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Jos Zrate Straniero in patria


Alberto Salcedo Ramos, Soho, Colombia Foto di Joaqun Sarmiento Nel 1975 un suo autogol ha impedito alla Colombia di vincere la Coppa America di calcio. Un errore che lo ha perseguitato per tutta la vita
dire che appartengo alla generazione di tifosi nati negli anni sessanta, e ho seguito la sua carriera con le maglie dello Junior, del Deportivo Independiente Medelln e della nazionale colombiana. Ricordo che una volta, in una domenica della mia adolescenza, me lo sono trovato a pochi metri di distanza, nello stadio Romelio Martnez. Nonostante la stazza, aveva unaria esuberante. Esattamente lopposto delluomo cupo e lento seduto davanti a me. Boricua comincia a mangiare la sua zuppa. Quando ha smesso di giocare sparito dalle scene, e non mai pi apparso in pubblico. Non ha mai dato il calcio dinizio inaugurale di una partita importante. Non mai stato intervistato da unemittente televisiva. Ogni tanto, quando un difensore rinviava malamente in tribuna, qualche giornalista di lungo corso evocava il suo nome: Una giocata alla Boricua. Se un centrale di difesa rimaneva imbambolato a

l cameriere arriva con le nostre portate. In un ristorante di Barranquilla, una citt nel nord della Colombia, Jos Boricua Zrate mi confessa che per strada la gente non lo riconosce pi. Passa inosservato, e ormai ci ha fatto labitudine. Lultima volta che ha toccato un pallone, dice pensieroso, era il 1985. Il cameriere troppo giovane per sapere che quel cliente dai capelli radi, zoppo e con una gamba ortopedica stato uno dei due difensori centrali della Colombia che nel 1975 arrivata in inale di Coppa America. Boricua stringe il manico del suo bastone con entrambe le mani. La sua carriera in nazionale inita da pi di trentanni, ed normale che sia invecchiato, che non somigli pi al colosso ammirato in campo dai tifosi di tutto il paese. Il Boricua degli anni settanta era uno di quei difensori dallaria minacciosa che sembrano sempre sul punto di decapitare qualcuno. Quello di oggi un sessantenne malconcio. Nessuno lo immaginerebbe su un campo da calcio. Nemmeno come spettatore. Lo guardi e lo vedi in una casa di riposo mentre gioca a domino con gli altri pensionati. Anchio, se lavessi incontrato per strada prima di oggi, non lavrei riconosciuto. E
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guardare il pallone invece di intervenire, i telecronisti ricordavano la celebre frase del commentatore radiofonico Pastor Londoo: Non lasciarla l, Boricua, non lasciarla l!. Il riferimento, naturalmente, allerrore che ha perseguitato Boricua per gran parte della sua carriera. il 1975, e a Lima si gioca la inale di ritorno di Coppa America tra Colombia e Per. Allandata, a Bogot, inita uno a zero per la Colombia. Il Per attacca e i colombiani difendono il pareggio, suiciente per conquistare il trofeo. Allimprovviso un attaccante peruviano avanza sulla fascia destra e lascia partire un cross verso il centro dellarea. Il pallone scende lento e prevedibile verso Zrate. Un pallone innocuo, facile da controllare. Basterebbe un colpo di testa per mandarlo in calcio dangolo o in fallo laterale. Invece Zrate le braccia attaccate al corpo, le mani poggiate sulle gambe resta immobile a guardarlo. Come se fosse convinto che il pallone far tutto da solo, allontanandosi dallarea senza creare problemi. Come se pensasse di poterlo respingere con lo sguardo. Quando si decide a reagire troppo tardi. Juan Carlos Oblitas irrompe come un fulmine dalla sinistra. Prova a tirare in porta al volo, ma manca clamorosamente il pallone. In qualche modo riesce a controllarlo prima che superi la linea di fondo. Spalle alla porta, Oblitas decide di aidarsi alla sua buona stella. Con un colpo di tacco manda il pallone verso il centro dellarea, tanto per vedere come va a inire. Va a inire che la sfera colpisce accidentalmente il piede destro di Zrate e rotola alle spalle del portiere.

