Sei sulla pagina 1di 8

PERCHE’ UNA MANIFESTAZIONE PER LA SALUTE E L’AMBIENTE?

PARTE PRIMA

L’AIA (AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE)

PREMESSA

Taranto è stata dichiarata ad elevato rischio ambientale nel lontano nov ’90 ma è ancora in attesa di un piano
di risanamento ambientale del suo territorio.
Negli ultimi anni i livelli di inquinamento si sono addirittura elevati per l’aumento della produzione di
acciaio da parte dell’ILVA. Dal registro nazionale delle emissioni l’ILVA risulta la maggiore produttrice in
Italia, tra l’altro, di diossina, Nox, CO, IPA, SOx, cloroderivati.
In tutti questi anni le industrie del territorio hanno potuto inquinare per la storica carenza di controlli
ambientali. Solo di recente all’Arpa sono state assegnate, da parte di Regione, Provincia e comune di
Taranto, le risorse necessarie per poter svolgere, a differenza del passato, i suoi compiti di controllo
istituzionale in maniera puntuale. Le emissioni di diossina prodotte dall’ILVA, ad es., non sono mai state
monitorate prima di adesso.
E’ in questo contesto che si sono inserite le procedure per la concessione dell’AIA (Autorizzazione
Integrale Ambientale) ad lLVA, raffineria ENI, centrali termoelettriche ex Edison e Cementir. Si tratta di
un’opportunità storica per mettere fine alla catena di ritardi, omissioni e distorsioni che hanno
caratterizzato l’intera vicenda dell’inquinamento ambientale di origine industriale a Taranto.
Ciò nonostante viene espressa grande preoccupazione per la recente sostituzione dei componenti della
commissione nazionale I.P.P.C. Il rischio è di azzerare il lavoro svolto nella fase istruttoria e di non rispettare
la scadenza del 31 Marzo 2009 per il rilascio dell’AIA. Le conseguenze sarebbero gravissime in quanto si
permetterebbe all’Ilva ed alle altre aziende del territorio di poter ulteriormente dilazionare i tempi di
adeguamenti dei propri impianti alle M.T.D. e di procrastinare lo stato di criticità ambientale e sanitario del
territorio. Grande preoccupazione viene espressa anche per i recenti attacchi all’operato dell’ARPA nel
momento in cui per la prima volta questo ente è messo nelle condizioni di poter svolgere i propri compiti di
istituto.
Irrinunciabile è la convinzione che la libertà di impresa non possa comprimere il rispetto prioritario dei
diritti alla salute, alla sicurezza e alla qualità dell’ambiente.

COSA E’ L’AIA
.
La Direttiva europea 61 emanata nel ’96, riguardante la prevenzione dall’inquinamento industriale, è stata
recepita nel nostro Paese con notevole ritardo e resa esecutiva solo nel 2007. La grossa novità di questa
direttiva è costituita dal rilascio alle industrie non più, in materia ambientale, di tante autorizzazioni ma di
una sola denominata A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale). Per poter ottenere il rilascio dell’AIA le
aziende devono presentare un progetto di risanamento ambientale dei propri impianti basato sull’adozione
delle migliori tecnologie (MTD) disponibili fissate dalla Comunità Europea. L’A.I.A. viene rilasciata dal
Ministero dell’Ambiente al termine dei lavori di una conferenza dei servizi, a sua volta preceduta da una fase
istruttoria svolta da una apposita commissione (IPPC).
La marcia del 29 Novembre tra i suoi obiettivi si prefigge che l’AIA debba essere rilasciata a ILVA, ENI
(raffineria), centrali ex Edison e Cementir entro il 31 Marzo 2009 senza ulteriori ritardi ed imponendo loro le
prescrizioni più severe per ridurre al massimo l’inquinamento da prodotto dai loro impianti.. In particolare si
richiede che tali obiettivi siano raggiunti intervenendo soprattutto sui processi produttivi piuttosto che sui
sistemi di depurazione ed adottando le migliori tecnologie in assoluto senza essere condizionate dalla
compatibilità economica.
La grande criticità ambientale e sanitaria di cui soffre il territorio impone che alle industrie ivi operanti siano
prescritti limiti di emissione in aria e mare in linea con gli standard europei ed una riduzione della loro
portata. Deve inoltre essere garantito il monitoraggio o campionamento in continuo di tutti i punti di
emissione importanti.
In sintesi, quello che si chiede, è che tramite le procedure per il rilascio dell’AIA l’inquinamento prodotto
dalle industrie del territorio sia ridotto al minimo.
L’ILVA E L’AIA

