Sei sulla pagina 1di 14

Direttore Luca Beltrami Gadola

Numero 14 Anno II
13 aprile 2010

edizione stampabile

www.arcipelagomilano.org

Editoriale - L.B.G. - FUORISALONE, ECCO LA MILANO MIGLIORE Urbanistica - Pietro Cafiero - MILANO BRUTTA PER SEMPRE? MA CHI LHA DETTO? Architettura - Giovanna Franco Repellini - COMPLICARE IL COMPLICATO DISINCENTIVI PER LA CASA Arte - Rita P. Bramante - OGGETTI CHE PARLANO AL NOSTRO CUORE Lettera - Giovanni Zanchi - FUORISALONE E DESIGN. MILANO CITT APERTA Approfondimenti - Arturo Calaminici - POPOLO DELLA SINISTRA O DELLA FATICA DI SISIFO Citt - Mario De Gaspari - QUELLA DI PENATI UNA PROPOSTA DA PRENDERE SUL SERIO DallArcipelago - Giorgio Uberti - UNO SGUARDO NEI CIRCOLI DEL PD A TRE SETTIMANE DAL VOTO Societ - Giuseppe Ucciero - I MIGRANTI E LA RICCHEZZA DI MILANO Primo Piano - Oreste Pivetta - DA QUI AL SINDACO

Video ENNIO BRION: SALONE E FUORISALONE Musica GORAN BREGOVI Lullaby Il magazine offre come sempre le sue rubriche di attualit in ARTE & SPETTACOLI MUSICA a cura di Paolo Viola TEATRO a cura di Guendalina Murroni ARTE - a cura di Michele Santinoli CINEMA a cura di Simone Mancuso

Editoriale FUORISALONE, ECCO LA MILANO MIGLIORE L.B.G.


Ci stiamo avviando a fine mandato, gli ultimi 365 giorni del sindaco Moratti. Contrariamente a quello che la logica vorrebbe, sindaco e Giunta stanno dando il peggio di s. I problemi della citt sfumano allorizzonte e al proscenio solo le lotte aperte e sotterranee per la candidatura a sindaco. Gi pensano alla spartizione dei futuri posti in Giunta e ai nuovi equilibri allinterno del centro destra che non mette nemmeno in dubbio la sua vittoria. Da un certo punto di vista meglio cos, mentre litigano tra di loro almeno non fan danni alla citt: intanto Darsena, parcheggi sotterranei, decisioni di Ecopass, degrado di strade e marciapiedi, manutenzione di scuole e edifici pubblici, case a canone sociale e tutto il resto marcisce tranquillamente. Solo il vicesindaco De Corato non demorde e annuncia trionfante che avremo i primi campi nomadi in Italia monitorati con telecamera giorno e notte. Ottima cosa ma noi vorremmo la par condicio, vorremmo che ci fossero altrettante telecamere a monitorare le stanze del potere. Certo da oggi scopriremo se i Rom vanno in giro di giorno e di notte a rubare perch li vedremmo tornare nelle loro tane col sacco della refurtiva sulle spalle ma noi vorremmo anche assistere alle riunioni nelle quali si decide di regalare lacqua potabile a qualcuno, quando si tratta con le banche su come investire i soldi del Comune, quando si ricevono gli operatori immobiliari e si tratta con loro del futuro della citt, quando si decide dove far andare i mezzi pubblici per favorire chi, quando si decide a chi affidare incarichi di consulenza, a chi affidare progetti, chi scegliere per i consigli di amministrazione delle societ partecipate del Comune, insomma tutte quelle occasioni nella quali a un certo punto della discussione qualcuno alza la voce e dice: Voi avete avuto abbastanza, adesso tocca a noi!. Ecco ai milanesi questo genere di refurtiva interessa e pesa di pi di qualche portafogli, qualche gioiello di famiglia, qualche oggetto prezioso finito nel borsone di un ladro. Quando arriveranno le nostre telecamere? Per fortuna Milano ha ancora risorse e il Salone del mobile e in particolare il Fuorisalone sono la nostra primavera. Come dice Giovanni Zanchi in questo numero del nostro giornale, la grande occasione nella quale Milano d il meglio di s, loccasione nella quale giovani e meno giovani confrontano la loro creativit al di fuori delle regole spartitorie del potere cittadino: lascensore della cultura e dellintelligenza si rimette in moto per una settimana. Poco, poco tempo per lasciare tracce consistenti ma come sempre un segnale per chi lo volesse cogliere. Curiosa coincidenza lavvio del processo a uno dei pi famosi writer della citt che si difende difendendo insieme a s la libert dellarte. Tanto si detto, tanto si scritto su questa forma di espressione artistica e sul suo diritto di usare le facciate delle case o i convogli della metropolitana e dei treni come spazi personali. Come sempre una questione di equilibri ma anche qui queste appropriazioni di beni altrui sono proprio le peggiori dei nostri tempi? Come nel caso dei Rom e degli immigrati siamo allennesima manifestazione di un potere forte coi deboli e debole (spesso a pagamento) coi forti ma in particolare attento ai propri interessi.

Urbanistica MILANO BRUTTA PER SEMPRE? MA CHI LHA DETTO? Pietro Cafiero
Sapete qual la vera ricchezza di Milano? Paradossalmente, ma neanche troppo, la sua ricchezza nascosta nella sua bruttezza apparente. Se paragonata alle citt darte, Roma, Venezia, Firenze, per citare le pi ovvie, Milano una citt povera di monumenti, di chiese e di resti archeologici. Le sue case e i suoi palazzi non parlano di storia, non riecheggiano il Rinascimento, non rimandano a nomi illustri e a nobili casati. I palazzi di Milano esprimono il linguaggio della borghesia industriale e industriosa di fine ottocento. Le sue case di ringhiera parlano di classe operaia e contadini inurbati. Persino i suoi monumenti pi famosi sono pressoch dei falsi. La facciata del Duomo e le sue tante guglie di gotico hanno solo laspetto, poich sono state portate a termine alla fine dellOttocento. E il Castello Sforzesco, per come lo vediamo oggi, deve le sue sembianze al restauro un po disneyano dellarchitetto Luca Beltrami compiuto nel 1905. Va anche detto che il centro storico del capoluogo lombardo ha subito pesanti devastazioni durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Altri danni (a volte peggiori) sono stati fatti durante la ricostruzione. E dove non sono arrivate le bombe ci avevano gi pensato gli sventramenti degli anni trenta (del novecento) a stravolgere i pochi resti del tessuto medievale della vecchia Mediolanum. Penso alla demolizione del Bottonuto, alla parziale apertura della racchetta, al Quartiere degli Affari e a tutte quelle altre operazioni figlie e ispiratrici al tempo stesso del piano Albertini. Per equit bisogna riconoscere che nello stesso periodo Milano ha vissuto forse il periodo pi felice degli ultimi cento anni dal punto di vista della storia dellarchitettura. Larchitettura del ventennio fascista soprattutto a Milano costituisce un corpus significativo, non solo per numero, ma anche per qualit e riconoscibilit di linguaggio. Un linguaggio dai cromosomi ben definiti, che si esprime attraverso la costruzione di palazzi in cui neoclassicismo e razionalismo vengono sapientemente mescolati e declinati ecletticamente da bravi e al pi sconosciuti professionisti, che mettono in opera attraverso la pietra e il cemento le esigenze di rappresentanza della loro committenza: la borghesia milanese. La tripartizione della facciata (zoccolo in pietra, corpo centrale e

coronamento) diventa una cifra stilistica imprescindibile. Il tema dellangolo viene risolto nei modi pi diversi e fantasiosi. Il motto simmetria sbaglia mia diventa importante quanto gli insegnamenti tecnici del Regio Politecnico. Per semplificare possiamo dire che ci che viene realizzato a Milano tra le due guerre, (case popolari e palazzi borghesi) ha una sua dignit. La ricostruzione postbellica, i fenomeni migratori degli anni 60 -le famigerate coree- generano un incremento del tessuto edilizio privo di alcuna qualit. Salvo rare e preclare eccezioni, difficile parlare di architettura per quello che viene costruito a Milano in quel periodo. Quasi tutto ci che si trova tra i confini comunali e la circonvallazione costituisce un informe coacervo di mattoni, cemento, ferro e vetro. Ecco, in questo magma ribollente di pezzi diversi di citt (sommatorie scalene di periferie ed ex Corpi Santi), drogati da unoverdose di brutti palazzi e casermoni geometreschi brulicanti di varia umanit (e fin qui niente di male), sorti senza criterio (e questo un danno), se non quello del massimo sfruttamento dei suoli, ri-

