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Robert Coates Stephens Le ricostruzioni altomedievali delle Mura Aureliane e degli acquedotti In: Mélanges de

Le ricostruzioni altomedievali delle Mura Aureliane e degli acquedotti

In: Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes T. 111, N°1. 1999. pp. 209-225.

Riassunto Robert Coates-Stephens, Le ricostruzioni altomedievali delle Mura Aureliane e degli acquedotti, p. 209-225.

Nonostante le fonti letterarie (Prammatica Sanzione, Gregorio Magno, Liber pontificalis) attestino ampiamente interventi di restauro post-classici delle Mura Aureliane e degli acquedotti, non sono state ancora individuate le relative tracce archeologiche. Da tale mancanza di dati consegue un concetto estremo di decadimento del paesaggio urbano della Roma altomedievale. L'articolo presenta i risultati preliminari di un'indagine condotta sulle mura e sugli acquedotti Claudio-Amo Novus e Alessandrino, che ha rivelato la presenza di consistenti restauri attribuibili ai papi Adriano I e Leone IV. Tale risultato ci impone quindi di rivalutare le condizioni materiali della città altomedievale e, allo stesso tempo, pone la questione dell'esatta identificazione dell'acquedotto noto corne Alessandrino.

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Coates Stephens Robert. Le ricostruzioni altomedievali delle Mura Aureliane e degli acquedotti. In: Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes T. 111, N°1. 1999. pp. 209-225.

doi : 10.3406/mefr.1999.3687 http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/mefr_1123-9883_1999_num_111_1_3687

ROBERT COATES-STEPHENS

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE E DEGLI ACQUEDOTTI *

Se le fonti per le ricostruzioni altomedievali delle mura aureliane e de gli acquedotti sono ben note, le prove archeologiche non sono invece state portate. Tale assenza di dati ha portato a ritenere che Roma in epoca alto- medievale si rifornisse d'acqua esclusivamente dal Tevere e che non fosse dotata della tecnologia necessaria per mantenere una struttura così estesa come quella delle mura aureliane. Qui presenterò i risultati di un'indagine ancora in corso che ha come oggetto i resti delle mura e degli acquedotti Claudio-Arao Novus e Alessandrino databili al periodo compreso tra le guerre gotiche e il IX secolo1.

* Ringrazio Geneviève Bloomfield, Lucos Cozza, Roberto Meneghini, Antonella

Parisi, Riccardo Santangeli Valenzani. L'articolo è stato scritto con l'aiuto di una

borsa erogata dal The Leverhulme Trust; la traduzione è di Antonella Parisi. 1 Mura : la monografia fondamentale rimane quella di I. Richmond, The City Wall of Imperial Rome, Oxford, 1930. La sua mancanza di interesse per le fasi post-

classiche è stata comunque criticata in L. Pani Ermini, «Renovatio murorum» tra programma urbanistico e restauro conservativo : Roma e il ducato romano, in

XXXIX Settimana di studio del Centro italiano di studi sull'alto medioevo (Spoleto 4-

10 aprile 1991), Spoleto, 1992, p. 485-530, a p. 496. Per uno studio preliminare delle tracce altomedievali : R. Coates-Stephens, Quattro torri altomedievali delle mura au

reliane, in Archeologia medievale, 22, 1995, p. 501-517. - Acquedotti : per le fasi alto-

medievali, B. Ward-Perkins, From Classical Antiquity to the Middle Ages. Urban Pub lic Building in Northern and Central Italy, AD 300-850, Oxford, 1984, p. 153 ha se gnalato una simile assenza di dati negli studi più autorevoli (E. Van Deman, The

Building of the Roman Aqueducts, Washington

of Ancient Rome, Oxford, 1935). Recentemente c'è stato un certo interesse per i re stauri altomedievali deW'Aqua Claudia (U. Broccoli, Interventi di archeologia mediev alea Roma, in Archeologia laziale X. Decimo incontro di studio del Comitato per l'a rcheologia laziale, I, Roma, 1990 {Quaderni del Centro di studio per l'archeologia etru

sco-italica, 18), p. 97; D. Mancioli, A. Ceccherelli e R. Santangeli Valenzani, Indagini all'acquedotto Claudio-Felice nell'area della Banca d'Italia, in Archeologia lazial

D.C., 1934; T. Ashby, The Aqueducts

, 308). Per ciò che concerne l'approvvigionamento d'acqua dal Tevere e l'insediamento in quest'area : M. Laurenti, Via Lata. Edifici imperiali lungo via del Corso, in Bolleti-

eXII. Dodicesimo incontro I, Roma, 1995 {Quaderni del Centro 23), p. 303-

,

MEFRM - 111 - 1999 - 1, p. 209-225.

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Le fonti

ROBERT COATES-STEPHENS

I - Le mura

I due restauri delle mura compiuti da Belisario sono testimoniati da Procopio e, in modo meno dettagliato, dal Chronicon di Marcellino e dal

Liber pontificalis2. Nel corso del primo intervento, iniziato nel dicembre del 536, il circuito fu circondato da un fossato, vennero costruiti nuovi merli per proteggere gli arcieri e realizzate varie nuove macchine da guerra. La seconda ricostruzione, nella primavera del 547, fu un tentativo affrettato di riparare ai danni provocati da Totila. È importante tenere presente che Procopio fu testimone del primo assedio di Roma, mentre con tutta probab ilità riportò gli eventi successivi di seconda mano, avendo lasciato defin

itivamente

II lavoro di ricostruzione delle mura fu in seguito continuato dai Goti stessi e, dopo le guerre, dalla nuova amministrazione bizantina, come sug gerito dalla Prammatica Sanzione del 554, cap. 25, e dalla Auctarii Han- niensis Extrema, cap. 4. Dopo il VI secolo il primo intervento ricordato è quello dei papi Sisin- nio, Gregorio II e Gregorio III, in risposta alle minacce dei Longobardi ne gli anni tra 708 e 74 14. Il Liber pontificalis ci narra che tale opera ebbe ini zio dalla porta Tiburtina. Nel 756 la città fu assediata per tre mesi da Astol- fo, con le forze longobarde concentrate a Trastevere, presso porta Salaria e

l'Italia intorno al 5403.

no d'arte, 16-18, 1992, p. 165; O. Gilkes, S. Passigli e R. Schinke, Porta Pia : ex cavation and survey in an area of suburban Rome. Part 2, in Papers of the British

School at Rome, 62, 1994, p. 130; H. Evans, Water Distribution in Ancient Rome, Ann Arbor, 1994, p. 146.