L’Ilva lo scorso anno ha presentato un progetto di adeguamento ambientale dei suoi impianti come
richiesto dalle procedure per il rilascio dell’AIA previste dal D.Lvo n. 59 del 2005. Fortissime sono le
critiche espresse nel merito dalle associazioni ambientaliste nelle loro osservazioni inviate al Ministero
dell’Ambiente a più riprese negli ultimi mesi. Più che al risanamento ambientale gli interventi proposti
dall’ILVA appaiono funzionali soprattutto alla tenuta di impianti in larga parte usurati ma destinati ad un
maggiore sfruttamento per l’aumento della produzione.
Nella documentazione fornita dall’Ilva non sono evidenziati i livelli di emissione diffuse e convogliate
nell’atmosfera, per quantità e tipologia, per ogni impianto e/o lavorazione. Pertanto l’azienda impedisce che
possa essere valutata l’efficacia degli interventi da essa proposti. Non permette di riscontrare se ed in quale
misura ottengono una riduzione dei livelli di inquinamento prodotto dai suoi impianti.
Il sistema di monitoraggio proposto dall’Ilva risulta inoltre inadeguato per tenere sotto controllo le fonti
inquinanti. Tutto questo inficia l’intero piano di adeguamento dell’Ilva, rendendolo molto nebuloso nei
risultati da perseguire
Per le associazioni l’obiettivo prioritario deve essere quello di ridurre drasticamente nei tempi più rapidi
l’ammontare annuo e le concentrazioni dei vari inquinanti immessi nell’ambiente. L’adozione delle MTD
deve essere uno strumento per realizzare tali obiettivi.
Insufficienti appaiono le misure volte a contenere le emissioni prodotte dagli impianti maggiormente
inquinanti come cokeria, agglomerato, altoforni, acciaierie e parco minerali. Più che sulla ristrutturazione
degli impianti si interviene con opere di manutenzione. L’installazione di sistemi di captazione fumi e polveri
spesso viene prevista in tempi incerti e troppo dilazionati. Si sottolinea come dall’agglomerato oltre ad
enormi quantità di polveri dal processo produttivo si sprigiona diossina. Dalla cokeria quotidianamente
fuoriesce un micidiale cocktail di IPA, benzene, ossido di azoto, anidride solforosa, catrame, ammoniaca,
PM10 e PM 2,5. La manifestazione del 29 Novembre vuole significare come livelli di inquinamento di
questa portata non siano più sostenibili. Come l’azienda debba investire massicciamente parte dei 2500
miliardi di utili ricavati negli ultimi quattro anni per il risanamento ambientale dei suoi impianti. Si richiede
quindi una riformulazione del progetto di adeguamento presentato dall’llva nelle procedure per il rilascio
dell’AIA.
Obiettivo prioritario deve essere quello di ridurre drasticamente nei tempi più rapidi l’ammontare annuo e
le concentrazioni dei vari inquinanti immessi nell’ambiente. L’adozione delle MTD deve essere uno
strumento per realizzare tali obiettivi.
Tra gli obiettivi della marcia del 29 Novembre rientrano, in particolare, la copertura dei parchi minerari, la
completa copertura dei nastri trasportatori e misure più efficaci per ridurre al minimo la dispersione del
minerale scaricato nel porto industriale. Il barrieramento dei parchi minerali proposto dall’azienda è una
soluzione inadeguata poiché non impedisce la diffusione delle polveri sottili (le più pericolose). Viene anche
espressa un’opposizione all’utilizzo del pet nella cokeria per il suo impatto ambientale e sanitario.

PARTE SECONDA

Il nostro inquinamento quotidiano

Quanti chili di inquinamento spetta a ogni tarantino ogni anno?


Per rispondere a questa domanda siamo andati sul sito del Ministero dell’Ambiente dove ci sono i dati del
registro INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti). I più recenti sono quelli del 2006. E sono
eloquenti.

