuit delleredit cristiana in una regione in cui esistono tensioni con i gruppi musulmani di origine albanese, unaffermazione, indiretta ma
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molto esplicita, dellestraneit, rispetto lattuale identit della nazione macedone, dei cinque secoli della notte turca. Nel secondo caso Allcock presenta la costruzione di un folklore nazionale croato, elaborato per fini turistici ma che in realt ha avuto lobiettivo di dimostrare lesistenza di una eredit culturale, antica e coerente, che attribuisca unit ad una regione storicamente attraversata per secoli da popoli diversi e dominat a da stati politicamente e culturalmente assai differenziati. Ambedue i casi esaminati da Allcock sono strettamente collegati allo sforzo delle autorit macedoni e croate di dare legittimit alle politiche dei nuovi stati che si sono costituiti dopo la fine della federazione iugoslava. Non molto rilevante che in un caso si sia operato su un sito storico-archeologico e nellaltro su produzioni di beni materiali ed immateriali, quali prodotti artigianali, motivi musicali, letteratura orale, ricostruzione di danze e cerimonie. Quello che in questa sede rilevante notare il ruolo privilegiato che lorganizzazione del turismo, dovrei dire la struttura del turismo, in grado di svolgere in questi complessi processi: da un lato nella comunicazione turistica processi ideologici, quali la creazione di una determinata eredit storica o linvenzione di radici identitarie comuni a gruppi oggi diversi sotto molti aspetti, trovano possibili forme di espressione e di validit: la presentazione di un monumento, di un sito archeologico, di una celebrazione cerimoniale, di un prodott o artigianale, nelle parole delle guide, nelle descrizioni dei tour operators e dei depliants turistici assume valore di verit storica, diviene nota, accettata e diffusa tanto tra i turisti quanto tra gli abitanti delle localit interessate. Dallaltro lato le espressioni usate per questa divulgazione si servono di una retorica ad alto valore divulgativo ma che generalmente sfugge al vaglio e allanalisi critica delle fonti e quindi della realt storica. Sulle nuove verit, sui valori simbolici che cos assumono oggetti e luoghi, sulle nuove memorie rappresentate per i turisti, si articolano nuovi processi identitari, si sviluppano nuove appartenenze, si riformulano alleanze e affinit.
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Inoltre le dimensioni del fenomeno turistico nella contemporaneit, il suo spandersi nei diversi continenti, il suo penetrare in gruppi e classi sociali profondamente diverse, le sue dinamiche che rendono difficile distinguere tra consumatori e produttori del fenomeno, non ci consentono pi di considerarlo un processo di comunicazione che si svolge tra culture diverse, separate da confini netti ed individuabili: in realt produzione turistica e consumo di luoghi, di incontri, di merci, fanno parte di un medesimo processo. Cos leredit del passato presentata al turista si riverbera e agisce nella determinazione dei processi identitari di chi ha costruito ad uso turistico questa eredit, trasforma il suo territorio, i suoi segni e i suoi prodott i ma modella anche la percezione che delle identit e della storia hanno i visitatori di quel paese. Il richiamo al concetto di cultura elaborato dalla ricerca antropologica mi sembra evidente: la cultura considerata un ventaglio di possibilit tra le quali il gruppo sceglie quali usare e quali scartare nel continuo processodi strutturare e ristrutturar e il suo presente e il suo passato, la cultura che in questa sua operazionalit coinvolge e attraversa settori dalla lunga tradizione, elementi nuovi e tratti apparentemente marginali. 3.5.2.2. Studi turistici a livello universitario Le categorie antropologiche divengono cos utili sia se si voglia interpretare unattivit complessa e articolata quale il turismo contemporaneo sia se, per sottrarlo allimprovvisazione e alla casualit, si vogliano progettare corsi di studi che preparino esperti per la sua gestione e per la sua programmazione. I riferimenti alle discipline antropologiche e laccento su un turismo attento alle implicazioni culturali caratterizza due corsi di studio che da qualche tempo coordino, per lUniversit di Bologna, sul tema del turismo: il primo un corso di Master sullo Sviluppo turistico attivato in Cambogia, il secondo un corso di specializzazione post-laurea in Turismo culturale attivo nellarea adriatica, in particolare in quella che comprend e la rete universitaria Uniadrion.
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Pi che addentrarmi nella descrizione particolareggiata degli impianti dei due corsi, cercher ora sinteticamente di presentare pi che le loro specificit i caratteri che li accomunano. Si rivolgono ambedue a studenti che hanno conseguito al- meno un primo livello di laurea; hanno previsto, per lam- missione ai corsi, una selezione basata sia sui percorsi di studio e di lavoro compiuti, sia su una serie di prove; ambe- due hanno lobiettivo di formare esperti in pianificazione e programmazione delle attivit turistiche affiancando, du- rante gli anni di corso, attivit didattiche e di ricerca; anche se in misura differente, ambedue sfruttano i collegamenti via informatica; la durata di quello svolto in Cambogia di cinque semestri, di quello rivolto allarea adriatica di otto. Si basano su una collaborazione fra regioni diverse e universit appartenenti a paesi diversi: luno coinvolge oltre lU- niversit di Bologna, la Royal University of Phnom Penh e lUniversity of Technology of Sydney, il secondo oltre lUni- versit di Bologna, le Universit degli Stati che affacciandosi sul mar Adriatico partecipano della rete Uniadrion (Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania). Le aree disciplinari coinvol- te nei programmi di insegnamento e di ricerca sono oltre quelle antropologiche, quelle sociologiche, economiche, geo- grafiche, linguistiche, della comunicazione, con riferimenti giuridici ed informatici. Lanalisi culturale, sia dei flussi turi- stici che delle potenzialit presenti nelle diverse localit in un certo senso riunisce ed unifica i contributi delle singole discipline che dai loro specifici punti di vista mettono a fuoco i vantaggi ma anche i rischi dello sviluppo turistico, particolarmente quando si svolge in aree che per lungo tempo sono state sottratte ad esso e che al tempo stesso sono state recentemente teatro di conflitti aspri e dolorosi. Le domande a cui si cerca di rispondere, con questi studi e con queste ricerche, sono complesse e pi che soluzioni ci aspettiamo, dalla collaborazione tra docenti e studenti appartenenti a tradizioni tante diverse, spunti, suggerimenti, percorsi. Quali caratteri possono assumere i rischi della distruzione e dellinquinamento dellambiente, della lacerazione dei rapporti sociali e del travisamento delle culture tradizionali ge-

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neralmente connessi con il turismo di massa, in aree, quali quelle oggetto dei due corsi, che tentano di ricostruire paesaggi e citt, relazioni sociali e ritmi di vita profondamente turbati da eventi diversi ma in tutti i casi drammatici e profondamente incisi nella memoria e nel territorio? In che modo pu un turismo culturale e sostenibile partecipare positivamente a questa ricostruzione? In che modo lincontro e lo sguardo turistico possono contribuire alla creazione di luoghi/modi in cui si sfugga tanto alla rivendicazione localistica ed esasperata dellorgoglio regionalista quanto al vuoto cosmopolitismo di unautenticit teatrale, rappresentata per i turisti ai fini di un guadagno facile ed immediato? Il turismo culturale non una panacea che possa risolvere tutti i problemi ma soprattutto non pu essere visto come un nuovo modo per attrarre un maggior numero di turisti e una maggiore quantit di denaro. Potrebbe invece essere unopportunit per conoscere con pi accuratezza il mondo in cui viviamo, per sviluppare le nostre sensibilit, per far parlare le nostre emozioni; dovrebbe poter migliorare la qualit della vita delle comunit coinvolte ospitanti ed ospitate rendendole pi consapevoli dellimportanza di viaggiare e di accogliere, di saper apprezzare il paesaggio, gli incontri, le nuove esperienze. Lo sviluppo del turismo culturale potrebbe divenire unopportunit per valorizzare il nostro passato, la nostra storia, la nostra eredit ma al tempo stesso un modo per poter partecipare ad una cultura in grado di uscire da s stessa per comunicare con le molte diversit che oggi percorrono a livello reale e/o virtuale il mondo. Da un lato, sottolineando le caratteristiche e le possibilit del turismo culturale, ogni comunit sollecitata e spinta a conservare e valorizzare i propri beni culturali; dallaltro ogni programmazione e ogni gestione del turismo deve prestare grande attenzione agli orientamenti generali di una cultura mondiale che ogni giorno, con i suoi spostamenti, con i suoi nomadismi, aumenta il suo livello di interdipendenza e di globalit. Tra queste due tensioni va svolta, a livello di ricerca, di didattica e di politica culturale, una continua opera di mediazione af46

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finch laccresciuta visibilit delle comunit locali e delle loro potenzialit produca nuovi processi identitari, svincolati dalle pesanti ipoteche del passato e dai condizionamenti del presente ma aperti al dialogo, allincontro con le molte differenze che oggi percorrono il nostro pianeta.

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A VOLTE RITORNANO Fantasma e nomadismi nippo-occidentali di Luigi Urru

Luomo che si definisse in congruenza a una patria sarebbe un animale che ha fatto propria la prerogativa vegetale di mettere radici. Peter Sloterdijk

stato Walter Benjamin a darci una delle allegorie pi potenti dellesperienza della modernit. In un famoso saggio egli interpreta il quadro Angelus Novus di Paul Klee come ritratto dellangelo della storia:
Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Langelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto verso il passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre linfranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si impigliata nelle sue ali, ed cos forte che egli non pu pi chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ci che chiamiamo il progresso, questa tempesta. [1962: 80].

Due sono pertanto, secondo Benjamin, i tratti salienti della modernit/progesso . In primo luogo, la devastazione senza tregua che distingue il suo passaggio, e che il desiderio di ricomporre linfranto da parte di quella figura angelica che la storia non mitiga minimamente. In secondo luogo, il moto impetuoso e irresistibile verso un futuro tanto oscuro quanto lo lesperienza che ne concessa: rebours, di spalle. Una esperienza, questa, fattibile solo post quem, dopo cio che la devastazione ha avuto luogo. dunque un movimento inarrestabile, cieco e travolgente a costituire per Benjamin la caratteristica saliente dei tempi moderni: e uno sguardo alla situazione del mondo contemporaneo in par53

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te ancora impelagato nel progetto della modernit sembra, almeno provvisoriamente, dargli ragione. La modernit (ma sarebbe meglio dire le modernit, poich non si tratta di un prodotto esclusivo dellOccidente) ha fatto tabula rasa di ci che ha incontrato sul proprio cammino. Una visione apocalittica senza dubbio, questa che Benjamin ci consegna. E qui sintenda doppiamente il termine. Levidenza filologica afferma che la parola apocalisse non significa altro che rivelazione. Benjamin ha appunto la franchezza di rivelare il lato sconvolgente della modernit. Anche in questo breve testo egli non smentisce la sua migliore caratteristica di sfaldatore di drappi; se essere moderni significa supporci in una condizione che promette successo, felicit, avventura, potere, sviluppo e trasformazione dellindividuo e della societ, Benjamin squarcia questo velo immaginifico e in poche righe ci mostra la nudit del re:
la modernit indagata nei suoi cascami rivelatori, e solo in apparenza insignificanti, [] sospinge [Benjamin] a coglier[n]e e a svelar[n]e i sogni, i suoi miti pi o meno segreti, le sue immagini nascostamente depositate e pur tuttavia documentabili negli stili e nei luoghi del suo abitare. (Remotti 1996: 140).

Apocalisse infatti, cos vogliono laccezione corrente e il di- zionario siamo al secondo significato del termine vuole anche dire catastrofe, capovolgimento, fine traumatica dei tempi. Sotto il drappo della modernit squarciato dal critico tedesco lo svelamento dellincantesimo stanno appunto le rovine che essa stessa produce. Questo mondo infranto, reduce, simultaneamente disincantato, spaesato e liberato nella constatazione della perdita, costituisce la materia del presente scritto, in una prospettiva, tuttavia, che non intende rendersi debitrice verso Benjamin e la malinconica irreparabilit sottesa alle sue affermazioni oltre ci che impone lo spunto davvio. La prospettiva che si avanza qui mira piuttosto a dare liceit vitale e feconda a quei frammenti, analizzando alcune peculiari, forse effimere configurazioni che essi assumono nella contemporaneit. Non si
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Alle volte ritornano

tratter di una esposizione sistematica e gli esempi verranno scelti, con una disinvoltura che si spera non risulti fastidiosa, attingendo a un panorama culturale geograficamente molto lontano dellEuropa, quello delle odierne metropoli giapponesi, a cominciare da Tokyo, dove ho avuto modo di soggiornare a pi riprese nel corso degli anni 2002 e 2003. Attraverso un esame del perdurante gioco dei reciproci esotismi tra il Giappone e lOccidente, e con una particolare attenzione ai fenomeni della cultura di massa in contesto urbano, nelle pagine che seguono si sosterr la tesi secondo cui lavvento di una modernit planetaria ha indotto uno spaesamento di duplice natura. Si mostrer quindi come esso non solo induca forme di disagio per un passato perduto (e ora mitizzato in nostalgici recuperi), quanto piuttosto stimoli creativamente inedite articolazioni identitarie individuali e collettive. In primo luogo, spaesati (alle volte svagatamente spaesati) sono gli attori sociali delle culture altre che hanno scelto o si sono visti imporre la modernit per le proprie pratiche e i propri sistemi simbolici; essi sempre pi partecipano a una condizione di ibridit processuale intrisa di nostalgia per un passato fantasmatico. Ecco quanto afferma Marilyn Ivy riguardo gli sconvolgimenti causati dallavvento di una modernit nipponica:
Nel momento in cui lindustria culturale cerca di persuadere i giapponesi che ogni cosa al propri o posto e nulla andato perduto, sorge contemporaneament e il dubbio, espresso alle volte in modi oscuri, che questo lavoro di persuasione non sarebbe necessario se non ci fossero perdite da lamentare. Ecco dunque i consumanti e consumabili piaceri della nostalgia, intesa come un ambiguo vagheggiamento che cancella la differenza temporale tra soggetto e oggetto del desiderio, e partecipa non solo dellimpossibilit ma anche della fondamentale mancanza di volont di recuperare ci che si perso. Poich la perdita della nostalgia e cio la perdita del desiderio per ci che non pi in quanto lo si ritrovato pu essere pi spiacevole della perdit a originaria. (1995: 10. Enfasi originale).

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Negli ambiti pi diversi del Giappone odierno si osserva in effetti un ostinato richiamo alle origini e alla tradizione: nella celebrazione turistica di simboli nazionali e di luoghi di memoria storica, siano essi i palazzi dellantica capitale Kyo- to o il cono innevato del monte Fuji; nellinteresse per gli studi etnologici e folcloristici che articolano i momenti di continuit di una identit nazionale oltre le scompostezze in- dotte dalla modernit; nelle campagne pubblicitarie che sfruttano e nutron o la nostalgia per i bei tempi andati e i suoi riti collettivi. In secondo luogo, spaesato lo stesso discorso antropologico che, negli angoli di mondo attraverso i quali ha tradizionalmente plasmato la propria impresa conoscitiva, rinviene una alterit edulcorata, sminuita, globalizzata e comunque nutrita di immagini fantasmagoriche che si rifanno proprio a quellOccidente che pensava di aver lasciato a casa. Ci costituirebbe per alcuni autori la morte della disciplina, uscita dal proprio episteme e ormai priva di una seria ragion dessere. E tuttavia, secondo Matilde Callari Galli, un elemento distintivo dellantropologia lattenzione alla variabilit, agli aspetti pi ambigui del comportamento culturale, alle zone pi opache dei rapporti simbolici e della vita quotidiana (1999: 127-8). Lantropologia trova la via entro il labirinto della contemporaneit se aderisce alla molteplicit delle pratiche quotidiane, alla banalit ordinaria di ci che succede tutti i giorni a latitudini diverse, anche quando tutto questo ha perduto levidenza trasparente dellalterit imme- diatamente percepibile. ancora sempre nel quotidiano (in- triso di modernit o sopravvissutole), nei nonnulla che pas- sano invisibili e automatici, nelle apparenti banalit di ogni giorno, che organizziamo lidentit e la memoria, lapparte- nenza e il disincanto, il locale e il globale. Ci che lindagine antropologica si trova oggi a indagare cos diventato un gioco di riflessi erratici, un nomadismo di rappresentazioni, desideri, nostalgie dellidentit e dellalterit di volta in volta variamente addomesticati, incorporati e ricreati in contesti locali. un apparire e svanire di fantasmi, nella forma di perdite, recuperi e simulazioni dalle traiettorie non facili ep56

Alle volte ritornano

pure efficaci nello sparigliare troppo immediate opposizioni dicotomiche tra il s e laltro, il qui e laltrove, il tradizionale e il moderno, il reale e limmaginario, loriginale e la copia, lOriente e lOccidente. Le nozioni stesse di identit e alte- rit, che sino a oggi hanno fondato gran parte del discorso antropologico, mostrano la propria debolezza in un mondo dove la modernit, o i suoi frammenti, sono pressoch ubi- qui a tutto il pianeta. Come afferma Denise Brahimi in con- clusione al suo studio sui paradossi del japonisme:
La nozione di differenza molto forte, ma essa non agisce nei confronti delle due entit occidentale e nipponica perch n luna n laltra sono identificabili con ci che costituirebbe la loro peculiare identit. Ciascuna piuttosto composta da una interna variet, e nelluna e nellaltra si ritrovano elementi di somiglianza dei quali non si pu davvero affermare quanto siano occidentali o nipponici. (1992: 205-6. Enfasi originale).

1. I fantasmi e il lavoro dellimmaginazione Approfittando dellindeterminatezza che accompagna le righe appena citate, appare utile a questo punto elaborare la nozione di fantasma introdotta poco sopra: essa percorrer lordito di questo saggio in modi ricorrenti e imprevedibili e si ispirer nei suoi tratti fondamentali allo studio che le ha riservato Giorgio Agamben. Che avverte:
Noi moderni, forse per labitudine ad accentuare laspetto razionale e astratto dei processi conoscitivi, abbiamo cessato da un pezzo di stupirci del misterioso potere dellimmagine interiore, di questo inquieto popolo di meticci (come lo chiamer Freud) che anima i nostri sogni e domina la nostra veglia forse pi di quant o siamo disposti ad ammettere. (1977: 90).

Il ricorso alla nozione di fantasma non si basa tuttavia esclusivamente sulla consapevolezza della parzialit alla quale si espone il pensiero razionale. Come si vedr, il fantasma
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strategicamente pertinente allanalisi antropologica della contemporaneit perch, in modo simile a quello delle dottrine platoniche, aristoteliche e medievali commentate dal filosofo italiano, permette di dare ragione di tutta una serie di fenomeni altrimenti inspiegabili (1977: 31). Il fantasma innanzi tutt o evidenzia limportanza, decisiva nel mondo contemporaneo, dei traffici dellincorporeo: la circolazione, cio, di immaginari (spesso peraltro associati a specifici, materiali beni di consumo) che plasmano le nostre esperienze, emozioni, desideri. Esso poi contribuisce a definire con maggiore accuratezza la natura stessa di questi immaginari come forme fittizie (da intendersi etimologicamente dal latino facio) che partecipano di realt e fantasia, che anzi costruiscono il s e laltro mescolando realt e fantasia, e costituiscono serbatoi di risorse a cui attingere per lazione, la definizione identitaria, lacquisizione di status e di potere. Proprio la flessibilit degli odierni traffici dellincorporeo d luogo al pieno dispiegamento delle potenzialit dellimmagi- nazione: a livello del singolo individuo che definisce la propria identit e attribuisce un senso allesistenza che sta vivendo, e a livello collettivo nel processo di articolazione delle identit nazionali e sovranazionali. Non pi oppio dei popoli, non fu- ga da una realt regolata da pi stringenti meccanismi mate- riali, neanche passatempo delle classi agiate dedite allozio n esercizio di intelletto poetico, limmaginazione
diventata un territorio organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro [] e di negoziazione tra attori sociali (gli individui) e campi di possibilit definiti globalmente. []. Limmaginazione ormai essenziale per ogni forma di azione, essa stessa un fatto sociale, una componente chiave del nuovo ordine della societ. (Appadurai 1996: 31).

dunque attraverso il lavoro dellimmaginazione che la contemporaneit occidentale e nipponica si popola di una ridda di reciproci fantasmi, le cui apparizioni assumono forme tangibili (essenzialmente uomini e merci) oppure impalpabili ma non meno durevoli (immagini, miti, canzoni, sogni, fantasie, capitali) le quali se da un lato rimandano ad alterit
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lontane, perse o anelate, dallaltro compongono queste ultime entro scenari locali significativi e ineffabili. Significativi, perch gli individui vi articolano sensatamente le loro vite; ineffabili, perch anche una brillante analisi antropologica si trova impacciata ad articolare parole che esauriscano il mistero dellalterit nel suo fascino e sconcerto. Il fantasma si pone [] sotto il segno del desiderio scrive Agamben (1977: 86): dovrebbe essere assente e invece al- le volte ritorna; sospeso com tra presenza ed evanescenza, esso agisce da tramite verso un altrove e un altrimenti; la ra- pidit e limprevedibilit delle apparizioni, bilanciate dalla ri- correnza nello spazio e nel tempo, come anche lagile mobi- lit che non incontra ostacoli fanno del fantasma un ele- mento trasversale per antonomasia, capace di camuffare la sua corporeit inconsistente sotto molteplici lenzuola. Il fantasma appare e agisce in modi diversi a seconda delle si- tuazioni e anzi ogni tentativo di descriverlo in termini di una forma compiuta che resiste al tempo destinato a fallire; la sua stessa esistenza non certificata: messa in dubbio da- gli scettici, esagerata nei suoi effetti imprevedibili da chi ne ha fatto esperienza, essa per lo pi soggiace inconsapevol- mente alla ordinariet delle abitudini e dei discorsi mediati- ci: fantasmi del passato nei cataloghi del Museo di Edo- Tokyo, fantasmi di sogni esotici negli alberghett i tipici (ryokan) della capitale frequentati da turisti occidentali in cerca del Giappone autentico, fantasmi di una comunit na- zionale nella contemplazione dei ciliegi in fiore (hanami) e di una comunit di quartiere nella nudit condivisa ai bagni pubblici (sent), fantasmi di un altrove nelle code per acquistare al depto (grande magazzino) i croissant al burro della parigina Maison Kayser. Illusorio eppur potente, elastico, cedevole e tenace a un tempo, mediatore inaffidabile per definizione, il fantasma (o per essere pi chiari: la nozione di fantasma) utile nel dare risalto alla grana fine fantasmatica, appunto di un processo di globalizzazione da pi parti invocato come totalizzante, irreversibile e definitorio di inizio millennio. La visione del sistema globale che qui si propone non
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tuttavia quella univoca del trionfo ubiquo di modelli culturali occidentali e neppure quella refrattaria allanalisi, e da alcuni critici considerata come un corollario della precedente, di un indifferenziato pastiche postmoderno valido a ogni latitudine. Il processo di globalizzazione non consiste nel mero trasferimento di merci, immagini e capitali da un centro (lOccidente) a una periferia colonizzata o comunque subordinata (il resto del mondo). In questo senso lecito affermare che la globalizzazione gi avvenuta con larticolazione su scala planetaria di un sistema di produzione e consumo capitalista. La globalizzazione della contemporaneit va piuttosto osservata nella variet delle risposte culturali e politiche di una periferia che non accetta pi di essere tale, nei processi di ibridazione processuale, diversi da contesto a contesto, innescati proprio dallavvento di una cornice di riferimento unitaria. Oggi la globalizzazione attenua laspetto unidirezionale del trasferiment o centro/periferia e diviene interconnessione, rete, rizoma senza assi privilegiati e bonacce planetarie, quanto invece flussi multidirezionali, la nascita di centri antagonisti, sfaldamenti, parodie, fantasmi, che in ultima analisi e paradossalmente inducono una provincializzazione dellOccidente. Se infatti innegabile che il paradigma capitalista tuttuno con una secolare disparit di potere e di accesso alle risorse tra Occident e e colonie, pur vero che nella sua estensione a tutto il pianeta esso perde giocoforza unit e omogeit, si articola variamente, accomoda tradizioni indigene o ne sollecita la riscoperta, fino al punto di snaturarsi nella riorganizzazione di contesti locali. Lasistematico sistema globale, sopra tutto per ci che riguarda la sua componente estremo orientale, piuttosto ricolmo di ironia e di resistenze, alle volte camuffate come forme di passivit e appetito senza fondo del mondo asiatico per le cose dOccidente (Appadurai 1996: 29). La disseminazione di modelli occidentali non ha leffetto di eliminare in un colpo le differenze culturali; al contrario, essa spesso accompagnata da un parallelo processo di costruzione della differenza, non fosse altro che in forme nostalgiche per un passato idealizzato. E anche quando la nostalgia
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non gioca la parte che le potrebbe spettare, le risposte alla globalizzazione possono allontanare anzich avvicinare allOccidente. Il Giappone degli anni Novanta, per esempio, stato percorso da tutta una serie di slogan a sfondo politicoidentitari o che, nella maggior parte dei casi, caldeggiavano un ribaltament o rispetto al classico Datsua ny (Fuggi lAsia, entra in Occidente ) coniato verso la fine del secolo precedente. Tali slogan reclamavano in effetti un allontanamento dallOccidente e un riavvicinamento al continente asiatico:
Il pi famoso Datsu nyo (Fuggi lOccidente, entra Asia) []. Altri, che hanno la premura di non chiamare causa gli Stati Uniti, caldeggiano un Ny nya (Entra Occidente e in Asia) []oppure Han nya (Entra Asia insieme allOccidente). (Iwabuchi, 2002: 14). in in in in

Sembra dunque che la globalizzazione come la osserviamo nel nostro tempo non necessariamente costituisca un pericolo per la sopravvivenza delle differenze culturali; e nel ca- so in cui queste appaiano alleggerite sar allora il senso di straniamento prodott o da una inaspettata somiglianza a inte- ressare lantropologo. Il rischio della globalizzazione risiede piuttosto nella retorica che laccompagna, adottata tanto dai suoi sostenitori quanto dai suoi detrattori: come se essa fosse lunica possibile lente interpretativ a per mettere a fuoco le di- namiche della contemporaneit. Di questo passo la globaliz- zazione si avvia a diventare una grande narrazione (una ideologia) al pari di quelle che hanno sostanziato il dibattito intellettuale e il clima politico del XX secolo. Con il rischio per di replicarne i vizi e dimenticarne le virt:
Il problema della tesi della globalizzazione che ignora differenze locali che non possono essere ridotte a semplici varianti di un sistema onnicomprensivo. Sebbene io non neghi che la presenza dei capitali delle multinazionali sia sempre pi pervasiva e stia trasformando in modo radicale vari paesi non occidentali, non credo tuttavia che i teorici occidentali possano appellarsi a questo dato di fatto per sostenere che la poliedricit del mondo sia infine stata sussunta entro i parametri di una sola totalit []. [] 61

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ignorando leterogeneit delle voci dellAltro, i teorici che hanno una visione totalizzante della storia tendono a soccombere a una qualche sorta di imperialismo, neo-colonialismo, od orientalismo. (Yoshimoto 1989: 8).

