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Rivolta delle lites e disfacimento del capitalismo

Luigi Tedeschi intervista Costanzo Preve


1) Le soluzioni alla crisi economico - finanziaria del 2008 appaiono incerte e problematiche. Esse infatti vengono costantemente ricercate allinterno di un sistema finanziario globale, che non viene messo in discussione, semmai, ne vengono criticati solo determinati eccessi. Le ricorrenti crisi delleconomia capitalista hanno sempre dato luogo a profonde trasformazioni degli equilibri politico - sociali preesistenti, con la conseguenza di espandere la base produttiva. Inoltre, la conflittualit sociale scaturita dalla crisi ha sempre condotto allampliamento sia della sfera dei diritti sociali dei lavoratori che della partecipazione politica delle masse. Le evoluzioni del capitalismo, per due secoli sembrano avere seguito tale direttiva come fattore costante del suo sviluppo storico. Oggi, la crisi globale sembra invece aver prodotto una fase involutiva del capitalismo stesso. In Italia e in tutto lOccidente, si va delineando infatti un autunno caldo del capitalismo, in cui la classe dominante delleconomia a pretendere riforme economico - sociali sistemiche, che comportano profondi mutamenti nella legislazione del lavoro, con la conseguenza di stravolgere materialmente un assetto normativo costituzionale ispirato allo stato sociale e alla solidariet tra le classi. Gli investimenti della Fiat in Italia sarebbero possibili, secondo Marchionne e Confindustria, qualora si operassero ampie deroghe alla attuale contrattazione collettiva, alla legislazione del lavoro, alla rappresentanza sindacale, al fine di rendere competitiva lindustria italiana nel mercato globale. La crisi economica del 2008 ha reso necessario lo smembramento dello stato sociale, con energici tagli alla spesa pubblica. Ma, dinanzi a tali misure penalizzanti per la collettivit, non si generata alcuna conflittualit sociale da parte dei ceti subalterni, quali i disoccupati, i precari, i lavoratori a basso reddito, bens si sono ribellate le classi privilegiate, le lobbies economiche, politiche, professionali, istituzionali, allo scopo di difendere le loro rendite di posizione, le lites cio di una societ stratificata sul privilegio sociale. Sembra dunque giunto a definitivo compimento quel processo iniziato alla fine degli anni 70 con il reaganismo e il thatcherismo, denominato da Lasch la rivolta delle lites. Sembra, paradossalmente, che laGlobal Class protesti contro lordine economico e politico che ha loro consentito di costituirsi come lites. In questa fase storica si manifestata la coscienza di classe delle lites, quale coscienza del loro ruolo dominante nella societ. Si va delineando quindi una lotta di classe innescata dalla classe dominante, che, in quanto monopolista (o quasi) della struttura produttiva diviene autoreferente, con il fine di affrancarsi dalle strutture politiche istituzionali, quali sovrastrutture non pi funzionali al modo di produzione capitalista globale. Si sta realizzando una rivoluzione marxista capovolta. Tale svolta involutiva della Global Class si manifesta come riflesso conseguente allesaurimento epocale del primato dello sviluppo delleconomia produttiva. I volumi della produzione mondiale non hanno registrato incrementi rilevanti rispetto alla et delloro del trentennio 45 - 75. Disoccupazione diffusa, precariato, perdita del potere dacquisto dei salari non favoriscono certo crescita della produzione e del consumo. Inoltre, le stesse condizioni - capestro imposte ai lavoratori della Fiat, non saranno certo sufficienti a rendere lindustria italiana competitiva con la produzione asiatica. In realt, lattuale ristagno della crescita esplicativo dellesaurimento di una fase storica contrassegnata dallo sviluppo progressivo. Il capitalismo impone le proprie condizioni in una fase di regressiva difesa delle proprie posizioni di privilegio. Tu hai spesso enunciato il concetto di capitalismo feudale. Tale definizione mi sembra appropriata in quanto rivela la doppia natura contraddittoria del capitalismo del XXI secolo: feudale nella conservazione dei privilegi monopolistici e nella sua arroganza nel pretendere sovvenzioni e aiuti di Stato, mentre liberista in tema di produttivit e competitivit della forza lavoro, nellesigere cio precariet, mobilit, assenza di vincoli sociali.

Di tutti gli stimoli contenuti in questa tua prima domanda mi permetterai di svilupparne soltanto uno, che per sar forse il pi interessante ed intrigante per i nostri lettori. Si tratta di quella rivoluzione marxista capovolta, che opportunamente Lasch ha definito la rivolta delle lites. un fenomeno macroscopico, che sotto gli occhi di tutti, e che viene sistematicamente rimosso in nome del politicamente corretto, che insiste nel sostenere che viviamo in una democrazia (sia pure imperfetta e minacciata allinterno dal populismo ed allesterno dal terrorismo e dal fondamentalismo religioso), laddove non viviamo affatto in una democrazia (la cui precondizione irrinunciabile sarebbe il primato della decisione politica democratica sugli automatismi fatali ed incontrollabili delleconomia divinizzata), ma in una oligarchia finanziaria temperata da alcune garanzie individuali di godimento (limitato) di alcuni diritti civili. Questa rivoluzione marxista capovolta tuttavia parzialmente comprensibile utilizzando criticamente lo stesso apparato concettuale di Marx, al netto di due suoi giganteschi errori prognostici, il carattere rivoluzionario inter-modale delle classi popolari, operaie, salariate e proletarie (sulla base del recente bilancio storico bisecolare del tutto inesistente) e la pretesa incapacit delle classi dominanti borghesi-capitalistiche di continuare a sviluppare le forze produttive (sulla base

del recente bilancio storico bisecolare del tutto inesistente). Se si mettono infatti fra parentesi questi due giganteschi errori prognostici (che non permettono in alcun modo di parlare del cosiddetto marxismo come di una scienza prognostica in senso naturalistico moderno e di tipo galileiano) resta per comunque qualcosa, e questo qualcosa non soltanto la teoria della alienazione (che in unopera di prossima pubblicazione Eugenio Orso ha collegato strettamente con la generalizzazione del lavoro flessibile e precario, fenomeno antropologico assai pi che soltanto angustamente economico), ma soprattutto una teoria della illimitatezza distruttiva della dinamica riproduttiva capitalistica, teoria che separa Marx dalla tradizione del progressismo positivistico (ideologia dominante nel comunismo storico novecentesco in tutte le sue versioni), e lo ricollega invece alla tradizione della filosofia greca classica, nata in opposizione alla smisuratezza del denaro e del potere non controllati dalla ragione (logos) e dalla misura (metron). Questo