siede la ricchezza nascosta (in realt ben in mostra) di Milano. Ricchezza intesa come opportunit. Opportunit di adattarsi, potenzialit di adeguarsi in modo repentino ai cambiamenti della societ contemporanea. Detto banalmente: un tessuto edilizio brutto e privo di significato pu essere demolito senza rimpianto, per costruire nuove architetture e nuovi tessuti pi confacenti ai bisogni attuali. Non ci sono monumenti da rispettare o contesti di cui tenere conto. Non essere una citt darte rende Milano pi incline alle trasformazioni urbane e quindi pi dinamica e capace di adattarsi almeno in teoria ai mutamenti/mutazioni della societ. Il rovescio della medaglia, ma pure una possibile spiegazione, risiede nellattitudine dei milanesi a non sentirsi legati a nulla, n vincoli, n richiami culturali anche perch sempre pi difficile decifrare i tratti della milanesit originaria nei fatti urbani di Milano. La disinvoltura un po incosciente con cui i milanesi affrontano le trasformazioni comunemente considerata mancanza di sensibilit, di cultura, di senso della storia, ma anche sintomo di una vitalit, di unenergia

attiva, capace di sorprendere e di sopravvivere alle congiunture pi negative. C un ottimismo di fondo geneticamente radicato, magari un po velleitario, ma sempre propulsivo e positivo. Misurabile empiricamente dal numero delle gru che punteggiano lo skyline meneghino. I grandi progetti di trasformazione in atto possono essere letti come mere operazioni speculative, ma sarebbe estremamente superficiale e tipico di una certa intellighenzia limitarsi alla critica sterile e donchisciottesca. Bisogna avere il coraggio di ammettere che questi progetti rappresentano, oltre al vile denaro che li muove, una risposta se pur parziale ai temi di cui solitamente discutiamo. Basta saper leggere tra le righe e avere la voglia di interpretare positivamente certi segnali. Rimangono poi mille questioni aperte. Il costo degli alloggi, la qualit dei servizi, etc.Ma il tessuto stesso (edilizio e sociale) del capoluogo lombardo contiene in s gi molte delle risposte a questi problemi. Basta saper cercare. Milano sta cambiando. Evitiamo di rimanere noi ottusamente indietro.

Architettura COMPLICARE IL COMPLICATO. DISINCENTIVI PER LA CASA Giovanna Franco Repellini


E in arrivo una semplificazione delliter burocratico delle autorizzazioni edilizie, in particolare un provvedimento che riguarda labolizione della DIA (Denuncia di Inizio Attivit) in una serie di casi, in particolare per le opere interne alle singole unit immobiliari, ovvero per i lavori di ristrutturazione della casa, prassi nota e utilizzata da buona parte degli italiani. Quando ho iniziato la professione allinizio degli anni Ottanta era il momento in cui stava partendo il boom delle ristrutturazioni. Cera allora un iter burocratico molto vago che richiedeva unautorizzazione esplicita: le pratiche erano lunghissime. Naturalmente tutti procedevano lo stesso, il che comportava controlli dei cantieri con conseguenti accordi sottobanco anche nel caso in cui non ci fosse nulla di illegale. La prima procedura di silenzio assenso dopo trenta giorni prese il nome di articolo 26 e si riferiva a una legge del 1985 che obbligava chiunque intendesse compiere opere interne a fabbricati una relazione a firma di un professionista abilitato. Successivamente si chiam D.I.A. ed tuttora in uso. Per chi non sa queste cose, la DIA quindi la pratica autorizzativa per cui dopo la consegna di un modulo contenente tutti gli elementi normativi relativi allimmobile e i disegni di progetto, si aspettano trenta giorni per dare linizio lavori, cui seguono i lavori effettivi e la fine lavori con laggiornamento catastale quando necessario. Oggi si propone di eliminarla liberalizzando le procedure, giusto? Porter un vantaggio ai cittadini? E soprattutto porter un incremento del lavoro? Io penso esattamente il contrario per una serie di motivi che provo a elencare. Motivi strutturali. Si dice che la DIA potr essere eliminata nel caso in cui non siano presenti opere strutturali, ma non facile definire in una vecchia casa, magari con i solai in legno, cosa sia strutturale cosa no. Mi capitato ad esempio di trovare tavolati, pareti divisorie non portanti, la cui demolizione ha causato limbarcamento e anche distacchi dei pavimenti e dei soffitti dai piani superiori e inferiori, con causa civile conseguente. Complicazioni progettuali. I lavori di ristrutturazione possono, pur sembrando semplici in fase di progettazione, complicarsi durante lesecuzione per diversi motivi, ad esempio: le strutture murarie esistenti, per difetti di origine occulti o a causa di passate ristrutturazioni senza controllo, si rivelano inadeguate. Inoltre spesso durante i lavori sopravvengono nuove esigenze da parte dei proprietari che richiedono maggiori opere, perch si desidera realizzare molto di pi di quanto si pensasse in partenza. Che si fa? Si presenta la Dia per sopravvenute opere strutturali? Dubito molto. Problemi igienici. Oggi il tecnico garantisce che i lavori siano eseguiti a norma e secondo le prescrizioni comunali. E vero che alcune norme sono antiquate, ma eliminando la DIA salterebbero tutte: sicuramente lantibagno ( un impiccio, perch farlo?) Dunque perch no il water in camera? (lho visto, abusivo ovviamente). Va bene

il bagno che affaccia in cucina? Che ne dire dei rapporti aereo illuminanti, ovvero quel rapporto preciso tre la dimensione della stanza e la dimensione della finestra? Saltano anche loro. E le altezze minime obbligatorie? Buona parte dei regolamenti edilizi sarebbero totalmente da rivedere, ci vorranno anni e nel frattempo? Ci saranno di nuovo i controllori per vedere se si conformi al regolamento? Torniamo agli accordi sottobanco? Accatastamento. Arrivati alla fine del cantiere si presenta il problema della dichiarazione di fine lavori e dellaccatastamento relativo. Immagino che eliminare la DIA comporti anche eliminare laccatastamento finale dellappartamento variato. Se le opere interne sono un fatto privato, al catasto devono essere riportati solo muri perimetrali di confine che definiscono la propriet (le case nuove non hanno muri portanti). Quindi in caso

di compravendite non sar pi necessario allegare una planimetria esatta di cosa si compra e si vende. Non mi sembra una grande idea e intravedo possibili brogli e cause conseguenti. Mercato del lavoro. Si dice che lo sveltimento delle pratiche aumenti il mercato del lavoro. Verissimo. Spesso le procedure sono tremendamente faragginose, ma in questo caso ritengo invece che il lavoro diminuisca perch si taglia quella buona organizzazione, coordinata quasi sempre da un architetto o un geometra, che fornisce un servizio che comprende propriet, artigiani, fornitori, professionisti spinti spesso a trovare soluzioni originali e innovative che hanno reso famosi gli interni italiani sulle riviste nazionali e internazionali. Si pu dire che ognuno libero comunque di chiamare larchitetto, ma siamo nel paese in cui la professionalit sottostimata, togliere la testa pensante non favorisce nessuno. Il

professionista non un idiota pleonastico ma spesso una persona che trova buone soluzioni e le coordina con esperienza. LImpresa che esegue i lavori, inoltre, completamente fuori controllo, visto che non si richiede pi alcun documento certificativo della sua attivit, non fornir alcuna garanzia di competenza. Conclusione: meglio non proporre finte semplificazioni che complicano le cose semplici. Facciamo invece una semplificazione vera per le opere interne: togliamo i trenta giorni di attesa e la comunicazione dinizio lavori. Si consegna la Dia e si comincia. Si consegnano tutti i documenti necessari, lAmministrazione mantiene il controllo, non fiorisce il nero, c chi garantisce che le opere siano realizzate con criterio, le pratiche annesse e connesse non dovranno essere reimpostate e tutto sar fatto alla luce del sole.