La stessa ipotesi dellassoluta novit del processo di globalizzazione, non affatto consistente. Si gi accennato sopra quanto la globalizzazione tragga alimento dalla perdurante asimmetria di potere e di accesso alle risorse tra i paesi occidentali e il resto del mondo. Essa cio perpetua i fantasmi di una secolare sudditanza coloniale. Per ci che riguarda il Giappone, inoltre, bene tenere presenti le osservazioni di Flavia Monceri; la studiosa nota che gi tra la fine del XIX e linizio del XX secolo, cio circa centanni fa, intellettuali nipponici di elevata caratura come Nitobe Inaz e Okakur a Kakuz non solo elaborarono lucide riflessioni sui cambiamenti in atto nei rapporti tra il loro paese e lOccidente e vi offrirono, ciascuno a suo modo, approcci originali, ma sopra tutto gi ragionavano entro il contesto globale di un sistema mondo dove Oriente e Occidente non potevano pi fingere di non conoscersi. Lacunosa piuttosto la nostra conoscenza di questi fatti e in particolare delle risposte creative che le societ altre hanno dato e danno tuttora alle sollecitazioni di una cultura occidentale che frutto di una particolare configurazione storica [] mentre continua a essere intesa come il punto di approdo di una linea di sviluppo unica e irreversibile (Monceri 2000: 19). 2. Lantropologiae lo spaesamento della modernit
La modernizzazione del Giappone non che la storia di una somiglianza. Sullarcipelago [giapponese] sorta una modernit allo stesso tempo emula e rivale di quella occidentale. Una modernit singolare, inopinatamente sorta allestremo opposto del pianeta, ha spossessato lOccidente del monopolio che pensava di detenere e ne ha preso alla sprovvista il modo di pensare. (Pons 1988: 9).

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Lavvento della modernit in Giappone il resoconto di una forzatura: come noto, la presenza di navi americane al largo dei porti nipponici a indurre le autorit del paese, a met Ottocento, a porre fine a oltre due secoli di chiusura delle frontiere. Questo periodo di isolamento, durato dal 1639 al 1853 e chiamato sakoku, non fu tuttavia un periodo di oscurantismo. Secondo Philippe Pons esso rappresent anzi il secolo dei Lumi del Giappone, un lungo momento creativo, durante il quale prese forma una peculiare cultura urbana e popolare, affrancatasi in larga misura dallestetica alambiccata dellaristocrazia e da un certo pessimismo indotto dal buddismo. In altri termini, and elaborandosi un particolare approccio estetico al mondo, si affermarono costumi e uno spirito prammatico e ribelle indici di un umanesimo e unarte di vivere che impregnano ancora fortemente la mentalit metropolitana contemporanea (1988: 55). In ogni caso, la data del 1868 (anno della riapertura officiale delle frontiere e della reistituzione al trono dellimperatore Meiji) inaugura per il Giappone una intensit di contatti con il mondo esterno e di cambiamenti sociali che avrebbe avuto del prodigioso. Come prodigiosi sarebbero state pi tardi la ripresa nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale e la kodo keizai seicho (fulminea crescita economica) della fine degli anni Settanta e Ottanta ora sgonfiata e ribattezzata baburu (bubble) keizai. Mi soffermer pi avanti sulla effettiva bont di una scelta interpretativa che assegna al mutamento culturale giapponese, e a certe sue fasi storicamente individuabili, un carattere eccezionale e per ci stesso enigmatico. Qui vorrei invece discutere gli effetti che leccezionalit del supposto prodigio nipponico ha comunque avuto sui tentativi di comprensione antropologica. Marilyn Ivy afferma, in apertura del suo intenso volume, che parlare del Giappone della fine del XX secolo spariglia le ovviet dellordine mondiale. []. Il Giappone sembra ubiquo, nomadico, transnazionale (1995: 1). Il Giappone destabilizza la classica accoppiata Oriente / Occidente, manda a gambe allaria il nostro senso dello spazio e del tempo,
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fa vacillare le capacit di orientamento tacitamente ispirate a uno schema di supremazia occidentale di retaggio coloniale. Lingresso del Giappone, a un certo punto della sua storia, nel discorso della modernit mette ora in discussione la centralit stessa dellOccidente sulla mappa del pianeta, certifica che la modernit pu assumere forme lontanissime da quelle concepite e storicamente vissute in Occidente e consegna questultimo a un passato del quale resta solo lillusione fantasmatica di essere il centro del mondo. Tanto pi che, come ha mostrato Philippe Pons, la singolarit dellesperienza giapponese della modernit dovuta a un latente sostrato ben pi antico dellapertura delle frontiere centocinquantanni fa: Le radici intellettuali e culturali del Giappone moderno affondano [] nei secoli XVII e XVIII, nellepoca degli shgun Tokugawa [] il vero periodo di incubazione della modernit nipponica (1988: 17). Se dunque la scoperta della modernit giapponese relativizza la posizione dellOccidente sullo schacchiere planetario, ancora pi interessanti appaiono gli effetti che essa esercita sulla concezione stessa di alterit la quale tradizionalmente apparsa come una componente irrinunciabile del discorso antropologico:
Lascesa del Giappone ai primi posti fra le potenze mondiali dimbarazzo a qualsiasi tesi radicata nel progetto illuminista [occidentale] e ci nonostant e profondamente inbricata nellOccidente. Come tale [il Giappone] permane in una cronica posizione di mai completa alterit n mai completa identit a se stesso. (Perry 1998: 81. Enfasi mia).

chiaro quanto lincontro della modernit giapponese con lantropologia sia stato un fattore di turbamento, dinquietudine, di spaesamento. Nemmeno allinterno di un pacchiano discorso orientalista la societ giapponese ha mai potuto essere considerat a selvaggia o primitiva, societ senza stato, senza scrittura , senza storia tutte espressioni, sia detto per inciso, che a lungo hanno designato gli oggetti di indagine prediletti dagli antropologi . Certo, anche in Giappone lan- tropologia ha cercato di ritagliarsi un angolo tutto suo, ini64

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zialmente occupandosi di comunit rurali e di villaggi di pescatori come testimoniano le etnografie di John Embree, A Japanese Village. Suye Mura, pubblicata nel 1946, e di Edward Norbeck, Takashima. A Fishing Community, del 1954. Si osservi tuttavia il paradosso, destabilizzante per lortodossia della disciplina: ben prima dei ricercatori occidentali, furono gli stessi studiosi giapponesi a fare del Giappone un oggetto di indagine antropologica, a osservarlo con uno sguardo da lontano e a ricavare descrizioni sistematiche della propria cultura attraverso lunghe ricognizioni sul campo. Se a met Novecento le missioni antropologiche occidentali, sponsorizzate da universit statunitensi , anacronisticamente ignoravano la componente urban a e limpianto nazionale della societ giapponese, gi circa mezzo secolo prima unquipe di studio tutta nipponica aveva invece dato prova di una acuta consapevolezza dei cambiamenti in corso e aveva redatto lepopea etnografica di un Giappone che andava in frantumi di fronte alla modernit. Yanagida Kunio e i suoi collaboratori, oggi po- sti a capostipite degli studi etno-antropologic i nipponici, per anni percorsero larcipelago in lungo e in largo compilando, nei primi decenni del secolo scorso, ben tredici dizionari ra- gionati, noti come Bunrui minzoku goish, su consuetudini matrimoniali, riti funebri, prescrizioni e tabu, tipologie abita- tive urbane e domestiche, ricorrenze festive stagionali, culti e religioni, educazione dei bambini e struttura della famiglia. In anticipo sulle ricerche occidentali, lquipe di Yanagida mo- str di possedere una sensibilit nutrita di fondamentali cate- gorie della modernit: per gli argomenti scelti, per il metodo adottato e sopra tutto per la lucidit riguard o lurgenza di in- dagare un paese che cambiava a ritmi sostenuti. Chiaramente, limpresa di Yanagida contribu non poco a creare il tenace fantasma di un Giappone comera dove la vita scorreva si- cura nei solchi dellidentit e della tradizione, prima dellav- vento di una modernit a cui oggi, in Giappone, nessuno ri- nuncerebbe pur deprecandone gli effetti devastanti. Non meno tenaci sono i fantasmi emersi dalle opere di antropologi occidentali, sopra tutto quando, e si pensi per esempio al best seller di Ruth Benedict Il crisantemo e la
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spada (che discuter oltre), hanno sfoggiato, applicandole al Giappone, le ambizioni olistiche che in altri angoli di mondo hanno contraddistinto limpresa conoscitiva dellantropologia; il risultato stato ovvio e paralizzante: studi onnicomprensivi della societ nipponica (ammettendo che qualcosa del genere esista) sono solo possibili al prezzo di un generico appiattimento dellanalisi; il semplice fatto geografico giapponese (un paese di oltre tremila isole sventagliate per venti gradi di latitudine) dovrebbe bastare a tener lontana la tentazione di considerare la societ dellarcipelago un amalgama culturale omogeneo e incoraggiare invece un approccio che ne esplori la variabilit delle sue contemporanee configurazioni. Forse, allora, non un caso che i lavori dei due decenni che hanno preceduto e seguito la Seconda Guerra Mondiale e che eludevano il confronto con la modernit n consideravano il pi ampio, gi globale contesto nel quale agiva il Giappone dellepoca, abbiano pagato il caro prezzo della inconsistenza dei propri assunti teorici, come ha poi osservato Brian Moeran (1990: 342-343). 3. Cultura di massa e adesione alla realt Solo quando gli antropologi hanno iniziato a fare decisamente i conti con il potenziale destabilizzante che la societ giapponese, intesa nella sua peculiare via alla modernit e alla contemporaneit, poteva avere sulla stessa disciplina antropologica, sui suoi concetti, strumenti e metodi, solo allora, e cio non pi di ventanni fa, dal Giappone sono iniziati ad arrivare contributi molto originali. Per rimanere a un esempio piuttosto recente si consideri il volume collettaneo Japanes Popula Culture. Gender, Shifting e r Boundaries and Global Cultures curato da Dolores Martinez. Vi si trovano saggi sul sumo, il karaoke, il pubblico femmini- le delle corse ippiche, il lancio del calcio come sport di massa, gli eroi delle anme (cartoni animati) e le serie televisive mat- tutine. Lanalisi della pop culture nipponica a tutto campo, e ladesione alla realt precede sia la reverenza per le consue66

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tudini accademiche della disciplina (gli antropologi non sono avvezzi a occuparsi di pop culture, anzi la guardano con un certo fastidio), sia i riflessi condizionati che le sono propri (gli antropolog i giustificano poi il fastidio per la pop culture af- fermando che non autentica). Lobiettivo almeno triplice e va oltre la conoscenza dettagliata di alcuni aspetti della so- ciet giapponese che si acquisisce leggendo il libro. Innanzi tutto la pop culture serve agli estensori dei saggi per sostan- ziare discussioni ben pi ampie che giungono a illuminare i modi in cui si costruisce lidentit nazionale:
si pu ben dire che la pop culture [] sia una arena di negoziazione nella quale la tradizione, il presente, il futuro, lidentit giapponese e le identit relative a status e a classe sociale si riflettono, trovano alimento, sono ridotte in frammenti e poi ricreate, o anzi create ex-novo. In altre parole, la pop culture rappresenta il mezzo migliore per analizzare i processi attraverso cui si costituisce ci che va comunemente sotto il nome di cultura nazionale. (Martinez, 1998: 14. Enfasi originale).

In secondo luogo, alla luce della pop culture nipponica, il concetto stesso di cultura, cos centrale per lantropologia, subisce contraccolpi non irrilevanti:
pratiche sociali che potremmo etichettare come espressioni di una cultura alta o dlite, in Giappone sono diventate sempre pi prerogativa di un immenso ceto medio. Le donne giapponesi prendono lezioni di cerimonia del t, balletto e musica classica; sono essenzialmente loro a tenere alto linteresse per ricercati prodotti culturali importati dallOccidente siano essi il teatro, la musica, la danza o lopera. Quando svariati milioni di persone partecipano a pratiche sociali dlite, non dovremmo forse chiamare queste ultime con un altro nome, e cio pratiche popolari, e anzi considerarle elementi di una cultura di massa? (Martinez 1998: 5).

Infine, il volume solleva un ulteriore interrogativo. Anche per lanalisi di fenomeni ubiqui e trasversali, apparentemente distintivi di un pianeta omogeneizzato come appunto
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quelli che ricadono sotto il nome di pop culture, occorrono cautele quando si prendano in considerazione contesti non occidentali. In giapponese sono almeno due le traduzioni plausibili dellespressione inglese. Minsh bunka (cultura popolare) si definisce per opposizione a una cultura aristocratica della quale nega limplicita connotazione gerarchica; il suo uso possiede vaghe sfumature politiche. Taish bunka (cultura di massa) presuppone invece lidea di largo consumo in una societ dallimpianto democratico. Secondo Philippe Pons, al cui lavoro si rimanda per una discussione approfondita della questione,
nel Giappone moderno questi due tipi di cultura tendono a confondersi, e il secondo a inglobare e progressivamen- te a snaturare il primo senza tuttavia disgregarlo completamente. (1988: 54).

Alla distinzione tra minsh e taish bunka si aggiunga il fatto che, per ci che attiene la letteratura di consumo o di massa (e litaliano qui mostra una impermeabilit alla traduzione analoga al giapponese), esiste ancora unaltra espressione: chkan bunka, o cultura mediana, di mezzo. Lesempio sin qui discusso mostra che anche solo lespressione pop culture, nomadica e globale per antonomasia, si disfa e si rifrange in modi che variano localmente; il suo passaggio da Occidente a Oriente, e ritorno, produce fantasmi: immagini impreviste, non tangibili ma reali e con effetti reali tanto per il contesto sociale che le produce quanto per lanalisi sociale di tale contesto. Linteressante feedback per lantropologia non solo di permanere in quella condizione di disagio spaesante della traduzione che ne costituisce la vocazione e che pi di un antropologo ha descritto (o ha inutilment e tentat o di nascondere, a seconda dei casi) in lavori ormai classici. Ribadita pure la funzione critica della disciplina verso quella modernit con radici nel razionalismo illuminista che ne la matrice. Analizzare antropologicamente la modernit oltre le soglie dellOccidente significa eroderne i significati pi intimi: le
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pretese di universalit e di insuperabile specificit nel panorama delle culture umane. Come ha scritto Appadurai,
la modernit appartiene a quella minuta famiglia di teorie che a un tempo dichiara e desidera la propri a applicabilit universale. La novit insita nella modernit (o lidea che essa sia una novit di nuovo tipo) discende da questa sorta di dualit. Qualunque siano stati gli altri effetti del progetto illuminista, esso mirava a creare persone che desiderassero esser diventate moderne. (1997: 1).

Gli uomini ai quattro angoli del pianeta, e senza ombra di dubbio in Giappone, sono (diventati) moderni, e anche grazie alla pop culture: ci non significa tuttavia che la nostra modernit equivalga a quelle altrui e a quella nipponica in particolare; le contemporanee configurazioni della modernit sono lesito di relazioni pi complesse di ordinarie equivalenze; anzich affermarla oppure negarla esse semplicemente eludono la presenza di un unico centro. Si consideri ancora la pop culture nipponica: essa esporta in tutto il mondo e con tale efficacia da essere posta in una nuova categoria a s stante, il J-pop. Il fenomeno non nuovo se si ricorda che nei tardi anni Settanta i ragazzini italiani guardavano i cartoni animati di Goldrake, Uomo Tigre e Jig robot dacciaio alla Tv dei ragazzi. Tuttavia, venti anni dopo la pervasivit e il successo del J-pop in alcune aree del pianeta hanno avuto dello spettacolare. Secondo Iwabuchi Koichi, al giorno doggi anme, manga, giochi elettronici, moda, musica, trasmissioni tv e personaggi dello spettacolo giapponesi catturano linteresse dei giovani del sud-est asiatico assai pi degli idoli pop e dei serial televisivi americani (2002: 2). Del resto, anche in Occidente i Pokmo n spopolano tra bambini e adolescenti mentre i nomi di dj-Krush e Ryuichi Sakamoto non sono affatto sconosciuti ai frequentatori di lounge mu- sicali; intanto Miyazaki Hayao ha vinto uno dopo laltro lOrso doro al festival del cinema di Berlino e lOscar per il cartone animato Spirited Away. Che il J-pop sia una copia fantasmatica di un originale americano oppure no, co- munque piuttosto chiaro che la sua crescente affermazione a
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livello planetario un sintomo della attuale natura cangiante e decentrata dei centri di disseminazione culturale. 4. Esotismi, appropriazioni,transiti Il pensiero comune vuole che il Giappone sia un paese enigmatico, al punto che la storia dei cinque secoli trascorsi dal primo sbarco sullarcipelago del gesuita Francesco Saverio pu essere provvisoriamente sussunta sotto letichetta di un perpetuo reciproco fraintendimento. Basta andare alle cronache dellepoca per rendersene conto (e sorridere di quanto sia burlona a volte la percezione della diversit):
Durante il regno dellImperatore Gonara-no-i n (15271557), scrive un cronista giapponese un secolo circa pi tardi, lottocentesimo sovrano dallImperatore Junmu intorno allera Koji, arriv un mercante namban [barbaro del sud, selvaggio], una creatura a cui era difficile dare un nome, che sembrava avere una forma umana a prima vista, ma che poteva altres essere preso per un folletto dal naso lungo, o per un demone dal lungo collo di quel tipo che ha labitudine di travestirsi da prete buddista per tirare brutti tiri alla gente. A una pi attenta osservazione rivel trattarsi di una creatura chiamata Padre. La prima cosa che si notava era la lunghezza spropositata del naso! Era come una conghiglia senza verruche piantata in faccia, come se fosse una ventosa. Quanterano grandi i suoi occhi! Erano come due telescopi, dalle iridi per gialle. La testa era minuta; le mani e i piedi avevano lunghi artigli. Era pi alto di sette piedi ed era di colore nero, tranne il naso che era rosso; i denti erano pi lunghi di quelli di un cavallo, e i capelli color grigio topo. Sopra la fronte vi era una tonsura della dimensione di una tazza di sak rovesciata. Il suo parlare era incomprensibile alludito; la voce somigliava allo stridio di un barbagianni. Tutti correvano a vederlo, turbando le strade per laffollamento. Pensavano che questo fantasma fosse pi terribile del pi feroce mostro [Ronald 1995: 325-7. Enfasi mie].

Da parte occidentale i tentativi di comprendere lincomprensibile lalterit nipponica non hanno incontrato mag70

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gior successo e sono spesso naufragati in formule disarmanti ed essenzialiste, come se esistesse un set di caratteristiche nazionali nipponiche refrattario al cambiamento storico e alle contaminazioni culturali. Lo sguardo occidentale sul Sol Levante ha oscillato tra la contemplazione estetizzante e lorrore smagato raramente sfuggendo a etichette orientaliste deffetto: i monaci meditabondi nel vuoto di giardini zen, le geisha sempre troppo frettolosamente scambiate per prostitute, gli attori mascherati sui palchi del kabuki, o ancora gli aviatori lanciati in missioni suicide. Come lItalia allestero il paese degli spaghetti, della pizza e della mafia, cos la nostra conoscenza del Giappone non va oltre lorigami, likebana e i samurai. Di fatto, il Giappone ha suscitato reazioni ambigue, di spavento e di fascino, almeno quanto ambigua, affascinata e spaventata, stata limmagine che ne hanno dato i resoconti occidentali. Si vedano per esempio queste righe di Ruth Benedict:
I giapponesi sono aggressivi e pacifici, pronti allazione militare e dediti alla contemplazione estetica, insolenti e cortesi, rigidi e concilianti, sottomessi e risentiti non appena li si canzoneggi, leali e infidi, impavidi e timidi, conservatori e pront i ad accogliere il nuovo. (Benedict 1974: 2).

Il mito della impenetrabilit, e anzi della irriproducibile specificit nipponica, alimentato dalla dissonante compresenza di crisantemi e di spade, si poi sostanziato in vario modo con riferimenti alla irrazionalit e assenza di emozioni dei giapponesi, alla omogeneit culturale e allarmonia sociale, al fatalismo del pensiero filosofico e alla raffinatezza del- le espressioni artistiche. Non si obietter qui alla plausibilit di queste attribuzioni. I fantasmi che hanno guidato sinora la discussione muovono in altra direzione. La cosa curiosa, in- fatti, che i giapponesi hanno deciso di appropriarsi dei di- scorsi altrui sulla loro unicit, al punto che ormai immagini essenzialiste del Giappon e echeggiano allinterno delle rap- presentazioni che loro stessi si danno in forme quotidiane, ac- cademiche, e per il mercato di massa (Ivy 1995: 2). Fenomeni del genere non sono ovviamente limitati al so71

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lo Giappone. In ambito antropologico, sopra tutto francese e italiano, ha suscitato maggiore eco del caso nipponico quello dei Dogon del Mali che hanno fatto propria, e usano a fini turistici, lidentit loro assegnata da Marcel Griaule nella classica monografia Dio dacqua La situazione giap. ponese, tuttavia, mostra una pi complessa articolazione se non altro perch lappropriazione di modelli altrui legata, con un ruolo in parte fondante, allidea di identit nazionale. Come ha scritto Mark Hobart a proposito di un altro contesto etnografico:
Che ne delle osservazioni che i nostri osservati fanno su di noi? Dal momento che essi non costituiscono un gruppo omogeneo, non si potr rispondere in modo univoco. Ma esiste una mezza risposta comunque sicura. Le pratiche [sociali] che noi [oggi] osserviamo sono innanzi tutto quelle indotte da coloro che ci hanno preceduto [sul campo]. Gli abitanti di Bali leggono Clifford Geertz come testo universitario per scoprire la propria identit e i modi per rintracciarla. (1996: 13).

Dalle riflessioni sulla propria specificit sollecitate dal confronto con lOccidente e in particolare dal discorso occidentale sul Giappone, andato sviluppandosi per tutto il corso degli ultimi cento anni un intero genere letterario e di studio: testi in giapponese, scritti da giapponesi per un pubblico giapponese; si tratta dellinfinito dibattito che va sotto il nome di nihonjinron (discorso sulla nipponicit), presente a ogni li- vello sociale in forme estremamente varie e immensamente diffuse (Ivy 1995: 2), e che recentemente, in virt della sua portata, stato oggetto di esame antropologico come feno- meno culturale [] propri o allo stesso modo dello sciama- neismo, delle strutture di parentela o delletnicit (Befu 2001: 13). Fumetti manga pensati per lettori sarariman (i colletti bianchi del Giappone), saggi tascabili acquistabili alle edicole delle stazioni, inchieste giornalistiche, tesi di dottorato e testi accademici affermano la peculiarit dellidentit nipponica con toni alle volte parecchio enfatici e inclini al nazionalismo; per questi autori alcune caratteristiche di fondo,
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al limite genetiche, differenzierebbero i giapponesi dal resto dellumanit: la psiche giapponese sarebbe fondamentalmente alogica e relazionale (unipotesi che gi si rinveniva in varie opere filosofeggianti pubblicate prima della seconda guerra mondiale), il giapponese sarebbe la lingua pi diffici- le al mondo (e ci precluderebbe a qualsiasi straniero la pos- sibilit di apprenderla) , il corso storico non avrebbe inferto cambiamenti sostanziali a una societ giapponese omogenea da tempi immemorabili che anzi realizzerebbe una perfetta sovrapponibilit di lingua, popolo e cultura. Lappropriazione nipponica del japonisme occidentale, che rimane sullo sfondo del dibattito come presenza fantasmatica, ha a sua volta suscitato svariate reazioni: disappunto, fastidio, sarcasmo, sconcerto. Tra i primi ad accettare onestamente la sfida posta dal nihonjinron vi sono gli antropologi: grazie a vari lavori sul campo che oggi disponiamo di una chiave interpretativa plausibile per un fenomeno che si presentava come un inventario di affermazioni scoordinate e al limite dellisteria nazionalista. Anche riguardo le spinose questioni sulla eccezionalit nipponica, lantropologia pi recente si mantenuta fedele al suggerimento di Ludwig Wittgenstein Denke nicht, beobachte (Non pensare ma osserva), e ha confermato la propria fondamentale caratteristica di mettere alla prova del terreno sistemi e ideologie astratti, vagliarne la consistenza nelle effettive pratiche quotidiane, andando a rovistare in quello che Edward Burnett Tylor, considerato il fondatore della disciplina nella sua accezione moderna e accademica, chiam un mucchio di spazzatura di svariate follie. cos che Harumi Befu ha recentemente sostenuto che il nihonjinron, lungi dallessere spazzatura e follie, offra invece preziosi spunti per una pi adeguata comprensione di come istanze nazionaliste infiltrino una societ consumista. Almeno nelle sue manifestazioni pi popolari, il nihonjinron va considerato come un bene di consumo, al pari dei costumi da bagno, delle camicie e delle cravatte (Befu 2001: 62): esso dispensa stereotipi di nipponicit a un mercato che ne assetato. Tali stereotipi, prosegue Befu, non affermano come sono i giapponesi, quanto
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piuttosto come dovrebbero essere: il nihonjinron non la descrizione di un comportamento ma un modello per il comportamento (ibid.: 69. Enfasi originale), un modello prescrittivo, cio, sul come essere giapponesi differenziandosi dal resto dellumanit. Philippe Pons, del resto, ha osservato linadeguatezza dello schema interpretativo proposto dal nihonjinron i cui assertori, riducendo il Giappone (e, di riflesso, lOccidente) a unessenza omogenea e atemporale,
rivendicano unidentit cos assoluta da compiacersi a vederla ineffabile. Quest e giapponeserie non hanno [] che un merito: esse rivelano ancora una volta il problema identitario che i giapponesi si trovano ad affrontare. (1988: 10).

