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Processi astrosici.

Andrea Caleo (pigkappa@hotmail.com)


Mamma mia, ma che notte stanotte di stelle e di idee!
Sempre quelle, per`o cos` belle le hai viste mai?
(R. Vecchioni)
2
Introduzione.
La volont` a di scrivere gli appunti di processi astrosici `e nata prima dellinizio delle lezioni,
per le ripetute voci che lo descrivevano come un corso in cui `e dicile individuare un lo
conduttore ed in cui le lezioni sono signicativamente pi` u criptiche della media. Come si
accorger` a sicuramente chiunque lo seguir` a, queste voci sono fondate. Non essendoci un libro
di testo che viene seguito n`e dispense di alcun tipo, lenergia richiesta per seguire il corso `e
signicativa, e degli appunti ben organizzati sono necessari.
In molti casi, gli appunti delle lezioni non erano sucienti per ricostruire completamente i
passaggi logici necessari. Il metodo che ho seguito per scrivere questi appunti `e di individuare
di volta in volta le fonti bibliograche pi` u simili agli appunti e riassumerle. In alcuni casi (per
esempio nel trasporto radiativo) il risultato `e piuttosto diverso dagli appunti presi durante
il corso, che mancavano di una coerenza interna suciente.
In diversi casi (ad esempio per lequazione di Saha e per la forma delle righe spettrali nel
caso di allargamento doppler), durante il corso sono stati citati degli enunciati importanti con
alcune argomentazioni a loro sostegno, ma senza una dimostrazione. Non era mai chiaro se
la dimostrazione non fosse parte del corso perch`e gli argomenti dovevano essere gi` a noti (ma
generalmente non lo erano); in alcuni di questi casi, ho cercato di dare qualche motivazione
in pi` u rispetto alle lezioni.
Durante le lezioni, `e stato indicato che lordine logico degli argomenti (e, in parte minore,
gli argomenti stessi) varia di anno in anno in base alla volont` a del docente e degli studenti.
Non `e perci` o detto che gli appunti qui presenti siano completi e non ridondanti. Poich`e
lordine con cui erano presentati gli argomenti non era sempre sequenziale, ho preferito
ignorarlo ed organizzarli in modo pi` u eciente. Ad esempio, mentre le righe spettrali sono
state trattate dopo il trasporto radiativo, la notazione spettroscopica e le perturbazioni ai
livelli atomici sono stati trattati prima; ho preferito rendere pi` u logico lordine di questi
argomenti.
`
E anche necessario notare che nel corso vengono spesso fatti esempi criptici che sembrano
non avere alcun legame con largomento della lezione. In tutti questi casi, non ho potuto che
tralasciarli.
Non `e chiaro quali siano i prerequisiti del corso. Lordinamento del corso attuale di laurea
in Astrosica fa s` che questo possa essere il primo corso di astrosica seguito dagli studenti;
daltra parte, molti argomenti presentati nel corso introduttivo (che attualmente si chiama
Astrosica, no a pochi anni fa Astrosica 1, e si svolge nel secondo semestre) sono dati per
scontati. La soluzione migliore `e quella di anticipare il corso Astrosica e seguirlo durante il
terzo anno (o anche prima; `e fattibile); se non lo avete fatto, potreste trovare questo corso
ancor pi` u faticoso. Durante questo corso si svolge anche quello di Tecniche Astrosiche, ed i
docenti potrebbero dire che gli argomenti trattati si sovrappongono in buona parte. Questo
non `e vero, e non bisogna pensare che seguendo il corso di Tecniche Astrosiche si avr`a
una comprensione pi` u profonda degli argomenti qua presentati, se non per speciche e rare
eccezioni. Invece, `e probabile che il corso di Fisica stellare e quello di Astrosica delle alte
energie (in Normale) si sovrappongano in parte con gli argomenti qui trattati.
Un corso di processi astrosici (oppure diversi corsi i cui programmi si intersecano signi-
cativamente con gli argomenti svolti in queste lezioni) `e presente in molti corsi di laurea in
astrosica (tutti quelli che ho controllato) e alcuni degli argomenti trattati sono di evidente
rilevanza per tutti gli astrosici.
3
Work in progress.
Queste dispense sono incomplete e contengono alcuni errori o spiegazioni poco chiare. Una
volta superato lesame, il tempo che dedicher`o a migliorarle `e ovviamente molto di meno.
Sono disposto a fornire il le sorgente .tex a chiunque voglia aiutare, anche negli anni
successivi a quello in corso. Tuttavia, vi chiedo poi di mandarmi il nuovo .tex completo con
le vostre modiche, in modo che io abbia sempre il controllo sulla versione denitiva e che
si eviti di avere versioni denitive diverse dopo che pi` u persone ci hanno lavorato. Potete
contattarmi a pigkappa@hotmail.com per collaborare.
Alcune parti che necessitano una revisione o una trattazione pi` u completa sono:
La dimostrazione dellequazione di Saha `e confusa e probabilmente non corretta. La
avevo sistemata, ma in qualche modo ho perso le modiche fatte su quella parte. Una
trattazione valida `e presente in [3].
La parte di spettroscopia potrebbe essere arricchita con esempi di lavoro sul campo.
I dischi di accrescimento, che generalmente sono trattati nel corso ma di cui questanno
non si `e parlato, meriterebbero una sezione apposita.
Bibliograa.
La maggior parte del materiale qui riportato `e tratta dai libri indicati nella bibliograa
(alcuni dei quali consigliati durante il corso, altri aggiunti da me) e non dagli appunti delle
lezioni. I riferimenti bibliograci citati sono solo una piccola parte dei moltissimi consigliati
di volta in volta a lezione. In ogni caso, nessun libro viene seguito da vicino nello svolgimento
del corso.
I testi che ho usato sono principalmente:
Per la parte di trasporto radiativo, i primi quattro capitoli dello Shu [3]. Anche se
capirlo richiede un certo impegno, `e un buon testo. Largomento `e trattato in modo
pi` u semplice ma comunque valido anche sul Carroll [7], nel capitolo 9.
Per la parte relativa alle righe spettrali, alcuni paragra del Rybicki [6], alcuni richiami
di meccanica quantistica dal Cohen [8], e Wikipedia per alcuni argomenti trattati solo
qualitativamente.
Per unintroduzione ecace ai uidi, il libro di Vietri [5]. Un buon testo di uidodi-
namica che tratta in modo chiaro alcuni degli argomenti del corso `e lAcheson [9]. Il
testo consigliato durante il corso su questa parte `e il libro di Shore [2]; purtroppo, `e
piuttosto criptico in alcune parti importanti e risulta di dicile lettura.
Quasi tutti gli argomenti del corso sono discussi nel Carroll [7] (disponibile su amazon.it
a prezzo relativamente contenuto) in modo non approfondito ma molto chiaro. La
lettura dei capitoli 9, 10 e 11 (sulle stelle) potrebbe essere utile per arontare il corso.
La lettura dellintero libro potrebbe essere utile per arontare la vita, ma richiede
molto tempo ed impegno.
4
Indice
1 Trasporto radiativo. 7
1.1 Denizioni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.2 Equazione del trasporto radiativo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
1.2.1 Espressioni dellequazione del trasporto radiativo. . . . . . . . . . . . 10
1.2.2 Soluzione dellequazione del trasporto radiativo. . . . . . . . . . . . . 11
1.3 Equazioni per i momenti cE

,

F

, cP

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.4 Flusso radiativo nel caso dellequilibrio termodinamico (TE). . . . . . . . . . 11
1.4.1 Equazione del usso radiativo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
1.5 Il caso dellequilibrio termodinamico locale (LTE). . . . . . . . . . . . . . . . 13
1.5.1 Formazione delle linee di emissione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
1.5.2 Formazione delle linee di assorbimento. . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
1.5.3 Limb darkening. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
1.6 Trasporto radiativo nel caso di un semispazio innito. . . . . . . . . . . . . . 15
1.6.1 Approssimazione di opacit` a grigia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
1.6.2 Approssimazione di Eddington per determinare la source function. . . 16
1.6.3 Intensit`a della radiazione uscente per ogni linea di vista. . . . . . . . 16
1.6.4 Temperatura in funzione della profondit` a ottica. . . . . . . . . . . . . 17
1.7 Luminosit` a di Eddington. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2 Formazione delle righe spettrali. 19
2.1 Sezioni durto e forma intrinseca delle righe spettrali. . . . . . . . . . . . . . 19
2.1.1 Calcolo dello spettro di emissione per un oscillatore forzato. . . . . . 19
2.1.2 Sezione durto per i processi di assorbimento ed emissione. . . . . . . 20
2.1.3 Oscillator strength di una linea. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.2 La forma di una riga di emissione o assorbimento. . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.2.1 Larghezza equivalente di una riga di assorbimento. . . . . . . . . . . 21
2.2.2 Allargamento doppler delle righe spettrali. . . . . . . . . . . . . . . . 22
2.2.3 Prolo di Voigt. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
2.3 Notazione spettroscopica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
2.4 Perturbazioni applicate ad atomi idrogenoidi. . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.4.1 Perturbazione indipendente dal tempo. . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.4.2 Perturbazione dipendente dal tempo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.4.3 Interazione con unonda elettromagnetica: transizioni di dipolo elettrico. 24
2.5 Eetto Stark. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.5.1 Allargamento da pressione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.5.2 Stimare il campo elettrico: la lunghezza di Debye. . . . . . . . . . . . 26
5
3 Moto di uidi e shock in ambito astrosico. 27
3.1 Equazioni della uidodinamica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.1.1 Trattazione lagrangiana ed euleriana. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.1.2 Equazione di continuit` a. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.1.3 Equazione di Eulero. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
3.1.4 Conservazione dellenergia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
3.1.5 Lentalpia e le equazioni in forma conservativa. . . . . . . . . . . . . 28
3.1.6 Il caso dei uidi viscosi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30
3.1.7 Propagazione di onde acustiche. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30
3.2 Gli eetti degli shock sui uidi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
3.2.1 Conservazione del usso in corrispondenza di una discontinuit` a. . . . 31
3.2.2 Le onde durto e le condizioni di Rankine-Hugoniot. . . . . . . . . . . 32
3.2.3 Soluzione del problema dellonda durto. . . . . . . . . . . . . . . . . 32
3.3 Analisi dimensionale e soluzioni autosimili. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
3.4 Studio delle instabilit`a. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.4.1 Numero di Reynolds. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.4.2 Instabilit`a di Kelvin-Helmoltz. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.4.3 Instabilit`a di Rayleigh - Taylor. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
3.4.4 Instabilit`a di Jeans. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
3.4.5 Trasporto energetico per convezione: il criterio di Schwarzschild. . . . 39
3.4.6 Convezione indotta da un gradiente di temperatura. . . . . . . . . . . 41
3.5 Magnetoidrodinamica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
3.5.1 Approssimazioni fondamentali della magnetoidrodinamica. . . . . . . 42
3.5.2 Equazione per levoluzione del campo magnetico. . . . . . . . . . . . 43
3.5.3 Interazione tra il campo magnetico e la materia. . . . . . . . . . . . . 44
3.5.4 Congelamento delle linee di usso. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
3.5.5 Onde di Alfven. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
4 Stato sico e dinamico del mezzo interstellare. 47
4.1 Equazione di Saha. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
4.1.1 Dimostrazione dellequazione di Saha. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
4.1.2 Convergenza della funzione di partizione. . . . . . . . . . . . . . . . . 48
4.2 Espansione di una regione di HII. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
4.2.1 Espansione dovuta al precursor. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
4.2.2 Seconda fase dellespansione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50
4.3 Il vento solare. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
4.3.1 Osservazione del vento solare. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
4.3.2 Lipotesi di equilibrio idrostatico. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
4.3.3 Il modello di Parker. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
6
Capitolo 1
Trasporto radiativo.
1.1 Denizioni.
Prima di procedere allanalisi del trasporto radiativo, `e opportuno denire le grandezze siche
che compariranno nelle equazioni. La notazione che si user` a sar` a coerente con [3] piuttosto
che con quella, comunque simile, usata durante il corso.
Supponiamo di avere un rivelatore di onde elettromagnetiche nella posizione x, che il
rivelatore abbia area dA, e sia n il versore della supercie. Se il rivelatore intercetta
energia solo dalla direzione

k, in un piccolo angolo solido d deniamo lintensit` a
I

(x,

k) in modo che lenergia assorbita sia:


dE = I

k ndAddtd
Quindi le dimensioni di I

sono [I

] = erg cm
2
Hz
1
s
1
sterad
1
.
Deniamo lintegrale di
1
c
I

sullangolo solido come:


E

=
1
c
_
I

d
E

`e una quantit`a di interesse perch`e `e la densit` a di energia monocromatica del campo


elettromagnetico.
Esplicitiamo qui un cenno della dimostrazione di questo fatto. Consideriamo un piccolo
cilindro di area di base dA e altezza h <<

dA, mostrato in sezione in gura 1.1. Si mo-


stra facilmente che lenergia in ingresso dalla faccia superiore `e dU

= |I

dtdAdcos |
con (

2
, ), e lenergia in ingresso dalla faccia inferiore `e dU

= |I

dtdAdcos |
con (0,

2
). Inoltre, la luce che entra ad angolo rimane nel cilindro per un tempo
dt =
h
c cos
. Perci`o, usando che il volume del cilindro `e hdA:
E

=
dU

dtdV
=
1
c
_
I

d
Deniamo anche il valor medio di I

sullangolo solido:
J

=
1
4
_
I

d
7
Figura 1.1: Ingresso dellenergia in un cilindro avente area di base dA e altezza h.
Da cui E

=
4
c
J

. Nei casi in cui la radiazione `e isotropa, talvolta si usa direttamente


il simbolo J

per indicare I

, dato che le due quantit`a coincidono.


Deniamo i coecienti di assorbimento per unit` a di massa k
abs

e k
sca

relativi ai processi
di assorbimento e di scattering. La dispersione di energia lungo la linea di vista `e quindi
data da:
dI

ds
= (k
abs

+ k
sca

)I

In seguito useremo anche il coeciente di assorbimento totale k

= (k
abs

+ k
sca

).
Deniamo la densit`a di probabilit` a di scattering nellangolo solido

k,

) (

`e la
direzione della luce incidente,

k la direzione in cui la luce viene scatterata), in modo
che la luce indirizzata in direzione

k dalle altre direzioni sia:
dI
ds
= k
sca

k,

)I

)d

Deniamo lemissivit` a per unit`a di massa j


spont

e j
ind

dovuta a processi spontanei ed


indotti. Poich`e lemissivit` a spontanea `e spesso isotropa (nel sistema di riferimento del
mezzo), la si denisce in modo che sia:
dI

ds
=
1
4
(j
spont

+ j
ind

)
Poich`e si ha spesso che j
ind

, il termine
1
4
j
ind

pu` o generalmente essere incorpo-


rato nellassorbimento k
abs

. In questo modo si include il solo termine di emissione


spontanea nelle equazioni e lo si indica con
1
4
j

.
8
Deniamo il usso monocromatico di energia

F

=
_

kI

d
Cos` che il usso di energia che attraversa larea dA sia dato da
dE
dAdtd
=

F

n.
Deniamo il usso di trasporto radiativo

F
rad
come:

F
rad
=
_
+
0

d
Talvolta, per brevit` a, si usa il simbolo

F per indicare

F
rad
.
Deniamo la temperatura eettiva del mezzo in modo che il usso radiativo di energia
verso lesterno sia F
rad
= T
4
eff
, dove `e la costante di Stefan-Boltzmann. Notiamo
che T
eff
non rappresenta davvero la temperatura del materiale, in particolare quando
F

dipende fortemente dalla frequenza.


