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Marc Bloch, APOLOGIA DELLA STORIA: Losservazione storica Torino, 1998 Un tempo questo testo veniva fatto leggere

allUniversit, il primo o secondo anno, come introduzione fondamentale alla storia e ai suoi problemi. Forse perch il Liceo era vicino, o perch era lettura obbligatoria, Bloch ha finito cos per molti con il sovrapporsi alle numerose letture obbligate che legandosi a un esame escludono - per questo stesso fatto- qualunque ipotesi di godimento. O forse questa stata la storia personale di chi scrive, senza alcuna pretesa di coinvolgere altri nello stesso errore... Questo testo ci ricapitato in mano recentemente ed sembrato, per alcune cose, straordinariamente attuale. Non per la storia - Bloch sar sempre attuale in sede di studi storici - ma per il turismo. Ovvero per quella vasta gamma di esperienze umane che lo includono e che si regge sul presupposto che losservazione diretta sia la grande discriminante tra chi sa e chi non sa, tra che conosce e chi non conosce. Giornalismo di qualit secondaria, turismo, spettacolo e molte altre attivit si reggono sulla convinzione che vedere sia presupposto per credere. Ne nasce la leggenda dei reporter di guerra (tutti tragicamente uguali, tutti tragicamente noiosi ad esclusione del grande Mo), quella del turista che viaggia e scrive il consueto diario, quella della televisione che poich fa vedere in diretta ci che c da vedere allora - per questo stesso fatto - informa. Informa? Ma chi lha detto? Su cosa si regge questo assunto dellinformazione contemporanea che losservazione diretta sia testimoniare una realt? E qui che abbiamo trovato scientifiche, e definitive, le riflessioni di Bloch. Le porgiamo ai nostri amici nella consapevolezza che potranno talora risultare non semplicissime ma con la certezza che costituiscano un utile momento di riflessione sulla tanto decantata utilit della diretta. Cosa centra la diretta con Bloch? Centra, centra... basta leggere! Giover ricordare, soprattutto ai pi giovani, che Marc Bloch non stato solo il pi grande e geniale storico francese del XX secolo, ma anche un uomo che ha sentito fino in fondo il compito morale e civile dello storico. Arruolatosi nella Resistenza allinvasione tedesca della Francia ha combattuto loccupazione nazista del suo paese fino al 1944, anno in cui venne fucilato. 1 [Caratteri generali dellosservazione storica]. [Collochiamoci risolutamente, per cominciare, nello studio del passato.] I caratteri pi immediatamente visibili dellinformazione storica, intesa nel senso ristretto e usuale del termine, sono stati mille volte descritti. I fatti che studia lo storico per definizione, ci viene detto, nella assoluta impossibilit di constatarli egli stesso. Nessun egittologo ha veduto Ramsete; nessuno specialista delle guerre napoleoniche ha udito il cannone di Austerlitz. Delle et che ci hanno preceduto, non sapremmo dunque parlare che sulla scorta di testimoni. Nei loro confronti, ci troviamo nella situazione del giudice istruttore che si sforza di ricostruire un delitto cui non ha assistito affatto; del fisico che, costretto a letto dallinfluenza, non conoscesse i risultati dei suoi esperimenti che grazie alle relazioni dun assistente di laboratorio. In una parola, allopposto della conoscenza del presente, quella del passato sarebbe necessariamente indiretta. Che in queste osservazioni vi sia una parte di verit, nessuno si sogner di negarlo. Tuttavia, esse richiedono di essere sensibilmente sfumate. Un comandante in capo, per ipotesi, ha appena conseguito una vittoria. Immediatamente comincia a stenderne il racconto, di sua propria mano. E lui che ha concepito il piano di battaglia. E lui che lha diretta. Grazie alla scarsa estensione del terreno [(poich, decisi a mettere tutti gli atouts nel nostro gioco, ci immaginiamo uno scontro degli antichi tempi, tutto raccolto in uno stretto spazio)], egli ha potuto osservare la mischia svolgersi quasi interamente sotto i suoi occhi. Eppure, non c da dubitarne: per pi di un episodio essenziale, sar costretto a basarsi sui rapporti dei suoi luogotenenti. [Nel che, peraltro, non far che conformarsi, divenuto narratore, alla condotta medesima che aveva tenuto, alcune ore prima, durante lazione. Per dirigere allora, di momento in momento, i

movimenti delle sue truppe in relazione alle vicissitudini del combattimento, quali informazioni penseremo che gli saranno servite di pi: le immagini pi o meno confusamente intraviste attraverso il binocolo, oppure i rapporti che a briglia sciolta gli trasmettevano staffette o aiutanti di campo? Ben di rado il condottiero si accontenta di essere testimone a se stesso. E dunque, persino in una ipotesi cos favorevole, che cosa rimane di questa famosa osservazione diretta, preteso privilegio dello studio del presente? Il fatto che, in verit, essa non quasi mai altro che unillusione: quando, per lo meno, lorizzonte dellosservatore si allarghi un pochino.] Qualsiasi raccolta di cose viste fatta, per almeno una buona met, di cose viste da altri. Da economista, studio il movimento degli scambi di questo mese o di questa settimana: ci avviene con laiuto di statistiche che non ho io stesso compilato. Da esploratore dellestrema punta dellattuale, mi dedico a sondare lopinione pubblica sui grandi problemi del momento; pongo questioni; annoto, raccolgo, elenco risposte. Che altro mi forniscono se non limmagine, pi o meno goffamente espressa, che i miei interlocutori si formano di quel che credono essi stessi di pensare o quella che intendono presentarmi dei loro pensieri? Essi sono i soggetti della mia esperienza. Ma, mentre un fisiologo che disseziona una cavia scorge coi propri occhi la lesione o lanomalia cercate, io non conosco lo stato danimo dei miei uomini della strada se non attraverso il ritratto che proprio loro stessi accettano di fornirmene. Poich, nellimmenso tessuto di avvenimenti, di gesti e di parole di cui si compone il destino dun gruppo umano, lindividuo non coglie mai se non un angolino, angustamente segnato dai suoi sensi e dalla sua capacit dattenzione; poich, inoltre, dispone appena della coscienza immediata dei suoi personali stati mentali: qualunque conoscenza dellumanit, qual che ne sia, nel tempo, il punto di applicazione, attinger sempre alle testimonianze altrui per una gran parte della sua sostanza. [Linvestigatore del presente, a questo riguardo, non affatto pi favorito dello storico del passato.] [Ma c di pi.] Losservazione del passato, anche di un passato molto remoto, proprio certo che sia sempre cos indiretta? Eben chiaro per quali ragioni limpressione di questa lontananza fra loggetto della conoscenza e il ricercatore si sia imposta con tanta forza a molti teorici della storia. Il fatto che pensavano prima di tutto a una storia di avvenimenti, cio di episodi: alludo a chi, a torto o a ragione - non ancora il momento di esaminarlo -, attribuisce unimportanza estrema a descrivere esattamente gli atti, i detti o gli atteggiamenti di alcuni personaggi, riuniti su una scena di durata relativamente breve, nella quale si raccolgono, come nella tragedia classica, tutti gli elementi di crisi del momento: giornata rivoluzionaria, battaglia, abboccamento diplomatico. Si narra che il 2 settembre 1792 la testa della principessa di Lamballe sia stata portata, infissa su di una picca, sotto le finestre della famiglia reale. E vero? E falso? Pierre Caron, che ha scritto sui massacri del Settembre un libro di ammirevole probit, non osa pronunciarsi. Nella supposizione, almeno, che, avendo mantenuto [, come si pu ritenere,] in quelle circostanze, tutto il suo sangue freddo di studioso, egli abbia avuto cura inoltre, per una giusta sfiducia nei confronti della sua memoria, di annotare immediatamente le sue osservazioni. In un caso simile, senza alcun dubbio, lo storico si sente, in confronto al buon testimone dun fatto presente, in una posizione un po umiliante. Egli come alla coda di una colonna in cui gli avvisi si trasmettano, partendo dalla testa, da una fila allaltra. Non una posizione molto favorevole per venir informato con certezza. Non molto tempo fa, ho visto, durante un cambio notturno, trasmettere cos, lungo la fila, il grido: Attenzione! buca a sinistra! Lultimo lo ricevette sotto la forma: Andate a sinistra, fece un passo in quel senso e sprofond. Vi sono per altre eventualit. Nelle mura di talune cittadelle siriache innalzate alcuni millenni prima di Ges Cristo gli archeologi hanno ritrovato, ai giorni nostri, in mezzo al pietrisco, [vasi pieni di] scheletrini infantili. Poich non si potrebbe ragionevolmente supporre che queste ossa siano finite li per caso, ci troviamo evidentemente dinanzi a resti di sacrifici umani compiuti proprio durante la costruzione, e ad essa legati. Quanto alle credenze che si esprimono con questi riti, sar necessario, senza dubbio, affidarci a testimonianze del tempo, se ve ne sono, o procedere per analogia con laiuto di altre testimonianze. Una fede che non condividiamo, come potremmo dunque conoscerla se non attraverso le parole di altri? E il caso [, bisogna ripeterlo,] di tutti i fenomeni di coscienza, dal momento che ci sono estranei. Quanto al fatto del sacrificio in s, invece, la nostra posizione ben diversa. Certo non lo percepiamo, propriamente parlando, con una presa del tutto immediata. Non pi di quanto il geologo risalga allammonite della quale scopre il fossile. Non pi del fisico, quanto al movimento molecolare di cui scopre gli effetti nel moto browniano. Ma il semplicissimo ragionamento che, escludendo ogni altra possibilit di spiegazione,

