Sei sulla pagina 1di 3

Epoca giolittiana

La svolta liberale
Il liberalismo progressista di Zanardelli e Giolitti Secondo Zanardelli e Giolitti, che capeggiavano l'ala progressista del partito liberale, era possibile risolvere i conflitti sociali inserendo definitivamente i ceti subalterni nella vita politica nazionale e aprendo un periodo di riforme sociali. Il compromesso giolittiano Il cardine della politica di Giolitti rappresentato dal tentativo di conciliare gli interessi della borghesia industriale con quelli del proletariato urbano e agricolo. A tale scopo Giolitti tent di associare al governo Filippo Turati, il leader del socialismo riformista italiano, mantenne una rigorosa neutralit del governo in occasione degli scioperi dei lavoratori, var alcuni provvedimenti di legislazione sociale a tutela del lavoro delle donne e dei bambini, e sugli infortuni sul lavoro, l'invalidit e la vecchiaia. Nel settore dei lavori pubblici, che ebbero nuovo slancio con la ripresa economica, furono ammesse alle gare d'appalto le cooperative di lavoratori, quasi tutte socialiste e cattoliche. Le convergenze politiche tra Giolitti e i Socialisti L'attenzione di Giolitti verso i lavoratori fu rivolta soprattutto alle cosiddette aristocrazie operaie, i lavoratori urbani dell'industria, concentrati specialmente al nord, che per reddito ed istruzione avevano accesso al voto, e che godevano di condizioni di vita migliori rispetto alla gran massa del proletariato soprattutto agricolo concentrato soprattutto nel sud dove non c'era stato sviluppo economico. Da questo compromesso restava escluso gran parte del proletariato italiano che era situato nelle campagne. Giolitti quindi indirizzava la sua azione aperta al riformismo sociale verso gli operai pi qualificati del nord trascurando gli operai meno qualificati e il proletariato agricolo del sud che viveva in condizioni molto pi precarie. A questi ceti si rivolse la propaganda dei socialisti massimalisti, l'ala rivoluzionaria del PSI capeggiata da Arturo Labriola, ostile alla strategia riformista di Turati. Nel 1904 al congresso socialista di Bologna i massimalisti ottennero la maggioranza ma la sconfitta elettorale di quello stesso anno ne indebol la posizione all'interno del partito e determinando un sostanziale equilibri tra riformisti e massimalisti: una condizione che in un certo senso impediva al PSI di scegliere tra le due strategie e quindi ne rendeva meno incisiva l'azione in senso riformista pur continuando a farlo percepire come un grave pericolo rivoluzionario per la borghesia italiana. Il decollo industriale Nel corso dell'epoca giolittiana si verific un notevole sviluppo dell'industria italiana nelle zone, soprattutto al nord, dove esso era gi stato avviato nei decenni precedenti. A questo sviluppo dette un contributo notevole lo sfruttamento dell'energia idroelettrica. Nel 1899 era stata fondata la Fiat che nel decennio giolittiano cominci ad affermarsi come una delle maggiori industrie italiane. Nuovi assetti urbani Lo sviluppo industriale ebbe tra le sue conseguenze anche la ridefinizione degli assetti urbani. Le citt nelle quali si svilupparono le industrie, Milano, Torino, Genova, crebbero notevolmente come dimensioni e assunsero la forma che in gran parte hanno conservato in tempi recenti: un centro sede delle banche e del mondo degli affari, degli uffici e delle strutture commerciali; una periferia dove si trovano le fabbriche e i quartieri operai spesso carenti dal punto di vista dei servizi sociali.

La questione meridionale e il colonialismo italiano


Il sud: arretratezza agricola ed emigrazione Come gi accennato la strategia di riforme sociali attuata d Giolitti trascur l'Italia meridionale dove l'economia restava basata su un'agricoltura povera ed arretrata e dove i rapporti sociali restavano quelli dei secoli precedenti caratterizzati dalla presenza di una ristretto numero di proprietari terrieri assenteisti e da un enorme moltitudine di contadini poverissimi. Il provvedimento pi significativo di Giolitti a favore del sud fu l'inizio dei lavori dell'acquedotto pugliese ma era un'iniziativa che non poteva bastare a risolvere secolari problemi di arretratezza economica sociale e culturale (nel sud era concentrata la gran massa degli analfabeti). L'unica valvola di sfogo rispetto alla miseria endemica del sud fu l'emigrazione oltreoceano. Nell'ultimo ventennio del secolo l'emigrazione all'estero si aggirava sulle 250.000 unit all'anno. Con l'inizio del '900 il

