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In via preliminare, io verificherei i contratti dei manager uscenti per accertare linesistenza di patti di non concorrenza.

Esclusi limiti contrattuali alla concorrenza, passerei poi allanalisi di quelli legali. Riferimenti normativi: - Art. 2598 c.c. Atti di concorrenza sleale Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attivit di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attivit di un concorrente, idonei a determinare il discredito o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda. Non credo che il nostro caso riguardi i numeri 1 (concorrenza confusionaria / concorrenza per imitazione servile) e 2 (diffusione di notizie da cui possa derivare denigrazione del concorrente / indebita appropriazione dei pregi altrui). Pi Presupposti necessari per laccoglimento della domanda di risarcimento del danno per concorrenza sleale sono: 1) concorrenzialit imprenditoriale (cfr. ad es. Tribunale Torino, 13 gennaio 2006: Presupposto giuridico per la legittima configurabilit di un atto di concorrenza sleale la sussistenza di una situazione di concorrenzialit tra due o pi imprenditori ); peraltro la concorrenzialit requisito la cui sussistenza va valutata in unottica (anche solo) potenziale: con particolare riguardo alla comunanza di clientela la Cassazione, gi con la sentenza n. 1259/99, ha rilevato che "ad integrare il presupposto della concorrenza sleale sufficiente il contemporaneo esercizio, da parte di pi imprenditori, di una medesima attivit industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, non dovendo necessariamente sussistere in concreto l'identit di clientela". 2) violazione delle norme di correttezza professionale;

3) idoneit dellatto a produrre effetti dannosi per il concorrente ( sufficiente quindi provare lastratta idoneit dannosa e non anche leffettivo prodursi del danno. Cfr. ad es. Cassazione civile , sez. I, 02 aprile 2007 , n. 8215: La responsabilit a titolo di concorrenza sleale, ai sensi dell'art. 2598, n. 3, c.c., presuppone che l'imprenditore si sia avvalso di un mezzo, non soltanto contrario ai principi della correttezza professionale, ma anche idoneo a danneggiare l'altrui azienda ); 4) reiterazione o sistematicit della condotta ( cfr. ad es. Tribunale Salerno, sez. I, 13 febbraio 2007 : Presupposto per laccoglimento della domanda di risarcimento del danno per concorrenza sleale, ai sensi dellart. 2598 c.c., la prova della reiterazione nella condotta incriminata e, quindi il carattere permanente del comportamento concorrenziale in s considerato e del relativo illecito. Mentre lisolato comportamento illecito comprovato di per s non costituisce fatto idoneo a determinare la prevalenza sul mercato di uno specifico prodotto in pregiudizio di un altro per concorrenza sleale).

Sviamento dei clienti e utilizzo di elenco clienti di unaltra impresa Con riferimento particolare alle informazioni aziendali pu trovare applicazione anche il Codice della propriet industriale (d. lgs.10 febbraio 2005, n. 30), qualora le informazioni siano configurabili come segrete ai sensi dellart. 98 del C.P.I., secondo il quale: 1. Costituiscono oggetto di tutela le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni: a) siano segrete, nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore; b) abbiano valore economico in quanto segrete; c) siano sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete. Nel caso in cui le informazioni si sostanzino in cd. liste clienti bisogna quindi distinguere:
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se accanto ai nominativi dei clienti si affiancano, in forma di profilazione, notizie utili allesercizio dellattivit economica espletata (indici della capacit patrimoniale, gusti, etc.), caratterizzate da un certo valore (e per ci segrete o sottoposte a particolari misure) allora le

informazioni sono trattate come propriet intellettuale ed opera la tutela erga omnes ex. art. 99 C.P.I (Ferma la disciplina della concorrenza sleale, il legittimo detentore delle informazioni e delle esperienze aziendali di cui all'articolo 98, ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di acquisire, rivelare a terzi od utilizzare, in modo abusivo, tali informazioni ed esperienze, salvo il caso in cui esse siano state conseguite in modo indipendente dal terzo). se invece la lista clienti un mero elenco di nomi e indirizzi facilmente reperibili dagli esperti del settore, vengono meno i requisiti di segretezza ed economicit richiesta dallart. 98 C.P.I., ma, sussistendone i requisiti, rimane ferma lapplicabilit della disciplina sulla concorrenza sleale