ci permette di passare dalloggetto effettivamente constatato al fatto di cui questo oggetto apporta la prova [questo] lavoro di interpretazione rudimentale, molto simile, insomma, [alle operazioni mentali istintive] senza le quali nessuna sensazione diverrebbe percezione -, nulla v in esso che abbia richiesto, fra la cosa e noi, linterposizione dun altro osservatore. Gli specialisti del metodo generalmente hanno inteso per conoscenza indiretta quella che non arriva alla mente dello storico se non per il canale di menti umane diverse. [Il termine non forse stato molto ben scelto; esso si limita a indicare la presenza di un intermediario; non si vede per quale motivo questo anello debba necessariamente essere di natura umana. Accettiamo comunque, senza discutere sui termini, luso comune. In questo senso, la nostra conoscenza dei sacrifici murali nella antica Siria non ha sicuramente nulla di indiretto. Ora, parecchie altre vestigia del passato ci offrono un accesso proprio allo stesso livello. E il caso, quasi del tutto, dellimmensa massa di testimonianze non scritte, e anche di una buona parte di quelle scritte. Se i pi noti teorici dei nostri metodi non avessero manifestato una indifferenza cos sbalorditiva e altezzosa nei confronti delle tecniche tipiche dellarcheologia; se, a livello documentario, non fossero stati ossessionati dal racconto, cos come, a livello dei fatti, dallavvenimento, certo li si sarebbe visti meno pronti a rinchiuderci in una osservazione eternamente dipendente. Nelle tombe regali di Ur, in Caldea, sono stati rinvenuti grani di collane in amazzonite. Dal momento che i giacimenti pi vicini di questo minerale sono nel cuore dellIndia o nei dintorni del lago Baikal, sembr imporsi la conclusione che, sin dal terzo millennio prima della nostra era, le citt del basso Eufrate intrattenevano relazioni di scambio con terre estremamente lontane. Linduzione potr sembrare corretta o debole. Comunque la si giudichi, si tratta innegabilmente di uninduzione del tipo pi classico; essa si fonda sulla constatazione di un fatto e non vi interviene per nulla la parola di qualcun altro. Ma i documenti materiali non sono i soli, tuttaltro, a possedere il privilegio di poter essere recepiti cos immediatamente. Proprio come la selce, tagliata anticamente dallartigiano dellet della pietra,] un tratto del linguaggio, una regola del diritto inserita in un testo [, un rito fissato da un libro di cerimonie o raffigurato su una stele] sono realt che cogliamo noi stessi e che mettiamo a frutto con uno sforzo di intelligenza strettamente personale. [Non c bisogno di ricorrere ad alcun altro cervello umano come tramite. Non affatto vero che lo storico, per riprendere il paragone di poco fa, sia di necessit ridotto a non sapere quel che accade nel suo laboratorio altro che mediante i rapporti di un estraneo. Egli non giunge mai se non dopo che lesperienza terminata. Ma, se le circostanze lo favoriscono, lesperienza avr lasciato dei residui che non gli impossibile percepire coi suoi propri occhi.] dunque con altri termini, sia meno ambigui, sia pi comprensivi, che conviene definire le indiscutibili particolarit dellosservazione storica. Come prima caratteristica, la conoscenza di tutti i fatti umani nel passato, della maggior parte di essi nel presente, ha quella di essere, [secondo la felice espressione di Franqois Simiand,] una conoscenza per tracce. Che si tratti di ossa murate nei contrafforti della Siria, di una parola la cui forma o il cui uso riveli unusanza, del racconto scritto dal testimone duna scena antica o recente, che cosa intendiamo, in effetti, con documenti, se non una traccia, quanto a dire il segno percepibile ai sensi, che ha lasciato un fenomeno in se stesso impossibile a cogliersi? Poco importa che loggetto originario si trovi, per natura, inaccessibile alla sensazione, come latomo la cui traiettoria resa visibile nella camera di Wilson, o chesso sia divenuto tale solo oggi, per effetto del tempo, come la felce, marcita da millenni, la cui impronta permane sul blocco di carbon fossile, o come le solennit, cadute da lunghissimo tempo in disuso, che si vedono dipinte e commentate sui muri dei templi egizi. Nei due casi, il procedimento di ricostruzione lo stesso e tutte le scienze ne offrono molteplici esempi. [Ma dal fatto che molti ricercatori dogni specie si trovino in tal modo costretti a non cogliere certi fenomeni centrali se non attraverso altri fenomeni che ne sono derivati, non consegue, tutt altro, che fra loro vi sia una perfetta eguaglianza di mezzi. Pu darsi che, come il fisico, essi abbiano la possibilit di produrre essi stessi lapparizione di queste tracce. Pu darsi, invece, che siano ridotti ad attendersela dal capriccio di forze sulle quali non posseggono la minima influenza.] Nelluno e nellaltro caso, evidentemente, la loro posizione sar estremamente diversa. Che ne degli osservatori dei fatti umani? Qui le questioni di datazione riprendono i loro diritti. [Che tutti i fatti umani un po complessi sfuggano alla possibilit di una riproduzione o di una determinazione volontaria, questo sembra scontato; e daltronde dovremo ritornarci su in seguito. Certo,] dalle pi elementari misure di sensazione sino ai pi raffinati test dellintelligenza o dellemotivit, esiste tutta una sperimentazione