2 Procopio, BG, I, 14, 21; III, 24. Marcellini v. c. comitis chronicon, ed.

muros

T. Mommsen, Berlino, 1894 (MGH, Chronica minora, II), p. 108 : «Totila

evertit

L. Duchesne, 2a ed., 3 vol., Parigi, 1955-1957 [d'ora in poi LP], LX, 4 : «Ingressus au-

tem Vilisarius

sati circumdedit civitatem Romanam et munivit».

sic veniens Belisarius murorum partent restaurât», Le Liber pontificalis , ed.

custodiis et monitionibus velfabricis murorum out reparationem fos

3 A. Cameron, Procopius and the Sixth Century, Londra, 1985, p. 188-189.

4 Una descrizione delle mura, inclusa nella lista dei cimiteri di Roma delle Gesta

regum Anglorum di Guglielmo di Malmesbury, non menziona le porte Chiusa, Ardea- tina e Prenestina ο Labicana : R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma, 1942 {Fonti per la storia d'Italia, 88), p. 141-153. Se conside

riamol'anno 682 come terminus ante quem per la lista, comunemente accettato, po

tremmo

bardidel tardo VI secolo, nel corso dei lavori promossi da Gregorio I per la difesa della città {Reg., II, 45; V, 36; IX, 240).

ipotizzare che le tre porte vennero chiuse durante i primi assedi dei Longo

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

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tra porta Asinaria e porta Ostiensis5. Nel corso delle spedizioni a Roma di

Desiderio, nel 771 e 773, le porte della città furono, apparentemente, chiuse

con murature6. Ma le più consistenti e vaste campagne di ricostruzione dell'intero pe

riodo, ancora attingendo dal Liber pontificalis, furono intraprese da Adria-

no I alla fine dellVIII secolo e da Leone IV dopo il saccheggio dei Saraceni

a S. Pietro7. Richmond8 ha dimostrato che la famosa descrizione delle mur

a contenuta nel manoscritto 326 di Einsiedeln, che fornisce il numero

esatto di porte, torri e merli del circuito, costituiva un rapporto sul loro sta

to, stilato precisamente per una di queste campagne9.

Si potrebbe aggiungere che, in base ai particolari forniti dalla biograf iadi Leone IV, questo venne redatto proprio in occasione del suo intervent

o.Questa è l'unica descrizione di un restauro in cui il Liber pontificalis , co me anche la descrizione di Einsiedeln, parla individualmente di mura, port e e torri e per queste ultime indica perfino il numero esatto di quante siano da ricostruire. Inoltre esso narra che il papa in persona fece un giro delle mura, sul camminamento, per verificare il loro stato prima di ordi

narne

il restauro. Dopo i restauri di Leone IV, il circuito continuò a resistere agli assedi

di Arnolfo nell'896 e di Ugo nel 932 così come alle incursioni degli Ungari10.

In aggiunta, le continue inondazioni e i terremoti, testimoniati dal Liber

pontificalis per tutto il periodo, dovettero danneggiare ulteriormente il cir

cuito che al tempo del Chronicon di Benedetto (972-1000) versava in condi zioni peggiori di quelle descritte dall'« anonimo di Einsiedeln» prima del l'intervento di Leone11. Non abbiamo poi notizia di successive ricostruzioni fino a quella operata dal senato a porta Metronia, attestata da un'iscrizione del 115712.

5 LP, XCIV, 41; Codex Carolinus, ed. W. Gundlach, Berlino, 1892 (MGH, Epistu-

lae, III), 8-9.

6LP, XCVI, 28;XCVII, 21. 7LP, XCVII, 52, 92; CV, 38-40. 8 1. Richmond, The City Wall cit., p. 48-49. 9 R. Valentini, G. Zucchetti, Codice topografico cit., Il, p. 202-207. 10 Liutprando, Antapodosis, ed. J. Becker, Hannover-Lipsia, 1915 (MGH, Scrip- tores rerum germ, in us. schol.), I, 27; IV, 2-3. // chronicon di Benedetto monaco di

S. Andrea di Soratte

,

ed. G. Zucchetti, Roma, 1920 (Fonti per la storia d'Italia, 55),

52b. 11 Chronicon, 58b. 12 A. Silvagni, Monumenta epigraphica Christiana, I, Città del Vaticano, 1943, XXV, 5.

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Le prove archeologiche

ROBERT COATES-STEPHENS

Identificare gli interventi di età altomedievale significa essenzialmente distinguere quelle tecniche costruttive che, in base ai rapporti stratigrafici, all'evoluzione architettonica e alla tipologia, risultano essere chiaramente

posteriori alle fasi di Onorio e Arcadio (tav. I a) ed anteriori ai restauri del Rinascimento, testimoniati dagli stemmi presenti in molte parti del circui to(tav. I b). In certi casi, quando troviamo tecniche ben datate al basso medioevo, come quella che fa uso di scaglie di marmo e/o selce, il nostro terminus ante quem può essere alzato fino al XII secolo (tav. II a). Procedendo in questo modo troveremo un grande numero di torri e muri di camminamento, soprattutto nella porzione meridionale, che mos