Marx, quindi, sarebbe ancora non solo utile, ma addirittura indispensabile. Ma questo Marx non interessa n alle restanti comunit marxiste in attivit (congreghe di atei positivisti in pieno sbandamento teorico e culturale) n alla cosiddetta sinistra (trib post moderna di individualisti narcisisti odiatori del popolo realmente esistente accusato di razzismo populista). Marx resta quindi del tutto virtuale, e viene sempre preso decaffeinato, per poterne espungere gli aspetti inquietanti incompatibili con il Politicamente Corretto. Studioso di Marx e della storia del marxismo da almeno quattro decenni, io non mi stupisco affatto di quella rivoluzione marxista capovolta cui assistiamo da almeno un trentennio. Mi sarei anzi stupito del contrario. Il fatto che per marxismo tutti i dilettanti ed i fanatici intendono (ed hanno sempre pervicacemente inteso) il mito sociologico infondato della natura spontaneamente rivoluzionaria del proletariato di fabbrica moderno, mito epistemologicamente inferiore alla cosmologia Maya ed alle favole della nonna. A causa dellegemonia incontrastata in Italia del cosiddetto operaismo (di cui lultima versione alla Negri soltanto una forma adattata alla globalizzazione sotto dominio imperiale USA) nel nostro paese il pensiero di Marx stato identificato per mezzo secolo con il mito sociologico del proletariato di fabbrica, uno dei grumi sociali meno rivoluzionari dellintera storia universale comparata (leccezione russa del 1917 fa parte appunto di quelle eccezioni storiche che confermano la regola). Bisogna quindi cercare di capire la natura storica e sociale profonda di questa rivolta delle lites. In primo luogo, non la prima volta nella storia del capitalismo che questa rivolta delle lites ha luogo, ma almeno la seconda volta. La prima rivolta delle lites ha avuto luogo fra il 1871 (repressione della Comune di Parigi) ed il 1914 (scoppio della prima guerra mondiale), ed strano che il pur benemerito Lasch non se ne sia accorto (ma questo probabilmente dovuto allassoluto e totale americano-centrismo di tutti gli intellettuali americani, compresi i pi geniali e dotati). Nietzsche in filosofia e Pareto in sociologia sono stati i due principali teorici di questa prima rivolta delle lites, e non bisogna dimenticarlo mai. Non considero invece i movimenti fascisti del periodo storico 1919-1945 episodi di rivolta delle lites, anche se cosi tendono a considerarli quasi tutti gli attuali contemporaneisti universitari (un pittoresco gruppo di antifascisti rituali in totale e conclamata assenza di fascismo). Sebbene i movimenti fascisti siano stati anche favoriti e finanziati da lites industriali, agrarie e finanziarie (a seconda ovviamente dei vari paesi), la natura profonda del fascismo non stata quella di una rivolta delle lites, ma quella di un vasto e contraddittorio movimento dei ceti medi e della piccola borghesia tradizionale contro la proletarizzazione, rappresentata simbolicamente dalla minaccia del bolscevismo russo. Mi oppongo quindi con forza allinterpretazione storiografica dei fascismi in termini di rivolta delle lites, e questo del tutto indipendentemente dal giudizio morale, politico o storiografico sulla natura storica del fascismo in tutte le sue varianti. A partire dal 1980 circa siamo invece di fronte ad una seconda vera e propria rivolta delle lites. Si tratta allora non tanto di condannarle moralisticamente, come fanno tutti coloro che si limitano a constatare che negli anni cinquanta del novecento il differenziale salariale fra un operaio Fiat ed il direttore Vittorio Valletta era di uno a venti, mentre oggi il differenziale salariale fra un operaio Fiat ed il direttore Sergio Marchionne di uno a quattrocento. Questo non certo dovuto ad irrilevanti sconfitte di scioperi operai, ma dovuto esclusivamente ad un passaggio da un capitalismo prevalentemente produttivo, e quindi industriale, ad un capitalismo prevalentemente speculativo, e quindi finanziario. Mentre la prima rivolta delle lites (1871-1914) si basava prevalentemente sulla riorganizzazione della sovranit monetaria dello stato nazionale (con accompagnamento culturale alla Nietzsche-Pareto), questa seconda rivolta delle lites si basa prevalentemente sul controllo di uno spazio economico globalizzato, ed il suo accompagnamento culturale non pi prevalentemente di destra (Nietzsche, Pareto, Kipling, ecc.), ma prevalentemente di sinistra (postmoderno, Ljotard, Bobbio, Rawls, Habermas, religione olocaustica di colpevolizzazione infinita dellEuropa, ideologia interventistica dei diritti umani, governo dei giudici e dei giornalisti, costituzione materiale basata sullo scandalismo, irrisione della religione vista come residuo superstizioso pre-moderno, sostituzione del Big Bang alla creazione divina, imposizione del coito e del godimento immediato al posto dellamor cortese e del dolce stil novo, ecc.). E tuttavia Lasch coglie il punto essenziale della questione, molto pi dei cosiddetti marxisti, poveri positivisti subalterni di sinistra cultori dellideologia del progresso. Lasch per imbarazzante sia per i ceti di sinistra postmoderni, di cui aveva precocemente diagnosticato la natura narcisistica, sia per la cultura dominante, che ovviamente gli preferisce generici tuttologi chiacchieroni che si limitano a denunciare forze anonime ed impersonali e non indicano mai con il dito gli oligarchi che ci dominano (la societ liquida di Bauman, il destino della tecnica di Galimberti, ecc.). So bene che la definizione di capitalismo feudale provvisoria, e non ancora certamente soddisfacente (sebbene ritenga in buona fede che il lavoro sociologico che ho scritto con Eugenio Orso si collochi al di sopra della produzione media della sociologia universitaria, ed per questo ovviamente che stato silenziato le strutture culturali ufficiali sono prima di ogni altra cosa strutture selettive di silenziamento, allinterno appunto del fenomeno generale della rivolta delle lites). Ma questo ossimoro si pone tuttavia al di sopra di tutte le tranquillizzanti apologie che vanno da Sloterdjik a Rorty, da Rawls a Bobbio fino ad Habermas, il seppellitore dellultima manifestazione di inquietudine della vecchia coscienza borghese (la scuola di Francoforte di Horkheimer e Adorno). Non la considero per (come tu suggerisci) una