psicologica. Ma essa, alla fin fine, non si applica che allindividuo. La psicologia collettiva le quasi totalmente refrattaria. Non si potrebbe proprio - non si oserebbe proprio, supponendo che lo si potesse - suscitare deliberatamente un panico o un moto di entusiasmo religioso. Tuttavia, quando i fenomeni studiati appartengono al presente o al passato pi prossimo, losservatore, per quanto incapace di forzarli a ripetersi o di piegarne a piacere lo svolgimento, non si trova egualmente disarmato di fronte alle loro tracce. Egli pu, letteralmente, richiamare alcune di esse allesistenza. Si tratta dei rapporti dei testimoni. Il dicembre 1805 lesperienza di Austerlitz non era suscettibile di replica pi di quanto lo sia ai nostri giorni. Che cosa aveva fatto, comunque, durante la battaglia, questo o quel reggimento? Se Napoleone ha voluto, [qualche ora dopo che il fuoco era cessato,] informarsi in merito, gli sono bastate due parole perch uno dei suoi ufficiali gli preparasse un rapporto. Nessuna relazione di questo tipo, pubblica o privata, invece mai stata stesa? Quelle che sono state scritte si sono perdute? Avremo un bel farci a nostra volta la stessa domanda, essa rischier davvero di restare eternamente senza risposta [, con molte altre, molto pi importanti]. Quale storico non ha sognato di poter, come Ulisse, nutrire le ombre col sangue per interrogarle? [Ma i miracoli della Nekuia non appartengono al nostro tempo e noi non disponiamo daltra macchina per risalirlo se non di quella che funziona nel nostro cervello, con materiali forniti dalle generazioni passate.] [Certo, non bisognerebbe esagerare neppure i privilegi dello studio del presente.] Immaginiamo che tutti gli ufficiali, tutti gli uomini della batteria siano stati uccisi, o anche solo che, fra i sopravvissuti, non si sia pi trovato alcuno la cui memoria, la cui capacit di attenzione, meritassero fiducia. Napoleone non sarebbe stato in condizioni migliori delle nostre. Tutti coloro che hanno preso parte [fossanche nel ruolo pi umile,] a qualche grande azione lo sanno bene: capita che un particolare, talvolta decisivo, diventi, in capo a poche ore, impossibile da ricostruire. Aggiungiamo che non tutte le tracce si prestano [con la medesima docilit] a questa sorta di rievocazione a posteriori. Se le dogane non hanno registrato, nel novembre 1942, giorno per giorno, lentrata e luscita delle merci, non avr praticamente alcun mezzo, in dicembre, per valutare il commercio estero del mese precedente. [In una parola, la differenza fra la ricerca sul lontano e linchiesta sul vicinissimo , ancora una volta, soltanto di grado. Essa non tocca la sostanza dei metodi. Non per ci meno importante, ed opportuno trarne le conseguenze.] Il passato per definizione un dato che nulla pi modificher. Ma la conoscenza del passato cosa in evoluzione, che senza posa si trasforma e si perfeziona. A chi ne dubitasse, baster ricordare ci che, da poco pi di un secolo, si fatto sotto i nostri occhi. Immensi settori dellumanit sono usciti dalle brume. LEgitto e la Caldea hanno lasciato cadere le loro bende. Le citt morte dellAsia centrale hanno rivelato le loro lingue, che nessuno sapeva pi parlare, e le loro religioni, da gran tempo estinte. Una civilizzazione [del tutto] sconosciuta appena uscita dalla tomba, sulle rive dellIndo. [Non tutto:] lingegnosit dei ricercatori nel frugare pi a fondo le biblioteche, nel tracciare nuove trincee negli antichi terreni, non sola a lavorare [n, forse, nel modo pi efficace,] per arricchire limmagine dei tempi passati. Procedimenti dindagine finora sconosciuti sono anchessi sorti. Meglio dei nostri predecessori sappiamo interrogare le lingue sugli usi, gli utensili sulloperaio. Abbiamo soprattutto imparato a calarci pi profondamente nellanalisi dei fatti sociali. Lo studio dei miti e dei riti popolari compie appena i suoi primi passi. La storia delleconomia, di cui [, ancor poco tempo fa] Cournot, allorch elencava i diversi aspetti della ricerca storica, non aveva nemmeno lidea, inizia solo ora a costituirsi. Tutto ci certo. Tutto ci consente le pi ampie speranze. Non delle speranze illimitate. Quella sensazione di progresso veramente indefinito che d una scienza come la chimica [, capace di creare persino il proprio oggetto,] ci negata. Il fatto che gli esploratori del passato non sono uomini totalmente liberi. Il passato il loro tiranno. Proibisce loro di venire a conoscenza di qualunque cosa su di lui, che egli stesso non abbia acconsentito a lasciar loro conoscere [, consapevolmente o no]. Noi non stabiliremo mai una statistica dei prezzi in epoca merovingia, perch nessun documento ha registrato questi prezzi in quantit sufficiente. Non penetreremo mai cos bene la mentalit degli europei del secolo XI come siamo in grado di fare, ad esempio, per i contemporanei di Pascal o di Voltaire: perch di essi non abbiamo n lettere [private], n confessioni; perch su alcuni di loro non abbiamo altro che cattive biografie, in stile convenzionale. A causa di questa lacuna, tutta una parte della nostra storia assume necessariamente la fisionomia, un po sbiadita, di un mondo senza individui. [Non rammarichiamocene troppo. In questa rigida subordinazione a un destino inflessibile, noi - noi, poveri adepti, spesso scherniti, delle giovani scienze delluomo - non siamo pi mal messi di molti dei nostri confratelli dediti a discipline pi antiche e pi sicure di

quelle.] Questo il destino comune di tutti gli studi chiamati a scrutare fenomeni trascorsi, e lo storico della preistoria, in assenza di scritti, non pi incapace di ricostruire le liturgie dellet della pietra di quanto lo sia il paleontologo, penso, quanto alle ghiandole [a secrezione] interna del plesiosauro di cui sussiste soltanto lo scheletro. sempre spiacevole dire: Non so, non posso sapere. Non bisogna dirlo se non dopo aver energicamente, disperatamente cercato. Ma ci sono momenti in cui il dovere pi categorico dello studioso [, dopo aver tutto esperito,] quello di arrendersi allignoranza e ammetterlo onestamente.

Massimo Mastrogregori, Introduzione a Bloch, Roma-Bari, Laterza, 2001 [ 9.30, ISBN 88 420 6469 6] Mirco Carrattieri Universit di Bologna M. Carrattieri, "Review of M.Mastrogregori, Introduzione a Bloch, Roma-Bari, Laterza, 2001", Cromohs, 8 (2003): 1-9. <URL: http://www.cromohs.unifi.it/8_2003/carrattieri_mastrogregori.html> 1. Massimo Mastrogregori probabilmente, tra gli studiosi italiani, quello che ha dedicato limpegno pi assiduo al recupero e allanalisi metodologica dei testi della tradizione annalista e di Marc Bloch in particolare. La sintetica introduzione recentemente pubblicata presso Laterza segue infatti unopera pionieristica come Il genio dello storico del 1987 e riprende in larga misura il successivo Il manoscritto interrotto del 1995; integra inoltre una lunga serie di articoli pubblicati sulla rivista che egli stesso dirige (gi Rivista di storia della storiografia moderna ed ora Storiografia), e su vari altri periodici internazionali, tra i quali proprio i Cahiers Bloch; da oltre un quindicennio insomma Mastrogregori si occupa, attraverso ricerche di prima mano, dello storico alsaziano e del suo modo di fare storia (nel duplice senso, come vedremo, di viverla e pensarla). Questo ultimo intervento, che compendia quindi un maturo itinerario di ricerca personale, va letto comunque sullo sfondo di un processo pi generale di riscoperta di Bloch, che ha coinvolto anche lItalia nel corso dellultimo decennio; e gi il fatto che una importante collana dedicata ai maestri del secolo appena concluso includa tra i suoi primi titoli un volume su uno storico straniero appare in questo senso significativo. Sollecitato, come avremo modo di ripetere, da motivazioni assai diverse e talvolta estranee allambito strettamente storiografico, questo momento Bloch ha favorito pubblicazioni di portata e valore diseguale, ma ha comunque portato a maggior diffusione i lavori di tutti quegli studiosi che, come Mastrogregori, ma anche Arcangeli, Must o Pitocco, considerano da tempo imprescindibile il confronto critico con gli storici francesi, e soprattutto con gli annalisti. 2. LIntroduzione inizia significativamente con la famosa definizione blochiana della storia come scienza degli uomini nel tempo e attorno a questi tre termini articola una presentazione del contesto generale in cui Bloch si trova ad operare: il dibattito sulla natura della storia e la sua crisi nella Francia di inizio secolo; le figure di maestri e compagni che ispirano e affiancano il suo itinerario; la situazione e le caratteristiche della professione nel drammatico scenario che segue la Grande Guerra. Il punto di partenza della riflessione di Bloch si situa proprio nelle numerose critiche rivolte da pi parti a una storia che pure sta realizzando un grande progresso metodologico e istituzionale; nei vari ambiti nazionali questo clima diffuso di processo sollecita negli storici un esame di coscienza e la ricerca di nuove forme di apologia della disciplina. Mastrogregori ribadisce loriginalit e la creativit della posizione di Bloch, che rifiuta il romanticismo e gli opposti positivismi che lo hanno sostituito in Francia, senza per abbracciare le alternative idealistiche o materialistiche proprie di altri contesti.