Deniamo il tensore di pressione monocromatica P
ab

(metteremo gli indici in alto senza


che questo abbia un particolare signicato sico) come:
P
ab

=
1
c
_
k
a
k
b
I

d
Dove k
a
e k
b
sono componenti del versore

k. Usiamo la notazione compatta per indicare
il tensore P

nel suo complesso:


P

=
1
c
_

k

kI

d (1.1)
Il tensore P

`e il tensore degli sforzi della radiazione; una sua interpretazione sica `e


discussa in [3]. Lo si pu`o capire in un caso semplicato considerando una supercie dA
giacente sul piano xy che assorbe tutta la radiazione che la investe. In questo caso si
ottiene facilmente che la pressione sulla supercie `e P =
1
c
_ _
I(, ) cos
2
()dd che
coincide con quanto si ricava dalla componente P
33
del tensore denito in precedenza.
Diremo che le grandezze cE

, F

e cP

sono i momenti di ordine zero, uno e due di I

,
e sono deniti in modo compatto da:
_
_
cE

cP

_
_
=
_
_
_
1

k
_
_
I

d
Anche se non ne faremo uso, si possono denire in modo analogo i momenti di ordine
superiore a due.
Deniamo la source function S

come:
S

k, x) =
1
k

(
j

4
+ k
sca

) (1.2)
Con

k, x) =
_

k,

)I

)d

. In molti casi trascureremo la luce derivante dallo


scattering e la source function sar`a semplicemente S

=
1
4
j

.
9
Deniamo lo spettro di emissione di corpo nero:
B

(T) =
2h
3
c
2
1
e
h
kT
1
Si pu`o vericare che B

ha le stesse dimensioni di S

ed I

.
Deniamo lopacit` a media di Rosseland in modo che sia:
1
k
R
=
_
+
0
(1/k

)(B

/T)d
_
+
0
B

/Td
(1.3)
Vedremo nel seguito perch`e questa denizione `e conveniente.
Deniamo lopacit`a ottica

di un mezzo lungo una direzione. Supponiamo che una


sorgente si trovi in x
0
e losservatore in x, e sia ds lelemento di lunghezza lungo il
segmento da x ad x
0
. Allora si pone

(x) = 0 e:
d

= k

ds
La profondit`a ottica `e un indice di quanto sia attenuata la luce emessa in x
0
quando
arriva in x.
1.2 Equazione del trasporto radiativo.
1.2.1 Espressioni dellequazione del trasporto radiativo.
Lequazione del trasporto radiativo serve a determinare I

k, x, t) conoscendo le opportune
condizioni iniziali e le propriet` a del mezzo in cui si propaga la radiazione. Lequazione, nella
forma pi` u generale, `e:
1
c
I

t
+

k

I

=
1
4
j

+ k
sca

_
(

k,

)I

)d

(1.4)
Nel seguito ci interesseremo principalmente a situazioni stazionarie. In questi casi,
I

t
=
0. Inoltre, descriveremo i processi lungo una linea di vista ssata, cos` da poter scrivere

k

I

=
dI

ds
. In questo modo lequazione diventa:
dI

ds
=
1
4
j

+ k
sca

_
(

k,

)I

)d

(1.5)
`
E comodo riscrivere lequazione del trasporto radiativo in termini di S

. Si ha:
dI

ds
= k

(I

+
1
k

(
1
4
j

+ k
sca

_
(

k,

)I

)d

)) = k

(S

) (1.6)
Da cui:
dI

= S

(1.7)
Appare cos` evidente perch`e S

`e chiamata source function.


10
1.2.2 Soluzione dellequazione del trasporto radiativo.
Supponiamo che della radiazione di intensit`a I

k,

) entri in uno strato di materiale con cui


pu` o interagire. Lintensit` a della radiazione I

k, 0) in funzione della profondit` a ottica della


radiazione iniziale si ricava allora risolvendo lequazione del trasporto radiativo, ed `e data
da:
I

k,

= 0) = I

k,

)e

+
_

0
S

k, t)e
t
dt (1.8)
In realt` a `e spesso dicile usare la soluzione 1.8, perch`e `e pi` u semplice esprimere la
source function S

in funzione della posizione nel mezzo che in funzione della profondit`a


ottica. Appare comunque evidente che lintensit` a rivelata `e data dallintensit` a iniziale e dai
contributi dovuti alla presenza del mezzo, con la caratteristica attenuazione di e

.
1.3 Equazioni per i momenti cE

,

F

, cP

.
A partire dallequazione del trasporto radiativo 1.4, si possono ottenere delle equazioni per i
momenti cE

,

F

, cP

. Integriamo lequazione 1.4 nellangolo solido, e usiamo che



k

k;
si ottiene:
E

t
+

= j

ck
abs

(1.9)
Dove si `e supposto che lemissivit`a sia isotropa, e dove si sono annullati i termini positivi e
negativi di scattering (il termine di scattering che toglie fotoni dalla linea di vista k
sca

`e in media uguale al termine di scattering che porta fotoni sulla linea di vista, quando si
integra su tutto langolo solido). Notiamo per inciso che lequazione 1.9 `e formalmente simile
ad unequazione di continuit`a.
In modo analogo, si pu` o ottenere unequazione che coinvolga il momento di ordine due
P

. Moltiplicando la 1.4 per



k ed integrando sullangolo solido, si ottiene, trascurando il
contributo dovuto allo scattering al di fuori dalla linea di vista (assunzione valida sotto
ipotesi di simmetria piuttosto generali; si veda [3]):
1
c

t
+ c

= k

(1.10)
Notiamo che le equazioni che si sono ricavate per i momenti non sono equivalenti alle-
quazione del trasporto radiativo, e non bastano a giungere ad una soluzione. Per ottenere un
sistema di equazioni equivalenti alla 1.4, bisognerebbe introdurre tutti i momenti di ordine
superiori e le innite equazioni corrispondenti. Ci sono per`o alcuni casi, come vedremo, in cui
opportune ipotesi o approssimazioni permettono di usare le equazioni 1.9 e 1.10 per trarre
delle conclusioni importanti.
1.4 Flusso radiativo nel caso dellequilibrio termodina-
mico (TE).
Diremo che il materiale racchiuso in un volume a temperatura T `e allequilibrio termodina-
mico completo (abbreviazione TE, thermodynamic equilibrium) se la materia e la radiazione
11
sono in equilibrio e rispettano quindi la distribuzione di Boltzmann. In questo caso, lintensit` a
I

(T) `e isotropa e data da B

(T). Inoltre, lemissivit` a j

`e data da:
j

= 4k
abs

(T) (1.11)
Per dimostrare questa relazione, usiamo la legge di Kirchho della radiazione, secondo la
quale i coecienti di emissione ed assorbimento di un corpo allequilibrio termodinamico sono
uguali. Il coeciente di assorbimento `e, in questo caso, semplicemente k
abs

. Il coeciente
di emissione `e quell

tale che, per la radiazione che attraversa uno strato ds, si abbia
dI

(T)ds, da cui
dI

ds
=

. Ponendo allora

= k
abs

e ricordando che avevamo


denito j

in modo che fosse


dI

ds
=
1
4
j

, si trova j

= 4k
abs

(T).
1.4.1 Equazione del usso radiativo.
Nel caso del TE, `e interessante notare che il usso di energia

F
rad
`e legato in modo semplice
al gradiente di temperatura nel mezzo. Per dimostrarlo, vogliamo usare lequazione 1.10 in
condizioni stazionarie, quando

/t = 0.
Abbiamo gi`a detto che nel caso del TE vale I

= B

(T). Si calcola P
ab

:
P
ab

=
1
c
B

(T)
_
k
a
k
b
d =
4
3c
B

(T)
ab
Dove abbiamo usato che la media di termini come k
x
k
y
sullangolo solido `e nulla (sono infatti
termini del tipo cos() cos() dove gli angoli sono relativi agli assi x e y), mentre la media
di termini come k
2
x
`e
1
3
(`e la media di cos
2
()).
`
E adesso possibile usare lequazione 1.10, notando che per ogni componente di

F

vale:
F
a

= c
1
k

P
aa

x
a
=
4
3k

(T)
x
a
=
4
3k

(T)
T
T
x
a
Da cui:

=
4
3k

(T)
T

T
Integrando questa relazione su ogni frequenza si ottiene il usso radiativo:

F
rad
=
4
3

T
_
+
0
1
k

(T)
T
d
Appare adesso evidente la convenienza della denizione dellopacit` a media di Rosseland 1.3;
si ha infatti:

F
rad
=
4
3k
R

T
_
+
0
B

(T)
T
d
Lintegrale pu` o essere calcolato esplicitamente ed `e tale che:
_
+
0
B

(T)
T
d =
ac

T
3
=
ac
4
d
dT
(T
4
)
Dove la costante di radiazione a =
8
5
k
4
B
15(hc)
3
=
4
c
`e tale che lenergia per unit`a di volume sia
u(T) = aT
4
. Si ottiene inne:

F
rad
=
ac
3k
R

T
4
(1.12)
12
Lequazione del trasferimento di energia che abbiamo ricavato `e una delle equazioni della
struttura stellare e viene incorporata nei modelli numerici che studiano il funzionamento delle
stelle. La sua validit` a `e ovviamente limitata quando ci si avvicina allatmosfera della stella,
dove lopacit` a ottica `e minore e lapprossimazione di equilibrio termodinamico completo `e
meno corretta. Inoltre, in questa equazione `e incluso solo il contributo dellirraggiamento
al trasporto di energia, e non i contributi della conduzione e della convezione, non sempre
trascurabili.
Notiamo che lequazione ricavata ha la forma delle equazioni di diusione, che compaiono
anche nella descrizione di altri fenomeni (di cui sapremmo molti esempi se avessimo imparato
qualcosa a Struttura II):
flusso = D

(densit` a)
Dove nel nostro caso si ha a che fare con la densit` a di energia aT
4
. La costante D =
c
3k
R
`e la
diusivit` a del materiale. Notando che k
R
=
1
l
(dove l `e il libero cammino medio) si ottiene
anche D =
1
3
cl.
1.5 Il caso dellequilibrio termodinamico locale (LTE).
Diremo che un materiale `e in equilibrio termodinamico locale (abbreviazione LTE, local
thermodynamic equilibrium) a temperatura T se i livelli atomici e molecolari sono eccitati
secondo la distribuzione di Boltzmann. Questo implica che lemissivit` a vale, come nel caso
del TE:
j

= 4k
abs

(T)
A dierenza del caso del TE, non `e necessario che anche la radiazione sia in equilibrio con
la materia, e quindi pu` o essere I

= B

(T). Ad esempio, si pu` o raggiungere il caso del LTE


quando le collisioni tra le particelle del mezzo sono molto frequenti (con tempo scala minore
del tempo in cui si svuotano i livelli atomici, talvolta dellordine di 1ns) ma c`e una radiazione
di fondo che non ha uno spettro nella forma B

(T) e che non viene completamente assorbita


dal mezzo.
1.5.1 Formazione delle linee di emissione.
A partire dalla 1.11, `e facile notare che, se lo scattering `e trascurabile, la source function
nel caso del LTE `e S

(T) B

(T). Possiamo riscrivere la 1.8 in questo caso, esplicitando la


dipendenza dalla posizione invece che dalla profondit`a ottica:
I

k, 0) = I

k, s
0
)e

(s
0
)
+
_
s
0
0
B

k, x)e

(x)
(x)k
abs

(x)dx
Consideriamo una nube di gas con piccola opacit` a e senza radiazione di fondo (cio`e I

k, s
0
) =
0). Anche se k
abs

`e diverso per le varie lunghezze donda, supponiamo che lo spessore sia


abbastanza piccolo da poter porre in ogni caso e

(x)
1. Si ha allora che, al variare
della frequenza, I

k, 0) cresce al crescere di k
abs

, e si formano perci`o le righe di emissione


alle frequenze in cui il gas assorbe di pi` u (tipicamente le frequenze tipiche delle transizioni
elettroniche negli atomi del gas).
13
1.5.2 Formazione delle linee di assorbimento.
Consideriamo unatmosfera stellare con alta opacit`a ottica complessiva, e supponiamo che
non ci sia una intensit`a di fondo (ovvero che sia completamente soppressa dal termine
e

(s
0
)
; i fotoni che arrivano direttamente dal centro della stella senza nessun processo di
assorbimento sono pochissimi).
La profondit` a da cui ci arrivano i fotoni dipender`a dalla frequenza cos` come d

=
k
abs

ds.
`
E quindi chiaro che i fotoni alle frequenze di risonanza, in cui k
abs

`e pi` u grande,
arrivano da una profondit` a minore. Poich`e `e noto che la temperatura in profondit`a `e pi` u alta
che vicino alla supercie (come si pu` o capire anche dalla 1.12, anche se nellatmosfera stellare
non siamo esattamente nelle condizioni del TE), la luce vicino alle frequenze di risonanza
arriva da una supercie a temperatura minore ed `e quindi meno intensa. Si formano quindi
delle linee di assorbimento.
1.5.3 Limb darkening.
In modo analogo alla formazione delle linee di assorbimento si pu` o spiegare il fenomeno del
limb darkening: quando si osserva il Sole (o unaltra sorgente estesa) vicino ai bordi, appare
pi` u scuro che nella zona centrale. Il motivo `e che, osservandolo vicino ai bordi, si vede uno
strato pi` u lontano dal centro e quindi a cui la temperatura `e pi` u bassa, e quindi la radiazione
`e meno intensa e pi` u vicina al rosso.
Figura 1.2: Fenomeno del limb darkening, tratta da Wikipedia.
Una trattazione quantitativa del limb darkening `e discussa nella sezione 1.6.3.
14
1.6 Trasporto radiativo nel caso di un semispazio in-
nito.
Supponiamo che un materiale otticamente assorbente occupi un semispazio. In questo caso, si
possono ottenere ulteriori informazioni facendo alcune opportune approssimazioni. I risultati
si potranno applicare, ad esempio, per lo studio di alcune atmosfere stellari o planetarie
(plane-parallel atmospheres).
Usiamo la coordinata z per descrivere la profondit` a nel materiale; z = 0 alla supercie
del semispazio e z aumenta andando allinterno del materiale. Supporremo che le propriet` a
del materiale dipendano solo da z e non da altre coordinate.
Se n `e un versore perpendicolare alla supercie che delimita il materiale, e

k la linea di
vista, chiamiamo langolo tra n e

k e poniamo = cos() = n

k.
Se ci troviamo a profondit` a z nel mezzo e dobbiamo uscirne lungo la linea di vista

k muo-
vendoci in linea retta, dovremo percorrere una lunghezza z/. Lo spostamento innitesimo
ds che avevamo usato in precedenza `e in questo caso rimpiazzato da ds =
dz