fase involutiva del capitalismo. Come chiarir meglio nella mia quarta risposta, tendo invece ad interpretare questa rivolta delle lites come un passaggio strutturale alla terza fase logica del capitalismo (la fase speculativa dopo le fasi astratta e dialettica), fase che deve cercare di limitare il pi possibile gli elementi dialettici della fase precedente (comunitarismo borghese di Hegel, comunitarismo proletario di Marx, marxismo critico novecentesco, ecc.). Infine, last but not least, questa rivolta delle lites delle classi dominanti europee ed USA anche stata una risposta preventiva allincipiente sfida delle nuove classi capitalistiche della Cina, dellIndia, della Corea e del Brasile. Come sarebbe stato infatti possibile competere con loro senza avere bastonato prima i propri riottosi plebei, senza precarizzare il lavoro, e senza colpire la conquista dei cosiddetti trenta anni gloriosi (1945-1975)? 2) La globalizzazione ha comportato luniformazione dei processi produttivi, degli scambi, della mobilit dei capitali e della manodopera, fenomeni peraltro resi possibili dal progresso tecnologico. La globalizzazione ha dunque condotto al fenomeno della interdipendenza mondiale delleconomia, della finanza, della cultura, degli equilibri politici di un ordine mondiale sempre pi instabile e conflittuale. Pertanto, la crisi finanziaria del 2008, per sua genesi e natura di carattere globale, avrebbe richiesto soluzioni e riforme comuni, concordate in sede internazionali tra gli Stati e organismi sopranazionali. Ma finora non si registrano accordi internazionali in tal senso. Nessuna disciplina di controllo stata varata per quanto concerne gli strumenti finanziari derivati, sono al di l da venire accordi che affranchino leconomia mondiale dal dollaro che resta valuta di riserva, rimane immutato il problema del cronico debito del terzo mondo e la sua dipendenza dal FMI. Anzich la globalizzazione delle politiche economiche e sociali, abbiamo assistito al prepotente riemergere degli egoismi nazionali e localistici, la politica economica della UE (specie da parte della Germania), nella vicenda del default del debito pubblico greco ce ne offre un esempio paradigmatico. Nelle crisi finanziarie, la politica degli Stati non volta tanto a difendere la propria economia e la propria indipendenza nazionale dalle ricorrenti manovre antieuropee degli USA, quanto a salvaguardare i privilegi acquisiti nella propria area geopolitica di influenza. Si tratta in realt di una strategia regressiva di impronta esclusivamente monetaria messa in atto dalla BCE, che peraltro comporta provvedimenti di natura fiscale e sociale che si rivelano penalizzanti per i popoli europei. Anche nella sfera individuale lavvento della globalizzazione ha generato un individualismo egoista dagli orizzonti sempre pi ristretti. La mobilit e la precariet del lavoro hanno diffuso un modello di vita basato sullincertezza permanente, il cui fine ultimo limitato alla mera sopravvivenza. Inoltre, con il progresso tecnologico nel campo delle comunicazioni e lincremento degli scambi, si verificata unespansione della produzione normativa a tutela dei diritti del singolo alla privacy e alla salvaguardia della sfera individuale che ha depauperato luomo della sua naturale tendenza allo spontaneismo sociale. Leccessiva normativit giuridica crea rigidi codici di comportamento inderogabili (ideologia del politically correct). La libert individuale si tramuta in uno stato di generalizzata il libert collettiva, lesercizio codificato dei diritti individuali produce estrema conflittualit nella societ e soprattutto controllo sociale esterno nei comportamenti delle masse. Sembra che la globalizzazione abbia determinato solo luniversalizzazione degli egoismi. Per rispondere correttamente allinsieme di problemi che tu poni bene cercare una formulazione unitaria sintetica, che permetta di stringere il cuore della questione da te sollevata. Riporto qui allora una felice formulazione sintetica del grande sociologo francese Pierre Bourdieu, che ci offre tutti i dati teorici del problema. Ha scritto Bourdieu: La nozione polisemantica di globalizzazione ha come effetto, se non forse come funzione, di nascondere nellecumenismo culturale o nel fatalismo economicistico gli effetti dellimperialismo e di far passare un rapporto transnazionale per una necessit naturale. Qui c proprio tutto, se si usa ovviamente la lente adatta. In primo luogo, la globalizzazione non soltanto non ha fatto scomparire il buon vecchio imperialismo (matrice principale del grande macello impropriamente chiamato dagli storici prima guerra mondiale), ma ne semplicemente la forma specifica dellattuale periodo storico. In una prospettiva secolare (lunica illuminante e sensata) limperialismo ha assunto fino ad oggi tre forme, il mercantilismo seicentesco e settecentesco, limperialismo vero e proprio ottocentesco e novecentesco, ed infine lattuale globalizzazione. La decadenza della sinistra europea cominciata proprio quando negli ultimi due decenni del novecento e nel primo decennio del ventunesimo secolo questo informe conglomerato postmoderno ha abbandonato la categoria di imperialismo ed ha adottato categorie sostitutive come la religione olocaustica, il bombardamento aereo in difesa dei diritti umani, lattenzione ossessiva ed esclusiva per le minoranze sessuali, gli zingari ed i migranti, il disprezzo per il popolo accusato surrealmente di populismo, ecc. (il punto pi basso a livello europeo stato raggiunto in proposito dal Partito della Rifondazione Comunista italiano sotto la direzione dilettantesca ed infantile di Fausto Bertinotti). bene in proposito ricordare che il solo elemento permanente della tipologia a tre stadi sopra ricordata (mercantilismo, imperialismo propriamente detto ed infine globalizzazione) stata, e sar la funzione diplomatica e militare degli stati nazionali, che certo in questa terza fase si ritirano dalle funzioni sociali dette di welfare, ma non si ritirano affatto dalla pressione diplomatica e dallintervento militare. In secondo luogo, Bourdieu ricordala funzione di manipolazione ideologica della cosiddetta necessit naturale. una vecchia, vecchissima storia, ma le sue manifestazioni empiriche sono sempre nuove, e richiedono quindi sempre unattenzione particolare. Le religioni monoteistiche hanno a lungo esercitato la funzione ideologica di far passare concreti interessi sociali di classe per naturale adeguamento ai voleri divini (in questo il monoteismo stato sempre molto pi performativo del politeismo o del panteismo a base naturalistica), ma da circa mezzo secolo questa naturalizzazione passata alleconomia politica santificata e deificata. Per questa ragione il cosiddetto pensiero laico, che vorrebbe liberarci il cervello sostituendo la teoria darwiniana dellevoluzione al cosiddetto disegno intelligente divino in ritardo di almeno un secolo (e mi esprimo qui in modo particolarmente indulgente e pacato). Le facolt di economia sono oggi lequivalente delle facolt medioevali di teologia, mentre le facolt di filosofia e di scienze sociali sono ridotte ormai a supporti secondari di questa naturalizzazione (consulenze filosofiche per narcisisti in crisi di identit, inutile epistemologia alluvionale, integrale destoricizzazione e desocializzazione della teoria della conoscenza scientifica, diffamazione insistita e petulante della metafisica umanistica classica, ecc.).