trano

riutilizzo e opera laterizia di reimpiego dai ricorsi ondulati. Essa può esse requindi datata, semplicemente in base al rapporto stratigrafico con le fasi note descritte sopra, al periodo compreso tra il 403 e il XII secolo. Se poi confrontiamo tale tecnica con quella riscontrata nei ben noti studi sull'a rchitettura delle chiese altomedievali di Roma, individueremo una più pre cisa cronologia, compresa tra il 755 e Γ855 circa13. Quindi tali esempi di muratura riscontrati nelle mura possono essere tutti assegnati alle campa gnedi ricostruzione dei papi Adriano I e Leone IV (fig. 1). Le tracce dell'intervento di Belisario sono molto meno consistenti. In passato molte delle parti ricostruite in opus quadratum di riutilizzo, sopra menzionate, furono interpretate come risultato dei restauri dei Bizantini compiuti durante il secondo assedio di Roma14. Questo non sembra verosi mile.Non solo tale tecnica corrisponde perfettamente a quella oggi ricono sciuta come tipica dellVlII e IX secolo in Roma, ma, per di più, questa non trova confronti nelle strutture di VI secolo della città. Inoltre le sue caratte ristiche non sembrano corrispondere a quelle indicate da Procopio nella descrizione dell'intervento. Egli ci dice infatti che furono utilizzate solo grosse pietre, messe in opera in modo approssimativo e rinforzate con una palizzata esterna di legno. Non vennero quindi impiegati laterizi ο malta,

un tipo di opera costruttiva costituita da grossi blocchi di tufo di

13 R. Krautheimer, S. Corbett e W. Franici, Corpus basilicarum christianarum Romae, 5 vol., Città del Vaticano, 1937-1977; G. Bertelli, A. Guiglia Guidobaldi e P. Rovigatti Spagnoletti, Le strutture murarie degli edifici religiosi di Roma dal VI se colo al IX secolo, in Rivista dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte, 23- 24, 1976-1977, p. 95-173. 14 A. Nibby, Le mura di Roma, Roma, 1821, p. 254-255; I. Richmond, The City Wall cit., p. 42, 266.

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

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che, negli esempi a noi giunti, vediamo essere stati utilizzati contempora neamenteai blocchi per regolarizzare i filari. Una più probabile traccia degli interventi dei Bizantini si può ritrovare

in una stampa di Sir W. Geli che rappresenta una torre sotto il Laterano,

pubblicata nella monografia di Nibby nel 1821 (fig. 2). Qui si può vedere

che la base della torre è stata rinforzata con una disordinata pila di blocchi

di opus quadratum, presumibilmente per riparare al danno evidenziato da

una grossa lesione centrale. È ovvio che non è stata usata malta. Le esage

razioni

cuito sarebbe stato restaurato in questo modo in soli 25 giorni - si devono

forse al fatto che lo storico non era più testimone oculare degli eventi e che compilò il suo rapporto servendosi dei racconti dei soldati che lo raggiun seroa Costantinopoli15. Potremmo perciò immaginare che i blocchi di opus quadratum dello stesso tipo usati dalle maestranze di Adriano I e Leone IV

in alcune torri, ma non in altre, sarebbero la prova che quelle stesse torri

erano già state restaurate da Belisario : gli operai dellVIII-IX secolo rimos serosemplicemente i blocchi raccolti dai Bizantini e li riposero su filari re golari, usando mattoni e malta per livellare i ricorsi. Fino ad oggi non è stato possibile identificare con certezza i restauri degli inizi dell'VIII secolo compiuti da Gregorio II e Gregorio III. Ciò è do vuto alle scarse conoscenze delle tecniche costruttive di questo periodo. I

resti di muratura relativi agli inizi del secolo, come la cripta semianulare di S. Crisogono (probabilmente proprio opera di Gregorio III), l'oratorio di S. Gregorio Nazianzeno (certamente più antico di Leone III e molto proba bilmente costruito sotto Zaccaria, 741-752) e le tre absidi di S. Angelo in Pescheria (755) non differiscono in modo evidente dalle strutture di fine Vili e inizi IX secolo. Non è quindi impossibile che alcuni resti delle mura qui discussi possano essere attribuiti all'opera di Gregorio II e III. In parti colare, poiché il Liber pontificalis afferma chiaramente che questa campa gnaebbe inizio dalla porta Tiburtina, potremmo ipotizzare che gli esempi d'opera laterizia altomedievale che rimangono in questa parte del circuito, come la porzione superiore della sesta torre a sud di porta Tiburtina in via

di porta Labicana (tav. II b), costituiscano una sopravvivenza del restauro

degli inizi dell'VIII secolo. Qui solo il settore superiore della torre è stato r

icostruito

dell'opera laterizia di riutilizzo, dai ricorsi ondulati e dai fori da ponte irre golari.

contenute nel testo di Procopio - come quella che un terzo del cir

- ma esso mostra chiaramente le caratteristiche a noi familiari

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ROBERT COATES-STEPHENS

SpPpi

Illustration non autorisée à la diffusion

Fig.didelondulati;ondulatiportaCastro1 - Roma.eFlaminia3.grossiPretorioMuroMurablocchiesterno: (ca.parteAureliane.mdifrontaledel150tufo;CastrodaPianta4.piazzaricostruitaMuroPretorio,deidellaesternorestiinCrocecompletamentealtomedievali.mattonidel Rossa)Castroondulati;:Pretorio,rifacimentoricostruito1. Prima2. completamentMurotorreinin mattonimattoniinternoa ovest

ericostruito in opus quadratum di riutilizzo; 5. Seconda torre a sud di porta Chiusa (oggi scomparsa), ricostruita in opus quadratum di riutilizzo dopo il crollo della par tefrontale (foto Parker 965-6); 6. Sesta torre a sud di porta Tiburtina : parte superio rericostruita in mattoni ondulati; 7. Seconda torre a sud di via Eleniana : parte frontale ricostruita in mattoni ondulati; 8. Terzo muro di camminamento (esterno) a sud di via Eleniana : rifacimento in mattoni ondulati e opus quadratum di riutilizzo; 9. Quarta torre a sud di via Eleniana : parte inferiore ricostruita in mattoni ondulati

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

II - Gli acquedotti

Le fonti

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Come per le mura, le guerre greco-gotiche costituiscono un chiaro punto di partenza per un esame delle fasi altomedievali. Procopio afferma che Vitige tagliò tutti gli acquedotti durante il primo assedio di Roma, nel 537. Sappiamo anche che per evitare che il nemico entrasse furtivamente

in città percorrendo i condotti degli acquedotti, Belisario li chiuse con mur

ature

per lunghi tratti (BG, I, 19). Nessuno di tali interventi avrebbe comp

ortato

una consistente distruzione della struttura dei monumenti. D'altra

parte sembra che le guerre greco-gotiche segnarono la fine dell'utilizzo del-

(Coates-Stephens 1995, p. 511 s.); 10. Quinto muro di camminamento (esterno) a sud

di via Eleniana : rifacimento in mattoni ondulati e opus quadratum di riutilizzo; 11.