. Il segno meno
`e dovuto al fatto che la luce si muove verso il fuori nel mezzo, mentre le nostre denizioni
precedenti pongono + z entrante nel mezzo.
In questo caso, deniamo la profondit`a ottica

in modo che sia d

= k

dz. In que-
sto modo, la profondit` a ottica dipende solamente dalla posizione nel mezzo, ma dovremo
correggere le formule viste in precedenza sostituendo
1

al posto di d

.
1.6.1 Approssimazione di opacit`a grigia.
Diremo che siamo nel caso di opacit` a grigia (grey opacity) quando k
abs

e k
sca

non dipendono
dalla frequenza; questa approssimazione `e in alcuni casi accettabile per latmosfera solare.
Ci limiteremo ad usare i simboli k
abs
e k
sca
nel seguito.
In questo caso, integrando la 1.10 sulle frequenze si ottiene facilmente:
c
3

b=1
d(P
ab
rad
)
d
= F
a
rad
`
E evidente che il usso di radiazione avviene nella sola direzione z (indice a = 3). Inoltre,
assumeremo che i termini non diagonali di P
ab
rad
(che rappresenterebbero termini di stress non
lungo z) siano nulli, e indicheremo semplicemente con P
rad
e F
rad
i termini P
33
rad
e F
3
rad
, che
per quanto abbiamo detto sono gli unici non nulli. Inoltre, per la conservazione dellenergia
che si propaga nel mezzo, F
rad
`e uniforme; notiamo che questo non vuole dire anche che F

`e uniforme. Si ha quindi:
c
d(P
rad
)
d
= F
rad
Da cui:
cP
rad
= F
rad
( +
0
) (1.13)
Dove
0
`e una qualche costante adimensionale; vedremo in seguito che sotto alcune ipotesi
particolari si ha = 2/3. A questo punto, `e opportuno introdurre una qualche approssima-
zione per determinare P
rad
in funzione di altre propriet` a della radiazione.
15
1.6.2 Approssimazione di Eddington per determinare la source
function.
Lapprossimazione di Eddington lega direttamente P
rad
allenergia interna E
rad
:
P
rad
=
1
3
E
rad
=
4
3c
J (1.14)
Abbiamo gi`a visto che lapprossimazione di Eddington `e valida nel caso in cui la radiazione
`e isotropa; si pu` o tuttavia mostrare che `e valida anche in altre situazioni. Ad esempio, in
[7] si mostra che vale nel caso in cui la radiazione abbia un valore ssato per ogni direzione
con componente z positiva ed un altro valore ssato per ogni direzione con componente z
negativa.
Mostriamo adesso che, nel caso di LTE e opacit` a grigia, vale S J B.
Si ha (si vedano la 1.2 e la 1.11):
S

=
1
k
(
1
4
j

+ k
sca

) =
1
k
(k
abs
B

(T) + k
sca

)
Deniamo lalbedo di scattering come A = k
sca
/k e notiamo che k
abs
/k = 1 A. Notiamo
poi che, nel caso in cui lo scattering sia isotropo (condizione vericata per la maggior parte
dei processi), si ha semplicemente

= J

ad ogni linea di vista. Perci`o:


S

= (1 A)B

(T) + AJ

E, posto B(T) =
_
+
0
B

(T)d, si ottiene:
S = (1 A)B(T) + AJ
In condizioni stazionarie, anch`e lenergia che viene assorbita da ogni elemento di materiale
sia uguale allenergia riemessa, vale la condizione di equilibrio:
_
+
0
j

ck
abs
E

d = 0
Da cui si ottiene nel nostro caso che J = B. Sostituendo nellequazione precedente, si ottiene
inne che S B(T) J. Notiamo che non abbiamo supposto che la radiazione I

(T) sia
isotropa, e che la tesi dimostrata non implica che essa sia uguale a B

(T) per ogni frequenza.


Usando la 1.14, la 1.13 e la condizione S = J, si ottiene nalmente:
S() =
3
4
F
rad
( +
0
) (1.15)
Avendo ricavato la source function in funzione della profondit`a ottica nel mezzo, possiamo
ricavare anche lintensit`a della radiazione uscente.
1.6.3 Intensit`a della radiazione uscente per ogni linea di vista.
Scriviamo la soluzione dellequazione del trasporto radiativo nel caso in questione, suppo-
nendo che la radiazione proveniente direttamente da z = + sia trascurabile (cio`e che la
profondit` a ottica totale sia grande):
I( = 0, ) =
_
+
0
S()e
/
d

(1.16)
16
Usando lespressione esplicita S() =
3
4
F
rad
( +
0
) e integrando si ottiene:
I(, 0) =
3
4
F
rad
( +
0
)
Questo risultato ci permette anche di ricavare
0
, perch`e il usso e lintensit`a sono diret-
tamente legati. Usando che la quantit` a che abbiamo chiamato F
rad
deve essere il usso di
energia che esce dal materiale, si ha F
rad
=
_
I(, 0)d (abbiamo quindi accettato i soli
angoli [0, /2]) e si ottiene:

0
= 2/3
Da cui si pu` o ottenere la dipendenza angolare:
I(, 0) =
3
5
I(1, 0)( +
2
3
)
Questo risultato `e abbastanza simile a ci`o che si ottiene con procedimenti numerici elaborati.
Possiamo usarlo facilmente per interpretare in modo diverso il fenomeno del limb darkening;
i raggi che ci arrivano dal bordo esterno del Sole sono pi` u inclinati e quindi hanno un valore
di minore.
1.6.4 Temperatura in funzione della profondit`a ottica.
A partire dalle equazioni ricavate nella sezione precedente si pu` o valutare approssimativa-
mente la dipendenza della temperatura T() dalla profondit` a ottica nel materiale. Abbiamo
visto che in alcuni casi si pu` o approssimare S J B; in questo caso la 1.15 diventa:
B(T()) =
3
4
F
rad
( + 2/3)
Inoltre si pu`o calcolare direttamente B(T) =
_
+
0
B

(T)d =
ca
4
T
4
=

T
4
, dove abbiamo
usato che a =
4
c
. Per denizione si ha F
rad
= T
4
eff
. Sostituendo nella relazione precedente
si ottiene:
T
4
() =
3
4
T
4
eff
( + 2/3)
Proprio per tener conto di questo risultato, in alcuni casi, si denisce la fotosfera come
la supercie a = 2/3 (invece che a = 1); in questo modo `e costituita dai punti in
corrispondenza dei quali la temperatura reale coincide con la temperatura ecace della
stella.
Notiamo tuttavia che il risultato trovato, cio`e una relazione diretta tra T e , dipende
dalle approssimazioni che abbiamo fatto e dalla congurazione geometrica che abbiamo usato
per descrivere il materiale. Non `e sempre possibile trovare una relazione nella forma T = T()
che non coinvolga la dipendenza dalla composizione chimica e densit` a dellatmosfera.
1.7 Luminosit`a di Eddington.
La luminosit`a di Eddington costituisce un limite allenergia per unit`a di tempo irradiata da
stelle la cui atmosfera sia dominata dalla pressione di radiazione.
17
Sia M la massa totale di una stella. Supponiamo che nella sua atmosfera la pressione P
sia dovuta alla radiazione elettromagnetica. Considerando la frazione di radiazione che viene
assorbita dal materiale, si ha che uno strato di atmosfera di opacit`a media

k e spessore dr `e
sottoposto ad una pressione verso lesterno:
dP
rad
=
1
c
L
4r
2
dr
l
=
L

k
4r
2
c
dr
Dove l =
1

k
`e il libero cammino medio dei fotoni. La quantit`a che abbiamo chiamato dP
rad
`e la pressione eettiva che spinge il materiale verso lesterno, ed `e perci`o la dierenza tra la
pressione nella posizione r e quella nella posizione r + dr. Landamento della pressione in
funzione del raggio `e quindi, considerando che la pressione diminuisce allaumentare di r:
dP
rad
dr
=
L

k
4r
2
c
Se supponiamo che la stella sia allequilibrio idrostatico, si ha anche che:
dP
dr
= g =
GM(r)
r
2

GM
r
2
Dalluguaglianza delle due relazioni precedenti si ottiene il valore della luminosit` a di Edding-
ton:
L
Edd
=
4Gc

k
M (1.17)
Se la luminosit` a di una stella `e signicativamente minore di L
Edd
, allora nellatmosfera
stellare ci sono contributi rilevanti alla pressione diversi dal trasporto radiativo di energia.
Questo accade generalmente nelle stelle di piccola massa, in cui la pressione `e dominata dal
gas di atomi e ioni.
Se, invece, la luminosit`a di una stella `e maggiore di L
Edd
, allora latmosfera stellare non
`e allequilibrio idrostatico e ci deve essere unevoluzione dinamica di qualche tipo. Questo `e
il caso di alcune stelle di grande massa, in cui `e presente un forte vento stellare e quindi la
perdita di materia.
Utilizzando la nota relazione massa-luminosit` a M L
3.5
per le stelle di sequenza princi-
pale, si pu` o ricavare un valore massimo per la massa di una stella allequilibrio imponendo
che la sua luminosit`a sia pari alla luminosit`a di Eddington. Si ottiene un valore dellordine
di M
max
60M

; sono state osservate direttamente alcune stelle con massa superiore ad


M
max
in sistemi in cui sono presenti fenomeni complessi di evoluzione dinamica (lesempio
pi` u famoso `e quello di Car).
18
Capitolo 2
Formazione delle righe spettrali.
2.1 Sezioni durto e forma intrinseca delle righe spet-
trali.
Questa sezione `e tratta in parte da [6].
2.1.1 Calcolo dello spettro di emissione per un oscillatore forzato.
Un modello di atomo molto semplice che si pu` o usare per ricavare la forma intrinseca delle
righe spettrali `e quello che suppone lelettrone legato allatomo come un oscillatore armonico
smorzato e forzato con pulsazione caratteristica w
0
.
Ricordiamo innanzitutto la formula di Larmor per lemissione di energia elettromagnetica
da un dipolo, che dovrebbe essere nota da corsi precedenti. Sia

d il momento di dipolo di
una distribuzione, e la costante di tempo caratteristica di risposta del sistema (a volte
si stima con il tempo che la luce impiega ad attraversare il raggio classico dellelettrone;
allora 10
23
s). Allora, per sollecitazioni con w << 1 che inducono un momento di
dipolo variabile nel tempo, la potenza irraggiata (in cgs) `e:
P =
2
3

d
2
c
3
(2.1)
A partire da questa relazione, si pu` o dimostrare che un elettrone che si muove di mo-
to armonico lungo lasse x attorno ad un atomo `e soggetto ad una dissipazione tale che
lequazione del moto sia:

...
x + x + w
2
0
x =
1
m
eE
0
e
iwt
Notiamo che, per motivi legati alla causalit`a che sono generalmente discussi nei corsi di elet-
tromagnetismo, si preferisce spesso sostituire a questa equazione una pi` u classica espressione
delloscillatore smorzato:
x + w
2
0
x + w
2
0
x =
1
m
eE
0
e
iwt
Noi, comunque, useremo lespressione con il termine di derivata terza, senza che questo
modichi il risultato nale. La soluzione a regime (cio`e quando la soluzione dellomogenea
associata, il cui modulo quadro decresce esponenzialmente, si `e annullata) `e nella forma:
x(t) = Ae
iwt+
19
Dove A `e reale e vale:
A =
eE
0
m
|
1
w
2
w
2
0
iw
3
0

|
Con:
= tan
1
(
w
3

w
2
w
2
0
)
Considerando la parte reale di x(t) notiamo che il comportamento `e quello di un dipolo
oscillante. Usando la 2.1 si ha per la potenza emessa:
P =
2E
2
0
e
2
3m
2
c
3
w
4
(w
2
w
2
0
)
2
+ (w
3
0
)
2
(2.2)
2.1.2 Sezione durto per i processi di assorbimento ed emissione.
Si pu` o ottenere la sezione durto del processo dividendo per lintensit` a incidente, che `e data
dalla media del vettore di Poynting

S =
c
8
E
2
0
:
=
T
w
4
(w
2
w
2
0
)
2
+ (w
3
0
)
2
(2.3)
Dove
T
`e la sezione durto Thomson:

T
=
8
3
(
e
2
mc
2
)
2
(2.4)
Sono molto importanti gli andamenti asintotici della sezione durto. Notiamo che:
Nel caso w >> w
0
, si ha
T
. Questo `e il caso degli elettroni liberi e si chiama
scattering Thomson. In questo caso la sezione durto non dipende dalla frequenza della
radiazione incidente. Notiamo che era prevedibile che, ad energie molto alte rispetto al-
lenergia che tiene legato lelettrone allatomo, il comportamento sia analogo a quello di
un elettrone libero. In molti casi, lo scattering Thomson `e dominante rispetto agli altri
processi (ad esempio quando la materia `e ionizzata, e gli elettroni sono eettivamente
liberi).
Nel caso w << w
0
si ha:
(w)
T
(
w
w
0
)
4
(2.5)
Questo `e il caso dello scattering Rayleigh. Il fatto che cresca molto rapidamente con w
`e spesso usato per giusticare il fatto che il cielo sia blu (la luce blu ha frequenza pi` u
alta e viene quindi scatterata di pi` u).
Nel caso w w
0
, usando che w + w
0
2w si ottiene:
(w)

T
2
/(2)
(w w
0
)
2
+ (/2)
2
(2.6)
Dove = w
2
0
. Abbiamo visto sopra che la forma dello spettro di emissione P(w) `e,
a meno di una costante moltiplicativa, lo stesso della sezione durto (w). Notiamo
quindi che vicino ad una risonanza (w w
0
) si ha uno spettro di emissione con forma
lorenziana. Ricordiamo che la funzione lorenziana normalizzata `e:
f(x; x
0
, ) =
1