In terzo luogo, Bourdieu ci ricorda che lecumenismo culturale ed il fatalismo economicistico sono una sola ed unica unit dialettica, anche se, in linguaggio marxista, potremmo anche dire (ma sarebbe meno preciso) che il fatalismo economicistico la struttura e lecumenismo culturale la sovrastruttura. La globalizzazione finanziaria si pone in forma fatalistica come gabbia dacciaio (Max Weber) o come destino della tecnica (Martin Heidegger), e si ha cos il paradosso (per altro facilmente decifrabile) per cui una Grande Narrazione (pi esattamente, la pi oscena delle grandi narrazioni mai concepite nella millenaria storia dellumanit) si presenta come la smentita definitiva e liberatoria di tutte le grandi narrazioni precedenti. Contestualmente, tutta la superficiale retorica ecumenica (multiculturalismo, multietnicit, ecc.) non che labito di Arlecchino indossato sopra il giubetto antiproiettile usato per le guerre occidentalistiche di civilt (Irak, Afghanistan, domani chiss). Qui la funzione di occultamento del circo mediatico e del clero universitario appare in piena luce, e gli unici a non capirlo sono i semicolti presenzialisti che affollano le conferenze per gente di una certa Kual Kultura (i K maiuscoli sono dellumorista italiano Stefano Benni). In quarto luogo, il fatalismo economicistico che permea la nostra cultura come una nuvola velenosa di smog gi stato diagnosticato da alcuni decenni, ma impossibile fare passi avanti se non si diagnostica il male alla radice. Bisogna quindi risalire a due concezioni alternative di economia politica per potere respingere la prima ed accettare la seconda. Secondo una prima concezione di economia politica essa frutto di una autofondazione su s stessa senza alcun fondamento pre-esistente di tipo religioso, filosofico e politico (David Hume) e di una rigorizzazione della mano invisibile del mercato (Adam Smith), per cui il legame sociale fondato sullo scambio fa venir meno qualsiasi altro presunto Assoluto (in questo modo la metafisica economicistica si presenta come liberazione da ogni altra precedente metafisica il massimo della sfacciata mistificazione!). Ma in base ad una seconda concezione leconomia politica deve rispondere non al mercato ma al sistema dei bisogni sociali (Hegel e poi Marx), ed quindi una disciplina dipendente dalla politica, e non viceversa (Aristotele, Tommaso dAquino, Polany, interpretazione di Hegel di Pierre Naville, interpretazione di Marx di Michel Henry, Henry Denis, Denis Collin ed infine se me lo si permette di chi scrive). La prima concezione non riformabile, perch sfocia sempre gravitazionalmente in un monoteismo fatalistico del mercato. La seconda invece la regola doro da sviluppare, ma la via bloccata dalla saracinesca formata dalle oligarchie finanziarie, dal ceto politico, dal circo mediatico e dal clero universitario di economia, filosofia e sociologia. In quinto luogo, infine, lecumenismo culturale, lungi dallessere progressista, emancipatore e di sinistra soltanto la copertura culturale per conniventi e per allocchi di un nuovo capitalismo finanziario globalizzato che per rimuovere la generalizzazione del lavoro flessibile, temporaneo e precario deve promuovere la formazione di un nuovo esercito industriale di riserva multiculturale, multirazziale, multietnico, multireligioso, linguisticamente unificato (inglese operativo) e sessualmente omogeneizzato (omo ed etero al posto delle vecchie noiose famiglie borghesi). Tutto questo non ha assolutamente nulla a che fare con il vecchio concetto greco di ospitalit verso lo straniero (xenos) in cui lo straniero era bens ospite, ma mai ci si sarebbe sognati di rinunciare alla propria identit culturale greca, di cui si era anzi non solo fieri ma fierissimi. Ultimamente questo stato chiarito da un magistrale saggio di Luca Grecchi (uno dei pi promettenti filosofi italiani contemporanei, ed appunto per questo silenziato ed ignorato dalla mafia mediatico-accademica al servizio delle oligarchie), che confuta con ricchi argomenti lerrata concezione dei greci come nazionalisti, sciovinisti e razzisti. I greci erano fieri della propria irripetibile identit religiosa, culturale e linguistica, e nello stesso tempo aperti al cosiddetto diverso (oggi trasformato in un inesistente Diverso per colpevolizzare la legittima difesa economica e culturale delle comunit). La formula che tu utilizzi alla fine della tua domanda (la globalizzazione come universalizzazione degli egoismi) particolarmente felice, perch suggerisce al lettore che abbia ancora voglia di pensare che luniversalizzazione degli individualismi acquisitivi (non importa se dal lato dellImprenditore o dal lato del Consumatore) universalizza soltanto lindividualismo acquisitivo stesso. questo un ennesimo ossimoro (luniversalizzazione dellindividualismo), che non potrebbe per concretamente realizzarsi senza la perdita della stabilit del lavoro (lindividuo flessibile il vero coronamento di ogni individualismo, perch porta lo sradicamento al suo punto pi alto) e senza la distruzione delle vecchie comunit familiari e religiose in nome di nuove comunit provvisorie fittizie (la folla anonima dei centri commerciali, il concerto rock, ecc.). Lantropologia sociale di questa nuova ed inedita universalizzazione dellindividualismo anomico deve ancora essere studiata, e non possiamo certamente aspettarci alcun aiuto dalle caste mediatiche ed universitarie. E tuttavia io credo nella natura umana, e quindi non credo nella sua manipolabilit infinita. Se la natura umana fosse infinitamente manipolabile, non ci sarebbero soggetti sociali capaci di tirarci fuori, n tanto meno futurismi tecnologici o ideologie del progresso. Per questo non bisogna chiedere aiuto allideologia, ma ad un rinnovamento filosofico. Ma dal momento che la tua terza domanda verte appunto su questo, svilupper il mio discorso proprio nella mia terza prossima risposta. 