Arte OGGETTI CHE PARLANO AL NOSTRO CUORE Rita P. Bramante


Nuovo miracolo in Triennale per il terzo atto dellappuntamento Design Museum, giunto alla sua terza edizione: pi di ottocento oggetti che testimoniano una straordinaria ricchezza merceologica e produttiva del made in Italy. E un titolo evocativo, Quali oggetti siamo, per una rappresentazione che implica una narrazione, che chiama in causa la sfera affettiva dei nostri rapporti con le cose. Accostati con la malizia del mercante che espone, con un continuo cambio di scala, gli oggetti quelli molto noti, vere e proprie icone create da grandi maestri, ma anche assolutamente non noti, opera di creatori del tutto anonimi - ci investono di allegria, perch loperosit genera allegria e parla al cuore di collezionista che c dentro ognuno di noi. E come se entrassimo in una grande officina di industriosi artigiani, in un grande cantiere di gnomi operosi, come Piero Campolesi, storico della cultura materiale, definisce lItalia. Gli oggetti non sono in s, ma fanno parte del loro racconto spiega Alessandro Mendini, il curatore scientifico della mostra e la sfida stata quella di raccogliere in pochi mesi cose che sono storie, non tanto legate allinnovazione, ma alla verit di chi lavora, cose legate alla vita in quanto romanzo, emotivit, memoria, relazione umana. Per ognuno di noi il nostro mondo ravvicinato di cose una specie di micromuseo, con cui entriamo in risonanza quotidianamente e che parla di noi e a noi; putroppo da un momento allaltro il nostro micromuseo pu sbriciolarsi drammaticamente davanti ai nostri occhi, come nel caso della scatola di Tommaso, dove un giovane dellAquila ha riposto le macerie della propria casa distrutta dal terremoto, in modo da poterla tenere sempre con s. Il percorso ci svela uno scenario oggettuale colorato e quasi disorientante, che fluisce sotto il nostro sguardo per quello che stato e che , senza retorica e sentimentalismi: il David di Michelangelo in gesso, uscito da una rinomata gipsoteca di Pietrasanta, che lavora anche per Botero; gli strumenti musicali della Montessori dei primissimi anni del Novecento; le campane della famiglia Marinelli, che le produce da pi di mille anni in un piccolo centro in provincia di Isernia. E ancora la maniglia in ottone Libertas creata nel 1932 da Marcello Piacentini per il Palazzo di Giustizia e realizzata da Olivari, azienda che ha iniziato la sua attivit a Borgomanero agli inizi del Novecento; il primo prototipo della moka Bialetti del 1933; la mitica lettera 22 macchina per scrivere della Olivetti premiata con il compasso doro nel 1954, compagna di lavoro preferita di Indro Montanelli, che compare sulle sue

-4-

gambe anche nella scultura dei Giardini Pubblici di via Palestro. Il cubo nero Black Brionvega, televisore ideato nel 1969 da Marco Zanuso e il

prototipo colorato di ferro da stiro per Girmi, pure del 1969. E lelenco potrebbe ancora continuare: ogni visitatore uscir dalla mostra

con in mente un proprio elenco degli oggetti che pi lhanno colpito in un tour tra cose che incarnano la nostra storia.

Lettera FUORISALONE E DESIGN. MILANO CITT APERTA Giovanni Zanchi


Sono due le occasioni nelle quali Milano sogna di essere grande: la settimana della moda e la settimana del design. Ci che queste due settimane hanno in comune lessere da anni il fiore allocchiello dellamministrazione comunale, per il resto sono due eventi profondamente diversi fra loro. Entrambe sembrano rispecchiare le due anime della citt: una ricca ed esclusiva, laltra aperta e coinvolgente. Se il grande circo della moda non portasse con s un incredibile incremento del traffico e di belle ragazze che sfilano sui nostri marciapiedi, un normale cittadino difficilmente riuscirebbe a percepire unatmosfera diversa dagli altri giorni. La Moda, in un certo senso, non fa che dar credito alla cattiva fama di Milano: la citt nei giorni delle sfilate non offre ai cittadini la possibilit di sentirsi parte attiva di questo grande evento, cos importante per le casse del Comune. Tutte le iniziative della fashion week hanno come destinatario un pubblico ben preciso, esclusivo, ricco. In questoccasione la citt si dedica completamente ai VIP che possono indossare i capi firmati dai grandi stilisti, raccogliendosi attorno ai pochi, lasciando fuori i molti. Il cittadino non invitato a partecipare. Laspetto migliore delles-sere una delle capitali del fashion laumento dellofferta di lavori ben pagati: la settimana della Moda diventa per i giovani milanesi una sorta di gallina dalle uova doro, portando con s lopportunit di diventare pony express, driver, o maschere per lintera durata dellevento. Sono lavoretti a breve scadenza, ma sono tanti i ragazzi che approfittano di quei giorni per racimolare qualche risparmio. Nei giorni del Fuorisalone e del Salone del Mobile (questanno dal 13 aprile il Fuorisalone e dal 14 il Salone fino a luned 19) emerge una Milano completamente diversa. La citt viene scossa dalle centinaia di eventi organizzati su tutta la sua superficie: dallesposizione a Rho-Fiera (pi di 300000 visitatori nel 2009) alla zona Tortona, a Brera, passando per i Navigli, piazza Ventiquattro Maggio, fino a Lambrate. Per le strade, ogni anno, si riversano centinaia di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, la citt si offre a chiunque la voglia scoprire e si apre a chiunque la voglia arricchire. Luoghi chiusi al pubblico durante lanno diventano location perfette per ospitare esposizioni e aperitivi low-cost aperti a tutti, senza che sia necessario alcun invito. I giovani hanno la possibilit di vivere la propria citt in modo differente, come se non si trovassero nello stesso posto di sempre. Quando Milano ospita questevento, si ha la sensazione che ci venga mostrato ci che la citt potrebbe essere: una citt aperta, stravagante, senza pregiudizi, libera. La settimana del design , oltretutto, unimportante occasione per molti studenti: grazie a iniziative come Thats Design (evento di Fuorisalone che ospita le pi importanti scuole internazionali di design) i ragazzi hanno la possibilit di mettersi in gioco e di esporre i propri progetti in uno spazio a loro dedicato. Da ricordare anche i giovani fotografi arruolati da Fuorisalone.it che dispongono del sito internet per mostrare la settimana del design vista dalla loro prospettiva. Sono lavori non pagati dai quali, per, possono nascere serie opportunit professionali per il futuro, una merce sempre pi rara che in pochi sono disposti a offrire. In questa bella atmosfera di cooperazione generale si segnala un unico neo, che ci riporta alla mentalit un po ottusa e provinciale della Milano del resto dellanno. A riconsegnarci alla realt di tutti i giorni la decisione del Politecnico di Milano di non sospendere le lezioni per gli studenti di design durante questa settimana, privandoli cos di una grande occasione di arricchimento del proprio bagaglio culturale e professionale. La curiosit che il Politecnico collabora con alcune iniziative del Fuorisalone. Oltre al danno anche la beffa.

Approfondimenti POPOLO DELLA SINISTRA O DELLA FATICA DI SISIFO Arturo Calaminici


Unaltra caduta. Dolorosa. Rovinosa. Pi di altre. Speravamo che il vento cambiasse. Si diceva che stava cambiando. Ora il centro-destra pi ricompattato e noi pi divisi. Dobbiamo riprendere il sasso pesante dal fondo, faticosamente. Ma pi di prima, ora temiamo che arrivati in cima ci torni a rotolare in basso, in fondo. Diffidiamo di quelli che ci vogliono consolare, non vogliamo essere consolati. Se ci riusciamo, guardiamo

