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Cipolletta, Patrizia, Emozioni e pratiche filosofiche. Elisabetta del Palatinato consulta” Cartesio
Milano-Udine, Mimesis, 2011, pp. 180, euro 16, ISBN
9788857505312 Recensione di Marco Storni – 03/08/2011 «Cartesio dov’è? Non mi az-zarderò a dirvi che c’è una
quantità innita di Cartesio
possibili; ma sapete meglio di me che se ne conta più di uno, tutti molto ben attestati […] e curiosamente diversi
l’uno dall’altro. La pluralità di
Cartesio plausibili è un fatto».
Le parole di Paul Valéry, poste da Patrizia Cipolletta
in esergo al primo capitolo del suo ultimo lavoro, ben
introducono l’immagine di Descartes che l’autrice si
propone di tracciare. È un Descartes dai tanti volti, con tratti oscuri e molte ombre (è Cartesio stesso a lasciar scritto in una memoria privata: «sul punto di salire su questa scena mondana, di
cui n qui fui spettatore, avanzo mascherato (
lar-vatus prodeo
)»). Lungi dal voler rendere al lettore
un affresco tradizionale del padre della modernità,
Cipolletta lavora ai margini della gura cartesiana:
non le importano tanto il
cogito
, il metodo, i trattati
scientici – quanto i vissuti, il sentire, le emozioni
del signor Descartes, «quegli aspetti della vita che egli [stesso] riteneva marginali» (p. 17). Tali as-petti, però, non possono certo esser ricavati dalle pur assai feconde pagine delle “opere maggiori”; la studiosa infatti ne segue le tracce in ben altra
sede, l’epistolario, e in particolare nello scambio di
lettere che Cartesio intrattenne con la principessa Elisabetta del Palatinato. Molto si è detto e scritto intorno alla relazione tra i due: come ricorda la stessa autrice si è parlato di «amore intellettuale o di amorosa amicizia, di amicizia intellettuale» ecc.; ma tale relazione «può trovare la sua giusta
dimensione come rapporto di consulenza loso
-
ca» (pp. 11-12). Il “consulente” Cartesio accoglie
immediatamente la «richiesta di aiuto di Elisabetta»
(p. 97) e con costei intraprende un lungo percorso, vero e proprio esempio – così almeno lo intende
l’autrice – di un losofare aperto e antidogmatico,
terapia dell’animo da un lato e, dall’altro, occasione di crescita e perfezionamento morale (per entrambi
i personaggi, s’intende). Ecco dunque il nocciolo dell’intero testo: ripercorrendo la folta corrispon-denza tra i due, Cipolletta mira a valutare il senso
e il ruolo della losoa al giorno d’oggi, la quale,
dal suddetto esempio secentesco, potrebbe – e do-vrebbe – trarre una preziosa lezione. Forse, ci dice l’autrice, proprio guardando (e in qualche modo “tornando”) al modello del rapporto “consultivo” tra la principessa del Palatinato e Descartes sarà possibile garantire un futuro dignitoso alla vene-
randa attività del losofare, che non si trattenga ed
eserciti solamente tra le mura accademiche, ma si apra e dialoghi con gli uomini e il mondo. Nel primo capitolo, il quale verte in special modo
sulla gura di Cartesio e sui suoi «volti di Giano»,
la disamina di Cipolletta si fa strada inizialmente
tra le interpretazioni che della losoa cartesiana
e delle sue molte facce hanno dato autori dell’età
contemporanea, quali Husserl, Heidegger e Dama-
sio. Nell’opera husserliana possiamo rintracciare, dice l’autrice, un doppio Descartes: da un lato il
Descartes come presentato nelle
 Meditazioni carte-
siane e Discorsi parigini
, dall’altro il Descartes de
 La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale
. Le Meditazioni e i Discorsi fanno
mercoledì 4 gennaio 2012
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Marco Storni
 
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Cipolletta, Patrizia, Emozioni e pratiche filosofiche. Elisabetta del Palatinato “consulta” Cartesio
del losofo francese una sorta di “patriarca” della
fenomenologia, l’autore insomma che per primo, sperimentando l’epoché del dubbio, è riuscito a passare da un oggettivismo ingenuo a un soggetti-vismo trascendentale. Nel pensiero cartesiano (si ricordi ad esempio il procedere delle Meditationes
de Prima Philosophia) «si compie – scrive Husserl – una scissione nell’io, per la quale, al di sopra dell’io
spontaneamente interessato, si stabilisce l’io feno-
menologico come spettatore disinteressato» (p. 22).