Gigante buono
Da quel momento, e ino al giorno del suo ritiro, dieci anni dopo, Boricua ha sopportato di tutto. Ogni volta che il pallone arrivava dalle sue parti, dagli spalti si levavano urla di rabbia e scherno. E Pastor Londoo ripeteva senza piet: Non lasciarla l, Boricua, non lasciarla l!. La gente inieriva. Allo stadio, per strada, nei centri commerciali. Non lasciarla l, Boricua, non lasciarla l!. Anche se le provocazioni lo turbavano, Zrate rispondeva con un sorriso, perch era un uomo paciico e perch sapeva che se avesse perso la calma sarebbe stato peggio. Per consolarsi, si aggrappava a un ragionamento ingenuo: se mi attaccano, vuol dire che almeno mi riconoscono. Ma ormai passato tanto tempo. Adesso al suo passaggio incontra solo indiferenza. Nella Colombia di oggi, dove le notizie

Biograia
12 novembre 1949 Nasce a Baranquilla, nel nord della Colombia. Anni settanta Entra nelle giovanili della squadra di calcio dello Junior di Baranquilla. 1975 Durante la inale di ritorno della Coppa America segna lautogol che permette al Per di passare in vantaggio e poi di vincere il trofeo. 1976-1983 il capitano del Deportivo Independiente Medelln. Nel 1985 smette di giocare a calcio. 2010 Alcuni quotidiani riportano la notizia che Zrate ha il diabete e dovranno amputargli una gamba. I suoi ex compagni organizzano una partita di beneicenza per pagargli le cure.

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sono gi vecchie dopo un giorno, un calciatore degli anni settanta una specie di fossile preistorico. Soprattutto se nella sua carriera ci sono state pi ombre che luci e nessuno ne ha saputo pi niente per un quarto di secolo. Un personaggio che per i giornalisti come un medicinale scaduto per una farmacia: un prodotto inutile, da togliere dalla circolazione. Al massimo gli dedicano un trailetto nella sezione degli anniversari, per commemorare un evento un autogol, per esempio o raccontare ai lettori come stata la sua vita dopo il ritiro. Il suo nome torna dattualit solo quando ha un grave incidente o tira le cuoia. Mentre il cameriere arriva con i piatti di pesce, mi tornano in mente le parole di Chesterton: Il giornalismo consiste soprattutto nel dire lord Jones morto a persone che non sa-

pevano che lord Jones fosse vivo. Boricua comincia a mangiare la sua frittura. Due anni fa nessuno parlava di lui, neanche i giornalisti pi anziani. Confesso che nemmeno io sentivo la sua mancanza. Non che lo credessi un lord Jones morto e sepolto. Semplicemente lavevo cancellato dalla memoria. Poi per arrivata la disgrazia, e Zrate tornato a fare notizia. Boricua Zrate in condizioni critiche, scriveva El Heraldo allinizio del 2010. Ha il diabete e dovranno amputargli una gamba. Larticolo era ricco di dettagli sulla sventurata esistenza dellex calciatore: la malattia, le diicolt economiche e tutto il resto. Spiegava anche che Boricua non aveva unassicurazione medica e i chirurghi riiutavano di operarlo. I suoi ex compagni stavano organizzando una partita di beneicenza per