ancora in faccia le cose. La sinistra, alla nostra sinistra, non esiste pi: macerie, inerti, polverose. Attorno, diventata enorme larea dello sconforto, della sfiducia, della rassegnazione. Siamo meno e pi soli. La nostra classe dirigente incapace. Il Partito, conservatore, autoreferenziale. Qualcuno dice essere solo un Comitato elettorale. Io non credo. Lo sbando di questo paese tremendo. LItalia precipita, e noi non ce la facciamo. Forse non abbiamo cuore, n testa, nemmeno muscoli per tentare limpresa di alzare largine necessario. Idee e cuore. Per capire, per fare. Non bastano buon senso, alla giornata, pragmatismo spicciolo. A una grande idea, che ha plasmato il mondo, ed anche noi stessi purtroppo, occorre contrapporre altre diverse grandi idee. Al liberismo, mercatismo, mondializzazione delleconomia, pensiero unico, occorre contrapporre le nostre idee. Europa. Tutti i paesi dellEuropa, nel dopoguerra, sono cresciuti, hanno assicurato sviluppo e civilt con una precisa politica: tassazione forte e progressiva, politica dei redditi, welfare e pi diritti, sicurezza libert progresso emancipazione per tutti, a cerchi sempre pi larghi. Mai, nella storia, il mondo (almeno quello occidentale) aveva goduto di uguali livelli di benessere e, ripeto, di civilt. Mai. Si sono rotti gli argini, il fiume straripa, travolge le vecchie e ormai deboli difese. Apprestare nuovi argini? Non servirebbe. Occorre cambiare corso, approntare un nuovo letto. E cambiato il mondo. Dopo tre secoli, la pace di Westfalia non tiene pi. La globalizzazione ha travolto gli stati nazionali. Il Leviatano non fa pi paura. Le frontiere sono saltate, anche il mercato del lavoro e i conflitti sociali non maturano pi in ambito domestico. Leconomia italiana non pi italiana, e quella francese non pi francese, sono entrambe parte di uneconomia globale e apolide. So di forzare il concetto! Occorrono un nuovo patto, nuove idee, nuovi strumenti di regolazione del conflitto, non solo sociale e del

lavoro, anche del conflitto tra generazioni, anche tra chi ha e spreca e chi non ha e muore, anche quello che nasce dal modo di appropriarsi della natura. Grandi idee occorrono, idealtipiche, regolative, che presidino e orientino il nostro quotidiano. La prima idea si chiama Europa. Lo stato nazionale fa fatica (anche se non fosse in mano agli sciagurati!). La dimensione, la scala dei problemi va oltre, eccede i limiti dello stato nazionale. Lo stato mondiale ancora una chimera. LEuropa ha dimensione, massa critica, risorse, forza, cultura, sufficienti. Occorre da subito lEuropa per andare oltre lesistente, rapidamente. Il Federalismo che dobbiamo costruire, non questo meschino padano-secessionista, punitivo, egoista, che digrigna i denti verso i pi deboli. Il federalismo degli Stati Uniti dEuropa serve subito. Il nostro partito deve impegnarsi allo stremo per costruire un Partito Democratico dEuropa. Un partito unico, con le sue necessarie propaggini e articolazioni nazionali. Essere europeisti non nella chiacchiera, nella retorica che consuma unidea invece che realizzarla. Essere totalmente, coerentemente, intimamente europeisti. Il nostro corpo non pu avere solo qualche chiazza di epidermide europeista, ma, sottoposto ad anatomia, deve mostrare carne e sangue, cuore e cervello europeisti. Questa la prima idea. Certo, non possiamo portarla subito allincasso! Laltra, anche questa non propriamente cash, la revolte contro limperante economismo, ovvero egoismo predatorio pi consumismo pi feticismo delle merci. Tornare a Marx? Non proprio. Almeno non nella parte della metafisica della storia. Un ritorno sorvegliato al primo Marx, s. La tremenda alienazione che ci avviluppa quella di pensare e regolare i rapporti umani, tutti i rapporti, secondo il valore di scambio. Il valore duso deve tornare ad avere un suo spazio. La produzione deve essere indirizzata al soddisfacimento dei bisogni reali, degli uomini in carne e

ossa. Il mercato? Certo, uno strumento fondamentale. Ma e deve restare uno strumento, libero possibilmente e regolato. Se i nostri occhi vedono la catastrofe, allora dobbiamo dirlo: abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo. Che valorizzi la cultura, che stimoli la realizzazione alta di s, che promuova unopera di affinamento della formazione per godere di beni che le sole merci non possono garantire. Un solo passo ci separa dal delirio. E cos, non ce ne avvediamo? In Italia dieci milioni di persone vanno avanti, con pena, assumendo giorno dopo giorno farmaci psichiatrici. Si risponde psichiatrizzando la societ, elargendo farmaci a quelli che non ce la fanno, invece di aggiustare le relazioni tra gli umani, tra di noi. Altra idea. Volgiamo al positivo la globalizzazione (che sta seminando tanti disastri). Facciamo crescere lidea kantiana della solidariet di specie. E facciamo crescere lidea anche della solidariet interspecifica. Se non ci mettiamo ad affrontare i problemi con pazienza, a districare i nodi con dita di fanciullo, i problemi presto ci travolgeranno. Il nostro partito medicina o modo della sindrome anchesso? Noi vogliamo unaltra cosa? O no? O abbiamo paura di essere e di dichiararci diversi? Ma quello che la gente e il paese ci chiedono: di essere diversi. Di non aver paura n di esserlo n di mostrarlo. Naturalmente, senza stupide vanterie. Stiamo sul territorio e prendiamo i voti. No. Stiamo sul territorio, diamoci da fare, stiamo tra la gente, affrontiamo i problemi, difendendo beni pubblici e diritti delle persone, e i voti, che sono necessari, verranno. Amiamo le nostre citt! Non le amiamo abbastanza. Milano, la amiamo abbastanza? La stanno mettendo a ferro e cemento. Prevedono la costruzione nei prossimi anni di quaranta milioni di metri cubi. Perch? A vantaggio di chi? Per risolvere quali problemi? Nessuno che sappia rispondere a queste domande. Il problema, lo dicevamo, non infatti soddisfare i bisogni, ma

valorizzare il capitale e far crescere la rendita urbana. A Milano si costruito moltissimo in questi ultimi dieci anni, consumando una grande opportunit, quella delle grandi aree dismesse. Ormai ne restano poche, circa lottanta per cento andato. Quali problemi abbiamo risolto? Ci sono decine di migliaia di appartamenti disabitati e decine di migliaia di persone che hanno un assoluto bisogno della casa, ma domanda e offerta non si incontrano, non possono incontrarsi. Sono case che non sono fatte per chi ne ha bisogno, ma per il mercato. Non per questo mercato specifico, ma per il mercato punto e basta, il mercato generico, globale. Il Partito democratico ha risposto con i pannicelli caldi. Una serie, quattordici, di emendamenti (sui quali si aperta una trattativa con la maggioranza) che, quandanche fossero tutti

accolti, non ne cambierebbero la sostanza: questo un piano che potrebbe andare bene anche a Dubai. Milano non c, i milanesi neppure. Ci vorrebbe cuore. Si dice, sul PGT non trasciniamo nessuno. Che tristezza! Facciamo le cose per trascinare e prendere voti o facciamo le cose perch si devono fare, per difendere la citt, di oggi e di domani. Vi immaginate un padre che dica, se il figlio non vuole andare a scuola e non ne capisce limportanza: cosa vuoi fare? Ti piace il calcio? Allora lascia la scuola e tira calci al pallone! Occorre rovesciare il problema. Cosa facciamo per far capire limportanza di una battaglia, come ci organizziamo, da quale parte prendiamo i problemi per farli capire? Senza rinunciare. Oppure si dice: Noi siamo una forza di governo. Abbiamo fatto degli emendamenti, se

li accettano, votiamo a favore. Anche se gli emendamenti non mutano la sostanza, e la scelleratezza, del Piano? Si deve aprire una discussione vera. Da fare con coraggio. Deve cambiare lanima del nostro partito. Non abbiamo certo bisogno di tornare indietro. E un grande bene non essere armati di ideologie. Abbiamo gi dato. Non abbiamo bisogno del tlos n dello skopos, finalmente abbiamo capito che non c un significato nellorigine che ci guidi n un fine nella fine: dobbiamo sfangarcela noi, da soli. Anche per la politica arrivata la sua secolarizzazione. Restiamo perci sul terreno della democrazia. Ma non svuotiamola con un vano e cieco pragmatismo a la carte. Pensare e volere non sono peccato.