Riguardo alle ascendenze intellettuali blochiane, lautore non si limita ai consueti riferimenti a Pirenne, Durkheim e Berr, ma ricorda anche il magistero del padre Gustave, linfluenza dei colleghi pi anziani alla fondazione Thiers e soprattutto lopera dei durkheimiani di seconda generazione. A questo proposito, pur senza scendere nei particolari, Mastrogregori mostra di condividere le diffuse perplessit della critica pi recente riguardo al presunto durkheimismo di Bloch, gi denunciato da Febvre. Egli chiarisce da un lato come linflusso della sociologia, veicolato da Simiand e Halbwachs molto pi che dal loro maestro, sia stato anche e soprattutto una scuola di strategia intellettuale; dallaltro come esso non abbia impedito il permanere di rilevanti distinzioni tra le due impostazioni disciplinari, soprattutto in merito alla salvaguardia del ruolo degli individui come agenti di storia. In merito infine allo status degli storici ai tempi di Bloch, Mastrogregori riprende le note analisi di Dumoulin, sottolineando le difficili condizioni di accesso allinsegnamento e la rilevanza dei giochi accademici per lo sviluppo delle carriere. Lo storico alsaziano, in virt dello status sociale e delle ascendenze familiari, non pu pi essere considerato loutsider descritto dalla leggenda annalista, se non altro per il riconoscimento ottenuto con la cattedra di storia economica alla Sorbona; ma Mastrogregori evidenzia la sostanziale insofferenza di Bloch agli opportunismi, ricordando in particolare lo scacco subito al Collge dal suo progetto rivoluzionario sulla storia comparata (mentre Febvre, anche in virt di un miglior inserimento nella comunit intellettuale parigina, aveva avuto accesso alla medesima istituzione). Gi in questambito viene poi ricordata la vocazione propriamente pedagogica della sua storia, che si indirizza a un pubblico pi ampio della ristretta cerchia degli specialisti e appare in generale molto attenta alle ricadute didattiche della ricerca. 3. Nei capitoli successivi Mastrogregori procede ad analizzare lopera blochiana, sovrapponendo ad un impianto sostanzialmente cronologico dei titoli che rievocano chiaramente quelli dell Apologia e corrispondono dunque alle tappe identificate da Bloch nel lavoro proprio dello storico; cos facendo egli richiama, fin nel disegno compositivo del suo saggio, il tratto che ritiene fondamentale dellitinerario blochiano: la presenza ineludibile della vita nella storia, sia nel senso dellinvestimento di senso e passione che lo storico mette nel suo mestiere, sia in quello della vitalit propria del sapere stesso in quanto scienza in cammino. Se vero che lanalisi dellopera blochiana procede abbastanza linearmente dagli scritti giovanili ai capolavori della maturit, vero anche che Mastrogregori tiene soprattutto a delineare le risposte diverse ma coerenti che Bloch via via fornisce al problema fondamentale della dignit della storia. Gi nei lavori meno noti di inizio secolo egli forgia in effetti un certo modo di concepire la storiografia, in cui la scrittura vera e propria preceduta da un lavoro paziente e meticoloso di raccolta e sistemazione dei materiali; e allo spoglio rigorosissimo dei documenti Bloch associa fin da subito una spiccata capacit di osservazione del reale e di sfruttamento dello stesso in qualche modo come fonte, sulla base di quel cerchio ermeneutico che poi definir metodo regressivo . La prima guerra mondiale si rivela allora particolarmente importante non solo come luogo di apprendimento di tecniche di rilevazione o come momento di disillusione ideale, ma anche come straordinario esempio di macchina del tempo di cui lo storico pu usufruire a parziale compensazione dellimpossibilit di creare condizioni sperimentali. Riprendendo alcune osservazioni di Bianca Arcangeli, Mastrogregori sottolinea soprattutto lidea blochiana di esperienza naturale, distinta sia dalla percezione immediata del vissuto che dallesperimento artificiale delle scienze naturali; in particolari circostanze infatti la dinamica storica espone i propri meccanismi agli occhi dello studioso in una forma semplificata, cos che egli, allinterno di questo ambito peculiarmente delimitato e controllato, pu analizzare landamento delle variabili, verificare le loro interazioni e ricavarne nuove ipotesi di ricerca. Proprio sulla base del binomio osservazione-esperienza posto in questa fase dagli scritti metodologici, Mastrogregori ripercorre i vari nuclei della produzione successiva, che spazia dalla storia rurale a quella delle tecniche, dalla storia sociale a quella monetaria. Rilevata la pertinenza degli interventi nei vari campi, lautore sottolinea soprattutto la vastit tematica degli interessi di Bloch e la sua posizione davanguardia nellaprire nuovi filoni di ricerca: in particolare si richiama il ruolo de I re taumaturghi nel concepire un modo innovativo di fare storia politica e insieme nellaprire la strada alle forme pi recenti di storia della mentalit. Mastrogregori appare particolarmente interessato alla portata strettamente metodologica delle ricerche blochiane, dal gi citato metodo regressivo al suo ruolo di banditore, per lo pi inascoltato, della storia comparata. Ma

soprattutto nella grande sintesi de La societ feudale che lautore pu rintracciare un modello esplicativo propriamente blochiano, in cui la vocazione strutturale e lattenzione al cambiamento si combinano in una sintesi complessa e suggestiva, che rifiuta lidolo delle origini e quello della causa unica per compiere un continua rivisitazione, alla luce del procedere della ricerca, del rapporto tra fattori e fenomeni. 4. La parte pi consistente di questa introduzione comunque dedicata ad una originale rilettura in chiave politica del periodo successivo alla fondazione delle Annales e in particolare dei testi redatti nel corso del secondo conflitto mondiale. Mastrogregori riprende le opere pi note come La strana disfatta e Lapologia della storia, alla luce di un accurato lavoro di scavo filologico, che permette di superare le immagini mitiche che vi si sono sovrapposte; e integra poi in questa ricostruzione vari altri testi a torto ritenuti minori, in quanto privati, incompleti o a lungo inediti (dal progetto per Storici in laboratorio alla lezione A cosa serve la storia; dalle Riflessioni per il lettore curioso di metodo al taccuino Mea). Questo itinerario intende far emergere la peculiare vocazione militante della storia blochiana, che si rivela politica non in quanto asservita ideologicamente o votata ad una intransigente idea di giustizia sociale (come suggerisce invece la recente biografia di Raulff), bens perch animata da un intenso afflato pedagogico verso la citt e guidata da unestrema fiducia nelle potenzialit critiche della storia. Non si tratta ovviamente di trascurare le convinzioni ideali e le prese di posizione dello storico, dal progressismo laico e borghese alla scelta militare, poich anzi egli si dimostra pienamente consapevole delle dinamiche dellattualit, criticando severamente il pacifismo di Monaco e avvertendo con acuta sensibilit i pericoli del nazismo. Tuttavia anche lo spiccato patriottismo di Bloch, cui non estraneo il forte senso civico degli ambienti ebraici, ha come ricaduta storiografica non una chiusura nazionalista, bens ladozione di uno spazio di analisi e comparazione tendenzialmente europeo, cos come lattenta considerazione della nazione come problema storico piuttosto che come risposta pregiudiziale. 5. Dopo unappendice biografica e una bibliografia estesa e aggiornata ci viene offerta infine una movimentata discussione della fortuna critica di Bloch, che ha visto via via valorizzare in lui lo specialista del medioevo e della storia economica, il capostipite delle Annales, lo storico della mentalit e, ultimamente, il martire della resistenza (ma si potrebbero aggiungere lintellettuale ebreo, linsegnante, lo storico del presente ). Pur avendo ben presenti i termini di questo dibattito e la sua recente reviviscenza, cui gi si accennato, Mastrogregori rifiuta di appiattire la sua trattazione sulle immagini troppo schematiche che sovente ne sono scaturite, e intraprende invece la strada di unanalisi pi articolata che a partire da una attenta rilettura dellopera di Bloch e da una seria riflessione dei suoi fondamenti teorici ne renda una rappresentazione pi completa e approfondita. Egli rifiuta quindi la riduzione dello storico francese a campione della scolastica annalista nelle sue varie declinazioni generazionali, cos come la sovrapposizione alla figura blochiana della sua eroica vicenda resistenziale; lo storico scienziato e lintellettuale impegnato sono in effetti il frutto di una polarizzazione che non riesce a rendere ragione della compresenza in Bloch di spunti rilevanti in entrambe le direzioni. Il grande merito di questa introduzione invece quello di mostrare come al grande problema del ruolo e del valore della storia, che per Bloch personale, generazionale e professionale insieme, egli risponda collegandone la legittimit e lutilit attraverso un sapiente dosaggio, sempre peraltro in discussione. Se vero che di fronte agli attacchi generalizzati e generalizzanti Bloch accetta la sfida di mostrare a cosa serve la storia, avvertendo il peso morale, intellettuale e civile di questo compito, egli riconduce per questo impegno proprio alla dimensione di conoscenza autonoma e oggettiva della disciplina, il cui ruolo nella civilt occidentale, soprattutto nel difficile passaggio tra i due secoli, non pu che essere quello di insegnare agli uomini come gestire il peso dei ricordi in modo da tradurlo in preziosa risorsa intellettuale ed esistenziale. 6. Bloch si inserisce a pieno titolo nella riflessione epistemologica del suo tempo, intravedendo nei mutamenti del campo scientifico loccasione anche per la storia di rivendicare una sua piena ma autonoma scientificit, forte di un metodo ormai consolidato, della capacit di scegliere gli oggetti e i punti di vista, della rinnovata consapevolezza dei suoi limiti e delle sue possibilit. Il Bloch metodologo della storia che ne scandisce le tappe dallosservazione allanalisi fino allinterpretazione, mosso dalla consapevolezza che una storia umile e artigianale, concreta e pragmatica pu vantare in realt grandi ambizioni e ampliare enormemente i suoi orizzonti; ma questo potenziale conoscitivo ha una precisa funzione sociale che non pu smarrire a rischio di tradursi in vuoto gioco erudito o corporativo.