Tali rivendicazioni di specificit identitaria, per quanto indotte e al limite della parodia, contribuiscono da un lato a mantener e lordine sociale costituito (per meglio dire: il potere nelle mani di chi lo detiene), dallaltro a giustificare, in forme che hanno del ridicolo, una politica economica estera largamente protezionista . A questo riguardo, servizi apparsi sui media hanno reso consapevole anche il grande pubblico occidentale delle barriere doganali innalzate dalle autorit giapponesi verso vari beni di consumo, siano essi gli sci (chia- ramente inadatti alla neve giapponese cos diversa dal resto del mondo), o la carne bovina (i giapponesi non la digerireb- bero: hanno un intestino pi lungo) oppure il riso (privo delle caratteristiche spirituali del riso indigeno). Oltre a di- fendere gli interessi delle lite nazionali in patria e allestero, le tesi del nihonjinron valgono come baluard o contro i fanta- smi del passato e le ansie della contemporaneit . Lintrover- sione nipponica evidente nel mito della unicit della propria cultura collude con la negazione di unepoca imperialista, senza dubbio esageratamente estroversa, culminata nella di- sfatta della seconda guerra mondiale. Tale stessa introversio- ne ha inoltre finito per generare in molti giapponesi un senso di isolamento e il timore di una inadeguatezza ad affrontare le attuali sfide della globalizzazione. Ci avviene, paradossal74

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mente, a dispetto delladozione di modelli stranieri in ogni campo, dalla gastronomia, alla filosofia, allurbanistica, cos che per losservatore esterno il Giappone, o almeno quello spaccato del Giappone che Tokyo, anzich essere un paese enigmatico piuttosto un paese stranamente familiare. I segni di una contemporaneit ampiamente condivisa con altre aree (urbane) del pianeta sono tanto evidenti da risultare fuorvianti. I grattacieli di Shibuya e di Shinjuku (due quartieri della capitale), lautomatico per le Marlboro nella strada accanto, gli sterminati centri commerciali, il traffico automobilistico, il cibo precott o sono tutti segni che suggeriscono al vi- sitatore occidentale la superficiale impressione di non tro- varsi neanche tropp o lontano da casa; come afferma Nick Perry, la versione nipponic a della modernit (e quindi della contemporaneit) in un colpo solo ha declinato, osteggiato e ribaltato le dicotomie dellorientalismo (Perry 1998: 71). Tuttavia, sono proprio le appropriazioni creative che rendono il Giappone, e sopra tutto i suoi immensi conglomerati urba- ni, interessanti allocchio dellantropologo: non la presunta inintelleggibilit ma leffetto di straniament o indotto dalla parvenza del doppio, come se a Tokyo potessimo rinvenire un fac-simile di noi stessi occidentali.
Il doppio [] una figura immaginaria che, al pari dellanima, dellombra, dellimmagine riflessa nello specchio, turba il soggetto come un altro da s, lo rende contemporaneamente se stesso e diverso da s, lo turba come una morte sottile sempre in procinto di compiersi. []. La forza e la ricchezza immaginaria del doppio, che mettono in gioco lestraneit e lintimit di ciascuno con se stesso (heimlich/unheimlich), risiedono nella sua immaterialit, nel fatto che esso non resta che un fantasma. (Baudrillard 1981: 143).

Nel transito di tutto questo armamentario qualcosa va indubbiamente perso; e qualcosa, pi che trovato in traduzione come ha osservato Clifford Geertz (1988: 47-69), o indigenizzato come vuole un approccio in voga nellantropologia odierna, creato ex-novo, nel senso che appare totalmente
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originale mentre il rimando a un altrove sfuma in una elusivit fantasmatica ( dunque iper-reale, per usare unespressione ca- ra a Jean Baudrillard). Due esempi illustreranno il concetto. 5. Dallo yojhan al kombini Per secoli lo yojhan stato lunit standard dellambiente domestico (Suzuki 2001: 16) giapponese. Si tratta di una cameretta di quattro tatami e mezzo di superficie (equivalenti a poco pi di sette metri quadri), il minimo indispensabile per il riposo e le attivit quotidiane di una persona adulta, protetta da pareti lignee e porte scorrevoli di carta traslucida (fusuma). La prima testimonianza scritta relativa allo yojhan risale al XIII secolo e racconti e dipinti di epoca Edo ne attestano la diffusione generalizzata tra i ceti popolari della capitale tra il XVI e la met del XIX secolo. Lo spazio dello yojhan era a un tempo altamente gerarchizzato e altamente flessibile. Il tatami piu lontano dallingresso (kirindatami) era riservato agli ospiti di riguardo , quello sulla destra entrando (kyakudatami) spettava a ospiti di media importanza mentre quello immediatamente accanto allingresso (fumikodatami) era lasciato agli ospiti comuni; il quarto tatami (temaedatami) serviva alla preparazione del t: lacqua era scaldata sul mezzo tatami centrale (rodatami) allinterno di una piccola fossa con un braciere (kotatsu). Oltre a costituire lambiente ideale per la cerimonia del t, lo yojhan era di volta in volta soggiorno (cha no ma), stanza da letto e luogo per incontri romantici leciti e illeciti. Le sue sorti mutaron o radicalmente con lavvento del- la televisione nel secondo dopoguerra; lapparecchio tv posto in un angolo priv lo yojhan del proprio centro e la famiglia giapponese del consueto ambiente per la conversazione. Seb- bene oggi gli yojhan, le case di legno, i tatami, e le porte scorrevoli siano pressoch scomparsi dal panorama tokyoita, sarebbe errato credere che ci sia dovuto alla succube ado- zione di modelli occidentali nellorganizzazione dello spazio urbano e domestico. Jinnai Hidenobu ha osservato che a par- tire dalla fine del XIX secolo

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forme architettoniche e urbanistiche occidentali furono gradualmente incorporate [] prima con un processo imitativo di prove ed errori, quindi attraverso una interpretazione la japonaise. (Jinnai 1995: 4).

Sono appunto le interpretazioni locali di modelli importati che ci inducono ad sostenere il potenziale creativo dei transiti transnazionali, almeno per ci che attiene il caso nipponico. Gli anni Ottanta e Novanta hanno infatti visto laffermarsi del cos detto 1DK (i giapponesi lo pronunciano allinglese), un monolocale di 20-25 metri quadri articolato in camera, angolo cottura e unit bagno spesso prefabbricata e tutta in plastica. La tecnologia vi sovrabbonda: pavimenti riscaldati, aria condizionata con comando a distanza, frigo intelligente, accensione automatica delle luci, vaso con asse riscaldato a temperatura variabile e getti doccia personalizzabili, antifurto collegato con unagenzia privata di sicurezza. La popolarit dello 1DK tra i (giovani) abitanti metropolitani tale che rinomati architetti del calibro di It Toyo, Yamamoto Riken e Sejima Kazuyo si sono cimentati con progetti ad hoc, mentre la carta stampata vi dedica ampi servizi e consacra intere rubriche ai consigli sul come sopravvivergli, decorarlo e tener lontana la solitudine, senza poi dimenticare che esso stato il set privilegiato di due serial televisivi dei primi anni Novanta, Tokyo Love Story ed Elevator Girl. Palazzi che dallesterno appaiono come ordinari condomini alloccidentale, rivelano internamente monolocali lontani anni luce dalle nostre concezioni residenziali. Il modello importato anzich appiattire il panorama abitativo indigeno ha offerto gli stimoli necessari per ricrearlo exnovo. Per dirla con Suzuki Akira, lo 1DK certifica che in Giappone non si pu applicare la nozione occidentale di residenza familiare (2001: 41): non esiste nulla di gi deciso riguardo il destino della famiglia nucleare. La rivoluzione dello 1DK non poi esclusivamente abitativa; la leva del sistema risiede nella capillarit della rete distributiva di merci e servizi. A Tokyo ci sono oltre ventimila kombini con una densit in alcuni quartieri ipertrofica, fino a quattro per iso77

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lato. Chiamarli piccoli empori sarebbe riduttivo, perch i kombini offrono di pi: la sopravvivenza a qualsiasi ora del giorno e della notte, si tratti di cibo e articoli vari di pronto consumo dalle schede telefoniche ai test per la gravidanza che non troverebbero spazio negli angusti monolocali, si tratti dellangolo-edicola per la libera lettura, oppure ancora di bancomat, fotocopiatrice e fax, lavanderia automatica, pagamento bollette e spedizione pacchi. Sebbene kombini sia una contrazione dallinglese convenience store, affidarsi al- letimologia sarebbe fuorviante: di anglo-americano nel kom- bini nipponico non resta che un riflesso lontano, una ri- membranza, o per meglio dire una parvenza fantasmatica. 6. Il sakkaa per reinventare la societ il calcio a fornire il secondo esempio di creativit locale indotta dallintroduzione di modelli esterni. Secondo Jonathan Watts il recente lancio (shinhatsubai) del sakkaa (dallinglese americano soccer sulla scena degli sport praticati a livello ) professionale stato accompagnato da un intenso processo di reinvenzione, riconfezionamento and ricommercializzazione (1998: 183) sociale. Il sakkaa, che era organizzato in tornei amatoriali fin dal 1921, nel giro di un decennio diventato veicolo per incorporare una quantit di valori non giapponesi (ibid. 184) evidenti innanzi tutto nelle koseitekina, le abilit del singolo giocatore, e la disinvoltura con la quale egli esprime le proprie emozioni e ostenta una personalit sul campo e fuori. La fulminea popolarit del sakkaa, abilmente pilotata da strategie di marketing targate Sony, tuttavia ha anche agito come coadiuvante per riforgiare il senso di appartenenza a una comunit locale e promuovere la transizione da un set di valori basato sulletica del lavoro, il risparmio e laccumulo di capitale a uno basato sul tempo libero, il divertimento e la crescita dei consumi interni. Il caso di alcuni calciatori che non si sono atteggiati in pubblico come prevedeva letichetta ha suscitato eco nazionale; Kazuyoshi Miura (Kazu per i tifosi) ha fatto parlare di

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s per la sfrontatezza verso il potere costituito, per le congratulazioni in giapponese colloquiale con la coppia imperiale nel giorno delle nozze, e infine per avere accettato il trasferimento oltre il suolo patrio, verso litalico Genoa. Con lui emergeva un nuovo modello: mentre fino ad allora, in altri sport, chi accettava un contratto allestero era tout court tacciato di tradimento, valere tutto quel denaro e andare a giocare con i migliori era per Kazu, e per il calcio nipponico, motivo di onore (Watts 1998: 185). La decisione del giocatore fu sulla bocca di tutti ma non attiv meccanismi di censura sociale poich andava mano nella mano con lidea di una popolazione pi benestante: praticare il [sakkaa] presuppone tempo libero, salute e ricchezza. []. Si tratta di una sorta di stravaganza nazionale, un proclama relativo al potere di acquisto della popolazione (ibid.: 191). Questo fatto, sia detto per inciso, riecheggiava lantico slogan fukoku kyhei dellimperatore Meiji: un paese ricco e un esercito forte. Che un prodotto di importazione abbia incoraggito enfasi nazionaliste (come dire che mangiando pomodori olandesi ci si sente pi italiani) entra di diritto nel catalogo degli effetti inaspettati dei transiti transnazionali. A partire dalla met degli anni Novanta il tifo per il sakkaa inoltre venuto a marcare una differenza tra i sarariman , asso- ciati ai valori della famiglia e dellazienda, e quelli che sono in- dicati come shinjinrui (new lifestyle people). Da notare che, sullaltra sponda del Pacifico, la scarsa penetrazione del calcio negli Stati Uniti invece giustificata proprio con il modesto ri- lievo che esso, in quanto gioco di squadra, lascerebbe allin- dividuo singolo. Per concludere, la promozione del sakkaa in Giappone e in particolare la fondazione della Japanese League, equivalente della nostra Serie A, andata di pari pas- so con un processo di ricostruzione identitaria locale. Singole municipalit hanno patrocinato la nascita di associazioni cal- cistiche e costruito le attrezzature sportive necessarie per gio- care a livello dilettantistic o e professionale, anche in vista dei mondiali FIFA del 2002. Lunione delle forze in vista di un obiettivo comune ha contribuit o a rinvigorire la coesione del- le comunit cittadine, ha trattenut o molti giovani dallemi79

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grare e, agli occhi di alcuni intervistati, ha agito come buon an- tidoto contro la devianza giovanile, in particolare sottraendo membri alle gang di motociclisti note come bszoku. 7. In-conclusione Mettere un punto fermo a conclusione di uno scritto su nomadismi e fantasmi sarebbe imbarazzante e contraddittorio, oltre che impossibile. In effetti, il paesaggio che la modernit ha modellato in Occidente come in Giappone si rivelato assai pi fertile e disponibile alla novit di ibridi imprevisti di quant o potesse supporre Benjamin settantanni fa. La sensazione che nella contemporaneit qualcosa sia andato perduto, che anzi le rovine di un passato tornino di quando in quando a spuntar e qua e l, senza dubbio realistica; essa, tuttavia, non rende giustizia alla vivace fluidit di una situazione che vede il progressivo sfaldamento di un pensiero fondato sulla passiva adozione di modelli euroamericani:
In termini di contenuto osserviamo la rapida proliferazione di sovrapposizioni multiple tra il Giappone e lOccidente. La loro ibridit, tuttavia, palesemente e cocciutamente non la nostra. Essa possiede una diversa genealogia e produce differenza secondo le regole di unaltra grammatica. (Perry 1998: 91).

La modernit nipponica appare dunque simultaneamente esotica e familiare, consueta eppur bizzarra al punto da sfumare i contorni e la sensatezza stessa della distinzione Oriente/Occidente . I timori di una bonaccia planetaria indotta dalla globalizzazione paiono tutto sommato infondati: anzi proprio la portata globale della modernit capitalista ad avere incoraggiato quei creativi rimaneggiamenti indigeni che permettono allantropologo di godere ancora di ci che gli pi caro una salutare condizione di spaesamento. Se c qualcosa ancora da scoprire nel mondo contemporaneo, si tratta non di identit pure (che non sono mai esistite) ma
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delle aree di relazione, delle connessioni, della circolazione di immaginari e in definitiva del lavoro possente e invisibile di fantasmi dellaltrove e dellaltrimenti.

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MEMORIA CULTURALE, COSTRUZIONE IDENTI TARIA IN CONTESTO EUROPEO ED EXTRA-EUROPEO ALLINIZIO DEL SECOLO XX. Una storia di vita

di Zelda Alice Franceschi

1. Premessa
Giorni fa, in una riunione politica, ho capito di colpo perch per me fosse tanto pi facile essere europea che per altri. Dovevo parlare e mi sono accorta che non avevo nemmeno pi una lingua a mia disposizione. Litaliano che parlo da tanti anni mi rimasto sempre estraneo; non ho mai voluto addentrarmici troppo per non perdere la mia lingua: il tedesco. Eppure lho persa; anni di amorevole conservazione me lhanno resa incolore e rigida, come accade con i ricordi. Questa mancanza di lingua non tutto: non sono italiana bench abbia figli italiani, non sono tedesca bench la Germania una volta fosse la mia patria. E non sono nemmeno ebrea, bench sia un puro caso se non sono stata arrestata e poi bruciata in uno dei forni di qualche campo di sterminio (Hirschmann 1993: 21).

Di Ursula Hirschmann, iniziatrice del movimento federalista europeo negli anni quaranta del novecento e fondatrice del grupp o Femmes pour lEurope (1975), ci rimane un testo autobiografico non facile da definire (Hirschmann 1993), un taccuino in cui i ricordi si addensano sulle strade di citt europee: nella Hohenzollernstrasse di Berlino ove abitava la nonna, (Hirschmann 1993: 53), al bureau di Rue de Lafayette, via vai continuo di compagni francesi, tedeschi e di altre nazionalit (Hirschmann 1993: 111) sino alla via Cesare Battisti gi verso il canale, a Trieste, ove la Hirschmann approd allet di ventidue anni. Nelle parole della Hirschmann, la consapevolezza di non
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possedere alcuna lingua con cui esprimersi trova un compimento sofferto nel sentirsi per parte di una grande Europa. Lo spaesamento che questa donna ha sperimentato in tutta la sua vita come migrante, esiliata e deportata diviene metafora di un europeismo degli sradicati. Questa esperienza, dolorosa e traumatica, problematizza la complessit del concetto di identit europea e introduce alcuni temi che vorrei cercare di affrontare. Quattro sono i concetti sui quali articoler il mio discorso: Europa, Identit-Biografia Memoria e , Viaggio-Immigrazione. Questo saggio nasce da alcune riflessioni emerse in seguito ad una esperienza di campo in cui si cercato di ricostruire lesperienza storico-biografica di una donna vissuta tra lItalia e il Vietnam a cavallo del secolo XIX e XX1. stato solo dopo alcuni anni di lavoro in archivi, biblioteche e a seguito di lunghe interviste ed estati in compagnia di questa donna, che sono affiorate problematiche le cui istanze erano diverse e congiunte al contempo. Quale significato attribuire al concetto di identit ? Ha senso oggi parlare di identit europea? Quale il valore della memoria? Del ricordo e delloblio? Esistono forse taciti fantasmi che ritornano, costanti e implacabili2, nelle storie di immigrazione, nei viaggi? Spettri costituiti da rappresentazioni, desideri, emozioni e ricordi pront i a formare le identit a plasmare le alterit, a dissolvere le une insieme alle altre? Vi forse nel mondo contemporaneo una circolazione regolare, flessibile e fluida ma al contempo sistematica, un movimento identitario che modella appartenenze stratificate, memorie nomadiche, esperienze e storie in cui identit e appartenenza sono di volta in volta ricucite e immediatamente dissolte? Non facile rispondere a tali questioni; le strategie antropologiche nella contemporaneit sono infatti divenute dure e complicate, mentre i paradigmi abituali non solo sono saltati ma sempre pi spesso, come ricorda letnologo francese Jean Jamin,
le nozioni di distanziazione, esotismo, rappresentazione dellaltro e differenza vengono inflesse, rielaborate, ria86

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dattate in funzione di criteri di natura non pi geografica o culturale, bens metodologica e financo epistemologica (Jamin, 1980: 16).

Nonostante, anzi forse proprio a ragione di queste complesse premesse, trovo possa essere interessante leggere e tentare di interpretare la contemporaneit, da un punto di vista antropologico, attraverso le storie di vita, le memorie, le biografie che ognuno di noi continua incessantemente a preservare, a difendere e svelare. Esse possono forse donarci una chiave di lettura che mostri le opacit della modernit, le ambiguit delle globalizzazioni e i plurimi localismi del quotidiano. Ed proprio a partire da una riflessione sulla validit odierna del concetto di Europa che si tenter di articolare questo discorso; lappartenenza ad una identit europea potr infatti essere non solo decostruita (Derrida, 1991; Braidotti 1995), ma ridiscussa alla luce delle aporie, delle nemesi, degli scherzi che il destino dellEuropa ha giocato alle identit con esso collegate3 (Passerini 2003: 115). 2. LEuropa a partire dallEuropa.LEuropa dopo lEuropa4 Hans Georg Gadamer in un suo scritto del 1987 ripercorrendo autobiograficamente la storia dellEuropa attraverso le due guerre, afferma quanto lEuropa sia sempre stata caratterizzata da una molteplicit culturale e linguistica cos forte e dirompent e da dover apprendere lardua lezione della coesistenza (Passerini 1998: 7). Secondo Gadamer, il destino culturale dellEuropa si form attraverso le differenze, nel dialogo tra diverse aree della creativit umana ed in particolare tra filosofia e scienza (Gadamer 1987: 15-33). Questultima fu alla base dellidentit europea.
Vivere con laltro, vivere come altro dellaltro, questo compito fondamentale delluomo ha valore sia su scala minore che maggiore. Come noi impariamo a vivere come uno con laltro, quando noi cresciamo ed entriamo nella vita, come si dice, questo vale anche per le grandi associazioni dellu87

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manit, per i popoli e gli stati. Qui vi un particolare tratto specifico dellEuropa e cio che essa, pi di altri paesi, ha potuto imparare e ha dovuto imparare a vivere con gli altri anche quando gli altri sono diversi. In primo luogo la variet linguistica dellEuropa. Laltro nel suo essere altro viene spinto sempre pi vicino (Gadamer 1987: 30).

La complessit dellidentit culturale europea viene bene esemplificata in due testi seminali rispettivamente di Novalis (1995) e Guizot (1871). Sono le riletture contemporanee di Franco Moretti (1993) e di Edgar Morin (1988) che hanno costituito uno spunto fecondo per una riflessione sullEuropa e sul valore della sua identit oggi. Secondo Moretti, Novalis e Guizot propongono nelle loro opere due modelli di Europa tra loro contrastanti, perch sottendono due concezioni divergenti del sacro Romano Impero e della conseguente nascita degli stati nazionali. Il modello di Novalis quello di unEuropa unita nella fede cristiana, fede capace di accorpare tra loro paesi molto diversi. Cos esordisce Novalis:
Erano tempi belli, splendidi, quando lEuropa era un paese cristiano, quando ununica Cristianit abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano; un unico, grande interesse comune univa le pi lontane province di questo ampio regno spirituale. Senza grandi beni terreni un unico capo supremo guidava e univa grandi forze politiche (Novalis 1995: 71).

Novalis rievoca nostalgicamente lEuropa cristiana del Medioevo, felice, perch spiritualmente e politicamente una: alla religione cristiana spetta il compito supremo di pace e riunificazione. Novalis, come sottolinea Alberto Reale nel saggio introduttivo al testo, ci presenta unimmagine ideale, costruita con sapiente selezione di tratti positivi ed eliminazione degli aspetti negativi, di unEuropa unificata a livello spirituale in un unico regno. limmagine non di come era il Medioevo, ma di come avrebbe voluto essere (Reale 1995: 25). Nel testo di Novalis ritroviamo in nuce tutte le argomentazioni che vediamo essere riprese polemicamente in
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Guizot e che spinsero lo stesso Renan solo undici anni pi tardi a costruire il suo discorso sulla nazione5. Guizot rinviene, proprio nella caduta delluniversalismo cristiano, la causa principale della nascita degli stati europei. La grandezza e la forza di questa nuova Europa non consiste pi nellessere unita attorno ad un unico centro di potere spirituale e politico, ma emerge attraverso il suo essersi frantumata in una miriade di stati differenti in virt della loro organizzazione politico-sociale e della loro tradizione linguistico-letteraria. Allidea di unEuropa che attingeva la sua forza da un patrimonio comune, subentra la concezione che sono proprio le differenza culturali allorigine dellEuropa degli stati nazionali:
Ben diversa stata la realt della civilt dellEuropa moderna. Senza entrare nei minimi particolari, guardateci, raccogliete i vostri ricordi; essa vi sembrer allistante variegata, confusa, tumultuosa ; ogni forma, ogni principio di organizzazione sociale vi convivono: i poteri spirituale e temporale, gli elementi teocratico, monarchico, aristocratico, democratico, ogni classe, ogni situazione sociale sintrecciano[]. E queste forze diverse sono tra di loro in uno stato di lotta continua, senza che nessuno arrivi a soffocare le altre e a impadronirsi da sole della societ (Guizot 1871: 37).

Nelle pagine di Guizot si fa strada lidea nuova e feconda di una Europa come mutevole campo di forze il cui carattere, come dice Morin di riunire insieme senza confonderle le pi grandi diversit e di associare i contrari in maniera non separabile (Morin 1988: 22). Come per Renan la nazione non poteva essere una realt che si potesse descrivere, oggettivare, identificare precisamente e facilmente riconoscere entro confini, limiti territoriali e caratteristiche biologiche, cos era lEuropa che Guizot auspicava. Laspetto innovativo nei due testi, tra laltro quasi contemporanei, risiede proprio nel loro antiessenzialismo; alla base del concetto di nazione e di Europa, si possono intravedere sempre una serie di fatti contingenti, di divisioni artificiali, di combinazione e di conquiste, ma in nessun modo un principio necessario e na89

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turale (Poutignat e Streiff-Fenart 2000: 27). Elemento centrale di questa Europa come sistema complesso la dialogica interculturale, cio linterazione tra culture differenti costituita non solo di complementariet, ma anche di competitivit e di antagonismo istanza che richiede, per la sua comprensione, lassociazione complessa dellordine, del disordine e dellorganizzazione (Morin 1988: 22). LEuropa dunque, secondo questa interpretazione, si sarebbe formata nella sua essenza attraverso questa ininterrotta molteplicit: la sua identit richiede differenza e comporta inevitabilmente lalterit.
Daltra parte, chiaro che questa civilt non possa essere cercata, che la sua storia non possa essere attinta nella storia di un unico Stato europeo. Sebbene ha unit, non dimeno la sua variet prodigiosa; non si sviluppata per intero in nessun paese in particolare. I tratti della sua fisionomia sono dispersi: occorre cercare talvolta in Germania, talvolta in Inghilterra, ora in Italia o in Spagna, gli elementi della propria storia (Guizot 1871: 6).

Nelle parole di Guizot sono proprio le metamorfosi, le trasformazioni continue e incessanti che portano al plasmarsi dellidentit europea. Ne esce unEuropa la cui geografia instabile e le cui frontiere sono mutevoli; unEuropa, bene sottolinearlo, nata sulle frontiere, piuttosto che tra i confini, e che, seguendo ancora Morin nemmeno si pu definire per mezzo di frontiere storiche stabili e chiuse [] luogo di dissociazione ed associazione, di separazione e articolazione (Morin, 1988: 31). Cos, con la nascita del concetto di Europa, nozione geografica senza frontiere, dissolvenza frantumata se se ne vuole trovare unit e compattezza, sembrano scomparire gi quelle distinzioni dicotomiche quali dentro-fuori, centro-margine, mentre iniziano ad emergere le zone in between, i territor i interstiziali ove ibridazione e contaminazione sono processi sempre in fieri (Franceschi, Fortunati 2000). Ed interessante notare quanto oggi si rivaluti, nellanalisi antropologica del mondo contemporaneo, proprio il
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concetto di frontiera preferendolo sempre pi spesso a quello di confine. La frontiera infatti come chiarisce Ugo Fabietti
qualcosa che nel momento in cui separa, unisce [] allo scopo di figurarci qualcosa che separa e unisce allo stesso tempo, dobbiamo pensare a una specie di terra di nessuno posta tra due spazi (non necessariamente da intendersi in senso geografico) ciascuno dei quali occupato da una societ o da una cultura con uno stile distinto da quello dellaltra (Fabietti 1995: 104-105).