fenomeno assunse dimensioni impressionanti. Tra il 1901 e il 1913 emigrarono in America 4.711.000 italiani di questi 3.740.000 provenivano dal Mezzogiorno. Fu un'emigrazione di gente povera e in gran parte analfabeta che and a stabilirsi nei grandi slum delle citt nordamericane occupando il livello pi basso della scala sociale. Lo sviluppo di pratiche politiche clientelari Mentre nel nord Italia Giolitti svilupp un'azione volta a coinvolgere le masse nella vita politica della nazione, nel meridione anche lo statista piemontese si avvalse dei tradizionali mezzi di aggregazione del consenso: politica clientelare e corruzione elettorale, avvalendosi talvolta anche dell'aiuto della malavita organizzata (mafia, camorra) come del resto avevano fatto anche altri governi precedenti e i gli oppositori di Giolitti. La vita politica italiana assunse quindi caratteristiche diverse nel nord e nel meridione: nell'Italia settentrionale la lotta politica assunse il carattere di contrapposizione, a volte anche dura, di partiti e gruppi portatori di idee, programmi e interessi contrapposti che si confrontavano sul terreno politico ed elettorale per conquistare il potere di dirigere l'intera societ; nel sud la lotta politica spesso il luogo dello scontro tra consorterie, si configura come mezzo per salvaguardare interessi particolari, personali, di gruppi, locali, il voto visto spesso come mezzo di scambio volto ad ottenere favori e a salvaguardare privilegi consolidati. Il colonialismo e la guerra di Libia Nel 1911 l'Italia intraprese la conquista della Libia appartenente all'Impero ottomano, uno dei pochi territori rimasti liberi dalla colonizzazione europea perch di scarsissimo valore economico. L'impresa fu caldeggiata dall'opposizione di destra nazionalista, della quale Giolitti voleva guadagnarsi l'appoggio parlamentare, e fu presentata come un tentativo di creare uno sbocco coloniale all'emigrazione italiana all'estero. Le operazioni militari presentarono notevoli difficolt e quando nel 1912 si giunse alla pace con la Turchia le truppe italiane occupavano di fatto solo fascia costiera mentre all'interno continuava la guerriglia delle trib berbere; con la guerra di Libia l'Italia occup anche Rodi e le isole del Dodecanneso che mantenne fino alla seconda guerra mondiale. Le ripercussioni dell'impresa libica La guerra di Libia ebbe importanti conseguenze sia in Italia che nella politica internazionale. In Italia l'impresa libica diede ulteriore spazio alla propaganda espansionista, militarista e autoritaria della destra nazionalista: nel 1910 era stata fondata l'Associazione nazionalista, presto trasformatasi in Partito, che si caratterizzava per una concezione politica che aveva i suoi punti salienti nell'antiparalamentarismo, nell'antidemocrazia, nel militarismo; i nazionalisti consideravano i socialisti come i peggiori nemici della nazione, e auspicavano per l'Italia un futuro di potenza che avrebbe portato a conquiste coloniali e all'espansione politica attraverso la guerra. Nella loro opera di propaganda trovarono l'appoggio anche di alcuni intellettuali prestigiosi, come ad esempio D'Annunzio, e videro rispecchiate le loro idee in alcuni movimenti culturali del tempo come ad esempio il futurismo. Il nazionalismo anticip nella sua ideologia molti aspetti del Fascismo. La guerra di Libia determin anche una evoluzione significativa nel campo socialista radicalizzando la contrapposizione tra riformisti e massimalisti: una minoranza, favorevole all'impresa libica partendo da una concessione progressista del colonialismo, fu espulsa, la componente riformista, che pure aveva rifiutatola guerra in nome della tradizione pacifista del socialismo, vide messa sotto accusa la sua linea di collaborazione con Giolitti e prevalse la componente rivoluzionaria, contraria ad ogni apertura nei confronti del governo "borghese", che aveva tra i suoi maggiori esponenti il direttore dell'"Avanti", il giornale del Partito, Benito Mussolini. La guerra di Libia, inoltre, provocando un ulteriore indebolimento del decrepito impero turco determin la rottura del fragile equilibrio balcanico. Nel 1911 Romania, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia assalirono la Turchia, gi impegnata contro l'Italia, e posero fine al dominio turco nella penisola balcanica (Prima guerra balcanica). L'anno dopo Grecia, Serbia, Romania, Montenegro sconfissero la Bulgaria, che si era appropriata della maggior parte dei territori tolti alla Turchia. Le guerre balcaniche crearono una situazione di instabilit politica e lasciarono uno strascico di risentimenti e di rivendicazioni territoriali che avrebbero contribuito a determinare lo scoppio della prima guerra mondiale.