Concorrenza sleale: divulgazione di notizie Compie atti di concorrenza sleale lex collaboratore coordinato e continuativo che intrattiene rapporti commerciali con alcuni clienti e fornitori dellazienda, conosciuti nellambito del rapporto di collaborazione? Cassazione Sezione prima civile sentenza 12 febbraio - 30 maggio 2007, n. 12681 La societ ALFA ha citato in giudizio lex collaboratore, asserendo che avesse compiuto atti di concorrenza sleale, rivolgendosi a clienti e fornitori conosciuti durante lo svolgimento del rapporto di collaborazione, divulgando notizie riservate, denigrando la societ attrice e nello stesso tempo elogiando l'organizzazione imprenditoriale che egli stava costituendo, al fine di offrire gli stessi servizi a prezzi pi bassi, ponendo cos in essere atti di parassitismo imprenditoriale, consistenti nell'imitazione sistematica delle altrui iniziative imprenditoriale. La Cassazione, nel rigettare la domanda attorea, ha statuito che la concorrenza sleale, ai sensi dell'art. 2598 n. 3 c.c., integrata quando le notizie divulgate siano per loro natura riservate, in quanto non destinate ad essere divulgate al di fuori dell'azienda. Quindi, le comunicazioni con clienti ed a fornitori conosciuti durante il rapporto di collaborazione, con cui il collaboratore giustifica le ragioni che lo hanno indotto a costituire una propria impresa, senza voler gettare il discredito e la natura occasionale e saltuaria, limitata a singoli episodi, non costituiscono atti di concorrenza sleale. Secondo la Corte, l'illiceit della condotta concorrenziale non deve essere ricercata episodicamente, ma va desunta dalla qualificazione tendenziale dell'insieme e dalla manovra posta in essere per danneggiare il concorrente, o per approfittare sistematicamente del suo avviamento sul mercato. Di conseguenza mentre contraria alle norme di correttezza imprenditoriale l'acquisizione sistematica dei clienti del precedente datore di lavoro il cui avviamento costituisca, soprattutto nella fase iniziale, il terreno dell'attivit elettiva della nuova impresa, pi facilmente praticabile proprio in virt delle conoscenze riservate precedentemente acquisite, deve ritenersi fisiologico il fatto che il nuovo imprenditore, nella sua opera di proposizione e di promozione sul mercato della propria nuova attivit, acquisisca o tenti di acquisire anche alcuni clienti gi in rapporti con l'impresa alle cui dipendenze aveva esplicato attivit. La Suprema Corte inoltre ha affermato che il contratto di collaborazione coordinata e continuativa inquadrabile nella categoria del contratto d'opera di cui all'art. 2222 c.c., quindi il collaboratore non soggetto, in mancanza di una specifica previsione contrattuale, all'obbligo di fedelt stabilito dall'art. 2105 c.c. per il lavoratore subordinato, in particolare per quanto riguarda il divieto di far

uso di notizie attinenti all'organizzazione dell'impresa. Ed ha confermato il consolidato orientamento secondo cui, ai fini dell'affermazione della responsabilit per concorrenza sleale, ai sensi dell'art. 2598 c.c., sufficiente l'idoneit dell'atto denunciato a produrre effetti di mercato dannosi per il concorrente e non richiesta la dimostrazione dell'effettiva produzione del danno, ma l'individuazione delle modalit concrete, attraverso le quali l'attivit di acquisizione dell'altrui clientela debba manifestarsi per essere considerata illecita sotto il profilo concorrenziale (Cass. 15 febbraio 2005, n. 3039; 15 febbraio 1999, n. 1259). (Dott. Mauro Olivanti)