3) Come gi accennato, il capitalismo del XXI caratterizzato dalla propria autoreferenzialit, dato che non esistono ad oggi modelli economico - sociali alternativi ad esso. E leconomia capitalista globalizzata ha creato un modello rigido, sia dal punto di vista economico che ideologico, che legittima o condanna la politica degli Stati. Tuttavia, si rileva che il capitalismo, sin dalla sua nascita al tramonto del mondo feudale, si dimostrato vincente proprio in virt della sua capacit di adattamento a situazioni storiche e geografiche estremamente diversificate nello spazio e nel tempo. Il capitalismo sopravvissuto cos a lungo, grazie alla sua capacit di recepire e omologare alle sue esigenze i valori e i costumi delle civilt preesistenti ad esso ed stato in grado di far proprio il progresso scientifico - tecnologico, coinvolgendolo nelle logiche di mercato. Il modello capitalista fino ad oggi non mai stato unitario: la storia del mondo moderno costellata da una estrema diversificazione di modelli socio - politici ispirati al capitalismo, ma compatibili con le peculiari realt storiche e sociali del tempo. Oggi si afferma, e non senza ragione, che il capitalismo occidentale si dimostrato vincente rispetto alle ideologie del XX secolo, proprio per la sua estrema capacit di trasformazione, che gli ha consentito di evolversi e di superare sempre le sue crisi interne, pi volte diagnosticate erroneamente come sintomi

della sua ineluttabile decadenza. I modelli politici basati invece su dogmi ideologici (fascismo e comunismo), sono stati travolti sia a causa delle guerre (fascismo), che per la loro estrema rigidit nellaffrontare i problemi del proprio tempo nellottica ideologica, che si peraltro rivelata incapace di riformare il sistema politico ed economico dinanzi ai mutamenti in atto di un mondo in continua evoluzione (comunismo). Il capitalismo del XXI secolo invece presenta caratteristiche rigidit ed univocit strutturale nel qualificarsi come unico modello universale di sviluppo. Attualmente il sistema capitalista incapace di mediazione tra un liberismo ormai chiuso nel suo assolutismo ideologico - economicista e la realt storico sociale contemporanea. E assente oggi una dialettica sociale che abbia la funzione di determinare quella necessaria contrapposizione tra le classi sociali, i gruppi politici, le diverse culture, da cui poi possano emergere delle sintesi in cui trovino la loro composizione le diverse istanze poste dalla conflittualit politico - sociale. Alla dialettica sociale si sostituito uno stato di conflittualit permanente allinterno delleconomia di mercato, che scaturisce dalla concorrenza selvaggia, dalle tensioni sociali senza soluzione, dalle guerre infinite per lappropriazione delle risorse. Nella realt odierna, tuttavia impensabile una dialettica conflittuale tra le classi, perch, mentre le lites della Global Class hanno creato un modello economico - sociale strutturato in funzione del proprio unilaterale ed oligarchico dominio sulleconomia e sulla finanza, la Pauper Class unentit indefinita, un fenomeno non originario, ma derivato dalla dissoluzione delle vecchie classi sociali, dalla marginalizzazione progressiva di grossa parte della popolazione attiva. La mancanza di conflittualit sociale dovuta proprio alla indefinibilit degli interessi e dei valori comuni delle classi subalterne che possono essere identificate solo nella loro fuoriuscita dal mondo economico, dalla loro frantumazione sociale e dalla loro emarginazione politica. Il capitalismo una totalit processuale in pieno svolgimento, ed essendo una totalit processuale in pieno svolgimento non scientificamente conoscibile, almeno secondo i criteri della scienza moderna. Nella terminologia della filosofia di Kant, il capitalismo assimilabile ad una Cosa in S, cio ad un Pensabile ma non Conoscibile. Ci che scientificamente conoscibile deve poter essere determinato in uno spazio ed in un tempo, ed il prolungamento nel futuro pu soltanto essere fatto in base al presupposto della cosiddetta uniformit della natura (Stuart Mill). Ad esempio, noi possiamo scientificamente prevedere le eclissi di luna e di sole anche fra alcuni secoli, ma possiamo farlo soltanto con il presupposto della stabilit omogenea ed uniforme dello spazio e del tempo. Gi la teoria detta del Big Bang non affatto scientificamente sicura al cento per cento, ed infatti ci sono fisici e cosmologi che non la condividono assolutamente. Il futuro processuale del capitalismo inteso come totalit dinamica in svolgimento non per nulla prevedibile, ed per questo che ho sempre definito il marxismo un utopismo scientifico, perch una utopia positivistica e deterministica pensare di poter determinare scientificamente il futuro di una totalit dinamica in pieno svolgimento. Fatta questa necessaria premessa, tu avanzi una ipotesi degna di essere presa in considerazione. In primo luogo, utilizzi il concetto darwiniano di adattabilit (fitness), per cui la vittoria del capitalismo nel recente passato storico interpretata non tanto come semplice capacit di favorire lo sviluppo delle forze produttive (secondo il criterio tradizionalmente accettato dai marxisti, sia ortodossi che eretici), ma come adattabilit darwiniana allambiente storico e sociale circostante. In secondo luogo, ipotizzi che lattuale capitalismo neoliberale globalizzato stia perdendo questa adattabilit, diventando paradossalmente sempre pi ideologico, e ripetendo cosi gli errori dei suoi due grandi avversari storici novecenteschi, il fascismo ed il comunismo. Vale quindi la pena cercare di sviluppare e di discutere lipotesi che tu proponi. Dal momento che il capitalismo non una cosa, ma un rapporto sociale di produzione (qui sta la relativa superiorit di Marx su Heidegger), la sua forza direttamente proporzionale alla debolezza dei suoi possibili avversari strategici. Se vera, ammesso che sia vera, la trasformazione del proletariato storico in Pauper Class (secondo lipotesi proposta da me e da Orso, che non ideologica ma soltanto sociologica e vorrei sinceramente che fosse falsa, ma penso purtroppo che sia vera), allora non siamo tanto di fronte ad una "ideologizzazione rigida del capitalismo (come tu sembri ipotizzare), ma ad una situazione