I macroinquinanti
La sola Ilva dichiara queste stime per i cosiddetti “macroinquinanti”:

Totale stabilimento ILVA di Taranto Anidride carbonica Ossido di carbonio Ossido di azotoOssido di zolfo
11495654,3 540614,4 29715,9 43532,8

Totale emissioni in tonnellate/anno


chili pro capite per anno 57764 2716 149 219

L’anidride carbonica, come sappiamo, influisce sull’effetto serra e in questi giorni ben sappiamo, con la
carenza idrica, quali possono essere le conseguenze del surriscaldamento.
Passiamo all’ossido di carbonio. La lenta intossicazione da ossido di carbonio prende il nome di
ossicarbonismo e si manifesta con sintomi nervosi e respiratori. L’esposizione a monossido di carbonio
comporta l’aggravamento delle malattie cardiovascolari, un peggioramento dello stato di salute nelle persone
sane ed un aggravamento delle condizioni circolatorie in generale.
Anche l’ossido di azoto interferisce con la normale ossigenazione dei tessuti da parte del sangue. Inoltre
produce danni alle piante, riducendone la crescita. L’ossido di zolfo è fortemente irritante per gli occhi e il
tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare.

I cancerogeni e i neurotossici
Vi sono poi inquinanti ancora più pericolosi perché possono causare tumori ed effetti neurotossici.
Elaborando statisticamente i più recenti dati del registro INES (2006), ossia sommando tutte le emissioni
delle aziende di Taranto e rapportando il risultato al totale complessivo nazionale, si ottengono dati
percentuali da brivido.

Eccoli.

Percentuale rispetto Diossina in Mercurio in


al totale nazionale aria aria Mercurio in acqua IPA in ariaIPA in acqua
Taranto 92,0 % 57,2 % 34,3 % 95,8 % 91,0 %

Effetto cancerogeno neurotossico neurotossico cancerogeno cancerogeno

Ma non basta. Il 44,8% di tutto il benzene italiano scaricato in aria proviene da Taranto. Come pure il 78,3%
di tutto il piombo emesso nell’aria è targato Taranto. E anche il 15,8% dell’arsenico scaricato in aria è di
origine tarantina. Sono tutti cancerogeni e per di più il piombo è anche neurotossico. Non solo. Sulle nostre
teste aleggia ancora il temibile PCB (tristemente noto come “apirolio”): ne emettiamo una quota pari al
13,7% del totale nazionale. Quindi, nonostante i trasformatori con l’apirolio siano stati tutti dimessi, c’è
ancora PCB cancerogeno su di noi e a dichiararne l’emissione al Ministero dell’ambiente è l’Ilva in quanto
deriva dai processi di combustione.

La diossina, un record europeo


Un dato scandaloso è rappresentato dalla diossina di Taranto, che è stata stimata dall’Arpa Puglia in 171
grammi/anno. Basta un miliardesimo di grammo per mettere ad alto rischio la salute di una persona.
Sommando la diossina emessa in un anno dalle industrie di Regno Unito, Spagna, Svezia e Austria si arriva a
166 grammi: meno di quelle emessa a Taranto. I dati sono quelli del registro europeo Eper 2004.

La città più inquinata d’Italia


Dati alla mano, questi numeri pongono Taranto come la città più inquinata d’Italia. Costruendo un
macroindicatore statistico Taranto infatti si posiziona al primo posto. Ponendo Taranto a 100 la seconda
classificata (Livorno, che risulta la seconda provincia più inquinata dalle ciminiere) si posiziona a 19. La
terza (Nuoro) si posiziona a 18. La quarta (Venezia) si posiziona a 16. La quinta (Caltanissetta) si posiziona a
15.
Per approfondire i dettagli statistici di questa graduatoria, inquinante per inquinante, si può consultare la
pagina web www.peacelink.it/editoriale/a/27369.html
Si po’ notare Taranto “vince” su tutte le altre realtà industriali con un distacco impressionante: è come un
ciclista che vince senza problemi dopo una fuga solitaria. Ma la “vittoria” di cui parliamo è ovviamente un
vittoria negativa, una sconfitta completa per tutta la collettività.

L’Autorizzazione Integrata Ambientale


Per invertire la rotta esiste una strada ed è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che serve a porre limiti più
severi. Il giorno 11 dicembre vi sarà a Roma la riunione dell’Accordo di Programma. E’ la sede idonea per
fare proposte di migliori tecnologie e far scendere questi numeri che minacciano la nostra salute. Il ruolo
delle associazioni che promuovono la marcia e dei sindaci di Taranto e Statte sarà fondamentale. Dovremo
fare fronte unico per ridurre questo drammatico impatto inquinante.