Settima torre a ovest di via Casilina : parte inferiore ricostruita in opus quadratum

di riutilizzo; 12. Sesta torre a est di piazzale Appio : parte frontale ricostruita in matt

oni ondulati; 13. Terza torre a ovest di piazzale Ipponio : parte frontale ricostruita

in mattoni ondulati (Coates-Stephens, 1995 : 509 ss.); 14. Seconda torre a est di por

taMetronia : parte frontale ricostruita in mattoni ondulati e opus quadratum di riu tilizzo (Coates-Stephens 1995, p. 506 s.); 15. Primo muro di camminamento (inter no)a ovest di via C. Colombo : rifacimento in mattoni ondulati e pezzi di marmo; 16. Torre inglobata dal bastione di Sangallo, ricostruita in mattoni ondulati e opus quadratum di riutilizzo; 17. Secondo muro di camminamento (esterno) a ovest del bastione di Sangallo, ricostruito in opus quadratum di riutilizzo; 18. Quarta torre a

ovest di via Guerrieri, ricostruita in opus quadratum di riutilizzo dopo il crollo della parte frontale; 19. Seconda torre a est di via N. Zabaglia : parte inferiore ricostruita

in mattoni ondulati; 20. Prima torre a est di via N. Zabaglia : parte frontale rico

struita in mattoni ondulati e opus quadratum di riutilizzo; 21. Prima torre a ovest di

via N. Zabaglia, ricostruita in mattoni ondulati e opus quadratum di riutilizzo; 22. Terzo muro di camminamento (esterno) a ovest di via N. Zabaglia : rifacimento in opus quadratum di riutilizzo; 23. Quinta torre a ovest di via N. Zabaglia : parte fron talericostruita in mattoni ondulati (Coates-Stephens 1995, p. 502 s.); 24. Prima torre a est del Tevere : resti assegnati da L. M. Bruzza a Leone IV (G. Gatti, L'arginatura

del Tevere a Mormorata, in BCAR, 64, 1936, p. 69-70); 25. Mura fra il Tevere e la porta Portuensis : resti assegnati da Lanciani a Leone IV (BCAR 1892, p. 287); 26. Dicias

settesima torre a ovest del Pons Agrìppae,

(L. Cozza, Mura Aureliane I. Trastevere, il braccio settentrionale, dal Tevere a Porta

ricostruita in opus quadratum di riutilizzo

Aurelia-San Pancrazio, in BCAR, 91, 1986, fig. 46-47).

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Fig. 2 - Roma. Torre sotto il Laterano, rinforzata con grossi blocchi di tufo (stampa di Geli, da Nibby 1821, tav. XX).

le vaste risorse idriche della Roma imperiale, distribuite da tredici condotti trasportati in città su almeno tre sistemi di arcuazioni16. Dopo le guerre, l'amministrazione bizantina, probabilmente agendo secondo le direttive della Prammatica Sanzione, restaurò almeno una parte degli acquedotti. Sappiamo, infatti, che circa 50 anni più tardi funzionava nodi nuovo : nel 602, Gregorio I richiese al prefetto del pretorio a Ravenna un nuovo funzionario per la cura formarum, poiché gli acquedotti necessi tavano di ulteriori restauri17. Non abbiamo prove che le tenne imperiali fossero in uso in questa età : sembra che l'acqua fosse ritenuta necessaria per i mulini e i vari impianti delle chiese18. Agli inizi del VII secolo, papa Onorio I intraprese dei lavori su un r deìì'Aqua Traiana per rifornire d'acqua un nuovo mulino sul Gianicolo, e circa cento anni più tardi Gregorio II restaurò il sistema di rifornimento

amo

16 T. Ashby, The Aqueducts cit., p. 10-15. "Reg., XII, 6. 18 Β. Ward-Perkins, From Classical Antiquity cit., p. 135-149.

Tav. I

Tav. I a - Quinta torre a ovest di via Ν. Zabaglia (fig. 1, η. 23)

a - Quinta torre a ovest di via Ν. Zabaglia (fig. 1, η. 23) : muratura di VIII-IX sec. (sin.) ; mur

atura

di Onorio e Arcadio (ds.).

VIII-IX sec. (sin.) ; mur atura di Onorio e Arcadio (ds.). b - Torre altomedievale (fig.

b - Torre altomedievale (fig. 1, η. 16) inglobata nel bastione di Sangallo, opera di Paolo

111(1537-1541).

Roma. Mura Aureliane.

Tav. II

Tav. II a - Sesta torre a est di piazzale Appio (fìg. 1, n. 12) :

a - Sesta torre a est di piazzale Appio (fìg. 1, n. 12) : muratura di VIII-IX sec. (sin.) ; muratura bassomedievale (ds.).

di VIII-IX sec. (sin.) ; muratura bassomedievale (ds.). b - Sesta torre a sud di porta

b - Sesta torre a sud di porta Tiburtina (part e super., esterno). Muratura di VIII-IX sec. (fig. l,n. 6).

Roma. Mura Aureliane.

Tav. Ill

a - Arcus Neroniani. Rifacimento di Vili sec. dentro villa Wolkonsky.

b - Contrafforte di Vili sec. in via del Mandrione.