Ma soprattutto laspetto che emerge nelle pagine di Guizot unEuropa che non rimpiange lunit perduta (Moretti, 1993: 840) e in cui gli stati nazionali, la nazione dunque, presenta proprio quei caratteri individuati da Renan: non una realt oggettivabile e descrivibile entro confini, limiti territoriali , caratteristiche biologiche. In definitiva sia nel testo di Guizot, come nel discorso di Renan, si intravede lo spirito e il carattere delle comunit immaginate, cos come vengono descritte da Benedict Anderson e ove la nazione :
una comunit politica immaginata, e immaginata come intrinsecamente insieme limitata e sovrana. immaginata in quanto gli abitanti della pi piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, n li incontreranno, n ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive limmagine del loro essere comunit (Anderson 1996: 26-27).

Se dunque i caratteri propri dellEuropa6 rientrano nella definizione di comunit immaginata di Anderson, il cui spirito evanescente e asettico la cui essenza nasce dal caos, i cui confini sono incerti, a geometria variabile, suscettibili di slittamenti, rotture, metamorfosi (Morin 1988: 29), viene spontaneo interrogarsi sulla natura della sua identit, sullessenza della sua memoria. Infatti, se lidea di Europa come unitas multiplex era gi presente nellEncyclopdi curata da e Denis Diderot (Morin 1988: 24; Passerini 2003: 103) fu solo molto pi avanti che si inizi a problematizzare lidea dellidentit e della specificit europea; esempi eclatanti sono in91

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fatti le storie canoniche dellEuropa, (Chabod 1961; Curcio 1958; Duroselle 1965; Voyenne 1964) che accennavano solamente alla questione dellidentit europea. Parlare oggi di identit, ed in specifico di identit europea, si rivelata unoperazione complessa per varie ragioni; una fra le tante riguarda proprio i movimenti culturali e le dinamiche sociali del mondo contemporaneo contrassegnati da costanti delocalizzazioni (Hannerz 1998: 322; Fabietti 2000: 178) e deterritorializzazioni (Appadurai 1991). Da questo nuovo panorama emerge una dialettica profonda tra identit europea e migrazioni, la cui rappresentazione, o meglio la cui narrativizzazione si esplica e prende corpo a partire da memorie culturali specifiche, ben localizzate, ma di volta in volta rinegoziate, riconfigurate e riplasmate attraverso le ibridazioni, i meticciati, le connessioni (Amselle 1999; 2001). Come sottolinea Callari Galli diviene indispensabile indagare
le strategie e le pratiche discorsive messe in atto dai singoli gruppi che vivono la diaspora perch esse rivelano che lesperienza della diaspora e dellesilio rafforza anche i legami con il mondo pi vasto, fornendo visioni unitarie e complesse sia del locale che dell altrove, sie della durezza presente che del rimpianto nostalgico (Callari Galli ivi).

Queste riflessioni potranno forse far luce sui diversi concetti di appartenenza e presenza (Fabietti, 2000), memoria e ricordo (Assmann, 2002), identit e identificazione (Bhabha 1990; Passerini 2003). 3. Oltre la biografia,al di l dellidentit Biografi e storie di vita. Analizzare i due etimi pu forse aiua tarci a comprendere perch si scelto questo genere, perch si privilegiata questa metodologia7. Dopo avere infatti analizzato la stratificata fluidit del concetto di identit (fluidit bene sottolinearlo contiene in s lidea di appartenenza e distacco, di identit e disincanto) europea vedremo come proprio nel racconto biografico emerga questa stratificazio92

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ne e si sveli una spuria specificit, una originale ibridit: sono la storia e la memoria, il ricordo e loblio a giocare un ruolo fondamentale. In Italia, allinterno delle discipline etno-antropologiche, viene utilizzata la dicitura storie di vita. In essa si accorpano le terminologie inglesi di life story e life history e ovviamente quella francese di rcit de vie. Come sottolinea Jacques Le Goff
nelle lingue romanze e nelle altre, storia esprime due, se non tre concetti: 1) indagine sulle azioni compiute dagli uomini che si sforzata di costruirsi in scienza, la scienza storica; 2) loggetto dellindagine, quello che gli uomini hanno compiuto e secondo Paul Veyne, la storia sia un susseguirsi di avvenimenti, sia il racconto di questo susseguirsi di avvenimenti. Ma la storia pu avere un terzo significato, precisamente quello di racconto. Una storia un racconto che pu essere vero o falso, con una base di realt storica, o puramente immaginario (1978: 566).

Il termine francese rcit ha in s lidea del leggere a voce al- ta e recitare a memoria; la voce biografia infine ha nel suo etimo lidea dello scrivere (bios e graphia Nelle storie di ). vita e nelle biografie convivono quindi la volont di pervenire ad una ricerca oggettiva, la soggettivit propria del raccontare, del rammemorare, la capacit di recitare ed infine la possi- bilit di riscrivere, di ricomporre. La biografia e la storia di vi- ta in questo senso rappresentano una metodologia complica- ta da definire, una sorta di non detto nella storia dellantro- pologia; in essa infatti sono condensate alcune delle proble- matiche pi scottanti della disciplina e che solo lantropologia moderna ha cercato di affrontare. Da sempre utilizzate per la raccolta di materiale etnografico, su di esse in quanto materia umana e personale a lungo si sorvol preferendo invece con- centrare lattenzione sul dato: matrimoni , genealogie, riti, cul- tura materiale; questi erano gli elementi sui quali si poteva fondare la costruzione di culture oggettive, solide, omogenee. Pu essere interessante notare a questo proposito come fin dai suoi esordi questa metodologia si dimostr particolarmente
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adatta per raccogliere storie di immigrazione, in cui il meticciato era elemento fondante, racconti di individui che si trovavano sempre tra qualche cosa8, posizionati in between, sulla frontiera appunto, di una o pi culture. Il dato biografico divenne allora elemento fondante per dimostrare linesistenza della purezza, dellomogeneit e compattezza culturale; non una caso infatti che esso si fece anche portavoce di tutte quelle stratificazioni sociali e culturali come la cultura della povert, la cultura analfabeta, la cultura della diaspora. Possiamo tentare oggi di leggere le storie di vita come fossero uno specchio sulle discipline etno-antropologiche, la loro utilizzazione da parte degli antropologi riflette in modo preciso ed accurato le ideologie, le influenze del loro pensiero a livello teorico ed epistemologico; non solo, esse possono rappresentare una sorta di termometro sociale che misura i livelli di cambiamento e continuit, un termometr o acceso e sempre attento per ricordare quanto sia complesso e intricato il rapporto tra individuo e societ. Proprio per il loro carattere inadatto al compromesso e alla mistificazione le storie di vi- ta si rivelarono fin da subito costrutti culturali che non era- no rappresentativi delluniversale modalit di raccontare le- sperienza di una vita9. La certezza che questa testualizzazio- ne non abbia rappresentato luniversale e naturale modalit di raccontare la propria esistenza, si scontrano oggi non solo con il proliferare di opere di carattere autobiografico, ma con la consapevolezza che esse sono divenute col tempo, nella storia, attraverso la storia, un veicolo e uno strumento di co- noscenza del nostro mondo contemporaneo, occidentale e non occidentale. Partendo da questo presupposto teorico ho tentato di sviluppare unipotesi che ha guidato forse impli- citamente il rapporto tra biografie e mondo antropologico contemporaneo: attraverso lincontro della e nella narrazione biografica, rito antropo-poietic o (Remotti 1996b: 9-27)10 di iniziazione, si rinasce mutati, vengono modificati i contenuti e trasformati i contenitori di tali narrazioni. Ci che viene narrato contribuisce, lo dicono molto bene gli antropologi contemporanei11, alla costruzione di un sapere che oggi di frontiera, attento a cogliere le maniere diverse e incomplete in

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cui si realizza unidentit. Questultima, nonostante la fluidit e libridit che la caratterizza, preserva ancora lingue, dialetti, culture, che hanno viaggiato, si sono spostate, fermate e di nuovo sono partite. La narrazione biografica, che nella storia di vita vede il suo corollario antropologico, nella con- temporaneit riesce a svilupparsi con caratteristiche formali ed epistemologiche ben precise e con scopi determinati ravvisa- bili attraverso quelle che Amselle chiama connessioni (Am- selle, 2001). Esse non solo possono dare conto della stratifi- cazione identitaria di ognuno, ma tentano in qualche modo di ricostruire e ricompattare elementi eterogenei. Le narrazioni biografiche, le storia di vita, mostrano proprio attraverso il loro valore di testimonianza storica e autobiografica e il ca- rattere frammentari o e incompleto che le caratterizza, di essere una cerniera tra il globale il locale, tra lindividuo e la societ, tra il passato, il presente e il futuro della disciplina. nel raccontare, nelle modalit di gestire il dialogo, di tacere e di parlare; in luoghi diversi, con lingue altre, che si individuano oggi le strade, i percorsi, le tracce lasciate da ognuno nel cor- so della propria esistenza. Molteplici potrebbero essere quelle testimonianze capaci di dar conto di percorsi biografici contrassegnati dallo spostamento, dal viaggio, dallimmigrazione12. Il narrare autobiografico si configura come una nicchia, un serbatoio ove poter conservare e quindi in seguito esibire un patrimonio altrimenti silenzioso e deperibile; la scrittura autobiografica, il narrare biografico, quelle che lantropologia chiama storie di vita, possono rappresentare la metodologia e il genere che forse pi di altri riescono a tenere conto della complessit dei mondi contemporanei: sono le donne, gli esiliati, i deportati, gli immigrati, i colonizzati, coloro che parlano, che costrui- scono narrazioni, che attraverso le loro storie e i loro raccon- ti riconfigurano lassetto del locale e del globale.
Nel suo viaggio attraverso le generazioni e le culture, il racconto emerge per la sua capacit di adattamento ed evoluzione, mentre con lesilio e lemigrazione, il viaggio si espande nel tempo e nello spazio ed il racconto diventa confusamente complesso nei suoi effetti ripercussivi. En-

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trambi sono soggetti agli azzardi del dislocamento, linterazione e la traduzione; entrambi, tuttavia, hanno la potenzialit di ampliare gli orizzonti dellimmaginazione individuale e di spostare il confine tra realt e fantasia, del qui e del l; entrambi contribuiscono a mettere in questione i limiti prestabiliti di ci che, nella vita di tutti i giorni, viene considerato comune e normale, offrendo quindi la possibilit di un altrove-qui o l (Trinh 1994: 11).

Seguendo il percorso individuato da Trinh Minh-ha, il valore autobiografico dei ricordi, delle memorie e degli oblii per coloro che hanno sperimentato la dislocazione volontaria o forzata, legato ad un processo doppio: di straniamento13 da una parte e di riappropriazione dallaltra. Come dice Trinh Minh-ha:
Ci che scelgono di racconta non appartiene pi a loro re (Trinh 1994: 10)14.

Il materiale che viene scelto per essere depositato, trattenuto e dunque raccontato, non appartiene pi a colui che ricorda e nemmeno a colui che ricordato. come se lesperienza dellalterit sperimentata attraverso lo straniamento producesse uno iato spaziale, temporale e identitario tra colui che ricorda e ci che viene ricordato, tra colui che vede e colui che visto. Il risultato di questo passaggio quindi un prodotto nuovo, un investimento immaginativo, un atto creativo. La dislocazione, il viaggio, lincontro con lalterit sollecitano il racconto biografico, ma esso si configura come una narrazione che ha peculiarit sue proprie , che si differenzia dalla biografia classica non tanto nei paradigmi strutturali quanto piuttosto nella sua valenza e rappresentazione. Come il vino novello ottenuto attraverso precise tecniche di fermentazione, imbottigliato poco dopo la vendemmia risulta particolarmente profumato e fragrante, cos questo tipo di narrazione biografica possiede sue modalit di sedimentazione durante le quali cambiano le forme, si trasformano gli equilibri, mutano le configurazioni.
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Ma andiamo per gradi: ripartiamo dallidentit. La categoria di identit, come sottolinea Cristina Demaria nellintroduzione del saggio di Stuart Hall (Hall 2002) provocatoriamente titolato, A chi serve lidentita? uninvenzione moderna, che non divenuta problematica nel corso del tempo, bens nata come problema [], pu esistere solo come problema (Bauman 1996 in Demaria 2002: 119). Oggi parlare di identit, e soprattutto di identit europea, significa configurare un percorso di rotture, movimenti, attraversamenti di spazi (Bhabha 1997; Grossberg 1996). Le identit vengono analizzate come effetti temporanei e instabili di relazioni tra differenze (Demaria 2002: 120); parlare di identit, significa situarsi allinterno delle specifiche evoluzioni e pratiche storiche che hanno riconfigurato il carattere relativamente fisso di culture e popoli; e ancora, indagare sullidentit vuole dire riposizionarsi rispetto al processo di globalizzazione. Infine, intraprendere unanalisi del concetto di identit, ha un significato nella misura in cui si ha laccortezza di domandarsi non tanto
da dove veniamo, quanto piuttosto cosa possiamo divenire, come siamo stati rappresentati, e come tutto ci si relaziona con le nostre stesse modalit di autorappresentazione (Hall 2002: 134).

Ed esattamente in questo senso che va interpretata e decodificata lidentit europea, precisamente in questo scenario che agisce e si costruisce la memoria culturale. Dopo avere evidenziato alcuni dei processi atti a decostruire e smontare la categoria dellidentit, innegabile constatare quanto di identit si continui comunque e incessantemente a parlare. Perch? Quali frammenti la contemporaneit ha deciso di riutilizzare? E con quali potenzialit? E ancora, chi dellidentit europea testimone e ambasciatore? Non troveremo certo risposte esaustive a tali quesiti, ma le questioni legate alla memoria culturale possono forse fornire interessanti suggestioni. In primo luogo, importante ricordare che alla base della
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rappresentazione e della costruzione della nazione si trovino il ricordo e loblio. Eppure, scrive Renan:
lessenza di una nazione sta proprio nel fatto che tutti i cittadini abbiano molte cose in comune e che molte ne abbiano dimenticate (Renan 1997: 48).

4. Il ricordo della memoria, loblio: il narrare della storia La memoria culturale in questo senso rappresenta una eredit che ogni nazione si creata per plasmare la propria identit. Essa agisce sempre su due assi parallele e complementari al contempo: il ricordo (la memoria) e loblio (lamnesia). Seguendo il percorso di Jan Assmann, secondo il quale le societ hanno bisogno del passato in primo luogo ai fini della loro autodefinizione (Assmann 1997: 101), la ri- visitazione storica dellidentit europea e la sua decostru- zione oltre a dar conto di molte dinamiche politiche verifi- catesi nei singoli contesti nazionali, fa emergere la produ- zione culturale delle minoranze, degli oppressi, dei coloniz- zati, ponendola in relazione con la cultura dominante (Cal- lari Galli 2000: 15). in questo scenario che trovo partico- larmente interessante rileggere la storia dellidentit europea come narrazione: narrazione nel viaggio, nellimmigrazio- ne, narrazione che il soggetto di volta in volta rappresenta, articolazione e giuntura tra i diversi punti di approdo nella costruzione identitaria. E non un caso che Homi Bhabha in un testo da lui curato sul rapporto tra nazione e narrazione (Bhabha 1997) ponga a inizio del suo saggio il racconto del viaggio e dellesilio che personalmente ha sperimentato, tra le strade delle nazioni del mondo:
Ho infatti vissuto il momento della dispersione di un popolo che in altri tempi e luoghi e nelle nazioni di altri diviene momento di riunione: riunione di esiliati, emigrati e rifugiati, di culture straniere marginali; riunione alle frontiere, nei ghetti e nei caff dei centri urbani; riunione nella vita stentata e condotta allombra di lingue straniere, 98

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o nel fluire misterioso di una lingua che non la propria; riunione dei segni di approvazione e accettazione, di gerarchie, discorsi e discipline; riunione di memorie del sottosviluppo, di altri mondi vissuti in modo retrospettivo; riunione del passato in un rituale rivitalizzante; riunione del presente (Bhabha 1997: 469).

La memoria, il ricordo, la consapevolezza della necessit delloblio sono temi costanti e ricorrenti nella storia della letteratura antropologica contemporanea; c chi ha parlato, pensando alla ricostruzione storica, culturale e politica dellArgentina contemporanea da parte di alcuni studiosi di scienze sociali, di epidemie di memoria di eccesso di passato (Lazzarato 2003). Contrariamente a quanto sta accadendo oggi, cercheremo invano nella storia della disciplina antropologica se volessimo trovare trattati specifici sulla memoria15; inutile sarebbe voler reperire una definizione di memoria culturale; questa poca attenzione alla memoria, credo sia legata a molteplici fattori. In primo luogo occuparsi della memoria culturale (perch di questa che lantropologia dovrebbe occuparsi) probabilmente poneva una serie di problem i epistemologici che lantropologia ai suoi esordi non era pront a ad affrontare. Non un caso che Halbwachs si concentr sulla memoria collettiva e sociale (Halbwachs 1987; 1997) sfiorando tutto quanto riguardava invece la memoria individuale, personale, soggettiva, emozionale. Pu essere interessante ricordare letimologia della parola ricordo: recordari; re-cor, rimettere nel cuore. Aleida Assmann a questo proposito sottolinea le puntualizzazioni di Friedrich G. Jnger e distingue i termini Gedchtnis (memoria) ed Erinnerung (ricordo) ove il primo indicherebbe il dato mnestico ovvero la conoscenza, mentre il secondo lesperienza soggettiva (Assmann 2002: 29). Il destino della memoria in ambito antropologico segue in maniera quasi inesorabile quello delle storie di vita, delle biografie e autobiografie. Di esse era consigliabile occuparsi il meno possibile perch mettevano il luce tutto quanto la disciplina cercava di celare e nascondere: il complesso rapporto tra lantropologo e il suo informatore; i problemi legati alloralit,
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alla trascrizione e traduzione dei testi; la relazione spaziotempo cos come era vissuta e raccontata da popolazioni altre, non occidentali, ed infine parlare della memoria avrebbe messo in luce i complessi e sottili meccanismi che legavano lantropologia alla politica e al potere. Franz Boas, colui che form alcuni dei pi accaniti sostenitori del metodo biografico, cos si esprimeva rispetto alla biografia e alla memoria:
La letteratura antropologica moderna mostra come losservazione ravvicinata delle vite individuali sia considerata essenziale per un ulteriore progresso, e nuovi metodi siano stati concepiti per ottenere le informazioni necessarie. Il valore di alcuni di questi metodi mi sembra dubbio. ovvio che, tralasciato lesperimento di laboratorio, lunica via per ottenere le informazioni necessarie resti una ravvicinata e continua esperienza di vita con i popoli e una perfetta padronanza della loro lingua []. Uno dei metodi per superare tali difficolt chiedere ai nativi di scrivere o raccontare le propri e autobiografie. I migliori tra loro riportano informazioni preziose riguardo alla lotta giornaliera per la sopravvivenza e alle gioie e dolori del popolo, ma la loro affidabilit, al di l dei punt i pi elementari, resta dubbia. Non si tratta di fatti ma di memorie, memorie distorte dai desideri ed i pensieri del momento []. Recentemente Lowie ha pubblicato alcune versioni di una storia Crow, raccontata in diversi momenti dallo stesso individuo, che presentano sensibili variazioni nella trama e nei motivi. Io ho pubblicato alcune simili registrazioni della stessa storia, raccontata dallo stesso informatore dopo un intervallo di circa quarantanni, che mostra la stabilit degli elementi formali e la variabilit dei motivi. Questo ci che succede molto spesso nelle registrazioni desperienze personali. La stessa persona mi ha raccontato degli eventi della propria vita a volte come avvenimenti semplici ed oggettivi, altre volte come esperienze soprannaturali []. Le autobiografie [] hanno valore piuttosto come materiale per lo studio della distorsione della verit giocata dal ruolo della memoria nel tempo. Per il resto, non sono altro che una descrizione di costumi raccolt nella maa niera tradizionale (Boas 1942: 334-335).

La memoria, lautobiografia e le storie di vita non solamente rappresentavano quella storia evenemenziale che lan100

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tropologia boasiana aveva sempre trattato con sospetto, ma distorcevano i fatti e la realt, producendo una sorta di divario temporale e spaziale tra Storia e testimonianza, tra ricordo e Ve- rit. Un secondo motivo che port ad una disattenzione co- stante nei confronti della memoria il rapporto controverso e ambiguo che lantropologia ebbe con la storia e quindi con il tempo. Questordin e di problemi era da una parte legato a complessi rapporti disciplinari e dallaltro ad un profondo disagio nelloccuparsi della rappresentazione di temporalit al- tre (Viazzo 2000; Fabian 2000). Tracciare e ripercorrere il rapporto che lantropologia ebbe con la storia e la memoria davvero complesso; basti pensare alle annotazioni di Lvi- Strauss nella critica allopera di Sartre (Lvi-Strauss 2003). Lvi-Strauss, che aveva antesignanamente intuito molte delle problematiche che lantropologia geertziana e post-moderna avrebbero in seguito affrontato, cos si esprimeva:
ogni ricerca etnografica muove da confessioni scritte o incoffessate [] di conseguenza il fatto storico non pi dato degli altri; lo storico, o lagente del divenire storico, che lo costituisce per astrazione, e come sotto la minaccia di una regressione allinfinito []. Anche da questo punto di vista, lo storico e lagente storico scelgono, eliminano e sottolineano, perch una storia davvero totale si risolverebbe nel caos (Lvi-Strauss 2003: 271-279)16.

Le pagine di Lvi-Strauss sono davvero illuminanti e riescono ancora ad essere di grande attualit. Nelloperazione dello storico che sceglie, elimina e riprende; e poi incasella, ordina e setaccia vi sono echi platonici molto forti17; in fondo loperazione che compie lo storico, al pari di quella delletnologo consiste in una paziente e minuta ricostruzione, in un lungo riaggiustamento temporale, in un complicato rimodellamento spaziale. Seguendo ancora Lvi-Strauss:
Letnologo rispetta la storia, ma non le concede un valore privilegiato. La concepisce come una scienza complementare alla sua: luna apre il ventaglio delle societ umane nel tempo, laltra nello spazio. E la differenza meno grande ancora di quanto non sembri, dato che lo storico si sforza 101

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di restituire le immagini delle societ scomparse quali furono negli istanti che, per esse, corrispondettero al presente, mentre letnografo fa del suo meglio per ricostruire le tappe storiche che hanno preceduto nel tempo le forme attuali (Lvi-Strauss 2003: 277-278).

Nata con lambizione di essere una scienza esatta, una disciplina sperimentabile e comunque produttrice di leggi18, essa come esperienza etnografica e conseguente e contemporanea elaborazione etnologica19, si rivelava in realt una finzione, letteraria, sistemica e concettuale (Fabietti 1999: 128-137). proprio lindagare sul concetto di finzione (da intendersi nella sua accezione latina di fingere, formare, plasmare, creare, modellare) che mi ha spinto a ricostruire un percorso in cui memoria, identit, immigrazione e storia europea hanno trovato equilibri precari, incerti che si potevano guardare solamente da lontano. 5. Viaggio e immigrazione: storie contemporanee, vecchie e nuove questioni
Io sono nata non lontana dalle foreste perch quando mia mamma mi aspettava... cerano tutte le liane, lui vedeva tutte quelle liane, per quello che mi hanno chiamato... mi hanno chiamato... Lian20.

Juliette nacque a Bien Hoa il 21 novembre 1909, primogenita di cinque sorelle. Sua madre era vietnamita. Il padre Bonifacio infatti emigr nellanno 1908 in Indocina, ove Juliette abit fino allet di 13 anni; allora Bonifacio decise per varie ragioni di mandare le tre figlie rimaste, Juliette appunto, Giuseppina e Mary a studiare in Italia (1922-1930). Il Piemonte era la terra dorigine della famiglia. Le tre sorelle vissero nel collegio di Virle la loro adolescenza; Juliette si spos non appena termin gli studi nellanno 1930; Giuseppina torn dal padre allora a Saigon e Mary, la pi piccola, rimasta sola si ammal per poi morire presto. Anche Juliette non ap- pena pot torn dal padre in Indocina il quale intanto aveva
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fatto fortuna come impresario dei lavori pubblici. Tra linizio delle prime resistenze e labbandono francese dellIndocina (1945-1954) tornarono tutti in Europa: Bonifacio e Giuseppina naturalizzati francesi si stabilirono a Parigi; Juliette, il marito e i figli rientrarono in Italia. Juliette non si spost mai pi dallItalia e Giuseppina (allo stesso modo), si stabil a Parigi con i figli ed il marito. Ogni anno le due sorelle si ri- vedono nella vecchia casa di famiglia che il padre rimise a po- sto durante i suoi soggiorni italiani, nelle sue brevi e sporadi- che visite alle adolescenti e giovani figlie. Il lavoro di campo con Juliette cominciato, con una prima intervista nel marzo 1999. In seguito abbiamo trascorso insieme 15 giorni nellanno 1999, 2000 e 2001 nella casa di famiglia in Piemonte. Durante questo soggiorno sono stati trovati vari documenti e fotografie della famiglia che so- no stati catalogati e riordinati. Juliette in queste occasioni si mostrata sempre pronta a raccontare e a ricordare il pro- prio passato. Nellimpossibilit di ricostruire lintera storia di vita di Lian, credo sia opportuno indagare le ragioni che mi hanno spinto non solo ad utilizzare un nome fittizio, Juliette, ma anche a mantenere, sovente, il nome di battesimo. Lian mi raccont una parte della sua vita e decise di selezionare alcuni episodi precisi21; osservando le modalit di ricomposizione di questa biografia (operata da me e da Lian), mi accorsi, mentre Lian narrava, selezionando eventi e accadimenti, scegliendo parole e immagini, che era necessario adottare un secondo nome, Juliette. Esso poteva tenere conto di alcune istanze metodologiche che questa narrazione comportava. Il nome di Lian, mantenuto nel corso dellintera ricerca, ha cercato di mostrare la difficile mediazione che questa donna dovette operare durante ogni nostro incontro su quanto scelse di rappresentare. Cera il racconto, la rappresentazione della sua esistenza, la sua ricomposizione, e al contempo cera unidentit storica, quella rappresentata dai documenti, dalle fotografie e legata quindi al suo intero percorso biografico, alla sua storia. Lutilizzazione dei due appellativi, Lian e Juliette, vuole mostrare quindi il difficile
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equilibrio tra storia di vita e biografia antropologica, tra biografia e autobiografia letteraria. Lian e Juliette, Juliette e Lian: ognuna porta con s una storia, un racconto, una vita differente. Prima di cominciare la ricostruzione della storia di vita di Juliette, credo possa essere interessante capire che cosa successe quel giorno del marzo del 1999: quando Lian decise di narrarmi la sua biografia, quando a poco a poco prese forma la storia di vita di Juliette. Fu infatti da quella giornata che Lian prese una de- cisione sulla quale poi non volle pi tornare: io avrei cono- sciuto la vita di Juliette, lei mi avrebbe raccontato quella par- te di esistenza, io sarei divenuta colei che la ascoltava, che pa- zientemente trascriveva ogni sua parola; ma soprattutto io ero colei che avrebbe accettato questo tacito accordo. Lian di questo lungo percorso tra memorie, ricordi, fotografie e vec- chie storie, non voleva conoscerne nemmeno lesistenza. Lutilizzo di uno pseudonimo capace di preservare lintimit di colei che nel corso di questi ultimi tre anni mi ha narrato la sua vita, elimina forse lunico punto fisso in un mondo in movimento (Ziff, in Bourdieu 1995: 74), il solo attestat o ufficiale di una identit sociale costante e durevole: il nome proprio. Non ho sentito raccontare e non ho riscritto la storia di Lian, ma mi stato consentito di ascoltare e registrare alcuni eventi della vita di Juliette. Quali implicazioni pu avere questo passaggio, questa metamorfosi che riempie ogni momento della narrazione, nelle operazioni di ricomposizione e ricucitura di una vita? Nella pratica di conoscenza e interpretazione di una storia? E ancora: quali conseguenze questa alterazione appellativa, e quindi identitaria, porter nel percorso concreto della vita di Lian? E in quello di Juliette? Secondo Pierre Bourdieu,
in quanto istituzione, il nome proprio si sottrae al tempo, allo spazio e alle variazioni secondo i luoghi e i momenti e cos assicura agli individui designati, al di l di ogni cambiamento, di ogni fluttuazione biologica e sociale, la costanza nominale, lidentit col senso di identit con s stessi, di constantia sibi, che lordine sociale richiede []. Il nome proprio lattestato visibile dellidentit di chi lo 104

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porta attraverso il tempo e gli spazi sociali, il fondamento dellunit nelle sue manifestazioni successive e della possibilit socialmente riconosciuta di totalizzarle nelle registrazioni ufficiali, curriculum vitae, cursus honorum, casellario giudiziario, necrologio o biografia, che costituiscono la vita in totalit conclusa dal verdetto emesso su un bilancio provvisorio o definitivo (Bourdieu 1995: 75).