Il pensiero del fenomenologo moravo va forse anche
a quella notte del 10 novembre 1619 trascorsa da
Descartes nel poêle, una piccola stanza riscaldata da una stufa di maiolica (episodio questo che nel corso
della trattazione l’autrice riprenderà più volte), du-
rante la quale il losofo francese ebbe tre sogni
consecutivi, di importanza decisiva per la scelta delle occupazioni e dei saperi cui si sarebbe dedi-cato per il resto della vita. Tale scelta dello chemin da seguire, lo ha poi condotto a pensare la mens come totalmente estranea al corpo (nella formu-lazione rigorosa della sua dottrina); l’attenzione per il corpus sarà però recuperata in altro luogo e situazione, quando cioè si passerà a considerare la semplice quotidianità, la normale esistenza, il “regno dei sensi”: è il piano questo che verrà te-matizzato nello scambio epistolare con Elisabetta.
Husserl, circa quindici anni più tardi, tornerà (nella
Crisi) sulla gura di Cartesio: non più qui solamente
lo scopritore della soggettività trascendentale, ma colui che ha commesso (dopo la sensazionale sco-perta) l’enorme errore di riconsegnare l’ego puro
al mondo esistente, cioè di sostanzializzare l’anima
dell’uomo. È una ricaduta nell’obiettivismo, che por-
ta Husserl ad affermare con decisione: «[Descartes]
si lasciò sfuggire quella grande scoperta che aveva
già tra le mani» (p. 25). Con ciò si prepara il terreno
a quelle che saranno le molto più severe obiezioni
heideggeriane: più duro nei confronti del losofo
di La Haye, Heidegger lo criticherà aspramente in tre diverse occasioni, costantemente denunciando
la colpa di cui quel pensatore si sarebbe macchiato.
Descartes ha confuso l’essere con l’ente, determinan-
done l’essenza nella calcolabilità (
 Essere e tempo
);
ha inoltre inaugurato la metasica del soggetto,
scindendo l’antica e platonica connessione di vero
e bene in nome dell’obiettivismo scientista (lezioni
del 1940-41 su
 Nietzsche
); da ultimo, la losoa e
la scienza cartesiane, introducendo la misurabilità
del corpo, hanno sancito la possibilità di dominio (anche tecnica) sul corpo stesso (
Seminari di Zol-
likon
). Cipolletta non concorda però pienamente con
le critiche heideggeriane e conclude l’esposizione di queste affermando: «[Heidegger] non si accorge che se è vero che Descartes ha delimitato il campo
di indagine, ha posto i limiti del conoscere, tuttavia
proprio perché è un iniziatore, ponendo i limiti,
salta dentro i conni posti per fare scienza, ma esce
da quei limiti prendendo in considerazione la vita pratica e la vita emozionale» (p. 35). Riguardo alla discussione intorno a Damasio e al suo ben noto
saggio
 L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cer-
vello umano
 si può ricordare come l’autrice mostri l’infondatezza di molte delle critiche da questi for-
mulate e anzi metta in luce ch’egli stesso (Damasio),
nei suoi presupposti metodologici e nella sua attività
di scienziato, più che critico e demolitore di Cartesio ne è addirittura discendente o nipote. La ricerca del
neurologo portoghese su emozioni e cervello resta
di grandissimo valore e signicato scientico; ma
vediamo comunque (e non possiamo negare) che, per altri versi, anche in Descartes si faccia avanti
l’idea dell’ineliminabilità delle passioni e delle emo-zioni: le quali però, invece di essere studiate dal lato
scientico-obiettivo (come in Damasio), divengono
oggetto di un sapere pratico, mai denitivo, che si ada interamente al bon sens della vita pratica
(buon senso o ragione che, come recita l’incipit del
 Discours de la Méthode
, «è tra le cose del mondo quella meglio distribuita»).
Patrizia Cipolletta comincia, a questo punto, un’ana-
lisi diretta e specica del sentire cartesiano, di no
-
tevole ampiezza e rigore, della quale in questa sede
parrebbe opportuno mettere in luce solo alcuni e limitati aspetti. Il pensiero di Descartes, lo si è
mercoledì 4 gennaio 2012
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