Roma. Aqua Claudia-Anio Novus.

Roma. Acquedotto Alessandrino, valle di Tor Tre Teste. Rifacimento di VIII-IX sec, su

γ-«- Ausr-pr^?^ -^-r^g-to

ìoaài-T-T·:
ìoaài-T-T·:

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

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di S. Lorenzo fuori le mura19. È però solo con il pontificato di Adriano I

che abbiamo prove inequivocabili che il papato aveva assunto completo controllo sulla manutenzione dell'intero sistema idrico. Sappiamo che quando Adriano I iniziò i restauri, gli acquedotti erano stati fuori uso ο in pessimo stato per vent'anni : è generalmente accettato che il danno venne provocato nel 756 durante l'assedio di Astolfo20. Adriano I restaurò la Traiana (ormai conosciuta come Sabbatina), la Virgo, la Claudia e la Jovia, di cui parleremo poi. Successivi interventi furo nocompiuti da Gregorio IV e Nicola I sull'Agra Traiana, e da Sergio II e Nicola I sulla Jovia21. Atti di proprietà di X ed XI secolo parlano di centina-

riae e aquae vivae sia dentro che fuori la città, il che dimostra che gli acqued otticontinuarono ad essere in funzione per un certo tempo dopo tali re

stauri22.

Le

prove archeologiche

Al momento abbiamo ben poche tracce di restauri anteriori all'VIII se colo È opinione comune che Belisario restaurò gli acquedotti, questo in base alla notizia di un'iscrizione frammentaria e poco attendibile prove niente dalla Traiana2* e anche per la presenza di restauri di tutti gli acque-

Ì9LP, LXII, 5;XCI, 2.

20 LP, XCVII, 59, 61, 62, 65.

21 LP,

22 É. Hubert, Espace urbain et habitat à Rome du Xe siècle à la fin du XIIIe siècle,

CHI,

19; CIV, 21; CVII,

16, 66.

Roma, 1990 {Collection de l'École française de Rome, 135 - Nuovi studi storici, 7),

p. 76-78. PL, CXXXIII, 916, dove si parla di una fontana aquae vivae fuori la porta

Flaminia nel 958. Il Regesto Sublacense (ed. L. Allodi e G. Levi, Roma, 1885), 21, par ladel rifornimento d'acqua di battisteri da una «forma antiqua» presso Subiaco nel

1051. 23 A. Cassio, Corso delle acque antiche portate da lontane contrade fuori e dentro Roma sopra XIV acquedotti nelle XIV regioni dentro Roma, I, Roma, 1756, p. 260, af ferma che un frammento di iscrizione fu copiato dal suo collega Giuseppe Rosatio il

quale lo trovò inserito in un arco di opus reticulatum vicino a Vicarello. Il testo era :

«Belisarius adquisivit

/Anno D

»

L'espressione «Anno D» sembra ovviamente del

tutto improbabile in un'iscrizione antica; il nome di Belisario compare nelle iscrizio nilatine antiche solo in epitaffi, utilizzato come elemento di datazione. Le forme at

testate

timo saeculo antiquiores. Nova series, Roma, 1922-, passim). Se consideriamo che

sono : Bil- Vii- Vel- Wil-isarius (cfr. Inscriptiones christianae urbis Romae sep-

R.

Lanciani, / commentarii di Frontino intorno le acque e gli acquedotti, Roma, 1880,

p.

166 afferma che il testo fu «malissimo copiato» e riflettiamo sulle analogie con

iscrizioni note dell'Acqua Paola di Paolo V (come quella della fontana del Gianicolo :

sembrerà che Rosatio lesse erroneamente un

frammento d'iscrizione seicentesca relativa a una delle opere di Paolo V presso le

«Ab Milliario duxit

/Anno Domini

·»,

sorgenti.

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dotti in una bella opera vittata, genericamente considerata «tarda»24. Co

munque

uno scavo recente, che ha interessato il restauro in opera vittata

deìl'Aqua Claudia all'interno della proprietà della Banca d'Italia, subito a nord di porta Furba, ha permesso di stabilire una datazione, sulla base dei dati stratigrafìci, alla prima metà del IV secolo25. Ed infatti la maggior par

tedi tali esempi di opera vittata, sulla base di certe caratteristiche come l'u

so frequente di ricorsi di bipedali, sembrerebbe più antica del VI secolo. Ora passiamo a considerare i restauri di Vili secolo, compiuti da Adriano I. Ho concentrato la mia indagine suìì'Aqua Claudia e sull'Afa Jo- via, dato che sia la Virgo che la Traiana erano per la maggior parte sotterra

nee26.La campagna di restauro di Adriano I della Claudia-Anio Novus ebbe inizio, secondo la cronologia del Geertman del Liber pontificalis27 , nell'esta tedel 776. Le dimensioni del progetto erano tali che, sempre secondo Geertman, non si fece nessuna ricostruzione delle chiese per tutta l'indizio nein cui si lavorò sull'acquedotto. Considerando che il Liber pontificalis racconta che le maestranze erano multitudinem populi partibus Campa- niae, dovremmo immaginare che tutto il percorso dell'acquedotto - cioè la parte extra-urbana - fu soggetto al restauro. Tra i numerosi impianti ur bani alimentati dalla Claudia in questo periodo vi erano le terme, il batti stero e la fontana del Laterano28. All'interno della città è proprio il tratto della Claudia che corre verso il Laterano, noto come Arcus Neroniani, a conservare tracce di ricostruzioni

Vili secolo, nell'ormai familiare tecnica di laterizi di reimpiego dai r ondulati (tav. Ili a). Colini notò simili resti anche negli archi adiacent idistrutti per allargare via Emanuele Filiberto negli anni '2029. Muovendoci fuori dalla città troveremo che non sono sopravvissuti re

icorsi

di

sti dell'Aqua Claudia per una distanza di km 3 da porta Maggiore - fino ad

24 E. Van Deman, The Building cit., p. 20, 330, 334; T. Asbhy, The Aqueducts cit., p. 99, 240, 310.

25 D. Mancioli, A. Ceccherelli e R. Santangeli Valenzani, Indagini all'acquedotto

Claudio-Felice cit., p. 307.

