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DOSSIER RADICI/ROSARNO

monitoraggio autunno-inverno 2010/11

reteRADICI per contatti: reteradici@gmail.com www.reteradici.blogspot.com su fb: ReteRadici Rosarno

Dossier RADICI/ROSARNO Prodotto da reteRADICI A cura di Associazione SUD Chiuso ad aprile 2011 e stampato nellagosto 2011 Il dossier non in vendita Attribuzione Non commerciale CC BY-NC Hanno collaborato: Alessio Magro, Francesca Chirico, Cristina Riso, Danilo Barreca. La foto in copertina di Giordano Pennisi, autore di molti scatti pubblicati nella presente opera. Un ringraziamento per il prezioso lavoro svolto va a Luciana Caloro e Daouda Sanogo, dello sportello migranti di Action diritti in movimento. Ha collaborato al progetto grafico Angelo Cannizzaro. La reteRADICI ringrazia gli autori dei testi, degli interventi e delle fotografie. Si ringraziano per i dati statistici la Direzione provinciale del Lavoro di Reggio Calabria e la Direzione regionale del Lavoro della Calabria, la Direzione provinciale Inps di Reggio Calabria, il Centro per limpiego di Gioia Tauro.

a Kadjaly che ci ha creduto, e se n andato da uomo libero

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INDICE

UN ANNO DOPO Introduzione .......................................................................................................................................................11 In memoria di Kadjaly Kante .................................................................................................................... 13 Il sogno di una citt variopinta/di Nuccio Barill ................................................................................... 15 La Provincia di Reggio Calabria al fianco dei migranti/di Attilio Tucci e Omar Minniti ................. 17

LANNO ZERO LA MOBILITAZIONE Il dopo-rivolta, il contesto generale, la nascita della rete ........................................................................... 21 CRONACA DI UNA VERTENZA Rabbia e reazione, lasse del Sud, le tutele conquistate ............................................................................... 27 Termini, capolinea dei deportati ............................................................................................................... 34 Storia di un migrante .............................................................................................................................. 35 PASSAGGIO A SUD I nuovi braccianti, il modello mediterraneo, un limbo giuridico ............................................................... 39 Lanalisi/Lagricoltura calabrese: modernit senza produttivit, perch? ................................................ 46

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IL MONITORAGGIO NELLE CAMPAGNE DEGLI INVISIBILI Presenze e insediamenti, nuovi ghetti e affitti, progetti di accoglienza .................................................... 55 Povero chi non ha nessuno ..................................................................................................................... 64 C chi sta peggio! .................................................................................................................................... 65 Facciamo di Rosarno il simbolo dellaccoglienza, di Elisabetta Tripodi .............................................. 66 IL MODELLO DROSI La prima assistenza, laccoglienza, la prima la mediazione abitativa ......................................................... 75 Prima il tetto, poi il cibo ........................................................................................................................ 78 Pane, piume e cioccolata ............................................................................................................................79 NUMERI E TENDENZE Provenienza e status, lavoro nero e caporalato, rapporti interetnici ......................................................... 81 Dai diamanti non nasce niente ................................................................................................................. 94 Siamo uomini, o caporali? ........................................................................................................................ 95 AGRICOLTURA, PER UN NUOVO CORSO Inchieste e controlli, stagionali dellest, un nuovo modello agricolo ........................................................ 97 Per una Calabria multietnica fondata sul lavoro, di Claudia Carlino .................................................. 107 CI SI AMMALA NEI CAMPI I medici in trincea, le criticit, la prevenzione ............................................................................................ 109 Quando un corteo salva la vita! ............................................................................................................... 115 Lultima stagione di Fakemo Kante ........................................................................................................ 116 LA FABBRICA DEI CLANDESTINI Le contraddizioni della Bossi-Fini, le direttive Ue, proposte normative ............................................... 117 Un pittore con la zappa ...........................................................................................................................130 Serigne il badante .................................................................................................................................... 131 UNA VERTENZA MERIDIONALE Accesso al riesame, mediazione abitativa, unagenzia dei diritti .............................................................. 133

APPENDICE Piattaforma della manifestazione del 7 gennaio 2011................................................................................ 143 Documento della vertenza meridionale ...................................................................................................... 144 Galleria fotografica ........................................................................................................................................ 149

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UN ANNO DOPO

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INTRODUZIONE

CORTEI, assemblee, sit-in, dossier, tavoli istituzionali. un cammino di impegno e mobilitazione costante quello che, a un anno dalla rivolta dei braccianti africani del 7 gennaio 2010, ci ha portato ancora nella Piana per capire se e cosa fosse cambiato rispetto al drammatico scenario di diritti negati e sfruttamento denunciato dai fatti di Rosarno. Abbiamo scelto la strada della rete, provando a far camminare insieme competenze diverse e diversi linguaggi, intrecciando la battaglia vertenziale per la regolarizzazione dei lavoratori africani con quella della giustizia sociale e di una nuova identit del Sud, facendo dialogare Roma e la Calabria, convinti che la complessit dei problemi imponesse una risposta complessa. Con questo spirito alcune realt (tra le quali il movimento Action e lassociazione antindrangheta SUD, supportate da daSud e Libera Piana) hanno promosso nellautunno 2010 una campagna di monitoraggio delle condizioni di vita e lavoro degli stagionali africani impiegati nelle campagne della Piana, ponendosi lobiettivo di fornire strumenti di conoscenza ed analisi utili allattivazione di interventi mirati ed efficaci. Tra Rosarno, Rizziconi, Laureana di Borrello, Candidoni, Taurianova, San Ferdinando e Gioia Tauro abbiamo visitato casolari abbandonati e appartamenti in affitto, organizzato assemblee, censito duecento braccianti e dialogato con altrettanti migranti africani. Abbiamo incontrato istituzioni e associazioni, incrociato disponibilit a condividere pezzi del percorso e a costruirne, insieme, degli altri. Trovando apertura e sensibilit in organizzazioni come la Cgil ed enti di volontariato come la Caritas di Drosi. Ma anche la Legambiente, il Comune di Rosarno, la Provincia di Reggio Calabria. Il percorso proseguito con la storica manifestazione del 7 gennaio 2011: a Rosarno e a Reggio Calabria sono scesi in piazza 400 campesinos stranieri, quasi la met della forza lavoro africana presente sulla Piana. Uno sciopero perfettamente riuscito, un lungo corteo dietro uno striscione amaranto (che richiama non a caso i colori della citt capoluogo) con le rivendicazioni delle comunit migranti. Come nel gennaio 2010, gli africani sono scesi in piazza, ma a un anno di distanza lo hanno fatto seguendo un percorso democratico, e lo hanno fatto unendo le proprie rivendicazioni a quelle delle comunit locali: diritti e dignit, i documenti, lavoro, una riforma agraria che faccia convivere italiani e stranieri. Richieste portate con una processione di pullman fino alla prefettura di Reggio Calabria, e quindi finite sul tavolo del ministero dellInterno. Perch la questione Rosarno non si risolve nei confini della Piana, ma coinvolge lintero Sud, a cominciare dai territori limitrofi. Perch la questione Rosarno una questione nazionale, e come tale deve essere affrontata. Dopo la manifestazione, Rosarno allanno uno. proprio questo il titolo della mostra
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fotografica che ha scandito il cartellone di iniziative messe in piedi dalla reteRADICI per attraversare la data del Primo Marzo e la settimana antirazzista nazionale, dall1 al 7 marzo 2011 a Reggio Calabria. Ancora una volta il territorio del capoluogo, per incrociare le esperienze della Piana con quelle dello Stretto. Iniziative culturali, sport, musica, mostre, rassegne, lezioni di lingue africane in piazza, con lobiettivo di allargare la rete. E la reteRADICI ha attratto a s diverse realt, diventando un riferimento per le associazioni, le forze organizzate, le istituzioni locali. Il 6 marzo 2011 si tenuta a Reggio Calabria una conferenza dei nodi del Sud, che ha visto insieme alcune realt che si occupano di immigrazione per riflettere su agricoltura e migranti. nata una vertenza meridionale per il riconoscimento del diritto di soggiorno dei braccianti africani sfruttati nelle campagne del Mezzogiorno, a partire dal nodo di Rosarno. La rete, i nodi, la vertenza: un percorso che vuole unire le comunit migranti, e le realt che le supportano, a partire dalle loro rivendicazioni. Che vuole sovrapporre alla mappa dei nodi agricoli quella delle mobilitazioni. Per mettere in discussione il modello mediterraneo dellagricoltura, fatto di sfruttamento e negazione dei diritti, e portarlo allattenzione generale del Paese. Il dossier RADICI/ROSARNO intende fotografare questo cammino, mescola necessariamente pi voci e punti di vista, e prova ad offire, insieme con i risultati del monitoraggio, proposte per voltare davvero pagina. Perch, se una cosa il monitoraggio ce lha detta chiaramente, che dopo i fatti di Rosarno tutto cambiato, ma nulla veramente cambiato. reteRADICI

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IL RICORDO
In memoria di Kadjaly Kante Questa la storia di una fuga come ultima possibilit di vita, di unidentit a lungo negata nelle campagne del Sud Italia, e di un dolorosissimo destino che ha chiesto il conto troppo presto. Questa la storia di Kadjaly Kante, morto a 28 anni senza riuscire a ritirare il permesso di soggiorno strappato a forza di manifestazioni e proteste. Nato in Senegal il 6 gennaio del 1983, costretto nel 2006 a lasciare una terra trafitta da guerre di potere, Kadjaly ha seguito le orme di migliaia di suoi connazionali, con le foto della sorellina Mata a fargli compagnia e la certezza che a restare in patria sarebbe finito male: Ho avuto paura per me, per la mia vita, non potevo pi rimanere l. E so che non ho avuto il coraggio di difendere la mia libert e la mia dignit. Il suo tragitto verso lEuropa passa da rotte obbligate. la Libia il purgatorio da attraversare, lavorando come manovale per 50 dinari (circa 28 euro) al giorno, conservando ogni centesimo per pagare la traversata della libert e vivendo con la paura dei guardiani del regime che spesso respingono i neri verso i Paesi di provenienza, scaricandoli al confine libico: dallultima oasi libica ai primi avamposti del Niger ci sono circa 80 kilometri di deserto. Si pu morire, e molti sono morti. Quando viene fermato, malmenato e insultato, Kadjaly pensa al peggio. Si salva grazie ai 300 dollari intascati dal poliziotto corrotto che lo fa evadere dopo 3 mesi di carcere trascorsi in condizioni igienicosanitarie tremende e senza processo. Alla fine Kadjaly si mette la Libia alle spalle il giorno di Natale del 2008. Sono in 66 sul barcone che prende il largo da Zouara, dopo aver sborsato a Mahmud e Zaray, i traghettatori libici, circa 1.500 dollari ciascuno. Due giorno dopo, infreddoliti ed affamati, sbarcano a Lampedusa, attesi dai lampeggianti della polizia. Kadjaly grida asilo, asilo. Gli hanno detto che quelle parole significano la sua salvezza. Laspetter per nove mesi chiuso nel campo di accoglienza di Castelnuovo di Porto, alla periferia di Roma: Eravamo tanti, dormivo in camera con altre 10 persone, lacqua per lavarmi era sempre fredda, e il cibo era davvero immangiabile molte volte. La sua domanda dasilo invece finisce come tante: un esame superficiale, un diniego e un decreto di immediato allontanamento dal territorio. Il 29 ottobre 2009, alla stazione dei treni, gli parlano di Rosarno: con il biglietto regalato dalla Caritas Kadjaly fa rotta verso la Calabria. Nellappartamento malmesso in via Umberto I gli chiedono 50 euro al mese per un posto letto. Non gli manca la compagnia: in casa ci sono altri 30 africani che come lui tentano di lavorare per mandare soldi a casa. Dovevo raccogliere almeno 30 cassette di mandarini al giorno altrimenti non mi pagavano: alla fine guadagnavo 25 euro e lavoravo quasi 9 ore al giorno. Per Kadjaly Rosarno un incubo: Venivo continuamente ingiuriato e malmenato da ragazzini sul motorino. Quando si scatena la rivolta per quei due ragazzi presi a fucilate, lui decide di urlare la sua rabbia, scendendo insieme agli altri in strada: Non ci possono trattare cos, non siamo animali. Ma la reazione dei cittadini dura. Viene picchiato ad un angolo di via Nazionale. Si nasconde in casa. Ha paura. Dopo due giorni la polizia lo obbliga a partire. Il 14 gennaio, quando arriva a Roma insieme con centinaia di altri africani, non sa dove andare. Dorme alla Termini per giorni, parla con decine di attivisti, denuncia quello che gli successo e decide di lottare perch quello che successo non giusto. Partecipa a decine di assemblee e altrettante manifestazioni. Chiede i documenti, vuole una identit. Il 7 gennaio 2011, ad un anno dalla rivolta, torna a Rosarno e sfila per le strade da cittadino libero: il Governo ha deciso di rilasciargli i documenti. Ma non far mai in tempo a ritirare quel sospirato pezzo di carta. Kadjaly muore sabato 2 aprile 2011 dopo due settimane di coma, ucciso da una meningite legata alle condizioni di vita disumane che stato costretto a subire.
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Alcuni momenti delle assemblee delle comunit migranti che si sono svolte tra novembre 2010 e marzo 2011 alla Cgil di Gioia Tauro e alla Caritas di Drosi.

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LINTERVENTO
Il sogno di una citt variopinta Noi di Legambiente Reggio amiamo chiamarlo il sogno di una citt variopinta. Un desiderio e un bisogno inappagati ma anche il richiamo ad un impegno concreto e immediato, verso una citt e una societ multietnica, pi solidale e accogliente. Il richiamo al variopinto come sottolineatura della bellezza che sta nella diversit delle tinte, delle etnie e delle culture, nella loro mescolanza ma anche nella luminosit, come risalto dellanima profonda dellaltra citt che dobbiamo costruire, di una nuova idea di cittadinanza che vogliamo realizzare. Di un altro mondo possibile e desiderabile. Ho ritrovato soprattutto questa forte suggestione e questa tensione ideale nelle manifestazioni, di cui siamo stati partecipi, che la reteRadici ha organizzato a Reggio Calabria, in occasione dellanniversario dei tristi fatti di Rosarno e poi il Primo Marzo: un mix sapiente tra spunti di riflessione, iniziative di arte, di cinema, di sport, momenti di piazza e di dialogo istituzionale. Migranti uguale cittadini, cittadini uguale diritti: dentro lo slogan, scelto come collante dei vari momenti, erano riassunte una vertenza, una speranza, nella sua rappresentazione reale, la metafora di una visione del mondo. Insomma la prosecuzione di un percorso e di una sfida alla cui base vi la convinzione che se non si garantir il diritto per gli immigrati a soggiornare nel territorio italiano, dove in molti casi le traversie della vita li hanno portati, la solidariet rester un valore monco. Astratto e condito dipocrisia. Da qui limpegno faticoso e ostinato della rete in direzione prima di tutto della regolarizzazione burocratica, con i lusinghieri risultati raggiunti, che, ovviamente, travalicano il valore della carta bollata. Proprio nei giorni in cui in Tunisia, in Egitto, nella controversa Libia, divampavano le fiammate delle inedite rivoluzioni mediterranee - da Reggio Calabria partito linvito ad aprire occhi nuovi sui mutamenti in corso negli scenari del Mondo, invitando a non rinchiudersi, a non respingere, piuttosto ad estendere le radici e le ali, a capire ed attrezzarsi. Un messaggio che trovava forza nel miracolo dellintegrazione riuscita. Dellaltra faccia della medaglia. Di Riace, di Caulonia, di spizzichi di nuova Rosarno, di altri pezzi di Calabria civile, dopo Badolato. Segni di una civilt che in Calabria c e deve sempre pi diffusamente venire in superficie. Delle giornate reggine mi ha convinto molto la scelta dei linguaggi, lapertura alle collaborazioni, la capacit di tenere insieme il locale e il globale ma anche lapproccio: leggero ma mai superficiale. Perch effettivamente la solidariet si pu esprimere e rappresentare in vari modi. Si pu discutere al tavolo della Prefettura o dellAmministrazione Provinciale delle problematiche difficili e ci si pu ritrovare subito dopo a far festa sullonda delle canzoni dei Mattanza; oppure andare al Granillo ad assistere alla partita della Reggina, colorando di nero di Rosarno uno spicchio di tribuna. A proposito di calcio, un momento assai gradevole stato per me assistere da un terrazzo allincontro, amichevole ma non troppo, tra immigrati di Rosarno e rappresentanti delle associazioni della rete. Neri da una parte e bianchi dallaltra. Per inciso, questultimi tecnicamente meno dotati ma in campo pi organizzati - alla fine, a sorpresa, hanno vinto. Ecco, guardando dallalto quel piacevole spettacolo, quasi per riflesso, mi tornata alla mente una delle sequenze pi belle del film Invictus. Mandela, protagonista, si sta recando ad insediarsi nel palazzo presidenziale, dopo le prime elezioni libere del Sud Africa. Passa in
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automobile in un quartiere dove ci sono due campi da gioco, uno di fronte all'altro, divisi solo dalla strada. Da una parte ci sono ragazzi neri che giocano a calcio, in modo disorganizzato e allegro. Nellaltro campo giocatori di rugby, tutti bianchi (al tempo discriminati) che invece appaiono ordinati e concentrati. Mandela si convince ancora di pi che abbattere le barriere dellincomunicabilit ed organizzare la convivenza utilizzando come ricchezza le differenze dovr essere il compito primo del suo governare. Una lezione che anche chi dirige il nostro Paese, che spreca il tempo raccontando sgradevoli fandonie fino a Lampedusa, dovrebbe se non raccogliere quantomeno incassare. In realt la conferma che lo sport, oltre ad essere un veicolo di comunicazione pu diventare lologramma di un sogno possibile, lavevamo gi avuto il 25 aprile del 2010. Grazie alla collaborazione tra Action e Legambiente, parteciparono alla tradizionale corsa podistica Corrireggio anche decine di lavoratori stagionali neri di Rosarno, tra cui alcuni dei feriti negli scontri. Bellissima e fortemente simbolica resta, tra le tante immagini di quel giorno impresse nella memoria, quella del lavoratore stagionale nero che porta un fascio di fiori rossi, omaggio dei partecipanti, al monumento del partigiano alla Villa Comunale. Oppure quella dei reggini che ai bordi delle strade fanno ala allo scorrere del fiume colorato della corsa. La loro faccia stupita e incuriosita al passaggio di quei ragazzi dalla pelle nera, un po sorpresi ma felici. Laggiunta di quel colore aveva portato una ricchezza in pi alla nostra manifestazione e aveva disegnato per un attimo la citt variopinta del futuro. Andare avanti cos senza fermarsi, estendere la rete a tutto il Sud, il compito che ci sta ora davanti e ci vede gi impegnati. Sappiamo, come scandiva un vecchio slogan, che da soli non si pu. Vanno cercate altre sintonie e nuove inedite alleanze. A partire da quella con chi si batte per il rilancio dellagricoltura, nella Piana di Gioia Tauro e nel Sud. Per cancellare la vergogna del prezzo delle arance a pochi centesimi, per puntare sul rinnovamento aziendale, sulla qualit, eccellenza e tipicit delle produzioni, sulla filiera corta, sul rilancio del rapporto tra agricoltura, ambiente e paesaggio. Proprio di recente la Coldiretti ha avviato una campagna che dovremmo tutti condividere e sottoscrivere. contro il comportamento amorale delle industrie che imbottigliano le aranciate, che continuano ad avvalersi di una legge nazionale ormai datata, la 286/61, che prevede che le bevande al gusto di agrumi possono essere colorate a condizione che esse contengano almeno il 12% di succo originale. Cos in un litro di aranciata, che viene pagato mediamente ad 1,30 euro, ci sono solo 3 centesimi di euro di arance. Cambiare la legge, aumentando la quantit del succo contenuto nelle aranciate e fissando un etichetta chiara che ne rintracci lorigine, la provenienza, pu essere un modo per restituire diritti ai lavoratori e reddito alle imprese agricole e una bevanda di qualit per i consumatori. Anche su questo terreno va sviluppato il nostro impegno. Non posso che augurare che le radici sempre pi solide e sviluppate della rete si accompagnino ad un sempre maggiore numero e armonia dei rami (cittadini, associazioni, movimenti, istituzioni) per rendere pi solido lalbero variopinto della solidariet e dei diritti. Reggio Calabria, 6 aprile 2011 Nuccio Barill Consigliere comunale Reggio Calabria (2007-11) Direttivo nazionale Legambiente

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LINTERVENTO
La Provincia di Reggio Calabria al fianco dei migranti Una terra spopolata dallemigrazione, una terra interrogata dallimmigrazione. Ecco il doppio volto della provincia di Reggio Calabria, con i suoi paesi dellentroterra abbandonati sulle colline e le sue campagne popolate da migliaia di migranti in cerca di lavoro. Essere luogo daccoglienza, multiculturale e solidale , dunque, prima che un obiettivo politico, un destino che abbiamo cercato come Amministrazione provinciale di interpretare nel modo migliore e fino in fondo. A Rosarno, innanzitutto. Dopo i gravi fatti del gennaio 2010 non abbiamo mai avuto dubbi nello schierarci accanto a coloro che rivendicavano diritti e combattevano lo sfruttamento e il razzismo. Quella presa di posizione si sta ora concretizzando nella costituzione di parte civile della Provincia di Reggio Calabria nei processi per reati di istigazione allodio ed alla violenza razziali. Ma sappiamo che la presenza stagionale dei braccianti africani nella Piana di Gioia Tauro, in concomitanza con la stagione della raccolta delle arance, richiede ben altre risposte. Risposte non emergenziali e non circoscritte allordine pubblico. Una questione complessa come quella rappresentata dalla presenza sul territorio degli oltre 800 migranti monitorati da reteRADICI nel corso della sua campagna autunnale non pu che prevedere risposte complesse. Nellapposito ordine del giorno approvato dal Consiglio provinciale nel novembre 2010 abbiamo, per questo, sollecitato un intervento complessivo che tuteli i diritti di cittadinanza, favorendo la fuoriuscita dei migranti dallinvisibilit sociale, anche alla luce delle vigenti norme internazionali, e ci siamo impegnati ad intavolare un confronto con i sindaci della Piana al fine di individuare il patrimonio abitativo dismesso e/o confiscato da destinare allemergenza alloggiativa dei lavoratori stagionali, favorendo nel contempo infrastrutture sociali a garanzia dei diritti sociali e sindacali dei lavoratori agricoli della Piana. Siamo, infatti, convinti che la soluzione passi da unassunzione collettiva di responsabilit che deve vedere le istituzioni locali in prima fila e la valorizzazione delle buone prassi emerse nel corso degli anni nel nostro territorio. Siamo convinti che solo cos potremo garantire la fruizione di quei diritti di cittadinanza invocati dai migranti per non essere pi invisibili. Una legittima aspirazione, la loro, che abbiamo abbracciato con forza sostenendo la vertenza partita dopo i fatti di Rosarno e festeggiando il 1 marzo 2011, insieme con reteRADICI e con una delegazione di braccianti africani di Rosarno e Drosi, il riconoscimento della protezione umanitaria per 13 lavoratori stagionali. Non ci sfugge che il cammino ancora lungo ma abbiamo intenzione di fare la nostra parte fino in fondo. Reggio Calabria, 30 marzo 2011 Attilio Tucci Assessore Politiche sociali (2006/11) Provincia di Reggio Calabria Omar Minniti Consigliere (2006/11) Provincia di Reggio Calabria

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Accanto e in basso alcuni momenti delle assemblee delle comunit migranti che si sono svolte tra novembre 2010 e marzo 2011 alla Cgil di Gioia Tauro e alla Caritas di Drosi.

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LANNO ZERO

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LA MOBILITAZIONE Il dopo-rivolta, il contesto generale, la nascita della rete

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LA RIVOLTA di Rosarno un punto di svolta: c un prima e un dopo. Con il dossier Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it si indagato sulla genesi di fatti che non hanno precedenti nella storia repubblicana, si ripercorso un ventennio di morti dimenticati e persecuzioni razziali, sfruttamento nei campi e miopi politiche emergenziali, clientelismo agrario e disinteresse delle istituzioni locali e centrali. Cause profonde ed episodi scatenanti. Messo un punto fermo sul prima, sul dopo che ci siamo interrogati. Con una sola certezza: le facili generalizzazioni che assegnano patenti di razzismo e mafiosit a intere comunit sono inutili e dannose, ma al tempo stesso parole come accoglienza, diritti e inclusione vanno riempite di fatti concreti. Ancora tuttaltro che dimostrati. Allindomani della rivolta del 7 gennaio 2010, una rete informale di associazioni, movimenti, organizzazioni sociali e politiche ha intrapreso una intensa mobilitazione tra Roma, Caserta e Reggio Calabria per la tutela dei migranti deportati dalla Calabria. Una lotta appassionata che ha dato vita a un percorso vertenziale per il riconoscimento del diritto di soggiorno degli africani provenienti da Rosarno (e di quelli che da Rosarno non si sono mai allontanati). A riflettori spenti, limpegno proseguito. E ha fluidificato il riconoscimento di circa 200 permessi di soggiorno per motivi umanitari. Ma lo sfruttamento dei migranti una delle caratteristiche del modello mediterraneo di agricoltura. Quello di Rosarno solo uno dei nodi della rete, una delle tappe obbligate dellesercito dei nuovi schiavi impiegati nelle nostre campagne. In Campania come in Sicilia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata come a Foggia in Puglia, i migranti vivono la stessa condizione. Anzi di pi: sono proprio gli stessi volti, le stesse braccia, due-tremila campesinos dalla pelle nera, dalle braccia indistruttibili e dalla dignit sotto i tacchi. Non sono pi acute supposizioni: lo testimoniano le centinaia di schede compilate in questi mesi dagli sportelli del movimento antirazzista. Provenienti per la stragrande maggioranza dallAfrica subsahariana, in fuga da guerre e persecuzioni, hanno subito estorsioni e arresti illegali in Libia prima di sbarcare in Italia. Sono arrivati tra il 2007 e il 2009, prima che i controversi accordi col regime di Gheddafi chiudessero la via del deserto con la pratica illegale dei respingimenti di massa. Richiedono protezione internazionale, tutela e accoglienza sistematicamente eluse dal governo italiano e vivono in un limbo dal quale difficile uscire, fatto di clandestinit e discriminazione.

La mobilitazione antirazzista del 9 gennaio 2010 a Roma.

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In questa pagina e nella successiva alcuni momenti delliniziativa Le RADICI raccontano... del 23 novembre 2010 al Random musiclub di Reggio Calabria. E! la prima uscita pubblica di reteRADICI.

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Non sono migranti economici ma richiedenti asilo, soggetti vulnerabili che non potranno mai partecipare ai provvedimenti di emersione previsti per legge. A volte irregolari ma ugualmente inespellibili perch provenienti da paesi comunque considerati a rischio. Per questo lavorano nelle campagne, schiavi di un sistema che li rende invisibili e ricattabili. Prigionieri dei paradossi della legge Bossi-Fini, del Pacchetto sicurezza e pi in generale delle trasversali politiche repressive in tema di immigrazione. In autunno, le arance sono tornate sugli alberi e i migranti nei campi della Piana. Lesigenza di fare emergere le contraddizioni del sistema, per garantire diritti, cittadinanza e dignit, ha portato alla nascita di RADICI: una campagna di monitoraggio, partita nellautunno 2010 proprio dal nodo di Rosarno, che si trasformata in breve in una nuova vertenza a tutela dei migranti. Una mobilitazione che parte dalla Calabria, ma che si configura come una vertenza meridionale. RADICI perch da circa tre anni nelle campagne del Sud questi migranti lavorano in agricoltura - garantendo destate la raccolta dei pomodori e dinverno degli agrumi - in un contesto di grave sfruttamento, diritti negati e ricattabilit. Seguendo i ritmi della terra, si muovono rincorrendo la speranza di un ingaggio sottopagato: si insediano tra Foggia e il Vulture tra luglio e ottobre, prima di proseguire per la Piana di Rosarno dove sono impegnati fino a marzo per gli agrumi. Ovunque lo stesso scenario: caporalato, lavoro nero, grave emergenza abitativa, pessime condizioni igienico-sanitarie. RADICI perch il riscatto di questi lavoratori invisibili, in ideale collegamento con le battaglie di giustizia sociale che sono patrimonio culturale e politico del Sud Italia, non pu prescindere dalla conquista dei diritti di cittadinanza con priorit assoluta per il diritto a soggiornare sul territorio italiano. In assenza di questultimo, infatti, qualunque idea di accoglienza e assistenza, come indicato dagli stessi migranti, risulterebbe limitata e miope.

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CRONACA DI UNA VERTENZA La rabbia e la reazione, lasse del sud, le tutele conquistate

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SPARI SUGLI IMMIGRATI e scoppia la guerriglia, Rosarno a ferro e fuoco. Questa volta hanno reagito, devastando tutto quello che capitava loro a tiro. Hanno distrutto ogni cosa dopo aver subito lennesima provocazione. Gli extracomunitari della piana di Gioia Tauro si sono ribellati ed stato il panico per unintera serata. Rosarno, Reggio Calabria. Un paese che, nei giorni della rivolta dei migranti del gennaio 2010, diventa titolo da prima pagina sulle maggiori testate nazionali e internazionali. In quei giorni lItalia scopre il ricatto della ndrangheta al quale sono sottoposti i tanti migranti che lavorano la terra o raccolgono gli agrumi della Piana di Rosarno per 20 euro al giorno, dei quali cinque vanno alla stessa ndrangheta come sorta di tassa per il trasporto. Scoprono i capannoni senza luce e acqua, con condizioni igienico-sanitarie spaventose, dove i migranti vengono tenuti. E scoprono il razzismo misto a violenza e intimidazione che mantiene ferocemente in piedi lordine delle cose, che culmina nella caccia al migrante e nella rivolta e presa di coscienza di questi moderni schiavi. Segnali di questa rivolta ce ne erano stati diversi. Sempre inascoltati o sottovalutati e mediaticamente relegati in qualche trafiletto sulle cronache dei giornali locali, mentre le poche associazioni che si erano fino ad allora interessate alla situazione si erano limitate a intervenire con forme assistenzialiste. La rabbia e la mobilitazione. Le reazioni politiche non tardano ad arrivare. Il ministro dellInterno dichiara a caldo che: In questi anni stata tollerata limmigrazione clandestina che ha alimentato la criminalit e ha generato situazioni di forte degrado. Dichiarazioni che scatenano la rabbia e lindignazione di decine di attivisti e di altrettante associazioni, che ricordano bene quanto sia lintolleranza razzista del governo e delle sue leggi a produrre clandestinit e determinare degrado sociale e politico. Perch in realt quello che succede solo il risultato della tolleranza delle continue violazioni di diritti fondamentali e condizioni di sfruttamento e discriminazione, alle quali i migranti hanno deciso di reagire. Le reti antirazziste, in particolare a Roma, indicono subito una manifestazione nei pressi del ministero alla quale partecipano in tanti. Troppa (in)tolleranza e nessun diritto le parole dordine della protesta, parafrasando proprio le dichiarazioni del titolare del Viminale. Vengono promosse numerose assemblee pubbliche nelle quali la rivolta di Rosarno viene indicata come un punto di non ritorno delle politiche di governo, fallite clamorosamente, e la richiesta chiara: dimissioni! Durante il presidio avvengono dei tafferugli con le forze dellordine e tre manifestanti rimangono feriti. Molte intanto le associazioni, le realt e gli enti pubblici che offrono i primi soccorsi sul territorio a poche ore dai fatti di Rosarno. In particolare Medici senza frontiere e lospedale San Gallicano di Roma - attraverso team inviati sul posto - assistono decine di migranti agevolando il ricovero dei feriti presso gli ospedali della zona. E sono loro che raccolgono i primi racconti di una tragedia annunciata, perch i segnali negli ultimi tempi erano assai evidenti. Una rivolta annunciata. Decine di rapporti e di dossier segnalavano da tempo la condizione schiavistica dei migranti ingaggiati in agricoltura nel comprensorio della Piana. Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti (...) ma ci rendiamo conto che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui in corso una vera emergenza sociale. Quello che accaduto a Rosarno frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dellintegrazione. Cos Don Pino Demasi, referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro,
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commenta la rivolta degli immigrati a Rosarno. Nella Piana - prosegue il sacerdote, che anche vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi - ci sono circa 2.000 immigrati africani che si accalcano per dormire la notte tra unex-cartiera in disuso e un immobile dellex-Opera Sila. Se qualcuno del governo centrale o della regione vedesse in che condizioni vivono, senza nulla, senza servizi, luce, acqua, alimenti o riscaldamento non si stupirebbe di quanto accaduto. Immigrati che sono sotto minaccia continua dei caporali che li rendono di fatto invisibili, vulnerabili e soli (.) Il problema immigrati a Rosarno non esula dal problema delle mafie perch la ndrangheta che gestisce tutto. Ed sempre la criminalit organizzata che stabilisce i movimenti, le paghe ed il compenso dei caporali. Ed sempre la ndrangheta che, con gente come quella di ieri, vuole dire qui comandiamo noi. Quindi il problema molto pi serio di quanto pu apparire. Confido - conclude Demasi - negli abitanti della Piana che hanno un animo buono e conoscono la situazione di questa gente, ma necessario che le autorit si assumano la responsabilit di una situazione che necessita di giustizia prima ancora che di carit. La condizione dei migranti stagionali a Rosarno, la storia di violenze e soprusi, il contesto di grave sfruttamento che dura da ventanni, sono documentati dal dossier Arance insanguinate dellassociazione daSud e di Stopndrangheta.it pubblicato poco dopo i fatti. Un dossier che prova a ripercorrere le tracce di questa triste storia: Gli africani provano a salvarsi dalle spranghe, dai fucili ad aria compressa, dalle pistole vere. Ci provano da anni, tra un ricovero in ospedale, una denuncia degli estortori e una rivolta quando la misura colma. Il sangue sulle arance che abbiamo portato in piazza a Roma il 12 gennaio per indicare che Rosarno un caso nazionale, sangue rappreso. Sangue vecchio. Scorre da anni, senza sporcare le coscienze. Ma le condizioni di vita degli immigrati che lavorano nel Sud Italia sono bene descritte nelle centinaia di pagine dei numerosi rapporti che Medici senza frontiere pubblica regolarmente da anni, in seguito alle missioni svolte in zona. Anche alla vigilia della rivolta, una ventina di volontari di Msf supportati da volontari di altre associazioni locali, hanno distribuito kit igienico-sanitari a 2.000 persone per alleviare le sofferenze provocate dalle drammatiche condizioni di vita e di lavoro, rese ancora peggiori dal freddo della stagione. In una nota del 8 gennaio del 2010 a firma di Loris De Filippi - responsabile di Msf - si afferma: Abbiamo ripetutamente contattato le autorit nelle Regioni dove abbiamo lavorato in questi anni, inclusa la Regione Calabria, per sottolineare la grave situazione umanitaria e i bisogni dei lavoratori migranti che vivono in Italia e la necessit di prendere provvedimenti urgenti per migliorare la loro situazione. evidente insomma che la condizione degli immigrati di Rosarno era tristemente nota a chi di dovere, istituzioni di governo comprese. Conoscenza e responsabilit conseguente che attraverso la criminalizzazione dei migranti - si tentato maldestramente di occultare. Nei giorni successivi conosceremo infatti le contromisure adottate dal ministero degli Interni, con la deportazione forzata di tutti gli africani rastrellati nel territorio, dei quali una buona parte viene identificata e richiusa nelle strutture di identificazione e di espulsione di Crotone, Lamezia Terme e Bari. Chi decide di non salire sui bus della polizia va fatto sloggiare in ogni mezzo, purch se ne vada da Rosarno. Prosegue limpegno. La drammaticit dei fatti di Rosarno non deve essere dimenticata. Portiamo le arance insanguinate sotto il palazzo del Senato appena una settimana dopo la rivolta. Una iniziativa di denuncia: Quello che accaduto sulla Piana di Gioia Tauro soltanto l'ennesimo segnale del disagio profondo dei cittadini immigrati in Italia. A pochi mesi dall'approvazione del Pacchetto sicurezza, si determina sempre pi concretamente