storica e sociale temporanea (temporaneit che pu durare anni, decenni o secoli, il futuro imprevedibile), in cui il capitalismo si sviluppa unicamente come rete concorrenziale di diverse unit capitalistiche in reciproco conflitto strategico (secondo lipotesi di Gianfranco La Grassa), restando invece del tutto latente, virtuale ed ineffettuabile la lotta di classe. Sul piano storico, non considero le pur benemerite lotte sindacali vere lotte di classe, perch esse sono del tutto interne e sistemiche alla riproduzione del modo di produzione capitalistico. Andando contro la tradizione marxista, considero lotta di classe soltanto quel tipo di lotta strategica che mette realmente in discussione la riproduzione modale del capitalismo. So che questo mi far diventare ancora pi antipatico di quanto gi lo sia ai sinistri di ogni tipo, ma ritengo che giunta lora di smetterla di raccontarci delle storie (Althusser). La vera novit storica di questo ultimo ventennio lentrata nel mondo della concorrenza strategica dei capitali indiani, cinesi, turchi, brasiliani, eccetera. Credo che la rigidit ideologica neoliberale, che tu correttamente rilevi, sia soltanto la ricaduta sovrastrutturale di queste novit, da cui derivano fenomeni del tutto secondari come il conflitto fra Marchionne e la Fiom di Pomigliano. Come cercher di chiarire nella mia prossima quarta risposta, che considero la pi importante di tutte, il problema sta nel capire se ed in che modo dalla Pauper Class possa scaturire linsieme di soggettivit politiche rivoluzionarie in grado di confrontarsi con il capitalismo in questa terza fase speculativa del capitalismo. Questo non pu essere oggetto di scienza, perch imprevedibile, ma solo di filosofia, nel senso di una filosofia della prassi basata su di una ontologia dellessere sociale. E tuttavia, qualcosa si pu pur sempre dire, anche se bisogna abbandonare lidea della prevedibilit del futuro, su cui si mosso per due secoli il pensiero anticapitalistico. In primo luogo, bisogna separare decisamente i concetti di progresso e di emancipazione, che la tradizione marxista ci consegna unificati, e che invece non sono affatto unificati, e soprattutto non sono unificabili, n teoricamente n praticamente. Il concetto di progresso deve essere cortesemente archiviato, mentre quello di emancipazione deve

essere invece messo al centro. Ma spieghiamoci meglio. Il concetto di progresso nasce nel settecento borghese europeo, e prima non cera. Tutti i tentativi di retrodatarlo allantichit classica, al medioevo ed al rinascimento sono scorretti, perch individuano concetti di generica possibilit di miglioramento delle condizioni sociali o programmi di perfezionamento spirituale delluomo che non corrispondono affatto al concetto settecentesco di progresso. Il concetto di progresso il fondamento ideologico di legittimazione della borghesia settecentesca, perch sottrae la sovranit sulla totalit temporale alla precedente sovranit religiosa, i cui apparati teologici si erano schierati dalla parte della riproduzione signorile e tardo-feudale. Pi esattamente, il concetto di progresso storico estrapolato da un fatto materiale, il progressivo perfezionamento degli strumenti tecnologici di conoscenza della natura astronomica, fisica, chimica, geologica e biologica. Questo perfezionamento per sua propria natura potenzialmente infinito, perch non esiste e non pu esistere lo strumento definitivo. Questo carattere potenzialmente infinito del perfezionamento dello strumento tecnologico estrapolato nel campo umano e sociale, e Kant ne il maggiore e migliore interprete filosofico. Il concetto di emancipazione non invece di origine illuministica (se non in forme ancora non sistematizzate), ma di origine idealistica, e trova nellidealismo di Fichte la sua prima forma compiuta. Lemancipazione non in alcun modo un progresso potenzialmente infinito estrapolato dallinfinito perfezionamento degli strumenti di ricerca, ma un rapporto fra lio (metafora ideale dellintera umanit concepita come un solo soggetto storico emancipatore attivo) ed il Non-io (metafora dellinsieme di resistenze che si oppongono storicamente e socialmente al processo emancipatore). Qui come chiaro non c pi nessuna metafora del progressivo perfezionamento degli strumenti, ma il solo riconoscimento della prassi emancipativa umana. In secondo luogo (e questo secondo aspetto ancora pi importante del primo) bisogna diagnosticare con precisione lorigine di quella posizione patologica che pretende di dominare la conoscibilit del futuro. Qui la confusione regna in genere sovrana, perch nella trib dei filosofi universitari politicamente corretti domina la teoria per cui la cosiddetta grande narrazione marxista (da superare secondo Habermas con un pensiero decisamente postmetafisico: traduzione, capitalistico) non sarebbe che una secolarizzazione della vecchia escatologia ebraico-cristiana nel linguaggio delleconomia politica moderna. Una sorta di Apocalisse di Giovanni, in cui per Giovanni, avendo imparato linglese, ha potuto leggere Smith e Ricardo. Si tratta di pompose sciocchezze. La pretesa di conoscere il futuro non ha alcun carattere escatologico-apocalittico, ma deriva dallo sviluppo unilaterale del concetto di capitalismo come spazio uniforme allo spazio della natura. E cosi come le eclissi si possono prevedere (in nome della uniformit dello spazio-tempo prevedibile), nello stesso modo il futuro storico pu essere previsto, sulla base della quantificazione e della matematizzazione delle grandezze sociali. Ma le sole grandezze sociali quantificabili e matematizzabili sono quelle puramente economiche, sulla base del concetto di valore economico come tempo di lavoro sociale medio incorporato nel bene-merce. Lo spazio sociale prolungato nel futuro diventa cosi effettivamente uno spazio prevedibile, ma soltanto se esso viene ferreamente limitato alla dimensione economica dello scambio delle merci. Chi capisce questo (ma non facciamoci illusioni lintera comunit universitaria rema contro) capisce che la pretesa di conoscere il futuro del