PARTE TERZA

Nota su Raffineria ENI

La raffineria ENI di Taranto opera dall’estate del 1967. La sua attività consiste nella trasformazione del
petrolio greggio nei diversi prodotti combustibili e carburanti attualmente in uso. Si tratta di un impianto
classificato a rischio di incidente rilevante, che ricade nel campo di applicazione della Direttiva IPPC, quella
che impone ai gestori, tra l’altro, l’ottenimento della cosiddetta AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale)
per poter operare.
L’ENI ha presentato un progetto di aumento della produzione che porterebbe gli attuali 6.500.000
tonnellate/anno di petrolio lavorato a 11 milioni. Ne è seguito un complesso iter autorizzativi ancora in corso.
In tempi più recenti l’azienda ha presentato la documentazione relativa alla propria richiesta di AIA,
prevedendo tre configurazioni dell’impianto: con lavorazione di 5.000.000 di tonnellate/anno, con
lavorazione di 6.500.000 di tonnellate/anno, con lavorazione di 11.000.000 di tonnellate/anno.
Attualmente sembra che le procedure per la concessione della VIA al più recente progetto di aumento di
produzione stiano subendo una considerevole accelerazione, (anche, probabilmente, per le semplificazioni
imposte dall’attuale governo a questo tipo di autorizzazioni) e si potrebbe verificare il caso che, ottenuto il
parere positivo della Commissione per i nuovi impianti entro pochi giorni (voci insistenti dicono che
giungerà entro il mese di dicembre), l’azienda possa, il prossimo 31 marzo, ottenere l’AIA per la sua
configurazione più grande, prima ancora di aver costruito i nuovi impianti.
Entrando nel merito del progetto di raddoppio, va detto che esso si caratterizza come un investimento di
rilevante impatto ambientale, sia per i numeri in gioco, sia perché va ulteriormente a gravare su una
porzione di territorio già interessata da enormi impianti industriali, molti dei quali, tra i quali la raffineria
stessa, a rischio di incidente rilevante.
Il progetto prevede infatti, oltre al sostanziale raddoppio della produzione di benzina e gasolio, la
sostituzione della vecchia centrale da 90 megawatt con una da ben 240 megawatt - alimentata da fonti fossili
- la costruzione di due oleodotti per una lunghezza complessiva di centinaia di chilometri, di cui uno verso il
Petrolchimico di Brindisi ed uno verso l'area di Napoli.
Una prima valutazione si impone proprio sulle modalità di presentazione del progetto: si consideri che i
progetti relativi ai due oleodotti sono stati presentati separatamente, rendendo di fatti monca in partenza la
valutazione dell’impatto complessivo dei nuovi impianti.
In merito alle emissioni sono previsti incrementi dell’ordine del 4,5% sulle emissioni totali di SO2 (biossido
di zolfo), dell’1,3% sulle emissioni di NOx (ossidi di azoto), del 4,5% delle emissioni di CO (ossido di
carbonio) e dell’1,3% dell’emissione di polveri: Le emissioni annuali di CO2 (anidride carbonica) dei nuovi
impianti sarebbero il 50% delle emissioni globali della raffineria dichiarate nel 2005” (Fonte: ARPA).
Ci si chiede dunque, anche a fronte dello “sforamento sostanzioso” delle quote CO2 assegnate dal Piano
Nazionale delle Allocazioni alle due centrali elettriche a servizio dell’ILVA e a fronte dell’obiettivo
chiaramente enunciato nel PEAR (Piano Energetico Ambientale Regionale) di mantenere le emissioni di
CO2 al livello dell’anno 2004, come si potrà autorizzare questo progetto senza prevedere, contestualmente,
la chiusura di qualche altro impianto.
È inoltre evidente che un progetto di questa natura necessita di una approfonditissima valutazione di
merito, sia per gli aspetti intrinseci, sia in relazione agli altri stabilimenti industriali presenti nell'area,
mentre mancano, nella documentazione presentata dall’azienda stime sul rispetto delle distanze di sicurezza
tra gli impianti per escludere la possibilità di effetti-domino. L’adeguamento alle BAT per mitigarne
l’impatto ambientale è un obbligo di legge indipendentemente dal progetto di aumento della
produzione, così come la produzione di carburanti a bassissimo contenuto di zolfo è anch’essa imposta dalla
legge. Gli ammodernamenti dovrebbero riguardare anche i vecchi serbatoi e non solo quelli nuovi resi
necessari dall’eventuale aumento di produzione.
Il progetto tratteggia, inoltre, interventi migliorativi sullo stabilimento, volti ad aumentare la protezione
ambientale e l'efficienza degli impianti per quanto attiene il rispetto delle direttive più recenti per le
emissioni in atmosfera.
In linea generale, non si può non evidenziare che sul nostro territorio si continua ad investire
sull'industria di base e sulle fonti fossili, con impianti che hanno fortissimi impatti e bassissime
ricadute in termini di occupazione e di sviluppo complessivo.
Il progetto dell'ENI prevede un cospicuo impiego di manodopera solo in fase di costruzione, a termine
quindi, mentre modestissimo è l'incremento stimato di occupati a regime (100-120 unità). Anche gli
interventi previsti “a protezione dell’ambiente” sono estremamente esigui: una piantumazione attorno al
sito di Santa Maria della Giustizia (di proprietà pubblica, restaurato con cospicui fondi pubblici e, quindi,
abbandonato) e la sistemazione della statale 106, a diretto servizio della Raffineria stessa, sono interventi di
ben misero rilievo e non possono certo essere considerati compensazioni ambientali. Tali potrebbero essere
interventi concreti e di ben più ampio impegno, quali bonifiche di aree inquinate o miglioramenti tecnologici
che abbattano concretamente l’inquinamento.
In considerazione di questa sommaria e frammentaria serie di considerazioni sul progetto sembrerebbe logico
ritenere che non sia praticabile l’ipotesi di gravare ulteriormente quella che è, ricordiamo ancora una
volta, un' area ad elevato rischio ambientale.
Questa condizione, che ha riverberi quotidiani sulla vita di tutti i cittadini, presupporrebbe da sola l'obbligo
per le industrie inquinanti e a forte rischio sicurezza di adottare immediatamente tutti gli interventi di
mitigazione e, quindi, quanto prospettato da ENI per il miglioramento degli impianti (nuovi serbatoi che non
ammorbino l'aria, miglioramento tecnologico della centrale elettrica, uso più razionale dell'acqua, riduzione
degli scarichi in mare) non deve essere necessariamente vincolato all'incremento complessivo della
produzione - a cui corrisponde sempre un incremento dell'impatto ambientale - ma deve essere considerato
un atto dovuto.