26 Lo studio di L. Quilici, Sull'acquedotto Vergine dal Monte Pincio alle sorgenti,

in Quaderni dell'Istituto di topografia antica dell'Università di Roma, 5, 1968, p. 125- 160, su\VAqua Virgo non ha rivelato tracce di interventi medievali. La Traiana fu completamente ricostruita da Paolo V tra il 1608 ed il 1612.

27 H. Geertmann, More veterum. Il Liber pontificalis e gli edifici ecclesiastici di

Roma nella tarda antichità e nell'alto medioevo, Groningen, 1975 (Archaeologia Traiec- tina, 10), p. 31.

28 Flodoardo, in PL, CXXXV, 806; LP, XCVII, 62.

29 A. Colini, Storia e topografia del Celio nell'antichità, in Atti della Pontificia Ac cademia romana di archeologia, s. Ili, Memorie, 7, 1944, p. 97.

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

219

arrivare a via del Mandrione, a nord di porta Furba. Qui l'intervento di

Vili secolo consistette nella costruzione di enormi contrafforti sui due lati dell'acquedotto (tav. Ili b). L'intervento di Adriano I sembra avere incluso lo specus superiore, quello cioè dell'Amo Novus. Fino ad oggi non mi è sta topossibile esaminare l'interno dello specus : comunque Ashby osservò che esattamente in questo punto, a nord di porta Furba, il restauro tardo chiu selo specus inferiore, quello della Claudia, per ottenere una più solida so

struzione

Dopo porta Furba inizia la lunga serie di arcuazioni in peperino che prosegue fino alle Capannelle. Qui non ho trovato tracce di interventi di Vili secolo : sembra che la dura pietra usata in questa parte fosse meno soggetta a deteriorarsi rispetto al friabile tufo rossiccio impiegato nel tratto più a nord. Dopo Capannelle, YAqua Claudia e YAnio Novus corrono sotter raneiper quasi tutto il percorso fino a Tivoli e oltre. I resti dei ponti sui tor renti e sulle strade sono generalmente mal conservati e nuovamente non mostrano tracce di restauri altomedievali. Intendo in futuro proseguire la mia indagine nell'alta valle dell'Amene, dove si separano YAnio Novus e la Claudia, per verificare principalmente se i restauri altomedievali hanno comportato interventi anche sull'Amo Novus. Infine consideriamo YAqua Jovia. Il toponimo compare per la prima volta nel VII secolo, nel protoitinerario della Silloge di Einsiedeln31. Il testo dice : «Inde ad portant Appiani. Ibi forma Iopia, quae venit de Marsia et cur- rìt usque ad ripam.»n Generalmente si ritiene che esso descriva un ramo

dell'Astia Marcia che attraversava la via Appia a porta Appia (sul cosiddetto arco di Druso) prima di dirigersi verso il Tevere. Un tale percorso probabil menteben si adatterebbe a quello dell'acquedotto oggi conosciuto col no me di Aqua Antoniniana (fig. 3). Anch'esso passava sull'arco di Druso vol

gendosi

deìYAqua Marcia, sebbene non sopravvivano tracce di esso ad est di via del lacirconvallazione Appia. L'acqua fornita alle terme di Caracalla, raccolta dalle fogne di scarico, confluiva alla fine nella grande cloaca del Circo Mas simo e di qui poi finiva nel Tevere. Menzioni più tarde dell'Astia Jovia, che viene detta anche Iobia, loda e Iopia (ma non Tocia come si trova in alcuni testi ottocenteschi), compaiono principalmente nel X Itinerario di Einsie

deln,dove è localizzata all'incirca presso l'arco di Druso, e nel Liber pontifi-

calis, il quale ci narra che fu restaurata da Adriano I, Sergio II

per lo specus superiore30.

poi verso le terme di Caracalla ed è generalmente ritenuto un ramo

e Nico-

30 T. Ashby, The Aqueducts cit., p. 237, 238, η. 4. 31 La Silloge è anteriore di un secolo alla collezione degli itinerari : A. Silvagni, Intorno alle più antiche raccolte cit., p. 188. 32 R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico cit., II, 1942, p. 173.

220

ROBERT COATES-STEPHENS

la I. Esso però non ci fornisce dati di carattere topografico33. L'ipotesi del

proseguimento dell'acquedotto oltre le terme, forse attraverso un canale sotterraneo e probabilmente seguendo un percorso simile a quello della più tarda Aqua Marrano., è stata proposta da Brandizzi Vitucci34, che ha trovato

tracce di canali databili tra VI e X secolo al di sotto dell'emiciclo del Circo Massimo. Tale rifornimento d'acqua avrebbe servito le diaconie dei Ss. Ne- reo e Achilleo, S. Lucia in Settizonio e S. Maria in Cosmedin. A questo punto sembra che l'Aqua Jovia delle fonti medievali corr isponda semplicemente aìì'Aqua Antoniniana. Comunque, tre documenti di X secolo, contenuti nel Registro di Subiaco, chiamano col nome di Jovia l'acquedotto noto oggi come Alessandrino35. Qui la «forma que appellatur Jovia » è localizzata presso un fundus al IV miglio della via Labicana - tale acquedotto può solo essere l'Alessandrino. È da notare che Lanciani36, che sosteneva che la Jovia fosse la Marcia, ha citato erroneamente il document o,tanto che il fundus venne localizzato vicino a Tivoli, e di conseguenza la Jovia venne necessariamente identificata con la Marcia, un errore poi ripe tuto da Ashby37. Una prova ulteriore che Aqua Jovia significava «acquedotto Alessan drino»viene dall'esame dei resti dello stesso Alessandrino. Il lungo tratto

di arcuazioni delle valli di Tor Tre Teste, Torre Nuova e Tor Bella Monaca

presenta, sul lato nord, quello più esposto, numerosi esempi di rivestimen toin un misto di opera laterizia di spoglio e di opera vittata, disposti tutti su ricorsi notevolmente ondulati (tav. IV). Alcuni piloni sono stati intera-