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un contesto sociale dove i pi deboli, gli invisibili sono merce da sfruttare. Sono le politiche securitarie del governo a determinare la clandestinit di centinaia di migliaia di persone, alimentando il lavoro nero nei campi, nei cantieri nelle fabbriche, in tutto il Paese. Ma anche di proposta: Mobilitiamoci sui territori, per costruire un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare laccoglienza. Se di regole c bisogno, si tratta di leggi che tutelino i diritti dei migranti, contro il lavoro nero, e politiche di accoglienza degne di questo nome. Per questo motivo chiediamo che venga accordato il permesso di soggiorno a tutti i migranti di Rosarno. Lanciamo una vertenza per la regolarizzazione degli stranieri a partire da quelli che lavorano in agricoltura. E chiediamo una sanatoria generalizzata che salvaguardi la vita di migliaia di cittadini sfruttati e soggiogati dalle mafie che gestiscono la compravendita di forza lavoro. Un appello che non rimane inascoltato. In quei giorni raccoglie numerose adesioni. I racconti degli africani. Scopriamo che gli africani deportati da Rosarno sono finiti alla stazione Termini di Roma, e dormono sotto i portici, al gelo. Li raggiungiamo, cerchiamo un contatto. Decidiamo di capirci di pi, organizziamo assemblee coi migranti, li convinciamo a sottoporsi alle interviste, per comprendere nel profondo le necessit ma anche le possibili soluzioni. Ore e ore passate ad ascoltare i racconti dei giovani africani, che ci compongono un quadro inquietante ma dal quale emerge con chiarezza il legame tra lirregolarit amministrativa e il ricatto a cui ogni giorno sono sottoposti. Non avere i documenti ti mette in una condizione di dover accettare tutto, di essere una non persona, di provare a sopravvivere lavorando anche 12 ore al giorno per 25 euro. Perch questa la verit di Rosarno, la storia di centinaia di africani che ogni anno affollano le strade della piccola cittadina in cerca di un ingaggio alle condizioni che detta la malavita locale: Tante volte non mi hanno pagato ma non ho documenti e non posso andare alla polizia per denunciare. Lasse Roma-Caserta-Reggio. Nel frattempo la mobilitazione attraversa anche uno dei luoghi storici dellautorganizzazione migrante: Castel Volturno. S, perch la diaspora del 9 gennaio tocca non solo Roma ma anche la provincia di Caserta, dove uno dei luoghi di riferimento delle tutele e delle lotte migranti raccoglie la sfida della rete antirazzista romana. Il centro sociale Ex Canapificio accoglie e prende in carico migranti africani fuggiti da Rosarno, rilanciando subito la necessit di un percorso di emersione per i migranti coinvolti nelle violenze. E ci si mobilita anche a Reggio Calabria, che del territorio della Piana di Rosarno capoluogo. Il 19 gennaio prende forma la prima mobilitazione congiunta con i presidi presso le prefetture delle tre citt allinsegna dello slogan Troppa (in)tolleranza e nessun diritto, sanatoria per i migranti. A Roma circa 200 manifestanti danno vita al sit-in di fronte a Palazzo Valentini, sede della prefettura di Roma. Le associazioni antirazziste hanno attuato presidi in contemporanea anche a Treviso, Padova, Potenza, Bari per dire che quello di Rosarno un caso nazionale. In piazza. La rabbia dei protagonisti e di quelli come noi che si trovano a raccogliere queste storie tanta. I fatti di Rosarno non possono essere liquidati come un problema di ordine pubblico e Mai pi unaltra Rosarno, ribellarsi giusto, rivendicare diritti necessario diventa lo slogan della campagna che immediatamente costruiamo a Roma, insieme agli africani. Assieme a loro decidiamo di convocare una conferenza stampa con la quale denunciare la grave condizione in cui versano i lavoratori africani di Rosarno e lanciare la vertenza per esigere una immediata regolarizzazione dei migranti e una degna accoglienza. I mandarini e le olive non cadono dal cielo. Sono delle mani che li
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raccolgono un brano del documento letto nel corso di questa conferenza stampa tenuta il 02 febbraio 2010 a piazza San Marco al centro di Roma, da Dauoda, uno dei migranti di Rosarno che dal 10 gennaio vive nella Capitale e che insieme ad altri hanno costituito lassemblea dei lavoratori africani di Rosarno. Si organizzano insieme alla rete antirazzista in nome dei diritti e della dignit, una rete che da questo momento diventer in luogo centrale delle prossime mobilitazioni racconta Yamadou. Dalla Calabria fino a Roma, con un biglietto di sola andata. Domandano che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli undici africani feriti a Rosarno venga esteso anche a tutte le vittime dello sfruttamento e della condizione irregolare. Vogliono che questo governo si assuma le sue responsabilit. Rosarno-Roma andata, e ritorno. E guardando a Rosarno come nodo centrale delle grandi contraddizioni della Bossi-Fini, ci accorgiamo presto che il viaggio di sola andata non ha senso. Diventa necessario riportare Roma in Calabria e tornare in quelle strade e fra quelle case nella Rosarno di chi si ribellato. Lo facciamo presto, con laiuto di Salim, uno dei ragazzi africani, schiavo degli aranceti, anche lui cacciato da Rosarno il 7 gennaio, con la minaccia delle spranghe e delle fucilate. Lo abbiamo conosciuto a Roma insieme a tutti gli altri. Adesso , con Daouda, uno dei protagonisti delle lotte romane. Ci dicono subito che a Rosarno cerano molti ragazzi, rimasti l anche dopo la rivolta. strano: sapevamo che non cera rimasto quasi nessuno dei lavoratori africani, ci avevano detto erano andati tutti via! Appena arrivati ci precipitiamo alla stazione della citt dove ci aspettano tre ragazzi. Ci chiedono di seguirli e ci portano nelle loro case nel quartiere vecchio del paese: il quartiere Corea. C tensione, silenzio inquietante ma loro sono tranquilli. Una volta dentro le loro stanze dai tanti letti che costano cadauno 50 euro al mese, siamo costretti ad uscire perch lo spazio non sufficiente. Sono in venti, vogliono parlare con noi, tirano fuori i documenti, sul loro volto si legge finalmente una speranza: forse qualcuno li pu aiutare. Si forma un piccolo assembramento che invade la stradina, le nostre chiacchiere rompono il silenzio. Ma resta la tensione. A Rosarno ci si deve muovere come in una realt sotto occupazione. E non per scherzo. Intanto uno per volta ci raccontano cosa succede, ci dicono che sono tantissimi (almeno duecento, forse di pi), e una buona parte non si mai mossa da l. Che adesso vivono a 7 km da Rosarno dietro la collina... ce la indicano, tentando di mostrare la distanza e quindi la fatica che ogni mattina devono affrontare per arrivare in citt. Ci dicono che la situazione di gran lunga peggiorata, uno di loro che vive l da quattro anni ci racconta di sputi addosso e insulti e che come alla fine della stagione ogni anno tentino in tutti i modi di cacciarli! Non serviamo pi? Non siamo pi utili? E allora ci sparano. Ma il loro problema resta quello dei documenti, lessenziale per diventare persone con nomi e cognomi, ognuno con la propria storia conservata in una cartellina pronta ad essere mostrata in questura, alla commissione, da quando sbarcano a quando devono lavorare. Sono tutti richiedenti la protezione internazionale, tutti fuggono da situazioni intollerabili, con la speranza di veder riconosciuti i loro diritti. Ci chiedono di poter fotocopiare i loro documenti, dopo avergli spiegato la battaglia che in molte citt decine di associazioni stanno conducendo per i lavoratori africani di Rosarno. La voglia di riscatto quindi attraversa la zona rossa, quella decretata a Rosarno allindomani dei fatti di gennaio, che nessuno ha osato violare, neanche di fronte alla caccia al negro.

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Il movimento, i partiti, le organizzazioni, la societ civile, tutti sono stati a guardare, senza riuscire a organizzare nemmeno una manifestazione simbolica. E invece la lotta, finalmente, ritorna anche in Calabria. Il caso al ministero e allUe. Il caso Rosarno diventa rivendicazione sulle grigie scrivanie ministeriali. Circa duecento migranti decidono di continuare il percorso di lotta e si riappropriano della loro identit, strappata dal tempo e dal lavoro sommerso. Si raccontano in decine di assemblee e iniziative pubbliche dove al centro c il loro coraggio e la loro determinazione per ottenere giustizia. Sempre pi cittadini e associazioni sostengono la loro lotta, iniziata il 7 gennaio 2010. E una delegazione europea, promossa dal parlamento degli Stati membri organizza audizioni a Roma e a Lamezia Terme nelle quali ascolta le richieste dei migranti e delle realt associative informali, per stilare una raccomandazione al governo italiano. Diritti e dignit! A riflettori spenti, limpegno proseguito. E ha fluidificato il riconoscimento di circa 200 permessi di soggiorno per motivi umanitari. In primavera inoltrata le proposte della rete antirazzista sono state accolte dal governo e i duecento migranti che hanno abbracciato la lotta-vertenza tra Roma, Caserta e Rosarno hanno potuto finalmente sanare la loro posizione amministrativa, essere persone. Le Commissioni territoriali per i rifugiati di Roma, Caserta e Crotone hanno ritenuto, sulla scorta delle sollecitazioni innescate dalla vertenza e secondo le indicazioni del ministero dellInterno, di riesaminare le posizioni dei cittadini stranieri richiedenti la protezione internazionale. Riesami che si sono conclusi con esito positivo, nonostante i soggetti in questione avessero gi incassato uno o pi dinieghi. Le motivazioni dei decreti emessi dalle Commissioni fanno riferimento a vulnerabilit relative alle condizioni dei paesi di provenienza ed esplicitamente a vulnerabilit relative allo sfruttamento patito a Rosarno. Dunque, vulnerabilit non sufficienti al riconoscimento dello status di rifugiato ma pienamente sufficienti al riconoscimento di tutele per motivi umanitari. Una linea di condotta che apre scenari importanti sullefficacia e la funzione della legislazione in tema di asilo, anche alla luce dei recenti avvenimenti nel Mediterraneo. Lo sfruttamento sistema. Rosarno, Caserta, ma anche Palazzo San Gervasio e Foggia. Quello del Sud un modello agricolo basato sullo sfruttamento dei migranti. Lo abbiamo toccato con mano nel corso della campagna di monitoraggio lanciata in Basilicata tra agosto e settembre, che ha portato a intervistare centinaia di braccianti, anche nel territorio di Foggia. Stesse condizioni, stesso sistema fatto di lavoro nero, baracche indegne in cui vivere, leggi che creano clandestinit. Il censimento del progetto Cam(per) i diritti ha svelato ancora una volta lipocrisia delle istituzioni. Di fronte a uno scenario simile, anche la lotta diventata sistema, ripartendo proprio da Rosarno con la reteRADICI.

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Ter mini, capolinea dei de portati. Mentre le reti delle associazioni romane si mobilitano sullonda emotiva dei fatti di Rosarno, decine di africani si ritrovano a Roma dove i portici della stazione Termini diventano unico rifugio per passare la notte senza un tetto, senza un lavoro e senza aiuto, con temperature che nel mese di gennaio raggiungono lo zero. questa la meta della deportazione dei migranti, costretti a lasciare la Piana per motivi di ordine pubblico e mandati allo sbaraglio, senza nessuno che si occupasse di loro. una fredda sera di gennaio quando decidiamo di verificare la presenza dei ragazzi africani, dei quali da qualche giorno molti ci raccontano. impressionante. File di persone che dormono sui marciapiedi di via Marsala una accanto allaltra, spaventati e diffidenti come mai. La maggior parte proviene dallAfrica subsahariana, raccontano della fuga forzata dalla Piana di Rosarno, di essere stati costretti a scappare lasciando tutti gli effetti personali, tra cui documenti e anche soldi. Vivono in condizioni di estrema precariet, con il rischio di rimpatri ed espulsioni. Da braccianti schiavizzati senza piet, da vittime della violenza cieca, diventano criminali da punire: sono gli effetti perversi della Bossi-Fini e del Pacchetto sicurezza che fa dei lavoratori stranieri una merce da sfruttare e della clandestinit un comodo alibi. E cos in quei giorni a Roma si consuma una vera e propria emergenza umanitaria che chiama in causa tutti quanti operano nel campo dei diritti e del sociale, ma che chiama in causa in primo luogo le istituzioni locali, affinch diano una concreta risposta di accoglienza. Cos come hanno fatto alcune realt del movimento romano. Dopo i primi giorni, in cui la capacit di comunicare dei ragazzi stata difficile perch animata dal sospetto e dalla paura, sono cominciati i racconti su quello che successo a Rosarno. Violenza, sfruttamento, aggressioni, insomma una vita di inferno da invisibili schiavi. Razzismo, controllo e paura ma allo stesso tempo la necessit di sopravvivere con qualche giornata di lavoro che a Rosarno nonostante tutto si riusciva a racimolare. Raccontano anche di aver vissuto la deportazione come un trauma, una ferita che si riapre al pensiero di essere stati costretti a scappare cos come si scappati dal proprio paese. Una storia che si ripete con un carico emotivo di grande sofferenza e di rassegnazione. Rassegnazione che presto diventa rabbia e voglia di riscatto. Rivendicare la dignit e i diritti smarriti, nella maglie di una legge che ti costringe alla clandestinit, diventa volont di tutti. Inizia la vertenza.

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Storia di un migrante. Daouda, un ragazzo della Costa dAvorio di circa 28 anni, racconta della rivolta con grande lucidit ma anche con molta rabbia. Lui arriva in Italia nel 2009, su un barcone della speranza che attraversa il Mediterraneo fortunatamente senza incidenti. Una cosa davvero rara visto il numero impressionante di morti della traversata. Al momento dello sbarco decine di poliziotti sul molo, e tante domande a cui non sapeva davvero cosa rispondere, impronte digitali, foto e una richiesta dasilo come lasciapassare per entrare nella grande e bella Europa. E alle spalle un passato che pesa: Ho dovuto lasciare il mio paese per continuare a vivere, la guerra civile aveva gi portato via mio fratello ucciso brutalmente da un colpo di arma da fuoco . Dopo un periodo nel centro di accoglienza di Arcinazzo, a Frosinone, Daouda arriva a Rosarno. Gliene avevano parlato i suoi amici e lui aveva bisogno di lavorare. Quando sono arrivato in Calabria sono andato a vivere a Rizziconi, alla Collina. Dormivo in una tenda da campeggio che mi ero procurato. I fatti di gennaio fanno precipitare la situazione. Daouda non ci sta a subire, marcia coi suoi compagni alla manifestazione dell8 gennaio succeduta al ferimento degli africani e insieme a una delegazione di migranti incontra il commissario che governa il Comune dopo lo scioglimento per mafia. Chiedono tutele: Siamo esseri umani e vogliamo essere rispettati per vivere in pace. E invece sono tutti costretti a lasciare Rosarno. Daouda arriva a Roma il 10 gennaio, con un treno notturno. Al momento del trasferimento ordinato dal ministero dellInterno lui si rifiuta di salire sui bus della polizia, e come altri si dirige alla stazione di Reggio Calabria con lintenzione di arrivare nella Capitale. Un lungo viaggio che gli fa ritornare in mente la sua fuga dalla Costa dAvorio. Una ferita che si riapre e sanguina ancora. Daouda un ragazzo sveglio e intelligente, ma molto diffidente. Un vero leader per, guardato con molto rispetto dai suoi compagni, che si fidano davvero di lui. Il nostro problema non avere i documenti e dobbiamo lottare per questo, le sue parole vanno dritte al punto adesso che gli africani si sono ritrovati a Roma e si tratta di decidere cosa fare. Con orgoglio e tenacia organizza e dirige i migranti durante le assemblee, nelle quali si devono prendere decisioni importanti per la lotta. Ci crede e vuole che tutti siano convinti. Tutto il resto pu aspettare! Ci che dobbiamo ottenere adesso un permesso di soggiorno per essere persone vere e non pi fantasmi, e solo se tutti insieme lottiamo possiamo vincere.

A destra: Daouda Sanogo, uno dei leader della comunita migrante che si e ritrovata a Roma dopo i fatti di Rosarno. Nella pagina precedente: Modibo.

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In questa pagina: Rifiuti e oggetti abbandonati alla Collina di Rizziconi, testimonianza del passaggio di migliaia di migranti.

Nelle due pagine successive: Gli insediamenti della Collina di Rizziconi, uno dei ghetti abitati dai migranti fino alla rivolta del gennaio 2010. Lex Opera Sila, sgomberata dopo i fatti di gennaio. La spianata dellex fabbrica Rognetta, luogo storico della diaspora migrante, demolita dopo la rivolta.

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PASSAGGIO A SUD i nuovi braccianti, il modello mediterraneo, un limbo giuridico

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NEL 2008, QUANDO PER LA PRIMA VOLTA gli addetti allagricoltura in Italia sono scesi al di sotto della soglia del milione di lavoratori, circa 171.000 migranti risultavano regolarmente assunti nel comparto primario. questo lindicatore principale di una tendenza ventennale: la componente migrante indispensabile per la tenuta stessa del comparto agricolo. La presenza straniera. Lultima indagine Istat relativa alla popolazione straniera residente in Italia al 1 gennaio 2010 ha descritto una distribuzione dei 4,23 milioni di immigrati presenti sul territorio molto disomogenea. Secondo tale rilevazione, al Nord la presenza di stranieri supera il 60%, al Centro si attesta a poco pi del 25%, mentre al Sud appena al di sopra del 13%. Ugualmente frammentata anche lincidenza della presenza dei migranti sul totale dei residenti: se al Nord poco meno di un residente su dieci un immigrato, al Sud lincidenza si riduce a meno del 3%. La media totale del 6%, in linea con la media Ue27. La popolazione straniera residente in Calabria al 31 gennaio 2009 pari a 65.867 unit (Istat) con unincidenza percentuale sulla popolazione calabrese che si attesta all1,6%, con un incremento costante a partire dagli anni Novanta. Nella provincia di Reggio Calabria la popolazione straniera residente al 2009 ammonta complessivamente a 22.105 unit, prima tra le cinque province. Secondo lInea (Gli immigrati nellagricoltura italiana, 2009), gli extracomunitari impiegati in agricoltura nel 2007 sono stati 9.350, con un incremento consistente rispetto allanno precedente. Nel dossier Caritas-Migrantes 2010, che riprende i dati Inail relativi ai nati allestero, si indica la cifra di 13.107 lavoratori agricoli attivi nel 2009 in Calabria (29,9% degli occupati), mentre gli assunti nel 2009 sono stati 12.122, di cui 4.728 alla prima occupazione (perch non presenti in precedenza o perch irregolari). Ci detto, questi dati riflettono le lacune dei metodi tradizionali di rilevamento, che non sono in grado di registrare la non indifferente presenza irregolare e leconomia sommersa. Secondo alcune stime, mancano allappello 422mila stranieri che si trovano in uno status di irregolarit amministrativa. Nel dossier Caritas-Migrantes 2010 si calcola che gli stranieri presenti in Calabria ammontino a quasi 96mila, cio 30mila in pi rispetto a quelli effettivamente censiti dalle anagrafi comunali. lIstat a fornire indicazioni sullo stato dellagricoltura: nellaudizione alla Camera del 15 aprile 2010, si indica nel 24,5% il tasso di irregolarit nel settore nel 2009, in forte crescita rispetto al 20,9% del 2001 (spicca lintero Sud con Campania e Calabria in testa, poi il Lazio con un tasso di irregolarit del 32,8%). I dati del piano straordinario di vigilanza per lagricoltura e ledilizia al Sud, ordinato dal ministero del Lavoro allindomani dei fatti di Rosarno, confermano il quadro. La Calabria prima in quanto a irregolarit nei cantieri (75% delle aziende). Per quando riguarda il settore agricolo, sono 7mila i lavoratori irregolari, quasi la met dei quali (49%), occupati in nero. Le ispezioni tra marzo e dicembre 2010 hanno riguardato 7.816 aziende agricole di Calabria, Campania e Puglia, il 44% delle quali irregolare. Grazie alle ispezioni, inoltre, sono state scoperte numerose truffe ai danni degli istituti previdenziali mediante linstaurazione di rapporti agricoli fittizi: 35.659 posizioni. Su questo versante, la Calabria vede il 28% di aziende irregolari sul totale di quelle controllate e 1.173 posizioni previdenziali fittizie.
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I nuovi braccianti. Dunque, in Calabria presente un esercito di braccia straniere, 100mila migranti in et lavorativa, che producono rimesse allestero per 6 milioni di euro (dati Commissione regionale emersione lavoro non regolare) e mandano avanti leconomia locale. In agricoltura, come si visto, limportanza della manodopera straniera addirittura strategica. Ed questo un dato di fatto che riguarda lintero Meridione. Lidentikit del nuovo bracciante ci aiuta a capire cosa avvenuto nelle nostre campagne negli ultimi venti anni. I campesinos del terzo millennio sono stagionali, sono estremamente mobili, girano nei nodi dellagricoltura meridionale per prendere parte alla raccolta di frutta e ortaggi e vivono in condizioni di grave sfruttamento sul lavoro e in condizioni abitative, sociali e sanitarie indegne, si trovano in uno status amministrativo estremamente precario. Dunque, abbiamo uno specifico contesto geografico (il Sud), un determinato comparto produttivo (lagricoltura intensiva), un preciso profilo professionale (il bracciantato agricolo), e un particolare profilo giuridico delle soggettivit coinvolte (status amministrativo estremamente precario). Il modello mediterraneo. Sono questi gli elementi strutturali del sistema dellagricoltura meridionale, ma non solo: caratteristiche simili si registrano nelle altre aree agricole del bacino europeo del Mediterraneo. E cio dove sono la regola il lavoro informale e lirregolarit amministrativa, la disoccupazione elevata e la massiccia immigrazione, la centralit dei migranti nel comparto primario e limportanza che il settore ha per linserimento lavorativo dei migranti nella fase iniziale del proprio progetto migratorio. Il modello mediterraneo dellagricoltura si basa quindi su una ristrutturazione del ciclo produttivo, avvenuta negli ultimi venti anni, che evita gli investimenti in tecnologia sfruttando la manodopera a basso costo, in una logica di rendita fondiaria. unagricoltura intensiva, cio orientata a specializzazioni produttive (pomodori, agrumi ecc.), che necessita di una presenza massiccia di forza-lavoro in un determinato periodo di tempo, seguendo i cicli della raccolta. La specializzazione rende estreme le caratteristiche della produzione post-fordista (flessibilit e mobilit), facendo s che ad essere impiegate nei nodi dellagricoltura siano le stesse braccia migranti, in relazione ai cicli stagionali. Ecco perch quello del Sud un sistema interconnesso. Inclusione differenziale. In questo senso, lagricoltura del Sud Italia sovrappone le tendenze del neoliberismo ai tratti semi-feudali che hanno contraddistinto da sempre il lavoro contadino meridionale. Con delle novit rilevanti che pesano sulla condizione dei migranti. Alla condizione lavorativa del bracciante giornaliero, che ricalca quella del bracciantato del Dopoguerra, si associa la condizione sociale del migrante e la condizione giuridica di irregolare. Ecco che viene fuori lelemento centrale dellanalisi: negli ultimi venti anni, in una fase di crisi acuta del sistema agricolo, si inserito il lavoro migrante. Si prodotto un epocale fenomeno di sostituzione etnica del bracciantato, accompagnato dalla clandestinizzazione della forza-lavoro. In altre parole, i limiti alla libert di movimento, dettati dalle norme sullimmigrazione, sono un vero e proprio fattore di stratificazione sociale. La costruzione dei confini, e dunque la costruzione di status differenti, ha una funzione regolatrice per lassegnazione dei diritti ed eversiva delle regole del mercato del lavoro, secondo un modello di inclusione differenziale. Ci sono soggetti di serie A, che godono di diritti, e soggetti di serie B che possono essere sfruttati a piacere.
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Inclusione differenziale, clandestinizzazione, sfruttamento selvaggio ecc. sono caratteristiche strutturali del modello mediterraneo dellagricoltura. A ben vedere, sono funzionali al sistema. Le restrizioni legislative in tema di immigrazione hanno prodotto una gerarchia tra gli stranieri, spingendo sullultimo gradino i migranti dellAfrica subsahariana. Sono un vero e proprio esercito di riserva di lavoro clandestino e semiclandestino, da utilizzare solo in momenti particolari come possono essere ad esempio i giorni feriali, i picchi di produzione, le precipitazioni atmosferiche, il malfunzionamento di macchinari, le commesse just-in-time della grande distribuzione. Dunque un utilizzo a corto raggio, intensivo e a cottimo, al quale si affianca invece una tendenza alla stabilizzazione in grigio del lavoratore dellEst Europa che, per la sua condizione di cittadino neocomunitario, permette lelusione di eventuali controlli sulla base della possibilit di registrare le giornate lavorative successivamente al loro espletamento e di evitare le gravi conseguenze penali previste dalla recente introduzione del reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In pratica, tutto concorre a fare della manodopera straniera un soggetto estremamente ricattabile, un segmento di forza-lavoro non organizzabile e difficilmente difendibile tramite forme di tutela collettiva e sindacale, e a partire dalle gerarchie legate alla libert di movimento, dei veri e propri individui semischiavizzati legati alla terra del Sud. Lo sfruttamento selvaggio nelle campagne meridionali dei braccianti extracomunitari dunque un elemento centrale, e lo ancor di pi col sopravvento della crisi economica e con laggravarsi della crisi del comparto agroindustriale, schiantato dalla competizione internazionale. A fare esplodere le contraddizioni di un sistema che vede la compresenza di elementi di ultramodernit e di atavica premodernit stata la cosiddetta riforma Fichler della Pac europea: gli incentivi ai produttori sono stati sganciati dalla produzione e accoppiati allestensione dei fondi, ledendo uno dei pilastri fondamentali del modello, e cio le rendite garantite dai finanziamenti europei e dalle truffe a questi collegate. Le contraddizioni. Alla luce di tutto ci, occorre sfatare un mito: non la presenza dei migranti irregolari la causa delleconomia sommersa, ma al contrario il sistema della nostra agricoltura a produrre come effetto le migrazioni cicliche degli stranieri irregolari nelle campagne del Sud. Il presupposto che esistano dei cittadini che si trovano in uno status di irregolarit amministrativa. In tal senso, la legislazione italiana in tema di immigrazione ha sostenuto il modello della nostra agricoltura, generando clandestinit. Dunque dice bene chi dice che la legge Bossi-Fini e la legislazione securitaria degli ultimi anni riguardano non solo le politiche immigratorie ma anche e soprattutto regolano il mercato del lavoro secondo strategie di inclusione differenziale. A rilevare le contraddizioni e lipocrisia istituzionale riguardo le politiche sullimmigrazione ci ha pensato unorganizzazione indipendente come Medici senza frontiere, da anni sul campo per monitorare lo stato dei braccianti nel Sud Italia. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche del pugno di ferro tese a combattere la clandestinit in nome della legalit. Dallaltra le stesse istituzioni nazionali e locali tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento degli stranieri nelle produzioni agricole meridionali perch necessarie al sostentamento delle economie locali. Lutilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti,
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il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze dellordine, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono (Msf 2008). In realt, non tutti stanno a guardare, anzi tutti agiscono e traggono vantaggi dalla clandestinit dei migranti. Agiscono i proprietari di case, che traggono rendite esorbitanti affittando catapecchie indecorose ai migranti, agiscono i tanti provider che speculano sulla condizione giuridica dei migranti vendendo attestazioni, permessi, kit di regolarizzazione, idoneit alloggiative, domande varie ecc. Agiscono i tanti braccianti regolarmente registrati allInps che lasciano ai migranti il lavoro nei campi sostituendosi a loro sulla carta, assommando contributi e percependo assegni di disoccupazione. il meccanismo dei falsi braccianti che, diventato indispensabile allindomani dellintroduzione dei meccanismi di controllo basati sugli indici di congruit coltura-estensione-manodopera impiegata, di fatto genera un doppio sfruttamento del lavoro migrante (Francesco Caruso, 2010): oltre a paghe da fame, i braccianti stranieri sono privati dei contributi previdenziali e del sostegno al reddito. Ma agiscono anche gli attori istituzionali attraverso meccanismi di produzione istituzionale dellirregolarit, attraverso le strozzature dei canali di accesso alla cittadinanza, quali ad esempio il criterio di un lavoro stabile e garantito per la concessione del permesso di soggiorno, le quote flussi che non rispondono in alcun modo alla realt del Paese. Il limbo giuridico. La distinzione classica tra regolari e irregolari non regge. I monitoraggi svolti in questi anni per fotografare le condizioni del bracciantato migrante ci restituiscono un quadro eterogeneo. Se da un lato ci sono i migranti regolari, dallaltro ci sono categorie sfumate, figure grigie non riconducibili n alluna n allaltra categoria. Richiedenti asilo in attesa di audizione, diniegati in attesa di ricorso, casi di dublinanti il cui status di controversa interpretazione, irregolari a tutti gli effetti con tanto di espulsioni pendenti che restano sul territorio italiano perch indigenti e perch inespellibili di fatto, figure grigie che possono soggiornare o permangono in ogni caso nelle campagne del Sud ma che, per via del loro status ambiguo, non hanno titolarit a sottoscrivere un regolare contratto di lavoro o di affitto. Ulteriori anomalie che producono contraddizioni, lavoro nero, precariet, negazione di diritti elementari. Un limbo giuridico che dura per alcuni anni, dal quale i migranti non hanno possibilit di sfuggire. Sono costretti ai gradini pi bassi del mercato del lavoro, senza nessuna chance di pianificare un progetto migratorio coerente con il proprio profilo formativo e professionale. In queste condizioni facile capire che il lavoro nelle campagne del sud Italia, in condizioni misere e totalmente carenti di diritti, un destino segnato gi prima della partenza dai paesi dorigine perch lunica opportunit che viene loro offerta. Lasilo negato. Il monitoraggio effettuato questestate nellambito del progetto Cam-per i diriti, in Basilicata tra agosto e settembre 2010, ci d la misura del fenomeno. Sono stati censiti 400 braccianti africani ed stato sottoposto loro un questionario. Un buon campione che, con le cautele del caso circa le distorsioni possibili, del resto evidenziate in sede di analisi, ci restituisce la realt di uno dei nodi dellagricoltura meridionale, quello del Vulture-Alto Bradano. Il 70% dei migranti ha richiesto la protezione internazionale, e tra questi la quasi totalit ha fatto ingresso in Italia tra il 2007 e il 2009, e cio dopo lultima regolarizzazione e prima degli
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accordi con la Libia di Gheddafi. Si tratta di cittadini stranieri che fuggono da situazioni conflittuali (guerre civili, conflitti tribali, crisi politiche, conflitti nei villaggi, carestie, ecc.), ma che non trovano tutele in Italia. Secondo lIstat, infatti, meno del 10% dei richiedenti asilo vede accolta la richiesta di tutela. Il restante 90% va a nutrire la schiera dei diniegati. Una spiegazione frettolosa trova nella pratica delle richieste strumentali di asilo la risposta a una simile tendenza. Analizzando i decreti delle Commissioni territoriali per il riconoscimento dei rifugiati emerge, al contrario, la tendenza a semplificare le procedure: i dinieghi sono accompagnati da motivazioni oltremodo generiche, tendenti a ricondurre la richiesta di protezione alla ricerca di migliori condizioni di vita. C invece una spiegazione tutta politica: una interpretazione rigida della normativa sulla tutela internazionale, tendente a negare le ragioni dei richiedenti asilo in tal senso rende lidea del contesto politico-culturale la definizione di asilo-shopping, spesso utilizzata dagli attori istituzionali ha il senso di legittimare la politica infausta delle frontiere. C anche unaltra motivazione pi strutturale: la Convenzione di Ginevra del 1951, che disciplina la materia, frutto della divisione in blocchi del mondo, del clima della guerra fredda, tale che si pone laccento su alcuni tipi di pratiche persecutorie, sottovalutandone altri, oggi di estrema attualit. Per questi motivi, una revisione in senso pi ampio delle norme internazionali sullasilo il presupposto per il rispetto dei diritti dei migranti, anche e soprattutto alla luce del nuovo scenario che si va profilando nel Mediterraneo. Un ultimo dato estremamente significativo: l80% dei migranti non economici ha sempre e solo lavorato nei campi del Sud. Ancora una volta nella governance attuale delle migrazioni forzate si rivela un regime giuridico e procedurale che non pu cancellare la categoria dei rifugiati dagli ordinamenti nazionali, ma ne traduce letnicit e le motivazioni della fuga, la vita e i sentimenti in sistemi di selezione e controllo funzionali ad inserirli allinterno dei segmenti pi svantaggiati della produzione, come manodopera iper-sfruttata e talvolta penalizzata rispetto a molte altre categorie di migranti. Condizione causata anche dalla permanente impossibilit di regolarizzare la propria posizione ma allo stesso tempo di essere soggetti inespellibili. Un limbo quindi sul quale si dovr intervenire per porvi fine. Le previsioni. Lo scenario del Mediterraneo in preda a rivoluzioni, rivolte, guerre civili e guerre umanitarie non fa che avvalorare le stime e le proiezioni sui flussi migratori. Per il 2050 la previsione di 700 milioni di nuovi profughi, di cui si prevede che 200 milioni migreranno per cause ambientali (OIM Organizzazione Internazionale per la Migrazione). Infatti, se ad oggi le cause dominanti per le migrazioni sono state date quasi sempre da fattori politici e socio-economici, da alcuni anni dobbiamo registrare che i conflitti ambientali e il cambiamento climatico stanno ormai giocando un ruolo rilevante in questo fenomeno e lo saranno sempre di pi.

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LANALISI
Lagricoltura calabrese: modernit senza produttivit, perch?
E alla moltitudine - lincarnazione postmoderna del popolo, cio gli individui che vivono nel mercato globale, ne subiscono le ineguaglianze, sono espropriati del loro lavoro, anzi della loro vita si aprono gli spazi per una rivoluzione dellordine mondiale M. Hardt, A. Negri IMPERO

Il sistema agricolo calabrese. evidente come il quadro delleconomia agricola calabrese sia caratterizzato da strutturali inefficienze produttive e organizzative. La nostra riflessione, pertanto, non pu che partire dallanalisi di come indistinti ma ben organizzati blocchi trasversali di potere economico politico si siano accaparrati unenorme quantit di flussi economici di denaro. Altro non hanno fatto che realizzare una notevole accumulazione monetaria, senza contribuire in alcun modo a determinare unadeguata espansione economica per le popolazioni e per i territori circostanti. Questa nuova modernizzazione senza produzione ha sconvolto equilibri territoriali gi fragili, saccheggiando le risorse territoriali, contribuendo al fenomeno dellemigrazione e generando un sistema improduttivo e falsamente competitivo. facile constatare come sia assolutamente fuorviante affermare che lagricoltura abbia un ruolo centrale allinterno delleconomia calabrese. Fino ai primi anni 50 il settore agricolo in Calabria produceva il 43,4% del reddito della regione e dava occupazione al 65% della forza lavoro regionale. Dati molto significativi se confrontati con i valori assoluti nazionali (reddito 23%, occupazione 43,5%)1. Ma cosa successo negli ultimi venti anni? La Calabria si trasformata da paese esportatore ad importatore di forza lavoro, ribaltando la propria posizione, con lingresso di schiere di immigrati di provenienza prevalentemente extracomunitaria. Tale fenomeno si riscontra anche in agricoltura. E soprattutto nelle campagne dellItalia meridionale. La presenza degli immigrati in Calabria non solo un fenomeno rilevante dal punto di vista sociale e culturale, ma rappresenta anche un fenomeno strutturale del mercato del lavoro. Il contributo che viene dato dagli immigrati come occupati nel settore infatti piuttosto consistente. A questo proposito, esaminando i dati dellindagine INEA2, emerge che mentre la stagionalit una caratteristica pi o meno comune della domanda di lavoro agricolo extracomunitario in quasi tutta Italia, nel Meridione si accompagna anche a condizioni contrattuali non regolari e livelli salariali inferiori a quelli sindacali.
1 Maria 2

Brancato Agricoltura e sviluppo sostenibile: la crisi agrumicola nella Piana di Gioia Tauro. cfr.ParteIII, Capp. 9, 10 e paragrafi ss.