PARTE QUARTA

APPROVAZIONE LEGGE REGIONALE SULLA DIOSSINA

L'11 novembre scorso la Regione Puglia ha presentato il disegno di legge n. 48/2008, inerente le “norme a
tutela della salute e dell'ambiente: limiti alle emissioni atmosfera di policlorodibenzodiossina ed altre
sostanze”.
Il dispositivo costituisce l'ultima e più importante tappa di un percorso avviato con fortune alterne dagli Enti
Locali in rapporto con la grande industria, e che ha visto negli ultimi tempi sempre più protagonista l'ARPA
Puglia attraverso azioni più intensive di verifica e controllo e anche denunce di una situazione ambientale
degradata e non più sostenibile per la salute pubblica. Il disegno di legge della Regione Puglia segna ora una
cesura profonda e storica nell'ambito della legislazione italiana in materia ambientale, perchè per la prima
volta in Italia vengono introdotti – attraverso un atto normativo primario – dei parametri relativi ai limiti di
emissione di diossine e furani che fanno riferimento non alla legge nazionale, ma alle direttive europee in
materia di inquinamento e tutela della salute pubblica.
Il disegno di legge, che consta di quattro commi, nasce nelle intenzioni della Regione come strumento
necessario e non più procrastinabile per “assicurare il conseguimento di adeguati standard di tutela della
salute e dell'ambiente”; obiettivi impossibili da raggiungere attraverso i dettami dal Codice dell'Ambiente,
che regola la materia a livello nazionale e che è giudicato dalla Regione – ma anche dai Comuni di Taranto e
Statte, dalla Provincia e dalle associazioni ambientaliste – eccessivamente “generoso” nei limiti determinati
per le emissioni inquinanti degli impianti industriali.
Proprio l'Ilva di Taranto viene portata ad esempio nella premessa del disegno di legge per esemplificare le
ragioni e l'urgenza di porre rimedio a una situazione di estremo degrado ambientale e di conseguente grave
rischio sanitario per la popolazione. Non a caso, il dispositivo fa riferimento anche al principio di
precauzione, stabilito durante la Conferenza di Rio del '92, che stabilisce la necessità di adottare misure
adeguate a tutelare salute e ambiente anche qualora non vi sia una piena certezza scientifica sull'entità dei
danni che un dato territorio subisce a causa della presenza e persistenza di situazioni pesantemente impattanti
(come è il caso, appunto, degli stabilimenti a elevato rischio industriale).
Più in dettaglio, il ddl regolamenta le emissioni di diossine e furani, inquinanti organici persistenti (POP) a
cui sono imputabili gravi patologie dell'organismo umano. Il Codice dell'Ambiente, finora riferimento
normativo generale per l'intero territorio nazionale, stabilisce per queste sostanze un limite di emissioni pari
a 10.000 nanogrammi a metro cubo, contro gli 0,4 ng/m3 indicati dal Protocollo di Aarhus, approvato dal
Consiglio dell'Unione europea nel 2004 e adottato da molti Stati membri dell'Unione. Una disparità evidente
che racchiude in sé, oltre alla macroscopica differenza tra i limiti indicati dal legislatore italiano e la
normativa comunitaria, anche una serie di contraddizioni. Infatti, mentre per gli inceneritori il limite
concesso è estremamente basso (0,1 ng/m3), lo stesso limite sale a 10.000 per quanto riguarda gli
stabilimenti siderurgici, riconosciuti peraltro tra le principali fonti di emissione a livello internazionale. Il
Codice presenta inoltre un'incongruenza di fondo, che invalida ancor di più la sua scarsa valenza di
prevenzione e controllo in materia di inquinamento da POP: della famiglia delle diossine e dei furani, che
consta di 210 congeneri, soltanto 17 sono in realtà tossici (oltre a 12 composti appartenenti ai PCB), e questi
soltanto dovrebbero essere sottoposti a limiti, interventi di riduzione e controllo. Ma la legge italiana invece
prevede nell'analisi il conteggio di tutte e 210 le sostanze, andando ad annacquare ancor di più il già debole
potenziale di intervento del limite imposto. Il disegno di legge regionale introduce invece il concetto di