(x x
0
)
2
+
2
20
2.1.3 Oscillator strength di una linea.
Si pu`o dimostrare che lintegrale della 2.3 `e:
_
+
0
(w)dw =
2
2
e
2
mc
In realt`a, lintegrale della 2.3 divergerebbe (perch`e la funzione tende ad una costante per
w >> w
0
come si `e gi` a visto). Tuttavia, notiamo che nellintegrale non dobbiamo contare
le pulsazioni con w > . Questo perch`e, come abbiamo detto sopra, i campi con periodo
minore di
1
non possono essere trattati con la formula di Larmor.
In termini della frequenza, lespressione precedente si scrive come:
_
+
0
()d =
e
2
mc
Ovviamente, questo risultato non `e esatto sperimentalmente perch`e i processi di emissione
sono pi` u complicati di come li abbiamo descritti. Deniamo loscillator strength o f-value
f
nm
di una riga in modo che sia:
_
+
0

nm
()d =
e
2
mc
f
nm
Lf-value `e particolarmente usato in spettroscopia ed in meccanica quantistica. Si pu` o dimo-
strare che i coecienti di Einstein di emissione ed assorbimento (la cui denizione dovrebbe
essere nota da corsi precedenti; si veda [10] per una breve discussione) dipendono dallf-value:
B
nm
=
4
2
e
2
m
e
hc
f
nm
E si possono ricavare B
mn
ed A
mn
di conseguenza dalle note relazioni tra i coecienti di
Einstein.
2.2 La forma di una riga di emissione o assorbimento.
2.2.1 Larghezza equivalente di una riga di assorbimento.
Deniamo la larghezza equivalente di una riga di assorbimento, una quantit` a semplice che ne
indica in un certo senso lintensit`a. Se lintensit` a ricevuta lontano dalla riga `e I
0
(supponiamo
quindi che lo spettro sia ad intensit` a costante fuori dalla riga; `e chiaro che si potr`a fare
questa approssimazione ogni volta che la larghezza di una riga `e signicativamente minore
della distanza tra le righe) e nei pressi della riga (centrata in
0
) `e I() < I
0
, deniamo la
larghezza della riga in modo che sia:
I
0
=
_
+
0
(I
0
I())d (2.7)
Perci` o `e la larghezza che avrebbe la riga se lassorbimento fosse totale e ristretto ad un
piccolo intervallo di frequenza. Nel seguito, comunque, dovremo spesso considerare la forma
vera e propria della riga e non solo la sua larghezza equivalente.
21
2.2.2 Allargamento doppler delle righe spettrali.
Come abbiamo visto in precedenza, la forma naturale di una riga spettrale `e generalmente
una lorenziana. Tuttavia, le righe osservate negli spettri non hanno generalmente questan-
damento, ma una forma gaussiana oppure un altro prolo pi` u complesso. La dierenza `e
importante per le righe di assorbimento perch`e, nel caso della curva lorenziana, il prolo
della riga si annulla lentamente (come
1
x
2
) e permette di fare previsioni siche in base al-
landamento delle code della linea anche in caso di saturazione. Invece le righe gaussiane
si annullano molto pi` u rapidamente e, in caso di saturazione, rendono molto pi` u complessa
lanalisi della riga.
Mostriamo ora che se osserviamo una riga con larghezza naturale molto piccola generata
in un mezzo in cui gli atomi si muovono, la riga spettrale che osserviamo ha forma gaussiana
per leetto doppler.
Supponiamo che la materia sia in condizioni di equilibrio termodinamico locale ad una
temperatura T sucientemente piccola da far s` che gli atomi abbiano velocit`a v << c.
Sia v
r
la velocit` a radiale (verso losservatore) degli atomi, e sia f(v
r
)dv
r
la distribuzione
di Maxwell-Boltzmann delle velocit`a. Sappiamo che tale distribuzione `e una gaussiana:
f(v
r
)dv
r
=
1

2
2
exp (
v
2
r
2
2
)dv
r
`
E inoltre noto dalla teoria cinetica che
1
2
m < v
2
>=
3
2
kT da cui < v
2
>= 3kT/m e
< v
2
r
>= kT/m. Imponendo che sia:
_
+

v
2
r
f(v
r
)dv
r
= kT/m
Si ottiene, facendo alcuni calcoli, che = (
kT
m
)
1/2
Sappiamo che leetto doppler `e tale che =
v
r
c

0
. Possiamo allora ottenere il prolo
della riga passando a f()d con la sostituzione v
2
r
= c
2
(

0
)
2
e dv
r
=
c
v
0
d. Si ottiene
dopo alcuni calcoli:
f()d =
1

2
c

0
_
m
kT
exp (
mc
2
(
0
)
2
2kT
2
0
)d
Ovvero una gaussiana di media
0
e deviazione standard =
0

kT/m
c
, che `e ci` o che volevamo
dimostrare.
2.2.3 Prolo di Voigt.
Nella maggior parte dei casi, `e necessario considerare pi` u di un processo sico per descrivere
la forma di una riga spettrale. Il caso pi` u semplice `e quello in cui la forma naturale della
riga `e lorenziana, ed `e presente un allargamento di tipo doppler che tenderebbe a rendere
gaussiano il prolo della riga. In questo caso, la forma risultante `e una via di mezzo tra le
due ed il prolo della linea `e detto di Voigt.
Vogliamo scrivere la distribuzione della riga f()d. Chiamiamo L() la forma naturale
della riga, con centro in
0
, e supponiamo che leetto doppler tenda ad allargare la riga in
22
modo che, se fosse estremamente sottile (ovvero una funzione (
0
)), la forma dellintensit` a
ricevuta sarebbe data da G(
0
).
Consideriamo quindi la luce che arriva alla frequenza . Essa `e dovuta alla forma naturale
L(
1
) della riga in ogni valore di frequenza moltiplicata per la probabilit` a che leetto doppler
sposti la frequenza ricevuta a ; questa probabilit`a `e G(
1
). Perci` o si ha:
f() =
_
+
0
L(
1
)G(
1
)d
1
Quindi la forma della riga `e data dalla convoluzione della lorenziana originaria con una
gaussiana. Il risultato `e mostrato in gura 2.1. Mentre vicino al picco domina generalmente
il contributo della gaussiana, lontano dal picco (cio`e nelle code) la distribuzione `e pi` u simile
ad una lorenziana.
Figura 2.1: Prolo di alcune curve di Voigt. rappresenta la larghezza della gaussiana,
quella della lorenziana. Tratta da Wikipedia.
2.3 Notazione spettroscopica.
Introduco la notazione che useremo in seguito per descrivere gli atomi. Oltre agli usuali
simboli per gli elementi chimici, si usano i numeri romani per determinare lo stato di ioniz-
zazione. Ad esempio, si indica con HI lidrogeno neutro che in chimica `e indicato con H
0
, e
con HII lidrogeno ionizzato H
+
. Analogamente, con FeI si indica il ferro neutro, mentre
con FeIII si indica il Fe
++
.
Scriviamo un livello atomico come: nl
x 2S+1
L
J
dove n `e il livello di energia, l `e lorbitale
occupato (orbitale s, p, d, f) e quindi indica il momento angolare dellelettrone, x `e il numero
di elettroni presenti nellorbitale (ad esempio, per l = s pu` o essere solo x = 1 o x = 2, mentre
per l = p pu`o essere anche x = 6), S `e il valore assoluto dello spin totale degli elettroni
23
presenti nellatomo, L `e il momento angolare totale (e si indica con le lettere S, P, D, F),
e inne J = |L + S| `e il momento angolare totale del livello atomico. Nel caso x = 1,
ometteremo la x.
Ad esempio, lo stato di minima energia di un atomo di idrogeno `e 1s
2
S
1/2
. Il numero
1 indica che siamo nello stato di energia minima. La s indica che siamo nello stato in cui
lelettrone ha momento angolare nullo. Il 2 indica che 2S + 1 = 2 e infatti lo spin totale `e
1/2. La S indica che il momento angolare orbitale totale `e nullo (e deve essere cos`, visto
che c`e un solo elettrone con l = 0). Inne, l1/2 indica che il momento angolare totale `e
J = 1/2. Altri esempi possibili, sempre per lidrogeno neutro, sono 2s
2
S
1/2
, 2p
2
P
1/2
, 2p
2
P
3/2
.
2.4 Perturbazioni applicate ad atomi idrogenoidi.
Linterazione di un atomo con unonda elettromagnetica pu` o causare una transizione elet-
tronica. La teoria a riguardo dovrebbe essere gi` a nota (si veda [8], capitoli 11 e 13), perci`o
ci limitiamo a citare alcuni fatti imprescindibili. In precedenza ci siamo limitati ad una
trattazione di tipo semiclassico, ma nel seguito sar`a inevitabile il ricorso alla meccanica
quantistica.
2.4.1 Perturbazione indipendente dal tempo.
Consideriamo un atomo con un solo elettrone, e sia H
0
lhamiltoniana dellelettrone. Sia
|i > lo stato iniziale dellelettrone, e sia esso un autostato di H
0
con energia E
i
; sia E
i
un
autovalore non degenere. Si supponga di perturbare lhamiltoniana in modo che sia H =
H
0
+ W con W << H
0
, e supponiamo per il momento che W sia indipendente dal tempo.
Allora si pu` o dimostrare che, al primordine in W, lo stato dellelettrone rimane |i >, mentre
la sua energia varia di E < i|W|i >.
Nel caso in cui lautovalore E
i
`e degenere, la perturbazione introdotta pu` o ridurre o
rimuovere la degenerazione. In questo caso, le variazioni ai livelli energetici sono date dagli
autovalori della matrice W
hk
< i, h|W|i, k > dove |i, j > forma una base (nello spazio che
ha H
0
| >= E
i
| >) di autovettori con autovalore non perturbato E
i
.
2.4.2 Perturbazione dipendente dal tempo.
Supponiamo adesso che la perturbazione dipenda dal tempo, e sia |f > un altro autostato di
H
0
con energia E
f
(nuovamente non degenere). Si pu`o dimostrare allora che la presenza della
perturbazione rende possibile la transizione dallo stato |i > allo stato |f >, con probabilit` a:
P
if
(t) =
1

_
t
0
e
iw
fi
t

< f|W(t)|i > dt

2
2.4.3 Interazione con unonda elettromagnetica: transizioni di di-
polo elettrico.
Quando un atomo interagisce con unonda elettromagnetica, lhamiltoniana dellelettrone
risulta perturbata. Il termine dominante nella perturbazione `e il termine di dipolo elettrico:
W
DE
=

D

E = eE
0
Z cos(wt)
24
Dove il campo elettrico si suppone essere

E = E
0
cos(wt) z, e

D = e

R `e il momento di dipolo
associato allelettrone. Le transizioni per cui < f|W
DE
(t)|i >= 0 sono dette transizioni di
dipolo elettrico, e sono la causa di alcune righe di emissione degli atomi nellottico. Quando
< f|W
DE
(t)|i >= 0, diventano dominanti altri termini perturbativi (quello di quadrupolo
elettrico o quello di dipolo magnetico).
Imponendo che sia < f|W
DE
(t)|i >= 0, si possono ricavare alcune regole di selezione per
le transizioni di dipolo nel caso di un atomo idrogenoide. Si ha:
< f|W
DE
(t)|i >< f|Z|i >< f| cos()|i >
_
Y
m
f

l
f
cos()Y
m
i
l
i
d
E si pu`o notare che lintegrale `e nullo in alcuni casi. Ad esempio, se lo stato iniziale e quello
nale hanno gli stessi valori di l e m, lintegrale `e nullo perch`e la funzione integranda `e
antisimmetrica (cos( ) = cos()). Le regole di selezione, che qui non dimostro, dicono
che lintegrale `e non nullo solo se:
l
f
l
i
= 1
m
f
m
i
= 1, 0, 1
Perci` o, ad esempio, la transizione 1s
1
2s
1
per un atomo di idrogeno non `e una transi-
zione di dipolo. In realt`a questa transizione `e comunque possibile tramite meccanismi pi` u
complicati, ma risulta meno frequente di altri fenomeni (come 1s
1
2p
1
).
2.5 Eetto Stark.
Leetto Stark consiste nello spostamento o nella separazione di righe spettrali per eetto
di un campo elettrico esterno, che considereremo statico nella nostra discussione.
2.5.1 Allargamento da pressione.
In astrosica, il ruolo delleetto Stark `e quello di causare un allargamento delle righe spet-
trali, perch`e i vari atomi che emettono o assorbono sono soggetti a diversi campi elettrici
orientati casualmente, dovuti agli ioni nelle loro vicinanze. Lallargamento derivante dallef-
fetto Stark `e anche detto allargamento da pressione, perch`e generalmente la pressione `e alta
quando lo `e anche la densit` a, ed in questo caso gli ioni e gli atomi sono pi` u vicini tra loro.
Si pu` o dimostrare (ma non lo faremo) che leetto Stark tende ad allargare le linee secondo
un prolo che assomiglia ad una lorenziana.
Ricorriamo ai metodi perturbativi al primo ordine della meccanica quantistica per valu-
tare lo shift di un livello energetico E
i
quando un atomo idrogenoide `e soggetto ad un campo
elettrostatico

E
0
. Se e

R `e il momento di dipolo dellatomo, sappiamo che la perturbazione `e


nella forma W = e

R

E
0
, perci` o si ottengono i nuovi livelli energetici diagonalizzando la
matrice:
W
hk
= e <
h
i
|

R

E
0
|
k
i
> (2.8)
Notiamo che leetto Stark che abbiamo descritto `e presente solo nel caso in cui ci siano
degenerazioni. In caso contrario, E `e nulla per evidenti motivi di parit`a.
Un eetto legato allallargamento Stark `e lesistenza di un massimo livello energetico
E
n
max
: le righe con n grande sono molto vicine tra loro e da un certo punto in poi tenderanno
25
a sovrapporsi. Il numero n
max
dipende fortemente dalle condizioni siche della materia, ma
sono valori ragionevoli quelli vicini a n
max
25. Come vedremo nella sezione 4.1, lesistenza
di un limite al numero di livelli energetici `e importante per lapplicazione dellequazione di
Saha; si veda [10].
Limportanza delleetto Stark nelle atmosfere delle stelle `e dovuta al suo legame semplice
con la densit` a delle specie atomiche e ionizzate nel materiale, che permette di ottenere
informazioni a riguardo dallanalisi dello spettro stellare.
2.5.2 Stimare il campo elettrico: la lunghezza di Debye.
Rimane il problema di stimare il campo E
0
in un contesto astrosico. In generale si ha a che
fare con materiali che risultano neutri su larga scala (per quanto non sia esclusa la presenza
di ioni), perci` o il campo elettrico deve essere calcolato a livello microscopico.
Per valutare se il campo elettrico di interazione tra gli elettroni e gli ioni `e trascurabile
oppure no, deniamo la lunghezza di Debye
D
del materiale. In un mezzo con elettroni
liberi (che sono le particelle a cui `e dovuta la maggior parte dei campi elettrici perturbatori)
e ioni di carica Ze, la lunghezza di Debye `e la distanza che deve esserci tra uno ione ed un
elettrone anch`e lenergia potenziale elettrostatica sia uguale allenergia cinetica media:
Ze
2