raccogliere fondi. Cos abbiamo scoperto cosa aveva fatto Boricua dopo il ritiro. Allinizio ha lavorato nelle formazioni minori del Deportivo Independiente Medelln. Poi rimasto senza lavoro, e sono cominciati i problemi: senza uno stipendio, ha perso la casa e ha cominciato a patire la fame. Per sfuggire alla miseria partito alla volta di Mocoa, citt petrolifera nella regione amazzonica della Colombia, dove ha lavorato in una scuola calcio per bambini. Un giorno si svegliato con ununghia del piede incarnita. Pensando che fosse una cosa da poco, non si preoccupato pi di tanto. Un mese dopo aveva bisogno di un bastone per camminare. La gamba diventata laccida come quella di un bambino con la poliomielite, racconta. Tra le sue mani da gigante, le posate con cui taglia il pesce gatto sembrano piccolissime. Mastica lentamente, con laria severa e lo sguardo triste. Vedo un collegamento tra il calciatore che in inale di Coppa America rimasto immobile davanti a un pallone lento e prevedibile e luomo che ha perso una gamba perch non si preoccupato di ununghia incarnita. Mi viene in mente un pensiero crudele. Boricua lha fatto di nuovo, lha lasciata l, unaltra volta. Mi piacerebbe sapere con quali occhi vede la realt una persona che non si accorge di sintomi che agli altri risultano evidenti. Sua sorella Isabel lo considera una persona ingenua e iduciosa. La sua mole fa pensare a un uomo capace di superare qualsiasi avversit, ma il povero Jos (Isabel non lo chiama mai per soprannome) sempre stato un bambino indifeso in un corpo da titano. Un bambino che a volte ha i rilessi lenti. Perch ha aspettato cos tanto prima di farsi vedere da un medico? No, non vero che ho perso tempo. La gamba si indebolita subito. Mi pento immediatamente di averglielo chiesto. Non giusto che una persona colpita da una sciagura debba anche sentirsi in colpa. La forchetta quasi scompare nella sua mano smisurata. Il suo sguardo, che ino a un attimo fa mi sembrava cupo, ora mi appare afabile, cortese. Davanti a me c luomo descritto da Isabel: massiccio eppure indifeso, come lorco buono di una favola. Boricua era cos anche quando giocava: grezzo e nobile allo stesso tempo. Una volta un commentatore ha detto che ero un pericolo per gli attaccanti avversari, racconta. Non era un picchiatore?. Mi avranno espulso due volte in tutta la carriera. Ma allora da dove viene quella fama?.
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Non so. Sono invenzioni di voi giornalisti. E siccome sono alto 1 metro e 82 e a quel tempo pesavo 86 chili, quelli che mi sbattevano addosso rimbalzavano per terra. Ma non passavo il tempo a tirare calci agli avversari. La sua struttura isica ha inluito sul tipo di giocatore che stato. Boricua non proteggeva larea di rigore come un principe a cavallo ma come un boscaiolo in groppa a un mulo. Forse per questo che ci siamo dimenticati di lui. Giocava nel ruolo del rafinato Beckenbauer ma apparteneva alla stirpe del rustico Scirea. Era un duro. Ha pagato per il fatto di non essere stato un calciatore di talento? Forse s. Il mondo non celebra chi taglia la legna per costruire il violino ma chi scrive le sinfonie. Dico a Boricua che il tempo in un certo senso gli ha fatto anche un favore. Se avesse segnato quellautogol alla ine degli anni ottanta o allinizio degli anni novanta, quando il calcio in Colombia era nelle mani dei narcotraicanti e degli scommettitori, forse non starebbe qui a raccontare la sua storia. Gi. Probabilmente mi avrebbero fatto secco, risponde con laria pensierosa. Guarda cos successo a Escobar, dice Zrate mentre fa il tipico gesto del tagliagole, passandosi lindice da una parte allaltra del collo. Si riferisce allautogol che costato la vita ad Andrs Escobar dopo i Mondiali Usa del 1994. Meglio la presa in giro di Pastor Londoo, no?. Molto meglio, dice ridendo. Non lasciarla l, Boricua, non lasciarla l!. Ride di nuovo. mo nemmeno, perch non ci importa pi di loro. Il grande allenatore olandese Rinus Michels diceva che un ex calciatore vecchio e povero uno straniero nel suo stesso paese. Passeggiamo per il quartiere. Boricua usa il girello, perch con il bastone si stancherebbe troppo e dovrebbe camminare pi lentamente. E da queste parti, mi spiega, non una buona idea. Su entrambi i lati di calle 29 c gente che grida come fosse al mercato. Boricua li guarda di sbieco e poi li saluta, prima di tornare a issare il marciapiede. La protesi gli arriva alla coscia. Tre passi, sei passi. Si ferma. Ricomincia a camminare. Non che gli manchi la forza, si scusa. Il problema che gli ci vuole ancora del tempo per abituarsi al suo stato attuale. Ogni tanto molla limpugnatura del girello per allentare la tensione delle mani. Questo quartiere considerato una specie di Mecca del calcio colombiano. Davanti a noi, in calle 30, c lo stadio Moderno, dove il 7 agosto del 1922 si disput la prima partita uiciale nella storia del calcio colombiano. Nel 1946, tre anni prima della nascita di Boricua, lo stadio ha ospitato le partite della nazionale colombiana che vinse i Giochi centroamericani e del Caribe senza perdere una partita. Mentre camminiamo lungo un canale di scolo, Boricua mi spiega che il calcio lo ha salvato dalla cattiva strada. Ha cominciato a giocare quando aveva otto anni. Allepoca nessuno dei bambini che correvano dietro a un pallone credeva che quel passatempo sarebbe potuto diventare un lavoro. Per guadagnare, pensavano, bisognava fare come gli adulti: caricare e scaricare casse al porto, lavare bottiglie nella fabbrica di birra locale o vendere salsicce in centro. Il calcio era solo un gioco, un altro modo per sfuggire alla tentazione dellozio. Al massimo si potevano guadagnare i soldi per andare a vedere un ilm il sabato al Mogador, il cinema del quartiere. Il professionismo non era certo quello di oggi. Boricua ricorda che nel 1970, quando fu ingaggiato dallo Junior, faceva la stessa vita di un commesso. Il capo del personale lo pagava in contanti, tremila pesos, una banconota dietro laltra. Poi gli faceva irmare un registro malandato.