tossicità equivalente, che prevede che le rilevazioni e le analisi si concentrino unicamente sui composti
tossici.
Inoltre, il disegno di legge affida ad ARPA Puglia, come ente terzo e certificato, tutti i compiti di vigilanza e
controllo sugli impianti, attraverso il campionamento in continuo degli inquinanti emessi dalle industrie e
attraverso l'effettuazione di verifiche a campione per valutare l'efficacia delle tecnologie adottate dagli
impianti al fine di ridurre l'impatto ambientale.
Infine, vengono stabiliti anche i termini entro i quali gli impianti già esistenti – in attesa di ottenere
l'Autorizzazione Integrata Ambientale – dovranno adeguarsi alle nuove disposizioni di legge: entro il 1°
aprile 2009 il limite massimo per le emissioni non dovrà superare i 2,5 ng/m3; entro il 31 dicembre 2010,
tutti gli impianti dovranno ottenere un livello di emissioni pari o inferiore allo 0,4 ng/m3, come stabilito
dalla normativa europea.

PARTE QUINTA

NO ALLA RIAPERTURA DELL’INCENERITORE

Ormai tutte le pubblicazioni scientifiche sottolineano gli effetti tossici delle sostanze inquinanti,
emesse da questi impianti, sulla popolazione esposta.
Il 2 aprile scorso. sono stati resi noti i risultati definitivi della ricerca condotta da La Veille Sanitarie
in Francia nelle popolazioni residenti in prossimità di impianti di incenerimento. Esaminando i
135.567 casi di cancro, lo studio aveva considerato l’esposizione a diossine valutate in diverse
percentuali, trovando un aumento del rischio coerente col crescere dell’esposizione.
Ricordiamo che anche lo studio condotto sulla popolazione di un quartiere di Forlì (Coriano)
esposta a due impianti di incenerimento (rifiuti urbani e ospedalieri) aveva evidenziato gravi danni
per la salute specie nel sesso femminile con aumento significativo del rischio di morte per tutte le
cause e soprattutto per tutti i tumori (in particolare mammella, colon, stomaco).
Paul Connet, professore emerito di chimica alla St Lawrence University di Canton, New York ha
dimostrato che «ogni tre tonnellate di rifiuti bruciati si genera una tonnellata di ceneri tossiche, il 10
per cento delle quali non viene catturato dai filtri di depurazione dall’impianto. Si tratta di
nanoparticelle, più piccole del Pm10 ma molto più pericolose». Queste particelle viaggiano per
lunghe distanze e rimangono nell’aria per molto tempo. «L’inalazione di queste sostanze», ha
proseguito, «causa tumori, ictus ed attacchi cardiaci, malattie allergiche, asma bronchiale,
bronchiti acute e croniche, enfisemi polmonari».
Da tempo si è compreso che i “rifiuti” (o meglio i “materiali post-consumo”) sono una ricchezza se
vengono riciclati, recuperati e riutilizzati, mentre il loro incenerimento è velenoso. Ogni processo di
combustione trasforma materiali di per sé inerti in ceneri e composti altamente tossici e nocivi, con
danni che sono oggi dettagliatamente calcolabili.
Un primo fondamentale concetto è quindi che, di fronte ad una contaminazione di cui nessuno può
ipotizzare compiutamente effetti e conseguenze, dovrebbe essere assunto un atteggiamento di
massima precauzione, evitando il più possibile l’immissione nell’ambiente di inquinanti
pericolosissimi e persistenti quali la diossina.
Se gli inceneritori, come è scientificamente accertato, sono impianti inquinanti, perché la politica
insiste col proporre ed incentivarne la costruzione?
La verità è che costruire inceneritori conviene: ci si accaparra infatti il CIP6, un contributo adottato
con un provvedimento del Comitato Interministeriale Prezzi, che dovrebbe essere destinato alle
energie rinnovabili e non inquinanti, e che qui in Italia viene invece assegnato anche alle
“assimilate”, tra cui l’energia prodotta dagli inceneritori.
Le soluzioni ad alta tecnologia per lo smaltimento dei rifiuti esistono, e nessuna di esse passa
attraverso l'incenerimento. I paesi moderni e virtuosi investono nel settore dei rifiuti orientandosi
verso il recupero che permette di creare centinaia di posti di lavoro, trasformando letteralmente in
oro ciò che, invece, viene bruciato e sparso nell’ambiente dagli inceneritori.