D
= kT (2.9)
La lunghezza di Debye `e la quantit` a con cui scala il campo elettrico intorno agli ioni. In
particolare, si pu`o dimostrare (si veda [4]) che il potenziale elettrostatico nelle vicinanze di
uno ione dovuto alla materia circostante ha landamento:
V (r)
Ze
r
e
(
r

D
)
Il campo elettrico risultante `e trascurabile se la distanza media tra le particelle n
1/3
ri-
sulta molto minore della lunghezza di Debye; in caso contrario leetto Stark causer` a un
allargamento delle righe spettrali.
Per stimare il valore del campo elettrico che causa leetto Stark, si usa semplicemente
la distanza media tra le particelle n
1/3
. Usando la 2.8, possiamo valutare la separazione nei
livelli dovuta alleetto Stark come:
E Z < d >
I
en
2/3
e
Dove d
I
`e il momento di dipolo dello ione (si tratta ovviamente in modo analogo qualunque
tipo di particella). Conoscendo le specie coinvolte e la densit` a di elettroni n
e
, si pu` o valutare
oltre a quale livello energetico E
n
si ha la fusione dei livelli e quindi un eettivo passaggio
alla ionizzazione.
26
Capitolo 3
Moto di uidi e shock in ambito
astrosico.
3.1 Equazioni della uidodinamica.
Esistono molti testi di uidodinamica ed un corso apposito. Ci limitiamo qua a citare alcuni
risultati e dare alcune idee che saranno fondamentali per il seguito. Questa sezione `e tratta
in buona parte da [5].
3.1.1 Trattazione lagrangiana ed euleriana.
Si distinguono principalmente due approcci alle equazioni della uidodinamica, quello lagran-
giano e quello euleriano. Lapproccio lagrangiano consiste nel seguire il moto di un piccolo
elemento di uido mentre si sposta e calcolare la variazione delle quantit`a di interesse di tale
elemento; quello euleriano consiste nel ssare un piccolo elemento di volume dello spazio e
calcolare la variazione delle quantit`a di interesse in quel punto ssato. Noi faremo in qualche
modo uso di entrambi gli approcci.
Indicheremo con
DA
Dt
la derivata lagrangiana della quantit`a A, legata alla variazione di
A per lelemento di uido considerato. Lapproccio euleriano `e invece basato sulle derivate
parziali classiche. Si pu` o dimostrare facilmente che vale la relazione:
DA
Dt
=
A
t
+ (v

)A
Dove loperatore v

agisce in modo che, in coordinate cartesiane, sia v

A = v
i
A
x
i
,
sommando ovviamente sullindice ripetuto.
3.1.2 Equazione di continuit`a.
Lequazione di continuit`a esprime la legge di conservazione della massa, ed `e analoga allo-
monima legge dellelettromagnetismo. Lequazione `e:

t
+

(v) = 0 (3.1)
E pu`o essere ricavata facilmente imponendo che la massa in uscita da un volume V sia dovuta
al usso di v verso lesterno.
27
3.1.3 Equazione di Eulero.
Lequazione di Eulero si ricava imponendo che valga la seconda legge di Newton

F = ma
su ogni elemento di uido. Notiamo innanzitutto che la forza che agisce su un elemento di
volume dV dovuta alla pressione del uido `e data da:

F
pressione
=

PdV
Nel seguito, preferiremo generalmente lavorare con quantit` a denite per unit` a di massa e
non di volume. La forza per unit` a di massa dovuta alla pressione `e

.
Deniamo il potenziale per unit` a di massa . Allora, supponendo che non ci siano termini
di attrito, dalla seconda legge di Newton si ha subito:
Dv
Dt
=

da cui si ottiene lequazione di Eulero:


v
t
+ (v

)v =



(3.2)
3.1.4 Conservazione dellenergia.
Supponiamo di poter considerare adiabatico il moto del uido, cio`e che i processi di dis-
sipazione dellenergia abbiano un tempo scala molto pi` u lungo del tempo in cui vogliamo
studiare il sistema. In questo caso, gli elementi di uido non scambiano calore con gli elementi
circostanti, e lentropia specica s si deve quindi conservare per ognuno di loro:
Ds
Dt
= 0
da cui:
s
t
+ (v

)s = 0
Grazie allequazione di continuit`a ed allequazione di Eulero, si pu`o riscrivere questa relazione
in modo pi` u simile alla legge di continuit`a:
(s)
t
+

(sv) = 0 (3.3)
3.1.5 Lentalpia e le equazioni in forma conservativa.
Introduciamo qua la quantit`a termodinamica chiamata entalpia, che permette di riscrivere
le equazioni precedenti in una forma che si riveler` a utile. Lentalpia W per un uido `e
classicamente denita come W = E+PV dove E `e lenergia interna. A noi interessa lentalpia
per unit`a di massa w, e si pu` o vericare facilmente che vale:
w = +
P

dove `e lenergia interna per unit` a di massa.


28
Espressione dellequazione di Eulero.
Usando il primo ed il secondo principio della termodinamica:
dQ = dE + PdV
dS =
dQ
T
e facendo alcune manipolazioni, si dimostra che la variazione dellentalpia specica `e data
da:
dw = Tds +
dP

da cui si ricava per le trasformazioni adiabatiche (ds = 0):

=

w
e si pu` o quindi riscrivere lequazione di Eulero come:
v
t
+ (v

)v =

w

(3.4)
Conservazione dellenergia.
Sar` a utile scrivere lequazione di conservazione dellenergia in una forma simile allequazione
di continuit` a. Deniamo lenergia immagazzinata nel uido per unit` a di volume come:
= (
1
2
v
2
+ )
Si pu`o dimostrare allora che vale la relazione:

t
+

j
E
= 0 (3.5)
dove il vettore di trasporto dellenergia `e:

j
E
= (
1
2
v
2
+ +
P

)v = (
1
2
v
2
+ w)v
e si pu`o giusticare questa espressione di

j
E
considerando che lenergia interna pu` o essere
modicata anche comprimendo o espandendo il uido. La derivazione `e in [5].
Conservazione della quantit`a di moto.
La quantit`a di moto per unit` a di volume nel uido `e data da v; si pu` o ottenere unequazione
in forma conservativa espandendo
(v)
t
ed usando le equazioni di continuit`a e di Eulero. Il
risultato, espresso in componenti, `e:
v
i
t
+
R
ik
x
k
= 0 (3.6)
29
dove il tensore degli sforzi di Reynolds `e denito da:
R
ik
= P
ik
+ v
i
v
k
Ed il suo signicato sico `e legato al trasporto della componente i della quantit` a di moto
attraverso una supercie nella direzione

k.
In forma vettoriale, lequazione si scrive come:
(v)
t
+

R = 0 (3.7)
3.1.6 Il caso dei uidi viscosi.
Lo studio dei uidi viscosi `e molto complesso; ci limitiamo qui a citare alcuni risultati
fondamentali.
Lequazione di Eulero 3.2 si generalizza al caso dei uidi viscosi nellequazione di Navier-
Stokes. Supponendo che il uido sia comunque incomprimibile, lequazione di Navier-Stokes
`e:
v
t
+ (v

)v =



+
2
v (3.8)
Dove `e chiamata viscosit` a cinematica. Nel caso in cui il uido non sia incomprimibile,
nellequazione compare un termine aggiuntivo che noi trascureremo; si vedano [5] e [2] a
riguardo.
Si pu`o generalizzare anche lequazione di conservazione della quantit`a di moto 3.7 al caso
viscoso. Si denisce il tensore degli sforzi viscoso V in modo che sia:
(v)
t
+

(R + V ) = 0 (3.9)
E si pu` o mostrare che:
V
ij
= (
v
i
x
j
+
v
j
x
i
)
Talvolta si denisce il coeciente di viscosit` a dinamica = .
3.1.7 Propagazione di onde acustiche.
Consideriamo il caso molto semplice di un uido statico (velocit` a v
0
= 0 ovunque) di densit` a

0
. Vogliamo studiare la propagazione di perturbazioni nella densit` a nel uido; supponiamo
quindi =
0
+
1
con
1
<<
0
, e velocit` a v
1
molto piccola (si chiarir`a nel seguito cosa
signica che la velocit` a `e piccola). Usando le equazioni 3.1 e 3.2 e mantenendo i soli termini
al primo ordine si ottiene:

1
t
+
0

v
1
= 0
v
1
t
=
1

P
Facciamo lulteriore ipotesi che la pressione dipenda solo dalla densit` a del uido. Allora si
ha P = P() e

P =
P

1
. Deniamo per semplicare le equazioni:
c
2
s
=
P

(3.10)
30
Riorganizzando le equazioni precedenti, si arriva inne a:

1
t
2
c
2
s

2

1
= 0
Che `e lequazione di onde che si propagano nel uido con velocit`a c
s
. Si dice che queste sono
onde acustiche e c
s
`e la velocit` a del suono; la condizione che v
1
fosse molto piccola si pu`o
ora esprimere come v
1
<< c
s
. Notiamo che lequazione `e stata ricavata solo per il caso in cui
P dipende solo da ed il uido non presenta moti macroscopici ad alta velocit`a.
3.2 Gli eetti degli shock sui uidi.
Anche questa sezione `e tratta in buona parte da [5].
In molti casi di interesse astrosico si assiste alla propagazione di shock, ovvero superci
di discontinuit`a delle quantit`a dinamiche e termodinamiche della materia (come v, , s,
P). Si pu`o dimostrare che le perturbazioni di ampiezza nita (e quindi non quelle per cui
vale lequazione delle onde ricavata sopra) generano quasi sempre uno shock. Per questo
largomento `e di cos` grande rilevanza in uidodinamica ed in molte situazioni astrosiche.
3.2.1 Conservazione del usso in corrispondenza di una disconti-
nuit`a.
Consideriamo una supercie di discontinuit` a piana che si muove in un uido. Aronteremo
il problema in termini lagrangiani, mettendoci nel sistema di riferimento della supercie.
Indicheremo con il pedice 1 (v
1
,
1
...) le quantit` a siche che stanno per attraversare lo
shock, e con il pedice 2 (v
2
,
2
...) quelle che lo hanno appena attraversato. Supporremo per
semplicit` a che il problema sia stazionario, cio`e le quantit`a non dipendono esplicitamente dal
tempo. Supponiamo che la supercie di discontinuit`a sia perpendicolare allasse x.
Consideriamo i ussi coinvolti nelle precedenti equazioni in forma conservativa, tra cui
v per la 3.1,

j
E
= (
1
2
v
2
+ w)v per la 3.5, e R
i
= P
ik
+ v
i
v
k
(riga i-esima del tensore
degli sforzi di Reynolds) per la 3.6. Allora, data la stazionariet` a del problema, `e evidente
che questi ussi devono essere continui attraverso la supercie di discontinuit` a (cio`e v x,

j
E
x e R
1k
devono essere continui).
Usiamo la notazione [X] = X
2
X
1
. Le condizioni precedenti implicano:
[v
x
] = 0
[(
1
2
v
2
+ w)v
x
] = 0
[P + v
2
x
] = 0
[v
x
v
y
] = [v
x
v
z
] = 0
31
3.2.2 Le onde durto e le condizioni di Rankine-Hugoniot.
La prima e la quarta delle condizioni precedenti implicano che ci siano due possibilit`a: o vale
v
1x
= v
2x
= 0
oppure vale
[v
y
] = [v
z
] = 0
Nel primo caso non c`e velocit` a lungo la direzione dello shock e si dice che la discontinuit` a `e
tangenziale.
`
E possibile dimostrare che le perturbazioni di questo tipo sono instabili, tranne
in rari casi (che richiedono la presenza di un campo magnetico molto intenso); per questo
non le tratteremo.
Il caso in cui [v
y
] = [v
z
] = 0 `e quello delle cosiddette onde durto. In questo caso, si pu`o
fare un opportuno cambio di sistema di riferimento inerziale per annullare le componenti
di velocit` a che non sono lungo x. Dopo alcune manipolazioni, le condizioni ottenute dalla
continuit`a del usso si possono riscrivere come:
[v
x
] = 0 (3.11)
[
1
2
v
2
x
+ w] = 0 (3.12)
[P + v
2
x
] = 0 (3.13)
Queste condizioni sono dette equazioni di Rankine - Hugoniot.
3.2.3 Soluzione del problema dellonda durto.
A partire dalle equazioni precedenti e dallequazione di stato, si possono determinare le
condizioni della materia dopo lattraversamento dello shock.
Notiamo innanzitutto che, per equazioni di stato complicate, non ci saranno ovviamente
soluzioni analitiche. Al ne di poter risolvere il problema, si usa spesso unequazione di stato
di tipo politropico:
P

Inoltre, si fa spesso lipotesi che il coeciente non cambi attraverso linterfaccia: [] = 0.