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necessario ricordare come limmigrazione in Calabria non sia stata n programmata n prevista n esplicitamente sollecitata dal sistema economico. Il modello dimmigrazione calabrese essenzialmente un modello dimmigrazione spontanea. La classe politica locale, nel corso degli anni non ha messo in piedi alcun intervento strutturale, totalmente assenti politiche sociali mirate di sostegno ai migranti, del tutto inesistente un piano di accoglienza o di integrazione. Tutto ovviamente in un quadro dove le uniche azioni da parte del governo in questi anni sono state solamente emergenziali o di propaganda. Nonostante il costante aumento degli immigrati residenti, la Calabria si conferma prevalentemente terra di transito. Il fenomeno migratorio non presenta pi solo caratteristiche emergenziali, ma richiede decisive politiche di accoglienza, di inserimento sociale, di integrazione. Allinizio degli anni Novanta lagricoltura in Calabria generava il 7,8% del reddito regionale, occupava 16,5% della forza lavoro calabrese. In Italia gli stessi valori raggiungevano il 4,5% e il 7,2%, nel Mezzogiorno invece si arrivava al 7,3% e al 12,9%. Quindi analizzando questi dati possiamo affermare con certezza che lagricoltura non riveste in alcun modo un ruolo centrale allinterno delleconomia regionale calabrese. Un altro dato interessante rappresentato dal fatto che il 13% della forza lavoro calabrese risulta essere formalmente un imprenditore agricolo. Possiamo cos comprendere perch questo settore, pur producendo il 7,8% del reddito calabrese, sia destinatario di enormi flussi monetari sia nazionali che europei, utili soltanto alla sopravvivenza fine a se stessa (appunto per riceve i contributi) delle aziende agricole (spesso di piccolissime dimensioni) che non hanno quindi alcuna necessit di essere produttive. Non vi infatti alcuna ragione di affrontare la fatica del lavoro dei campi, le calamit naturali, le incognite del mercato, se il reddito in ogni caso garantito (vedi fenomeno dei cosiddetti falsi braccianti). Altro dato significativo quello che ci dice che, mentre in Italia le dimensioni medie delle aziende agricole sono cresciute, in Calabria le aziende agricole si sono ulteriormente ridotte, attestandosi attorno ai 3 ettari, contro i 6 della media nazionale e contro i 21 relativi alle aziende riconvertite in biologico.3 La specificit della Piana di Rosarno. La Piana di Rosarno al suo interno racchiude 33 comuni, caratterizzata tra laltro dalla presenza di un porto di transhipment con un volume di traffico tra i pi alti al mondo e dal progetto di costruzione di un rigassificatore. anche porta dingresso di un mondo sommerso che quello dellimmigrazione per lo pi irregolare fatta di sfruttamento, diritti negati, indifferenza delle istituzioni a tutti i livelli, marginalit. Negli ultimi anni la Piana ha accolto il 24,2% degli stranieri soggiornanti nel reggino, nel 2007 la percentuale sale fino al 31%. Riguardo al tasso di aumento delle presenze, sempre considerando il periodo 2005/2007, in soli tre anni, la popolazione immigrata aumenta dell85%, passando in valori assoluti dalle 3.091 presenze nel 2005 alle 5.718 nel 2007. Infine, un aumento tendenziale si riscontra anche in merito al rapporto tra stranieri residenti e totale della popolazione residente nellarea. Lincidenza percentuale degli stranieri, sul totale dei residenti, tende a crescere, a riprova del fatto che lequilibrio demografico viene garantito proprio dalle presenze straniere senza le quali il saldo migratorio sarebbe negativo.
3

Capano G. e Marini M., Le trasformazioni dellagricoltura nella Calabria contemporanea. 47

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La questione della crisi strutturale delleconomia agricola della Piana va letta allinterno dei nuovi scenari imposti dalla globalizzazione neoliberista. necessario innanzitutto aggiornare lanalisi e gli strumenti per comprendere a fondo una ricomposizione economica politica e sociale. Serve cio una nuova cassetta degli attrezzi se si vuol tenere dentro tutti gli attori della vicenda: piccoli produttori, forza lavoro migrante a basso costo, enti locali intermedi, che sono tutti anelli (deboli) della stessa catena. Negli ultimi decenni del secolo scorso, la globalizzazione dei mercati, il transito verso lEuropa di grandi quantit di prodotti agricoli, e limpossibilit per i piccoli agricoltori ad adattarsi alle colture non tradizionali, ha determinato una crisi dellagricoltura locale, portando a un esodo dei lavoratori rurali nativi, sostituiti gradualmente da immigrati. Contemporaneamente, e per anni abbiamo assistito ad un sistema, quello delle truffe legate al lavoro agricolo, organizzato con il silenzio complice delle istituzioni, lindifferenza dei sindacati e della politica locale e nazionale. Ci sono voluti i moti degli africani per porre fine ad un ventennio di omert ed opportunismo. Per anni, a fronte di un costo medio per bracciante agricolo pari a 100 euro (contributi e oneri compresi), si preferito il lavoro nero affidato ai migranti: lo stesso lavoro eseguito da un extracomunitario costa soltanto 20 euro. Ma c molto di pi, perch sulla carta sono gli italiani i titolari del rapporto di lavoro: i braccianti vengono tenuti in attivit per il minimo previsto dalla legge, 52 giornate nellarco di un anno, e cos dopo sole due mensilit di contributi versati, che in agricoltura sono molto bassi, i lavoratori maturano per i sei mesi successivi lindennit di disoccupazione agricola, 800 euro mensili. Duecento di questi 800 euro vengono dati al proprietario del fondo che si prestato alla falsa assunzione. E sempre questi 200 euro vengono, infine, girati al bracciante extracomunitario che ha lavorato davvero. Un sistema perfetto.

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Fino ad alcuni anni fa cerano quasi tremila iscritti come braccianti disoccupati. Spesso le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava unautocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi tra 2.500 persone, circa 3mila euro a testa. Anche in questo caso il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la met. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: cos si sosteneva leconomia della Piana di Rosarno. Negli ultimi anni, i pilastri del sistema hanno ceduto. La stretta dellInps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200, e i relativi assegni da 8 a 2 milioni lanno. Oggi i sussidi per lagricoltura arrivano a forfait: 1500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione. Oltre alle arance di carta, sono sparite cooperative, associazioni di produttori, magazzini e aziende di trasformazione. Ma contemporaneamente il prezzo di vendita degli agrumi ha subito un ulteriore tracollo: gli incassi non coprono pi le spese, dunque oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi. Rosarno, che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati, oggi ne richiede solo alcune centinaia. Allindomani della stagione delle lotte dei braccianti per la riforma agraria e sottoposta alla normalizzazione delleconomia del mercato globale e dalla clientela politica, lagricoltura della Piana di Rosarno ha attraversato ed attraversa tuttora una crisi che ne ha profondamente modificato i soggetti di riferimento costruendo un quadro desolante. Emerge dunque una nuova relazione tra agricoltura e societ. Non pi lagricoltura per la civilt, ma una civilt fondata sullagricoltura che non c. Terra di olio e agrumi. La Piana di Rosarno stata storicamente uno dei territori agricoli pi generosi in assoluto per quanto riguarda la produzione olivicola e agrumicola. Gli alberi di agrumi sono elementi dominanti del paesaggio agrario calabrese. Gli agrumeti sono particolarmente rigogliosi nella zona di Reggio Calabria e nei suoi dintorni. Allinizio del secolo la zona degli agrumeti si estendeva da Villa San Giovanni a Capo Pellaro: vi si alternavano il cedro, primo agrume introdotto in Europa, larancio dolce, il mandarino e il bergamotto4. In questa zona, definita anche zona degli agrumeti pregiati5, poich vi prevale la coltura del bergamotto, prerogativa del circondario di Reggio, la coltura intensiva: accanto agli agrumi vengono coltivati gelsi bianchi, alberi da frutto, ortaggi, leguminose. La zona particolarmente fiorente e presenta una buona percentuale di reddito. La propriet fortemente frazionata, suddivisa ettaro per ettaro e spartita tra pi coloni che conducono il podere a mezzadria o in affitto.6 Fino al XVIII secolo gli agrumi sono stati coltivati esclusivamente come piante ornamentali, i frutti considerati beni di lusso e gravati da un alto dazio di consumo erano molto richiesti dalle pi importanti citt della penisola7. La crescente domanda che proveniva dal Nord

D. Del Giorgio - Storia di Reggio Calabria: appendice: Reggio dal 1860 al 1908. Ivi. 6 Le condizioni economiche nella provincia di Reggio Calabria, 1887. 7 Ivi.
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Europa e dai mercati doltre oceano ha stimolato, tra il XVIII e il XIX secolo, lintensificazione della coltura agrumaria, anche perch gli elevati guadagni garantiti dai frutti e dalle essenze consentivano di coprire ampiamente le spese della manutenzione e dellirrigazione8. Molti agricoltori reggini dunque riconvertirono i propri terreni da vigneti, gelsi, oliveti in agrumeti, di gran lunga maggiormente remunerativi. Alcuni dati possono evidenziare come le coltivazioni di agrumeti assunsero, in quel periodo, un ruolo molto rilevante nel panorama economico del comprensorio reggino: infatti, la superficie destinata ad agrumeti andata via via crescendo: nel 1880 ammontava a 2750 ettari e in poco meno di trentanni passer a 5850 ettari9. Negli anni Novanta la provincia di Reggio presenta oltre 70 variet di bergamotti, aranci, limoni, cedri, melangoni, pompelmi, melaranci, mandarini10. Tutto questo fece cos diventare la provincia di Reggio una delle zone pi ricche ed economicamente progredite, grazie alla fonte di ricchezza che gli agrumi rappresentavano alla fine dellOttocento. Le arance destinate allesportazione venivano pagate ad un prezzo che variava da 12 a 21 lire, la raccolta era affidata a speciali comitive di operai e donne dette ciurme dellincettatore11. Secondo la stima di Correnti e Maestri, autori di una celebre ricerca statistica che fu non solo la prima che si fece in Italia, ma anche lultima ispirata a onest intellettuale, nel Regno borbonico venivano prodotti circa 900mila quintali di olio, il 60% dell'intera produzione italiana. Lesportazione annuale toccava mediamente i 450mila q.li, cio la met del prodotto. In realt il Sud italiano, e la Piana di Rosarno in particolare, parecchio pi che la Spagna, ebbe per lintero secolo XIX un quasi-monopolio per la produzione di olio, che esportava in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Russia, America del Nord e del Sud, nonch nell'Italia restante12. Oltre che un alimento, lolio veniva impiegato nelle lucerne, per lilluminazione, come lubrificante industriale e nella lavorazione dei filati di cotone. Sotto la spinta della domanda internazionale e nazionale, nel 1909 la produzione olearia meridionale aveva superato i due milioni di quintali. Con ben 588mila q.li, la produzione calabrese aveva fatto un tal balzo in avanti da porsi al secondo posto, subito dietro la Puglia, regione madre della produzione olearia mondiale, che ne produceva 617mila q.li13. Al tempo dellinchiesta agraria Jacini, che si svolse a partire dal 1880, gli ettari destinati ad agrumeto erano nelle tre province calabresi non pi di 4mila. Nel 1970, il professor De Nardo rilevava ben 24.800 ettari. Tra il 1905 e il 1958, le superfici irrigue, in Calabria, passarono da 48mila ettari a 91.247 ettari. In cinquantatre anni sono stati riportati a coltura irrigua 43mila ettari, per una spesa che si pu calcolare intorno ai 4/5mila miliardi. Ad esempio, gli impianti calabresi che coprivano 84mila ettari, nel 1880, erano passati a 151mila ettari nel 195114: 67mila ettari in settant'anni, quasi 1.000 ettari di nuove piantagioni l'anno. Ma dove finita la ricchezza accumulata in tutti questi anni?
8 Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali, Roma 1911, vol. V, tomo II. 9 D. Del Giorgio - Storia di Reggio Calabria: appendice: Reggio dal 1860 al 1908. 10 Ivi. 11 Le condizioni economiche nella provincia di Reggio Calabria, 1893. 12 Nicola Zitara Contro lo straniero. 13 Chino Valenti, L'agricoltura dal 1861 al 1911, in Cinquant'anni di storia italiana. 14 Dati Istat, riportati da Ferdinando Milone, L'Italia nell'economia delle sue regioni 1970.

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La lotta della comunit africana lesempio da seguire. Oggi, accanto a piccole produzioni di alta qualit, una rilevante porzione di produzione agrumicola costituita da produzioni non pi richieste dal mercato in quanto giudicate di bassa qualit. La crisi economica ormai strutturale, legata alla cattiva gestione degli impianti, la parcellizzazione dei territori agricoli, la mancanza di impianti per la lavorazione e la trasformazione in succhi, lassenza di una filiera, lassenza di una programmazione degli enti locali intermedi che nulla hanno fatto in questi anni, come ad esempio la creazione di un marchio per favorirne la commercializzazione e sostenere le sfide del mercato globale, hanno oramai compromesso inevitabilmente il futuro delleconomia agricola di questo pezzo di territorio. Non servono misure assistenziali e programmazione di corto respiro, necessaria una vera inversione di tendenza, non conveniente neanche affrontare la questione in termini emergenziali o con politiche securitarie. Vanno analizzate le condizioni della struttura economica del comprensorio, che vede oltre 1600 aziende agricole con meno di tre ettari. Le campagne globalizzate oggi si presentano sempre pi come i comuni luoghi del Sud del mondo che possiamo trovare in Africa, in Asia, in Sud America, e anche nelle periferie dormitorio delle metropoli occidentali. Le campagne globalizzate dellepoca post industriale non sono pi spopolate, ma sono abitate, per modo di dire, da lavoratori immigrati stagionali che vi soggiornano per tre/sei mesi in baraccopoli ai margini dei paesi agricoli. Oggi, come cento anni fa, uguale il luogo di lavoro, uguali i gesti per raccogliere i frutti della terra, uguale lo sfruttamento. Proprio contro questo inumano sfruttamento le comunit africane si sono ribellate nel gennaio del 2010, da quel momento in avanti la questione Rosarno uscita definitivamente dai confini territoriali. La giusta ribellione dei ragazzi africani ha messo in evidenza un modo di fare che, sotto gli occhi di tutti, stato cinicamente ignorato. La comunit africana, mentre molti parlavano di cosa fare dopo i fatti di Rosarno, ha saputo organizzarsi. Sono nate alleanze, si discusso in modo orizzontale. Soprattutto i ragazzi della comunit africana di Rosarno hanno dimostrato grande coraggio quando si trattato di decidere se manifestare o meno, in occasione del primo anniversario dei moti. Lo hanno deciso loro, gli africani, hanno deciso che era giusto mettere la propria faccia, i propri corpi per dire basta allo sfruttamento, basta al lavoro nero. E cos il 7 gennaio 2011 si svolta a Rosarno una storica manifestazione, i migranti sono i protagonisti, grazie al loro agire si sono conquistati uno spazio politico e sociale per rivendicare un diritto: quello allesistenza. in campo una vertenza, il resto della storia ancora da scrivere.

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IL MONITORAGGIO

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NELLE CAMPAGNE DEGLI INVISIBILI presenze e insediamenti, nuovi ghetti e affitti, progetti di accoglienza

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DELLA ROGNETTA, nel cuore di Rosarno, rimasto solo il perimetro svuotato dalle ruspe. Lex Cartiera, invece, ancora in piedi sulla strada per San Ferdinando, enorme ma vuota, resa inaccessibile da porte e finestre murate. Alla Collina di Rizziconi sono visibili resti di materassi e brande, ma attorno ai due grandi casolari dove, su un terreno confiscato alla ndrangheta, vivevano pi di 300 persone oggi non c anima viva. Anche lOpera Sila, ex fabbrica occupata solo lanno passato, inaccessibile. Tollerati da tutti e rivelati al mondo dalla rivolta del 7 gennaio 2010, gli storici ghetti della Piana di Rosarno in cui migliaia di braccianti africani hanno soggiornato per anni in condizioni igienico-sanitarie spaventose, affrontando la stagione della raccolta agrumicola senzacqua, servizi igienici ed elettricit, non ci sono pi. Nessun corposo assembramento, nessun grande Hotel Africa. A novembre 2010 la geografia della presenza africana sul territorio presenta nuovi contorni, profondamente condizionati dai fatti di Rosarno. La tolleranza zero scattata nei mesi successivi nei confronti dei vecchi ghetti e di nuovi, possibili concentramenti ha ridisegnato la natura degli insediamenti dei braccianti africani, influenzando, insieme con la pesante crisi del settore agrumicolo, anche la dimensione del fenomeno. Tutto cambiato, ma nulla cambiato, per. Meno numerosi della stagione precedente, gli africani sono tornati in cerca di un ingaggio, nella speranza che la stagione delle arance di Rosarno fosse abbondante dopo quella, fallimentare, dei pomodori a Foggia e Palazzo San Gervasio. Sono tornati, ma ancora pi invisibili di prima. Ricacciati dalla paura dei controlli delle forze dellordine e dallassenza di un piano di accoglienza in casolari malmessi, vecchie case patronali, ruderi di campagna persi in mezzo agli aranceti, in case dellestrema periferia che ormai nessuno abita pi e che fruttano affitti astronomici ai loro proprietari. In 5-10 nelle abitazioni, in 15-20 nei casolari. E questa forse lunica differenza rispetto allo scenario precedente. I tetti aperti sul cielo, la luce offerta dalle candele o da vecchi generatori, lacqua riscaldata sul fuoco, le coperte, poche e mai abbastanza pesanti, le latrine a cielo aperto sono gli stessi immortalati in tanti reportage fotografici precedenti la rivolta. Le presenze. Rispetto agli anni precedenti, ci che colpisce la stima delle presenze: stato sfondato il tetto dei 1.000 braccianti africani domiciliati sul territorio (un terzo nellarea di Rizziconi, i restanti attorno a Rosarno), con un significativo abbandono e una rapida rotazione che fa lievitare la cifra di alcune centinaia. Un dato significativo perch siamo a meno della met di presenze rispetto agli ultimi anni e in particolare rispetto allanno passato, lanno della rivolta (oltre 2.500), con un regresso ai livelli di fine anni 90. Segno che la mancanza di lavoro, la paura di nuove persecuzioni, i controlli divenuti di colpo intensi dopo anni di laissez faire, hanno spinto parecchi migranti africani a svernare in altri lidi, solitamente meno agevoli. Daltro canto si registra una tendenza alla stanzialit: in 200-250 risiedono nel territorio stabilmente (un terzo nella zona di Rizziconi). C anche un altro elemento da sottolineare: almeno un terzo della manodopera africana mancata allappello stato sostituito da altrettanti neocomunitari. Nellottobre del 2010 sono arrivati in un solo giorno 10 pullman dalla Bulgaria. In 500 si sono sistemati a San Ferdinando, a rimpolpare la gi nutrita comunit dellEst. chiaro che la linea dettata dal governo e cavalcata dalla stampa allindomani della rivolta con la profezia autoavverantesi di una sostituzione dei braccianti africani con quelli dellEst stata attuata dagli agricoltori della zona. Bianchi, cristiani, spesso con famiglia al seguito, in regola coi documenti,
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disposti a mettere radici, sarebbero in apparenza la soluzione alle tensioni razziali registrate negli anni scorsi. Eppure tutti i braccianti africani giunti per primi nella Piana allinizio della stagione e i primi ad arrivare sono quelli che poi avvisano gli altri sulle opportunit di lavoro e di sistemazione hanno dichiarato di essere stati contattati dai datori di lavoro conosciuti in passato. Dunque la sostituzione auspicata stata solo parziale. Gli insediamenti e le comunit. Come gli anni scorsi sono due le macroaree in cui gravita la comunit africana: quella tra Rosarno, San Ferdinando e Gioia Tauro, e quella tra Rizziconi-Drosi e Taurianova. Alla prima area appartengono gli insediamenti lungo la statale per Nicotera, attorno a Candidoni e Laureana di Borrello, la zona del Bosco e le case del borgo di Rosarno, i mini-ghetti a poche centinaia di metri dal centro abitato di Rosarno e San Ferdinando. Nella seconda area ricadono i casolari nei campi verso Taurianova, gli insediamenti a Rizziconi in contrada Marotta, contrada Spina, le case di Drosi. Allinterno delle due comunit migranti, quelle di Rosarno e Drosi, i legami etnici sono molto forti. I rapporti tra le etnie sono lineari, consolidati, costanti. Nella zona di Drosi, grazie allintervento dellamministrazione comunale di Rizziconi che ha sollecitato momenti di confronto, ogni etnia ha eletto un proprio rappresentante e tutti insieme un portavoce comune. Cariche simboliche, ma a loro modo elettive e rappresentative, a cui gli africani attribuiscono grande valore. Unica linea di demarcazione netta, foriera di disagi, quella che distingue la comunit francofona da quella anglofona (ghanesi, nigeriani, nigerini, altro), che rappresenta meno del 10% del totale ed concentrata nel vecchio borgo di Rosarno. Non ci sono rapporti tra le due comunit. Superfluo sottolineare che le comunit africane non hanno rapporti con i maghrebini presenti sul territorio: il Nord-Africa e soprattutto vuole sentirsi altro rispetto allAfrica subsahariana. La dispersione abitativa ha facilitato la creazione di piccoli gruppi tra le 5 e le 10 persone che condividono lo stesso tetto (sono i tre-quarti del totale), tendenzialmente omogenei dal punto di vista etnico, uniti da rapporti amicali e fiduciari. Allinterno di ogni gruppo si nota una precisa divisione dei compiti: il rifornimento dellacqua potabile (spesso devono prelevarla in grandi taniche fino a tre km di distanza) e dei cibi, la preparazione dei pasti ecc. Negli insediamenti di dimensioni superiori, emerge una vera e propria economia informale su piccola scala, un pulviscolo di attivit, scambi e piccoli mestieri intermittenti barbieri, autisti, microgrossisti, calzolai, macellai che permettono di sopravvivere senza dover necessariamente ricorrere ai circuiti produttivi ufficiali, pi cari e lontani da raggiungere. Ma la funzione di gran lunga pi importante quella che attribuisce al singolo il compito di mantenere i rapporti con lesterno, da cui deriva il benessere del gruppo: gli ingaggi, la sistemazione nei casolari o in affitto, laccettazione del gruppo, lorientamento sui servizi del territorio. Una sorta di grand frre, un capo dunque, una figura di mediazione fondamentale parla italiano, ha conoscenze e gode di un certo credito ma ambivalente: la sua opera spesso a pagamento. Una figura che assomiglia molto a quella del caporale, ma che se ne distacca per una semplice ragione: il capo svolge unopera positiva, in mancanza di uno strumento pubblico di mediazione e orientamento al lavoro e ai diritti, ed insostituibile per aggirare le barriere linguistiche e culturali. Daltro canto, non raro incrociare piccoli gruppi che fanno dellorizzontalit e della solidariet i loro principi guida: una cassa comune tra chi lavora e chi no, perch limportante andare avanti.
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I nuovi ghetti. La linea della tolleranza zero verso i ghetti ha impedito il ricostituirsi delle famigerate bidonville della Piana, e questo un bene in linea di principio, ma ha di fatto provocato un peggioramento delle condizioni di vita dei migranti: sono venute meno quelle reti di solidariet che pi sono ampie e pi sono efficienti, disperdendo le comunit in una costellazione di insediamenti, lontani tra loro, difficili da raggiungere, in una parola invisibili. Come spesso accade, le operazioni di ripristino della legalit sono state unilaterali, affrontando le questioni in termini di ordine pubblico, di decoro, di ipocrita emergenza. In altri termini, levati di mezzo i ghetti, nessuno si posto il problema di verificare per tempo dove sarebbero andati a vivere i braccianti. Occhio non vede, cuore non duole. Se da un lato la mancanza dei ghetti ha frenato larrivo di masse in eccesso rispetto alle nuove potenzialit dellagricoltura locale (come accaduto nelle precedenti due stagioni), dallaltro i braccianti in cerca di una sistemazione sono stati costretti ad accettare qualsiasi soluzione. Grafic o 1

Allavvio della stagione partita la colonizzazione dei vecchi casolari o delle case semiabbandonate che puntellano le campagne della Piana, gi occupati dagli africani nei primi mesi del 2010 allindomani dello sgombero dei vecchi insediamenti (in circa 200 non hanno mai abbandonato il territorio o sono tornati immediatamente dopo i fatti di gennaio). Una colonizzazione avvenuta col pieno consenso dei proprietari: sono stati i datori di lavoro e/o i riferimenti dei migranti sul territorio (associazioni, chiesa, caporali, altro) a indirizzare i braccianti nei campi dove sorgono queste costruzioni, a volte semplici baracche, a volte solo un po pi confortevoli. Di fatto i braccianti irregolari sono andati a vivere nei fondi dove hanno prestato la loro opera o in ricoveri di fortuna, il tutto nellinformalit. Un modo per aggirare le dure norme sul favoreggiamento dellimmigrazione clandestina e consentire agli africani di trovare una sistemazione che non urtasse gli animi della cittadinanza locale (nuovi grandi assembramenti), scossi dai fatti della rivolta.
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Secondo il monitoraggio effettuato da reteRADICI sulle condizioni abitative (tabella 1), il 32,42% dei migranti ha trovato riparo in ruderi senza acqua, luce e servizi igienici, la gran parte dei quali abitati da gruppi tra le 5 e le 20 unit. Solo il 15% dei ricoveri di tal tipo ha assunto le caratteristiche di mini-ghetto, con gruppi tra le 20 e le 60 unit. Si cucina allaperto o allinterno ricorrendo a bombole e fornelli da campo, ci si procura lacqua nelle fonti circostanti, si espletano i propri bisogni nei campi, ci si lava riscaldando lacqua in grandi pentoloni posti sopra a fuochi alimentati a legna, si accendono fuochi anche allinterno per riscaldare lambiente, con grave danno per la salute a causa dei fumi nocivi. Spesso si allevano galline, che vivono negli stessi ambienti. Allinterno delle abitazioni si fa luce con le candele (solo in pochissimi casi ci si attrezzati con dei generatori) e si dorme su materassi di fortuna. Condizioni leggermente migliori si registrano nei casolari e nelle case occupate, dotati di servizi essenziali, che rappresentano l11,54% del totale. I migranti che hanno trovato riparo in queste abitazioni, il cui utilizzo evidentemente favorito o tollerato dai proprietari, non pagano alcun canone (a volte sono a loro carico le utenze). Lacqua corrente c nell81% circa dei casi (9,52% non potabile), sempre la luce e i servizi igienici. Sono abitazioni semiarredate, fornite di cucina alimentata a gas. In questo caso, i gruppi non superano mai le 20 unit, nel 90,5% circa dei casi sono compresi tra le 5 e le 10 unit. La vera novit della stagione 2010/11 laffitto delle case. Il 53,85% dei migranti africani presenti sulla Piana tutti o quasi con in tasca un documento che gli consente il soggiorno ma non la sottoscrizione di un contratto ha sostenuto un costo di alloggio, con un canone medio di 48 euro a posto letto, rigorosamente a nero (un discorso a parte merita la gestione degli affitti a Drosi). La tipologia delle abitazioni varia molto: dalle case del borgo di Rosarno, spesso in condizioni fatiscenti, a quelle sulla via Nazionale e nella periferia di Rizziconi, meglio attrezzate, e ai casolari di campagna sparsi ovunque sulla Piana, in condizioni diversificate. In generale queste abitazioni sono meglio arredate e pi confortevoli, ma le condizioni, spesso, sono solo leggermente migliori di quelle offerte dalle catapecchie abbandonate. Nel 97% circa dei casi ci sono luce (1% con generatore), acqua (11,22% non potabile) e servizi igienici, nel 3% dei casi manca lacqua corrente. Ma le dimensioni ridotte e la concentrazione di persone le rende ugualmente inabitabili. Il 44,90% dei migranti intervistati, e rientranti in questa categoria, vive in gruppi fino a 5 unit, il 41,84% in gruppi fino a 10 unit, l11,22% in gruppi fino a 20 unit, il 2,04% in gruppi di pi di 20 unit. evidente si tratti di una vera e propria operazione di speculazione, che fa leva sulla ricattabilit dei sans papiers e frutta una rendita spropositata: immobili malmessi, difficilmente destinabili al mercato abitativo, fruttano in media 328,5 euro, con una quota consistente dell11,22% che frutta ben 707 euro e picchi fino a 1.110 euro. Alcuni esempi chiariscono il quadro. C chi intasca 920 euro al mese ammassando 24 persone in 4 stanze con solo un generatore a garantire la luce, chi ritiene dignitoso far vivere 14 persone in una stanza intascando 700 euro, chi aumenta il budget familiare con una rendita di 700-800 affittando posti letto a gruppi di 10-15 persone. C chi fa peggio: una stamberga senza acqua e luce dove vivono in 5-6 frutta tra le 150 e le 200euro, unaltra dove ci stanno in 7 d una rendita di 750 euro e non c n luce n acqua, in unaltra ancora ci stanno in 9 senzacqua e pagano 540 euro in totale. C chi punta sulla quantit, facendo pagare ai 25 migranti che vivono nella sua masseria 25 euro a testa, 500 euro daffitto per un casolare senza acqua e luce. Laffitto record di 1300 euro: un casolare di campagna, dove vivono in 26, che costa
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quanto un appartamento nella Capitale. Al peggio non c mai fine: c anche chi non disdegna laffitto di posti letto in un ex pollaio riadattato malamente, con una lampadina appesa al soffitto come segnale di benevolenza del padrone di casa. Ma perch i migranti accettano condizioni simili? La risposta semplice: Quando paghi spiega uno di loro nessuno ti chiede i documenti. Grafic o 2

Riepilogando, il 77,5% circa dei migranti intervistati vive in gruppi tra le 5 e le 10 unit, il 16,50% in gruppi tra le 10 e le 20 unit, il 6% circa in mini-ghetti che raggiungono le 60 unit. Il 55,5% circa ha a disposizione acqua, luce e servizi igienici, il 31,32% deve fare a meno di tutto, mentre la restante parte alla luce o allacqua potabile o allacqua corrente. Solo un misero 1,65% dei migranti intervistati vive in condizioni abitative che raggiungono i livelli minimi di civilt: un contratto regolare, spazio a sufficienza, gruppi di meno di 5 persone, luce e acqua potabile a disposizione. In definitiva, laumento dei controlli, unito al rischio di denunce penali, ha influenzato, soprattutto a Rosarno, il mercato degli affitti, nonostante come si visto in tanti abbiano concesso le proprie abitazioni agli africani. Con i ghetti off limits e i migranti in cerca di un tetto, le case disponibili non sono aumentate in proporzione, pur essendoci abitazioni vuote. mancata la mediazione sul territorio. Risultato: lofferta stata insufficiente rispetto ad una domanda che nessuna istituzione, ad un anno dalla rivolta di Rosarno, si ancora una volta e incredibilmente preparata ad affrontare. Unemergenza che evidenzia tra laltro un importante fattore: le politiche sullimmigrazione o sono globali, e affrontano la questione a 360 gradi, o sono inutili.
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Tabelle 1.1 e 1.2

I progetti daccoglienza. invece lunga e corposa la storia dei progetti annunciati e non ancora partiti. Un solo esempio per tutti: nel gennaio 2007 in un clima di solenne ufficialit fu sottoscritto presso la prefettura di Reggio Calabria un protocollo dintesa per trasformare lex Cartiera in un centro di accoglienza e aggregazione sociale. Il progetto naufrag pochi mesi dopo, insieme con lappalto pubblico per riqualificare la zona circostante e collocarvi container per ospitare gli stagionali. Il ricorso della ditta arrivata seconda blocc tutto e nella Cartiera gli africani continuarono a dormire nei cartoni fino allestate del 2009. Ad ottobre scorso, invece, stato aperto il cantiere al cementificio Beton Medma di Rosarno, dismesso e confiscato al clan Bellocco: il progetto prevede la costruzione di un edificio da un centinaio di posti letto dotato di spazi dedicati allintrattenimento, al supporto scolastico dei bambini, alla formazione professionale e ad uno sportello sociale, per un costo di 3 milioni di euro stanziati dallo Stato e 16 milioni di fondi europei. Forse sar possibile coglierne i frutti alla prossima stagione.
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Sono poi 4 i progetti approvati dal ministero dellInterno e finanziati coi fondi del Pon Sicurezza 2007/13 (1,76 milioni di euro) che riguardano Reggio Calabria, Taurianova, Gasperina (CZ) e San Calogero (VV): si tratta di centri per laccoglimento e linserimento di extracomunitari. In cantiere anche iniziative della Regione destinate ai migranti, per la costruzione di edilizia popolare e il sostegno economico agli affitti. Un discorso a parte merita il campo di accoglienza allestito in contrada Testa dellAcqua di Rosarno. Si tratta di 20 container ad uso abitativo per 4 persone, forniti di servizi igienici e cucina, messi a disposizione dalla Protezione civile e installati su unarea industriale dellAsi di Gioia Tauro, concessa in comodato duso gratuito fino al 20 aprile 2011, con laggiunta dei container-wc-docce precedentemente acquistati dal Comune con fondi statali e regionali e mai utilizzati. Dunque un campo provvisorio emergenziale, destinato ad essere smantellato al termine della stagione. Lidea del campo venuta fuori a ottobre-novembre 2010, nel corso delle riunioni del tavolo tecnico istituito alla prefettura di Reggio Calabria per affrontare la questione Rosarno, su sollecitazione delle associazioni datoriali, che hanno manifestato le difficolt della categoria a far fronte alla sistemazione dei braccianti. Il contratto provinciale di lavoro di Reggio Calabria prevede, infatti, che lazienda agricola che intenda assumere manodopera extracomunitaria dovr assicurare al lavoratore vitto ed alloggio munito dei servizi igienici adeguati. Dunque, in vista della stagione della raccolta, sono partite le procedure per linstallazione del campo, con il coinvolgimento della competente Regione Calabria. Ma le lungaggini burocratiche ne hanno fatto slittare lavvio fino al 6 febbraio 2011, a stagione gi parzialmente conclusa. toccato allamministrazione comunale di Rosarno, eletta nel dicembre 2010 dopo un lungo commissariamento e operativa da inizio anno, provvedere allinstallazione dei container, alla predisposizione dellarea e alla recinzione del campo. Una struttura che ha scatenato, prima dellavvio, una serie di polemiche politiche, con tanto di manifestazioni di protesta degli abitanti della zona. Di fatto, il campo ha assunto un significato simbolico: per alcuni giorni si discusso sullopportunit di accogliere o meno i migranti. Segno che le tensioni del gennaio 2010 richiederanno del tempo prima di essere definitivamente sciolte. In tal senso, il pronto rientro della protesta e lavvio del campo ha segnato indubbiamente un passaggio positivo. La gestione della struttura stata affidata a unassociazione di volontariato locale, con fondi della Regione Calabria, mentre lingresso nel campo stato vincolato alla presentazione di una domanda al Comune, corredata dal permesso di soggiorno valido. Nellarea hanno trovato accoglienza circa 40-60 cittadini stranieri. In conclusione, progetti e interventi del genere si scontrano con le contraddizioni del sistema. Il limite invalicabile di una simile programmazione sta nel fatto che si riferisce gioco forza ai migranti regolari, quelli cio in grado, come si visto, di provvedere autonomamente a una sistemazione. Per la stragrande maggioranza dei migranti tutte le questioni restano irrisolte.