Citt QUELLA DI PENATI UNA PROPOSTA DA PRENDERE SUL SERIO Mario De Gaspari
La proposta fatta da Penati di impedire per un certo periodo, dieci anni, ledificabilit delle aree industriali dismesse va presa sul serio. chiaro che, essendo stata fatta nel contesto della campagna elettorale e per di pi durante un incontro con lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro, sconta una certa improvvisazione, ma comunque un elemento di novit nellapproccio al governo territoriale che merita una seria considerazione per alcune buone ragioni. Soprattutto ha il pregio di mettere assieme, e per il verso giusto, due aspetti, economia e governo del territorio, che sarebbe finalmente tempo di considerare due facce della stessa medaglia. I piani urbanistici, soprattutto nella sconsolante realt provinciale milanese, sono gi in realt un fatto economico rilevante, ma gli argomenti, le motivazioni e le ragioni della commistione sono del tutto sbagliate. Dalla normativa regionale alla casistica dei vari strumenti di pianificazione nella gran maggioranza dei comuni emerge infatti un pensiero unico: usare il suolo come volano per fronteggiare tutte le emergenze finanziarie (bilanci) e politiche (consenso) e, in definitiva, come banca, o pagatore di ultima istanza. Il suolo pu produrre ricchezza per tutti! Pensiero davvero profondo. In realt arricchisce pochi e impoverisce molti. Non un esempio di scambio perfetto, il paradigma dello scambio ineguale. Non elegante ricorrere allautocitazione, ma quante volte abbiamo sostenuto, anche sulle pagine di Arcipelago, che consentire e addirittura favorire la valorizzazione delle aree produttive non pu che accelerare la crisi delle aziende perch stimola appetiti speculativi anche laddove cera la cultura del lavoro? Perch devo rovinarmi la salute nelle trattative con le banche e con i sindacati, perch devo rischiare, ingegnarmi a innovare e cercare commesse in giro per il mondo quando ce ne sono tanti che se la spassano dopo aver chiuso bottega e costruito quattro orrendi palazzotti? Non questa la storia della INSSE? Non questa la storia di tante industrie tessili che forse, in assenza di uno sbocco immobiliare cos risolutivo ed economicamente vantaggioso, avrebbero potuto sopravvivere pi a lungo, magari rinnovando la linea dei prodotti, o migliorando la qualit dei tessuti, o cercando una nicchia di mercato temporanea in attesa di tempi migliori? Forse in nessun settore della vita pubblica come nel governo delle citt abbiamo dimostrato una cos disarmante incapacit di governo e di gestione dei problemi. Perch la vittoria finale di una tendenza dovrebbe essere assunta come prova dellinefficacia degli sforzi per rallentarne il progresso? () Ci che inefficace nellarrestare completamente una linea di sviluppo non per questo motivo completamente inefficace. Il ritmo del cambiamento spesso non ha minore importanza della direzione del cambiamento stesso, ma mentre

questultimo non dipende dalla nostra volont, il ritmo al quale permettiamo che il cambiamento abbia luogo pu dipendere da noi. Polanyi criticava cos leconomicismo ideologico che aveva dapprima favorito nei secoli la privatizzazione delle terre demaniali condannando alla miseria una gran massa di individui e pi tardi disarmato i governi di fronte alle devastazioni sociali della rivoluzione industriale. chiaro a tutti che la globalizzazione e le nuove regole della competizione internazionale disegneranno anche in Italia un paesaggio produttivo diverso, ma non irrilevante la gestione e il controllo di questo processo in s ineluttabile. Abbiamo ascoltato chi invocava un nuovo protezionismo, chi lembargo per i prodotti cinesi, chi se la prendeva con lEuropa che osteggiava la pizza cotta nel forno a legna, addirittura qualcuno ha auspicato lautarchia e il ritorno nellalveo, Dio, Patria e Famiglia! Ne abbiamo sentite tante in questi anni e intanto nelle nostre citt e nelle sedi legiferanti, giorno dopo giorno, si preparava il disastro. La proposta Penati, a prenderla sul serio, dunque tardiva quanto opportuna: le nostre citt non sono ancora del tutto devastate dalla spianifica-

zione e il nostro paese ha tenuto meglio di altri nella prima grande crisi del secolo. La buona resistenza economica dovuta proprio alla debolezza del settore immobiliare e alla ancor giovane finanziarizzazione del settore: sono stati proprio questi elementi, associati a una scarsa dipendenza delleconomia dal turismo, che ci ha tenuto un po al riparo dal forte apprezzamento delleuro, che ci hanno permesso di dire che lItalia ha retto meglio della Spagna. Oggi si parla, in maniera del tutto irresponsabile, di rilanciare leconomia attraverso le costruzioni, un piano casa da 50 miliardi, e di portare il turismo al 20 % del PIL. C sempre tempo per far danni e il peggio non mai morto. Non siamo n contro le costruzioni n contro il turismo, ma il peso di questi settori nella composizione totale del PIL non deve essere eccessivo proprio per non creare una pericolosa dipendenza. In altri termini non si possono rilanciare costruzioni e turismo a scapito dellindustria. Passata la campagna elettorale quasi certo che non si parler pi di blocco edificatorio sulle aree lasciate libere dalle industrie. gi partita la nuova campagna per Milano e non c motivo di pensare che sar diversa dalle altre, tanto

strepito, conformismo totale e sconfitta sicura. Sarebbe utile invece mettere in campo unidea di governo territoriale che sia un po meglio di quellinsieme tenebroso che abbiamo visto in questi anni: la concertazione della legge12, linsensatezza e il velleitarismo del PTG milanese, i regali fatti a Grossi, Zunino, Ligresti, lo stakanovismo delle banche a favore della speculazione immobiliare. Riprendiamo questa idea fuori dalla bagarre elettorale e ragioniamoci sopra seriamente. Costruiamo una proposta pulita, che guardi insieme al capitale economico (le aree) e sociale (lavoratori e imprenditori) della citt. probabile che bisogner distinguere tra gli avventurieri immobiliari e gli imprenditori onesti che prima di arrendersi le hanno tentate tutte. Forse dieci anni non sono poi tanti, per gli avventurieri, perch il vincolo edificatorio pu essere anche letto a rovescio. Chiudi tutto e dopo appena dieci anni potrai costruire. E nel frattempo puoi impegnare gli immobili, capitalizzare la rendita, finanziarizzare. C da discutere ripeto, ma qualcosa bisogna pur fare. Le aree industriali sono una risorsa, una ricchezza per la citt. Ma lo sono soprattutto finch rimangono tali.

DallArcipelago UNO SGUARDO NEI CIRCOLI DEL PD A TRE SETTIMANE DAL VOTO. Giorgio Uberti
Aprile. Insieme allinverno si conclusa anche la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale. Questo il momento delle analisi e dei bilanci. I Circoli del Partito Democratico hanno lentamente ripreso le proprie attivit con uno sguardo di speranza allanno in arrivo. Immediatamente mobilitato lintero Partito Metropolitano e tutti i suoi livelli nella comprensione di un dato pi sconfortante delle aspettative. Si sono infatti riunite, nei pochi giorni prima del ponte pasquale, assemblee, direzioni e segreterie per provare a interpretare quanto emerso a livello macroscopico. Molti iscritti si erano convinti che a seguito delle figuracce del Governo in campagna elettorale, in materia di giustizia e di raccolta firme, gli elettori non avrebbero avuto difficolt a scegliere per chi votare, invece Formigoni si avvia verso i suoi ventanni alla guida della Regione superando lo sfidante Penati di oltre un milione di voti. Il dato pi preoccupante si pu leggere nellastensionismo dilagante. Per Corrado Angione, portavoce del Circolo Fratelli Cervi: Lastensionismo il frutto diretto del Berlusconismo. La disaffezione per la politica provocata dalla sua condotta genera un processo dannoso per tutti gli schieramenti penalizzando il dato complessivo. Ci vorranno anni di lavoro perch il sistema politico possa recuperare credibilit.. In questi giorni sufficiente fare un giro tra i circoli della citt per capire cosa preoccupa maggiormente i militanti. Prima di tutto vi una forte condanna alle modalit con cui emersa la candidatura dello stesso Filippo Penati. Un tesserato del Circolo di Piazza Segesta confessa: I vertici del Partito dovrebbero ascoltare la voce dagli elettori ora in cui capi-

