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Link Idee per la televisione (in print)

Aprs le dluge, la TV
Corazzata inaffondabile o fragile naviglio, la televisione sopravvivr allapocalisse digitale. Se
Carlo Alberto Carnevale-Maff

Atlantide ormai sommersa, o Monte Ararat del grande diluvio digitale? La TV viva, ma da regina pu presto ritrovarsi ancella. La somma delle capitalizzazioni di Apple, Google, Amazon e, domani, di Facebook, un ordine di grandezza superiore al totale di tutti gli asset televisivi dellOccidente. Le pay TV in USA hanno unemorragia inarrestabile di sottoscrittori, e per mantenere il livello di ricavi vendono accessi a Internet, in un paradosso per cui le future vittime promuovono commercialmente il loro probabile carnefice. La pubblicit sulla TV regge ancora bene, ma non riesce a bloccare lirrefrenabile erosione di quote da parte dellinternet advertising. E lo scippo di valore della propriet intellettuale dei contenuti TV continua in modo endemico, tanto che la voce disincantata della critica suggerirebbe di cessare questo tipo di battaglia contro la pirateria, non perch sia ideologicamente ingiusta, ma perch pragmaticamente inutile. Dopo molti tentativi falliti, i campioni del web si preparano a rilanciare lulteriore e forse ultimo assalto al fortino della TV. Stavolta hanno imparato dai propri precedenti errori: non tenteranno pi di sostituirsi a essa, ma solo di imbustarla nelle proprie piattaforme di controllo e distribuzione. La metteranno in cornice e la terranno sempre in bella vista per gli utenti, ma ne succhieranno il midollo del valore economico, innestandovi la propria logica di business, moderni Alien parassiti del nervo ottico, pervasive Matrix di un mondo parallelo, nel quale sotto linnocua illusione della TV, si nasconder un mefistofelico piano di dominio dellattenzione profilata. Tutto perduto, dunque, e non resta altro che negoziare unonorevole resa? Tutto compiuto, infine, e il popolo mirante sceglie il Barabba-Web e snobba il Profeta-Televisore, fino a ieri

apprezzato narratore di parabole e dispensatore di popolari miracoli in prima serata, e domani mero officiante di giaculatorie e vecchie liturgie, tremula candela di cera nello sfavillante mondo della Scelta Infinita dei Contenuti? Oh no. No, finch ci sar da raccontare storie popolari e immediate che servano da agenda sociale di una nazione; no, finch la letteratura istantanea della diretta sar il dialogo tra le generazioni contemporanee. No, finch vedremo accesa anche una sola luce rossastra della macchina di un cameraman. O forse, e purtroppo, s. S, perch YouTube ha imparato presto la lezione della sintassi televisiva, e ne ha copiato spudoratamente lorganizzazione in canali tematici per succhiare quel poco di pubblicit specialistica che copriva la coda lunga dei nostri infiniti palinsesti. S, perch Facebook esso stesso un reality show volontario di massa, permanente e universale. S, perch Twitter una luce azzurrina sempre accesa sul mondo, oggi con soli 140 caratteri di testo, ma presto con ogni paraphernalia multimediale, e gi ora cloaca massima di ogni nostra preziosa notizia mischiata senza ritegno a ogni svilente commento altrui. A meno che A meno che chi fa televisione capisca alcune fondamentali lezioni e intervenga con decisione su alcuni fronti critici. Cominciamo con tre essenziali lezioni del post-diluvio digitale: 1. La TV perde il monopolio sincronico dellattenzione, ma domina ancora loligopolio diacronico della conversazione. 2. La TV un bene tangibile: si guarda, ma si pu anche toccare, se non sul first screen, almeno sul second screen.