capitalismo come se fosse un oggetto scientifico non trova affatto la sua radice nel pensiero greco, nella escatologia cristiana o nellidealismo tedesco di Fichte e di Hegel (i confusionari postmoderni sono particolarmente attaccati a questa ultima versione), ma trova la sua origine in una estrapolazione economicistica della futurizzazione del tempo storico, sorta allinterno delleconomia politica inglese e poi generalizzata dal positivismo e dal suo grillo parlante, il neokantismo universitario arrogantemente post-metafisico. Poveri noi! 4) Dalle precedenti considerazioni emerge chiaramente che in atto attualmente un processo di progressiva estraniazione del capitalismo dalla realt storica presente. Il capitalismo globale, che ha la sua espressione politica originaria nella superpotenza statunitense, si afferma come uno stato di fatto compiuto in se stesso: un fenomeno imposto dalla sua logica di dominio economica e politica incontrastata. La sua fuoriuscita dalla storia delineata dalla progressiva smaterializzazione delleconomia stessa: al declino delleconomia produttiva fa riscontro lavvento della finanza virtuale, al potere derivante dal possesso dei mezzi di produzione si sostituito il potere sulla conoscenza e sullinformazione. In una societ dominata da rapporti sociali improntati alla logica economicista del mercato, si pu constatare solo lassenza di ogni forma di progettualit che implichi trasformazioni politiche e nuovi e diversi modelli di sviluppo. Le stesse crisi economiche non possono essere superate da un capitalismo ormai incapace di progettualit ed evoluzione: esso non in grado di mettere in dubbio s stesso e i propri dogmi economici e politici. La storia non pu essere ridotta ad un divenire interno alle strategie economiche. Paradossalmente, il concetto di fine della storia espresso da Fukujama rivelerebbe una sua credibilit, se riferito al fenomeno capitalista del XXI secolo, data la sua incapacit di ulteriori evoluzioni. In tale contesto viene meno la stessa concezione del progresso, che stata lidea trainante dello sviluppo capitalista. Costatiamo dunque come il fenomeno capitalista abbia condotto alla completa oggettivazione delluomo nei processi economici, in una fase storica in cui la logica dello scambio ha prodotto un tipo umano espropriato della coscienza di s stesso e del senso della sua esistenza nel divenire storico. In questo processo di alienazione globale delluomo nelloggettivit immanente, possiamo dunque scorgere i sintomi di una crisi sistemica involutiva del fenomeno capitalista, che, spogliandosi di ogni contenuto umanistico, giunto probabilmente alla fase terminale della sua parabola epocale. Vorrei partire dalla formulazione con cui tu concludi la tua quarta ed ultima domanda, per cui il fenomeno capitalistico,

spogliandosi di ogni contenuto umanistico, giunto probabilmente alla fase terminale della sua parabola epocale. Questa mia quarta risposta sar allora uno sviluppo dialogico di questa tua affermazione. In primo luogo, bisogna capire se si tratta di un auspicio, oppure di una diagnosi, o detto altrimenti di un auspicio soggettivo o di una diagnosi oggettiva. Entrambe le cose, ovviamente, ma comunque bene disarticolare la formulazione. Se si tratta di un auspicio soggettivo, lo condivido interamente, e la nostra differenziata provenienza ideologico-politica mostra alla luce del giorno che oggi (2010) la dicotomia Destra/Sinistra una pura semplice protesi di manipolazione politica volta a rinfocolare identit ed appartenenze ormai pi tribali che politiche in senso greco-classico, mentre il solo fattore che conta lapprodo culturale ad un comune giudizio critico sul capitalismo neoliberale globalizzato di oggi. Apprezzo anche il tuo riferimento ai valori umanistici. Ho messo infatti molto tempo (forse troppo) per capire che la critica strutturalistica allumanesimo, in parte giustificata sul piano strettamente epistemologico, era per totalmente fuori bersaglio sul piano filosofico. Io mi considero oggi un umanista filosofico, e credo di esserlo tanto pi quanto pi ho metabolizzato interamente le tesi dellanti-umanesimo filosofico, che ho conosciuto in giovent al livello pi alto di sistematizzazione (Heidegger, Althusser, Foucault, ecc.). La consuetudine amicale con persone come te e come Luca Grecchi mi ha molto aiutato, e non vi sar mai grato abbastanza. Siamo per sempre a livello dellauspicio, non ancora di una diagnosi e di una prognosi. Dal momento che verso il capitalismo ho un approccio dialettico, considerandolo in termini di unit di emancipazione e di alienazione, il problema si riduce allora a diagnosticare quando gli aspetti emancipativi si riducono fino ad annullarsi e quando gli aspetti alienanti diventano dominanti. Ho gi rilevato in una precedente risposta, ed ora lo ribadisco con forza, che oggi gli aspetti alienanti sono passati in primo piano, sia verso gli equilibri ambientali del pianeta sia verso la stessa conservazione degli elementi minimi della tradizione culturale, artistica e religiosa dei popoli e degli individui. E dunque, se si parla di auspicio, sono diventato un anticapitalista radicale, e tanto pi radicale quanto pi mi sono liberato degli elementi del positivismo scientifico della vecchia sinistra e degli elementi dellindividualismo anomico ed anarchico della nuova sinistra. Passiamo invece alla prognosi. Gi nella precedente terza risposta ho fatto notare che il futuro assolutamente imprevedibile, e che lipotesi della sua prevedibilit stata costruita sulla base erronea dellassimilazione dello spaziotempo storico allo spazio-tempo fisico, per cui da questa inesistente omogeneit era estrapolata la pretesa della prevedibilit degli eventi futuri pensati come eventi naturali. Gran parte del marxismo (se non tutto) da mettere agli archivi, perch in esso lanticapitalismo morale fondato sulla previsione scientifica degli esiti socialisti, comunisti o almeno comunitari del capitalismo. Non cos, ed meglio smettere di perdere tempo per farsi accreditare da parte di chi pensa in questo modo. In