Daltronde la vocazione propriamente politica delluomo Bloch non va cercata tanto, come abbiamo detto, nel ricorso allazione come soldato e resistente, che anzi ne sancisce almeno in parte la sconfitta; bens nel modo stesso di intendere lautonomia e la scientificit della storia come funzionali al consolidamento del legame sociale e al progredire, sempre da conquistare, della civilt. Egli concepisce infatti lo storico utile non come un artista dilettevole, un maestro di vita o un propagandista, bens come un difensore della verit in grado di fornire ai suoi possibilmente numerosi lettori unarma intellettuale indispensabile per una condotta matura e responsabile. La storia pu infatti aiutare a combattere le forme pi subdole di idoli e miti, a smascherare la menzogna, a gestire il potere della tradizione; rendendo consapevoli delle differenze essa consente di evitare gli anacronismi dellazione e le illusioni di autointellegibilit del presente; entro certi limiti infine garantisce la possibilit di effettuare delle previsioni tendenziali o comunque di scegliere i tempi pi opportuni per passare dalla riflessione allazione. Mastrogregori mostra peraltro come questa posizione di Bloch si regga su equilibri assai delicati e sofferti, tra limpellenza di una storia viva e il rifiuto di una storia serva; e il tentativo di ricondurre la politica alla sua dimensione culturale si dimostra alla fine inadeguato, nella misura in cui Bloch costretto a deporre le armi metaforiche per imbracciare quelle reali e soccombere ad esse. Anche questo scacco per smentisce solo parzialmente il valore delle scelte precedenti: da un lato infatti il fallimento sul piano esistenziale non inficia in assoluto le conseguenze intellettuali della condotta blochiana, che anzi il successo del modello annalista e la sua perdurante vitalit tendono ad esaltare; dallaltro la scelta di dedicarsi in ultima istanza allazione diretta non fa che confermare la coerenza di Bloch nel rifiutare di asservire la storia agli interessi di parte, se vero che nel momento in cui la via del professore si dimostra insufficiente, egli abbandona la storia senza rischiare di comprometterla o strumentalizzarla. 7. In generale Mastrogregori riesce a rendere tutta la drammaticit del percorso blochiano, animato dalla tensione inesauribile tra pensiero critico e azione pubblica, senza perdersi nei meandri di una biografia impossibile o nel gioco di specchi delle interpretazioni. In questo senso interessante notare come lautore rifiuti il Bloch uguale a se stesso di Febvre cos come quello ravveduto dalle esperienze di guerra descritto da Ginzburg o Lyon, per riprendere invece limmagine proposta da Toubert: quella di un continuo superamento di ostacoli, in cui i due conflitti rappresentano i nodi fondamentali, ma si inseriscono a loro volta in una continuit problematica, sollecitando larricchimento delle risposte blochiane. Non si tratta per di un processo lineare: non di rado Bloch fa cadere spunti tematici e metodologici appena precedenti e ne riprende invece a distanza di tempo altri a lungo trascurati. Su questo impianto interpretativo abilmente connesso Mastrogregori in grado di innestare numerose osservazioni che ampliano le suggestioni metodologiche offerte dalla storiografia blochiana: tra queste ad esempio le intuizioni pionieristiche di Bloch storico della storia, sia nel passare in rassegna le tappe di formazione del metodo, sia soprattutto nellindagine storica dei modi di azione della memoria e della rappresentazione del passato come assi della stessa civilt occidentale. Ma anche il particolare taglio della vocazione pedagogica di Bloch laddove egli cerca di coinvolgere il lettore curioso di metodo nel laboratorio dello storico per chiarirgli il fascino avventuroso e insieme lintrinseca difficolt del suo lavoro (non sfugga a questo proposito la riproposizione dello stesso motivo a livello critico da parte di Mastrogregori, che rievoca a sua volta le tappe della propria scoperta di Bloch). O ancora le peculiarit blochiane nel lavoro di recensione e persino nei modi e nelle origini delle citazioni, che appaiono elementi non secondari del suo intento di stabilire uno scambio intellettuale vasto e diversificato, in cui il livello tecnico e quello genericamente intellettuale rimangano indipendenti, ma non estranei. Il Bloch di Mastrogregori insomma, come quello recentemente apprezzato da Noiriel, un membro attivo e consapevole del proprio gruppo professionale, di cui indaga attentamente il ruolo e la tradizione; ma rispetto a quello strettamente disciplinare dello studioso francese, si mostra pi attento alla comunicazione col lettore comune, anticipando anche in questo tendenze pi recenti. 8. Chiarito tutto il valore di questo lavoro di introduzione, che rappresenta a tutti gli effetti una vera e propria sintesi monografica, vale la pena di indicare alcuni punti rimasti in qualche modo in secondo piano, sui quali

sarebbe interessante approfondire la posizione espressa qui da Mastrogregori, integrandola magari con alcuni suoi interventi precedenti. Si avverte infatti in questa occasione lassenza di una panoramica pi ampia del processo alla storia dinizio secolo quale ci era stata offerta ad esempio ne Il manoscritto interrotto; e soprattutto manca la puntuale ricostruzione del rapporto con Febvre che era propria invece dellopera su Il genio dello storico. LIntroduzione rievoca in effetti il comune ambiente strasburghese e la fondazione delle Annales, ma per quanto riguarda il confronto critico tra i due autori salta direttamente dalle recensioni giovanili alla disputa del 40. Forse per non riaccendere le polemiche (infondate) sullatteggiamento di Febvre negli anni 30, lautore finisce per precluderci una ricostruzione puntuale del rapporto non sempre facile fra i due direttori nella redazione della rivista, dai dubbi del 29 alla crisi del 35 (dopo la morte di Pirenne), dai diversi giudizi su colleghi e collaboratori alla curiosa polemica sullimmagine blochiana dello storico come giudice istruttore. Questultimo spunto riporta fra laltro alla luce alcuni elementi irrisolti o equivoci della linea storiografica blochiana, come la questione aperta del lessico storiografico o lassenza di una posizione precisa riguardo allinteresse storico; elementi che proprio Mastrogregori aveva altrove contribuito ad evidenziare, una volta legittimata lanalisi dellopera di Bloch sul piano propriamente teorico. Si ha insomma limpressione che nel lodevole intento di superare alcune critiche troppo scolastiche rivolte allo storico francese nella sua prima opera, Mastrogregori indulga ora in qualche concessione di troppo a suo favore, proponendo estrapolazioni non sempre dimostrabili riguardo alla consapevolezza teorica di Bloch e alla coerenza della sua impostazione. Se queste considerazioni vanno indubbiamente sfumate dal richiamo al taglio sintetico dell Introduzione, opportuno comunque rilevare come la sentita esigenza di sottolineare loriginalit del magistero blochiano spinga forse Mastrogregori a sbrigare troppo precipitosamente il nodo del suo rapporto con la tradizione storicista. Altri critici, come Arcangeli o Oexle, sembrano infatti ravvisare non del tutto a torto tra Bloch e i suoi contemporanei tedeschi consonanze che vanno oltre quella generica atmosfera culturale dinizio secolo che Mastrogregori rievoca attraverso la definizione cantimoriana sugli storici scontenti e innovatori. Se il silenzio di Bloch su Weber e le critiche a Meinecke qui puntualmente ricordate testimoniano inequivocabilmente del solco che lazione di Durkheim ha esercitato nel separare il mondo culturale francese da quello tedesco, non si pu per a rigore parlare di totale impermeabilit tra le due tradizioni. Senza che egli ne sia necessariamente consapevole, ritornano in Bloch motivi come la salvaguardia dellindividualit o la difesa del costruttivismo razionalistico, che pur non essendovi direttamente riducibili, non sono per neanche totalmente estranei alla Methodenstreit, mediata evidentemente da Pirenne e da Halbwachs. 9. In conclusione giusto ricordare come anche queste domande in parte inevase si inseriscano senza soluzione di continuit nella riflessione di Mastrogregori, sollecitate nel lettore proprio dalla ricchezza e dalla dinamicit della sua introduzione, che contribuisce indubbiamente a promuovere una migliore conoscenza di Bloch e soprattutto a restituire la ricchezza della sua lezione ed insieme del suo esempio. Chiamando la tradizione italiana ad un dialogo pi costruttivo con lautore alsaziano, Mastrogregori ci invita insomma a riflettere senza disfattismi o vanaglorie, sulle risorse a disposizione della disciplina e in generale della cultura storica per affrontare una crisi non solo storiografica quale quella del primo Novecento, ma anche, evidentemente, quella odierna.