PARTE SESTA

LA BONIFICA DEL TERRITORIO

Mezzo secolo di industrializzazione pesante hanno prodotto anche uno stato di degrado ambientale del
territorio. Nel 1998 Taranto è stata inserita tra i siti di interesse nazionale da bonificare. Dopo anni di lavori e
proroghe varie finalmente la conferenza dei servizi ministeriale, che si occupa di questo settore, il 15 gennaio
ha deliberato degli interventi di messa in sicurezza del territorio da effettuarsi da parte delle aziende ivi
operanti. La deliberazione è stata resa esecutiva dal precedente ministro dell’ambiente tramite Decreto
direttoriale del 28 Febbraio. L’Ilva si è però opposta al provvedimento ottenendone la sospensione da parte
del TAR di Lecce. Sono così stati bloccati gli interventi, imposti all’azienda, di messa in sicurezza
d’emergenza delle acque di falda anche tramite confinamento fisico. Le conseguenze sono intollerabili in
quanto dal piano di caratterizzazione sono emersi diffusi superamenti dei valori limite di concentrazione
stabiliti dalla vigente normativa in materia di bonifiche rispetto a parametri sia organici che inorganici. La
stessa affidabilità dei dati forniti dall’azienda e la metodologia adottata per la loro acquisizione sono state
spesso contestate in questi anni nella citata conferenza dei servizi. Il Decreto direttoriale del Ministero
dell’Ambiente del 28 Febbraio deve essere riproposto nelle prescrizioni dell’A.I.A., tanto più che allo
stato attuale non si hanno notizie di un’impugnazione di fronte al Consiglio di Stato dell’ordinanza del TAR,
da parte dell’attuale Ministero dell’Ambiente.
Sul piano più generale le bonifiche potrebbero essere occasione di un nuovo fronte di sviluppo economico
per la città, creare una sinergia efficace tra gli enti di ricerca presenti sul territorio ed il mondo
imprenditoriale.
Con la manifestazione del 29 Novembre si chiede la stipula di un accordo di programma con il Ministero
dell’Ambiente sulla falsariga di quello già sottoscritto per Brindisi. Si rivendica, in generale, un modello di
sviluppo ecocompatibile del nostro territorio.