scono che non si vuole coinvolgerli nemmeno sulle scelte pi basilari. Un discorso che molti allargano anche e soprattutto alle elezioni comunali del 2011 e alle modalit con cui sar effettuata la scelta del candidato sindaco. Le militanti, invece, sono doppiamente sconfortate: su 22 Consiglieri eletti dal Partito Democratico nellintera regione, solo due siedono al Pirellone in rappresentanza del gentil sesso. E facile fare liste paritarie, - ci dice una militante del Circolo in Certosa - bisogna anche dare paritarie possibilit altrimenti il solito modo con cui i vertici indorano la pillola alla base.. Su Milano grava anche il peso della rappresentanza, infatti nella precedente legislatura regionale i referenti naturali del PD in citt erano Ardemia Oriani e Franco Mirabelli. Entrambi ricandidati, ora Oriani non riuscita a essere ri-

confermata quindi lunico consigliere rimasto in citt risulta essere Franco Mirabelli su cui grava il doppio del lavoro. Per avere un parere complessivo abbiamo chiesto un commento anche al portavoce dei Giovani Democratici in citt, Antonio Rinaldi: La fase di analisi del voto si appena conclusa, una fase nella quale buona parte dei Circoli ha analizzato il risultato seggio per seggio, per avere una proiezione pi vicina alla realt in vista delle Comunali del 2011. I Circoli sembrano aver capito che senza un programma forte non si pu vincere. Ormai la gente non vota solo per o contro una persona ma valuta il messaggio che gli arriva. Berlusconi sembra essere ancora in grado di lanciare un messaggio politico chiaro, dal nostro Partito evidentemente arriva troppa confusione. Dalla parte

dei giovani la voglia dinnovazione e cambiamento tanto. Proveremo a essere un interlocutore pi deciso in occasione delle Comunali del 2011. Per questo, come giovani di Milano prosegue entusiasta Rinaldi - guardiamo al risultato di Lecco, dove il Partito riuscito a far eleggere in Consiglio Comunale ben quattro under 30, superando di quasi otto punti il PDL rispetto alle Regionali!. Da questa settimana si riprende con il lavoro nei territori. 25 Aprile, Rinnovo del coordinamento cittadino, organizzazione della Festa Democratica, costituzione dei primi circoli dei Giovani Democratici in citt, primarie per la scelta del sindaco (speriamo) e campagna verso il 2011. La strada lunga e tra un anno ci sar tutto il tempo per fermarsi a riflettere.

Societ I MIGRANTI E LA RICCHEZZA DI MILANO Giuseppe Ucciero


Il richiamo alla Ricchezza delle Nazioni di Smith non mi convince come riferimento di un Racconto sulle Ricchezza di Milano: troppo lontana nel tempo, la Bibbia del Liberismo economico, e troppo inadeguata rispetto alla comprensione moderna della complessa relazione mercato - stato, per farne il punto di riferimento di una riflessione costruttiva sulla citt di Milano. Poich, comunque, il riferimento stato dato, lo assumer esplicitamente e come contrappunto polemico, per svolgere alcune considerazioni su cosa oggi , o non , la ricchezza di Milano. Intanto sgombriamo il campo di una visione per cos dire olistica, autosufficiente, di Milano, cos come, daltra parte, di qualsiasi citt o metropoli. La citt cresce e si afferma storicamente nel quadro di una relazione di separazione dominio con il contesto circostante, un tempo la campagna, oggi il territorio con le sue reti. Se un tempo la relazione era limitata al contesto locale pi vicino, regionale o al massimo nazionale, oggi, si dovrebbe riconoscere che la relazione di Milano con il mondo, con le mille periferie planetarie di cui metropoli, centrale, cio costitutiva della sua stessa esistenza. Milano come metropoli, come nodo di un sistema di produzione e di distribuzione della ricchezza globale. Possiamo pure cullarci nella visione di una Milano che crea da sola la propria ricchezza, che valore - denaro - case - merci siano solo lesito di unimprenditorialit diffusa, creativa e competitiva, ma le cose non stanno cos: le sue merci, i suoi servizi, il suo denaro, si situano in un sistema planetario, dove si produce, affluisce e viene inegualmente distribuito, il valore generato dagli operai vietnamiti, dai contadini sudamericani e dai minatori africani, oltre che sintende dai nostri bravi imprenditori e lavoratori. Con il valore e con la sua ineguale distribuzione, si spostano sempre pi anche le persone, i migranti, e su questo punto specifico vale la pena di parlare quando si affronta la Ricchezza di Milano. Nella nostra area metropolitana, dentro e fuori dai suoi confini ormai puramente formali, vivono centinaia di migliaia di extracomunitari migranti: donne, uomini, bambini, famiglie. Cosa fanno, qual la loro relazione con Milano e con la produzione della sua ricchezza? In poche parole, la arricchiscono o la depauperano? E, se volessimo elaborare un benchmarking di indicatori su cui misurare e valutare la capacit cittadina di produrre ricchezza, quale peso dovremmo attribuire ai migranti extracomunitari e assieme, senza alcuna possibilit di disgiungerla, alla politica pubblica di regolazione della loro presenza? Milano, come tutte le metropoli occidentali, attrae persone lontane che cercano una vita migliore e che sono disposte a pagare un altissimo prezzo per realizzare il proprio sogno, non solo abbandonando terra, famiglia, lingua e tradizioni, ma anche avvian-

dosi su di un percorso di cui conoscono gi il prezzo: sfruttamento, carenza di diritti, degrado abitativo e sociale. Un prezzo pesantissimo, che appare tuttavia a loro sostenibile se comparato con la disperazione che si lasciano alle spalle, e soprattutto con il traguardo atteso di una buona sistemazione finale, per s e soprattutto per i figli. Sono la rappresentazione e la condizione di vita proprie delle prime generazioni di migranti, a noi italiani ben note nelle nostre transizioni ottocentesche e novecentesche, francesi, americane, argentine, australiane, germaniche, belghe. Il migrante, anche quello che detiene un buon livello culturale, si adatta a quello che trova, non avendo altra scelta. Quello che trova sono le occupazioni, le mansioni, i luoghi, i compensi, lasciati sempre pi deserti dallevoluzione sociale e culturale dei milanesi, dal loro arricchimento. Provate a cercare unimpresa che si occupi di traslochi o di ristrutturazioni edilizie, provate a cercare personale di cucina o per le pulizie, provate a cercare operai per le mansioni pi dure e rischiose: l troverete pressoch unicamente gli extracomunitari migranti. Il migrante del 2010 il proletario milanese moderno, quando non letteralmente il sottoproletario. Dietro ogni banchiere, professionista, imprenditore, tecnico o funzionario, troverete una rete di funzioni sociali e produttive sostenuta esclusivamente dai migranti, al punto che la loro presenza presupposto essenziale per la stessa riproduzione sociale milanese. Cosa fanno questi lavoratori e imprenditori migranti? Creano valore, o creano le condizioni sociali di generazione del valore. Cosa ne deriva loro: una porzione del tutto minoritaria del valore generato e appropriato dalla gigantesca macchina metropolitana milanese, accompagnata da un clima di crescente ostilit e disprezzo. Questa preziosa funzione sociale e produttiva assieme non stata finora accompagnata da un investimento pubblico forte e corrispondente al suo valore: si perlopi lasciato (il

laissez faire di Smith) che il mercato e il buon cuore facessero il loro distinto, ma correlato, mestiere. Si lasciato che il sociale si facesse carico, per come poteva farlo, del tema integrazione, e soprattutto si permesso che questa operazione avvenisse con pesi e conseguenze del tutto ineguali. Cosa importa del resto alle funzioni produttive e di servizio (banche, imprese, ristorazione..) se, fuori dallorario di lavoro, il migrante non trova di che vivere decorosamente e che, proprio per questo, debba sovrappopolare contesti periferici fatiscenti e aggiungere degrado al degrado esistente? E cosa importa che il disagio del migrante generi e moltiplichi il disagio dellitaliano residente? Nulla, assolutamente nulla, perch non tocca a loro, quali attori economici, loccuparsene. Ma il gioco truccato: a me, soggetto economico, i benefici di prestazioni a basso prezzo, a voi, soggetti sociali, migranti e italiani, sovraffollamento, degrado e competizione per servizi sempre meno diffusi. In mezzo una pubblica amministrazione che accetta e anzi spinge ideologicamente verso la separazione delleconomico dal sociale. Una separazione che avviene sotto le mentite spoglie del valore salvifico del mercato, e viene santificato dalle ideologie leghiste e liberiste. Questa visione negli ultimi anni ha deturpato la citt, ne mortifica tuttora le energie, avvilendo le persone e i luoghi, promuovendo il permanere e laggravarsi del disagio sociale, generando infine le condizioni strutturali per una profonda crisi didentit tra strati vecchi e nuovi della citt metropolitana. Qui il paradigma liberista, la Smith, dichiara senza veli tutta la sua irrazionalit di fondo, lincapacit di rappresentare e fornire soluzioni alle contraddizioni della realt: chi crea ricchezza non ne riceve che una misera quota, la penosa divaricazione delle posizioni occupate nella societ dai diversi soggetti che la compongono genera le basi per una crisi so-