Wojtyla e la dottrina della storia - Wojtyla and the doctrine of historyby Stefano Vaccara <mailto:SVaccara@aol.com> No. 52 - 1 April 2000 (original in Italian) "Gli uomini sbagliano, solo i grandi uomini confessano di essersi sbagliati", diceva la grande mente illuminista di

Voltaire che non avrebbe certo immaginato che le sue parole potessero servire a commentare il discorso di un papa. Domenica 12 Marzo 2000: Giovanni Paolo II chiede a Roma perdono a Dio per gli errori commessi dalla Chiesa nella sua storia. L"infallibile" Papa rivela che listituzione di cui il Giubileo festeggia i duemila annni di storia, ha pi volte sbagliato e peccato. Un "mea culpa" che ha un grande significato non solo per il futuro dela religione cattolica e della sua millenaria istituzione ecclesiastica, ma anche per il mondo laico che dovr riflettere sul messaggio universale di rivalutazione della critica storica lanciato dal pi longevo centro di potere della Terra."Men make mistakes, only great men confess that they have mistaken",said the great mind of the enlightenment, Voltaire, who surely had not imagined his words would one day serve to comment on the speech of a pope. In Rome, on Sunday March 12 2000, Pope John Paul II asked God for forgiveness for the errors committed by the Church throughout history. The 'infallible' pope revealed the institution in which, during this Jubilee, celebrated 2000 years of history, has many times committed errors and sins. This "mea culpa" has great significance not only for the future of the Catholic religion and its two thousands year old ecclesiastic institution, but for the secular world as well, which must reflect on this universal message of reevaluation of history launched by the oldest center of continuous power on earth.Nel documento intitolato "Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato", la Chiesa riconosce le sue persecuzioni, le sue guerre, le sue discriminazioni, le sue responsabilit per le divisioni della cristianit. I "mea culpa" del Papa per la violenza delle crociate, dellinquisizione, delle guerre di religione contro i protestanti, descrivono tragici episodi di una lunga storia vissuta da una Chiesa ben diversa dalla presente. Ma nel chiedere perdono a Dio anche per ci che la Chiesa fece, o meglio per quello che non fece, nel terribile Novecento, Wojtyla dimostra la grandezza di cui parlava Voltaire. SullOlocausto degli ebrei, la Chiesa non aveva ancora completamente ammesso la sua colpa, che stata quella del silenzio. Il Vaticano di Pio XII si adoper per salvare centinaia di ebrei dallo sterminio nazi-fascista, ma pu bastare questo dato per discolpare la Chiesa da ogni responsabilit? Come fu possibile per i nazisti condurre, praticamente senza resistenza, lo sterminio di milioni di ebrei nel cuore dellEuropa cristiana? La troppa prudenza del pontificato di Pio XII contribu a scrivere una delle pagine pi buie della storia dEuropa e della Chiesa.In the document titled "Memorandum and reconciliation: the Church and the errors of the past," the Church recognizes its persecutions, its wars, its discriminations, and its responsibility for the division of Christianity. The "mea culpa" of the pope for the violence of the crusades, of the inquisition, of the religious wars against the Protestants, describes tragic episodes in a long history experienced by a Church very different from todays. However, in asking Gods forgiveness for what the Church did, or better yet, for what it did not do during the terrible twentieth century, Wojtyla demonstrates the greatness of which Voltaire spoke. Concerning the Holocaust of the Jews, the Church had not yet completely admitted its guilt, which was that of silence. The Vatican of Pio XII saved hundreds of Jews from the extermination of the nazi-fascists, but is that enough to absolve the Church from any responsibility? How was it possible for the Nazis to conduct, almost without resistance, the extermination of millions of Jews in the heart of Christian Europe? The exaggerated prudence of Pio XII contributed to writing the darkest pages of history for Europe and the Church.Stalin, a chi gli parlava dellinfluenza che il Vaticano poteva esercitare sugli eventi, rispondeva sprezzante: "Quante divisioni ha il Papa?". Per quanto riguarda la tragedia dellOlocausto, il Papa aveva a disposizione unarmata morale che per rinunci a utilizzare. Papa Pacelli poteva fare di pi, molto di pi, ma invece scelse la strada sbagliata, la strada del silenzio e della prudenza, rinunciando a scuotere non solo i milioni di cattolici italiani e tedeschi, ma anche lopinione pubblica degli Alleati (soprattutto americana).Stalin, responding to arguments on the potential influence of the Church at the time said, "How many armed divisions does the pope have?" Regarding the tragedy of the Holocaust, the pope had at his disposition a moral arm which he refused to use. Papa Pacelli could have done more, much more, but he chose the wrong road, that of silence and prudence, refusing to influence not only millions of German and Italian Catholics, but also the public opinion of the allies, especially America.Il grande storico francese Marc Bloch scrisse che quando interroga la propria storia, un popolo si sottopone a un esame di coscienza. Il Papa oggi non solo chiede perdono a Dio per gli errori commessi dalla Chiesa, ma chiede anche a tutti i cattolici (ma siamo convinti anche a tutta lumanit) di interrogare il proprio passato per farsi un esame di coscienza e trovare attraverso lo strumento della conoscenza la forza per non ripetere certe tragedie.The great French historian, Marc Bloch wrote that when a nation questions its history, it questions the conscience of its people. Sunday, the pope not only asked Gods forgiveness for the errors committed by the Church, but asked all Catholics, as well as all of

humanity, to question their past, to examine their conscience and in that way find the instrument of knowledge in order not to repeat tragedy.Quello di Papa Wojtyla diventa cos il riconoscimento della Chiesa alla funzione pedagogica della critica storica. Wojtyla ovviamente scava nel passato della sua Chiesa, ma facendolo crediamo che lanci anche un segnale a tutte le istituzioni di potere create dalluomo, religiose o laiche che siano. Per affrontare il futuro fondamentale riconoscere gli errori del passato, dice il Papa alla sua Chiesa, e contemporaneamente si erge ad esempio per gli altri grandi leader della Terra. Non avrebbe molto senso infatti se il ritorno della memoria avvenisse soltanto a Roma, centro spirituale ancora importante ma sicuramente non pi potenza del mondo capace di determinare la storia come nei secoli passati. Il Papa con la sua "confessione" indica il futuro alla sua Chiesa ma lancia anche un messaggio a tutti gli altri poteri nel mondo: nessuno potr entrare nel nuovo millennio e pensare di portarlo a termine nascondendo parti del suo passato, con le sue colpe e i suoi peccati. Il Papa chiede perdono a Dio per gli errori della Chiesa, ma anche altri dovranno riconoscere le proprie colpe e chiedere perdono questa volta alle proprie vittime. Cos si attende ora un presidente americano che sollevi la coscienza del suo popolo e chieda perdono per le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, cos come aspettiamo un presidente russo chiedere perdono per i massacri perpetrati contro le minoranze etniche (quello ceceno solo lultimo di una lunga serie) e dovrebbero ovviamente prostarsi per questa "confessione mondiale" anche cinesi, arabi, turchi, indiani fino al pi piccolo dei popoli che si macchiato di crimini contro lumanit.As such, Pope Wojtylas speech is the Churchs recognition of the pedagogic function to criticize the past. Obviously Wojtyla digs into the history of the Church, but in doing so, he launches a signal to all of the institutions of man, religious but also secular. To confront the future, it is fundamental to recognize the errors of the past, says the pope to his Church, and contemporarily he becomes an example for the other great leaders on the earth. It would not make much sense in fact, if this "docrtine of history" were for Rome only, an important spiritual center, but surely not the powerful world power capable of determining history as in past centuries. With his 'confession', the pope indicates the future for its Church, and launches a message to all other powers of the world: nobody can enter the new millennium and remain strong hiding the past, with its sins and guilt. The pope asks Gods forgiveness for the errors of the Church, but others must also recognize their guilt and ask in turn forgiveness of their victims. Therefore, an American president will have to lift the conscience of his people by asking forgiveness for the nuclear bombing of Hiroshima and Nagasaki, and a Russian president will have to ask forgiveness for the massacres of ethnic minorities (that of Cecenia is the latest in a long series), and obviously in this "world wide confession" also the Chinese, Arabs, Turkish, Indians and the smallest populations tainted by crimes against humanity will have to participate.Se la Chiesa ha peccato, sembra dire Wojtyla, nessuno senza peccato e nessuno ha quindi il diritto di scagliare la prima pietra per dominare gli altri. "Linizio della salvezza la conoscenza della colpa", scriveva proprio duemila anni fa Seneca. Wojtyla ha iniziato questo cammino di salvezza indicando alla Chiesa la strada per entrare nel suo terzo millennio. Spetta ora agli altri poteri della Terra, pi giovani della Chiesa ma non per questo senza colpe da riconoscere, seguirne lesempio.If the Church has sinned, Wojtyla seems to say, nobody is without sin, and therefore nobody has the right to throw the first stone, to dominate others. "The first step in salvation is the recognition of sin," wrote the Latin poet Seneca 2000 years ago. Wojtyla began this walk toward salvation indicating to the Church the new road for its third millennium. It is now up to other world powers, younger than the Church, but by no means more innocent, to follow the example.Questo articolo stato pubblicato per la prima volta sulla rubrica "Visti da lontano" del quotidiano "America Oggi", domenica 12 marzo, 2000This editorial was first published on the newspaper "America Oggi" ("Visti da lontano" column) on Sunday, 12 March 2000