3. Per leditore TV, la creazione di valore del contenuto non sta tanto nella propriet intellettuale, quanto nel rapporto tra sintassi e latenza Dominatore indiscusso dellattenzione umana in certi segmenti sociodemografici e in specifiche fasce della vita quotidiana, la TV stata tuttavia detronizzata dal ruolo di metronomo sociale del comportamento, specie di alcune elites sociali, che pur praticandola molto pi di quanto pubblicamente ammettano, non perdono occasione per dichiararsene deliberatamente distaccati e affrancati. Per i nativi digitali, invece, la TV ha assunto progressivamente il ruolo che caratterizzava una volta la radio: quello di sostanziale background ambientale, wallpaper dinamica di onnipresenti schermi; ma sempre pi sfondo, e sempre meno foreground semantico, strato dove invece furoreggia linterazione del web su device personali. Guardare & Toccare (la TV) Ma se vero che la TV ha perso il monopolio della sincronicit forzata, e non sa pi scandire senza contendenti i tempi della famiglia, essa rimane pur sempre in grado di indirizzare la conversazione sociale nel tempo, dilatandosi oltre la messa in onda anche e proprio grazie a quello stesso web che, se da un lato ne insidia il ruolo di polarit indiscussa dellattenzione, dallaltro ne rilancia allinfinito frammenti arbitrari, spezzandone il flusso ipnotico e costringendola dentro ad una finestra video del web, ma pur sempre riconoscendole lo Scettro del Discorso Collettivo. Ma la TV ancora ospite recalcitrante e quasi inconsapevole di questa forzata riproposizione fuori contesto, se ne duole e tenta di divincolarsi, puntando a imporre la visione allinterno dei giardini recintati di player proprietari. Ma con grande difficolt, perch a questa popolo digitale non basta pi vederla la TV, ma ormai vuole toccarla. Alcuni, e sempre pochi, per contaminarla e sezionarla. Moltissimi, e sempre di pi, per commentarla, o anche solo per cliccare I like. Ed ecco la pandemia del second screen, sia esso parallelo o sequenziale, sia esso sincronico - con lo smartphone tra le dita a twittare o con il tablet sulle ginocchia a postare oppure diacronico - sullo schermo del computer a spigolare frammenti popolari di TV e dei suoi cascami. Luso davanti alla TV in assoluto la prima quota del tempo dutilizzo dei device personali connessi a internet, nuovi telecomandi addizionali che non fanno solo zapping di canale TV, ma browsing tra pagine web e hashtag

tematici a sfondo televisivo. Questo popolo vuol toccare la TV su piattaforme standard, come Facebook o Twitter, perch la TV non (pi) contenuto subito passivamente ma argomento attivo di conversazione. E la conversazione ha bisogno di compagnia delle communities, di massa critica di utilizzatori e di applicazioni relazionali specifiche, non solo di funzionalit video e DRM dei players ufficiali dei broadcasters. Il valore della TV il rapporto tra sintassi e latenza Parafrasando Wendell Berry: se mangiare un atto agricolo, guardare (e toccare) la TV ormai un atto editoriale. Ne influenza il flusso e il ritmo, ne reindirizza il messaggio con uneco forse distorta ma certo molto diffusa. E la TV ancora fatica ad accorgersene. impegnata com nella lotta per difendere il proprio fortino assediato, e non ha ancora capito che deve uscirne per contrattaccare. Invece di rassegnarsi a far scivolare ineluttabilmente la TV su Internet, gli editori televisivi devono riuscire a portare le logiche di Internet dentro alla TV, e impadronirsi del suo linguaggio, dei suoi stilemi, e soprattutto delle sue communites, che spesso le appartengono, e che anzi hanno contribuito a creare, ma che non sanno gestire, abbandonandole nomadi sul suolo tuttora straniero dei social networks, invece di ospitarle naturalmente dentro ai propri pur vasti territori simbolici. Ed cos, che paradossalmente, la TV fa da megafono ai suoi potenziali sequestratori, senza nemmeno farsi pagare il pedaggio della pubblicit: Facebook e Twitter sono gli unici nomi commerciali di contendenti della TV che la TV stessa riecheggia in continuo, gratuitamente (con la solita exception franaise, sintende) e in modo sempre un po naif. Tutta intenta a ripetersi il mantra Content is King, la TV si dimentica di essere finita nellepoca della Repubblica Sociale delle Conversazioni, dove vige una nuova equazione del valore, definito come rapporto tra sintassi e latenza dellinformazione. Scriviamolo come fosse una funzione matematica: Valore = f(Sintassi/Latenza) Il soggetto economico del valore editoriale non quindi pi un generico e statico concetto di contenuto, ma il rapporto dinamico tra sintassi e latenza dellinformazione. Maggiore il controllo della sintassi informativa, e minore la latenza, pi grande il valore della