La continuit e la coerenza con se stessi, con il proprio percorso individuale, secondo lopinione di Bourdieu, assicurata, almeno nelle sue implicazioni pi esterne, attraverso lattribuzione del nome proprio. indicativo a questo proposito come Bourdieu non ci sveli che cosa, secondo lui, la biografia, rappresenti n come genere letterario, n tantomeno come metodologia dindagine. Egli ci mette al corrente sola- mente di cosa essa non dovrebbe rappresentare: una sto- ria. Bourdieu bene attento a non entrare nel merito delle diverse accezioni che questo termine pu avere: indagine, rac- conto, oggetto di indagine. La storia di vita rimane
un artificio impeccabile [], la cui costanza probabilmente solo quella di un nome propri o (Bourdieu 1995: 78).

chiaro come lutilizzo di uno pseudonimo giunge ad eliminare anche quellunica costante trovata da Bourdieu. La storia di vita antropologica che nellutilizzo dello pseudonimo ripone la prima regola delleticit di un patto tacito e memorabile con il lettore, con laccademia e con la societ, non potr, secondo linterpretazione di Pierre Bourdieu, nemmeno pi essere considerata un artificio o una illusione: cesser di esistere anche come traiettoria, percorso e tragitto comunque discontinuo, effimero, evanescente. Una diversa posizione, pi stimolante in questo contesto, mi sembra quella sostenuta da Philippe Lejeune:
gli pseudonimi letterari non sono, in generale, n misteri n mistificazioni; il secondo nome autentico quanto il primo, indica semplicemente una seconda nascita: la scrittura pubblicata . Scrivendo la sua autobiografia, lo scrittore ne spiegher lorigine, come ha fatto Raymond Abellio 105

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quando dice di chiamarsi Georges Souls e spiega le ragioni per cui ha scelto un secondo nome. Lo pseudonimo semplicemente una differenziazione, uno sdoppiamento del nome, che non cambia nulla dellidentit (Lejeune, 1986: 24)22.

Gli pseudonimi, secondo Philippe Lejeune, indicano quindi lesistenza di una seconda vita che, bene sottolinearlo, secondo Lejeune si trova nel testo e nel testo pubblicato. Sulla carta, attraverso latto della scrittura, il soggetto come se nascesse per una seconda volta. Ma questa seconda vita, nulla cambia sia a livello formale che contenutistico nellidentit dellopera e dellautore in questione perch, non dobbiamo dimenticarlo, lautobiografia cos come viene interpretata da Lejeune in Le Pacte Autobiographique,
non ammette gradi: tutto o niente (Lejeune, 1986: 25).

Altra cosa il romanzo autobiografico, in questultimo, lutilizzo dello pseudonimo potrebbe portare a mutazioni, a rassomiglianze nellidentit tra autore e protagonista e in quantaltro si desideri. Il romanzo autobiografico, a differenza dellautobiografia, ammette gradi (Lejeune 1986: 25). E gradi, vedremo, sono ammessi anche nella storia di vita, nella biografia antropologica. Anche qui il raccontare, come del resto lo scrivere il proprio percorso biografico, come se presupponessero una sorta di rito di passaggio, un rito di iniziazione a nuova vita (Van Gennep 1981). Quale identit potrebbe allora trasformarsi? Quella del lettore? Quella di colui che ha raccontato la propria esistenza? Perch, se ci pensiamo bene, da un punto di vista antropologico, lattribuzione di un secondo nome ha in s qualche cosa di rituale e non dobbiam o scordare che lo scopo di ogni rito, di qualunque natura e in qualunque contesto esso venga rappresentato, proprio quello di apportare mutamenti profondi nello status individuale e sociale dellindividuo. Bourdieu in realt gi ci aveva messo sulla buona strada perch, pur avendo dissolto la biografia come mero costrutto ideologico, aveva connesso il nome proprio al rituale
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sociale che gli appartiene23: lattribuzione del nome di battesimo, quella di un nuovo nome, e di uno pseudonimo quindi, rappresentano un momento rituale di tutto rispetto. La biografia e le storie di vita, come metodologia antropologica, diversamente dallautobiografia, utilizzando sistematicamente lo pseudonimo rivelano di contenere una vera e propria performance rituale24. La necessit di utilizzare lo pseudonim o insieme al nome di battesimo sottolineano inoltre e ancora una volta non solo la stratificazione identitaria, ma il ricorso alla nozione di finzione nella complessa ri-costruzione di un racconto, di una storia, di una appartenenza. Dopo avere ascoltato la storia di Juliette cos come lei lha narrata insieme alla storia del padre Bonifacio, dopo avere compreso quanto il rituale sia una questione legata ad un processo di rimodellamento e riaggiustamento, ho tentato di seguire una pista che mi consentisse di trovare un filo rosso tra interviste, dialoghi informali, documenti familiari, fonti storiche e letterarie. Mi sono chiesta pi e pi volte il senso di questa narrazione; il valore antropologico di una storia cos complessa da ricostruire. Juliette ha narrato nelle interviste quella parte di vita legata allesperienza storica dellIndocina sua e del padre, lasciando all informalit (libere conversazioni, discussioni informali, chiacchiere) il Piemonte e tutti quei dettagli pi personali e autobiografici dellIndocina, gli aneddoti, le bagatelle. Di alcuni anni e di alcune persone che hanno segnato la sua esistenza non ha parlato. Lo ha fatto per preservare una esperienza di dolore e sofferenza, ma lo ha compiuto anche per donarmi quella parte della sua vita che riteneva essere interessante per me, per le mie ricerche, per i miei studi. Juliette mi ha voluto regalare un pezzo di Storia25. Sfogliare il materiale con puntiglio e guardare questa storia da lontano, longitudinalmente e nel tempo, mi ha portat o a formulare un percorso la cui istanza epistemologica risiede nella costruzione identitaria: questa donna ha tentato, in questi anni, in ognuna delle sue narrazioni, di ricostruire la sua identit, come donna e donna immigrata, che ha viaggiato durante tutta la sua esistenza, im107

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parando lingue, dialetti, formandosi in ambienti culturali e sociali differenti. Durante questi anni di ricerca ci che emerso in ogni fase della narrazione il processo formativo che questa donna ha operato durante ogni suo racconto. I procedimenti di costruzione identitaria hanno infatti evidenziato unidentit complessa, la volont ed il desiderio di ordinare e ricomporr e la propria vita si scontrano in ogni narrazione con unidentit mista, non duplice, ma plurima. Liane e Juliette hanno poi mostrato il valore non solo della memoria e del ricordo ma anche ed inesorabilmente la necessit delloblio (Ricoeur 2000). 6. Conclusioni I processi identitari dunque, sono processi metabolici di trasformazione e alterazione. Juliette nel ricordare taglia e cuce, riannoda e separa. Ma quello che pu essere interessante osservare , da che cosa parte? O meglio, che cosa sepa- ra da cosa? complesso rispondere. Seguendo le indicazioni di James Clifford (1999), ha oggi pi senso chiedersi, tra quali luoghi ha fatto da spola?. Questa donna ha viaggiato, ha immigrato, pi volte si radicata, altrettante partita. E che cosa si portata con s? Come e dove ha potuto preser- vare la sua piemontesit? La sua appartenenza molto difficile da circoscrivere, complessa e stratificata. I luoghi di Juliette possono essere pensati come frontiere, territori di contaminazione, ma anche di vigilanza e affermazione. Ju- liette si colloca sicuramente in una linea di frattura. Pu es- sere utile chiedersi, seguendo il pensiero di Amselle, o ugual- mente quello di Bhabha, se vero che sono crollate le distinzioni binaria e dicotomiche e oggi ci che emerge sono le zone in-between, i luoghi degli interstizi (ove i processi di contaminazione e ibridazione sono prevalenti), allora possiamo ripensare alle regole che condizionano lassemblaggio o la separazione? E in quale maniera? Se, come ha suggerito Edgar Morin, necessaria una riforma del pensiero
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certo che oggi vi sono maniere diverse, incomplete, provvisorie in cui si realizzano sia lappartenenz identitaria che il a viaggio. Lesempio della storia di vita raccolta che ho qui presentato pu essere letta e osservata in relazione alla complessit dei mondi contemporanei attraverso un approfondito ripensamento del concetto di identit europea. In che modo processi che investono le macrostrutture (diaspore, esili, mezzi di comunicazione) toccano la vita quotidiana di coloro che hanno gi vissuto e che vivono tuttora su linee di confine? Quest a fluidit culturale, questo approccio continuista che pone laccento sul sincretismo originario, in cui si cerca di sfuggire a classificazioni tassonomiche e a qualsiasi metafisica della sedentariet (Callari Galli 2000; Callari Galli, Ceruti, Pievani 1998; Amselle 1999), dove pone lin- dividuo, la sua memoria storica e sociale, che se una me- moria meticciata per un verso, una memoria storica pre- cisa e ben localizzata?
Note:
1 Cfr. Z. A. Franceschi. 2003. Le storie di vita nelle discipline etno-antropologiche. Percorsi metodologic per una ricerca di campo. Tesi di dottorato i in Antropologia della contemporaneit XV ciclo. Universit di Milano-Bicocca. 2 Cfr. L. Urru. Alle volte ritornano. Fantasma e nomadismi nippo-occidentali in questo volume. 3 La citazione stata lievemente modificata. 4 Ringrazio Vita Fortunati per avermi dato lispirazione per questa parte del saggio. Cfr. V. Fortunati. 1996. 5 La lezione di Renan fu pubblicata in Oeuvres Compltes, Paris, 194761, vol. I, pp. 887-907. Viene qui utilizzata la traduzione di A. Perri con le annotazioni di M.Tom pubblicata con il titolo di Cos una nazione. In H. K. Bhabha 1997. 6 Sono interessanti, ma non possibile ampliare qui il discorso, le critiche di Homi K. Bhabha al pensiero di Anderson sul concetto di comunit immaginate in riferimento soprattutto al pensiero di E.Renan. Cfr. Homi K. Bhabha. 1994, pp. 160 e seguenti. 7 Il discorso sulle storie di vita come genere letterario o metodologia di ricerca molto vasto e non possibile trattarlo in questa sede. Per una esaustiva trattatazione cfr. Z. A. Franceschi. 2003. Le storie di vita nelle discipline etno-antropologiche Percorsi metodologici per una ricerca di campo. Tesi di .

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dottorato in Antropologia della contemporaneit XV ciclo. Universit di Milano-Bicocca; interessanti anche G. Marcus 1982; A. Battistini 1990. 8 Si pensi alle autobiografie raccolte da P. Radin (1883-1959), antropologo di origine polacca che lavor con gli Indiani Winnebago; o anche allesperienza di O. Lewis (1914-1970) che raccolse le storie di vita degli immigrati in ambienti urbani. 9 Interessante larticolo di G. Gusdorf del 1956 che riapparve con il titolo di Conditions and Limits of Autobiography, in J. Olney 1980. 10 Cfr. F. Remotti 1996 b. 11 Sto pensando a J. Clifford 1999 [1997]. 12 Si pensi per esempio alla recente pubblicazion e dellautobiografia di E. Said 2000 [1999] e allo stesso modo alla pubblicazione di biografie di personaggi meno conosciuti. 13 In letteratura lo straniamento un procedimento compositivo mirante a generare una nuova e inconsueta visione di una realt gi nota, mediante la modificazione delle tecniche espressive e la deformazione degli automatismi del linguaggio comune. Nel teatro e nel cinema, senso di distacco dello spettatore nei confronti della vicenda rappresentata, provocato da un autore o da un attore mediante varie tecniche, cfr. Vocabolario della Lingua Italiana Nicola Zingarelli, Dodicesima edizione a cura di M. Dogliotti e L. Rosiello, Zanichelli, 1996. Le prime teorizzazioni sul concetto di straniamento risalgono al formalismo russo. C. Ginzburg nel suo testo inizia proprio con una citazione di V. Sklovskij, cfr. C. Ginzburg 1998. 14 Corsivo nostro. 15 Cfr. Z. A. Franceschi. Memoria e storia nelle discipline etno-antropologiche. Saggio presentato a Bertinoro maggio 16-18-2003 nellambito del Convegno ACUME-GENERA L MEETING . Cfr. www.lingue.unibo.it/acume/up3.htm 16 Corsivo nel testo. 17 Interessanti le parole di Remotti sulla costruzione identitaria. Cfr. Remotti, 1996 b. 18 Si pensi allarticolo di F. Boas. 1940 [1887]. 19 Ecco il parere di Lvi-Strauss riguardo letnografia e letnologia: Rimangono da definire letnografia stessa, e letnologia. Le distingueremo, in modo molto sommario e provvisorio, ma sufficiente allinizio dellindagine, col dire che letnografia consiste nellosservazione e nellanalisi di gruppi umani considerati nella loro particolarit (spesso scelti, per ragioni teoriche e pratiche, ma non concernenti affatto la natura della ricerca, tra coloro che pi differiscono dal nostro) e mira a rendere, nel modo pi fedele possibile, la vita di ognuno di essi; mentre letnologia utilizza in modo comparativo (e per fini che in seguito bisogner determinare) i documenti presentat i dalletnografo. Con queste definizioni, letnografia assume lo stesso senso in tutti i paesi; e letnologia corrisponde approssimativamente a quel che si intende, nei paesi anglosassoni (ove il termine 110

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etnologia in disuso), per antropologia sociale e culturale (di cui la prima si dedica in particolare allo studio delle istituzioni considerate come sistemi di rappresentazioni, mentre lantropologia culturale si dedica allo studio delle tecniche, ed eventualmente anche delle istituzioni considerate come tecniche al servizio della vita sociale), in Lvi-Strauss 1990 [1964], 14. Questo articolo apparve nel 1949 con il titolo di Histoire et Ethnologie. In Revue de Mtaphisique et Morale, LVI, n.3-4, pp. 363-91. 20 Cfr. Intervista 10 marzo 1999. Nel corso di questa ricerca mi sono imbattuta sia nei documenti che nei dialoghi informali nelluso dei nomi Lian, Liane, Liana, di volta in volta usati in modo equivalente o per sottolineare al contrario in modo consapevole i diversi contesti in cui la mia interlocutrice ha vissuto. Si utilizzato inoltre lo pseudonimo Juliette. Cfr. spiegazione in questo saggio. 21 in questo senso che ho tentato di ricostruire il racconto di una vita, le rcit de vie, the life story. 22 Corsivo nostro. 23 P. Bourdieu non fa una reale distinzione tra biografia e storia di vita. Forse perch comunque, come abbiamo sottolineat o precedentemente, in francese rcit non ha come linglese la distinzione tra story e history. 24 Luso di uno pseudonimo o semplicemente delle iniziali del nome nelle ricerche antropologiche costituisce una sorta di tacito patto tra il ricercatore, i propri interlocutori e laccademia scientifica. 25 C.Jourdan cos si esprime per raccontare il doppio registro utilizzato dalla sua interlocutrice Resina: Ma Resina non si limitava al semplice racconto della sua vita. Restando nei limiti della veridicit e, a volte, oltre i confini della propria consapevolezza, Resina proiettava immagini della sua vita, pi per se stessa che per me. In certi casi, raccontava la storia che voleva raccontare, in altri, la storia che pensava io volessi sentire. Spesso, si faceva trasportare dalla storia stessa, ammaliata dalla scena che stava descrivendo, fondendo realt e immaginazione (Jourdan, 1997: 48-49).

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MIGRAZIONI TRANSNAZIONALI: IL DECLINO DELLO STATO NAZIONALE? Riflessioni antropologiche

di Bruno Riccio

1. Introduzione Nel gennaio 1999, il premio Nobel per leconomia Amartya Sen nel recarsi alla celebre conferenza del Forum Economico Mondiale, che si tiene annualmente a Davos in Svizzera, viene fermato alla frontiera perch privo di visto. Agli occhi della polizia elvetica non sono sembrate soddisfacenti le spiegazioni fornite a proposito: il visto gli era stato promesso dagli organizzatori dellevento allarrivo in aeroporto. N sono servite altre garanzie: carte di credito, permesso di soggiorno americano, etc.. Il passaporto indiano in suo possesso non equivaleva certo ad uno americano o ad uno degli stati membri dellUnione Europea! con questaneddoto che lantropologo Trouillot (2001) inizia una recente riflessione teorica sulla rilevanza dellantropologia dello stato nellera della globalizzazione. Il contributo che viene presentato in questa sede si colloca allinterno di questo dibattito. Ci che ci si propone di contestare lassunzione diffusa nellantropologia dei mondi contemporanei secondo cui lo sviluppo di reti sociali transnazionali da parte dei gruppi migranti eroda automaticamente la rilevanza dello stato nella vita sociale e culturale.1 Allinizio degli anni novanta si sviluppato un nuovo approccio teorico e metodologico alle migrazioni che focalizza
Il capitolo attinge ampiamente da una relazione presentata al convegno Nationalism, Identity and Regional Co-operation: Compatibilities and Incompatibilities, 5-9 Giugno 2002, Forl.
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lattenzione sulla capacit dei migranti di mantenere relazioni sociali multiple connettendo le societ di origine e quelle di approdo e formando cos reti trasnazionali che attraversano i confini politici, geografici e culturali. Come altre dimensioni dei processi di globalizzazione, anche le migrazioni transnazionali sono spesso considerate come un fenomeno sociale che sfida la sovranit territoriale e il potere esercitato sulle identit collettive da parte degli stati nazionali. Di conseguenza, in un unera globale-transnazionale sembrerebbe obsoleto continuare quel processo di ricerca definibile come antropologia dello stato (cf. Grillo 1980). A questo proposito, lo scopo della discussione che seguir duplice. In primo luogo, si desidera illustrare, sia da un punto di vista teorico che etnografico, la rilevanza dello stato nellinfluenzare lo sviluppo delle formazioni transnazionali. Inoltre, si vuole fornire un invito metodologico a combinare, nello studio delle migrazioni, lapproccio transnazionale con letnografia istituzionale ed organizzativa delle pratiche statali e parastatali. Con questo obiettivo, si fornir unintroduzione ai recenti tentativi di forgiare unantropologia transnazionale e alcuni esempi di etnografia della transnazionalit. Si far riferimento al caso senegalese per mostrare come laccesso al potere negli stati dorigine pu comportare numerose attivit finalizzate a cogliere le potenziali risorse economiche e politiche dei migranti e, soprattutto, come gli stessi stati di approdo siano capaci di condizionare la vita dei migranti. In seguito si proceder ad unanalisi dellambivalente sviluppo delle politiche migratorie italiane. Verr preso in considerazione larcipelago delle politiche nei confronti dei migranti e si mostrer come le loro strategie transnazionali devono comunque essere negoziate con le rappresentazioni allinterno delle istituzioni di accoglienza tendenti a favorire linsediamento duraturo da parte degli utenti stranieri. Scott (1998) sostiene che un perenne progetto statale quello di rendere stabili le persone allinterno di un territori o definito. Di conseguenza, lo stato sempre stato un nemico delle persone in movimento. interessante, a questo proposito, constatare
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Migrazioni transnazionali:il declino dello stato nazionale?

come tale costante storica dello stato permanga allinterno dei discorsi che animano le politiche dellimmigrazione nonostante le trasformazioni degli apparati statali nazionali e locali. Si terminer con un invito ad evitare una concezione reificata dello stato in modo da facilitare unetnografia che comprenda linterazione tra lo sviluppo di reti migratorie transnazionali e le diverse pratiche istituzionali, inserite nelle molteplici culture organizzative che formano un contesto di accoglienza. Si ritiene che questo approccio metodologico aiuti a rappresentare i diversi punti di vista che caratterizzano il fenomeno migratorio e che possa quindi contribuire a rafforzare lantropologia delle migrazioni. 2. Lantropologi delle migrazioni e letnografia della trana snazionalit La recente antropologia delle migrazioni ha subito profonde trasformazioni teoriche e metodologiche beneficiando dellaccento posto sullanti-essenzialismo emergente dai diversi tentativi di dare vita ad unantropologia transnazionale capace di analizzare i sempre pi complessi mondi contemporanei (Callari Galli 2003; Rossi 2003). Allontanandosi gradualmente dai tradizionali studi fortemente localizzati si tende ora ad esplorare la sfera dellimmaginazione, la diaspora come condizione di vita e le identit multiple che vi emergono, la costruzione immaginaria delle localit e i diversi flussi culturali nella nostra era globale di cui quello migratorio solo un aspetto (Appadurai 2001; Clifford 2001). I migranti diventano simboli di ibridit o di creolizzazione (Hannerz 2001) e di varie forme di riarticolazioni liberatorie e trasgressive delle relazioni tra luoghi, culture e identit, non pi considerabili come naturali e immobili (Gupta e Ferguson 1997). Alcuni autori trovano prematuro il tono astrattamente e eccessivamente celebrativo dellantropologia transnazionale accusandola di esaltare la figura delle persone ai margini senza preoccuparsi abbastanza della loro effettiva margina121

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lizzazione (Amit-Talai 1998). Vi sono comunque differenze tra i vari approcci transnazionali al fenomeno migratorio (Vertovec 1999). Per esempio, letnografia della transnazionalit considera il transnazionale pi come una morfologia sociale (rete, comunit, movimento o campo sociale) e si focalizza, attraverso ricerche etnografiche multilocali, specificatamente sul fenomeno migratorio e sullo studio di relazioni sociali concrete. Infatti, molti ricercatori ed osservatori hanno constatato le molteplici modalit con cui alcuni migranti continuano ad essere orientati al ritorno e mantengono una forte identificazione con il proprio contesto di partenza. Cercando di superare il modello bipolare che tendeva a rappresentare il migrante come uno sradicato, rispetto a un contesto considerato immutabile, che mira ad integrarsi faticosamente in un altro contesto (assunto come egualmente monolitico) queste etnografie delle migrazioni contemporanee hanno cercato di richiamare lattenzione sulla capacit di molti migranti di essere in entrambi i contesti contemporaneamente. In modo pionieristico, Roger Rouse (1991) illustrando il circuito migratorio transnazionale che unisce i mutevoli contesti di accoglienza e di partenza (Messico e Stati Uniti) ed in cui scorrono cose, persone, informazioni, mostra come le esperienze e le identificazioni possano essere diffuse allinterno di tale circuito. Le relazioni e i legami pi intimi possono essere intrattenuti anche a notevole distanza e le tensioni e le contraddizioni sociali di un luogo possono riversarsi facilmente nellaltro. Alcuni antropologi hanno definito con il termine transnazionalismo questo processo attraverso i quali i migranti, grazie anche alle innovazioni tecnologiche, tessono reti e mantengono relazioni sociali, economiche, culturali e politiche che, collegando le loro societ di origine a quelle di approdo, attraversano i confini nazionali (Glick Schiller et al. 1992). Tale approccio, inoltre, si caratterizza anche per la sua capacit di evidenziare la dimensione micro cos spesso assente nel- le analisi della globalizzazione: le etnografie multilocali si con- centrano infatti sulle esperienze quotidiane delle persone. Il
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flusso di oggetti o di idee viene considerato come parte integrante delle relazioni sociali dei migranti in quanto soggetti attivi nella creazione di campi sociali transnazionali. Lapproccio transnazionale costituisce uninnovazione importante rispetto alle teorie centrate principalmente sui contesti dapprodo, da- to che consente di tenere in conto nellanalisi il background socioculturale degli immigrati e i loro legami con il contesto di partenza in modo pi dettagliato e sistematico. Luso di un approccio transnazionale pu rivelarsi molto utile, tuttavia, anche per comprendere adeguatamente gli stessi contesti di approdo. Alcuni migranti riescono ad affrontare le numerose difficolt prodotte dalle trasformazioni del capitalismo mondiale verso un liberismo sempre pi accentuato rivolgendosi al contesto di partenza contemporaneamente a quello di approdo per creare nuove strategie di vita transnazionali. Come per i commercianti provenienti dai due Congo ed emigrati in Francia studiati da MacGaffey e Bazenguissa-Ganga (2000) anche per altri migranti le reti transnazionali possono rivelarsi una risorsa per resistere allesclusione sia in patria che allestero. Tuttavia, alcuni autori hanno espresso alcuni dubbi sulla novit sia della transnazionalit sia dellapproccio trananazionale alle migrazioni (Amit-Talai 1998; Grillo 2000). Infat- ti, la premessa definitoria, ovvero le reti multiple che colle- gano in modo continuo pi contesti, presenta celebri antece- denti nella letteratura antropologica britannica in Africa nel period o coloniale e post coloniale (Epstein 1958; Parkin 1969; Grillo 1973). Questi erano gi studi sulla circolarit che univa il rurale e lurbano attraverso reti sociali. Daltra parte, altri autori hanno sottolineato come, per un insieme di ragioni che includono la globalizzazione, le innovazioni tecnologiche e i processi di decolonizzazione, le reti transnazionali possano funzionare con unintensit sconosciuta nel passato: con unestensione globale e quasi in tempo reale (Smith e Guarniz o 1998). Sarebbero quindi queste caratteristiche di velocit, intensit e frequenza a caratterizzare la novit del transnazionalismo contemporaneo. Basch Glick Schiller e