Questa ipotesi non `e sempre corretta, perch`e lo stato della materia potrebbe cambiare anche
radicalmente nellattraversamento dellonda durto.
Sotto queste ipotesi si pu` o risolvere il problema con condizioni iniziali generiche, ed in
particolare per ogni velocit` a v
1
. I risultati, che si esprimono spesso in termini del numero di
Mach M
1
=
v
1
c
s,1
, sono piuttosto complessi.
`
E invece pi` u semplice ed interessante risolvere il problema nel solo caso dello shock forte,
cio`e quando v
1
>> c
s,1
. Oltre alle condizioni di Rankine-Hugoniot, a questo scopo `e necessario
far uso di alcune relazioni ricavate dalle propriet` a termodinamiche del gas (supponendo di
poterlo trattare come un gas perfetto), come:
w =

1
P

=
1
1
c
2
s
32
E relazioni analoghe per coinvolgere la temperatura nelle equazioni. Il risultato nale `e:
v
2
=
1
+ 1
v
1

2
=
+ 1
1

1
P
2
= P
1
+
2
+ 1

1
v
2
1

2
+ 1

1
v
2
1
T
2
= T
1
+
2( 1)
( + 1)
2
m
k
v
2
1

2( 1)
( + 1)
2
m
k
v
2
1
E per il nuovo indice di Mach:
M
2
=
_
1
2
< 1
Gli eetti di uno shock forte sono quindi:
La velocit`a del uido dopo lo shock `e diminuita, ma solo moderatamente.
La densit`a del uido dopo lo shock `e aumentata, ma solo moderatamente.
La pressione del uido dopo lo shock `e aumentata di molto, proporzionalmente a v
2
1
.
La temperatura del uido dopo lo shock `e aumentata di molto, proporzionalmente a
v
2
1
.
Il numero di Mach dopo lo shock `e diventato minore di 1, quindi il moto del uido `e
diventato subsonico. Questo `e dovuto anche alla riduzione della velocit`a del uido, ma
soprattutto allinnalzamento della velocit`a del suono.
Si pu`o anche dimostrare che, per v
1
> c
s,1
(condizione sempre valida per gli shock), lentropia
specica del uido aumenta, cio`e s
2
> s
1
, come era prevedibile. Le onde durto permettono
la dissipazione e laumento di entropia anche quando si trascurano i termini dissipativi (tra
cui lirraggiamento) nelle equazioni del moto.
3.3 Analisi dimensionale e soluzioni autosimili.
In alcuni problemi particolarmente semplici, si pu`o capire la forma della soluzione in base
alla sola analisi dimensionale.
Consideriamo il seguente esempio: unesplosione puntiforme rilascia unenergia totale E
0
in un mezzo di bassa temperatura (quindi pressione trascurabile) e densit`a
0
, e genera
unonda durto che si propaga nel mezzo. Supponiamo che lenergia allinterno dello shock
rimanga E
0
; questo sar` a in realt` a vero solo per un piccolo intervallo di tempo, perch`e i
fenomeni di irraggiamento diventeranno presto non trascurabili. Si vuole determinare R(t)
il raggio dellonda durto in funzione del tempo.
Il problema si pu` o risolvere notando che la soluzione deve dipendere solo da E
0
,
0
e t.
Quindi, per analisi dimensionale, `e necessariamente nella forma:
R(t) = (
E
0
t
2

0
)
1/5
(3.14)
33
dove `e un parametro adimensionale dellordine dellunit` a. Si ricava da questa relazione:
V (t) =

R(t) =
2
5
R(t)
t
(3.15)
Si possono trattare in modo analogo altri problemi; ad esempio, il caso in cui una sorgente
produce una luminosit` a costante L.
In questi problemi `e anche possibile determinare in modo semplice le variabili siche (co-
me v, , P) in funzione della posizione r allinterno dello shock; continueremo con lesempio
dellesplosione di energia E
0
(questo problema `e talvolta detto di Sedov-Taylor, nch`e `e vali-
da lapprossimazione di conservazione dellenergia), ma il metodo pu` o essere applicato anche
in altri casi. Innanzitutto, si possono usare le equazioni del paragrafo 3.2.3 per ottenere i
valori di v
2
,
2
, p
2
subito dietro allo shock. Facendo attenzione al sistema di riferimento, si
ottiene:
v
2
=
2
+ 1
V (t)

2
=
+ 1
1

0
P
2
=
2
+ 1

0
V
2
(t)
Notiamo adesso che `e perfettamente ragionevole esprimere v(r, t) come:
v(r, t) =
2
+ 1
V (t)f
v
(
r
R(t)
)
dove f
v
`e una funzione adimensionale tale che f
v
(1) = 1. Questa non `e lunica forma possibile
della soluzione per v(r, t), perch`e a partire da (r, E
0
,
0
, t) si possono ottenere grandezze
dimensionalmente simili ad una velocit` a in molti modi diversi, ma lunicit` a della soluzione ci
assicurer` a che avremo cercato la forma giusta quando avremo determinato f
v
(
r
R(t)
). Si pu` o
fare lo stesso per le altre grandezze:
(r, t) =
+ 1
1

0
f

(
r
R(t)
)
P(r, t) =
2
+ 1

0
V
2
(t)f
P
(
r
R(t)
)
Il vantaggio in questo procedimento `e che determinare le funzioni f
v
, f

, f
P
`e molto pi` u
semplice che determinare le soluzioni del problema originario. Per determinare queste tre
funzioni, basta considerare le tre equazioni dellidrodinamica 3.1, 3.2 e 3.7 e sostituire v(r, t),
(r, t) e P(r, t) per ridursi ad un sistema di equazioni alle derivate ordinarie nellincognita
x = r/R(t). Il procedimento, comunque, risulta piuttosto laborioso ed `e riportato in [5].
Queste soluzioni sono dette autosimili proprio perch`e le grandezze:
v(r, t)/v
2
(t)
(r, t)/
2
(t)
P(r, t)/P
2
(t)
Dipendono solo da x e non dal tempo.
34
3.4 Studio delle instabilit`a.
Lo studio delle instabilit`a `e generalmente molto complesso. In seguito ci limitiamo pertanto
ad una trattazione solo qualitativa, tranne nei casi in cui le derivazioni sono particolarmente
semplici. Una trattazione pi` u dettagliata, ma criptica, della maggior parte di questi argomenti
`e presente in [2].
3.4.1 Numero di Reynolds.
Il numero di Reynolds Re `e una quantit` a adimensionale che indica quanto siano rilevanti le
forze inerziali rispetto alla viscosit`a. In particolare, se Re `e piccolo la viscosit` a risulta molto
rilevante ed il moto del uido `e laminare (la viscosit` a ha infatti leetto di stabilizzare il
moto), mentre se Re `e grande il uido si pu`o muovere in maniera turbolenta.
Supponiamo di poter denire una scala naturale di lunghezza L ed una di velocit` a U per
il moto del uido; L ed U dovranno essere scelti in modo appropriato di volta in volta. Ad
esempio, per il moto di un uido in un tubo si usa generale il diametro del tubo come stima
di L, e la velocit` a media del uido come stima di U. Allora il numero di Reynolds `e denito
da:
Re =
UL

(3.16)
Possiamo giusticare questa denizione riscrivendo lequazione di Navier-Stokes 3.8 in
forma adimensionale. Si deniscono quindi dei valori adimensionali delle grandezze presenti
in modo che sia v
a
= Uv, e analogamente per le altre quantit`a. Si pu`o mostrare allora che:
(

t
a
+v
a

a
)v
a
=

f
a
+

UL

2
a
v
a
Dove

f
a
rappresenta i contributi di forza per unit` a di massa che non sono dovuti alla viscosit`a.
In genere si sviluppa instabilit` a per numeri di Reynolds Re > 10
4
, mentre la stabilit` a `e
probabile per Re < 10
3
.
3.4.2 Instabilit`a di Kelvin-Helmoltz.
Linstabilit` a di Kelvin-Helmoltz si verica quando due strati di uido a diversa velocit` a si
trovano a contatto tra loro. Si pu` o dimostrare che, nel caso di uidi ideali in assenza di
gravit` a, questa situazione `e sempre instabile ed evolve creando dei vortici nei uidi. Una
trattazione dettagliata `e presente in [9].
Per i uidi reali, la presenza della tensione superciale e della gravit`a (nel caso in cui il
uido di densit` a maggiore sia pi` u in basso) possono contribuire a stabilizzare la situazione
anche in presenza di un gradiente di velocit` a allinterfaccia.
Linstabilit` a di Kelvin-Helmholtz si pu` o trovare in diverse situazioni in ambito astrosico;
per esempio, `e stata osservata direttamente nellatmosfera di Saturno. In gura 4.2 `e mostrato
leetto dellinstabilit` a sulle nuvole.
35
Figura 3.1: Instabilit` a di Kelvin-Helmholtz in alcune nuvole, con evidente presenza di
vorticit` a. Tratta da Wikipedia.
3.4.3 Instabilit`a di Rayleigh - Taylor.
Linstabilit` a di Rayleigh - Taylor si verica in presenza di un campo gravitazionale quando
un uido di alta densit` a
1
si trova sopra ad un uido di bassa densit` a
2
.
`
E evidente che,
in una situazione di questo tipo, `e energeticamente favorevole lo scambio dei due uidi.
Si possono usare delle semplici considerazioni energetiche per stimare, in modo non rigo-
roso, un tempo scala dellevoluzione del sistema. Supponiamo che un volume V di uido a
densit` a
1
scenda di una quantit` a z sotto allinterfaccia tra i uidi, e un uguale volume V
di uido a densit` a
2
salga della stessa quantit`a. Indichiamo con v una velocit`a caratteristica
di questi elementi di uido. Allora, per la conservazione dellenergia:
1
2
(
1
+
2
)v
2
= (
1

2
)gz
Ponendo adesso z = L (cio`e usiamo z come scala di lunghezza) e v = wL (cos` che
1
w
rappresenti una scala temporale) si ottiene:
w
2

1
+
2
g
L
Da cui si pu`o ricavare un tempo di evoluzione caratteristico del sistema. Una trattazione pi` u
rigorosa, che faccia uso delle equazioni della uidodinamica, conduce ad un risultato analogo
ed `e riportata in [2].
Linstabilit` a di Rayleigh-Taylor provoca un moto turbolento caratterizzato dalla presenza
di lamenti ben visibili, costituiti da materiale pesante che cade nel mezzo leggero. La gura
3.2 mostra una simulazione numerica a quattro istanti diversi che osserva la formazione di
un lamento.
Ci sono diverse situazioni astrosiche in cui si verica la presenza di uninstabilit` a di
Rayleigh-Taylor, in particolare nel mezzo interstellare. La gura 3.3 ne mostra un esempio
nella nebulosa del Granchio.
36
Figura 3.2: Simulazione di uninstabilit`a di Rayleigh-Taylor con particolare attenzione alla
formazione di un lamento. Tratta da Wikipedia.
3.4.4 Instabilit`a di Jeans.
Possiamo ripercorrere i calcoli della sezione 3.1.7 considerando anche gli eetti dellautogra-
vitazione. Ci aspettiamo che, in caso di perturbazioni sucientemente grandi, non si riesca
ad ottenere una normale onda acustica, ma il sistema risulti instabile e tenda a collassare.
Le equazioni che descrivono il sistema in questo caso sono (approssimate al primo ordine
ed avendo posto =
0
+
1
per il potenziale):

1
t
+
0

v
1
= 0
v
1
t
=
1

1
= 4G
1
Applicando loperatore divergenza alla seconda, derivando rispetto al tempo la prima e
combinando le equazioni, si ottiene facilmente:

1
t
2
c
2
s

1
4G
0

1
= 0
37
Figura 3.3: Immagine della nebulosa del Granchio, in cui `e evidente la presenza dei lamenti
tipici dellinstabilit` a di Rayleigh-Taylor. Tratta da Wikipedia.
Cerchiamo soluzioni nella forma e
i(kxwt)
; si ottiene cos`:
w
2
= c
2
s
k
2
4G
0
Questa relazione di dispersione non `e di diretta proporzionalit` a tra w e k; `e quindi chiaro che
la velocit`a di fase e di gruppo sono diverse, e ci potranno essere casi di instabilit` a quando
risulta w
2
< 0. In particolare, la situazione critica si ha per w = 0; la lunghezza donda
corrispondente a questa situazione `e detta lunghezza di Jeans, e si calcola facilmente:

J
=

c
s

G
0
c
s
t
FF
(3.17)
Le perturbazioni di lunghezza donda maggiore di
J
sono instabili e quindi destinate al
collasso; questo scenario `e usato per descrivere la formazione di molte strutture astrosiche.
Oltre alla lunghezza di Jeans, si denisce la massa di Jeans come:
M
J
=
4
3

3
J
c
3
s

3/2
0
La massa di Jeans `e la minima massa per una struttura destinata al collasso.
38
Discussione del caso di temperatura costante.
Notiamo che, nei calcoli precedenti, abbiamo sostanzialmente assunto che c
s
sia costante
(anche nel caso di perturbazioni non innitesime). Questo non `e in generale vero; tuttavia,
`e il caso di un gas perfetto in condizioni isoterme (infatti P =
1
m
kT in questo caso).
Sebbene si siano ricavate le condizioni per linstabilit`a, `e necessario notare che buona
parte della materia, tra cui gran parte del gas interstellare, rispetta unequazione di stato
di questo tipo e si trova in una situazione di equilibrio, perch`e non ci sono perturbazioni
dellordine della massa di Jeans.
Invece le stelle ed altre strutture di grande massa non riescono a rimanere in equilibrio
in condizioni isoterme, ma richiedono unequazione di stato nella forma P

con > 1
per essere allequilibrio. Si pu` o mostrare in particolare che, in una condizione di equilibrio
idrostatico, una stella `e allequilibrio stabile per perturbazioni radiali adiabatiche se > 4/3,
mentre `e instabile se < 4/3. La materia nel nocciolo delle stelle, infatti, non `e generalmente
nelle condizioni di gas perfetto, ma risente degli eetti di degenerazione quantistica che
tendono ad alzare il coeciente (per un gas fermionico degenere non relativistico, = 5/3).
Si veda [7] (o il corso Astrosica) a riguardo.
3.4.5 Trasporto energetico per convezione: il criterio di Schwarz-
schild.
Questa sezione `e tratta da [7].
Criterio di Schwarzschild.
Enunciamo qui una condizione sul gradiente di temperatura negli interni stellari che deve
valere anch`e possa instaurarsi un regime di trasporto energetico per convezione. Deniamo
il gradiente adiabatico di temperatura:
(
dT
dr
)
ad
Che si pu` o calcolare conoscendo lindice adiabatico =
C
p
C
v
della materia che compone la
stella. Consideriamo poi il gradiente adiabatico che si ha realmente nella stella:
(
dT
dr
)
re
Notiamo per inciso che, nei casi di interesse astrosico, questi gradienti sono entrambi
negativi. Nella stella la convezione `e rilevante se:
|
dT
dr
|
re
> |
dT
dr
|
ad
(3.18)
Notiamo quindi che i meccanismi di trasporto per convezione sono rilevanti quando la tem-
peratura decresce troppo rapidamente andando verso lesterno. La condizione precedente si
pu` o riscrivere in termini della gravit` a locale g e del calore specico a pressione costante per
unit` a di massa c
p
come:
|
dT
dr
|
re
>
g
c
p
(3.19)
Questa condizione `e nota come criterio di Schwarzschild.
39
Dimostrazione del criterio di Schwarzschild.
Consideriamo una piccola bolla di materiale di densit`a
B
e temperatura T
B
; la materia
esterna alla bolla ha densit` a
E
e temperatura T
E
. Supporremo che la pressione del materiale
nella bolla sia sempre uguale a quella del resto della materia; se cos` non fosse, la bolla
si dissolverebbe. Inoltre, faremo lipotesi che
B
allinizio sia praticamente uguale a
E
,
supponendo comunque che la bolla inizi a muoversi leggermente verso lesterno per eetto
della forza di Archimede; trascuriamo gli scambi di calore per conduzione tra il materiale
della bolla e lesterno, cos` da considerare adiabatica la sua salita. Si instaurer` a un regime
di convezione se, mentre la bolla sale, si realizza la condizione
B
<
E
. Notando che:

B
(r + dr)
B
(r) +
d
B
dr
dr

E
(r + dr)
E
(r) +
d
E
dr
dr
Allora si vede che si ha trasporto per convezione quando:
d
B
dr
<
d
E
dr
Vogliamo quindi calcolare
d
B
dr
e
d
E
dr
in termini dei gradienti di temperatura. Nel caso della
bolla, che rispetta la legge dei gas adiabatici P = C

, si pu` o mostrare facilmente che:


d
B
=
1

B
P
dP (3.20)
Mentre nel caso del materiale esterno usiamo la legge dei gas perfetti P =
1
m
kT (supponendo
che le particelle che contribuiscono alla pressione siano sempre le stesse, e quindi m rimanga
costante) per ricavare:
d
E
=

E
P
(dP
P
T
dT) (3.21)
Da cui si ottiene la condizione:
1

B
P
dP
dr
<

E
P
(
dP
dr

P
T
dT
dr
)
Usando che
B

E
ci si riduce a:
(
1

1)
dP
dr
<
P
T
(
dT
dr
)
re
Si pu` o inne calcolare
dP
dr
in funzione di (
dT
dr
)
ad
usando la 3.20 e la 3.21 applicata al gas nella
bolla, ottenendo:
dP =

1
P
T
dT
ad
(3.22)
Da cui inne:
(
dT
dr
)
re
< (
dT
dr
)
ad
40
Che corrisponde alla 3.18 tenendo conto del segno dei gradienti di temperatura. Per ottenere
la forma 3.19, si esprime (
dT
dr
)
ad
in termini di
dP
dr
usando la 3.22, e si usano le equazioni
dellequilibrio idrostatico
dP
dr
= g e dei gas perfetti P =
1
m
kT ottenendo:
(
dT
dr
)
ad
=
1

mg
k
Si pu`o inoltre ricavare facilmente che =
c
p
c
v
=
c
p
c
p

k
m
, da cui si ottiene unespressione per c
p
.
Il risultato nale `e:
(
dT
dr
)
ad
<
g
c
p
Che corrisponde alla 3.19 tenendo conto del segno del gradiente di temperatura.
3.4.6 Convezione indotta da un gradiente di temperatura.
Un gradiente di temperatura in uno strato di uido pu` o indurre una instabilit` a. Si consideri
la situazione seguente: uno strato di uido di viscosit` a e conducibilit` a termica k si trova tra
z = 0 e z = d, essendo la gravit` a diretta lungo z. Lo strato a z = 0 `e tenuto a temperatura
T
0
+ T, quello a z = d a temperatura T
0
< T
0
+ T.
Per studiare il moto del uido `e necessario tenere conto del fatto che la densit` a non `e
uniforme. La dipendenza della densit` a dalla temperatura e dalla pressione pu` o essere molto
complicata; faremo uso dellapprossimazione di Boussinesq che assume un andamento:
(P, T) = (T) =
0
(1 (T T
0
))
Si possono quindi scrivere le equazioni della uidodinamica (insieme allequazione del calore)
e, imponendo le condizioni al contorno descritte in precedenza su T e v = 0 in corrispondenza
di z = 0 e z = d, si ottengono le soluzioni possibili per il uido. Il procedimento `e laborioso
ed `e riportato in [9].
Figura 3.4: Una possibile soluzione del problema dellinstabilit` a termica.
41
Si ottiene dai calcoli che la stabilit` a del sistema dipende da un parametro, chiamato
numero di Rayleigh, che `e funzione delle propriet` a del uido:
Ra =
gTd
3
k
(3.23)
In particolare, per Ra > 2 10
3
, il sistema risulta instabile e si innesca la convezione. In
gura 3.4 `e mostrata una possibile soluzione; se Ra `e molto grande, esistono anche soluzioni
in cui la vorticit` a si presenta a scale di lunghezza pi` u piccole (nella gura sarebbero quindi
rappresentate varie circonferenze una sopra laltra).
Numero di Rayleigh e tempi scala del sistema.
Il numero di Rayleigh pu` o essere interpretato in base ai tempi scala di evoluzione del sistema.
Deniamo un tempo scala viscoso
visc
=
d
2

. Lespressione di
visc
pu` o essere facilmente
motivata a partire dalle equazioni di Navier-Stokes 3.8.
Deniamo il tempo scala di conduzione termica
cond
=
d
2
k
. Lespressione di
term
pu` o
essere facilmente motivata a partire dallequazione del calore
T
t
= k
2
T.
Inne, deniamo il tempo scala di galleggiamento
buoy
= (
d
g
)
1/2
= (
d
gT
)
1/2
. Si pu` o
motivare questa espressione notando che la forza di Archimede che agisce su un elemento di
uido `e gdV , e si ricava
buoy
come tempo di salita.
Si pu`o vericare direttamente che, con queste denizioni, vale la relazione:
Ra =

visc

cond

2
buoy
3.5 Magnetoidrodinamica.
La magnetoidrodinamica `e un argomento molto complesso; qui ci limitiamo a descrivere le
approssimazioni fondamentali in astrosica e ricavare le pi` u dirette conseguenze nellintera-
zione tra i campi magnetici e la materia. Largomento `e trattato in maggior dettaglio in [4],
[2] e [5].
Questa sezione `e tratta in buona parte da [4].
3.5.1 Approssimazioni fondamentali della magnetoidrodinamica.
Le equazioni di Maxwell nel sistema cgs sono:


E = 4
c
(3.24)


B = 0 (3.25)


E =
1
c

B
t
(3.26)


B =
4
c

j +
1
c

E
t
(3.27)
Lapprossimazione fondamentale che faremo `e quella di trascurare la corrente di spostamento
1
c

E
t
nella 3.27.
42
Assumiamo di studiare un plasma di elettroni e ioni positivi che risulti complessivamente
neutro. Perci`o i campi elettrici presenti nella materia sono molto piccoli rispetto ai campi
magnetici; questa assunzione risulta corretta per quasi tutti i sistemi astrosici di interesse.
Per semplicit` a, supponiamo che tutti gli ioni abbiano carica +Ze; siano n
i
e n
e
le densit`a
numeriche di ioni ed elettroni nel plasma, v
i
e v
e
le velocit` a dei uidi di ioni ed elettroni.
Allora la condizione che la materia sia neutra `e:

c
= +Zen
i
en
e
= 0 (3.28)
Si pu`o usare questa condizione per esprimere la densit` a di corrente come:

j = +Zen
i
v
i
en
e
v
e
= en
e
(v
e
v
i
) = en
e
v (3.29)
Dove v = v
e
v
i
`e la velocit`a degli elettroni nel sistema di riferimento degli ioni.
Nel seguito, faremo lipotesi che sia v
i
v
e
<< c. Anche questa assunzione risulta
corretta per quasi tutti i sistemi astrosici di interesse.
3.5.2 Equazione per levoluzione del campo magnetico.
Volendo studiare levoluzione del campo magnetico nel tempo, supporremo che la densit`a di
corrente sia legata al campo elettrico dalla relazione usuale:

j =

E (3.30)
Si pu`o giusticare questa relazione con un semplice modello in cui si suppone che il moto
degli elettroni sia ostacolato dalle collisioni. Accettando come equazione del moto:
m
e

v = e

E m
e

c
v
dove
c
`e una stima della frequenza tra le collisioni, si trova:
=
e
2
n
e
m
e

c
(3.31)
Consideriamo inizialmente i campi nel sistema di riferimento degli ioni. Applicando la
3.27 senza il contributo della corrente di spostamento si ha:


B
i
=
4
c

j =
4
c

E
i
Per passare al sistema di riferimento inerziale eettuiamo una trasformazione di Lorentz per
i campi. Nellapprossimazione v
i
<< c la trasformazione `e:

B

B
i
(3.32)

E

E
i

v
i
c


B (3.33)
da cui si ottiene sostituendo

E
i
in termini di


B:

E =
c
4


B
v
i
c


B
i
43
Estraendo il rotore di questa equazione e svolgendo alcuni calcoli si ha inne:

B
t
+

(

B v
i
) =


B) (3.34)
dove abbiamo posto =
c
2
4
. Se vale la 3.31, si ha =
c
2

c
w
2
p
dove w
2
p
=
4e
2
n
e
m
e
denisce la
frequenza di plasma degli elettroni.
La relazione 3.34 regola levoluzione del campo magnetico nel tempo; ne vedremo alcune
conseguenze nel seguito.
3.5.3 Interazione tra il campo magnetico e la materia.
Calcoliamo la forza di Lorentz per unit` a di volume dovuta al campo magnetico. Si ha:

f
L
=
c

E +
1
c
(Zen
i
v
i
en
e
v
e
)

B = 0
1
c
en
e
v

B =
1
c

j
da cui si ricava usando la 3.27 e una nota identit`a vettoriale:

f
L
=
1
4

B (


B) =
1
4
(

B

)

B
1
8

(|

B|
2
) (3.35)
In questa espressione, si dice che il termine
1
8

(|

B|
2
) rappresenta il contributo di pressio-
ne dovuto al campo magnetico; questa pressione `e presente ogni volta che il campo magnetico
non ha modulo costante.
Analogamente, il termine
1
4
(

B

)

B `e detto di tensione magnetica. Questo termine `e


presente quando le linee di forza del campo magnetico non sono rettilinee.
In termini tensoriali, si pu` o esprimere la forza di Lorentz per unit` a di volume in modo
che sia la divergenza di un tensore T:

f =

T
T =

B
4

|

B
2
|
8
I
dove I `e la matrice identit`a e abbiamo usato il tipo di notazione gi`a vista in 1.1.
La forza di Lorentz che abbiamo ricavato modica le equazioni dellidrodinamica viste
in precedenza. Consideriamo per semplicit`a il caso in cui sia presente solo il contributo di
pressione magnetica; allora lequazione di Eulero 3.2 si generalizza a:

v
t
+ (v

)v =

P
1
8

(|

B|
2
) =

P

P
m
(3.36)
con la denizione della pressione magnetica P
m
=
1
8
B
2
.
3.5.4 Congelamento delle linee di usso.
Sia L una lunghezza di scala naturale del sistema. Allora si capisce facilmente che, nellequa-
zione 3.34, il tempo scala relativo allultimo termine ha landamento t

L
2
/ e tale termine
44
`e dellordine di B/L
2
. In molti casi di interesse astrosico, la lunghezza caratteristica L `e
molto grande e si pu`o pertanto trascurare tale termine. In questo caso la 3.34 diventa:

B
t
+

(

B v
i
) = 0 (3.37)
Questa equazione `e formalmente analoga a quella relativa al teorema di Kelvin-Helmoltz
sulla vorticit`a w =

v, che non tratteremo qui ma che ha una particolare importanza
nello studio della uidodinamica; si veda [4] a riguardo.
A partire dalla 3.37 si pu`o dimostrare che il usso del campo magnetico attraverso una
qualsiasi supercie rimane costante durante il moto del uido. Questa propriet`a `e nota come
congelamento delle linee di usso del campo, ed impone un vincolo sullevoluzione di molti
sistemi astrosici.
3.5.5 Onde di Alfven.
Le equazioni della magnetoidrodinamica ammettono come soluzione delle onde di bassa
frequenza che coinvolgono loscillazione degli ioni e del campo magnetico. Queste sono dette
onde di Alfven, ed una loro trattazione quantitativa `e complessa e laboriosa; si pu` o vedere
[5] e [4] a riguardo.
Ci limitiamo qua a notare che le onde di Alfv`en pi` u semplici sono trasversali, hanno
velocit` a di fase e di gruppo uguali tra loro e note come velocit`a di Alfven:
v
A
=

B
2
4
Si pu` o stimare questo valore notando che, se per le onde acustiche vale c
2
s
=
P

, in
questo caso sar`a v
2
A

P
m

. Il risultato che si ottiene `e corretto a meno di un fattore numerico.


Esistono anche onde magnetoidrodinamiche che non sono trasversali e sono caratterizzate
da una relazione di dispersione pi` u complessa [5].
45
46
Capitolo 4
Stato sico e dinamico del mezzo
interstellare.
In questo capitolo raccogliamo gli argomenti trattati durante il corso che non si collegano
direttamente alle linee guida individuate in precedenza. Essi sono generalmente applicabili
al mezzo interstellare ed a tutta la materia che non fa direttamente parte di una stella.
4.1 Equazione di Saha.
Consideriamo del plasma in cui `e presente la specie atomica X insieme agli ioni X
+
. Le-
quazione di Saha permette di ricavare il rapporto tra le densit` a di atomi neutri e di ioni in
condizioni di equilibrio tra la dissociazione e la ricombinazione, ed `e:
n
X
+n
e
n
X
=
Z
X
+g
e
Z
X
(2m
e
kT)
3/2
h
3
e
/(kT)
(4.1)
Dove n
X
e n
X
+ sono le densit` a, n
e
`e la densit` a di elettroni, Z
X
e Z
X
+ sono le funzioni di
partizioni, g
e
= 2 `e il peso statistico degli elettroni e `e lenergia di ionizzazione della specie
atomica.
4.1.1 Dimostrazione dellequazione di Saha.
Esistono almeno due dimostrazioni molto diverse dellequazione di Saha. Una derivazione
originale che fa uso dei coecienti di Einstein si trova nel link [10] ; la spiegazione `e molto
chiara e per questo motivo non la riporto.
La derivazione pi` u classica si basa su argomenti di meccanica statistica ed esiste in molte
varianti; si veda ad esempio [3]. Mi limito a riportare qua il ragionamento a grandi linee.
Consideriamo la reazione di fotoionizzazione:
X + X
+
+ e

Noi siamo interessati allo studio della reazione allequilibrio. In queste condizioni, per i
potenziali chimici =
E
N
vale la relazione:

X
+

=
X
+ +
e
(4.2)
47
Inoltre, sappiamo che il potenziale chimico dei fotoni `e nullo. Il potenziale chimico delle
altre particelle si pu`o legare alle relative funzioni di partizione ricordando le relazioni per
loccupazione degli stati energetici per fermioni e bosoni (facciamo tutto per ununit` a di
volume):
n
i
=
g
i
e
E
i

kT
1
= g
i
n
Z
e

E
i
kT
Nellapprossimazione semiclassica (in cui si trascura l1 al denominatore). Si ottiene:

X
= kT ln
n
X
Z
X
E relazioni analoghe per gli ioni e gli elettroni. Si ricava sostituendo nella 4.2 e svolgendo
alcuni calcoli:
n
X
+n
e
n
X
=
Z
X
+Z
e
Z
X
Rimane da calcolare la funzione di partizione degli elettroni. Z
e
ha un contributo g
e
= 2
dovuto allo spin, ed un contributo dovuto ai possibili stati di quantit`a di moto dellelettrone.
Si ha dalla meccanica statistica:
Z
e
= g
e
1
h
3
_
e

p
2
2m
e
d
3
p
Lintegrale si pu`o calcolare direttamente e viene Z
e
= g
e
(2m
e
kT)
3/2
h
3
, da cui si trova la 4.1.
4.1.2 Convergenza della funzione di partizione.
Calcolare la funzione di partizione di una specie atomica `e spesso dicile. Ad esempio, si pu`o
dimostrare che per latomo di idrogeno la funzione di partizione diverge, ed il procedimento
n qui descritto sarebbe inattuabile. In realt` a la funzione di partizione non diverge, e non
`e calcolabile direttamente come Z =

n0
g
n
e
E
n
/(kT)
perch`e i livelli elettronici pi` u esterni
sono perturbati dalla presenza delle altre particelle e quindi non sono accessibili allelettrone
dellidrogeno. In pratica si hanno generalmente due casi:
Le condizioni di temperatura e densit` a sono tali da rendere non molto grandi i primi
n
max
livelli energetici rispetto a quello con n = 0, ed i successivi sono sicuramente
inaccessibili per la presenza di altre particelle. In questi casi si usano valori tabulati di
Z, e spesso ci si pu` o limitare al solo termine dovuto a n = 0
Le condizioni di temperatura e densit`a richiedono di tener conto di molti livelli ener-
getici, e non `e facile stabilire quale sia lultimo livello da considerare. In questo caso,
si `e generalmente in condizioni lontane dal LTE e non si usa lequazione di Saha.
La questione `e anche accennata in [10].
4.2 Espansione di una regione di HII.
Le regioni di HII sono presenti in molti casi astrosici di interesse, e costituiscono un
argomento complesso.
48
In questa sezione vogliamo arontare il seguente problema: in seguito alla nascita di una
nuova stella di tipo O oppure B (e quindi di temperatura sucientemente alta da produrre
molti fotoni nellultravioletto, cos` energetici da ionizzare lHI), si forma una zona di HII
intorno a tale stella per eetto della radiazione uscente. Come evolve nel tempo il raggio
della zona di idrogeno ionizzato?
Largomento `e trattato in dettaglio in [3] e [4]. Noi ci limitiamo a mostrare un procedi-
mento approssimato che permette di trovare landamento corretto per la zona ionizzata, ed
a spiegare qualitativamente quali sono i processi sici coinvolti.
4.2.1 Espansione dovuta al precursor.
La formazione della regione di HII attorno alla stella si svolge principalmente in due fasi.
Nella prima fase, la ionizzazione `e dovuta solamente ai fotoni che escono dalla stella e
ionizzano rapidamente il materiale. La supercie raggiunta dai fotoni dopo un certo tempo
`e chiamata precursor, e si espande molto velocemente.
Si pu` o calcolare facilmente il raggio R
1
della regione HII (detto raggio di Stormgren) al
termine di questa fase. Sia N

il numero di fotoni con energia superiore a 13.6eV emessi per


unit` a di tempo, n
0
il numero di atomi di idrogeno per unit` a di volume nella regione neutra,
il coeciente di ricombinazione tale che il numero di ricombinazioni nellunit` a di tempo
che avviene nel volume dV sia n
2
dV dove n `e il numero di elettroni (e protoni) per unit`a
di volume presenti nella regione. Nel nostro caso, in cui supponiamo che tutta la materia sia
ionizzata no a distanza R
1
e lunico eetto dei fotoni sia stato la ionizzazione, il numero di
elettroni e protoni per unit` a di volume `e n
0
dentro la zona di Stormgren. Imponendo perci` o
che si arrivi allequilibrio quando i fotoni sono appena sucienti a vincere la ricombinazione
si ha:
4
3
n
2
0
R
3
1
= N

(4.3)
R
1
= (
3N

4n
2
0

)
1/3
(4.4)
Tuttavia, al termine di questa fase la materia nella zona HII `e signicativamente pi` u calda
della materia neutra circostante (sono stime ragionevoli quelle di T
2
10
4
K per la materia
ionizzata e T
1
10
2
K per la materia neutra). Perci` o la pressione della zona ionizzata risulta
molto pi` u alta, e questa regione riprende ad espandersi.
Si pu` o calcolare facilmente il raggio R
2
a cui terminerebbe questa espansione; imponendo
lequilibrio di ionizzazione si ha:
R
2
= (
3N

4n
2
2

)
1/3
(4.5)
e si pu` o determinare n
2
imponendo lequilibrio di pressione:
2n
2
T
2
= n
0
T
1
Tuttavia, studiando in dettaglio levoluzione del sistema si pu`o dimostrare che il tempo
impiegato per raggiungere il raggio R
2
`e molto grande (circa 10
7
yr), di circa unordine di
grandezza superiore alla fase di sequenza principale della stella di tipo O o B (circa 10
6
y).
Perci` o non siamo interessati al raggio di equilibrio R
2
, ma a come evolve per piccoli tempi
la zona ionizzata.
49
4.2.2 Seconda fase dellespansione.
La seconda fase dellespansione si svolge per la dierenza di pressione tra il gas caldo, che `e
stato gi`a attraversato dallo shock, ed il gas freddo posto allesterno. Durante questa fase, si
pu` o dividere la materia in tre regioni:
1. In una regione di raggio R(t) vicino alla stella centrale, la materia `e ionizzata e calda.
2. In una regione di raggio R(t) + R che conna con la regione di materia ionizzata, le
particelle sono gi`a state attraversate dallo shock ma sono ancora neutre.
3. Nella regione esterna, la materia `e fredda e non ionizzata.
Si pu` o mostrare che leetto dello shock sul gas neutro `e analogo a quello di un pistone, e
spinge la materia neutra verso lesterno. Perci`o il numero di particelle per unit`a di volume
nelle tre zone non `e sempre uguale a n
0
, come si `e gi` a visto in precedenza.
In particolare, chiamiamo n
i
< n
0
il numero di particelle per unit`a di volume nella regione
ionizzata e supponiamo che nella zona di transizione tale numero rimanga uguale a n
0
.
Inoltre, assumiamo che sia R << R cos` da poter comunque descrivere la zona di
idrogeno ionizzato con il solo raggio R(t). Questo fatto `e conseguenza dellalta velocit` a con
cui si espande la zona ionizzata per la veloce diusione dei fotoni verso lesterno.
Assumiamo inoltre che la pressione della regione ionizzata e della regione di transizione
sia la stessa. Lequilibrio idrostatico tra le due si pu` o giusticare notando che il tempo scala
con cui la pressione arriva allequilibrio, dellordine di
R
c
s,i
`e minore del tempo impiegato a
ionizzare tale regione.
Assumiamo inne che lo shock sia a temperatura costante, ovvero che la temperatura nelle
regioni 2 e 3 sia la stessa. Si pu` o giusticare questo fatto con lalta ecienza dei processi di
dissipazione del gas interstellare, che qui non trattiamo in dettaglio.
La trattazione degli shock nel caso a temperatura costante `e analoga a quella descritta
nella sezione 3.2.3. Il risultato che si ottiene `e:
P
2
=
0
V
2
s
dove V
s
`e la velocit` a dello shock. Il risultato `e diverso rispetto a quello della sezione 3.2.3
solo per un fattore numerico dellordine dellunit`a.
Per quanto visto nora si ha quindi:
P
1
= 2n
i
kT
e
= n
i
m
h
c
2
s,1
P
2
=
0
V
2
s
= n
0
m
h
V
2
s
ed imponendo P
1
= P
2
si ottiene:
V
2
s
=

R
2
=
n
1
n
0
c
2
s,i
Inne, imponendo lequilibrio di ionizzazione come nella sezione precedente, si pu` o ricavare
la densit`a n
1
ottenendo dopo alcuni calcoli:
R
3/2

R
2
= c
2
s,i
R
3/2
s
(4.6)
50
Sia ora t
s
il tempo trascorso dallinizio dellirraggiamento al momento in cui il raggio della
sfera ha raggiunto il valore R
s
. Risolvendo lequazione dierenziale 4.6 tra il tempo t
s
ed il
tempo t >> t
s
si ottiene levoluzione temporale della regione ionizzata:
R(t) = R
s
(1 +
7
4
c
s,i
R
s
t)
4/7
(4.7)
4.3 Il vento solare.
Questa sezione `e tratta in parte da [7].
Il vento solare consiste in un usso di particelle cariche (principalmente protoni ed elet-
troni) e nella presenza di un campo magnetico che si estendono al di fuori della corona solare,
no ad uscire dal nostro sistema planetario.
4.3.1 Osservazione del vento solare.
Un eetto del vento solare consiste nella formazione di due code distinte nel passaggio di
alcune comete vicino al Sole. La radiazione solare causa levaporazione e talvolta la disso-
ciazione delle molecole che compongono la cometa. Le particelle di gas neutre rilasciate in
questo processo vengono allontanate dallorbita della cometa dalla pressione di radiazione,
ma non sentono gli eetti del vento solare e tendono a muoversi comunque su orbite ke-
pleriane, mentre gli ioni si muovono lungo le linee del campo magnetico e si allontanano
radialmente dal Sole. Si veda la gura 4.1.
Figura 4.1: Orbita di una cometa intorno al Sole e posizione delle due code.
La sonda spaziale Ulisse ha misurato gli eetti del vento solare al di fuori del piano del-
leclittica, determinando la approssimativa simmetria sferica del fenomeno. Le sonde spaziali
Voyager I e II hanno rivelato alcuni eetti dellinterazione tra il vento solare ed il mezzo
51
interstellare al di fuori del sistema solare, dimostrando che il vento solare si estende no al
di fuori delleliosfera.
Le osservazioni hanno permesso di determinare che il vento solare si divide in due com-
ponenti principali, dette fast solar wind e slow solar wind, aventi velocit` a di circa 750km/s
e 200km/s ad 1UA di distanza dal Sole. La densit` a a questa distanza `e di circa 7 10
6 ioni
m
3
e
la temperatura di circa 10
5
K, mentre allemissione dalla corona solare la temperatura `e di
circa 10
6
K.
Poich`e la temperatura diminuisce di un solo ordine di grandezza nel passare da r = R


7 10
8
m a r = 1UA = 1.5 10
11
m 200R

, assumeremo che la temperatura del vento solare


sia uniforme. La spiegazione comunemente accettata per giusticare questo fatto `e legata
allalta conduttivit` a termica del plasma che lo costituisce.
4.3.2 Lipotesi di equilibrio idrostatico.
Volendo costruire un modello che permetta di descrivere le caratteristiche del vento solare
in funzione della distanza dal Sole, oltre alle ipotesi di simmetria sferica, stazionariet` a e
temperatura uniforme, `e naturale supporre che il vento solare sia in condizione di equilibrio
idrostatico. Tuttavia questa ipotesi conduce a risultati non compatibili con le osservazioni.
Supponiamo per semplicit` a che il vento solare sia composto solo da protoni ed elettroni,
presenti in ugual numero, e che valga la condizione di equilibrio idrostatico:
dP
dr
=
GM

r
2

E la legge dei gas perfetti nella forma:
P = 2
kT
m
H
Dove si `e usato che il peso molecolare medio `e
1
2
. Dalle relazioni precedenti si ottiene
lequazione dierenziale:
dP
dr
=
P
r
2
Con =
GM

m
H
2kT
. La soluzione dellequazione `e:
P(r) = P(R

)e
(
1
r

1
R

)
(4.8)
Questo risultato `e problematico perch`e sarebbe stato naturale aspettarsi una pressione ten-
dente a zero a grandi distanze dal Sole. Si possono stimare le costanti presenti nella 4.8 a
partire dal valore di temperatura T = 1.510
6
K nella corona solare (r 1.4R

) e dal numero
di particelle per unit` a di volume n 3 10
13
m
3
; si ottiene cos` una pressione allinnito
P() 10
6
Pa. Questo valore `e signicativamente pi` u grande della pressione del mezzo
interstellare.
4.3.3 Il modello di Parker.
Il modello attualmente accettato per la descrizione del vento solare `e il modello di Parker, e
rinuncia allipotesi di equilibrio idrostatico ma non alla stazionariet`a del usso di particelle.
52
Notiamo che imporre lequilibrio idrostatico `e equivalente a porre uguale a 0 la velocit`a
del uido; rinunciando a questa approssimazione, `e necessario far uso delle equazioni della
uidodinamica ricavate nel paragrafo 3.1 ed introdurre unulteriore incognita, la velocit` a
v(r) della materia che compone il vento solare.
Facciamo uso dellequazione di Eulero 3.2 nel caso stazionario:
v
dv
dr
=
1

dP
dr

GM

r
2
(4.9)
e dellequazione di continuit`a 3.1, che in condizioni di simmetria sferica implica:
1
r
2
d
dr
(r
2
v) = 0 (4.10)
In condizioni di temperatura uniforme, dallequazione di stato per i gas perfetti si ricava che
la velocit`a del suono soddisfa la relazione:
c
2
s
=
P

=
P

=
kT
m
H
(4.11)
Usando questa relazione per eliminare la pressione dalla 4.9 e ricavando la densit`a dalla 4.10
si ottiene inne lequazione dierenziale:
(v
c
2
s
v
)
dv
dr
= 2
c
2
s
r
2
(r r
c
) (4.12)
dove r
c
=
GM

2c
2
s
10R

`e la distanza dal Sole a cui il vento raggiunge la velocit`a del suono.


Lequazione 4.12 ammette soluzioni di diverso tipo, e pi` u di una di esse ha senso sico.
In gura 4.2 `e riportata la forma della soluzione che rappresenta correttamente landamento
di v(r) nel caso del vento solare.
Landamento della velocit`a in funzione della distanza mostra chiaramente che le parti-
celle che costituiscono il vento solare raggiungono eettivamente la velocit` a del suono c
s
.
Linterazione del vento solare con il materiale esterno al sistema solare viene quindi trattata
con il formalismo degli shock supersonici.
53
Figura 4.2: Soluzione dellequazione del vento solare. Rielaborata da [2].
54
Bibliograa
[1] Steven N. Shore, The tapestry of modern astrophysics., John Wiley & sons, 2003.
[2] Steven N. Shore, Astrophysical Hydrodynamics, an introduction., John Wiley & sons,
2007.
[3] Frank Shu, Physics of Astrophysics, volume 1.
[4] Frank Shu, Physics of Astrophysics, volume 2.
[5] Mario Vietri, Astrosica delle alte energie.
[6] George Rybicki, Radiative Processes in Astrophysics.
[7] Carroll, Ostlie, An Introduction to Modern Astrophysics.
[8] Cohen-Tannoudji, Diu, Laloe, Quantum mechanics.
[9] D. J. Acheson, Elementary uid dynamics.
[10] Hale Bradt, Saha Equation, http://www.cambridge.org/resources/0521846560/
7706_Saha%20equation.pdf
55