La crisi dell'egemonia giolittiana


La riforma elettorale del 1912 Nel 1912 venne approvata una riforma elettorale che sanciva, in pratica, il suffragio universale maschile.

avevano diritto al voto tutti i cittadini maschi con pi di 21 anni che avessero fatto il servizio militare, e tutti i cittadini di et superiore a trent'anni. Il numero degli elettori saliva cos da tre a otto milioni.3.3 Per battere l'opposizione socialista alle elezioni del 1913 Giolitti ottenne, mediante i patto Gentiloni, l'appoggio degli elettori cattolici conservatori che si impegnavano a votare a favore dei candidati liberali. Alle origini del partito cattolico Il patto Gentiloni sanciva il definitivo ingresso dei cattolici nella vita politica nazionale ponendo definitivamente fine al distacco determinato dal "non expedit" del 1870. Dopo l'apertura papale della Rerum novarum, nel mondo cattolico si era verificata una ulteriore evoluzione in campo politico: nel 1901 un sacerdote, Romolo Murri, aveva fondato un movimento cattolico di ispirazione fortemente democratica denominato Democrazia cristiana; un altro apporto importante furono le teorizzazioni di un altro sacerdote Luigi Sturzo, che sosteneva la necessit che i cattolici dessero vita ad un moderno partito laico, e apertamente democratico. Era una prospettiva molto diversa da quella conservatrice del patto Gentiloni che avrebbe dato vita dopo la prima guerra mondiale al Partito popolare. La svolta in senso conservatore Le elezioni del 1913 videro una significativa affermazione dei socialisti e un notevole numero di deputati cattolici eletti nelle liste del partito liberale. L'equilibrio che si era creato nel parlamento, che poi rimase in carica nel corso della guerra fino al 1919, presentava alcuni problemi. Le forze di ispirazione popolare e democratica, socialisti e cattolici democratici, non erano in grado di esprimere un progetto politico praticabile a causa delle divisioni che le solcavano, Giolitti per mantenersi al governo doveva ricorrere all'appoggio di conservatori liberali e cattolici o addirittura a deputati spostati ancora pi a destra fino ai nazionalisti. Mentre si avvicinava la guerra l'asse politico italiano si andava spostando verso destra. Dalle dimissioni di Giolitti alla prima guerra mondiale Nel marzo del 1914 Giolitti si dimise, era una manovra gi sperimentata negli anni precedenti: allontanarsi dal potere momentaneamente per essere richiamato a risolvere problemi che altri si erano dimostrati incapaci di risolvere. Al posto di Giolitti fu nominato il liberale conservatore Antonio Salandra che si trov a fronteggiare l'ondata di scioperi e agitazioni sindacali del giugno 1914 che fu denominata "La settimana rossa". Si tratt di una serie di manifestazioni degenerate in scontri di piazza a cui il governo di destra attribu il significato di una insurrezione, da contrastare con l'esercito, e alla quale pi estremisti esponenti socialisti attribuirono le caratteristiche de prova generale della rivoluzione, contribuendo ad esacerbare le tensioni sociali. In questa situazione l'attentato a Sarajevo e il conseguente scoppio della guerra spostarono l'attenzione di tutti sulla politica internazionale determinando una frattura ancor pi profonda nella societ italiana, quella tra neutralisti ed interventisti. La nuova situazione internazionale determin l'impossibilit per Giolitti di riprendere la guida del governo.