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Szanton-Blanc forniscono le seguenti premesse per uno schema teorico sottostante lapproccio transnazionale (1994: 22): a) la migrazione transnazionale inestricabilmente legata alle mutevoli condizioni del capitalismo globale e deve essere analizzata allinterno del contesto delle relazioni globali tra capitale e forza lavoro; b) il transnazionalismo un processo attraverso il quale i migranti con le loro attivit quotidiane e le loro relazioni sociali, economiche e politiche creano campi sociali che attraversano i confini nazionali; c) rigidi concetti delle scienze sociali che condensano cultura, locazione fisica ed identit possono limitare la capacit dei ricercatori nel cogliere e nellanalizzare il fenomeno del transnazionalismo; d) vivendo le proprie vite attraverso i confini i trasmigranti si trovano a confrontarsi con, e coinvolti in, processi di nation-building dei due o pi stati-nazione. Le loro identit e pratiche sono configurate da categorie egemoniche quali quella di razza ed etnicit che sono profondamente incorporate nei processi di nation-building di questi stati-nazione. Pur condividendo alcune premesse quali laccento definitorio posto sugli attori, le loro esperienze quotidiane, le loro relazioni sociali e la critica di concetti rigidi di cultura ed identit, automaticamente collegati ai territori e alla logica se- dentaria dominante, credo che le altre premesse teoriche (a) e (c) siano pi interessanti come oggetto di ricerca e di investi- gazione che come premesse da cui partire. Per esempio, le rea- zioni alla ristrutturazion e del capitalismo globale non sono simili in diversi contesti. Inoltre, bench alcune pratiche tran- snazionali possano rivelarsi cruciali nei processi di rafforza- mento di una nazione si pensi al nazionalismo in telesele- zione cui fa riferimento Anderson (1996) questa caratteri124

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stica non emerge in tanti altri casi di formazioni transnazionali. per questa ragione che in questa sede si preferito al termine trans-nazionalismo quello meno politico e pi generico di transnazionalit (cf. Ong 1999). Ad ogni modo, ci che preme sottolineare la rilevanza contestuale di un insieme di fattori capaci di influenzare le migrazioni transnazionali. Per esempio, i diversi gradi di inclusione ed esclusione, laccesso dei migranti alla sfera pubblica sociale e politica, la loro si- tuazione legale ed economica allinterno sia del paese di pro- venienza sia di quello di approdo costituiscono aspetti cruciali nel determinare diverse strategie transnazionali. Queste riflessioni conducono direttamente alla relazione tra migrazione transnazionale e stato. In entrambi i filoni descritti, sia quello pi generale che abbiamo chiamato antropologia transnazionale sia in quello pi specificatamente concentrato sul fenomeno migratorio che abbiamo nominato etnografia della transnazionalit, esistono autori che vedono nelle migrazioni transnazionali dei sintomi del declino dello stato nazionale. Kearney (1996), osservando come, grazie alla migrazione, la comunit mixteca un tempo contadina sia divenuta propria- mente transnazionale in quanto capace di penetrare costante- mente i confini tra il Messico e gli Stati Uniti, ipotizza unera post-nazionale in cui le comunit sfuggono al controllo de- gli stati, trascendendo il potere definitorio di questi ultimi nel fissare categorie di identit per le persone. Sulla base degli effetti congiunti della mediazione elettronica di massa e delle migrazioni transnazionali, in modo pi categorico Appadurai ritiene che lo stato come complessa forma politica moderna e lepoca stessa dello stato nazionale siano giunti a conclusione:
In un mondo di persone in movimento, di mercificazione globale e di stati incapaci di garantire i diritti basilari anche alle loro popolazioni etnicamente maggioritarie, la sovranit territoriale una giustificazione sempre meno sostenibile per quegli stati nazionali che sono sempre pi dipendenti da forza lavoro, competenze, armamenti o soldati di provenienza straniera (2001: 39).

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Sia Kearney sia Appadurai sottolineano la natura controegemonica delle pratiche transnazionali illustrandole come atti di resistenza nei confronti del potere definitorio e regolatore degli stati nazionali. Pur comprendendo le ragioni di queste posizioni, si ritiene che corrano il rischio di confondere le potenzialit con le realt sociali quotidiane. In primo luogo, lo stato ovviamente importante per il transnazionalismo, in quanto insito nella sua stessa definizione: i trasmigranti sono coloro le cui vite quotidiane si svolgono qui e l, tra due o pi stati nazionali, con profonde conseguenze sia per i migranti sia per gli stati che questi ultimi attraversano. Inoltre, il potere di esclusione e la forza disciplinatrice degli stati sono ancora molto attivi e lo stato pu rivelarsi in alcuni casi un attore creativo nellutilizzo economico o politico delle reti transnazionali. Per esempio, Robert Smith (1998) sottolinea il ruolo attivo dello stato messicano circa lutilizzo e lorganizzazione della comunit transnazionale nel contesto di approdo (New York). Pi precisamente, egli mostra il percorso storico con il quale la comunit di migranti provenienti da Ticuana ha beneficiato di ripetuti coinvolgimenti progettuali dello stato locale prima e di quello nazionale in seguito. Oltre che in micro-progetti di cooperazione e nellistituzionalizzazione di meccanismi elettorali facilitanti le votazioni a distanza, queste attivit si concretizzarono negli anni novanta con lemergere di una moltitudine di associazioni ricreative che si rivelarono a loro volta come gli attori organizzativi pi capaci di mantenere i contatti transnazionali. Altri autori, sostengono che in zone del mondo diverse fra loro come lAsia, gli Stati Uniti e lEuropa, gli stati nazionali, ben lungi dal perdere il loro potere e sovranit, stanno ora adattando e ridefinendo le loro pratiche per gestire le conseguenze della ristrutturazione economica globale (Ong 1999). In Europa, specialmente per quanto riguarda le politiche migratorie, gli stati nazionali mantengono ancora una sovranit assoluta sul processo decisionale, e la globalizzazione, pur comportando una diminuzione del potere degli stati in alcuni campi, permette che questi ultimi mantengano
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una capacit regolamentatrice potente in aree cruciali per la funzionalit della nuova organizzazione capitalista. Nellambito delle economie capitaliste occidentali, gli stati stanno adattand o i propri ruoli alle mutevoli contingenze economiche tagliando la spesa pubblica e ristrutturando o addirittura smantellando i sistemi assistenziali, ma controllando nel contempo i flussi migratori (Gledhill 1998). Lo sviluppo delle migrazioni transnazionali potrebbe stimolare pi delle trasformazioni dello stato nazionale come ci siamo abituati a concepirlo che un esaurirsi totale della sua funzione, in particolare per quanto riguarda quella di controllo e di polizia. Continuiamo ora la riflessione considerando un caso specifico di migrazione transnazionale che evidenzia sia la rilevanza dello stato dorigine sia di quello di approdo. 3. I senegalesi in Italia come esempio di transnazionalit Le migrazioni senegalesi che hanno caratterizzato il contesto italiano rappresentano un buon esempio di migrazione transnazionale. Quando i migranti senegalesi ne parlano non utilizzano necessariamente il termine pi in voga negli studi delle migrazioni contemporanee, ma dichiarano esplicitamente che: vivendo parte dellanno in Italia e laltra in Senegal si cerca di sfruttare al massimo i due paesi. Il Senegal contemporaneo caratterizzato da una situazione economica e sociale precaria e da un fragile equilibrio di cleavage che , storicamente hanno teso ad incrociarsi e a temperare i potenziali conflitti a cui potevano dare adito. Dagli anni 60 la popolazione pi che raddoppiata: da 3 a 7 milioni di abitanti, con una marcata presenza giovanile nella popolazione con conseguenze sullaumento delle persone dipendenti per le famiglie (cf. Diop 2002). Molti giovani senegalesi ritengono di non avere altra scelta oltre a quella di partire (dem) poich il ritiro parziale dellimpegno governativo dal settore agricolo, i prezzi alti e le tasse proibitive rendon o sempre pi difficile un reddito di sussistenza nelle campagne. I ritorni temporanei, specialmente quando sono caratterizzati da un
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certo grado di ostentazione delle ricchezze accumulate, influenzano limmaginazione delle persone che rimangono e, in questo modo, formano uno stimolo simbolico alla partenza e una sorta di cultura dellemigrazione (Riccio 2000) La transnazionalit dei senegalesi si rivela in attivit e transazioni economiche, tra cui il commercio, attraverso confini nazionali e anche a notevole distanza. Essi trascorrono molto del loro tempo fuori dal contesto dorigine ma ritornandoci frequentemente con la finalit di costruire una vita economica sociale e spirituale per loro e le loro famiglie in Senegal. Lorientamento al ritorno piuttosto che allinsediamento permanente un altro fattore che contraddistingue le esperienze migratorie dei senegalesi (Riccio 2002). Molti emigrano principalmente per motivi economici ed in particolare a causa della crisi della struttura agricola tradizionale. I senegalesi in Italia sono quasi 35.000 che emigrano individualmente seguendo contatti e reti sociali. Il fatto che essi siano principalment e uomini (94%) testimonia una certa identificazione nei confront i di un modo migratorio maschile e mobile (Caritas di Roma 2002). La maggioranza dei migranti senegalesi sono Wolof, provengono dal bacino arachidiero e dalla capitale e appartengono alla confraternita sufi Muridiyya, ordine fondato negli anni ottant a del xix secolo da Cheick Amadou Bamba che riun discepoli tra diversi strati della societ (Cruise OBrien 1971; Copans 1980; Piga 2000). La confraternita Muridiyya ha la sua capitale a Touba, citt nella quale i muridi hanno costruito la pi grande moschea nellAfrica sub-sahariana e che rimane centro di investimento materiale e spirituale di tutti i discepoli. Sono diversi gli studi che hanno mostrato come i legami verticali ed orizzontali della confraternita hanno facilitato anche lo sviluppo di reti sociali nellemigrazione e nelle re- lazioni economiche (Diop 1985; Schmidt Friedberg 1994; Scid 1994; Carter 1997). Lattivit economica svolta da mol- ti senegalesi in Italia la vendita ambulante anche se sono in aumento i casi di inserimento lavorativo come dipendenti a volte con ruoli qualificati. Tuttavia, una diretta o indiretta esperienza in campo commerciale stata rilevata da molti
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studi (cfr. Ceschi 1998). I muridi, che si sono storicamente spostati dallambiente rurale in cui detenevano il monopolio dellarachide allambiente urbano in cui gradualmente hanno conquistato il monopolio del commercio e dei trasporti informali, sono ora impegnati nel commercio a vari livelli dalla vendita al dettaglio per strada allo sviluppo del commercio elettronico a livello transnazionale (Ebin 1992). Gli spazi transnazionali sono mantenuti in vita da conversazioni a distanza, telefoniche e con persone in continuo movimento tra il contest o di origine e quello di approdo, dalla vendita di cassette in cui, oltre ai poemi sacri, vi si ascoltano anche informazioni sulle decisioni delle gerarchie di Touba. Luso di internet tra alcuni circoli sparsi per il mondo un altro esempio di come questa confraternita sappia avvalersi delle nuove tecnologie per articolare la sua organizzazione attraversando confini geografici e politici. Gi studi che si sono focalizzati sulla diaspora commerciale muride in diversi contesti di approdo sottolineano il potere di un sistema quasi autosufficiente di reti che collegano legami di appartenenza e attivit commerciale. Nonostante lesistenza di questi legami sia indiscutibile, le reti di appartenenza religiosa o famigliare non si sovrappongono meccanicamente a quelle commerciali ma si aiutano e stimolano reciprocamente (Salem 1981). Inoltre, le reti commerciali non sono dei sistemi chiusi come alcuni potrebbero pensare: studenti, operai in congedo o anche impiegati possono affidarsi a queste reti commerciali per incrementare i loro guadagni. Spesso le appartenenze etnico-religiose vengono temperate a favore di una solidariet nazionale o regionale. Se si considera la parziale apertura delle reti transnazionali, emerge un ulteriore aspetto che si rileva importante nella comprensione delle migrazioni transnazionali, ovvero il legame tra i migranti e laccesso al potere dello stato di partenza. In un recente articolo, la Salzbrunn mostra come, prima di vincere le elezioni del 2000, lattuale presidente senegalese Wade abbia puntato sullinfluenza degli immigrati sui loro parenti nel contesto di origine riuscendo ad ottenere i voti della maggioranza degli elettori. La strategia di punta129

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re sui collegamenti transnazionali come moltiplicatori di voti ha creato una mobilitazione economica importante di sostenitori politici (2002: 141). Questo un esempio di come migrazione transnazionale non significhi automaticamente non-nazionale, ma possa essere al contrario funzionale alla conquista dello stato nazionale. La rilevanza dello stato, risulta evidente anche quando si rivolge lattenzione verso il contesto di approdo. Innanzitutto solo quand o si ottenuto un permesso di soggiorno che ci si pu permettere con serenit di attuare una strategia di vita transnazionale muovendosi come un pendolare che attraversa i confini degli stati. Semplicemente questo dato ci dovrebbe indurr e a temperare le previsioni post-nazionali degli autori discussi nel paragrafo precedente e a riconoscere che comunque le comunit transnazionali sono obbligate a negoziare con il potere che lo stato esercita sui confini territoriali. Alcuni migranti ricordano la prima entrata nel paese di approdo come una prova di pazienza e fatica, in cui aspettare il momento opportuno per tentare la sorte. Se e quando entrano allinterno degli stati, i senegalesi come altri migranti devono scontrarsi con numerosi problemi. La diffusa rappresentazion e dei migranti come criminali affibbiando lo statuto di illegalit agli irregolari ha comportato la formazione di un segmento sempre pi vasto della societ che si caratterizza come impaurito , senza alcuna tutela legale, privo di difesa nei confronti di datori di lavoro o di padroni di casa che vedono in esso una ghiotta occasione di sfruttamento. questa una realt composta da individui esclusi dalla societ in cui comunque vivono. Inoltre, esistono le difficolt provocate da uneconomia ristrutturata in modo post-fordista e dalle trasformazioni delle varie politiche sociali adottate dai diversi paesi di immigrazione. Alle delusioni nei confronti di quell arcipelago di servizi (Pazzagli 2002), che implementa le politiche nei confronti degli immigrati e che spesso svolge il ruolo dei buoni dal punto di vista dellimmigrato, linterazione con altre istituzioni quali la polizia si rivelano spesso in abusi burocratici quando non precipitano in discriminazioni esplicite. Sono numerose le espe130

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rienze di lunghissime file e di attese interminabili per ottenere la documentazione necessaria a evitare il destino di non-persone (Dal Lago 1999). Lansia prodotta normalmente nel dover confrontarsi quotidianamente con larbitrariet discriminatoria delle procedure burocratiche si moltiplica per i migranti che non possono fare leva sulle conoscenze informali che fungono spesso da sostegno per gli italiani. Questo tipo di esperienze influenzano anche il modo con cui i senegalesi guardano lItalia. Diverse testimonianze confermano una quotidianit fatta di discriminazioni nei controlli polizieschi che tendono ad accanirsi con una delle comunit migranti pi visibile sia per lattivit di ambulantato che per il colore della pelle. Spesso, nel lamentare tale situazione gli informatori abbinano alla descrizione di una situazione frustrant e il confronto con un altro paese europeo, in parte idealizzato, per evidenziare la mancanza di trasformazione dellItalia in un contest o civile di accoglienza. Infatti, mentre lintegrazione europea sta in- fluenzando i paesi membri, spingendoli verso un grado di ar- monizzazione delle politiche, i vari contesti storici rendono le politiche migratorie nazionali ancora molto diversificate. 4. Le ambivalenti politiche migratorie italiane allinterno della FortezzaEuropa Si osserva una profonda ambiguit nel percorso delle politiche sullimmigrazione in Italia che esprimono da un lato il bisogno oggettivo di lavoratori stranieri da parte del mercato del lavoro e, dallaltro, una crescente criminalizzazione dei migranti rappresentati a pi riprese come un pericolo da espellere. Gi negli anni 80, la reazione del Governo Italiano al fenomeno della migrazione rispecchiava questambiguit. Da un lato, infatti, si dichiarava che lItalia non desiderava basare il proprio sviluppo economico sulla forza lavoro straniera. Dallaltro, lItalia, si affermava, era pronta ad accogliere i migranti nel nome della sua tradizione democratica e della solidariet con la difficile situazione eco131

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nomica dei paesi in via di sviluppo (Carter 1997). Di conseguenza, ai migranti veniva data la possibilit di stabilirsi in Italia, ma senza un vero riconoscimento politico del loro status e delle loro esigenze. In questo contesto, fino al 1986, data della prima delle tre leggi nazionali (1986; 1990; 1998), limmigrazione stata af- frontata in termini dordine pubblico e di controllo, la- sciando le questioni sociali al settore del lavoro volontario. In base alla legge del 1986, le immigrate sarebbero state trattate come economicamente e giuridicamente dipenden- ti dai rispettivi mariti (Salih 2003). Sarebbero stati ammessi per ricongiungiment i familiari i minori di 18 anni, le con- sorti ed i genitori economicamente dipendenti, previa esi- bizione dello status economico e del tipo di alloggio occu- pato dalla persona facente richiesta di tale ricongiungimen- to. Il permesso di soggiorno di una tale moglie o figlio sa- rebbe stato quindi collegato a quello della persona gi resi- dente in Italia e sarebbe stato valido per il medesimo perio- do. In base alla seconda legge, emanata nel 1990, il numero di immigrati che potevano essere accettati in Italia sarebbe stato determinato in base alle esigenze economiche nazionali e conformemente con i trattati europei. In pratica questo significava che, negli anni novanta, il permesso dingresso in Italia veniva accordato solo per ricongiungiment i familiari, a rifugiati politici (principalmente dalla ex-Jugoslavia) ed a coloro gi in possesso di un contratto di impiego in Italia. Va notata in questo contesto lironia di politiche che rafforzano le barriere contro coloro che cercano di lavorare legalmente in Italia, incoraggiando cos implicitamente lingresso illegale nel paese malgrado lopposizione verbale allimmigrazione non documentata. Un fattore significativo dellevoluzione della politica italiana stato lappartenenza alla UE ed allo sviluppo di politiche dellUnione concernenti immigrazione, integrazione, esclusione e xenofobia. Limmigrazione in Italia (e in altri paesi del Sud dellEuropa) ha contribuito ad una crescente preoccupazione a livello europeo circa le frontiere. Da un punt o di vista politico, i governi italiani di tutti gli
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orientamenti politici hanno dovuto dimostrare di non offrire un facile punto dingresso, di non costituire in pratica il punt o debole dellunione. Contrariamente a una visione dellItalia tollerante nei confronti dellimmigrazione irregolare, Sciortino sostiene che il controllo italiano dellimmigrazione mostra una tendenza abbastanza coerentemente restrittiva sia in relazione ai nuovi flussi in ingresso che agli immigrati gi presenti. Ci ha comportato una definizione esclusiva di appartenenza sociale. Per esempio, lo spostamento verso un regime di chiusura ed esclusione ci offerto dalla riforma della legge della cittadinanza del 1992 che ha reso pi facile per i discendenti di emigrati italiani riottenere la cittadinanza ma anche molto pi difficile per gli immigrati chiedere la naturalizzazione. Con questa sempre maggiore enfasi posta sul principio dello jus sanguinis, questa legge ha creato un sistema di naturalizzazione a due velocit che distingue gli stranieri comunitari da quelli non-comunitari, per ridurre il numero tra questi ultimi di aventi diritto a far richiesta di naturalizzazione. Il periodo di residenza legale continua richiesto stato infatti portato da cinque a dieci anni (Sciortino 1999). Malgrado la domanda di migranti nellambito di un mercato del lavoro sempre pi flessibile e frammentario, il governo italiano ha inoltre continuato a rafforzare i controlli alle frontiere sotto la pressione dellidea di una Fortezza Europa sancita dallAccordo di Schengen. Il contributo italiano alla costruzione della Fortezza divenuto ancor pi chiaro con il decreto Dini (fine del 1995) sullimmigrazione. stato questo il prodotto della strategia populista della Lega Nord e di Alleanza Nazionale, ha diviso la sinistra ed ha rappresentato una svolta decisiva passando dalla vecchia riluttanza politica circa un dibattito pubblico visibile sui temi concernenti limmigrazione ad una sfacciata politica di esclusione. Il decreto prevedeva la regolarizzazione per due anni degli immigrati dipendenti , lespulsione degli immigrati illegali e disoccupati, lespulsione dei cittadini extracomunitari in sospetto di essere socialmente pericolosi ed il dovere per gli immigrati alla frontiera di esibire un certificato me133

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dico. Queste misure avrebbero comportato lallontanamento di molti lavoratori irregolari da parte di datori di lavoro non disposti a pagare i contributi previdenziali ed il conseguente aumento degli immigrati irregolari disoccupati. Inoltre, il decreto Dini enfatizzava lipocrisia della politica italiana sullimmigrazione ed il paradosso per cui: mentre gli interessi economici ed il declino demografico spingono lo stato ad operare in direzione di un aumento sempre maggiore degli immigrati di ambo i sessi in Italia e della loro integrazione nelleconomia locale, lopportunismo politico e le esigenze elettorali si muovono in direzione opposta, come espresso dai vincoli sempre maggiori posti sullimmigrazione legale nel Paese (Salih 2003). Anche la terza legge sullimmigrazione (1998) sembrava es- sere caratterizzata da questa ambigua coesistenza di pretese di integrazione degli immigrati da un lato e, dallaltro, degli sforzi profusi per la loro espulsione con la criminalizzazione degli immigrati illegali. Essa manifestava lidea che linte- grazione di migranti gi stabilitisi in Italia condizionata alla capacit dello stato di impedire unulteriore immigra- zione (illegale). Ogni anno doveva essere stabilita una quota massima di ingressi, comprendente i lavoratori sia stagiona- li che permanenti ed i ricongiungimenti familiari. Queste leggi hanno contribuito a definire i diritti degli immigrati e a stabilire alcune misure per la loro integrazione con garanzie formali a tutti i lavoratori extracomunitari regolarmente residenti in Italia ed alle loro famiglie completa eguaglianza di trattamento rispetto ai lavoratori italiani. Inoltre, esse sanciscono il loro diritto ad avere una casa, a frequentare la scuola, ad organizzarsi in associazioni e a mantenere le loro identit culturali. Tuttavia forte la discrepanza sostanziale tra la definizione formale di diritti e la loro attuazione. Nella maggior parte dei casi i diritti alla casa, al lavoro e allassistenza sanitaria rimangono solo teorici. Inoltre, sul versante coercitivo, la legge del 1998 perpetuava la criminalizzazione dellimmigrazione illegale fissando pene severe a coloro che incoraggiano limmigrazione clandestina e creando i cosiddetti centri di permanenza temporanea (CPT) per coloro
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che sono entrati illegalmente. La legge Bossi-Fini attualmente in vigore paradossalmente pi coerente: istituzionalizza un regime di quasi-apartheid. Concentrato sulla protezione della frontiera, il discorso politico italiano riproduce quanto si ritrova in molti altri paesi europei . Limmigrazione irregolare stata per tutti gli anni novanta uno dei cavalli di battaglia di aggressive campagne politiche, condott e non solo dallestrema destra, cosa che ha contribuito alla politicizzazione del fenomeno migratorio accrescendo lansia per il controllo dei flussi e la tendenza mediatica a rappresentare i migranti come un problema socioculturale senza apprezzare la complessit e la variet delle migrazioni (Colombo e Sciortino 2002). Le minoranze presenti nei paesi europei da pi generazioni sono state ovviamente colpite dal clima xenofobo stimolato da questa crescente tensione maniacale sul controllo dei confini territoriali. Contemporaneamente , se non conseguentemente, si avuta una forte politicizzazione del concetto di cultura e di appartenenza culturale. Infatti le pratiche di esclusione vengono spesso legittimate con ragioni culturalizzanti fino a giungere a quel fondamentalismo culturale (Stolke 1995) che esalta le differenze per giustificare le disuguaglianze e che forgia il nuovo razzismo differenzialista sempre pi diffuso nei paesi europei. Si tratta di un tipo di strategia discorsiva che nega e contemporaneamente costruisce simbolicamente la sua opposizione nei confronti dei migranti attraverso argomentazioni emergenti dal senso comune quali il desiderio di regole chiare, lanelito a legge ed ordine, la difesa di interessi economici nazionali o locali e quella di interessi politici autoctoni, legittimando cos la diffusa ostilit nei confronti dei migranti come naturale espressione di difesa del propri o territorio. Implicitamente, dietro a questi discorsi si annidan o concezioni dei migranti come persone culturalmente differenti in modo incommensurabile. Non di rado tale differenza si rivela poi sinonimo di inferiorit e disuguaglianza (Cole 1997). Altre rappresentazioni per altri versi problematiche possono animare anche le persone orientate allattuazione dei di135