Per una filosofia della pace infinita Presso l'universit di Siena, un convegno internazionale su Guerra e pace. Una riflessione non distaccata sulla furia delle armi Pensieri a buon fine. Alimentata dalla visione apocalittica di un conflitto perpetuo, si innescata la pratica di una

guerra permanente. Ma un sapere costruttivo di pace ancora possibile La pace e la guerra ragionate secondo una prospettiva filosofica nel corso di tre giorni, mentre la guerra insanguina e devasta la regione tra i due fiumi dove fiorita tanta parte del retaggio civile dell'umanit. Presso l'Universit degli Studi di Siena si discusso di Guerra e pace, come recita l'intestazione del convegno internazionale promosso dal Centro per la Filosofia italiana presieduto da Giuseppe Prestipino, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Studi filosofici e con il Centro Mario Rossi per gli studi filosofici. Una riflessione di filosofi, dunque distaccata, svolta nelle separate stanze della Certosa di Pontignano, nelle stesse ore in cui la furia delle armi abbatte uomini a migliaia, distrugge ed offre al saccheggio un patrimonio di memorie antichissime, le poche risparmiate dal volgere di millenni? No. Esercitata sine ira ac studio, la filosofia responsabilit di intelligenza. E sta in questa responsabilit, forse, quel superiore prender parte che appare dote intrinseca al pensiero filosofico e che, in ogni caso, ha contraddistinto le molte, variate voci che hanno animato le quattro intense sedute del convegno aperto da Bernard Bourgeois. Citando l'Aristotele della Metafisica, Bernardo e Tommaso, fin dalla sessione d'inizio Marcello Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, ha richiamato il culto disinteressato della verit come fine del sapere. La verit, ha aggiunto, che fine a se stessa, ma, insieme, per il bene sicch solo un sapere secondo verit consente l'incessante opera di edificazione continua della pace. E quale il possibile compito di un sapere costruttivo della pace quando sia innescata la pratica di una guerra permanente, alimentata dalla dimensione apocalittica di una guerra perpetua, ultima, della fine della storia, definita preventiva e dichiarata dagli Stati Uniti d'America dopo l'attentato dell'11 settembre 2001, ma, come molti hanno precisato (Maria Luisa Boccia, Mario Tronti, Danilo Zolo, tra gli altri) elaborata a partire dal 1991, allorch sul Cremlino cala la bandiera rossa e sale il vessillo della vecchia Russia (Tronti)? Raniero La Valle ha detto puntuali parole su questa guerra mai vista prima, che rinuncia alla legittimit, mentre chiede legittimazione alla vittoria e Tom Rockmore ha sottolineato il pericolo gravissimo che gli Usa corrono rischiando, nel nome d'una guerra alla tirannia, un regime di dittatura antidemocratica. In quali termini necessario considerare le leggi della guerra ovvero le categorie specifiche elaborate per giudicare della sua legittimit quando, identificato il nemico come pura negazione e terrore cade ogni distinzione e confine tra militare e civile (Boccia) ed la guerra contro il terrorismo a porsi fuori di ogni legge ed a fondare il terrorismo (Angelica Nuzzo) in un pi ampio contesto di nemicizzazione dell'Altro (Annamaria Rivera)? Argomenti che Luigi Ferrajoli e Danilo Zolo hanno considerato in rapporto alla esigenza di un diritto internazionale che sappia sottoporre l'uso della forza a regole minimali per ridurre i disastri della guerra (Zolo); che Domenico Losurdo ha approfondito analizzando alcuni aspetti della cultura politica statunitense; che Carla Ravaioli, Domenico Jervolino e Teresa Serra hanno trattato riflettendo sulla economia neoliberista, sulle culture della pace e sulle nuove soggettivit politiche in rapporto ad una filosofia della liberazione. Della guerra in atto - oggi scelta come violenza adeguata ad imporre regole di convivenza civile - e della pace oggi predicata come meta ideale e negata come prassi capace di compensare ineguaglianze e dirimere conflitti - si dunque tentato di ragionare. Lo si fatto secondo i costrutti del sapere filosofico, riconoscendo nell'aderenza al tema in questione e nell'intento ad una sua determinazione circostanziata, un modo del conoscere in filosofia. Tra le armi tacciono le leggi - silent leges inter arma - ammaestra Cicerone: si intende che con la guerra le leges non hanno campo e, interdette, sospese, il loro corso interrotto riprender, dopo la parentesi, con la pace restaurata? Ovvero si vuol dire che la guerra interdice leges obsolete per affermare con le armi un equilibrio nuovo e perci fondativo d'un nuovo diritto? Tronti si chiesto in che modo instaurare una forza di dissuasione quando, come oggi accade, il mondo dominio d'una sola parte, se vero che per la pace contro la guerra pi efficace una pratica di equilibrio delle forze che una regola al di sopra delle parti. Antichi dilemmi. Erasmo ne Il lamento della pace, citando Omero, constata come gli uomini siano presi da saziet

anche per cose gradite come il sonno, il cibo, le bevande, le danze, la musica, mentre dell'infelicit della guerra non si mai sazi. Ci si di nuovo interrogati sul perch di questa permanenza della guerra, come non se ne riesca ad estirpare la radice. E quanto, in corrispondenza, sia dichiarata universalmente una volont di pace. Un antico adagio recita pi o meno cos: ecco tra noi la guerra viene a spargere bugie e falsit. Ha scritto Marc Bloch nel 1921 che la falsit con la guerra non si propaga, non si amplia, non vive che a una condizione: trovare nella societ in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti. Grandi stati d'animo collettivi sono i soli ad avere il potere di trasformare in una leggenda una percezione distorta. Un enorme portato delle guerre risiede nelle poderose rappresentazioni di identit e di appartenenza costruite attraverso la morte nella speranza d'una vita nuova. E' forse per questo che la realizzazione effettiva della pace, lungo il corso dei secoli, si creduto necessario autorizzare e legittimare dalla guerra? Nessuna risposta definitiva dal convegno Guerra e pace, ma un richiamo alle parole di Marc Bloch che ci invitano a meditare sulle cruente giornate di questi mesi di guerra preventiva infinita: Ora, dal momento in cui l'errore aveva fatto versare sangue, esso era definitivamente convalidato. Che fare perch questo non sia?

Marc Bloch e La strana Disfatta Renzo De Felice, in una delle ultime interviste, sugger ai giovani lettori che volevano avvicinarsi alla storia di procurarsi una copia de La strana disfatta di Marc Bloch, un volume che in italiano non era facilissimo reperire. Nel 1995 per leditore Einaudi ha colmato questo vuoto e nella bella e seriosa collana Biblioteca Studio oggi possibile trovare, al numero uno del catalogo, una delle pi originali e straordinarie opere storiografiche del nostro secolo. Scritta nella clandestinit seguita allinvasione della Francia da parte della Germania nazista da un maturo capitano dellesercito francese sfuggito allarresto, come suggerisce lui stesso, forse grazie anche ai suoi capelli bianchi, La strana disfatta per anche lopera di un accademico di fama, eccellente medievista e gi autore di saggi fondamentali come La societ feudale o I re taumaturghi. Che, sia detto per inciso ma non troppo, da fedele patriota e militare politicamente lontano da visioni estremiste, stava per abbracciare la militanza attiva nella Resistenza che lo avrebbe condotto alla tortura e poi alla fucilazione da parte della Gestapo il 16 giugno del 1944 a Saint-Didier de Formans. La vicenda umana di Bloch si incastona alla perfezione tra le pagine de La strana disfatta e ci offre la possibilit di capire ancora pi a fondo lonest morale di un uomo e soprattutto di unopera che, bench animata da uno spirito di patriottismo con pochi eguali, per i suoi contenuti e limpietosa analisi del crollo totale, la disfatta per lappunto, di un grande paese come la Francia di fronte allinvasione nazista che avvenne quasi senza combattimenti, non doveva risultare gradita ai nazionalisti ed ai tradizionalisti francesi, cos come, credo, anche a chi prese in mano le sorti del paese dopo la fine della guerra, e sto parlando di DeGaulle e del suo movimento politico. Queste considerazioni di ordine morale, per, non ci devono fare dimenticare che La strana disfatta prima di tutto unopera di indiscutibile valore scientifico e tale giudizio non cambierebbe anche se il suo autore non fosse diventato militante e martire della Resistenza lionese[1]. Loriginalit interpretativa e laver travalicato i confini abituali delle opere storiche, laver offerto una Testimonianza, come recita il sottotitolo, calata nella realt civile e militare, politica e quotidiana di un paese alle soglie del conflitto, laver individuato in primo luogo cause morali e psicologiche per spiegare la resa incondizionata della Francia nella primavera del 1940, fanno de La strana disfatta unopera che ha fornito un paradigma interpretativo di grande portata innovativa, assunto oggi a modello. Bloch, prima che di un crollo militare, parla di un crollo della societ francese, e, contestualmente, di una minaccia terribile per lintera civilt europea, e lascia scorrere il proprio sguardo di storico[2] dentro il paese Francia, lungo le piazze sonnacchiose, i licei, le scuole di guerra, fino a giungere negli uffici militari e nella sede del Quartiere Generale Francese. Le immagini che ne ricaviamo sono quelle di un mondo che, ancora traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra e probabilmente soggiogato dalla mentalit aggressiva e giovane dellesercito, ma forse anche del popolo tedesco, vive nella convinzione che la resa sia il solo modo per sfuggire al terrore e,