PARTE SETTIMA

SICUREZZA NEGLI AMBIENTI DI LAVORO

La triste conta degli infortuni e dei morti sul lavoro nella nostra città impone che la sicurezza nei luoghi di
lavoro sia posta al centro dell’attenzione e sia oggetto di interventi efficaci per la prevenzione di incidenti e
malattie professionali.
Le prescrizioni dell’A.I.A. devono prevedere misure per garantire la sicurezza dei lavoratori dai rischi
di emissioni nocive, di contatto con sostanze pericolose e loro manipolazione, di incidenti a vari livelli
considerati. L’A.I.A. deve essere rilasciata solo con la completa applicazione da parte aziendale del
D.Lvo 626/94 e successive modificazioni ed integrazioni e del D.Lvo 81/08. Il ricorso alle MT.D. deve
essere strumentale anche a questi obiettivi mirando ad un netto miglioramento delle condizioni di
lavoro. Un passo tanto più obbligato dopo i dati forniti dall’OMS in merito all’aumento, negli ultimi anni dei
casi di mortalità tumorale (polmoni, pleura, fegato, vescica, linfomi) sul territorio legata a fattori ambientali
ed, in particolare, all’esposizione professionale. L’incremento della produzione, in un impianto a scarso
valore aggiunto come l’ILVA, ha implicato del resto maggiori carichi di lavoro e sfruttamento di impianti in
larga parte logorati. Fattori che, anche in presenza di un massiccio ricorso all’appalto, hanno negativamente
inciso sui livelli di sicurezza e sul contesto ambientale della fabbrica e del territorio. Una conferma arriva
dall’ultima condanna subita da Emilio Riva e Luigi Caporosso il 10 Ottobre per le condotte di omissione di
cautele atte ad evitare disastri ed infortuni sul lavoro (art.437 c.p., la più grave delle accuse). Lunga è la
sequela di infortuni mortali nello stabilimento tra i “diretti” come nell’appalto : G.A. (45 anni) 22.4.08; A.D.
(19 anni) 2.6.07; D.O. (27 anni)1.08.07; P.M. (50 anni) 22.3.04;V.R. (33 anni) 22.8.06; L.D.L.(24
anni)9.9.05; A.M. (47anni) 18.4.06); G.S. (43 anni) 27.10.05, P.F. (24 anni) e P.D.(27 anni) 12.6.03…Sono
alcuni riferimenti di una catena senza fine che registra annualmente almeno due morti e circa 4.000 feriti.
Da un’indagine effettuata su dati ISPESL-INAIL-Regione riferiti alle Asl risulta che nel periodo 2000-2005
“l’aumento, in numeri assoluti, del totale degli infortuni denunciati in tutta la provincia è quasi
sovrapponibile, anno per anno, all’aumento degli infortuni accaduti in Ilva.Ciò può far pensare che
l’incremento generale sia dovuto in modo particolare ad Ilva: 700 infortuni in più dal 2000 al 2005…Nello
stesso periodo INAIL ha definito 33.500 infortuni: il 31,5 % riguarda lavoratori dell’Ilva. Questa azienda ha
determinato in 6 anni : 238 invalidi permanenti e 11 morti. I casi mortali arrivano a 16 se consideriamo
anche il 2006 ed il 2007..”
Il nucleo operativo dello Spesal di recente ha consentito un maggiore controllo in materia di sicurezza sugli
impianti Ilva. Ma va potenziato e la sua operatività resa più efficace in ordine all’area dell’appalto.
La manifestazione del 29 Novembre rivendica quindi interventi più decisi in materia di sicurezza del
lavoro attraverso norme più severe e strumenti di controllo più efficaci per garantire la massima tutela dei
lavoratori sui luoghi di lavoro.

PARTE OTTAVA

POTENZIAMENTO REGISTRO TUMORI E SVILUPPO POLO ONCOLOGICO

Nel Novembre del ’90 Taranto è stata dichiarata “area ad elevato rischio ambientale”. Nel ’98 inclusa tra i
siti di interesse nazionale per le bonifiche. Sono alcuni degli indicatori che rendono il territorio caratterizzato
da uno sviluppo insostenibile. Il depauperamento delle risorse naturali, il loro utilizzo come discariche per
ridurre i costi di produzione di un sistema produttivo sino al recente passato privo di controlli, hanno
comportato un pesante impatto sanitario sulla popolazione. La mortalità per tumore a Taranto, sin dagli anni
’70, risulta percentualmente più elevata rispetto al resto della regione.
La popolazione, oltre a vivere in condizioni ambientali di forte criticità, vive anche il disagio, con relativi
costi economici, di un sistema sanitario non adeguatamente attrezzato per far fronte all’emergenza descritta.
La manifestazione del 29 novembre rivendica che sia potenziato il registro tumori (addirittura già previsto
dalla Regione dal Luglio ’97) per consentire una conoscenza più precisa e scientificamente incontrovertibile
dei dati epidemiologici e che sia sviluppato un polo oncologico per la prevenzione e la cura delle patologie
tumorali che tanta incidenza hanno nel nostro territorio.

Leo Corvace
Alessandro Marescotti
Lunetta Franco
Luigi Oliva
M. Bolognini