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ritti civili coinvolte nelle politiche nei confronti dell arcipelago immigrazione (Mottura 1992). In tutta Europa, stato dopo stato, regione dopo regione, citt dopo citt, si possono osservare una miriade di iniziative nazionali e locali, forse queste ultime tra le pi interessanti, alcune delle quali basate su istituzioni statali, altre su organizzazioni non governative, altre con il supporto e la partecipazione di immigrati o delle stesse minoranze etniche (o nate grazie alla loro stessa iniziativa), altre senza, che tentano di affrontare i problemi connessi al vivere allinterno di societ che si potrebbero definire pluraliste (Grillo e Pratt 2002). Considereremo nel paragrafo che segue il sedentarismo specifico che sta alla base delle politiche per gli immigrati con lo scopo di mostrare come gli attori della societ civile possono rivelare caratteristiche comunemente associate con le pratiche dello stato. Lorganizzazione transnazionale di gruppi migranti deve negoziare con tale sedentarismo di attori che presentano effetti statali (Trouillot 2001) senza necessariamente appartenere direttamente alle istituzioni statali. 5. Vedere come lo stato: Lo sguardo sedentarista nei confronti delle migrazioni transnazionali Nella discussione che segue vedremo come organizzazioni che implementano le politiche stabilite dallo stato riproducano discorsivamente tale orientamento alla sedentarizzazione. In altre parole, si cercher di portare alla luce come diverse organizzazioni emergenti dal terzo settore o dalla spesso romanticizzata societ civile siano in grado, per riprendere Scott (1998), di vedere come lo stato. La casa il bisogno ed il problema pi urgente per gli immigrati in Italia. Inoltre, lalloggio rimane una delle aree dintervento pi impegnative per le politiche locali nei confronti degli immigrati (Bernardotti 2001). Nonostante spiegazioni di tipo razzista legittimanti le discriminazioni nel mercato dellalloggio, come leventuale svalutazione dei prezzi dellaffitto, tendano a stigmatizzare gli immigrati in gene136

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rale, i senegalesi sono tra coloro che incontrano i maggiori problemi nel trovare appartamenti a causa di unimmagine diffusa che li rappresenta come tendenti al sovraffollamento. La capacit mostrata da alcuni senegalesi di accettare la vita in grossi gruppi con un certo grado di autonomia stata ritenuta un aiuto fondamentale nel forgiare il modello di prima accoglienza. Daltra parte, unopinione ricorrente allinterno dei servizi, comunque il bisogno di saltare ad un altro stadio di integrazione e di politiche per gli immigrati. Quest o cambiamento sarebbe dovuto anche agli aumenti dei ricongiungimenti famigliari e dovrebbe comportare delle politiche abitative pi orientate sugli appartamenti che sulle palazzine, lasciando gradualmente pi autonomia agli immigrati per quanto riguarda laffitto, la manutenzione e altre spese. Tuttavia, lorganizzazione transnazionale e lorientamento al ritorno tipico di molti senegalesi si adatta molto meglio alle forme tipiche della prima accoglienza che non a questo auspicato secondo stadio verso lintegrazione. Dalle espe- rienze pratiche quotidiane emerge unimmagine dei senegalesi che non corrispond e alla logica sedentarista implicitamente assunta dal sistema dei servizi sociali come nella pianifica- zione delle politiche dintegrazione. Ai senegalesi viene da pi parti rimproverata la scarsa identificazione con il contesto di approdo e lorientamento materiale e simbolico a quello di partenza. Sono ricorrenti frasi come non sono identificati al luogo in cui vivono, vivono pensando alle loro famiglie in Senegal. Lattaccamento che i senegalesi mostrano nei con- fronti del contesto di origine insieme al loro modo mobile e circolare di organizzare lesperienza migratoria viene quindi visto come un problema. Il modo di vita sedentario e la sua istituzionalizzazione tramite la residenza sono considerati come datit esistenziali anche per tutte le pratiche lavorative e burocratiche che questa comporta. Lo stabilirsi e il radicarsi dei gruppi in un territorio vissuto come proprio considerato lo stato normale, dato per scontato come lunica soluzione esistenziale, la naturale realt dellumanit (Callari Galli 1998). I senegalesi, in definitiva, non sono utenti abbastanza
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disciplinati. Ideali nella fase demergenza, in quanto capaci di sopportare la precariet delle politiche di accoglienza abitativa, lo sono molto meno per le politiche dintegrazione che vengono percepite come meritevoli solo da coloro che dimostrano un desiderio forte di stabilirsi definitivamente nel contesto di approdo (Riccio 2001). Questo sedentarismo coinvolge gli stessi migranti in particolare coloro che vengono considerati come rappresentanti delle comunit straniere. Infatti, come sostiene Gledhill (1998), sia stati che governi locali hanno imparato a piegare le nuove politiche delle identit etniche a loro vantaggio, promuovendo strutture istituzionali di rappresentanza e carriere professionali di intermediazione per leader della comunit che rivelano pi un aumento che una diminuzione degli sforzi tassonomici, di fissazione dellidentit, da parte degli stati di approdo. Per esempio, durante lestate del 1997 alcuni avvenimenti criminosi che coinvolsero alcuni stranieri produsse lemergenza immigrazione a livello nazionale piuttost o che lemergenza criminalit a livello provinciale. Criminalit e immigrazione cominciarono ad essere discussi come facenti parte dello stesso fenomeno sociale. Poich la maggioranza degli autori di questi crimini proveniva da altre localit, il sindaco di Rimini propose una soluzione che si presentava come illegale dal punt o di vista del diritto europeo ed internazionale: la chiusura della provincia ai residenti stranieri provenienti da altre province italiane. In altre parole, si prevedeva un diritto alla mobilit sul territorio nazionale differenziato su basi etnico-nazionali, una sorta di apartheid neanche troppo implicita. Dopo tale proposta sedentarista, che per finire non si tradusse concretamente in alcuna decisione effettiva, venne convocata una conferenza stampa in cui parteciparono coloro che vengono nominati come rappresentanti dei cittadini extracomunitari. Non comunque questa la sede per unanalisi dettagliata dellincontro. Mi interessa esclusivamente presentar e alcuni passaggi delle affermazioni di un cittadino straniero che lavorava presso un sindacato, poich mostran o come alcuni di questi immigrati, la cui funzione di
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portavoce emerge spesso pi da uninterazione con le istituzioni di accoglienza che non da una effettiva rappresentanza della propria comunit di origine, abbiano interiorizzato il sedentarismo dominante.
I problemi durante lestate sono creati da gente che viene da fuori, i residenti non hanno nemmeno il tempo per andare al mare perch sono qui per lavorare durante la stagione turistica. importante che noi condanniamo questi avvenimenti, sono intollerabili e siamo pronti a collaborare con le autorit locali per affrontare questi problemi. Abbiamo anche un suggerimento per il prefetto da presentargli allincontro sulla sicurezza, che di controllare bene il territori o attraverso posti di blocco in tutti i punti di entrata: autostrada, stazione e le strade statali. Ogni straniero deve essere controllato per capire cosa fa, quali sono le sue intenzioni e chiunque si trovi senza mezzi di sostentamento, senza una residenza chiara, anche se regolare, ripeto, anche se regolare, deve essere spedito con il foglio di via fuori della provincia

Sembra che il bisogno di legittimarsi agli occhi degli interlocutori italiani abbia spinto alcuni di questi rappresentanti degli stranieri a riprodurre il linguaggio poliziesco che si riscontra nei media e nelle retoriche dellesclusione diffuse in tutta Europ a (Stolke 2000), ed involontariamente a contribuire alla criminalizzazione dei migranti. Il tema principale che il problema viene da fuori, sembra che si voglia evidenziare che i nostri immigrati, quelli che controlliamo, che conosciamo, che rappresentiamo, che possiamo contare con precisione sono innocui, perch facciamo un buon lavoro. Il riproporsi da diversi vertici di osservazione di questo sguardo sedentarista e localistico avverte del persistere di effetti statali che superano i confini con cui tradizionalmente si circoscrive le pratiche statali. Liberandos i dalla necessit di stabilire la fine o, sul versante opposto , linesauribilit dello stato, dovremmo dedicare le nostre analisi proprio alle multiple trasformazioni in atto che caratterizzano le pratiche statali e che si ripropongono anche attraverso altre organizzazioni
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(Ferguson e Gupta 2002). Questi processi emergono con forza nel confronto con le nuove migrazioni transnazionali. 6. Riflessioni conclusive etnografia translocal ed istituzionale : e Il percorso illustrato ci porta a mediare tra due posizioni. Da un lato, si portati ad assumere un atteggiamento cauto nei confronti delle teorie sulla migrazione incentrate esclusivamente sullo stato, precisamente perch sia le comunit migranti che le societ di origine e di approdo stanno presentando una maggiore indipendenza dagli stati. Dallaltro, si pu riconoscere che il potere di disciplinare ed escludere che caratterizza gli stati ben lungi dallaffievolirsi. Sembra dunqu e difficile ritenere che lo sviluppo di connessioni transnazionali renda ridondante lesistenza e la retorica dello stato nazionale. Le analisi che confermano la continua importanza degli stati nazionali e la loro influenza sui campi sociali e politici transnazionali costituiscono un correttivo importante alle asserzioni celebrative e premature che questa lera che segna il declino delle moderne istituzioni. Pur riconoscendo la complessit e la fluidit delle identit e delle culture contemporanee, si portati a respingere queste rivendicazioni. Il controllo da parte dello stato e le pratiche migratorie transnazionali costituiscono parti interattive dello stesso quadro. Le interpretazioni politiche ed egemoniche del migrante come laltro a livello nazionale e la sua marginalizzazione nel paese ospite, interagiscono con le strategie di vita dei migranti e la costruzione didentit che sfidano i discorsi nazionali estendendosi al di l dei confini nazionali stessi. Le esperienze e le traiettorie transnazionali sono profondamente ancorate ai vincoli ed alle possibilit materiali, legali e culturali che si presentano nei luoghi e nelle nazioni in cui i migranti si stabiliscono. Di conseguenza i contesti di partenza e di approdo forniscono una forma alle esperienze ed ai progetti transnazionali dei migranti con modi differenti. Cos, le pratiche transnazionali potrebbero rivelarsi molto
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importanti nei processi di rafforzamento di una nazione. Quindi dire transnazionale non vuol dire post-nazionale. Lo stato, sia nelle sue varianti nazionali sia in quelle locali, non , naturalmente, unentit monolitica, ma piuttosto un materiale composito che consta di diverse agenzie con interessi potenzialmente in contrasto fra loro. Come avverte Abls (2001: 42), ogni istituzione tormentata dalle tensioni e il compito delletnografo quello di evidenziare, partendo dalle rappresentazioni dei suoi interlocutori, le logiche talvolta eteroclite, la loro sovrapposizione, i divari che esse inducono. Conseguentemente, allinterno delle istituzioni statali si producono discorsi e pratiche sulla migrazione che potrebbero essere in disaccordo tra loro. Nellinsieme, tuttavia, si ritiene che nelle societ di approdo il ruolo degli stati non sia diminuito in campi come il controllo dellimmigrazione e che nelle societ di partenza lo stato possa continuare a giocare un ruolo cruciale nella creazione di campi transnazionali politici ed economici, riflettendo una sempre maggiore dipendenza dalle rimesse dei migranti (Smith 1998). Ne consegue che lo stato, sia della societ di partenza che di quella di approdo, costituisce parte delle condizioni materiali, economiche e normative che si ripercuotono sulle pratiche transnazionali dei migranti e che danno forma alla loro esperienza vissuta di transnazionalit. Tutto questo posto in evidenza dalla distribuzione dei diritti di cittadinanza e dallaccesso diversificato alle risorse. La cittadinanza in Italia ancora legata alla nazionalit e i noncittadini si vedono ancora negato, in linea di principio, laccesso alla sfera pubblica come definita dallo stato. In Italia una politica di esclusione che enfatizza le diversit opera per impedire ai migranti laccesso alla condizione di cittadino. Le condizioni materiali e normative di incertezza nelle quali vivono molti migranti si ripercuotono sia sulle loro strategie socioeconomiche che sullinterpretazione del loro essere persone sociali nellambito di un campo transnazionale. Risulta quindi necessario riflettere ulteriormente sul rapporto tra nazionale e transnazionale, approfondendo la
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comprensione sul come le identit e le pratiche transnazionali si articolino con i diritti dei migranti a livello nazionale. Infine, da un punto di vista metodologico, adottare un approccio che non sia stato-centrico non implica la rimozione dello stato e delle sue trasformazioni dallanalisi. Si desiderato evidenziare la natura frammentata ed eterogenea delle pratiche e delle identificazioni transnazionali, rivelando la complessit della transnazionalit come fenomeno in continua negoziazione con le istituzioni statali e parastatali. La transnazionalit non un processo uniforme, ma un fenomeno vario e complesso, vissuto in maniera diversa a seconda del contesto dorigine, della classe e del genere (Riccio 2000; 2002; Koser 2000; Salih 2003). particolarmente importante scoprire larticolazione tra le strutture istituzionali e le pratiche adottate dai migranti per creare forme di vita transnazionali, approfondendo una comprensione multidimensionale del come questi processi evolvono (Grillo 2001). Un approccio di questo tipo evidenzia un radicamento specifico nellambito dellegemonia degli stati nazionali che spesso forgia esperienze diverse di transnazionalit.

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CONTESTI UMANITARI E PERIFERIE EMERGENTI: LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E I NOMADISMI DELLA CONTEMPORANEIT

di Ivo Giuseppe Pazzagli

1. Premessa I nuovi nomadismi che percorrono la contemporaneit sono divenuti oggetto privilegiato ed emergente della ricerca e della riflessione antropologica (Bhabha 1994; Appadurai 1996; Hannerz 1996) e fra i nuovi attori di questo universo frammentato e attraversato da flussi transnazionali, vanno certamente inclusi gli individui, i gruppi e le idee che a vario titolo si muovono lungo le direttrici molteplici attivate dal si- stema dallintervento umanitario e della cooperazione inter- nazionale. (Fisher1997: Markowitz 2001; Mehta 2001; Pan- dolfi 2000). Daltra parte il mondo dellintervento umanita- rio e della cooperazione oggi un complesso e vasto arcipe- lago che si venuto progressivamente strutturand o a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e rappresenta cer- tamente uno dei fenomeni che si inscrivono allinterno delle complesse dinamiche che caratterizzano i processi di globalizzazione (Fisher 1997; Markowitz 2001; Mehta 2001). Una delle caratteristiche e degli effetti di questo fenomeno rappresentato dal prodursi al suo interno di nuove forme di nomadismo e di ibridismo culturale intenzionale. Come cercher di mostrare, analizzando la vicenda della ex Iugoslavia, (Cfr. infra p. 158 e seg.) lintervento umanitario e la cooperazione internazionale, nella misura in cui contribuiscono a strutturare contesti che vedono lintreccio e il confronto tra logiche, rappresentazioni e interessi di attori sociali diversi, comportano lattivazione di processi di negoziazione, mediazione e ibridazione culturale e sono, per questo, oggetto di una crescente attenzione da parte degli antropologi (Fisher1997; Markowitz 2001; Mehta 2001).

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2. La complessit dei nuovi contesti Come molti antropologi hanno evidenziato nel dibattito di questi ultimi anni, proprio i processi connessi alla globalizzazione, accelerando la circolazione di persone, informazioni, immagini e significati, contribuiscono alla produzione della diversit. Processi quali la creazione di culture transnazionali delocalizzate o come le definisce Hannerz (1998; 2001) di strutture di significato che viaggiano su reti di comunicazione sociale non interamente situate in alcun singolo territorio , da un lato, e i processi di ibridazione e indigenizzazione, dallaltro, non preludono ad una riduzione della diversit, ma al contrario ad una sua accelerata produzione nonch ad una trasformazione profonda dei processi che caratterizzano il prodursi e il manifestarsi di tali diversit nellintreccio fra locale globale, e ad una trasformazione dei modi in cui individui e gruppi utilizzano le differenze nelle diverse arene locali e non, in cui si trovano ad interagire. La mondializzazione dei contesti, daltra parte, fornisce un nuovo grande teatro dazione, non solo alle nuove increspatur e dellidentit, alle affermazioni disperate di pretese originalit etniche, religiose o storiche, o ancora alle manifestazioni ricorrenti ed estreme di violenze simboliche, intellettuali e fisiche, ma anche ai diversi attori che si muovono sulle arene periodicamente attivate dalle crisi internazionali. E limpossibilit di controllare le conseguenze dellazione sociale ci deve rendere oggi, sempre pi attenti alla complessit dei campi che si strutturano, nellintreccio fra locale e globale, su questi teatri (Agier 1997). 3. Lantropologiae la cooperazioneallo sviluppo Il coinvolgimento dellantropologia nella cooperazione per lo sviluppo e in progetti di cambiamento programmato vanta una lunga tradizione e allo stesso tempo da sempre fonte di controversie e di scontri allinterno della disciplina. Erede diretta dellantropologia applicata, lantropologia
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impegnata sul terreno dello sviluppo, a partire gi dagli anni 60 si guadagnata, di fatto, una relativa autonomia fino a diventare una rubrica autonoma (Colajanni 1994; 1998). Sar perch come sostiene Borofsky (2000: 500) vi stata sempre una chiara e soggiacente continuit nei soggetti di studio prescelti in genere dagli antropologi: perdenti o derelitti da sempre lantropologia ha rivolto una particolare attenzione a chi ha meno potere, a quanti sono ai margini rispetto ai centri in cui si esercita il potere politico ed economico occidentale. Sar che dalla seconda met dell800 le diverse forme che ha assunto il rapporto fra noi e gli altri ci ha visti, senza sostanziali soluzioni di continuit, sulla frontiera1, pi o meno coinvolti e pi meno consapevolmente compromessi allinterno delle complesse relazioni di potere che loccidente sviluppato ha instaurato con essi nelle forma del colonialismo o del neocolonialismo (Hymes 1979; Malighetti 2002), certo che il coinvolgimento dellantropologia nei processi di cambiamento dei popoli del sud del mondo stato costante anche se ha assunto nel tempo modalit alquanto differenziate. Di fatto lantropologo ha svolto diversi ruoli fra loro interconnessi: raccogliere e analizzare informazioni, fornire supporto nella definizione di progetti e di politiche, partecipare alla realizzazione di tali progetti e monitorarne gli effetti in termini di cambiamento sociale e culturale (Nolan 2002: 72). Un coinvolgimento basato sulla convinzione che un uso selettivo delle conoscenze antropologiche possa costituire un vantaggio in rapporto al miglioramento delle condizione dei gruppi coinvolti negli interventi e per una migliore efficacia degli stessi. Nonostante questa convinzione sia largamente condivisa fra gli antropologi impegnati nella cooperazione, tuttavia non c accordo su come questa conoscenza possa essere utilizzata al meglio (Gow 2002: 302; Colajanni 1994; 1998). Su un versante Cernea, un antropologo impegnato per molti anni presso la World Bank, si caratterizza per una posizione che lui stesso definisce social engineering action model postulando una sorta di trasposizione delle conoscenze pro151

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prie delle scienze sociali in strumenti di conoscenza e cambiamento utili per produrre e organizzare nuove relazioni sociali, per democratizzare i processi di pianificazione e facilitare la pi vasta partecipazione (Cernea 1991; 1995). Come sottolinea Gow (2002), Cernea propone una versione contemporanea dell autorit antropologica affermando di fatto che lo scienziato sociale, e solo lo scienziato sociale, lunico a trovarsi in una posizione tale da poter decidere e parlare per conto delle popolazioni locali. Allaltro estremo troviamo la posizione espressa da Alan Hoben, forse il primo antropologo ad occupare una posizione elevata in USAID, lagenzia del governo federale degli Stati Uniti per lo sviluppo e lintervento umanitario, ed anche uno dei primi a scrivere sullesperienza di lavoro antropologico nellambito delle istituzioni per lo sviluppo (Gow 2002: 302). Nella prospettiva di Hoben lantropologia pu svolgere un ruolo importante contribuendo a chiarire e cambiare molti degli assunti espliciti e impliciti che sono alla base dellazione di coloro che hanno responsabilit dirette nella pianificazione e nellimplementazione di azioni di sviluppo o di intervento umanitario (Hoben 1982). Una funzione critica che si esplica in un lavoro di chiarificazione finalizzata al cambiamento delle prospettive degli attori coinvolti; un approccio teso a fornire una visione dello sviluppo dal basso e a gettare luce sullorganizzazione, gli interessi e le strategie delle lite e delle burocrazie locali. Un orientamento metodologico che fa perno sulla nozione di elucidazione e sulla fiducia nelleducazione; una strategia che sa di dover mettere in conto un percorso tortuoso, incerto e lento, per ottenere delle ricadute sulla societ in termini di cambiamento. Approccio cui si contrappone la propensione allazione, il carattere gerarchizzante e decisionista del social engineering action model (Gow 2002: 303). Tuttavia, nonostante la diversit degli approcci, e la scarsa propensione a comunicare i risultati del proprio lavoro professionale, il contributo degli antropologi ha riguardato una serie di questioni che vanno dai processi di rilocalizzazione forzata al colonialismo, dallo studio dellorganizzazione e
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delle caratteristiche delle elite locali alla conoscenza delle economie familiari e dei sistemi di propriet comune, dallo studio e delle economie formali allanalisi di quelle informali (Gow 2002: 203). 3.1. Dallantropologiaimpegnata nei processi di sviluppo allantropologiadello sviluppo Nonostante la inevitabile contiguit e frequentazione reciproca sul terreno, tuttavia, non c mai stato un grande feeling ne fra gli antropologi e gli esponenti delle diverse amministrazioni coloniali, prima, e i funzionari degli organismi internazionali poi, ne fra gli antropologi impegnati in progetti di sviluppo e gli esponenti dellantropologia accademica (Escobar 1995; Gowe 2002; Malighetti 2002). E se da un lato hanno certamente influito gli scarsi risultati pratici delle pi volte tentate collaborazioni, a causa della non facile commensurabilit fra il sapere dellantropologia e le conoscenze che gli uomini pratici ritenevano necessarie (Malighetti, 2002: 98), dallaltro a far problema stata la dimensione compromissoria implicita in qualsiasi ricerca orientata a fini pratici, svolta allinterno di relazioni di potere fortement e asimmetriche e difficilmente tematizzabili come quelle che loccidente industrializzato ha instaurato con i paesi cosiddetti in via di sviluppo nella fase di decolonizzazione. A met degli anni 80, poi, sotto linfluenza degli approcci decostruzionisti e postmodernisti affermatisi in quegli anni, lantropologia impegnata nellambito dei progetti di cooperazione allo sviluppo stata sottoposta ad una caustica quanto radicale critica insieme alla cooperazione nella sua globalit, accusata di essere semplicemente una forma avanzata di neo-colonialismo e di imperialismo. Ed nel quadro di tale critica radicale, che tende ad affermare lesistenza di una sostanziale continuit storica tra le pratiche occidentalizzanti di cambiamento pianificato del periodo coloniale e le attuali iniziative per lo sviluppo dei paesi ex coloniali che, secondo alcuni autori, va inquadrato il coinvolgimento di una parte dellantropologia della seconda met del secolo scorso
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nei progetti e nelle iniziative di sviluppo dei paesi ex coloniali (Grillo, 1985; Escobar 1995; Malighetti 2002). Una sorta di anatema che la nuova Antropologia dello sviluppo lancia contro le pratiche che si articolano intorno alla cooperazione per lo sviluppo e contro lantropologia che con esse si compromessa. Secondo Gow lantropologo che pi di altri e soprattutto prima di altri ha contribuito a lanciare la sfida postmoderna al rapporto che lantropologia ha instaurato con lo sviluppo stato Escobar (1991; 1995) che, nel corso degli anni, ha sostenuto con tenacia le sue tesi nonostante lo sbarramento critico posto da altri antropologi (Tommasoli 2001). Una critica che in ogni caso ha portato la comunit degli antropologi, anche quelli pi impegnati sul terreno della cooperazione e dellaiuto umanitario, a riflettere sulla nozione stessa di sviluppo e ad alzare il livello dellanalisi fino ad includere nel campo di ricerca il ruolo e le caratteristiche delle organizzazioni implicate a vario titolo nellintervento quali gli organismi internazionali, le Ong, i mass media, i movimenti ed infine il ruolo stesso dei linguaggio, inteso non tanto nel suo aspetto di strumento in grado di riflettere la realt, ma di macchina produttrice essa stessa di realt (Fisher1997; Hudson 2001; Markowitz 2001; Mehta 2001; Pandolfi 2002; Sabelli 1994). A partire da una prospettiva Foucaultiana, la nozione di sviluppo viene esaminata in quanto pratica discorsiva sistematicamente correlata a forme di conoscenza e a tecniche di potere. In tale prospettiva il discorso dello sviluppo funzionerebbe quale giustificazione e legittimazione di un intervento teso ad indurre cambiamento imposto dallesterno e la cui presunta necessit si basa su una pre-definizione sia del problema che delle modalit di soluzione (Gow 2002; Mehta 2001) Una critica che si intreccia e progressivamente si riconnette, da un lato, alla pi generale discussione intorno ai cambiamenti culturali connessi ai processi di globalizzazione e alla crisi della modernit e, dallaltro, ai riflessi che tali cambiamenti producono nel dibattito interno allantropo154

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logia. Dibattito che ha il suo punto di massima accelerazione negli anni immediatamente susseguenti alla pubblicazione, nel 1986, del libro Wrthing Culture: Poetics and Politics of Ethnography a cura di Gorge Marcus e James Clifford contenente gli interventi e le riflessioni scaturite da una serie di seminari svoltisi nella primavera del 1984 presso la School of American Research di Santa F nel New Messico. Un testo che ha diviso gli antropologi, portando alla luce con veemenza problemi, dubbi e critiche da lungo tempo presenti nel dibattit o antropologico (Clifford, Marcus 1997; Callari Galli 2000: 65; Hymes 1979) e che non ha risparmiato nessuna delle vecchie certezze su cui si basava il lavoro etnografico. 3.2. I nuovi scenari della cooperazionee il ruolo delle Ong Ma non certo solo lantropologia ad essere costretta a rivedere radicalmente le proprie coordinate teoriche e metodologiche sotto la spinta dei cambiamenti economici e politici che hanno caratterizzato lultimo quarto del secolo scorso. Dalla fine della divisione in blocchi contrapposti simboleggiata dalla caduta del muro di Berlino allaccelerazione verificatasi nello sviluppo delle nuove tecnologie dellinformazione e della comunicazione, gli anni 80 costituiscono in un certo senso uno spartiacque fra le politiche e le strategie di intervento impostate nellimmediato dopoguerra dalle superpotenze uscite vincitrici dal conflitto e le politiche elaborate successivamente alla fine dei blocchi. Ed sullo sfondo costituito da questi pi generali cambiamenti che verso la fine degli anni 80 appare in tutta la sua evidenza la crisi dei modelli dintervento utilizzati fino a quel momento nellambito della cooperazione allo sviluppo. Gli anni 90, infatti, sono caratterizzati dalla ricerca di nuovi percorsi e nuove strategie per lo sviluppo. A partire dal Summit sulla Terra organizzato dallOnu a Rio de Janeiro nel 1992, lultimo decennio del secolo scorso segnato da susseguirsi di conferenze internazionali organizzate dalle Nazioni Unite e dal moltiplicarsi di forum e convegni inter155