ciale e culturale grave e strutturale. A sua volta, la crisi sociale, corrodendo il contratto sociale, potr mettere in discussione lo stesso processo di creazione della Ricchezza. Milano, ha gi vissuto tempi di stridente crisi sociale e immigrazione (anni 50 e 60), ma in contesti socio politici diversi: tempi di acceso riformismo sociale e di migrazioni interne di masse comunque sostenute dai diritti soggettivi loro derivanti dallappartenenza alla comunit nazionale. La sua Ricchezza allora fu costruita al tempo stesso dagli immigrati meridionali e da politiche di sostegno sociale (si pensi alledilizia pubblica e al servizio sanitario nazionale). Il carattere della citt, per quanto sottoposto a fortissime tensioni, non fu quindi messo in discussione e con questo la sua coesione interna e la sua capacit di continuare a generare valore. Oggi, il clima culturale opposto e i migranti non hanno diritti di cittadinanza: queste sono le specifiche, cio delloggi e del come, componenti base di una miscela che domani potr essere esplosiva. In una visione che integra nel concetto di Ricchezza anche i valori immateriali, sia come valori godibili che come risorse generatrici di sviluppo, si dovrebbe allora riconoscere che Milano esprime un forte e urgente bisogno di unaggiornata cultura di governo del processo di migrazione. Ma attenzione non di una sfera per cos dire separata dellazione della Polis, ma di una riconsiderazione complessiva delle modalit con cui ridistribuire la sua Ricchezza nel sociale, e quindi anche verso il nuovo sociale. Una cultura di governo capace di comprendere quanto di specifico, ma al tempo stesso di comune, vi nei bisogni sociali, che un asilo, una casa, un contratto lavoro, un diritto, un vivere sereno, sono condizione comune di buona cittadinanza, e in quanto tali appartengono, come espressione della Ricchezza della Citt, a quanti vi abitano e vi lavorano, indipendentemente dalla loro nazionalit.

10

Primo Piano DA QUI AL SINDACO Oreste Pivetta


Appena letti i risultati ufficiali delle elezioni, il candidato del Pd in Lombardia, Penati, muovendosi tra tante rovine, ha cercato di intravvedere un filo dazzurro allorizzonte. Cos, come gli era capitato dopo le provinciali (quando venne scalzato da Podest), ha voluto rincuorarci mostrandoci il ridotto distacco tra destra e centrosinistra a Milano. Con la prudenza che tutti gli riconosciamo: non siamo ancora a Palazzo Marino, ma possiamo arrivarci, bisogna lavorare per tempo. Per tempo, appunto. Lo ha ripetuto un paio di giorni fa anche il capogruppo in consiglio comunale per il Pd, Pierfrancesco Majorino: fare presto e lavorare. Aggiungendo un passaggio assai importante: le primarie. E evidente che le primarie non rallentano proprio nulla. Limportante non organizzarle tirati per i capelli un mese prima del voto Le primarie non sono la medicina di una democrazia zoppa, ma sono unoccasione per ravvivare la discussione e linteresse attorno ai problemi della citt, muovendo chi ha a cuore i problemi della citt. Vorrei sentirmi daccordo con Penati, nellottimistica valutazione del voto. Lo sono quando ci spiega che serve un movimento civico che accenda i riflettori su Milano e che faccia emergere un grande progetto per la citt. Per ora manca tutto. Sono naturalmente daccordo con Majorino a proposito di urgenza e di primarie. Finora per, a ogni scadenza elettorale, con Formentini, da Formentini ad Albertini, da Albertini alla Moratti, mi pare che si siano seguite strade un po diverse, che si potrebbero riassumere nella disperata ricerca allultimo respiro del candidato deccellenza, estratto come il coniglio dal cappello del mago di turno, bocciato poi da qualcuno, indignato perch non era stato avvertito per tempo, per poi ripiegare su chi ci stava, spesso vittima sacrificale di una sconfitta annunciata. Non faccio nomi, ma sarebbe facile ricordarli. Anche quelli dei desaparecidos (malgrado le promesse di lungo impegno nelle battaglie comunali). Taccio di alleanze e progetti. Se si cerca il candidato di gran fama, di straordinaria caratura politica, di calorosissimo, intimo rapporto con la citt, pronto a presentar programmi suggestivi, telegenico, trascinatore deccelso carisma, esente da tangenti, escort e cose affini, insomma il supercandidato gi confezionato e possibilmente, magari, gi vittoriosamente votato, leletto per definizione, allora tanto vale rinunciare. Ma, avviandoci subito, cio subito, alla ricerca, immagino che sarebbe possibile fare in modo che apparissero alcuni competitori mediamente intelligenti, mediamente colti, mediamente dotati di parola, ciascuno con un piccolo programma (due o tre cose, non di pi) e con la disposizione a discuterlo, che sarebbe possibile proporli attraverso il varco delle primarie e infine accompagnare il prescelto nella campagna elettorale, aiutandolo nella riaffermazione di un progetto semplice semplice e condivisibile dal maggior numero possibile di forze o forzine politiche, di club e associazioni, di rappresentanze sindacali, due o tre impegni, che derivino da unidea o da un auspicio centrali: che la citt sia per i cittadini, per chi abita e per chi lavora, non solo un portafoglio gonfio per alcune categorie baciate dalla buona sorte e dal sindaco Moratti. Rivolgendosi a tutti nel segno dellapertura, facendo appello allintelligenza (chiss) di quanti si riconoscono sul fronte delloppo-sizione nei confronti di questa ventennale amministrazione albertinmorattiana. Bisognerebbe fare intendere e che i pi intendessero che cosa meglio e che cosa peggio e che alcune regole elementari della politica venissero rispettate: cogliendo lese-mpio della consultazione appena chiusa, i cosiddetti grillini della Val di Susa avrebbero dovuto capire che a proposito di alta velocit sarebbe stato meglio discutere con Mercedes Bresso piuttosto che con le brigate verdi di Cota. Impareranno. Riassumendo, mi pare daver sostenuto argomenti assai banali: che si faccia presto, che si discuta alla luce del sole, che si abbandonino i salottini pi o meno nobili, che si lascino le cene del luned agli ospiti di Arcore, che si rompa con il rituale tramestio interpartitico. Meglio le piazze, i banchetti, gli auditorium, le sezioni purch aperte. Poi, se volete un candidato, eccolo Non sono io. Arrischio: per me don Gino Rigoldi, uno delle persone migliori di Milano, una bella faccia, unintellettuale pronto a misurarsi con la concretezza del fare, conosce la citt come pochi, conosce il male della citt e sa pensare al bene, sa parlare, ha un carisma straordinario, vive con la gente, sa che cosa significa responsabilit. E un prete, un democratico. Potrebbe rappresentare la societ civile, quella buona. Non dovrebbe sventolare bandierine di partito. Immaginate don Gino sindaco di Milano, rinfrescare la tradizione di una comunit solidale che progredisce insieme, cancellando spartizioni di mafie e mafiette, ruberie di amici e parenti, regali di famiglia.