La fortezza dei veterani


Come te la passi, vecchio Bori?, gli grida un uomo con una birra in mano da un negozio allangolo. Boricua risponde educatamente al saluto. Poi, con la solita espressione accigliata, si rivolge a me: Vede, c ancora qualcuno che si ricorda di me. Gli dico che non solo mi ricordo di lui, ma anche della sfortunata epoca in cui gli toccato giocare. Gli anni in cui non ci qualiicavamo per i Mondiali, perdevamo quasi tutte le partite (il secondo posto nella Coppa America del 1975 stato un episodio isolato), le nostre migliori squadre di club non superavano il primo turno della Coppa Libertadores, e allestero i nostri giocatori pi forti non interessavano a nessuno. Mentre Boricua scambia due parole con un uomo del quartiere che ci ha raggiunto in strada, mi tornano alla mente alcune istantanee di quegli anni: vedo Pedro Pablo Pasculli e Jorge Luis Burruchaga segnare i tre gol con cui lArgentina ci lascia fuori dai Mondiali messicani del 1986. Vedo il Brasile che ci massacra sei a zero al Maracan di Rio de Janeiro, impedendoci di qualiicarci per Argentina 78. Vedo unimmagine che rilette alla perfezione la nostra mentalit di allora: i brasiliani hanno appena segnato il quarto gol, e lattaccante colombiano Eduardo Vilarete si trova nel cerchio di centrocampo per riprendere il gioco. Invece di passarla a un compagno, per, si siede sul pallone e comincia ad agitare le braccia, impotente, come a dire che siamo condannati alla sconfitta, che non c salvezza. Tanto vale farla inita una volta per tutte e smettere di provarci, perch qualunque cosa accada continueremo a perdere. Ed esattamente quello che successo alla nazionale durante quegli anni disastrosi. Ha continuato a perdere. Riprendo a osservare Boricua. Per un attimo ho la sensazione che la camminata labbia fatto invecchiare di dieci anni. La strada gli pesa, ogni passo un tormento. Penso che una grande squadra avrebbe vinto anche con un difensore centrale limitato come lui. Il Brasile ha trionfato ai Mondiali del 1970 praticamente senza portiere, e di sicuro ce lavrebbe fatta anche con Boricua in difesa. Cos penso che il problema della Colombia nella Coppa America del 1975 non stata la presenza di Boricua, ma lassenza di Pel, Rivelino, Tosto e Jairzinho.