tragicamente, espone le poche frange di resistenza, militare e popolare, al massacro. Sindaci che non esitano a consegnare i propri paesi al nemico senza che questo debba neppure abbozzare un attacco, autorit in fuga un po dovunque, costituzione di citt aperte in tutti i centri con pi di 20000 abitanti; la critica di Bloch colpisce, senza acrimonia ma con lucidit e precisione, unintera classe dirigente[3], per molti motivi incapace di offrire una qualche risposta allinvasore. Bloch non sentenzia e non sparge giudizi che non siano sostenuti da prove, si limita, da storico quale , ad osservare il paese nei giorni della resa. Attraversa le citt, ascolta, recupera storia dagli sguardi e dagli atteggiamenti delle persone che, come lui, osservano attonite, quando non terrorizzate, linopinato crollo del paese. E tutte queste informazioni, poi, Bloch le associa a quanto egli ha vissuto in prima persona come ufficiale dellesercito francese, a tutte le incongruenze con cui si dovuto confrontare, a tutta limpreparazione ad agire, anche solo a pensare di agire, che ha potuto esperire vivendo, e talvolta addirittura dormendo[4], a strettissimo contatto con lAlto Comando Francese. E quello che si ricava una forte, fortissima requisitoria contro latteggiamento di una nazione che, prima che dalle avanguardie tedesche, pareva essere stata sconfitta dal proprio atteggiamento mentale e sociale. La nostra borghesia - scrive infatti Bloch - che resta malgrado tutto il cervello della nazione, oggi forse meno incline allo studio di quanto un tempo era in larga misura costituita daredditieri. Luomo daffari o di legge, il medico, svolgono oggi unattivit faticosa; al termine della giornata, non nutrono altro desiderio che non sia quello di svagarsi. [] Quandanche, per puro caso il divertimento assuma forma intellettuale, raro che ci si colleghi allazione, persino indirettamente. [] Leggiamo, se leggiamo, per sapere, e ci bene; ma il pi delle volte dimentichiamo che possibile, che anzi si deve ricorrere alla nostra cultura quando agiamo[5]. Nella sua semplicit e nellapparente riferimento a argomentazioni che appaiono forse lontane dallidea tradizionale della storia, specie della storia militare, e credo lo apparissero ancora di pi allepoca in cui vennero scritte, il ragionamento di Bloch si rivela storico nel senso pi assoluto del termine e porta alla sconvolgente sensazione che, in un certo qual modo, a crollare di fronte il nemico non sia stato solo unlite di militari e politici incapaci di adeguarsi alla realt del XX secolo, ma un intero popolo, rappresentato dalla sua classe sociale, anche se forse in questo contesto meglio sarebbe utilizzare il concetto francese di ceto, pi influente. E qui troviamo la forza di tutto un saggio composto da un uomo, non dimentichiamolo mai, animato da un patriottismo sincero e militante, che lo porter a cadere gridando vive la France, ma che ebbe anche il coraggio, lui storico reputato tendenzialmente moderato, di scrivere queste parole: E giusto che in un paese libero le filosofie sociali avverse possano combattersi liberamente. Allo stato attuale delle nostre societ, inevitabile che le diverse classi sociali abbiano interessi opposti e prendano coscienza dei loro antagonismi. La sventura della patria ha inizio quando non si comprenda la legittimit di questi conflitti[6]. Se La strana disfatta effettivamente un atto di scarna accusa verso un intero complesso sociale, Bloch non esclude nessuno, neppure se stesso, dalla schiera degli imputati. Ma avr, da vecchio soldato legato ai valori tradizionali del laicismo e della lealt nazionale[7], la coerenza, lonest intellettuale e la forza per mettersi ancora una volta in gioco e operare, nellunico modo che egli ritiene realmente efficace, cio con i fatti concreti pi che con i vuoti proclami, per provare a porre rimedio agli errori di tutta una generazione, per quanto le sue era nelle sue personali possibilit. La sua Testimonianza, di storico nella forma di insegnamenti e di partigiano nella forma di impegno e azione, sono il suo lascito ai giovani che dovranno, come egli stesso scrive espressamente, prendere in mano le sorti future della Francia. Ritengo non sia possibile separare o differenziare le due vicende, lumana e lintellettuale, parimenti mirabili. In conclusione riporto le parole con cui Marc Bloch chiude la terza ed ultima parte del suo saggio, lEsame di coscienza di un francese, a guisa di monito per chi non credesse che la storia ha un fondo insopprimibile di etica: Diceva un giorno Hitler a Rauschning:A ragione speculiamo pi sui vizi che sulle virt degli uomini. La Rivoluzione francese si appellava alla virt. Sar meglio fare il contrario. Si perdoner ad un francese, e dunque ad un uomo civile che poi la stessa cosa se preferir a questo insegnamento quello della Rivoluzione, e di Montesquieu: In uno stato popolare c bisogno di unenergia, la virt. Che importa se il compito cos pi difficile? Un popolo libero, che persegua nobili obiettivi, corre un duplice rischio. Ma forse ai soldati, sul campo di battaglia, che si suggerisce la paura dellavventura?[8] Leonardo Merlini

[1] Silvio Lanaro, nella sua preziosa introduzione alledizione Einaudi, descrive in maniera magistrale e toccante come la scelta e lopera di Bloch assurgano ad un valore di onest intellettuale e morale assolutamente fuori dal comune e, nel mettere a confronto La strana disfatta con Aprs la dfaite di Bertrand de Jouvenel, un libro che le si accosta in molti snodi non secondari ma pronuncia parole che rispetto a quelle di Bloch suonano qua e l pretenziose, o stonate, o reticenti, e comunque assai poco persuasive., cos conclude parlando di Jouvenel: Non a caso quando nel 1943, quando si allarmer perch il Servizio Informazioni di Vichy presso il quale lavora in procinto di scoprire il suo blando anticollaborazionismo, non trover nulla di meglio che riparare in Svizzera; Marc Bloch, nello stesso arco di tempo, gi diventato il Narbonne della Resistenza lionese. Le citazioni sono tratte da La strana disfatta, Einaudi 1995, pagg. xxiv-xxx [2] Bloch, e questo a mio avviso un altro degli aspetti straordinari de La strana disfatta, unisce alla testimonianza di un protagonista diretto degli eventi, il proprio valore di storico e ci conferisce una duplice luce agli eventi e garantisce, almeno in buona parte, dallarbitrariet che, per loro stessa natura, i racconti dei testimoni di qualche evento finiscono spesso con lavere. [3] Anche se il ricorso a generalizzazioni come questa non rientra nella prassi di storico di Bloch, come vedremo in seguito, mi pare che linsieme di persone cui si riferisce possa efficacemente essere descritto con tale termine. [4] Sullepisodio si veda La strana disfatta, ed. cit., pagg. 101-103. Bloch racconta di come una notte, a causa dei dolori reumatici che lo affliggevano, avesse scelto di dormire in una barella sistemata in un corridoio del palazzo che ospitava il comando francese piuttosto che in cantina e, per pura casualit, si fosse sistemato proprio dinanzi la porta dellufficio del Generale Blanchard. Ebbe cos modo di sentire lalto ufficiale parlare, ed era solo il 26 maggio, quando, scrive Bloch, avevamo ancora i mezzi, se non per salvarci, almeno per batterci a lungo, eroicamente, disperatamente, come nel luglio 1918 sulla linea avanzata del fronte della Champagne, quando i nostri isolotti di combattimento erano stati accerchiati; come allora, potevamo tenere in scacco davanti a noi, logorandole, molte divisioni tedesche. [5] La strana disfatta, ed. cit., pagg. 138-139 [6] La strana disfatta, ed. cit., pag. 147 [7] Nel proprio testamento Marc Bloch scrisse: Estraneo ad ogni formalismo confessionale come ad ogni presunta solidariet razziale, per tutta la vita mi sono sentito anzitutto e semplicemente francese. Legato alla mia patria da una gi lunga tradizione famigliare, nutrito della sua eredit spirituale e della sua storia, incapace, in verit, di concepirne unaltra in cui respirare a pieni polmoni, lho amata molto e servita con tutte le mie forze. Ma il mio essere ebreo mi parso di ostacolo a questi sentimenti. Nel corso di due guerre, non mi stato dato di morire per la Francia. Almeno, che io possa rendere a me stesso questa testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon francese (La strana disfatta, ed. cit., pag. 164). [8] La strana disfatta, ed. cit. pagg. 158-159