33 LP, XCVII, 61; CIV, 21; CVII, 16. Sono state formulate varie ipotesi per spiega

rela manutenzione delì'Aqua Antoniniana in età altomedievale. L'uso dell'acqua al l'interno del complesso delle stesse terme è suggerito dai seguenti elementi : un mul ino impiantatosi negli ambienti sotterranei dell'esedra nord-occidentale (T. Shioler

e O. Wikander, A Roman Water- Mill in the Baths of Caracolla, in Opuscula romana,

14, 1983, p. 47-64), una latrina posteriore al IV secolo costruita nella biblioteca nord e varie testimonianze archeologiche di un insediamento di epoca altomedievale sta bilitosi all'interno del complesso, inclusa una vasta necropoli (I. Iacopi, Tenne di Ca racolla. Note sul progetto di indagine archeologica, in Roma : archeologia nel centro. I. L'area archeologica centrale, Roma, 1985, p. 584 s., 596), una vera di pozzo rinasc imentale nella palestra nord, la presenza di tubi fittili nel canale di scarico delle c isterne principali, inseriti dopo un lungo periodo di disuso (informazione fornitami

da L. Lombardi).

34 P. Brandizzi Vitucci, L'emiciclo del Circo Massimo nell'utilizzazione post-clas-

sica, in MEFRM, 103, 1991, p. 23 s.

35 // Regesto Sublacense cit., 12, 14, 105.

36 R. Lanciani, / commentarii di Frontino cit., p. 107.

37 T. Ashby, The Aqueducts cit., p. 91.

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

221

mente ricostruiti con un'altra tecnica ben conosciuta di Vili secolo - cioè opus quadratimi di riutilizzo. Considerando che nessun altro acquedotto, eccetto la Claudia, mostra questa tipica tecnica costruttiva di Vili e IX se colo, siamo con certezza di fronte ai tre interventi di restauro deìYAqua Jo- via compiuti da Adriano I, Sergio II e Nicola I38. Per concludere, dobbiamo riconoscere che esiste un problema di inter- pretazione del toponimo «Aqua Jovia». Le fonti letterarie mostrano che es so era usato per indicare entrambi gli acquedotti noti oggi coi nomi di Ales sandrino e Antoniniana. Le testimonianze archeologiche dimostrano inol

treche il Liber pontificalis , quando parla di restauri della Jovia, si riferisce all'acquedotto Alessandrino. Una possibile soluzione a questo puzzle, che sottolineo è squisitament especulativa, sarebbe quella di rivedere l'attuale identificazione dei due acquedotti romani. Ciò consentirebbe di affermare che l'Alessandrino e YAntoniniana sono di fatto un unico acquedotto (fig. 3). Abbiamo visto che

non sono stati

trovati resti dell 'Antoniniana ad est di via della Circonvalla

zioneAppia. È ugualmente importante che non siano stati identificati resti dell'Alessandrino nemmeno ad ovest ο a nord di via degli Angeli39. L'opinio necomune che Ì'Aqua Antoniniana fosse semplicemente un ramo deW'Aqua Marcia non è stata mai dimostrata da alcuna prova archeologica40. Se vera-

38 Molti di tali esempi di restauri di Vili e IX secolo furono osservati da Ashby e Van Deman e definiti semplicemente «tardi» ο «molto tardi» (T. Ashby, The Aque ducts cit., p. 310-314; E. Van Deman, The Building cit., p. 346, 351, 355. Quilici ha as

segnato certi tratti dell'Alessandrino proprio al restauro di Adriano I (L. Quilici, Col

lana,

Roma, 1974, p. 55, 478-483). 39 Solo Fabretti afferma di aver visto resti dell'Alessandrino a nord di questo

punto : «Ultima Romam substructio huius aquaeductus in vinea chartusianorum» (R. Fabretti, De aquis et aquaeductibus veteris Romae, Roma, 1680, p. 4). Tali resti - dopo mai più visti - non avrebbero potuto essere relativi all'Alessandrino poiché la quota del piano del calpestio della vigna della Villa Certosa (la cui entrata è oggi in via Casilina 222) è molto più alta dello specus dell'Alessandrino in via degli Angeli. Una pianta di Gismondi, invece, mostra il percorso, ovviamente sotterraneo, del

l'Alessandrino che prosegue verso ovest

Roma-Frascati (T. Ashby e G. Lugli, La villa dei Flavi cristiani «Ad duas lauros» e il suburbano imperiale ad oriente di Roma, in Atti della Pontifìcia Accademia romana di archeologia, s. Ili, Memorie, 2, 1928, tav. XX). 40 L'unico riferimento testuale è nel manoscritto di Einsiedeln : «quae venit de Marsia» (vedi sopra). Questo comunque sembra essere piuttosto un generico rifer imento al territorio marsicano, presumibilmente ritenuto il luogo in cui si trovavano le sorgenti di tutti gli acquedotti. L'iscrizione di Caracalla a porta Tiburtina, che parl a di un restauro della Marcia e dell'aggiunta di un «fonte novo antoniniano», si può riferire solamente all'utilizzo di una nuova sorgente per la Marcia, non ad una sua diramazione (CIL, VI, 1245).

oltre via degli Angeli e attraversa la ferrovia

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Fig. 3 - Roma. Aqua Antoniniana (sinistra) e Acquedotto Alessandrino (destra) : perco