Condannati alla sconitta


In questi giorni ho pensato spesso al tempo. Boricua aveva 36 anni quando uscito di scena, e 61 quando il suo nome riapparso sui giornali. Nel frattempo lacqua ha continuato a scorrere sotto i ponti. Boricua non porta pi le basette che andavano tanto di moda negli anni settanta. Si ingobbito e ha perso qualche dente. Soprattutto, se n andata la salute, e ha perso il lavoro. Eppure negli archivi dei giornali rimasto lo stesso: un uomo duro come il legno che tira calci a un pallone. Pensiamo agli ex calciatori e conserviamo limmagine di quando ancora scendevano in campo. Quando decidiamo di cercarli per farci raccontare che ne stato delle loro vite, la realt ci colpisce come sabbia negli occhi. Fino a ieri indossavano la maglia con i colori della nostra bandiera, rappresentavano la Colombia davanti al resto del mondo. Oggi vagano dispersi, sofferenti. Muoiono e noi non ce ne accorgia-

Ha pagato per il fatto di non essere stato un calciatore di talento. Il mondo celebra chi scrive le sinfonie, non chi taglia la legna per costruire il violino

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Vorrei condividere questa rilessione con lui, ma ho paura che la prenderebbe come una battuta sarcastica, o come un tentativo di farlo sentire meglio. Si asciuga il sudore della fronte con lindice della mano destra e si ferma di nuovo. Pi che un malato esausto per lo sforzo isico, sembra un penitente nellatto di espiare una colpa. Una colpa che non solo sua. Abbiamo lasciato che portasse da solo una croce, quella della nostra frustrazione, che era di tutti. Poi lo abbiamo dimenticato, e ora che un uomo anziano, malato e povero, gli voltiamo le spalle. Fuori dello stadio tre ragazzini ci guardano con insistenza. Forse sono incuriositi dalla presenza di un forestiero che appunta su un quaderno le parole di uno del quartiere. Prima di cominciare la nostra passeggiata Boricua mi ha consigliato di lasciare a casa il registratore, lorologio e il cellulare. Uno dei ragazzini, a torso nudo, porta una camicia avvolta in testa, come un turbante. Un altro ha una lunga cicatrice che gli attraversa il volto. Il terzo girato di spalle. Ogni tanto si volta e ci osserva, poi riprende a parlottare con i suoi amici. Da dietro i cancelli dello stadio intravedo due squadre di veterani in campo. Non ci sono telecamere n cartelloni pubblicitari. Gli spalti sono deserti. Immagino i protagonisti di questa partita pomeridiana come vecchie glorie a cui nessuno presta attenzione. Forse qualcuno di loro malato, o indigente. Non lo sapremo mai, perch da tempo sono initi nel dimenticatoio. Giocano dietro le quinte, dove non arrivano le luci dei rilettori dellindustria del pallone. Sono la pagina sbiadita di un album di igurine. Quando ancora potevano giocare ad alti livelli vivevano in una bolla, protetti dalla miseria. Ricevevano stipendi e premi partita. Una volta appese le scarpe al chiodo, la bolla scoppiata. Andiamocene, dice Boricua. Dopo cinquanta metri ricomincia a parlare. Quei ragazzi sono di quel tipo l. Per mi conoscono. Per questo ci hanno lasciato stare. Di quale tipo?. Delinquenti. Qui rubano tre cellulari al giorno. Ripenso ai veterani che giocano dentro lo stadio. E mi rendo conto che dopo tutto, almeno su quel campo, sono ancora al sicuro. Pi che santuari dedicati al dio del calcio, gli stadi colombiani sono fortezze che proteggono chi sta dentro. Anche se non lo sanno, quando giocano a pallone quegli uomini sono al sicuro dai delinquenti che si aggirano nei dintorni. La cattiva notizia che prima o poi la partita inir, e dovranno uscire allo scoperto. La citt qui ad aspet-