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Povero chi non ha nessuno.

Del riso speziato che gorgoglia nella pentola annerita a sera ce n sempre per tutti. Wolof, peul, joul, mandinka, attorno al tavolo o sui materassi affastellati nella stanza in cui si mangia e si dorme non c differenza di etnia o lingua, di nazionalit o religione. Soprattutto non c differenza tra chi appena ritornato dal lavoro con 25 euro in tasca e chi il lavoro quel giorno non lha trovato. Capita spesso: alla rotonda di contrada Spina, a Rizziconi, o lungo la Statale di Rosarno il numero di chi allalba aspetta, calzati gli stivali di gomma, sempre in eccesso. Per ogni bracciante africano che si avvia a piedi, in bicicletta o sullauto del proprietario agricolo verso la sua giornata di 8-10 ore, ad aspettare inutilmente in strada ne restano due. Alle 7.00, quando il mondo attorno si sveglia, a loro non rimane che tornare a dormire, confidando nel domani e nel sostegno della comunit. Ogni casolare, un villaggio. Ogni villaggio, una rete di compensazione per la malasorte. Di fronte ai controlli della polizia e alle malattie, alle violenze e alla mancanza di lavoro, nessuno lasciato solo. Dietro lindividuo - in terra africana come negli insediamenti della Piana di Rosarno - c sempre il gruppo. Qualche volta un vieux pre un anziano a dettare le direttive, con la forza del rispetto dovuto agli anni che si porta dietro. Altre volte le regole, poche ed essenziali, sgorgano da s, come una cosa naturale: naturale, per esempio, apparsa in qualche stanziamento la decisione di spartirsi le giornate nei campi, in modo da lavorare tutti, anche se poco. Perch va bene le rimesse a casa, ma guai a dimenticare luomo. La vera povert, ti spiegano in wolof tra un muro sberciato e un vetro rotto, di chi non ha nessuno. E cos gli africani si fanno beffe del mondo occidentale, dellarrivismo dellindividuo, per loro essere vivi dopo viaggi drammatici e avventurosi gi la piena autorealizzazione. Essere in Italia, esserci in piedi, gi segno di distinzione. Si sentono davvero tutti uguali di fronte alla legge, quelli col documento e quelli senza. Che tanto, tutti lo sanno, le copie del permesso di soggiorno che si portano in giro custodendo con religiosa cura loriginale sono solo un pezzo di carta che gira di mano in mano, buono a evitare le rogne. Le diavolerie tecnologiche non sembrano contemplare la fisionomia africana: sono tutti uguali in quelle foto in chiaro-scuro. In fondo basta una fotocopiatrice per annullare la differenza tra i sommersi e i salvati.

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C chi sta peg g io!

Nel vecchio casolare alla periferia di Rosarno, alla Fabiana, lungo la strada che porta a Nicotera, si addormentano senza sapere se la lunga crepa lungo il muro della facciata si spalancher di notte. Ma si consolano pensando che c chi sta peggio, solo poche decine di metri pi in l, in un rudere con il primo piano mezzo dirupato e le stanze occupate al piano terra sotto un tetto che un colabrodo. Quando piove vado a vedere se i miei amici stanno ancora bene o se crollato tutto, vivere in questo modo impossibile. peggio di qualunque immaginazione, racconta in un italiano con inflessione settentrionale Gabe che ha il permesso di soggiorno, faceva loperaio specializzato a Brescia e oggi paga la crisi economica raccogliendo arance nella Piana. Dei controlli di carabinieri e polizia, nello spiazzo dove razzolano galline e i cani si trascinano tra sedie sfondate, non hanno paura. Qua siamo tutti regolari. Sono venuti qualche volta. Hanno guardato le carte e sono andati via. Fa pi timore, di certo, la strada che li separa dallacqua concessa dalla fontana di un cortile privato. Un chilometro scarso dasfalto, in un vuoto di case e di luci, tracciato in mezzo ad una campagna di vecchie aziende agrumicole resistite alle truffe e alla crisi del settore solo nei cartelli stradali. Ogni sera quel chilometro percorso con i bidoni in mano, leggeri allandata, pesanti al ritorno, e lorecchio teso allaccelerazione improvvisa di unauto in transito. I pi riescono ormai a cogliere i segnali di pericolo: la musica a volume altissimo che esce da un finestrino in avvicinamento, la frenata per prendere meglio di mira il bersaglio, rigorosamente di spalle, e poi il piede schiacciato sullacceleratore. Quelli bravi e svelti riescono spesso a schivare lo sportello spalancato per fare male e riderci su con i compari quando per combattere la noia non restano che i raid contro i negri. Non tutti sono cos veloci. Ad Amidou Dene, per esempio, nonostante i suoi 22 anni, forse per stanchezza, forse per distrazione, non riuscito per ben due volte di evitare il colpo. Il 5 novembre 2010, stramazzato a terra e ferito, i bidoni pieni dacqua finiti nellerba, lha raccolto unambulanza chiamata da un automobilista di passaggio. Diagnosi del pronto soccorso dellospedale di Polistena: sospetta frattura del polso sinistro. Due settimane dopo, il 19 novembre 2010, Amidou di nuovo sulla strada, con i bidoni da riempire. Alle 18.20 il medico allaccettazione dellospedale gli diagnosticher una contusione toracica da trauma, oltre ad una serie di escoriazioni su tutto il corpo. Il suo turno per lacqua, per un po, spetter ad un altro.

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LINTERVENTO Facciamo di Rosarno il simbolo dellaccoglienza

Descriver brevemente la mia esperienza da neo sindaco che si trovata a dover affrontare, da subito, la realt dellimmigrazione, primo sindaco eletto a Rosarno dopo la ormai tristemente famosa rivolta del 7 gennaio 2010. Perch accaduta una cosa terribile e vergognosa come quella? Ho cercato di dare delle risposte al di l dellesemplificazioni giornalistiche che hanno visto solo il prodotto di una situazione ormai insostenibile. Per anni, un esercito di esseri umani invisibili lavorava nelle campagne della Piana, durante la stagione degli agrumi (ottobre marzo) spostandosi da paese a paese e abitando in alloggi di fortuna. Lo stato in cui questi esseri umani vivevano, la mancanza assoluta di condizioni degne dun paese civile non riguardava nessuno. Cera un patto tacito, la maggioranza di costoro non aveva il permesso di soggiorno, la legge Bossi-Fini non consentiva la loro regolarizzazione; la risposta delle istituzioni era facciamo finta che non esistano, servono a far andare avanti uneconomia asfittica, povera, basata sulla produzione degli agrumi, sempre pi in crisi. Lo scorso anno per questo patto tacito andato in tilt perch i migranti si sono ribellati, in modo violento, in seguito ad una aggressione nei loro confronti. Quello che successo dopo cronaca conosciuta in tutto il mondo. Da quando la nostra amministrazione si insediata abbiamo cercato di spiegare ai nostri concittadini che da quel 7 gennaio bisogna ripartire come da un big-bang, una miscela di fuoco per pensare ed attuare una nuova politica dellimmigrazione, dellaccoglienza e dellintegrazione dei migranti. certo difficile parlare di una nuova politica dellimmigrazione fino a quando la legge BossiFini non sar modificata e si considerer il clandestino come un delinquente abituale perch le leggi attuali sullimmigrazione sono tutte viste con lapproccio al problema del solo ordine pubblico, non in una prospettiva di un mondo e di un modello di sviluppo che non pu chiudere le frontiere perch cos va contro la storia. Nella realt di Rosarno oggi, dopo un anno, tutto cambiato paradossalmente in peggio. Non ci sono pi i ghetti (ex fabbriche dismesse che raccoglievano circa 600 persone) ma i migranti vivono in casolari abbandonati nella campagna o in case fatiscenti del centro storico. I migranti africani sono tornati nonostante tutto e oggi riescono a lavorare solo un giorno o due a settimana perch c una forte crisi agrumaria, e laumento dei controlli contro il lavoro nero rende pericoloso per il datore di lavoro il loro impiego. Cosa si sta facendo nellimmediato a Rosarno? Ci si attrezzati nellemergenza e nella provvisoriet, allestendo con la Prociv regionale un campo provvisorio per circa 80 migranti africani per dare loro unaccoglienza dignitosa durante la stagione degli agrumi. Il campo formato da 20 moduli abitativi da quattro posti letto, ciascun modulo ha cucina e servizi igienici con doccia ed gestito da unassociazione di volontariato Il mio amico Jonathan scelta dal Comune, dopo una manifestazione dinteresse in base al progetto di gestione presentato che ha come caratteristica quella di consentire agli ospiti del campo un inizio di
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integrazione. Il campo ha cominciato la sua attivit il 4 febbraio scorso e lesperienza fin qui condotta senzaltro positiva pur nella brevit del tempo; i migranti ospiti sono soddisfatti e hanno un ottimo rapporto con gli operatori. Gli ospiti provengono per lo pi dal Ghana, dal Burkina Faso e dalla Costa DAvorio. Il campo destinato ad essere chiuso il prossimo 20 aprile perch sorge su unarea concessa in comodato duso alla Regione Calabria dallASI, area individuata qualche giorno prima della vittoria elettorale (13 dicembre 2010). Lapertura del campo stata la prima sfida vinta dallamministrazione comunale in materia dimmigrazione. Cera molta paura e diffidenza tra la gente residente nelle vicinanze del campo, paura alimentata, purtroppo, in modo sconsiderato da alcune forze dopposizione in consiglio comunale. Si perci attuata unopera di mediazione e una campagna di comunicazione (manifesti e consiglio comunale dedicato allargomento) con i residenti; la protesta rientrata e non ci sono stati episodi di intolleranza o di tensione sociale fra immigrati e abitanti. Allinterno del campo i volontari hanno attivato corsi ditaliano, forniscono assistenza medica di primo livello, aiutano gli ospiti nel rinnovo dei permessi di soggiorno, favoriscono la socializzazione tra gli ospiti stessi, diversi fra loro per lingua, religione e spesso anche per trib dappartenenza. Il campo stato bollato come ghetto da alcune associazioni che si battono in difesa dei diritti dei migranti, come case di latta ma in un contesto emergenziale e provvisorio come quello che ci siamo trovati a dicembre scorso stata lunica risposta possibile nellimmediato. importante ricordare che Rosarno accoglie una immigrazione che presenta al suo interno varie diversit, dove limmigrazione stagionale africana costituisce solo la pi conosciuta ma non lunica. Sul nostro territorio vi sono comunit stanziali provenienti dallEst Europa, sia dai paesi neo comunitari (Bulgaria e Romania ) che da quelli extracomunitari (Ucraina e Moldavia) e dal continente asiatico (India, Cina). Per tali comunit lintegrazione e linclusione costituiscono tappe pi semplici sia per la permanenza continua sul territorio, perch presenti quali nuclei familiari che interagiscono con i servizi comunali o per la frequenza della scuola pubblica dei minori, sia per la maggiore facilit nellapprendimento della lingua italiana. Nella direzione dellintegrazione ci stiamo impegnando, attivando una serie di progetti nel settore dei servizi sociali su due direttrici fondamentali: la formazione lavorativa degli immigrati (a breve partir un corso per potatori e un corso di informatica) e lintegrazione sociale (segnalo tra tanti il progetto Diversamente in cucina rivolto a donne immigrate quale scambio culinario tra diverse culture). Nel nostro comune molto importante il lavoro svolto dalle associazioni di volontariato, prime ma non solo Mamma Africa e lassociazione interculturale Omnia formata da italiani e migranti. Rosarno una realt difficile perch limmigrazione si inserisce in un contesto sociale debole, con un alto tasso di devianza giovanile, tipico dei territori dove forte la presenza della criminalit organizzata. A ci si aggiunge la forte crisi economica che crea una competizione fra gli immigrati e i nuovi poveri, italiani residenti. Ovviamente il Comune di Rosarno non pu essere lasciato solo ad affrontare il problema immigrazione che per portata, dimensione e problematiche travalica la possibilit di unamministrazione comunale, sopratutto in un periodo di forti tagli alle finanze dei comuni. La Regione Calabria ha cominciato a collaborare con lamministrazione comunale e si spera che fino a quando (tra circa 22 mesi ) sar realizzato il Villaggio della solidariet (struttura permanente per circa 150 migranti, finanziata dal ministero dellInterno ) che sorger su bene
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confiscato alla mafia si attuino, di concerto con il Comune, delle azioni per gestire gli arrivi della prossima stagione autunnale, con interventi programmati e tempestivi, e non si assista ad un ennesimo effluvio di parole sulla pelle di Rosarno assunta ormai a simbolo di citt di frontiera, di conflitto sociale con i migranti e di intolleranza. In questi giorni la stessa Regione ci ha comunicato un finanziamento di 2,5 milioni di euro per lemergenza abitativa dei migranti da utilizzare per la realizzazione di alloggi. Questi segnali lasciano ben sperare perch da oggi e da subito si possa ripartire per una Rosarno nuova, simbolo dellaccoglienza e dellintegrazione per i migranti. Rosarno, 26 marzo 2011 Elisabetta Tripodi Sindaco di Rosarno

Il 28 dicembre 2010 a Rosarno si svolge il primo consiglio comunale dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose e le elezioni che vedono vincere la coalizione di centrosinistra. la prima seduta di unassemblea democraticamente eletta che si svolge dopo le rivolte del 2008 e del 2010. E, in segno di riappacificazione con la popolazione, una delegazione della comunit migrante di Rosarno ha deciso di rendere omaggio alla neo sindaca Elisabetta Tripodi con un simbolico mazzo di fiori. 68

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Linsediamento noto come Fabiana, alla periferia Nord di Rosarno, lungo la strada provinciale che porta a Nicotera.

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Nella pagina accanto e in questa pagina, alcune immagini dellinsediamento lungo la strada per Laureana di Borrello. Immersi nei campi dulivo, alcuni casolari fanno da rifugio sicuro per una decina di migranti. Ma non ce! ne" acqua e ne" corrente elettrica, si dorme su materassi di fortuna, il pentolone bolle per riscaldare lacqua della doccia giornaliera.

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In alto, momenti di relax nellinsediamento di Laureana di Borrello. Sotto, una baracca col pavimento in terra battuta nelle campagne di Rosarno.

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Sopra, linterno di una casa nelle campagne di contrada Marotta a Rizziconi. A lato e in basso, il minighetto di Rosarno alla periferia del paese, a due passi dallex Rognetta.

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Scatti dallinsediamento lungo la strada per Taurianova, dove, in condizioni pessime, si sono concentrati oltre cinquanta migranti, quasi tutti di nazionalita! maliana.

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IL MODELLO DROSI la prima assistenza, laccoglienza, la mediazione abitativa

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A DROSI, una grossa frazione di Rizziconi, la Caritas fornisce ogni marted sera, e da anni, un servizio di mensa rivolto ai migranti. Questanno, giurano, la qualit del menu pure migliorata e si dovrebbe riuscire ad aggiungere una seconda giornata alla settimana. Non lunica mensa attiva: anche a Maropati la cooperativa Il Cenacolo, legata alla Caritas e animata da Bartolo Mercuri, si occupa di sfamare i migranti di tutti i colori. C anche un pullmino che serve da navetta. A Drosi, per, i volontari hanno capito da tempo che il tetto viene prima del cibo e si sono mossi di conseguenza, con unazione semplice e a costo zero. Ci siamo proposti come garanti nei confronti dei proprietari. come se gli appartamenti li prendessimo in affitto noi e siamo noi a controllare che tutto proceda per il meglio, spiega don Nino Larocca, che con i trenta animatori della locale parrocchia di San Martino ha convinto otto cittadini del piccolo centro della Piana a mettere a disposizione dei lavoratori africani altrettante case. Una mediazione abitativa, e sociale, che ha dato un tetto dignitoso a circa cinquanta migranti tutti regolari e tutti chiamati a pagare puntualmente un affitto di 50 euro al mese e ha sancito lefficacia di un modello di accoglienza partito dal basso, a costo zero, e fondato sul protagonismo degli attori del territorio. In questo caso, del mondo del volontariato cattolico. Le realt che fanno accoglienza sono tante. Dopo i fatti di Rosarno, nata a Polistena la Tenda di Abramo: un appartamento da utilizzare, quattro africani feriti negli scontri dello scorso gennaio, un riferimento come Walter Tripodi. Per gli africani ospiti c anche la possibilit di seguire un percorso di inserimento lavorativo con la Valle del Marro, la cooperativa di Libera Terra nata sui beni confiscati alla ndrangheta, animata da don Pino Demasi di Libera Piana. Da segnalare anche limportante funzione svolta da agenzie di mediazione sul territorio, soprattutto sul fronte sanitario ed educativo, come quelle coinvolte nel Progetto Assi: Provincia e comuni del comprensorio, lAsp, associazioni come la Omnia di Rosarno. Senza dimenticare la mensa domenicale di Mamma Africa, al secolo Norina Ventre, indomita ultraottantenne di Rosarno dedita a cucinare ogni settimana per gli africani della zona. Quello della Caritas di Drosi per un modello di mediazione sociale perch facilmente esportabile, soprattutto in una realt fatta di spopolamento, di interi paesi a rischio di estinzione, di bilanci comunali disastrati ed enti locali al collasso. Il modello Drosi ci insegna questo: quando c la volont sindaci e associazionismo possono risolvere il problema in tempi rapidi.

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Prima il tetto, poi il cibo. Possiamo anche dargli da mangiare ma se non hanno un posto dove sedersi attorno ad un tavolo che vita ? Prima viene la casa, poi il cibo. Francesco Ventrice, per gli africani solo Ciccio, vede le cose in modo semplice e netto. Altro che modelli integrati di accoglienza e compagnia bella, il sistema Drosi, per lui, vuol dire innanzitutto buonsenso e buona volont. Gli stessi elementi che, insieme con gli altri animatori della Caritas parrocchiale, lo hanno spinto per anni sulla Collina con il suo carico di viveri e vestiti e, oggi che gli insediamenti storici dei migranti sono stati smantellati, lo portano lungo le stradine di campagna, in viaggio da un casolare allaltro del comprensorio. Sul sedile del passeggero, nel suo furgone bianco, resta perennemente aperta lagenda su cui sono segnate le richieste raccolte nei giri quotidiani: una coperta per Mamadou, un materasso per Ibrahim, un giaccone per Aziz, una visita dal dentista per Oumar. Tra le contrade di Marotta e Spina, a Drosi e nel centro di Rizziconi non c casolare abbandonato, appartamento, singola stanza affittata e tugurio che sia rimasto fuori dalla rete di ascolto e sostegno tessuta dai volenterosi dalla Caritas nel corso degli anni. Un impegno paziente e silenzioso di monitoraggio e controllo che ha dovuto superare difficolt, resistenze ambientali e momenti drammatici: Una sera spararono dentro un garage dove vivevano alcuni africani e ne gambizzarono due, racconta Ciccio che di episodi del genere ne ricorda tanti, a conferma che Rizziconi non nasce isola felice per i migranti e che alle spalle del sistema Drosi c un lungo e faticoso lavoro di dialogo e confronto non solo con gli africani. Fino ad arrivare alla rivoluzione del tetto. La mediazione e lassunzione di responsabilit da parte della Caritas sono stati ritenuti sufficienti elementi di garanzia da quelli che hanno deciso di aprire le proprie case ai braccianti africani. Certo, le case sono ancora poche, ma noi non abbandoniamo nessuno, in attesa di poter fare di meglio la prossima stagione, garantisce Ciccio.

Francesco Ciccio Ventrice, della Caritas di Drosi, insieme a un migrante che abita nella zona.

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Pane, piume e ciocc olata. Ma un pollaio?!. No, i polli non ci sono pi. Ma sempre un pollaio resta. Nella Svizzera dove perdevi lavoro e permesso di soggiorno se sorpreso ad urinare per strada, a Nino Manfredi succedeva anche questo. Di scoprire che se eri italiano e clandestino potevi finire a vivere in un pollaio. E il 1973, il film Pane e cioccolata e la scena ha accenti surreali e grotteschi. Nelle campagne di Rizziconi, nel 2011, la maison des poules (pollaio) la conoscono di fama tutti gli africani e te la raccontano, a voce bassa, mescolando risate e rabbia. I pennuti traslocati altrove, una veloce ripulita da piume ed escrementi, una lampadina oscillante dal soffitto basso, lacqua che esce da un tubo nello spiazzo. Abbastanza per chiedere 40 euro a posto letto ben sapendo che la domanda disperata di tetto, quando linverno si preannuncia sulle teste, e in tasca manca la patente per circolare ed affittare una casa con tutti i crismi, non permette schifiltosit o impennate dorgoglio. Pure se hai attraversato il deserto ed il Mediterraneo sperando in qualcosa di meglio di un pollaio. Pure se nel tuo villaggio del Burkina Faso o del Senegal in un pollaio channo sempre e soltanto dormito i polli. In assenza di piani di accoglienza capaci di muoversi sul solco, lineare e a costo zero, delle buone prassi di tanto volontariato, lofferta privata, spesso ammantata di buonismo caritatevole, dilaga in tutta la Piana di Rosarno. Le alzate dingegno, tra rude spirito imprenditoriale e arte meridionale dellarrangiarsi, sono molte; pochi, a volte, gli scrupoli: garage, ricoveri per gli attrezzi, casolari dirupati si sono scoperti improvvisamente inattese fonti di guadagno per far quadrare il bilancio di famiglia, ma non solo. Qualche volta sul business, quando gli spazi da stipare allinverosimile lo permettono, ci si pu pure campare, alla faccia della crisi delle arance: 50, 60 euro al mese, moltiplicati per 10, 20, 30 persone significano uno stipendio in pi, la cucina in legno massello per la figlia da sposare, i pilastri di un nuovo piano da aggiungere al palazzo senza facciata. Il confort per gli inquilini africani invece naturalmente spartano; tra gli optional, in alcuni casi, anche acqua e luce. Il mobilio, se si esclude il letto, prevede solo il tavolo e qualche sedia malmessa. In compenso c il tetto, un cortile in terra battuta dove accendere un fuoco per riscaldarsi e qualche volta una vecchia televisione con cui guardare la Coppa dAfrica o un incontro di lotta senegalese, dimenticando polli e pollai.

Nella pagina successiva: in alto e in basso, gli attivisti della reteRADICI durante le attivita di sportello a Drosi, insieme ai volontari della Caritas di Drosi e a don Nino La Rocca. Al centro Koudous Seihon, rappresentante della comunit burkinab di Rizziconi. 79

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NUMERI E TENDENZE provenienza e status, lavoro nero e caporalato, rapporti interetnici

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LE CARATTERISTICHE di estrema mobilit, invisibilit e precariet del bracciantato migrante rendono difficoltosa e complessa anche una loro semplice determinazione quantitativa. I metodi tradizionali di rilevamento falliscono decisamente nellobiettivo di fotografare la realt. In questa direzione, lintento di misurare la consistenza e la complessa articolazione del fenomeno migratorio ha reso indispensabile lintroduzione di un metodo innovativo, sperimentato in diverse occasioni: la somministrazione di un questionario che, oltre a censire la presenza straniera sul territorio, ha tentato di coglierne le condizioni di vita e i problemi, e di fare luce sul funzionamento delle diverse comunit e sulle dinamiche che regolano il mercato del lavoro. Il censimento e il monitoraggio sul territorio degli insediamenti informali dei migranti fornisce un quadro parziale, ma approssimativamente indicativo sul fenomeno del bracciantato migrante. Il campionamento sulla base della metodologia snow-ball, attraverso la quale gli operatori inseguono le tracce degli insediamenti informali del lavoro migrante, permette la raccolta e la compilazione di schede personali attraverso le quali possibile tracciare con maggiore approssimazione i lineamenti delle soggettivit migranti coinvolte, nonostante tutti i limiti di una simile metodologia. Le rilevazioni sul campo. Fatte queste premesse, il monitoraggio della reteRADICI si basa su un censimento e un lavoro di sportello, portato avanti con sopralluoghi nei casolari e nelle abitazioni dei migranti africani, con le successive interviste caso per caso, alla scoperta delle condizioni giuridiche, abitative, di lavoro, sociali e ambientali (relazioni con la popolazione locale, con le istituzioni e le agenzie territoriali, con la propria comunit). Le rilevazioni tentano di fotografare la realt della Piana di Rosarno nel periodo novembre-dicembre 2010. Interviste e schede hanno avuto la duplice funzione di censire i braccianti e conoscendo la loro situazione concreta esercitare le necessarie tutele nei confronti degli utenti, garantendo lesigibilit dei pi elementari diritti di cittadinanza. Ogni africano una scheda, ogni scheda una storia. Un metodo funzionale a garantire la tutela dei migranti e a imbastire una vertenza, a rendere un quadro veritiero, pur con tutti gli effetti distorsivi dovuti al metodo di rilevamento. Ma i dati raccolti parlano chiaro, nonostante tutto. Le schede campione. Oltre duecento storie schedate, altrettante censite. Pi di 200 africani presi in carico dallo sportello di reteRADICI e altrettanti incontrati lungo il cammino. I numeri cominciano ad essere significativi: per ogni africano ascoltato, ce ne sono due che vivono accanto a lui e hanno una situazione omogenea. Stessa area di provenienza, stesse condizioni di vita e di lavoro. Ecco che le stime che emergono dal monitoraggio, pur con tutte le avvertenze del caso, esprimono tendenze reali, riferibili direttamente ad almeno la met della comunit africana della Piana. Ultima annotazione: la natura dellintervento ha portato gioco-forza a sovrastimare il peso dei migranti irregolari e di quelli che vivono in una condizione di limbo giuridico, rispetto alla comunit dei privilegiati che godono del permesso di soggiornare in Italia. Il profilo anagrafico. il Mali il paese maggiormente rappresentato con il 26,29%, a seguire Costa dAvorio (19,25%), Guinea (16,90%) e Burkina Faso (14,08%), ma anche Senegal (13,15%) e Ghana (3,29%). Dunque, tutti paesi dellAfrica subsahariana occidentale.
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Let media dei braccianti africani di 29 anni. La fascia det compresa tra i 18 e i 22 anni raggiunge il 19,72% (21 anni let media), quella tra i 23 e i 26 anni il 29,58% del totale (25 anni let media), i braccianti tra i 27 e i trentanni sono invece il 27,70% (29,5 let media), mentre gli over 31 sono il 23% (34,5 let media). Figura 1

Grafico 3

Grafico 4

Dunque, i tre-quarti del totale vanno dai venti ai trentanni. Sono tutti uomini in et da lavoro poche le donne africane presenti sulla Piana, tutte di nazionalit ghanese e nigeriana con pochissimi over 40 e nessun minore. la meglio giovent dellAfrica quella che viene a
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sprecare gli anni migliori nei campi del Sud Italia, senza nemmeno la speranza di poter mettere su famiglia, di richiamare quella lasciata a casa o tornare in patria per costruirsene una. Un dato estremamente significativo quello relativo allistruzione. Ben il 61,54% dei braccianti completamente analfabeta, con l8,79% ad aver frequentato scuole coraniche, dunque in grado di decifrare solamente i caratteri dellalfabeto arabo. Una condizione che indica quale sar la sfida futura per uninclusione reale dei migranti. Quasi il 10% ha studiato per meno di 5 anni, il 13,74% andato a scuola per meno di 5 anni, quasi il 5% ha unistruzione superiore e l1% ha frequentato luniversit (costretti a sbarcare il lunario tra i campesinos della Piana ci sono un ingegnere e un laureato in tecnologia). Grafico 5

Il profilo amministrativo. Lanalisi dei dati riferiti allo status dei migranti particolarmente significativa: mette in luce due punti fondamentali, due costanti che accompagnano i braccianti impegnati nella Piana, e negli altri distretti dellagricoltura del Sud, e ne fanno una comunit omogenea che necessita di tutele. Grafico 6

Il primo elemento relativo allanno di ingresso in Italia. Oltre l80% dei migranti impegnati nella raccolta degli agrumi giunto nel Paese tra il 2007 e il 2009, e cio dopo lultima grande finestra di regolarizzazione e prima della chiusura del varco libico, per via dei controversi accordi col regime del colonnello Gheddafi. Una comunit di uomini che ha affrontato il deserto, le violenze dei campi di concentramento libici, lumiliazione della schiavit e la mortificazione delle punizioni poliziesche, che ha superato la prova infernale della traversata del Mediterraneo, ha conosciuto luniverso concentrazionista dei Cie e dei Cara, ha provato a dare un senso al proprio progetto migratorio col duro lavoro, ma non ha ancora trovato una via duscita dal limbo delle campagne.
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Grafico 7

Il secondo fattore relativo alla condizione giuridico-amministrativa in senso stretto. Il 92,50% circa dei migranti o stato richiedente la protezione internazionale. Il 46% della comunit migrante attraversa quel limbo giuridico fatto di mesi se non anni di attesa per laudizione in commissione (22%), di altri mesi in attesa dellesito del ricorso (23,5%), o di un pronunciamento definitivo sulla competenza nazionale circa la propria richiesta di protezione (1%), solo il 4% - in una condizione amministrativa diversa da quella del richiedente asilo - classificabile come regolare. la met in grigio di un mondo di invisibili, figure che hanno titolarit a soggiornare sul territorio, anche per anni, ma che non hanno il diritto di lavorare o prendere casa. Dati che si riflettono sulla legalit del mercato del lavoro. Un mondo precario destinato a scivolare nellirregolarit amministrativa. E a raggiungere il popolo dei diniegati, un altro 46% dei migranti la cui richiesta alle commissioni ha avuto esito negativo. Insieme al 4% dei braccianti che non ha chiesto asilo e non ha titolo di soggiorno gli unici irregolari a tutti gli effetti sono laltra faccia, quella oscura delluniverso migrante. Il 27,50% circa presente sulla Piana a partire dalla stagione 2008-09, il 50% dalla stagione 2009-10, il 12% ha alle spalle pi di tre stagioni, il 10,50% alla prima esperienza. Dunque il 90% degli africani intervistati prosegue il proprio percorso migratorio nel circuito dellagricoltura, segno di una tendenza: chi tornato, o non mai andato via, ha la certezza di poter attivare contatti sul territorio, unalta probabilit di ingaggio almeno saltuario, i rapporti necessari per trovare una sistemazione. Uno zoccolo duro di braccianti di lungo corso, che hanno vissuto le rivolte del dicembre 2008 e gennaio 2010. Grafico 8

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Tabella 2

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Il profilo lavorativo. Nonostante la presenza massiccia e insolita sulla Piana degli ispettorati della Direzione Provinciale del Lavoro, le tendenze emerse durante le interviste ci indicano che almeno il 75% dei braccianti africani transitati dalla Piana ha lavorato a nero. Una stima prudente, che si ottiene calmierando i dati del monitoraggio che, come detto, sovrastimano la componente precaria delle soggettivit migranti con i dati che vengono dai circuiti del mondo del lavoro. In fondo semplice eludere le visite (oltre un migliaio durante lautunno) che avvengono dal luned al venerd a orari noti. Ma non va sottovalutato lavvio della normalizzazione: per la prima volta centinaia lavoratori migranti hanno avuto un abbozzo di contratto. I dati delle comunicazioni obbligatorie (le notizie di avvio al lavoro) forniti dal Centro per limpiego di Gioia Tauro (che raggruppa anche i dati dei centri subordinati di Palmi e Polistena, e riguarda il territorio dei 33 comuni della Piana) relativi allultimo quadrimestre del 2010 indicano in 904 (tabella 2) gli extracomunitari avviati al lavoro, di cui 674 provenienti dal Subsahara (il 74,% del totale degli extracomunitari, tabella 3), e tra questi la met del Burkina Faso. Il dato per complessivo, riguarda cio tutti i tipi di attivit inerenti lagricoltura. Considerando solamente le tre attivit principali (raccolta di olive, agrumi e coltivazione di ortaggi, tabella 4), i braccianti subsahariani impegnati sono 618 (l80% dei lavoratori extracomunitari). Ma il dato non tiene conto dei rinnovi: dunque possibile che le domande di avvio al lavoro di cittadini provenienti dallAfrica subsahariana occidentale siano riferite a un numero inferiore di lavoratori. Pi semplicemente, ogni lavoratore pu aver stipulato pi di un contratto, rinnovandolo, e a ogni rinnovo corrisponde una nuova comunicazione. Una stima prudente - tenendo anche conto del fatto che i dati forniti dal Centro per limpiego non fanno riferimento alle giornate di lavoro comunicate - ci porta ad affermare che nei campi della Piana sono stati contrattualizzati circa 300 africani subsahariani. quel 25% di manodopera pi o meno regolare a cui si faceva riferimento. Va sottolineato il fatto che, considerando solamente i dati riferiti alle tre principali attivit dellagricoltura (tabella 4), emerge una tendenza: ad essere regolarizzati sono molto di pi i braccianti neocomunitari, che rappresentano il 38,70%, rispetto agli extracomunitari, che sono l11,90% circa, mentre gli italiani restano il 49,50% circa, un dato tutto da verificare. Tabella 3 Tabella 4

Infine, va detto che solo con lincrocio dei dati relativi alle giornate di lavoro indicate nelle comunicazioni obbligatorie con quelli relativi alle effettive giornate denunciate allInps, non ancora disponibili (sono noti i dati relativi al 2009, vedi tabella 7 al capitolo successivo), ci dir se i contratti sono stati rispettati o se si sia trattato di semplici specchietti per le allodole. semplice, infatti, eludere i controlli: basta comunicare limpiego di un bracciante per un certo numero di giornate e poi, dopo mesi e al riparo dagli ispettori, denunciare allInps solamente un decimo delle giornate. In fondo, e qui sta il gioco, non colpa degli agricoltori se i braccianti avviati al lavoro non si sono presentati sui campi
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In ogni modo, si registrato un passo in avanti rispetto alla barbarie contrattuale degli anni scorsi. Basta ricordare che la scorsa stagione a essere iscritti nelle liste Inps sono stati solo gli italiani. Sulla carta solo presunti braccianti autoctoni, nei campi non si visto nessuno se non gli africani. E i conti tornano. Il lavoro a nero. Circa il 96% dei braccianti intervistati ha dichiarato di aver svolto lavoro a nero, solo l1% ha dichiarato di aver sottoscritto un contratto regolare. Al netto della sovrastima causata dalla natura del campione, c da considerare che la percezione degli africani riguardo liter amministrativo del mondo del lavoro nulla. Per molti di loro, lintervista nellambito del monitoraggio di reteRADICI stata la prima occasione per approcciare alla tematica dei diritti sindacali. Una sorta di prima alfabetizzazione che pone un iniziale riparo alla barbarie contrattuale regnata fino ad oggi sulla Piana di Rosarno. C da dire che nella zona la prassi del lavoro informale non limitata agli extracomunitari, ma una costante delle relazioni lavorative in agricoltura, e non solo. Grafico 9

Dunque, che siano state o meno inviate le comunicazioni obbligatorie di rito e siglati i relativi contratti di lavoro, per gli africani poco cambiato: quel che conta per i braccianti la paga. E su questo versante nulla cambiato (grafico 9), se non che la odiosa pratica dei compensi non saldati praticamente scomparsa: i pagamenti vengono effettuati pi o meno regolarmente ogni settimana, o al termine del periodo lavorativo per i pi fortunati che lavorano a tempo pieno. Ma va sottolineato un altro dato che emerge dallanalisi delle condizioni lavorative: il 79,34% degli africani intervistati lavora saltuariamente, e solo il 18% circa lavora con continuit nei campi. Si lavora a singhiozzo, in media 2-3 giorni a settimana. il segno che la crisi del settore agrumicolo pesa: i coltivatori preferiscono spesso lasciare arance e mandarini sugli alberi, perch la raccolta non produttiva (il ricavo della vendita del prodotto allingrosso stato in media di 7 centesimi al chilo per le arance e 24 per i mandarini). Ma il fenomeno ha anche unaltra spiegazione, che conferma la tendenza delineata in precedenza: la manodopera africana rappresenta un esercito di riserva, da utilizzare per impieghi clandestini o semiclandestini, in particolari momenti della raccolta, e cio nei giorni feriali, quando piove, nei giorni di superlavoro, in generale quando la manodopera regolarizzata non sufficiente.