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

223

mente essa era semplicemente una diramazione

dell' Aqua Marcia, sarebbe

molto difficile spiegare la differenza dei livelli : nel punto di diramazione

più probabile, infatti, lo specus della Marcia si trova a una quota di m 60 s.l.m. La quota dello specus dell''Antoniniana presso via della Circonval lazioneAppia è di molto inferiore, è cioè di m 41,76. Un tale dislivello avrebbe comportato un complesso sistema di gradini di discesa, che non sono stati trovati. Se invece l'Alessandrino avesse continuato ad ovest, a

ttraversando

a,si sarebbe creata una pendenza regolare e graduale : la quota nell'ult imotratto dell'Alessandrino a noi noto è di m 46. Naturalmente una tale supposizione rimane a livello del tutto ipoteti co.Se suggerissimo l'ipotesi che questo «nuovo» acquedotto rappresentato dal cosiddetto Alessandrino e dalla Antoniniana, sia di fatto Y«Aqua Antonin iana·» dei Cataloghi regionali, costruita interamente da Caracalla per le sue nuove terme, diverrebbe necessario proporre una nuova identificazio neper Y«Aqua Alexandrìana» riportata dagli stessi Cataloghi regionali così come dagli Scriptores Historiae Augustae4i. Questa non è mai stata localiz zatatopograficamente da nessuna fonte antica, e fu identificata solo da Fa- bretti con l'acquedotto che oggi vediamo42. Poiché sappiamo che Alessan droSevero costruì il ninfeo conosciuto come i Trofei di Mario, che era al imentato da una diramazione della Claudia ο Anio Novus (LTUR III :

351-2), diviene chiaro che tale ramo, di cui rimangono consistenti resti in piazza G. Pepe vicino alla stazione Termini, sia da identificare con Y«Aqua Alexandriana» delle fonti. Seppure siamo ancora nel campo delle supposizioni, in questo modo si risolverebbe questo duplice problema : la mancanza di resti di entrambi gli acquedotti ad est ο ad ovest degli ultimi tratti conosciuti, e il fatto che le fonti altomedievali al momento sembrano chiamare i due acquedotti con un unico nome. Nessun'altra ipotesi è stata avanzata per spiegare tale que- sito.

la Marcia e la Claudia prima di congiungersi con YAntoninian

Conclusioni

Per finire, una delle questioni sollevate dall'individuazione di intervent ialtomedievali sugli acquedotti è a che cosa potesse servire tutta quest'ac qua.Se consideriamo che i vasti complessi termali imperiali, la principale

41 R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico cit., I, 1940, p. 154, 185; SHA, Alexander, XXV, 3. 42 R. Fabretti, De aquis cit. D'altra parte la sua identificazione non è stata da tut-

224

ROBERT COATES-STEPHENS

ragione d'essere degli acquedotti, non erano più in uso, e che il numero della popolazione, in base ai consueti calcoli, era solo una frazione di quel lod'età imperiale, dovremmo immaginare una disponibilità di un'immensa quantità «pro capite» di acqua corrente - di molto maggiore che nel passat o.Varie possibili risposte si affacciano alla mente. Per prima cosa che, no

nostante

entro i condotti fosse irregolare ο appena apprezzabile. 0, ancora, è possi bileche fino ad oggi siano stati sottovalutati gli impianti idrici di cui Roma disponeva nell'alto medioevo. Noi già conosciamo i complessi termali nei palazzi papali e perfino in alcune basiliche. Sarebbe forse quindi ipotizza- bile che ogni diaconia della città, ed anche le case più ricche dell'aristocraz ia,disponessero di tali servizi? Un'ultima possibilità è che la popolazione totale della città fosse di un numero molto maggiore di quello che si immag ina- e dunque tale da usufruire essa stessa di questo vasto rifornimento

d'acqua per dissetarsi, per lavare, per le latrine e i mulini. È chiaro che tale approvvigionamento idrico, che interessa un'area alquanto al di fuori del l'ansa del Tevere, insieme con gli interventi di restauro sulle mura aurelia- ne, difese da una guarnigione, rivelano un estendersi dell'abitato in ogni parte della città antica e un numero di abitanti maggiore di quello normal mentepostulato. E l'opera di manutenzione delle infrastnitture urbane, at

i poderosi contrafforti delle arcuazioni, il rifornimento d'acqua

testata

dai resti archeologici, significa quindi continuità non solo dei mo

numenti

in se stessi, ma anche della tecnologia, della manodopera e delle

risorse finanziarie di Roma altomedievale.

Robert Coates-Stephens

Margherita Cecchelli. - Mi sembra che Lei ha parlato degli interventi di Grego- rio III. Purtroppo i blocchi semilunati della cripta semianulare di S. Crisogono sono in un'opera listata sostanzialmente brutta, ma del tutto simile a molte della tarda an tichità. Per il resto Gregorio III ha lavorato molto, ma non si ha niente. Poi, per i suoi paramenti, suggerirei di guardare murature come quelle di S. Gregorio in Cam poMarzio, S. Prisca, S. Stefano degli Abissini, dove c'è da fare tutto un lavoro di

ti universalmente accettata, vedi J. Parker, The Archaeology of Rome. V. The Aque ducts, Oxford, 1876, p. 87 s.; J. Merriman, The Empress Helena and the Aqua Augu- stea, in Archeologia classica, 29, 1977, p. 436-446. ducts, Oxford, 1876, p. 87 s.; J. Merriman, The Empress Helena and the Aqua Augu- stea, in Archeologia classica, 29, 1977, p. 436-446.

LE RICOSTRUZIONI ALTOMEDIEVALI DELLE MURA AURELIANE

225

lettura di fasi; poi ancora, per l'opera listata con blocchetti piuttosto grandi, ma tut tosommato abbastanza regolare, Le ricordo ad esempio che quando alcuni anni fa è scoppiata una bomba a S. Giorgio al Velabro la facciata si è scrostata e sulle impal cature allestite per il restauro, si poteva vedere un intervento simile, forse di Grego- rio IV ο medievale. Robert Coates-Stephens. - L'architetto Porzio crede che siano molto tarde, for sedel 1800. Margherita Cecchelli. - Alcune cose sono sicuramente false altre credo di no. Lì Gregorio IV avrebbe costruito in mattoni. Sono tutte cose dubbie, ma sono anche tutte murature che hanno una qualche affinità.