Jos Zrate quando giocava nel Deportivo Indipendiente Medelln tarli, con tutta la sua inclemenza. In questo quartiere nessun pallone pu fare da scudo. Boricua respira profondamente. La strada del ritorno ancora lunga. Rovistiamo nellarchivio di Zrate alla ricerca di una foto della nazionale che ha partecipato ai Giochi panamericani di Cali del 1971. la seconda volta che controlliamo lalbum dove conserva i ritagli di giornale, ma non riusciamo a trovarla. In quella squadra Boricua giocava insieme allattaccante Jaime Morn, che sei anni fa ha dovuto afrontare anche lui le conseguenze del diabete. Prima ha perso una gamba, poi laltra. Poi morto, a 55 anni, nella sua citt natale, Cartagena. Mi chiedo se ci sia unaltra nazionale di calcio sulla faccia della terra in cui hanno giocato due calciatori che hanno inito per essere amputati.

Una specie di felicit


Boricua non parla, continua a cercare tra i suoi ricordi. Poi mi guarda e mi dice che il diabete gli ha sconvolto la vita. Chiude lalbum dei ricordi ed elenca le sue sventure sulla punta delle dita. Ha perso il lavoro (solleva il mignolo), dovuto tornare a Barranquilla (lanulare), stato costretto a imparare a camminare per la seconda volta (il medio), ha fatto il mantenuto in casa di sua sorella (lindice). E soprattutto (il pollice, il dito pi grande) diventato un malato cronico che passa la giornata a prendere medicine. Quando non gli restano pi dita per contare, stringe la mano in un pugno, come se volesse spaccare qualcosa. Ma alla ine la appoggia delicatamente sulla sua co-

scia destra. Poi, con la voce spezzata, mi dice che la cosa pi triste di tutte sentirsi un peso per sua sorella e i suoi nipoti. Se abbiamo afrontato questi argomenti riservati soprattutto per linsistenza di Isabel. Non giusto, dice, che suo fratello continui a raccontare di quellautogol di cui nessuno si ricorda pi. Sempre la stessa storia. Nessuno chiede dellAnafrin, che costa pi di settantamila pesos (30 euro). Nessuno parla dellinsulina che Boricua costretto a iniettarsi ogni giorno. Per aiutare uno sportivo che ha rappresentato la Colombia non basta scattargli una foto o dargli una pacca sulla spalla. E nemmeno mandarlo a casa con il ricavato di una partita di beneicenza in suo onore e poi disinteressarsi dei suoi bisogni. Boricua non incrocia il mio sguardo. Sfoglia meccanicamente le pagine del suo album. Nella sala calato un silenzio ingombrante. Isabel torna alla carica, stavolta abbassando il tono della voce: Quando giocava, Jos era pagato pochissimo. Ha continuato ad andare in autobus agli allenamenti dello Junior anche quando era titolare in nazionale. La mattina raccoglieva le monete e si piazzava allangolo dello stadio Moderno ad aspettare. Oggi qualsiasi signor nessuno che ha appena cominciato la carriera e non mai stato in nazionale arriva allallenamento con una macchina nuova di zecca. La nuova piega della conversazione risveglia linteresse di Boricua. Mi guarda, sorride. Mi racconta che alla ine degli anni settanta il Medelln pagava poco (e tardi) i suoi giocatori creoli, mentre gli stranieri ricevevano lo stipendio con puntualit e in dollari. Boricua chiude lalbum e lo poggia sul tavolo. Dice che non ha una foto con Jaime Morn. Torna il silenzio. Prendo in mano lalbum e trovo una sua foto del 1975. Pur con la solita espressione accigliata, nel suo viso c una certa soddisfazione. Una specie di felicit. Forse perch sta per cominciare la partita. Forse perch si sente vivo, importante. Di sicuro, quando il fotografo gli si parato davanti, Boricua non ha sentito lo scatto della macchina fotograica, coperto dalle grida del pubblico. Oggi, invece, il silenzio cos profondo che il clic dellotturatore si sentirebbe nitido e forte. Se qualcuno gli scattasse una foto adesso, sprofondato in una sedia di vimini, immortalerebbe un uomo dallespressione assente e malinconica. Perch questo laltro estremo del tunnel che un tempo lo portava sul campo da gioco. Qui non si sente il ruggito della folla. Solo il peso della solitudine. u as
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