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Come si detto le paghe restano sui livelli degli anni passati. Che si tratti di lavoro regolare o irregolare, i braccianti percepiscono in media 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro (76,37%). Ma c chi guadagna un po di pi: 30 euro per 6-8 ore (8,24%), una paga che resta comunque molto al di sotto della paga sindacale di oltre 50 euro al giorno. Si registra anche una salutare tendenza ad abolire il cottimo (1 euro a cassetta per i mandarini e 0,50 per le arance), modalit utilizzata nel 10,50% circa dei casi. Grafico 10

Un dato fondamentale quello relativo al tipo di impiego svolto dagli africani: addirittura l88% dei migranti ha sempre e solo lavorato nei campi del Sud dal momento dellarrivo in Italia. Un dato significativo, che ha una sola spiegazione: si tratta di una semi-schiavit imposta dalle dure condizioni del mercato del lavoro ma anche e soprattutto dalla legislazione restrittiva e repressiva in tema di immigrazione. Grafico 11

Le modalit di ingaggio. Resta sempre in piedi la pratica del caporalato. Un fenomeno endemico nelle campagne del Sud, ancora tutto da approfondire. Se, infatti, i caporali degli anni 50 svolgevano una funzione di controllo, al servizio dei padroni dei campi e in un determinato periodo storico a svolgere tale ruolo sono stati gli uomini donore nelle campagne della Piana si registra una diversificazione delle funzioni, che rimanda al ruolo svolto dalla criminalit organizzata, in termini di controllo del territorio, regolazione dei rapporti sociali ed economici, creazione del consenso. Va considerato che la propriet terriera stata oggetto, negli scorsi decenni, di
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una selvaggia colonizzazione da parte dei network mafiosi. Per altro verso, analizzando il fenomeno occorre porre attenzione, esercitare dei distinguo, per stabilire fino a che punto la mediazione tra domanda e offerta di lavoro sia inquadrabile nel fenomeno del caporalato. Il 67% dei migranti dichiara di trovare lavoro su chiamata diretta, dunque sulla base di rapporti fiduciari, si tratti o meno di lavoro regolare. Mentre il restante 33% si reca nelle piazze del lavoro, i mercati di braccia sulla via Nazionale a Rosarno o al quadrivio di contrada Spina a Rizziconi. Il dato, per, va interpretato, non indice diretto del fenomeno del caporalato. Grafico 12

Abbiamo visto come nelle comunit africane sia frequente lemergere di una figura di capo, che media con i datori di lavoro e procura gli ingaggi per il gruppo. Pi che di caporalato considerando, come si detto, la funzione positiva di mediazione culturale e linguistica svolta dai capi neri in tal caso si tratta di incontro tra domanda-offerta di lavoro basata su un duplice accordo fiduciario, quello tra i datori di lavoro e i capi migranti, e quello allinterno dei singoli gruppi africani. Ed questa una dinamica normale, che coinvolge una parte importante del mondo agricolo, quello dei piccoli coltivatori. Tabella 5

Ma le interviste ai braccianti africani rivelano che in pochi casi c un rapporto diretto col datore di lavoro, che spesso resta sconosciuto. Tra i grand frre africani e i proprietari dei campi si pongono spesso delle figure intermedie, dei caporali bianchi o neri, che curano gli ingaggi e i trasporti. Ecco che le modalit degli spostamenti ci danno la misura del caporalato. Il 69,80% circa raggiunge i campi a piedi, in bici o con altri mezzi propri o pubblici. Una scelta dettata in gran parte dalla vicinanza della propria dimora col luogo di lavoro. Ma c chi spiega di non poter salire sui furgoni di caporali o padroni perch questi si rifiutano di accompagnarlo, per paura dei controlli, questanno pi serrati. Ecco che la bici diventata il mezzo principale di spostamento. Tanto che a Rosarno acquistare una due ruote usata e messa su strada alla meno peggio diventato un lusso: se ne sono vendute centinaia a 80 euro luna.
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Il 17% circa raggiunge i campi col caporale o col padrone, nonostante i controlli. Per aggirarli, spesso si anticipa lora dellincontro. Allalba salgono tutti sui furgoni, ma al rientro gli africani sono costretti a tornare a piedi. Pagano tutti, comunque, una tariffa per il trasporto: dai 5 ai 2,5 euro a tratta. L11% viene accompagnato dal datore di lavoro gratuitamente. Il ruolo della ndrangheta. Analizzato il fenomeno, resta da valutare il ruolo della ndrangheta nella regolazione dei rapporti sociali ed economici. Si visto che il caporalato continua ad essere un fenomeno diffuso. Caporali bianchi o neri svolgono un duplice servizio: mediano tra i braccianti e i proprietari terrieri e tra questi ultimi e le cosche, quando le due figure non coincidono. Alla ndrangheta spetta infatti mantenere le condizioni generali che consentono impunemente lutilizzo irregolare della manodopera straniera, e spetta il mantenimento dellordine e la gestione dei rapporti conflittuali tra le comunit migranti e le comunit locali. Una funzione messa in crisi duramente dalle rivolte del 2008 e del 2010, dalle denunce dei migranti africani, dal clamore generato dai fatti di Rosarno e dal conseguente avvio di normalizzazione, dal disaccoppiamento dei contributi europei dalla produzione, che ha fatto saltare unintera economia basata sulle truffe delle arance di carta, e che potr essere messa in crisi ancora pi duramente dai controlli sui falsi braccianti, che hanno assicurato un reddito di sussistenza a centinaia di famiglie e il consenso sociale ai clan. In una terra dove tutto assoggettato alle cosche, sarebbe superficiale e ipocrita pensare che unattivit importante come quella dellagricoltura sia esente dal controllo della ndrangheta. esistita ed esiste una regia generale, riconducibile alle famiglie mafiose, che regola landamento del mercato delle braccia. La dura reazione, la caccia al negro del gennaio 2010, che ha prodotto la deportazione dellintera comunit migrante, altro non sono se non la prova di forza della ndrangheta: chi sta sul territorio deve sottostare alle regole dei clan. Abbiamo visto che una parte non indifferente dei braccianti africani non ha lasciato il territorio o rientrata sulla Piana subito dopo la rivolta, per via delle chiamate insistenti da parte dei padroni. Abbiamo visto che lo scorso autunno i primi braccianti arrivati a Rosarno sono stati contattati dai loro riferimenti sul territorio. Che a contattarli siano stati datori di lavoro o caporali, poco importa. Dopo quel che successo, nessuno si sarebbe assunto la responsabilit di richiamare manodopera africana se non con il placet delle cosche. La ndrangheta c, negarne lesistenza non aiuta. Aiuta invece metterne sempre pi in crisi il ruolo. Rapporti interetnici. A smentire la presunta natura violenta degli africani, se ce ne fosse bisogno, sono le denunce ufficiali e ufficiose: nessuna segnalazione di stranieri facinorosi, alcuni inquietanti episodi di violenza ai danni dei migranti di pelle nera (le famigerate sportellate da auto in corsa, pestaggi a bastonate, lanci di oggetti, insulti). Episodi circoscritti, ma che raccontano di una situazione ancora tesa, tenuta a freno dai controlli aumentati e soprattutto dalla vigilanza dei media. Un dato, questultimo, sottolineato con forza durante le interviste: c la percezione del miglioramento dei rapporti con la comunit italiana, ma da parte degli africani la paura resta. Che la rivolta 2010 sia stato un evento epocale, non ancora metabolizzato, testimoniato dalla ritrosia dei migranti ad affrontare largomento. Il 46,70% non ha risposto alla domanda, o ha risposto in maniera elusiva. Il 3,30% ha dichiarato di non aver partecipato a scontri e manifestazioni, mentre il 23% circa ha preso parte alla protesta, il 12,64% ha subito aggressioni ed stato ferito (senza passare per gli ospedali della zona), il 3,85% fuggito o stato costretto ad allontanarsi durante quei giorni, il 10,50% circa non era presente.
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Grafico 13

Il 44% dei migranti ritiene che tra le comunit straniere e gli italiani ci siano buoni rapporti, mentre il 24,70% circa parla di rapporti migliorati: questanno ci sono pi controlli e non si verificano gli episodi del passato, e cio mancati pagamenti del lavoro svolto, intimidazioni. C chi ha deciso di spostarsi da Rosarno a Rizziconi, trovando delle condizioni di vita migliori. Il 13,20% circa ritiene che i rapporti interetnici non siano buoni, e ci a causa degli episodi subiti in passato e dei controlli asfissianti delle forze dellordine. Pesa dunque lesperienza passata, c ancora paura, e si avverte tensione nei rapporti con gli italiani. Ma una parte consistente della comunit sostiene di avvertire un muro al dialogo: spesso i rapporti con la gente del luogo sono inesistenti. L8,8% circa dei migranti ha subito intimidazioni anche questanno: lancio di pietre, arance o altri oggetti, insulti, minacce, offese, investimenti dolosi, pestaggi. Tabella 6

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Dai diamanti non nasce niente. Che dai fatti di Rosarno potesse nascere unesperienza di grande valore civile nessuno proprio se lo aspettava. Che per gli africani feriti potesse iniziare una nuova vita, che per loro, almeno per loro, lItalia potesse davvero diventare terra daccoglienza davvero nessuno lo immaginava nei giorni della violenza. Si chiama Tenda di Abramo, unassociazione nata dalla spinta emotiva provocata dalla rivolta, sotto lala protettrice della parrocchia di Polistena e di don Pino Demasi, che anche il referente di Libera. Walter Tripodi e altri uomini di buona volont hanno preso in gestione un appartamento della chiesa e hanno dato ospitalit ad alcuni dei giovani campesinos feriti nelle drammatiche giornate del gennaio 2010, dopo averne accompagnato il percorso di recupero che li ha visti costretti per lunghe settimane allospedale di Polistena. La certezza di un tetto, come primo passo, e poi una full immersion di italiano. Stavano qui da diversi anni spiega Walter della Tenda di Abramo ma non parlavano una parola della nostra lingua, un segno di esclusione e isolamento. E invece noi vogliano che questi ragazzi diventino indipendenti. Subito dopo la svolta: per James, Iacouba e altri due africani c un lavoro come braccianti nei terreni confiscati alla cosca Piromalli, e gestiti dalla cooperativa Valle del Marro Libera Terra. Hanno raccolto le arance, come gli anni scorsi, ma sono agrumi ndrangheta-free quelli della Valle del Marro, e soprattutto sono arance dolcissime, senza lamaro retrogusto dello sfruttamento. Come ogni anno, arrivano sulle tavole, a testimoniare che unagricoltura etica e responsabile possibile. Per James un nuovo inizio. andato via dal Ghana da molti anni, lasciando moglie e due figli. A Rosarno ci arrivato qualche anno fa, e si fermato perch finalmente il lavoro c. Poi linizio dellincubo: l8 gennaio del 2010 il pestaggio furibondo. Sta tornando a casa, James. insieme ad altri. Un gruppone di rosarnesi li punta, li insegue, la fuga inutile. Li hanno presi a bastonate, a sangue, senza piet. Solo il passaggio fortuito di una volante della polizia ha messo in fuga la spedizione punitiva. Altrimenti saremmo tutti morti in un modo penoso, come in Alabama. James ha un sorriso malinconico sempre stampato in bocca, e gli occhi assenti, neri, che fissano il vuoto. Porta ancora addosso i segni delle botte: il suo braccio destro semiparalizzato. Ma va avanti, e finalmente ha cominciato a raccontare la sua storia. Lo ha fatto in pubblico, forse una delle prime volte, nel corso di uniniziativa promossa da reteRADICI al Random di Reggio Calabria. Parole che finalmente fluiscono rapide, senza paura. Gli italiani non sono tutti uguali.

Il ghanese James Amankona racconta la sua storia durante uniniziativa di reteRADICI. Con lui ce Emanuela Vaperaria, operatrice dello sportello Assi del Comune di Rizziconi. 94

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Siamo uomini, o caporali? Allalba la via Nazionale e lincrocio di contrada Spina sono ancora pi tristi. Tutto come prima, se non peggio. Non ti danno pi le botte quando torni dai campi, ma ti devi alzare unora prima, per mendicare una giornata di lavoro. Sulla strada senza marciapiedi ci sono tanti africani, ma non solo. Piccoli gruppi di amici, piccole comunit. I veri africani con i veri africani, quelli del Nord Africa, che si sentono tutto tranne che africani, con quelli del Nord Africa. Quelli dellEst con quelli dellEst. Gli altri vincono spesso la battaglia per una loro giornata di fatica. I neri lavorano poco, e spesso la mattina finisce nei tuguri dove abitano, con le tasche vuote. I padroni non li vogliono pi nei campi, perch ci sono troppi controlli, non li fanno salire pi suoi furgoni perch basta un posto di blocco improvviso per andare in galera. E allora come si fa? Ci pensano i caporali, bianchi e neri. Ti metti daccordo al telefono e ti fai trovare gi sui campi. Chilometri a piedi, o in bici. Un vero business quello delle biciclette: hanno capito che questanno lunico modo che i neri hanno per circolare, e allora tutti le vendono. A Rosarno se ne trovano a centinaia, ottanta euro luna, anche se sono delle bici catorcio. Se il caporale lo becchi in piazza, ed abbastanza presto, allora forse ti carica sul pick-up. Andata comoda, anche se salata, con qualche euro in meno alla fine della giornata. Ma al ritorno si rientra a piedi, perch controllare il territorio e limpunit non pi possibile. Bisogna fare attenzione. Ma alla fine la via si trova lo stesso. Il sabato e la domenica, ad esempio, sono giornate di festa per gli africani: gli ispettori, si sa, passano il fine settimana in tranquillit, e sui campi lora dei campesinos dalla pelle nera. Un mondo alla rovescia, dove pi controlli vuol dire meno opportunit, dove un permesso di soggiorno non detto che ti dia il diritto ai diritti.Riuscire a fare anche una sola giornata alla settimana diventato difficile, gli italiani questanno hanno paura se sei senza documenti, racconta Jabby, 29 anni, che in Guinea ha lasciato una moglie e due figli piccoli e attende da pi di sei mesi di essere convocato dalla Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale. Con il foglio di carta ordinatamente ripiegato nella tasca che lo certifica richiedente asilo Jabby non teme i controlli della polizia, pu firmare contratti daffitto ma non di lavoro. E come vivo? Come aiuto la mia famiglia?, si chiede non rassegnato, spalancando le braccia. In un angolo delle due stanze spoglie che divide con quattro amici sono gettati il berretto di lana e gli stivali di plastica con cui, lindomani allalba, ritenter la sorte sulla Nazionale, in attesa di un caporale o un padrone che gli faccia la grazia di farlo lavorare.

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AGRICOLTURA, PER UN NUOVO CORSO inchieste e controlli, stagionali dellest, un nuovo modello agricolo

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LE CARTE dellinchiesta Migrantes, scattata nellaprile 2010 e coordinata dalla procura di Palmi, hanno fissato in termini da codice penale ci che dossier, interrogazioni parlamentari e reportage giornalistici segnalavano da tempo: le condizioni di sfruttamento, i meccanismi del caporalato, la totale assenza di garanzie che fino alla rivolta di Rosarno hanno contraddistinto per anni, e in larga parte, limpiego dei braccianti africani nella raccolta degli agrumi sulla Piana di Rosarno. Resa possibile dalla denuncia di 15 lavoratori stagionali (8 si sono visti riconoscere il permesso di soggiorno per motivi di giustizia), loperazione verit condotta dagli inquirenti ha con ogni probabilit rappresentato, ancor pi dei fatti del gennaio 2010, un autentico spartiacque per limprenditoria agricola locale, trascinata di fronte alle proprie responsabilit insieme con Inps, Inail e Direzione Provinciale del Lavoro: lintero sistema di controllati e controllori, nelle campagne della Piana, stato obbligato ad un cambio di passo. E i segnali sono arrivati, ben evidenti, con lavvio della nuova stagione della raccolta agrumicola: accertamenti, ispezioni, incremento di registrazioni ai Centri per limpiego hanno disegnato a partire dal novembre 2010 uno scenario di normalizzazione che ha apparentemente equiparato, per la prima volta, la Piana di Rosarno al resto dItalia. Per parlare di autentico nuovo corso per bisogner attendere lufficializzazione degli elenchi nominativi dei braccianti agricoli (a partire dal prossimo giugno), con le giornate di lavoro effettivamente riconosciute agli stagionali africani contrattualizzati. Di certo, le nostre interviste ci dicono che nonostante lapparente sterzata legalitaria nelle campagne si continua a lavorare in nero. E non potrebbe essere diversamente: una larga parte dei lavoratori stagionali africani presenti sul territorio, infatti, sospesa in un limbo giuridico che garantisce in molti casi il diritto a permanere sul suolo italiano, ma non quello ad un regolare contratto di lavoro. A Rosarno come a Foggia, a Cassibile come a Palazzo San Gervasio. E allora i racconti ripetono, monotoni, il consueto copione: la paga giornaliera da 25 euro, gli espedienti, universalmente noti, per aggirare i controlli, luscita allalba e lattesa di un ingaggio, in piazza o lungo le strade, con la consapevolezza, per, che le cose, nella Piana, si sono fatte pi difficili. Perch il sistema in crisi e richiede, per risollevarsi, interventi strutturali e perch, di fronte al timore di sanzioni e confische, molti imprenditori si sono rivolti questanno ai lavoratori dellEst europeo, cittadini bulgari e rumeni, che tengono al riparo i padroni dal reato di favoreggiamento dellimmigrazione clandestina. La sostituzione etnica. Abbiamo visto come limpiego di manodopera neocomunitaria sia in aumento, soprattutto tenendo conto del lavoro regolare. In quanto allaltra faccia della realt, quella del lavoro nero, la sostituzione etnica stata solo parziale. Tra le motivazioni che spingono per lutilizzo della manodopera africana, raccolte dalla voce diretta degli agricoltori, ve ne sono alcune che rimandano alle radici del modello di agricoltura instauratosi nel Sud: gli africani hanno qualit fisiche superiori, ma soprattutto sono pi docili, disposti a paghe basse, estremamente flessibili, in definitiva creano meno problemi dei colleghi neocomunitari, nonostante le rivolte degli ultimi anni. E ci soprattutto in relazione al loro status giuridico, che li rende ricattabili. A conti fatti, c chi disposto ad affrontare il rischio di incappare in controlli del resto facilmente aggirabili e denunce piuttosto che rinunciare ai vantaggi dellutilizzo dei braccianti africani. Dunque, il sistema che attira manodopera da utilizzare a nero, e non la presenza dei migranti a generare uneconomia sommersa. Per questo motivo, si pu affermare che la
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presenza africana manterr i livelli attuali e sar destinata a crescere nuovamente al calare dei controlli, se non interverr un cambiamento strutturale del modello di agricoltura vigente. Daltro canto, incrociando i dati relativi alle comunicazioni obbligatorie relative allultimo quadrimestre 2010 (tabella 2) e i dati Inps relativi alle giornate denunciate nel 2009 (tabella 7) possibile scorgere una tendenza, pur con le dovute cautele dovute alla disomogeneit delle cifre (i dati del Centro dellimpiego si riferiscono allintero territorio della Piana ma non indicano le giornate lavorate e il numero effettivo dei lavoratori, mentre i dati Inps riguardano solo i principali comuni della zona). In ogni modo, sembra registrarsi un aumento sensibile dei lavoratori comunitari, ma allo stesso modo sembrerebbe lievitare in maniera pi che proporzionale limpiego di manodopera extracomunitaria, mentre sarebbero crollate le iscrizioni degli italiani alle liste dei braccianti, con un calo rilevante del fenomeno dei falsi braccianti. Segno che la rivolta ha avuto un effetto benefico sul sistema. Tabella 7
ROSARNO - Tot. Iscritti 2054 - Stranieri 748
Provenienza N. Iscritti Comunitari 32 Neocomunitari 313 Extracomunitari 137
Africa occidentale Maghreb Est Europa Africa orientale Balcani Europa no Ue 63 44 24 1 2 3

GIOIA TAURO - Tot.Iscritti 624 - Stranieri 79


Tot. gg. 535 1270 988
151 367 408 62

Tot. gg. 3123 147 4639


962 1443 1513 78 310 333

M e di a g g . Provenienza N. Iscritti 97,59 Comunitari 5 0,47 NeoComunitari 36 33,86 ExtraComunitari 35


15,27 32,80 63,04 78,00 155,00 111 Africa occidentale Maghreb Est Europa Africa orientale 18 9 4 4

M e di a g g . 107,00 35,28 28,23


8,39 40,78 102,00 15,50

RIZZICONI - Tot. Iscritti 1142 - Stranieri 171 TAURIANOVA - Tot. Iscritti 1646 - Stranieri 25
Provenienza N. Iscritti Comunitari 17 Neocomunitari 91 ExtraComunitari 57
Africa occidentale Maghreb Est Europa 46 8 3

Tot. gg. 1750 3956 1310


350 545 415

Media gg. Provenienza N. Iscritti 102,94 Comunitari 7 43,47 Neocomunitari 177 22,98 Extracomunitari 65
7,61 68,13 138,33 Africa occidentale Est Europa Maghreb Asia 6 6 36 23

Tot. gg. 588 7157 3518


469 550 2605 444

M e di a g g 84,00 40,44 54,12


78,17 91,67 72,36 19,30

CANDIDONI - Tot. Iscritti 46 - Stranieri 19 AN FERDINANDO - Tot. Iscritti 539 - Stranieri 38


Provenienza N. Iscritti Neocomunitari 89 Extracomunitari 8
Est Europa Asia Altro 3 4 1

Tot. gg. 3754 793


457 319 17

M e di a g g . 42,18 99,13
152,33 79,75 17,00

Provenienza N. Iscritti Comunitari 5 Neocomunitari 363 Extracomunitari 12


Africa occidentale Maghreb Est Europa Asia 2 8 1 1

Tot. gg. 535 5918 1205


29 939 45 192

M e di a g g . 107,00 16,30 100,42


14,50 117,38 45,00 192,00

LAUREANA - Tot. Iscritti 643 - Stranieri 61


Provenienza N. Iscritti Neocomunitari 43 Extracomunitari 10
Maghreb Oceania Sud America Europa no Ue 3 5 1 1

AREA - Tot. Iscritti 6694 - Stranieri 1715


Provenienza N. Iscritti Comunitari 66 Neocomunitari 1112 Extracomunitari 324
Africa Occidentale Maghreb Est Europa Altro 135 108 41 46

Tot. gg. 1544 939


213 473 51 102

Media gg. 35,91 93,90


71,00 94,60 51,00 102,00

Tot. gg. 6531 23746 12199


1961 6112 3388 2381

M e di a g g . 98,95 21,35 37,65


14,53 56,59 82,63 51,76

I controlli straordinari. Allindomani della rivolta, partita dalla provincia di Reggio Calabria la rivoluzione degli ispettori, chiamati a intervenire in un sistema che, per lunghissimi anni, non ha conosciuto il contrappeso dei controlli. In primavera, il ministero del Lavoro ha ordinato due campagne straordinarie di vigilanza, che hanno coinvolto non solo lintera Calabria, ma gran parte del Sud Italia. Su tutto, si cercato di porre rimedio allanarchia nei settori edile e agricolo. Come ovvio, non pu essere un organo ispettivo, per di pi nel quadro di interventi straordinari, a rimettere a regime due settori che non hanno mai conosciuto una regolamentazione reale. Eppure, i controlli, oltre a fruttare risultati interessanti, hanno di fatto scavato un solco, tracciato la via della normalizzazione.
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Nel corso del 2010, nella provincia reggina sono stati individuati 245 rapporti di lavoro irregolari con soggetti extracomunitari (tabella 8). Solo nel 30% circa dei casi lo straniero senza permesso di soggiorno, nel restante 70% si tratta di lavoro nero tout court: non stato stipulato un contratto, o il contratto non era regolare, indipendentemente dallo status dello straniero. Un dato che la dice lunga sulla strutturale tendenza del sistema economico del territorio a sovvertire le regole. proprio questa la tendenza che emerge dai piani di vigilanza: nel Reggino, la normalit fatta di irregolarit e lavoro nero, in ogni settore, in ogni area. Lo sfruttamento degli africani la punta di un iceberg, laspetto pi intenso e odioso del fenomeno, di certo il primo versante su cui operare per porre rimedio. Tabella 8
Direzione provinciale del Lavoro di RC - Servizio ispezione del lavoro Vigilanza fenomeno dell'occupazione abusiva di cittadini extracomunitari Tipologia aziende Periodo: 1 gennaio - 31 dicembre 2010 ispezionate agricoltura industria edilizia terziario Irregolari, senza permesso 13 31 1 29 di sog. Irregolari altre cause 49 27 17 78 Tot. Irregolari 62 58 18 107

TOT 74 171 245

Il dato globale dei controlli ordinari nel settore agricolo fa registrare 179 aziende irregolari, a fronte di 875 ispezioni effettuate, con 2065 posizioni lavorative verificate e 1144 posizioni lavorative soggette a irregolarit, con ben 303 maximulte per lavoro nero (tabella 9). Un dato assai significativo, ma la tendenza simile anche negli altri comparti produttivi, segno che irregolarit e lavoro nero sono delle caratteristiche strutturali delleconomia della provincia di Reggio Calabria. Il piano straordinario di vigilanza in agricoltura (aprile-dicembre 2010) ha portato a 876 ispezioni in provincia di Reggio Calabria, dalle quali sono emerse 180 aziende irregolari (tabella 10). Su 1181 posizioni lavorative valutate e riferite a italiani, sono ben 124 i casi di lavoro nero, con 40 episodi di irregolarit per altre cause. Tra i comunitari, sono 548 le posizioni verificate, con ben 199 casi di lavoro nero e 30 posizioni irregolari per altri motivi. Tra gli extracomunitari, solo 159 le posizioni vagliate, con 47 casi di lavoro nero (nonostante il regolare permesso di soggiorno), 13 casi di irregolarit amministrativa del migrante, 6 casi di irregolarit di altra natura. Dunque, oltre il 10% degli italiani lavora a nero, tra i comunitari si arriva al 30% e tra gli extracomunitari si supera il 40%. Ma il dato di gran lunga pi interessante riguarda il numero di posizioni lavorative fittizie e/o prestazioni previdenziali indebite: sono addirittura 979 i falsi braccianti scovati dagli ispettori della Direzione del Lavoro. Il piano straordinario di vigilanza ha riguardato anche il settore edilizia (tabella 11). Brevemente, ci sarebbe da gioire per lo stato dellagricoltura, se farlo non avesse dellassurdo, perch a quanto parte il settore edile messo ancora peggio: percentuali di irregolarit che sfiorano il 90% dei casi. Con pochissimi stranieri intercettati: un dato assurdo, non reale. Segno che quello dei cantieri un buco nero che necessita di interventi immediati e drastici.

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Tabella 9

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Tabella 10

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Tabella 11

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Un nuovo modello agricolo. Come si detto, il modello mediterraneo dellagricoltura ha come presupposto lesistenza di una categoria di lavoratori senza diritti. Quindi per un cambio di passo nel mondo agricolo necessaria la normalizzazione della questione giuridica dei braccianti africani attualmente inseriti nei nodi del comparto agroalimentare meridionale. chiaro che, col tempo, nuove braccia senza diritti potrebbero nuovamente alimentare la macchina dello sfruttamento, ma una regolarizzazione ampia dei braccianti consentirebbe di aprire una breccia, per mettere mano al sistema agricolo e provare a rifondarlo. Nella piattaforma della mobilitazione del 7 gennaio 2011 che ha visto le comunit migranti di Drosi e Rosarno scendere in piazza con reteRADICI e la Cgil le rivendicazioni dei migranti vengono intrecciate a quelle delle comunit locali. Per ricostruire leconomia agricola della Calabria ma il discorso estendibile al Meridione occorre assicurare diritti e dignit, e dunque piena cittadinanza a quelli che sono gli attori principali del comparto, cio i migranti. Allo stesso modo, lagricoltura calabrese sconta una grave arretratezza: uneconomia di rendita basata sullassistenzialismo, un modello orientato a unindustria che non c, una produzione basata sulla quantit ma ormai non in grado di reggere la concorrenza globalizzata. Ecco che immaginare un nuovo piano agricolo, basato su politiche di riconversione, su marchi di qualit, sussidi alla buona agricoltura ed emersione al lavoro nero diventa una soluzione globale. Quella per il rilancio dellagricoltura una battaglia comune tra i piccoli produttori, i migranti senza diritti, i consumatori senza tutele, i cittadini onesti truffati dalla politica clientelare e dalla ndrangheta. In altri termini, le popolazioni locali e i migranti stanno dalla stessa parte, e unalleanza potrebbe portare finalmente a una svolta. Occorre rimettere la questione agraria al centro dellagenda politica, e lagricoltura al centro delle politiche economiche del Sud. Va valorizzata la funzione sociale e ambientale del settore primario, in una terra a evidente vocazione agricola, troppo spesso costretta da politiche miopi e clientelari a subire prove di industrializzazione forzata, che non hanno prodotto nulla se non la devastazione del territorio. E invece il rilancio dellagricoltura va sostenuto con forza. Ben sapendo per che i finanziamenti a pioggia non sono la soluzione, al contrario creano distorsioni e generano rendite parassitarie. Ecco perch occorre legare i sussidi a politiche di riconversione, per una produzione orientata alla qualit, al rispetto dei contratti e delle norme di sicurezza. Ma una programmazione del genere passa necessariamente dallimpegno politico delle istituzioni, in primo luogo della Regione Calabria, chiamata a costruire un tavolo globale di concertazione su migranti, agricoltura, lavoro e ambiente. La Pac europea. Un ruolo fondamentale assume chiaramente la Politica agricola comune dellUe. importante sottolineare che, forse per la prima volta, il mondo agricolo italiano ha trovato ununanime convergenza sulla necessit di riprogrammare il settore sulla base del criterio della qualit delle produzioni e del rispetto dei contratti di lavoro. In un documento congiunto del febbraio 2011, sindacati e associazioni datoriali italiani rivendicano il mantenimento del budget comunitario destinato alla Pac post 2013, rinnegando le politiche che premiano la rendita fondiaria, e puntando su trasparenza, filiera corta, consorzi tra agricoltori, marchi di qualit, rispetto del lavoro. Si chiedono criteri che assegnino priorit alle imprese capaci di rinnovarsi, per premiare coi sussidi i comportamenti virtuosi. Ecco perch al criterio della superficie
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nellassegnazione dei finanziamenti che ha sostituito il criterio della produzione, per anni utilizzato artatamente per truffe colossali si chiede di sostituire parametri globali che tengano conto del come si fa agricoltura. E anche il lavoro dipendente, si chiede, deve diventare un fattore discriminante nella ripartizione delle risorse: dare di pi a chi d centralit alloccupazione. Lotta al caporalato, emersione del lavoro nero. La proposta di legge avanzata dalla Cgil che mira allintroduzione del reato di caporalato, assimilabile al reato di tratta di esseri umani, pu essere un buon punto di partenza per avviare una riflessione globale sul sistema agricoltura, e non solo. Certo che, accanto alla configurazione del reato, occorrer prevedere delle opportune misure a sostegno dei migranti, che sono irregolari per definizione della fattispecie. Dovranno essere loro, infatti, il soggetto attivo della lotta ai caporali, per cui occorrer garantire strumenti concreti di tutela e di regolarizzazione. Altrimenti, se si lascer a forze dellordine e magistratura il compito di intervenire in un sistema complesso come quello dellagricoltura meridionale, le probabilit di ottenere risultati concreti diminuiranno drasticamente. Lanno uno della Piana di Rosarno saluta anche unimportante novit: prefettura di Reggio Calabria e Regione Calabria, per il tramite della Commissione regionale per lemersione del lavoro non regolare, hanno sottoscritto nel febbraio 2011 un protocollo dintesa propedeutico alla definizione di un patto per lemersione e la valorizzazione del lavoro dei migranti in provincia di Reggio Calabria. Si tratta di uniniziativa che, almeno sulla carta, si preannuncia interessante e ricca di spunti, e arriva in contemporanea al varo in giunta di una nuova legge sul contrasto al lavoro sommerso. Il tutto testimonia, se non altro, che qualcosa si muove sul fronte della programmazione e che, almeno nelle intenzioni, ci sarebbe la volont politica e amministrativa di razionalizzare il sistema. Il patto in questione dovrebbe giungere in dirittura darrivo nel luglio 2011, dopo un ciclo di incontri istituzionali, mettendo insieme organizzazioni datoriali e sindacati, enti locali ed enti di controllo del mondo del lavoro, Prefettura, Regione, associazioni del terzo settore. Uniniziativa interessante, che vede tra i protagonisti anche la reteRADICI presente al tavolo di concertazione in rappresentanza delle comunit migranti di Drosi e Rosarno perch forse per la prima volta si tenta di programmare per tempo gli interventi sulla questione migranti, attraverso un largo confronto e affrontando la tematica a 360 gradi. Non solo lotta al lavoro nero, e quindi controlli e sanzioni, ma anche politiche inclusive e dellaccoglienza, politiche abitative e di sensibilizzazione, investimenti strutturali, sussidi alle imprese e al terzo settore, ma soprattutto ai migranti. Sono stati attivati tre tavoli tematici: il primo vede insieme amministrazioni dellarea e associazioni, chiamati a discutere sugli aspetti sociali della problematica e sugli opportuni interventi, al secondo tavolo enti datoriali e sindacati si confronteranno per studiare i meccanismi di emersione del lavoro nero, al terzo tavolo Prefettura e Regione studieranno le opportune forme di finanziamento, a partire dai fondi Pon Sicurezza e Por/Fse. Unica criticit, lipocrisia di fondo che contraddistingue le politiche sullimmigrazione: a legislazione vigente, gli unici migranti che esistono agli occhi delle istituzioni sono quelli regolari. Per gli altri, per gli invisibili, per i pi vulnerabili, per i pi sfruttati, per quelli costretti a una vita indegna nulla si pu fare, ufficialmente. Almeno fino alla prossima rivolta.