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nazionali organizzati dalle Ong che contribuiscono a mettere a fuoco questa crisi e a definire nuovi orientamenti e coordinate di riferimento per la costruzione e la gestione degli interventi (Ianni 1999). In questo nuovo scenario le Ong hanno assunto un ruolo crescente nella gestione dei flussi di risorse destinate allo sviluppo. Un fenomeno che ha assolto un ruolo primario nel trasformare le diverse arene della cooperazione allo sviluppo in contesti sempre pi affollati da soggetti molteplici. Dal punto di vista specifico della contemporaneit interpretata nei suoi aspetti nomadici tre aspetti di questo processo appaiono rilevanti. Innanzitutto la crescita del ruolo delle Ong nei processi di cooperazione ha spinto i donatori verso una maggiore formalizzazione delle politiche che essi intendevano perseguire e delle procedure di assegnazione delle risorse e di gestione e controllo dei progetti, quando non ad imporre logiche di conoscenza della realt e di problem setting che, in quanto ritenut e scientifiche e universali, hanno avuto spesso leffetto di rendere immune la definizione delle strategie dazione da ogni contaminazione o valorizzazione dei sistemi di conoscenza e di interpretazione della realt legate alle specificit delle culture locali (Metha 2001). Un processo che ha spinto le Ong stesse verso lassunzione, pi o meno consapevole, di logiche formalizzanti e ladozione di metodologie di intervento relativamente svincolate dalla specificit dei singoli contesti dintervento e che le costringe a muoversi allinterno di una sorta di tecno-scapetraslocale (Appadurai 2001). In secondo luogo pare rilevante evidenziare il ruolo che le Ong hanno avuto in questi ultimi quindici anni nellattivazione di movimenti a sostegno della loro azione. Le Ong, infatti, oltre ad elaborare proprie e specifiche culture organizzative, sono spesso espressione di movimenti o di organizzazioni sociali portatrici di specifici orientamenti valoriali quando non di vere e proprie opzioni ideologiche, politiche e/o religiose. In questa prospettiva, dunque esse hanno svolto e svolgono un ruolo attivo nellinterpretare e dare concretezza alla nozione di sviluppo; interpretazioni e idee
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per la cui diffusione, spesso, le stesse Ong, si attivano favorendo la nascita di movimenti a sostegno della loro azione2. In altre parole, ci a cui si assistito in questi anni un crescente impegno delle Ong, sia dei paesi del nord che del sud del mondo attive nella cooperazione per lo sviluppo e nellaiuto umanitari o nella costruzione di network che connettono fra loro in molteplici modi aree geografiche e milieu socio-culturali diversi, facendo circolare imponenti flussi di risorse e di persone, di informazioni e ideologie, di conoscenze scientifiche e tecnologie. Infine gli anni 90 vedono laffermarsi di un altro processo nellambito della cooperazione allo sviluppo e dellaiuto umanitario: la cosiddetta cooperazione decentrata (Ianni 1999). In Francia e in Italia, soprattutto, si sono venute sviluppando una serie di esperienze che hanno visto il coinvolgimento di soggetti nuovi: dalle associazioni del volontariato ai sindacati, alle amministrazioni locali, ai circoli ricreativi aziendali. In un quadro caratterizzato dalla critica sempre pi aspra nei confronti delle logiche e delle strategie tradizionali della cooperazione allo sviluppo di tipo bilaterale, si viene affermando una retorica che pone lenfasi su categorie che paiono avere un carattere per cos dire alternativo. Parole dordine come cosviluppo, sviluppo partecipativo, cooperazione decentrata sviluppo dal basso, pongono spesso , in contrapposizione stato e societ civile, istituzioni nazionali e internazionali, da un lato, e comunit locale, dallaltro dando legittimazione e copertura ideologica ad una visione della cooperazione che Ralph Grillo e Bruno Riccio (2003) definiscono populista e che fornisce il necessario supporto allattivazione di una molteplicit di attori allinterno di microprogetti sia in patria rivolti soprattutto a gruppi di immigrati che nei paesi in via di sviluppo. Progetti che spesso attivano flussi bidirezionali, nel senso che tendono a coinvolgere gruppi di immigrati in progetti di sviluppo delle realt locali dalle quali provengono, proponend o una sorta di gemellaggio fra comunit locali, ovvero ponendosi lobiettivo non solo di attivare flussi di denaro e di know how fra qui e la ma anche conoscenza reci157

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proca sotto diverse forme: dallo scambio di visite fra le rispettive autorit locali, allospitalit di minori, a forme di turismo responsabile, ecc. Questi tre fenomeni inoltre, come sottolinea Callari Galli nella sua introduzione, non solo si intrecciano su uno sfondo caratterizzato da un progressivo affievolirsi della coincidenza fra cultura e territorio a favore di una diffusione di idee generali, di stili di vita e di appartenenze a comunit immaginate sempre pi caratterizzate da multipolarit territoriale, ma coinvolgono altres individui e gruppi migranti e rifugiati, masse urbanizzat e caratterizzate da povert estrema e bambini di strada, per fare solo alcuni esempi la cui relazione con il territorio appare profondamente alterata in diversi sensi. 4. I nuovi contesti della cooperazione e dellintervento umanitario: il caso del conflitto nella ex Iugoslavia. Lazione concomitante e sinergica di questi fattori, resa possi- bile dal processo di globalizzazione delleconomia e delle co- municazioni, di fatto ha reso il campo della cooperazione e dellaiuto umanitario enormemente pi complesso rispetto al passato; una complessit che, per essere analizzata, impone di fare attenzione ad una molteplicit di variabili, di piani e di contesti, diversamente intrecciati nelle situazioni concrete. Per esemplificare cosa intendo per complessit di campo, mi riferir alla vicenda balcanica che ha coinvolto profondamente il nostro paese nellultimo decennio. Lesperienza della guerra nei Balcani, a mio avviso, rappresenta un ottimo esempio di come i processi di globalizzazione interagiscano sulla dinamica degli interventi umanitari e della cooperazione, contribuendo a strutturare contesti che vedono lintreccio e il confronto tra logiche, rappresentazioni e interessi di attori assai pi numerosi e diversificati che nel passato. Scelgo la ex Iugoslavia come esempio, non solo perch in essa il nostro paese stato particolarmente coinvolto, ma anche per il suo evidente carattere paradigmatico in rapporto al tema in questione.
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Lesperienza della ex Iugoslavia, daltra parte, in quanto prima crisi internazionale dopo la dissoluzione dei blocchi, ha avuto un carattere assolutamente peculiare e paradigmatico in quant o condensa e contiene una molteplicit di processi mai comparsi simultaneamente e, proprio per questo si pone come una sorta di spartiacque fra vecchie e nuove emergenze. La crisi balcanica ha rappresentato, infatti, una novit inattesa e scioccante in quanto rivelava come nel cuore stesso dellEuropa potessero manifestarsi forma di tribalizzazione del conflitto che sembravano possibili solo in contesti altri, lontani, sia sotto il profilo spaziale che politico-culturale. Una crisi che mostrava drammaticamente quanto fosse illusoria la convinzione che la diffusione della scolarit e della partecipazione politica potessero, di per s, costituire un argine sufficiente ed efficace contro la barbarie. Bench i Balcani siano sempre stati considerati la polveriera dEuropa, una marca di confine rimasta per secoli sotto linfluenza di una cultura non europea, la ex Iugoslavia di Tito era pur stata la culla del movimento dei paesi non allineati e il primo paese socialista a prendere le distanze dallo stalinismo e dalla politica dei blocchi contrapposti, alimentando illusioni, sia nel nord che nel sud del mondo, sulla possibilit di un socialismo dal volto umano. Una sorpresa e un disincanto che certamente hanno influito sul ritardo con il quale il resto dellEuropa ha preso coscienza della novit e della drammaticit di ci che stava accadendo. Il carattere paradigmatico di tale esperienza, daltra parte, confermato dalla vasta letteratura emersa in questi ultimi anni che, direttamente o indirettamente, fa riferimento alla crisi balcanica: dai reportage giornalistici del periodo bellico alla letteratura di taglio diaristico e/o di prima riflessione3, relativa alla fase post bellica, alla saggistica di varia impostazione disciplinare sviluppatasi a partire dallimmediato dopoguerra. Molta letteratura di matrice antropologica, infatti ha diffusamente focalizzato lattenzione su ci che di nuovo e drammaticament e originale si prodotto in quellarea prima, durante e immediatamente dopo la crisi: il collasso del159

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lo stato e letnicizzazione del conflitto, le pulizie etniche (Nagengast 1994; Hayden. 2002), lintervento militare della forza multinazionale e lintervento umanitario degli organismi internazionali, con gli effetti di sospensione della sovranit che, soprattutto nelle fasi di immediata post emergenza, sembra comportare (Campbell 1999; Ignatieff 2002; Pandolfi 2000; 2002) e ultimo, ma certamente non meno importante, il nuovo ruolo assunto dai media nella costruzione e nella gestione della crisi Jugoslava e delle crisi umanitarie in genere (Both 2001; Appadurai 1996; 2002). Inoltre i Balcani sono stati in questi anni e sono tuttora oggetto di interventi a carattere umanitario e di cooperazione allo sviluppo con progetti di dimensioni e tipologia fra le pi disparate; progetti che di fatto hanno messo a confronto e intrecciato storie di individui, di piccole organizzazioni e grandi organismi internazionali e comunit locali. Tuttavia, ferme restando le importanti acquisizioni maturate allinterno di questo dibattito, langolatura dalla quale mi sembra interessante analizzare la vicenda Balcanica, nellintento di cogliere gli aspetti nomadici della contemporaneit, quella di analizzare e mettere in relazione le diverse arene che, in riferimento alla specifica realt italiana, la crisi in questione ha, di fatto, attivato larena italiana e quella senzaltro pi analizzata dei Balcani con lintento di cogliere i processi trasformativi che hanno interessato i diversi attori coinvolti e la complessit di campo con cui si sono dovuti confrontare coloro che sono intervenuti a partire da una prospettiva non solo solidaristica ma anche e soprattutto professionale. La vicenda Jugoslava ha, infatti, allargato il numero e la tipologia di persone che hanno avuto diretta esperienza di un contesto di crisi umanitaria e coinvolto una larga base di operatori non professionisti della cooperazione. Le ragioni di questo coinvolgimento di gruppi e attori inusuali da ricercarsi nella peculiarit del conflitto nella ex Iugoslavia e nella pluralit di elementi di natura rappresentazionale ed esperienziale che esso ha messo in risonanza.
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4.1 La scena italiana in rapporto alla crisi balcanica Per molti italiani la Iugoslavia stata per anni un luogo conosciuto e familiare, associato ad un immaginario turistico e a precise e dirette esperienze di vacanza. Su questo sfondo la deflagrazione della guerra in Croazia nel 1990, come documenta la cospicua letteratura apparsa in questi anni sullargomento, apparsa a molti, non solo inattesa e inspiegabile, ma situabile in uno spazio di cui si era fatto esperienza e di cui si aveva una rappresentazione che contrastava drammaticamente con le immagini del conflitto fornite dai media. Daltra parte, lo scoppio della guerra ha immediatamente comportato larrivo in Italia di un flusso disordinato e a volte convulso di profughi che hanno contribuito a rendere le conseguenze del conflitto ancora pi concrete ed esperibili, attraverso le narrazioni di testimoni diretti. Sullo sfondo di unItalia in piena crisi istituzionale e attraversata dal nascente leghismo, lingresso prorompente dei media sulla scena di un conflitto cruento e fratricida, vicino geograficamente e percepito come interno al contesto europeo il suo essere correlato non solo con il fallimento della transizione dalleconomia di piano alleconomia di mercato, ma anche con la crisi di uno stato che era sempre apparso come il pi occidentale fra quelli appartenenti allest europeo hanno sicuramente evocato, in quegli anni, fantasmi e preoccupazioni sul fronte domestico e chiamato ad una assunzione di responsabilit associazioni, organizzazioni politiche e operator i istituzionali: cos la solidariet e lintervento umanitario, grazie anche alla copertura offerta dai media, ha finito col costituirsi come unarena assai peculiare dove diversi attori hanno messo in scena una rappresentazione complessa, polisemica e diretta ad una molteplicit di pubblici e dove, in virt della complessit del campo che si andato progressivamente strutturando, si sono realizzate trasformazioni identitarie sia dei gruppi professionali tradizionalmente impegnati nellintervento umanitario che degli attori apparsi per la prima volta su tale scena.
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Dalle carovane dellaiuto umanitario, indiscriminato e caotico, dispiegatosi in pieno conflitto sotto i riflettori enfatici della stampa nazionale e locale (Miozzo 1998,), alle innumerevoli associazioni di volontariato attivatesi nel periodo post bellico sui terreni pi disparati, alle istituzioni locali intervenute in fase immediatamente successiva ad inseguire e a dare copertura ed espressione politica allattivismo della societ ci- vile attraverso la cosiddette cooperazione decentrata, in- numerevoli sono state le occasioni, anche per i cittadini meno impegnati nel volontariato e nellazione umanitaria, per avere una qualche forma di contatt o diretto con aspetti pur parzia- li di questa drammatica e complicata vicenda 4. Al punto tale che la crisi balcanica divenuta un caso emblematico analizzato da diversi punti di vista: come esempio di un massiccio, incontrollato e non richiesto invio di donazioni di cibo, soprattutto per bambini (Borel et al., 2001) e medicinali al di fuori di ogni meccanismo di coordinamento, dalla conseguenze disastrose in termini costi per correggere gli errori compiuti. Un processo lungo, che ha visto lalternarsi di fasi diverse, anche in rapporto al ripetersi delle emergenze nellarea balcanica, e sicuramente dagli effetti contraddittori sulla scena interna: da una sorta di illusione di potenza e di capacit di azione per cui mobilitarsi nellaiuto si pu e che tende ad attivarsi e a riemergere appena si accendono i riflettori su una nuova emergenza umanitaria, alla costruzione di capacit imprenditoriali e nuove competenze nellambito della raccolta di aiuti e finanziamenti attivabili alloccorrenza, utili non solo in rapporto ai potenziali beneficiari, ma anche allacquisizione di visibilit e prestigio per i soggetti che operano sulla scena locale e nazionale. E si tratta in ogni caso di un campo ancora in profonda e rapida evoluzione: pur essendo cambiate le retoriche e le rappresentazioni del contesto balcanico, nel passaggio alla fase della cooperazione allo sviluppo, attualmente in corso, altri attori sono entrati o stanno entrando in campo come ad esempio le imprese e le loro strutture associative atti162

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vando nuovi contesti e nuove problematicit la cui comprensione appare rilevante sia sotto il profilo teorico che pratico. 4.2 La scena balcanica nella lettura degli operatori di Cooperazione Italiana Limpatto con il contesto della ex Iugoslavia mette immediatamente in evidenza la sostanziale inadeguatezza dei modelli operativi utilizzati in precedenti esperienze di cooperazione internazionale, una incompatibilit di approcci che per molti ha richiesto un significativo periodo di decompressione, di rielaborazione del know-how acquisito e degli apprendimenti realizzati in precedenti esperienze. Come evidenziano diversi testimoni che hanno operato nella ex Iugoslavia in diversi contesti e con diversi ruoli, provenendo da molteplici esperienze sul campo in paesi in via di sviluppo, non solo Cooperazione Italiana, ma lintera comunit internazionale si proiettata nella ex-Iugoslavia con la stessa attitudine che derivava dallesperienza vissuta in decenni di lavoro nei paesi in via di sviluppo. Mai la comunit dei donatori aveva operato in un paese occidentale, mai avremmo potut o immaginare di effettuare unoperazione umanitaria in Europa , di dover intervenire a casa nostra (Miozzo 1998: 24). Nuove patologie sanitarie e nuovi problemi sociali posti dal collasso del sistema di welfare preesistente in relazione a target di popolazione non presenti nei paesi in via di sviluppo, come gli anziani; lesistenza di controparti professionalmente preparate , di livello europeo, che rendevano difficile e impegnativa linterlocuzione ponendo richieste di aiuto inusuali, soprattutto in ambito sanitario, non previste da alcun protocollo dellaiuto umanitario tarato sui paesi in via di sviluppo (Miozzo 1998; Camerini 1998). Ma se da un lato lessere europei costituiva un elemento di vicinanza in rapporto ai contesti di vita, dallaltro nascondeva effettive differenze su altri piani. Per esempio, linfluenza duratur a di sistemi politico-istituzionali propri del socialismo reale, era riscontrabile nella presenza diffusa di culture la163

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vorative di tipo burocratico, orientate alla esecutivit, non orientate alla soluzione dei complessi problemi posti dallemergenza post bellica e, per esempio dalla necessit di gestire imponenti flussi di denaro secondo le logiche imposte dagli organismi internazionali. Limpatto con un contesto sostanzialmente europeo, sia pure con caratteristiche peculiari, ha subito messo in evidenza questo aspetto sottaciuto ancorch evidente di ogni relazione daiuto: la logica di potere che insita nella struttura stessa dellaiuto. Per la prima volta, molti operatori provenienti dai contesti classici del lavoro di cooperazione e reclutati per fronteggiare lemergenza jugoslava si sono trovati ad operare in un contest o dove, anche in virt degli alti livelli di istruzione che caratterizzano da sempre i paesi del socialismo reale, questa asimmetria fra donatore e ricevente non era affatto data per scontata. Dove gli attori locali, socializzati a forma di partecipazione politica che, anche se diverse rispetto a quelle tipiche delle democrazie liberali, erano comunque articolate e complesse pretendevano un riconoscimento e un rispetto di logiche istituzionali e di poter e locale, formalizzate e niente affatto destrutturate dallemergenza bellica, chiedevano di controllare dove finivano gli aiuti e di decidere con i donatori come spendere i soldi. Ma la richiesta di un ruolo negoziale nelle decisioni sullutilizzo dei fondi, e attivo nella loro gestione, da parte dei rappresentanti delle istituzioni locali, non solo appariva inusuale e difficilmente inquadrabile nei modelli classici dellintervento umanitario, ma implicava laccettazione di logiche locali nellallocazione delle risorse, nel modo di concepire la democrazia e la trasparenza, molto dissonanti e vissute come assolutamente inaccettabili per chi operava secondo le logiche proprie degli organismi internazionali. Nella rappresentazione degli attori istituzionali che hanno preso parte a questa fase dellintervento umanitario, la complessit posta da questo contesto inusuale, ha comportato estenuanti negoziazione e ladozione, ritenuta necessaria quantomeno nella prima fase e in rapporto ad obiettivi di
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efficienza imposti dagli organismi internazionali di riferimento, di una strategia imperniata sullassunzione del linguaggio e della logica dellaiuto umanitario che, come diversi autori hanno messo in evidenza, comporta una sospensione temporanea della sovranit e una logica di sostanziale espropriazione mediante la inclusione di tutti gli interlocutori locali nella categoria dei beneficiari, per definizione vulnerabili e quindi incapaci di azione autonoma e di autodeterminazione. (Pandolfi 2002; Igniatieff 2002). Tuttavia, soprattutto in Bosnia-Erzegovina dove la durata dellintervento stata di gran lunga superiore a quella classica degli interventi umanitari, a questa strategia, cui si potuto facilmente fare ricorso nella fase di massima emergenza, si sono progressivamente andate sostituendo strategie diverse e pi centrate sulla cooptazione allinterno dei progetti degli interlocutori locali. Daltra parte, la durata dellintervento ha comportato una progressiva complessificazione del contesto e lintroduzione crescente di logiche difformi per lazione convergente di attori diversi: dalle Nazioni Unite deputate al controllo militare del territorio, alle diplomazie internazionali impegnate nella definizione e nella attuazione degli accordi di Dayton, agli organismi internazionali, alle Ong espressione di tutti i paesi industrializzati5, a quello che pu essere considerato, senza ombra di dubbio, lelemento nuovo dellesperienza Balcanica, e cio lentrata in campo, in forme dimensioni mai verificatesi in precedenti crisi umanitarie, delle associazioni del volonta- riato 6, soprattutto italiane e dei paesi europei limitrofi. Come sottolina uno dei testimoni,
lesperienza balcanica, in quanto costituisce la prima crisi internazionale dopo la dissoluzione dei blocchi, rappresenta un elemento di discontinuit, uno spartiacque fra vecchie e nuove emergenze: la dissoluzione dei blocchi, infatti, in quanto ha ampliato le capacit e le possibilit di intervento in aree non pi soggette a tutela, ha moltiplicato e diversificato le politiche dintervento rendendo i territori dellaiuto contesti in cui operano soggetti con una logica di mercato. 165

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Unarena in cui lofferta di aiuto divenuta, con il passare del tempo, molteplice, cos come molteplice divenuta progressivamente la richiesta di aiuto, in parte indotta e richiamata dallofferta stessa; Unarena nella quale si afferma la necessit, sconosciuta in precedenti interventi in paesi in via di sviluppo, di fare rete, di avere attenzione ai rapporti con gli altri attori presenti sulla scena, al fine di comprenderne le strategie, per fare delle alleanze, per non sovrapporsi e potersi posizionare in maniera efficace nel mercato degli aiuti. E su questa arena, caratterizzata da crescente complessit, si sono attivate sperimentazioni insolite, sono state tentate strade nuove e spesso contraddittorie, si sono creati conflitti e apert i negoziazioni di varia natura, si sono ridefinite identit istituzionali e organizzative e si sono prodotti fenomeni di ibridazione culturale significativi e a diversi livelli (Camerini 1998; Canevaro, Berlina, Camasta 1998). Una complessit che in prospettiva, a giudizio di molti, sembra destinata a riprodursi in molti contesti attivati dagli interventi di emergenza a seguito di catastrofi naturali e umanitarie. 5. Conclusioni A conclusione di questa riflessione mi pare importante sottolineare il ruolo che lantropologia pu e deve giocare nel fornire strumenti di analisi capaci di rendere conto dellintreccio di elementi e delle complessit che caratterizzano i nuovi contesti della cooperazione. A prescindere dallobiettivo specifico di ogni intervento, la sua realizzazione non pu infatti prescindere da una ricostruzione e da una analisi dei diversi contesti nei quali lazione si articola e della scena locale in cui si situa loggetto dellintervento. In altre parole, il carattere transnazionale dei processi attivati sia dalle nuove crisi umanitarie che dalla cooperazione allo sviluppo, per essere adeguatamente studiate e comprese,
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richiedono strategie di ricerca multilocali e multifocali, capaci di far emergere la percezione che le persone hanno del cambiamento del loro milieu culturale e, allo stesso tempo, consentano di analizzare lincidenza, nella strutturazione dei contesti di intervento, dei diversi sistemi interconnessi: dalle istituzioni locali ai grandi organismi che tagliano trasversalmente i confini nazionali e regionali, dalle culture locali ai flussi di informazioni, di immaginari e di significati che circolano nel sistema globale dei media. Daltra parte le critiche mosse dallantropologia dello sviluppo allantropologia applicata, ancorch vissute con molto disagio dai ricercatori impegnati nei progetti di cooperazione, hanno, di fatto, contribuito ad accresce la loro attenzione per le complessit derivate dalla molteplicit degli attori presenti sul terreno, dalle dinamiche che caratterizzano le relazione fra contesti locali e mondo globale, dal nomadismo virtuale e reale che caratterizza i gruppi e gli individui con i quali si tro- vano ad interagire e dal fatto di fare ricerca quasi sempre a partire da una collocazione istituzionale e organizzativa speci- fica e dallessere quindi oggetto di rappresentazioni connotate in termini di potere da parte dei beneficiari degli interventi. Unantropologia che, abbandonata la prospettiva ristretta e angusta di una focalizzazione esclusiva sul locale e ripreso il contatto con il dibattito epistemologico che ha attraversato la disciplina in questi ultimi due decenni, ripensi oggetti di studio, concetti teorici e coordinate metodologiche mettendosi nella condizione di produrre conoscenze utili ad intervenire in contesti caratterizzati da crescente complessit (Gow 2002).

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Note: Per una lettura dellantropologia come sapere di frontiera in quanto sviluppatosi nelle aree di contatto e di scambio fra culture diverse vedi Fabietti 1999. 2 Markowitz (2001) segnala come in America Latina le ong, sollecitando il formarsi di vasti gruppi di sostegno alla loro azione, abbiano svolto un ruolo critico nel formarsi di movimenti sociali, contribuendo a rivitalizzare e ad espandere la societ civile, giungendo ad esercitare talvolta una discreta influenza nella destinazione delle risorse, fino al punto di arrivare a svolgere un ruolo visibile e formale nella vita politica. 3 A titolo puramente esemplificativo di questo genere di letteratura cfr: Canevaro, Berlini, Camasta 1998; Mattioli 1999. Voglio inoltre ringraziare particolarmente Alfredo Camerini la cui lunga esperienza in diversi contesti e con ruoli diversi, si rivelato di enorme importanza per accrescere la mia comprensione del tema in discussione. 4 Il fenomeno daltra parte non ha riguardato solo lItalia ma lEuropa intera. Si veda a questo proposito lanalisi relativa allOlanda condotta da Norbert Both (2001) 5 Sulle nuove dinamiche dellaiuto umanitario che si sono venute strutturando nelle recenti crisi internazionali e sul ruolo dei media nel determinare la quantit e la qualit degli aiuti vedi fra gli altri Olsen et al., 2003. 6 Per una rassegna degli studi antropologici dedicati al cosiddett o terzo settore e al ruolo che esso ha avuto nella cooperazione allo sviluppo vedi Lewis, 1999.
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