fondo, nessun astronomo serio perderebbe tempo a farsi accreditare presso sostenitori del geocentrismo o della terra piatta. Da studioso della storia del marxismo, mi sono inevitabilmente occupato della teoria del cosiddetto crollo del capitalismo, teoria infinitamente pi debole di tutte le cosmologie Maya. Non voglio in proposito proporre un paragone fra gli economisti neoliberali ed i teologi bizantini, perch rispetto troppo i teologi bizantini per offenderli con questa comparazione. Cerchiamo di impostare correttamente il problema, partendo con il piede giusto. Si tratta di distinguere a proposito del capitalismo fra livello logico (pi esattamente, logico-ontologico) e livello storico (pi esattamente, storico-economico). I due livelli non si sovrappongono, e la loro eventuale errata sovrapposizione da luogo appunto a quella costellazione chiamata storicismo, il cui raddoppiamento inevitabile allora leconomicismo (la storia del futuro, infatti, viene prevista in base alle estrapolazioni delle tendenze prevedibili delle quantit economiche). In termini pi semplici e comprensibili, bisogna distinguere fra periodizzazione logica e periodizzazione storica del capitalismo, e comprendere che la periodizzazione logica non si sovrappone alla periodizzazione storica. Ma cerchiamo di scendere brevemente nel merito. A proposito della periodizzazione logica del capitalismo, credo che lapproccio pi utile, fecondo e ricco di effetti secondari di conoscenza sia quella dialettica ricavata dalla logica di Hegel, per cui il capitalismo si sviluppa secondo un ritmo triadico da una prima fase astratta ad una seconda fase dialettica ad una terza fase speculativa. Non ho qui purtroppo lo spazio sufficiente per dettagliare in modo articolato questa periodizzazione, ma lho fatto altrove con dovizia di argomentazioni storiche e filosofiche. I manuali di storia e di storia della filosofia non ci aiutano per nulla in questa comprensione, pur essendo ovviamente ricchi di informazioni e di dettagli, e bisogna quindi integralmente riscriverli dalle fondamenta. Cos come sono sono infatti inutilizzabili, e non permettono quel riorientamento gestaltico che fa da premessa indispensabile per la ricostruzione di una catena metafisica alternativa del passato, sia storico che filosofico. Per ora basti dire che in questa mia periodizzazione logica del capitalismo sono arrivato alla (sempre fallibile e rivedibile, in presenza di argomenti consistenti) conclusione per cui abbiamo da poco superato a livello mondiale la fase dialettica del capitalismo (caratterizzata da dicotomie come Progresso/Conservazione, Destra/Sinistra, Fascismo/Antifascismo, Comunismo/Anticomunismo, Laicismo/Religione, Occidente/Oriente, ecc.), e siamo entrati in una incipiente fase speculativa, in cui ormai il capitalismo frammenta lintero genere umano in pulviscolo di atomi di consumo sradicati da ogni identit che non sia laccesso a consumo stesso, e quindi la merce pura si specchia ormai in uno specchio (speculum). Alla luce di questa periodizzazione logica il capitalismo effettivamente ormai giunto al suo ultimo stadio, perch logicamente non ipotizzabile nessun suo stadio ulteriore. Ma, attenzione, la periodizzazione logica non coincide, e quindi non deve essere sovrapposta, alla sua periodizzazione storica. La periodizzazione storica non consente infatti ultimi stadi di nessun tipo, in quanto la storia si svolge in modo del tutto imprevedibile, anche se un errore ribattezzare questa imprevedibilit in termini di aleatoriet, secondo la moda catastrofica dellultimo althusserismo (in proposito La Grassa ha scritto nero su bianco che a questo punto lavvento del

comunismo assimilabile nella sua aleatoriet alla caduta di un meteorite). Chi ha un pensiero dialettico (e quindi, non certo gli althusseriani) non deve stupirsi: laleatoriet sempre e dovunque il grado supremo del determinismo, e lesito obbligato di ogni tentativo di previsione necessaristica del futuro storico. La periodizzazione storica, quindi, non segue nessuna logica triadica (astratto-dialettico-speculativo), e nello stesso tempo non il regno dellarbitrio e della casualit assoluta. In questo senso, La Grassa ha le sue ragioni nel parlare di ricorsivit storica, anche se ovviamente nessun ricorso mai eguale al ricorso precedente. Se ci si limita infatti alla riproposizione della benemerita teoria di Vico dei corsi e dei ricorsi storici si pu cadere in quel fatale errore che definir in termini di incantesimo dellanalogia. Marx, ad esempio, sulla base proprio dellincantesimo dellanalogia part dalla palese incapacit delle classi feudali europee a sviluppare le forze produttive e ne dedusse che anche la borghesia capitalistica sarebbe incorsa in questa analoga incapacit. Ma si tratt di un errore, proprio sulla base dellincantesimo dellanalogia. Il capitalismo invece capacissimo di sviluppare le forze produttive in modo infinito ed indeterminato (lapeiron di Anassimandro), non ha razionalit (logos), non ha misura (metron), non ha freno (katechon), e per questa ragione lantica filosofia greca oggi mille volte potenzialmente pi anticapitalistica di cento e cinquanta anni di cosiddetto marxismo, un positivismo di sinistra a base gnoseologica neokantiana che ha come suo povero fondamento metafisico unideologia del progresso illimitato estrapolata dal perfezionamento potenzialmente illimitato degli strumenti di misura. In che modo pu allora articolarsi la periodizzazione storica del capitalismo sulla sua inevitabile periodizzazione logica? Qui sta il problema, dal momento che esse non possono essere come la res cogitans e la res extensa in Cartesio, che non hanno alcun punto di tangenza e che solo Dio pu unire e connettere. questo il problema fondamentale per una teoria del capitalismo oggi. Io ritengo di averla correttamente impostata, ma non sono tanto presuntuoso da pensare di averla risolta. Ma la risoluzione verr da uno sforzo collettivo e comune, di cui (il futuro imprevedibile) non possiamo avere conoscenza, tantomeno scientifica. E tuttavia, non partiamo da zero.