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LINTERVENTO
Per una Calabria multietnica fondata sul lavoro
() Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, a milioni, vestiti di stracci asiatici, e di camicie americane Subito i Calabresi diranno, come da malandrini a malandrini: Ecco i vecchi fratelli, coi figli e il pane e formaggio! ()

Sono i versi di una straordinaria lirica di Pier Paolo Pasolini, oggi del tutto profetici. Parlano di migranti terribili, irosi, quasi nuovi angeli vendicatori, che rompono con limmagine romantica del migrante. Ogni reazione violenta, sempre condannabile, ha delle cause. Come accaduto a Rosarno, appena un anno fa. Al dagli occhi azzurri fu scritto nel 1965, quando le lotte bracciantili e la migrazione erano ancora e solo interne, segno di uno squilibrio economico che aveva nella Calabria un grande giacimento di braccia per lagricoltura e le grandi industrie del Nord. Pasolini sognava che i migranti un giorno potessero raggiungere le sponde dellOccidente, per insegnare a essere liberi, per insegnare come si fratelli. Londa migrante, che allalba degli anni Dieci del Duemila sinfrange con forza sulle nostre coste, scuotendo le nostre coscienze dallindifferenza forse porta con s quel destino, quasi che la fame di libert ed emancipazione dei popoli oppressi dellAfrica e del Medio Oriente possa rappresentare lantidoto allindifferenza e allintolleranza della nostra comunit. A pi di un anno dai fatti di Rosarno lindagine di reteRADICI ha svelato lumanit e il dolore, ma anche la speranza, che la crisi di gennaio 2010 ci ha consegnato: i migranti accompagnati nei loro campi, ripresi nei loro ripari di fortuna, raccontati nelle loro storie di emarginazione, sfruttamento, povert, o integrazione, sono il punto di partenza reale, perch la CGIL insieme a tutte le altre parti sociali rilanci le sue proposte, e stabilisca nuove soluzioni concrete perch il territorio calabrese accolga fino in fondo queste presenze, rispettando le differenze e le fragilit della condizione dei migranti. vero. Prima di tutto serve un tetto, e poi il cibo necessario per ritrovare dignit. Ma ai ragazzi migranti che lavorano le nostre campagne e costruiscono nei nostri cantieri, servono diritti, sicurezza, legalit. Occorrono datori di lavoro responsabili e onesti, per uscire da una logica che vuole il lavoro malpagato, o addirittura pericoloso, e i lavoratori sfruttati, umiliati, soli. C bisogno di una legge contro il caporalato, da punire come reato penale, che colpisca questa logica permanente di sfruttamento diffuso dei pi deboli, verso una nuova strada, quella dellemersione e della legalit. Non solo. Attaccando il monopolio economico di chi decide i prezzi del mercato agrumicolo potremo cambiare realmente i fattori economici che sono alla base dello sfruttamento dei migranti. perci indispensabile rivendicare condizioni di vita degne e garantire un compenso equo, perch su queste direttrici pu ripartire una nuova fase, verso una Questione Mediterranea che interrogandosi sulla vita di chi lavora nei campi di Rosarno o della Sibaritide, primo anello di una produzione a volte primitiva, e altre avanzata e capace anche di offrire prodotti di alta qualit scopra comunque la continua disattenzione verso le necessit e i diritti di chi lavora.
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Lavorare per fondare un sistema che generi economia etica di mercato resta la sfida per tutti, un impegno che non pu prescindere dal rispetto delle norme contrattuali. I migranti sono risorse per il nostro tessuto sociale, sono i nuovi compagni di una lotta allargata per espandere i diritti. Assicurare diritti ai migranti significa allargare la soglia di protezione sociale a tutti quei lavoratori nati in Calabria, che come i loro fratelli senegalesi, romeni, cinesi, sono uniti contro il nemico comune dellindifferenza, nella guerra per la legalit contro il lavoro nero; lavoratori oppressi da uneconomia medievale che non crea qualit e marchi di origine protetta, ma prospera allinterno di un modello di mercato che premia i succhi concentrati, e affossa la frutta biologica; e in fondo la riconversione degli splendidi ulivi centenari, estirpati per guadagnare terreno a coltivazioni pi redditizie, racconta bene le contraddizioni della Calabria, che distrugge con le sue mani pezzi del patrimonio naturale. Conoscere le loro storie, guardare negli occhi i protagonisti principali di questa stortura economica, serve per invertire le diseconomie del mercato. I ragazzi migranti che da tutta lAfrica, dal Medio Oriente e dallEst Europa raggiungono la Calabria sono ancora oggi al centro di traffici e ricatti: si specula su chi privo del permesso di soggiorno o non riesce a rinnovare il permesso di lavoro, o, peggio su chi dovrebbe ottenere asilo per motivi umanitari, e invece trattato come clandestino e indesiderato, anche se in fuga dalla povert, dalla violenza, dalla guerra. Siamo profughi, non clandestini, dicono questi migranti, inascoltati dalle istituzioni, al termine di una fuga che spesso si conclude in un arresto o nel rimpatrio forzato, verso zone di conflitto e un destino rischioso di miseria e morte. LItalia che ha superato il traguardo del secolo e mezzo di vita dimentica il suo passato migrante. Accoglie, rifiuta o ferma secondo convenienza chi arriva dal mare, confondendo rifugiati e clandestini, dimenticando che la manodopera straniera il motore della nostra economia, specie nel Nord leghista, e non certo una minaccia alla nostra gente. Perch tornino il tempo dellintegrazione e del rispetto, linfamia della legge Bossi-Fini che criminalizza i migranti dovr cessare. LItalia multietnica non pu essere solo quella del calcio in Nazionale del ct Cesare Prandelli. LItalia del futuro non pu permettersi pi un solo colore, e un solo modo di vedere le cose, se vuole restare un Paese vivo. I fatti di Rosarno sono stati lesplosione di un disagio sommerso. Dobbiamo evitare che altre Rosarno accadano, che altra violenza si sostituisca allunica strada praticabile delle politiche di distensione, a progetti che costruiscano dignit e autonomia economica per i migranti e migliori condizioni socioeconomiche anche per i cittadini calabresi. La legalit non deve essere pi eccezione nel nostro territorio, ma la base perch le cose cambino davvero. Intervenire nel sistema economico avr senso solo se avremo la speranza che le cose possano davvero essere diverse, cosa che avviene quando tutte le parte sociali combattono dallo stesso lato della barricata. Salvare i migranti significa riscattare Rosarno, la Piana, la Calabria e concludere idealmente e positivamente una lotta che sancisca il diritto di libero soggiorno ai migranti, verso un lavoro concreto e legale, con diritti e doveri riconosciuti come certi, allinterno di una Repubblica fondata sul lavoro e luguaglianza. Claudia Carlino Segreteria regionale CGIL Calabria

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CI SI AMMALA NEI CAMPI i medici in trincea, le criticit, la prevenzione

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PER ANNI TUTTI I TENTATIVI di portare allattenzione generale le condizioni di vita dei lavoratori migranti della Piana di Rosarno sono rimasti inascoltati. Eppure gli operatori del settore - tra cui Medici senza frontiere che dal 2003 ha condotto campagne di assistenza e sensibilizzazione del Sud Italia - hanno denunciato costantemente una situazione drammatica: condizioni igienico-sanitarie al limite della sopravvivenza, ex fabbriche abbandonate trasformate in accampamenti, silos diventati camere multiple, e case, che della casa hanno solo le pareti ed un tetto pericolante, dove vivono 15/25 migranti pagando un affitto mensile di 500/600 euro. Ma soprattutto hanno parlato di migliaia di uomini, che dovrebbero essere definiti ragazzi per la giovane et anagrafica, ma che a 25/30 anni sono gi affetti da patologie gravissime, chiaramente causate dalle condizioni di vita e di lavoro. Lultimo rapporto di Msf risale al 2008, ma i dati che riporta possono essere considerati attuali visto che la situazione rimasta sostanzialmente immutata. Le malattie domestiche. Al momento solo due fattori si sono modificati rispetto al quadro delineato dai rapporti di Msf: il numero dei migranti - che si drasticamente ridotto dopo la rivolta 2010 - e le tipologie di alloggio. Infatti, al di l del caso emblematico di Drosi, un gran numero di lavoratori ha abbandonato i grandi ghetti per spostarsi in abitazioni collocate al centro della cittadina di Rosarno e in casolari di campagna. Chiunque pensasse che si tratti di un salto di qualit rimarrebbe deluso, se non inorridito, osservando le condizioni in cui i migranti vivono in questi alloggi. Si tratta, per la maggior parte di ex garage, di depositi, o di vecchie abitazioni completamente infestate dallumidit che vengono attrezzate dai locatori con materassi adagiati a terra. Ed cos che quello che un tempo era un corridoio diventa una camerata con 8/10 posti letto accostati a pareti marce e scrostate e senza alcuna via di aereazione se non la stessa porta di ingresso che, soprattutto nei freddi mesi invernali, non pu essere tenuta aperta. Per queste dimore di fortuna i migranti pagano un affitto considerevole, che finisce integro nelle tasche dei caritatevoli proprietari. Ancora peggiori ovviamente le condizioni di vita nei casolari di campagna, nei quali manca spesso lacqua corrente e la luce elettrica e dove si continua a cucinare con il fuoco da legna: in questi casi i migranti vivono in un perenne accampamento, esposti alla rigidit del clima invernale, a condizioni igieniche precarie per lassenza di servizi, agli agenti allergenici che aggravano le malattie respiratorie, ai fumi dei fuochi accesi allinterno, estremamente nocivi. In queste condizioni non c da stupirsi se i migranti continuano ad ammalarsi di infezioni alle alte vie respiratorie, di patologie osteo-muscolari, di malattie gastroenteriche e di malattie infettive (patologie tutte rilevate gi nel 2007 da Msf). Il lavoro uccide. Altro discorso andrebbe fatto per le malattie professionali, legate cio al tipo di attivit svolta. Si tratta essenzialmente di intossicazioni croniche o acute per fitofarmaci i braccianti utilizzano fertilizzanti e altri agenti chimici a mani nude e senza la minima precauzione e patologie ergonomiche, dovute a condizioni estreme di lavoro, con posizioni forzate ripetute allo sfinimento e sforzi muscolo-scheletrici. Queste patologie sono peggiorate dalle condizioni di vita e una buona percentuale mantiene lesioni articolari o continua a presentare patologie senza porvi rimedio. Molti migranti sottovalutano i sintomi per paura di perdere delle preziose giornate di lavoro.
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Msf rileva chiaramente che la popolazione migrante si ammala proprio nei campi del Sud. Dal rapporto 2008 Una stagione allinferno: Sebbene arrivino in Italia in buone condizioni di salute, i lavoratori stranieri si ammalano per le durissime condizioni lavorative. Si ammalano perch quando rientrano dai campi non hanno acqua potabile da bere, n luoghi asciutti e salubri in cui stare. Queste malattie, per lo pi curabili con una semplice terapia antibiotica si cronicizzano perch non si ha un medico a cui rivolgersi, n soldi sufficienti per acquistare medicine. Queste sono le persone che sostengono lagricoltura nel Sud Italia. Queste sono le persone sfruttate da un sistema che produce profitti grondanti disperazione e malattia. Si tratta di un dato da non sottovalutare. La strategia dello sfruttamento sta conducendo alla consunzione i lavoratori migranti. E la miopia istituzionale, in questi casi, forse pi responsabile dellottusit e dellegoismo dei datori di lavoro. Medici senza frontiere ha condotto il suo ultimo intervento nella Piana di Rosarno nel dicembre 2009, proprio alla vigilia della rivolta del gennaio 2010. Ma dal 2003 che costantemente denuncia la terribile realt di degrado alle istituzioni competenti, a partire dalla Regione Calabria. Colpisce che, allindomani dei disordini, siano proprio i referenti dellimportante organizzazione internazionale ad evidenziare i collegamenti tra le terribili condizioni di vita e la reazione della popolazione migrante: Quasi nulla cambiato per le migliaia di immigrati stagionali da quando noi abbiamo cominciato nel 2003. Ogni anno i nostri operatori umanitari tornano negli stessi posti e sono testimoni delle stesse terribili condizioni, che cerchiamo di alleviare fornendo assistenza medico-umanitaria. ormai tempo che le autorit italiane provvedano a migliorare le condizioni degli stagionali e ad aumentare il loro accesso allassistenza sanitaria, ma nel rispetto della dignit della persona. () I recenti episodi di violenza e di ostilit sono un sintomo estremo del perenne abbandono in cui versano gli immigrati impiegati come stagionali in Sud Italia. Costituiscono una forza lavoro cruciale nellagricoltura italiana e al contempo sono facili prede dello sfruttamento. (Loris De Filippi, responsabile dei progetti di Msf Italia - gennaio 2010). Il clima di paura. Dallattivit sul campo di Msf e dal monitoraggio condotto da reteRADICI emerge che i fattori che indeboliscono, ed in alcuni casi annullano, lassistenza sanitaria dei migranti irregolari sono: la paura di incappare in controlli, la scarsa informazione sulle procedure per il rilascio delle tessere sanitarie, la scarsa presenza di ambulatori e lassenza di mediazione culturale nei presidi esistenti; la carenza di trasporti e la difficolt a raggiungere gli ambulatori, limpreparazione del personale medico-infermieristico delle strutture pubbliche a cogliere le esigenze dei migranti, la scarsa aderenza alle terapie. Lassistenza sanitaria ai migranti irregolari legata al possesso della tessera STP (introdotta dalla legge Turco Napolitano del 1998), sigla che sta per stranieri temporaneamente residenti. Il codice consente di accedere, come prevede la legge, alle cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti ed essenziali, ancorch continuative per malattia o infortunio, ed rinnovabile ogni sei mesi. Un sistema molto avanzato, che tiene fede al principio universalistico del diritto alla sanit pubblica, e che sulla carta garantisce tutti i cittadini presenti sul territorio, al di l del loro status giuridico-amministrativo. Del resto lacquisizione della tessera semplice (basta recarsi presso un ambulatorio dedicato), anche se la sua diffusione ancora ridotta.
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I motivi della scarsa diffusione sono riconducibili alla mancata informazione ai migranti sulla procedura e sul loro scetticismo a recarsi presso gli ambulatori STP che pure esistono (nella Piana ce ne sono quattro, a Rosarno, Gioia Tauro, Taurianova e Polistena), ma che sono non facilmente raggiungibili per via dellassenza di trasporti pubblici. La reteRADICI ha svolto unattivit dinformazione e di sensibilizzazione al riguardo, riscontrando nei mesi una maggiore diffusione di questo strumento, ma in alcuni casi non bastano le parole a battere la paura. questa infatti il primo nemico. Laccesso alle strutture sanitarie non pu comportare alcun tipo di segnalazione alle pubbliche autorit, ma ugualmente tra i migranti che necessitano di cure mediche regna il terrore. La paura di essere scoperti, denunciati, privati del lavoro, allontanati dai compagni ed abbandonati. Paura che, forse, lo specchio di una sordida consapevolezza: quella di non essere considerati esseri umani a pieno titolo. Resta il fatto che molti migranti non si rivolgono alle strutture pubbliche di assistenza anche in caso di lesioni particolarmente gravi. Dal contatto con le comunit migranti, reteRADICI ha rilevato che molti di loro, feriti gravemente nel corso dei fatti del 2010, si siano curati con quelli che definiscono rimedi naturali. Questa stata la cura per lesioni da colpi di bastone alla testa, tagli agli arti inferiori e superiori: purtroppo, al di l del dato ufficiale, le vittime della violenza in quei giorni sono state molte di pi di quelle curate nei pronto soccorso della zona. Va detto che la diffidenza dei migranti nel rivolgersi alle strutture sanitarie anche e soprattutto figlia del contesto politico e sociale, dovuto alle norme introdotte con il Pacchetto sicurezza e soprattutto alla campagna mediatica sullobbligo di denuncia degli irregolari da parte dei medici. Norme poi bloccate, fortunatamente, ma i migranti non si fidano pi. Secondo il consiglio di presidenza della Societ italiana di medicina delle migrazioni, si registra una riduzione preoccupante degli accessi alle strutture sanitarie da parte degli stranieri, per via del clima di sospetto creatosi. Per tali ragioni, lo stesso consiglio definisce il Pacchetto sicurezza - per come stato previsto, percepito e presentato - di per s un elemento patogeno per gli immigrati e per la collettivit. C da considerare, infatti, che il rischio di nuova diffusione di malattie ormai scomparse in Italia concreto e reale a causa della mancata prevenzione della salute dei migranti. La mediazione mancata. Va rilevato che, nonostante limportante attivit condotta dallassociazione Omnia e dalla rete del Progetto Assi, nella Piana manca ancora un servizio di mediazione culturale strutturata, che consenta ai migranti di spiegare in maniera esauriente i propri disturbi ai sanitari e di comprendere la terapia ed il modo corretto di seguirla. Msf rileva che i medici e il personale infermieristico delle strutture pubbliche manifestano scarsa disponibilit nei confronti del paziente. In particolare, e questo dato emerge anche dallesperienza diretta di reteRADICI, il paziente straniero non viene adeguatamente seguito dal personale sanitario, anche e soprattutto per ragioni legate alle difficolt di comunicazione. Altro elemento riscontrato nella pratica che i migranti costretti ad un ricovero ospedaliero di alcuni giorni spesso si sentono abbandonati a loro stessi, non riuscendo a comprendere quasi nulla degli interventi dei sanitari. Anche in questi casi, dunque, sarebbe necessario un servizio di mediazione culturale che affianchi il paziente nel percorso verso la guarigione. E che lo segua anche nel decorso post-operatorio oltre che nella terapia successiva allintervento ospedaliero o ambulatoriale. La maggior parte dei migranti che si rivolgono agli ambulatori STP o ai presidi ospedalieri, infatti, non seguono correttamente la terapia
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farmacologica. Questo avviene per almeno tre circostanze: scarsa comprensione delle indicazioni mediche che vengono scritte sulle prescrizioni in italiano, ma non spiegate correttamente al paziente. Ne deriva che, seppur in possesso del farmaco, il migrante non riesca a capire come assumerlo o comunque ne tragga spesso scarso beneficio perch dilaziona le dosi e perch non accompagna la cura con adeguata alimentazione. Inoltre non deve sottovalutarsi che alcuni farmaci non sono prescrivibili dal servizio sanitario nazionale (e spesso si tratta delle medicine utili a curare le patologie banali che, se sottovalutate, si cronicizzano e si aggravano) ed il loro acquisto diventa impossibile per i migranti, soprattutto in caso di terapia prolungata. Infine, un fattore da non sottovalutare, la mancanza di stanzialit: il paziente che stato visitato nellambulatorio STP di Rosarno, dopo due giorni potrebbe dover partire per Foggia o per Napoli, per cui il medico, seppur scrupoloso, non pu tenere sotto controllo il decorso della patologia ed impostare lulteriore iter diagnostico. Per questo motivo lassistenza sanitaria ai migranti, come auspica Msf, dovrebbe essere estesa e diffusa in maniera capillare sul territorio. Gli infortuni sul lavoro. Ultimo aspetto che utile sottolineare riguarda gli infortuni sul lavoro. Allo stato attuale non esistono dati attendibili sui danni fisici e psichici subiti dai migranti nel corso della loro attivit lavorativa, perch gli infortuni non sono evidentemente denunciati dai datori trattandosi di lavoro nero, ma vengono addirittura taciuti dagli stessi braccianti che temono di perdere giornate di lavoro. Quello che certo che nelle campagne della Piana non vengono utilizzate le misure di sicurezza necessarie a prevenire lesioni traumatiche o patologie croniche di origine lavorativa. Pensare che gli incidenti non accadano nelle campagne del Sud da ingenui. La prevenzione. Quanto emerge dai report di Msf e dallattivit condotta da reteRADICI dovrebbe servire a far comprendere che la questione sanitaria, seppur costituisca da sempre il terreno elettivo della logica assistenzialistica, debba invece essere affrontata dalle istituzioni con approccio sistematico, mettendo in campo una serie di meccanismi che consentano non solo la cura degli episodi clinici, ma soprattutto la prevenzione dei danni lungolatenti sulla salute dei lavoratori migranti. Tenendo presente che, come si diceva prima, la presenza sul territorio italiano di stranieri non adeguatamente assistiti dal punto di vista sanitario comporter la ricomparsa di malattie ormai debellate. Il tutto per evitare che lart. 32 della Costituzione, allatto pratico, rimanga una norma di carta.

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Quando un corteo salva la vita! Se non ti nascondi rischi lespulsione, ma a forza di nasconderti puoi rischiare di morire. Forse perch lacqua nei bidoni riempiti nella fontana pi vicina non trasparente come sembra; perch il cibo poco, il lavoro tanto, linverno freddo e le latrine in lamiera sistemate fuori dal casolare sono utili solo a far sembrare meno indecenti le condizioni igienico-sanitarie del posto in cui vivi, e dove unambulanza, anche se ce ne fosse un bisogno disperato, non potrebbe mai arrivare. Il fatto di essere sbarcato in Italia con la forza di un leone non conta pi. Tre, quattro stagioni da invisibile nelle campagne della Piana quella forza se la sono risucchiata completamente: quando capita che arrivi, il dolore ormai ti si pianta addosso e non c verso che sparisca da solo. Una mattina di febbraio se ne accorto anche il 23enne Sidibe Manadi. Qualche mese avanti aveva provato ad ignorare le prime zampate, a Napoli. I dolori alladdome, la difficolt ad urinare, le fitte lancinanti alla schiena. Arrivato a Rosarno per la stagione delle arance, se li era per portati tutti dietro, tenendoli a bada tra una giornata di lavoro e una di letto, fino alla mattina in cui, ormai collassato, lo ha raccolto da terra unambulanza del 118 trasportandolo durgenza allospedale di Vibo Valentia. Non era da solo Sidibe. Non era nei campi a raccogliere arance, non era rimasto a casa piegato in due dal dolore: stava partecipando ad una manifestazione per i diritti dei lavoratori, sfilando a Vibo Marina insieme con altri braccianti africani di Rosarno. Quel giorno, insomma, Sidibe non si stava nascondendo. La circostanza, fortuita, gli ha garantito assistenza ed esami clinici presso il nosocomio vibonese e lattivazione di un successivo percorso di visite specialistiche presso lospedale di Polistena. Il dolore alla fine, prodotto da una grave infezione delle vie urinarie, passato grazie agli antibiotici e alle iniezioni. Per ogni eventualit, per, Sidibe circola ormai con la tessera Stp in tasca e conosce a menadito gli indirizzi e gli orari degli ambulatori per i clandestini. Non si sorprende pi se gli spiegano che in Italia puoi non avere diritto al soggiorno ma hai comunque diritto alla salute. Che i camici dei medici non corrispondono alle divise dei carabinieri. Ha imparato che il prezzo di una vita da invisibile pu essere la vita e che non disposto a pagarlo.

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Lultima stag ione di Fakemo Kante. Non morto assiderato provando ad arrivare in Europa nascosto nel carrello di un aereo. Non rimasto impigliato nel deserto libico delle prigioni foraggiate dallEuropa o inghiottito dalle onde del Mediterraneo in una traversata sciagurata. Diversamente dalle migliaia di africani caduti nel tentativo, Fakemo Marcus Kante in Italia c arrivato, con le foto dei figli piccoli in tasca, i colori accesi del Gambia negli occhi e le rimesse da spedire alla famiglia come unico pensiero. Mingherlino, la bocca sdentata e le mani consumate, Fakemo in Italia arrivato per morirci a 37 anni. Di fatica e invisibilit. Il casolare abbandonato che a Rosarno gli ha fatto per un mese da casa occultato da aranceti, in mezzo alla campagna: il sentiero per raggiungerlo, infangato dalle piogge autunnali, si perde nei campi e negli uliveti; per non sbagliarsi basta seguire il filo di fumo che di sera si leva dal braciere acceso sotto un calderone riempito dacqua. Prima, per, lacqua tocca andarla a prendere da una fontana ad un chilometro di distanza. Con il fuoco acceso fuori, le coperte ammassate dentro e i cartoni alle finestre senza vetri si prova a contrastare il freddo che da queste parti scende con una foschia leggera consumando le ossa. Nelle sere di ottobre al casolare ci sono una ventina di africani: il numero oscilla giornalmente tra arrivi e partenze; sotto la tettoia di lamiera nello spiazzo, tra una partita a dama e landirivieni nervoso di Sok, il cane-mascotte, si incrociano dialetti, etnie, stanchezze. Di certo c Fakemo. Come centinaia di altri braccianti arrivato nella Piana di Gioia Tauro seguendo i ritmi delle campagne: da Foggia, dov finito il tempo dei pomodori, a Rosarno, dov cominciata la stagione delle arance. Due, tre mesi di lavoro prima di ripartire verso Napoli, forse, o Ragusa per continuare a mettere in fila un po di giornate dallalba al tramonto, a 25 euro al d. Lultima stagione di Fakemo Marcus Kante comincia come le altre. Allalba in strada a cercare un ingaggio, al lavoro nei campi anche quando piove, quando ucraini e rumeni preferiscono restare a casa e gli italiani ti pagano un paio deuro in pi. Solo che il corpo, debilitato dalla fatica, dalle durissime condizioni di vita e dalla mancanza di cure mediche, non gira pi come dovrebbe. Fakemo ha troppe stagioni sulle spalle e troppo freddo nelle ossa. Ha lavorato negli uliveti anche nei giorni del nubifragio. Si ammalato per questo, raccontano gli amici. Quando a novembre, debolissimo e con la febbre alta, fa per la prima volta il suo ingresso in un ospedale italiano troppo tardi. Il trasferimento da Polistena a Lamezia Terme non lo salva dalle complicazioni di una polmonite bilaterale. Muore il 15 novembre 2010. Era magro da fare spavento, aveva un problema al cuore ed il suo ultimo pensiero, soffiato con un filo di voce ai volontari che lo hanno assistito fino alla fine, stato per i soldi del patrone da mandare a moglie e figli.

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LA FABBRICA DEI CLANDESTINI le contraddizioni della bossi-fini, le direttive ue, proposte normative

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SE LATTUALE Testo Unico dellImmigrazione costituisce lunica risposta normativa che il legislatore italiano sa fornire alla questione migratoria, allora dice bene chi sostiene che la nostra una democrazia al tracollo. E se nei mesi a venire questa normativa dovesse rimanere ancora in piedi, mentre il mondo mediterraneo invoca libert, autodeterminazione, globalizzazione dei diritti di cittadinanza, il futuro non si prospetta costruttivo. Se la si volesse descrivere sinteticamente la c.d. legge Bossi-Fini costituisce un esempio di normativa inefficace, contraddittoria, antidemocratica e incostituzionale, sostanzialmente una irratio legis. Linefficacia. Che sia inefficace (almeno rispetto allintento inaccettabile che ha mosso gli ideatori dei respingimenti in mare e della strategia di negazione dei diritti fondamentali con lobiettivo di scoraggiare larrivo di altri clandestini), lo dimostrano i fatti. Rafforzare le barriere allingresso dei migranti attraverso accordi con regimi dittatoriali, raffinare gli istituti giuridici allo scopo di costringere gli immigrati presenti sul territorio dello Stato in una condizione di perenne irregolarit e di profonda vulnerabilit ha forse comportato un decremento negli arrivi, ma al prezzo di compromessi tanto inaccettabili quanto instabili. Non si creato un sistema democratico, ma si fatta propaganda e ci si legati alla volont di presidenti a vita e colonnelli. Al contrario, la normativa ha generato situazioni di grave sfruttamento e ghettizzazione delle comunit migranti sfociate in alcuni casi, come nei fatti di Rosarno del 2010, in vere e proprie rivolte violente che sono leco di una condizione di totale negazione dei diritti fondamentali dellindividuo. La contraddittoriet. Ed anche una norma contraddittoria perch riconosce allo straniero comunque presente sul territorio italiano i diritti fondamentali delle persona umana, ma allo stesso tempo d vita ad un sistema che, attraverso strumenti quali il respingimento alla frontiera e lespulsione amministrativa immediatamente esecutiva, priva il destinatario dei provvedimenti di concrete possibilit di difesa. Chiaro esempio dipocrisia normativa. Ipocrisia che assume i toni del paradosso di fronte a norme che dovrebbero avere contenuto umanitario, come lart. 18 del Testo unico. Infatti, quella che regola il permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale una norma debole, costretta a rimanere sostanzialmente inapplicata di fronte a casi di estrema gravit, per i quali, tuttavia, risulta arduo dimostrare, come richiede la norma, la sussistenza della struttura criminale organizzata che si avvalga dello sfruttamento e della violenza sugli immigrati allo scopo di perseguire i propri fini criminosi. Per i fatti di Rosarno del 2010 accaduto proprio questo: nonostante laccertato controllo sistematico del territorio da parte della ndrangheta, non stato possibile dimostrare lesistenza di unorganizzazione criminale che si avvalesse sistematicamente delle condizioni di assoggettamento in cui versano i migranti, per realizzare i propri piani criminali. Del resto, in mancanza di adeguati elementi investigativi, leventuale denuncia da parte dello straniero non sarebbe stata considerata rilevante per lefficace contrasto dellorganizzazione criminale ovvero per la individuazione o cattura dei responsabili dei delitti, esponendolo oltretutto alle vendette e alle violenze criminali provenienti dal territorio. Il profondo distacco tra la norma e la realt emerge anche quando il legislatore (volontariamente?) dimentica che tra i casi di divieto di espulsione e di respingimento dovrebbero figurare a pieno titolo quelli legati allo status di sostanziale inespellibilit del migrante, causato dalla condizione di vulnerabilit ambientale e personale, che passa attraverso
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le precarie condizioni di vita, lindigenza, lassoluta mancanza di documenti validi per lespatrio, lassenza di prospettive di sopravvivenza nel paese dorigine. Di questi tempi, poi, dovrebbe far riflettere la circostanza che lart. 20 del Testo unico preveda che, con decreto governativo, possa essere attivata la c.d. protezione temporanea, in caso di rilevanti esigenze umanitarie legate a conflitti, disastri naturali ed altri eventi rilevanti. Si tratta di una previsione troppo spesso confinata alloblio da parte del governo italiano, che ne fa uso solo quando messo alle strette dallattenzione mediatica mondiale. Ultimo caso quello recentissimo relativo alla crisi mediterranea e allarrivo di alcune decine di migliaia di tunisini sulle nostre coste. Lantidemocraticit. Che il Testo unico sia una norma profondamente antidemocratica lo si vede soprattutto nelle norme penali. Iniziamo dallart. 10bis. Introdotta con la legge n. 94 del 2009 (c.d. Pacchetto sicurezza), questa norma che incrimina la condotta di chi faccia ingresso nel territorio dello Stato e vi si trattenga illegalmente, ha generato una vera e propria trappola per stranieri. Il migrante, fermato per un controllo di routine e risultato privo di permesso di soggiorno, viene condotto a giudizio immediato dinanzi al giudice di pace, che generalmente trasforma la pena pecuniaria (irrisoria) in espulsione coatta, che, a differenza di quella prevista dallart. 13 del Testo unico, non necessita del nulla osta dellautorit giudiziaria. Di fatto, il migrante che potrebbe essere sprovvisto di permesso di soggiorno per difficolt burocratiche o per mancata comprensione della disciplina, nellarco di due settimane pu essere espulso senza alcuna effettiva possibilit di difendersi. Il dato su cui riflettere che, a differenza di quanto avvenuto per lart. 14, comma 5ter, la Corte costituzionale intervenuta con una serie di ordinanze15 ha salvato ripetutamente la norma, aderendo, probabilmente, pi al clima politico dominante (tolleranza zero e misure securitarie) che a ragioni di carattere giuridico. Si tratta di una prova evidente del fatto che la difesa dei valori democratici non possa essere affidata esclusivamente alla Consulta, ma debba passare anche e soprattutto dalle istituzioni parlamentari. Il diritto allinformazione. Al di l del dettato normativo, lassistenza legale ai migranti, costringe ad osservare continue violazioni dei diritti fondamentali degli stranieri, ai quali viene sostanzialmente negato il diritto di difesa ed il diritto ad essere informati. Partiamo dal secondo punto. Nonostante oggi in Italia sia indiscusso il principio per cui una legge possa essere rispettata solo se chiara e conoscibile da parte degli individui, il Testo unico impone al migrante di osservare una normativa complessa e confusa. Si pensi, ad esempio, alla disciplina della richiesta e del rinnovo del permesso di soggiorno, a quella prevista dalle leggi sullemersione del lavoro irregolare, alla normativa sui c.d. Decreti flussi, ma anche al contenuto tecnico dei provvedimenti emessi a carico degli stranieri. Si tratta spesso di procedure complesse, alle quali gli stranieri dovrebbero essere correttamente avviati ed assistiti, anche allo scopo di evitare che siano vittime di truffe da parte di cittadini senza scrupoli.

Nellarco di due anni la Corte costituzionale e! stata ripetutamente sollecitata dai giudici a quo emettendo le seguenti ordinanze di inammissibilita! delle questioni poste: ord.n. 252 dell8 luglio 2010, ord.n.253 dell8 luglio 2010, ord.n.320 dell11 novembre 2010, ord.n.321 dell11 novembre 2010, ord. 329 dell11 novembre 2010.
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accaduto che molti migranti siano stati truffati da falsi datori di lavoro nellambito della c.d. sanatoria colf e badanti16, attraverso la richiesta di ingenti somme di denaro prospettate come costo necessario per loperazione. Il risultato, nella maggior parte dei casi, che i migranti si sono trovati privati di somme ammontanti a 2.500/3.000 euro senza avere alcuna possibilit di regolarizzazione, dato che il presunto datore di lavoro era sostanzialmente privo dei requisiti previsti dalla legge. A ci si aggiunga che di fatto improbabile far emergere lesistenza di unorganizzazione finalizzata alla truffa e far ottenere alle vittime del reato un permesso di soggiorno ex art. 18 Testo unico. Per cui il migrante truffato non ha avuto alcuna possibilit di essere tutelato dallo Stato, rischiando addirittura, nel caso in cui avesse denunciato, un eventuale procedimento dufficio per correit nel reato. In casi simili emerge chiaramente come nelle pieghe della stessa normativa possano nascondersi strumenti di assoggettamento e speculazione a scapito dei migranti da parte di cittadini senza scrupoli che lucrano sullignoranza normativa, sulle differenze culturali, sulla mancata informazione da parte degli uffici competenti. E si tratta di elementi che uno stato democratico non dovrebbe sottovalutare. Altro punto dolente riguarda la disciplina per il rilascio ed il rinnovo dei permessi di soggiorno. Concretamente i migranti sono costretti ad estenuanti file presso i locali uffici di polizia e, nella generalit dei casi, non ricevono adeguata informazione su modalit e tempistica (rischiando inoltre di cadere nelle maglie della giustizia nel caso in cui non rinnovino correttamente i documenti). Fra i vari casi figurano anche i drammi di coloro che avevano ottenuto il permesso sulla base di regolare contratto di lavoro (generalmente nelle fabbriche del Nord Italia) e che, a seguito del licenziamento senza applicazione di ammortizzatori sociali, si trovano improvvisamente privi dei requisiti. La disciplina del permesso di soggiorno ruota rigidamente intorno alla sussistenza di un rapporto di lavoro. In tempo di crisi economica, una simile impostazione dimostra tutti i suoi limiti. Il Testo unico concede una sola chance: a seguito del licenziamento o delle dimissioni, il lavoratore extracomunitario pu chiedere (se messo a conoscenza di questa opportunit e nella pratica di solito non avviene) di essere iscritto nelle liste di collocamento presso gli Uffici per limpiego, per il periodo di residua validit del permesso di soggiorno e comunque, salvo che si tratti di permesso di soggiorno per lavoro stagionale, per un periodo non inferiore a sei mesi. Decorso questo termine di grazia (che non automatico, ma legato alla richiesta di iscrizione), in assenza di unaltra opportunit lavorativa, il cittadino extracomunitario perde del tutto i requisiti per il rinnovo e si vedr rigettare uneventuale istanza. A questo punto il lavoratore migrante acquisisce lo status di irregolare ed obbligato ad abbandonare il Paese. In rarissimi casi il giudice amministrativo (Tar Campania sent. 16994 del 27 luglio 2010) ha annullato il rigetto della richiesta di rinnovo richiamando il diritto del migrante ad essere iscritto nelle liste di collocamento prima di vedersi negare il rinnovo. Ma, di fatto, si tratta di una lotta contro il tempo. E cos la manodopera straniera, indispensabile per lindustria italiana, nei momenti di crisi viene abbandonata ad un destino di forzata precariet. Altro fattore di incoerenza dellordinamento rappresentato dallassurda disciplina dei c.d. Decreti flussi, che prevede di anno in anno quote di ingresso per lavoratori stranieri, che, al momento dellemissione del decreto, devono trovarsi al di fuori del territorio italiano.
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Legge n. 102 del 2009. 121

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una norma ottusa perch dimentica che un gran numero di individui, con competenze analoghe a quelle richieste dal decreto, sono gi presenti sul territorio nazionale e potrebbero trovare dignit in un contratto di lavoro regolare piuttosto che dedicarsi a lavori usuranti e malamente retribuiti pur di sopravvivere. Ma anche aberrante perch delinea uno scenario nel quale limmigrato non valorizzato nella sua individualit, ma come forza lavoro necessaria e strumentale allarricchimento del Paese. Ed lo specchio del circolo vizioso che esiste tra titolarit del permesso di soggiorno e regolarizzazione lavorativa. Fino a quando lassenza del primo elemento impedir lattuazione del secondo ci si trover continuamente di fronte a situazioni personali irrisolvibili e ad uomini prigionieri del proprio coraggio di riscattarsi. Per non parlare della ridicola disciplina del c.d. permesso di soggiorno per motivi di giustizia, che viene rilasciato su richiesta dellautorit giudiziaria quando la presenza dello straniero sul territorio nazionale sia necessaria in relazione a procedimenti penali per gravi reati, ma che non pu essere autonomamente richiesto da chi sia vittima del reato o indagato in procedimenti diversi da quelli elencanti dalla norma. Chi rimane fuori potrebbe essere pacificamente espulso, salvo poi poter richiedere lautorizzazione a rientrare in Italia per il processo. Viene da chiedersi: ma perch non estendere la disciplina del permesso per motivi di giustizia a tutti i casi in cui lo straniero debba prendere parte (in qualsiasi veste) ad un procedimento penale evitando un logorante (e dispendioso) andirivieni dal paese dorigine? chiaro che nella maggior parte dei casi il migrante rinuncer a tutelare i propri diritti Il diritto alla difesa. In Italia, paese dellimpunit generalizzata e dellindiscussa presunzione di non colpevolezza, ai migranti negato sistematicamente il diritto di difesa17, attraverso: - la mancata traduzione degli atti che si trasforma in mancata informazione sul contenuto degli stessi; - levidente carenza di difesa tecnica; - il sostanziale annullamento della possibilit di contestare i provvedimenti con cui il giudice rigetta le richieste del ricorrente. Procedendo per ordine attraverso esempi pratici. I migranti c.d. irregolari nella maggior parte dei casi (almeno fino al dicembre 2010 - mese di entrata in vigore della c.d. Direttiva rimpatri di cui si tratter nel paragrafo successivo) sono stati destinatari di decreti di espulsione del prefetto e dei conseguenti ordini di allontanamento da parte del questore. La normativa18, tra le altre cose, prevede che i provvedimenti in questione debbano contenere lindicazione chiara dei mezzi di impugnazione e debbano essere tradotti in una lingua conosciuta al destinatario o in subordine in inglese, francese e spagnolo. Il migrante che non comprenda correttamente il contenuto del provvedimento (cio lordine perentorio di lasciare il territorio italiano entro 5 giorni a proprie spese) pu essere accusato del reato di cui allart. 14, comma 5ter. Concretamente deriva che gli stranieri, risultati irregolari ad un controllo di polizia, vengano accompagnati negli uffici competenti, trattenuti per qualche ora, e rilasciati dopo la notifica del suddetto provvedimento di espulsione.