TV. Il controllo della sintassi passa certamente tramite i diritti di propriet intellettuale, ma sempre di pi anche dal presidio di standard tecnologici e protocolli trasmissivi, dalla gestione di specifici linguaggi nazionali o di slang di communities verticali, dallinteroperabilit con fondamentali asset complementari quali i nuovi device e le piattaforme di social networking, dalla capacit di profilare e mettere in vendita lesperienza degli utenti e il loro comportamento associato. La latenza ha a che fare con laltra fondamentale dimensione della scarsit, ovvero il tempo. Essa si gioca sulla capacit di presidiare la periodicit, la sincronicit verticale e orizzontale, la sequenzialit e la serialit, ma anche lallertamento e linterstizialit, la velocit di setup e la capacit e durata dello storage. Su tutte queste dimensioni, linsidia dellecosistema Internet fortissima. Tanto da suggerire agli editori televisivi di non provarci nemmeno a contrastarlo, ma anzi di cooptarlo sul proprio territorio finch permangono le condizioni di autorevolezza e massa critica. Un broadcaster dovrebbe smettere di considerare il contenuto come totem di una religione laica dellintrattenimento. Al contrario, esso va considerato come la risorsa pi elastica a disposizione della TV nel mondo digitale. La sua legittima protezione deve andare di pari passo a un altrettanto intelligente uso in funzione diffusiva, di gestione estesa della conversazione sociale, fosse pure tramite il ricorso a forme di autopirateria virale gi ampiamente sperimentate dal mondo del software e in particolare dal gaming. Il nuovo modello editoriale, produttivo ed economico della TV Le scelte richieste all'editore devono infine incidere su alcuni fronti critici. Il primo e fondamentale il modello editoriale. Il broadcaster televisivo tuttora paradossalmente organizzato con criteri Hertziani: le responsabilit manageriali sono suddivise per reti, coincidenti con un cluster di canali TV, a loro volta appoggiati su un lotto di frequenze elettromagnetiche. Fisicamente ineccepibile, strategicamente discutibile. Tale modello spesso si incrocia a matrice con una segmentazione produttiva per categorie tematiche (news, intrattenimento, fiction, sport, etc.). E un modello che privilegia fattori relativamente meno critici della TV del futuro, quali la

macrotematizzazione e la distribuzione via radiofrequenze, e invece non presidia adeguatamente i veri asset patrimoniali di un editore televisivo: ovvero i brand delle testate editoriali, le star che le caratterizzano, e le communities sul lato della domanda. Sono questi ultimi fattori a costituire le leve fondamentali del business televisivo. E invece risultano quasi accidentali nelle scelte organizzative degli editori. I brand vengono spesso trascurati o, peggio, considerati feudi da assegnare per fedelt gerarchica; le star sono spesso capricciose e fuori controllo, quando non vere e proprie mantidi religiose del malcapitato direttore editoriale di turno; le communities sono fenomeni di risulta, grumi statistici dellAuditel, lasciate con trascuratezza a pascolare su Facebook come bestiame in perenne transumanza. La concentrazione dell'audience nel tempo ha definito uno standard editoriale e produttivo, a sua volta retaggio dell'origine monopolistica della produzione televisiva integrata verticalmente. Rispetto al cinema l'organizzazione della TV tradizionalmente pi integrata, anche perch essa si configura, nella sua struttura classica, come industria di processo, e non come industria discreta come invece il cinema. La TV stata finora un flusso economico ad accesso sequenziale, essenzialmente a causa delle tecnologie di broadcasting: da oggi essa diventa progressivamente un mondo ad accesso randomico, dove contano sempre di pi stock e velocit di accesso ai contenuti selezionati. La "redazione" un modello di fabbrica del passato nell'editoria televisiva, radicata com nei tradizionali sistemi redazionali, non nei moderni sistemi relazionali. I modelli da prendere in esame sono oggi molto pi simili a quelli dellindustria del software, bene informativo a costo di coordinamento sempre pi ridotto e distribuito, che sfrutta la definizione di unarchitettura a servizi standard e interoperabili, e che galoppa verso un modello di crowdsourcing dei contenuti. Cos come il modello organizzativo della Pixar ha cambiato il modo di produrre cinema danimazione, non escluso che il modello organizzativo di Facebook influenzi i processi editoriali della televisione del futuro. La TV abbiamo detto - sempre pi un bene tangibile, e com successo per i servizi di telefonia, la battaglia si far anche sullhardware. Ma qualsiasi accrocchio i broadcaster e gli editori vogliano considerare come leva per le proprie battaglie, sappiano che o sar uno standard globale o sar unarma spuntata. Questo rende i