11

RUBRICHE
MUSICA
Questa rubrica curata da Paolo Viola rubriche@arcipelagomilano.org

La meglio giovent dEuropa


E molto amaro il compito di riferire dellatteso concerto che la European Union Youth Orchestra diretta da Vladimir Ashkenazy ha tenuto lo scorso 8 Aprile nella Sala Verdi del Conservatorio. Compito amaro per due ragioni: perch questa formazione - che ha oltre trentanni ma composta mediamente da poco pi che ventenni - nasce dalla generosa e colta intenzione di costruire lEuropa a partire dalla sua migliore giovent. E poi perch, come tutti sanno, Ashkenazy musicista straordinario e sopratutto stato un grandissimo pianista (come dimenticare i suoi concerti di Mozart...). Tuttavia non possiamo non dire che, nonostante il rituale visibilio del pubblico di queste occasioni ufficiali, il concerto di Milano (tappa di una tourne italo-svizzera molto impegnativa - 10 concerti in 13 giorni tutti in citt diverse) stato una grande delusione. Cominciamo dallorchestra: composta da ben 140 elementi provenienti da 27 paesi europei (cinque italiani fra cui un arpista, proprio cos, senza apostrofo) che ovviamente escono da scuole radicalmente diverse una dallaltra, hanno avuto troppo poco tempo di lavoro comune e riescono a stento a parlarsi lun laltro. In altre parole non riescono a formare unorchestra nel senso proprio della parola, cio a suonare insieme (non solo la medesima musica) fondendosi in un unico organismo. Il miracolo di mettere insieme tanti giovani musicisti assai diversi fra loro riesce a pochi maghi, come Abreu o Abbado, dotati di una capacit maieutica fuori del comune; e resta comunque buona norma mischiare ai giovani qualche professionista di grande esperienza che, dalle fila dellorchestra, collabori con il direttore aiutandolo a tenere insieme il tutto. Cos veniamo al grande Ashkenazy che da tempo ormai sentiamo poco come pianista e molto come direttore. Sappiamo che questo passaggio dallo strumento al podio spesso dovuto a problemi di salute o a difficolt fisiche, e dunque merita rispetto e comprensione; ma anche vero che tremendamente difficile fare bene una sola delle due cose, praticamente impossibile farle bene entrambi, anche se in tempi diversi e successivi (una vita intera basta a stento per raggiungere leccellenza!). Le eccezioni ovviamente sono sempre possibili, ma sfidiamo chiunque a sostenere che Salvatore Accardo o Andras Shiff - violinista luno e pianista laltro, entrambi di primaria grandezza - siano direttori dorchestra altrettanto plausibili. E Ashkenazy purtroppo non sembra fare eccezione. Piccolo di statura, i capelli candidi del settantenne, il viso sorridente e lo sguardo arguto, sul podio diventa di volta in volta un vivacissimo folletto (ricordate il Topolino che in Fantasia di Walt Disney dirige i secchi dacqua con la musica dellApprendista Stregone di Paul Dukas?), oppure un burlone come Till Eulenspiegel (di cui laltra sera descriveva le gesta con la musica di Richard Strauss), ma anche un trasognato poeta (nelle respighiane Fontane di Roma, gentile omaggio al paese che lo ospitava) o un accigliato affabulatore nel pezzo forte della serata (il bel poema sinfonico - o sinfonia Manfred del suo compatriota ?ajkowskij). Le intenzioni che trasparivano dai gesti e dalle espressioni di Ashkenazy - che non potevano non condividersi e anzi erano in perfetta assonanza con il pubblico - non trovavano per alcuna corrispondenza tra le file dellorchestra, dove i ragazzi sembravano tutti in audizione singola e facevano a gara per farsi sentire e far emergere la voce del proprio strumento; con il volume sempre eccessivo, un uso smodato dei forti e fortissimi (soprattutto degli ottoni e delle percussioni), un fraseggio sciatto sopratutto nella sezione degli archi, era evidente la difficolt del direttore a ottenere ci che intendeva e voleva, come se non possedesse i segreti del mestiere e gli mancasse la tecnica direttoriale (lo si intuiva, in parte, osservando mano e braccio sinistri usati quasi solo per voltare le pagine della partitura). Insomma, una serata con tante bandiere e sciarpe colorate ma senza alcuna maga, nonostante il programma fosse stato oculatamente scelto per una compagine non particolarmente robusta e collaudata: tutte musiche a programma, di semplice interpretazione, non molto note al grande pubblico, senza evidenti complicazioni esecutive. Cera da meravigliarsi, invece, che il sabato precedente ad Interlaken avessero eseguito la Nona Sinfonia di Beethoven, opportunamente non pi ripetuta nelle altre tappe della tourne; ma lOrchestra Europea, e noblesse oblige.

Post scriptum LAssociazione Amici di Edoardo (www.amicidiedoardo.org) ha organizzato un ciclo di quattro conferenze tenute dal professor Paolo Fenoglio su Musica tra pensiero e storia, di grandissimo interesse ed estremamente piacevoli. La prima - sul Periodo della Restaurazione e il sorgere del soggettivismo romantico (da Rossini a Schubert, da Schumann a Chopin) - si tenuta lo scorso 18 marzo. Segnaliamo le prossime tre ai nostri lettori per la loro straordinaria qualit: *gioved 15 aprile La delusione del 48, lora del pessimismo e il crepuscolo della tensione romantica: Wagner e Brahms * gioved 11 maggio Lorizzonte della poetica decadente: dal tramonto della Mitteleuropa nellopera di Mahler e Strauss al simbolismo nel linguaggio di Debussy * gioved 3 giugno Espressionismo, neoclassicismo e dodecafonia: lantitesi fra Schnberg e Strawinsky nel panorama delle avanguardie storiche Le conferenze si tengono dalle 17,30 alle 19,30 al teatro Filodrammatici, nella omonima via al numero 1; per i

biglietti ci si pu informare presso la sede della ONLUS, in viale Majno

19 a Milano, telefono 02.798544 o allindirizzo di posta elettronica in

fo@amicidiedoardo.org

TEATRO
Questa rubrica curata da Guendalina Murroni rubriche@arcipelagomilano.org

Lo spazio pubblico.
La settimana sar sicuramente fagocitata dalla miriade di eventi proposti dalla programmazione del Fuorisalone di questanno. Mostre, installazioni, performance e quantaltro dove tanti milanesi parteciperanno alla trasformazione dello spazio pubblico, o forse recupero dello spazio pubblico, dal 13 al 19 aprile. Con linizio di un caldo ancora non soffocante e lapertura verso il fuori, le strade, i locali, sar sicuramente difficile riempire i teatri. Forse appunto perch a Milano non si vede lora che il sole arrivi a scaldare un po il cemento, sarebbe unottima iniziativa quella di potenziare le performance dal vivo che gioverebbero di sicuro ai giovani teatranti assetati di zanzare. Gi a settembre, con gli itinerari nei parchi organizzati dal comune, i cittadini sono stati attratti verso gli spazi aperti con percorsi nel verde e performance teatrali. Sarebbe ora di portare alla massima potenza queste messe in scena allaperto per veramente trasformare lo spazio esterno in uno spazio pubblico, anche perch, come direbbe Hopper, lo spazio pubblico spesso diventa privato, non pi utilizzato per socializzare o creare contatti. Nonostante larietta brezzosa e stuzzicante del fuori abbia cominciato a solleticare i capelli di tutti, i teatri posso ancora confidare nelle allergie da polline e attendere, pazienti, le masse dai nasi rossi e starnutenti che affaticati dallo sforzo nasale, raggiungeranno lentrata della sala con il loro biglietto in mano. Sicuramente questa settimana lElfo Puccini ha una successione di spettacoli molto interessanti per poter competere col bel tempo. Continua il gi citato spettacolo di Joyce Carol Oates, Nel buio dellAmerica Dissonanze, ritratto di una famiglia piccolo borghese del New Jersey. Dal 13 al 25 aprile La Notte poco prima della Foresta, monologo di Bernard Marie Kolts con Claudio Santamaria e dal 15 aprile al 16 maggio andr in scena Shopping and Fucking del noto drammaturgo inglese Mark Ravenhill, tanto amato dal Teatro i. Da non dimenticare che a marzo ha nevicato, dunque oltre alle allergie, si pu anche sperare nel maltempo.

Cosa c da vedere in settimana:


Non oberiamoci di eventi, la sopraffazione da immagini potrebbe essere un rischio. Teniamo in agenda quelli essenziali e andiamo al parco a leggere. Continua lamato Danae che questa settimana ci offre Gold di Alexandra Bachzetsis, al LachesiLAB il 13 e 14 aprile e Effetto Larsen alle Colonne di San Lorenzo. Nel lago dei leoni, al Teatro Out Off, con la regia di Marco Isidori, spettacolo tratto dalle estasi di Maddalena de Pazzi, Santa Maria Maddalena ovvero Caterina Lucrezia.

13

Gallery

YOUTUBE ENNIO BRION, SALONE E FUORISALONE

http://www.youtube.com/user/arcipelagomilano#p/u

14