17 Riconosciuto dalla Corte Cost. con sentenza n. 194 del 1992 come diritto inviolabile dell essere umano in quanto tale. 18 Art. 2, comma 6 ed art. 13, comma 7 del T.U. immigr.

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Nel distretto di Reggio Calabria, ad esempio, il provvedimento notificato in lingua italiana ed accompagnato da una sintetica traduzione nelle tre lingue convenzionali. Generalmente gli ufficiali notificanti non solo non attestano leffettiva impossibilit di reperire linterprete (cui lo straniero avrebbe diritto), ma non accertano in alcun modo leffettiva comprensione del contenuto da parte del migrante. Si tratta di provvedimenti che hanno contenuto altamente tecnico, redatti con linguaggio burocratico che risulterebbe di difficile comprensione anche per i destinatari di madrelingua italiana ed a maggior ragione per individui provenienti (per la stragrande maggioranza nella Piana di Rosarno) da paesi dellAfrica subsahariana e che comprendono correttamente solo lingue quali il Wolof o il Bambar. Quando, ad un controllo successivo, al migrante venga anche contestato il reato di cui allart. 14, comma 5ter, dal provvedimento amministrativo si passa alla materia penale. Generalmente, almeno nel territorio di Reggio Calabria, gli ufficiali di pubblica sicurezza redigono un verbale di identificazione e di contestazione del reato esclusivamente in lingua italiana. Al migrante viene posta la domanda di rito per lindicazione di un legale di fiducia ed eventualmente, questo accade nel 95% dei casi, si procede alla nomina di difensore dufficio. Il migrante, dunque, chiamato a sottoscrivere un verbale che non comprende: quel che risulta chiaro che si tratta di un atto di una certa gravit, solo perch davanti a lui ci sono dei funzionari di polizia che gli dicono di parlare con un avvocato. Ma la nomina dellavvocato non basta per essere difesi. I legali nominati dufficio, spesso contattati a verbale gi redatto, non hanno contezza di chi sia lassistito, di quale sia la sua storia personale utile per la difesa, delle modalit necessarie per rintracciarlo a fini difensivi. Molti avvocati, del resto, in assenza di chiamata da parte del migrante (il quale difficilmente comprende che in quel papier che gli hanno consegnato sia scritto anche il numero di telefono del legale), scoraggiati anche dalla difficolt di attivare il gratuito patrocinio, rinunciano a difendere, assentandosi perfino dalle udienze. Non si tratta solo di scarsa deontologia professionale, che esiste, ma si parla di un sistema che non funziona perch malamente strutturato sin dal dettato normativo. Ed la sconfitta di una democrazia che non comprende come alla condizione dei migranti (anche nel loro rapportarsi alle autorit dello Stato) dovrebbero essere riservate tutele ben pi ampie di quelle garantite ai cittadini italiani, per i quali vige indiscussa la presunzione di non colpevolezza. Per i migranti, invece, accade il contrario. Basta una sfortunata coincidenza della loro vita in Italia per trasformarli automaticamente da lavoratori stranieri in pericolosi irregolari che devono essere indotti a lasciare il territorio nazionale a qualsiasi costo con procedure celeri e mortificanti, incriminati di condotte di reato evanescenti. in un sistema volutamente schizofrenico che si nasconde il germe dellarbitrio. Inoltre, la legge prevede che la quasi totalit dei procedimenti (espulsivi o penali) relativi ai migranti siano decisi dai giudici di pace, che rimangono pur sempre giudici onorari. vero che poter contestare un decreto di espulsione davanti al giudice di pace abbatte le spese giudiziarie (perch non si deve pagare il c.d. contributo unificato), ma impedisce, di fatto, di contestare uneventuale sentenza sfavorevole. Se il giudice, infatti, dovesse confermare lespulsione, il migrante potrebbe solo ricorrere in Cassazione e difficilmente avr le possibilit economiche di affidarsi ad un avvocato cassazionista disponibile ad occuparsi di battaglie onerose e poco redditizie. Dalla pratica giudiziaria, del resto, emerge che la maggior parte dei giudici a livello nazionale, per scelte di politica giudiziaria o per, presumibile, insensibilit alla questione migranti, tendono ad emettere decisioni negative per tutti i decreti di espulsione
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impugnati, sorvolando sugli specifici vizi formali e sostanziali del singolo provvedimento. Non bisogna dimenticare, del resto, che (come rilevato implicitamente dalla Corte Cost. nella nota sentenza 359 del 2010) i provvedimenti di espulsione sono figli dellincapacit dello Stato di procedere allaccompagnamento alla frontiera del migrante, dovuta allassenza di accordi bilaterali col paese di provenienza o alla difficolt di approntare mezzi di trasporto o di reperire un vettore aereo disponibile. Ma a questa difficolt dellautorit statale fa eco la sostanziale impossibilit del migrante ad abbandonare il territorio nazionale, a causa dellassenza delle risorse economiche necessarie allacquisto del biglietto aereo e/o allindisponibilit di documenti validi per lespatrio19. In conclusione: lo Stato italiano pretende dal migrante una condotta che esso stesso non in grado di porre in essere. Ed a questa pretesa affianca, come gi sottolineato, un procedimento di trasformazione del lavoratore migrante in imputato, colpevole di avere leso, con la propria mancata osservanza, la potest statale. Uno scenario inaccettabile. Ulteriore contraddizione contenuta nella stessa previsione normativa che dispone limmediata esecutivit del provvedimento espulsivo anche in caso di ricorso: ne deriva che, paradossalmente, se il migrante avesse adempiuto tempestivamente allobbligo impostogli e, in data successiva, ricevesse esito positivo al giudizio, questi rimarrebbe prigioniero della propria diligenza non potendo, in alcun modo, fare rientro nel territorio dello Stato. Lordinamento italiano attraverso listituto del patrocinio a spese dello Stato garantisce che anche agli individui indigenti possa essere assicurata idonea difesa tecnica in ambito processuale. Relativamente alle norme applicabili agli stranieri, il D.P.R. n. 115 del 2002, che regola la materia, distingue tra i giudizi penali, per i quali riconosciuto formalmente il gratuito patrocinio anche agli irregolari, e gli altri procedimenti (amministrativi, civili e contabili), dove il diritto allassistenza gratuita riservato agli immigrati regolari. Unica eccezione prevista dallo stesso Testo unico dellimmigrazione che prevede espressamente (art.13, comma 8) che per limpugnazione del decreto di espulsione dinanzi al Giudice di Pace lo straniero possa essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato. Tuttavia, la pratica forense insegna che il procedimento per il riconoscimento del c.d. gratuito patrocinio costituisce, di fatto, una scommessa per il migrante (e per il suo difensore), dato che ogni ufficio del Giudice di Pace, ogni Tribunale ed ogni corrispondente Ordine degli avvocati, hanno elaborato delle prassi che finiscono per limitare i diritti dei migranti alla difesa20. Ad esempio, in alcuni circondari viene richiesto al legale di produrre preventivamente la corrispondenza con lautorit consolare attestante lassenza di redditi dellinteressato nel paese di provenienza o limpossibilit di operare tale accertamento. In altri uffici viene posto lostacolo della dichiarazione di domicilio che, nel caso di lavoratori migranti stagionali che si spostano lungo tutto il territorio alla ricerca di lavoro, non pu essere facilmente prodotta senza incorrere in falsit delle dichiarazioni rese.
I fatti dimostrano che la quasi totalit delle ambasciate dei paesi dellAfrica subsahariana in Italia pone delle difficolt burocratiche ai propri cittadini in occasione della richiesta di rinnovo del passaporto o di altro documento di riconoscimento valido per lespatrio. 20 Va rilevato, tuttavia, che la Corte Costituzionale con ordinanza n. 144 del 2004 ha sancito la possibilit per lo straniero irregolare di sostituire il codice fiscale (che non viene rilasciato ai soggetti privi di permesso di soggiorno) con i dati anagrafici ed il domicilio estero.
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Il migrante non ammesso al gratuito patrocinio sostanzialmente privato della professionalit di un legale competente in materia, in grado di incidere positivamente sullesito del procedimento giudiziario. Gli interventi della Consulta e le direttive Ue. Novit importanti vengono dalla Consulta, che di fatto ha abolito il reato di clandestinit. La sentenza 359/2010 della Corte Costituzionale stata salutata come una novit epocale perch modifica (riducendola) lapplicabilit dellart. 14, comma 5ter, del Testo unico, consentendo di fatto di ottenere lassoluzione per tutti gli immigrati che non abbiano potuto abbandonare il territorio nazionale perch privi dei mezzi economici per farlo.21 Anche questa volta la Consulta interviene a sanare i limiti di una normativa ottusa, ricordandoci il dovere imprescindibile di osservare lart. 3 della Costituzione. La normativa comunitaria: la c.d. Direttiva rimpatri. Anche lUnione Europea interviene sulla questione migranti. E lo fa nella naturale ottica generalista motivata dallesigenza di dettare una disciplina uniforme per tutti gli stati membri in materia di rimpatri. La direttiva 2008/115/CE22 del 16 dicembre 2008 - entrata automaticamente in vigore nellordinamento italiano il 24 dicembre 2010 (anche se non ancora convertita) perch considerata self-executing - prevede che gli Stati membri, nell uniformare la disciplina dei rimpatri dei c.d. immigrati irregolari su tutto il territorio comunitario, debbano: - tenere conto della necessit di operare, in caso di rimpatrio, una distinzione caso per caso, in base a criteri obiettivi e non della mera permanenza irregolare; - dare prevalenza al c.d. rimpatrio volontario (concedendo al migrante un termine tra 7 e 30 gg per lasciare il territorio) e considerare solo in subordine il caso di rimpatrio forzato; - assicurare garanzie giuridiche minime comuni e diritto allassistenza legale; - tenere in dovuta considerazione la situazione dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno irregolare ma che non ancora possibile allontanare, fornendo altres a questi soggetti una conferma scritta della loro situazione; - limitare il trattenimento nei centri ai casi in cui vada organizzato l'allontanamento; - fare rientrare nel concetto di persone vulnerabili: i minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in gravidanza, le famiglie monoparentali con figli minori e le persone che hanno subto torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale;
La Consulta ha cos concluso: Il rimedio ordinario previsto dalla legge per la presenza illegale nel territorio dello Stato del destinatario di un provvedimento di espulsione occorre ricordarlo lesecuzione coattiva del provvedimento stesso. In assenza di tale misura amministrativa, laffidamento dellesecuzione allo stesso soggetto destinatario del provvedimento incontra i limiti e le difficolt dovuti alle possibilit pratiche dei singoli soggetti, che il comma 5-ter dellart. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998 ha preso in considerazione, in un ragionevole bilanciamento tra linteresse pubblico allosservanza dei provvedimenti dellautorit, in tema di controllo dellimmigrazione illegale, e linsopprimibile tutela della persona umana. Tale tutela non pu essere esclusa o attenuata in situazioni identiche, ancorch successive, senza incorrere nella violazione dellart. 3, primo comma, Cost.. 22 Pubblicata in GUCE del 24.12.2008- sezione L348.
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- disciplinare i casi in cui sia opportuno rilasciare per motivi caritatevoli, umanitari o di altra natura un permesso di soggiorno autonomo o unaltra autorizzazione che conferisca il diritto di soggiornare a un cittadino di un paese terzo il cui soggiorno nel loro territorio irregolare, escludendo, di conseguenza, ogni decisione sul rimpatrio; - astenersi dal rimpatriare cittadini di paesi terzi che abbiano iniziato la pratica per il rinnovo del permesso di soggiorno o di altra autorizzazione; - tenere nella dovuta considerazione le esigenze linguistiche provvedendo alla traduzione scritta ed orale dei provvedimenti nella lingua parlata dal destinatario o alla predisposizione di modelli in almeno cinque delle lingue pi frequentemente utilizzate o comprese dagli immigrati che entrano in modo irregolare nel loro territorio. Si badi bene, non si tratta di una rivoluzione. Tuttavia la carica innovativa della legislazione comunitaria dimostrata indirettamente dalla scelta dellattuale governo italiano, e della corrispondente maggioranza parlamentare, di rimandarne lattuazione. Tuttavia le autorit italiane non sono rimaste a guardare. Consapevole della sopravvenuta illegittimit dei provvedimenti di espulsione emanati dagli uffici territoriali da quel momento in poi, il capo del dipartimento pubblica sicurezza, il prefetto Antonio Manganelli, corre ai ripari. E il 17 dicembre 2010 invia agli uffici centrali e periferici una circolare23, nella quale paventa a tutti gli operatori i rischi connessi allentrata in vigore della direttiva ed invita a motivare attentamente i provvedimenti espulsivi affinch siano idonei a neutralizzare gli effetti del ricorso ed esorta a che le motivazioni siano articolate, in modo che emerga con chiarezza la conformit dellazione di rimpatrio rispetto ai contenuti della normativa comunitaria. Infine, dopo avere dettato una serie di nuove indicazioni operative, invita gli operatori a tenere conto del criterio della intensit graduale e crescente nelladozione dei provvedimenti di rimpatrio. Al di l della presa di coscienza del problema, la lettura della circolare fa trapelare, pi che uneffettiva attenzione alle questioni umanitarie e giuridiche sottese alla disciplina dei rimpatri, la preoccupazione formalistica degli uffici, terrorizzati dallidea che il proprio lavoro possa essere vanificato in sede di ricorso. Sostanzialmente sembra che queste indicazioni ministeriali abbiano, per ora, posto in stand-by lattivit di molti uffici. La situazione in continua evoluzione. Quello che non si pu rinunciare ad ottenere porre il governo italiano nelle condizioni di attuare la direttiva, valorizzandone il contenuto in senso democratico. Le scelte future: la c.d. Direttiva sul lavoro nero. Quando si parla della condizione giuridica dei migranti non si pu dimenticare che la negazione o la tutela dei diritti elementari passano obbligatoriamente dalle condizioni di lavoro. Un tema che oggetto della Direttiva 2009/52/CE24, la cosiddetta Direttiva sul lavoro nero. Si tratta di una disposizione non autoapplicativa, per cui prima o poi il legislatore italiano dovr assumersi la responsabilit di darvi attuazione. La questione sta appunto nel come questo avverr. Nella direttiva, infatti, vi sono una serie di spunti molto interessanti per abbattere o limitare una delle principali condizioni di vulnerabilit dei migranti. Il lavoro irregolare. Ma per altro verso, la
Ministero dell'interno Dipartimento della Pubblica Sicurezza del 17/12/2010 Prot. 400/B/2010 con il seguente: Cittadini stranieri in posizione di soggiorno irregolare. 24 Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, pubblicata in G.U.C.E. del 30.06.2009 sezione L 168. Il cui termine ultimo di recepimento e! previsto per il 20 luglio 2011.
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direttiva potrebbe rappresentare unarma a doppio taglio impedendo a tutti i migranti non regolarmente soggiornanti di lavorare per vivere (o sopravvivere). La direttiva si incentra sulla necessit che i paesi membri si dotino di sanzioni fortemente deterrenti a carico di tutti i datori di lavoro (persone fisiche o giuridiche) che assumano lavoratori irregolari e di meccanismi di tutela del diritto alle retribuzioni dovute, indipendentemente o meno dalla permanenza sul territorio dello Stato. Il sistema sanzionatorio dovr essere finalizzato, tuttavia, a realizzare un un divieto generale di assunzione dei cittadini di paesi terzi non autorizzati a soggiornare nellUnione europea. Primo campanello dallarme: una tale affermazione di principio, se applicata in maniera avulsa da quello che lo spirito generale della norma (cio la tutela dei lavoratori migranti) possa generare ulteriori contraddizioni e derive autoritarie. Il legislatore comunitario, del resto, prevede che la normativa nazionale predisponga meccanismi efficaci che permettano ai cittadini di paesi terzi di presentare denuncia, sia direttamente sia tramite terzi come i sindacati o altre associazioni 25. Ma la parte pi interessante quella contenuta nel Considerando n. 27, che afferma: In aggiunta ai meccanismi di denuncia, opportuno che gli Stati membri possano rilasciare permessi di soggiorno di durata limitata, commisurata a quella dei relativi procedimenti nazionali, ai cittadini di paesi terzi che sono stati oggetto di c ondiz ioni lavorativ e di particolar e sfruttamento o sono stati minori assunti illegalmente e che cooperano nei procedimenti penali nei confronti dei datori di lavoro. Tali permessi dovrebbero essere concessi con modalit comparabili a quelle applicabili ai cittadini di paesi terzi rientranti nellambito di applicazione della direttiva 2004/81/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani o coinvolti in unazione di favoreggiamento dellimmigrazione illegale che cooperino con le autorit competenti. In questo caso si di fronte ad una buona opportunit, rispetto alla quale il legislatore dovrebbe essere opportunamente sollecitato ad intervenire. Molto interessante la definizione delle condizioni lavorative di particolare sfruttamento che si sostanziano nelle condizioni lavorative, incluse quelle risultanti da discriminazione di genere e di altro tipo, in cui vi una palese sproporzione rispetto alle condizioni di impiego dei lavoratori assunti legalmente, che incide, ad esempio, sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori ed contraria alla dignit umana. Anche in questo caso la normativa comunitaria potrebbe essere utile a far emergere condizioni lavorative ambientali e personali di particolare gravit, fornendo adeguata tutela a chi, per ora, fa ruotare la sua vita e le sue aspettative future intorno al lavoro. In conclusione la normativa comunitaria, a differenza di quella nazionale, continua ad affrontare la questione migranti con unottica di tendenziale apertura e con una certa attenzione alle situazioni individuali. Tuttavia, non bisogna dimenticare, nellavanzare proposte concrete, che anche il legislatore comunitario conduce una battaglia sui principi giocando abilmente sul dogma della sovranit nazionale (o comunitaria che dir si voglia). Quello che viene automatico chiedersi se si tratti di concetti ancora attuali. Costruendo il futuro: alcune proposte concrete. Il passaggio imprescindibile la presa datto che lattuale normativa italiana in materia di immigrazione carente, antidemocratica e subdolamente incostituzionale. Non sono presunzioni di principio che muovono queste osservazioni, ma lanalisi concreta compiuta sulla base dei parametri normativi e giuridico-applicativi.
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Il legislatore italiano del futuro, dunque, dovrebbe impegnarsi responsabilmente nella totale riscrittura del dato normativo, ponendo attenzione alle condizioni ambientali, ai fattori economici e produttivi dellattuale (dis)economia italiana, ad una corretta valorizzazione degli interessi convergenti (si pensi a quelli dei lavoratori stranieri specializzati e dei piccoli produttori agricoli), alle diversificate realt territoriali, ma tenendo al centro del proprio ragionamento normativo la dignit umana ed il dovere di proteggerla ad ogni costo. Se non si lavorer in questa direzione, le questioni rimarranno sempre aperte e le emergenze non mancheranno mai. Ma soprattutto necessario rivedere strutturalmente tutta la disciplina del permesso di soggiorno tralasciando definitivamente la prospettiva statalista di stampo ottocentesco e dando voce alle nuove dimensioni dellattuale societ mondiale che pi che concentrarsi sulleconomia globalizzata, dovrebbe cominciare a fare i conti con la globalizzazione dei diritti. Si tratta di un passaggio non solo storicamente, ma anche giuridicamente necessario, basato, lo si ribadisce, non su affermazioni di principio ma sullanalisi concreta dei dati di fatto. In conclusione, in alcuni casi basterebbero piccoli sforzi da parte dello Stato per tutelare i diritti e la dignit dei migranti: Per limitare le continue violazioni dellart. 24 Cost. (oltre che di innumerevoli disposizioni internazionali)26 potrebbero essere istituiti presso i consigli dellordine degli avvocati dei tribunali caratterizzati da pi intensa presenza di migranti, elenchi speciali (ad esempio sotto forma di sub elenco allinterno delle liste degli avvocati dufficio) di legali adeguatamente formati, che garantiscano la propria disponibilit ad assistere i migranti nei procedimenti che li riguardano. Dovrebbe contestualmente essere valorizzato il ruolo dellavvocato, che non dovrebbe essere contattato dagli uffici solo nel momento in cui i provvedimenti siano stati gi emanati, ma dovr essere messo nelle condizioni di consigliare ed accompagnare lassistito in ogni fase del procedimento. La presenza del legale, o anche di altre figure analoghe, dovr, inoltre, essere resa obbligatoria (e non meramente facoltativa) nel corso della audizioni che si svolgono dinanzi alle Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato. Si tratta di organismi dinanzi ai quali la quasi totalit dei migranti italiani chiedono che venga riconosciuta la loro situazione di vulnerabilit. Ma troppo spesso si tratta di uffici sovraccaricati di lavoro che sottovalutano la rilevanza di determinati elementi personali ed ambientali: la presenza accanto allaspirante rifugiato di una figura professionale che lo aiuti a fare emergere gli elementi rilevanti ai fini del riconoscimento dello status, potrebbe dare un senso effettivo ad una normativa che parzialmente inapplicata e che necessita urgentemente di essere attualizzata.
Il diritto alla difesa e alla difesa gratuita e! sancito a livello internazionale dallart. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle liberta! fondamentali e dallart 14, comma 3, lettera d) del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici.
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Sarebbe necessario, inoltre, un rafforzamento della normativa in materia di patrocinio a spese dello Stato, anche attraverso lintroduzione di buone pratiche allinterno degli uffici, in modo tale da garantire che la prestazione resa dal professionista possa essere adeguatamente retribuita. Da ultimo, non va sottovalutata la necessit di creare un collegamento con le comunit migranti anche attraverso figure di animatori sociali che si interfaccino, alloccorrenza, anche con gli uffici competenti, per garantire il massimo livello di partecipazione e di consapevolezza da parte del lavoratore straniero (regolare o irregolare che sia).

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Un pittore c on la zappa. Considerata la condizione di vulnerabilit del richiedente in relazione ai fatti accaduti nel suo paese, nonch lesperienza vissuta a Rosarno nel gennaio 2010 () ritiene che sussiste nei confronti dellinteressato lesigenza di protezione umanitaria. Ibrahim Aw parla un buon italiano. Lha imparato a Rosarno, la sera, ritornando dai campi con in tasca il biglietto da visita che stringeva per le strade di Dakar, in Senegal. Un amuleto che gli ricorda di essere stato, in unaltra vita, pittore e decoratore. Qualche volta gli capita di ripensare ai colori e ai pennelli e a cosa possono fare quando li metti insieme: da quando, nel febbraio 2008, sbarcato in Italia stabilendosi a Rosarno non gli pi capitato di maneggiarne uno. Tra una domanda dasilo respinta e un ricorso andato male Ibrahim ha imparato, invece, a lavorare di zappa e cazzuola, a farsi bracciante e muratore, pronto alle arance dinverno e alle ristrutturazioni destate, perch nessuno abbia dubbi che la sua terra lha lasciata solo per lavorare. Per questo alle provocazioni, agli sputi, alle violenze ha sempre risposto abbassando la testa e affrettando il passo. Non per paura, ma per un intimo senso di superiorit. Quelli che si comportano cos sono solo degli stupidi. Mentre Rosarno bruciava di rabbia, nel gennaio 2010, per, tirare dritto come se niente fosse non fu pi possibile. Al treno per Foggia, per sfuggire alla violenza brutale e ai raid, lhanno dovuto scortare i poliziotti. Ma due settimane dopo Ibrahim a Rosarno c tornato. Senza documenti dove altro si pu andare? Puoi solo lavorare nelle campagne, senza contratto, senza diritti. Contro questa prospettiva, per, ha cominciato ad alzare la testa. Assemblee, incontri, riunioni: Ibrahim tra i trenta braccianti africani residenti a Rosarno al centro della vertenza partita dopo la rivolta; sempre in prima fila, il pittorebracciante-muratore traduce, media, d volto e voce agli invisibili nelle prime occasioni pubbliche. Il 1 marzo 2011 la Commissione territoriale di Crotone ha riconosciuto a Ibrahim Aw la protezione umanitaria. Per le strade di Rosarno cammina, ora, a passi meno veloci e con la testa pi alta.

Ibrahim Aw, uno dei trenta migranti che vivono a Rosarno e hanno ottenuto un documento grazie alla vertenza in atto dalla primavera 2010. 130

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Serig ne il badante. A Serigne di avere atteso inutilmente glielhanno spiegato a dicembre, nel corso di un controllo, i carabinieri di Gioia Tauro. La speranza appesa ai 3mila euro versati un anno prima a Ravenna stata spazzata via con poche parole: domanda di regolarizzazione rigettata. Tra i braccianti africani della Piana di Gioia Tauro, nel corso dellultima stagione, ce nerano tanti come lui, stritolati dai meccanismi della sanatoria per colf e badanti del 2009, vittime, ad ogni anello della catena, di truffe e raggiri. Che il suo datore di lavoro italiano non raggiungesse i 20mila euro di reddito previsto (legge 102/2009) per poterlo regolarizzare, Serigne infatti, non poteva saperlo. Pure sui costi da sostenere per diventare cittadino italiano si era fidato: 3mila euro, gli era stato assicurato, era il prezzo giusto per guadagnarsi il permesso di esistere, per non doversi pi nascondere. Il prezzo di tasse, contributi, carta bollata ed il disturbo degli italiani che si stavano prodigando in suo favore. Al 28enne senegalese il sospetto di avere sbagliato calcoli venuto di fronte al telefono del datore di lavoro diventato improvvisamente muto. La fredda comunicazione burocratica dei carabinieri, arrivata dopo un anno di attesa e solo casualmente, ha chiuso il cerchio, confermando che soldi e speranze erano andati in fumo, che toccava ancora scansare i controlli, lavorare senza contratto, fingere di non esistere. E lingiustizia subita non gli bruciata di meno pensando che i truffati come lui erano centinaia e il meccanismo quasi ovunque lo stesso. Un modo, forse, per alleggerirsi dalla rabbia ci sarebbe stato: raccontare ai carabinieri di quellitaliano che lo aveva ingannato, raccontare dei 3mila euro sottratti alle rimesse per la famiglia come investimento per un futuro da cittadino in Italia. Ma Serigne ha mandato gi, e, facendo finta di niente, ha continuato a svegliarsi allalba per cercarsi una giornata di lavoro in campagna: a presentarsi in caserma, infatti, gli hanno fatto capire gli amici, rischiava unincriminazione per complicit in truffa ai danni dello Stato italiano ed un decreto di espulsione perch clandestino. E di aggiungere anche questo al carico piantato ogni giorno sulla schiena Serigne non ha avuto voglia.

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UNA VERTENZA MERIDIONALE accesso al riesame, mediazione abitativa, unagenzia dei diritti

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ROSARNO NON E SOLO un problema di Rosarno. I suoi contorni, i suoi nodi pi profondi travalicano lambito locale, interrogano il Paese e il governo italiano. La Piana un pezzo di quellampio scenario di sfruttamento e diritti negati in cui si muove, compatto ed ordinato, un esercito di migranti africani invisibili impiegati nelle campagne dellintero Sud Italia. Il lavoro nero, la grave emergenza abitativa, le pessime condizioni igienico-sanitarie registrate a partire da novembre nel corso del monitoraggio di reteRADICI non cambiano se alle arance e alle clementine calabresi si sostituiscono i pomodori pugliesi o campani. I ritmi delle stagioni scandiscono partenze, arrivi, speranze di ingaggi, bagagli frettolosamente ammassati per sbarcare in estate tra Foggia e il Vulture e spostarsi in inverno nella Piana reggina. Senza pause, senza alternative. Lavorano la terra ma, in alcuni casi, sono pittori, sarti, elettricisti, commercianti. In fuga da guerre e persecuzioni, vessati ed arrestati in Libia, sbarcati in Italia hanno perso per strada sogni, hanno messo da parte competenze. Imbrigliati nella palude legislativa italiana, richiedono la protezione internazionale e sono ricacciati, per tutta risposta, in un limbo dal quale la legislazione italiana non prevede vie duscita, fatto di clandestinit, discriminazione, ricatti. La soluzione del problema Rosarno passa necessariamente dal riscatto di questi lavoratori. Il riconoscimento dei loro diritti di cittadinanza da una vertenza meridionale per il diritto di soggiorno che si colleghi idealmente alle gloriose battaglie sociali che il territorio della Piana ha saputo esprimere in passato. Ma Rosarno anche, certamente, un problema di Rosarno e come tale pretende risposte da tutti gli attori del territorio, chiamati ad un protagonismo fattivo e costante sul piano dellaccoglienza. Gli esempi esistono. Ci sono piccole comunit, nate dal basso e cresciute con gli anni lontano dai riflettori, che vanno incontro alle esigenze primarie dei lavoratori migranti, e che andrebbero meglio valorizzate. Modelli, come quello offerto dallattivit di mediazione abitativa e sociale della Caritas di Drosi, che rappresentano buone prassi da imitare per tutte le amministrazioni comunali, un insegnamento per la Regione Calabria e un monito per le istituzioni e la politica. Gli otto appartamenti affittati a Drosi raccontano che spesso, in barba ai pi roboanti progetti milionari e senza attendere inutilmente o sprecare colpevolmente fondi pubblici, bastano azioni semplici e a costo zero, assolutamente alla portata anche dei pi disastrati enti locali della Piana di Rosarno. Basta volerlo e rimboccarsi le maniche. La lotta-vertenza per il documento. Il 6 marzo del 2011 si svolta a Reggio Calabria una conferenza dei nodi del Sud insieme ad alcune realt che si occupano di immigrazione. Il documento frutto della riflessione (in allegato in appendice) la base della vertenza meridionale in atto per il riconoscimento del diritto di soggiorno dei braccianti sfruttati nelle campagne del Sud. Come sottolineato pi volte, a legislazione vigente, sussistono le condizioni per la regolarizzazione delluniverso dei braccianti che fanno la spola nei distretti agroindustriali del Mezzogiorno. Un bacino di 2000-3000 migranti, provenienti dallAfrica subsahariana, entrati in Italia tra il 2007 e il 2009, legati alla terra per lavorare e per nascondersi, costretti allo sfruttamento e a vivere in condizioni igienico-sanitarie inaccettabili. Quasi tutti hanno richiesto una protezione internazionale, sono in attesa di audizione o di ricorso oppure sono stati diniegati. Tanti di loro, quindi, sono sospesi in una situazione di limbo giuridico: possono permanere sul territorio ma non lavorare e affittare una casa. Un paradosso che genera lavoro nero e illegalit. Una trappola che fa precipitare i braccianti del Sud nellirregolarit. Va detto che la distinzione

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tra irregolari e regolari una distinzione che non regge. Dove collocare, ad esempio, le cosiddette figure grigie? Sono tanti, tantissimi i migranti che, pur destinatari di un provvedimento di espulsione, non possono essere rimpatriati: perch le ambasciate di riferimento non collaborano, perch non sussistono i protocolli internazionali coi paesi di provenienza, perch i soggetti non sono identificabili, perch la situazione dei paesi di provenienza tale da non garantire lincolumit del migrante e dunque il suo rimpatrio violerebbe le norme internazionali. Sono inespellibili e permangono sul nostro territorio perch sono intrappolati, senza mezzi e senza tutele. Una condizione di estrema precariet che di fatto genera una nuova servit della terra. Oltre l80% dei migranti, infatti, ha sempre e solo lavorato nei campi del Sud. Senza alternative. Per tutti loro il governo italiano per il tramite del Viminale deve garantire tutele, e prevenire lavoro nero e sfruttamento, attraverso lACCESSO AL RIESAME caso per caso da parte delle Commissioni territoriali per i rifugiati e il riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Anche alla luce degli esiti della cosiddetta vertenza Rosarno (200 permessi tra Roma-Caserta-Reggio), tale riconoscimento pu avvenire sulla base di una condizione che pu essere riassunta nel concetto di doppia vulnerabilit: quella dei paesi di provenienza, che va approfondita in sede di audizione nelle commissioni competenti, garantendo al migrante una mediazione linguistica e culturale oltre che una adeguata assistenza legale, spesso ostacolo insormontabile per lemersione di elementi determinanti alla concessione dello status di rifugiato; e quella dello sfruttamento sistemico nelle campagne del Sud Italia, una condizione emersa agli occhi del mondo con la rivolta di Rosarno, ma comune esperienza per i migranti che girano nei nodi dellagricoltura meridionale. Le altre vie. Quel che certo che occorre normalizzare una situazione indegna di un paese civile, se non altro perch, altrimenti, torner ad essere esplosiva come nel gennaio 2010. La via non unica. La reteRADICI ha individuato una strada, quella della vertenza meridionale, portando nei palazzi romani le rivendicazioni delle comunit migranti, e proseguir la lotta fino al risultato. Altre strade possono essere percorse, pi o meno efficaci. Sarebbe molto pi semplice programmare una sorta di sanatoria per i migranti che lavorano in agricoltura, invece di costruire delle lotte-vertenze organizzando dei gruppi pi o meno piccoli di stranieri, che vogliono lottare per i propri diritti. Sarebbe pi produttivo agire dallalto invece che costruire dal basso. Ma la massa critica necessaria, il peso politico da utilizzare, il consenso nellopinione pubblica da mobilitare sarebbero tali da rendere opportuno, qualora esistessero tali condizioni, rivendicare la revisione profonda e strutturale della legislazione sullimmigrazione. C da dire, inoltre, che a legislazione vigente, lunico tipo di regolarizzazione consentita ha a che fare con i provvedimenti di emersione dal lavoro nero, come la cosiddetta sanatoria colf e badanti. Un provvedimento inefficace alla prova dei fatti. Ma anche allesame logico: non opportuno puntare sul protagonismo del datore di lavoro (in agricoltura sarebbe semplicemente inutile), occorre invece dare strumenti ai migranti, renderli protagonisti del loro futuro. Pi in generale e per concludere largomento, ragionando in astratto su una regolarizzazione possibile, occorre mettere dei paletti. Se si hanno a cuore i diritti dei migranti, i principi generali e lo spirito della democrazia, occorre uscire dalla logica economicista in tema di immigrazione. I diritti sono per tutti, e non solo per chi lavora. Ecco perch una regolarizzazione davvero efficace