broadcaster nazionali inadatti a gestire strategie dominanti sul fronte hardware. E sullindispensabile software? Esso ancora pi critico e polarizzato, con logiche di scala perfino superiori. E poich il software la continuazione del contenuto con altri mezzi, la TV farebbe bene a capirne le logiche di fondo. Questo ci porta a parlare del modello tecnologico-produttivo della TV, che sempre pi anche il modello relazionale con la domanda. Fare televisione non girare un video. Per scrivere un buon romanzo e distribuirlo in tutto il mondo sono sufficienti un PC da pochi euro e il Kindle Direct Publishing di Amazon. Per fare buona televisione non bastano ancora una webcam e un canale YouTube. Le barriere sintattiche al linguaggio televisivo, ancor prima di quelle economiche per laccesso alle tecnologie di produzione di contenuti audiovideo di qualit, reggeranno ancora per un po. Gli steccati idiosincratici della lingua e della cultura nazionale sono il fattore protettivo naturale al dominio assoluto dei global players OTT (over-the-top). Il broadcaster nazionale ha buone speranze di sopravvivere proprio perch, rispetto alla dimensione globale e multimodale di Google o Facebook, paradossalmente un narrowcaster linguisticamente specializzato sulla dimensione locale. La TV nazionale si ritaglia unenclave dialettale nella grande savana della neolingua di Internet. Ma il problema non quanto siano alte le barriere daccesso al sistema dofferta televisivo, bens se e quanto siano contendibili la domanda di attenzione umana e il modello di business della TV. Gli standard dellEPG (electronic program guide) detteranno le regole di intermediazione della domanda, perch non sono pi necessariamente integrate con il device di emissione. La EPG oggi pu essere scissa dal televisore, policentrica e distribuita. La stessa piattaforma di Twitter un EPG a costruzione sociale immediata, un social TV guide e un live comment delegato al crowdsourcing. L'illusione delleditore televisivo per lEPG tradizionale sta tutta nella G e nella P. La G di guide fittizia, come lo oggi la vecchia guida Michelin rispetto a Tripadvisor. Il potere dellopinione distribuita e istantanea strapazza i critici ufficiali. La P di programma presuppone un'unitariet e unipostasi del contenuto che non pi reale nel mondo digitale

dellinfinitamente rieditabile, commentabile, linkabile e retwittabile. La tecnologia inoltre non pi multicanale in modalit replicata, ma crossmediale in modalit interdipendente e contestualizzata. Non pi lo stesso show quello che va contemporaneamente in onda in TV e che viene visto in live streaming o commentato su Facebook o Twitter. Il mezzo ovviamente un pezzo di messaggio, e la pluralit di mezzi frammenta e moltiplica come in un caleidoscopio i messaggi finali. laffermata multimodalit della TV, non la sua multimedialit, a essere nuovo paradigma. Leditore TV si ritrova quindi a fare il gestore di conversazioni disperse, croupier di un gioco decentrato, ma certo non pi broadcaster unilaterale e polarizzato. Deve saper riconquistare i territori perimetrali dellattenzione, puntando a una cooptazione sintattica del web nel contesto semantico della TV. #OccupyTheWeb, verrebbe da dire in un tweet televisivo, usando ogni sua risorsa, da Big Data allintelligence della sentiment analysis. Limpatto del diluvio digitale, infine, certamente anche sul modello economico della TV. La suddivisione tradizionale tra Pay TV e FTA (free to air) il portato dellassenza di moderni sistemi di billing dinamico dei contenuti. Com successo nel mondo della telefonia e, oggi, del software dopo larrivo delle tecnologie di cloud computing, nel momento in cui le piattaforme di billing lo consentiranno, il pagamento dei contenuti TV sar pi semplice e immediato: se esso sar dinamico e personalizzato, come per esempio oggi avviene sugli Application Stores delle piattaforme mobili, il contenuto avr la possibilit di spiazzare la pirateria grazie a qualit e tempestivit, ovvero ancora grazie alla relazione tra qualit della sintassi e bassa latenza dattenzione. Anche dal punto di vista della monetizzazione dellaudience, la TV non potr basarsi solo sulla pubblicit in formato display ma dovr imparare a intermediare pi estese forme di attenzione e intenzione umana profilata, anchessa con piattaforme di billing in tempo reale, come ha insegnato Google al mondo. Edito, ergo sum Il problema, tuttavia, non tanto il flusso finanziario dei pagamenti per contenuti e pubblicit, quanto lo stock patrimoniale del valore. L'adozione di un approccio patrimoniale

da parte delleditore TV essenziale per dare sostenibilit al nuovo modello di business, che altrimenti sar schiacciato dalla deflazione del prezzo dei contenuti (anche favorita dalla progressiva riduzione delle barriere linguistiche) e dalla dispersione e volatilit della spesa pubblicitaria, la cui minore prevedibilit non consentir di mantenere unelevata struttura di costi fissi integrati. Non baster comunque un approccio patrimoniale sul lato offerta, basato su propriet intellettuale di contenuti, brand e star, ma servir anche quello lato domanda, fondato sull'affiliazione di pubblico profilato e referenziato, secondo la straordinaria lezione dei

grandi player del web, da Amazon a Google, da Apple a Facebook. Perch la domanda di TV non solo un attore economico di un mercato, ma anche un attore culturale di unIstituzione, e voce insostituibile di un sistema Paese. Una comunit nazionale deve essere consapevole dellineludibile importanza di una parafrasi della logica cartesiana: edito, ergo sum. Fare TV lunica forma efficace rimasta per la produzione didentit nazionale. Un popolo, se smette di fare televisione, finisce per stemperarsi progressivamente nella tavolozza multicolore del web.