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deve attenersi al criterio della presenza sul territorio italiano, come avvenuto nel 1998. Sulla scorta delle considerazioni emerse nei capitoli precedenti, una strategia di regolarizzazione dei braccianti del Sud che puntasse sullapplicazione estensiva dellarticolo 18 del Testo unico non terrebbe conto delle difficolt di applicazione della norma n delle difficolt oggettive per i migranti, e per i soggetti che intendessero supportarli, nellutilizzo di un simile strumento in territori di frontiera dove sono le mafie a dettare legge. Occorre rivedere la norma, ma in tal senso opportuno orientare le rivendicazioni e costruire una battaglia politica sulla citata Direttiva europea contro il lavoro nero, per un pronto recepimento e per una interpretazione ampia e concreta, che tenga conto della situazione delineata in questo lavoro. Allo stesso modo, lipotesi di introduzione del cosiddetto reato di caporalato, da equiparare alla tratta di esseri umani, da considerare valida in relazione alla tutela dei migranti solo se saranno delineati strumenti capaci di rendere gli stranieri protagonisti del proprio futuro. Una considerazione a parte meritano le politiche dasilo. Occorre innanzitutto prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: le scienze sociali ci avvertono ormai da decenni sui pericoli dellutilizzo di determinati concetti e termini, sul loro effetto performativo. Il termine clandestino da mettere al bando, a maggior ragione dopo la sentenza con cui Corte costituzionale ha abolito di fatto il famigerato reato di clandestinit. Abbiamo visto che tra migranti irregolari e regolari esiste un universo sfaccettato di zone grigie, situazioni diversificate, sacche di marginalit. una facile dicotomia, che tende a distinguere falsamente tra buoni e cattivi migranti, che non d risposte ai problemi. Occorre prestare una grande attenzione anche alla definizione di richiedenti asilo: una definizione che rimanda a uno status giuridico prodotto dallesercizio di un diritto universale, dunque pertinente a definire tutti coloro i quali hanno avanzato domanda e sono in attesa di un responso, che pu essere un diniego o il riconoscimento dello status di rifugiato o di altre tutele. Chiunque pu presentare richiesta, e chiunque pu essere richiedente asilo. Ma ultimamente la definizione viene caricata di valore, e confusa con quella di profugo o rifugiato: precorrendo arbitrariamente lesito delliter burocratico, si rimanda alla nazionalit dellasilante per stabilire, a priori, se meritevole di tutela oppure no. Un altro modo per imporre differenze artificiali, che altro non fanno che relegare gli africani del subsahara al gradino pi basso della scala sociale, quasi a voler negar loro lesercizio di un diritto universale. I fatti del Nord Africa rendono ancora pi evidenti le falle del sistema dasilo, concepito nella logica della guerra fredda e inadatto alla gestione dei flussi migratori contemporanei. Occorre una seria riforma delle politiche dasilo, occorre abbandonare lipocrita separazione tra gestione dei rifugiati e immigrazione economica: i confini fra i due tipi di flussi sono spesso molto labili. Le previsioni sono l a dirci che i flussi proseguiranno e saranno imponenti. E lItalia, che boccia il 90% delle richieste dasilo e che, rispetto al resto dEuropa, mantiene basse percentuali di accoglienza di rifugiati e migranti economici, dovr adeguarsi. Anche a voler solo considerare la questione da un punto di vista strettamente utilitaristico, ormai chiaro che quando possono svolgere un lavoro dignitoso gli immigrati sono una grande risorsa, al contrario quando si vuole rendere la loro vita insensatamente difficile (con restrizioni allingresso, alla durata della loro permanenza, al rinnovo dei permessi di soggiorno, al cambiamento di lavoro, etc.) si genera insicurezza e si alimenta lillegalit. Considerazioni di tipo umanitario aggiungono al quadro lurgenza di affrontare responsabilmente il fenomeno dellimmigrazione, senza inutili e irresponsabili chiusure.
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Emergenza e assistenza, programmazione e inclusione. Il primo passo decisivo per affrontare la questione Rosarno ha a che fare con una doppia scelta: labbandono delle politiche di emergenza a favore della programmazione, e lavvio di politiche di inclusione a sostituzione di quelle di pura assistenza. Lallarmismo, il sensazionalismo, la logica dellemergenza non fanno altro che alimentare politiche repressive, da ordine pubblico, che altro risultato non hanno se non permettere alle istituzioni di sottrarsi dal prendere reali decisioni politiche e attuare piani a medio-lungo termine. Lemergenza un comodo alibi. Inquadrare il problema a 360 gradi, studiare soluzioni complesse, progettare interventi strutturali lunica via duscita. Ma le politiche in favore dei migranti non devono essere paternalistiche, non devono commettere lerrore di considerare i destinatari come degli assistiti incapaci di fare da s. La logica assistenzialistica alimenta il problema invece di affrontarlo. Occorre assicurare i diritti di cittadinanza, favorire interscambi culturali ed economici, in una parola includere. Le capacit di autorganizzazione degli insediamenti informali che sorgono nelle campagne dovrebbero indurre a riflettere sulle potenzialit insiste in un processo di coinvolgimento attivo del bracciantato migrante allinterno di percorsi di inserimento lavorativo e sociale, piuttosto che mortificare il loro protagonismo, relegandoli a semplici fruitori di servizi, assistenza e benevolenza. Accoglienza, mediazione abitativa, recupero dei beni confiscati. Uscire dalla logica dellemergenza vuol dire, concretamente, responsabilit di fronte ai problemi. Il contratto di lavoro della provincia di Reggio Calabria prevede che i datori assicurino ai braccianti extracomunitari lalloggio, come si sempre fatto nelle campagne di mezza Italia nei decenni scorsi. La questione non pu pi essere elusa, e chiama in causa anche le istituzioni, si badi bene, a supporto di un mondo agricolo in crisi. Spesso, gli enti locali ricorrono allistituzione di campi di accoglienza, per offrire in qualche modo una risposta ai bisogni alloggiativi dei braccianti. La dimensione emergenziale ancora pi marcata a causa della stagionalit. I campi comportano spesso un inutile dispendio di risorse pubbliche, i cui beneficiari risultano essere in fin dei conti le organizzazioni di volontariato. In secondo luogo, si rivolgono ai soli migranti regolari, escludendo proprio i soggetti maggiormente vulnerabili e cio chi non ha accesso a ogni altra soluzione abitativa e intermediazione immobiliare a causa della condizione di irregolarit amministrativa. Infine, alcuni campi di accoglienza limitano gli spazi di agibilit e di movimento, costringendo i braccianti a orari, funzioni e modalit di vita che incidono pesantemente sulla loro libert. La creazione di grandi campi ha dei vantaggi: facilit il controllo delle presenze sul territorio, permette di concentrare lassistenza medica, di organizzare mense, allestire corsi di lingua, spazi di aggregazione e altri servizi. Per contro, i campi di grandi dimensioni richiamano un numero eccessivo di migranti, destinati a non trovare lavoro, con il rischio di ghettizzazione dellarea. Concentrare la presenza straniera in un solo comune, infatti, mette in difficolt lamministrazione chiamata a gestire la situazione e genera meccanismi di rifiuto da parte della popolazione locale. Non vengono coinvolte le altre risorse locali, non si fa leva sul protagonismo dei migranti, si alimenta una concezione assistenzialistica dellintervento pubblico, si generano relazioni interetniche asimmetriche e si creano le condizioni per il proliferare di fenomeni come quello del caporalato. In tal senso, la creazione di pi campi in

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diversi comuni risolve alcuni problemi, ma ne provoca altri: occorre replicare i servizi di assistenza medica, le infrastrutture e gli altri servizi. In conclusione, e da diversi punti di vista, la soluzione dei campi di accoglienza appare inefficace. Programmare vuol dire utilizzare al meglio le risorse a disposizione, organizzando per tempo gli interventi. E in tal senso quello che certamente non manca nella Piana di Rosarno sono le case sfitte e gli immobili abbandonati. Occorre considerare che tutti i paesi della zona soffrono gli effetti dello spopolamento e larrivo di nuovi cittadini potrebbe generare meccanismi virtuosi, che pi crescono maggiore il livello di inclusione e di stanzialit dei migranti. Il modello Drosi, con la Caritas ad assumersi lonere della mediazione abitativa, chiama in causa tutte le istituzioni locali: si pu fare anche coi bilanci in rosso. Anzi, laccoglienza unopportunit. In alcune realt si sperimentata la creazione di unagenzia per la casa, per la presa in carico da parte dellente locale degli appartamenti da affittare ai migranti durante il periodo della raccolta. Creare un sistema intercomunale di accoglienza permetterebbe di dislocare in pi ambiti la presenza dei migranti e di risolvere parzialmente il problema alloggio, con un risparmio in termini economici e ricadute positive per le economie locali: i lavoratori stranieri sono in grado di sostenere il costo di un affitto, sollevando le istituzioni dal provvedere per loro. Se si investissero tali fondi per potenziare il sistema locale dei trasporti pubblici, la cui carenza uno dei fattori primari del mancato accesso degli stranieri ai servizi, si potrebbe consentire ai braccianti di risiedere anche relativamente lontano dai campi in cui lavorano. Altra via da percorrere il censimento delle strutture pubbliche inutilizzate. Con investimenti strutturali, tali fabbricati potrebbero essere adattati ad accogliere gli immigrati. Allo stesso modo, andrebbero censiti gli immobili abbandonati. Acquisirli al patrimonio pubblico e rimetterli a nuovo o concedere ai proprietari privati incentivi per la ristrutturazione, a patto di affittare le case ai migranti, di certo un modello valido. Qualcosa di simile stato fatto nei paesi dellentroterra ionico calabrese (Badolato, Riace ecc.). Allo stesso modo, occorre prendere seriamente in considerazione lipotesi di un piano generale per il riutilizzo dei beni confiscati alla ndrangheta, da destinare ai migranti. Sono decine in ogni comune della zona e, con un investimento contenuto, permetterebbero di aggredire il problema dellaccoglienza. Riepilogando, organizzare un sistema intercomunale di accoglienza permetterebbe di mettere in rete risorse e servizi, agevolare la stanzialit dei migranti, recuperando il patrimonio immobiliare inutilizzato e contrastando il degrado urbano generato dallo spopolamento, facilitare linserimento e gli scambi socio-culturali. Un modello inclusivo che, nel medio-lungo periodo, pu dare buoni risultati, ma la cui riuscita nel breve pu essere complicata dalla stagionalit delle presenze. Il recupero del patrimonio immobiliare pubblico e privato, compresi i beni confiscati, ha il sicuro vantaggio di consentire la valorizzazione economica della zona, garantendo benefici sia per i migranti che per le comunit locali. Inoltre, potrebbero essere maggiormente responsabilizzati gli stessi agricoltori, proprietari dei casolari di campagna e richiedenti manodopera straniera. Entrambe le soluzioni solo valide e applicabili, entrambe le soluzioni passano per il protagonismo degli enti locali della Piana di Rosarno. La via da seguire quella della creazione di una cabina di regia istituzionale e la convocazione di una apposita conferenza dei servizi per la gestione dellaccoglienza.

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Per unagenzia dei diritti. Il coordinamento istituzionale la via da seguire non solo riguardo la questione alloggi, ma pi in generale riguardo la gestione delle politiche migratorie, depotenziate dalla sovrapposizione di diversi attori, ruoli, funzioni, responsabilit. Una struttura che consenta di pianificare gli interventi, evitandone la dispersione, e valorizzare le risorse esistenti. In tal senso, una struttura a livello provinciale, un organismo semi-istituzionale che mantenga stretti legami operativi col territorio, e soprattutto con le comunit migranti, potrebbe da un lato consentire di superare il frazionamento delle competenze istituzionali e stimolare una razionalizzazione degli interventi, dallaltro garantire laderenza del servizio alle esigenze dei migranti, assicurandone laccessibilit. Un organismo agile ma legittimato, che superi linconcludenza di tavoli e consulte ma mantenga la rappresentativit degli enti locali, che medi in tempo reale tra le risorse a disposizione e i bisogni degli immigrati. Lidea quella di unagenzia dei diritti, che sia in grado di fornire soluzioni efficaci su mediazione tra domanda ed offerta di lavoro, orientamento legale, assistenza sanitaria, contrasto al lavoro nero, istruzione e formazione per gli immigrati, formazione per gli operatori degli enti pubblici, implementazione delle politiche culturali, progettazione integrata degli interventi, elaborazione di pi efficaci strumenti e prassi amministrative, informazione e comunicazione, sensibilizzazione delle comunit locali. Non si pu prescindere dallattuazione di meccanismi di dialogo istituzionale tra gli enti e le realt associative, che passi attraverso la condivisione della programmazione e lattuazione coordinata dei progetti. Ma a volte quello che manca il passaggio dallideazione allazione concreta, una fase che unagenzia dei diritti potrebbe assicurare. Conclusioni. C un fattore fondamentale che deve diventare senso comune: i migranti vanno considerati a tutti gli effetti parte integrante del territorio. Lo sono di fatto per il settore agricolo della zona che ormai non pu prescindere dal loro lavoro, quindi come tali vanno considerati anche in tema di esigibilit dei diritti elementari: casa, salute, istruzione, servizi sociali, cultura. Senza i braccianti stranieri non esiste lagricoltura della Piana di Rosarno. necessario che le istituzioni nazionali e gli enti locali garantiscano condizioni dignitose e civili ai migranti, occorre immaginare unaltra agricoltura, di qualit, che valorizzi la manodopera straniera. E allora occorre aggredire il lavoro nero e il caporalato, facilitare la permanenza dei braccianti, programmare per tempo una serie di interventi strutturali. Accoglienza e inclusione sociale stabile vuol dire creare nuove opportunit per il territorio. Basta guardare alle buone pratiche, dallagricoltura sociale al recupero del patrimonio ambientale fino al welfare comunitario come alternativa concreta allinvecchiamento della popolazione e allo svuotamento dei paesi. Il punto di vista privato deve cedere il passo allinteresse collettivo. Dare opportunit ai migranti vuol dire dare nuova linfa alleconomia locale, creando nuove opportunit anche per i giovani italiani. Restiamo umani. E solidali. Forse lunica via per dare un futuro alla Piana di Rosarno.

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A UN ANNO DALLA RIVOLTA DI ROSARNO TUTTO E CAMBIATO MA NULLA E CAMBIATO MOBILITAZIONE 7 GENNAIO 2011 Rete Radici - Cgil - Comunit Migrante di Rosarno e Drosi Appello alla partecipazione PIATTAFORMA* PER UNA VERTENZA MERIDIONALE SUL DIRITTO DI SOGGIORNO DEI LAVORATORI MIGRANTI RIFUGIATI, IRREGOLARI MA INESPELLIBILI, SFRUTTATI NELLE CAMPAGNE DEL SUD ITALIA PER UN NUOVO PIANO AGRICOLO DELLA PIANA, POLITICHE DI RICONVERSIONE, MARCHIO DI QUALITA, SUSSIDI DI BUONA AGRICOLTURA, EMERSIONE DAL LAVORO NERO PER IL PROTAGONISMO DEGLI ENTI LOCALI E LA VALORIZZAZIONE DELLE BUONE PRATICHE DI OSPITALITA COSTRUITE DAL BASSO: MODELLO DROSI PER LISTITUZIONE DI UN TAVOLO REGIONALE SULLE POLITICHE DEI MIGRANTI, SU UN NUOVO MODELLO DI INCLUSIONE SOCIALE E ACCOGLIENZA, SUL LAVORO IN AGRICOLTURA PER IL RILANCIO DI UNA NUOVA QUESTIONE AGRARIA: DARE CENTRALITA ALLE CAMPAGNE E VALORIZZARE LA FUNZIONE ECONOMICA, SOCIALE, AMBIENTALE DELLAGRICOLTURA PER UNALLEANZA TRA I PICCOLI PRODUTTORI,I LAVORATORI MIGRANTI SENZA DIRITTI, I CONSUMATORI, PRIVATI DEL DIRITTO AD UNA ALIMENTAZIONE SANA, I CITTADINI ONESTI TRUFFATI DALLA POLITICA CLIENTELARE E DALLA NDRANGHETA PER IL SOSTEGNO AI BUONI AGRICOLTORI CHE RISPETTANO IL CONTRATTO E LA QUALITA DEL PRODOTTO PER UN LAVORO IN AGRICOLTURA SICURO PER I DIRITTI DI TUTTI: NO AL PACCHETTO SICUREZZA E ALLE POLITICHE SECURITARIE DEL GOVERNO BERLUSCONI PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI E DELLA DIGNITA DEI LAVORATORI STRANIERI SULLA BASE DELLA PIATTAFORMA DEL MOVIMENTO ANTIRAZZISTA DEL 17 OTTOBRE 09 PER IL RICONOSCIMENTO DEL REATO DEL CAPORALATO, EQUIPARATO AL REATO DI TRATTA DEGLI ESSERI UMANI PER LINCLUSIONE SOCIALE, PER LACCOGLIENZA, PER DARE LE GIUSTE SOLUZIONI ALLE QUESTIONI ABITATIVE E SANITARIE ORE 09 CONCENTRAMENTO IN P.ZZA VALARIOTI, ROSARNO ORE 12 PRESIDIO P.ZZA ITALIA-PREFETTURA, REGGIO C. (*Il testo della piattaforma di rivendicazione della mobilitazione del 7 gennaio 2011)
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MIGRANTI E AGRICOLTURA CONFERENZA DEI NODI DEL SUD* parte dal nodo di r osar no la vertenza meridionale per il diritto di sog gior no dei braccianti africani sfruttati nelle campag ne del mezz ogior no 6 marzo 2011 / REGGIO CALABRIA Le frontiere europee, da tempo hanno assunto dei confini mobili ed espansivi e gli Stati, mediante trattati internazionali, accordi commerciali e finanziamenti hanno preteso il controllo dei movimenti migratori anche a costo di sostenere regimi dittatoriali. Anno dopo anno le condizioni dei migranti e dei rifugiati sono peggiorate. Dal 2008 il governo Berlusconi ha messo in atto tattiche e strategie discriminatorie. Lobiettivo non dichiarato stato quello di creare una forza lavoro priva di diritti. Tra il 2009 ed il 2010 vi stato lapice di quella che possiamo definire guerra contro i migranti ed i rifugiati. Probabilmente per due ragioni sono accadute cose senza precedenti: la prima, nel Sud del mondo la povert cresciuta e molti vogliono lasciare il proprio paese; la seconda che lEuropa ha costruito la paura dellinvasione, della precariet lavorativa causata da chi emigra e che diventa il potenziale nemico. Ma le lotte dei migranti degli ultimi due anni hanno mutato il quadro. Siamo convinti che ci si trovi di fronte una nuova fase. Dallo sciopero dei migranti di Castel Volturno alla manifestazione dei braccianti africani a un anno dalla rivolta di Rosarno, una sfida stata lanciata al movimento, alla politica, alle istituzioni, a tutti noi: molto si pu fare se si lavora allorganizzazione delle comunit migranti, a partire dalle loro rivendicazioni primarie. Una lotta che indica un modello, nel metodo e nel contenuto. DIRITTO DI SOGGIORNO. Ma qual il nodo centrale delle rivendicazioni? Lesperienza dellultimo decennio ci dice che tutto passa attraverso laffermazione del diritto di soggiorno dei migranti. Senza un qualsiasi documento che assicuri la possibilit di permanere a pieno titolo sul territorio italiano, i migranti sono invisibili, i loro diritti sociali annullati. Dice bene chi dice che la legge Bossi-Fini non ha a che fare solo con le politiche migratorie, ma anche e soprattutto con le politiche del lavoro: genera irregolarit e alimenta sfruttamento e lavoro nero. Quindi la lotta per i documenti attraverso lorganizzazione delle comunit migranti la via maestra per sovvertire le condizioni di sfruttamento nel mercato del lavoro. Alla quale affiancare le azioni rivendicative globali, le azioni per riscrivere limmaginario di questo Paese, ma anche gli interventi sul fronte dellaccoglienza come si fa da anni in diverse realt o come si fatto strutturando nuove forme di intervento. LOTTA-VERTENZA. La via da seguire quella della lotta-vertenza. Praticata da anni, e con risultati importanti e conclamati, dal movimento antirazzista casertano: ogni mobilitazione un risultato, facendo seguire alle sacrosante rivendicazioni globali dei diritti dei migranti una pratica vertenziale capace di raggiungere obiettivi concreti ai tavoli di confronto con le istituzioni. Una pratica che genera circoli virtuosi perch a ogni risultato raggiunto si rafforza il principio che la lotta paga, perch si struttura lorganizzazione delle comunit migranti, perch cresce la forza contrattuale del movimento, perch si sposta su posizioni sempre pi avanzate lasse politico-sindacale.
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CONTRADDIZIONI E OPPORTUNITA. Il sistema ha delle forti contraddizioni, che la crisi economica ha acuito. Basta guardare alla sostanziale abolizione del Pacchetto Sicurezza attraverso la bocciatura della Consulta del reato di clandestinit, e dellapplicazione in sede di giudizio delle norme comunitarie relative alla Direttiva Rimpatri (non ancora recepita dallo Stato italiano, nonostante il termine previsto del dicembre 2010) che rendono molto pi complesse le procedure di espulsione. E la Direttiva sullo sfruttamento del lavoro nero (norme Ue da recepire entro luglio 2011) aggiunge al quadro ulteriori elementi di riflessione. I continui distinguo nei partiti del centrodestra sulle questioni dellimmigrazione, le posizioni della Chiesa, la forza propulsiva delle lotte sindacali in atto, il quadro politico e sociale magmatico, sono tutti elementi che creano opportunit. Si tratta di fare esplodere le contraddizioni e incassare risultati vertenziali e politici. NUOVA SERVITU. Le stime costruite a partire dai monitoraggi effettuati nel 2010 tra Palazzo San Gervasio, Foggia e Rosarno (progetto Cam(per) i diritti e campagna RADICI/rosarno) parlano chiaro: il 70-80% dei migranti che lavorano come stagionali stato o richiedente asilo, con procedure ancora pendenti o in via di definizione (lesperienza decennale del nodo casertano e degli altri nodi attivi sul territorio confermano questa tendenza). Un limbo giuridico che consente di soggiornare sul territorio ma spesso di non poter stipulare contratti di lavoro, una condizione che genera quindi lavoro nero e sfruttamento. C un altro dato interessante emerso dalle indagini: l80% dei migranti ha lavorato sempre e solo nei campi del Sud, in condizioni diversificate di sfruttamento, dal momento dellarrivo in Italia. la chiusura del cerchio: una semi-schiavit prodotta dalle politiche sullimmigrazione e potenziata e aggravata dalla crisi. Una condizione addirittura pre-ottocentesca, da servit della gleba: gli irregolari sono confinati nelle campagne del Sud, dove trovano un reddito di sussistenza e, vivendo in condizioni di degrado, hanno modo di sfuggire ai controlli di polizia. Fin quando restano invisibili e lavorano senza diritti nessuno li tocca. FRONTIERE E DIRITTO DASILO. Di fronte a flussi migratori di milioni di uomini, in fuga dagli effetti distruttivi del liberismo economico e alle conseguenti devastazioni ambientali, in fuga da conflitti che spesso non sono di facile codificazione, una interpretazione restrittiva dellasilo politico una ipocrisia inaccettabile. Ma quella del diritto dasilo anche la chiave di volta per scardinare le frontiere della Fortezza Europa. Chiunque ha il diritto ad avanzare richiesta di asilo (i respingimenti sono una violazione dei diritti fondamentali delluomo), chiunque in fuga dalle devastazioni economiche, sociali e ambientali provocate dallOccidente deve avere il diritto a permanere in Italia, chiunque viva nelle campagne del Sud in condizione di sfruttamento deve avere il diritto a un documento. DOPPIA VULNERABILITA. La condizione dei paesi di provenienza un elemento fondamentale per stabilire se uno straniero abbia o meno diritto a una tutela. Sistematicamente, tali vulnerabilit non vengono rilevate dalle Commissioni territoriali per i rifugiati, cio dagli organi che decidono sulla concessione dello status o di altre forme di tutela. Interpretazioni restrittive, una mancata mediazione culturale, difficolt linguistiche, una mancata assistenza legale, tutti elementi che influiscono negativamente sulliter. I migranti si trovano soli, davanti a domande che non capiscono e a cui non sanno dare le giuste risposte, di fronte a un sistema che vorrebbe essere democratico ma che non si fa carico di fornire a tutti gli strumenti necessari per far valere i propri diritti. Una seconda condizione di
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vulnerabilit vissuta dai migranti proprio a causa dello sfruttamento sul lavoro e delle condizioni di vita a cui sono costretti. Una condizione strutturale, emersa agli occhi del mondo con la storica rivolta di Rosarno del 7 gennaio 2010. Dunque, per i migranti che lavorano, sfruttati, nei campi del Sud, i presupposti per giungere al riconoscimento di una protezione internazionale o di un permesso di soggiorno per motivi umanitari sono reali e concreti, anche restando in vigore lattuale legislazione. FIGURE GRIGIE. C un altro elemento che rafforza la tesi: tra quelli che si trovano in una condizione di limbo giuridico c chi, pur irregolare, inespellibile. Perch la condizione nei paesi di provenienza, se pur non un presupposto sufficiente per il riconoscimento dello status di rifugiato, un motivo ostativo al rimpatrio perch sarebbe messa a repentaglio lincolumit dello straniero. Molto pi frequentemente, diversi paesi non collaborano ai rimpatri che diventano impossibili: non esistono i necessari protocolli, le ambasciate glissano, impossibile lidentificazione dello straniero ecc. Queste figure grigie esistono nonostante la legge non li presupponga, e per loro va trovata una soluzione nelle maglie della legge che assicuri diritti e dignit. Inoltre impossibile per i migranti attraversare le frontiere europee. Il regolamento DUBLINO II impone la permanenza in Italia costringendo centinaia di migranti a soccombere in questa prigione italiana. PERCHE IL NODO DI ROSARNO? Per un anno Rosarno stata una zona rossa. La rivolta del gennaio 2010 ci ha inchiodati tutti di fronte allevidenza di un fallimento, ognuno per le proprie responsabilit. Di fronte a una caccia al negro spietata, di fronte alle ronde di cittadini armati di spranghe, di fronte a un vuoto di sovranit nessuno ha saputo fare di meglio che deportare i migranti altrove. La ndrangheta ha ordinato, lo Stato ha eseguito. Una zona rossa violata finalmente il 7 gennaio 2011, quando sono state le comunit migranti di Rosarno e Drosi a scendere in piazza, i migranti in corteo con le stesse rivendicazioni dellanno prima, ma organizzati, legittimati, in lotta e non in preda a un furore cieco e sterile. SULLASSE ROMA-CASERTA-REGGIO. Allindomani della rivolta stato il movimento antirazzista romano a reagire scendendo in piazza il 9 gennaio e prendendo botte e denunce dalla polizia, organizzando una rete in grado di costruire mobilitazioni coi migranti deportati da Rosarno e finiti nella Capitale. Lo stesso accaduto a Caserta. Una mobilitazione che ha due date importanti: quella del 12 gennaio al Senato e quella del 19, con i presidi congiunti sotto le prefetture di Roma, Caserta e Reggio Calabria. Vista la situazione esplosiva, con il governo alla berlina, bastata la spinta organizzativa del movimento, lavvio di una lottavertenza sullasse Roma-Caserta-Reggio per ottenere risultati concreti. Grazie allimpegno costante di associazioni, movimenti e centri sociali a Roma, e agli interventi in Campania e in Calabria, le interlocuzioni avviate col ministero dellInterno hanno raggiunto il risultato: la presentazione di nuove istanze di asilo conclusesi positivamente, nonostante i precedenti dinieghi. Quasi 200 permessi di soggiorno per motivi umanitari sono stati rilasciati o sono in via di rilascio dalle questure capitolina, casertana e reggina, su indicazione delle relative Commissioni territoriali, e proprio tenendo conto della doppia condizione di vulnerabilit vissuta dai migranti. Trenta dei permessi sono stati ottenuti dagli africani che da Rosarno non si sono mai allontanati e che la scorsa primavera hanno intrapreso un percorso di lotta insieme alle realt che hanno avviato uno sportello nella Piana e che hanno poi costituito lo scorso autunno la reteRADICI.

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IL 7 GENNAIO, RIPARTE LA LOTTA. Su circa un migliaio di presenze registrate sulla Piana, a scendere in piazza sono stati in 400, quasi la met. Un vero e proprio sciopero degli africani per i loro diritti quello dello scorso 7 gennaio 2011 a Rosarno. Una mobilitazione realizzata non contro ma insieme ai rosarnesi e sulla base dellinteresse comune (il rilancio delleconomia agricola della Piana). Nonostante la forza della ndrangheta, stata ristabilita lagibilit politica e sindacale, stato affermato il principio che lottare si pu e si deve. Il 7 gennaio da Rosarno ci si spostati a Reggio, fino in prefettura, per chiamare in causa le istituzioni del territorio e il governo. LA VERTENZA MERIDIONALE. Le condizioni che i migranti vivono a Caserta e a Rosarno sono le stesse che trovano nelle campagne del Sud. Alcune migliaia di migranti dellAfrica subsahariana (entrati in Italia tra il 2007 e il 2009, prima della chiusura delle frontiere con i controversi e falliti accordi con la Libia di Gheddafi) hanno il diritto permanere sul nostro territorio, un diritto negato, un diritto da rivendicare con una vertenza meridionale che assicuri loro nuove e attente audizioni in Commissione, che assicuri loro tutele concrete a partire dalla valutazione, caso per caso, dellesistenza della doppia condizione di vulnerabilit, della condizione di figura grigia. A partire quindi dal 7 gennaio occorre estendere la lotta chiamando in causa tutte le realt del Sud attive per garantire diritti e dignit ai migranti e che condividono il percorso aperto dal nodo di Rosarno. E occorre alzare il tiro: lavorare per far scoppiare le contraddizioni politiche e strappare in questa legislatura modifiche legislative anche a partire dalle positive novit delle direttive europee per rilanciare una nuova pratica comune per imporre una regolarizzazione permanente, ottenere giustizia dalla sanatoria truffa, liberarsi dal lavoro schiavistico, affermare il diritto all'apprendimento della lingua, mettersi in cammino per il diritto di voto e la cittadinanza piena, piegare i confini dell'Europa e imporre un diritto d'asilo europeo, per giungere fino allabrogazione della legge Bossi-Fini e del Pacchetto Sicurezza. SCIOPERO GENERALE. Una tappa importante quella del 6 maggio, che diventa occasione per praticare questo percorso di libert e rivendicazione, di sottrazione al ricatto della clandestinit che impone sfruttamento e discriminazione, una tappa comune per costruire e praticare percorsi verso la democrazia, la cittadinanza, per un nuovo statuto dei diritti. (* Il testo del documento approvato il 6 marzo 2011 a Reggio Calabria dalla conferenza dei nodi del Sud)

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Il 7 gennaio 2011 la reteRADICI scende in piazza con le comunit migranti di Rosarno e Drosi, per rivendicare il diritto di soggiorno degli africani e chiamare le comunita locali a una lotta comune per il rilancio agricolo della Piana. A sinistra, il concentramento in piazza Valarioti a Rosarno e in basso i ragazzi del liceo scientifico Piria.

Dopo aver attraversato le vie principali di Rosarno, il corteo dei migranti sosta in via Carlo Alberto di fronte alla casa del dirigente politico Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ndrangheta l11 giugno 1980. Le lotte del presente e del futuro che incrociano quelle del passato. Un momento simbolico ed emozionante, con gli africani a rendere omaggio a Valarioti e a salutare calorosamente la madre Caterina Cimato.

Dopo il trasferimento in pullman il corteo dei migranti approda a Reggio Calabria, in queste due pagine: Larrivo del corteo sul Lungomare dello Stretto. Il corteo raggiunge poi il corso Garibaldi di Reggio Calabria e sfila per raggiungere i palazzi delle istituzioni. Un esercito di invisibili si appropria per un giorno del salotto buono della citt. I manifestanti presidiano piazza Italia, di fronte alla prefettura di Reggio Calabria, in attesa dellesito dellincontro istituzionale.

La maglietta della Reggina Calcio viene esibita come un trofeo: una delegazione di braccianti stata ospitata durante la conferenza stampa della squadra della citt, e ha ricevuto un dono simbolico in segno di solidariet.

Anche lo storico ex sindaco di Rosarno Peppino Lavorato ha preso parte alla mobilitazione. Nella foto accanto, siede accanto ai migranti di fronte alla prefettura di Reggio Calabria.

L8 gennaio il giorno della partita di serie B Reggina-Sassuolo, e in tribuna allo stadio Granillo ci sono anche gli africani di Rosarno e gli attivisti della rete, ospiti della societ. Sopra, foto di gruppo insieme al calciatore nigeriano Daniel Adejo, accanto con il nazionale ghanese Dominic Adiyiah.

Il Primo Marzo il giorno dellorgoglio migrante e inizia la settimana antirazzista nazionale. La reteRADICI ha scelto Reggio Calabria, il capoluogo, per tenere alta la tensione sulla questione Rosarno, una questione che trascende i confini della Piana e investe tutto il Paese, a cominciare dai territori limitrofi. Nella pagina, si inaugura la mostra fotografica Rosarno, un anno dopo al tapis roulant dello Stretto.

L1 marzo 2011 viene celebrato a Reggio con unazione simbolica sulla scalinata del Teatro Cilea. Migranti e attivisti indossano le maschere, siamo tutti invisibili. Il flash mob del 1 marzo inizia al segnale di fuoco del trampoliere. Viene srotolato lo striscione: Migranti=Cittadini, Cittadini=Diritti lo slogan della giornata. Un barcone carico di migranti rimanda ai fatti del Nord Africa: le rivoluzioni mediterranee ci chiamano in causa. Poi giu le maschere e ci si avvia con un mini corteo al Palazzo della Provincia di Reggio. In alto a destra, una delegazione delle comunit migranti di Rosarno e Drosi, gli attivisti della rete e i giornalisti sono ospitati dallAmministrazione provinciale per un momento di simbolica solidariet.

La sera del Primo Marzo dedicata a una cena multietnica. Il 2 marzo lora del calcetto antirazzista. Il primo trofeo Diritti globali, messo in palio dalla Provincia, va di diritto alla selezione africana, sconfitta a sorpresa sul campo dagli attivisti. Il pomeriggio del 2 marzo ora delle lezioni di lingue africane in piazza, precedute da uno spettacolo di giocoleria. Il 3 marzo al Random musiclub di Reggio associazioni e attivisti si ritrovano per raccontare le proprie esperienze, per dare testimonianza dellimpegno sul campo. Una kermesse con momenti artistici, con il gran finale affidato alle note del maestro Mimmo Martino (foto in alto a destra). In basso a destra, si festeggia per un grande risultato: arrivano i permessi di soggiorno per gli africani che hanno sostenuto la vertenza Rosarno.

reteRADICI per contatti: reteradici@gmail.com www.reteradici.blogspot.com su fb: ReteRadici Rosarno